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La tragedia della pace

PARTE PRIMA. L’ALBA TORBIDA DELLA PACE

Reading edition

Questa prima parte contiene un breve discorso sulla pace pronunciato nei primi di Gennaio del 1919, pubblicato nel Secolo pochi giorni dopo, il 14, sotto il titolo «Le baionette e l’idea»; e un articolo pubblicato nel Secolo il 7 Gennaio del 1919 sul discorso pronunciato dal Clemenceau, negli ultimi giorni di Dicembre del 1918, alla Camera, sulla Francia e la pace.

L’uno e l’altro scritto sono documenti dei due torbidi mesi, che corsero tra l’armistizio e l’apertura del Congresso della pace, e del fermentare e smarrirsi dello spirito pubblico, che in quei due mesi incominciò. Ristampo il primo perchè è la chiave di tutto il libro, contenendone l’idea madre; la sola — a mio giudizio — che dia un senso a tutta la tragedia degli ultimi otto anni e la faccia capire: la guerra mondiale esser terminata con la catastrofe del sistema monarchico e aristocratico dell’Europa, ossia con un così inaspettato e paradossale trionfo della rivoluzione francese e dei principi del ’48 che già sin d’allora un conoscitore un po’ esperto della storia del secolo XIX non poteva non restar perplesso e inquieto. Ristampo il secondo, perchè il discorso del Clemenceau è un documento importantissimo, a cui la frivola dissipazione spirituale di quei mesi non fece attenzione. In esso si coglie sul vivo, nel suo primo movimento quasi direi riflesso, quella subitanea paura della propria inaspettata vittoria, da cui la rivoluzione francese fu presa, nell’uomo e nel governo che allora reggevano la Francia, e il suo ripiegamento frettoloso sulle tradizioni del passato: prima conferma delle perplessità esposte nel precedente discorso.

I. Le baionette e l’idea[4]

La rivoluzione francese fu definita da Napoleone: «una idea che avrebbe trovato milioni di baionette». Noi potremmo capovolgere il motto e definire la guerra mondiale: «milioni di baionette che cercano un’idea».

Una bella mattina, due mesi fa, ci siamo risvegliati in pieno ’48. Non è la repubblica del ’48, con il suo berretto frigio, la gonna e la giubba plebea, il codazzo di operai vocianti e di vessilli scarlatti, quella che si fa avanti nel cuore dell’Europa, tra le rovine fumanti degli imperi germanici? La bandiera rossa che sventola sul palazzo di Potsdam e sul castello di Schoenbrunn non è quella che gli operai di Parigi offrirono, nei primi giorni di marzo del 1848, alla Repubblica francese e che Alfonso Lamartine non osò innalzare sull’Hôtel de Ville? Di sotto ai rottami dei due imperi sfasciati, non sbucano forse al sole, liberi alla fine, i popoli e le città che il ’48 aveva tentato di redimere dal servaggio moscovita, austriaco o prussiano: la Polonia, l’Ungheria, la Boemia, Trieste? L’aquila bianca non ritorna a fare il nido nelle foreste della Polonia e il tricolore non sventola sulla vetta delle Alpi Giulie? Non sono fuggite ventiquattro dinastie; e i soldati, reduci dal fronte, non alzano sulle proprie spalle, acclamandolo sovrano del mondo, il suffragio universale? In mezza Europa la Rivoluzione convoca uomini e donne, ricchi e poveri, dotti e ignoranti, a darsi una libera legge. L’Inghilterra accoglie le donne nella città politica. Il Re del Belgio, appena rientrato nel piccolo regno, ha invitato il suffragio universale a sedersi sui gradini del trono. Repubblica, Costituente, Suffragio universale, Sovranità dei popoli, Liberazione delle nazioni oppresse, Resurrezione della Polonia: tutti i sogni del ’48, crudelmente delusi per settanta anni, si compiono.

Senonchè la sapienza dei popoli ammonisce che l’apparenza inganna. Tragico groviglio di controsensi, la guerra mondiale termina in un controsenso supremo. Sì, è finita la lunga guerra tra i popoli e il diritto divino, tra le dinastie e le nazioni, che dalla rivoluzione francese in poi, ha insanguinato l’Europa. Il diritto divino e il principio dinastico sono caduti con l’impero russo, con l’impero austro-ungarico e con l’impero tedesco. Il dramma, il grande dramma, di cui la rivoluzione francese fu il prologo, è finito; ma in che modo e con quali sorprese! La Repubblica è oggi acclamata proprio dai popoli che non l’avevano mai desiderata. Trionfa il suffragio universale, proprio quando tutte le forme del governo rappresentativo, di cui la civiltà occidentale ha fatto la prova, sono screditate come non furono mai. Mezza Europa si precipita in braccio alle Costituenti, per il ribrezzo e lo schifo che incutono i Parlamenti ora in seggio. Sono incoronate e collocate sul trono le nazioni, all’improvviso, trenta anni dopo che i popoli oppressi erano stati abbandonati al loro destino da tutti, dalla Poesia, dalla Scienza, dalla Storia, dalla Filosofia, dai partiti, dai governi; quando l’imperialismo, più tracotante che mai, li minacciava di nuove catene e il socialismo li consigliava a cercare altre liberazioni; quando tutti avevano cominciato a disperare.

Il principio popolare e nazionale ha sgominato in questa guerra il principio dinastico ed aristocratico; ma poco meno di mezzo secolo dopo che, riconosciutosi debole, aveva conchiuso con questo una tregua; e dopo una mischia accesasi per tutt’altro motivo. La guerra mondiale è nata dalla sfida che gli imperi centrali lanciarono nel 1914 all’impero russo, antico alleato nelle guerre contro la Rivoluzione; le democrazie occidentali sono state rimorchiate in questa «guerra civile delle monarchie», ciascuna da ragioni e interessi particolari, che non figuravano punto nell’asse ereditario della rivoluzione francese. Eppure il destino ha voluto che le tre monarchie di diritto divino mordessero insieme la polvere, anche l’impero russo, che pure aveva combattuto con la parte più forte; ha voluto che le democrazie occidentali si ritrovassero ad un tratto e all’impensata vittoriose, non solo con le armi ma anche con le dottrine, di cui tanta parte avevan già ripudiata come falsa e chimerica, con il cuore e con la indifferenza se non con le labbra e con gli atti. Non si affrettano i vinti a imparare quel linguaggio arcaico del ’48, che le democrazie occidentali avevano quasi dimenticato? Drammaturgo imaginoso, la storia teneva in serbo per l’ultimo atto del dramma, incominciato con la rivoluzione francese, la più spettacolosa delle sorprese.

Ma questa appunto è la ragione per cui non mi sento tranquillo e non posso a meno di diffidare. Diffidare, intendiamoci bene, non al modo di coloro che sospettano nella rivoluzione tedesca una commedia, inscenata per strappare ai vincitori condizioni migliori di pace. Non si fanno rivoluzioni per finta! Ma a rischio di far dire che il mio pessimismo è incurabile: io diffido di questo improvviso epilogo del grande dramma, perchè pare nitido e chiaro, ed è faragginoso e confuso. Si ritrova nell’epilogo il difetto che fu proprio del dramma intero: quella violenza e quella confusione di aspirazioni, reali o chimeriche, ma contradditorie, che da un secolo mettono l’Europa alle prese con tanti nodi insolubili, e la esasperano, e la trascinano, e la trascineranno giù per i precipizî di Satana, di tragedia in tragedia, di catastrofe in catastrofe, finchè gli uomini non avranno imparato a ritrovare la chiave della ragione e della equità in un più chiaro ed umano senso dei limiti. Troppe cose che combattono insieme chiedono i popoli oppressi alla libertà, improvvisamente ricuperata, per troppa parte dono grazioso della fortuna più che acquisto meritato del sacrificio. Troppe cose che non vanno d’accordo tra loro sperano i popoli vinti, dall’impeto di collera con cui hanno rovesciato le istituzioni, di cui furono, per amore o per forza, solidali nella sanguinosa avventura. Troppe cose che si negano a vicenda esigono i vincitori dalla vittoria, dimentichi che in questa guerra essi non avranno vinto davvero il nemico se non vinceranno anche se stessi! Onde i vincitori ed i vinti sembrano scambiarsi i programmi; e i vincitori balbettano un po’ vergognosi il tracotante linguaggio con cui i vinti, ai tempi delle liete speranze, sbigottivano i nemici e gli spettatori; e i vinti scimmiottano, come possono, il generoso linguaggio che fluiva così copioso dalle labbra dei vincitori, quando non erano ancora sicuri della fortuna. Perciò tutti i movimenti nazionali scivolano verso l’imperialismo come se in essi rivivesse lo spirito della Germania, che forse nella Germania agonizza. Perciò ai principi del ’48 che trionfano finalmente in Europa, si oppone — e si oppone, o ironia delle cose! proprio nella Russia — un nuovo regime aristocratico ed una nuova dottrina di privilegio. Il bolscevismo, quando esclude dal potere tutti coloro che non sono proletari, non tenta di costituire una aristocrazia a rovescio? E non rinnega, con un nuovo privilegio di classi nuove, così la rivoluzione dell’89 come quella del ’48?

L’idea che milioni di soldati avevano visto scender dal cielo e porsi alla testa dei loro battaglioni, e dar il segnale dell’assalto in tante cruente battaglie, e consolare di una suprema speranza e di una suprema promessa l’agonia di tanti caduti, sembra essersi dileguata, non appena i protocolli dell’armistizio sono stati firmati. Il principio o i principî, che dovrebbero riconciliare i popoli dell’Europa sotto una legge comune, sembrano aver poca forza. La pace si annuncia come un caos di passioni e di interessi rivali, meno sanguinoso della guerra, se pure non del tutto incruento, ma non meno tempestoso. Vuol ciò dire, come molti sussurrano, che quell’idea era una vasta fantasima creata astutamente dalle ipocrite ambizioni dei governi, per illudere i combattenti? Chi ragiona così, ha occhi ma non sa leggere in questo caos; e non sa leggere in questo caos perchè ha smarrito il buon senso, forse per acquistare qualche parte di quella scienza profonda e molteplice, di cui il nostro secolo è così ricco. Ma il buon senso invece vede chiaro anche in questo caos; e dice agli uomini che vogliono e sanno ascoltarlo: «quando i governi avranno compilate le loro tabelle mortuarie, risulteranno uccisi in questa guerra non meno e forse più di dieci milioni di uomini. Un quadriennio solo ha versato più sangue che tutti i secoli dalla fondazione di Roma al principio del novecento; e per giunta ha incenerito metà delle vostre ricchezze, frutto di così lungo lavoro; ha rinnegato sedici secoli di cristianesimo, due secoli di umanitarismo, un secolo di libertà; ha rovesciato su se medesime le fondamenta dell’ordine morale e politico. Oggi dal Mar Giallo al Reno e alle Alpi, gli avanzi di tre imperi, incendiati dal fuoco greco della rivoluzione, bruciano e fumano lentamente sotto i nostri occhi; e le democrazie occidentali tremano che il vento trasporti qualche favilla di quel fuoco sul loro tetto. Voi avete scatenate tutte le forze di distruzione che sonnecchiavano nella civiltà occidentale. E se avete fatto tutto ciò chiedete a voi stessi, al presente, al passato, all’avvenire, alla saggezza dei grandi e al buon senso degli umili: possiamo noi illuderci, se non vogliamo suicidarci, che per incatenare queste forze di distruzione basti far sulla carta dell’Europa alcune rettifiche di confini, sia pure giustissime; arraffare qualche territorio di proprietà contestabile; aggiungere qualche miliardo sul conto degli indennizzi dovuti dal nemico; e ricominciar poi la gara degli armamenti e il gioco a rimpiattello delle alleanze offensive e difensive?»

No: la pace è un caos, perchè l’Europa ha un’anima doppia, travagliata da un male profondo — vizio od errore, e forse nel tempo stesso vizio ed errore; e perirà, trascinando nella propria rovina l’America, se non scende nella profondità della sua coscienza, per scoprire ed estirpare questo vizio e questo errore. No: soltanto nella pace la guerra può scoprire le ragioni e quindi vincere per sempre l’orrore di se stessa. No: soltanto il giorno in cui la civiltà occidentale si accingerà con fermo e chiaro proposito a questa riforma dei suoi principî e dei suoi istituti, i milioni di baionette avranno finalmente trovato o ritrovato l’idea, per cui hanno combattuto senza saperlo.

II. Il discorso e il pensiero di Clemenceau[5]

Clemenceau ha parlato. Ha parlato la Francia. Noi conosciamo il pensiero ufficiale della repubblica sulla pace. Ahimè! Questo pensiero è debole, incerto, oscillante, timido e vecchio. Proprio così: timido e vecchio. Invano si cercherebbe in quello una traccia del vigore, che l’uomo e la nazione hanno mostrato nella guerra. Si direbbe che abbia paura dell’avvenire come di un abisso che gli si spalanca dinnanzi e perciò vuol ributtarsi indietro nel passato.

«C’è un vecchio sistema — ha detto il capo del governo francese — che oggi sembra condannato, ma al quale io resto fedele in questo momento. I paesi hanno preparato la difesa delle loro frontiere...». Interrotto qui da uno dei soliti battibecchi parlamentari, il presidente del Consiglio ha ripreso il suo pensiero, per ribadirlo. «I paesi dunque hanno provveduto ad una salda difesa delle loro frontiere, con i necessari armamenti, con l’equilibrio delle potenze...». Nuove interruzioni, quetate le quali l’oratore ha soggiunto: «Questo sistema sembra oggi condannato da solenni autorità. Eppure io faccio osservare che se l’America, l’Inghilterra, la Francia, l’Italia si fossero accordate per dichiarare che chi assalisse una di queste potenze avrebbe avuto a che fare con tutte le altre...» A questo punto una salva di applausi ha tagliato la parola dell’oratore che, sicuro di essere stato compreso, non ha indugiato per terminare la frase, la quale del resto, anche monca della sua conclusione, era chiara.

«Questo sistema di alleanze, al quale — lo dichiaro subito — io non rinuncio, è il pensiero che mi guiderà alla conferenza, se la vostra fiducia mi ci manda. Le quattro grandi potenze che la guerra ha riunite, devono restare unite dopo la guerra, e affinchè restino unite, son pronto a fare i sacrifici necessari....».

La pietra angolare della pace dovrebbe essere dunque un’alleanza degli Stati Uniti, dell’Inghilterra, della Francia e dell’Italia, sostenuta da armamenti preponderanti, e da frontiere ben munite, non da pezzi di carta, come le convenzioni per la limitazione degli armamenti o per gli arbitrati. Quasi a dissipare ogni dubbio il ministro ha aggiunto di lì a poco: «Quanto alle garanzie internazionali, io dichiaro che, se si lascia alla Francia il compito di provvedere alla propria difesa — perchè essa non vuol rivedere le invasioni — se essa resta arbitra dei propri ordini militari, io accetterò ogni nuova garanzia supplementare che potrà essere aggiunta».

Il pensiero sembra chiaro. Le garanzie internazionali possono aggiungersi ma non tener le veci degli armamenti. Anche in questo dunque l’avvenire dovrebbe rassomigliare al passato. Sorga pure, sotto il nome di Lega delle Nazioni, una seconda Corte dell’Aja, in mezzo alla gara illimitata degli armamenti, archivio venerabile di inutili protocolli.

Senonchè, se fino a questo punto il ministro francese procede chiaro e coerente nell’esporre il suo pensiero, sembra invece contraddirsi ad un tratto nel periodo che segue:

«Je vais plus loin; si les garanties son telles, qu’elles exigent des sacrifices de preparation militaire, je les ferai avec joie car je ne veux pas imposer à mon pays des sacrifices inutiles». Le garanzie internazionali non sono più considerate come supplementari, ma come supplettive delle armi; non si aggiungono a queste, ma ne fanno le veci, riducendole. Dunque, il ministro intende in un doppio modo le garanzie internazionali e considera tanto gli armamenti quanto la loro riduzione come «un sacrificio». Quando il Clemenceau dice di essere disposto, se le garanzie internazionali lo esigono, a consentire dei «sacrifices de preparation militaire» sembra considerare la limitazione degli armamenti come alcunchè di penoso per la Francia: un onere o una diminuzione. Invece quando aggiunge che consentirà a questi «sacrifices de preparation» con gioia, perchè non vuol imporre al suo paese dei «sacrifices inutiles» definisce sacrificio non la limitazione degli armamenti, ma ogni preparazione militare, di cui si possa fare a meno. La limitazione diventa quindi un bene. Nuova contraddizione, che riprova come su questo punto il pensiero dello statista è oscillante.

Disgraziatamente quella contraddizione è la oscura nuvola sospesa sul nostro capo, in cui dorme forse più di un uragano. Il punto che l’Europa deve decidere oggi è proprio questo: se le garanzie della pace abbiano ad essere supplementari o supplettive delle armi; se debbano aggiungersi o farne le veci ed in quale misura; se la penna possa e in qual misura supplire la spada. Se devono essere supplementari la Società delle Nazioni sarà un inutile ingrandimento dell’antica Corte dell’Aja; la guerra mondiale continuerà mutando forma ed armi; nè si potrebbe predire chi vincerà da ultimo: se i latini, i tedeschi o gli anglo-sassoni; se qualche nuova forma di dittatura, la democrazia o il bolscevismo. Qualora invece le garanzie internazionali riescano davvero a far le veci, in larga misura, delle armi, la Società delle Nazioni sarà il principio fecondo di un nuovo ordine internazionale, in seno al quale ogni popolo potrà ricomporsi. Ma è di cattivo augurio per la pace che il capo del governo francese non veda chiaro su questo punto. Tutto il discorso ribocca di un invincibile attaccamento alle vecchie dottrine politiche del secolo XIX, e nel tempo stesso di una fantasticità mascherata da realismo politico. Come credere che un’alleanza eterna tra l’Italia, la Francia, la Inghilterra e gli Stati Uniti sia altro che un sogno? Affinchè un’alleanza duri, non dirò in eterno, ma per parecchie generazioni, è necessario posi o sopra un principio, o sopra un interesse permanente, o su tutti e due. La Santa Alleanza ha durato — si può dire — un secolo, perchè posava sul principio dinastico e sull’interesse delle dinastie a difendersi, difendendolo, contro le dottrine e i partiti rivoluzionarî. Oggi invece non si vede nè il principio nè l’interesse, che potrebbero legare per cinquant’anni la quadruplice imaginata dal Clemenceau. La paura della Germania e del militarismo tedesco? Ma bisognerebbe ammettere che la Germania e il militarismo tedesco saranno nei prossimi cinquant’anni uno spavento e un pericolo come furono durante la guerra: il che non è probabile, e ad ogni modo non è sicuro. Il mondo aveva dimenticato che la integrità della Francia è necessaria alla libertà dell’Europa. La Francia ha diritto di essere sostenuta e difesa nei suoi confini storici contro la forza preponderante della Germania, che di nuovo la minacciasse, anche da una alleanza mondiale, anche a costo di una nuova gara illimitata di armamenti, anche a costo di una nuova guerra più lunga e sanguinosa di quella che or ora è finita. Ma ad una condizione: che sia chiaro esser i nuovi sacrifici inevitabili, perchè la Germania e la Germania sola si è rifiutata, apertamente o subdolamente, ad ogni ragionevole componimento ed accordo. Credo invece che la Germania avrebbe poco da temere un trattato di alleanza tra la Francia, l’Italia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti, il giorno in cui entrasse nei popoli il sospetto che gli armamenti e gli odî delle nazioni continuano, non perchè la Germania, ma perchè le potenze vittoriose non hanno voluto fare i necessari sacrifici di ambizione e di forza.

Notes in this chapter

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