IV. L’ITALIA E LA GUERRA EUROPEA (continued 2)
Reading edition
Insomma, sotto un certo aspetto questa guerra non è che la fine predestinata della Triplice Alleanza. Come tante altre opere del Bismarck, la Triplice Alleanza fu artificiosa, sforzata, quasi impossibile; perchè volle unire non interessi concordanti, ma molte, troppe rivalità passate, presenti e future, sperando di annullarle reciprocamente. L’autorità che conferì al Bismarck il successo e l’altrui pochezza, la debolezza del Governo austriaco e del Governo italiano, l’hanno protratta per trentatrè anni, non ostante mille inciampi; ma la guerra europea l’ha sfasciata nel volgere di nove mesi. E come tutte le alleanze rotte prima del tempo, si è rotta con la guerra.
Senonchè tutte queste considerazioni potrebbero sembrare della filosofia, all’uomo di Stato che di proposito suole circoscrivere i problemi politici nel cerchio angusto dell’ora presente. Chiudiamoci dunque anche noi — chè questa volta lo possiamo — in questo angusto cerchio. L’on. Giolitti è arrivato a Roma il 9 maggio; è stato ricevuto dal Re e si è abboccato con il Presidente del Consiglio il 10: sette giorni dopo che il trattato con l’Austria era stato denunciato. Come ha egli potuto pensare che, dopo aver denunciato, e a quel modo, il trattato, l’Italia potesse ancora ritornare sui suoi passi, ricominciare a discutere dei compensi in base al trattato, disdirsi cioè e ritirare la denuncia? Come mai non si è accorto che, savia o improvvida che la denuncia fosse, ormai era stata fatta; che l’atto irrevocabile era compiuto; e che la guerra era già stata virtualmente dichiarata il 3 maggio? Ha dunque potuto sfuggirgli che l’Italia si sarebbe screditata alla pari di uno Stato mussulmano in decomposizione, se fosse sospettata di aver denunciato un trattato di alleanza, che per trentatrè anni era stato uno dei fondamenti della pace del mondo, così, per una finta, a scopo di lucro, come un’astuzia di sensale che mercanteggi? Non ha temuto che tra la Triplice Intesa ingannata e la Triplice Alleanza ricattata, l’Italia potesse domani sprofondarsi nel vuoto? E non l’ha trattenuto neppure il pensiero di turbare con nuovi dubbi e rinate incertezze la nazione, che a poco a poco si faceva animo alla guerra, persuadendosi che era — come difatti era — imposta dalla necessità?
Io non riesco a imaginare come un uomo invecchiato governando abbia potuto non vedere tutte queste cose; come non saprei spiegare perchè il Ministero abbia fatto un tal mistero della avvenuta denunzia. Se già il 10 maggio fosse stato di pubblica ragione che l’alleanza con l’Austria era rotta, forse la mossa dell’on. Giolitti non avrebbe trovato seguito e i partiti avrebbero fatta grazia al Paese delle turbolenze che la seguirono. Tra i deputati che fra il 10 e il 15 maggio hanno ondeggiato come i campi di grano quando soffia il vento, molti erano sinceri; e quasi tutti potrebbero allegare la scusa che il 10, l’11 e il 12 maggio non conoscevano il vero stato delle cose. Nè può non sembrare singolare che, deliberata la guerra dal Consiglio dei Ministri e dalla piazza, non siano state concesse al Parlamento che poche ore per leggere il Libro Verde, meditarlo, risolversi ed approvare, a sua volta ed ultimo, la guerra. Questa fretta non è forse anch’essa una specie di atto ufficiale di esautoramento? Ad ogni modo tale fu il destino di questa guerra; e così fu che tra un uomo diventato inabile per eccesso di abilità, un Parlamento incerto, perplesso, ligio ad un uomo, mal informato, screditato, e un Ministero silenzioso, il Paese è entrato di mezzo, o meglio una parte del Paese, spinta da una passione e da una specie di istinto chiaroveggente, che tenne luogo in quei giorni di esperienza e di senno, e lo fece avvertito che in alto si stava per compiere alla leggera un passo pericolosissimo, più pericoloso della guerra più lunga e terribile. E allora in pochi giorni precipitò quella catastrofe, che l’autore di queste pagine già presentiva — si direbbe — scrivendo nel mese di giugno del 1914 intorno alla settimana rossa; e il solito interregno di ogni nuova legislatura apparve questa volta quale era: una crisi gravissima dello Stato tutto quanto, esautorato di proposito e quasi con metodo da quindici anni. Allo Stato esautorato è mancata autorità per resistere alle grida, alle imprecazioni, alle processioni, alle concioni, alle gazzette infuriate; il Parlamento ha capitolato, stordito da questo clamore; quel potere personale, da dieci anni saldo in vetta allo Stato come un’Acropoli, si è abbiosciato — dirà il tempo se per sempre o per qualche mese — in quarantotto ore, sotto quel gridar furioso e insensato di mille voci al «tradimento». Espiazione ben nota a chi conosce la storia del mondo: chè sempre i Governi i quali hanno indebolito lo Stato per non essere travagliati da opposizioni troppo forti, non hanno poi trovata negli organi debilitati dello Stato alcuna difesa, il giorno in cui sono stati fatti segno ad un attacco risoluto. Quella fina, troppo fina arte di governo, che da quindici anni reggeva l’Italia con tanta maestria di combinazioni contradittorie, non ha voluto riconoscere che già, componendo il fatale Ministero del 1911, essa aveva di gran lungo ecceduta la misura della prudenza nel governare a ritroso della ragione naturale, schietta e semplice delle cose. Chè anzi, quasi innamorata della propria abilità e affascinata dall’impossibile, ha voluto addirittura far passare l’Italia attraverso le fiamme della guerra europea senza scottarsi; una impresa a cui non c’era abilità di consumato parlamentare che potesse riuscire; e questa volta è stata presa nella rete sottile dei propri accorgimenti.
4. — La guerra.
Senonchè proprio per questa ragione la crisi di maggio fu cosa tragica e grave; e per questa ragione una responsabilità grande e grandi doveri pesano oggi su tutti noi: massimo tra i quali impedire che questa guerra sia principio e cagione quasi di un’altra guerra civile tra le classi colte e le plebi, tra l’«intelligenza» e il suffragio universale.
L’Italia ha nell’ultimo secolo spesse volte sacrificata la qualità alla quantità, là dove avrebbe ancora potuto — e forse dovuto — sostenere i diritti storici della qualità. Non si lasci oggi illudere che la qualità possa più che la quantità nella guerra europea; e che un’elite riesca ad imporre alla moltitudine una guerra lunga e difficile, senza averla persuasa che essa combatte per una causa giusta, la quale non poteva essere difesa che con le armi. Oggi le masse sono ancora turbate da una incertezza che, all’opposto di quanto era ragionevole prevedere, è andata crescendo man mano che la guerra europea si svolgeva. Nessuno di noi — già l’ho detto ma giova ripeterlo — dimenticherà finchè vive il procelloso tumulto di affetti che si levò in Italia nell’ultima settimana di luglio e nelle prime settimane di agosto del 1914: prima, l’irritazione per le prepotenti minaccie dell’Austria alla Serbia; poi l’inquietudine per le tortuose mosse delle due diplomazie tedesche e per le oblique intenzioni di cui erano chiarissimo indizio; indi lo stupore e il terrore, allorchè la Germania sfoderò la spada, dichiarando all’improvviso guerra alla Russia ed alla Francia; infine lo sdegno e il furore, quando gli eserciti tedeschi corsero, attraversando il Belgio, all’assalto della Francia. In quei giorni l’Italia tutta, quella parte che scrive e quella che non legge, quella parte che crede in Dio e quella che crede nel socialismo, intuì che un popolo troppo orgoglioso stava per commettere nel cuore dell’Europa, sotto gli occhi del mondo atterrito, una tal violenza, che l’ordine morale dei nostri tempi sarebbe capovolto dalle fondamenta, se la violenza riuscisse felicemente; e spaventata invocò la Giustizia che frenasse non solo gli uomini, ma anche i popoli prepotenti; e sapesse respinger dalle frontiere violate a torto gli eserciti più formidabili. Furono i giorni in cui si udirono uomini, che per trent’anni avevano creduto di opporre la Triplice Alleanza allo spirito inquieto dei tempi come baluardo delle istituzioni, esclamare scuotendo il capo e alludendo alla monarchia prussiana «che in repubblica certe cose non potevano succedere». Furono i giorni in cui molti fra coloro che per anni avevano vilipesa la Francia, come una nazione corrotta e sfinita, tremarono in cuor loro di non essere stati calunniatori. Furono i giorni in cui tutta l’Italia imprecò alla Germania e al suo Sovrano, che avevano rotta la pace; intese che per molti secoli l’Europa avrebbe appena osato balbettare di libertà, di diritto, di pace, di fratellanza, se i tedeschi, calpestando il cadavere del Belgio, fossero giunti di nuovo vittoriosi a Parigi; e invocò un’idea, un esercito, un genio di guerra, qualunque forza e qualunque miracolo che potesse salvare l’Europa da quella crudele ambizione.
Rileggete i giornali del tempo; ricordate i discorsi che ognuno di noi faceva ed udiva in quei giorni.... Tutti abbiamo allora svolto — ognuno come sapeva e il cuore colmo di angoscia — questo unico tema. L’Italia in quei giorni si confuse e si fuse davvero, in un gran fremito di orrore e in un grande slancio di speranza, con tutta l’Europa minacciata dai Germani di nuovo in armi. Vennero poi le ultime settimane di agosto, quelle settimane in cui parve proprio che la Giustizia fosse sorda alle imprecazioni e alle supplicazioni di tanti suoi improvvisati devoti. Chi non ricorda le speranze chimeriche con cui cercammo di confortarci in quei giorni di passione? Ma gli aggressori avevano gridato vittoria troppo presto. Nella prima quindicina di settembre i russi vincevano la battaglia di Lemberg, i francesi la battaglia della Marna. Il mondo respirò; respirammo pure noi. Ma sbollito un po’ lo sdegno dei primi e calmatasi alquanto l’ansia degli ultimi giorni di agosto, prendemmo a riflettere più ponderatamente sui terribili eventi di cui l’Europa era teatro. A poco a poco allora, senza quasi ce ne accorgessimo, un mutamento si operò nello spirito pubblico. Quello che si potrebbe chiamare il senso mondiale del conflitto, che era stato così vivo nelle prime settimane di agosto, si annebbiò nella nazione. L’Italia parve non sentire più in se medesima per simpatia i colpi inferti a tanti popoli dall’aggressione germanica; si staccò dall’Europa; si raccolse in sè e si isolò con il pensiero in quelli che potevano essere, nel conflitto europeo, gli interessi suoi.
Come è avvenuto un mutamento così profondo e di tanto rilievo? La spinta decisiva al rivolgimento fu data dal Presidente del Consiglio, con le parole che pronunciò il 19 ottobre, prendendo possesso del Ministero degli Esteri che egli tenne interinalmente per qualche tempo, dopo la morte del marchese Di San Giuliano. «Le direttive supreme della nostra politica internazionale — disse quel giorno il Presidente del Consiglio — saranno domani quelle che erano ieri. A proseguire in esse occorre incrollabile fermezza di animo, serena visione dei reali interessi del Paese, maturità di riflessione che non esclude al bisogno prontezza di azione; occorre ardimento, non di parole ma di opere; occorre animo scevro da ogni preconcetto, da ogni pregiudizio, da ogni sentimento, che non sia quello della esclusiva ed illimitata devozione alla patria nostra, del «sacro egoismo» per l’Italia». Ma che cosa poteva consigliare il «sacro egoismo» all’Italia se non di sciogliere senza indugio quei vincoli di solidarietà con gli Stati aggrediti dagli Imperi tedeschi, che il sentimento veniva intrecciando; di non parteggiare nè per gli aggressori nè per le vittime; di non inquietarsi se l’equilibrio dell’Europa fosse alterato per un verso o per il verso opposto, pur di essere essa stessa ingrandita? E la divisa parve così felice che fu subito inalberata da quasi tutti i partiti, i gruppi e gli uomini che governano l’Italia: da quelli che miravano alla guerra, come da quelli che volevano la pace, sebbene ormai, più di un mese dopo la battaglia di Lemberg e della Marna, apparisse chiaro che l’Austria e la Germania non riuscirebbero più a debellare in poche settimane gli avversari; e che perciò l’Italia potrebbe essere costretta, prima o poi, a scendere in campo contro i suoi antichi alleati. Perchè dunque allora, proprio allora, quando sarebbe stato necessario preparare gli animi alla alleanza con le Potenze della Triplice Intesa, si cercava di spezzare bruscamente tutti i legami di simpatia popolare, già annodatisi spontaneamente tra noi e i nostri futuri alleati?
Che il Governo agisse soltanto entro i limiti precisi del «sacro egoismo» — si intende. L’Italia non poteva intavolare con l’Austria una discussione filosofica intorno al diritto delle genti o ai principî di giustizia che potrebbero e dovrebbero regolare i rapporti dei popoli. Non poteva che squadernare innanzi all’alleata il trattato della Triplice e chiederle conto del modo con cui essa lo interpretava e applicava. Ma perchè dirlo e ripeterlo ad alta voce tante volte? Farlo gridare dai propri organi ai quattro venti? Se è cosa umana, per i singoli uomini come per le nazioni, badare soltanto al proprio interesse, non è prudenza dir troppo chiaramente agli uomini che noi penseremo soltanto a noi stessi e che del loro destino non ci importa nulla. Senonchè il Governo fu di certo mosso ad ostentare la divisa del «sacro egoismo» da una ragione politica. In quel sentimento di sdegno e di orrore che aveva sul principio commosso così vivamente la moltitudine, pigliavano forza e coscienza le grandi ideologie umanitarie, che nacquero e crebbero in Francia tra il 1750 e il 1850; e che la Germania ha senza tregua combattute nel pensiero e nell’azione, con i libri e con le armi, dalle Cattedre e nei Parlamenti. Ma le classi alte e le classi colte dell’Italia sono state troppo germanizzate negli ultimi trent’anni, nelle Università, dalla scienza, dalla filosofia, dalla letteratura, perchè non avessero anch’esse in orrore quelle ideologie che pure ci erano state di tanto aiuto a rifarci nazione.... Basti dire che — vergogna quasi incredibile — noi abbiamo assistito in Italia, al principio del ventesimo secolo, per opera di Benedetto Croce, a una specie di rinascita della più sciagurata tra tutte le sofistiche che la Germania abbia create per confondere i criteri del bene e del male a servizio di tutti i potenti e per giustificare in ogni caso il successo; che per qualche anno molti giovani hanno vegliato sui morti libri dell’Hegel per imparare che tutte le cose si contradicono in se medesime, perchè l’opposizione è l’anima stessa del mondo; che il bene dunque non è tale se non perchè si contrappone al male e quindi non sarebbe, se il male non fosse; che Dio e il Diavolo sono l’eterna e indissolubile ragione sociale della grande Ditta del mondo; che la tirannide è santa come la libertà, perchè senza tirannide l’uomo non saprebbe neppur che cosa libertà sia; che noi dobbiamo — ed è proprio il Croce che ci ha ammonito di farlo sul finir di dicembre — piegare reverenti le ginocchia innanzi ai mortai fusi dal Krupp, adorare l’insidioso siluro che ha affondato il Lusitania, e baciare la spada della Germania intrisa di sangue belga[3], perchè se non fosse la prepotenza non sarebbe nemmeno il diritto che la rintuzza, e perchè le bombe sono il seme da cui cresce sulla terra il santo albero della Giustizia.
Si aggiungano a questa disposizione degli animi, inculcata nelle classi governanti da una lunga educazione privata e pubblica, gli interessi, le rivalità e i puntigli che dividono i partiti e i gruppi politici, e in alcuni anche scrupoli sinceri di fede e di lealtà. Con la rottura tra l’Italia e gli Imperi centrali si chiude un’êra della nostra storia e ne comincia una nuova — se più felice dell’antica lo dirà il tempo — certo diversa. Tante altre cose dovranno mutare con la politica estera! Non è dunque meraviglia, se da quando fu chiaro che l’Italia potrebbe un giorno essere costretta a scendere in campo contro gli antichi alleati, il Governo abbia precipuamente temuto — e con esso i suoi amici e i giornali che ne esprimevano il pensiero — di esser sospettato di voler fare la guerra all’Austria e alla Germania per salvare l’Europa dall’egemonia germanica, per rivendicare la santità dei trattati, per difendere i diritti delle Nazioni deboli, e — peggio che mai — per aiutare la Francia. Ma questo atteggiamento del Governo e dei gruppi politici più influenti ha disorientate le masse, poichè alle masse nessuno da tanti anni in qua, dopochè la Triplice era stata conchiusa, aveva detto e ridetto e ripetuto ancora, quanto è necessario perchè le masse l’intendano, che l’Italia fosse un’opera lasciata a mezzo e che un giorno o l’altro sarebbe dovere finirla. Di questa difficoltà capitale abbiamo del resto già tenuto, e lungamente, discorso nello scritto precedente. Che i tedeschi invece volessero soggiogare i popoli più deboli contro ogni ragione di diritto e di giustizia; che la loro vittoria avrebbe sovrapposta a tutta l’Europa una smisurata ambizione di impero; che fosse necessario umiliare la potenza di quella dinastia e di quella aristocrazia, che avevano scatenata la guerra e dare al mondo con questa umiliazione pace sicura: questo, sì, lo sentivano e lo capivano. Ma neppur di queste cose nessuno ha più ragionato alla moltitudine negli ultimi mesi: neppure i socialisti. I socialisti italiani, quando la guerra scoppiò, andarono anch’essi sulle furie, accusando i compagni teutonici di fellonia; e quando l’ambasciatore rosso di Guglielmo II, il Sudeküm, osò pregare i socialisti italiani di intercedere presso i socialisti francesi e chieder loro di tradire, per i begli occhi dell’Internazionale, la Russia, l’Inghilterra e la Francia stessa, accettando una pace separata, seppero rispondergli come meritava. Ma poi, man mano che la guerra parve avvicinarsi, man mano che il Governo, i giornali e i partiti che lo rappresentano si chiusero, per preparare la guerra, nel bozzolo del «sacro egoismo», i socialisti videro al di là della guerra il nemico implacabile, il nazionalismo, che già aveva tentato di torcere ai loro danni la guerra di Tripoli; e allora il veleno hegeliano, contenuto nel marxismo, riprese ad agire. A poco a poco si atteggiarono a quell’apparente imparzialità che metteva capo per un’altra via là dove sbocca pure il più acceso nazionalismo: a considerare la guerra europea come un conflitto di particolari interessi dei diversi Stati belligeranti: interessi sacri — dicono i nazionalisti; interessi loschi — dicono i socialisti.
5. — Per noi e per gli altri.
Così a poco a poco la moltitudine, mentre il Governo approntava armi e maggio avvicinava, si disinteressava dal conflitto europeo. Essa è stata quasi sorpresa dalla dichiarazione di guerra. Alla sorpresa succederà senza dubbio la coscienza del dovere e la risolutezza di compierlo: ma l’elite che ha voluta e imposta la guerra deve a sua volta assecondare con tutti i mezzi il buon volere della massa che in questa guerra — forse aspra e lunga — dovrà versare il suo sangue. E lo asseconderà efficacemente curando che il popolo soffra quanto meno è possibile; provvedendo alle famiglie dei combattenti generosamente; persuadendo i ricchi ad assumere quanta maggior parte possono dei sacrifici e dei carichi; e infine persuadendo le masse che l’Italia non combatte solo per allargare i suoi territori e accrescere la sua potenza, ma per dare all’Europa la pace. Il popolo forse non ha torto, pur nella sua ignoranza, di voler essere assicurato su questi punti: perchè veramente, e l’Alsazia, e la Lorena, e Trento, e Trieste, e la Dalmazia, e la Bosnia, e l’Erzegovina, tutte insomma le rivendicazioni nazionali, per quanto in sè nobili e grandi, rimpiccioliscono ormai a piè di quel còmpito gigantesco che ci sovrasta come una rupe scoscesa da ascendere: come ricomporre in Europa un ordine di cose, sotto il quale si possa di nuovo vivere e progredire.
Non ripeteremo perciò mai quanto basti al popolo che questa guerra non è una guerra come tante altre ce ne sono state nella storia, e come affermano nazionalisti e socialisti; è l’immensa crisi di una civiltà che per ora ha preso forma di guerra. Nessun’epoca forse fu sopraggiunta mai all’improvviso e a mezzo di una corsa più sfrenata e più ansante, da una difficoltà così formidabile. Noi credevamo di essere l’apogeo della storia. Noi guardavamo il passato come l’alpinista giunto sulla vetta guarda ai suoi piedi i burroni per cui si è inerpicato. Tra i secoli che precedettero il decimonono e noi, la storia pareva aver fatto tale sbalzo, che ci domandavamo ogni tanto se non fossimo una umanità nuova. Noi credevamo di possedere tutti i beni, che gli uomini avevano invano desiderati per tanti secoli: la ricchezza, la scienza, la potenza, la sicurezza, la libertà, tutta la terra, e, con la mente almeno, l’universo. Ed ecco, ad un tratto, in otto giorni, quasi tutti i popoli dell’Europa, lasciate le case, le spose ed i figli, si avvinghiano furibondi in una mischia immane, feroce, interminabile; dànno principio ad una carneficina, a un vandalismo, a un furor di violenze, a una crudeltà di insidie, a un soqquadro della terra e dei mari, che il mondo non ne aveva visto l’eguale mai! Sì, gli uomini una volta erano meno potenti, ricchi e sapienti di noi; non avevano nè ali per volare nè pinne per nuotare sotto l’acqua; morivano ogni tanto a torme di peste e fame. Ma tutto il medio evo non ha assassinate tante persone, quante ciascuna delle molte settimane che già sono passate dal primo agosto del 1914.
Le nostre più liete speranze e i nostri più nobili orgogli si rivoltano ora contro di noi e ci minacciano la distruzione e la morte, come degli schiavi ribelli. La scienza ha inventate e fabbricate queste armi. L’istruzione e il suffragio universale hanno preparate queste schiere infinite di cui la terra oggi nereggia, convertendo in soldati milioni di uomini i quali nei secoli passati vivevano sulla montagna, nei campi, nelle botteghe, ignorati, passivi, docili, imbelli. Il progresso dello spirito democratico, ha legati insieme, anche negli Imperi tedeschi, popoli e governi, grandi e plebei, intrecciando in ogni nazione gli interessi e le volontà in un fascio che non si può spezzare. La ricchezza infine ha esaltato l’orgoglio e la cupidigia. Chi di noi supponeva che mentre ci credevamo così sicuri, eravamo invece circondati da tanti nemici invisibili, ognuno dei quali ci aveva mostrato per tanti anni il volto dell’amico più sincero e devoto? Avevamo posto in cima a tutti i nostri pensieri l’incremento della ricchezza, e stiamo facendo un gran rogo dei nostri tesori. Avevamo abolito la tortura, il duello, gli spettacoli crudeli; non osavamo più infliggere la pena di morte se non a pochi criminali efferatissimi e di nascosto; ci facevamo scrupolo persino di trattenere il braccio del carrettiere avvinazzato in collera con la sua bestia: e di che carneficina siamo ormai già colpevoli e responsabili innanzi all’eternità! Ci vantavamo di essere liberi; e oggi obbediamo tutti a governi anonimi, senza mormorare, senza chiedere ragione di nessuna cosa, come nessun popolo d’Asia obbedì mai alle Divinità, parlanti per bocca del sovrano.
Potrebbe l’Italia precipitarsi in questa voragine ardente, proponendosi solo di compiere l’opera di Mazzini, di Cavour, di Vittorio Emanuele e di Garibaldi? Noi non siamo più nel 1859. Il mondo è cresciuto da allora; ha contratti nuovi impegni e nuovi doveri. Non dobbiamo pensare solo al passato, ma anche all’avvenire. Gli inglesi e i francesi l’hanno sentito: dobbiamo sentirlo anche noi; unirci a loro per tracciare in Europa non solo delle nuove frontiere meno inique, ma dei limiti che si elevino inviolati tra i grandi Imperi e i piccoli Stati; per assicurare ai nostri figli una pace più sicura e serena. Non solo un’Italia più grande dobbiamo noi desiderare, ma un’Italia più grande in un’Europa migliore; in una Europa in cui si facciano carne e sangue, sentimento e azione quelle grandi ideologie umanitarie a cui tanta guerra fu fatta negli ultimi cinquanta anni, con la penna e con la spada.
L’impresa è ardua, senza dubbio. Il nemico è risoluto e potente. Ma ci sarebbe da disperare di noi stessi e dell’avvenire se tanto sangue, se tanti pensieri, se tanta concordia, tanta risolutezza, tanti popoli non bastassero a ben’avviarla. Bisognerebbe conchiudere che noi e i nostri figli siamo ormai destinati a esser sepolti sotto le rovine di un grande secolo. L’uomo può fare il sacrificio totale di sè in una contingenza suprema, ma ama la pace, vuol godere i frutti del suo lavoro, è attaccato a questa breve esistenza terrena. Le masse prenderebbero in orrore una civiltà che, in cambio di un po’ più di pane, di luce, di ferro, di oro e di velocità, imponesse ad ogni generazione un sacrificio come il presente; che negli intervalli largisse una pace incerta, torbida di odî, grave di oneri militari insopportabili; o che promettesse pace meno precaria e meno pesante, a prezzo dell’egemonia di una stirpe cupida e prepotente. Potrebbero gli uomini venerare ancora la scienza, aver fiducia nella democrazia, amare il proprio lavoro, credere nel progresso?
Ma no: nè noi nè i nostri figli non assisteremo a questa catastrofe. Sono pronti e alla mano gli elementi necessari per restaurare nell’Europa devastata da questa terribile guerra un ordine nuovo, più sincero, più giusto e più stabile. Già sono abbozzate, se non sono ancora elaborate in ogni loro parte, le dottrine che giustificano e pronta è la forza che può imporre i principî cardinali di questo ordine nuovo. L’Inghilterra, la Francia, la Russia, l’Italia, aiutate da alcune Potenze minori, sorrette dalle simpatie del mondo, devono poter compiere insieme quest’opera. I sacrifici saranno grandi; ma la messe sarà splendida, quando sarà matura. Necessità vuole dunque che l’Italia sia e si senta in questa prova parte dell’Europa che si sforza di superare una delle vette più scoscese incontrate sulla sua via dalle origini della sua storia; che intenda di dover dare l’opera sua per sciogliere anche un problema universale, che tocca tutti, gli Italiani come i Russi, i Tedeschi come i Francesi, gli Americani come i Belgi; che voglia lottare nel tempo stesso per sè e per gli altri. Non ci fu nella storia forse mai altra congiuntura, in cui l’interesse nazionale si integrasse nell’interesse universale: non guastiamo questo accordo meraviglioso; illustriamolo a noi stessi e sforziamoci di chiarirlo alle masse, perchè nessun mezzo sarà più efficace per sostenerne il coraggio alla prova, che potrebbe essere lunga e difficile. L’universale commozione, di cui fummo testimoni nei primi giorni d’agosto, prova che, se solo pochi spiriti più profondi possono penetrare sin nelle viscere di questa crisi storica, le masse hanno confusamente sentito, sdegnandosi come allora si sdegnarono, che in mezzo a questo immane soqquadro i popoli non cercano solo delle nuove frontiere politiche ma dei nuovi limiti ideali; che lottano per alcuni di quei principî morali che l’uomo sente anche senza preparazione di studî e senza raffinato lavoro di pensiero. Una parte dell’Europa è oggi in armi, e versa il suo sangue, per assicurare al travagliato continente il più prezioso e desiderato dei beni, la pace: ripetiamolo senza stancarci alle masse, per rinfocolarne l’ardore a questa opera, che sarà benedetta dalle generazioni future. Queste ne godranno più di noi: ma a noi rimarrà il merito e la gloria.
E ricordiamoci infine che la crisi di Maggio ha distrutto, forse per sempre, quel curioso, artificioso e in parte ignorato governo che reggeva l’Italia da quasi quindici anni e che era una mescolanza — o contaminazione, se vogliamo usare la parola antica — di potere personale e di governo di parte. Ricordiamoci che, quali e quanti fossero i difetti di quel governo, esso ha retto l’Italia per quasi quindici anni, e che la sua caduta farà come un gran vuoto nello Stato; ricordiamoci che noi siamo in guerra; e che perciò è necessario, questa volta, riempire quel vuoto al più presto, e non di egoismi, di rivalità, di odî, di espedienti, di abilità, di piccoli interessi e discordie, di macerie e rottami: ma di capacità, di coraggio, di fede, di concordia, di idee, di alte ambizioni, di coerenza e di patriottismo sentito, con le materie solide insomma di cui si fanno le grandi costruzioni della storia. Ricordiamoci infine che la guerra del 1859 creò in Italia un governo, il quale per quindici anni ebbe autorità da poter fare, tra molti errori, anche cose degne di lode; e auguriamoci questa nuova guerra possa darci un nuovo governo che, poco importa con qual nome e con quali forme, sia almeno una forza; forza circoscritta e limitata fin che si vuole, ma vera forza; non simulacro, non apparenza, non finzione e impostura, sollecita solo di nascondere al popolo la sua vanità.