IV. L’ITALIA E LA GUERRA EUROPEA
Reading edition
Nel primo di questi tre studi sono ristampati quattro scritti pubblicati nel Secolo, il 23 e il 26 aprile, il 1º maggio e il 17 giugno 1914, i quali trattano dei fatti e degli avvenimenti di maggior rilievo, avvenuti negli anni precedenti la guerra. Sebbene le difficoltà di cui l’autore mostrava allora inquietarsi come s’inquietava il Paese, non appariscano ormai più ai nostri occhi che come dolci collinette a pie’ dell’Imalaia che ci sta innanzi e che ci è forza varcare, quegli studi sono stati ristampati tali e quali, perchè è sembrato all’autore possano servire come documenti storici e quindi aiutare così a capire i gravi avvenimenti degli ultimi tempi come ad orientarsi in mezzo alle difficoltà presenti.
Il secondo studio, «L’Italia esitante», è uno scritto, composto nel mese di gennaio del 1915 e stampato nel fascicolo dell’Atlantic Monthly Review per il mese di aprile. L’Atlantic è la più autorevole delle riviste non illustrate d’America; e si pubblica a Boston. Queste pagine furono scritte per spiegare le perplessità dell’Italia agli Americani — e non erano pochi — che un po’ per affetto all’Italia, un po’ per avversione agli Imperi germanici, si meravigliavano che essa tardasse tanto a prendere le armi. Espongono lo stato delle cose quale era al principio del 1915.
Il terzo studio, «La crisi di Maggio e la guerra», è inedito. Il titolo ne dichiara l’argomento e lo scopo, senza che occorrano dilucidazioni.
I. PRIMA DELLA GUERRA: UOMINI E FATTI
1. — Il monopolio delle assicurazioni. (Dal Secolo, del 23 aprile 1914).
L’erario, le industrie, i commerci in tormentose strettezze; disorientate le menti e inaspriti gli animi in ogni parte; i socialisti di nuovo in armi come nel 1900; mal sicure e piene di sospetti le relazioni coi vicini, in Europa ed in Africa; debole e incerto il Governo; la moltitudine un mare che si arriccia minacciando tempesta.... Lunga è la lista dei mali presenti. Quel certo assestamento a cui il Paese era giunto faticosamente nel primo decennio del secolo, è sconvolto di nuovo; ma nessuno potrebbe dire in quanto tempo ed a spese di chi le cose torneranno a bilanciarsi.
Ci rifaremo, per capire come venimmo a questi guai, da quel giorno della primavera del 1911, in cui Leonida Bissolati arrivò a piedi, in giacchetta e cappello moscio, alle porte della reggia; e salì bel bello le scale del Quirinale per ragionare con il Sovrano intorno alla situazione parlamentare. Nessuno ha dimenticato il susurro di quei giorni, e il gran malcontento che agitò il partito conservatore o costituzionale che dir si voglia, quando si ebbe notizia che il Bissolati era nelle viste del nuovo Governo come ministro. A stento e brontolando la maggioranza aveva tollerato che due ministri radicali sedessero nel Gabinetto Luzzatti; ed ora l’uomo in cui il partito o i partiti costituzionali riponevano piena fiducia, che tutti avevano evocato dal suo ritiro a Roma a impugnare con mano più ferma il timone, voleva chiamare al Governo i socialisti addirittura? Ma i malcontenti si rabbonirono, quando il Bissolati ebbe fatto il gran rifiuto; perchè a paragone del peggio che avevano temuto — dei socialisti — i ministri radicali parvero un male tollerabile. L’on. Giolitti era in quei dieci anni venuto in tanta fama di abilità, che non parve alla parte conservatrice lecito disperare egli volesse e sapesse servirla anche con quel Ministero screziato di rosso. Onde la Camera gli manifestò unanime fiducia, quando egli espose il suo programma, annunciando due grandi riforme: il monopolio delle assicurazioni sulla vita e il suffragio universale.
Fu dopo quel voto, e nei mesi di aprile e di maggio del 1911, che la fortuna dell’on. Giolitti toccò l’apogeo. «Siamo giunti al perfetto equilibrio — mi diceva verso la metà di maggio un deputato tra i più colti e intelligenti. I partiti si bilanciano ormai, egualmente contenti». E così poteva sembrare davvero, in quelle settimane. Delle tre sorelle dell’Estrema, l’Estrema radicale si godeva la luna di miele del potere; l’Estrema socialista non stava in sè per la gioia di sapersi ormai ufficialmente fidanzata con il Governo, si chiedeva ogni giorno se sognava o era desta, e affrettava con il desiderio le auspicate nozze; la Estrema repubblicana non poteva esser nè maritata nè fidanzata, avendo fatto voto di castità, ma non osava turbare la gioia delle due sorelle più fortunate, che del resto nell’egoismo della loro felicità non la guardavano più neanche in faccia. L’Estrema socialista anzi non si riconosceva più; e come succede spesso alle fidanzate, si sentiva presa di subito affetto e ammirazione per tutto quello che circondava o avvicinava lo sposo; anche per il suocero, che nel caso era l’on. Giolitti.
Ma la prosperità è caduca — diceva la saggezza antica. Questa gioia e questa ammirazione di tutti i partiti durarono fino al giorno in cui fu scoperto in Roma il gran monumento di Re Vittorio. La sera prima, a tarda ora, la «Stefani» aveva divulgato il disegno di legge proposto dal Governo per monopolizzare le assicurazioni sulla vita. Caddero quella mattina le tele che avvolgevano la statua del Re; e tutto il giorno, fino a notte inoltrata, Roma tripudiò, esaltandosi nelle memorie del passato. Ma che sorpresa, i giorni seguenti, quando, quetate le fanfare e tolte vie le bandiere della festa, le gente rilesse a mente fredda e con ponderazione il testo della legge! Io non voglio qui discutere le ragioni di alto interesse pubblico, con cui si cercò giustificare una tanto grave perturbazione dell’ordine giuridico garantito dalle leggi a tutte le industrie e a tutti i commerci: se cioè fosse quello il miglior modo o almeno un modo sicuro di far lo Stato meno ligio ai grandi potentati della finanza. Anche se l’avvenire dovesse comprovare definitivamente questo argomento, lo storico non può non osservare che, nel momento in cui la legge fu proposta, questo interesse di Stato appariva remoto, mentre la perturbazione era profonda e imminente. Con un tratto di penna quella legge pretendeva distruggere una industria fiorita liberamente per forza propria e all’ombra del diritto comune, rifiutando qualsiasi risarcimento a coloro che ne vivevano, per i capitali e il lavoro spesi a farla prosperare; gettava nell’ansietà un infinito numero di persone poco facoltose, riducendole a temere — a torto o a ragione — che rovinassero le Compagnie di assicurazione a cui avevano affidati i sudati risparmi, unico schermo contro certi colpi molto temuti della Fortuna; screditava l’Italia presso l’alta finanza dell’Europa, largamente interessata in molte Compagnie operanti nella penisola, e che non potevano rassegnarsi, senza almeno protestare, ad una così improvvisa confisca.
Io non so davvero spiegare come la consumata esperienza di uomo, invecchiato nel Governo degli uomini, abbia potuto così lungamente illudersi che una legge di quel tenore potesse essere facilmente approvata, in un Paese in cui — e chi poteva saperlo meglio di lui? — il Governo è così debole di fronte a tutti gli interessi particolari; ed è costretto a rispettare come sacri tanti diritti acquisiti molto meno legittimi e meno difesi di questi, di cui si proponeva di far scempio nel volger di un giorno. O piuttosto me lo spiego, ripensando che agli uomini i quali hanno governato a lungo succede spesso che alla fine presumono troppo della propria potenza. Questo caso così frequente si ripetè forse una volta ancora, nella primavera del 1911, in Italia. In pochi giorni, infatti, il Governo che poche settimane prima pareva idolatrato da tutta l’Italia, fu assalito da ogni parte da critiche, recriminazioni, invettive e rampogne furenti. L’Orlando Furioso dell’opposizione, il martello dei ministri novelli, il Giornale d’Italia, diè in un’altra di quelle sue matte furie e incominciò a tirar colpi all’impazzata; gli interessati — assicurati e assicuratori — si intesero e cercarono di far valere le proprie ragioni come sapevano e potevano; i sonnecchianti rancori dei gruppi e dei partiti si risvegliarono. Per opprimere i ricchi con leggi di quella natura l’Estrema Sinistra voleva scalare il potere e l’on. Giolitti si curvava a farle spalla!
Gli stessi socialisti avevano da principio ricevuto con una certa indifferenza questo regalo del Governo. Avrebbero forse preferito un altro presente di nozze. Non si riscaldarono un po’ che quando videro la maggioranza parlamentare e i giornali conservatori andar sulle furie: ma allora uscirono in un elogio della legge che dovette far venire la pelle d’oca al Governo. Dissero che la legge a loro piaceva solo perchè era il primo saggio di «espropriazione senza risarcimento!». Anche gli altri difensori meno accesi della legge usarono, forse anche abusarono, di argomenti presi a prestito alla demagogia: denunciarono all’invidia delle masse i grassi guadagni e le pingui sinecure degli assicuratori; malmenarono alla cieca l’alta banca; e scagliarono qualche saetta intrisa di tossico nazionalista contro la finanza che non conosce frontiere. Ma tutti questi argomenti esasperavano addirittura la maggioranza del Parlamento contro il detestato monopolio; cosicchè nelle settimane in cui il testo della legge giacque sul tavolo della Commissione parlamentare incaricata di scrutarne le viscere, la corrente delle opposizioni e delle critiche ingrossò rapidamente, rumoreggiando sempre più fragorosa, come una piena, nei giornali, negli anditi della Camera, nei crocchi politici e perfino in qualche pubblico comizio....
La critica del resto facilmente trionfava delle timide difese, perchè la legge, preparata con incredibile fretta e leggerezza da un ministro incompetente e incapace, era zeppa di errori, di lacune e di contradizioni. Ma quando la discussione incominciò nella Camera dei Deputati.... Oh meraviglia! Quella piena di critiche e di rampogne parve ad un tratto sparire sotto terra, in qualche misteriosa voragine. Per molti giorni la legge, che in piazza era stata impugnata con tanta veemenza, fu timidamente criticata e superficialmente difesa da oratori quasi tutti oscuri, silenti od assenti gli uomini più autorevoli, davanti ad una assemblea enigmatica, che applaudiva ugualmente amici e nemici, e nella quale si vedevano i socialisti volteggiare intorno al Governo come una torma di beduini, lanciando per difenderlo invettive e interruzioni ai conservatori, che infuriati raccattavano e ritorcevano contro di essi i dardi da cui tante volte erano stati feriti, chiamandoli ascari, mazzieri e servitori del Giolitti. Il mondo alla rovescia, insomma! Chi avesse seguito da una tribuna, come l’ho seguita io, questa discussione, ma senza conoscere uomini ed interessi, avrebbe potuto pensar di leggere un rebus vivente che sfidava l’intelletto più sottile. Come era chiaro e piano invece quel rebus, a chi ne possedeva la chiave! La Camera non voleva approvare la legge, ma non osava neppure rovesciare il Ministero, ognuno temendo lo scioglimento della Camera. Applaudiva quindi i deputati favorevoli per dimostrare ossequio al Governo; applaudiva gli oppositori per fare manifesto il proprio animo avverso alla legge; e intanto aspettava con pazienza, come una moglie sottomessa aspetta che il marito ritorni a lei da un passaggero capriccio, che il Governo si ravvedesse, capisse il tormento che la struggeva, e correggesse almeno la legge. Tante altre volte il capo del Governo aveva saputo cedere a tempo!
Ma il capo del Governo si ostinò questa volta. Non si lasciò smuovere nè dai giornali, nè dagli interessi, nè dai savî, nè dal numero delle opposizioni, nè dagli incerti umori della maggioranza. Fu necessario il discorso dell’on. Salandra e i segni manifesti di una imminente rivolta della maggioranza, perchè acconsentisse finalmente a tentare accordi e accomodamenti tra la legge e i diritti acquisiti: ma era troppo tardi!
Il momento in cui il Ministero avrebbe potuto riparare l’errore iniziale senza scapitare nel prestigio e nella forza era passato da un pezzo. La Camera si aggiornò dopo aver approvato il principio generico della legge e rimandata a novembre la discussione degli articoli. Ma ormai il destino era irrevocabile. Pochi mesi ancora, e il Governo democratico, con tutti i propositi che maturava, con tutte le speranze che aveva risvegliate, andrebbe ad arenarsi per sempre nelle Sirti. Poichè proprio la grave crisi interna e parlamentare, generata dall’accordo dell’on. Giolitti con l’Estrema Sinistra, dal monopolio e dalla legge del suffragio universale, ha spinto il Governo alla guerra di Libia.
2. — Il suffragio universale e la guerra di Libia. (Dal Secolo, del 26 aprile 1914).
Per quale ragione l’Italia mosse, tre anni sono, così all’improvviso, tanta mole di armi alla conquista della Libia? Perchè l’ora del destino era suonata sul quadrante della storia? Perchè l’equilibrio del Mediterraneo sarebbe, se no, stato alterato ai nostri danni? Perchè i giornali avevano scaldata la testa al pubblico ignaro o perchè faceva comodo al Banco di Roma? Ognuno scioglie il quesito a modo suo; tutti credono di avere — e in parte hanno — ragione. Il popolo non si muove mai ad una impresa di guerra, se molti non sono a spingerlo. Tuttavia tra i fattori dell’impresa due furono certo di grande rilievo: il movimento della opinione pubblica, che tra l’agosto e il settembre del 1911 venne per la Tripolitania in quella furia di conquista che tutti ricordano; e la debolezza del Governo, che non potè opporsi alla pubblica esaltazione.
Nei mesi di giugno e di luglio del 1911, mentre la legge del monopolio era discussa nella Camera dei deputati, la situazione politica si alterò più profondamente che non paresse agli osservatori superficiali. Quella legge, la leggerezza e l’incapacità che l’avevano preparata, la sopraffazione statale che essa minacciava con ogni parola, gli argomenti demagogici che l’avevano difesa, la baldanza dei socialisti e la impazienza manifesta con cui affrettavano le desiate nozze con il potere, risvegliarono nei conservatori o costituzionali che dir si vogliano — nella maggioranza — il sopito malumore e la sonnecchiante diffidenza per l’avvento dell’Estrema Sinistra al potere. Con che diritto una minoranza usurpava tanta parte del potere? Spetta o non spetta il potere, nel regime parlamentare, alla maggioranza? E poi: era proprio matura una riforma, che inscriveva nella lista degli elettori milioni di analfabeti? Il suffragio universale, pure spiacendo, non aveva troppo inquietata da principio la maggioranza, sinchè questa aveva pensato di poter fidarsi a occhi chiusi del capo del Governo. Ma ormai molti non riconoscevano più nel capo del Governo l’uomo che per tanti anni aveva loro permesso di dormire sonni tranquilli. Dove volgeva? Quale uso intendeva fare dell’autorità acquistata governando per un decennio l’Italia? Voleva forse conciliare la Monarchia e i Rossi a spese dei vecchi partiti e delle classi ricche?
Chi sfogliasse i giornali di quei tempi li troverebbe pieni di queste ansie e di questi timori. Nel tempo stesso il Governo, dopo aver sognata per qualche mese l’onnipotenza sicura, apriva gli occhi; si avvedeva che così il mantenersi al potere come il far approvare il monopolio e il suffragio universale sarebbero imprese più ardue del previsto. E come sempre è accaduto e accadrà, dalle difficoltà interne cercò aiuto e riparo fuori di casa.
Tutti ricordano che tra il luglio e l’agosto del 1911 il Governo italiano attaccò briga con l’Argentina, a proposito di certi regolamenti sanitari; e da un giorno all’altro vietò l’emigrazione per il Plata. Questa mossa energica non poteva non piacere all’opinione pubblica, ancora calda delle feste cinquantenarie; e quindi rafforzava il Ministero. Ma intanto erano incominciate le trattative tra la Francia e la Germania per il Marocco; e ben presto fu chiaro che il decrepito impero stava per cadere, implorando protezione, ai piedi della Francia. Incominciò allora, nell’opinione pubblica, una inquietudine che, fomentata da molti giornali — e massime da quelli che più fortemente avevano avversato il Ministero e il monopolio — divampò presto in agitazione. Si rinfrescarono nella memoria del pubblico le delusioni dell’Egitto e di Tunisi; si ripetè che tutti pigliavan qualche cosa e noi sempre a mani vuote; si gridò che quella era la suprema occasione; sinchè commosso e agitato come un gran pericolo ci pendesse sul capo imminente, il pubblico chiese a gran voce la Tripolitania a compenso del Marocco preso dalla Francia. Quale sarebbe stato il dovere di un Governo forte in quel frangente difficile?
Resistere. Il pubblico non sapeva che, chiedendo la Tripolitania, chiedeva nientemeno che l’aggressione in piena pace di una grande Potenza europea; e dimenticava, mettendo in un fascio la Tripolitania, la Tunisia ed il Marocco, che la Tripolitania era una provincia dell’Impero turco, e l’Impero turco una grande Potenza europea, come la Francia, l’Austria-Ungheria o la Germania, rappresentata nelle capitali del mondo da ambasciatori; che tra Potenze europee non si fanno guerre e conquiste se non c’è almeno un serio pretesto, in mancanza di una ragione. La fatalità storica, il diritto della civiltà superiore, la necessità di compensi per gli altrui ingrandimenti non sono ammessi ancora in Europa tra i motivi o i pretesti di guerra. Se l’Austria, delusa nelle sue ambizioni orientali dalla guerra balcanica, avesse gridato a un tratto di sentirsi spinta dalla fatalità storica a impadronirsi del Veneto e ci avesse dichiarata la guerra, affermando che essa non voleva essere soffocata nell’Adriatico, che cosa avremmo detto noi e che cosa avrebbe detto il mondo? Ma il pubblico incitava il Governo italiano ad agire con la Turchia proprio a questo modo.
È vero che i letterati italiani, dal Machiavelli in poi, hanno sovente e volentieri considerato il diritto e la morale come veli bugiardi gettati sul mondo per nascondere la lotta brutale degli interessi, dai quali un uomo di Stato abile e destro non si lascia impacciar troppo. Ma è da sperare, per l’avvenire e per la salute del nostro Paese, che il Governo non dimenticherà sempre così facilmente che anche i principî di diritto internazionale, pur essendo limitati, parziali e convenzionali, sono una delle impalcature che reggono alla meglio nel mondo quell’ordine a cui si suol dare nome di civiltà. Nè credo possa dubitarsi che, se il Governo fosse stato più forte, non si sarebbe così facilmente indotto a dichiarare la guerra in quel modo che parve troppo spicciativo in tutta Europa, a quanti pensano che il diritto delle genti non debba essere solo un elegante passatempo di professori o un pretesto per concorrere al premio Nobel.
Ma il Governo non poteva fare più assegnamento nella Camera sopra una sicura maggioranza. Ma aveva proposto il monopolio e il suffragio universale che la Camera non voleva approvare. Ma aveva urtati, indispettiti, anche un po’ spaventati i partiti più potenti e i ceti più ricchi. Se avesse cercato anche di resistere a quella esaltata opinione popolare, avrebbe corso pericolo di essere rovesciato. Tutti i nemici del monopolio e del suffragio universale non l’avrebbero assalito, rimproverandogli di non aver difesi gli interessi dell’Italia nel Mediterraneo? Con l’aiuto della collera pubblica, anche una opposizione imbelle come quella che guatava nell’ombra il Governo, poteva buttare nel Mediterraneo il Ministero e quelle leggi detestate, senza più temere lo scioglimento della Camera. Non parrà cosa probabile, a chi ricordi quale era lo spirito pubblico nell’autunno del 1911, che un Governo, rovesciato per non aver agito in Africa, avrebbe osato appellarsi al Paese; e tanto peggio per lui, se avesse osato!
Non è da meravigliarsi dunque che il Ministero Giolitti abbia in settembre gettati i dadi. La situazione politica interna non gli lasciava scampo: o conquistava la Tripolitania o era spacciato. E quella situazione non diè tregua al Governo nei primi mesi della guerra, sinchè le due leggi, da cui tutto questo scompiglio è nato — il monopolio ed il suffragio — non furono approvate.
Nell’ultima discussione parlamentare l’on. Giolitti, rispondendo agli oratori che avevano biasimate le lentezze della guerra, disse che il Governo aveva voluto piuttosto spendere denaro che versare sangue. Decisione che a me pare molto savia, anche se sarà giudicata un’eresia dai generali educati alla scuola di Napoleone. Ma la guerra è un’arte viva e parte della politica: bisogna dunque adattarne i metodi ai tempi e agli uomini. Chi pensa che le masse avrebbero allegramente consentito a prodigare il proprio sangue per conquistare la Tripolitania e la Cirenaica, vada a governare la repubblica di Platone. Ai tempi che corrono, guai al Governo il quale, in una guerra coloniale, dimenticasse che il sangue è un liquido più prezioso dell’inchiostro; e che non si può prodigare il sangue a far delle grandi battaglie, come i giornali prodigano l’inchiostro a reclamarle e a descriverle!
Senonchè qualche deputato socialista avrebbe, a quel punto del suo savio discorso, dovuto interrompere il capo del Governo, dicendogli: «Sta bene, ma allora non dovevate decretare l’annessione!». Qui sta il punto. Il decreto di annessione richiedeva una guerra rapida, energica, aggressiva: non la cauta guerra di posizioni, che abbiamo rinnovata in Africa dalle campagne militari del settecento. Tutti i guai della guerra di cui ci lagniamo sono nati da questa contradizione tra lo scopo che si voleva conseguire — l’annessione, ossia la resa incondizionata dell’avversario — e il modo di guerreggiare che abbiamo scelto e che — lo ripeto — era il solo che potesse essere voluto da un Governo non impazzito. Da questa contradizione, procedè infatti la interminabile lunghezza della guerra e la sua spesa immoderata; da questa contradizione, quello snervante gioco di minaccie eternamente sospese, di bombardamenti a fior di pelle, di operazioni mai decisive; da questa contradizione, quella guerra platonica, che alla fine aveva esasperato noi, i nostri nemici e l’Europa tutta; da questa contradizione, la fine della guerra, che sarebbe difficile dire se fu una gran fortuna o una catastrofe. La pace di Losanna fu sottoscritta dai Turchi, perchè ormai incalzava la guerra balcanica: la guerra balcanica, dunque, fu lì per lì una provvidenza, perchè ci permise di uscire alla meglio da quella contradizione impossibile in cui ci eravamo cacciati, volendo uccidere il nemico senza colpirlo a morte. Ma è lecito chiederci se non minacci di diventare nell’avvenire una catastrofe, tante difficoltà nuove sono nate da quella.
Orbene: perchè nei primi giorni di novembre, quando appena avevamo messo il piede nel paese, all’improvviso, il Governo usci fuori con quel decreto? Nella risposta sta la ragione di molte tra le maggiori difficoltà in cui siamo impigliati. Nè pretendo di darla io, questa risposta. Non occorre però esser molto addentro nei segreti della nostra politica, per affermare che il motivo primo di quell’atto gravissimo, il motivo senza il quale gli altri, che possono avervi contribuito, sarebbero stati senza effetto, deve cercarsi anche quello nella situazione interna. Una pace che avesse assegnato a noi i territori turchi dell’Africa salvando il prestigio del Sultano di fronte ai Mussulmani, poteva, pur essendo seme di difficoltà future, risparmiarci molte delle difficoltà presenti. Ma tale pace, finchè durava la furia nazionalista dell’opinione pubblica, e finchè le due famose leggi non erano approvate, poteva mettere in gran pericolo il Governo. Che rumore avrebbero levato in ogni parte i nemici del Ministero, i nemici del monopolio, i nemici del suffragio universale, che erano tanti, denunciandola all’opinione pubblica come una sciagura!
Non ci sarebbe da meravigliarsi se un giorno si venisse a sapere che il Governo, inquieto per lo zelo con cui qualche Potenza europea cercava di persuaderci ad una ragionevole transazione con la Turchia, abbia fatto il famoso decreto per poter meglio resistere a consigli ed esortazioni, che gli avrebbero create gravi difficoltà interne. Quel famoso Ministero insomma, per le persone che lo componevano e le leggi che proponeva, non ha potuto reggersi in una Camera di diversa opinione e di altro sentire; non ha potuto far approvare il monopolio e il suffragio universale, che capitolando innanzi alla corrente nazionalista, scatenata dalla guerra. La guerra alla Turchia e il decreto di annessione furono il prezzo posto dal partito conservatore all’approvazione del monopolio e del suffragio. Il Paese sborsò volonteroso il prezzo; e quindi il Governo potè forzare la situazione parlamentare e far approvare, da una maggioranza ostile, una legge attenuata di monopolio, e il suffragio universale, tal quale l’aveva proposto. Ma il prezzo era più gravoso assai che il Paese non credesse da principio; onde è nato il penoso stato presente. Il quale richiede ancora una breve disamina; e sarà poi possibile tirare la conclusione di questa rapida storia.
3. — Non vogliate essere troppo abili! (Dal Secolo, del 1º maggio 1914).
Mi è capitato spesso, in questi ultimi tempi, di udire deputati di parte ministeriale esclamare sospirando: «Pare impossibile, ma dal 1911 in poi Giolitti non ha commesso che errori! Dove se ne è andata quella sua antica e famosa abilità?». In verità l’on. Giolitti non ha commesso che un errore, dal quale tutti gli altri hanno poi proceduto, per quel ferreo destino che lega l’una all’altra le azioni umane.
Dico errore, perchè questo è forse uno dei pochi casi della storia politica in cui la parola «errore» può essere adoperata non impropriamente, ma per quel che davvero significa: atto cioè che ebbe conseguenze non liete e che poteva schivarsi. Troppo spesso infatti noi imputiamo le pubbliche sciagure all’errore di un uomo di Stato, il quale fu invece costretto ad agire a quel modo, pur scorgendo dell’agire il pericolo, perchè altrimenti incorreva in un male maggiore. A pochi uomini di Stato invece capitò la rara fortuna e il tremendo cimento, che toccò al Giolitti in quella primavera dell’11, in cui la sua potenza toccò l’apogeo. Egli era allora veramente arbitro della situazione: poteva cercare i suoi ministri a destra come a sinistra, perchè ogni parte della Camera era pronta all’ossequio e alla chiamata; poteva scegliere nella farragginosa eredità del Gabinetto antecedente a piacere; fare un passo indietro o fare un passo innanzi sulla via della riforma elettorale, in cui il suo predecessore aveva messo il piede troppo alla leggera.
Per qual ragione egli cercò i suoi collaboratori tra i radicali e i socialisti, e propose il monopolio e il suffragio universale? Lo mosse certamente la speranza di gettare un altro ponte tra le istituzioni e la moltitudine, anche a rischio di dover affrontare aspre lotte con i partiti conservatori. Proposito nobile, senza dubbio: ma alla nobiltà del proposito corrispondevano le forze? Se è vero quel che si dice, egli avrebbe pensato che la sua potenza personale, tanto cresciuta nell’ultimo decennio, potesse bastare, se appoggiata risolutamente dagli uomini di parte Estrema, a sforzare le resistenze dei partiti conservatori. Senonchè questo pensiero fu il vero e proprio errore suo, dal quale tutti gli altri mali hanno proceduto. I fatti hanno data ragione ai pochi che sin dal principio giudicarono artificioso e temerario quel piano. Offrendo parte del potere ai radicali e ai socialisti, il Giolitti si indebolì invece di rafforzarsi ad un Governo di riforme: perchè la maggioranza, composta ancora di conservatori, avversò le sue riforme per una doppia ragione e con una forza doppia: per essere quelle ancora acerbe al loro gusto e per esser proposte da un Ministero che scivolava troppo a sinistra. Cosicchè per conservare il potere e per poter vincere l’opposizione nascosta o palese alle due leggi capitali da lui proposte, dovè fare la guerra e farla secondando la corrente imperialista.
A questo errore del capo del Governo corrispose un errore della parte Estrema. Troppo facilmente questa parte si illuse, tre anni fa, di potere, facendo leva della potenza personale dell’on. Giolitti, smuovere il principio della maggioranza su cui posa il regime parlamentare e impadronirsi, almeno parzialmente, del Governo prima del tempo, pur essendo ancora piccola minoranza. Il sogno era bello, ma era un sogno: e quanto meglio avrebbero fatto quei partiti a dar retta al Fradeletto, che parve allora ai più un sognatore, mentre era il solo che vegliasse e vedesse, ad occhi aperti, il mondo e le cose quali erano! Forse il Paese non si troverebbe oggi in tanti guai.
Ma più grave è la responsabilità dei partiti e dei gruppi che disponevano della maggioranza nel Parlamento. Questi gruppi e questi partiti avevano il diritto di governare e la forza per far valere questo diritto, che nei regimi parlamentari è appunto la maggioranza. Questi gruppi e questi partiti non volevano nè un Governo per metà radicale, nè il monopolio, nè il suffragio universale: perchè dunque non si sono serviti della forza di cui pure disponevano per rovesciare il Ministero sin dal principio? Perchè hanno invece giuocato di astuzia prima e tentato poi, quando l’esaltazione popolare parve offrirne l’occasione, di affogare nel Mediterraneo quel detestato Governo con le sue leggi, mentre avevano pronta e alla mano l’arma infallibile per recidere il sottile stame a cui per tanti mesi fu appesa la sua vita? Perchè delirando alla fine anche essi insieme con le masse, e nella folle speranza di sterminare i socialisti, hanno forzato il Governo non soltanto a impadronirsi nel modo più spiccio e più semplice della Tripolitania, ma a fare di proposito e per un puntiglio d’amor proprio una guerra lunga e dispendiosa, che ha così sordamente irritate le plebi?
La qual cosa apparirà un immane errore, sopratutto a chi la consideri alla stregua dei ragionevoli interessi dei partiti conservatori. Questi avranno negli anni venturi fin troppo frequenti occasioni di borbottar fra i denti, come Strepsiade nelle Nuvole di Aristofane: «Maledetta guerra! Non posso più nemmeno castigare i miei servi». La lunghezza della guerra — ci accadrà pur troppo di dover toccare spesso questo tasto — ha indebolito ancor più lo Stato così di fronte alle masse, come a petto delle potenti consorterie finanziarie e burocratiche che da un pezzo minacciano sopraffarlo: ed è questo, tra gli effetti della guerra, certamente il più funesto, quello che forse annulla da solo tutti gli altri vantaggi che la guerra ha potuto procurarci, e quello che peserà maggiormente sulle classi alte.
Non ho ricapitolata la storia di questi tre anni per incoraggiare il pubblico alle sterili recriminazioni o per giudicare uomini e cose con il facile senno di poi: l’ho ricapitolata affinchè riesca più agevole ai più intendere la luminosa lezione che essa ci porge. Per quale ragione siamo noi cascati nelle presenti difficoltà, che se non sono invincibili, sono certo gravi e numerose? Perchè tutti i partiti hanno voluto esser troppo abili e furbi; e hanno creduto di poter giocare impunemente di scaltrezza con il principio stesso su cui riposa il regime parlamentare: il principio di maggioranza.
Questo principio, come tutti i principî su cui posa di secolo in secolo, nelle sue mutazioni incessanti, l’ordine sociale, è convenzionale, limitato, rovesciabile, non necessario. È una finzione, che un ingegno sottile e baldanzoso può facilmente, solo che voglia, sbugiardare, provando che non nelle maggioranze ma nelle minoranze si ritrova più spesso il senno e la ragione. Ma gli italiani furon sempre gente di ingegno sottile e baldanzoso: da quando poi hanno perduto il santo timor di Dio frequentando le scuole filosofiche aperte da due secoli nei diversi Paesi di Europa, e specialmente in Germania, sono diventati dei terribili sofisti, che giuocano con i principî politici, morali, giuridici, estetici di cui il mondo ha vissuto e in cui il mondo ha creduto per tanti secoli, come il prestigiatore giuoca con i fazzoletti, i coltelli, le palle od i piatti.
Non è quindi da meravigliare se un uomo, fattosi in dieci anni potentissimo nel Parlamento e nello Stato, abbia pensato alla fine di poter sforzare questa finzione convenzionale sino a farne lo strumento per porre ad effetto, a dispetto della maggioranza, un suo vasto disegno politico; se delle minoranze abbiano creduto di potere, con un po’ di scaltrezza, eluderla a proprio vantaggio e del Paese, scalzando la maggioranza; se la maggioranza, minacciata da queste scaltrissime abilità, si sia a sua volta illusa di poter difendersi con una scaltrezza ancor più sottile: mantenendo intatti i suoi diritti senza compier nessuno sforzo per farli valere!
Poche volte si videro tante abilità giostrare tra di loro in più elegante torneo, intorno ad una formula, che essendo finzione, e cioè apparenza, sembrava innocua ed inerte. Ma ahimè! Le finzioni che reggono il mondo si vendicano a volte in maniere impensate e terribili degli uomini che tentano far loro violenza o frodarle. Così fu che per voler vincersi l’un l’altro in abilità ed in scaltrezza, uomini e partiti accumularono negli ultimi tre anni tanta mole di errori, di imprudenze e di impegni, che il Governo non meno che il Paese se ne risentiranno per un pezzo.
È dunque venuto il tempo di ricordare che, se i principî su cui posa l’ordine sociale sono in una certa misura convenzionali, limitati, arbitrari, non necessari, non è possibile nè Stato, nè politica, nè ordine morale, nè ragionevole concordia di intenti e di opere, se gli uomini non frenano le passioni e la smania di ragionare in modo da agire come se quei principî, sinchè vigono, fossero assoluti ed eterni; se non li rispettano lealmente, invece di cercare di eluderli o violentarli. Il che tradotto in linguaggio meno filosofico e più chiaro vuol dire che la politica italiana ha bisogno di sincerità, di lealtà e di verità. Noi non ci trarremo dalle difficoltà in cui ci ha spinta una abilità troppo innamorata di combinazioni artificiose, se i partiti, se i gruppi, se gli uomini non ritorneranno ad una più aperta schiettezza e semplicità di intenzioni e di atti; se tra il dire e il fare continuerà a interporsi un oceano di reticenze, di sottintesi, di scaltre menzogne, di segrete mire, di interessate e consapevoli imposture; se le minoranze non avranno pazienza di aspettare il potere finchè non saranno maggioranza; se la maggioranza non avrà il coraggio e l’energia di far valere il proprio diritto, ma crederà che ad assicurarlo bastino i testi e le dottrine che i professori commentano nelle Università innanzi a qualche dozzina di studenti sonnecchianti e svogliati; se gli uomini cui tocca di governare il Paese, a furia di volere esser abili, saranno così ingenui da illudersi che all’abilità dei partiti politici sia rimasto quel potere di far miracoli, che gli uomini negano ormai perfino a Domeneddio.
4. — La settimana rossa. (Dal Secolo, del 17 giugno 1914).
Abbiamo noi veduti in questi giorni, per le piazze e per le vie delle cento città, proprio quei guizzi e quei lampi, che precorrono nella storia tutte le guerre civili? Non saprei. Certo è però che i casi di Ancona furono più che altro l’occasione a manifestare una avversione generale contro lo Stato e l’ordine costituito, che, sebbene sorda e confusa, apparisce — il negarlo sarebbe cecità — largamente diffusa.
Si potrebbe discutere assai e molto si discuterà intorno alle cause di questa crescente avversione. Io ne vorrei oggi studiare una sola, che non è tra le minori: l’indebolimento dello Stato. I popoli sentono i governi, come il cavallo sente il cavaliere: se è fermo in sella o se si può sbalzarlo di groppa. Lo spirito rivoluzionario e la forza dello Stato son come i due piatti della bilancia: uno scende, quando l’altro sale. Le masse italiane prendono coraggio a manifestare con atti rivoluzionari la loro avversione allo Stato, perchè lo sentono indebolito. Indebolito dalla guerra e dalla Libia. Indebolito dalle strettezze di denaro e dalle ultime elezioni. Indebolito dalla rivolta della burocrazia, dal disordine intellettuale delle classi governanti, dagli odî e dalle discordie che le dividono. Indebolito infine dall’estenuamento in cui il Parlamento è caduto.
Chi voglia capire in che strette ci ritroviamo, volga lo sguardo dal Paese a Montecitorio. Mentre si incendiano stazioni e chiese; mentre in tutta la penisola folle infuriate assaltano lo Stato con i sassi e lo Stato risponde a fucilate; mentre si preparano in ogni parte repressioni e rappresaglie, oscure notizie arrivano dall’Abissinia. A chi le sa leggere dicon chiaro che potrebbe presto scoppiare un’altra guerra tra il regno d’Italia e l’impero di Etiopia. Abbiamo ancora sulle braccia la Libia conquistata solo a metà. Abbiamo sulle braccia l’Albania. Siamo ricascati di nuovo in quella contradizione tra la nostra politica coloniale e la nostra politica continentale, che fu una delle cause di Adua. Dobbiamo versare nell’erario, ogni anno, parecchie centinaia di milioni di più. E pronto per affrontare tutti questi pericoli, per vincere tutte queste difficoltà, sta un Ministero che, sebbene conti parecchi ministri di ingegno egregio, non ha e non avrà mai maggioranza sicura; che vive alla giornata, non sapendo ogni mattina se il tramonto lo saluterà ancora al potere.... Ma la Camera non si risolve a rovesciarlo, perchè sa che il Ministero che gli succederebbe non sarebbe nè più stabile nè più forte di questo; perchè sa che il solo uomo il quale sarebbe sostenuto da una maggioranza sicura, ha bisogno di riposo. Cosicchè i più sono ridotti ad augurarsi che il solito «interregno», che si apre al principio di ogni legislatura, duri poco.
Se la situazione fosse quale la vedon costoro, sarebbe già grave. In un momento difficile la fortuna dell’Italia potrebbe pender dunque da un filo così sottile e così fragile come è la energia, la forza, la salute di un uomo solo? Ma più grave apparirà se si consideri che anche le speranze riposte segretamente o palesemente da molti nell’uomo possono a ragione giudicarsi chimeriche. Altro che interregno! È una vera crisi dello Stato, questa: la crisi del Governo che ha retta l’Italia negli ultimi quattordici anni; di quel curioso, artificioso e in parte misterioso Governo non compreso dai più, che fu una mescolanza — o contaminazione, se vogliamo adoperare la parola antica — di potere personale e di governo di parte.
Questo fenomeno è di così vitale importanza, che giova soffermarsi alquanto a studiarlo. Ci sono nel Parlamento, come si agitano nel Paese, dei partiti veramente politici, bene o male organizzati, e che rappresentano, alla meglio o alla peggio, le aspirazioni e i bisogni di questa o di quella parte della Nazione. Tali il partito socialista, il partito repubblicano, il partito radicale, il partito clericale; tale anche quel partito, meno ben definito, più ondeggiante e svaporato, ma di tutti il più potente, che chiamandosi qui costituzionale, là liberale, altrove monarchico o moderato, dappertutto sbandierando il tricolore e intonando la marcia reale, è il braccio e la voce di quella parte delle classi alte che, per sentimento o per interesse, è più ligia all’ordine di cose stabilito nel 1860. Ma questi partiti non contendono tra di loro con varia fortuna che per una parte dei 508 collegi. Gli altri collegi sono rappresentati in Parlamento o da milionari che li hanno comperati a peso d’oro; o da faccendieri, che li hanno mendicati con i favori spiccioli; o da campioni di potenti consorterie locali, che se ne sono impadroniti con le buone o con le cattive maniere; o da beniamini del Governo, che li hanno scroccati con l’aiuto di questo.
Di questa disparità di condizioni politiche un uomo si è abilmente prevalso, nel primo decennio del secolo, per primeggiare, come nessun altro prima di lui, nello Stato. Forte del prestigio acquistato debellando ed ammansando i socialisti, favorito dalla prosperità economica e da altre circostanze, che sarebbe troppo lungo esporre, l’on. Giolitti riuscì, tra il 1900 e il 1906, a raccogliere, nei collegi dove i partiti politici erano meno forti, una clientela di deputati ligi a lui personalmente, numerosa e fedele. Ci riuscì qui imponendo con la forza del Governo degli amici provati; là puntellando la fortuna pericolante di un partito o di un uomo; dovunque discernendo con occhio sicuro quello tra gli uomini e i partiti rivali che già da solo era più forte e facendo piegare definitivamente a suo vantaggio le sorti della contesa.
Ma il rapido e il rigoglioso crescere in Parlamento d’una forte clientela ligia ad un uomo soltanto, e quindi di un potere personale, in mezzo ai partiti che già del Parlamento occupavano tanta parte, non poteva non generare un perturbamento profondo. Il Governo parlamentare è un sistema di convenzioni, che non può reggere alla critica del buon senso, se non ci sono dei partiti un po’ distinti e disposti a lottare tra di loro con una certa lealtà. Questi tolti di mezzo o indeboliti oltre misura, quel Governo non è più che una commedia senza senso. Si spiega dunque come tra il 1900 e il 1906 tutti i partiti — quelli di destra e quelli di sinistra — si siano sentiti ogni tanto spinti ad assaltare, per distruggerlo, quel potere personale che si andava rafforzando in mezzo a loro. Ma tutti gli assalti — movessero da destra o da sinistra — furono brevi, fiacchi, slegati. Ogni partito, solo, era troppo debole; e nessuno aveva tal repugnanza al potere personale, da non acconciarvisi facilmente, se il potere personale servisse le sue ambizioni e i suoi interessi. D’altra parte lo stringere alleanze era cosa difficile. Ci si provò il Sonnino nel 1906. Parve strano a molti che egli comparisse al banco dei ministri tra il Sacchi e il Pantano da una parte, il Boselli e il Rubini dall’altra! Ma strano non era. Il Sonnino aveva cercato con quel Ministero di unire tutti i partiti più propriamente politici, rappresentati alla Camera, contro la preponderanza di una clientela personale.
Il tentativo non riuscì, per molte ragioni; tra le altre, perchè poco prima della battaglia decisiva, i socialisti, l’ala sinistra della coalizione, si sbandarono. Ma se, a capo di quella clientela, l’on. Giolitti era il più forte tra tutti i parlamentari, non avrebbe neppur egli potuto governare a dispetto di tutti i partiti. Quindi lo studio indefesso per procurarsi, a destra e a sinistra, l’appoggio sottinteso e indiretto almeno, quando non poteva averlo dichiarato e manifesto, dei partiti politici. Ma egli non fu veramente l’arbitro della situazione che dopo il 1906, allorchè, fallito il tentativo del Sonnino, tutti i partiti rinunciarono, apertamente o tacitamente, a combattere la sua preminenza nello Stato. In ciascun partito gli inconciliabili che non vollero deporre le armi, il Ferri e il Ciccotti sulla montagna, il Sonnino e il Salandra a destra, furono lasciati in disparte a continuare una stanca guerriglia di sparuti manipoli. E gli altri cercarono d’intendersi con quel potere personale che ormai teneva saldo l’acropoli dello Stato.
Così nacque e crebbe, nel primo lustro del secolo, quel potere tra costituzionale e personale, tra consortesco e politico, che ha governata l’Italia senza contrasto, tra il 1906 e il 1911, facendo del bene e del male. Narcotizzò, se non spense, molti odî, molti rancori, molte collere e molte impazienze; infrenò in Parlamento le furibonde gare dei capi, che ci avevano condotti ad Adua; seppe e potè — sino al 1911 — non chiedere al Parlamento e alla Nazione nè sangue, nè sacrifici straordinari, nè più denaro di quel che già il popolo era avvezzo a pagare: sopratutto — e fu sino al 1911 il suo merito maggiore — non die’ in nessuna di quelle tragiche follie, non commise nessuno di quegli errori irreparabili, in cui pare destino che noi dobbiamo ogni tanto ricascare. Ma ha nel tempo stesso indebolito lo Stato ad un punto, che anche i ciechi incominciano adesso a vedere il pericolo, cercando di accontentare i partiti, le classi e gli interessi opposti, il più spesso a danno degli interessi generali e della giustizia.
Negli ultimi dieci anni io ho potuto vedere e parlare, in molti Stati d’Europa e delle due Americhe, con capi di Stato, con ministri, ambasciatori, membri di famiglie regnanti o di Parlamenti. Figurarsi se non ne ho sentite di tutti i colori intorno all’arte di governare gli uomini! Ma in nessuna città di Europa e d’America provai mai tal sorpresa, come una sera in Roma, in casa di un amico, alla cui mensa pranzavo con un uomo di Stato molto autorevole anche oggi e che ha occupati parecchi ministeri nei diversi Governi dell’ultimo quindicennio, tra gli altri quello che è forse il più spinoso tra i ministeri non politici. Il discorso era caduto sui terribili guai che avevano tribolato parecchi dei suoi predecessori in quel ministero: quand’ecco quel potente ci dice che egli aveva trovato il mezzo di superare tutte le difficoltà in cui gli altri avevano così malamente incappato. Gli fu chiesto quale; e quello sorridendo:
— Ho esautorato il Ministero!
Non potei trattenere un gesto così espressivo di stupore, che il ministro, volgendosi con un cortese sorriso verso di me:
— Sì — continuò scandendo le sillabe — ho e-sa-u-to-ra-to il Ministero.... — E mi spiegò, lieto e orgoglioso, che aveva pensato non ci fosse miglior mezzo di evitar guai, che deferire quanto più gli riusciva i poteri del Ministero alle Commissioni, ai Consigli superiori, ai Corpi amministrativi, ai Sindacati del personale — non lasciando al ministro altro compito che quello di attaccare i francobolli sulle lettere. Orbene: questa frase alquanto ingenua definisce meravigliosamente il Governo che ha retta negli ultimi quindici anni l’Italia. Per non assumere responsabilità troppo grandi, per semplificare il suo compito, per non cedere alla tentazione di mal fare, per disarmare opposizioni talvolta giuste e tal’altra faziose, per procurarsi una facile popolarità, lo Stato ha lasciato fare, ha chiuso un occhio, ha ceduto poteri, ha rinunciato a diritti, ha veduti abusi in quantità convertirsi in diritti acquisiti; cosicchè oggi si è ridotto a non aver quasi più alcuna autorità per difendere l’interesse generale e per imporre la giustizia.
Avevamo bevuto il vino senz’alcool, e fumati i sigari senza nicotina: il secolo felice vuol che obbediamo anche allo Stato senza autorità! Ma è facile capire che un Governo esautorato può governare in tempi prosperi e facili, non in tempi agitati e difficili. Perciò vorremmo che il Parlamento non si facesse soverchie illusioni sulla miracolosa potenza di nessun uomo, e neppure dell’uomo che dal 1901 governa l’Italia. Egli potrebbe, forse, comporre un Ministero forte e sicuro nelle votazioni e nei tornei oratorî di Montecitorio; ma non so se potrebbe comporre un Ministero non solo più stabile, ma anche più fattivo di quello che ora governa. Ha dato le dimissioni nel mese di marzo perchè, nonostante la maggioranza che aveva numerosa e sicura, non aveva forza ad affrontare la difficilissima situazione creata dalla guerra di Tripoli e dal suffragio universale; e non si vede in quale combinazione, a destra o a sinistra, potrebbe ringagliardirsi al nuovo còmpito fattosi tanto più arduo. La maggioranza — non dimentichiamolo, per carità, in questo grave momento — è nei regimi parlamentari la finzione — o se volete adoperare una parola più elegante — il principio convenzionale che legittima il potere. Non è per se stessa fonte nè di energia, nè di intelligenza. Quanti Governi si son visti, sostenuti da strabocchevoli maggioranze, eppure impotenti e paralitici!
E allora? La conclusione è chiara. Ci troviamo in pericoli molto maggiori che i più non pensino. Se il Parlamento e il Paese non fanno a tempo uno sforzo vigoroso, noi potremmo anche incorrere in qualche catastrofe. E ancora e sempre occorrerebbe ricordarci di Adua!
II. L’ITALIA NELL’INVERNO DEL 1915 E LE SUE ESITAZIONI
I.
Nel 1866, quando si stava trattando la pace tra l’Italia, l’Austria e la Prussia, e già era trapelato che l’Italia riceverebbe il Veneto, ma non il Trentino nè l’Istria, Giuseppe Mazzini pubblicò nell’Unità Italiana del 25 agosto uno scritto per chiarire al popolo i danni e i pericoli di siffatta pace. In quello scritto le rivendicazioni nazionali dell’Italia sono enumerate e illustrate con tanta abbondanza di argomenti, con tanta chiarezza e dottrina, con tanto colore e calore di eloquenza, che io non so resistere alla tentazione di citarne il brano capitale.
«Le Alpi Giulie son nostre come le Carniche delle quali sono appendice. Il litorale Istriano è la parte orientale, il compimento del litorale Veneto. Nostro è l’Alto Friuli. Per condizioni etnografiche, politiche, commerciali, nostra è l’Istria; necessaria all’Italia come sono necessari i porti della Dalmazia agli Slavi meridionali. Nostra è Trieste, nostra è la Postoina o Carsia, ora sottoposta amministrativamente a Lubiana. Da Cluverio a Napoleone, dall’Utraeque (Venezia e Istria) «pro una provincia habentur» di Paolo Diacono al «due gran montagne dividono l’Italia dai barbari; l’una addimandata Monte Calvera, l’altra Monte Maggiore nominata» di Leandro Alberti, geografi, storici, uomini politici e militari assegnarono all’Italia i confini accennati dall’Alighieri e confermati dalle tradizioni e dalla favella. Ma, s’anche diritti e doveri fossero or poca cosa per gli Italiani, perchè dimenticherebbero l’utile e la difesa? Dai paesi dell’Alto Friuli scesero nel 1848 le forze che ci sconfissero in Lombardia e isolarono Venezia. E l’Istria è la chiave della nostra frontiera orientale, la porta d’Italia dal lato dell’Adriatico, il ponte che è fra noi, gli Ungaresi e gli Slavi. Abbandonandola, quei popoli rimangono nemici nostri: avendola, sono sottratti all’esercito nemico e alleati del nostro.
«Nostro — se mai terra italiana fu nostra — è il Trentino: nostro fino al di là di Brunopoli, alla cinta delle Alpi Retiche. Là sono le Alpi interne o Prealpi: e nostre sono le acque che ne discendono a versarsi, da un lato, nell’Adige, dall’altro, nell’Adda, nell’Oglio, nel Chiese, e tutte poi nel Po e nel Golfo Veneto. E la natura, gli ulivi, gli agrumi, le frutta meridionali, la temperatura, a contrasto colla valle dell’Inn, parlano a noi e al viaggiatore straniero d’Italia: ricordano la X Regione italica della geografia romana d’Augusto. E italiane vi sono le tradizioni, le civili abitudini: italiane le relazioni economiche: italiane le linee naturali del sistema di comunicazioni: e italiana è la lingua: su 500.000 abitanti, soli 100.000 sono di stirpe teutonica, non compatti e facili a italianizzarsi.
«Ma, s’anche foste, o Italiani, incapaci di sentire il vincolo nazionale d’amore che annoda le vostre terre con quelle 246 miglia quadrate giacenti al di qua delle Alpi — s’anche poteste esser immemori dei Trentini che morirono per la causa d’Italia e combattevano ieri per essa nelle vostre file — s’anche il cannone che serbate in Alessandria col nome Trento, tra i cento che anni sono il patriottismo del Paese vi dava non dovesse essere rimorso a voi, ironia pei Trentini — non dimenticate almeno che il Trentino è l’altra porta d’Italia; non dimenticate che monti, fiumi, valli di quelle Prealpi, sino al lago di Garda formano un vasto campo trincerato dalla natura, chiave del bacino del Po — che l’Alto Adige taglia tutte le comunicazioni tra il nemico e noi; e ad essere sicuri bisogna averlo; che là si concentrano tutte le vie militari conducenti per la valle del Noce e il Tonale a Bergamo e Milano, pel Sarca e pel Chiese a Rocca d’Anfo, per la riva sinistra dell’Adige a Verona, per le sorgenti del Brenta a Bassano: — che il Trentino è un cuneo cacciato fra la Lombardia e la Venezia, non concedente che una zona ristretta alle comunicazioni militari dirette fra quelle due ali dell’esercito nazionale: — che mentre il nemico, giovandosi dell’Istria e dei passi dell’Alto Friuli da voi concessi, opererebbe a oriente sul Veneto, gli rimarrebbe aperta l’invasione a occidente pel passo di Colfredo, per la valle d’Ampezzo e per quella di Agordo; che tutte le grandi autorità militari, fino a Napoleone, statuirono unica valida frontiera all’Italia essere quella segnata dalla natura sui vertici che separano le acque del Mar Nero e quelle del seno Adriatico.
«Accettando voi dunque, o Italiani, la pace che v’è minacciata, non solamente porreste un suggello di vergogna sulla fronte della Nazione — non solamente tradireste vilmente i vostri fratelli dell’Istria, del Friuli e del Trentino — non solamente tronchereste per lunghi anni ogni degno futuro all’Italia condannandovi ad essere potenza di terzo rango in Europa; non solamente perdereste ogni fiducia di popoli, ogni influenza iniziatrice con essi; ma sospendereste voi stessi sulla vostra testa la spada di Damocle dell’invasione straniera. E questa spada di Damocle significa per voi impossibilità di sciogliere o di scemare l’esercito: importa impossibilità di economie, incertezza d’ogni cosa, assenza d’ogni fiducia per parte dei capitalisti e d’ogni pacifico sicuro sviluppo di vita industriale, diminuzione progressiva di credito, accrescimento progressivo di disavanzo, impossibilità di rimedi, rovina economica e fallimento: importa — dacchè non tutti fra voi si rassegneranno — agitazione crescente, perenne: discordia più che mai accanita di parti; guerra civile in un tempo più o meno remoto, ma inevitabile»[1].
II.
Non una frase sola di queste pagine è invecchiata, dopo quasi mezzo secolo. Nessuno potrebbe, neppure oggi, esporre più lucidamente le ragioni per le quali l’Italia dovrebbe sforzarsi di compiere la sua unità nazionale e di farla finita con il pericolo austriaco che dal 1859 in poi non ha cessato un istante di minacciarci. Ma se oggi ancora valgono tutte le ragioni, enumerate nel 1866 dal Mazzini per dimostrare che il Regno d’Italia non sarà sicuro del presente e dell’avvenire sinchè non avrà conquistate le provincie italiane oggi ancor soggette all’impero degli Absburgo, a quelle enumerate dal Mazzini se ne possono ora aggiungere altre due, che allora non esistevano ancora. La prima è una ragione di ordine militare. Tutti sanno che nell’Adriatico la sponda orientale è frastagliata, piena di golfi e di seni, ricca quindi di eccellenti porti naturali; la sponda occidentale invece — l’italiana — è liscia, senza golfi e seni profondi, e quindi senza porti. Noi non possiamo opporre nessun porto ai meravigliosi porti naturali di Pola e di Cattaro. Ma dal 1866 in poi le armate navali si sono fatte giganti; e quindi cercano case proporzionate alla loro mole crescente; hanno bisogno di porti immensi e di arsenali giganteschi. Onde l’Italia si trova e si troverà sempre quasi disarmata nell’Adriatico, di fronte alla potenza che tenga l’Istria, Pola e la Dalmazia.
L’altra è ragione nazionale e linguistica. In Istria ed in Dalmazia le città sono italiane, mentre le campagne sono popolate da slavi. Ma sino a trenta anni fa, gli slavi delle campagne non pensavano di essere una razza ed un popolo diverso dagli italiani delle città: imparavano l’italiano; frequentavano le scuole italiane; ambivano di ascendere con lo studio e il lavoro in quella borghesia italiana che nelle città commerciava, esercitava le professioni liberali, studiava, scriveva e coltivava le arti; consideravano la loro lingua nazionale come un dialetto, che serviva per la famiglia e la casa. Molte famiglie italiane viventi nelle città discendono da slavi italianizzati e che furono ai loro tempi fieri di diventare italiani. Uno dei più illustri scrittori italiani del secolo XIX, e uno dei più insigni maestri della filologia, Niccolò Tommaseo, era uno slavo di Zara, che la scuola e la cultura avevano, come tanti altri, italianizzato. Senonchè questo stato di cose s’è, negli ultimi trent’anni, profondamente alterato. Per indebolire l’elemento italiano delle città, il Governo austriaco si è studiato di accendere in Istria e in Dalmazia una fiera discordia tra slavi e italiani, risvegliando nelle campagne slave il sentimento nazionale; dicendo agli slavi che essi erano un popolo e una razza differente dagli italiani, e che la loro lingua non doveva rimpiattarsi nelle case, come un rozzo dialetto, ma essere ammessa nei tribunali, nelle scuole, negli uffici pubblici, nelle banche, a pari della lingua italiana, con gli stessi onori. È apparsa infatti e cresce da qualche decennio, nelle città e nelle cittadine che specchiano nelle acque dell’Adria la bella faccia ancor veneziana, una borghesia slava di professionisti, di mercanti, di banchieri, di professori, di giornalisti, che si atteggia a rivale e nemica dell’italiana. Siccome gli slavi son più numerosi e prolifici degli italiani, non solo la costa Dalmata, ma l’Istria stessa, e in questa Trieste, difficilmente potranno scampare al pericolo di slavizzarsi se l’Austria aiuterà ancora per mezzo secolo gli slavi con la forza di uno Stato potente. Solo conquistando l’Istria, noi potremo impedire che a Trieste non si parli e non si scriva più tra cinquant’anni italiano; e che ogni memoria dell’Italia sia perduta in quelle terre che dai tempi di Augusto in poi furono sempre latine. Il che sarebbe come una disfatta storica dell’Italia. Per ragioni che sarebbe troppo lungo enumerare, è cosa oggi assai difficile di conquistare alla lingua italiana nuovi territori. Tanto maggiore è dunque il nostro dovere di impedire che nessuno dei territori in cui oggi si parla italiano lo dimentichi.
III.
Non sono dunque nè poche nè di poco momento le ragioni che spingerebbero oggi l’Italia a unire le proprie armi a quelle che già fanno guerra agli Imperi germanici. Sono ragioni così vitali che, se l’Italia resterà con le braccia incrociate, è facile prevedere possa riceverne un colpo mortale. Si dovrebbe quindi credere che in Italia popolo e Governo siano uniti e concordi nel deliberato proposito di rompere gli indugi e di affrettare il destino. Molti stranieri infatti sono di questo pensiero; e di giorno in giorno aspettano che l’Italia si muova. Ma passano le settimane e i mesi, senza che il gran gesto si compia: onde ogni tanto molti voltano la testa sorpresi verso il Mediterraneo e la penisola che in quella è chiusa, come chiedendo: «Ma che cosa dunque aspetta l’Italia?». Quante lettere mi giungono ogni settimana, da ogni parte, che mi pongono tutte la grande questione: «Ma l’Italia cosa fa? Quando suonerà l’ora del destino?».
Eppure è così. Gli stranieri si ingannano. Quella volontà concorde, risoluta ed unanime di tutti, che molti stranieri suppongono, non esiste ancora. L’Italia è perplessa e divisa. C’è ancora chi pensa che l’Italia avrebbe dovuto scendere in campo con l’Austria e la Germania contro la Francia, la Russia e l’Inghilterra. C’è chi vuole che l’Italia conservi la neutralità sino alla fine della guerra; e chi vuole infine, che essa intervenga a fianco della Francia, dell’Inghilterra e della Russia contro l’Austria. Di queste tre opinioni, la prima ormai non è professata apertamente che dai pochi fedeli della Triplice ancora superstiti; tra la seconda e la terza è diviso quasi tutto il Paese; ma sebbene non sia cosa facile fare il conto di quelli che professano l’una e di quelli che professano l’altra opinione, non è dubbio che la maggioranza parteggia per la neutralità. Se guardiamo al mondo politico, noi troviamo infatti apertamente favorevoli alla neutralità il partito socialista e il partito clericale; apertamente favorevoli all’intervento il partito repubblicano, il partito riformista, che raccoglie la parte più moderata del partito socialista, e il partito radicale; incerto e perplesso il partito liberale, che è nel Parlamento il più numeroso. Ma il partito socialista e il partito clericale hanno un seguito ben più numeroso che non il partito radicale, il partito repubblicano e il partito riformista.
Se dai partiti politici si passa al Paese si può affermare che il popolo — i contadini e gli operai — sono quasi tutti avversi ad ogni guerra, anche alla guerra contro l’Austria. I ceti industriali, commerciali e finanziari sono più favorevoli alla pace che alla guerra; ma la maggiore istruzione facendo chiaro a molti che in questo mondo non basta voler la pace per averla, questi ceti si rassegnano alla guerra, se questa sarà necessaria, come a una disgrazia che non c’è mezzo di schivare. Bellicose — con maggiore o minor fervore — sono invece le classi istruite: la burocrazia, i giornalisti, gli insegnanti delle scuole, molti professionisti. Quasi tutti i giornali largamente diffusi predicano la guerra all’Austria.
Anche più difficile è il distinguere tra regione e regione. Differenze da città a città non mancano mai, in Italia; ma questa volta sono più incerte e confuse che di solito. Pare che il Veneto, il quale confina con l’Austria, sia favorevole alla guerra. Il Piemonte invece l’avversa risolutamente, mentre la Lombardia e la Liguria sono divise. Nell’Italia centrale ci sono regioni, come la Romagna, dove lo spirito bellicoso, forse per opera del partito repubblicano, è entrato nella moltitudine; ma anche nell’Italia centrale il partito favorevole alla neutralità è forte. Si dice invece che il desiderio della guerra prevalga nell’Italia meridionale e in Sicilia. Molte persone che conoscono a fondo quei paesi me l’hanno ripetuto.
IV.
L’Italia, dunque, esita; e pur parteggiando per la coalizione, pur desiderando che l’Inghilterra, la Francia e la Russia siano vittoriose, inclina ancora più alla neutralità ed alla pace che all’intervento e alla guerra. Ma per capire quel che è successo e quel che potrà succedere in Italia non basta sapere quale è lo stato presente dell’opinione pubblica; occorre conoscerne le ragioni. Come è accaduto che l’Italia nel 1915 sia così lenta a intendere quella necessità nazionale, che Giuseppe Mazzini spiegava già sin dal 1866 con così luminosa chiarezza? Perchè è disorientato là dove anche gli stranieri vedono chiaro? E per sciogliere questo quesito, occorre rammentare che nel 1882 l’Italia contraeva con l’Austria e la Germania un’alleanza la quale, rinnovata parecchie volte, è ancora valida, almeno in teoria, poichè non è stata denunciata neppure quando scoppiò la guerra Europea; ricordare quali obblighi impose all’Italia questa alleanza. L’Italia era, tra le tre Potenze alleate, la più debole, perchè aveva un territorio più angusto, popolazione meno numerosa, l’esercito più piccolo, mediocre ricchezza e prestigio militare; onde dovè nei patti subire la volontà dei due troppo potenti alleati. D’altra parte è chiaro che l’Austria non avrebbe stretta alleanza con l’Italia, se il Governo italiano non avesse cancellate le terre italiane dell’impero dal novero delle sue rivendicazioni ufficiali. Così fu che, dopo aver stretta alleanza con l’Austria, il Governo italiano dovè con le scuole, i giornali e i partiti che a lui erano ligi, con tutti i mezzi insomma di cui dispone in Europa un Governo — e son più numerosi e potenti che in America — combattere e proscrivere «l’irredentismo», come lo chiamiamo noi; fare quanto poteva affinchè la nazione dimenticasse che degli italiani vivevano ancora sotto lo scettro degli Absburgo, che il confine orientale era aperto all’invasione nemica, che nell’Adriatico Italia e Austria erano nemiche non per malvolere di uomini, ma per ragioni geografiche. Ci furono anni in cui, di Trento e di Trieste, degli Italiani sudditi dell’Austria e delle cose loro, era prudenza parlare in Italia a voce bassa, chi non volesse aver delle noie; e sempre fu più prudente il non parlare affatto, massime per gli uomini di Stato che non volevano cadere in disgrazia.... Restò famoso, verso il 1890, il caso del ministro Seismit-Doda. Faceva costui parte di un Ministero presieduto dal Crispi; ed ebbe un giorno la disgrazia di essere invitato ad un pranzo pubblico, non ricordo più per quale cerimonia, in una città posta poco lungi dal confine austriaco. A questo banchetto assisteva un giovane deputato, che al levar delle mense fece un discorso, ed alluse al vicino confine di cui l’Italia non poteva dichiararsi contenta. Il ministro ascoltò senza battere ciglia e senza dare a divedere alcun sentimento: e che altro avrebbe potuto o dovuto fare? Ma per non aver protestato, fu in ventiquattro ore destituito.
V.
Ho ricordato questo fatterello perchè chiarisce meglio di lunghi ragionamenti a che prezzo l’Italia potè stringere alleanza con l’Austria. Ogni tanto qualche nuova persecuzione degli Italiani sudditi dell’Austria, che non si poteva nascondere; qualche episodio della lotta incessante tra slavi e italiani di cui era necessario informare il pubblico, ricordavano all’Italia che il problema adriatico poteva essere dimenticato, non sepolto. Ma il Governo, stretto dal suo patto, lasciava sbollire il primo dolore; poi con i suoi giornali, con i suoi partiti, con tutti i mezzi di cui disponeva, cercava di affrettare l’opera del tempo che tutto oblia.
Per lunghi anni, dunque, alle provincie irredente non restarono altri protettori in Italia che il partito radicale e il partito repubblicano — i quali però avevano poca autorità; e qualche poeta che ogni tanto, tra una lirica di amore e una baruffa letteraria, saettava una manciata di giambi contro l’Austria e gli Absburgo. Certamente il Governo italiano faceva le viste di aver dimenticati gli Italiani soggetti all’Austria, più che non li avesse dimenticati. La diplomazia sa l’arte di eludere un trattato, mentre sembra osservarlo. Un giorno, in cui tanti segreti saranno svelati, si saprà forse anche come dei Ministeri, i quali perseguitavano in Italia le agitazioni irredentiste, copertamente aiutavano con denaro gli Italiani dell’Istria e della Dalmazia contro gli slavi e il Governo austriaco. Nè la tradizione irredentista si perdeva tra le classi intellettuali. Giosuè Carducci, lo scrittore che l’Italia ha canonizzato come il maggiore della seconda metà del secolo XIX, a cui il Governo ha tributato nell’ultima parte della sua vita i più grandi onori ufficiali, e al quale sta erigendo un monumento in Bologna, fu un nemico implacabile dell’Austria. Insomma, il Governo italiano avrebbe potuto far suo, per Trento e per Trieste, il consiglio che Gambetta diede ai Francesi per l’Alsazia e la Lorena: pensarci sempre e non parlarne mai. Credeva forse di provvedere così nel tempo stesso agli interessi presenti dell’Italia e di riserbare l’avvenire.
Ma le classi governanti non si accorgevano che, mentre esse pensavano in silenzio a Trento e Trieste, anche in Italia, come in tutta l’Europa, l’intera fabbrica dello Stato crescendo di mole e di altezza, era necessità rinforzarne e ingrandirne le fondamenta, che posano sulla plebe. A poco a poco il servizio militare e per conseguenza anche il diritto di voto si allargavano. Era forza quindi istruire la plebe: ma questa istruendosi non poteva non smettere una parte dell’antica docilità; si raccoglieva in associazioni, parteggiava, voleva leggere i suoi giornali, e far sentire la sua voce al Governo. Oggi, in Italia, come in ogni altra nazione d’Europa, nessun Governo potrebbe obbligare con la forza il popolo a fare una guerra, senza avergliene spiegata in qualche modo la ragione. Ma per persuadere la plebe poco colta, che l’Italia dovesse, presentandosi l’occasione, sforzarsi di compiere anche con le armi l’unità nazionale, e per averla pronta in quel giorno al cimento, non bastava pensare in silenzio ai fratelli ancor soggetti all’Austria: occorreva parlarne al popolo e di continuo; spiegargli che cosa fosse e che cosa minacciasse il pericolo austriaco, come la Francia non ha smesso un istante di spiegare al popolo, dopo il 1870, il pericolo tedesco; toccare il sentimento, alimentare una fiamma di passione popolare con le formole diplomatiche e militari della questione adriatica. Non si prepara la moltitudine alla guerra con i ragionamenti, che possono convenire alle dotte discussioni di una Accademia di scienze politiche o di un Consiglio superiore di guerra. Chi ha parlato invece al popolo di Trento e di Trieste, negli ultimi trent’anni? Nessuno. La letteratura, che ha conservata nelle classi colte la tradizione irredentista, non è letta dalla plebe. La scuola, che è un’istituzione ufficiale, non ha potuto diventare un organo di propaganda avversa all’Austria. Dei partiti politici, il partito conservatore e il liberale, ligi al Governo, si sono chiusi nel silenzio. Il partito radicale e il partito repubblicano, che invece non vollero mai tacere, non hanno mai avuto largo seguito, fuori che in certe regioni. Grande ascendente ha acquistato invece sulla plebe, in tutta Italia, il partito socialista: ma anche questo ha parlato al popolo di cose ben diverse che non fossero le provincie irredente dell’Austria. In conclusione, quando la guerra europea è scoppiata, il popolo non aveva che un vago sentore di quel che l’Italia potesse o dovesse fare nell’Adriatico.
VI.
È facile dunque capire in quali strette terribili si è trovato ad un tratto il Governo italiano, allo scoppio della conflagrazione europea. Pochi episodi della storia possono dimostrare più luminosamente non esserci nè forza nè accorgimento di Governo che possa sostenere alla lunga una politica troppo artificiosa. Sino al 24 luglio l’opinione pubblica italiana era più incline a Germania che a Francia. Da due anni c’era molto malumore tra i due popoli latini, per le diverse questioni nate in Oriente ed in Africa dalla nostra guerra di Tripolitania: e i giornali come i partiti ligi al Governo si sforzavano, quanto potevano, di irritare ancora più quell’acredine ormai invelenita. Ma otto giorni bastarono a capovolgere il sentimento della nazione. Nessuno di noi dimenticherà finchè viva il procelloso tumulto di affetti che si levò in Italia, in quella ultima settimana del luglio fatale e nelle prime settimane dell’agosto del 1914; prima l’irritazione per le prepotenti minaccie dell’Austria alla Serbia; poi l’irritazione per le tortuose mosse delle due diplomazie tedesche nei giorni successivi, e per le oblique intenzioni di cui erano indizio; indi lo stupore e il terrore, allorchè la Germania sfoderò improvvisamente la spada dichiarando guerra alla Russia e alla Francia: infine lo sdegno e il furore, quando gli eserciti tedeschi si precipitarono per il Belgio neutrale sulla Francia....
L’Italia voleva la pace; si era acconciata a sopportare molti danni procedenti dalla Triplice alleanza, perchè l’avevano assicurata che, sinchè fosse alleata dei due Imperi germanici, la guerra non avrebbe sconvolta l’Europa: essa non potè perdonare, in quel momento supremo, ai due Imperi alleati di aver tradita la sua suprema speranza. Senonchè questa giusta collera pubblica buttava a terra in un giorno, come un terremoto, tutto l’edificio che il Governo italiano aveva pazientemente architettato in trent’anni. Il Governo italiano ebbe ragione di negare il casus foederis; ma anche ci fosse stato il casus foederis, come avrebbe potuto costringere la nazione a versare il suo sangue per difendere la causa dei due Imperi aggressori? L’Italia si dichiarò neutrale perchè la nazione, inorridita, non volle prestare man forte all’aggressione premeditata dai due Imperi centrali. Passò così l’agosto, e quelle settimane in cui ci toccò di ascoltare le prime urla frenetiche di vittoria degli aggressori e dovemmo chiederci se davvero la Giustizia era passata in qualche altro pianeta, per punire gli uomini di averne tanto negletti gli altari. Per fortuna nella prima quindicina di settembre i russi vincevano la battaglia di Lemberg, i francesi la battaglia della Marna: e sbollito un poco lo sdegno dei primi giorni d’agosto, calmatasi l’ansia del cominciar di settembre, l’Italia prese a riflettere più ponderatamente sui terribili eventi di cui l’Europa era teatro. Al Governo, a quanti avevano esperienza di cose politiche e giudicavano senza passione, apparve allora chiaro che se restasse neutrale, l’Italia potrebbe trovarsi dopo la guerra in grande pericolo, qualunque fosse la parte vittoriosa. Vincessero, ad esempio, i due Imperi germanici: l’Austria conquisterebbe la Serbia, si amplierebbe, si rafforzerebbe di nuovo prestigio, e che altro scampo sarebbe rimasto all’Italia, che già ora è più piccola, più debole e meno popolosa dell’Austria, se non di rassegnarsi a figurar nel codazzo degli Stati suoi clienti, insieme con la Rumenia e con la Bulgaria? Avremmo noi potuto sperare aiuto od appoggio dalla Francia, dall’Inghilterra e dalla Russia, vinte e indebolite? Se invece i due Imperi germanici fossero vinti e l’Austria mutilata, senza che all’Italia toccasse il brandello che è suo, le classi intellettuali non perdonerebbero più, questa volta, nè alla Dinastia nè al Governo; e dimenticando di aver approvata e favorita per trent’anni tutta l’opera del Governo, gli rinfaccerebbero spietate tutti quegli atti che a suo tempo approvarono come saggissimi. Ma a schivar Scilla senza incappare in Cariddi, era forza muovere guerra all’Austria. Ora non è facile, come ognuno intende, improvvisare in pochi mesi la guerra contro un Impero, dopo esserne stati per trentatrè anni alleati.
VII.
Le maggiori difficoltà con cui il Governo si trova alle prese sono due: la avversione, non aperta ma tenace di una parte assai potente delle classi governanti, che non vuole la guerra contro l’Austria, perchè è amica della Germania e vuol sostenere in Europa il germanesimo; e l’avversione aperta della plebe che, pur essendo avversa ai tedeschi, non vuol fare la guerra se l’Italia non è assalita, perchè preferisce la pace. Le classi governanti dell’Italia sono state troppo germanizzate negli ultimi trent’anni, nelle Scuole e nelle Università, dalla scienza, dalla filosofia, dalla letteratura, dai giornali, perchè potessero davvero e sul serio inorridire di questa sanguinosa avventura, che è, come la Riforma, come la filosofia di Hegel, come la Monarchia prussiana, un’opera genuina dello spirito germanico. Dopo il 1870 hanno di continuo tentennato tra le ideologie umanitarie e democratiche venute di Francia, che ci erano state di così grande aiuto a rifarci nazione; e le dottrine autoritarie, gli antichi e recenti evangeli della forza a cui le vittorie della Germania avevano conferita nuova autorità: hanno sempre spregiate nell’intima coscienza le ideologie umanitarie e democratiche, come tante altre cose venute di Francia, e si sono sentite attratte piuttosto dalla forza tedesca; ma si erano troppo servite, in passato, di quelle ideologie, se ne servono troppo nel presente, da osare apertamente negarle! Onde le infinite contradizioni in cui si sono smarrite negli ultimi trent’anni, e quando la guerra europea scoppiò. Universale fu da prima, anche nelle classi governanti d’Italia, lo sdegno per l’aggressione germanica e la gioia per la vittoria delle armi francesi sulla Marna: ma poi, a poco a poco, dileguata la prima impressione, mentre una parte veniva meditando su quel che succederebbe all’Italia se essa uscisse dalla crisi a mani vuote, un’altra parte si chiedeva quel che succederebbe se il germanesimo fosse troppo indebolito in Europa In quale misura sarebbe perturbato l’equilibrio politico, religioso, intellettuale, economico dell’Europa? E quanti di questi perturbamenti nuocerebbero al prestigio, alla potenza, alla ricchezza di questo o di quel partito, di questa o di quella consorteria, di questo o di quel gruppo? E rotta per sempre la Triplice Alleanza, non incomincerebbe per l’Italia un nuovo periodo storico, diverso dal precedente, in cui bisognerebbe mutar troppe delle antiche cose? Gli uomini e i gruppi politici che per trent’anni avevano insegnato all’Italia che la Germania era invincibile, che l’Austria e la Germania erano lo scudo delle nostre fortune, che cosa potrebbero dire e fare il giorno in cui l’Italia movesse in armi contro i suoi antichi alleati? Alcuni anche sentono degli scrupoli sinceri di lealtà.
A questa parte delle classi governanti si oppone l’altra, che si sforza con grande ardore di riguadagnare il tempo perduto; e cerca di convincere il popolo esser necessario muovere guerra all’Austria, per rivendicare nell’Adriatico l’eredità della Serenissima e liberare i fratelli ancora irredenti. Ma la plebe sinora è rimasta piuttosto fredda, perchè a suscitar nella moltitudine numerosa, torpida e lenta, una grande passione incitatrice, occorrono le lunghe preparazioni. È facile dunque capire che, sinchè queste due opposizioni, o almeno una delle due non venga meno, l’intervento dell’Italia nel conflitto europeo non sarà un’impresa così semplice e facile come molti stranieri pensano. Tuttavia io credo che, nonostante queste difficoltà che sono grandissime, l’Italia prenderà parte alla guerra europea contro l’Austria, accanto alla Francia, all’Inghilterra, alla Russia. Se tra un mese o due o tre, se quando le nevi si scioglieranno sulle Alpi o prima, io non lo so, e forse lo ignora ancora lo stesso Governo. Gli eventi indicheranno il momento; ma il momento dovrebbe scoccare....
E per questa ragione, precipuamente: che sebbene le difficoltà e i pericoli del muovere guerra siano grandi, verrà il giorno in cui, massime se la fortuna delle armi continuerà ad essere avversa all’Austria, il pericolo del non agire apparirà anche maggiore. E apparirà maggiore del primo perchè se l’Austria fosse vinta e mutilata, senza che l’Italia riscattasse in libertà le provincie italiane, tutta Italia, anche quella parte che ora più ardentemente chiede di restare neutrale, capirebbe alla fine quel che da un pezzo pochi spiriti più illuminati avevano inutilmente veduto: che se si può discutere intorno alla Triplice Alleanza, quale fu stipulata nel 1882, se cioè fu allora errore o no lo stipularla, fu certo errore grave averla rinnovata così a lungo, dopochè la Triplice Intesa si era stretta, ed errore gravissimo non essersi accorti che dal 1905 in poi l’Alleanza aveva mutato scopo e indirizzo. Pur quanti pensano che l’Italia avrebbe fatto meglio a non legarsi nè nel 1882 nè mai con i due Imperi germanici, riconoscono però che dal 1882 al 1900 la Triplice Alleanza ebbe il merito di volere la pace. In Germania governava la generazione che aveva combattute le guerre del 1866 e del 1870; e che chiedeva soltanto di conservare gli acquisti fatti con tanta fortuna. Ma dal 1900 in poi, a poco a poco, lo spirito pubblico muta in Germania; cresce una nuova generazione, che, piena di orgoglio e ignara di guerra, sogna le glorie e i lucri di una egemonia mondiale; mentre l’Austria, che non è riuscita a trovar ristoro all’interno travaglio nella pace, ricomincia a pensar di salvarsi con la guerra. L’alleanza, dal 1905, dopo la questione del Marocco, diventa aggressiva: ma il Governo italiano, che pure, come il popolo, voleva ancora e solamente la pace, non se ne accorge; vede sempre con gli occhi antichi nella Germania il custode armato e vigile della pace europea[2]; non fa nulla nè per impedire la catastrofe nè per preparare l’Italia ad affrontarla; rinnova ad ogni scadenza il patto; lascia gli antichi rapporti con l’Inghilterra raffreddarsi e rallentarsi; aizza ogni tanto l’opinione pubblica contro la Francia; e lascia la guerra europea sopraggiungere l’Italia alleata di due Potenze con cui non voleva combattere; inclinata alle Potenze di cui avrebbe dovuto esser nemica; e poco preparata ad intendere che la neutralità sarebbe una specie di suicidio nazionale.
Che cosa potrebbe accadere se, terminata la guerra europea, quando l’Italia dovrà penare con gli altri popoli d’Europa nella lunga miseria che allora accomunerà belligeranti e neutrali, vinti e vincitori, dovesse per di più sentirsi delusa per l’occasione mancata, odiata dagli uni come traditrice, spregiata dagli altri come inetta e pavida; e se il partito repubblicano, il partito socialista, i malcontenti, gli ambiziosi, i mestatori approfittassero dello stato d’animo popolare, per indagare come e per colpa di chi questi errori sono stati commessi? Questa paura spingerà al momento decisivo il Governo ad agire; ossia — per esprimere la stessa idea con altre parole — il Governo sarà un giorno obbligato a far la guerra all’Austria perchè troppo lungamente, fedelmente e quasi devotamente ne fu alleato. Questo basti, per dire quanto la situazione sia oscura e difficile. Ma è un destino a cui non si può sfuggire. La fortuna, che ci ha assistito altra volta, non vorrà abbandonarci oggi. Ma che i numerosi amici dell’Italia sparsi nel nuovo mondo, non si facciano illusioni e non si meraviglino se l’Italia tarda tanto a muoversi. Il cimento a cui essa si avvia, sarà il più aspro e pericoloso a cui si è accinta dal 1859. Quanti amano il proprio Paese e non prendono le cose troppo alla leggera, non dormono oggi sonni tranquilli. Come vorrei che questo terribile anno passasse presto; e che potessi domani svegliarmi nel 1916, fuori di tutti gli orrori e di tutti i pericoli di cui sentiamo incombere la nuvolosa minaccia sul nostro capo!
III. LA CRISI DI MAGGIO E LA GUERRA
1. — L’ultima esitazione.
Che l’on. Giolitti si proponesse, se non di accettare definitivamente, di discutere le ultime concessioni dell’Austria e di tenere l’Italia almeno per qualche tempo ancora in disparte dal grande conflitto, è cosa ormai manifesta e che del resto non meraviglia. La guerra tra l’Italia e l’Austria è stata l’opera dei «pennaroli» — come li chiamava quel Borbone, che li spregiava e temeva; dell’«intelligenza» come oggi si dice qualche volta non senza pretensione e seguendo un vezzo tedesco; della gente di cappa e di penna insomma, o, per parlar più alla buona, delle classi colte: giornalisti e poeti, professori e avvocati, studenti ed artisti. Ma tra queste classi e l’on. Giolitti non c’è mai stato buon sangue. L’uomo che per tanti anni ha governata l’Italia è un fonditore che maneggia la fiamma, non una falena che ci si butta dentro; un uomo di Stato, simile a tanti altri che l’Italia ha generati in tutti i secoli, freddi e cauti nel fuoco delle passioni che attizzano per governare. Poteva l’«intelligenza» del Paese mandar la Poesia e la Storia, la Geografia e la Filologia, la Retorica e la Strategica, tutte le Muse per i trivii e le piazze a bandire la guerra: sinchè il popolo tirava via sbadato, lasciando queste nobili signore predicare a un piccolo cerchio di già convertiti; sinchè il suffragio universale non avesse dato il suo consenso alla guerra, l’uomo di Stato, che il suffragio universale aveva imposto all’Italia riluttante, avrebbe considerato savio consiglio cercare sino all’ultimo di conciliare le aspirazioni degli uni e le riluttanze degli altri tentando una via di mezzo. Chè null’altro se non una via di mezzo tra l’intervento e la piena neutralità erano i compensi da ottener per trattato.
Così pensando, il princeps del Parlamento teneva fede al suo modo proprio di vedere e di governare, anche se, come altre volte, si dimostrava un po’ troppo sollecito soltanto delle difficoltà immediate e dei primi effetti. Quando l’8 maggio egli partì da Torino alla volta di Roma, la situazione era ancora quale l’avevo descritta sul finire di gennaio nelle pagine mandate all’Atlantic Monthly e ristampate in questo volume. In alto il partito germanofilo che, piccolo e schivo di apparire, ma attivo e potentissimo, non tralasciava sforzi, pur dissimulandoli, per impedire la guerra: in basso le plebi o apatiche o avverse; tra quello e queste, a mezza costa, le classi medie, incerte e desiderose se si potesse, di schivare la prova; i due partiti di maggior seguito — il clericale e il socialista — per la prima volta concordi nel chiedere che l’Italia non prendesse le armi; il Parlamento in maggioranza avverso all’intervento, la Camera, perchè paurosa del suffragio universale, il Senato, perchè cariato di germanesimo sino alle ossa. Insomma, il Paese più incline a pace che a guerra; ma tutto cosparso di piccoli e focosi stormi di partigiani della guerra, accorsi dalle biblioteche, dalle scuole, dagli uffici dei giornali, dai partiti di poco seguito, come il riformista e il repubblicano; e rinforzati da non pochi dispersi e fuorusciti di tutti gli altri partiti. Dimodochè chi guardava al Paese solo e considerava lo stato degli animi, poteva conchiudere, che il capo della maggioranza avesse il diritto e il dovere di andare a Roma a rovesciare il Ministero, che preparava in segreto la guerra; e non poteva dubitare che riuscirebbe. Autorevolissimo a Palazzo, così potente nel Parlamento da averlo forzato ad approvar perfino la legge del suffragio universale, egli poteva fare assegnamento per quella sua mossa lungamente studiata sulla piazza, sulla maggioranza del Parlamento che questa volta era d’accordo con lui, sul partito socialista, sul partito clericale, e sul consenso, sia pure generico, del maggior numero che, senza troppo stillarsi il cervello a pensare il pro e il contro, chiedeva la pace perchè temeva la guerra. Gli stava invece a fronte un Ministero, il quale aveva vissuto sino allora delle sue elemosine di fiducia; alcuni giornali diffusi; alcuni partiti che avevano più ardore che seguito; e quegli stormi di propagandisti focosi: poca gente, a contarla, per quanto facesse un rumore indiavolato.
L’autore di queste pagine aveva sul finire di gennaio scritto all’Atlantic Monthly e aveva ripetuto in diverse occasioni, a gazzettieri dei due mondi venuti a chieder la sua, del resto punto autorevole, opinione, che a suo giudizio l’Italia sarebbe stata presto o tardi costretta alle armi. Ma egli pure, ogni tanto, si chiedeva per che canale questa necessità e fatalità storica irromperebbe nei fatti, rovesciando le opposte volontà degli uomini e dei corpi legali; e non riusciva, per quanto aguzzasse il pensiero, a imaginarlo. Ben pochi furono i partigiani dell’intervento, i quali, la mattina dell’11 maggio, quando videro delinearsi chiaramente nei giornali consapevoli e partecipi la mossa del potentissimo parlamentare, non ebbero per spacciata la loro causa. Soltanto un colpo di Stato poteva ormai salvarla: ma chi poteva supporre che il Ministero avesse muscoli per un colpo di Stato? Quando ad un tratto, qua e là, qualche esasperato partigiano della guerra grida al vento, tanto per sfogare la rabbia, pur sapendo che il vento la disperderà, una parola vaga e terribile: tradimento! Ed ecco — oh sorpresa! — quel grido non si perde; altre voci più numerose e più lontane rispondono da varie parti «tradimento, tradimento!»: i primi, incoraggiati, urlano più forte; gli altri rispondono più numerosi; e in poche ore il grido ripetuto, ripreso, scritto a carbone sui muri, impresso a stampa su cartelli, ingrandito dai megafoni dei giornali, vola di quartiere in quartiere, di villaggio in villaggio, di città in città, da un mare all’altro. Tutti i partigiani della guerra — repubblicani, riformisti, radicali, moderati — stringono una fulminea alleanza; le dimostrazioni si ripetono in tutte le città, ingrossano, infuriano; i giornali dànno assalti furibondi; in tutta Italia si leva un immenso clamore, un turbine di invettive, un ciclone di collera che investe l’uomo più potente d’Italia, i suoi amici, il suo partito, il principe di Bülow, gli Imperi centrali, e a cui nessuna forma morale — libera od organizzata — ha saputo resistere. Intimiditi e stupefatti i socialisti non si sono mossi; la piazza, su cui il partito della pace faceva tanto assegnamento, si è vuotata come per miracolo; i clericali si sono appartati, come il pubblico sorpreso e disorientato, quella parte almeno che non ha fatto coro, vinta dall’esempio, con i fischianti e gli urlanti; amicizie, convinzioni, interessi, speranze, tutti i nodi che legavano al suo capo quella potente clientela, di cui abbiamo nelle pagine antecedenti studiata l’origine e la struttura, si sono sciolti: l’uomo che sino al giorno prima era l’arbitro della pubblica cosa, è stato isolato nella sua casa: e nel grande vuoto fattosi intorno a lui la folla insorta è passata correndo, e non trovando inciampo o barriera, è giunta trafelata alle porte di Montecitorio; ci ha fatto irruzione; e gridando, rompendo vetri, fracassando mobili, malmenando i malcapitati amici dell’antico ministro ha imposto il Ministero e la guerra.
2. — Il ciclone.
Chi non ha sentito, in quei giorni, prorompere da ogni parte quelle forze ignote e latenti, che sono il fenomeno più terribile e grandioso della storia? Senonchè giova soffermarsi un istante ad analizzare quanto è possibile queste forze ignote e latenti che hanno dichiarata, per conto del Governo ma per propria iniziativa, la guerra all’Austria, se si vuole intendere quel che è successo e quel che oggi importa di fare.
Quando, la mattina dell’11 maggio, il pubblico intravide che il capo della maggioranza si apprestava a terminare, secondo il modo usato, l’interregno durato più di un anno, e, ripreso il potere, a ripigliare i negoziati con l’Austria-Ungheria, un pensiero balenò subito a molti, che pur conoscevano ancora imperfettamente il vero stato delle trattative. «L’Italia farà come la Grecia!». E pur non sapendo precisamente che cosa l’Italia dovesse e potesse fare, si sentirono umiliati ed offesi, prevedendo che l’Europa non perdonerebbe all’Italia quel che aveva potuto perdonare alla Grecia. Altri furono offesi da quel consiglio troppo aperto di mercanteggiare freddamente sino all’ultimo il sangue e la pelle della Serbia, come da un egoismo che ledeva l’onore. Altri si sentirono stringere il cuore, pensando al nuovo schianto delle rinate speranze degli italiani soggetti all’Austria. Altri smaniò per l’occasione che l’Italia stava per perdere; o si infuriò per le sospettate e sussurrate ingerenze del principe di Bülow nelle faccende interne del Regno; o si dolse del vantaggio che deriverebbe agli Imperi germanici da questo trionfo diplomatico. Ci fu chi temè il risentimento delle Potenze della Triplice Intesa e il giudizio del mondo aspettante; e chi avendo tollerato a stento già due interregni e luogotenenze, perdè la pazienza appena vide che si voleva ricominciare il gioco, e in cospetto dell’Europa in armi, questa volta! Molti si sdegnarono per la strapotenza di quell’uomo che anche nella vita privata comandava a tutti e occupava un posto intermedio tra il Presidente del Consiglio e il Sovrano. Altri che dalla consorteria da lunghi anni dominante erano stati o esclusi o offesi o maltrattati o solo anche non favoriti, e che pure erano stati sino al giorno prima tepidi fautori dell’intervento, vollero la guerra appena si accorsero che la guerra poteva diroccare la consorteria dominante. Quanti odî inveterati, che si nascondevano perchè ormai disperavano della vendetta, sono ricomparsi tutti allegri nella via, gridando e strepitando, non appena sentirono che il giorno della vendetta era finalmente spuntato! È sorte comune di tutti i Governi invecchiati aver pochi nemici palesi e molti nemici occulti, i quali sbucano da tutte le parti a viso scoperto, appena quelli vacillano.
Ma su questi sentimenti così diversi grandeggiò in tutti uno spavento comune: che della pace e della guerra dovesse decidere il Parlamento. Il Parlamento non è stato pur troppo mai, in Italia, una istituzione di molto vigore. Ma è maggiormente scaduto da dieci anni in qua, a mano a mano che quel potere tra costituzionale e personale di cui abbiamo già tenuto discorso negli studi precedenti, ha vuotato l’Istituto parlamentare del suo midollo vitale — i partiti, la discussione, il principio di maggioranza — non lasciandone in piedi, come certi alberi stravecchi, che la morta corteccia, una apparenza e una finzione, per governare facilmente e senza contrasto. Si fecero rari nel Parlamento gli uomini, i gruppi e i partiti che avessero autorità; non rimasero che uomini, gruppi e partiti i quali avevano del potere; e il Paese sospirava e ogni tanto si doleva a parole di questo decadimento, ma non cercava o tentava nessun rimedio; anzi approfittava del male senza scrupolo, allorchè se ne porgeva il destro. Ma quando parve che il Parlamento dovesse decidere la pace o la guerra, molti sbigottirono. Arbitro delle sorti comuni il Parlamento, e cioè quella Camera e quel Senato? Il Parlamento che aveva lasciato crescere entro sè quel potere personale da cui tanti si sentivano offesi in quel momento, pur non sapendo precisamente il perchè? Il Parlamento che aveva approvato il monopolio delle assicurazioni, pur pensando che la legge era funesta, e il suffragio universale, pur temendo che la riforma fosse immatura? Il Parlamento che era stato inerte testimone della guerra di Tripolitania, e che aveva lasciata rinnovare innanzi tempo la Triplice Alleanza senza nemmeno chiedere una spiegazione al Governo? Il Parlamento che, fidando ciecamente nella saggezza di un uomo, aveva lasciato obliterare a poco a poco i suoi diritti e poteri?
Da queste collere, da questi sdegni, da queste apprensioni, da queste angoscie, levatesi incontratesi accozzatesi insieme, nacque negli uffici dei giornali, in mezzo alle studentesche, nelle biblioteche, nelle scuole, e tra la gente che sa di lettere, come dicevano i nostri vecchi, il moto di opinione, che ha deliberata la guerra, esautorando il Parlamento. Come nella primavera del 1912 un capo potente tra tutti aveva obbligato il Parlamento nolente ad approvare il suffragio universale, che fu un fiero colpo all’influenza politica delle classi colte, nella primavera del 1915, a loro volta, le classi colte hanno obbligato il Parlamento, con una violenta agitazione di piazza e di stampa, a rinnegare quel capo e a fare la guerra.
3. — Il «Libro Verde».
Sarebbe vano il tentar di negare che l’atto sia stato grave. Conviene dunque che ci chiediamo se la collera pubblica, che ha compiuto quell’atto rivoluzionario, era giustificata; e quali doveri l’atto imponga oggi a tutti.
Per giudicare se la collera pubblica era giustificata, occorre conoscere quale fosse, verso il 10 maggio, la situazione diplomatica dell’Italia. Studiamo dunque il Libro Verde. Nel trattato della Triplice Alleanza era stato inserito un articolo, il settimo, la cui lettera non è ancora nota a noi semplici mortali, ma il cui tenore si arguisce dalle discussioni che intorno a quello sono fatte nel Libro Verde. Con quel patto l’Austria-Ungheria e l’Italia si impegnavano ad intendersi prima e a concedersi a vicenda dei compensi, per ogni azione dell’una e dell’altra Potenza, che alterasse l’equilibrio dei Balcani. Richiamandosi appunto a questo patto, il 9 dicembre del 1914 l’onorevole Sonnino chiede all’Austria, che tentava in quei giorni di invadere la Serbia, di intavolare la discussione intorno ai compensi che all’Italia spettavano per ciò che l’Impero vicino aveva fatto, faceva e potrebbe fare in Serbia e contro la Serbia. Da questa prima domanda prende le mosse una discussione, che ha durato sino alla fine di aprile: una discussione, nella quale pur troppo l’Italia ha dovuto far figura di mercanteggiare per cinque lunghi mesi, freddamente, brano a brano, la pelle della Serbia; ma che l’Italia, per quanto il discutere potesse ripugnarle non poteva schivare. Nessun Governo avrebbe potuto lasciar cadere in prescrizione i diritti contenuti in quel fatale articolo settimo, senza incorrere in una terribile responsabilità il giorno in cui il testo del trattato fosse stato conosciuto. «Che avete fatto dei diritti dell’Italia?» — avrebbe gridato quel giorno al Governo il Paese. Era dunque necessità chiedere i compensi, e, chiestili, discuterli. Non starò a seguir passo passo la lunga discussione, chè sarebbe una inutile fatica: dirò solo che entro gli angusti limiti delle convenzioni e dei principî che regolano l’azione diplomatica, l’on. Sonnino ha discusso con pazienza, con dignità e con abilità, in modo da poter rompere con l’Austria plausibilmente, in base al trattato medesimo. Ma sia, come è probabile, che l’articolo settimo fosse vago e impreciso, e fosse stato scritto in vista di eventi ben diversi da quelli a cui era forza applicarlo; sia che l’Austria fosse restìa per ragioni che non è difficile imaginare, certo è che molti passi e molte parole ci vollero, per persuadere l’Austria a interpretare il famoso e misterioso articolo su per giù allo stesso modo dell’Italia. Superato con l’aiuto e per intromissione della Germania questo punto, non ci volle minor tempo e fatica per persuadere l’Austria a dire quali compensi essa fosse disposta a dare all’Italia. Finalmente il 27 marzo il barone Burian partecipa al duca di Avarna (Libro Verde, doc. 56) che «l’Austria-Ungheria sarebbe pronta ad una cessione di territorî nel Tirolo meridionale, compresa la città di Trento. La delimitazione particolareggiata sarebbe fissata in modo da tener conto delle esigenze strategiche che creerebbe per la Monarchia una nuova frontiera, e dei bisogni economici delle popolazioni». Il Governo italiano (Libro Verde, doc. 58) risponde il 31 marzo che l’offerta è vaga e insufficente; e il 2 aprile (Libro Verde, doc. 60) il Governo austriaco precisa: «I territori che l’Austria-Ungheria sarebbe disposta a cedere all’Italia alle condizioni indicate comprenderebbero i distretti (Politische Bezirke) di Trento, Rovereto, Riva, Tione (ad eccezione di Madonna di Campiglio e dei suoi dintorni), nonchè il distretto di Borgo. Nella Vallata dell’Adige il confine rimonterebbe fino a Lavis, località che resterebbe all’Italia». L’8 aprile (Libro Verde, doc. 64) l’on. Sonnino dichiara che quel che l’Austria-Ungheria offre non basta; e presenta le richieste sue: chiede cioè che l’Austria dia tutto il Trentino coi confini, che ebbe il Regno Italico nel 1811 e il gruppo delle Isole Curzolari; che corregga a favore dell’Italia il confine orientale, restando comprese nel territorio ceduto le città di Gradisca e di Gorizia; che acconsenta a costituire Trieste e il suo territorio in uno Stato autonomo; che riconosca la sovranità dell’Italia su Vallona e si disinteressi dell’Albania, acconsentendo infine a dar subito esecuzione al trattato. Ma l’Austria respinge tutte queste richieste, acconsentendo solo a ingrandire alquanto la sua offerta del Tirolo: intorno a queste proposte e risposte si discute tutto il mese di aprile senza venire a conclusione, finchè il 3 maggio (Libro Verde, doc. 76) il Governo italiano denuncia l’alleanza con l’Austria «C’est pourquoi l’Italie — così termina la denuncia — confiante dans son bon droit, affirme et proclame qu’elle reprend dès ce moment son entière liberté d’action, et déclare annullé et deshomais sans effets son traité d’alliance avec l’Autriche-Hongrie».
Tale è, per sommi capi, il negoziato diplomatico che ha messo capo alla guerra: monumento della mala fede italica, diranno gli Austriaci; prova lampante della perfidia austriaca, risponderanno gli Italiani; rovina inevitabile di una politica troppo artificiosa, conchiuderà chi abbia forza di abbracciar nelle loro congiunture vitali gli eventi. La guerra tra l’Austria e l’Italia era stata scritta molti anni prima nello stesso trattato di alleanza da diplomatici che pur troppo non sapevano leggere l’avvenire negli astri; dalla mano ignara che, credendo di provvedere alla pace, aveva compilato quel fatale articolo settimo. Già l’abbiamo veduto: l’Italia era obbligata a chiedere i compensi, anche a rischio di sforzare la lettera dell’articolo: ma che cosa poteva offrir l’Austria se non qualche ritaglio di territorio o qualche vantaggio d’ordine o economico o coloniale? Si è mai veduta una grande Potenza comperare da un’altra il diritto di fare una guerra a prezzo di un brano della sua carne viva? E allora poteva l’Italia, sotto gli occhi del mondo, mentre i grandi popoli di Europa sono tutti una piaga e tutti rossi di sangue, vendere per trenta denari la Serbia ed il Belgio, che, pur senza che alcuno nemmeno accennasse nelle trattative al piccolo regno sbranato dalla Germania, avrebbe per la forza della situazione fatto parte dello stesso mercato? Che altro scampo ci restava, se non chiedere compensi che il Governo austriaco non potesse concedere, e il cui rifiuto era forza provocasse la guerra?
Le richieste poste innanzi dal Governo italiano potevano essere subite da uno Stato vinto e rivinto, non essere accettate dall’Austria, nelle circostanze presenti. Ma se questo punto non è dubbio, è pur evidente che il Governo italiano doveva porre all’Austria, per permetterle di sgozzare liberamente la Serbia, delle condizioni inaccettabili: perchè le concessioni che l’Austria avrebbe potuto fare, esso non poteva accettarle; e non le poteva accettare, perchè il sangue della Serbia e del Belgio non potevano essere oggetto di un mercato e materia di compensi. Nessuno, il quale conosca l’Europa, abbia sentore dei fremiti che ne percorrono le viscere, intraveda i nuovi orientamenti dello spirito pubblico, può dubitare che noi, facendo mercato del sangue dei Serbi e dei Belgi, ci saremmo disonorati di fronte alle Potenze della Triplice Intesa, nel tempo stesso in cui, approfittando senza misericordia delle difficoltà che angustiano gli Imperi germanici, ce li saremmo inimicati. E tanto meno poi dubiterà che da questa infamia e da questa inimicizia potevano nascere per l’Italia, nel presente perturbatissimo stato dell’Europa, i maggiori pericoli. Certamente chi imaginò e scrisse quel settimo articolo del trattato non prevedeva che un giorno, da un incidente di politica balcanica, sarebbe scoppiata la guerra europea; non prevedeva che quel nostro piccolo interesse balcanico, a cui credeva aver provveduto con accortezza, sarebbe stato un giorno legato da terribili eventi al destino del Belgio, della Francia, dell’Inghilterra, della Russia, dell’Europa intera; credeva in buona fede di avere messo tra le due diffidenti Potenze un serio pegno di pace, e aveva invece — ironici scherzi che la storia fa spesso alla saggezza umana — gettato tra l’Italia e l’Austria il pomo della discordia, che genererebbe la guerra.