II. LE CAUSE PROFONDE DELLA GUERRA
Reading edition
Questa seconda parte del volume comprende tre discorsi — dei quali i due primi sono inediti.
Il primo fu tenuto a Milano, per invito della Università Popolare, il 25 gennaio del 1914. Non tratta dunque della guerra, ma dell’America, dell’Europa e del progresso, riassumendo una delle tesi principali dell’ultimo libro dell’autore, che si intitola appunto Tra i due mondi. Il discorso potrebbe dunque sembrar estraneo all’argomento di questo volume: ma non è. Quanto sta scritto sulla guerra negli studi successivi raccolti in questo volume è l’applicazione di alcune idee esposte brevemente in questo discorso e più ampiamente svolte nel libro. È parso quindi opportuno all’autore far sì che il lettore, volendo, potesse, dopo aver conosciuto come la guerra europea è scoppiata, e prima di passare a vedere quali sono state le cause profonde della catastrofe, rendersi conto delle idee direttive che saranno guida e lume all’autore per intendere un così vasto fenomeno. L’autore spera così che gli studi seguenti riescano più chiari; e che il lettore possa giudicare se egli non si illuda, sul finir di questo primo discorso, mostrando di credere che «questo modo di considerare la storia del mondo aiuti a intendere il nostro tempo; e nelle loro congiunture vitali, le idee e le dottrine in cui crede, la politica che fa, le aspirazioni e i bisogni che lo travagliano, le crisi e i pericoli che lo minacciano». La guerra europea dovrebbe essere una eccellente pietra di paragone per tutte le dottrine, che pretendono di illuminare gli uomini sulle inclinazioni, i meriti e i vizi della civiltà presente.
Il secondo discorso fu tenuto a Firenze, il 13 marzo del 1915, per invito di un Comitato riunitosi apposta e di cui era anima Giulio Caprin, nel salone dell’Università Popolare posta nella scuola Luigi Alamanni; e ripetuto il 16. Applica alla guerra europea alcune delle idee svolte nel discorso precedente.
Altre di queste idee sono infine applicate nel terzo discorso, che fu pronunciato il 12 febbraio del 1915, a Parigi, nel massimo Anfiteatro della Sorbona, nella grande riunione convocata dall’Union des groupements latins e presieduta da Paolo Deschanel, presidente della Camera dei deputati. Il testo francese fu pubblicato nel Temps e nel Journal des Débats del 13 e nella Revue Hebdomadaire del 20 febbraio: la traduzione italiana, curata dall’autore stesso, nel Secolo del 13 febbraio. Questa traduzione non concorda sul finire con il testo francese, che porta le tracce di un pentimento avvenuto all’ultimo momento: la si ristampa con qualche emenda e ritocco, facendola terminare nel modo stesso del testo francese.
I. IL DISCORSO DI MILANO: PROGRESSO E DECADENZA
Signore e Signori,
I.
L’europeo che viaggia l’America in ferrovia, può figurarsi che attraversa un deserto. Vede all’Argentina trascorrergli innanzi, lenta e monotona, una verde pianura, nella quale ogni tanto quattro o cinque casette rosse, allineate al di là di una stazione, appaiono, tutte eguali, a ricordare che degli uomini vivono pure in quella infinita solitudine. Vede nel Brasile, sin dove l’occhio giunge, montagne cupe nella luce sfolgorante del giorno; e in mezzo a quelle ogni tanto delle montagne più chiare, su cui la foresta primitiva fu incendiata per far posto ai filari del caffè: ma non vede case e villaggi, se non ogni tanto, nella solitudine, e dopo un lungo viaggiare. Vede nell’America del Nord un villaggio apparire ogni tanto qua e là in mezzo al deserto: poi a un tratto il treno irrompe, sbuffando e sibilando, tra case, camini, edifici, casette che sembrano rincorrersi alla rinfusa; si intravedono strade, uomini, veicoli, che appena visti scompariscono. Entriamo in una grande città. Mezzo milione, un milione, due milioni di uomini si pigiano su quel piccolo territorio, sotto il nero padiglione di fumo che distendono sul loro capo i mille camini. Ma ripigliando dopo una breve sosta la corsa, il treno getta di nuovo, dopo pochi minuti, il suo stridulo fischio nella vasta solitudine.
Spettacolo di singolare novità per l’europeo, che viene da una delle terre più popolose del mondo, dove case e casette si arrampicano a branchi dalle rive del mare alle ultime vette abitabili delle Alpi! Ma in quelle pianure e in quelle montagne che paiono spopolate, come in quelle città che sembrano sorgere in mezzo al deserto, l’uomo ha trovata finalmente la Terra promessa, il Giardino delle Esperidi, l’Eldorado sognato per tanti secoli: ma da quelle pianure, da quelle montagne, da quelle città trabocca ogni anno sul mondo una piena di diverse ricchezze: di cereali, di cotone, di tabacco, di caffè, di lana, di carne, di oro, di argento, di rame, di carbone, di petrolio, di ferro e manufatti di ogni specie; ma in quelle pianure, in quelle montagne, in quelle città milioni di europei trovano ogni anno il pane, il tetto, il giaciglio, l’agiatezza; e la Fortuna sembra scapricciarsi a gettare alla cieca in mezzo agli uomini, a piene mani, i suoi doni più ricchi. Tante favole corrono oggi per l’Europa intorno agli orrori e alle meraviglie dell’America, che non si raccomanderà mai abbastanza agli uomini del vecchio mondo di non essere troppo creduli: ma non sono favole invece e sono forse maggiori che l’Europa non creda, le sue ricchezze. Quelle ricchezze che risvegliano nell’anima della vecchia Europa tanta ammirazione, tanta invidia e tanta cupidigia; quelle ricchezze intorno alle quali in tutto il mondo tanto si scrive, si disputa e si farnetica.... Ed a ragione. Non che l’America si prepari con quella, come troppo spesso si dice, a comperare il vecchio mondo in bisogno; ma perchè l’America precipita con la forza di quelle ricchezze un rovesciamento di ideali e di misure, che già da un secolo venivano lentamente capovolgendosi.
II.
Questa affermazione sembrerà oscura. Cercherò di chiarirla con questo discorso. Che cosa sono dunque queste tanto celebrate ricchezze dell’America? Molti scrollano le spalle, a sentir questa domanda, in Europa. Dei barbari che vogliono arricchire per arricchire, nelle cui mani l’oro diventa sterile: e gli Americani son giudicati. Ma non è necessario aver viaggiato a lungo, per esempio, negli Stati Uniti dell’America del Nord, per sapere quanto questa opinione si dilunghi dal vero. Cupido solo di ricchezza il paese ove i corpi pubblici e i ricchi privati fanno a gara per fondare biblioteche, musei, scuole d’ogni genere e specie? Dove gli studenti e i ricchi mecenati bastano a mantenere, senza sussidio alcuno dello Stato, immense Università — come Harward e Columbia? Dove Stati, Città, Banche, Ferrovie, Società di assicurazioni e milionari profondono ogni anno tesori per abbellire di sontuosi edifici le città? Il popolo che spalanca le porte, da ogni epoca della storia e da ogni contrada della terra, a tutte le arti, a tutte le scienze, a tutte le dottrine e le credenze? Dove si creano ogni giorno delle religioni nuove? — No: l’Americano non è il barbaro carico d’oro, di cui favoleggiano certe leggende in Europa. Anche l’Americano sa che, se è necessario produrre ricchezza, il produrla non basta. «Ma — si dice — l’arte, la scienza, la religione sono cose a cui l’Americano attende a tempo perso: alla ricchezza, invece, no. Totus in hoc est». È vero: ma, di grazia, e l’Europa? Chi oserebbe affermare che oggi, al sommo dei pensieri del vecchio mondo stiano la morale, il diritto, le arti, le lettere o le scienze? Di che si parla anche tra noi tuttodì se non delle industrie, dei commerci, dell’agricoltura e del loro incremento? Non abbiamo noi forse udito sovrani regnanti per la grazia di Dio vantarsi di seguire con occhio vigile il commercio del proprio popolo su tutte le vie della terra? Se dunque l’America è barbara, anche l’Europa e il mondo rimbarbariscono. E a dire il vero non pochi fanno propria, almeno di tempo in tempo e quasi senza accorgersene, questa conclusione. Non ci lamentiamo forse tutti — dieci volte ogni dì — che gli operai, che gli impiegati, che i soldati, che gli studenti, che i professori, che i figli e i padri, che i mariti e le mogli, che i ministri dello Stato e i camerieri non valgono più quelli di una volta; che l’arte del ben cucinare si perde insieme con i prelibati vini di un tempo e con le maniere della buona creanza, il senso del bello e i sentimenti generosi? Ma il tralignar di tutte queste cose non è forse un rimbarbarire? Dunque, il mondo rimbarbarisce.... E sia: ma donde è nato questo movimento che ad un tempo sospinge i popoli alla ricchezza e alla barbarie? Volgiamoci verso il passato: lo vedremo scaturire e discendere alla volta del nostro secolo dai tempi lontani, in cui un genovese oscuro e ostinato spiegò dalle coste della Spagna le sue vele e sparve a Ponente nell’Oceano intentato. Sì: sino ad allora l’Europa aveva creato arti, religioni, filosofie, morali, sistemi giuridici di incomparabile perfezione: ma era povera: lavorava poco e lenta: venerava le tradizioni e l’autorità: aveva costretta l’energia dell’uomo entro leggi, pregiudizi e precetti senza numero: si sforzava di inculcare nelle generazioni il tenebroso pensiero che l’uomo è un essere debole, corrotto e simile — come canta Virgilio — al barcaiolo che risale a forza di remi la corrente vorticosa di un fiume. Guai a lui, se per un istante egli cessa di far forza! La corrente lo travolgerà. Ma come ebbe scoperto in mezzo all’Oceano un continente nuovo, l’Europa a poco a poco si fece ardita: si accorse che Prometeo era stato un ladro maldestro, perchè del fuoco non aveva rubato che una piccola scintilla; scoprì il carbone e l’elettricità; fabbricò la macchina a vapore, e non si appagò più di sognare la Terra promessa ma la volle; distrusse le tradizioni, le leggi e le istituzioni che avevano incatenate tante generazioni; imparò a lavorar presto e assai; non desiderò più solo la ricchezza, ma anche la libertà; e gettò nel mondo, come un rimprovero al passato e una sfida alla natura, la parola che domina il secolo: progresso!...
Poichè l’idea del progresso è nata proprio tra il crepuscolo del Seicento e l’alba del Settecento, dopo i primi trionfi delle scienze: e si è diffusa, ha vinta nel popolo come nei grandi la forza della tradizione, gli scrupoli della fede, le obiezioni dei filosofi e le paure del misoneismo, a mano a mano che l’uomo, armato di fuoco e di scienza, conquistava la terra e i suoi tesori. Ma allora, se noi viviamo nel secolo del progresso, come accade che ci lagniamo della decadenza di tutte le cose? Come può rimbarbarire il secolo del progresso? Affermando che l’America è barbara e che il mondo deteriora, bestemmiamo noi forse alla leggera il progresso? O altrimenti, che cosa è questo progresso che lascia il mondo sdrucciolare nel peggio e per il quale ogni giorno ci affatichiamo, soffriamo e talora gettiamo perfino la vita?
III.
Così fu che, dopo aver errato assai nel nuovo mondo per monti, per valli ed entro il labirinto di questi dubbi e di queste contradizioni, mi trovai alla fine un giorno alle prese con questo problema: che cosa è il progresso? Era chiaro che solo dopo aver definito il progresso, si poteva giudicare l’America; ma che, definitolo, si potrebbe giudicare addirittura la civiltà moderna nei suoi fini e nei suoi mezzi, Poichè se il progresso è incremento della ricchezza, l’America è il modello dei popoli e il mondo cammina sulla buona via. Se invece il progresso è alcunchè diverso dall’incremento dei beni, potrebbe anche esser vero che l’America e l’Europa vadano rimbarbarendo. Ma purtroppo il quesito era oscuro e difficile. Se domandassimo a mille persone che cosa è il progresso, quante saprebbero rispondere con sicurezza; e quante definizioni, tutte incerte e tutte diverse, non ci verrebbe fatto di raccogliere? Non ci volle molto tempo a scoprire che tutti pronunciamo cento volte al giorno questa gran parola, ma che nessuno di noi sa quel che propriamente significhi. Ricorsi ai libri dei dotti, per riceverne luce e consiglio: ma invano. Ogni savio definiva il progresso a modo suo e in modo arbitrario, poichè invano cercavo nell’uno e nell’altro un argomento decisivo che dimostrasse vera una definizione e false tutte le altre. Insomma, il secolo del progresso non sa che cosa il progresso sia e quindi non sa se l’America è da più o da meno dell’Europa, e se esso stesso progredisce davvero o no. Qualche volta dice di sì, qualche volta di no. Come si spiegano queste stranissime contradizioni e incertezze? Forse le spiegheremo, se ci volgeremo insieme, come io mi volsi allora, dal fondo dell’America verso le civiltà antiche, tra le rovine delle quali, prima di prender la mossa al viaggio del nuovo mondo, avevo vissuto tanti anni. Sì: le civiltà che furono prima della civiltà presente erano povere e limitavano da ogni parte lo spirito umano, incatenandone i desiderî, le ambizioni, l’ardimento; lavoravano poco e lente; e, pur soffrendo della penuria, pensavano che l’accrescere i beni fosse, più che un merito e un vanto, una croce. Ma in compenso volevano una qualsiasi perfezione: o esigevano negli oggetti fabbricati dall’industria ben altra solidità, finitezza e bellezza; o avevano le arti decorative e i loro grandi maestri in quella stima in cui noi abbiamo oggi gli inventori fortunati e gli abili tecnici; o ingombravano la vita pubblica e la privata di cerimonie fastose ed eleganti; o davano gran peso alle questioni di morale personale e onoravano di pubblico culto certe virtù. Insomma, badavano alla qualità più che alla quantità; e perciò sapevano limitarsi con una pazienza che è cagione a noi di tanto stupore. Noi abbiamo capovolto quell’antico ordine di cose; ci siamo proposti come fine l’incremento della ricchezza; abbiamo rovesciati o cancellati tutti i limiti antichi conquistando la libertà: ma abbiamo dovuto subordinare in ogni cosa la qualità alla quantità, e relegare tra le anticaglie gli esempi di perfezione che i nostri antenati tenevano in mezzo alla casa al posto d’onore. La decadenza degli studi classici, per esempio. Molti non sanno darsi pace che i tempi non vogliano più saperne di Omero, di Virgilio e di Cicerone; e vorrebbero ripristinare gli antichi nell’antico onore. Ma come e in che modo? Gli antichi scrittori furono studiati con zelo indefesso sinchè furono il modello ammirato da tutti della perfezione letteraria, e sinchè questa perfezione, oltre che ornare la mente, fruttò la pubblica stima, la fama, qualche volta la gloria e cospicue dignità. Ma da un secolo una sordida polvere ha coperti anche quei modelli, un tempo così sfolgoranti: altre letterature e diverse, più accese e più colorite, sono venute in fama: e poi che catena sarebbero tutte quelle antiche regole del bello scrivere, per un secolo che vuol scrivere e parlar tanto, e così a precipizio! Gli antichi non possono essere più i maestri del gusto, nel secolo della ferrovia e del telegrafo; e non potendo esser più i maestri del gusto, non sono, per il maggior numero, più nulla, neppure degli scrittori interessanti — perchè molti si dilettano maggiormente di libri più freschi. Tutte le arti, voi lo sapete, sono oggi travagliate da un misterioso malessere; ma non tutte allo stesso modo e nella stessa misura: perchè delle arti ce ne son due sorta, quelle che divertono gli uomini — la musica, il teatro, la letteratura; e quelle che abbelliscono il mondo — l’architettura, la scultura, la pittura e in genere le arti decorative. Orbene: le arti che abbelliscono il mondo sono oggi le più tribolate. Nessun secolo costruì mai tanti palazzi, tanti monumenti, tante nuove città; nessuno nutrì tanti architetti, pittori, scultori e decoratori di ogni genere. Noi abbiamo tutto quello che occorre, pare, per far bello il mondo: il denaro, gli artisti, il desiderio. Perchè non ci riesce? Che cosa ci manca? Una cosa sola: il Tempo. Lodavo un giorno certe architetture di New York ad un valentissimo architetto di quella città. «Sì, sì — mi rispose ironicamente. I miei concittadini spenderebbero volentieri cento milioni di dollari per costruire un nuovo San Marco o una seconda Nôtre Dame: ma a un patto... Che io la terminassi in diciotto mesi!». Ecco il punto. Come abbellire un mondo che non sta mai fermo, che sempre muta, che ha tanta fretta e che vuol moltiplicare la quantità di tutte le cose? Che si voglian fabbricare dei bei palazzi, o dei bei mobili, o dei bei gingilli — quale si sia, grande o piccola, la perfezione ambita — ci vuol tempo, e non furia; ci vuol discrezione nella richiesta e gusti non troppo volubili. In diciotto mesi non si poteva edificare San Marco: nè la Francia avrebbe creati i famosi stili del settecento, se già allora gli uomini fossero stati morsi dalla tarantola del nuovo, e avessero desiderato rinnovar mobiglio e inventare uno stile novissimo ogni dieci anni.
IV.
Quanti altri esempi si potrebbero citare! Intorno a noi, da ogni parte, ferve la lotta della quantità e della qualità. Questa lotta è l’essenza stessa della civiltà moderna. Sì, due mondi vivono e combattono in seno ai nostri tempi; ma non sono l’Europa e l’America, sono la quantità e la qualità; e combattendo confondono a tal punto le idee degli uomini, che noi non siamo più capaci di definire il progresso. Perchè noi ci contradiciamo tutti i giorni, ora affermando che il mondo progredisce, ora che declina? Perchè i nostri tempi hanno accresciuta di molto la quantità di tutte le cose, ma quasi sempre a scapito della qualità; cosicchè paiono progredire o decadere secondo che li giudichiamo alla stregua della quantità o alla stregua della qualità. Noi non ci raccapezziamo più, perchè confondiamo di continuo le due misure — la quantità e la qualità — adoperandole promiscuamente.
Supponete che un architetto e un impresario di cementi armati discutano dei tempi presenti: vi meravigliereste voi se il primo versasse lagrime amare sulla decadenza del mondo, che non è più capace di edificare, in mezzo alla congerie dozzinale delle città moderne, un nuovo Palazzo Vecchio o una nuova San Marco; e che il secondo celebrasse invece il magnifico progresso dei tempi, in cui le città pullulano e crescono in ogni parte come i funghi in una foresta dopo la pioggia? Hanno tutti e due ragione, ma ciascuno secondo il modo suo di vedere. Il primo giudica alla stregua della qualità e ha ragione di affermare che tutte le città dell’America non valgono San Marco o Palazzo Vecchio. L’altro giudica alla stregua della quantità; e naturalmente conchiude a rovescio. Tale è il mondo, in cui viviamo: misurato con il metro e la bilancia è un gigante. Gli uomini non possederono mai tanta terra, non dominarono mai le forze della natura con così potenti strumenti e non profusero mai al sole tante ricchezze. Ma se lo giudichiamo alla stregua della qualità, esso scomparisce a paragone di molte generazioni passate; di quelle che crearono la scultura greca, per esempio, o l’architettura italiana del medio evo, o i grandi stili decorativi francesi del settecento. Noi possiamo egualmente sostenere che i nostri tempi progrediscono e che declinano, adoperando ora l’una, ora l’altra misura: così come possiamo, scambiando le due misure, sostenere a piacere la preminenza dell’America e quella dell’Europa. Non cercate in America nè le meraviglie nè gli orrori, di cui troppo vi tengon discorso; perchè non ci troverete altra cosa che il principio della quantità, cresciuto da un secolo in tanto potere, e i suoi più meravigliosi prodigi. Un popolo laborioso e volonteroso si è trovato padrone di un vastissimo continente ricco di terre fertili, di boschi e di miniere — proprio quando l’uomo inventava lo strumento atto a sfruttare rapidamente le immensità: la macchina a vapore. Armato di questo strumento, quel popolo ha moltiplicate in un secolo le ricchezze di cui l’uomo è più cupido, un infinito numero di volte; e abbozzata in fretta una società grandiosa, disordinata e potente, che agli ideali antichi ha anteposto un ideale nuovo: far molto e far presto.... L’America non ignora e non disprezza, come dicono i suoi nemici, le arti e le scienze: ma a queste attende con minor foga che allo sfruttamento del suo continente. Nè è più conforme al vero dir che l’Europa è maestra di civiltà al nuovo mondo ancora barbaro; o che a fianco dell’America giovane essa raffigura la decrepitezza impotente. Anche in Europa la moltitudine si avvezza al largo spendere; il lusso privato cresce con le pubbliche spese: occorre quindi affrettare la produzione della ricchezza. Ma il vecchio mondo è più popoloso e meno ricco del nuovo; è tutto frastagliato di frontiere; vive ancor troppo, almeno con la memoria, nei tempi in cui gli uomini si contentavano di fare e di possedere poche cose, ma belle e buone. Se l’Europa avanza l’America nella coltura, è più timida, più avara, più lenta nelle industrie e nei commerci. Chi assuma dunque come misura la quantità, giudicherà che l’America è il modello; chi la qualità invece, conserverà all’Europa il suo antico primato.
V.
Voi però mi direte a questo punto: «Ma — di grazia — la misura vera, qual’è? Quale dobbiamo adoperare sicuri di non errare? La quantità? La qualità? Possiamo noi vivere senza sapere se progrediamo o decliniamo — e quale dei due mondi possa ragionevolmente aspirare al primato? Camminare, ignorando dove la via ci mena?». E chi dicesse così, avrebbe ragione. Noi dovremmo poter definire quel progresso in cui crediamo quasi come i nostri nonni credevano in Dio. E invece... E invece continueremo per un pezzo a balbettarne delle definizioni confuse e incoerenti — come di parecchie altre parole, oggi non meno strapazzate di questa: della parola libertà, per esempio. E difatti: possiamo noi sperare che la qualità ritorni a governare gli uomini come in passato? Che la bellezza antica rientri in trionfo, come regina, nel mondo ampliato e sconciato dalla macchina? Occorrerebbe che gli uomini preferissero di nuovo l’eccellenza all’abbondanza. Ma possiamo noi credere possibile oggi un moto — o religioso o politico o intellettuale — che imponga a tutti gli ordini sociali una restrizione un po’ rigorosa dei bisogni, dei desideri, del lusso? E allora, sinchè il numero, come i bisogni e le aspirazioni degli uomini cresceranno; sinchè i privati e gli Stati cederanno così facilmente alla voglia di far più spese, la quantità dilaterà il suo impero sulla terra, l’incremento delle ricchezze servirà come misura unica del progresso, e all’arte e alla morale non avanzerà nel mondo altro spazio che quel poco di cui gli uomini non avranno bisogno per sbracciarsi a fabbricare macchine più veloci, a coltivare più vaste distese di terre e a scavare miniere.... Queste cose son così vere, che molti pensano di sciogliere il quesito, pigliandolo bravamente dall’altro capo. «Volgiamoci allora alla quantità — dicono. Incoroniamola regina del mondo. Sia progresso l’incremento delle ricchezze. Anche il produrre ricchezza è opera grande e meritevole». Certamente. Ma chi riuscirebbe a imaginare un mondo che fosse quantità pura, privo di arte e di morale, spoglio di bellezza e di giustizia? Non facciamoci dunque illusioni: non c’è scienza, filosofia o religione — venga essa dalla Germania, dall’India o dal pianeta Marte — che possa effettuare questa quadratura del circolo, almeno sinchè noi non ci decideremo a volere o la vittoria definitiva della quantità sulla qualità o quella della qualità sulla quantità. Ma noi non possiamo — oggi almeno — volere nè l’una nè l’altra; dunque il mondo continuerà a vivere, malamente contento di una equivoca definizione del progresso e i tempi sembreranno per un pezzo ancora tralignare insieme ed ascendere. Volgeranno cioè propizi ai popoli ricchi di terre, di ferro e di carbone, pur non potendo largire a costoro che delle ricchezze imperfette e manchevoli; mentre i popoli cui toccarono in sorte le tradizioni di una antica e gloriosa cultura e un territorio magro, malediranno in cuor loro quel fardello diventato inutile in tempi in cui bisogna alleggerirsi per correre alla conquista della terra; brameranno insoddisfatti, cercheranno, ammireranno l’opulenza ignorante. Il segreto della più recente storia d’Italia, delle sue fortune e delle sue sventure, è questo e non altro. L’Italia, che è un piccolo territorio naturalmente nè molto ricco nè molto povero — una cosa di mezzo — fu grande sinchè la qualità regnò sola nel mondo; sinchè una gente potè per forza d’ingegno e di lavoro imporsi ai popoli più ricchi; sinchè la grandezza delle nazioni dipese dalla cultura più che dalle risorse naturali del territorio. Ma la sua decadenza incominciò quando la quantità entrò nel novero delle forze storiche, e cioè nel secolo XVI; lenta da prima, come lenti furono da prima i progressi della quantità, e via via più rapida, finchè si giunse alla Rivoluzione francese. In mezzo al gran rivolgimento del settecento anche l’Italia aveva preso a sognare, sia pur nel vago, un qualche rinnovamento della antica grandezza; e con quel sogno, dopo la fragorosa rovina del ’15, aveva consolata insieme ed esacerbata la lunga attesa della generazione che visse tra la caduta di Napoleone e la Rivoluzione del ’48. Ma in quel trentennio, mentre l’Italia aspettava e sognava, la quantità si impossessava alla fine del mondo: si costruivano le prime ferrovie, la grande industria e l’America uscivano insieme di adolescenza. Cosicchè non appena, nel ’59, l’Italia entrò nel mondo, in veste di nazione unita e moderna, subito si accorse che il modesto patrimonio ereditato dagli avi non bastava più; occorrevano oro, ferro, carbone, armi e tante altre dispendiose diavolerie ormai obbligatorie. E si mise all’opera con ardore: ma ahimè! il suo territorio era angusto; ed era ormai già quasi tutto spoglio di boschi; e aveva poche miniere, non carbone, scarso ferro sebbene eccellente: molte invece le bocche; anzi queste crescevano ogni anno, a vista d’occhio, da ogni parte, intorno alle mense non lautamente imbandite. Fu dunque forza lavorare, lavorare, lavorare per produrre la maggior somma di ricchezza possibile, a qualunque costo, sconvolgendo e rimescolando tutto il paese da un capo all’altro, le sue tradizioni, istituzioni e fortune; sopratutto immolando i sogni fatti negli anni dell’attesa e le alte ambizioni agli spiccioli bisogni del giorno, o per ripetere ancora una volta la formula di cui forse ho abusato: immolando la qualità alla quantità.
Da cinquanta anni la storia dell’Italia è quasi dominata da una legge di degradazione dei modelli o, se vi piace meglio, di volgarizzazione degli ideali: degradazione e volgarizzazione, che nella politica come nella cultura e nell’industria, hanno avvicinati e sostituiti i modelli o gli ideali lontani e difficili con altri più vicini e più facili. Abbiamo allargate le basi dello Stato fino al suffragio universale. Abbiamo accresciuta e assai — se si pon mente alla povertà iniziale del suolo — la ricchezza totale. Abbiamo diffusa l’istruzione nei ceti medi e popolari. Ma tutti i modelli di perfezione verso i quali si era sforzata l’Italia antica si son perduti o confusi — dall’umanesimo, le cui ultime faville furono barbaramente spente nelle Università, alle tradizioni delle nostre arti più antiche e gloriose. Sotto nome di libertà prevalse una anarchia intellettuale, per la quale, caduti i modelli e indebolite, quando non rovesciate, tutte le autorità spirituali che li imponevano, la nazione ha perduta ogni chiara nozione dell’eccellenza in tutte le alte attività della mente; e ora seguendo troppo alla leggera mode caduche, ora ingannata dai ciarlatani venute in credito spacciando sofistiche filosofie distruttive d’oltr’alpe, ha perduto il coraggio e la lena delle vaste opere organiche; si è, nell’arte come nella scienza, nell’industria come nel diritto, troppo spesso accontentata della mediocrità dozzinale e del genere frammentario — lirica e novelle in letteratura, monografie nella scienza, espedienti nella politica — pur non appagandosene, pur aspirando in cuor suo all’eccelso, al grande, al nobile, ma non sapendo più precisamente a quale stregua riconoscerlo e con quale premio incoronarlo. Non per nulla anche nel secolo della quantità, noi siamo gli eredi di tanti secoli di civiltà qualitativa! Di qui la smania che non dà pace alle classi alte e colte, e che le spinge così spesso a lacerarsi le proprie carni; quella smania, di cui voi potete vedere l’insorgere improvviso nella nostra storia, confrontando i due scrittori maggiori della prima e della seconda metà del secolo XIX. Alessandro Manzoni ci apparisce nella prima come uomo pieno di dubbi, perplesso e quasi timido, schivo di giudicare gli altri o di imporre loro le proprie opinioni e il proprio sentire. Ma quanto ai principî suoi no, era fermo e sicuro: fermo e sicuro nei principî d’arte, che professò e seguì; sicuro e fermo nei principî religiosi, morali, politici, che fece suoi dopo varie prove e vicende. C’è nella sua vita una conversione: ma è risoluta e definitiva, come il colpo di spada che tagliò il nodo gordiano. Visse insomma con la mente in un mondo circoscritto e limitato; ma in quello sapendo quel che voleva e di quel che voleva sapendo rendere ragione chiaramente: onde, pur non lavorando con alacrità grande che una parte sola della sua vita, potè lasciare parecchie opere, diverse tra loro ma tutte figlie di una intenzione precisa, e un capolavoro. Giosuè Carducci ci guarda invece, anche dai ritratti che adornano le sue edizioni, quasi con un atteggiamento di sfida: e difatti sembra dominare la generazione sua come un Dio che investe, giudica e fulmina. Ma non lasciatevi ingannare dalle apparenze! Quelle collere e quelle violenze coprono in verità la perenne incertezza e la smania incessante di una mente che cerca dei criteri fermi e sicuri per giudicare il mondo, un appoggio cioè, e non lo trova; che ondeggia sempre tra il classicismo e il romanticismo, tra l’erudizione e la poesia, tra la ricerca e l’intuizione, tra l’inno a Satana e l’invocazione alla Vergine, tra la democrazia e il nazionalismo, tra la repubblica e la monarchia. Non c’è quasi grande questione d’arte e di politica, sulla quale Giosuè Carducci non abbia professate in buona fede e sinceramente le opinioni opposte; cosicchè le sue opere sono una miniera inesauribile di citazioni per tutti i partiti e per tutte le scuole. Ma se si è contradetto spesso, non si è convertito quasi mai, e anche quando si è convertito nel modo e per i motivi più degni di rispetto, non ha voluto riconoscerlo: anzi che furie, se lo sentiva a dire! Quanto ha lavorato! Tutta la vita, infaticatamente: molto più che il Manzoni, e quanto pochi altri nostri scrittori del secolo scorso. Ma nei suoi numerosi volumi c’è tutto, c’è prosa e poesia, storia e critica, politica e filosofia, polemica ed estetica, e quanti meravigliosi frammenti possono bastare alla gloria di molti scrittori: non c’è però un’opera di lunga lena. Che cosa sta in mezzo a questi due grandi, che sono così vicini e così lontani? Una rivoluzione — e non soltanto politica: una rivoluzione che, togliendo di mezzo ogni regolatore della vita intellettuale, ha gettato le menti, al di là di tutti i limiti antichi, in un immenso vuoto vorticoso.
VI.
Voi mi direte che, prese le mosse dall’America, noi abbiamo fatto un lungo cammino, ritornando per un così tortuoso giro in Italia. È vero. Ma credo che, almeno per chi non ami nè quel particolar genere di filosofia che specula fuori dello spazio e del tempo, nè quell’altro genere ancor più particolare di scienza che per capirla tagliuzza la realtà in tanti pezzetti, un viaggio meditativo dalle civiltà antiche in America possa chiarire molti oscuri problemi intorno al passato e al presente. Chiarire almeno che quel che noi chiamiamo il progresso, non è in verità altra cosa che il capovolgimento dei principî a cui alludevo poco fa, e che, incominciato appunto dopo la scoperta dell’America, precipita ora per la spinta che il torrente delle nuove ricchezze americane gli imprime. Tutti i secoli avevano detto all’uomo: ogni cosa nuova, solo perchè nuova, deve esser considerata peggiore delle antiche. Il secolo decimottavo e il decimonono rovesciarono questo principio, affermando che la novità, solo perchè nova, doveva presumersi migliore dell’antico. Tutti i secoli avevano detto all’uomo che egli si avvicinerebbe tanto più alla perfezione, quanto più fosse moderato nei suoi desiderî, semplice e parsimonioso nei suoi abiti, ossequente alle Autorità e alla tradizione. I tempi rovesciarono anche questi principî; affermarono che per salire la scala della perfezione, l’uomo deve accrescere desiderî, bisogni, aspirazioni, aguzzare la curiosità e il senso critico a domandar la ragione di tutte le cose. Tutti i secoli avevano ingiunto all’uomo di rispettar i limiti che trovava tracciati in ogni parte nascendo. E venne un secolo che gli disse invece di smuoverli, per verificar se erano solidamente piantati e nel luogo opportuno. Necessario effetto di quel gran moto di popoli, di classi, di idee, di ambizioni che dopo la scoperta dell’America ha spinto l’Europa prima, e poi l’Europa e l’America insieme alla conquista della terra, questo capovolgimento doveva generare un perturbamento universale nella vita del mondo, più grande assai di quello effettuato dal Cristianesimo che anch’esso tanti principî della società antica aveva rovesciati, sebbene con un procedimento diverso: quel perturbamento di cui noi siamo testimoni e autori, e nel quale la stessa crisi dell’Italia di cui vi ho parlato si perde come una ondata in una tempesta. Mi ingannerò: ma pare a me che questo modo di considerare la storia del mondo aiuti a intendere il tempo nostro e nelle loro congiunture vitali le idee e le dottrine in cui crede, la politica che segue, le aspirazioni e i bisogni che lo travagliano, i pericoli e le crisi che lo minacciano. Perciò ritornando dall’America, sulle cui strade io l’ho trovato, ho creduto bene di esporlo, in un libro che a molti è sembrato oscuro: come penso non sarebbe stata sterile in un pubblico insegnamento, se la catastrofe a cui è soggiaciuta in Italia l’alta cultura, negli ultimi cinquant’anni, non avesse chiuse le pubbliche scuole ad ogni non sterile idea. Ma per quanto nemica voglia e debba essere a questo modo di considerare il passato e il presente un mandarinato di falsi savi, che intravede forse adombrata in quella la condanna della sua leggerezza e del suo vano orgoglio, non sarà male di insistere, non foss’altro che per inculcare nello spirito delle nuove generazioni — massime in quella parte che può sfuggire più facilmente alle influenze nocive di troppe sciagurate dottrine accolte e divulgate senza discernimento — che l’Italia può chiedere alla quantità il pane quotidiano per la moltitudine, non la grandezza, la gloria, il prestigio. Di quel che occorre affinchè un popolo grandeggi per la quantità, la natura non ci ha dato che un elemento che solo, senza territori, miniere, boschi, capitali, non basta: la fecondità. Noi non possiamo dunque sperar gloria e grandezza, come i nostri padri, che dalla qualità: il che vuol dire che ci è toccato nella vita un compito particolarmente difficile. Se a un popolo che ha avuto dalla sorte un territorio ricco, l’ordine e la laboriosità bastano per sbalordire nello spazio di una generazione il mondo con le sue subite ricchezze, ad eccellere per qualità in ogni ramo dell’umano lavoro, non basta invece neppure saper raggiungere un modello difficile di perfezione: occorre oggi, come sempre, farlo riconoscere per tale, imporlo agli altri, nessun modello essendo necessario e assoluto. E per imporlo agli altri, occorre imporlo a se medesimi; e per imporlo a se medesimi, è necessaria disciplina, tradizione, abnegazione, un senso sicuro dei limiti; tutte qualità che si van perdendo nel formidabile vortice della civiltà moderna. Salvarle in mezzo a questo vortice, è dunque l’impresa più ardua a cui una nazione possa accingersi; ma la virtù degli uomini come dei popoli grandi si mostra nel saper fare non le cose facili, ma le cose difficili.
II. IL DISCORSO DI FIRENZE: ANARCHIA, LIBERTÀ, DISCIPLINA
Signore e Signori,
I.
La guerra europea — questo terremoto che ha già diroccato a metà il vecchio mondo; la guerra europea, di cui da tanti anni tutti parlavano ma i più senza credere che potesse scoppiare, come si parlava del giorno in cui il sole si spegnerà nel firmamento o la terra incontrerà nello spazio qualche errabonda cometa, la guerra europea è scoppiata in otto giorni. La sera del 24 luglio l’Europa si è addormentata, dal Baltico all’Ionio, dai Pirenei agli Urali, pensando che il giorno seguente sarebbe giunto tra gli uomini all’ora consueta, simile a quelli che lo avevano preceduto e a quelli che lo seguirebbero, per scaricare sul mondo il consueto fardello di beni e di mali, e dileguare poi inosservato nella vasta uniformità del tempo. L’imperatore di Germania faceva la solita crociera nei Mari del Nord; l’imperatore d’Austria era alle acque d’Ischl; il presidente della Repubblica francese partiva dalla Russia, per far visita ai Sovrani scandinavi. Ma la mattina del 25 — era un sabato — l’Europa tutta lesse, sbigottendo, le torbide minaccie che il ministro austriaco a Belgrado intimava di sorpresa al Governo serbo; e il sabato dopo — il 1º agosto — il conte di Pourtalès, ambasciatore di Germania a Pietroburgo, consegnava al Governo russo la dichiarazione di guerra. Come è accaduto? Per colpa di chi? Per quali motivi? Anche oggi, dopo otto mesi, ci par di sognare, quando pensiamo a quei giorni fatali, alla rapidità con cui in una settimana la supposta cometa errabonda negli spazi è apparsa, è ingrandita, è piombata su di noi; allo stupore sbigottito ed inerte con cui l’abbiamo vista correre alla nostra volta, sfolgoreggiare sul firmamento, travolgerci in un torrente di fiamme.
La storia indagherà a suo tempo e racconterà agli uomini, giorno per giorno, ora per ora, quanto fu detto, sussurrato, pensato, voluto, operato, nelle Corti e nelle Cancellerie dell’Europa, in quella settimana fatale. Oggi ogni Governo si studia di non divulgare se non quanto serve a ributtare su gli altri Governi la responsabilità dell’immane catastrofe. Ciò non ostante un punto non può ormai più essere messo in dubbio da nessun osservatore imparziale e informato. La guerra europea è scoppiata, perchè la Germania — popolo e governo — l’hanno voluto. Quale sia stata la parte del governo e quale la parte del popolo, poco importa: quel che conta, è che nel momento decisivo popolo e governo sono stati d’accordo nel fulmineo assalire a ponente e a levante due potenti vicini, che non avrebbero desiderato di meglio che di godersi la prospera pace di cui si allietavano. Onde il gran quesito: perchè un popolo che, essendo così industrioso e professando gli stessi principî morali e politici dei suoi vicini, avrebbe dovuto desiderare la pace alla pari degli altri popoli d’Europa, è stato ad un tratto invasato da tanta furia guerresca, senza aver ricevuto provocazione, a proposito di fatti che lo toccavano solo per via indiretta? È questo popolo, a dispetto delle apparenze, diverso dai suoi vicini e in verità straniero all’Europa, nel cui cuore vive e cresce di numero?
Per rispondere a questo quesito occorre innanzi tutto ricordare che questa guerra non è soltanto una guerra; ma è, come la caduta dell’impero d’Occidente, come l’avvento del Cristianesimo e la Rivoluzione francese, un cataclisma storico. Perciò, se gli accidenti che ne furono l’occasione sono nel presente, le cause profonde, cioè le vere, rimontano lontano: a quella immensa rivoluzione di cui la stessa Rivoluzione francese è un episodio, e che da due secoli va capovolgendo i principî su cui l’ordine sociale aveva posato sin dalle origini della storia. I secoli avevano detto all’uomo: ogni cosa nuova, solo perchè nuova, deve esser considerata peggiore delle antiche, e quindi ogni cosa antica deve essere sacra. E un secolo — il decimonono — osò rovesciare questo principio e affermare, in nome del progresso, che la novità, solo perchè nova, doveva esser migliore dell’antico; che ogni generazione aveva il dovere di rinnovare quante più cose potesse tra quelle che troverebbe. I secoli avevano detto all’uomo che la moderazione dei desiderî, la semplicità del vivere, la parsimonia erano le virtù massime. E il secolo decimonono rovesciò anche queste opinioni; disse virtù il guadagnare e lo spendere largamente, l’accrescere i desiderî, i bisogni, le aspirazioni. Per secoli e secoli era stato detto che l’uomo nasceva per obbedire alle autorità umane e divine: e il secolo decimonono gli disse invece che egli nasceva per vivere libero e per esercitare nella libertà tutte le facoltà sue; che egli perciò doveva domandare la ragione di tutte le autorità a cui si vuol sottoporlo. Necessario effetto di quel gran moto di popoli, di classi, di idee, di ambizioni che dopo la scoperta dell’America ha spinto l’Europa prima, e poi l’Europa e l’America insieme alla conquista della terra, questo capovolgimento di principî, per cui quel che era male è diventato o sta diventando bene e quel che era bene è diventato o sta diventando male, doveva generare un perturbamento universale nella vita del mondo, più grande assai di quello effettuato dal Cristianesimo, che anch’esso tanti principî della società antica aveva capovolti, sebbene con un procedimento diverso; un perturbamento, le cui cagioni sfuggono ai più, ma che si fa sentire in ogni parte del mondo presente. O che non possa accadere mai che il principio nuovo della libertà e del progresso sradichi e tolga di mezzo per sempre e tutto intero il principio antico dell’autorità e della tradizione; o che per sradicarlo e annullarlo occorra più tempo di quello che sinora è corso, fatto sta che presso tutti i popoli d’Europa il principio nuovo non ha trionfato che in parte, mentre in parte l’antico si è conservato. Nasce da ciò, in tutte le moderne nazioni d’Europa, una interna ineguaglianza, tormentosa e continua ma diversa dall’una all’altra; perchè la tradizione e l’autorità non hanno vinto e non hanno ceduto allo stesso modo in tutta Europa. Un popolo è conservatore e tradizionalista in cose in cui l’altro cerca smanioso il progresso, la novità, la libertà — e viceversa.
II.
Se noi paragoneremo rapidamente tra loro i tre maggiori Stati dell’Europa considerandoli a questa stregua, noi spiegheremo forse per qual ragione la Francia e l’Inghilterra desideravano la pace, e la Germania abbia invece loro imposta, come l’ha imposta al mondo, la guerra. Nel grande rivolgimento di idee e di principî, onde è nata la civiltà moderna, la Francia ha fatta la parte sua — e che parte: la Rivoluzione! La Rivoluzione francese ha opposto, come tutti sanno, al principio dell’autorità che per tanti secoli aveva retti gli Stati, il principio della libertà. Perciò la Francia è certamente la nazione d’Europa in cui il principio nuovo della libertà ha maggiormente prevalso nella politica sull’antico: la sola nazione, forse, presso la quale lo Stato, distaccato dalla sua facciata tutto il mistico e magnifico apparato di un tempo, apparisce agli uomini quale è, nuda opera della ragione, inteso solo a servire gli uomini che gli sono sottoposti; e l’autorità, invece di discender dall’alto, emana da coloro che devono obbedire. L’opinione quindi, abbandonata alle sue libere ispirazioni, governa senza limiti e freni la repubblica: una cosa che sarebbe sembrata, tre secoli fa, una empietà o una follia solo a parlarne. Ma dallo Stato e dalle dottrine politiche in fuori, non c’è forse altra nazione di Europa in cui lo spirito antico — il rispetto della tradizione, il senso della misura e dell’autorità — sia così forte come in Francia. La Francia è giudicata da molti un paese «arretrato», come oggi si dice, perchè, quando non si tratti di teorie politiche, l’antico vi resiste molto meglio che altrove al modernismo invadente. La gente vive ancora, non ostante la ricchezza, con modestia e semplicità, almeno a paragone dei larghi mezzi di cui dispone; pratica l’antiquata virtù del risparmio; è restia a mutare i modi usati del vivere quotidiano; ha forte il sentimento della famiglia. Le classi colte non sentono ancora così viva come in altri paesi la smania di rammodernare senza tregua filosofie, arti, scienze. Dopo la Rivoluzione, la Francia — e non è questo uno dei suoi meriti minori — non ha più dato alla luce molte filosofie nuove e non si è molto riscaldata per quelle che la Germania veniva partorendo con tanta fecondità. Oggi ancora la Francia, sola forse tra le nazioni, dubita che l’arte debba anch’essa fare ad ogni costo e sempre delle cose nuove; e non ripugna dal riconoscere l’autorità dei modelli.
Non è difficile dunque intendere come un popolo, il quale era ricco, potente, istruito, e aveva il senso della misura, e non si lasciava facilmente abbagliare da speciose dottrine a desiderare l’impossibile, e lasciava l’opinione popolare governare lo Stato, desiderasse la pace. La Francia era paga della sua sorte e non desiderava cose impossibili: per quale ragione avrebbe attirato sulla sua terra felice il flagello della guerra? La moltitudine, quando può seguire la sua inclinazione naturale, vuol piuttosto pace che guerra. La Francia aveva desiderata la pace con tanto ardore, che più di un vicino — e forse anche il nemico — aveva conchiuso che fosse infrollita. Se passiamo a considerare l’Inghilterra noi troviamo una contradizione diversa. L’Inghilterra ha fatta anche essa la sua parte nel recente sconvolgimento del mondo. Opera più sua che d’altri è la rivoluzione industriale, senza la quale la rivoluzione politica avrebbe assai meno alterato l’antico ordine del mondo. Quando l’uomo non possedeva altri strumenti che quelli — i più di legno — che erano mossi dalla sua mano o dai muscoli di qualche animale addomesticato, egli poteva, sì, fabbricar delle meraviglie, ma in quantità scarsa; e perciò pure doveva considerare la parsimonia come una virtù, la prodigalità come un vizio. Ma quando gli uomini riuscirono a congegnare nuove macchine di ferro, a muoverle con la forza del vapore e a produrre beni in quantità, sia pur più scadenti, non cercarono più nelle cose la bellezza o la bontà, ma la varietà e l’abbondanza. Se no, a che scopo fabbricarne tanto numero? L’uomo sembrò allora farsi più perfetto, quanto più imparava a lavorar rapido e quanto più numerosi si facevano i suoi bisogni.
L’Inghilterra avendo iniziato la rivoluzione industriale, doveva — come ha fatto — cercare prima e più di ogni altro popolo di screditare i costumi dei padri, le tradizioni casalinghe, la semplicità, la parsimonia. Tutti sanno che nella vita privata l’inglese è una specie di zingaro, che non può più affezionarsi seriamente a nessuna delle cose che lo circondano: nè alla famiglia, da cui si stacca facilmente e presto, nè alla casa che cambierà cento volte in sua vita, nè alle proprie abitudini, perchè la tirannica forza della moda, governata a sua volta dall’industria, lo costringerà ogni pochi anni a contrarne di nuove. Ma questa instabilità di gusti, di abiti, di costumi posa invece sopra un fondamento di tradizioni politiche ed intellettuali, poco meno che granitico. Non c’è popolo più restio dell’inglese a mutare opinioni, gusti, metodi, principî, convinzioni, nell’arte, nella scienza, nella religione, nella filosofia e sino ad un certo segno anche nella politica. Accusano oggi i tedeschi l’Inghilterra di aver voluta e fatta nascere la guerra: ma sono davvero ingrati con la nazione che aveva fatto quanto stava in lei perchè essi potessero impadronirsi di sorpresa dell’Europa. L’Inghilterra non solo non voleva la guerra europea, ma non ha mai neppure creduto, per quanto pochi veggenti l’avessero più volte messa sull’avviso, che potesse scoppiare; perchè nella storia non aveva mai visto un altro ciclone che somigliasse a questo e perchè la guerra l’avrebbe disturbata troppo nei suoi piaceri e nei suoi affari. Onde non aveva preparato nulla per la guerra — nè alleanze, nè esercito, nè tesoro; ha esitato fino all’ultimo istante, sinchè i soldati tedeschi non hanno varcata la frontiera belga; e per parecchi mesi ancora dopochè la conflagrazione era scoppiata, non ha capita la grandezza del cimento a cui si era accinta. Buon per lei che la Francia è riuscita da sola a contenere l’invasione tedesca; se no, che cosa mai sarebbe stato di te, disgraziatissima Europa!
In Germania invece ritroveremo una contradizione, diversa così da quella della Francia come da quella dell’Inghilterra. Tutti sanno quanta forza il principio mistico dell’autorità abbia conservato, anche nel ventesimo secolo, in mezzo ai tedeschi. Dio governa ancora i tedeschi, i quali perciò credono di dover essere i suoi beniamini. Si ripete sovente in Europa che la Germania è un pezzo di medio evo: a torto, se si guarda alle forme dello Stato, che si sono abbastanza rammodernate; a ragione, se si guarda allo spirito. Dove se non in Germania possiamo noi ritrovare l’adorazione della potestà regia e di tutte le autorità che emanano dal Sovrano, trasportata dal secolo XVII al secolo XX ma più viva e sincera, perchè temperata con un certo spirito di libertà e di critica; ma più universale e più imperativa, perchè insegnata e inculcata da uno Stato organato mirabilmente, onnipotente, onnipresente? Le monarchie assolute che furono prima della Rivoluzione, erano venerate molto più che non fossero davvero obbedite. Come venerata più che obbedita è oggi ancora l’autorità dello Stato in Russia e in Turchia. In Germania l’autorità, applicando con forza e misura moderna gli antichi principî del governo monarchico, è riuscita a farsi rispettare e obbedire; cosicchè lo Stato tedesco era certo, allo scoppiar della guerra, il più forte d’Europa, quello che aveva a temere meno così la contradizione, come la malavoglia e l’indifferenza dei sudditi.
Ma quale anarchia di costumi, di gusti, di aspirazioni, di criteri, di idee controbilancia, nella Germania moderna, questa forza dello Stato! Non c’è popolo presso il quale le antiche tradizioni di semplicità e di modestia siano state soprafatte da una smania più furente di ricchezza e di lusso: non c’è popolo che abbia santificato con maggior fervore per tutti gli uomini l’eroico dovere di guadagnare e di spendere, di lavorare e di godere finchè bastano le forze e il respiro: non c’è popolo che si sia più gloriato di scavalcare, pensando e operando, tutti i limiti che per tanti secoli l’uomo aveva rispettati: non solo quelli segnati dalle autorità antiche o dalla tradizione, ma anche quelli segnati dal buon senso, o dal senso morale o dalla verecondia. Tutti avete sentito anche troppo parlare, in questi mesi e prima della guerra, della cultura tedesca, di quella scienza e di quella filosofia che dalla Rivoluzione francese in poi hanno trovati tanti alunni tra i popoli troppo vecchi e i popoli troppo giovani, e di cui disgraziatamente le Università d’Italia sono oggi le ancelle più umili che ci siano in tutta Europa. Ma in che propriamente si distingue questa cultura dalle altre, che l’hanno preceduta o che le vivono accanto? In questo: che troppo spesso o per soverchio orgoglio o per scarsa esperienza o per qualche altro mancamento, non sa discernere il punto a cui il pensiero deve nella ricerca fermarsi, perchè se lo oltrepassa si capovolge e precipita roteando su se medesimo nel vuoto sofistico. C’è molta gente che da otto mesi, levando gli occhi e le mani al cielo, esclama e sospira: «Chi l’avrebbe mai detto? La Germania.... La Germania.... Far tutto quello che ha fatto! Dar tanti cattivi esempi! Un paese con tanti scienziati e filosofi, così istruito e sapiente!». Ma credete voi davvero che la scienza e la sapienza siano, come dicono gli scienziati e i filosofi, beni immarcescibili e incorruttibili, l’essenza stessa del progresso, un raggio della luce divina che ovunque si posi, purifica, avviva, rallegra? No: anche la scienza e la sapienza, opere umane, sono soggette a tutte le perversioni e le corruzioni, in cui la natura umana può incorrere: errano anch’esse e traviano, sopratutto se presumono di oltrepassare nel conoscere una certa misura, che non è mai tracciata dalla scienza stessa, ma dalla modestia, dal senno, da un certo, quasi direi, «senso umano» che il sapiente deve avere di sè e delle cose. Ma è proprio questo «senso umano» che fa difetto alla cultura tedesca, insofferente di limiti. Spinto da un orgoglio frenetico a non voler prendere le mosse che da se medesimo, smanioso di creare ogni giorno morali, diritti, arti, religioni, filosofie tutte nuove e originali, lo spirito tedesco compie da un secolo un lavoro titanico, per riuscir troppo spesso a complicare le questioni semplici, a oscurare le chiare, a porre problemi insolubili, a confondere la coscienza morale, a intorbidare il gusto artistico del mondo!
III.
Quanti esempi si potrebbero citare! Basti uno, tratto da studi con cui ho maggiore domestichezza; e che forse apparirà memorando agli uomini, il giorno in cui saranno guariti da questa malattia: la questione omerica. L’Iliade e l’Odissea — tutti lo sanno — sono i due solenni monumenti di poesia che fiancheggiano le porte della nostra storia. Incomincia da quelli la letteratura dell’Europa. Non è dunque meraviglia che in tutti i secoli essi siano stati oggetto di molti e diligenti studi. Ma per quanto siano grandi le libertà che di solito i critici si arrogano nell’interpretare, commentare e ammirare i capolavori, i cui autori sono morti da un pezzo, i critici avevano per secoli rispettati almeno due limiti, nel trattare quei due venerandi decani della letteratura. Uno di questi limiti era la tradizione, la quale ci raccontava che nell’ottavo secolo a. C. era vissuto un poeta, chiamato Omero, il quale aveva composti i due poemi e di cui ci narrava alla meglio la vita. Sebbene la tradizione fosse manchevole, lacunosa e non in ogni parte concorde, gli uomini avevano creduto per secoli di rispettarla, pensando che in fin dei conti gli antichi erano in grado di saper da chi, quando e come erano state scritte l’Iliade e l’Odissea meglio di noi; e che se già gli antichi avevano dimenticato il vero nome dell’autore, era poco probabile che potessimo ricordarcene noi. L’altro limite era ancora più umile, perchè era posto dal buon senso; il quale pretende che, come ogni figlio ha un padre, così ogni libro debba avere un autore; e che se tutti i libri che noi possediamo sono purtroppo stati scritti da uno sciagurato, che un bel giorno ha intinto la penna nel calamaio e ha incominciato a scrivere la prima parola, continuando sino all’ultima pagina, così dovrebbero essere state scritte anche l’Iliade e l’Odissea. Se dunque la tradizione e queste considerazioni del senso comune non soddisfacevano a pieno il nostro desiderio di sapere, almeno furono per secoli le colonne d’Ercole, oltre le quali la curiosità degli uomini non osò avventurarsi, sinchè non sopraggiunse la scienza tedesca. Questa, senza esitare, varcò anche quei limiti; e il castigo non mancò: invece di continuare a rinfrescar la mente in quella viva onda di poesia, gli uomini si scervellarono a voler risolvere l’insolubile problema di rifar la storia di un’opera, intorno a cui non ci sono più notizie; architettarono e discussero sul serio le ipotesi più insensate, studiarono e scrissero molto, ma non conchiusero nulla; finchè uno sciagurato portò le rozze manaccie sul capolavoro immortale, osò spezzarlo per ricostruire, egli, in Germania, l’Ur-Ilias, la vera Iliade.
IV.
Altri esempi simiglianti potrebbe somministrarci la storia di Roma, nella quale la scienza tedesca ha condotta l’Italia sino agli incredibili delirî critici del Pais; e forse gli ordini di studi più diversi, se avessimo il tempo di inoltrarci nello studio della cultura tedesca, in tutti i campi. È questa insomma una cultura a cui fa difetto il senso del limite e quindi l’ordine e la disciplina; una cultura che non sa graduare i problemi, ma troppo spesso li confonde facilmente nel modo più bizzarro; che pecca nel tempo stesso per troppo orgoglio e per troppa ingenuità; e che perciò è stata cagione di un immenso disordine in tutti i paesi — e tra questi pur troppo occorre annoverare l’Italia — che non hanno saputo far in essa rigorosamente la cernita dei principî buoni e dei deleteri. Orbene: la vera causa della guerra europea deve cercarsi in questa ineguaglianza, per cui al centro dell’Europa si sono trovate accanto nello stesso popolo tanta indisciplina intellettuale e tanta disciplina politica. Da questo squilibrio tra la disciplina intellettuale e la disciplina politica della Germania è nato il ciclone, che sta devastando l’Europa. In qual modo e come, non è difficile intendere. Le idee non possono tenere un po’ a freno le passioni, se non sono fortemente legate in un sistema e appoggiate sul sodo: o sopra una tradizione, o sopra un’autorità, o sopra principî riconosciuti, sentiti e venerati per veri da tutti. Se questi appoggi e sostegni mancano, se il pensiero vuol spiccare il salto dalla pedana di se medesimo, porre ogni mattina a capriccio i principî da cui prendere le mosse per rifare da capo a fondo l’universo, necessariamente la bellezza, la morale e la verità non saranno più che un immenso e volubile giuoco di sofismi, in cui ognuno, mutando arbitrariamente i principî, potrà dimostrare a piacere le tesi opposte; e nel quale, quali tesi trionferanno alla fine? Quelle che lusingheranno maggiormente le passioni dominanti. Le idee opereranno non come freni, ma come stimoli delle passioni più forti. Questo han fatto la letteratura e la filosofia in tutti i tempi di anarchia intellettuale, e questo hanno fatto in Germania, negli ultimi quarant’anni, la storia, la filosofia, la letteratura, quelle che si chiamano le scienze politiche, a mano a mano che l’orgoglio delle vittorie e della potenza era rinfocolato dall’incremento della popolazione, dalle nuove ricchezze, estratte così facilmente da un suolo tanto ricco di ferro e di carbone. Debole perchè libera; non regolata nè da principî, nè da tradizioni, nè da autorità di nessun genere e perciò impotente a sua volta a regolare le menti, la cultura tedesca, la sua scienza, la sua filosofia, la sua letteratura si sono messe al servizio di quelle passioni che non potevano infrenare o correggere, delle buone e delle cattive, esaltandole tutte: il patriotismo, lo spirito di disciplina e di unione, la reverenza per il Sovrano e lo Stato, la fretta dei subiti guadagni, l’orgoglio e la petulanza nazionali, quel che si suol chiamare con barbara parola l’arrivismo. Hanno dunque secondate e infervorate tutte le inclinazioni dello spirito pubblico, senza poter distinguerle in buone e cattive, in benefiche e pericolose; e tra queste il vezzo di scambiare per grande quel che è colossale soltanto, di assumere la quantità a misura della qualità, e di credere che il popolo tedesco fosse il sale della terra e il modello del mondo; hanno infiammato l’orgoglio della moltitudine ed inasprito quel delirio di persecuzione che segue sempre, compagno inseparabile e castigo immediato, tutti gli orgogli eccessivi. Onde a poco a poco noi abbiamo veduto — fenomeno grandioso e terribile — ripetersi nel centro dell’Europa la biblica tragedia di Ninive e di Babilonia: non più un re, ma tutto un popolo crescer di potenza, di ricchezza, di prestigio così da aver intorno tutta l’Europa e l’America tra ammirate e intimorite: ma farsi nel tempo stesso sempre più inquieto, malcontento, sospettoso; lagnarsi che a lui non si tributava il giusto rispetto, che la sua potenza non era temuta a dovere, che i suoi meriti erano misconosciuti e i suoi beni insidiati da ogni parte dall’invidia di nemici sleali. Sinchè un giorno, al sommo della potenza e della ricchezza, in una Europa che tremava al pensiero di veder risfolgorare al sole la spada del ’70, quando solo in Europa avrebbe potuto godersi sicuramente la pace, perchè era temuto e non temeva, questo strano popolo, in una settimana, a proposito di una questione che non lo toccava, ha mandato un cartello di sfida, si può dire, al mondo; ha provocati cinque Stati, tra cui nientemeno che i tre più vasti e potenti imperi del mondo, a un duello mortale; e lanciata la folle sfida, è mosso alla battaglia e alla morte in file serrate, tutto unito e concorde, al comando dell’imperatore, docile alle spinte di uno Stato, per disgrazia del mondo troppo autorevole in mezzo ai suoi. La guerra europea non sarebbe scoppiata se il popolo tedesco fosse stato più savio, o se il Governo fosse stato più debole: la disciplina politica e il disordine intellettuale hanno generata la catastrofe. Così un Governo forte, bene amato, ben temprato contro i colpi della fortuna, servito da uomini intelligenti, provvisto di denaro e di mezzi, è diventato lo strumento della più sregolata imaginazione e ambizione, in una impresa nella quale al popolo tedesco non par che resti altra speranza se non quella di render memorabile per secoli la sua caduta, trascinando il mondo intero nella propria rovina; di seppellire la sua potenza immolata in un’ora di follia sotto le macerie di una civiltà, sino ad un anno fa floridissima e che nessuno può dire in che stato sarà tra un anno o due.
V.
Non si vede, infatti, altra fine a questa tragedia. Siamo intesi: l’avvenire siede sulle ginocchia di Giove; nessuno può pretendere oggi di predire come questa guerra finirà. Tuttavia ad un popolo che per secoli e secoli ha governato il mondo, ora temporalmente ora spiritualmente; e che deve aver conservato un po’ il senso della storia, non può ormai non apparire chiaro che i tedeschi, almeno in questo quarto d’ora della loro storia, non sono nella disposizione d’animo più acconcia a fondare i grandi e durevoli imperi. A fondare imperi che durino non basta il valore, l’unione, l’amor patrio ardente o addirittura fanatico: occorre anche il senno, il senso della misura, l’intuizione chiara del possibile, proprio ciò che ai tedeschi oggi più difetta. Onde, almeno se non interviene un miracolo imprevedibile, l’esito di questa guerra non può essere dubbio. La ostinazione essendo eguale dalle due parti, vincerà la parte che dispone di mezzi maggiori e che saprà farne un uso più giudizioso: la coalizione dunque, che può con il tempo armare un numero d’uomini maggiore, i cui scrigni sono meglio fomiti, che ha il dominio del mare, e nella quale due popoli almeno, la Francia e l’Inghilterra, posseggono quel senno politico, quel senso della misura che vale da solo, in una lotta come questa, molti corpi di esercito. Questo ragionamento sembrerà forse un po’ troppo semplice. Ed è infatti: ma temo assai che nel momento presente, dopo quasi otto mesi che i popoli più potenti di Europa guerreggiano con tanto accanimento, ci sia una bilancia più delicata e precisa, su cui pesare le probabilità della guerra. Non vedo come si possa speculare il futuro, se non argomentando che alla Germania è fallito il disegno di coglier alla sprovvista, assalendoli con fulminea energia, i suoi avversari e vincerli separatamente: la guerra sarà dunque decisa dal Tempo e dalla pazienza dei belligeranti: quindi, se qualche evento imprevedibile non viene ad alterare l’ordine e il gioco delle forze in conflitto, l’alterna vicenda di sconfitte e vittorie in cui la guerra oggi sta come sospesa, dovrebbe a un certo momento — quando e in che misura nessuno potrebbe dire — piegare definitivamente a favore della Francia, dell’Inghilterra e della Russia. Nè si ripeta, come troppi fanno, che intanto i tedeschi combattono in casa altrui. Napoleone diceva che in guerra non è fatto nulla sinchè non è fatto tutto; e lo sperimentò a sue spese nel 1812. Non a Lodz o sul Narew era giunto Napoleone, ma addirittura a Mosca, nel 1812....
VI.
Del resto, anche se la situazione militare fosse più incerta che non è, noi avremmo bisogno di credere che la guerra terminerà a questo modo. Si potrebbe dire che è necessario che così termini, se si vuole che l’Europa possa godere di una pace lunga, feconda, non agitata ogni giorno da improvvisi spaventi, non insidiata di continuo da oscure ambizioni. Di questa pace — non giova illudersi su questo punto — l’Europa non godrà per parecchie generazioni, se lo spirito tedesco potrà continuare, anzi con più forza, perchè esaltato da una strepitosa vittoria, a compiere quello che da un secolo sembra esser stato il suo speciale ufficio nel mondo. Noi non neghiamo punto che il popolo tedesco sia dotato di grandi qualità: ma ci par purtroppo anche vero che di queste qualità ha fatto sovente un uso pericoloso per i suoi vicini, prendendo agli altri popoli certi principî di civiltà da quelli creati ed esagerandoli sino a convertirli in tormenti e pericoli. La milizia, per esempio. Che il servizio militare sia un dovere di ogni cittadino è principio classico e antico, che la Rivoluzione francese aveva rinnovato applicandolo con discrezione. Ma i tedeschi, riducendo la ferma e accrescendo il numero dei soldati quanto più era possibile, hanno con quel principio creato e imposto all’Europa l’esercito moderno che è tutto il popolo in armi: l’esercito immenso, dispendiosissimo, lento, che ha fatto della guerra una calamità, a paragone della quale tutti i flagelli che sinora hanno afflitto l’umanità erano piccoli inconvenienti! L’industria moderna — noi l’abbiamo veduto — si sforza di accrescere la quantità a scapito della qualità. Tuttavia la Francia e l’Inghilterra avevano applicato questo principio con una certa misura e non oltrepassando certi limiti. Sopraggiunge la Germania e che fa? Che cosa è la pacotille tedesca, di cui tanto si è parlato? L’esagerazione di quel principio. La Germania ha applicato quel principio sino a empire il mondo di ogni sorta di falsificazioni. Non c’è ordinamento sociale, che possa sussistere senza adoperare in una certa misura la forza. Anche la forza è dunque, in una certa misura, un fattore di bene e un elemento di progresso. Tutti i tempi e tutti i popoli hanno riconosciuto e praticato questo principio, che solo pochi mistici negano. Ma da questa verità elementare, semplice, vitale i tedeschi hanno ricavate le teorie del Clausevitz, del Nietzsche e del Bernardi; le pose prepotenti di Bismarck, che è da quarant’anni il cattivo esempio di tutti gli uomini di Stato dell’Europa; e infine la guerra europea, con le stragi, gli incendi, le devastazioni, il deliberato proposito di non riconoscere nella guerra nessuna legge o regola o norma.
È troppo. L’Europa ha bisogno di ritornare sotto la guida e la autorità di popoli più vecchi, più maturi, più ponderati. Non pochi sono coloro i quali credono che la guerra durerà ancora qualche mese; poi si terrà un Congresso della Pace e si firmerà un gran trattato; in seguito al quale ripiglieremo la vita al punto ove la lasciammo quella fatale mattina del 25 luglio, in cui leggemmo le torbide minaccie dell’Austria alla Serbia. Ma è purtroppo una illusione. Quando, ristabilita la pace, noi tenteremo di ripigliar la vita che avevamo condotta sino al 25 luglio, noi ci accorgeremo che la corrente della storia si è a quel punto inabissata in una voragine, per riapparire più lontano con aspetto e direzione mutata. Non c’è più modo di risalirla. Troppe cose saranno irrevocabilmente mutate e troppe dovranno esser rifatte sopra un piano nuovo, se non si vuole che tanto sangue sia stato versato invano e che questa catastrofe sia il principio non di un ordine nuovo e migliore, ma di una rovina più terribile ancora di quella a cui assistiamo. E tutte queste cose non potranno esser rifatte e questa rovina risparmiata all’Europa, se l’Europa non ritroverà nel pensiero e nell’azione quella misura che aveva negli ultimi cinquanta anni perduta. A questa prova la storia aspetta la nostra generazione; e in questa prova si vedrà quel che noi veramente siamo capaci di fare, per il vero progresso del mondo.
III. IL DISCORSO DI PARIGI: GRANDI E COLOSSI
Signore e Signori,
Tra le infinite calamità del presente, quando la violenza dei tempi travolge, come vento le foglie, gli animi tutti e li tiene trepidanti e sospesi sul tetro abisso dell’avvenire, non potevo non accogliere con riconoscenza il cortese invito di parlare in questa radunanza, convocata a Parigi per celebrare la fratellanza intellettuale dei popoli latini. Nessun tempo si ebbe mai più opportuno, per ricordare quella nobiltà storica di tutti noi, i cui primi titoli risalgono alla gloriosa civiltà che, nata in Grecia, trapassò prima a latinizzarsi in Italia; poi si fe’ cristiana; indi sotto veste latina e impugnando la croce fece sua per sempre tanta parte d’Europa: per ricordare di quanta gloria questa civiltà due volte millenare va fiera: per ricordar sopratutto, se dal passato vogliamo attingere forza al presente, che questa civiltà ha saputo prima tra tutte essere grande.
Sostiamo a piè di una smisurata colonna in un tempio egiziano: o aggiriamoci tra le rovine di uno di quegli immensi edifici persiani, assiri o babilonesi, che gli archeologi cercano con tanto zelo. Che cosa sono, se non piccole moli, al paragone, il Partenone, il Tempio così detto della Concordia a Girgenti e tante altre meraviglie dell’architettura greca? L’Iliade e l’Odissea non sono forse due brevi volumi, accanto ai poemi interminabili dell’Oriente; al Ramayama o al libro dei Re? Ogni Vangelo è una raccolta dei discorsi di Gesù; paragonate uno dei Vangeli ad una raccolta dei discorsi di Budda e vedrete quanto conciso e taciturno è Gesù nelle pagine dei suoi discepoli ellenizzati a confronto del riformatore indiano, che parla per migliaia di pagine, resistendo imperterrito — egli, ma non lo sventurato lettore — alla fatica ed al sonno. La massa, il peso, la ripetizione, la prolissità, questo troviamo in Oriente. In Grecia, invece, la proporzione, l’armonia, la leggerezza, la chiarezza, la concisione. L’Oriente ambì di essere un colosso, la Grecia volle essere grande.
Il colossale ed il grande differiscono infatti per una ragione nel tempo stesso intellettuale e morale. Grande è lo sforzo compiuto dall’uomo per raggiungere un modello ideale di perfezione, creato dalla sua mente; l’ambizione di superare una difficoltà di ordine spirituale, la cui legge è interna. Colossale invece è lo sforzo di vincere la materia e di sottoporla al nostro volere e al nostro capriccio, l’ambizione di rovesciare un ostacolo esterno. Chi volesse servirsi di un gergo un po’ astratto, direbbe che il grande è qualità pura, il colossale è una miscela impura di qualità e di quantità. Non solo per fare, ma per capire le cose grandi, in ogni campo del pensiero e dell’azione, occorre disciplina e modestia; poichè è necessario accettare come legge un modello di perfezione. Il colossale invece soddisfa l’orgoglio; e abbaglia, stordisce, soggioga anche le menti rozze, ineducate e sregolate. Non è dunque meraviglia che anche la Grecia e Roma, dopo aver fatte cose grandi davvero nei secoli più felici, siano ricascate nel colossale. Andate a Girgenti: poco lungi dal cosidetto Tempio della Concordia, così piccolo e così grande, la cui bellezza ben si potrebbe definire qualità pura, giacciono alla rinfusa gli avanzi di un tempio gigantesco e in mezzo a quelli certi rottami di colossali colonne che strappano anche oggi grida di stupore ai barbari dei due mondi. Passate in Roma; paragonate gli avanzi del Mausoleo di Augusto e Castel S. Angelo che fu il Mausoleo di Adriano, il Panteon di Agrippa e le Terme di Caracalla, le Terme di Caracalla e le Terme di Diocleziano: voi vedete i secoli giganteggiare uno sopra l’altro, a mano a mano che si allontanano dalle origini. Una volta ancora gli edifici narrano, in caratteri di marmo e di pietra, la storia delle generazioni. Per secoli Roma era stata modesta, povera, prudentissima nel secondare le circostanze che la spingevano a ingrandire l’impero. Roma voleva fondare un grande impero, non un impero colossale, come gli imperi dell’Oriente. E in quei secoli Roma, governata da una aristocrazia, tanto autorevole da reggere lo Stato non solo, ma da dirigere pure il pubblico gusto, seppe capire e imitare le cose grandi. non le colossali, che la Grecia aveva fatte. Ma la ricchezza, la potenza, la sicurezza alterarono anche Roma. Quella aristocrazia parte perì, parte fu esautorata; le moltitudini, abbandonate a loro stesse, asiatizzarono; i tempi si gonfiarono di un orgoglio frenetico, smaniarono di una insaziabile sete di piaceri e di eccitamenti, e quindi furono presi dal delirio del colossale.
Di quanti esempi simili a questi è ricca la storia di tutti i popoli latini: della Spagna, dell’Italia, della Francia! Dopo la Grecia, la storia è stata una lotta incessante tra questi due principî, il colossale ed il grande: una lotta che, se nella architettura si vede con gli occhi e si misura con il metro, si ritrova, visibile alla mente, dappertutto; nella letteratura, nello Stato, nella guerra. In ogni tempo ed in ogni luogo, ove la Grecia sia stata anche per poco maestra, ci furono e ci saranno uomini e popoli che vollero e vorranno far grandi cose; uomini e popoli che vollero e vorranno far cose colossali. Non è questo forse il senso profondo anche della crisi in mezzo a cui noi viviamo sbigottiti da sei mesi? Quando noi e i nostri figli non saremo più; quando le passioni che infocano i nostri tempi saranno spente; quando gli storici leggeranno, con animo tranquillo, i morti documenti delle nostre presenti sciagure, come i geologi, dopo una eruzione, salgono armati di picozza sulle lave raffreddate, questa guerra sembrerà forse agli uomini una immane follia. Diranno allora gli storici: «Viveva nel cuore dell’Europa un popolo numeroso, potente, ammirato, invidiato, temuto. Pullulava ormai, tanto era fecondo; possedeva l’esercito che era giudicato il più forte di tutti; in pochi anni aveva varata la seconda armata del mondo; si arricchiva con l’industria ed il commercio così presto e in tal misura, da destar la gelosia anche dei popoli sino allora considerati più ricchi; era venuto in tanta reputazione di sapienza che in mezza Europa ed America le Università non erano ormai più che immense gabbie di ridicoli pappagalli, buoni solo a fare malamente il verso ai maestri di quella nazione. Anche gli anziani tra i popoli dell’Europa, un po’ scoraggiti e stanchi, quasi già si acconciavano a riconoscere in quel nuovo rivale uno dei modelli del mondo. Nessun altro popolo in Europa poteva godersi più sicuro la pace. E invece no: più cresceva per numero, forza e ricchezza; più era ammirato e temuto, e più quel popolo smaniava, mormorava, si adombrava di ogni cosa: qui di nemici che gli tendevano insidia; là di offese inflitte al suo onore; altrove di torti e di ingiustizie che avrebbe subìte dall’invidia altrui. Sinchè un giorno, alla fine, quando stava per metter il piede sul vertice della prosperità, della gloria e della potenza, essendo nata una questione che toccava altri più che lui e che ad ogni modo poteva, pur essendo grave, esser composta con le ragioni, questo popolo incomprensibile ha in una settimana mandato cartello di sfida, si può dire, al mondo intero, poichè ha provocato a guerra — e che guerra! — i tre più vasti imperi del mondo, e insieme con quelli due piccole ma valorose nazioni!».
Così forse gli uomini giudicheranno un giorno. Ma a noi, figli della Grecia e di Roma, l’enigma non pare tanto oscuro. Quel popolo era invasato dal furore del colossale, che è uno dei tanti delirî dell’orgoglio umano. Poichè la causa ultima di tanta catastrofe è stato proprio l’orgoglio di un popolo; e questo orgoglio è proprio un frutto del secolo in cui viviamo. In questa città dove una numerosa schiera di spiriti pensosi vigila e scruta gli eventi del mondo, alcuni savi, atterriti dagli orrori inaspettati di questa terribile guerra, si sono chiesti se per caso arricchendo, istruendosi e accrescendo la sua potenza l’uomo non si corrompa e non peggiori. Come negare tuttavia che i nostri tempi abbiano gittati con larga mano i semi del bene, nelle anime, sopratutto nella moltitudine, tanto trascurata dai secoli precedenti? Impegnatisi in una grande lotta con la natura per strapparle i tesori nascosti e soggiogarne le forze erranti per il creato, i nostri tempi hanno sradicati dal mondo tutti i vizi che avrebbero nuociuto in quella lotta, e massime la pigrizia; hanno seminate e coltivate con cura assidua le virtù che potevano servire: la precisione, la puntualità, lo zelo, la solidarietà. La tenace concordia con cui tanti popoli — fenomeno non ancora visto nella storia del mondo — combattono da sei mesi, prova quanto i legami della solidarietà nazionale sono forti anche nella moltitudine. Come e perchè, allora, i tempi sono stati presi ad un tratto da questa follia di distruzione e di morte? Perchè troppo intenti a convertir tutti gli uomini in artigiani laboriosi e disciplinati, hanno trascurate altre passioni, che possono traviare ed inferocire gli animi: l’orgoglio, per esempio, di cui la passione del colossale è una delle forme più pericolose. In principio, alle sue prime scaramuccie e battaglie con la natura, la civiltà nostra aveva fatte modestamente delle grandi cose. Ma poi, dopo le prime vittorie, quando la ricchezza, la potenza, i mezzi sono cresciuti a dismisura, i tempi saliti in orgoglio non furono più contenti di far delle grandi cose, vollero fare cose colossali — e potevano, di tanti mezzi disponevano ormai! Che cosa sono le città, le officine, le armate, gli eserciti, gli imperi del mondo antico, a petto dei moderni? Il commercio e l’industria di una volta, a paragone del commercio e dell’industria di oggi? Tutti i popoli dell’Europa furono, prima o poi, tôcchi dal delirio; ma uno, più di tutti gli altri, perchè meglio predisposto dalla natura e dalla storia. La natura sembra avergli largita una violenta energia, che lo spinge facilmente ad eccedere in ogni cosa. Non ha mai sentito l’influsso profondo della cultura greca e latina, sebbene — o fosse perchè — nell’ultimo secolo abbia generato filologi ed archeologi in quantità. Più che dalla precisa delimitazione del pensiero classico è stato in ogni tempo attirato da quel mistico indefinito che le teste deboli scambiano così facilmente per l’infinito. Aveva vinte due grandi guerre, e possedeva un suolo ricco di ferro e di carbone: gran cosa in un’epoca, in cui il fuoco non è più il modesto servo dell’uomo ma il signore del mondo. E perciò alla fine ha ambito di giganteggiare sul mondo impicciolito ai suoi piedi; si è creduto grande, tentando opere e imprese di mole non ancora vista.
Invece era soltanto un colosso: incontentabile, inquieto, sospettoso, come tutti i colossi. I popoli e i tempi che vogliono far delle cose grandi, possono ancora esser felici, quanto si può essere felici in questo mondo; perchè si propongono di raggiungere un ideale di perfezione, che per quanto lontano è un segno e limite fisso, al quale è possibile di avvicinarsi godendo. I popoli e i tempi che vogliono far delle cose colossali camminano invece nell’illimitato e senza meta, volendo sempre oltrepassare l’ultima linea raggiunta; e quindi non possono esser contenti mai. Perciò gli imperi e le civiltà che hanno nutrite ambizioni colossali, dopo essere stati per qualche tempo il tormento proprio ed altrui, sono precipitati in catastrofi subitanee e incomprensibili; perciò noi possiamo domandarci se il Destino non vuole che noi assistiamo, ancora una volta, a una di queste catastrofi.
E se tali sono veramente, in questo momento, gli oscuri disegni della storia, come grande e nobile apparisce il nuovo sacrificio di sangue che il Destino, dopo tanti altri, ha chiesto ancora alla Francia; quello che il Destino potrebbe chiedere domani agli altri popoli della famiglia latina! Non dimentichiamolo: solo con le prove, che ne testimoniano la forza vitale, i popoli tengono vivi i principi morali, intellettuali ed estetici da essi creati o professati. I nostri padri avevano costruito il Partenone, il Panteon, Venezia e Versailles; avevano creato l’Impero, la Chiesa, il diritto, la filosofia e l’arte decorativa del XVIII secolo; avevano fatta la Rivoluzione.... Ma che ci giovava, da cinquant’anni a questa parte? Il sentimento greco e latino della grandezza si spegneva, oppresso dalla smania asiatica del colossale. Dappertutto la quantità trionfava sulla qualità; e il progresso, cioè il merito dei popoli, si misurava dalle statistiche del commercio. Per aver voluto opporsi quanto ancora poteva a questo capovolgimento del mondo, la Francia passava ormai agli occhi di tutti o di quasi tutti per una nazione decaduta e invecchiata. Perchè la sua popolazione e il suo commercio crescevano meno che la popolazione e il commercio della Germania, essa aveva finito il suo còmpito; era un inutile ingombro in Europa ed in Africa! Chi crede che la penna o la parola avrebbero potuto sviare la torbida fiumana di sofismi e di interessi, che travolgeva ormai tutti i popoli verso le orrende enormità di una civiltà puramente quantitativa? Un grande avvenimento, occorreva: uno di quegli avvenimenti, che soli hanno la forza di persuadere e di convertire la moltitudine; una di quelle prove decisive, in cui si vede quel che possono davvero i principî che reggono le diverse nazioni. La prova è, questa volta, così terribile, che nessun oserebbe dire che essa doveva aver luogo. Ma poichè il Destino l’ha voluta.... Innalziamo dunque le menti, al disopra delle tristezze e delle angoscie dell’ora che volge, nel sublime pensiero del grande avvenimento che si compie intorno a noi, in noi, e per mezzo di noi. Nelle prime settimane della guerra un brivido di angoscia ha agghiacciati tutti i figli di Roma. Molti cuori tremarono, in quel terribile agosto, in cui nessuna forza umana sembrò potesse fermare il furente colosso che, coperto di ferro e rovesciando ogni ostacolo, invadeva questa terra, dove una civiltà troppo antica e delicata pareva agonizzare. E tutti volgevano gli sguardi impazienti verso il settentrione lontano, sperando veder spuntar di lassù l’atteso soccorso! Quando, tutto a un tratto, allorchè già i più incominciavano a disperare, il colosso urta e vacilla contro una specie di invisibile ostacolo, sorto come per miracolo; si ferma, indietreggia.... Noi abbiamo forse in quei giorni vissuto uno dei grandi momenti della storia; poichè fu quello il momento in cui la nostra generazione, stupefatta, si chiese per la prima volta se proprio la massa ed il numero fossero il tutto, nel mondo! E da quel momento, qualche cosa succede nelle menti degli uomini, per ogni terra del mondo. Che cosa? È troppo presto presumere di indovinarlo. La prova, pur troppo, non è ancora finita. Ma poichè è cosa sicura che noi termineremo il corso della vita in un mondo diverso da quello in cui siamo nati e cresciuti, noi possiamo almeno sperare che la Francia abbia ancora una volta, con il suo coraggio indomito, spezzata una fatalità storica che pareva soverchiante. È necessario che tanto e così prezioso sangue — quel sangue la cui effusione empie da sei mesi di una angoscia incessante le nostre anime — non sia versato invano per l’umanità tutta quanta. È necessario che questa guerra fiacchi e rovesci il folle orgoglio che aveva indurite e acciecate le menti. È necessario che insegni di nuovo agli uomini ad ammirare le cose che sono grandi davvero, per la perfezione raggiunta, nella piccolezza delle proporzioni e nella modestia; che prepari nuove generazioni capaci di far grandi cose con semplicità e senza orgoglio; che aiuti i tempi a ritrovare l’equilibrio morale nel sentimento della vera grandezza. Temerità sarebbe affermare che questa sarà l’ultima guerra del mondo. Ma se ci saranno ancora delle grandi guerre, è necessario, per l’onore e per la felicità del genere umano, che non ci sia più un’altra guerra colossale, come questa che oggi inzuppa di sangue la terra. Onde noi tutti, figli della Grecia e di Roma, legati alla Francia dal vincolo sacro della lingua e della cultura, dobbiamo ripiegarci su noi medesimi, interrogare la nostra coscienza; e rispondere ad un quesito terribile e decisivo.... Noi non abbiamo visti mai senza dolore ed orrore i chiassosi trionfi del colossale nel mondo. Gli interessi o i trasporti passaggeri dei tempi frivoli non hanno mai spento in noi l’istinto, che ci sforza a cercar la grandezza nell’armonia e nella perfezione. Chiaro è infine che questa terribile guerra richiederà ancora inenarrabili sacrifici di sangue e una lunga tenacia. Noi dobbiamo dunque chiedere a noi medesimi: possiamo noi lasciar la Francia sola, sino alla fine, nel cimento terribile, che deve ringiovanire il genio della nostra razza?