I. GLI ULTIMI GIORNI DELLA PACE (23 LUGLIO — 1º AGOSTO 1914)
Reading edition
Questo studio fu pubblicato nella Revue des deux mondes il 15 dicembre 1914, sotto il titolo: «Le conflit européen, d’après les documents diplomatiques»; e ripubblicato, in una traduzione letterale, fatta per cura degli Editori, nella collezione dei Problemi Italiani con titolo nuovo: «Le origini della guerra presente». La traduzione che ora si dà alle stampe è stata curata dall’autore stesso ed è forse anche qualche cosa di più che una nuova traduzione, tanti sono i punti in cui il testo francese è stato rimaneggiato o ritoccato. Nel rimaneggiarlo e ritoccarlo l’autore ha tenuto conto del Libro Rosso Austro-Ungarico, che, quando lo studio comparve nella Revue des deux mondes, non era ancora pubblicato. Cosicchè in questo scritto si raccontano gli avvenimenti diplomatici seguiti in Europa dal 23 luglio al 1º agosto del 1914 e che misero capo alla guerra europea, quali risultano da tutte le raccolte di documenti diplomatici messe sinora a disposizione del pubblico, e cioè:
del Libro Bianco (citato L. Bianco) pubblicato dal Governo tedesco;
dei tre Libri Bianchi pubblicati dal Governo inglese — il Miscellaneous No. 6 (1914) [Cd. 7467], il Miscellaneous No. 8 (1914) [Cd. 7445], il Miscellaneous No. 10 (1914) [Cd. 7596] — che il Governo stesso ha raccolti in un volumetto: Great Britain and the European Crisis (citato con la sigla G. B.);
del Libro Arancio (citato L. Arancio) pubblicato dal Governo russo;
del Libro Giallo (citato L. Giallo) pubblicato dal Governo francese;
del Libro Rosso (citato L. Rosso) pubblicato dal Governo austro-ungarico. Di questo è stata adoperata e citata la traduzione italiana, fatta a cura dello stesso Governo.
I.
Il 23 luglio del 1914 la Monarchia degli Absburgo, per mezzo di una «nota» diplomatica, chiedeva al Governo di Serbia la riparazione del sangue per la strage dell’Arciduca a Serajevo. Chi non ricorda lo sgomento che assalì l’Europa a leggere quella «nota» famosa? Ma la paura delle Cancellerie nel riceverne copia non fu minore. Non sfuggì loro che l’Austria aveva studiata la più sanguinosa provocazione alla Russia con arte fredda e sottile, poichè, dopo avere per due settimane rassicurate le Potenze della Triplice Intesa che presenterebbe alla Serbia richieste moderate, di sorpresa invece, quando nessuno se l’aspettava, e già i Governi dell’Europa erano tutti sul punto di andare in campagna, chiedeva al piccolo Stato di suicidarsi sulla tomba dell’Arciduca, concedendogli due giorni soli per il sacrificio. Che cosa sarebbe avvenuto, se la Russia non avesse voluto o potuto abbandonare la Serbia al suo destino?
Il 24 luglio l’ambasciatore d’Austria e d’Ungheria a Londra si recava da Sir Edward Grey a portargli la «nota». Nel prenderla dalle mani dell’ambasciatore, Sir Edward Grey non gli fece mistero delle inquietudini che in quel momento pungevano l’animo suo. Gli disse che nessuno contestava alla Duplice Monarchia il diritto di voler vendicata la morte dell’Arciduca; ma aggiunse che non aveva ancor visto uno Stato rivolgere ad altro Stato libero e indipendente un documento così «minaccioso»: dichiarò che l’Inghilterra si sarebbe tenuta in disparte sinchè solo Austria e Serbia fossero state alle prese, ma se la Russia fosse entrata di mezzo, no; perchè allora avrebbe cercato di intendersi con le altre Potenze per veder quel che si potesse fare (G. B., 5). In quello stesso giorno il Grey si abboccò con l’ambasciatore di Francia e con l’ambasciatore di Germania. Al primo disse che se la Russia fosse intervenuta a fare schermo di sè alla Serbia, egli intendeva proporre alla Francia, alla Germania e all’Italia di unirsi all’Inghilterra, per interporsi tutte insieme come paciere tra Vienna e Pietroburgo (la capitale russa si chiamava ancora così). Il Cambon giudicò savio il proposito; ma osservò pure che queste Potenze non potevano far nessun passo prima che il Governo russo avesse in qualche modo dichiarate le sue intenzioni: ora l’Austria aveva concesso così poco tempo alla Serbia per rispondere, che il termine ne scadrebbe di sicuro prima che si potesse neppur incominciare ad agire: necessitava dunque innanzi tutto indurre l’Austria a prolungare il termine concesso alla Serbia. Ma chi poteva persuadere l’Austria, se non la Germania? Il Grey annuì; e il giorno stesso, dopo avere esposto all’ambasciatore di Germania quando e in che modo, a suo parere, le quattro Potenze dovevano intervenire, lo pregò di sollecitare il suo Governo a chiedere al Governo austro-ungarico di non procedere ad atti irreparabili, dopochè il termine fosse scaduto (G. B., 10; L. Giallo, 32-33).
L’Inghilterra, già sin dal giorno 24, dichiara aperto e preciso quale è il suo modo di vedere: se la Russia crede di poter lasciare l’Austria e la Serbia sole alle prese, tenersi in disparte con le braccia conserte; se la Russia interviene, invitare le Potenze a interporre insieme i buoni uffici tra i due grandi Imperi. Che dicevano e facevano in quello stesso giorno la Germania, l’Austria-Ungheria e la Russia?
La Germania definisce pure in quel giorno il suo punto, ma altrimenti: affermando che nessuna Potenza, per nessuna ragione, ha da entrar di mezzo tra l’Austria e la Serbia. Il Governo tedesco ha detto e ridetto ormai cento volte di non aver avuto, neppur esso, prima del 23, alcun sentore della mossa che l’Impero alleato preparava contro la Serbia; e sarà vero, se non verisimile, poichè un documento o una prova decisiva che lo smentisca non c’è. Tuttavia, se proprio era al buio di ogni cosa, è pur singolare che il Governo tedesco, il giorno stesso in cui la «nota» austriaca era consegnata alla Serbia, il 23 luglio, potesse spedire la lunga «nota», che il giorno seguente, il 24, era consegnata al Governo francese, al Governo inglese e al Governo russo. Questa «nota» dopo aver difesa calorosamente l’Austria-Ungheria, conchiudeva con queste parole poco rassicuranti, ma punto ambigue:
«Il Governo imperiale desidera affermare, con quanta maggior forza può, che il presente conflitto non concerne altri che l’Austria-Ungheria e la Serbia e che le grandi Potenze devono perciò cercare di restringere a queste due sole il conflitto. Il Governo imperiale desidera che il conflitto non si allarghi; perchè l’intervento di una terza Potenza potrebbe, per via delle alleanze, generare effetti incalcolabili» (G. B., 9; L. Bianco, 1; L. Giallo, 28).
A che mirasse la Germania con questa prima mossa non può essere dubbio. Mentre essa terrebbe a bada, minacciando effetti «incalcolabili», il colosso moscovita, l’Austria squarterebbe, alle sue spalle, sicura, la piccola Serbia. Ma mentre la Germania borbottava tra i denti sorde minaccie, la vecchia Monarchia degli Absburgo studiava innanzi allo specchio il più amabile dei suoi sorrisi; e tutta miele e tutta dolcezza, con il cuore in mano, si sforzava di rassicurare l’Europa angosciata. Il Governo russo non stesse in pensiero — diceva il 24 il conte Berchtold all’ambasciatore di Russia, parlando come un vecchio amico, la mano sul cuore: la Monarchia austro-ungarica non covava nessun pravo disegno, non adocchiava nessuna porzione del territorio serbo, non si proponeva di alterare l’equilibrio dei Balcani: voleva solo correggere la Serbia di quel brutto vizio di ammazzare sovrani ed eredi di corone; e voleva correggerla non tanto per il proprio interesse quanto per l’interesse comune di tutte le dinastie (L. Bianco, 2; L. Rosso, 18).
Al Grey, anzi, il buon conte pensava di fare, ma in un orecchio, sotto voce, una confidenza anche più rassicurante: incaricava l’ambasciatore di dirgli al momento opportuno — ricopio alla lettera dalla traduzione ufficiale italiana del Libro Rosso — «che la «nota» presentata ieri a Belgrado non si deve considerare come un formale «ultimato», bensì che si tratta di una «nota» con termine fisso per la risposta, la quale, come V. E. vorrà confidare a Sir E. Grey in tutta segretezza — spirando il termine infruttuosamente — per ora non sarà seguita che dalla rottura delle relazioni diplomatiche e dall’inizio di necessari preparativi militari» (L. Rosso, 17).
A Pietroburgo invece gli animi erano alterati assai. In piazza e a Palazzo avevano presa la cosa in mala parte. La mattina del 24, il ministro degli Esteri, il Sazonoff, ascoltò tra impaziente e sardonico la lettura della «nota» alla Serbia che l’ambasciatore d’Austria gli veniva facendo, interrompendolo ad ogni istante e dichiarando infine che l’Austria aveva fatto un passo grave. Nel pomeriggio il Consiglio dei Ministri si radunò e sedè cinque lunghe ore. Quel che deliberò noi non sappiamo; sappiamo invece che, sciolto il Consiglio, il Sazonoff dichiarò, senza reticenze e sottintesi, all’ambasciatore tedesco, che la vertenza tra l’Austria e la Serbia interessando l’Europa tutta, a nessun patto la Russia non avrebbe lasciate la Serbia e l’Austria definirla da sole; e chiese esplicitamente all’Austria di prolungare il termine concesso alla Serbia (L. Bianco, 4; L. Rosso, 16). Il modo di vedere della Russia era dunque opposto al modo di vedere della Germania.
II.
Così nel giorno 24 luglio ciascuna delle grandi Potenze aveva preso, come si suol dire, posizione. Sola la Francia aveva dichiarato di non poter esprimere un’opinione definitiva, aspettando che la Russia chiarisse meglio il suo pensiero.
La notte porta consiglio — dice il proverbio. Conviene supporre che nella notte tra il 24 e il 25 Pallade Atena comparisse all’insonne capezzale degli uomini che governavano la Germania, come nella Iliade. Il 25, infatti, il Governo tedesco muta metro e stile. Non ammonisce più le Potenze europee, con quel fare metà consiglio e metà minaccia, a non mettere il dito tra Austria e Serbia. Ma si chiude in un ottimismo indolente e procrastinatore, come se le faccende di questo basso mondo, e tra quelle il litigio tra Serbia e Austria, non l’interessino più. Il von Jagow, ministro degli esteri per il regno di Prussia, dichiarò prima all’ambasciatore inglese e poi all’incaricato di affari russo che il Governo imperiale acconsentiva a trasmettere al Governo austriaco la domanda del Governo russo perchè l’Austria allungasse alla Serbia il termine concesso per suicidarsi, pur dubitando di arrivare a tempo. Soggiunse esser sicuro che l’opinione russa si rassicurerebbe quando conoscesse le vere intenzioni dell’Austria, quali il Berchtold le aveva esposte. Negò che ci fosse pericolo di guerra generale: tutt’al più poteva scoppiare guerra tra Austria e Serbia! Dichiarò infine che la Germania voleva la pace e che era pronta a interporsi quando davvero la pace europea pericolasse. Quel giorno stesso a Parigi, a mezzogiorno preciso, l’ambasciatore di Germania si recò al Quai d’Orsay per dire al Governo quanto gli spiacesse che una gazzetta, l’Echo de Paris, avesse potuto qualificare di «minaccia teutonica» quella tal «nota» tedesca del giorno precedente sugli «effetti incalcolabili». Ma che minaccia! Il Governo tedesco aveva inteso di dire soltanto che desiderava il conflitto non avesse troppo ad allargarsi — desiderio onesto e lecito se altro mai. Aggiunse infine il barone Schoen che tra Austria e Germania non c’era nessun accordo (G. B., 13; L. Giallo, 41-43).
A paragone insomma della «nota» del dì precedente, i discorsi del 25 erano assennati e concilianti. Per quale ragione la Germania aveva addolcite le troppo chiare note del 24? Tiri a indovinarlo chi vuole: per chi scrive, questo è un primo mistero. Pur troppo però in questo stesso giorno l’Austria, che il giorno prima aveva cercato di rassicurare Russia e Inghilterra, a parole, non vuol compiere il solo atto che, meglio di mille discorsi, avrebbe potuto tranquillare gli animi a Pietroburgo. Il 25 il signor Koudachew, l’incaricato d’affari russo, andò invano in traccia del conte Berchtold, per chiedergli, a nome del suo Governo, di prolungare alla Serbia il tempo. Il conte aveva pensato di andare ad Ischl. Il Koudachew dovette presentargli la domanda per telegrafo; e il Berchtold, a volta di telegrafo, gli rispose di no (L. Arancio, 11-12; L. Giallo, 43).
La Germania parlava saviamente, ma l’Austria agiva da nemica. Sir Grey, quando seppe che l’Austria aveva ricusato di prolungare il termine, subito la vide brutta. Invano l’ambasciatore d’Austria tentò di rassicurarlo, confidandogli quel tal segreto pensiero del conte Berchtold: che se la Serbia non facesse risposta soddisfacente, il Governo austriaco avrebbe, sì, richiamato il ministro da Belgrado, ma non avrebbe compiuto veri e propri atti di guerra. Altro che sottigliezze diplomatiche e distinzioni giuridiche di questa specie! Il Grey temeva che la Serbia non potesse dar soddisfazione all’Austria; che il grande impero austro-ungarico e il piccolo regno serbo avrebbero rotto tra poche ore, Austria e Russia mobilizzato tra un giorno o due; non c’era dunque neppure un minuto da perdere, se si voleva salvare la pace. Invece di dar retta alle singolari confidenze dell’ambasciatore austriaco, il Grey mandò a chiamare l’ambasciatore di Germania; gli disse che le quattro grandi Potenze dovevano impegnarsi a non mobilizzare e, tutte d’accordo, chiedere all’Austria e alla Russia di non procedere a nessun atto di guerra, finchè esse cercherebbero un accordo; aggiunse le più vive istanze perchè la Germania assentisse e partecipasse, poichè dal concorso della Germania gli pareva discendere l’esito della mossa. Solo se la Germania partecipasse, il passo riescirebbe fruttuoso. Il Lichnowski parve tôcco dalla parola del ministro. Assentì che l’Austria poteva accettare che quattro grandi Potenze si interponessero mediatrici non tra essa e la Serbia, ma tra essa e la Russia (G. B., 26; L. Arancio, 22).
Ma Sir Grey aveva ragione di essere inquieto e di non voler perdere tempo. Quel medesimo giorno il ministro di Austria e di Ungheria a Belgrado chiedeva i passaporti e partiva. Seguendo i consigli della Russia, della Francia e dell’Inghilterra, la Serbia si era dichiarata pronta a sgozzarsi al cenno dell’Austria con tanta buona volontà, che non si può a meno di pensare essa sapesse già che l’Austria non si accontenterebbe neppure di quell’offerta. L’Austria infatti dichiarò che la Serbia faceva le viste di volersi suicidare con un finto coltello; e sebbene il piccolo regno slavo avesse accettati quasi tutti i capi della «nota», dichiarò che l’aveva respinta (L. Rosso, 30). Gli imparziali conchiusero che l’Austria non voleva vendicare la strage di Serajevo, ma accattare un pretesto di guerra (G. B., 41). Il momento di fare il passo decisivo per tentare un accordo era dunque giunto.
III.
Il 26 infatti Sir E. Grey diede corso alla proposta ventilata il giorno prima con l’ambasciatore tedesco, e propose in forma ufficiale ai Gabinetti di Roma, di Parigi e di Berlino che gli ambasciatori d’Italia, di Francia e di Germania si unissero con lui a conferenza, per cercar di mettere d’accordo Austria e Russia, chiedendo intanto a Serbi, Russi ed Austriaci di astenersi dalle armi finchè la conferenza sedesse (G. B., 36). Lo stesso giorno il Sazonoff tentava di venir di nuovo a trattato con il conte Berchtold; e telegrafava all’ambasciatore dello Czar a Vienna (L. Arancio, 25):
«Ho avuto oggi un lungo e amichevole colloquio con l’ambasciatore d’Austria-Ungheria. Dopo avere esaminate con lui le dieci richieste fatte alla Serbia, gli ho dimostrato che parecchie sono addirittura impossibili, anche se il Governo serbo dichiarasse di accettarle. Così, per esempio, le richieste 1 e 2 non potrebbero essere soddisfatte se le leggi serbe sulla stampa e sulle associazioni non fossero rimaneggiate: il che non sarà facile ottenere dalla Scupcina. Quanto alle richieste 4 e 5, potrebbero avere conseguenze pericolosissime e perfino dar luogo ad atti di terrorismo contro i membri della Real Casa e contro Pasich, ciò che non è certo nell’intenzione dell’Austria. Per quel che riguarda gli altri punti, mi sembra che con qualche mutamento non sarebbe difficile trovare un terreno d’intesa, se le accuse si dimostrassero confermate da prove sufficienti.
«Nell’interesse della pace, che, a detta di Szapary, sta a cuore all’Austria non meno che a tutte le Potenze, sarebbe necessario metter fine il più presto possibile alla lotta odierna. A questo scopo mi sembrerebbe molto utile che l’ambasciatore d’Austria-Ungheria fosse autorizzato a trattar con me privatamente per rimaneggiare insieme alcuni articoli della «nota» austriaca del 10 (23) luglio. Ci riuscirà forse a questo modo di trovare una formula che la Serbia potrebbe accettare, pur dando soddisfazione all’Austria quanto alla sostanza delle sue richieste. Pregovi avere una spiegazione prudente e amichevole col ministro degli affari esteri».
(Comunicato agli ambasciatori in Germania, in Francia, in Inghilterra e in Italia).
Inghilterra e Russia si adoperavano dunque per la pace. Disgraziatamente il Grey non si era ingannato prevedendo che la rottura diplomatica tra Serbia e Austria sarebbe seguita da rapidi apparecchi militari nell’impero austriaco e nell’impero russo. Il 26 l’Austria-Ungheria incomincia a chiamare sotto le bandiere una parte delle sue riserve (L. Arancio, 24); e la Russia prende le prime disposizioni per essere pronta a mobilizzare sui confini austriaci (L. Bianco, 23). Che fa intanto la Germania? Si affretta ad approvare le proposte del Governo inglese, come il Grey aveva chiesto con così viva istanza, e come in quello stesso giorno fece l’Italia? (G. B., 35). No. Essa continua tutto il giorno 26 a ripetere che vuol la pace e che il suo amore della pace non è offuscato neppure dalle prime vaghe notizie intorno alla mobilitazione russa, che durante la giornata giungono a Berlino (L. Bianco, 6, 7, 8): lavora anche a pro della pace ma per una via molto diversa da quella che l’Inghilterra aveva consigliata, sforzandosi di convincere il Governo francese, il Governo inglese e il Governo russo che, avendo l’Austria dichiarato di non adocchiare territori serbi, la Russia non ha più ragione di intervenire. «Sazonoff ha dichiarato che la Russia non può permettere che la Serbia sia mutilata; ma l’Austria non ci pensa neppure; dunque...» ragiona e conchiude il 26 lo Zimmermann, sottosegretario al Ministero degli esteri, parlando con l’incaricato di affari inglese a Berlino (G. B., 33). E il Cancelliere dell’impero incaricava in quel medesimo giorno gli ambasciatori a Parigi e a Londra di tenere lo stesso discorso al Governo francese e all’inglese (L. Bianco, 10; L. Giallo, 56).
«Oggi l’ambasciatore di Germania — telegrafa il 26 da Parigi l’incaricato d’affari russo — ha fatto al reggente il Ministero degli affari esteri le seguenti dichiarazioni:
«L’Austria ha dichiarato alla Russia ch’essa non aspira a territori e che non minaccia l’integrità della Serbia. Essa vuol solo assicurare la propria tranquillità. Quindi la pace e la guerra sono nelle mani della Russia. La Germania come la Francia vuole mantenere la pace e spera fermamente che la Francia si varrà della propria influenza a Pietroburgo per dare consigli di moderazione.
«Il ministro rispose che la Germania avrebbe potuto dal canto suo fare qualche passo analogo a Vienna, sopratutto considerando che la Serbia ha dato prova di molto spirito di conciliazione. L’ambasciatore rispose che la Germania non poteva far questo passo, avendo deliberato di non intromettersi nel conflitto austro-serbo. Allora il ministro chiese se le quattro Potenze — Inghilterra, Germania, Italia, Francia — non avrebbero potuto tentar qualche passo a Pietroburgo e a Vienna.... L’ambasciatore allegò di non avere istruzioni. Alla fine il ministro rifiutò di aderire alla proposta tedesca».
La Germania, insomma, voleva che la Francia si incaricasse di spiegare e di raccomandare alla Russia questo suo modo di vedere. Nel tempo stesso essa faceva fare dal suo ambasciatore un passo a Pietroburgo: un passo, di cui ci dà chiara notizia non il Libro Bianco, ma il Libro Rosso nel dispaccio 28, spedito dall’ambasciatore d’Austria in Russia al conte Berchtold, il quale incomincia così — trascrivo la traduzione italiana ufficiale, per quanto non molto buona:
«Pietroburgo, 26 luglio 1914.
«Correndo voce che la Russia prepari la mobilitazione, il conte Pourtalès ha reso avvertito il ministro russo nel modo più esplicito, che il servirsi di preparativi militari come di mezzi di pressione diplomatica è oggigiorno pericolosissimo, giacchè in tal caso viene a prevalere il punto di vista puramente militare degli stati maggiori e se in Germania si tocca una volta il tasto, la cosa non si lascia più arrestare...».
È chiaro, dunque: la Germania amava così svisceratamente la pace del mondo, che era pronta a farne pagare anche questa volta tutte le spese dalla Russia. Che cosa chiedeva essa infatti con tanta bonarietà il 26, a Londra, a Parigi e a Pietroburgo, se non la capitolazione totale della Russia, come nel 1909? Il Grey pensava a ragione che il principale, anzi il tutto, per conservare la pace, era che la Germania si intromettesse imparziale tra l’Austria e la Russia, invece di porsi a fianco dell’alleata per sostenerne a ogni costo tutte le ragioni buone o cattive; perchè solo a questo modo i Governi di Francia e d’Inghilterra potrebbero a lor volta adoperarsi a Pietroburgo come amici più della pace che della Russia. Ma era chiaro pur troppo che l’atteggiarsi imparziale era cosa difficile alla Germania, quali ne fossero le ragioni. Già il 24 essa aveva fatto balenare contro la Russia e a pro dell’Austria la minaccia degli «effetti incalcolabili»; il 25 aveva sembrato distaccarsi un po’ dal fianco dell’alleata; ma il 26 ritornava a mettersele accanto, per aiutarla a vincere il punto suo, sia pur cercando di avvolger l’aiuto nei veli — ahimè, troppo trasparenti! — di un disinteressato amore della pace. La mossa tedesca fallì. Londra e Parigi rimandarono la Germania a dar consigli di saggezza a Vienna (G. B., 46; L. Arancio, 28; L. Giallo, 56). Il Governo russo dichiarò chiaro ed esplicito all’ambasciatore tedesco che la Russia non aveva ancora chiamato sotto le armi neppure un uomo della riserva; che non avrebbe mai mobilizzato sulle frontiere della Germania; ma che se l’Austria avesse dichiarata la guerra alla Serbia, avrebbe indetta la mobilitazione nei distretti di Kiew, di Odessa, di Mosca e di Kazan (L. Rosso, 28; L. Bianco, 11). Ma intanto la proposta inglese, e cioè la sola speranza di accordo, pendeva sospesa, mancando l’adesione della Germania; e, quel che è peggio, i propositi mostrati nella giornata non lasciavano grandi speranze che la Germania fosse disposta ad aderire. La giornata del 26 si chiuse tra l’incertezza e l’ansietà.
IV.
Ma la notte parve un’altra volta portar consiglio. Alla mattina del 27 la Germania sembrava disposta ad accettare la proposta inglese, cioè ad interporsi imparzialmente tra la sua alleata e l’alleata della Francia, nell’interesse supremo della pace. «Ho detto al Signor Jagow — telegrafa il giorno 27 l’ambasciatore di Francia a Berlino — che la proposta Grey era un mezzo per salvare la pace. Il signor Jagow mi ha detto che egli era disposto a mettersi per quella via; ma ha aggiunto che se la Russia chiamava a raccolta il suo esercito, la Germania non poteva star ferma a guardarla. Gli ho chiesto se la Germania credeva di dover essa pure mobilizzare, qualora la Russia mobilizzasse solo ai confini austriaci. Mi ha risposto di no; e mi ha autorizzato a riferirvelo» (L. Giallo, 67). Lo stesso giorno Sir E. Grey telegrafava all’ambasciatore inglese a Berlino: «L’ambasciatore di Germania mi ha informato che il Governo tedesco accetta in massima la mediazione delle quattro Potenze tra l’Austria e la Russia...» (G. B., 46).
Nella giornata la Francia a sua volta aderì alla proposta inglese; e il Governo russo dichiarò che, se non potesse intendersi direttamente con il Governo austro-ungarico, «accoglierebbe la proposta inglese o qualunque altra proposta atta a comporre il dissidio». Ci fu dunque un momento, nella giornata del 27, in cui si potè sperare che prima del tramonto l’accordo tra le quattro grandi Potenze paciere sarebbe stretto e che il dì seguente, l’Europa, da tre giorni in trepidazione, potrebbe trarre un gran respiro di sollievo.... Non mancava più che l’adesione formale della Germania! Invece, quando Sir E. Goschen, ambasciatore d’Inghilterra a Berlino, si recò, nel pomeriggio del 27, al Ministero degli Esteri per ricevere la risposta ufficiale del Governo tedesco alla proposta inglese, oh meraviglia! si sentì risponder chiaro e tondo di no. Il signor Jagow aveva mutato parere, in poche ore. Dichiarò infatti all’ambasciatore inglese che convocando quella tal conferenza si istituirebbe sotto altro nome una vera Corte arbitrale; non potersi dunque citare Austria e Russia innanzi a una Corte arbitrale, se ambedue non ne sollecitavano il giudizio. L’ambasciatore si sforzò di dimostrare, con ogni sorta di argomenti, che la conferenza proposta dall’Inghilterra era tutt’altra cosa che una Corte arbitrale: ma il ministro stette fermo; concesse solo che, poichè Austria e Russia volevano trattare tra di loro la questione, si poteva aspettare che queste trattative fossero terminate, prima di avvisare ad altri espedienti o tentar nuovi passi. In apparenza, insomma, il Governo tedesco si rinchiude di nuovo, come la tartaruga nel guscio, in quel suo ottimismo dilatorio: il pericolo non è urgente, si può dunque aspettare e vedere.... In effetto, invece, la Germania, dopo avere o esitato davvero o fatto mostra di esitare, manda a vuoto la proposta inglese, per aiutar l’Austria a ottenere il suo intento. L’Austria aveva già dimenticate le confidenze fatte il 25 al Governo inglese. L’Austria voleva a tutti i costi fare la guerra alla Serbia, e quello stesso giorno aveva dichiarato alle Potenze di apprestarsi, poichè la Serbia non aveva data risposta soddisfacente, a usare «mezzi energici». L’Austria, quindi, non voleva che la conferenza si interponesse a intralciarne le mosse: ma non voleva neppure rifiutar essa apertamente i buoni uffici dei pacieri. A ringraziar questi, prima ancora che entrassero in ufficio, pensò la Germania.
Il bel castelletto di carte che Sir E. Grey aveva eretto con tanto studio in due giorni era in terra. All’ultimo momento, la Germania ci aveva soffiato su. Tutto di nuovo pendeva incerto; e — quel che era peggio — prendeva forza, nelle Cancellerie della Triplice Intesa, il sospetto che la Germania e l’Austria ponessero ad effetto un piano abilmente concertato, la Germania tenendo a bada senza parere le Potenze dell’Intesa, mentre l’Austria agiva. Difatti, si incominciò a parlar chiaro. Il Grey mandò a chiamare l’ambasciatore d’Austria e gli chiese se il suo Governo si rendeva conto che così, senza parere, bel bello, esso andava preparando nè più nè meno che la guerra universale (G. B., 48). L’ambasciatore di Russia a Vienna fece visita al barone Macchio, in quel tempo sotto-segretario di Stato per gli affari esteri: gli disse senza reticenze che se l’Austria dichiarasse la guerra alla Serbia, la Russia interverrebbe e l’Europa andrebbe in fiamme; gli chiese che l’ambasciatore austriaco a Pietroburgo fosse incaricato di trattare con il Sazonoff, il quale a sua volta si studierebbe di persuader la Serbia a concedere all’Austria quanto era giusto (G. B., 56; L. Arancio, 41). L’ambasciatore di Francia a Berlino propose al signor Jagow che le quattro Potenze facessero insieme almeno un passo a Vienna, pregando il Governo austriaco «di astenersi da qualsiasi atto che potesse aggravar la situazione presente» (L. Arancio, 39). Anche l’incaricato d’affari russo fece visita al Jagow e lo pregò di consigliare «con forza» il Governo austriaco ad accettare la proposta dell’ambasciatore russo a Vienna (L. Arancio, 38).
L’Austria e la Germania ricevettero dunque nella giornata del 27 avvisi salutari e proposte concilianti in quantità. La Russia non parlò quel giorno ambiguamente o per enigmi: disse e ripetè che voleva la pace, ma aggiunse pure che se l’Austria dichiarasse guerra alla Serbia, essa avrebbe chiamato a raccolta il suo esercito e sarebbe intervenuta. Disgraziatamente le proposte non furono accolte e gli avvisi non furono intesi. Il signor Jagow rispose di no all’ambasciatore francese e di no all’attaché militare russo, protestando di non poter consigliare all’Austria di cedere (L. Arancio, 38-39). L’ambasciatore di Germania a Parigi dichiarò al direttore degli affari politici che la Germania non voleva sentir parlare nè di conferenze nè di mediazioni (L. Arancio, 34). L’atteggiamento della Germania fu tale che perfino il Governo russo, così deferente fino a quel momento verso il grande impero vicino, perdè la pazienza. «I miei colloqui con l’ambasciatore di Germania — scrive il signor Sazonoff in un dispaccio spedito il 28 all’ambasciatore di Russia a Londra — mi confermano che la Germania approva l’intransigenza dell’Austria. Il Gabinetto di Berlino, che avrebbe potuto impedir dal principio tutti questi guai, non fa nulla. L’ambasciatore trova perfino insufficiente la risposta della Serbia. Questo atteggiamento della Germania è particolarmente inquietante. Mi sembra che, più di qualsiasi altra Potenza, l’Inghilterra sarebbe in grado di tentar di indurre il Governo tedesco a far quel occorre. A Berlino è la chiave della situazione» (L. Arancio, 43). Non solo purtroppo Berlino respingeva tutte le proposte concilianti fatte dalla Russia e dalla Francia: ma l’Austria, sorda a tutti i consigli e a tutti gli avvisi, provocava il destino; e il 28 luglio dichiarava la guerra alla Serbia.
V.
Le cose, da cinque giorni in bilico, erano dunque precipitate. L’Austria non aveva voluto sentir ragione! Il mondo volse gli occhi verso la Russia. Che cosa farebbe l’immenso impero, il quale aveva dichiarato a più riprese che non abbandonerebbe mai nelle mani dell’Austria il piccolo regno slavo?
Il 28 luglio, il giorno stesso in cui l’Austria dichiarava guerra alla Serbia, i ministri si riunivano a consiglio in Pietroburgo; e deliberavano di iniziare il giorno seguente la mobilitazione nelle circoscrizioni militari di Odessa, di Kiew, di Mosca e di Kazan; di avvisare per via ufficiale il Gabinetto di Berlino, e di ripetergli che la Russia non intendeva fare alcuna minaccia alla Germania (G. B., 70; L. Giallo, 95, 96). Questa deliberazione non poteva del resto sorprendere nessuno, poichè fino dal principio la Russia aveva dichiarato che, se la Serbia fosse stata assalita, essa avrebbe chiamato a raccolta le sue riserve sui confini dell’Austria. Nè il furore popolare, concitato dalla provocazione dell’Austria, avrebbe tollerato che il Governo esitasse. Ma la deliberazione del Governo russo fu il solo evento di rilievo, che il giorno 28 dovesse registrare prima di sera. Per alcune ore, dopo la dichiarazione di guerra, tutte le Potenze aspettarono in silenzio e guardinghe, quale sarebbe l’effetto di quell’atto audace. Prima a rompere la perplessità ed il silenzio fu la Germania. Tutto ad un tratto, la sera del 28, il Cancelliere dell’impero tedesco prega l’ambasciatore inglese di recarsi da lui e gli tiene il più savio e il più cordiale discorso che si potesse imaginare: non aver potuto accettare la proposta inglese, non parendogli che fosse effettuabile; la Germania però esser pronta a fare quanto potesse per impedire la guerra: Vienna e Pietroburgo avviassero senza intermezzatori la discussione, e si intenderebbero: egli non avrebbe risparmiata fatica purchè il discorso tra le due grandi Potenze si impegnasse. Aggiunse di nutrir qualche timore per la mobilitazione russa, non gli accrescesse la difficoltà «di predicar la moderazione a Vienna», ma concluse affermando che «una guerra fra le grandi Potenze doveva essere evitata» (G. B., 71). Alcune ore dopo, alle 10,45 di sera, l’imperatore di Germania, che nella giornata era tornato a Berlino dal Mare del Nord, spediva allo Czar un dispaccio, amichevole e fiducioso, che terminava così: «Mi rendo conto delle difficoltà in cui il movimento della pubblica opinione ha posto Te e il Tuo Governo. Per la cordiale amicizia che da tanto tempo ci unisce, farò quanto posso per indurre l’Austria a intendersi lealmente e a conchiudere un accordo soddisfacente con la Russia. Spero che Tu mi aiuterai» (L. Bianco, 20). Nella notte, infine, dovettero partir da Berlino istruzioni conformi a questi discorsi e a questi propositi, se la mattina del 29 l’ambasciatore di Germania a Parigi confidava al Governo francese, in via officiosa, che il Governo tedesco non dismetteva il proposito di «indurre il Governo austriaco a iniziare una discussione amichevole» (L. Giallo, 24); e se alla stessa ora a Pietroburgo il signor Sazonoff e l’ambasciatore di Germania si scambiavano le più cordiali assicurazioni sui propositi dei propri Governi. Ecco il tenore della conversazione, secondo il dispaccio del signor Sazonoff stesso, che la riassume:
«L’ambasciatore di Germania mi informa a nome del Cancelliere che la Germania non ha mancato di esercitare a Vienna un’influenza moderatrice e che non desisterà per la dichiarazione di guerra. Fino a stamane non si ha notizia che le truppe austriache abbiano varcata la frontiera serba. Ho pregato l’ambasciatore di trasmettere al Cancelliere i miei ringraziamenti per il tenore amichevole di questa comunicazione. Lo ho informato dei provvedimenti militari presi dalla Russia, nessuno dei quali, gli ho detto, è diretto contro la Germania; ho aggiunto che non significavano nemmeno intenzioni aggressive contro l’Austria-Ungheria, ma si spiegavano con la mobilitazione della maggior parte dell’esercito austro-ungarico. Poichè l’ambasciatore si dichiarava favorevole a spiegazioni dirette fra il Gabinetto di Vienna e noi, gli risposi che ero a ciò dispostissimo, purchè i consigli del Gabinetto di Berlino dei quali egli parlava trovassero un’eco a Vienna.
«Al tempo stesso accennai che noi eravamo anche pronti ad accettare una conferenza delle quattro Potenze, che alla Germania non pareva piacere troppo.
«Dissi che, a mio parere, il miglior modo per impedire la guerra generale erano le trattative per una conferenza a quattro (Germania, Francia, Inghilterra, Italia) e un contatto diretto fra l’Austria-Ungheria e la Russia, al modo stesso circa che era stato fatto nei momenti più critici della crisi dell’anno scorso.
«Dissi all’ambasciatore che dopo le concessioni fatte dalla Serbia non sarebbe stato difficile trovare un compromesso, purchè ci fosse un po’ di buona volontà da parte dell’Austria, e purchè tutte le Potenze si adoperassero per la conciliazione».
(Comunicato agli ambasciatori in Inghilterra, in Francia, in Russia, in Austria e in Italia).
Finalmente dunque la Germania faceva quel che l’Europa tutta le chiedeva da cinque giorni: metteva la sua autorità a servizio della pace e non dell’Austria. Come si spiega questo mutamento improvviso? Anche questo è un mistero. Andando per congetture, non pare improbabile che il Governo tedesco e il Governo austriaco abbiano cominciato a capire, il giorno 28, che il Governo russo faceva questa volta sul serio. Di ciò troveremmo conferma nel Libro Rosso austriaco, dove si legge un dispaccio spedito il 28 luglio dal conte Berchtold all’ambasciatore austriaco in Berlino e di cui ricopio il testo dalla versione ufficiale italiana:
«Prego V. E. di recarsi immediatamente dal Cancelliere dell’Impero o dal segretario di Stato e di partecipargli, a mio nome, quanto segue:
«Secondo notizie analoghe, pervenuteci da Pietroburgo, Kiew, Varsavia, Mosca e Odessa, la Russia fa ampi preparativi militari. Il signor Sazonoff ha dato veramente, come il ministro della guerra russo, la sua parola d’onore, che finora non fu ordinata alcuna mobilitazione: quest’ultimo però comunicò all’addetto militare tedesco, che le circoscrizioni militari vicine all’Austria-Ungheria, cioè Kiew, Odessa, Mosca e Kazan verrebbero mobilizzate, ove le nostre truppe varcassero il confine serbo.
«Date tali circostanze, vorrei pregare istantemente il Gabinetto di Berlino, che esaminasse l’eventuale opportunità di prevenire amichevolmente la Russia, che la mobilitazione di quei distretti militari significherebbe una minaccia all’Austria-Ungheria e che perciò, se venisse realmente effettuata, tanto la Monarchia quanto l’alleata Germania dovrebbero prendere da parte loro le più vaste contromisure militari.
«Per facilitare alla Russia una eventuale resipiscenza, ci sembrerebbe indicato che un tale passo venisse fatto dapprima dalla sola Germania: pure noi saremmo naturalmente pronti ad associarvici.
«L’essere espliciti mi parrebbe in questo momento il mezzo più efficace per far intendere alla Russia l’intero significato di un contegno minaccioso» (L. Rosso, 42).
Il Governo austriaco incomincia dunque già a inquietarsi per gli apparecchi militari della Russia durante il giorno 28, e perciò prega la Germania di ripeter la mossa riuscita così bene nel 1909. Chi ripugni dunque dal voler attribuirgli accorgimenti e piani troppo reconditi, può supporre che la sera del 28 il Governo tedesco si sia accorto, paragonando le notizie di Pietroburgo e quelle di Vienna, che le cose si mettevano al pericolo; e che, spaventato, abbia voluto cercare qualche riparo.
VI.
L’autorità della Germania nei consigli dell’Europa era ancora grandissima negli ultimi giorni di luglio. Tanto più singolare sembrerà dunque che l’Austria abbia tenuto in così poco conto il suo primo consiglio di pace, e proprio nel momento in cui domandava alla sua potente alleata di far cadere di mano alla Russia la spada con una parola minacciosa e un baleno dello sguardo corusco! Ma così fu. La mattina del 29 le Cancellerie d’Europa appresero che l’Austria rifiutava di intavolare una discussione con la Russia intorno alla risposta della Serbia (L. Rosso, 44). E la Germania allora.... Protesta forse? Recrimina? Ritorna all’assalto con l’alleata, che ha bisogno della sua autorità? No: si rassegna. Del rifiuto dell’Austria si intrattennero a colloquio quel dì medesimo il Cancelliere dell’impero e l’ambasciatore inglese; e il Cancelliere dell’impero disse all’ambasciatore che rammaricava assai la risposta dell’Austria; aggiunse che l’Austria faceva la guerra solo per avere finalmente ragione della incorreggibile doppiezza della Serbia; onde egli aveva consigliato all’Austria di dichiarar le sue intenzioni in modo, che non ci potessero esser più malintesi (G. B., 75). Null’altro! Tuttavia l’Europa non sapeva, la mattina del 29, che già la sera prima l’Austria aveva chiesto alla Germania di ripetere la mossa del 1909: l’Europa non aveva dunque motivo di dubitare della sincerità del Cancelliere.... «La chiave della situazione è a Berlino», aveva detto, il giorno prima, il Sazonoff: e con ragione, perchè, nonostante il rifiuto dell’Austria, le speranze rinacquero nella giornata del 29. Se la Germania, la potente Germania, voleva la pace, pace sarebbe, ancora una volta! Il Viviani, presidente del Consiglio e ministro degli esteri di Francia, che frattanto era tornato a Parigi dalla Russia, telegrafò a Londra che «poichè Vienna e Pietroburgo avevano cessato di trattare, urgeva che il Gabinetto di Londra rinnovasse in qualche modo la sua antica proposta» (L. Arancio, 55). L’ambasciatore di Germania a Parigi si recò dal Viviani per ripetergli ancora una volta che il suo Governo voleva la pace; e avendogli il Viviani risposto che se la Germania desiderava la pace, doveva aderire alla proposta inglese, il barone von Schoen non rispose più, come il 27, rifiutando, ma si limitò a schermirsi opponendo certe difficoltà di forma. Le parole «conferenza» o «arbitrato» — egli diceva — spaventavano l’Austria.
Infine Sir E. Grey rinnovò la sua proposta; e poichè la Germania aveva trovato a ridire più sulla forma che sulla sostanza della cosa, si dichiarò pronto a lasciare alla Germania il giudizio intorno a tutte le questioni di forma (G. B., 84; L. Giallo, 98). Come avrebbe potuto l’Austria resistere a tanti pacieri che l’assediavano da ogni parte? Si poteva di nuovo sperare....
Quando a un tratto, a mezzanotte, arrivò a Londra da Berlino un dispaccio che parve molto strano. L’ambasciatore inglese raccontava che il Cancelliere lo aveva fatto chiamare in serata. Il Cancelliere, tornava allora da Potsdam; e malgrado l’ora incomoda aveva disturbato Sua Eccellenza per domandargli se l’Inghilterra si impegnava a restare neutrale in una guerra europea, quando la Germania promettesse di rispettare l’Olanda e di togliere alla Francia solamente le sue colonie (G. B., 85). Imaginarsi lo stupore che provò il Foreign Office leggendo questo strano dispaccio! Sino ad allora non si era parlato che del conflitto austro-russo e del modo di comporlo senza guerra: ma ecco che a un tratto, la Germania, seduta stante, senza nemmeno attendere l’indomani mattina, vuol sapere quel che l’Inghilterra farà o non farà, se scoppia la guerra europea; e già ventila perfino le condizioni di pace da imporre alla Francia! Ma la Germania allora, invece di pensare a metter d’accordo Austria e Russia, macchinava di far guerra alla Francia? Era chiaro infatti che il Cancelliere non sarebbe uscito in così strane domande, quella sera, dopo i discorsi del giorno prima, se nel Convegno di Potsdam, dal quale egli allora tornava, non fosse già stata virtualmente decisa la guerra. Onde un oscuro quesito: perchè tanto mutamento e così improvviso? Che cosa è successo nella giornata del 29 luglio? Per quale ragione il Cancelliere, che la sera del 28 dichiarava all’ambasciatore d’Inghilterra doversi impedire la guerra fra le grandi Potenze, la sera del 29 già negoziava la neutralità dell’Inghilterra nella guerra europea ormai deliberata?
VII.
Eccoci al maggior mistero di questa terribile storia. Cercherò chiarirlo, come posso, pochi mesi dopo gli eventi, in tanta scarsezza di documenti, per via di congetture: congetture che domani nuovi documenti forse spazzeranno via, come un soffio di vento spazza via dall’orizzonte in pochi minuti una nuvolaglia che ristagna pesante e immota nell’aria; ma che potranno almeno servire la verità, sollecitando la curiosità di quanti sono avidi di conoscere il vero.
Per provarci all’impresa non facile, incominciamo a osservare che il Governo russo ha ufficialmente avvertito il Governo tedesco di aver ordinata la mobilitazione sulla frontiera austriaca, il 29. Questo afferma il Libro Bianco tedesco; e questo conferma un dispaccio spedito da Berlino dall’ambasciatore inglese (L. Bianco, 9; G. B., 76). Procediamo quindi a leggere alcuni documenti che giacciono lontani e quasi stranieri l’uno all’altro nei differenti Libri diplomatici sinora pubblicati, ma che invece si intrecciano a vicenda come altrettante maglie del gran tessuto degli eventi. Primo, il dispaccio spedito il 29 dal Sazonoff all’ambasciatore di Russia a Parigi (L. Arancio, 58).
«L’ambasciatore di Germania mi ha oggi comunicato che il suo Governo ha risoluto di mobilizzare se la Russia non interrompe i preparativi militari. Ora noi abbiamo incominciato questi in seguito alla mobilitazione cui già si era accinta l’Austria, e visto che l’Austria non desiderava di trovare una qualsiasi soluzione pacifica del suo conflitto con la Serbia.
«Poichè non possiamo accedere al desiderio della Germania, non ci resta che affrettare i nostri armamenti, e contare sulla inevitabilità della guerra. Vogliate avvertirne il Governo francese, esprimergli al tempo stesso la nostra sincera riconoscenza per la dichiarazione che l’ambasciatore di Francia m’ha fatto a suo nome, dicendomi che noi possiamo contare intieramente sull’appoggio della nostra alleata, la Francia. Nelle attuali circostanze questa dichiarazione ci è particolarmente preziosa».
(Comunicato agli ambasciatori in Inghilterra, Austria-Ungheria, Italia, Germania).
Spigoliamo quindi nel Libro Bianco tedesco e ritroveremo un dispaccio spedito dall’imperatore di Germania all’imperatore di Russia, nella notte dal 29 al 30, all’una del mattino, e scritto in tono ben diverso dal dispaccio del 28:
«Il mio ambasciatore è stato incaricato di richiamare l’attenzione del Tuo Governo sui pericoli della mobilitazione. L’Austria-Ungheria ha solamente mobilitato una parte del suo esercito e contro la Serbia. Se la Russia, come pare sia intenzione Tua e del Tuo Governo, mobilita contro l’Austria-Ungheria, la parte di mediatore che Tu mi hai affidata con così viva istanza e che io ho accettata per farti piacere, diventa impossibile o quasi. Ormai tutto dipende da Te, come sopra di Te peserà la responsabilità della guerra e della pace» (L. Bianco, 23).
Leggiamo quindi un dispaccio spedito il 30 luglio dall’ambasciatore d’Inghilterra a Pietroburgo, per raccontare ciò che era avvenuto il 29:
«L’ambasciatore di Francia ed io abbiamo fatta visita al ministro degli affari esteri questa mattina (30 luglio). Sua Eccellenza ci ha raccontato che ieri nel pomeriggio l’ambasciatore di Germania gli ha detto che la Germania era pronta a garantire per conto dell’Austria-Ungheria la integrità della Serbia: il sig. Sazonoff ha risposto che ciononostante la Serbia potrebbe cadere sotto il vassallaggio dell’Austria come Bucara è caduta sotto il vassallaggio della Russia e che una rivoluzione scoppierebbe in Russia se il Governo tollerasse una cosa simile.
«Il sig. Sazonoff aggiunse che la Germania faceva preparativi militari contro la Russia, specialmente in direzione del golfo di Finlandia; il Governo ne aveva prove incontestabili.
«L’ambasciatore di Germania ebbe un secondo colloquio col sig. Sazonoff durante la notte, alle ore 2 antimeridiane. L’ambasciatore è scoppiato in pianto (completely broke down) quando capì che la guerra era inevitabile. Supplicò allora il sig. Sazonoff di suggerirgli qualche cosa da poter telegrafare al suo Governo, come ultima speranza. Per contentarlo il sig. Sazonoff scrisse in francese e gli consegnò la formola seguente: Se l’Austria, riconoscendo che la questione austro-serba ha assunto il carattere di una questione europea, si dichiara pronta a eliminare dal suo ultimatum i punti che portano pregiudizio ai diritti sovrani della Serbia, la Russia si impegna a cessare dai preparativi militari.
«Se questa proposta sarà respinta dall’Austria, sarà decretata la mobilitazione generale. La guerra europea sarà allora inevitabile. Gli animi sono qui così eccitati, che se l’Austria non fa concessioni, la Russia non potrà più indietreggiare. La Russia, poichè sa che la Germania si prepara, non può indugiare molto a convertire la sua mobilitazione parziale in mobilitazione generale» (G. B., 97).
Nè meno importante è il dispaccio che il Paléologue, ambasciatore di Francia alla Corte russa, inviava da Pietroburgo il 30 (L. Giallo, 103):
«L’ambasciatore di Germania è venuto questa notte a insistere di nuovo, ma in termini meno categorici, presso il sig. Sazonoff perchè la Russia cessi dai suoi preparativi militari, affermando che l’Austria non avrebbe intaccato l’integrità territoriale della Serbia.
« — Non è soltanto l’integrità territoriale della Serbia che noi dobbiamo preservare — ha risposto il sig. Sazonoff — è anche la sua indipendenza e la sua sovranità. Noi non possiamo ammettere che la Serbia diventi vassalla dell’Austria.
«Il sig. Sazonoff ha soggiunto: — L’ora è troppo grave perchè io non vi dichiari intieramente il mio pensiero, intromettendosi a Pietroburgo mentre si rifiuta di intromettersi a Vienna, la Germania non cerca che di guadagnar tempo per permettere all’Austria di schiacciare il piccolo regno serbo prima che la Russia abbia potuto soccorrerlo. Ma l’imperatore Nicola ha tanto desiderio di scongiurare la guerra che io vi farò a nome suo una nuova proposta: Se l’Austria, riconoscendo, ecc. Il conte di Pourtalès ha promesso di appoggiare questa proposta presso il suo Governo».
Finalmente il 30 luglio il signor Sazonoff telegrafa all’ambasciatore di Russia a Berlino (L. Arancio, 60):
«L’ambasciatore di Germania, che mi ha lasciato adesso, mi ha domandato se non ci potevamo contentare della promessa che l’Austria non toccherebbe l’integrità del regno di Serbia, e mi ha chiesto a quali condizioni si potrebbe ancora acconsentire a sospendere i nostri armamenti. Io gli ho dettato, perchè sia trasmessa d’urgenza a Berlino, la dichiarazione seguente: Se l’Austria, riconoscendo, ecc.
«Vogliateci telegrafare d’urgenza quale sarà l’atteggiamento del Governo tedesco di fronte a questa nuova prova del nostro desiderio che la pace non sia turbata, giacchè noi non possiamo ammettere che tutte queste trattative non servano che a far guadagnar tempo alla Germania e all’Austria per i loro preparativi militari».
Studiamo ora e confrontiamo questi documenti. Dal dispaccio 58 del Libro Arancio noi apprendiamo che il 29 luglio il Sazonoff e l’ambasciatore di Germania ebbero un colloquio. Il dispaccio 97 della pubblicazione inglese Great Britain and the European Crisis, narra pure di una conversazione ch’ebbe luogo fra quei due personaggi nel pomeriggio del 29. I due dispacci alludono forse allo stesso colloquio? Sembra probabile. Allora è possibile, riscontrando i due dispacci, scoprire di che si trattò nel colloquio. L’ambasciatore di Germania disse al signor Sazonoff che l’Austria prometteva di rispettare l’integrità territoriale della Serbia, e che la Germania era pronta a garantire la promessa; ma lo avvisò che se la Russia avesse continuata la sua mobilitazione contro l’Austria la Germania avrebbe anch’essa mobilizzato. Il Governo tedesco, dunque, dopo aver mandato alla mattina del 29 il suo ambasciatore a rassicurare il Governo russo e a consigliargli di trattare con il Governo austriaco, nel pomeriggio, dopochè il Governo austriaco aveva rifiutato di intavolare la discussione consigliata dall’alleata, invece di insistere nel suo consiglio, invece di tentar qualche passo per far ravvedere l’Austria, rimanda il suo ambasciatore a fare la mossa richiesta il giorno prima dal conte Berchtold: a esigere cioè, tra il dolce e il brusco, che la Russia riponga nell’armadio la spada. In altre parole il Governo tedesco, il quale alla mattina diceva ancora di voler interporsi come paciere tra l’Austria e la Russia, nel pomeriggio si presenta di nuovo alla Russia in veste di alleata dell’Austria e con la mano sull’elsa della spada.
Anche le ragioni di questo mutamento sono un mistero. Chi non voglia interpretare in sinistro tutte le azioni del Governo tedesco e supporre che il 28 luglio fingesse per addormentare gli avversari e meglio sorprenderli il dì seguente, può argomentare che a Berlino fossero due partiti: uno più debole e in vista che voleva trattenere l’Austria e conservare la pace; l’altro più potente ed occulto che voleva la guerra; e che questo secondo partito prevalse nei consigli del Governo la mattina del 29. Come e perchè — se questa congettura è vera — ce lo dirà forse un giorno la storia. Ad ogni modo se le ragioni del passo sono oscure, certo è invece che il passo fatto dall’ambasciatore tedesco a Pietroburgo nel pomeriggio del 29 fu l’atto decisivo e irreparabile che provocò la guerra europea. L’ambasciatore tedesco era appena uscito dal colloquio, che già il Sazonoff telegrafava all’ambasciatore russo a Parigi la guerra essere ormai inevitabile, Francia e Russia dovere senza indugio approntare le armi. Nè è difficile intendere il perchè. Scottante era ancora in Russia il ricordo dell’umiliazione che la Germania aveva inflitto all’impero moscovita nel 1909; ben fermo il proposito di non passare una seconda volta, in cospetto del mondo, sotto quelle Forche Caudine. Quel passo invece diceva chiaro che la Germania voleva ripetere il gioco.... Come spiegare altrimenti che non l’Austria, alle cui frontiere la mobilitazione era stata ordinata, ma la Germania chiedesse alla Russia di non indossare le armi; e ciò chiedesse, quando la Russia aveva appena decretata, ma non ancora incominciata la mobilitazione; dopochè il von Jagow aveva dichiarato al Cambon che la Germania non avrebbe messo il suo esercito su piede di guerra, qualora la Russia avesse mobilizzato solo sulle frontiere dell’Austria? La Russia quindi era risoluta questa volta a sfidare la minaccia, il che forzerebbe la Germania a porla ad effetto: ma tutti sapevano, in tutta Europa, che se la Germania avesse un giorno chiamato il popolo alle armi, avrebbe dichiarata la guerra il dì seguente.
E difatti non a Pietroburgo solo ma anche a Berlino si pensò che la guerra era imminente, dopochè l’ambasciatore tedesco ebbe fallito, nel pomeriggio del 29, quel suo passo fatale. Noi possiamo infatti, a questo modo, spiegare gli strani discorsi tenuti la sera del 29 dal Cancelliere dell’impero all’ambasciatore inglese. Il Cancelliere dell’impero tornava, allora allora, come è stato detto, da Potsdam. Per qual ragione era egli andato a Potsdam? Ce lo dice il signor Cambon: per prender parte «a un consiglio straordinario con le autorità militari, sotto la presidenza dell’imperatore» (L. Giallo, 105). Ma di che si trattò e intorno a quali materie si deliberò in questo grande consiglio, alla presenza dei capi dell’esercito? Delle cose di cui il Cancelliere, appena tornato a Berlino, tenne la sera stessa discorso con l’ambasciatore inglese; e di quelle di cui l’ambasciatore tedesco andò a ragionare con il Sazonoff, nella notte del 29 al 30 luglio, alle due del mattino. Riscontrando i fatti e le date è dunque possibile di ricostruire per sommi capi gli eventi di quella giornata. La risposta della Russia metteva il Governo tedesco nell’impegno di porre a effetto la minaccia: ma alla mobilitazione seguirebbe la guerra, la guerra europea. Era dunque necessario chiamare a consiglio i capi dell’esercito. Il consiglio di Potsdam fu convocato per discutere intorno alla risposta che la Russia aveva data, nel pomeriggio del 29, alla richiesta dell’ambasciatore tedesco; e dopo una lunga discussione deliberò di fare ancora un passo presso la Russia, ma subito, nella notte stessa, per chiederle di nuovo «in termini meno categorici» come dice il Paléologue, a quali condizioni avrebbe consentito a sospendere gli apparecchi di guerra: se la Russia rifiutasse ancora, di romper gli indugi e dichiarare la guerra, senza più perdere un minuto, assicurandosi il vantaggio dell’iniziativa e dell’attacco. Tanto è ciò vero che il Cancelliere dell’impero doveva assicurarsi immediatamente, appena tornato a Berlino, senza neppure aspettare il giorno seguente, la neutralità dell’Inghilterra. La guerra europea fu dunque decisa a Potsdam, la sera del 29 luglio 1914.
Nessun documento sinora venuto in luce prova in modo sicuro che la Germania abbia cominciati subito i suoi ultimi preparativi di guerra; ma è difficile credere che il Governo tedesco sia stato inoperoso per quarant’otto ore, quando sapeva la guerra imminente e quando mostrava di avere tanta fretta per tutto il resto. Come che sia, non è dubbio che, la sera stessa, appena tornato a Berlino, il Cancelliere dell’impero presentò le sue strane domande all’ambasciatore d’Inghilterra; che l’imperatore spedì il suo dispaccio allo Czar al tocco di notte, per appoggiare il passo che il suo ambasciatore, il conte di Pourtalès, doveva fare alle due, ad un’ora che sola basta a dimostrare la gran fretta che aveva invaso il Governo tedesco, dopo il consiglio di Potsdam. È chiaro che questi tre fatti sono concatenati. Quel che disse il conte di Pourtalès al Sazonoff e quel che gli rispose il Sazonoff, si ricava dal dispaccio 60 del Libro Arancio e dal dispaccio 103 del Libro Giallo. L’ambasciatore di Germania insistette nel dimostrare al Sazonoff, come dice il dispaccio dell’imperatore di Germania, i gravi pericoli della mobilitazione; ma quando si accorse che la decisione del Governo russo era irrevocabile, non seppe nascondere la sua emozione. Fino a quel momento egli aveva sperato che il Governo russo cederebbe, come nel 1909; e certo non aveva fatto il suo passo del pomeriggio del 29, supponendo che egli era in quel momento il piccolo e inconsapevole strumento di cui si serviva il destino per scatenare sull’Europa il più terribile flagello che l’avesse sino ad allora percossa. Scoppiò in pianto — debolezza umana e di cui nessuno gli farà rimprovero — quando se ne accorse; e furono forse le prime lagrime della guerra o le ultime della pace europea — troppo tardive, in ogni caso! L’irreparabile era già stato compiuto. Continuarono, sì, Russia ed Austria a trattare il 30 e 31; anzi, il 31, il Governo austriaco, assalito da dubbi e timori, consentì a discutere con le grandi Potenze di Europa il suo ultimatum (G. B., 131); a far quello che le Potenze le avevano chiesto fin dal principio. Per un istante a Londra e a Parigi rinacque la speranza: ma il passo tedesco del 29 a Pietroburgo aveva ormai fatto nascere fra Russia e Germania troppa sfiducia. Il 30 i due imperi affrettano gli apparecchi di guerra: la Russia, perchè aveva ormai troppe ragioni di dubitare della Germania; la Germania, perchè sapeva che, fallita la minaccia, era forza colpire. I preparativi militari della Germania decisero il Governo russo a ordinare, il 31, la mobilitazione generale; e questa a sua volta determinò il Governo tedesco all’ultimatum del 31 luglio che è stato l’inizio della guerra europea. Nel racconto storico che precede il Libro Bianco tedesco è detto che la mobilitazione generale dell’esercito russo fu deliberata a Pietroburgo nel pomeriggio del 31 luglio e il Libro Arancio racconta che l’ultimatum tedesco fu consegnato a Pietroburgo il 31 a mezzanotte (L. Bianco, 14; L. Arancio, 64). Poichè l’ora russa anticipa di sessant’un minuti sull’ora dell’Europa centrale, è chiaro che l’ultimatum tedesco fu spedito non appena giunse a Berlino la notizia della mobilitazione generale russa. Non vi furon dubbi o esitanze a Berlino: altra prova che, fino dalla sera del 29, la guerra era cosa deliberata, se il secondo passo dell’ambasciatore tedesco a Pietroburgo fosse fallito come il primo. Non si cercava più che un pretesto per dichiarare la guerra: chè invero sarebbe stato strano far la guerra alla Russia, perchè la Russia mobilitava al confine austriaco, mentre l’Austria il 31 ancora dichiarava, sia pur senza pensarlo, di non considerare come atto ostile la mobilitazione russa (G. B., 118). Perfino gli illustri professori che firmarono il famoso manifesto dei 93 si sarebbero accorti allora che provocatrice era proprio la Germania. Sembra per altro che a Berlino sino all’ultimo minuto si sia sperato che la Russia cederebbe. Ma la Russia non cedè, questa volta; e il sabato, 1º agosto, alle cinque del pomeriggio, l’ambasciatore di Germania consegnava a Pietroburgo questa dichiarazione di guerra:
«Il Governo imperiale ha fatto il possibile, fino dal principio della crisi, per giungere a una soluzione pacifica. Conformandosi a un desiderio espressogli da S. M. l’Imperatore di Russia, S. M. l’Imperatore di Germania, d’accordo con l’Inghilterra, voleva farsi mediatore presso i Gabinetti di Vienna e di Pietroburgo, allorchè la Russia senza attendere i risultati procedette alla mobilitazione di tutte le sue forze di terra e di mare. In seguito a questa misura minacciosa che nessun preparativo militare della Germania ha motivato, l’Impero tedesco si è trovato di fronte a un pericolo grave e imminente. Se il Governo imperiale non avesse provveduto a questo pericolo, avrebbe compromessa la sicurezza e la stessa esistenza della Germania. Perciò il Governo tedesco si è visto obbligato a rivolgersi al Governo di S. M. l’Imperatore di tutte le Russie, insistendo per la cessazione dei sopradetti atti militari. Avendo la Russia rifiutato di riconoscere questa domanda e avendo manifestato, con questo rifiuto, che la sua azione era diretta contro la Germania, ho l’onore di informare l’Eccellenza Vostra, per ordine del mio Governo, di quanto segue: S. M. l’Imperatore, mio Augusto Sovrano, in nome dell’Impero, raccogliendo la sfida, si considera in istato di guerra con la Russia».
La guerra europea era scoppiata. La corrente del tempo che, un po’ torbida e gonfia ma senza pericolo, aveva sino a quel giorno portati i nostri destini con un corso che ci pareva sicuro, si era inabissata ad un tratto in una voragine immensa; e nessuno sa quando e dove e per quali abissi uscirà a rivedere il bel sole, che aveva sorriso sulla nostra vita sino a quel fatale primo giorno di agosto dell’anno 1914.
VIII.
Questa sommaria indagine dei documenti diplomatici sinora venuti in luce, ci consente di rettificare la dichiarazione di guerra della Germania. No, non la Russia e meno che mai l’Inghilterra, ma l’Austria e la Germania hanno acceso il grande incendio. I fatti e le date parlano chiaro. Nei primi giorni della settimana fatale che corse dal 24 luglio al 1º agosto, l’Austria provoca apertamente le Potenze della Triplice Intesa, minacciando la Serbia, dichiarandole guerra, respingendo tutti i pacieri che si offrono, non ascoltando gli avvisi della Russia, alla quale tutto si potrà apporre fuori che di non aver parlato chiaro sin dal primissimo giorno.... Frattanto la Germania parla e agisce piuttosto ambiguamente, ma sempre cercando di favorire copertamente, senza troppo aprirsi, i piani e i maneggi dell’Austria. Negli ultimi giorni l’Austria sembra rinsavire alquanto, forse più a parole che a fatti, perchè mentre accenna a ritrarsi, incita di soppiatto la Germania a farsi innanzi e a minacciare in sua vece. Al che la Germania acconsente, sul principio con qualche circospezione: finchè alla prima resistenza un po’ seria della Russia prorompe; e mentre tutti intorno a lei esitano, aspettano, temono, si crucciano, trattengono il respiro, rompe in poche ore ogni indugio e la sera del 29 luglio, poche ore dopo aver rassicurata con parole di pace l’Europa, delibera la guerra universale.
Non sarà mai ripetuto abbastanza che proprio questo è il gran mistero della terribile storia: perchè il 29 luglio, ventiquattr’ore dopo che il Cancelliere aveva rassicurato con parole l’ambasciatore inglese, il Governo imperiale a un tratto intima alla Russia di cessare la mobilitazione contro l’Austria, mentre l’Austria non si considerava ancora minacciata dai preparativi russi e non ne muoveva lagnanza? Delle generazioni si tormenteranno forse per sciogliere questo tremendo quesito, a cui sinora i documenti non dànno che una sola risposta, laconica ma pregnante, per rubare agli antichi retori un loro aggettivo espressivo: che cioè «i capi dell’esercito insisterono» — come disse il 30 luglio lo Jagow al Cambon (L. Giallo, 109). Quante cose lascia intravedere questa frase! Ma se i capi dell’esercito hanno voluta e imposta la guerra al Governo tedesco debole e incerto, la sera del 29 luglio, in quel Consiglio di Potsdam, un altro quesito si pone: come abbiano potuto i capi dell’esercito aver tanta autorità da trarre tutto il popolo alla favolosa avventura; come sia accaduto che quella sera, in quel Consiglio, o nessuno abbia pensato che si stava per dar fuoco all’Europa; o se alcuno ci ha pensato, gli altri non abbiano tremato innanzi alla terribile responsabilità che si assumevano. Negli studi seguenti si cercherà di sciogliere questo quesito. Provato che la Germania ha presa l’iniziativa della guerra universale, cercheremo di spiegare come una Nazione abbia potuto osare, innanzi al mondo e alla storia, nell’anno di grazia 1914, questa incredibile audacia.