PARTE SECONDA.
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I. Il principio della fine della luna di miele.
Il commendatore professor Giordano Mari (anche professore, perchè già prima del matrimonio aveva ottenuta la libera docenza all'Università di Bologna per un corso sulle Origini dei Comuni italiani), il commendatore professor Giordano Mari ha immaginato e proposto uno straordinario viaggio di nozze a Parigi, a Bruxelles, in Norvegia, illustrato colle visite al Lemaître; al Brunetière della Revue des Deux Mondes; allo storico Boissier; ai filosofi critici Faguet e De Roberty: poi al Brandes, allo Strindberg, all'Ibsen, e, naturalmente, al Björnson. Ma invece Emma, la timida e innamorata Emma, spaventata dall'idea degli alberghi, della gente, del rumore, ha ottenuto di passare il primo mese all'Argentera, la villa nel Varesotto, ch'essa ha ereditato da uno zio materno e che gode tutte le sue predilezioni, per esser quasi nascosta in una solitaria e fresca vallettina, in mezzo ad un magnifico bosco di quercie e di castagni.
Emma, subito, non ha osato dire apertamente che quel primo mese, almeno, avrebbe voluto passarlo nella tranquillità remota, nel gran silenzio della verzura folta, appena interrotto dal canto dell'usignolo e dal mormorìo delle acque correnti. Essa ha bensì ascoltato estatica la descrizione del viaggio interessantissimo e l'elenco di tutte le meraviglie e di tutti gli illustri da visitare, ma poi, sul punto di dover incominciare i preparativi, tremando un pochino, ed arrossendo molto, ha fatto indovinare al suo signore e padrone quel suo immenso desiderio; e il suo signore e padrone esita, riflette, si commuove e concede la grazia.
Nel cuore di Emma è sempre più viva e più profonda l'adorazione per il suo idolo. È una adorazione tutta poesia, tutto abbandono, timorosa quasi, tanto la bella fanciulla si sente piccina davanti a quel Dio gigante!
E Giordano Mari, dopo che Emma è stata gravemente ammalata per le contrarietà, le angoscie, il timore di perderlo, dopo che è guarita solo per miracolo d'amore, perchè ormai tutte le opposizioni sono state vinte, ogni ostacolo rimosso, Giordano Mari comincia ad assumere verso quella bimba innamorata un certo tono olimpico di salvatore, di protettore... e di despota. Egli si lascia adorare nella pomposa maestà del suo io magnifico, tutto lustro e profumato, tutto nuovo e fiammante, sempre nel lungo abito nero dalle falde svolazzanti. Si lascia adorare come l'Altissimo, dettando leggi e concedendo grazie.
I Dionisy, prima furenti contro di lui, poi rassegnati ad accettarlo, avevano finito col dover pregare, inviando messaggi e suppliche. Era lui, Giordano Mari, che adesso diceva di no. Per la propria dignità, per gli scrupoli della propria coscienza, pure protestandosi innamorato della ragazza, voleva partire, andare in America, non farsi vedere mai più. Insomma, non poteva, non voleva assolutamente accettare, concludere un matrimonio, che per la distanza delle due famiglie, per la ricchezza della moglie, lo avviliva nella sua fierezza d'uomo, nella sua delicatezza forse eccessiva, forse anche troppo sospettosa.
Il buon dottore scrive per incarico della famiglia; poi fa una corsa a Genova dove il Mari si è recato, e i più temono per imbarcarsi:
— Insomma — vero? — data, diremo, l'urgenza delle circostanze sempre più critiche, bisogna mettere da parte e in certo qual modo sacrificare, o modificare, un eccessivo amor proprio, quando ne consegue la felicità, e più specialmente la salute, già ormai compromessa, di una persona giovane, buona e che merita tutti riguardi, sicuro, tutti i sacrifici, oltre alle maggiori attenzioni (pausa: sospiro), e verso la quale si dice e si protesta di nutrire, appunto, certi sentimenti di... di devozione ed anche — vero? — di affezione.
Giordano Mari sospira profondamente, commuove il buon dottore asciugandosi una furtiva lacrima, ripete di essere innamorato, perdutamente innamorato della signorina Emma... e impone molte condizioni che, ad una ad una, vengono poi tutte accettate. Sono, invero, condizioni, come quella, per esempio, di ottenere una cattedra per potersi mantener indipendente in faccia alla moglie troppo ricca e di una gran famiglia, che potrebbero essere interpretate in due diversi modi: come esagerazione del punto d'onore, od anche, in fondo, come egoismo bello e buono; come furberia per mettersi a posto; come orgoglio, ambizione, interesse e vanità personale. Ma, adesso, per Giordano Mari spira l'aura favorevole. Se prima era di moda ingiuriarlo, calunniarlo, vilipenderlo, adesso, invece, è di moda l'esaltarlo. Qualunque cosa faccia o dica Giordano Mari, è tacitamente convenuto che dev'essere una gran bella cosa. Tutti i suoi sentimenti sono nobili, i pensieri delicati, le azioni da perfetto gentiluomo. La D'Arborio gli ha mandato all'albergo un suo manoscritto da leggere; al Club lo consultano sulla biblioteca e gli domandano, in confidenza, il valore, vero, delle pièces dell'Ibsen; la marchesa Gonzales lo invita a pranzo ogni giovedì, e donna Fanny, che è ritornata amicissima di Emma ed ha imposto a Guido Bardi «che non si parli più del Taine!», lo invita, invece, tutte le domeniche, con sua suocera e coll'onorevole.
Nella famiglia Dionisy, ormai, è tutto un entusiasmo per Giordano Mari; entusiasmo accresciuto per l'odio ancora dissimulato, ma accanito, esistente fra i Dionisy e i Sebastiani. Il cavalier Venceslao non può più suonare un pezzo della Traviata senza farlo sentire al suo futuro genero; la signora Letizia gli confida, tra i profumi, le caramelle e i misteriosi allettamenti, nel suo angolo buio, le illusioni e le delusioni di una salute troppo gracile e di un cuore troppo sensibile; e il buon dottore, che, per amore di Emma, lo veglierebbe anche di notte, pur di risparmiargli un po' d'infreddatura, sta studiando e dosando apposta, per il suo stomaco e la sua voce, un nuovo vino chinato, da bersi prima delle conferenze.
Un altro, invece, per amore di Emma, Carlo Borghetti, è andato a fare un giro in Germania. Ha provato, ma non ha potuto resistere a rimanere in quei giorni a Milano. È partito; è fuggito! Ritornerà... chi sa quando... E intanto, anche Carlo Borghetti, che, una volta lontano da Emma, sente il bisogno di avvicinarsele, continua a scrivere a Giordano Mari, mandandogli appunti, note, aggiunte, correzioni per l'Ambrogio vescovo.
Emma... Emma sola non s'è mutata. Essa lo adorava prima, il suo idolo, quand'era così mal giudicato; lo adora adesso che tutti gli rendono giustizia, e si abbandona nelle sue braccia, tutta cosa sua, come in quel primo incontro dei loro sguardi, nell'attrazione arcana della simpatia, era corsa a lui, già tutta sua, la sua anima.
E quel primo mese all'Argentera è per Emma un dolcissimo sogno, mentre per Giordano le più audaci speranze, le brame più ardenti sono diventate realtà.
In fatti, tutto ciò che egli aveva desiderato, voluto, ormai gli appartiene: la bellezza florida della vergine innamorata, appassionata, che, nel candore ingenuo e nei trasporti del primo amore, fa quasi un umile omaggio di sè stessa al suo signore; e insieme anche la bellezza fertile della villa magnifica, il giardino inglese, il bosco immenso che la circonda. Egli, finalmente, ha ottenuto, colle gioie dell'amore, anche gli agi della vita, le lunghe passeggiate con Emma pei sentierelli fioriti e solitari, complici e confidenti, i folti rami dei faggi e le spesse fronde dei cerri e dei castagni, terminano sempre ad un dato punto prestabilito, dove trovano in attesa la comoda vittoria, coi due giovani sauri, che non patiscono l'ombra.
E le sere?... Oh, le sere deliziose! Lui solo che parla, esaltandosi, vantandosi, improvvisando, mentre Emma lo ascolta fissandolo estatica, incantata, in adorazione... e al tocco, al tocco preciso delle dieci, Lorenzo, il cameriere, sempre in tutto punto nel frak irreprensibile, che entra passo passo, senza far rumore, portando il servizio splendido del the, tutto d'argento. E l'assoluta rinunzia di Emma ad ogni atto di padronanza, ad ogni diritto, su tutta la sua casa; la sua piena sommissione così nell'intimità della vita, come nell'amministrazione dei beni; e, per ciò, la deferenza del ragioniere, la soggezione del fattore, le scappellate dei contadini e il suono, così spiacevole, di quelle due parole: «signor padrone» che lo accompagnano dovunque e che, mutate nell'espressione di un sentimento più profondo, più squisito, più poetico, egli legge persino negli occhi amorosi di Emma!... Tutto ciò è per Giordano Mari la felicità; queste, sono queste le nuove gioie e i veri e sicuri godimenti dell'amore matrimoniale; e però non con Emma soltanto, ma con Emma e con tutta l'Argentera, compresi i cavalli, le carrozze, i servitori e i villani, egli passa beato i suoi giorni nella più perfetta luna di miele.
Ogni mattina, dopo un ultimo bacio all'adorata, che lascia alle cure della toeletta, scende in giardino, dove lo aspetta il suo fattore per ricevere i suoi ordini. Nel letterato, coi nuovi possedimenti, è divampata una nuova passione, quella dell'agricoltura; e col fattore gira e discute a proposito degli impianti dei vigneti e della peronospora, delle varie coltivazioni dei terreni, della segatura e del filugello, finchè Emma lo chiama lei stessa dalla finestra, a terreno, della sala da pranzo:
— Vieni? È ora di colazione!
— Brava!... Portino in tavola!... — E continua a discorrere col fattore e a farsi ammirare, spiegandogli come, per un po' di nevrastenia del suo stomaco, guadagnata col grande e continuo lavoro a tavolino, in mezzo ai libri ed alle carte ingiallite, egli non può più aspettare quando si mette a tavola. Diventa nervoso, furioso, e perciò preferisce far aspettar sua moglie per esser sicuro, quando arriva lui, di trovar tutto pronto e darci dentro, subito!
Ma un bel giorno — come mai? — comincia a perdere l'appetito e ad essere oppresso dal sonno. Dopo colazione, dopo pranzo — di colpo — gli piomba addosso il sonno come una schioppettata!... Egli deve fingere con Emma di aver qualche lettera da scrivere, le bozze dell'Ambrogio da correggere; si chiude nello studio e dorme. Che sia il vino?... Beve acqua e continua a dormire. È un sonno pesante; una fatica, invece d'un riposo, che gli aggrava lo stomaco e la testa. Poi, quando il tempo vuol mutare, si sente inquieto, irascibile, gli par d'essere di vetro; gli dolgono le giunture delle dita. — Che sia la gotta?... — Poi un dolorino persistente alla nuca — una punta come di tarlo che roda... — e un formicolìo alle gambe... Comincia a capire e si spaventa.
Basta, basta, villa Argentera!... Basta per il momento, e quando si ritorna, bisogna riempirla di parenti, di amici, di distrazioni. Emma è giovane, molto giovane, e ha diritto di godere il mondo, di divertirsi!
Dopo colazione: è arrivata la posta:
Emma (è seduta al caminetto. È d'ottobre, piove e fa freschino. Legge una lunga lettera del babbo che le descrive il grande successo ottenuto dall'Otello a Parigi, con Tamagno, e le esprime tutto il suo grande compiacimento, come musicista e come cittadino).
Giordano (finge di leggere il Corriere della Sera, e invece guarda, studia sua moglie: fra sè) Che bella cera!... Diventa fin troppo grassa (dopo un momento, posa il giornale sul tavolino: si alza, passeggia, va alla finestra). E intanto continua a piovere!... Quando piove, anche la campagna non è allegra.
Emma (corre anche lei alla finestra, pigliando a braccetto e stringendosi a suo marito) Perchè? A me, invece, piace tanto! Guarda! Non c'è più nessuno! Non si vede più niente! Come tutto è lontano, perduto! Mi piace tanto! (Abbracciandolo) Mi pare che siamo ancora più soli!
Giordano (scostandosi) Bada! Può venire Lorenzo.
Emma (tornando a tirarselo vicino, nel vano della finestra, con le due mani, con forza) Ma no! Anche Lorenzo, adesso, fa colazione. Da qualche giorno hai una gran paura di Lorenzo!
Giordano (guardando sempre dalla finestra) Che brutto tempo! E laggiù, come si fa sempre più scuro! Ne avremo per un pezzo.
Emma (in estasi: sorridendo) Magari! Mi par d'essere sola con te, in mezzo al mare! Di', Nino (stringendosi di nuovo e molto), non ti piacerebbe di essere in mezzo al mare?... Noi due soli — soli, soli, soli. — Che incanto! Che sogno! Che felicità! E tu? Rispondi, dunque! Ti piacerebbe?
Giordano (dopo aver starnutito perchè ha preso dell'umido) Se hai sempre detto che lo soffri il mare?
Emma (coi begli occhioni che subito si riempiono di lacrime) Come sei oggi... cattivo! Perchè mi rispondi così, cattivo?
Giordano (graziosamente) Perchè sei una pazzerella. Carina tanto, ma pazzerella molto.
Emma (torna a sorridere: appoggia le due mani alle spalle di Giordano che sta diritto: alzandosi in punta di piedi per dargli un bacio sulla bocca) Io non ci arrivo! (Un po' dondolando: sull'aria della ninna-nanna) No... no... no! Io sola non ci arrivo! No... no... no!
Giordano (le dà un bacio in fretta: poi, subito, volendo cambiar discorso) Ha scritto il babbo, non è vero? Oh, da brava! Sentiamo che cosa scrive il nostro caro papà!
Emma (mortificata: gli dà la lettera) Prendi; leggi.
Giordano (con molta nobiltà) Oh, questo no: mai. Per massima, io non leggo le lettere che non mi sono dirette; mi sembra un'indelicatezza, se non altro, verso chi le scrive.
Emma (lo guarda e non può a meno di ammirarlo: suo marito ha sempre ragione) È stato a Parigi per l'Otello e...
Giordano. No, no, no, cara. Leggi, adagio, tutta la lettera. Mi fa tanto piacere sentirti a leggere. Leggi tanto bene, hai una voce tanto bella. Siedi al tuo posto, da brava; vicino al fuoco. Dopo mi leggerai anche la lettera della mamma.
Emma (lusingata, legge le due lettere).
Giordano (intanto, seguita a camminare su e giù e pensa come intavolare il discorso della partenza dall'Argentera. Quando Emma ha finito) Brava! Tu sei molto brava e molto buona; e sei anche molto ragionevole. Questa, anzi, è la tua miglior qualità, perchè è la più rara di tutte, specialmente in una figlia unica.
Emma. E a che proposito mi dici tutto questo?
Giordano (con galanteria) A proposito... del bene che ti voglio! (Torna a passeggiare su e giù, un po' per tenersi lontano da Emma e molto per prudenza, perchè sente il sonno che è lì lì per piombargli addosso) Io, poi, devo essere ragionevole per forza; e sai come fo? Mi trovo bene in un luogo, per esempio, e non ci posso più stare? Io trovo il coraggio di dimenticare tutto il bello e tutto il buono di questo luogo, per non vederne più altro che gl'inconvenienti, gl'incomodi; se non ce ne sono, li creo, e così parto contento! All'Argentera, ecco... troveremo che ci dovrà piovere per un pezzo!
Emma (si alza, dando un balzo) Vuoi partire? Nino! Vuoi partire?
Giordano (con gran sospiro) Non io, cara, voglio; ma lo vogliono gli altri; i miei impegni precedenti. Le mie conferenze di Milano, di Napoli, di Roma, sui Precursori della Rivoluzione.
Emma (col più vivo interesse, avvicinandosi) Le tue conferenze? Hai da riprendere le tue conferenze?
Giordano. Certo: e non soltanto per la gloria, ma anche per la cattedra. (Guardando Emma: sospirando melanconicamente) Finchè resto all'Argentera, non mi passano ordinario; e tu sai che io non sono ricco come te. Io ho l'obbligo, e tanto più ora, di lavorare per vivere. Mi ha scritto il Consiglio dell'Associazione universitaria di Bologna, poi la Presidenza della Filarmonica napoletana; poi tutti quegli altri di Roma. Sono conferenze che dovevo tenere fin dallo scorso maggio. Le ho sempre rimandate per te. Ed ora... (un altro sospiro, più profondo) Desidererei, vorrei tanto, per l'egoismo mio, poter scrivere a quella gente: non vengo più; non fo più conferenze. Ma, come si fa? Il ciclo, capisci? resterebbe interrotto.
Emma (vivamente) No, no! Devi rispondere che vai! Rispondi subito che vai! (Sforzandosi per sorridere, mentre due lacrimone le rigano le guance) E... dovremo partire... presto... non è vero?
Giordano. Presto... secondo. Quando anch'io sarò pronto. Ormai, son giù di esercizio, ho tutto dimenticato; anche i miei studii. Una conferenza, specialmente la prima, a Bologna, all'Università! Credi, cara mia, una conferenza, una vera e bella conferenza, costa assai più d'un libro.
Emma (con entusiasmo) Lo credo! (carezzevole, consolandosi, rianimandosi) Dunque, non si parte... così subito?
Giordano. No, ma... (guardandola: accarezzandole i capelli con aria di affetto paterno) Intanto ho bisogno di molto raccoglimento, di quiete assoluta, per poter riordinare le mie idee. Dunque, figliuola mia... (s'interrompe sorridendo).
Emma (lo guarda: è la prima volta dopo il matrimonio che la chiama «figliuola mia». Sorride anche Emma).
Giordano. Dunque, mentre io dovrò passare le mie ore a leggere, a scartabellare, a consultare carte e documenti, tu pensa un pochino alla casa. E, finchè c'è tempo dinanzi a noi per far tutto con garbo e con comodo, pensa anche ai preparativi della partenza. Ricordati che di queste faccende io non me ne occupo affatto. Non so fare; e poi, ho altro in mente. Quando ho preso con me le mie carte, basta. (Sfiorandole appena i capelli con un moto rapido delle labbra: poi, subito, con serietà e imponenza, allontanandola da sè) Ed ora, figliuola mia, non c'è tempo da perdere. Bisogna rispondere a Bologna, a Napoli, a Roma. — Parla.
Emma (lo guarda, interrogandolo, coi grandi occhi incantati).
— Parla! Che cosa? Devo rispondere di sì, o di no?
— Sì, sì, sì! Devi rispondere di sì! Oggi stesso! Subito! Ma pensa, io sono tanto fiera di te! Così contenta, così beata, di saperti ammirato, apprezzato, desiderato! Io che ti amo per te, e che ti adoro perchè sei così superiore a tutti gli altri! Io che vivo della tua gloria; la respiro come l'aria; mi fa bene! So che non ho nemmeno il diritto di volerti tutto per me! Il tuo cuore, sì, non è vero? (gli mette sul cuore la piccola manina bianca, ingemmata) Questo, sì? Tutto, tutto mio! Ma lì (col ditino, graziosamente, tocca la fronte del marito), lì... ha diritto anche l'Italia... e tutti i popoli civili! Tutti i contemporanei e tutti i posteri! (ride, e, guardandogli la bocca e i denti bianchi, ha una voglia ardente di dargli un bacio: poi torna seria). Come avrei rimorso di darti un dispiacere, così avrei pure un gran rimorso di farti sacrificare, per un mio capriccio, per me sola, un'ora di lavoro. (Appoggiandosi, abbandonandosi tutta sul suo petto) Sento che sarei indegna di te; che non meriterei più... (guardandolo, con uno sguardo lungo senza alzare il capo, fissando ancora la bocca di Giordano e sospirando) più, più... più nemmeno un bacio!
Giordano (serio, calmo, dignitoso: sollevando Emma colle due mani, tenendola ritta, un po' discosta) Allora, se devo rispondere, lasciami andare.
Emma (tenendolo per un braccio) Sì! Va! Va! Ma va!
Giordano (con gravità) Lasciami andare davvero; si fa tardi per la posta. (Assumendo un'aria paterna) E poi, anche tu, cerca di occuparti, come ti ho detto, cerca di far qualche cosa. Sei ancora troppo giovane per restare tutto il giorno a dondolarti in ozio. Guai, abituarsi! Finiresti come le donne turche, o, come tua madre, a passar tutta la vita sdraiata sopra una poltrona. Bisogna muoversi, camminare, stancarsi qualche volta, stare in esercizio colla mente e col corpo. Mentre io sono nel mio studio, per esempio, a lavorare, tu dovresti fare qualche bella passeggiata, arrampicarti su per il bosco.
Emma. Piove.
Giordano. Non dico per oggi; ma per un altro giorno. E poi, leggi qualche cosa; mettiti un po' al corrente colle ultime pubblicazioni, colle novità più importanti. Pensa che a Bologna, a Napoli, a Roma, devi vivere con me in un mondo intellettuale! Quand'eri ragazza, mi piaceva tanto la tua passione per i fiori; occupati del giardino.
Emma (guardandolo con un sorrisetto assai espressivo, tra il timido ed il birichino) Piove.
— Piove oggi, ma non pioveva ieri e, speriamo, non pioverà domani. Sona un po'. Hai fatto malissimo a trascurare il pianoforte. Sai quanto ci tiene anche il papà! Sonami qualche cosa. Io di là, mentre scrivo, ti sento e mi diverto; mi fa tanto piacere!
Emma (carina molto: ricordando il loro primo colloquio, la sera del concerto e guardandogli sempre quella bocca, che vuol far la cattiva, e i denti bianchi) Sonerò le Trascrizioni di Liszt sull'Aida. Vuoi?
Giordano (che non può più lottare contro il sonno: senza capir niente) Ma sì, appunto! Sona qualche cosa! Quello che vuoi! Per me fa lo stesso! Io penserò che sono le tue manine care (le bacia, una dopo l'altra) e sarà per me uno squisito godimento spirituale. (Fa di nuovo per avviarsi verso lo studio).
Emma (lo lascia andare fin quasi sull'uscio, poi gli corre dietro e lo ferma ancora).
Giordano. Ma che hai, cara? Perchè mi guardi così? Piangi? (colla voce un po' alterata per un principio di collera) Ma che cosa vuoi, infine? Ebbene, risponderò a Bologna, a Napoli, a Roma, risponderò di no! Ma, o sì o no, devo rispondere; non sono un ineducato! — Lasciami andare!
Emma. Sì! sì! Non ho detto di sì? Va subito a rispondere di sì! Voglio! Non è questo! Non è questo che mi affligge, che mi rende melanconica, triste...
Giordano. E allora? Che cosa?
Emma (balbettando). Che dolore, che gran dolore dover lasciare l'Argentera! Dio, Dio! Pensandoci, mi sembra che in quel giorno in cui dovrò partire finirà qualche cosa... una parte della mia vita! Che dolore sarà quel giorno, per me... E per te, Nino?...
Giordano (cogli occhi semispenti) Anche per me, sicuro, un grandissimo dolore! Ma torneremo, questa primavera. Persuaditi, cara figliuola mia, per l'autunno, specialmente quando cominciano le piogge, e qui poi non finiscono mai, non è un posto molto sano. La villa è troppo bassa, e per ciò non può a meno di essere umida. All'Argentera, per star bene, ci vuole il sole e il caldo.
Emma, malinconicamente, va al pianoforte, ma, senza più nemmeno pensarci, non sona le Trascrizioni di Liszt sull'Aida. Sona svogliata, distratta, una cosa qualunque, tanto per sonare, mentre guarda dalla finestra: il giorno è diventato bigio, oscuro, triste. Continua a guardare, continua a sonare, e quella pioggia, tutta quella pioggia minuta, fine, silenziosa, che gocciola dai rami senza foglie, le penetra, con un brivido, nelle ossa e nell'anima.
.... Giordano Mari, entrato appena nel suo studio, vi si chiude dentro a chiave; mette uno sull'altro i cuscini del sofà; si sdraia comodamente con un oh! di sollievo e quasi subito si addormenta e comincia a russare con un sottile fischiettìo.
II. Il ciclo delle conferenze.
A Bologna:
Giordano Mari ed Emma sono appena tornati all'albergo, dopo la conferenza sui Precursori della Rivoluzione. Sono soli, nel loro salottino particolare. Carolina, la cameriera di Emma, è andata nell'altra stanza a preparare tutto l'occorrente per l'abbigliamento; il conferenziere e sua moglie, i nipoti di S. E. il ministro dell'istruzione pubblica, sono invitati a pranzo dal prefetto.
Giordano Mari (lasciandosi cadere di peso sul canapè, affranto dall'emozione del grande successo) Che entusiasmo! Perfino sulle scale! Nel cortile! Sul portone! Un vero delirio! Che bravi giovani! L'ho sempre detto! Nei giovani c'è molto da sperare! (Asciugandosi il sudore) Mi hanno quasi commosso. E sì, che dovrei esserci abituato.
Emma (un po' incerta: un po' titubante: poi, finalmente, arrischiandosi) Ma... è stata ancora la tua conferenza... di Milano.
— Quasi; press'a poco. Nella seconda parte, per altro, ho detto molte cose nuove. (Con grande sicurezza) Te ne sei accorta?
Emma (lo guarda, rimane convinta e risponde di sì. Poi, dopo un momento — Carolina è sempre nell'altra stanza — corre a sedersi sulle ginocchia del trionfatore, buttandogli le braccia al collo). Come parli bene! la tua voce è una musica, un vero incanto! E come sei bello, tu solo, in alto, in mezzo alla folla muta, estatica! Io ti adoro! E come mi piaci quando fai dell'ironia; quando ridi parlando. Ridi. Ti prego, ti prego: ridi.
L'altro ride, ed Emma, finalmente, gli dà quel bacio che le era rimasto sulle labbra per tutta l'ora della conferenza.
Giordano. Se non si cambia vita, figliuola mia, sarà un affar serio.
Emma (arrabbiandosi) Hai promesso di non dirmi più figliuola mia. Non mi piace. Mi è antipaticissimo!
Giordano. Vorrei soltanto persuaderti che se, per la conferenza mi son valso, in parte, del materiale di quella di Milano, ciò dipende dal fatto che non mi dai il tempo di studiare, di raccogliermi, di coordinare i fatti, le idee, gli appunti presi. Insomma, per parlare un'ora al pubblico bisogna avere la mente preparata, ben nutrita di argomenti e sopra tutto riposata.
Emma lo guarda, e risponde: «Verissimo», ma come un'eco. Si ricorda del loro primo colloquio in via San Paolo: «... Come parlo per un'ora, potrei parlare per due, per tre, per un giorno di seguito; le mie non sono conferenze: io parlo soltanto perchè ho qualche cosa da dire». Fosse vero? Fosse proprio stata lei, all'Argentera, a fargli perdere la freschezza della mente, l'agilità del pensiero, a intorpidirlo nell'ozio? Che rimorso sarebbe questo per lei! Che gran rimorso!
Giordano. A che pensi, carina?
Emma. A Napoli. Per Napoli, preparerai una bella conferenza tutta nuova?
Giordano (subito: pigliando la palla al balzo) Ma... secondo. Bisognerebbe indurci a compiere un ben penoso sacrificio.
— Lo farò! Lo farò!
— Tu dovresti ritornare a Milano, dalla mamma, ad aspettarmi.
Emma (spaventata) Ritornare a Milano?.. Sola?
Giordano. Diversamente, con te vicino, mi conosco. (Abbracciandola teneramente) Tutti i più bei proponimenti sfumano.
Emma (disperata) Senza te? Senza te? Ma Nino, Nino mio, come potrei vivere un giorno, soltanto un giorno, senza di te? Ma ti par possibile? Lo credi possibile? Piuttosto ripeti la conferenza di Milano anche a Napoli!... Napoli, come studii, come centro letterario, non è più importante di Bologna.
Giordano (tanto per cominciare a mettere i piedi innanzi) E poi? Quando saremo a Roma?
Emma (agitata, impressionata, inquieta) A Roma? A Roma?...
— Alla Palombella. Lo zio mi ha scritto che c'è già un'aspettazione vivissima.
— Ma per Roma c'è tempo! Sì! Sì! Sì!... Per Roma, preparerai la seconda parte del tuo ciclo; una conferenza nuova, bella, la più bella di tutte! Me lo devi promettere. Prometti?
Giordano (sorridendo con molta diplomazia) Io, per me, te lo prometto. Ma... Sai bene. Non dipende solo da me.
A Napoli:
A Napoli, prima ancora del conferenziere, ottiene un trionfale successo sua moglie, la nipote del ministro Albertoni, la ricchissima signora milanese: — Una Dionisy!
Giordano ed Emma sono arrivati a Napoli di lunedì; ma la conferenza non sarà tenuta, alla Filarmonica, altro che la domenica dopo. Emma non è mai stata a Napoli; per questo, gli sposi hanno anticipato di alcuni giorni il loro arrivo.
L'espansiva cordialità meridionale si è rivolta, spontaneamente, alla giovine signora, così bella e così elegante; così gentile, amabile, briosa. Fra il gran codazzo della gente seria, che circonda l'illustre pensatore per via dello zio Eccellenza — professori, artisti, letterati di carriera; qualche vecchio tarlo della burocrazia, qualche giovane postulante, con una raccomandazione da fare, od una parola da far dire, una croce od una commenda da ricordare, un posto od un avanzamento da ottenere — e fra la schiera giocondamente disinteressata degli «elegantissimi», pieni di quattrini, di spirito e di titoli risonanti, che fanno la corte alla moglie — si è formata attorno ai coniugi Mari una folla, una vera folla, solo intenta ed instancabile nel festeggiarli, nel rendere loro ancor più gradita, più splendida e più simpatica la proverbiale ospitalità napoletana.
Si aspetta con ansietà rumorosamente cortese la conferenza alla Filarmonica; ma intanto tutti corrono affaccendati vicino ad Emma, smaniano e perdon la testa per lei, la donna «ideale», la «soavissima», la «splendida milanese», la «magnifica lombarda», «la divina», l'«incantatrice».
Ed Emma? Emma è felicissima; è un sole raggiante. Essa vede che tutto ciò lusinga l'amor proprio di Giordano; che tutto ciò lo rende più allegro e più amoroso, ed è lieta del suo trionfo, è contenta di piacere perchè così sente, capisce di piacere molto di più anche a suo marito.
Egli infatti la guarda, sorridendole, con intimo compiacimento, come scoprendo in lei nuove bellezze, come se si accorgesse adesso, per la prima volta, che sua moglie è bella assai.
All'Argentera erano soli; a Milano, Emma vi era nata, vi era cresciuta; che fosse bella non era mai stata una novità per nessuno, nessuno quasi ci badava, e però aveva finito col non badarci, o quasi, anche suo marito. E, come prima, donna Fanny avrebbe perduto per lui tutto il piccante della buona avventura e non sarebbe stata altro che una faticosa servitù senza le feroci gelosie di Guido Bardi; così adesso, quando egli rientra la sera all'Hôtel des Étrangers, e il tedesco di guardia chiude la porta in faccia a tutta quella folla desolata ed invidiosa degli adoratori di sua moglie, egli sente il bisogno di stringere più forte il braccio di Emma e di dirle con passione: Sei mia, tutta mia, soltanto mia.
E poi all'Argentera, in quelle ultime settimane, faceva freddo... e a Napoli continua a far caldo; all'Argentera era inverno e a Napoli una perpetua primavera; all'Argentera pioveva e a Napoli brilla il sole; all'Argentera c'era il Monterosa che intirizziva le gambe e a Napoli il mare e lo scoglio di Frisio che invitavano a cantare «Santa Lucia...».
E poi... Giordano Mari le pensava tutte. Non sarebbe stato bene prepararsi la scusa di Napoli per il caso che a Roma non fosse stato in grado per la seconda conferenza del famoso ciclo? Già, era più per Emma che gli premeva, non per il pubblico. Lo conosceva bene il pubblico delle conferenze: beve grosso. Basta parlar forte e non fermarsi mai... Quelli che stanno a sentire non sanno fare altrettanto... e, maravigliati, battono le mani.
Ma a Napoli, proprio a Napoli, gli succede per la prima volta di confondersi, di incespicare: ad un dato punto deve fermarsi. Il periodo gli sfugge ed egli rimane a bocca aperta, colla sua mente, colla sua memoria smarrite dinanzi al vuoto. È il balbettamento, l'ingarbugliamento d'un attimo; salta tutto Diderot, si riprende con Rousseau, e la conferenza finisce con un'imponente ovazione... venti minuti prima.
Nessuno, meno Emma, se n'è accorto; ma Giordano ne rimane assai impressionato, tanto più che la sonnolenza, sparita appena a Napoli, gli ricomincia, improvvisamente, più grave, come un affanno, come una pena, e il dolorino della nuca, rode, rode, continua a rodere.
Giordano (ad Emma: l'ultima sera che restano a Napoli: invece di tenersela a braccetto, la lascia andar avanti sullo scalone dell'Hôtel des Étrangers e le tien dietro, faticosamente, appoggiandosi, tirandosi su per la ringhiera) A me quest'aria calda del mare, questo continuo scirocco dà maledettamente alle gambe. E a te?... No?
Emma (voltandosi in alto, sulla scala: tutta illuminata dalla luce elettrica, bella come la salute, la giovinezza e l'amore.) No. Io mi sento benissimo! Mi piace tanto Napoli! (Sorridendo a suo marito che si è fermato sulla scala, qualche gradino più giù, per tirare il fiato) «Oh dolce Napoli... Oh suol beato!»
Giordano (brontolando) Ed io non vedo l'ora di essere a Roma.
Il giorno dopo, alle due, alla partenza del diretto per la capitale, tutta la corte di Emma e di Giordano Mari si trova alla stazione, sotto la tettoia, per i saluti. Gli adoratori di Emma le hanno riempito il coupé di fiori; gli ammiratori dell'illustre conferenziere gli hanno gonfiato le tasche a furia di giornali colle recensioni, le note, i dispacci che riportano il grande successo dei Precursori alla Filarmonica. Giordano Mari vuol darsi l'aria di non leggere i fogli politici altro che per avere le notizie d'Africa, ma invece ne è ghiotto, smanioso. Li scorre tutti colla speranza, coll'ansia di trovarvi il suo nome; e gli articoli più favorevoli se li fa leggere ad alta voce da Emma.
Un giovane «novelliere e pubblicista» che si è già raccomandato per un posto di professore, anche straordinario, alle scuole tecniche: gli si avvicina presso il predellino del vagone con aria di mistero: Una parola. Scusate, commendatore.
Giordano (gli sfugge un primo moto di noia, ma poi, dissimulando, scende dal predellino e lo piglia affettuosamente sotto braccio per sentire).
Quell'altro (sempre più misterioso) Voi, con Pietro Schiavino ci avete del rancore?
— Pietro Schiavino? Chi è?
— Il direttore del Popolo.
Mentre Emma faceva la sua toeletta la mattina o si abbigliava la sera per il pranzo, senza dir niente nè a lei nè a nessuno, Giordano Mari aveva fatto la sua brava visita a tutte le redazioni dei giornali; però egli domanda assai meravigliato:
— Come, c'è un giornale che si chiama il Popolo a Napoli?
— No; è un giornale di Roma; un giornale radicale.
Giordano Mari (con aria olimpica, stringendo sprezzantemente le labbra, ma col cuore che gli batte forte) Io non mi occupo affatto di giornali; non ho tempo. Bisogna che me li mandino e che qualcuno me li faccia vedere.
— Pietro Schiavino è assai popolare a Roma, e il Popolo, quantunque ai suoi primi numeri, ha una bella diffusione.
— Che cosa dice di me?
— È un attacco sanguinoso. Si capisce che si sta preparando una guerra a coltello contro di voi. Forse perchè siete nipote di Sua Eccellenza.
— Giordano Mari (con la voce alterata) Già; questo zio ministro è un bel regalo di mia moglie!
— Io vi sono amico dichiarato, e mi vanto un grande ammiratore vostro anche in mezzo ai vostri nemici.
— Nemici? Io non credo di averne.
Quell'altro (cupo, e più sottovoce: come fosse per svelare una congiura) Moltissimi. Ma voi non dovete temere. Non ci dovete manco pensare. Siete tanto forte, voi! Tanto grande! — E accettate un mio consiglio. Vi accorgerete presto che io vi voglio bene veramente: più assai di tutti costoro! (accennando alla folla che circonda Emma) Più assai! (Dandogli il Popolo col titolo piegato, nascosto) Non lo dovete leggere questo giornale, lo dovete stracciare! E, sopra tutto, state bene attento che qualcuno di questi falsi amici vostri non lo faccia leggere a donna Emma.
... Il treno, finalmente, si muove, parte: tutti salutano alzando i cappelli, sventolando i fazzoletti, e gridando: «Arrivederci! Arrivederci!» — L'espansione di quest'ultimo addio è straordinaria.
Emma (dopo essere rimasta un pezzo col capo fuori del finestrino, rientra ancora tutta rossa, tutta commossa e comincia a levarsi il cappellino).
Giordano (si è già accomodato, rincantucciato nell'angolo opposto, col pensiero fisso, inquieto, nel numero del Popolo che ha in saccoccia e che brucia di leggere; ma non si arrischia per timore di Emma).
Emma (con entusiasmo pei suoi napoletani) Quanto sono buoni! E come ti vogliono bene!
— Anche a te, mi pare.
— Torneremo a Napoli? Mi ricondurrai a Napoli, non è vero?
— Torneremo; ma, intanto, se alzi il vetro del finestrino, mi fai piacere. In questo maledetto paese, non si sa mai se fa caldo, se fa freddo, quando è estate, quando è inverno: fa un po' di tutto tutti i giorni.
Emma (correndo a sedersi sulle sue ginocchia) Non essere cattivo colla mia Napoli! L'amo tanto! (Cantando sottovoce e baciandolo sui capelli) «Napoli! Napoli!... Oh dolce Napoli!»
— Dovresti fare una cosa.
— Che cosa, Nino?
— Dovresti prenderti un angolo tutto per te sola; così si sarebbe in due a stare più comodi.
Emma si alza e si allontana mortificata, senza dire una parola.
Giordano (premendosi la nuca) Ho il mio solito mal di capo. La conferenza di ieri mi ha stancato assai. Scusami.
Silenzio. Giordano Mari, mettendosi la berrettina da viaggio, lancia un'occhiata a sua moglie: Emma, seduta immobile, al suo posto, guarda ostinatamente dal finestrino. Giordano pensa che quello è forse il momento opportuno per leggere il Popolo. Forte:
— Emma! (chiamandola) Emma! Vuoi leggere qualche giornale?
Emma (alzandosi e correndo accanto a suo marito con una gran voglia di far la pace) Parlano della tua conferenza?
— Sì, prendi; il Mattino, il Corriere di Napoli, il Don Marzio, il Fortunio.
— Leggo io?... Ad alta voce.
— No, ti prego! Ne ho abbastanza di conferenze, di giornali, di articoli. Dicono sempre le stesse cose! Non ne posso più! Lasciami un momento tranquillo, te ne prego! (Premendosi la nuca) Sai bene, quando ho il mio dolore nevralgico, se posso chiudere gli occhi un momentino, anche senza dormire, mi passa subito.
Emma (alzandosi lentamente, svogliatamente) Allora, se mi prometti proprio che passerà... me ne vado coi miei giornali. Addio.
— Addio.
— Salutami... almeno. (Gli stende la mano).
Giordano (baciandogliela per far più presto). Ciao.
Emma (cantando «Oh dolce Napoli!» va al suo posto. È inquieta: ci sono le mosche e il sole che le dànno noia; poi si alza di nuovo perchè la tendina del finestrino non vuol calare; si arrabbia, soffia, sbuffa, pesta i piedi. Finalmente torna a sedersi, apre un giornale e cerca l'articolo). Nel Don Marzio non c'è niente?
— Sì, in terza pagina!
Emma (che ha un prepotente bisogno di muoversi e di parlare) In terza pagina! (Volta e rivolta tutto il giornale) Dov'è la terza pagina?
— Prima della quarta.
Emma. Ecco! ecco! Conferenze e Conferenzieri. (Comincia a leggere ad alta voce) «Giordano Mari, il più efficace, il più colorito e certo il più impressionante dei nostri oratori, il prosatore illustre, il filosofo critico della storia e della... »
Giordano (interrompendola per farla tacere) Sst!.. Emma... Emma... Ti prego.
Emma continua a leggere, ma a bassa voce: Giordano, piano piano, si leva il Popolo di tasca, lo apre e trova subito l'articolo. È un assassinio, addirittura. È un attacco fierissimo, sanguinoso; una demolizione spietata, completa. Giordano Mari è fatto a pezzi, a brani, senza pietà, senza misericordia, come conferenziere, come scrittore, come storico, come critico, come erudito, come uomo. E nemmeno gli vien risparmiato il ridicolo: è chiamato «il Gigione dell'eloquenza», il «rigattiere della filosofia e della critica». Sono citati autori da lui «saccheggiati» per la sua conferenza, le intiere pagine del Michelet, del Fouillée, del Taine, sopra tutto del Taine — oh quel Taine... Giordano Mari finisce coll'odiarlo. — E l'articolo, poi, così conclude: «Altro che assimilazione! altro che plagio! Un ladro! Un vero ladro! Un ladro sfacciato fino all'incoscienza e imprudente fino alla stupidaggine!... E questo enorme kakatoa predicatore, questo fanfarone della sincerità, è tutto falso. Falso come scrittore e falso come artista; falso come filosofo e falso come critico; in una cosa sola è tutto vero, è tutto lui: nell'essere il mantenuto di sua moglie».
Giordano Mari diventa pallido, verde. Prima lo piglia uno sgomento strano; gli sembra che tutto il mondo debba aver letto quell'articolo, che tutti debbano saperlo a memoria, e quasi quasi non vorrebbe mai arrivare alla stazione di Roma per paura d'esservi fischiato. Poi quest'impressione si dilegua, a mano a mano gli subentra la stizza, la collera contro quello scriba spropositato, contro quel volgare diffamatore.
Emma (intanto ha letto tutti i suoi giornali: si volta e lo guarda) Ho finito.
Giordano, per il rumore del treno, e sempre assorto nella lettura del Popolo, non sente, non risponde. Emma allora gli si avvicina, allungandosi sui cuscini del sedile e cerca di leggere il titolo del giornale:
— Il Pop... il Poppolo!
L'altro si scuote, dà un balzo e piega subito il giornale.
Emma. Lasciami vedere anche il Popolo. Che cosa dice della conferenza?
Giordano. Niente. Ancora non ne parla. È il numero d'ieri.
Emma (ostinandosi più per chiasso che per altro) Lasciami vedere.
Giordano. È un numero vecchio, ti ripeto.
Emma (tentando di strappargli il giornale di mano) Voglio vedere.
Giordano. No: è un capriccio!
Emma. Voglio! Voglio! Voglio! (Afferra il Popolo, l'altro lo tira con forza, il giornale si rompe) Oh, scusa!
Giordano (gridando forte) Voglio è una parola che non mi accomoda!... Ricordalo bene!
Emma (spaventata) Scusa! Ti domando scusa!
Giordano (strappa il pezzo del giornale che Emma, attonita, smarrita, tiene ancora fra le mani, lo straccia col resto e lo butta dal finestrino) E questo ti serva di lezione! (A mano a mano arrabbiandosi sempre di più e sfogando con Emma la sua ira, la sua collera contro Pietro Schiavino) E dovresti aver capito una buona volta che ormai sono stufo, stufo, stufo!
Emma (gli occhi pieni di lacrime, le mani giunte, tremando, balbettando) Scusa... scusa, ti domando scusa.
Giordano. Sono stufo di smorfie, di leziosaggini; di trovarmi tra i piedi una bambola, una bébé! Hai passato i vent'anni, sei una donna, viva Dio!... Finiscila di essere ridicola!
Emma (scoppiando in lacrime) Scusa... scusa... ti domando scusa!
Il treno arriva a Teano: si ferma un momento, poi riparte subito. Giordano Mari intanto si è calmato: guarda Emma, che continua a piangere: è pentito, è dolente, le stende la mano:
— Facciamo la pace?...
Emma (balbettando più forte, perchè si sforza per trattenere le lacrime) Scusami... tanto... tanto.
Giordano. Ma no, cara; anzi, sono io che ho avuto torto. Ho avuto uno dei miei impeti nervosi. Ti prego, se mi vuoi bene, non piangere più. Vieni invece a darmi un bacio.
Emma corre, ma quando si sente stretta fra le braccia di suo marito ha un altro scoppio di lacrime.
Giordano (accarezzandola, baciandole i capelli) Perdonami; sono io che ti domando perdono. La colpa di tutto è che tu... sei tanto più giovane di me. Io, per altro, sotto questo punto, non ho rimorsi. Te l'ho detto... a suo tempo. Non sto bene: mi sento nervoso; la conferenza di ieri mi ha stancato molto; per questo sono facilmente irritabile, irascibile. Ma poi mi passa subito, e finisce sempre che chi ne soffre di più sono io. Asciugati le lacrime, adesso; ridi; così; brava! Se lo zio, si sa mai, ci fosse venuto incontro e ti trovasse cogli occhi rossi, chissà che cosa mai potrebbe credere. Mi vuoi bene?
— Sì.
— Ancora come prima?
— Sì.
— Non hai bisogno di niente? (Indicandole una piccola valigietta nella reticella) Vuoi una menta? Un cioccolatino?
— No.
— Un grano di zucchero, immollato in un dito di cognac?
— No, grazie.
Un altro momento di silenzio, poi un grosso sospiro di Giordano che finisce in uno sbadiglio.
— A Roma, avrò molto da fare. Aspetterò magari anche un paio di settimane; ma darò la seconda conferenza del mio ciclo. Il difficile sta nel ricominciare. Ho lavorato tanto, e avrei bisogno, adesso, lo sento... (Un altro mezzo sbadiglio) di riposarmi un paio di mesi; anche tutto l'inverno. Non sai quanto mi è costato l'Ambrogio?... E il lavoro logora... esaurisce. (Emma gli ha posato la testina sul petto: Giordano resta troppo incomodo per dormire) Non si arriva a Roma che alle otto. Non ti senti voglia di riposare una mezz'oretta?
Emma. Riposo qui.
Giordano. Ma qui, cara, non sei comoda. Aspetta... (Tirandola su; sorridendo) Aspetta e lasciami fare. Vedrai come starai bene. Farai una dormitina deliziosa. Così. Poi, a Roma, non sarai stanca. Andremo fuori a pranzare, a passeggiare. (Mentre parla, ha quasi portato Emma in un angolo del vagone. L'ha distesa sul sedile: le ha messo un piccolo cuscino sotto la testa: poi torna al suo posto, si accomoda, distende le gambe e subito si addormenta: dopo un momento gli cade la testa sul petto e comincia a russare colla bocca storta, la faccia stanca, livida).
Emma, coi grandi occhi spalancati, lo guarda senza muoversi; le par d'essere sola sola in quel vagone che corre traballando, attraversando paesi a lei sconosciuti, così melanconici e foschi, in quell'ora del tramonto.
III. Alla Minerva.
Gli sposi, la sera del loro arrivo a Roma, non possono veder lo zio, impegnato col presidente del Consiglio: gli fanno un'improvvisata al Ministero, la mattina dopo.
S. E. Albertoni (sciogliendosi dall'espansivo e straordinario abbraccio di Giordano, per guardar la nipote) Tu?... Saresti proprio tu?... La piccola e impertinentissima Emma, colle dita sempre sporche d'inchiostro?
Emma. Non è vero... Guarda (gli mette sotto il naso due ditini affusolati e profumati che il galante ministro non può a meno di baciare, odorandoli come un fiore).
— Sei diventata più grande e più... (ammirandola in tutto il complesso) e più, diremo col nostro grande Manzoni, ma-es-tosa! Quella bellezza morbida a un tempo e maestosa che brilla nel bel sangue lombardo!
S. E Albertoni, entrato nel Ministero per «l'equilibrio regionale» e per il giuoco e il passaggio dei portafogli capitato alla Istruzione, mentre forse si sarebbe trovato meno peggio all'Agricoltura, sperava ancora di cavarsela bene a furia di citar Manzoni a orecchio.
Giordano (tutto zucchero candito) Ma intanto non vi siete ancora abbracciati.
Sua Eccellenza (con qualche esitazione, a Giordano) Dunque... si può?
Giordano (lasciandosi trasportare: con troppa enfasi) Ma sempre! Quanto vuoi!
Sua Eccellenza, subito, abbraccia Emma con molto entusiasmo.
Emma (un po' nervosa) Ma basta! Guarda cos'hai fatto!
Sua Eccellenza (vedendole il cappellino tutto storto: con malizia) Credo, pur troppo, che ormai si sarà abituato quel cappellino a certe scosse.
Emma (sorridendo) Perchè pur troppo?
— Perchè se avessi potuto immaginare la tua predilezione per le persone serie, mi sarei fatto avanti anch'io.
Emma. E avresti sentito un bel no. (Con una risata e senza badare alle faccie che le fa Giordano per raccomandarle di essere gentile) Zio e nipote? Mai più! Non mi piace! No! No! No!
Giordano (un po' inquieto) Emma! Emma!
Emma continua a ridere fissando lo zio, che continua pure a sorridere con una cert'aria motteggiatrice e conquistatrice: Emma, per la prima volta, l'osserva, lo studia, non più come nipote, ma come donna maritata, e conclude, fra sè, che bisognerà guardarsi da quello zio Eccellenza. È, infatti, una bella figura d'uomo, alto, snello, con una faccia resa espressiva e intelligente, dai folti capelli ben pettinati, molto più grigi della barba. Un tipo aristocratico, elegante, come la mamma. Un tipo all'inglese: e la sua vanità, infatti, di ministro italiano, è di essere chiamato un uomo di Stato all'inglese.
Sua Eccellenza (sempre sotto l'attento esame della nipote) E così?
Emma. E così, perchè sei diventato ministro, non credere, signor zio, di poter fare il.... Richelieu!
L'Albertoni, che oltre ai Promessi Sposi ha letto anche I Tre Moschettieri e la Chronique de l'œil-de-bœuf, è abbastanza soddisfatto della risposta, e subito vuol condurre Emma a colazione al Caffè di Roma, dove non si occupa di Giordano altro che per presentarlo come il marito di mia nipote» — Ma Giordano Mari, che sa la vita, se ne contenta. Lo zio ministro, parecchi altri membri del Gabinetto, i pezzi più grossi del Parlamento, tutti si riscaldano, ringiovaniti e ringalluzziti, attorno a donna Emma e perciò un solo pensiero lo turba, lo inquieta: Pietro Schiavino, direttore del Popolo. Tutto il resto è chiaro; basta guardare sua moglie: va a vele gonfie! Ma Pietro Schiavino? Come fare per cavar i denti a quel cane idrofobo?
— Sentirò mio zio.
E, infatti, nell'uscire dal Caffè di Roma, e mentre Emma, sempre allegra e ridente, cammina innanzi, tra un sottosegretario e un consigliere di Stato, gli riesce di restare indietro, pigliandosi a braccetto lo zio Eccellenza.
— Ascolta: una parola.
Sua Eccellenza (guardandolo con diffidenza) Anche tu, avresti subito qualche raccomandazione da farmi?
— No, mai. Io non ti raccomanderò, dato il caso, altro che me stesso!
— Benissimo! Si tratta della conferenza o della cattedra?
— Della conferenza, per il momento. (Più sottovoce, per non farsi sentire da Emma e nemmeno dall'ombra di Pietro Schiavino). Posso sperare nell'intervento della Regina?
— Non è molto facile; ma tenteremo. S. M. adesso deve recarsi a Napoli per alcuni giorni.
Giordano (contento) Benissimo: aspetteremo dopo.
— Dopo o prima. Insomma... si vedrà. Soltanto, forse, potendo ottenere questa particolare distinzione, bisognerebbe attenuare, almeno in parte, assopire, diremo, la retorica giacobina. Pensa un po' anche ai miei colleghi di Gabinetto! (Vivamente) Non devi venire qui, proprio a Roma, a farmi strillare i galli di Renzo! (In fretta, per allungare il passo e raggiungere la cara nipote) Ne riparleremo più tardi.
Giordano (trattenendolo) Ho anche bisogno di un tuo consiglio, a proposito di una tirata velenosa del Popolo contro la mia conferenza di Napoli. L'hai letta?
— Misericordia! Non arrivo in tempo nemmeno a leggere tutte le tirate velenose contro di me!
— Quel Pietro Schiavino dev'essere un gran farabutto!
Sua Eccellenza. No. (Sospirando) Pur troppo! Il mio prudentissimo consiglio è di fingere di non aver letto niente.
— E se continua ad attaccarmi? O se ricomincia dopo la conferenza di Roma?
— Tu non mutar sistema: fingi sempre di non leggere il Popolo.
Giordano (riscaldandosi) Ma se lo legge mia moglie? Pensa, povera donna che impressione, che colpo, che dolore! Se mi secca, se lo temo anche questo maledetto Schiavino, è per Emma, soltanto per Emma! Per me? Figurati! Io sono nell'arte e nella filosofia sopra tutto sincero, e me ne infischio dei Popoli civili e incivili? Ma Emma, povera creatura! È tanto sensibile; ancora tanto gracile sotto la sua apparente floridezza! Se si mette a piangere, fa una malattia. Me lo ha tanto raccomandato anche il suo dottore. «Bisogna evitarle non solo i dispiaceri, ma persino la più piccola contrarietà». (Stringendolo sotto il braccio con effusione) Cerchiamo, cerchiamo insieme. È così buona! Così cara! Se fosse possibile trovare, in qualche modo, il giro... la persona per poter indurre quel tanghero temerario dello Schiavino a lasciarmi in pace.
Sua Eccellenza (dopo aver guardato fisso Giordano, stringendo le labbra e scrollando il capo) Impossibile! (Con amarezza) Si dice tanto male delle canaglie: eppure, quasi direi, in moltissime circostanze speciali, un galantuomo è ancora la peggiore disgrazia che ci possa capitare!
L'Albertoni e Giordano Mari continuano in silenzio per un lungo tratto del Corso. Sono assorti, rispettivamente, nei loro gravi pensieri. Tuttavia, il tenero marito rivolge di tanto in tanto, con un sospiro, un'esclamazione affettuosa verso la moglie, che cammina sempre dinanzi, dritta e svelta, col suo passo ritmico, sicuro, risonante, fra i due onorevoli che le fanno la corte; e lo zio ministro, pure di tanto in tanto, lancia qualche occhiata d'investigazione al bel profilo della nipote, così elegante, così prosperosa e così slanciata. E appena Emma alza un po' la veste, ne ammira i bei piedini; e certe volte tra il voluttuoso fruscìo delle sete intravede — sono rapide apparizioni — il primo contorno, sottile e forte, di una gamba superba... capitolina.
Sua Eccellenza (d'un tratto, fermandosi di colpo e fissando Giordano che si ferma a sua volta) L'onorevole Cogoleto! Forse ho trovato l'uomo, il colonnello Cogoleto. Uno dei Mille. Ha salvato la vita a Garibaldi. Repubblicano puro, ma non irragionevole. Perciò, ammaestrato dalla conoscenza degli uomini, guidato dalla coscienza storica del paese e anche per non perdere il collegio, ha votato ultimamente con noi, che, se non altro, siamo personalmente e politicamente onesti. E anche, come ingegno, tutt'altro che un Carneade! Col tempo, se non un ministro, ne potremo fare un buon sottosegretario.
IV. Sul Corso.
La mattina dopo; è il secondo giorno che sono a Roma. Emma, già vestita, già pronta per uscire, picchia all'uscio di suo marito. A Roma vita nuova e camera separata, per poter preparare la seconda conferenza del ciclo sui Precursori della Rivoluzione. La moglie ha il numero 31, il marito il numero 30. Le due camere comunicano fra di loro: ma Giordano, prudentemente, per essere sicuro di non venir disturbato, mentre studia e lavora, gira la chiave.
Emma (col capo chino vicino all'uscio del numero 30) Sei pronto?
Giordano. Che cosa c'è? (Si è appena alzato e non ha ancora finito di vestirsi) Ho scritto sinora. Adesso mi vesto.
Emma (tornando a picchiare con voce amorosissima) Si può?
Giordano (apre il calamaio, sparpaglia qua e là sul tavolino alcune cartelle manoscritte, poi va ad aprire) Buon giorno, cara!
Emma (buttandogli le braccia al collo) Finalmente!
Giordano. Bada! Ho la barba bagnata. (Si asciuga forte la faccia soffocando e poi comincia in fretta a pettinarsi).
Emma. La cravatta te la fo io. Vedrai come sono brava!
Giordano (molto dubitativo) Vedremo. (Spinge il collo verso Emma, tenendosi le due mani sul fianchi).
Emma, nel fargli il nodo, cerca di avvicinarsi sempre di più, mentre lui si sforza per rimaner sempre alla stessa distanza.
— Così! Ecco fatto. (Lo conduce dinanzi al grande specchio dell'armadio) Guarda; non sono famosa?
Giordano. Famosissima. Grazie.
Emma (abbandonandosi colla bella testolina ridente sul suo petto e ammirandosi nello specchio) E... (più sottovoce) non siamo molto belli e molto carini.... così?
Giordano (allontanandosi per mettersi il gilet) Bellissimi.
Emma (fa un sospiro un po' comico: gira per la camera: si ferma dinanzi alle cartelle) Oh, tesoro! Quanto hai scritto! (Fa per prendere una cartella).
Giordano (vivamente) Non si tocca!
Emma ritira la mano spaventata.
— Guai se io non trovo tutto al suo posto. Non mi ci... raccapezzo più!
Emma continua a girare per la stanza con le mani incrociate dietro la vita, cantarellando a mezza voce e curiosando da per tutto, senza toccar più niente: in fine, guardando ancora le cartelle:
— Hai finito?
— Che cosa?
— La conferenza.
Giordano (offeso) Finito? La conferenza? Così, in due o tre orette? Come se si trattasse di scrivere la lettera per il Natale alla mammina o al caro papà?!
Emma (rimane mortificata: poi arrabbiandosi, perchè vede suo marito che ritorna a sedersi alla scrivania) Ma io devo uscire! Ho tante spese da fare. Devo passare dal Marchesini per il mio anello.
Giordano. Va pure. Ci ritroveremo qui, all'albergo, a mezzogiorno, per la colazione. Devo uscire anch'io, ma per mio conto.
Emma (vivamente) Non si va fuori insieme?
Giordano. Usciremo insieme più tardi. Faremo una bella scarrozzata. Passeremo dal Colosseo, dalla tomba di Cecilia Metella.
Emma (facendo un po' il musetto, comincia a levarsi il cappellino).
Giordano (alzandosi e sospirando in aria di vittima) Perchè, mio Dio? Non ricominciamo coi capricci!
Emma. Sola? Devo uscir sola?
Giordano. Sicuro! Non avrai già la pretesa che io perda il mio tempo... dentro e fuori le botteghe di Roma!
Emma (timida, supplichevole) Sola? Vuoi che vada sola... a girare per Roma? Non sono mai uscita sola, nemmeno a Milano.
— Credo bene: eri ancora una ragazza. Ma adesso sei una donna maritata, e ci vuol altro; devi abituarti.
Emma (avvicinandosi a suo marito, ridendo ed arrossendo) E se mi perdo? Se poi non mi troverai più... mai più?
Giordano (con quella gravità che esige la circostanza) Devi abituarti, quando vai fuori, sola, a camminare diritta e svelta per la tua strada, con quel bel contegno serio, composto, che impone il rispetto. Se, per caso, incontri qualcuno di conoscenza, un cenno breve del capo, e via, senza fermarsi. Regola generale. Una signora, quando è sola, non deve fermarsi mai per la strada. Hai capito? (Guarda l'orologio) Uscirò anch'io con te.
Emma (battendo le mani dall'allegrezza) Bravo! Bravo! Come sei buono!
Giordano. Ti accompagnerò... (appoggiandosi lui al suo braccio, sorridendo) anzi, mi accompagnerai tu, fino da Aragno.
— È lontano?
— Non molto.
Emma. Che peccato! E che cosa vai a fare da Aragno?
Giordano. Sono aspettato dal deputato Cogoleto, che ti presenterò poi, stasera, perchè verrà a pranzo con noi. Ha da chiedermi un favore.
Emma. Che favore?
Giordano (sfoggiando la sua grande superiorità) Devi abituarti, essendo ancora molto giovane, a non domandare, mai di più di ciò che ti si dice.
Emma (sbuffando in un modo così comico e così carino che fa sorridere anche Giordano) Io devo abituarmi — tu ti devi abituare... — Auf! Come diventi... pedagogico!
Giordano. Un uomo che sente altamente la delicatezza ed il rispetto verso gli altri, non può dir tutto nemmeno a sua moglie... (sempre più teneramente, quanto più si avvicina verso l'uscio) All'amata... all'adorata... alla dilettissima.
Emma (fissando suo marito cogli occhi diventati umidi, lucenti per l'improvvisa, dolcissima commozione) Perdono.
Giordano (offrendole il braccio) Perdono? Di che?
Emma. Sei così buono, così giusto, così grande. Perdonami, se non posso arrivare fino a te. Fino a comprenderti subito... sempre.
Giordano (stringendole la mano e baciandole i capelli) Cara... andiamo!
Emma è di nuovo felice; anche questa piccola nube è dileguata. Il cielo si rasserena così presto a vent'anni! Essa si appoggia mollemente al braccio di suo marito, e fa le scale; esce dall'albergo, attraversa piazza Colonna e si avvia per il Corso, chiacchierando, cinguettando, saltellando, allegra come l'allodoletta che frulla trillando sotto il sole di Roma.
Emma. È ancora distante, almeno, questo Aragno? Quel tuo... seccatore?
— No, cara. Ci siamo.
— Vieni ancora un pochino in giù. Sì! Sì! Sì! Nino mio! Nino caro! Accompagnami soltanto fino dal Marchesini!
Giordano Mari accompagnerebbe sua moglie volontieri. È tanto... straordinariamente bella! Tutti si voltano per guardarla, per ammirarla. Egli capisce che anche a Roma sua moglie gli farà una grande réclame. Guarda nel caffè Aragno: c'è già quell'altro che lo aspetta, leggendo il Don Chisciotte.
Giordano (con un sospiro: stringendo la mano ad Emma e guardandola con una di quelle occhiate buone, tenerissime, che la trasportano tutta in paradiso) Non posso cara, carina mia! Ma mi sbrigo in fretta; passerò anche un momento al Ministero dallo zio, per sentire un po' di questa conferenza e, dopo, torno subito all'albergo.
Emma (tenendolo sempre per la mano) Soltanto fino dal Marchesini.... Prego.
Giordano (indicandole in fondo alla prima sala del caffè un signore in tuba, magro, alto, con un vecchio soprabito nero e due lunghissimi baffi verdi appuntiti, stecchiti) Ecco il mio uomo!
Emma. L'onorevole Coco...
— No, Co-co, Co-go: Cogoleto.
— Coco o Cogo: è un noioso seccatore!
— Spicciati anche tu col tuo Marchesini, colle tue spese, così faremo colazione più presto.
Emma (sottovoce: fissandolo: sull'aria della ninnananna) No, no; non torno più all'albergo!... Più!... Non mi troverai più! (Andandosene) Ciao per sempre!
— Gioia!... Cara!
Giordano entra da Aragno ed Emma prosegue per il Corso.
Emma (ricordandosi gli insegnamenti di suo marito e camminando in fretta lungo il marciapiede con quel bel contegno che impone il rispetto: fra sè, riepilogando tutto ciò che ha da fare) Prima di tutto da Marchesini: da Marchesini per farmi stringere l'anello del babbo — del mio babbo tanto buono. Poi? Poi da Janetti per comperarmi un ombrellino... se ne trovo uno molto bello — se no, no. Poi da Cagiati, per vedere un piccolo servizio da the per il viaggio. Il the da fare in camera nostra, noi due! Il the che fa tanto bene al mio Nino caro, quando è stanco, quando ha il dolor di capo, perchè studia, perchè lavora troppo. Caro, caro, il mio Nino, caro! (si accorge che molti si voltano e che qualcuno anche si ferma per guardarla) Dio, Dio... come sono sfacciati qui, a Roma! (Ripensando alle sue spese) Dunque? Alla farmacia Inglese e poi ho finito. Alla farmacia Inglese devo prendere: Savons de peau d'Espagne — Extrait de peau d'Espagne — Eau de toilette de peau d'Espagne — Cipria de peau d'Espagne, tutto à le peau d'Espagne!
Un giovinotto biondo, insaccato in un enorme paltò nocciuola, rivolgendosi ad un lungo ufficialetto colla caramella:
— Che splendore! Saperlotte!
L'ufficialetto (cantando sottovoce: mentre tutti e due fanno ala al passaggio di Emma:)
«Sei tu dal ciel discesa O in ciel son io con te?...»
Emma (tra sè: diventata rossa rossa, entrando di furia dal Marchesini) Come sono sfacciati!... E stupidi! (mentre si leva il guanto per togliersi l'anello e darlo al gioielliere, colla coda dell'occhio vede i due «stupidi» che si sono fermati, fingendo di guardare nella vetrina).
Emma si fa provare e riprovare la misura per l'anello; si fa mostrare delle perle, delle riproduzioni artistiche, romane, pompeiane, un magnifico gioiello destinato alla principessa Elena; compera una spilla americana con una piccola turchese — sono la sua passione le turchesi! — ma i due «stupidi» non se ne vanno! Emma allora si risolve; un po' confusa, un po' agitata, esce in fretta dal negozio, salutando col capo il gioielliere ch'è corso innanzi per aprirle la vetratina, e passa accigliata, furente dinanzi ai due ostinati e ineducati galanti, che quasi le sbarrano il passo, mentre, l'ufficialetto poeta, dalla caramella, prende sotto il braccio il biondino dal paltò, mormorando «Ancor più bella nell'ingiusto sdegno!...»
Emma li detesta, li odia. Cammina ancora più in fretta, ancora più diritta, ancora più seria; pure, anche senza mai voltarsi, senza vederli, indovina, sente che i due le tengono dietro.
Emma (fra sè) Che gusto ci trovano a rendersi antipatici!... Se passando da Aragno, vedo mio marito, lo chiamo. E allora voglio godermi la loro faccia! (Ma quando passa da Aragno, suo marito non c'è più, ed Emma torna ad arrabbiarsi) No, no, no! Sola, a Roma, non voglio più uscire. Mai più! Mai più! Ma dov'è questo Cagiati?.. Forse l'ho lasciato indietro? (Si ferma un attimo incerta, guardando i negozii innanzi e indietro).
Un vecchiotto rotondo, con un gran barbone tinto e un catenone d'oro a doppio giro che la teneva d'occhio, le si avvicina subito, di colpo:
— Madame!... Pardon, madame...
Emma si volta, trasalendo, e il rotondo vecchiotto, inchinandosi, levandosi il cappello e sfoggiando il grosso brillante del dito mignolo, continua con un barbaro francese e un marcatissimo accento veneto:
— Pardon, Madame! Est-que vous cherchez quelque magasin?... Quelque fournisseur?... Je suis à vos ordres pour vous l'indiquer!
Emma (turbata: sorpresa) Cagiati...
Quell'altro. Cagiati?.. Il chincagliere?... Voilà! (le indica un negozio un po' più innanzi).
Emma. Grazie! (e voltandogli le spalle si avvia in fretta e in furia verso il negozio indicatole).
Quell'altro (correndole dietro) È facilissimo confondersi, quando si è forestieri; perchè io scommetto che la signora non è di Roma.
Emma, senza rispondere, entra da Cagiati; il vecchiotto si ferma fuori in osservazione, e così, cogli altri due che arrivano... sono in tre!
La fierezza della giovane signora si rivolta ad una tale persecuzione; essa si sente sdegnata, ma in un attimo ritrova tutta la sua padronanza, la sua calma signorile.
Emma (a uno dei commessi del negozio, dopo aver scelto e preso il servizio per il the). Mi faccia il favore di chiamarmi una carrozza e dica al cocchiere di condurmi in via Condotti alla farmacia Inglese.
Emma attraversa in un lampo il marciapiede e salta nella carruzzella, mentre i due «stupidi» da lontano rimangono con un palmo di naso, e quell'altro, il tondo pancione, le fa una profonda scappellata.
Giunta alla farmacia Inglese, ordina al cocchiere di aspettare, scende, entra di volo nella bottega e ancora tutta ansante comincia le sue ordinazioni: sei scatole di sapone, dodici boccettine di estratto, sei bottiglie di acqua per toilette, sei scatole di cipria e ancora e ancora — anche colla fretta ci prende gusto! tutto ciò che può avere à la peau d'Espagne.
Mentre il commesso gira per il negozio colla lunga nota delle ordinazioni per preparare il pacco, Emma, sempre un po' in orgasmo, lancia occhiate sospettose fuori dai cristalli della bottega.
Emma (dopo aver battuto col piedino per terra nervosamente, irritata dalla flemma del farmacista) Può far presto, non è vero?
Il commesso (con comodo) Se mi vuol lasciare l'indirizzo, le manderò tutto all'albergo.
Emma. Sì, sì; va bene: albergo Milano. (Poi, come per vendicarsi e per rinfacciare ai suoi persecutori la loro sfacciataggine, invece del suo, lascia l'indirizzo di Giordano) Giordano Mari, hôtel Milano, numero 30 o 31. E mandi insieme anche il conto (più forte, ben chiaro) a mio marito.
Uscita dalla farmacia, la «signora» Mari salta di nuovo in carrozza. Non ha girato nè la testa, nè gli occhi, ma ha già visto in un attimo, di su e di giù, per tutta via Condotti, che «quegli altri» non ci sono.
Emma (al cocchiere) Albergo Milano. Ma non passare dal Corso!
Anche in carrozza tutti la guardano, tutti si voltano; è un'oppressione; il suo piedino non può star fermo; si agita, batte sotto il piccolo sedile, ancora più irritato, ancora più nervoso.
— Che rabbia! Che rabbia! Che dispetto!
Ha sempre timore di veder comparire quei «due stupidi» e quell'otre rigonfio, dipinto e indorato.
— Dio, Dio! Come sono sfacciati qui a Roma! Sfacciati e sconvenienti! Eccoli! Eccoli!... Tutti e tre! (Forte: al cocchiere) Ti ho detto di non passare per il Corso!
Il cocchiere (senza voltarsi) Lo attraversiamo soltanto.
Emma. Fa presto! Albergo Milano!
— Sissignora, non dubiti. Ho capito!
Ma, intanto, i «due stupidi» si fermano sorridendo, fissandola:
— Pulcherrima Dea! — esclama l'ufficiale. E, un poco discosto, l'otre dipinto che fa una nuova e ancora più profonda scappellata. E tutti gli altri che continuano a voltarsi, a fermarsi, lanciandole addosso occhiate lunghe, cupide, villane? Emma arrossisce, abbassando il capo. Certe volte le pare di sentirsi frugare, di sentirsi svestire da quelle occhiate odiose.
— Auf! Che bile! Che bile! Che rabbia! Che dispetto!
È un'impressione di avvilimento, è un senso di disgusto che rivolta le sue fibre più intime, tutto ciò che c'è in lei di delicato, di sensibile, di vivo, di vibrante. Emma ne soffre: ne soffre nel suo pudore e nel suo cuore; ne soffre la donna e ne soffre l'innamorata.
— Non sanno, non capiscono, non vedono questi romani che io sono una donna onesta e che appartengo ad un marito? Sì! Sì! Sua, soltanto sua, del mio Giordano, tutta sua. Sfacciati! Antipatici! Mio marito soltanto ha diritto di guardarmi! Lui sì, lo voglio! Sempre! Come lo amo! Quanto lo amo! Ancora di più! Sempre di più!
E in quel momento, in quell'orgasmo, in mezzo al dispetto, in mezzo alla collera, pensa a Giordano, a «suo marito», come ad una liberazione. Lo ama, lo ama appassionatamente, con tutto l'ardore e con tutto l'entusiasmo dell'animo e insieme con un senso di timore stranissimo. Potrà ancora trovarsi con lui, sola con lui, senza più vedere quelle facce, quegli occhi intenti, fissi, bramosi?
Emma (al cocchiere) Fa presto.
— Sissignora.
Che fretta di rivederlo! di correre, di buttarsi nelle sue braccia!... E che bisogno di dirgli tutto!
Finchè non ha detto tutto a suo marito avrà sempre addosso, nei nervi e nel sangue, le occhiate, i sorrisi, le facce di quegli uomini. Ha bisogno di dirgli tutto, di dir tutto «al suo amore» per sentirsi sollevata, come purificata. Ha bisogno di essere guardata dai suoi occhi buoni, di vedersi desiderata dai suoi occhi cari, per sentirsi ancora interamente sua, solamente sua, come prima...
E un bacio? Che bisogno di un bacio da quella bocca adorata, così bella e così dolce!
Emma (smontata di carrozza: al portiere dell'albergo) Mio marito è ritornato?
Il portiere. Non ancora. Ci deve essere una lettera per il signor commendatore. (Va a prenderla, dov'era già appesa, al quadro dei forestieri, e la consegna ad Emma).
Emma. Appena viene mio marito, non mi cerchi al restaurant; sono di sopra. E pagate la carrozza!
Alcuni viaggiatori, ch'erano sul portone aspettando l'omnibus, rientrano sotto l'atrio dell'albergo per vedere più d'appresso la bella milanese. Emma comincia a salir le scale e vede che si avvicinano guardando in su: allora fa di volo i gradini e col fru-fru delle sue vesti sembra quasi un uccelletto che fugga spaurito, sbattendo le ali.
V. All'albergo.
Giordano Mari, che si è fatto aspettare fin quasi al tocco, trova Emma buttata sul canapè, tutta in lacrime.
Giordano (senza molto spaventarsi) Che è successo?
— Non sei venuto più. Ti aspettavo tanto tanto, e non sei venuto più.
— Non sono venuto? Eccomi.
— Adesso! Così tardi!
— Spero, almeno, che avrai avuto abbastanza giudizio per far colazione.
Emma è in collera; risponde appena con una alzata di spalle.
Giordano. Io non ho potuto esimermi. Ho dovuto, per forza, far colazione da Doney coll'onorevole Cogoleto: mi ha invitato: ha molto insistito. (Rivolgendosi a sua moglie, la testa alta, sporgendo il petto, coll'autorevole maestà dell'uomo d'ordine e di consiglio) Tu, cara, devi abituarti a non aspettarmi, quando vedi che si fa troppo tardi.
Emma. Impossibile.
— Come impossibile? Questa è una parola, per esempio, che io non voglio mai sentire. Per me, a questo mondo, non c'è mai stato nulla d'impossibile.
Emma (ostinandosi) Impossibile! Impossibilissimo.
Giordano (colla voce leggermente alterata) Ti prego: bisogna abituarsi a riflettere. Non sono libero! Ho i miei studii, il mio lavoro, i miei impegni, non posso essere tutto il santo giorno a tua disposizione, perchè io... potresti anche generosamente risparmiarmi l'amarezza di dovertelo ricordare, io non sono ricco.
Emma (con effusione, con trasporto, per farsi capire, per giustificarsi) Impossibile! Ho detto impossibile perchè io non posso stare senza di te! Non voglio più uscire senza di te!
Giordano (osservandola) Ma, infine, che hai?
Emma (balbettando) Dio mio! Dio mio! Perchè sei tornato tanto tardi e sei tornato tanto cattivo, tanto cattivo, proprio oggi? (Lo guarda, lo fissa esitante: ad un tratto, gli si butta al collo stringendolo quasi disperatamente, sussultando, tremando, scoppiando in lacrime).
Giordano (con quella dolcezza forzata, stentata, che nasconde la stizza incipiente) Ma insomma, cara, che cos'è successo di nuovo? (La guarda: le dà un bacio sui capelli, poi fa per allontanarla).
Emma. No! No! Qui! Lasciami qui, sempre qui.
Fra quelle braccia, alla tenera effusione, al dolce calore, colla testina appoggiata al petto di Giordano, ascoltandone tutti i battiti del cuore, Emma si sente riavere, si calma a poco a poco, si consola.
Giordano (alzandole il capo) Dunque?
Arrossendo, con un sorriso negli occhi furbetti che spunta ancora fra le lacrime, essa gli racconta le sue avventure della mattinata, le sue emozioni, la sua fuga in carrozza.
Giordano (con gravità) Questo succede, cara, perchè voialtre donne siete tutte un po' matte. Per piacere, per far colpo, buttate via tutto il vostro tempo e un monte di quattrini nei cappellini più strani e che dànno più all'occhio, nelle vesti più vistose, più appariscenti; state un'ora ad acconciarvi allo specchio prima di uscire, per far colpo, per far girar la testa a tutti gli uomini, e poi, quando finalmente siete riuscite a farveli correr dietro, vi spaventate.
Emma (colpita, mortificata, offesa) Ma io...
Giordano. Anche tu, quando vai fuori, cerca di vestirti con più semplicità, con più serietà e allora vedrai che la gente non ti correrà dietro.
Emma. Ma io mi vesto per te! Soltanto per te! Non voglio piacere che a te.
Giordano (sorridendo ironicamente) Già; la solita storia, per noi poveri mariti. Sai benissimo che per piacere a me non hai bisogno di grandi abbigliamenti! Tanto più mi piaci quanto più sei semplice. Per piacere soltanto a me non ci sarebbe bisogno di viaggiare con dodici bauli, come una compagnia comica.
Emma è diventata pallidissima, ma non piange più. Lo fissa un istante maravigliata, stupita; poi gli volta le spalle con un moto di collera, e va a guardare dalla finestra, appoggiando la fronte sui vetri chiusi.
Giordano (le dà un'occhiata di traverso, e, dopo un'alzata di spalle, comincia a passeggiare in su e giù per la stanza: fra sè) Ci vuol altro con quella lì! Per tenerla allegra bisognerebbe continuare tutto il giorno a fare all'amore!
Giordano Mari, invece, ha mangiato male, ha forse bevuto più del solito col Cogoleto, nel calore del discorso, nell'enfasi della commozione, ed è tornato all'albergo di pessimo umore. Non è stato invitato, come ha detto a sua moglie, ma ha finito per invitare lui stesso il colonnello a colazione.
Col direttore del Popolo — il Cogoleto glielo ha detto subito — non c'è niente da poter sperare, nè dalle lusinghe, nè, tanto meno, dalle minacce. Non ha bisogni, non ha desiderii e perciò fa pompa d'incorruttibilità; è testardo come un mulo, ma nel fondo non è cattivo. Cattivo no; è sempre in buona fede anche quando fa il male. È un vecchio fanciullo, che morde qualche volta, ma, appunto perchè è rimasto fanciullo, si è conservato un ingenuo. Voi non siete andato in cerca di un ricco matrimonio? Voi siete stato quasi costretto a sposare la signorina Dionisy; avete ceduto alle preghiere dei parenti per un sentimento gentile di pietà, di compassione? Ebbene, tutto ciò, perchè non lo dite voi stesso allo Schiavino? Per parte mia, non c'è altro da fare: bisogna tentare il colpo di sorprenderlo, di commuoverlo, colla verità.
E così è stato convenuto. L'onorevole Cogoleto ha scritto la lettera di presentazione e Giordano Mari deve recarsi, la sera stessa, in cerca di Pietro Schiavino alla Direzione del Popolo.
Il passo è grave, è rischioso. Il pensiero di quell'incontro, di quel colloquio, lo agita, lo rende nervoso.
C'è anche il pericolo di venire alle mani!
E continua, continua a passeggiare sempre su e giù per la stanza: torna a guardare sua moglie alla sfuggita: Emma è sempre alla finestra colla fronte appoggiata ai vetri.
— Anche lo zio! — Giordano non è arrabbiato soltanto per quel rospo dello Schiavino, ma ha preso la mosca anche per suo zio. È stato due volte al Ministero senza poter mai aver l'onore di essere ricevuto. Sua Eccellenza gli ha fatto dire di aver mandato una lettera all'albergo, e all'albergo il segretario, perchè il portiere era uscito un momento, gli ha risposto: — Niente per il signor commendatore!... Nessuna lettera; e così, della conferenza, che è lo scopo del suo viaggio a Roma, ne sa meno di prima. Nè quando si farà, nè dove, nè se interverrà la Regina, nè se potrà aver il tempo di prepararsi; niente.
Giordano Mari (fermandosi su due piedi: forte, rivolgendosi ad Emma) Ma... e dunque? Vuoi fare colazione sì o no?
Emma (senza voltarsi, colla voce un po' roca) Non ho fame.
Giordano (si avvicina a un tratto al campanello e lo sona a lungo, con forza).
Emma (sempre dalla finestra) Ho detto che non ho fame.
Giordano. Se non hai fame, fai benissimo a non mangiare. Pranzeremo più presto, quando vuoi. Avrai mangiato, come al solito, appena alzata, caffè e latte, burro, miele, biscotti!
Emma (col muso) Ho mangiato moltissimo.
Giordano. So anch'io che non puoi aver fame! Qui ti alzi troppo tardi e non siamo all'Argentera.
Emma. Allora perchè hai sonato?
Si sente bussare all'uscio.
Giordano. Avanti.
Entra il cameriere: Emma si tiene nascosta fra i cortinaggi della finestra.
Giordano (al cameriere) E così? Questo portiere? C'è o non c'è?
— È tornato adesso. Ha detto che è arrivata una lettera, per lei, questa mattina, e che l'ha consegnata alla signora.
Giordano (chiamando forte, mentre il cameriere esce in punta di piedi e chiude l'uscio) Emma!
Emma (accigliata, col viso pallido, stravolto, si presenta senza avvicinarsi, rimanendo nel vano della finestra).
Giordano. Dov'è questa lettera?
Emma. Devo averla messa lì, in qualche posto, sul tavolino o sulla scrivania.
Giordano (fuori di sè) Non sai nemmeno? Non sai dove metti le lettere che mi devi consegnare? (Cercando dappertutto, frugando persino, sgarbatamente, nelle tasche della giacchettina di Emma che trova sopra una seggiola). E un'altra volta, per tua regola, per tua norma, cacciatelo bene in testa, le mie lettere si lasciano dal portiere! Le mie lettere non si devono toccare! Ma, viva Dio, io non ti capisco! Tu diventi tutti i giorni più... Ah! Eccola! (Trova la lettera sulla toeletta, sotto il cappellino di Emma).
Emma (con impeto, avanzandosi) Più... che cosa? Divento tutti i giorni che cosa?
Giordano (butta il cappellino sul canapè: apre e legge la lettera).
Emma (afferrandogli un braccio: scotendolo) Più che cosa? Rispondi. Hai detto che divento tutti i giorni più?... Devi dirlo! Oh, ma devi dirlo, rispondi: più... che cosa?
Giordano (mentre legge, la sua faccia cambia a vista d'occhio: diventa raggiante: con un grido di gioia) La Regina! Ha accettato! Interverrà la Regina! L'avrò alla mia conferenza. Me lo ha scritto lo zio! Senti! (Circondando Emma con un braccio, stringendosela e tirandosela vicina sul petto, per leggerle la lettera).
Emma (sciogliendosi vivamente) No! no! Devi dirlo! Devi rispondere! Tutti i giorni divento più?... più?...
Giordano (distrattamente, tanto per calmarla) Più cara; tutti i giorni più cara. Senti, carina mia! (Ricominciando da capo la lettera che non aveva ancora finito di leggere) «Darai la bella notizia alla nostra Emma per la prima ed a mio nome; Sua Maestà, la nostra graziosa e benamata Regina, ci farà l'altissimo onore di assistere alla tua prossima conferenza. Fisseremo il giorno e l'ora più opportuna di comune accordo; ma, intanto, regolati che bisognerà far presto, il più presto possibile. Se devi prepararti, potremo fissarla per sabato o per domenica, ma non più tardi certamente, perchè Sua Maestà parte per Napoli ai primissimi della settimana ventura, e vi si fermerà, almeno si crede, parecchio tempo.
«Dirai alla mia formosissima e preclara nipotina che oggi, purtroppo, sono occupatissimo, ma che, per non aver da rimpiangere tutto un giorno perduto, verrò a prenderla questa sera alle nove per condurla al Costanzi: — Cavalleria Rusticana, for ever!
«E a te, mio caro... la solita raccomandazione: dalle fiorite pagine
Sperdi ogni ria parola!
«Io non ti farò la predica, come il conte zio o don Ferrante, ma solo ti dirò, col frutto della mia esperienza, che per arrivare lontano, e per salire in alto, bisogna sempre andare adagio, molto adagio... anche colla filosofia!»
Giordano (con aria preoccupata) Sabato o domenica al più tardi? Oggi che giorno è?
Emma. Mercoledì.
Giordano (facendo il conto sulle dita) Mercoledì, giovedì, venerdì, sabato... quattro giorni!
Emma. Anzi tre, perchè oggi non conta.
— Brava! Domando io se in tre giorni si può preparare una conferenza!
Emma (rasserenandosi a poco a poco e dimenticando il proprio risentimento, ansiosa e inquieta per il buon nome e la fama di suo marito) Assolutamente, ricordati; se non ti senti, se non sei ben sicuro, se ti manca il tempo necessario, rispondi di no. Lo zio, sai, lo zio... anche per altri indizii mi pare inscemito; o gli è montato il portafoglio alla testa. «Salire in alto!» Ma che! Tu non hai bisogno di salire in alto: ci sei! Tu... sei tu, e basta. E mi pare che lo zio non l'abbia ancora capito. A Roma! Appunto! Siamo a Roma e non si scherza. Come hai sempre detto benissimo, Roma oltre l'essere la capitale politica, è anche il centro più intellettuale di tutta Italia. Dunque, pensaci bene: prima o dopo, non importa, ma devono restar tutti a bocca aperta, dinanzi a te, come a Milano.
— Come a Milano, a Bologna, a Napoli.
Emma. Sì! Sì. Come da per tutto!
Giordano accarezza leggermente le guance, i capelli di Emma, scherza tirandole un po' il nasino, allungandole i ricciolini della fronte, ma, intanto, sta pensando, combinando il suo piano e l'idea gli sorride. Colla scusa della ristrettezza del tempo e tirando in ballo un po' le convenienze, un po' la volontà dello zio Albertoni, forse forse, invece di dover mettersi a fare, così stanco e svogliato, tutto il gran lavoro della seconda conferenza del ciclo, potrebbe finire, anche a Roma, col cavarsela bene, ripetendo la prima. Certamente, bisognerebbe cambiare l'esordio e la chiusa: tagliare qua e là: sopprimere la frase di Voltaire che disinventa Dio.
Giordano (ergendosi solenne e maestoso, e con quella sicurezza di sè che fa brillare gli occhi di Emma, perchè s'illude quasi di essere ancora in via San Paolo durante il loro primissimo colloquio) Giovedì, venerdì e sabato: tre giorni. Sono corti e sono lunghi, secondo; l'uomo, cara mia, quando vuole, fa ciò che vuole. Se abbiamo inventato e creato Dio, lo abbiamo fatto apposta... per fare insieme dei grandi miracoli!
Emma (non ha capito bene, ma è stretta fra le sue braccia: lo vede così alto, le sembra così grande: si sente piccola piccola, al suo confronto: si sente umile. Essa lo guarda in estasi, beata: e alzandosi sulla punta dei piedi e coi ditini bianchi, inanellati, scintillanti, sollevandogli i baffi, gli bacia quella bocca adorata, che sa dire tante belle cose con un suono di voce così tenero, così armonioso che la rapisce, la incanta, la commuove deliziosamente. Dopo un momento: tenendosi ancora stretta, appesa al suo collo) Poco fa... volevi dire che divento tutti i giorni più noiosa... non è vero?
Giordano. No; ma no. Non parlarmene più o mi torna la luna.
— Mi hai perdonato? Per la lettera?
— Non ero arrabbiato con te. Ero seccato, un poco, per tuo zio che mi aveva fatto andare due volte inutilmente, su e giù, sino al Ministero; ed ero poi seccato moltissimo per aver dovuto far colazione con quel fanfarone del Cogoleto... senza la mia Emma buona, cara... senza la mia gioia bella.
Emma (colle lacrime, che le corrono subito agli occhi, pieni di amore e di riconoscenza) Quanto sei buono! E come hai sempre ragione tu. Nino! Mio! Caro!
Giordano (a sua volta: nobile e generoso) Mi hai perdonato?
— Io sì; e tu?
— Tutto! E, per oggi, riposo. Non voglio più lavorare. Voglio dimenticarmi, persino, di quella maledetta conferenza.
Emma (alzando la manina minacciosa, e contando colle dita e con un certo fare maliziosetto e molto birichino i giorni della settimana) Giovedì... Venerdì... Sabato...
Giordano (prendendole la mano, serrandola stretta nella sua e baciandola) Ma oggi è mercoledì! Oggi non conta! Si va fuori! Si fa una bella scarrozzata, come a Napoli, fino all'ora del pranzo!
Emma (ridendo) Io, veramente, andrei a pranzo prima, e farei dopo la bella scarrozzata.
— Ma sicuro, povera piccola! Non hai fatto ancora colazione!
— Quando sono felice, ho subito fame; e adesso... ho moltissima fame!
Giordano suona perchè venga il cameriere; ordina la colazione. Intanto, Emma si accomoda un po' i capelli, che sono troppi e sempre spettinati, e si mette il cappellino.
Giordano (mentre si spazzola gli abiti e si liscia i baffi e la barba, torna a pensare all'incontro di quella sera, alla sua presentazione, alla sua visita al direttore del Popolo: dopo un momento, ad Emma) Dunque, siamo intesi: oggi tutta la giornata è nostra.
— E... Cogoleto?
— Nostra, fino all'ora di pranzo. Poi, dopo, stasera, mi prometti di essere ragionevole. Non vorrai condannarmi alla Cavalleria Rusticana a vita. Vai sola, collo zio, al Costanzi. Io, intanto, lavoro un paio d'orette, e sul tardi vengo a prenderti.
Emma (è pochissimo soddisfatta di quel progetto, ma vi si rassegna temendo l'umore di suo marito così variabile) Sì, sì, Nino; sarò ragionevole. Ma per altro... volevo sempre dirtelo e poi... ho aspettato che tu fossi di buon umore, per riderne insieme. Lo zio, sai, è... molto cambiato. Diventa un po'... strano.
Giordano (inquieto) Ti sembra meno premuroso? Meno affettuoso?
— No, no, anzi! (fissandolo sorridendo) Tutt'altro!
Giordano (rasserenandosi) Non ci devi badare; e non gli devi credere. È l'epoca!... È la scuola vecchia del giulebbe romantico-sentimentale a cui appartiene!
Emma. Invece... proprio no. Fa certi discorsi... alle volte anche certi scherzi...
Giordano (ridendo) Oh! Oh! Avresti dunque ragione tu? Diventato ministro, è diventato anche... Richelieu?
Emma (esitando). Ieri sera... dopo pranzo... tu eri uscito... eri andato innanzi. Nell'aiutarmi a mettere la mantellina, mi ha dato un bacio... (arrossendo e indicando col dito un piccolissimo neo fra i ricciolini della nuca) proprio qui.
Giordano. E tu?
Emma (con un brivido, nervosa) Mi son voltata di colpo: gli ho data un'occhiata... Deve aver capito, perchè è diventato pallidissimo.
Giordano (conciliativo) È tuo zio. Ti ha sempre baciata da che sei al mondo!
— In una maniera ben diversa! E non mai trovandomi sola! E poi bisogna sentire tutte le... sciocchezze che mi dice!
— Ecco, sciocchezze! Hai detta la parola giusta. Lo hai messo a posto? Hai fatto benissimo e devi sempre regolarti così. Ma devi persuaderti che... appunto sono sciocchezze. E non ci devi più nemmeno pensare, per non turbare la profonda onestà della tua coscienza e per non correre il rischio di creare inimicizie... in famiglia. La donna di spirito e di tatto deve appunto sapersi difendere, deve saper tenere la gente a posto, ma senza bisogno di far musi, senza ostentazioni, senza esagerazioni. Gli hai data la sua opportuna e necessaria lezioncina? Gliel'hai fatta capire? L'ha capita? Brava: allora basta. È un incidente che dev'essere dimenticato da tutti e due, anzi, da tutti e tre, perchè c'entro anch'io, la mia parte. Del resto, credi pure: gli uomini, certe volte, commettono... sciocchezze, perchè se ne credono in obbligo. Se per caso si trovano soli, con una donna, subito sentono il dovere di spiattellarle una brava dichiarazione, di farle il galante. È una regola dell'etichetta. E tu, cara, devi abituarti.
Emma (interrompendolo: congiungendo le palme in atto supplichevole) No! No! No! Ti prego, ti supplico! Farò tutto ciò che vorrai, ma senza abituarmi!
VI. Pietro Schiavino.
La redazione del Popolo: l'ufficio del direttore: un bugigattolo nei mezzanini, con un gran tavolo nel mezzo, pieno di giornali sfogliati e tagliati, e accanto all'uscio, riparata da un paravento, una scrivania sulla quale c'è appena il posto per le cartelle e il calamaio, tanto è ingombra di roba: libri, opuscoli, lettere e carte. Alle pareti: due sciabole intrecciate, la maschera e i guanti da scherma; i ritratti di Mazzini e di Cattaneo. Un caldo soffocante; un gran fumo di pipa; odore di gas e inchiostro fresco, e continuo, assordante, il fracasso delle macchine della tipografia vicina.
Sono le dieci di sera: l'ora in cui comincia il lavoro, perchè il giornale esce al mattino.
Pietro Schiavino (un gran testone arruffato: una bella faccia onesta con una lunga barba brizzolata: la sola vanità del direttore del Popolo. È dalle nove che s'è messo a scrivere l'articolo: scrive irregolarmente, ma rapidissimamente colla mano storpiata senza un dito, perduto — ormai chi sa dove! — in Sicilia).
Un ragazzo di stamperia, che fa anche da portiere, sguscia tra l'uscio e il paravento e si presenta dinanzi al direttore, porgendo un biglietto di visita.
Schiavino (alza il capo e fissa il ragazzo, cogli occhi stravolti, stanchi dal lavoro) Che cosa c'è?... Ritorni domani.
Il ragazzo (sempre porgendo il biglietto di visita) Ha detto che se adesso, lei, è occupato, aspetterà, o ripasserà più tardi.
Schiavino (prende il biglietto, legge il nome e, subito, lancia un'occhiata rapida, istintiva alle due sciabole appese alla parete) Fa passare. No, aspetta! (Prende le cartelle scritte e le dà al ragazzo da portare al proto in tipografia) Che si regolino: ce ne sarà ancora per una mezza colonna. Poi fa entrare quel signore.
Uscito il ragazzo, Pietro Schiavino si alza e va in mezzo alla stanza: vuol essere pronto a difendersi, caso mai quell'altro fosse venuto per insultarlo o aggredirlo.
Giordano Mari (niente soprabitone dalle falde svolazzanti, niente cilindro: giacca bigia e cappello basso. Inchinandosi, presenta una letterina al direttore).
Schiavino (prende la lettera, salutando con un breve cenno del capo; ma, mentre comincia a leggerla sempre in sospetto, tien d'occhio ogni mossa di Giordano. Dopo aver voltato il foglio e vista la firma, con un «oh!» di maraviglia).
— Stefano Cogoleto!...
Giordano Mari. Siamo vecchie conoscenze di Venezia, di Padova. L'ho riveduto questa primavera, di passaggio, a Milano. Ieri ci siamo incontrati per caso e siamo andati a pranzo insieme.
Pietro Schiavino si avvicina alla lampada a gas e ormai senza più nessuna diffidenza legge attentamente tutta la lettera.
Camera dei Deputati
Carissimo Schiavino!
«Se la monarchia, presentemente, ci divide, il nostro cuore, il nostro passato e la reciproca stima ci riuniranno per sempre; ed è con questa sicurezza, oso dire con questo diritto, ch'io ti presento il mio egregio amico Giordano Mari. Egli desidera darti alcune spiegazioni, ed io stesso l'ho consigliato, l'ho indotto a questo passo dopo aver molto pensato e discusso, e dopo aver finito dove si avrebbe dovuto incominciare, col ricordarsi sopra tutto che tu sei un uomo di primo impeto, ma di gran cuore, e agire in conseguenza.
«Un duello?... Perchè?... Anche Giordano Mari ha già fatto e assai brillantemente le sue prove. Tutti e due avete da lavorare; un duello sarebbe un perditempo inutile e dannoso, perchè maggiormente divulgherebbe l'offesa e ne darebbe cognizione a una persona cara, per la cui felicità e tranquillità Giordano Mari è in dovere di compiere qualunque sacrificio, anche quello del proprio risentimento.
«Va bene?
«Io ti conosco; so, da tutta la tua vita d'uomo, di soldato e di pubblicista (e di ciò ho reso convinto anche il mio egregio amico), so che tu non attacchi mai nessuna persona con mire indirette, o per partito preso. Avrai ragione, avrai torto, ma tu, singolare temperamento di giornalista... politico, scrivi soltanto ciò che ti esce dal cuore. Il tuo articolo, però, a ragione o a torto, non è mai altro che un moto, un impeto spontaneo e prepotente del tuo animo libero, fiero, generoso, ma che può anche ingannarsi... o essere ingannato.
«È per tutto ciò, per questa tua bella e nobile schiettezza, che i tuoi vecchi amici, diventati oggi tuoi avversarii politici, ti conservano per altro e ti professano intera e inalterata la loro stima e contano, con orgoglio, sul ricambio della tua buona e fedele amicizia.
«Io, come te, avevo giudicato molto severamente il professore Mari. Spero che tu, con me, finirai col ricrederti sul suo conto.
«Una stretta di mano dal tuo caporale del '60 e dal tuo colonnello del '66.
Stefano Cogoleto»
Pietro Schiavino, dopo aver letta tutta la lettera, è diventato serio, triste. Gli succede sempre così, ogni qual volta si trova dinanzi il suo vecchio compagno d'arme, o si trova con lui in qualche rapporto.
... Quante speranze, quante lotte, quanti sacrifici per un ideale comune, e adesso?.. Eppure, Stefano Cogoleto, di Sarzana, è un galantuomo, un gran galantuomo, un patriota e, per Dio, un fegato sano!... Mah!... L'ambiente parlamentare!... È stato l'ambiente parlamentare!... Lo ha guastato e rammollito completamente!... Peccato!
Schiavino (dopo queste considerazioni e fatto un sospiro, si rivolge a Giordano Mari, indicandogli una seggiola) Prego... se vuol sedere.
Giordano Mari. Se in questo momento ella ha da fare, io tornerò più tardi; anche domattina, se le fosse più comodo. Mi basta, per il momento, di averle consegnato la lettera del colonnello Cogoleto e di aver avuto l'onore di conoscerla personalmente. Vuol fissarmi un'ora? Quando vuole. Sono sempre a sua disposizione.
Schiavino. No, no; anche adesso; ciò che vuol dire, dica pure.
Giordano. Ma... e allora come si fa? (gli indica un gran cartello appeso ad un uscio, sul quale è stampato a lettere cubitali):
AVVISO IMPORTANTISSIMO
NON SI ESPORTANO GIORNALI DALLA REDAZIONE. LE VISITE NON POSSONO DURARE PIÙ DI DIECI MINUTI ABOLITI I COMPLIMENTI I TITOLI E LE PAROLE INUTILI.
Come si fa? Ho pratica anch'io di giornali, mi vanto di essere stato anch'io giornalista e di esserlo ancora un poco. So la fretta e la furia di questi momenti e d'altra parte... (sorridendo) mi potrebbe occorrere almeno un quarto d'ora.
Schiavino (parlando in fretta, coll'aria di chi non può schivare una seccatura, ma vuol sbrigarsene su due piedi) Lei mi domanda un quarto d'ora ed io posso accordarle venti minuti: il tempo per comporre l'articolo che ho mandato in tipografia. (Indicandogli a sua volta l'avviso stampato) Soltanto tenga presente l'ultima raccomandazione: Sono abolite le parole inutili.
Giordano (siede democraticamente, mettendo il cappello per terra e le mani in tasca) Allora, eccomi a lei, francamente, lealmente, da gen... (stava per dire «gentiluomo», ma si corregge in tempo) da galantuomo a galantuomo. Ho letto il suo articolo contro di me. Lo chiamo articolo... (cominciando a riscaldarsi), ma potrei anche chiamarlo... con un altro nome.
— Lo chiami come vuole. Soltanto, l'avverto: ho scritto ciò che penso e non ritratto una parola.
Giordano (con fierezza: fissandolo in faccia arditamente) So che non si viene da Pietro Schiavino per domandare una ritrattazione. E tanto meno personalmente. In questo caso non sarei venuto; avrei mandato. Indotto, persuaso anche dal colonnello Cogoleto, io sono qui, ripeto, un galantuomo in faccia ad un altro galantuomo, non per domandare rettifiche, ma per ottenere la sua stima. Sissignore; perchè alla sua stima ho diritto... e perciò anche il dovere di pretenderla.
Giordano Mari parla chiaro, fissa bene in faccia, alza la voce, non ha paura: al direttore del Popolo riesce simpatico.
Giordano (continuando sempre sullo stesso tono) E intendiamoci bene, e subito. Non mi occupo nemmeno di quella parte dell'articolo dove si fa la critica. Il letterato, non lo difendo. In venti anni che scrivo, che lavoro, mi sono sempre abbandonato tutto intero ai miei critici, perchè si divertano. Ma si figuri! in vent'anni, non ho mai perduto la calma e l'appetito, nemmeno quando c'è stato chi ha trovato il suo piacere, o il suo tornaconto, a darmi dell'asino! A lei, perchè è lei, potrei soltanto replicare, così alla sfuggita, che se più volte ho «saccheggiato il Taine,» l'ho anche più volte citato, come potrà facilmente verificare quando le manderò il volume delle mie conferenze. Potrei forse farle anche osservare, che per conoscere bene quanto in me ci sia di falso, come filosofo e come scrittore, bisognerebbe esser dentro nel mio cuore, o aver vissuto con me. Ma di tutto ciò, ripeto, non mi occupo. Ci vorrebbe altro! Ma lei, lei, proprio lei, mi ha insultato come uomo; e il suo insulto è tale, che se mi fosse stato lanciato da un cretino, prima lo avrei schiaffeggiato e poi gli avrei tagliato le orecchie.
Schiavino (alzando a sua volta la voce) Prego! La prego!
Giordano (continuando più forte) Se avessi avuto di fronte una canaglia, avrei fatto un processo.
— Può risparmiare le sue... supposizioni!
— Ma si tratta, invece, di Pietro Schiavino, e a quest'uomo che ho sempre stimato, che devo stimare, coll'amarezza nel cuore e colle lacrime in gola, dico soltanto: Vi hanno ingannato! Sì! Sì! Vi hanno ingannato! Dinanzi a voi — guardatemi in faccia! — non c'è un uomo abbietto... un... mantenuto... (la tensione è troppo forte, non può quasi finir la parola e si lascia cader di peso sulla seggiola, con uno scoppio di lacrime)... un mantenuto di sua moglie!
Schiavino (pesta i piedi con dispetto: gira per la stanza: poi si ferma: lo guarda: gli si avvicina battendogli sulla spalla) Su! Su! Per Dio!
E torna a passeggiare borbottando. Pietro Schiavino ha visto degli uomini cadere ai suoi piedi col cranio fracassato da una palla, rimanendo impassibile; qualcheduno, ne ha ammazzato lui stesso, corpo a corpo, alla baionetta. Ma ha sempre sofferto una debolezza nervosa: quella di non poter veder piangere nè uomini, nè donne: gli fa ira, dispetto, rabbia.
Schiavino (battendogli più forte sulla spalla) Vostra moglie, stasera, era al Costanzi! In un palchetto col ministro Albertoni! — È una donna... si capisce benissimo. Ve ne siete innamorato e non avete avuto torto. Insomma, finitela! Ve l'ho detto avanti; non ho tempo da perdere.
Giordano (alzandosi, col viso ancora stravolto: fissando lo Schiavino) Ebbene, no.
Schiavino. No? Che cosa?
Giordano. Adesso sì; molto. Ma prima non ero innamorato; anzi non volevo assolutamente. È stata lei. (Con straordinaria gravità, ergendosi maestoso e stendendogli la mano) Vi domando il silenzio, sulla vostra parola d'onore.
Schiavino (colpito dalla meraviglia e dalla curiosità e attratto, tanto più dopo aver vista la bella donna, dalla inaspettata confidenza del marito) Parola d'onore. (E a sua volta gli stringe la mano).
Giordano (parlando sotto voce, rapidamente, concitato) Io ero pazzo per un'altra donna. Avevo un'altra relazione, a Milano. Uno di quei legami colpevoli e fatali, che vi turbano la ragione e la coscienza, e che, se qualche angelo, appunto, non vi salva, vi fanno uscir fuori dalla buona strada, forse per tutta la vita. La signorina Dionisy, succede quasi sempre così, colle ragazze, io la vedevo frequentemente; ma con lei avevo parlato appena una volta o due; posso dire, non le avevo badato, non mi ero accorto di nulla. Fu un mio amico, il presidente del Circolo artistico-letterario di Milano, il nobile Barbarani...
Schiavino. Lo conosco.
Giordano (con entusiasmo) Una bravissima, una simpaticissima persona! Fu lui, appunto, che si ostinò a volermi far notare, da qualche indizio, la simpatia della signorina Dionisy per me: simpatia alla quale, naturalmente, io non potevo, non volevo credere. Poi il Barbarani mi riferì i discorsi che si facevano in giro, e che mi mettevano di buon umore come altrettante storielle amene. La ragazza era stata ad una mia conferenza; mi aveva veduto, sentito; io le ero stato presentato e l'avevo accompagnata a casa, e subito — un colpo di fulmine — era cascata, innamorata, morta! Chi poteva credere a tutto ciò? Nessuno, ed io meno degli altri; ma la prudenza, i riguardi m'imponevano di non andare in casa Dionisy, ed io, infatti, più volte invitato, sollecitato, ho sempre cercato e trovato qualche scusa. Di giorno, ed era vero, non avevo un momento disponibile, tutto preso dalla mia opera sul Vescovo Ambrogio, che uscirà prestissimo in una splendida edizione illustrata. La sera, ero occupato... diversamente. Ma, un bel giorno, che succede? Il padre della signorina, un dilettante di musica assai appassionato e intelligente, dà un gran concerto, e viene lui stesso in persona alla Biblioteca di Brera a cercarmi, ad invitarmi. Non vi posso dunque mancare, tanto più che anche quell'altra persona si recava al concerto. Vado; mi trovo colla signorina Dionisy, scambio con lei qualche parola e subito devo accorgermi che il Barbarani ha ragione. Che cosa fo? Scrivo una lettera alla ragazza, nella quale, molto francamente, le dico questo: che io non sono ricco e che per età potrei essere quasi suo padre. Dunque, sarei ridicolo e colpevole lusingandola e lusingandomi d'amore.