← Table of contents
L'idolo

PARTE PRIMA. (continued 2)

Reading edition

Parlare? Parlare?... bisogna trovar le parole per parlare!

Carlo Borghetti rimane sempre più impenetrabile, freddo, muto, in un atteggiamento quasi ostile: si sforza per annodare la fasciatura di seta nera attorno alla mano.

Giordano Mari (a un tratto, con premurosa gentilezza) Permette? Potrei aiutarla?

Carlo Borghetti (cacciando subito la mano nella sottoveste) Grazie; ho finito. (Gli volta le spalle e fa per andarsene).

Giordano Mari (tenendogli dietro ostinatamente, dicendo il primo scherzo, le prime parole che gli corrono sulle labbra) È stato un duello, non è vero? Me l'ha detto l'amico Barbarani! Un duello con una bottiglia!

Carlo Borghetti (fermandosi, voltandosi, fissandolo serio) No, non è vero; non l'ha detto. Il Barbarani non dice sciocchezze! (Guarda ben fisso Giordano Mari ancora per un istante, poi dà un'alzata di spalle e se ne va).

L'altro rimane sbalordito, a bocca aperta.

IX. La signorina Emma e Carlo Borghetti mentre gli invitati si affollano nel «buffet.»

Emma ha sentito dal Barbarani che suo cugino Carlo si è ferita una mano «abbastanza serissimament» col vetro di un bicchiere. Inquieta, corre a cercarlo dappertutto: lo trova, alla fine, solo soletto, seduto in un angolo della stanza più lontana, in fondo all'appartamento. È lo studio del cavalier Venceslao, denominato «lo studio del Maestro», perchè le pareti sono tappezzate colla raccolta completa di tutti i ritratti di Giuseppe Verdi, coi quadri allegorici di tutte le sue opere; coi ritratti degli interpreti più famosi. Sulle scansie, sulle mensole, statuette, figurine in bronzo, in terracotta: Aida, Ernani, Otello, il Trovatore, Falstaff, il gruppo dei tre congiurati del Ballo in maschera. Il calamaio, in argento russo, sempre pronto, con un quinterno di musica, vicino al pianoforte verticale, rappresenta una tomba colla iscrizione in oro: A Carlo Magno sia gloria e onor!

Emma (correndo appena lo vede, presso il cugino, che, sorpreso, si alza di colpo chinandosi per salutarla) Ti sei fatto male?...

Carlo. No, no.

Emma. Mi ha detto il Barbarani che ti sei tagliato una mano con un bicchiere?

— Non è niente!

— Che non sia rimasto nella ferita qualche pezzettino di vetro?... Lasciami vedere!

— Grazie, ma non ne val la pena! Mi son fatto lavare anche col sublimato.

— Emma (con stizza) Quel benedetto dottore! C'è sempre, tranne quando occorre! È appena andato via!

Carlo (sforzandosi per sorridere, per scherzare) Non è necessario amputarmi la mano, proprio stasera!... Il tuo dottore potrà aspettare fino a domani!

Emma (osservandolo) Ti sforzi per scherzare, ma devi soffrir molto. Sì, perchè sei pallidissimo. (Gli tocca la fronte) Dio mio, come bruci!... E hai gli occhi rossi, gonfi! Si direbbe persino che hai pianto! E poi ti sei nascosto quaggiù, solo solo, vuol dire che la tua mano ti fa soffrire. Forse avrai anche un po' di febbre...

Carlo. Ma no!

Emma. Lasciami vedere. Voglio vedere!... Almeno ti fascierò un po' meglio. Un po' più stretto. (Gli prendo la mano, gliela sfascia lentamente, e lentamente ricomincia a fasciarla di nuovo).

Carlo (Sta lì, proprio lì, sotto le sue labbra, quella testina cara e adorata... tanto cara e adorata e tanto bella! La fissa cogli occhi imbambolati, mentre quei due o tre bicchieri di vino bevuto, senza esserci avvezzo, gli ronzano nel cervello. Ad un tratto, barcollando, si china, quasi per baciarla, per toccarla colle labbra... ma non la tocca; si tira su: è ancora più stravolto: fra sè, confusamente, sentendo la vocetta del Barbarani ripetere ciò che aveva detto a pranzo: «Le ragazze oneste non amano altro che il matrimonio... La ragazza gli piace? Avanti!... La sua brava domanda e il suo bravo matrimonio...»: forte) Emma!

Emma (spaventata) Ti ho fatto male?

Carlo. No...

Emma. Allora, lasciami fare. (E colla ingenuità spensierata di una fanciulla semplice, sincera... innamorata di un altro, essa gli sfiora il naso, coi suoi bei capelli fini e odorosi, attortigliati in una massa pesante sulla nuca: gli si fa vicina vicina, quasi addosso, avvolgendolo col suo stesso profumo, col suo stesso calore, rivelandogli inconsapevolmente, coi suoi atti, colle sue movenze graziose e serpentine, l'incanto della sua bellezza giovane e fresca) Così... così... Ecco; così va bene!

Carlo (a un tratto: rauco) Emma... Vuoi... volete sposarmi?

Emma (lo guarda: scoppia in una risata) Sì! Altro!... Quando vuoi!

Carlo (di colpo, abbracciandola) Ti amo! Ti amo tanto!

Emma (sciogliendosi con un grido: poi, a mano a mano, fissando Carlo: l'espressione del suo volto diventa triste, dolorosa: i suoi occhi, ad un tratto, si riempiono di lacrime) Tu? Tu? (con maraviglia, quasi con disperazione) Tu? Carlo?

Carlo (supplichevole; come scusandosi, come domandandole perdono) Sì, ti amo tanto!... Sempre.

Emma. Sempre?... E non mi hai mai detto niente?... Non mi hai mai detto niente?

Carlo. Ho sempre pensato di parlare: cento volte sono stato sul punto di parlare. Non ho mai osato. Ero contento di vederti, mi bastava vederti: ecco la mia più grande felicità! Parlando, temevo di perderti, mentre invece non ho mai preso sul serio il tuo matrimonio col Sebastiani. (Con un'alzata di spalle) Tu? con Sebastiani? Non l'ho mai creduto! Certi giorni mi faceva dispetto, ero geloso anche di lui, per la sua sfacciataggine, per le sue arie di intimità, quasi di padronanza; lo avrei strozzato! Ma poi vedevo te così indifferente... mi calmavo, ridevo del Sebastiani, e, dopo averlo trovato ridicolo, pensavo che anche lui, forse, ti amava davvero, e allora mi faceva compassione.

Emma. Ma perchè non me lo hai detto subito? Perchè? Mi volevi bene? Tu? Tu? Ma... io non ci ho mai pensato. Tu?... A me?... Se siamo sempre stati insieme! Mi hai vista sempre!... Anch'io ti voglio bene, molto, molto... (si ferma come interrogando sè stessa, si passa una mano sui capelli, sospirando, stralunando gli occhi) Sì, molto: come a un fratello; ancora di più! Se tu me lo avessi detto prima, forse... Chissà? Chissà? Chissà?

Carlo (fissandola, le prende una mano).

Emma (guardandolo timidamente) Io non sapevo nulla. Ti ho fatto dispiacere? Ti ho fatto del male?

Carlo (tenendole sempre stretta la mano) Sì, molto; adesso. Ma non importa per me. Dimmi soltanto, francamente, lo voglio; adesso è troppo tardi? Ho parlato troppo tardi?

Emma (lo guarda ancora fisso fisso: ad un tratto, si lascia cadere sul canapè, scoppiando in lacrime. Sono quelle lacrime stesse che durante il suo colloquio con Giordano Mari le erano corse tante volte alla gola, e che adesso soltanto trovano libera la via di prorompere, per quel gran dolore del suo povero amico).

Carlo, immobile, muto, l'osserva attentamente: le lacrime e i singhiozzi di Emma sembrano calmare il suo turbamento, il suo sconvolgimento. Egli non trema più; non è più barcollante. I suoi occhi sono più incavati, ma vivi; lo sguardo è risoluto. La sua voce è mutata; è un'altra; ma pure è ferma, chiara. — Le lacrime di Emma son la risposta della fanciulla: egli non ha più nulla da sperare: il suo destino è segnato. L'uomo — un uomo — a costo di morire, non deve nè imprecare, nè lagnarsi contro il proprio destino; deve accettarlo, subito: un uomo deve essere forte.

Carlo. Adesso è troppo tardi?... Giordano Mari, non è vero?... Lo ami?

Emma (col capo chino accenna di sì).

Carlo. Te lo ha detto?... Ve lo siete detto?

Emma (aspetta un istante, guarda Carlo, torna a chinare il capo e accenna un'altra volta di sì).

Carlo. Stasera?

Emma. Sì.

Carlo. E... hai fissato? Avete fissato? Vi sposerete?

Emma. Non so. Questo... non so.

Carlo. Non sai?

Emma (sottovoce, timidamente: sempre senza osare di guardarlo) Non me lo ha detto.

Carlo. E... (ancora un'ultima esitazione: forse coll'ultimo filo di speranza) e quando lo dirà?

Emma. Allora... sì.

Carlo. E la mamma? Ma la tua mamma?

Emma. Non so certo, avrò molto da lottare, da soffrire; ma pure... oramai è deciso; è così. Quel che lui mi dirà di fare, farò.

Carlo. Anche... anche contro tua madre?

Emma. Lui non mi potrà mai consigliare una cosa mal fatta.

Carlo. Ma... lo conosci? Sei sicura di lui? — Come ne sei sicura? Lo conosci bene?

Emma. Lo sento!

Carlo. E subito?... Ti sei innamorata subito? In così poco tempo? Come ha fatto? Come hai fatto?

Emma. Non so: appena l'ho visto; fin dalla prima volta. L'ho visto così grande! Tanto superiore a me! E la prima volta che mi ha parlato ho sentito... che era padrone lui di me. Mi pareva quasi di dovermi inginocchiare dinanzi a lui.

Carlo. E vi siete veduti... molte volte?

Emma. Due... tre soltanto.

Carlo. E... vi siete detto di volervi bene?

Emma. No, mai, stasera...

Carlo. Stasera sì?

Emma (balbettando). Non domandarmi più niente... più, più; te ne prego. Ora sai tutto (quasi con rassegnazione accorata: quasi col presentimento di dolori misteriosi, lontani) Non parlamene più. Mi fa male; tanto male. Per me... e anche per te.

Carlo (dandole la mano) Sei buona: hai sempre ragione. Ti prego; soltanto questo: dimentica quanto ti ho detto.

Emma. Dimenticare quanto mi hai detto? Ma, Carlo, ti par possibile? Potrei dimenticarlo?

Carlo. Ebbene, anche fra me e te dev'essere come se io non ti avessi parlato... non ti avessi detto niente.

Emma. Con lui, come con tutti gli altri, come fra me e te: sarà come se tu non mi avessi detto niente.

Carlo. E sarò... sono tuo fratello?.... Ancora?

Emma (con entusiasmo) Sì! Sì! Sempre! Sempre!

Carlo (dopo un momento di silenzio) Asciugati gli occhi. Cerca di ricomporti. (Più serio, quasi grave) Lui adesso dove sarà?

Emma (interrogandolo cogli occhi, meravigliata) Non so. Perchè?

Carlo. Poco fa, nervoso, irritato, gli ho risposto male. L'ho offeso; l'ho provocato. Voglio cercarlo, vederlo: gli domanderò scusa. Tu gli vuoi bene: gli domanderò scusa.

X. Due amici.

Nella sala del buffet:

Giordano Mari (prendendo il sorbetto: la sola cosa che in quel momento gli possa passar dalla gola: fra sè) Consigliarmi col Barbarani?... Mi par di sentirlo, quel piccolo guerriero da club!

— Felicissim! Una questione d'onore? Benissim!

— E, intanto, se io piglio una sciabolata?... E pazienza la sciabolata; ma se mi toccasse di restare a letto?... Di non potermi muovere per una decina di giorni?.. Allora gli affari? Chi potrei mandare a Padova da quel vecchiaccio esoso di mio fratello colla lusinga del gran matrimonio?.. E l'armistizio da concludere col Finardi e compagnia? — Benissim! Felicissim! — ma, intanto, se sono a letto e non mi posso muovere?... Io devo restare sulla breccia: cambiali e signorina Dionisy. (Dopo due o tre cucchiaini di sorbetto: con un sospiro) Ma se anche mi lascio insultare senza chiederne ragione, addio poesia e addio matrimonio, per un altro verso! (Con stizza sempre crescente: le contrarietà, le incertezze, i «pasticci» lo urtano, gli seccano, lo fanno andare in bestia) Questi borghesi arricchiti colle macchine e coi traffici e diventati nobili coi quattrini... Che piccola e brutta gente! Hanno nel sangue tutti i pregiudizii della stirpe bottegaia, compresa la fissazione che si debbano pagare i debiti sino all'ultimo soldo, non un minuto dopo della scadenza. E insieme si sono caricati anche dell'altra zavorra, i pregiudizii aristocratici. Vi parlano di correttezza e di diritto divino, di economia domestica e di splendore del casato; sono forti sul terreno e nell'aritmetica, hanno la vanità del loro stemma e del loro bilancio: fanno da maggiordomo o da gentiluomo, da fattore o da principe, secondo le ore della giornata e, come tutti gli ibridi, hanno, per atavismo, tutte le avidità del mercante e, per innesto, tutti i fumi del patrizio! (Il sorbetto ingollato in fretta e in furia gli dà un dolore nevralgico acutissimo alle tempie: si ferma, chiude gli occhi: quando il dolore gli passa e li riapre, rimane distratto, guardando fisso il resto del sorbetto, e facendo scorrere fra le dita il cucchiaino) Ed Emma?... Carina, lei, a dispetto della razza! Carina in tutti i modi! Colla freschezza sana e soda di una bella figliuola del popolo, e i piedini da marchesa. Con un'affettuosità sentimentale, docile, remissiva e credenzona; coll'onestà profonda della donna borghese nel sangue, e nell'anima, invece, le raffinatezze romantiche. Facile ad esaltarsi, ad entusiasmarsi e facile anche ad accontentarsi. Un amore di moglietta, sempre in adorazione dinanzi a suo marito... e che suo marito potrà educare in tutto e per tutto all'osservanza delle leggi ed alla moderazione. (Cercandola cogli occhi lustri) Ma dov'è? Dove s'è cacciata quella... marmottina? Il colpo mi è riuscito, stasera, ma non bisogna perderla d'occhio. (Finisce in fretta il gelato; si asciuga i baffi col fazzoletto: gli viene un'idea) Se, invece, andassi a consigliarmi direttamente da lei, riguardo a quell'«oltracotante» di suo cugino?... Mi ascolterebbe tremando, a bocca aperta — che bocchina deliziosa! — ed io mi farei consigliare di non prendere la cosa sul serio per amor suo, di lei. Già, nessuno mi toglie dalla testa che quel bisbetico architetto è un altro Sebastiani, e, anzi, con più gradi di bollore! È innamorato della fanciulla. (Con un sorrisetto di compiacenza) E... il poeta?... È gelosissimo del professore! La gran simpaticona quella Fanny! E poi suo marito è deputato: un voto di più per la mia cattedra. (Rannuvolandosi) E Borghetti? È il Borghetti che mi manca sul più bello! (Tornando all'idea di prima) Emma! Emma! (La cerca cogli occhi, in mezzo a tutta quella gente, — le signore sedute, gli uomini in piedi, — che si affolla rumorosamente mangiando e bevendo attorno alla tavola del buffet). Dov'è andata? Forse da sua madre? Anche quella suocera, un ideale! Per farla scappare, basterà aprir le finestre! (Guarda ancora tra la folla, alzandosi in punta di piedi) No, non c'è. E nemmeno suo cugino! E nemmeno il commediografo! Che io abbia preso un gambero, e che la marmottina non sia invece altro che una famosa civetta? E che si diverta a tener in gioco l'architetto, il commediografo, e magari anche il professore? (Va a spiare fra le tende dell'uscio a destra, che mette nel salottino dove si fuma).

Niente. Emma non si vede.

C'è un generale che si sfoga col prefetto contro i socialisti, e c'è Venceslao col sindaco di Milano: il cavalier Venceslao, le belle mani bianche da pianista incrociate dietro le reni, la bella testa un po' china, approva, umile in tanta gloria, una idea del sindaco, il quale vorrebbe intitolare col nome di Verdi una delle principali piazze di Milano.

Ad un tratto, Giordano Mari, sempre spiando fra le tende dell'uscio a destra, sente la voce di Sebastiani e caccia fuori la testa: Sebastiani non è con Emma. È invece colla d'Arborio.

Giordano Mari (si nasconde di nuovo, ma in modo da poter osservar bene la d'Arborio da vicino: fra sè, con stupore ammirativo) Un milioncino, mi ha detto il Barbarani! (Dopo aver calcolata la grossa dote accanto alla grossa contessina) Sarebbe guadagnato!... Ma sarebbe sempre un milioncino!

La D'Arborio (strillando forte perchè ha «un gran secreto», una confidenza da fare al Sebastiani) Sì! Sì! Voi mi avete conquistata! Io vi voglio aprire tutto il cuor mio! Ma solo a voi! Più vicino!... Solo a voi! (Nino Sebastiani non si muove: la d'Arborio gli va sopra, quasi addosso) Ditemi la verità: la verità del pensiero, del sentimento vostro: avete voi pure tutta questa grande ammirazione settentrionale (sottovoce) per i Promessi Sposi?

Nino Sebastiani (soffoca) ... No.

La D'Arborio (strillando) Ed io nemmeno! Solo a voi lo dico! Ed io nemmeno! Propriamente no!

Giordano Mari (guardando dall'uscio a sinistra) Finalmente! (Emma esce dallo studio del Maestro: è seguita da Carlo Borghetti) Toh, toh, toh! Era coll'architetto! (Giordano Mari pensa che l'architetto, per vantarsi, avrà raccontato alla signorina la scena successa fra di loro: un sogghigno cattivo gli fa diventare la faccia lunga e verdognola).

Emma (appena lo vede, gli corre subito appresso: un po' più timida, arrossendo, combattuta dalla verecondia e dall'amore) Carlo, mio cugino, vuole parlarle, vuole scusarsi con lei per alcune parole di poco fa. (Supplichevole, fissandolo con gli occhi belli, illuminati) Mi promette, non è vero, di essere generoso, di essere buono?

Giordano Mari (dignitoso, diplomatico) Ma... che cosa le ha detto il signor Carlo Borghetti?

Emma. Ha timore di averle risposto male, di averla offesa.

Giordano Mari (interrompendola: eroico) Appunto: volevo rivolgermi al Barbarani ed al maggiore Costamagna per avere una spiegazione.

Emma (trasalendo, con un grido represso) No! No! È sofferente! Sta proprio male! Le domanda scusa! Le vuol domandare scusa! (Avvicinandosi palpitante, tremante, con uno sguardo che è tutto una preghiera, una carezza, una promessa) Per me! Per me! Lo faccia per me! (Congiungendo le palme, timidamente, con un'ondata di rossore che corre dalle spalle alla fronte) Voglio così!

Giordano Mari (cavalleresco, inchinandosi, offrendole il braccio) Allora, sia. Mi conduca da suo cugino.

Emma (lo avvolge con uno sguardo amoroso: i suoi occhi hanno un lampo, le sue labbra un tremito: passa leggermente la manina morbida e bianca sotto il braccio di Giordano Mari, e gli risponde appoggiandosi tutta, coll'aria quasi di abbandonarsi, di farsi portare) Grazie.

Giordano Mari (inebriato) Dov'è?

Emma (indicando il Borghetti colla punta del ventaglio) Là!

Succede un gran movimento nella sala del buffet: le signore che hanno finito di cenare si alzano per cedere il loro posto alle altre signore, rimaste in piedi. Carlo Borghetti in quella ressa è ricacciato indietro. Emma e Giordano Mari non possono più andare avanti.

Giordano Mari (chinando il viso verso quello di Emma, che irresistibilmente sporge il suo) Devo perdonargli dunque? E devo volergli bene anch'io, perchè gliene vuol lei?

Emma (trasportata fra gli angioli) Sì; per questo.

Giordano Mari (dopo un momento: con un risolino maliziosetto, indicandole Nino Sebastiani) E... dovrei voler bene anche a quello là?

Emma (scotendosi con dispetto) Oh, a quello poi no! (Senza rifletterci) È vero, sa? Prima mi era indifferente; adesso mi è antipatico.

Giordano Mari (che invece riflette molto, riprende prudentemente l'affabilità paterna) Bambina! Sempre... una cara bambina!

Sono interrotti: Emma rimane appoggiata al braccio di Giordano, ma, presa in mezzo da tutta quella gente, deve rivolgere e ricambiare complimenti, ringraziamenti e saluti. Finalmente la calca si dirada e possono avvicinarsi a Carlo Borghetti, che intanto, per rinfrescarsi, ha continuato ad inghiottire champagne frappè.

Carlo Borghetti (molto sudato: stranamente pallido: si avvicina, vuol parlare, vuol sorridere, ma non sa fare che una smorfia).

Emma (arrossendo a sua volta per l'imbarazzo del cugino e sforzandosi per essere disinvolta e per aiutarlo) Il signor Mari non è in collera; anzi, ha per te moltissima simpatia.

Carlo Borghetti (a Giordano Mari: colla voce troppo alta e fuori di tono) Le devo domandar scusa!

Emma (vivamente: si mette il ventaglio sulle labbra, facendogli segno di tacere) Piano! Parla piano!

Borghetti (rauco) Le voglio domandare scusa.

Giordano Mari (compitissimo) Scusa? Fra di noi? Fra due buoni amici?

Borghetti (borbottando a guisa d'eco le ultime parole) Buoni amici. Ho detto anche alla signorina Emma... (la guarda e i suoi occhi si riempiono di lacrime) buoni amici.

Giordano Mari (osservandolo con qualche inquietudine) Il torto è mio: lo scherzo a proposito della sua piccola ferita è stato inopportuno.

Borghetti (rintontito) Scherzo? Io non scherzo mai. Ho detto amici, ripeto amici.

Giordano Mari (dà un'occhiata espressiva alla signorina Emma, quasi imponendole di allontanarsi. Sarebbe rimasto lui con suo cugino Carlo: non lo avrebbe lasciato).

Emma (dolcemente, felice di mostrarsi ubbidientissima a quel primo comando, rientra nella sala del buffet, e sparisce in mezzo ad un gruppo di signore).

Giordano Mari (prendendo confidenzialmente sotto braccio Carlo Borghetti, e facendo un po' di violenza per condurlo via) E adesso, non è vero? — ce ne andiamo via anche noi?... E alla romana; ringrazieremo domani, portando un biglietto di visita.

Carlo Borghetti (lasciandosi trascinare) Sì; domani: basta un biglietto di visita.

XI. Nel Palazzo Visconti.

Giordano Mari e Carlo Borghetti si avviano insieme da casa Dionisy verso il corso Venezia. Carlo Borghetti, rasentando, a volte sfiorando il muro: Giordano Mari, camminando diritto, sicuro, il soprabito sul braccio, adocchiando il compagno.

Giordano Mari (respirando a pieni polmoni) Ah! Si rivive! In quelle sale, in quella luce, in quella folla c'era da soffocare.

Borghetti. Già, molto caldo; troppo caldo, (si lascia cader la testa di colpo sul petto).

Giordano Mari (osservandolo ancora, poi con un tono di maggiore intimità) Dove state di casa?... Molto lontano?

Borghetti (dopo un momento, come risvegliandosi) In via Monforte. In fondo a via Monforte.

Giordano Mari. Se mi permettete, vi accompagno. Immagino che non vorrete passare dal club. Abbiamo fatto troppo tardi.

Borghetti (ripete cupo) Già, abbiamo fatto troppo tardi.

E continuano a camminare l'uno a fianco dell'altro. Giordano Mari, diritto, con la testa alta, sporgendo all'aria il largo petto dallo sparato bianco; il Borghetti, curvo, col capo chino, mezzo sprofondato nel bavero del pipistrello. Sempre senza parlare, arrivano in capo a via Monte Napoleone, attraversano il Corso, si inoltrano nella lunga via Monforte, deserta e buia.

Dopo che Giordano Mari ha dato un'altra occhiata a Carlo Borghetti.

— Dite la verità: vi sentite poco bene?

— Già; oggi ho preso molto sole. A pranzo avevo sete; anche stasera bruciavo dalla sete. Ho bevuto e non ci sono avvezzo; mi avrà fatto male.

— Certo, vi ha fatto male. Volete appoggiarvi al mio braccio?

— No.... Grazie. No.

Carlo Borghetti, istintivamente, si tira più vicino al muro. In quel suo stordimento, in quel suo istupidimento, con un ronzio crescente che gli gira pel capo e gli introna gli orecchi, egli si sente addosso come un peso, una sofferenza, come un'infinita, come la peggiore sofferenza, la compagnia, la vicinanza, la vista, l'ombra di quell'uomo; certe volte, passando sotto ai fanali, vede quell'ombra distendersi, allungarsi smisuratamente sul marciapiede. Quell'uomo... maledetto quell'uomo!... Maledetto il giorno che è capitato a Milano! È l'amante, è il padrone di Emma: Emma è cosa sua. Essa gli appartiene già coll'anima; essa lo ama, ne è innamorata!... Quell'uomo così alto, così forte, prepotente, brutale, non ha che a dire una parola; comandare, volere, ed Emma è cosa sua! Egli lo odia, sente di odiarlo per questo suo fascino, per questo suo potere misterioso — una malìa forse — lo odia, e lo teme: lo teme per Emma. Povera Emma! Chissà?... — Lo odia, eppure si sente costretto a chinare il capo dinanzi a lui, e dinanzi alla sua volontà, alla sua forza, al suo ardimento e alla sua fortuna. Lo odia, lo teme, e, in fondo al cuore, lo invidia e lo ammira. — Così presto! Appena veduto, e l'ha subito innamorata, stregata, presa! Come ha fatto? Come c'è riuscito? — Emma!... Emma!... Emma!... — grida, spasima il suo cuore! Oh, ma è inutile chiamarla! Emma non ascolta, non sente, non obbedisce alla sua voce, alle sue lacrime! Se invece quell'uomo lì, che cammina al suo fianco, superbo, sfacciato, quel «gigante» l'avesse chiamata colla sua voce forte di comando, oh, con lui docile, ubbidiente, sarebbe corsa, si sarebbe precipitata di volo, fremente e palpitante, a buttarsi nelle sue braccia; forse alle sue ginocchia, perchè ha visto, ha letto in que' suoi occhi sfolgoranti: essa lo adora! Ma lui, Carlo, Carlo detto il lunatico, lui non si è mai fatto ascoltare, non è mai riuscito a parlare al cuore di lei.

E ricorda il colloquio di quella sera, lo stupore, le parole di Emma. «Mi volevi bene?... Tu?... Tu?... A me?» Sì, sì, sì! Egli non ha mai osato, egli non ha mai saputo parlare, è stato troppo debole, timido, vigliacco! Sono anni ed anni, sono dieci, venti, trent'anni, è tutta la vita ch'egli l'ama, ch'egli soffre per lei, che smania per lei, che pensa, studia, lavora, si strugge, tutto per lei, e lei, nemmeno se n'è accorta!... Quello lì, il «gigante», l'ha vista un momento: ha subito parlato: ed Emma è sua. — In quanto tempo? Ci ha messo un giorno? Un'ora?... Nemmeno!... Un minuto, una parola sola. — Ti voglio! — Eccomi! — E tutto è finito! Tutto è finito! tutto! tutto! tutto! Perchè ormai... ormai è già come fosse sua, cosa sua, sua moglie! — Venceslao?... Avrebbe detto di no — pianino, per non guastarsi la voce, per ventiquattr'ore; poi avrebbe pensato ad un gran concerto per la sera della scritta. La signora Letizia? — sospiri, gemiti, e noce vomica, per non guastarsi lo stomaco e la carnagione. — E così Emma, povera Emma, così buona e così bella, bella, tanto bella, è in piena balìa di quel «gigante», di quello sconosciuto. È lui, adesso, il padrone, il solo padrone — padrone anche di non lasciargliela più vedere! E, forse, non è meglio? — Non sarebbe stato meglio non vederla più, mai più, quella leggera, vana, civetta, falsa?

Giordano Mari (toccandogli leggermente il braccio) Volete darmi la chiave? Aprirò io.

Carlo Borghetti guarda, trasognato, Giordano Mari, si guarda attorno, poi si ricorda; cerca nel taschino della sottoveste, gli dà il mazzetto delle chiavi. Sono giunti sulla soglia di casa sua, senza che egli se ne sia accorto.

Giordano Mari prova una piccola chiave: la porta si apre: entrano.

Giordano Mari (accendendo un cerino) Il servitore non c'è?

Carlo Borghetti. È a letto; sempre a letto.

Giordano Mari (indicando una bugia, sopra un palchettino, accanto alla bussola del portinaio) È questo il vostro lume?

Carlo Borghetti. Sì... questo (sempre con un tono profondo, doloroso) Questa candela... è la mia.

Giordano Mari accende il mozzicone: poi, col palmo della mano, riflettendo innanzi a sè il chiaror della fiamma, si guarda attorno, sotto l'ampio vestibolo. Indicando a Carlo Borghetti l'invetriata dello scalone:

— Per di là?

— Sì. Per di là.

L'ampio e maestoso scalone, le invetriate, i tappeti, i fiori, gli stemmi, tutta quella grandezza e tutto quel lusso del vecchio palazzo, eredità dell'avo materno del Borghetti — un Visconti — fanno colpo su Giordano Mari: e lì per lì, nell'astuto e sfacciato avventuriero delle belle lettere, torna a galla, fa capolino, collo stupore rispettoso del plebeo, il figliuolo risalito del piccolo merciaiuolo di piazza delle Erbe a Padova.

Giordano Mari. Vuol darmi il braccio! Vuol appoggiarsi, don Carlo?

Carlo Borghetti. Grazie; no. (Si appoggia invece, per tirarsi su, alla maniglia e borbotta colla voce sempre più bassa, più fioca, più rauca, soffermandosi quasi ad ogni gradino) Si soffoca; si soffoca orribilmente.

Giordano Mari. È tutto chiuso. Vuol darmi il soprabito?

Su, nell'anticamera, Carlo Borghetti ostinandosi, arrabbiandosi, prende lui in mano la candela e cammina innanzi per indicare la via, aprendo gli usci, sollevando le portiere.

Giordano Mari (ad un tratto, accorrendo) A me! Dia a me, don Carlo! (Strappandogli il lume di mano) Imbratta colla cera tutti i tappeti, i mobili! È un peccato!

Attraversano una lunga fila di sale, poi entrano nella camera da letto.

Carlo Borghetti (Improvvisamente: con un impeto di furore, si leva il cappello e lo scaglia sul canapè: il cappello rimbalza, ruzzola per la camera: diritto in piedi, con gli occhi attoniti, egli lo guarda ruzzolare, perdersi nel buio; poi, di peso, si lascia cadere, vinto, affranto, sopra una poltrona). La finestra... Aprite la finestra... Soffoco... Soffoco... muoio.

Giordano Mari (corre, spalanca i vetri: accende un'altra candela e la pone come la prima sul canterano: un mobile antico, dagli intarsi dorati: un capo d'opera: a mezza voce, girando gli occhi attorno ammirato) Quanta bella roba! (Osservando di qua, e di là, dove la camera resta illuminata: accanto al letto, in una cornice nera sopra una mensoletta di bronzo vede il ritratto di una signora: una vecchia fotografia di una giovane signora, che somiglia molto all'architetto) Sua madre, certo. Bella donna! (Ad un tratto, sorridendo e prendendo il lume per osservar meglio, più vicino) Toh, toh, toh! (Rivolgendosi al Borghetti con un moto istintivo) I Dionisy! La famiglia Dionisy!

Infatti, sopra un elegante palchetto, coperto di stoffe antiche e ornato a festoncini, c'è tutta una raccolta di ritratti di ogni dimensione e di ogni epoca. Dalle prime fotografie del Duroni ormai stinte e giallognole, alle ultime, le più recenti e più artistiche.

C'è, in grande formato «gabinetto», il cavalier Venceslao, seduto al pianoforte, la testa pensosa, chinata con intimo compiacimento sullo spartito del Trovatore; e c'è, piccolo piccolo, il ritrattino più piccolo e più scolorito, un bebè in camicina.

Giordano Mari (appressa la candela e legge) «Emma Dionisy, di cinque mesi, alla zia Paola» (Vedendo il ritratto della signora Letizia in abito da ballo: l'ultimo suo ritratto: dal 1887 continua sempre a farsi far quello) Che spalle!... Che... che busto!... Che meraviglia! (Lo confronta con un ritratto di Emma recentissimo che le sta accanto) Era molto più... bella, la madre! (Continua a fissare il ritratto di Emma, spirante nel semplice vestito bianco la sua fresca giovinezza: lo fissa studiandolo, esaminandolo, con uno sguardo acuto, minuzioso, investigatore, ricercando somiglianze e rapporti, tra la madre e la figliuola) Anche la figliuola, è molto giovane ancora... si farà una bellissima donna. E questo?... (È il ritratto di Emma vestita per la prima comunione: la riconosce subito e gli viene da ridere) Ah! Ah!... La mocciosetta!

Poi c'è un'altra Emma colle gambine esili, e i piedi grandi, ancora informi, sotto il vestitino corto corto; poi Emma, ragazzetta, ma già più elegantina, e un po' pretenziosetta, colla grossa treccia pesante, sproporzionata, giù giù, lungo la vita.

Poi Emma, nell'amazzone, a cavallo, e tutti quei capelli cadenti sulla nuca, sulle spalle, e sporgenti in una massa enorme, sotto l'ala del piccolo cilindro; poi Emma in costume Empire, come era andata alla festa di casa Ottolini; poi Emma colla camicetta, il berrettino e la racchetta del lawntennis...

Giordano Mari (fra sè, di malumore: deponendo il candeliere) La raccolta è completa. Tutte le età, tutti i costumi, e tutte le pose! (Si volta verso l'architetto, guatandolo bieco, mentre a sua volta si sente rodere da una punta di gelosia leggera, sottile... eppur molesta) Sono cugini; si sa: il cugino e la cugina! (Ma è un lampo: rivede gli occhi di Emma innamorata, e torna ad infischiarsene del Borghetti come del Sebastiani, e colla fede nella sua buona stella e nel suo talento e nella sua furberia gli ritorna la sicurezza, la contentezza e l'audacia — Sente un sospiro come un lamento: corre vicino al Borghetti) Volete il servitore? Devo sonare, per chiamare il servitore?

Carlo Borghetti. No! No!... Sto troppo male: non voglio nessuno.

Giordano Mari. Abbiate pazienza, ma se non vi sentite bene, lasciatemi chiamare il servitore. Vi aiuterà a mettervi a letto. Vi farà un the.

Borghetti (alzandosi in piedi d'un balzo, stravolto) Ma non capite che non sono ammalato? Sto male perchè... ho l'inferno. È l'inferno!... Qui!... Qui!... (Si batte sul petto violentemente colla mano ferita: si scioglie la fasciatura).

Giordano Mari (gli afferra il braccio: gli tien ferma la mano) Che fate?... Viva Dio! Perdete ancora il sangue! (E, come prima aveva fatto Emma, Emma così affettuosa, Emma così brava, ricomincia lui a fasciarlo di nuovo, ma con meno perizia, certo, e con meno garbo).

Carlo Borghetti (lo lascia fare, guardandolo muto, pensando sempre a quell'altra: poi ad un tratto gli occhi si riempiono di lacrime; gli si riempiono di lacrime il petto e la gola; si sforza, ma non può più trattenersi; ha un tremito convulso, e quando il Mari ha finito di fasciarlo e gli ripone la mano nella sottoveste, scoppia all'improvviso in un pianto dirotto; dà un calcio furioso a una seggiolina che gli impediste il passo e si butta sul canapè).

Giordano Mari (lo guarda: resta un poco a guardarlo: piano piano, gli si siede accanto, senza parlare).

Carlo Borghetti (continua a piangere, a singhiozzare, a borbottare, a strapparsi i capelli, a disperarsi: poi, a poco a poco, si calma, cerca un fazzoletto, si asciuga gli occhi) Perdonatemi! Perdonatemi, signor Mari! Sono pazzo e poi mi sento male.

Giordano Mari (prendendogli una mano affettuosamente; con voce dolce, penetrante) Piangete, piangete, sfogatevi. Questo solo vi può far bene.

Carlo Borghetti (alzandosi di nuovo con ira) Ma no; no! Non ho nessun diritto nè di piangere, nè di disperarmi! (Dopo un momento di pausa: frenandosi, stendendogli la mano) Ve lo giuro, signor Mari; sono un pazzo e un ragazzo. Un ragazzo pazzo e ridicolo. Niente altro. Ve lo giuro.

Giordano Mari (a sua volta, stendendogli la mano con molta cordialità) Non dovete nascondermi nulla. Non dovete chiudervi con me; non dovete dissimulare. Siate sincero: la sincerità è gran parte della bellezza e della bontà. Siate sincero con me. Io vi sono amico; vi sarò sempre amico.

Carlo Borghetti (colle ciglia aggrottate, col suo fare burbero, ma risoluto) Grazie; vi ringrazio. Ma vi ripeto, tengo a ripetervi: stasera il caldo, il pranzo, lo champagne, mi hanno fatto male. Si vede che ho il vino melanconico, triste. Niente altro; ve lo giuro. Del resto, voi mi avete già dato prova della vostra amicizia, stasera, in casa Dionisy, quando avete accettate le mie scuse.

Giordano Mari. Non parliamone più. (Affettuosamente sorridendo, mettendogli un braccio al collo) Dite la verità: mi avete odiato molto, stasera?

Carlo Borghetti (trasalendo, scostandosi, fissandolo) Non capisco, non vi capisco.

Giordano Mari (fissandolo a sua volta, ma con un sorrisetto pieno di furberia bonaria) Eppure, sarebbe così facile intendersi. Basterebbe un po' più di confidenza. Basterebbe ammettere, da parte vostra, una cosa sola.

Carlo Borghetti. Quale?

Giordano Mari è ancora titubante: si alza, passeggia su e giù per la camera.

— E se il colpo non mi riesce? Se invece di un tratto di genio, fossi per commettere un errore? In tal caso, pazienza! avrò perduta la bella ragazza e il buon matrimonio, ma avrò salvata la mia riputazione di uomo serio, di uomo di spirito e di uomo d'onore!

Come ha già detto a donna Fanny, egli non può sperare di ottenere la signorina Dionisy, domandandola ai genitori. Egli, anzi, e più che mai, in faccia al mondo, in faccia ai parenti della ragazza, deve aver l'aria di ritirarsi, di non volere, di nascondersi, di sacrificarsi. Tocca alla ragazza di compromettersi, tocca alla ragazza di fare il dramma, e imporre il lieto fine.

Carlo Borghetti (che ha notato l'esitazione, la lotta interna del suo nuovo amico, gli si avvicina, ripetendo più lentamente) Devo ammettere da parte mia una cosa?... Una cosa sola?... Quale?

Giordano Mari (calmo, ma con forza) Dovete ammettere di essere molto innamorato della signorina Dionisy.

Carlo Borghetti (prorompendo, come spaventato) No! No! No!

Giordano Mari (mettendosi un dito sulle labbra) Zsst!... Non dite bugie, e non gridate tanto forte. Sveglierete la casa. Tutti dormono ancora.

Carlo Borghetti (il viso smunto, lucente di sudore e di lacrime; gli occhi pesti, bruciati dalla febbre; si guarda attorno, sorpreso, sbigottito. Il chiarore incerto delle due candele rischiara, or sì, or no, un angolo appena della camera vasta, profonda. Dalle grandi finestre spalancate si scorge un lungo tratto di cielo, fattosi più chiaro, più alto, più diffuso. Un soffio, quasi un alito fresco, leggero leggero, corre nella camera. È un gran silenzio intorno: un silenzio di ombre, infinito; la quiete d'ogni cosa viva. Come il mondo, tutto il mondo, sembra lontano lontano, in quell'ultima ora della notte! Come sembra indifferente quella moltitudine inoffensiva, quasi morta nel sonno).

Giordano Mari (gli prende una mano stringendola forte, con tenerezza) L'amore, giovane amico mio!... L'amore non si nasconde. Voi siete innamorato della signorina Dionisy.

Carlo Borghetti. Ebbene, sì; sono stato (con uno sforzo) innamorato della signorina Emma, ma la crisi è passata. (Nervosamente) Ormai è passata, è superata. Non parliamone più. Voi me lo avete chiesto: a voi, a voi solo, sento il dovere di confessarlo. Ma colla stessa lealtà, colla stessa franchezza vi ripeto: d'ora in poi, come sono amico vostro, sono amico suo. Un amico onesto; un fratello per tutti e due: l'ho promesso anche alla signorina Dionisy. Dovete credermi ed essere sicuro di me, perchè mi dovete stimare.

Giordano Mari. La vostra amicizia? L'accetto, ne sono orgoglioso. Anzi, colla mia testarda sincerità, vi dirò di più: la cercavo, la desideravo. Dunque, «amico mio», sì. Ma... volete essere soltanto amico anche della signorina Emma? Voi l'amate... (s'interrompe: si preme una mano sul cuore, come per soffocarne i palpiti precipitosi) Voi l'amate: soltanto amico, della signorina Emma?... Perchè?

Carlo Borghetti (ha un lampo negli occhi, il cuore gli fa un sobbalzo, ma rimane muto, incantato, guardando Giordano, senza osare di interrogarlo, di parlare).

Giordano Mari (si preme la fronte e sospira: un momentino di pausa per raccogliere tutte le forze; poi riprende a bassa voce, con gravità, quasi solenne) Siamo stati matti un po' tutti; ed io, lo confesso, è stato solo per cinque minuti, ma... (un altro sospiro, l'ultimo) sono stato matto più di tutti. (Mettendosi a posto con un'alzata di spalle) Io ero lontano dalla realtà, dalla verità, dal possibile, persino dalla logica. Sediamo, torniamo a sederci, e per cinque minuti parliamoci sul serio. Che cosa vi abbia detto la signorina Emma per mettervi alla disperazione, non so, non voglio sapere, non ho diritto di sapere. Sì, anch'io, lo confesso, anch'io ho la mia parte di torti, di colpa. Anch'io ho subìto una seduzione dolcissima, un improvviso stordimento. Non ve l'ho detto? Anch'io ho avuto i miei cinque minuti di pazzia, ma, ripeto ancora, e posso dire con orgoglio, furono soli cinque minuti. Quel primo giorno ch'ero a Milano, quel giorno della mia maledetta, malaugurata conferenza; quell'espressione incantevole di sincerità, gli occhi, la bellezza pura, angelica, l'intelligenza della signorina mi hanno colpito, colpito al punto... (con un mesto sorriso), che io, sin da quel primo giorno, a costo di sembrare ineducato, non ho più cercato di rivedere la... la signorina; anzi, ho fatto di tutto per sfuggirla. È stato quell'insistente seccatore del Barbarani che, per forza, ha voluto condurmi e presentarmi alla signora Letizia; è stato il cavalier Venceslao che è venuto a cercarmi apposta, all'hôtel, all'Archivio di Stato, all'Ambrosiana, perchè non mancassi al suo concerto; e stasera, appunto, ho avuto un lungo colloquio colla signorina, colloquio in cui le ho espresso la più viva simpatia e l'ho pregata anche di volermi un po' di bene... come una figliuola al suo babbo.

Carlo Borghetti (vivamente) Ma...

Giordano Mari (con forza, con maestà) Come una figliuola al suo babbo; perchè io sono molto più attempato della signorina Emma, e non mi sento di diventare ridicolo; perchè la signorina Emma è molto ricca, ed io, che sono quasi povero, non mi sento di diventare... un mantenuto di mia moglie. Perchè io sono filosofo razionalista e la signorina Emma è credente, è cattolica; perchè, infine, le mie idee e i miei principii, le mie aspirazioni, in fatto di politica e di ordinamenti sociali, sono precisamente agli antipodi con tutto il legittimismo reazionario, con tutto il detrito spagnolesco e austriaco di casa Dionisy. Parlo chiaro?

Carlo Borghetti (con impeto) Ma Emma mi ha detto...

Giordano Mari (imponendogli di tacere: protendendo le due mani aperte: voltando, torcendo indietro il capo per non sentire) Quello che possa avervi detto la signorina, non so: non voglio sapere; non ho diritto di sapere. Vi ripeto — sì, — ho avuto cinque minuti di pazzia, come voi avete avuto la vostra crisi... nervosa. Ma gli uomini devono guarir presto, e noi siamo uomini: infatti, voi ormai siete più calmo, ed io ricomincio a ragionare. Vedete? (indicando verso la finestra) Ecco il mattino, come dice Shakespeare, che lievemente librandosi pare in procinto di slanciarsi sulla terra! A letto, andiamo a letto, amico mio; voi, per rialzarvi più forte, dopo qualche ora di riposo, e con tutte le vostre più belle e più care speranze nel cuore. Io, con un amico prezioso (con mesto sospiro) e colla costanza, la forza e il conforto del lavoro.

Carlo Borghetti (senza esitare, con uno slancio generoso) Se non volete, se non posso dirvi di più, vi devo dir questo, però: vi assicuro; voi siete in errore riguardo ai sentimenti della signorina Emma.

Giordano Mari (con mestizia) Ho quarant'anni, e sono quasi povero. Volete ripeterglielo voi, da parte mia, a quella cara figliuola?

Carlo Borghetti (torvo, accigliato) No.

Giordano Mari. Sta bene. Le scriverò io stesso, prima di partire.

Carlo Borghetti (vivamente: con un guizzo di gioia che non può frenare) Partite?

Giordano Mari. Appena avrò pronto tutto il materiale che mi può occorrere; documenti, note, memorie inedite per la mia monografia.

Carlo Borghetti (subito) So, so! Ambrogio vescovo nella civiltà de' suoi tempi.

Giordano Mari. Appunto. Anzi, vi dirò che il mio editore...

Carlo Borghetti. L'Amodei?

Giordano Mari. L'Amodei... mi ha detto che voi avreste potuto essermi molto utile, per affrettare alcune mie ricerche.

Carlo Borghetti (diventa di nuovo melanconico, scrollando il capo, borbottando fra sè) Tanto lavoro, tante speranze... Tutto inutile!

Giordano Mari (sempre attentissimo: studiandolo) E non fu solo l'Amodei; tutti quelli cui ho parlato del mio argomento, pareva lo facessero apposta, venivano fuori col vostro nome. — Ma lei deve farsi presentare all'architetto Borghetti! — Ma lei deve cercar di conoscere l'architetto Borghetti! — ed io — vedete come sono sempre sincero? — (ridono gli occhi e sembrano ridere anche i denti bianchi) io, a costo anche di riuscirvi importuno, non solo ho voluto conoscervi, ma diventare anche vostro amico... per sant'Ambrogio!

Carlo Borghetti (ridendo a sua volta, ma con un riso amaro che sembra errare tristemente sulle labbra scolorite) Vi avrà parlato di me, monsignor Strada?

Giordano Mari. Il parroco mitrato di Sant'Ambrogio? Altro che! Vi ha definito il «Saturno degli archeologi» perchè vi mangiate i vostri figliuoli... cioè, perchè i vostri studii, le vostre note, i vostri commenti, li fate ingoiare dalle enormi fauci dei vostri cassetti, sempre aperte per ricevere e sempre chiuse, dopo.

Carlo Borghetti. Bel tipo, quel monsignor Strada!

Giordano Mari (alzandosi in piedi: la mano appesa, col pollice, al taschino del gilet: la sua solita attitudine di conferenziere) Bel tipo; interessantissimo e singolare. Un bel prelato del Velasquez, ammorbidito, spiritualizzato da un pennello fiorentino! Quanta irrequietudine intellettuale sotto quell'apparente placidità fisica! E che passione gelosa, che ambizione superba, da monarca, per la sua illustre basilica!

Carlo Borghetti (stanco, sudato, continua a ripetere) Bel tipo!... (Ad un tratto, gli passa l'immagine di Emma dinanzi agli occhi; si scuote, si alza, trasalendo) Colla sua mansuetudine e la sua transigenza politica e mondana, serba la tradizione un po' ribelle dei parroci mitrati, anche di fronte alla Curia.

Giordano Mari (come il gatto che scherza col topolino: sempre pronto a ghermirlo) Io me la godo, come suol dirsi, a osservare quella sua grave pinguedine, la carnagione latte e vino, la mano morbida, dalle unghie rosee, periate, come quelle della più bella fra le sue aristocratiche penitenti.

Carlo Borghetti (corre col pensiero alla manina di Emma, e gli par di vederla nella mano di Giordano Mari: alzandosi di colpo) E, all'Ambrosiana, avrete conosciuto il prefetto, don Galimberti?

Giordano Mari. Oh, anche lui; tante volte mi ha fatto il vostro panegirico! Vi vuol molto bene. Ha per voi una grande ammirazione. (Compiacendosene: con ambizione) Che buon uomo! Sapete? Siamo diventati quasi amici. (Riprendendo la conferenza e di nuovo facendo penzolare la mano sul gilet) Quell'uomo serio, macilento, tranquillo, è un mostro di erudizione. Fa spavento. Lo stavo a sentire, queste mattine, magari per un'ora intera, e ne rimanevo sbalordito.

Carlo Borghetti (socchiudendo gli occhi come evocando l'immagine del buon prete; poi sorridendo, accarezzandola con uno sguardo affettuoso) Con quella sua vocetta sommessa, rassegnata, che sembra una preghiera, vi dice una dopo l'altra le cose più complesse, più remote, più varie...

Giordano Mari (Interrompendolo: tuonando) E che memoria! Le date, poi!... L'anno, il mese, il giorno! È portentoso!

Carlo Borghetti. E par sempre che domandi agli altri; che non ricordi, che dubiti!

Giordano Mari (cambiando voce: fissandolo negli occhi: lentamente) E tanto monsignor Strada, quanto don Galimberti, mi hanno assicurato che voi possedete tesori... tesori. — Aiutatemi! (Risoluto, con un'espressione strana, che il Borghetti osserva a volo, con un tremito, diventando prima rosso, poi ancora più pallido) È perchè voglio partire, devo partire. Soltanto per questo vi dico: aiutatemi!

Carlo Borghetti (un po' balbettando) Sì, infatti. Anch'io, per molto tempo, ho lavorato, ho pensato allo stesso vostro soggetto.

— Tesori!... Tesori, m'hanno detto. Avete raccolto tesori.

— Poi, un bel giorno... Un bel giorno? Un giorno qualunque. Non ci son mai stati bei giorni per me. Un giorno, mi vien dato l'incarico della ricostruzione del monastero di Pontida; e allora, addio sant'Ambrogio e Teodosio; addio Marcellina e Susanna; Susanna la vergine caduta, la vergine innamorata. — L'amore, sempre l'amore! — E, invece, Federico Barbarossa e la Lega Lombarda — il Carroccio e la Battaglia di Legnano...

Giordano Mari. E sant'Ambrogio?...

Carlo Borghetti (di nuovo stanco, abbattuto, la testa pesante) A dormire... (sbadigliando) L'ho messo a dormire.

Giordano Mari (afferrandogli tutte e due le mani) Fatemi partire... (scotendolo) Fatemi partir subito da Milano.

Carlo Borghetti (rimettendosi: fissandolo a sua volta) Tutto ciò che vi occorre, è vostro: ma non per farvi partire: restate.

Giordano Mari. Quando posso venire? Quando mi volete? Oggi? (coll'aria di esser lui che compie un sacrificio e insieme un atto generoso) Voglio oggi. Dopo colazione? Al tocco? (si ricorda del suo appuntamento con Fanny, e non lo vuol perdere, tanto più che — non si sa mai! — potrebbe essere anche l'ultimo) No; dopo colazione non posso. Mi devo trovare all'Archivio di Stato. (Tirando il colpo) E adesso? Un momentino? (Prendendolo sotto il braccio, stringendolo con effusione, guardandolo sorridendo) Un momentino?... Adesso?... Sì?... I nostri studii prediletti!... Sono la nostra forza! Il nostro conforto! La vita; la vita nuova! Dopo una cattiva notte, ricominciamo una buona giornata! (Tenendolo sempre stretto affettuosamente sotto il braccio, indicando appunto dove immagina sia lo studio del Borghetti, quasi coll'invito, col molle atteggiamento di una cocotte) Là?...

Carlo Borghetti. Mi promettete prima di non partire? Resterete a Milano?

Giordano Mari (baciandolo sulla fronte) Quanto sei buono, grandemente buono!

XII. Sant'Ambrogio.

Carlo Borghetti e Giordano Mari entrano nello studio ancora buio. Carlo Borghetti apre la finestra: è uno studio severo, raccolto: le pareti ricoperte da alte e ricche librerie, ornate dall'ingorda biscia viscontea, e in perfetto stile coi mobili severi, massicci, coperti di pelle a fregi istoriati. Non una penna, non un foglio di carta fuori di posto: fuori di posto, in quel luogo, in quel momento, sono quei due uomini dai frak polverosi, colle cravatte a sghembo, e sulle cui faccie stanche, smunte, giallognole, stride la purezza della luce mattutina.

Giordano Mari. Quanto ordine in questo studio! Chi direbbe che è l'officina di uno dei nostri più instancabili lavoratori?

Carlo Borghetti. Non è lo studio dell'architetto; qui non ricevo i clienti. È il mio studio particolare, in cui non entra, e raramente, altro che qualche amico.

Giordano Mari (pronto, accettando per sè quell'«amico») Non abuserò.

Carlo Borghetti cerca fra il mazzo delle chiavette; va ad aprire lo sportello d'uno degli armadioli, che formano il ripiano, tutto all'ingiro, sotto gli scaffali dei libri, e ne leva una lunga cassetta, anche questa pur chiusa a chiave, e la porta di peso sulla scrivania.

Giordano Mari (seguendolo sempre coll'occhio: sempre in ammirazione) Sei maraviglioso! Come hai tutto a posto: le tue carte in pieno ordine, raccolte ne' loro cassetti, come le idee nella testa. Bravo!

Carlo Borghetti (aprendo e sollevando il coperchio della cassetta) Sono un pedante. Il disordine, la confusione in chi lavora... è un perditempo.

Giordano Mari. Anch'io sono come te. (Lanciando un'occhiata rapida sui molti fascicoli e sui pacchetti di cartelle, allineati, legati ad uno ad uno, numerizzati, che riempiono tutta la cassetta: con una certa monelleria soddisfatta) Ed ecco — non è vero? — gran parte di ciò che rimane dello spirito, dell'anima... del nostro caro Ambrogio.

Carlo Borghetti. Sì; del grande Ambrogio. Del santo, veramente santo, nel senso filosofico della parola: santo perchè giusto. E chi più giusto di lui? (Siede alla scrivania e accenna al Mari una seggiolina accanto, più bassa) Quale poeta non ha sciolto un inno al sole? Eppure, io sfido anche... (prova qualche difficoltà, per la sua naturale ritrosia, per la sua selvatichezza, a dargli, così subito, del tu) io sfido anche te, a dirmi di chi sia quest'invocazione, così ispirata e pura, degna di Francesco d'Assisi:

Tu, lux, refulge sensibus, Mentisque somnu discute...

(Gli dà la cartella e lascia che il Mari, stupito, prosegua in silenzio la lettura).

Giordano Mari. Come?... Ambrogio?... Sant'Ambrogio?...

Carlo Borghetti (scegliendo un altro foglietto) È il canto del gallo. (E mentre legge la prima strofa, la sua faccia sembra ricomporsi, il suo occhio ritorna vivo, scintillante).

Surgamus ergo strenue, Gallus iacentes excitat; Et somnolentos increpat, Gallus negantes arguit. . . . . . . «Dei tristi che rinnegano Il gallo è accusator!»

Sono inni armonici, canti descrittivi, liriche maravigliose, nella loro semplicità. A te, prendi, leggi il canto del Natale: «A solis ortus cardine — Ad usque terrae limitem». A te il Passio Laurentii martyris (e ad uno ad uno gli passa quei fogli preziosi).

Giordano Mari (li afferra con le dita tremanti, li scorre con uno sguardo rapido, aggrottando le ciglia, fissando gli occhi bramosi, trovando subito la nota, il riscontro, il punto più importante, colla pratica dell'usciere che cerca una cifra in una carta bollata; poi, sempre guardando, esaminando le preziose cartelle, si avvicina, per vederci meglio, alla finestra aperta, mentre il cielo si sbianca sempre più e di lontano, dalla via e dalla casa, giungono i primi rumori, i primi indizi del giorno che ricomincia) Io non sapevo, cioè sapevo, ma non fino a questo punto. Ambrogio poeta...

Carlo Borghetti (a mano a mano dall'abbattimento, dalla cupa taciturnità di prima, passa ad un'espansione vivissima, cordiale, ad un abbandono senza limiti) Ambrogio poeta?... Ma è tutto un tesoro, tutta una rivelazione, una miniera! Semplicità, ispirazione, impeto lirico, fervore sacro...

Giordano Mari. E mi lascieresti vedere?... Potrei portare con me... per qualche giorno?...

Carlo Borghetti. È tutto tuo, roba tua. Prendi! Prendi! Fa conto che questo lavoro di amanuense io l'abbia fatto per incarico tuo. Tu eri a Padova, io a Milano: mi hai scritto, io ti ho servito, ti ho accontentato, ben lieto di accontentarti.

Giordano Mari (tra l'ansia, l'inquietudine, un po' di esitazione, e nello stesso tempo la smania di avere tutto) Ma poi, se qualcheduno venisse a saperlo ed esagerasse... l'importanza della cosa? o svisasse i fatti per farmi danno?... per combattermi?... È così pieno il mondo — e il nostro mondo specialmente — di invidiosi, di calunniatori. Se un giorno si venisse a sapere...

Carlo Borghetti (distrattamente) Sapere? Come? E poi sapere che cosa? Non è mio, come non è tuo: tutto questo è di lui. (Tornando ad infervorarsi nel suo argomento) È ciò che ha dato, ha creato, ha rivelato, anche nei versi, quella sua mente poderosa, complessa di romano fiorito sul limitare della barbarie; ed io... io non ho avuto altro che la pazienza di raccogliere, di ordinare...

Giordano Mari (ripiegando i foglietti dei versi per portarseli via) E la fortuna di poter disseppellire, scovare...

— Già; pazienza e fortuna. Ho rintracciato tutto, o almeno quasi tutto: liriche, inni, salmi. Il Biagi ed il Venturi avevano intuito, sospettato appena...

— Tu hai avuto più fortuna, e colla pazienza sei andato fino in fondo.

Carlo Borghetti. Fino in fondo: sì, proprio, fino in fondo. Oh, qui c'è tutta racchiusa la grande anima! Tutto il pensiero di quell'uomo strano che visse in tempi più strani ancora. (Traendo dallo stipo altri fascicoletti di cartelle) Ecco qui i ritratti di Ambrogio. Che gemme di miniature! Sono sulla cartapecora: fregi di antichi messali. Guarda in questo pezzettino di raso: che ingenuità di disegno, ma che vivezza di espressione! Ecco un mio vanto. Chi mai ci ha pensato ai ritratti di Ambrogio?... E qui le sue missioni politiche, ma le inedite. Poi, tutta la verità contro la leggenda nelle sue lotte cogli ariani. Poi, la storia soave e cara di sua sorella Marcellina... E qui la sua crociata contro il lusso delle signore, a' suoi tempi, e contro le crapule e i banchetti. Sint pura cordis intima... E qui Agostino d'Ippona e la regina Frigitilla, e qui le lettere e qui la morte... la morte. (Ad un tratto l'immagine di Emma gli riappare più viva che mai, più bella che mai: tutto il suo entusiasmo si spegne, egli ricade di nuovo, affranto, esausto sulla poltrona, le gote smorte, i lividi profondi, sotto gli occhi fissi, immoti. Con voce cupa, con un atto che fa capire all'altro di andarsene, perchè egli ormai vuol restar solo: dimenticandosi di dargli del tu) Prendete, prendete tutto. Andate; sono stanco. Vi manderò tutto all'albergo.

Giordano Mari. Oggi stesso. Te ne prego: hôtel Bella Venezia. E poi, che serve? Dammi qua! Porto io, con me, senz'altro; senza incomodar nessuno. Ecco un giornale! Il Figaro!.. E se non basta, ne prenderemo due. Permetti, non è vero?

Dopo fatto il pacco:

Giordano Mari. Ed ora, un ultimo favore.

Carlo Borghetti (alza appena gli occhi: lo guarda quasi con una timidezza supplichevole: sente dentro di sè, ha lo sgomento, lo spavento che gli parli ancora di Emma).

Giordano Mari. Devi permettere, mi devi concedere, che io intitoli al tuo nome, così simpaticamente illustre, il mio Sant'Ambrogio. Lo devo a te, per un debito di riconoscenza; e lo devo un po' anche a me stesso, agli scrupoli della mia delicatezza. (Vedendo che l'altro vorrebbe opporsi: insistendo) Va bene, va bene. Adesso non devi rispondere, adesso non devi dirmi nè sì, nè no. Te ne scriverò... forse, domani stesso; da Padova.

Mezz'ora dopo:

Carlo Borghetti è ancora nel suo studio; è ancor seduto, sprofondato nella poltrona, dinanzi alla scrivania, col capo fra le mani. Pensa ad Emma, sempre ad Emma, con un rimorso nel cuore, che si fa sempre più vivo, più acuto: ha dato al Mari, proprio al Mari, gli ha ceduto le sue carte, lui così avaro, così geloso de' suoi studii, de' suoi documenti, delle sue raccolte. E lo ha fatto soltanto perchè egli parta; per farlo andar via più presto.

Ed Emma? Emma? Emma che lo ama, quel Giordano Mari!

Povera Emma!

XIII. I fiaschi di Nino Sebastiani.

Salotto da pranzo in casa Dionisy: la mattina dopo il concerto: le dieci: l'ora della prima colazione.

Il cavalier Venceslao seduto alla tavola bianca elegantemente imbandita: il collo avvolto nell'ampio foulard, il naso un po' gonfio, un po' rosso e un po' intasato per la veglia e la fatica delle emozioni artistiche, fa colazione con discreto appetito: caffè e latte, panini arrosto e miele.

La signora Letizia. In fondo alla sala da pranzo: nel suo angolo prediletto della mattina, con accanto il piccolo tavolino, apparecchiato soltanto per lei: vestaglia vaporosa, veli, mezzi guanti di filo, sotto i quali luccicano le gemme degli anelli: melanconica, di cattiva voglia, tuffa nella sua tazza di cioccolato sospiri, lamenti e chifel.

La signorina Emma: non c'è. Il suo posto a tavola, in faccia al cavalier Venceslao, è ancora vuoto.

Venceslao (al cameriere) La signorina è stata avvertita?

Cameriere. Sissignore.

Venceslao. Avvertitela ancora.

La signora Letizia (a Venceslao: uscito il cameriere) Emma, ieri sera, si è condotta malissimo: non vuol capire che è ancora ragazza: è stata un'ora sul terrazzino, sola, con quel Mari. Anche il dottore, capirai, è rimasto molto contrariato. Dopo tante raccomandazioni, tante prediche, ha tenuto col Sebastiani un contegno... ancora più impossibile.

Venceslao (sussultando, colla vocina inviperita) Per questo ti dirò che il vostro Sebastiani è stato lui, a sua volta, molto scorretto. Ha chiacchierato, ha parlato tutta la santissima sera. Anche durante il quartetto!... È pochissimo gentile codesto vostro Sebastiani!... Dirò, anzi, pochissimo educato; e, per parte mia, dichiaro a te e anche al dottore: se ad Emma non accomoda, io me ne lavo le mani.

La signora Letizia (con calma: lentamente) Tu farai e dirai ciò che sarà necessario di dire e di fare. Intanto, ricordati, le farai le tue osservazioni per ieri sera. (Un gran sospiro) Io sono troppo stanca di sentirmi poco bene, per dovermi sempre inquietare.

Un fruscìo di vesti e un ritmico tic-tac, risonante sui parquets.

La signora Letizia. Eccola. Mi raccomando. (Premendosi la fronte con una mano, perchè teme un principio dell'emicrania) E parlate sottovoce.

Emma (tutta rorida, tutta fragrante nell'abitino tutto rosa) Buon giorno!... Buon giorno!... Dio, Dio, come ho dormito tardi! Buon giorno, mamma! (Leggera leggera, quasi di volo, corre ad abbracciare la signora Letizia, che si lascia toccare appena per timore di spettinarsi. Saltando sulle ginocchia del cavaliere Venceslao) Buon giorno, papà!

Venceslao (si asciuga prima i baffi e la barba, poi le offre gravemente le due guance: allontanandola da sè) Adesso, va; siediti al tuo posto e fa colazione; dopo, io avrò da parlarti.

Emma (interrompendolo: sapendo di fargli piacere) E la Perseveranza? Dice qualche cosa? Parla del concerto?

Venceslao (dandole il giornale: sempre assai gravemente) Un articolo fatto bene. Non ha dimenticato nessuno. (Riprendendo, mentre sceglie un altro panino arrosto, il discorso di prima) Poi verrai con me nel mio studio: discorreremo a lungo.

Emma (mentre il cameriere, che è rientrato, le prepara la colazione, apre e scorre il giornale).

Venceslao. Ho da farti le mie osservazioni per ieri sera.

Emma (d'un tratto: vivamente) Fiasco!... La commedia di Nino Sebastiani ha fatto un gran fiasco! (Leggendo forte) «I cavalli del sole», dramma in tre atti di Stefano Sebastiani al Costanzi di Roma: — primo atto, silenzio: secondo, interruzioni, mormorii: terzo, disapprovazioni insistenti. Il dramma, ibseniano nel concetto, sembrò troppo ingenuo e prolisso nello svolgimento» Oh, povero Sebastiani!

La signora Letizia (alzandosi sulla poltrona: a Venceslao: marcatamente) Ma... ma tu non avevi letta la Perseveranza?

Venceslao (stupito) Io, no... cioè sì. (Dopo un momento, sentendo gli occhi di sua moglie sopra di sè, e volendo rimediare alla propria inavvertenza, riprende con calma tutta la maestà dell'uomo superiore) Fischiato?... Che cosa vuol dire? (Stringendosi un po' nelle spalle) E la prima del Nabucco? E la Traviata a Venezia? Fischiato? Il dramma, come si chiama?

Emma. I cavalli del sole.

Venceslao (con un sorriso amabile: compiacendosi del titolo) I cavalli del sole. Mi piace. Io già mi son sempre detto: — consoliamoci! — non si fischiano molto, altro che i capolavori.

Una lunga sonata elettrica dalla portineria.

Emma (contenta della diversione) Il dottore! Quel caro dottore!

Rientra il cameriere: apre l'uscio aspettando il dottore, e aspetta un pezzo.

Il dottore (finalmente, entra, soffiando, sospirando: guarda tutti in giro con occhio fosco: la barba spettinata gli fa il viso storto e la cera ancora più truce).

Il cameriere (adagio, gli versa la sua tazza di caffè, poi se ne va, in punta di piedi).

Emma (allegramente) Che brutta faccia, dottore! Sembri il re Erode, dopo la strage degli innocenti!

Il dottore (la fissa serio, accigliato, scrollando il capo per tutta risposta: passo passo, attraversa la stanza e si ferma dinanzi alla poltrona della signora Letizia. La guarda lungamente, strizzando gli occhi per raccogliere la luce)... Sicchè?

La signora Letizia (battendo le palpebre: con una vocina flebile, come fosse lì lì per piangere o per svenire) Ha sentito, non è vero, del nostro povero Sebastiani? Così buono! Così caro!

Il dottore (sempre truce, non risponde: continua a studiarla, a scrutarla, poi le tocca la fronte, le tasta la mano) Sicchè? Dopo lo strapazzo di ieri sera? È stata quietina? Ha potuto dormire?

La signora Letizia (allungandosi, stendendosi voluttuosamente sotto lo sguardo fisso del dottore, come una gattina che fa le fusa) Avrò dormito forse qualche mezz'oretta; ma mi sono risvegliata stanca.. stanca... stanca... (Fa una sforzo per tirarsi su).

Il dottore (accorre per aiutarla, per sorreggerla).

La signora Letizia (dimenando la testa sulla poltrona; alzando, stirando le bellissime braccia che escono nude fin sopra i gomiti dalle maniche larghe, soffici, che le si riversano sulle spalle) Ma, dica, è proprio vero del Sebastiani? O ci sarà qualche esagerazione?

Il dottore. Vediamo, la mia tosa, da brava. (Le fa la solita ispezione alle gengive, alla lingua, alla gola; scrolla il capo, sospira, le ordina di riposare, di guardar bene di non inquietarsi; e poi si avvicina passo passo al cavalier Venceslao).

Venceslao (dopo avergli mostrato la lingua) I cavalli del sole? Io, per me, non lo ritengo un fiasco. Non ho ragione, dottore?

Il dottore (con due dita, delicatamente, gli solleva le palbebre) Già: le sclerotiche sono ancora un po' gialline (pausa). Continueremo colla Vichy. (Sempre passo passo va a sedersi dove il cameriere gli ha messa la seggiola, e gli ha versata la tazza di caffè; ma senza passare da Emma, senza nemmeno guardarla: il che vuol dire che è molto in collera con lei) Dunque, Nino Sebastiani... Mah! (Pausa; poi continuando fra una sorsata e l'altra di caffè) Del resto, era cosa facilmente prevedibile. Io l'ho sempre detto anche a sua madre: i giornali, i teatri, le commedie vanno sempre a finire in dispiaceri! Offelee fa el to mestee. (Con un'alzata di spalle e un'altra sorsata) Il successo! Il pubblico! Intanto, per cimentarsi col pubblico, bisogna essere di quel ceto di persone — vero? — che non hanno niente da perdere: nemmeno la salute. (Pausa: depone la chicchera vuota: si asciuga la barba) Il telegramma da Roma è arrivato stanotte. Nino era qui al concerto. Sua madre si è spaventata (sospirando) e stamattina ha avuto uno dei suoi accessi. Quell'altro, il Nino, è verde come il sacco del fiele. Non mi stupirei se gli venisse la febbre: sicuro, con un seguito di cattive digestioni, di gastralgie. Mah!... E intanto in ballo ci sono io e devo correre.

Il cavalier Venceslao (rimane meditabondo, le braccia al sen conserte).

Emma (quietamente, dà fondo al caffè e latte, alle uova, e a tutto il piatto dei panini arrosto).

La signora Letizia (dal fondo: con voce di dolore) E non si replica nemmeno?.. È caduta senza rimedio?

Il dottore. Una catastrofe. Avete letto la Perseveranza? Bene: è ancor niente. Bisogna leggere la Lombardia. È stato Guido Bardi; me l'ha portata al Cova; era spiacentissimo anche lui del cattivo esito di Roma, per quanto avesse egli pure preveduto l'insuccesso. Voler fare l'Ibsen?... Ci vuol altro! (leggendo la Lombardia con voce sepolcrale) Ecco qui: «I cavalli del sole, dramma ecc. ecc. Primo atto, mormorii: secondo, interruzioni, disapprovazioni: terzo, risate, urli e fischi. Il dramma, che avrebbe voluto essere simbolista, non è riuscito altro che una vuotaggine noiosa, inconcludente!»

Emma. Oh, povero Sebastiani! (E, più che per altro, per la faccia comicamente costernata del dottore, trattiene a stento un risolino che per forza le vuol bucare gli occhi vispi e le gote rotonde e morbide) Povero Sebastiani!

Il dottore (voltandosi, guardandola, e dopo averla guardata non potendo a meno di rasserenarsi) Ecco, se questo tuo sentimento diremo di... (si ferma, si gratta la barba con malizia) diremo — va bene? — di simpatia, fosse proprio spontaneo, starei quasi per dire, ecco appunto che da un male ne segue un bene. (Alzandosi gaio, prendendo sotto braccio Emma per condurla sul terrazzino: voltandosi verso la signora Letizia) Permette — vero? — La confesserò io questa mia tosa!... (minacciandola scherzosamente con la mano) E le darò anche la penitenza per ieri sera. (Appena sul terrazzo, alla luce chiara del mattino, il dottore fa la sua ispezione anche al viso di Emma; ma ne rimane soddisfattissimo) Continui — vero? — colle presine di fosfato?

Emma. Sempre: una alla mattina; una alla sera!

(Il dottore dandole un leggero buffetto sulla gota in segno di approvazione e di ammirazione) Brava! Ma, adesso, il faccino è così bello, la nutrizione così perfetta... direi... si potrebbe anche sospendere. Per la salute — vero? — le cure, i riguardi, il cambiamento d'aria, il moto, le distrazioni, tutto ciò va benissimo, ma non basta; anzi, in certi casi — mi capirai più tardi — terminano col far male, appunto perchè fanno stare troppo bene. «Tutto a suo tempo;» questa è la regola generale per ogni prescrizione. E da un po' di giorni, basta guardarti in faccia perchè ognuno diventi dottore; cioè, possa subito indovinare che cosa è ormai tempo di ordinarti. (Ride soddisfatto di questa sua scappata: la ripete un paio di volte: poi ritorna serio, ritorna grave e riprende colla solita lentezza) Dunque, si sarebbe detto, appunto, un momento fa, colla signora Sebastiani... (si ferma, fissa Emma negli occhi).

Emma (che comincia a diventar nervosa prevedendo dove il dottore vuol andar a finire) Che cosa?... Si sarebbe detto, che cosa?... Fa presto! Ho la lezione di piano.

Il dottore (fissandola sempre con malizia bonaria) La maestra di piano. (Pausa) La maestra aspetterà. Si tratta di cosa ben più importante. Insomma, — per venire a una conclusione — sentiamo; a che punto sei con questo Nino Sebastiani?

Emma (diventando più rossa delle sue stesse labbra) Come? Non ti capisco!

Il dottore. Vi siete spiegati, sì o no? (Vedendo che Emma sempre più nervosa, e da rossa diventando pallida, si ostina a non voler capire) Benedetta la mia tosa! È un anno che questo Sebastiani ti viene per casa, è un anno che ti segue dappertutto, è un anno che per causa tua si arrabbia, si inquieta — come ieri sera, per esempio — e dopo risponde male a sua madre. Sai — vero? — che la signora Sebastiani ha un vizio di cuore? (Pausa, sospiro) Da una parte bisogna ricorrere alla digitale; dall'altra al chinino o alla fenacetina. (Alzando la voce: riscaldandosi) Cara mia, se non hai capito tu, ha capito ormai tutta Milano, e per questo è ora e tempo di venire ad una conclusione.

Emma (è arrabbiata: increspa le ciglia, allunga il musetto: la voce roca, aspra, con un'alzata di spalle) Tu... Fammi il piacere! Finiscila!... Hai capito?... Finiscila!

Il dottore. Quel povero Sebastiani! Si vede lontano un miglio! È innamorato morto. Innamorato e geloso. Ieri sera, per esempio, con quell'altro là di Padova, sei stata un po' troppo a discorrere (Pausa: sospiro significantissimo). Sebastiani non ne poteva più; e intanto quella matta della d'Arborio andava in estasi, lei, per suo conto. Da brava: facciamo giudizio. È un bel giovane; il matrimonio è conveniente sotto tutti i rapporti. Non ci può essere — vero? — nessun ostacolo? E dunque, tutto a suo tempo: il tempo è venuto anche per te e facciamola finita. (Prendendole una mano e accarezzandogliela con affetto sincero, con tenerezza, e accarezzandola anche cogli occhi diventati buoni e dolci) Pensa, la mia cara Emma, che il tempo, per le ragazze specialmente, passa in un lampo. Come le rose; proprio come le belle rose. Un giorno di più di sole, o un giorno di più di acqua — vero? — e addio: i bei petali se ne vanno, e resta un torsolo.

Emma (col capo chino, pallida, sconvolta, agitatissima: tutta vibrante: una pila elettrica) Intanto, credo... anzi, sono certa, ti sei sbagliato. A me, il signor Sebastiani non ha detto in proposito nemmeno una parola.

Il dottore. No? Non ti ha detto niente? E che importa, anche se non ti ha detto niente? Via, da brava. Sei sempre stata sincera, e adesso, con me, devi esserlo tanto più. (Ridendo) Anche se lui non ti ha detto niente, tu, per parte tua, hai capito tutto!

Emma (in collera: rivoltandosi) Ti dirò, per altro... Mi stupisce che tu, proprio tu, mi faccia simili discorsi. E in questo modo! E in questo tono! Ho mio padre e ho mia madre. Non tocca a te.

Il dottore (la guarda, la fissa; diventa seriissimo: poi la lascia sfogare, le lascia passar la collera, e intanto cammina su e giù pel terrazzino, ficcandosi le dita nel taschino del gilet, giocando, al solito, nervosamente, colle chiavette: dopo qualche tempo si ferma, torna a guardare Emma; scrolla il capo, fa un gran sospiro).

Emma (pentita, con effusione: stendendogli tutte e due le mani) Perdonami.

Il dottore. Perdonarti? Figurati! (Continuando ad osservarla, a studiarla, a scrutarla e a far risonare le chiavette) Ma, pur troppo, starei per dire, non basta perdonarti: per il tuo bene vorrei anche convincerti. E invece... (sospira) non vorrei, sul più bello, avere sbagliato la diagnosi (pausa)... ed essere andato fuori di strada. Cioè, tu, per conto tuo — vero? — avrai capito tutto, ed esser io, viceversa, quello che non ha capito niente. Insomma, senti, cara la mia Emma: lo vuoi questo Sebastiani, sì o no? Ricco, onesto, buono — adesso è geloso e non lo puoi giudicare; ma dopo, ne fai quello che vuoi: garantisco io. Anche per la salute. Al giorno d'oggi bisogna accontentarsi. E se ti ha fatto impressione l'incidente di Roma, a questo non ci devi pensare. Commedie non ne scriverà più. Sua madre, la signora Sebastiani, è una donna eccellente; e, come suocera, avresti in certo qual modo il vantaggio di non averla, perchè è sempre ammalata. Sua madre, per mio suggerimento, farebbe a Nino una grande intemerata: «Ti piace l'Emma Dionisy? Tu vuoi l'Emma Dionisy? E noi te la daremo volentieri, ma ad un patto: rinunciare per sempre alla manìa del teatro: non solo non devi più scrivere commedie, ma nemmeno sentirne; per schivare il contagio».

Emma (che intanto ha pensato sempre a Giordano Mari, ha pensato anche a quel sì o no, al quale deve rispondere: risoluta) Ebbene... no.

Il dottore (meravigliato) No? Che cosa?

Emma. No: è impossibile. Sento che è impossibile!

Il dottore (la guarda; capisce e non capisce).

Emma (gettandogli le braccia al collo con trasporto, con tutta la passione... per Giordano Mari) Ma tu, tu che mi vuoi bene, vorresti vedermi morire?

Il dottore (colpito) Morire? Che spropositi! Che c'entra il morire?

Emma. Ascolta: il Sebastiani, non lo voglio, non lo voglio, non lo voglio! Non lo amo: è impossibile! Se penso soltanto di doverlo sposare, mi diventa insopportabile, lo detesto; mi diventa antipatico; lo odio. Dunque, no; dirò sempre no, no e no! E se poi dovessi sposarlo per forza, se me lo faceste sposare per forza, prima morirei. Hai capito? E se mi vuoi bene, lo devi dire al babbo e alla mamma. Devi dire — tu che mi conosci — che io morirei (colle lacrime negli occhi e nella voce, tutta sconvolta, tutta febbricitante, fugge nella sua camera a rinchiudersi, a nascondersi).

Venceslao (dopo un momento: cacciando fuori il capo da una delle finestre che dànno sul terrazzo) Pst! Pst! Dottore... E così?

Il dottore (voltandosi: forte) Altro che I cavalli del sole! Un fiasco ancora più tremendo!

XIV. Giordano Mari alla signorina Emma Dionisy.

«Torno in questo momento da casa vostra, dove ho portato a vostra madre un biglietto da visita, per prendere commiato: nell'uscire, proprio sulla soglia del palazzo, mi sono incontrato col cavalier Venceslao. Salutandolo e ringraziandolo delle cortesie fattemi, gli ho espresso pure il desiderio, la speranza, di poter forse rivedere ancora la signora Dionisy prima di partire; il dispiacere mio, in ogni modo, di dovermi così allontanare senza poterle esprimere, anche a viva voce, tutti i sensi della mia devozione, della mia ammirazione e della mia riconoscenza. A queste effusioni spontanee d'un cuore espansivo, forse disadatto alle formalità cortigiane ed al sussiego dell'etichetta, certo sincero ed appassionato e ingenuo, il cavalier Venceslao rispose con una freddezza compassata e studiata, con una durezza così inattesa e immeritata, da indurre in me non so più se stupore o dolore amarissimo.

«Vostro padre (e per la sua età e per la sua condizione, toccava a lui ad essere il primo), vostro padre non mi stese la mano: io trattenni la mia, trattenni ogni slancio: il saluto mi si agghiacciò sulle labbra. Colpito, ma non volendo rispondere all'offesa, dignitoso e grave, mi raccolsi nel riserbo, nella fierezza altera dell'animo mio; sicuro della mia coscienza, sicuro di ogni mio sentimento, sicuro di ogni mio atto, di ogni mia parola, di ogni mio sospiro, così del passato come dell'avvenire; sicuro di poter nuocere forse a me stesso, non mai agli altri.

«Il cavalier Venceslao mi parlò con un tono quasi aspro, senza guardarmi in faccia. Eccovi le sue parole ad una ad una:

«Mia moglie, in questi giorni, è molto sofferente; non riceve altro che i parenti ed i pochissimi amici più intimi». Io feci un atto che esprimeva l'intenzione, l'offerta di una mia visita a lui stesso... Il volto così espressivo di vostro padre, quel volto in cui la bellezza, la bontà e l'intelligenza vanno a gara per suscitare e imporre la simpatia ed il rispetto, si mutò; divenne arcigno; non ebbe più che dell'avversione e dell'odio negli occhi.

«Grazie; ma io pure, in questi giorni, non posso ricevere alcuno. Ho molto da fare, dovendo assentarmi per la mia solita cura... di Montecatini».

«Signorina, oh, signorina Emma! Era un congedo questo; un congedo in piena regola, in tutte le forme; era un'offesa, un insulto fatto e immeritato; era la porta di casa vostra, che mi veniva chiusa in faccia. E da chi? Da chi?... Da vostro padre. Oh, signorina Emma, voi così buona e delicata e riguardosa e fiera, voi potete immaginare lo stato dell'animo mio, lo strazio del mio amor proprio, e del mio orgoglio. Un orgoglio — sì — lo confesso, eccessivo, smisurato, sospettoso; in relazione colla assoluta indipendenza del mio carattere, con tutta l'imprudente, la temeraria sincerità della mia vita.

Mi sono imposto il più severo, il più scrupoloso esame di coscienza, ed innanzi a voi, soave ed impeccabile, che eleggo giudice, ecco l'accusato, forse il colpevole; eccovi il mio cuore, tutta la storia infelice del mio cuore. Ed eccovi insieme la mia risoluzione, la mia ultima volontà. Siate giudice severa, ma imparziale; leggete questa mia lettera voi sola — per voi sola. — Oppure distruggetela, datela alle fiamme: — lo dovete; — è la mia confessione.

«Vedrò il Barbarani; egli mi conosce; egli stesso vi dirà come io sia ben risoluto a sacrificarmi, a perdonare, ad obliare ed a morire, non mai a deviare d'un punto dalla retta via, dalla dolorosa via del dovere. E il Barbarani — il mio buon amico, il nostro buon amico, il gentiluomo dal cuore leale e cavalleresco — vi consegnerà questa mia lettera.

«... Ebbene, sì! È un mese ormai che io sopporto le angoscie del silenzio, che io mi struggo nell'ardore secreto che mi consuma... Io parto; voi non mi vedrete mai più; noi non ci vedremo mai più. Ma non credete mai, ve ne supplico con gli occhi pieni di lacrime e il cuore pieno di adorazione, non credete mai che io vi abbia abbandonata per indifferenza e che io paghi di ingratitudine un cuore che mi si mostrò sì appassionato e sì nobile. No, mia cara amica; no, mia cara figliuola... Io non vi lascierò senza prima accertarvi che voi siete riamata; amata caldamente e teneramente. La riconoscenza per il vostro cuore che così spontaneamente è corso verso di me; un mite sentimento di tenerezza per la vostra gioventù, l'ammirazione grandissima per le doti dell'anima vostra e della vostra mente, faranno sacri quei palpiti, faranno pure ed ardenti quelle ansie, che una forza arcana, che il fascino della vostra bellezza e l'incanto delle vostre grazie, subito al primo vedervi, mi hanno suscitato nel cuore.

«Oh, il primo giorno che vi ho veduta! Beato giorno! Ricordate, Emma. Riunite tutte le forze del cuore e del pensiero nella memoria vostra e ricordate:

«Io parlavo, in alto, sulla folla intenta; mille occhi ansiosi, curiosi, erano fissi su di me. Ma gli occhi miei, incontratisi coi vostri, non videro più che i vostri: e da quel punto io non ho parlato se non per voi; non ho veduto, non ho sentito altro che voi. Scrosciavano gli applausi ed io rimanevo incantato nel vostro sorriso e in quel mondo di ignoti — voi — da quel primo incontro di due sguardi, e di due forze, non foste più ignota al mio cuore: eravate voi, la cara, la soave, l'attesa.

«Vi siete accorta del mio pallore? Io tremavo confuso, intimidito, balbettante. Ricordate Emma, ricordate: sul grande scalone del palazzo delle conferenze, io udivo la vostra voce e vi vedevo arrossire: il buon Barbarani mi presentava a voi e a vostro padre. E dopo?.. Dopo?.. Quella via di San Paolo, percorsa al vostro fianco. E tutta la strada fatta insieme?.. E quando ci lasciammo sulla porta di casa vostra? — Casa vostra? — Ci son passato e ripassato, nella notte, furtivamente, pauroso di essere sorpreso. Qual'era la vostra finestra?.. Qual'era il vostro sogno di quella notte?

«Che delirio, che delirio! Cara, cara, dolce, soave amica... figliuola mia!... Oggi dovete tutto sapere: quanto vi ho amata e vi amo, quanto ho sofferto e soffro per voi. Così, soltanto così, per tutte le mie angoscie, e per tutte le mie lacrime, per la speranza di un'ora, e per il rimorso di tutta la vita, ho il diritto di pregarvi, di supplicarvi, di imporvi io stesso ciò che la vostra famiglia esige da voi per il vostro bene, ciò che per voi e per me diventa il dovere.

«Che delirio, che delirio, quel primo giorno! Rientrato all'albergo, subito, mi son chiuso nella mia camera. Tu eri là, viva, palpitante... bella... i tuoi occhi, la tua voce, i tuoi capelli, il tuo sorriso... il tuo rossore. Eri là; tutta là, tutta mia!

«Come ti ho baciata e come ti ho adorata! E ti ho scritto. Era la poesia, la più bella, più calda, più ispirata, più appassionata. Ti ho scritto una lettera d'amore, una lettera di fuoco: ti ho detta bella, con tutte le mille voci della passione e del desiderio; ti ho detta cara, con tutti i palpiti del cuore!.. E poi ho distrutto quella lettera; poi ho distrutto quegli inni. Troppo presto alla divina follia dell'amore successe la calma della ragione.

«Emma, Emma, figliuola mia! Per quante vie tenebrose, per quanti sentieri seminati di ansie, di ardori, di pentimenti, di affanni, io vo errando da quel tempo, miseramente!

«Il buon Barbarani, la sera stessa, dopo la conferenza, voleva presentarmi a vostra madre: io trovai una scusa e declinai l'offerta.

«Per ben tre volte egli mi ripetè l'invito con un'insistenza che rendeva, oltrechè scortese, anche strano il mio rifiuto. Poi, lo sapete: venne vostro padre stesso a cercarmi, ad invitarmi...

«Oh, quella sera! Quella sera del concerto!

«Vi ricordate quel nostro primo, quel nostro solo colloquio sul terrazzo? — Quante cose sapevamo già prima! E la vostra voce? Oh, l'incanto della vostra voce!

«Io vi dissi:

«Parlerò, ma come parlerebbe un babbo alla sua figliuola». Voi mi guardaste attonita, coi divini occhi vostri, pieni di lacrime.

«No! No! Così no!... Così no! Così no!»

«Eppure io, offeso, avvilito, disprezzato, disconosciuto, quasi scacciato dalla vostra casa, eppure io, anche allora, in quel momento, dinanzi a voi — noi due soli — anche allora, ho avuto la forza, il coraggio di pensare a tutto; al vostro nome e alla vostra condizione sociale; alla vostra ricchezza e alla vostra giovinezza. E vi ho ricordato: ho ricordato alla figliuola mia, che io ero povero e non più giovane; ancora più povero per la spensierata prodigalità del mio cuore, per l'indipendenza ombrosa, sospettosa, caparbia del mio carattere... non più giovane, anche, per le fatiche della mente, dello studio, del lavoro.

«Sì, sì; riacquistate la pace, l'affetto della vostra famiglia, e dimenticatemi. Io non potrò obliarvi; ma nel mio dolore avrò il conforto di essermi, per amor vostro, rassegnato costantemente al mio destino e di aver obbedito ai doveri d'un gentiluomo.

«Che cosa è successo? — Perchè vostro padre è così sdegnato? Ha capito qualche cosa? Ma come? Voi, forse, vi siete tradita... o vi hanno tradita? Qualcuno ha parlato? Chi? — Abbiamo degli amici, come il buon Barbarani e Carlo Borghetti; ma abbiamo pure dei nemici: donna Fanny Simonetti, per esempio... e quell'altro, quel giovane avventurato a cui la vostra famiglia e il destino riserbano la più grande, la suprema felicità.

«No, no, no! Non voglio, non posso pensare a costui; sento che non avrei più tanta forza, tanto coraggio quanto mi è d'uopo per mantenermi onesto e potervi dire: dimenticatemi.

«Avete avuto qualche dispiacere per cagion mia? Vostra madre, forse, è stata troppo severa?.. Ingiusta? — Perdonatemi, perdonatemi, buona, cara figliuola mia! — Ve lo prometto: domani, forse ancora stasera stessa, io partirò, io sparirò, e voi riavrete la serenità, riavrete la pace. La giovinezza è per sè stessa la felicità, e i felici sono immemori; voi, cara fanciulla mia, riuscirete a dimenticare.

«Anch'io: voglio dimenticare anch'io.

«Vi ripeto: che cosa sia accaduto fra voi e vostro padre o che cosa gli abbiano riferito sul conto mio, io non voglio sapere. Anch'io, voglio solo dimenticare. Ricordatevi bene: non mi dovete rispondere; non mi dovete scrivere. Nessun rapporto deve più esistere fra di noi. Una vostra lettera mi farebbe troppo male. Voi non dovete essere più viva per me.

«Quanto oggi succede, persino il contegno di vostro padre a mio riguardo, era già da me preveduto; doveva finire così. Subito, appena vi ho veduta, vi ho amata e vi ho desiderata; e subito, d'intorno a voi, sorsero gli ostacoli, confusamente come fantasmi, a spaventarmi, a sbigottirmi, a farmi indietreggiare.

«Come chiedervi in moglie? Come sperarvi dai vostri parenti?... Mio padre non era che un piccolo mercante: io devo tutto a me stesso. E quando pure, per amor vostro, cambiassi carattere e mi avvilissi — mi avvilissi a segno da sposare, io povero, una fanciulla ricca — non perderei la stima del mondo?... E voi forse non sareste accusata di avermela fatta perdere? E voi, un giorno... — nascondetemi quei vostri occhi, buoni e cari e innamorati, perchè io possa avere il coraggio di dirvelo — e voi, un giorno, vedendovi nella mia casa, la casa modesta e silenziosa dell'uomo di lavoro e di pensiero, non potreste dire a voi stessa, colla voce amara del pentimento, che io avrei dovuto sapere, immaginare, io, non come voi inesperto, ma fatto maturo dagli anni, dalle passioni, dalle vicende, che il regno di quella casa e l'adorazione di quell'uomo erano troppo umili offerte per la signorina Dionisy.

«Cedete, ubbidite, non pensate ad opporvi, non pensate a lottare. Rimarreste vinta. Non sono fatti i vostri begli occhi per le lacrime. Siete troppo bella. Fuggite l'amore, fuggite il dolore: esso farebbe sfiorire le vostre gote e impallidire le vostre labbra. Siete bella; trionfate del dolore e dell'amore e godete la vita.

«Una sola preghiera: distruggete questa mia lettera, cancellate da voi stessa, fin dall'ultimo dei vostri pensieri, ogni mia parola, ogni mio ricordo; lasciatemi morir lontano, solo, maledetto, calunniato, rinnegato; ma voi non cercate mai nemmeno di difendermi. Tacete, tacete, sempre... e per carità, per carità, ve ne supplico ancora, non commettete l'imprudenza di scrivermi. Il conforto pietoso di una vostra lettera, di una vostra parola, per quanto cara, bramata, invocata, sarebbe troppo pericoloso per voi.

«Sono povero; tutti i miei mezzi sono nel mio lavoro; tutte le mie speranze nella cattedra che sto conquistandomi con un volume di ricerche e di studii storici, per il quale ebbi più di qualche giovevole consiglio da vostro cugino Borghetti, un caro giovine che sento di amare quasi come un fratello. Tutta la mia ricchezza, per ora, sta nella filosofia insegnatami dalla sventura... e dal triste esempio di altri miei colleghi, che, per raggiungere la ricchezza e gli onori, diedero di sè insopportabile spettacolo, colla debolezza del carattere, colla rinuncia ad ogni fierezza, ad ogni indipendenza personale.

«Povero — io avrò l'immensa ricchezza di essere il solo padrone di me stesso — sempre indomabile e fiero. Ma tutto ciò potrebbe bastare forse per una giovinetta come voi?... Non sarei crudele e ingeneroso, e folle e imprudente, se dovessi pretendere, da altri, sacrifici... e quasi privazioni? Oh, mia cara amica; non rispondete su questo punto, col vostro cuore, colla vostra poesia.

«Voi vivete in mezzo agli agi, in mezzo allo splendore della vostra casa e del vostro nome: e non solo ci vivete, ma ci siete nata, e non potete apprezzarne l'inestimabile valore perchè... perchè non ne siete mai stata priva.

«Oh, mia cara amica, certe virtù sembrano facili fuori dell'occasione; ma, pur troppo, non si possono esercitare se non dopo molti anni di sudori e di prove.

«La signorina Emma Dionisy, diventata, semplicemente, la signorina Mari, o la moglie del professor Giordano Mari!... No, no, no! È troppo poco, per voi! No, no, no! Voi che siete un angelo, dovete volare in alto... sempre in alto.

«Non posso più: non mi regge più nè la testa, nè il polso. L'anima mia ha fatto l'ultimo sforzo e le lacrime grondano sulle parole che scrivo col sangue del cuore. Addio: ascoltate, per carità, i consigli del vostro misero amico; abbiate pietà delle sue preghiere; obbedite ai vostri genitori che non vorranno mai farvi infelice. Stracciate questa lettera e non rispondetemi; già, stasera stessa o domani, lascio Milano per sempre. Obbedite, sacrificatevi oggi per il vostro bene, per il vostro avvenire. Pensate che, alla età vostra, gli affetti, le simpatie, passano presto: alla mia età soltanto le passioni restano, come le sciagure, perenni nella vita! Io vi amerò sempre: ve lo giuro, Emma, ve lo giuro dal profondo del cuore; vi amerò fino all'estremo sospiro: e vi giuro, sull'onor mio, nessuna donna avrà da me una parola d'amore: vivrò; morirò solo.

«Non mi vedrete mai più; mai, finchè siete così bella, finchè siete ricca e felice. Ma se un giorno, ed io fossi ancora amato, se l'infermità, se gli anni vi rapissero la beltà e gli agi, se foste padrona di voi, se foste povera, disgraziata, se allora vi mancasse nel mondo un marito, un amico, un fratello, io volerò a voi — come oggi, che siete bella e ricca, fuggo da voi — e vi dirò: eccomi, cara; prenditi il mio cuore, l'anima mia... tutto me stesso; e vi sarò marito, padre, amico, fratello e fremerò d'amore ai vostri piedi. Ma, ve lo ripeto: questo giorno non potrebbe venire se non tardi; dopo la sventura. Oggi, un altro avvenire vi aspetta; quello che meritate, quello che è degno di voi, quello che vi promette, colla felicità, tutte le gioie della ricchezza e degli onori.

«Addio, con tutta l'anima, addio.

«Giordano Mari.»

La signorina Emma Dionisy a Giordano Mari:

«Sono giorni terribili: sempre in urto, in collera con tutti i miei. Ho tanto pianto, ho tanto sofferto. Ma, dopo la tua lettera, sono felice; adesso non ho più paura; sono contenta di soffrire. Sono tua: ricordati: sempre con te, l'anima mia, il mio cuore, tutte le mie promesse, tutti i miei baci. Scriverò Padova: ferma in posta.

«Emma.»

XV. A Padova.

In una casupola antichissima, sulla quale pesa la leggenda di un turpe delitto commesso da Ezzelino da Romano. La facciata nera dà sulla Piazza delle Erbe, ma vi si accede da un vicoletto augusto e da una porticina alta, al primo piano, sopra una piccola scaletta. Appena dentro, al buio, per un giro tortuoso di corridoi e seguendo nel tanfo di rinchiuso certe zaffate di un puzzo più forte di cavoli a lesso, si arriva dinanzi ad un piccolo uscio a vetri, con una tendina stinta; di fianco, inchiodato sul muro, vicino al cordone del campanello, un cartellino, con su scritto a mano:

Il signor Tancredi.

«Tancredi» non è un casato, come si crederebbe a prima vista, ma soltanto il nome del signor Mari.

— Che importa aggiungere il Mari, quando basta Tancredi? — Così spiega, alla sua serva, la vecchia Veronica, il signor Tancredi Mari, che risparmia sempre, su tutto.

— Chi mi conosce, sa che il signor Tancredi sono io, e di chi non mi conosce, non me ne importa.

L'appartamento di Tancredi si compone di quattro stanze; la famiglia, di tre individui: il padrone, la serva e Truffaldino, un galletto vecchio e spennato.

Il cuore espansivo della serva ha bisogno di amore; ma il padrone, al galletto, avrebbe preferito un gatto. Il gatto si sarebbe mantenuto da sè, mangiando i topi, e per di più avrebbe permesso al signor Tancredi di papparsela allegramente, per una settimana, con polenta, cavoli e Truffaldino... Ma quando egli espresse questa sua idea, per poco la Veronica non gli cavò gli occhi. Tancredi borbottò contro tutte le donne, capricciose, pazze, romantiche... ma rinunciò al guazzetto di Truffaldino.

La Veronica era l'unico essere al mondo che tenesse un po' in soggezione il signor Tancredi, e al quale il signor Tancredi, a modo suo, fosse anche affezionato. La Veronica era sempre stata in casa; egli la pagava ancora, come l'aveva pagata suo padre, sotto i tedeschi, in ragione di sette svanziche al mese; e nascosta, sotto il pelo del suo cuore, c'era una punta d'invidia, di gelosia per la preferenza che la Veronica aveva sempre dimostrato a suo fratello minore, quello spampanone di Nano. Nano, il diminutivo di Giordano.

Nella cucina che serve anche da salotto e da studio: la Veronica, seduta sotto la finestra e con un paio d'occhiali, colle lenti rotte, inforcato sul naso, rattoppa delle calze blù, grosse un dito. Truffaldino, in equilibrio sopra una gamba sola, si gratta il becco, fra le penne. Quando entra Tancredi, Truffaldino scappa, la Veronica non si muove.

Tancredi (ha la faccia, tale e quale, di suo fratello Giordano: ma bucherellata dal vaiuolo e senza barba. Non ha quasi più denti, ma i pochi rimasti sono bianchissimi come quelli di Giordano. Due, davanti, quando parla si allungano per ballare. È vestito con un'enorme giacca marrone, che sembra un saio. Le brache larghe, sformate, gli cascano da tutte le parti e gli nascondono, quasi, i piedi tozzi, piatti, con certe scarpacce di tela greggia, come le pantofole da bagno) Anche, per oggi, il pranzetto lo abbiamo guadagnato! E abbondante. (Butta un fagotto sul tavolo, e siede, ridendo sgangheratamente, sopra una seggiola di paglia, così bassa, che la giacca gli spazza per terra).

La Veronica (si alza lentamente, pone le calze sullo sgabello e gli occhiali sulle calze; si avvicina alla tavola e comincia a sciogliere i nodi del fagotto).

Tancredi (cogli occhi da ghiottone e i due denti che gli ballano dalla gioia) Una bella fetta di lardo, quattro carciofi, sedano, patate, cavoli. (S'interrompe, con un'altra risata di compiacenza).

Tutta quella «grazia di Dio» non gli costa un soldo. Gambe e talento; ma del vero talento, del suo; di quello che frutta. E gambe buone: fare un sei o sette chilometri, fra l'andare e il tornare, sotto il sole cocente, lungo lo stradone, fuori di porta San Giovanni.

Tancredi negozia in effetti privati. Il tasso varia dal venti al trenta per cento all'anno, sugli affari grossi, e dal cinque al dieci per cento al mese, sulle picciorlerie; cioè, sulle cambialette di poche decine di lire. Pei grossi affari ha i suoi agenti, le sue teste di legno. Le picciorlerie, invece, le tratta da sè. Formano il suo passatempo, dal quale ritrae, oltre al solito frutto del cinque o del dieci per cento al mese, anche la piccola gioia quotidiana di un'economia sulle spese di casa.

Per ciò, questi suoi piccoli clienti li sa scegliere con molto tatto.

Ha le scarpe rotte?... Tancredi presta novanta lire per un mese, sopra una cambialetta di cento, ad un calzolaio, ed esige, per soprammercato, in ricambio «dell'amicizia», una buona rimonta.

E così ha fatto quel giorno coll'ortolano fuori di porta San Giovanni. Passando «a caso» per di là, è entrato nel podere, per riposare un poco; e dopo quattro chiacchiere sul prezzo dei cavoli, sul taglio del fieno e sull'Africa, lasciando balenare la speranza di una rinnovazione, ha fatto, gratis, la sua abbondante provvista per il pranzo.

— Sono sicuro, signor Tancredi? — gli dice l'ortolano, portandogli il fagotto fin sulla strada. — Sono sicuro? Mi fa il rinnovo per un altro mese?

— Sicuro, mai! — gli risponde Tancredi, con una cera misteriosa che lo sbigottisce. — In affari, posso promettere; ma non mai assicurare. Anch'io devo ricorrere alla Banca, e il Comitato di sconto è ancora più terribile, certe volte, del Consiglio dei Dieci! Ma vi prometto, brav'uomo, tutto il mio possibile, anche a costo di fare un sacrificio. — E col sorriso e il saluto del generoso benefattore, preso il fagotto, se ne torna a Padova.

Mentre Veronica, pulita e tagliata la verdura, la mette nel secchio per lavarla, Tancredi, che la sta osservando, sempre seduto sulla seggiola bassa, sente il bisogno di una parola di lode, di approvazione:

— Dunque, Veronica, ho più talento io, che so conservare e far fruttare i pochi soldi di mio padre, o quella tua «bardassa cara» che ha dato fondo a tutto e si è riempito di debiti?

La Veronica tace; butta sotto la tavola, a Truffaldino, le foglie verdi dei cavoli e del sedano e comincia a mondare le patate.

Tancredi (per toccare il cuore alla Veronica) Anche il nostro Truffaldino fa la sua spappolata! Come becca di gusto! — Ohi, adagio, Truffaldino! Non mangiar tutto in un giorno, come Nano! (Tancredi ride per far ridere la Veronica; ma questa rimane seria, imbronciata). Gli puoi dare anche la buccia delle patate; gli fa bene: è un rinfrescante. (Chiamandola) Veronica! (più forte) Veronica!

Veronica (lo guarda, imbronciata, affettando le patate in una scodella).

Tancredi (strizzandole l'occhio) Mancano ancora quattro giorni soltanto; e poi la prima cambiale gli va in protesto.

Veronica (fissandolo cogli occhi torvi, la voce roca) Vergogna! Godersi del male di suo fratello! Vergogna!

Tancredi. Starà allegro colla gloria e le sue contesse!... Ridi, Veronica!

— No; non rido.

— Adesso, per altro, devi dire anche tu che Nano è un poco di buono e, per di più, un asino.

— No; non dico niente.

— Un poco di buono, perchè non paga i proprii debiti.

— Se non paga vuol dire che non può. Del resto, ancora non si sa niente. Non mancano quattro giorni alla scadenza?

Tancredi (arrabbiandosi) Devi dire almeno che è un asino: lo devi dire! Quando non si può pagare, si corre, si cerca, si domanda; non si aspetta di aver l'acqua alla gola; non si lasciano protestare le cambiali; non si disonora la propria firma, il proprio nome!

Veronica. Ancora non si può dir niente sul conto del mio Nano. Ancora non si sa che cosa farà!

Tancredi. Il tuo Nano!... Però, se si lascia protestare le cambiali, questo sarà un disonore anche per il tuo Nano! Sì o no? Sarà un disonore, sì o no? (Non ottenendo risposta, dopo un momento, con un impeto d'ira, agguantando il galletto che continua a beccare sotto la tavola) Rispondi sì o no, o strappo la coda a Truffaldino!

Veronica (avventandosi, infuriata; togliendogli la vittima dalle mani) Vergogna! Disonore è il suo di fare il Caino!... Caino! Anche colle povere bestie!

Tancredi. Caino! Perchè Caino? È venuto forse, il gran talentone, a domandarmi qualche cosa? Forse che io gli dovrei correr dietro a costo di sporcarlo, soltanto a farmi vedere dalle sue madame, per ottener l'alto onore di pagare i suoi debiti? (Facendo colle dita il solito conto che seguita a ripetere da quindici giorni alla Veronica) Dunque quattordici, poi mille e cinquecento, poi altre duemila fanno diciassette e cinquecento... in tutto ventimila lire! Ha mangiato tutto il suo, più ventimila lire degli altri. Che appetito il tuo Nano, la tua bella bardassa cara! Oggi — capisci l'aritmetica? — ha bisogno ancora di ventimila lire, soltanto per non aver un soldo! (Alzandosi, irritato per l'atteggiamento e il mutismo ostile di Veronica) Superbo, spampanone, vanaglorioso e asino, con tutta la sua scienza; (più forte) un bell'asino!

Veronica (si tappa le orecchie colle mani, allontanandosi per non sentire).

Tancredi (la segue gridando) Un asino! Un asino! Un asino! (L'afferra per un braccio e le urla sul viso) Un porco!

Veronica (divincolandosi) Finiamola! Mi lasci andare!

Tancredi (scotendola brutalmente) Devi dire che questa è un'azionaccia! Che non te l'aspettavi da Nano.

Veronica (tramortita: senza fiato e senza voce) No... non me l'aspettavo.

Tancredi. E che io sono un galantuomo e Nano, invece, no.

Veronica. Sì; sarà.

Tancredi. Sarà? No, per Dio, è!

Veronica (sciogliendosi: stirandosi il braccio indolenzito) È, è; sissignore! Ma è uno di quei galantuomini lei... che fanno paura ai ladri.

Si sente camminare in fondo alla scaletta, poi uno scricchiolìo leggero di scarpe che sale e si avvicina rapidamente. Veronica e Tancredi cessano dal bisticciarsi e guardano istintivamente verso l'uscio. Truffaldino posa per terra anche l'altra gamba, e, fissando l'uscio a sua volta, emette dal gozzo un corrocochè strozzato.

Dopo un momento di sospensione, entra Giordano Mari, senza picchiare, spalancando l'uscio di colpo.

Giordano Mari. Addio! Tutti bene? Bravi! (E va ad appendere il cappello al solito piuolo, come se rientrasse per il pranzo, dopo la passeggiatina di una mezz'ora).

Veronica (è rimasta esterrefatta col mestolo in mano) Gesummaria! Il Nano! Proprio il Nano! (A mano a mano, diventa rossa dal piacere e le rughe della sua vecchia faccia sembrano spianarsi: rivolgendosi a Tancredi, sempre col mestolo in mano e in aria di trionfo) Vede, se io avevo ragione di voler aspettare a giudicare? Eccolo, che è venuto in persona.

Explore with AITake your curiosity a little further.

Reading settings