PARTE SECONDA. (continued 3)
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— Se per caso non posso venire stasera dalla principessa, nemmeno sul tardi, ti prego, cara, le farai le mie scuse. Le dirai che un gruppo di giornalisti mi ha offerto un gran pranzo a Ponte Molle.
Emma (che ha sempre, da poco in qua, una cert'aria indagatrice) Ma se mi ha detto il Cogoleto che sei tu che hai invitato i tuoi amici a Ponte Molle?
Giordano (senza arrabbiarsi) Ti prego, gioia; non diventare contraddicente, e sopra tutto non diventare una pedante. Pensa che sei perfetta, in tutti i sensi, cara; dunque, per amore della bellezza e dello spirito, non guastarti. Dove hai messo l'allaccia-scarpe?
— Guarda sul canapè.
— Che ora è?
— Le sei e mezzo.
— E prima delle sette devo trovarmi da Aragno! Cara, suona per l'acqua calda.
— È andata la Carolina.
— Ho avuto tanto da fare, da girare! Sarò proprio costretto a tenere questa conferenza su Sant'Ambrogio e Marcellina. (Cantarellando) Sint pura cordis intima... Poi alla biblioteca... Devo raccogliere i materiali per fare almeno due lezioni a Bologna: La verità contro la leggenda e Sant'Ambrogio nelle sue lotte cogli ariani. Poi le feste, i pranzi, le presentazioni, le visite!... In questa Roma, non c'è tempo nemmeno di respirare!
— C'è tempo soltanto di annoiarsi.
— Ecco! Da capo! La pedantina cara che fa la contraddicente! (Baciandola sulla spalla nuda, mentre Emma si stringe nel busto) E che così... ha sempre ragione.
Emma (rimasta fredda, indifferente) Se non mi lasci far presto, arriverò in ritardo.
Giordano (un po' piccato) Ma la Carolina, viene sì o no coll'acqua calda? (Riprendendo il discorso di prima) Adesso, che, finalmente, dopo tanto lavoro e tante amarezze, ho il mio quarto d'ora di legittima soddisfazione, tu ti annoi: quando invece ero ammalato e avevo un cumulo di dispiaceri, allora ti divertivi.
Emma. Non mi divertivo, ma allora vivevo con te; si stava sempre insieme, e adesso invece... sono sempre sola.
Giordano (di nuovo ridendo) Sola? Collo zio, col Cogoleto, con cento altri, sempre d'attorno e tutti innamorati?
Emma. Quando dico sola, intendo dire senza di te. Del resto, anche il signor Cogoleto finisce per seccarmi... molto.
Giordano. Per amor del cielo! È tanto permaloso!
Emma. Sia pure permaloso quanto vuole! Soltanto mio marito potrebbe permettersi certe osservazioni, certi musi e certe spostature, che si permette invece il signor Cogoleto, colle persone che mi accomoda di ricevere! E... tuo zio... (aggrotta le ciglia e si punge con uno spillo).
Giordano (inquieto) Che c'è di nuovo? Anche collo zio? Cosa c'è?
— Niente. Soltanto, spero... finchè resto a Roma, visite all'albergo non me ne farà più.
— Quando è venuto?... Oggi?
— Sì, oggi.
— Che cosa gli hai detto? Cos'è successo? Voglio sapere che cosa gli hai detto.
— Taci!... La Carolina!
Infatti, la Carolina entra in quel punto coll'acqua calda.
Giordano (fra sè; versando l'acqua calda con impeto, e buttandola mezza fuori della catinella) Sta a vedere che mi disgusto, proprio adesso, col Cogoleto e collo zio! (Asciugandosi le mani si avvicina ad Emma, che sta mettendosi i gioielli e la interroga fissamente negli occhi: la Carolina, in fondo alla camera, ferma i bottoni ai guanti).
Emma (sottovoce) Niente. Le solite confidenze sempre più spinte e che io non posso, non voglio più permettere assolutamente.
Giordano (pure sottovoce) Hai ragione. Ma come vi siete poi lasciati? In collera?... Com'è andato via?
— Domandandomi scusa.
— Allora non era in collera?
— No, ma...
La Carolina si avvicina coi guanti, il dialogo resta interrotto.
Emma (forte) Non ti ho detto che mi ha scritto il fattore.
— Quello dell'Argentera?
— Sì, il signor Formenti. È arrivata tutta la tua roba da Padova, e tutto il mobiglio nuovo per le nostre due camere e il tuo piccolo studio del primo piano.
Giordano Mari, per allontanare da Emma ogni idea di recarsi a Padova, le aveva detto di essere in rotta con suo fratello, e ormai in modo irreconciliabile, per molte ragioni di interesse e sopra tutto di decoro. La «sua roba» erano poi le casse dei suoi libri ed alcuni oggetti che gli appartenevano, ancora per l'eredità di sua madre: erano gli abiti e la biancheria che lo avevano raggiunto a Padova l'ultima volta che c'era stato. Tutta roba che allora, per non farsela correr dietro, aveva lasciato in deposito alla Veronica, e che poi, già da tempo, aveva scritto a Tancredi di fargli recapitare, in porto assegnato, all'Argentera.
Giordano. Benissimo! La mia roba, i miei libri! I miei libri andranno tutti nel mio studio del primo piano, vicino alla mia camera da letto.
Si bussa all'uscio: chiamano la Carolina, che va fuori, a vedere.
Giordano (appena uscita la cameriera, avvicinandosi vivamente a sua moglie) È in collera, dunque?... Lo zio è andato via in collera?
Emma. Non so; non credo; ma appunto, perchè io sono stufa e per evitare possibili dispiaceri... ti dirò poi una mia idea.
— Quale? Che idea? Sentiamo.
— Tu resti a Roma per la tua conferenza, poi vai a Bologna per la tua lezione, ed io, intanto, vado avanti sola, per due o tre giorni, all'Argentera; metto tutto a posto, la tua roba e la mia, il tuo studio e le nostre camere, e poi, quando sei libero, vieni a prendermi e si passa un po' di tempo a Milano, com'è già stato fissato, tutti insieme, col babbo e la mamma.
Quasi quasi, l'idea non dispiace a Giordano Mari. — Perchè no? — Un paio di settimane solo, libero... Potrebbe prepararsi a modo suo per la conferenza e per la lezione, senza l'incubo di Emma che sente, che ascolta dietro l'uscio... Sempre fuori a pranzo senza più il pericolo di andare in collera col Cogoleto o coll'Albertoni, e poi di nuovo, dopo gli allori, l'«adorata» che lo aspetta nei lieti ozii dell'Argentera. — Perchè no? — Quasi quasi, l'idea non gli dispiace. Ma non bisogna mostrarsene troppo contento, per non dare dispiacere alla piccola cara.
— Ah! Ah! — Giordano sorride senza ironia, piacevolmente. — Vorresti ch'io ti lasciassi andar sola all'Argentera?... L'Argentera non è molto lontana da Val d'Olona. Potresti avere più fresche e più sicure le notizie del cuginetto!... del giovane Werther!
— Carlo! Oh, povero Carlo! Come lo dimentico sempre!
Con questo pensiero e con questo rimorso, che le attraversa l'anima, Emma fissa Giordano: per la prima volta, i due uomini li vede riuniti dinanzi ai suoi occhi e al suo cuore:
— Come sono diversi! Come sono diversi!
Ma non è che un lampo. Rientra subito la Carolina con una grossa lettera portata da un usciere del Ministero.
Carolina (consegnando il grosso letterone ad Emma) Da parte di Sua Eccellenza. Ho fatto domandare: non c'è risposta.
Giordano (vivamente) Che cos'è? Guarda cos'è.
Emma (che sta puntandosi nei capelli una piccola stella di brillanti) Adesso... Subito...
Giordano (strappando la lettera di mano alla Carolina) Guardo io. (Straccia la busta) Ci sono delle bozze di stampa e un biglietto! (Legge il biglietto sottovoce, poi forte, con un'esclamazione di gioia) È l'articolo della Rivista Nuova!
È l'articolo già da tempo promesso e annunziato dall'Amodei; Giordano Mari sapeva che doveva uscire in quel numero, ma l'improvvisata gli fa molto piacere lo stesso! (Contentissimo, rivolgendosi ad Emma) Lo zio non è rimasto in collera! Tutt'altro! (Rilegge il biglietto ad alta voce) «Cara nipotina. Il mio segretario mi comunica le bozze di un articolo che uscirà nel prossimo fascicolo della Rivista Nuova. Io mi affretto a mandartelo, sperando di farti piacere e baciandoti la bella manina... in ginocchio». In fondo, è un buonissimo diavolo! (Guarda l'orologio) Sono quasi le sette. Non importa! Aspetteranno. (E legge a brani, ad alta voce, l'articolo) «Habemus un libro! Anzi, un libro è dir poco. Abbiamo un'opera, nel senso preciso e grande della parola: un'opera insigne, completa, che rispecchia tutta una esistenza di ricerche, di studii,» — Bravo! — «di intuizioni, di divinazioni!»
— Bravissimo!
«... Pareva smarrita nella nostra letteratura storica e scientifica la robustezza tradizionale di quelle visioni retrospettive che sembrano gettare sprazzi di luce e di calore sul passato. Giordano Mari col suo Sant'Ambrogio ci ha provato che in Italia, non solo si sa ancora scrivere, ma si sa ancora pensare». — Benissimo! — «E quando il pensiero critico, l'indagine storica, l'evocazione artistica, assurgono al valore contenuto in queste pagine, la monografia diventa poema: non si narra più, ma si crea».
— Precisamente!
«... L'efficacia riproduttrice dell'opera del Mari sul grande vescovo di Milano, fa ripensare alla trasmigrazione degli spiriti, nel senso che l'autore sembra uomo dell'epoca che ha impreso a dipingere, rinato nella nostra età volgare per riaccendere entusiasmi e fedi quasi spente omai nell'anima del popolo».
— Anche questo è verissimo!
«... Per noi il Sant'Ambrogio, più che un libro raro, è una gloria della patria. Lirica e romanzo, storia e archeologia, gli uomini e i monumenti, il mesto insegnamento che emana dalle morte cose e l'inno fremente alla vita, tutto si alterna nelle pagine strane, dense, mirabilmente scritte e istoriate di questo Sant'Ambrogio, che Giordano Mari ha dato alle stampe. Quanti anni di lavoro, quante veglie, quanti entusiasmi ha chiesto un libro simile al suo autore?» — Verissimo! — «La poderosa monografia del Mari sull'età tipica delle libertà comunali lombarde si affaccia come un prezioso anacronismo. V'è in questo libro il profumo aspro, la rude poesia di quei secoli remoti. Nessuno, a parer nostro, potrà trovarvi traccia di una sola imitazione pedissequa e indolente». — Ah, no, viva Dio! — «Tutti quelli, che vorranno studiare e scrivere del personaggio insigne e dell'epoca sua, dovranno a quest'opera attingere come alla fonte più schietta, alla più doviziosa miniera. Il Sant'Ambrogio si afferma, nella produzione letteraria dell'anno, come l'opera madre». — È un bellissimo articolo. Sono contentissimo! Carolina! Fa presto, il calamaio! (Ad Emma) Scrivi, subito, una parola a nostro zio per ringraziarlo!
Emma (che ha già indossata la pelliccia) Io? No. Questo poi, no!
Giordano (facendosi il nodo alla cravatta e pestando i piedi perchè nell'orgasmo, nella fretta, non gli riesce bene) Allora gli mando un telegramma, io, per tutti e due?... E finiscila di guardarmi con quegli occhi attoniti, incantati. — O sì... o no! — O fingere di non saper niente, o prenderla sul serio e andare sino in fondo, magari con una buona sciabolata!.. Risolvi!
Emma (con un'alzata di spalle) Fa come vuoi!... (E se ne va senza aspettarlo).
Che brutti giorni! Che brutti giorni!
— Sì! Sì! Voglio partire da questa Roma! — sospira Emma in cuor suo, chiusa nel landò della principessa di Campolatino. — Oh, vivere un po' sola, tranquilla, all'Argentera. Sola?... Sì, sola; sola davvero.
Ma poi, un giorno, non è più il pensiero dell'Argentera, della tranquillità, della solitudine che le sorride. È un altro: un pensiero che le infonde un nuovo slancio di affetto, di abbandono, di riconoscenza e di perdono, d'indulgenza, per suo marito. Sì, sì; a Roma, anch'essa era stata un po' cattiva, puntigliosa, capricciosa, ingiusta. In fine, che cosa gli può rimproverare? Qualche debolezza, qualche momento di cattivo umore, e poi?.. Mente altro!.. Ma, sotto il suo apparente egoismo, sotto la sua apparente vanità, sotto il suo orgoglio, egli era mosso da un sentimento nobile, delicato, elevato. Egli voleva crearsi uno stato col proprio lavoro, col proprio ingegno, coi propri studii, col proprio nome. Era vero che dapprima gli avevano mosso una guerra sleale, atroce, ed era naturale che adesso egli si comportasse in modo da difendere sè stesso e il valore di un'opera veramente bella, veramente grande...
Oh, Nino! Il suo Nino era buono! Era caro! È lui che la rende beata! È lui che la rende felice!
Giordano vede sua moglie diventare ancora più bella, più ridente... E come prima, più di prima, affettuosa, amorosa, innamorata...
È pallida qualche volta, ma con una tenerezza infinita negli occhi luminosi...
— Che hai, gioia?
Emma si avvicina per parlare. Ma la parola che sta per dire si arresta e finisce in un bacio.
— ... Se ancora, se non fosse vero?...
Ma una mattina guarda fisso fisso suo marito, sorride, poi gli butta le braccia al collo e scoppia in lacrime.
Giordano (con un grido di gioia) Sì? Sei proprio sicura?...
— Credo... spero; spero tanto!
— Oh, ma brava!... Brava, la mia piccola cara! Bisogna telegrafare subito a Milano, alla mamma, al babbo...
Emma (diventando ancora più rossa) No! No! No! E se... non fosse?
— Hai ragione! (Guardandola sorridendo, accarezzandola, stringendola amorosamente fra le braccia) La mia gioia cara, il mio tesoro... — Mammina!
Emma a questa dolcissima parola trasalisce, guarda ancora suo marito, poi sorride, diventa pallida, pallida, e gli casca sul petto sopraffatta, sfinita dalla troppo forte emozione, dalla troppo grande felicità.
Giordano. Adesso bisognerà informarsi; mandar a chiamare un dottore. Sentire, assicurarsi...
Emma. No, no; quando saremo all'Argentera. Il mio dottore, il nostro, il nostro buon dottore, soltanto. Ma oggi, sai, Nino mio, oggi voglio, sì voglio... te lo domando per... (si arresta di nuovo arrossendo e, nascondendo la faccia sul petto di Giordano, ripete sottovoce) Voglio...
— Che cosa?.. Parla!... Sì! Sì! Parla!... Parla!
— Oggi sei tutto mio; soltanto mio. Non... il grand'uomo, il grande scrittore, il grande pensatore! Nino, voglio il mio Nino. Prendiamo una carrozza, noi due soli... Andiamo fuori di Roma, noi due soli. Si scappa insieme fino a stasera, fino... a domani.
Giordano (contrariato) Oggi?.. Proprio oggi?.. Pensa, è impossibile. Sono a colazione dalla principessa di Campolatino col senatore Bernabeis.
Emma (irritata) Oh, questo poi... Manda un biglietto! Trova una scusa!
Giordano. Ma tu, cara gioia mia, non ti ricordi... di niente! Non sai che per oggi lo zio mi ha ottenuta un'udienza del Re e della Regina per presentare loro una copia del mio Sant'Ambrogio?... Domani, domani, cara, tutto il giorno! Cioè, no! Domani no! Anche domani, purtroppo, sono impegnatissimo. Non so ancora se terrò la mia conferenza Sant'Ambrogio e Marcellina alla Palombella o al Collegio Romano. E bisogna risolvere qualche cosa. Poi, forse, domani è probabile che venga a Roma l'Amodei e dobbiamo discorrere per una nuova edizione economica del Sant'Ambrogio. Dopo domani, invece, sarò libero certamente, almeno lo spero, e... si prende la carrozza e si scappa! Come sei bella! Angelo, angelo, angelo mio! Non so più trovare altra parola per te! — Angelo! — Ed è vero? È proprio vero?.. Di', di', di', — angelo mio! — è proprio vero?.. A proposito. Hai visto le due copie del Sant'Ambrogio per le Loro Maestà? Me le hanno portate adess'adesso. Guarda che splendore di legatura!... E anche tu, ricordati; me lo hanno fatto capire tanto lo zio, quanto la Campolatino, dovrai domandare di essere presentata alla Regina. (Mostrandole i due libri, che leva dalle loro scatole) Guarda che magnificenza! E che bel libro! (Sorridendo) È un gran bel libro, dentro e fuori. Che vuoi?... Sì, te lo confesso! Lo amo il mio Sant'Ambrogio. E adesso, gioia cara, tesoro, adesso... mi devi capire di più, e, quasi direi, compatire. Il nostro libro, pensa, è come la nostra... creatura; è un figlio. Io pure, col Sant'Ambrogio, pensandolo, scrivendolo, ho provato, potrei dire, le ansie, i dolori, le gioie... della maternità!
Emma (arrossendo di nuovo: con un po' anche di dispetto) Io però, se sarà davvero... se fosse... ricordati; no, no, no; assolutamente. Non gli metto nome... Ambrogio!
XI. Al caffè Cova.
Subito dopo il passaggio da Roma dell'editore Amodei per «trattare» la seconda edizione del Sant'Ambrogio, arriva da Parigi monsieur de La Roche per acquistarne la traduzione francese; poi il dottor Ueberbacher del Pester Lloyd per pubblicarlo in tedesco e in ungherese; poi un collega, professore dell'Università di Upsala; poi un agente della «New York's Editors Society»; poi una cognata dell'Ibsen, parente pure del Björnson... insomma, tutto un gran da fare per Giordano Mari. Emma, convinta ormai che il giorno da lei tanto desiderato e implorato, per scappare con suo marito a Frascati o a Tivoli, non sarebbe mai venuto, e ristucca delle furie del Cogoleto e dei dolciumi dello zio, perde a un tratto la pazienza e decide, su due piedi, di scappar sola all'Argentera:
— Io me ne vado! Proprio, proprio! Sono stufa, troppo stufa!... Io me ne vado.
Giordano Mari alza gli occhi al cielo, sospira e acconsente:
— Sopra tutto io non sono un egoista. Non voglio tenerti a Roma, sacrificarti, povera piccola, mentre lavoro... e il lavoro, come sai, è la dura eppur cara necessità della mia vita. E adesso devo lavorare ancor di più (baciandola teneramente), angelo mio; devo lavorare per... lui. Va, gioia; va pure all'Argentera; ma ti supplico, per amor del cielo, riguardati dal freddo. Dopo domani terrò la mia conferenza Sant'Ambrogio e Marcellina, poi a Bologna due giorni e poi di corsa all'Argentera, al ben meritato riposo, e al dolcissimo premio! Dirai al fattore di provvedermi un bravo cane da caccia. Ho bisogno di sgranchire le gambe — sempre al tavolino!... È un gran dolore vederti partire; restar solo. Mah! È la lotta per la vita. In premio dammi un bacio... (Emma, distratta, lo bacia sulla barba) No, no: angelo mio, uno dei tuoi baci. E dimmi che lo comprendi il mio sacrificio, e che io sono... molto buono! (Si commuove per la dolcezza della propria voce e scappa subito sul Corso, perchè non può resistere a veder sua moglie e la Carolina a preparare le valigie).
Emma si ferma a Milano appena una mezza giornata; vuole abbracciare il babbo, venuto apposta per vederla, da Brenzonino, la villa dei Dionisy in Brianza.
Anche la mamma desidera fare un'improvvisata alla figliuola; anzi, ha già dato tutti gli ordini e le disposizioni per la carrozza ben chiusa e per una mezza farmacia. Sono già pronte le pellicce, gli scialli, i cuscini, i guancialetti e persino l'acqua per lo scaldapiedi; ma poi, sul punto di montare in carrozza, cascante di forze e di vezzi e già imbacuccata fra i veli come una donna turca, guarda il tempo... — Che ne dici, Venceslao? — Il tempo le sembra un po' incerto; lo strapazzo, cui potrebbe andare incontro, la spaventa.
— Che ne dici, Venceslao?... Che mi consigli di fare? Io, dopo, non voglio accuse, processi. — Dio mio!... Non voglio colpe!... Non voglio sentirmi sgridare nè da te, nè dal dottore.
Il cavalier Venceslao, sempre serio, grave, contegnoso, guarda il tempo anche lui da tutte le parti, ma non risponde, non apre bocca... e la signora Letizia manda un monte di baci alla figliuola e rimane desolata a Brenzonino, a gemere, a lamentarsi con una boccetta di Lavender Salts sotto il naso, e a farsi compiangere dall'arciprete, per i rigori eccessivi, tirannici, di suo marito e del dottore.
— Non mi è più permesso nemmeno di abbracciare la mia figliuola!
Alla stazione di Milano:
Il cavalier Venceslao (prendendosi Emma fra le braccia, mentre scende dal predellino del coupé e tenendosela stretta contro il petto) Dunque? Sei sicura?
Emma. Sì! E la mamma?
Venceslao. Ti aspetta a Brenzonino, più presto che puoi! È tanto contenta anche la mamma!... Voleva venire a Milano con me, ad ogni costo; ma sono stato io a non volere, a impormi. Il dottore le ha proibito assolutissimamente di pigliar freddo.
Emma. E il dottore? Il mio buon dottore? Dov'è?
Venceslao. Verrà forse domani a trovarti all'Argentera. È partito, al solito, per Val d'Olona. Carlo sta sempre poco bene.
— Oh, Carlo! Carlo! Povero Carlo! — Emma aveva ancora dimenticato. — Ma come sta? È proprio molto ammalato? Non c'è pericolo, per altro? Non c'è pericolo?
Il cavalier Venceslao scrolla tristemente il capo, avvolgendosi il collo nel foulard bianco e aggiustandosi con un colpo di mano le larghe tese del grande cappellone di feltro nero:
— Pericolo no; almeno per ora.
Vinto il primo momento di emozione, il cavalier Venceslao è ritornato, in mezzo al via vai della stazione e della gente che si volta a guardarlo, molto serio, molto contegnoso. Aspetta diritto, immobile, che Emma abbia finito di dare gli ordini e le indicazioni necessarie alla Carolina, poi le offre il braccio per condurla alla carrozza.
Emma (appoggiandosi al braccio del babbo: affettuosa, carezzevole, felice di rivederlo) Eccomi! Son qui!... Sono ancora qui! La tua Emma!
Venceslao (dopo aver fatto salire Emma in carrozza) Dove andiamo a far colazione? Al Cova?
Emma. Sì, sì. Come vuoi! Andiamo al Cova!
— Al Cova — ripete il signor Dionisy al cocchiere e montando accanto alla figliuola, pur sorridendo affabilmente a chi lo sta osservando, cerca di rimaner nascosto il più possibile nel fondo del landò.
Alla Porretta, mentre egli andava o veniva da Montecatini, i viaggiatori di un altro treno di passaggio, scambiatolo per Verdi, gli avevano fatto una simpatica dimostrazione. Il cavalier Venceslao ne è rimasto commosso, ma ormai, per la sua delicata modestia, deve imporsi, pure con una certa soddisfazione, i maggiori riguardi.
Al Cova, nel piccolo stanzino appartato, in fondo al caffè: i primi che si presentano alla signora Emma (sanno ormai tutti, a Milano, che vi sarebbe stata di passaggio) sono il nobile Barbarani e Guido Bardi. Emma, dimenticando le ingiunzioni del marito, si affretta a chiedere al giovane poeta le notizie di Fanny:
— È tornata a Milano?
Guido Bardi diventa rosso come un pomodoro e si ficca la lente nell'occhio tanto per far l'inglese, mentre il Barbarani lancia un rapido sorrisetto a Venceslao.
Emma. È tornata a Milano, o è ancora sul lago?
Guido Bardi (un po' rauco) È andata... a Montecarlo.
— A Montecarlo? Come? — esclama Emma stupita, non perchè la Fanny vi sia andata, ma perchè il giovane poeta è rimasto a Milano. — A Montecarlo?
Il cavalier Venceslao, per distrarla e per cambiar discorso, le mette dinanzi la lista delle vivande:
— Guarda, Emma, che cosa vuoi ordinare?
Barbarani (pure per cambiar discorso) Sicchè, dunque, benissim! Di trionfo in trionfo il nostro Mari! Son proprio content!
Venceslao afferma e approva coi cenni del capo, mentre Guido Bardi, confuso dalle domande di Emma, s'è messo in un serio impiccio: ha la lente non ben ferma nell'occhio e tiene in mano un calice colmo di Madera, rimanendo immobile e muto fra due timori: quello di versare il liquido e quello di lasciar cadere la lente.
Barbarani. Io già, del resto, anche prima, ne ero più che sicurissim! Il Sant'Ambrogio sarà un gran capolavoro! L'ho sempre detto e adesso ho la soddisfazione, la compiacenza di essere stato buon profeta. In fatti, un entusiasmo generale. Anche tutti i giornali, per quanto io non dia nessunissima importanza ai giornali — tutt'altro — (si arrabbia, perde la voce: tossisce)... Ma quando, insomma, sono unanimi nel dover constatare, in certo modo, la verità per forza, è un bel vanto! E il nostro Mari l'ha meritato! Bravo! È un gran libro! Stupendo! Indovinatissim! E interessantissim! L'ho comperato anch'io, certo! Sono stato il primo. E me lo tengo lì, gelosamente custodito, sul tavolino accanto al letto. Sono smaniosissimo di leggerlo; ma... col Sant'Ambrogio non si scherza! Adesso ho l'approvazione del bilancio, l'assemblea generale al Circolo artistico-letterario! Voglio gustarmelo adagio, adagio, un po' per giorno, con tutti i sette sentimenti! — È un gran capolavoro. Anzi, benissim, più ancora d'un capolavoro, e il nostro Bardi, col suo buon gusto sintetici... sintetichissimo, lo ha definito egregiamente: è un'opera... capitale!
Guido Bardi (correggendolo) È un'opera madre! (Si risolve a un tratto; beve di colpo, ma la lente gli cade proprio nel bicchierino e spande tutto il liquido).
Barbarani. Un'opera madre! Ecco la parola giusta! A proposit (abbassando la voce e premendo affettuosamente sopra una mano di Emma che ha già capito e arrossisce, pur continuando a mangiare di lena) Posso dunque congratularmi? Tanto più che, in certo modo, e per quanto, pur troppo, indirettamente, posso vantarmi di averci contribuito anch'io!... Benissim! (Ancora più sottovoce e continuando a premerle la mano) Bravo come il papà e bel come la mammina!... Mi raccomando!
Emma (rossa rossa, servendosi di un secondo tournedos con tartufi e rivolgendosi al Bardi per nascondere quel pochino di confusione) E lei? Lavora sempre, speriamo! Che cosa ci prepara di nuovo?
Guido Bardi (come un piccolo Domineddio che si riposa dopo il sesto giorno) Niente.
Emma. Niente? Che peccato!
Il cavalier Venceslao. Il vero artista è quando non fa niente che lavora di più.
Barbarani. È la mente, in certo qual modo, che continua a fantasticare.
Emma. E la sua novella? È comparsa nella Revue Parisienne?
Guido Bardi (parlando con la bocca tonda per tener su la lente che si è rimessa nell'occhio) L'ho passata al Figaro. Paga di più.
Barbarani. Benissim! Quando si può, bisogna imporsi! (Dando un balzo improvviso sulla seggiola) E della gran novità, signora Emma?.. Che cosa ne dice?
Emma (tenendo alzato fra le mani un piccolo calice di Château Lafitte) Quale novità?
Barbarani. Come? Non sa? Le nozze di can?
— Le nozze di Cana?
— Appunto! Delle nozze di Cana, hanno fatto al club le nozze di can! Ma, se ella ignora il grande avvenimento, non vorrei, alle volte, riaprire una ferita, forse non ben rimarginata... e farle perdere il suo maraviglioso appetito (dando un altro saltetto sulla seggiola) Il matrimonio di Nino Sebastiani colla D'Arborio?
Emma. Nino Sebastiani? Sposa la D'Arborio?
Guido Bardi (lentamente: con suprema arguzia) Per amore... e per forza.
Emma (cogli occhi furbi, scintillanti) Ma perchè le nozze... di Cana?
Barbarani (ridendo, urlando, tossendo) Di can! Di can! Di can!
Venceslao (con garbo e pacatezza, gustando insieme la spiritosità e i tartufi) Le nozze dei cani, perchè è un pezzo che si corrono dietro.
Tutti ridono: la lente di Guido Bardi corre un altro serio pericolo: egli apre l'occhio, la fa cadere sul palmo della mano e la ripone nel taschino della sottoveste.
Barbarani (abbassando la voce: avvicinandosi ad Emma) Sa, non è vero, della commedia o dramma, Afrodite, che il Sebastiani e la D'Arborio hanno scritto in collaborazione?
Emma. E che il prefetto di Milano ha proibito perchè, pare, fosse non troppo morale?
Barbarani. Benissim!
Guido Bardi. Proibita, no.
Barbarani. Insomma, il prefetto ha fatto tanto colla Direzione del teatro, col capocomico, che non l'hanno più rappresentata! E allora — questo è il bello! Nino e la D'Arborio vanno a mettere in scena la commedia, o il dramma che sia, a Venezia, dove chi ne dice mirabilia e chi ne dice plagas; è stato un gran successo? oppure un gran fiasco? — Ancora mistero! Ma intanto...
Guido Bardi (tira fuori nuovamente la caramella e il sussiego sdegnoso del collega) Fiasco, fiasco, un fiasco piramidale!
Il Cavalier Venceslao (indulgente: pensando alla «Traviata») Un gran fiasco è sempre un successo di battaglia.
Barbarani (continuando) Precisament! Ma intanto, fiasco o successo, il fatto sta che la comunione della collaborazione, la comunione del viaggio, la comunione, diremo dunque, del fiasco, per non fare andar in collera il nostro Bardi, la comunione dell'albergo della Luna... troppe comunioni! La D'Arborio non ha nè padre ne madre, va benissim, e se non ha ancora l'età del giudizio, è perchè in trent'anni non lo ha mai avuto; ma tutto ciò non toglie, per altro, che sia sempre una ragazza... in faccia alla legge, e dopo tante comunioni, un bel giorno, sono arrivati i parenti da Napoli, o da Palermo, e hanno imposto a Nino Sebastiani anche la comunione definitiva!
Emma. Oh, povero Nino!
Barbarani. Tutt'altro! Nino Sebastiani è innamoratissim, secondo la sua abitudine. Invece, per molto tempo, è stata la D'Arborio a non volerne sapere.
— Ma perchè?
Barbarani. Perchè... perchè... Perchè la D'Arborio è tutta psicologia, tutta Wagner, tutta simbolismo, tutta Ibsen... e il matrimonio le pareva una conclusione troppo manzoniana!
Dalla grande sala del caffè si ode la voce della marchesa Gonzales.
Guido Bardi (alzandosi in fretta) Signora Emma, le domando scusa! In questi giorni di scirocco sono nervosissimo e alla marchesa Gonzales non ci resisto.
Emma (dandogli la mano) Si ricordi che lo aspetto col Barbarani all'Argenter;.
Guido Bardi s'inchina profondamente, alzando i gomiti come un'anfora, e se ne va scivolando tra le seggiole dietro alla sua caramella che gli vuole scappare.
La voce della marchesa Gonzales, che si avvicina sempre di più:
— Dov'è?... Ma dov'è?... Nel salottino?
Il Barbarani, d'un salto, le corre incontro: — Marchesa! Marchesa! — poi si tira indietro, inchinandosi, per lasciarla passare.
La marchesa (si presenta sull'uscio: un enorme cappellone tutto penne, un enorme collettone tutto pelo; un abitone con maniche enormi, d'un color bronzo lucente, tutto verde e tutto oro) Eccola lì! Eccola lì! Ma brava! (Si ferma per tirare il fiato) Bravissima! Si passa da Milano alla diplomatica? In incognito? Senza nemmeno avvisare gli amici?
Emma e il cavalier Venceslao si sono alzati: Emma è corsa ad abbracciare la marchesa, la quale le stampa sulle guance due bacioni risonanti che lasciano il segno.
Emma. Non ero sicura di fermarmi! È stato per il babbo! Ma sarei venuta certamente a salutarti!
Tutti ritornano al loro posto; la marchesa, lentamente, dondolando e soffiando per la fatica, si siede accanto ad Emma.
Venceslao. Che cosa le si può offrire, marchesa?
La marchesa. Niente! Mai niente! Io adesso ho cominciato a non mangiare per non bere, e mi sento benissimo. Sono diventata più leggerina, più elastica! (Guardando, ammirando Emma) Lasciati vedere... Ma sai che ti trovo un sole di primavera? (Dandole un altro bacio, le domanda piano all'orecchio) Dunque? Proprio vero? (Emma torna a diventar rossa: la marchesa forte) Ma bravi!... Alla Guglielmo Tell!
Emma guarda la marchesa, stupita, sorridendo.
La marchesa. Dico bene, Venceslao?.. Alla Guglielmo Tell... Noi due c'intendiamo, e basta!
Il cavalier Venceslao approva, sorridendo, e mentre chiama il cameriere e gli ordina il caffè, il cognac, i sigari, la marchesa continua, con Emma, a farle un monte di domande: — Tuo marito è rimasto a Roma per la conferenza? Poi va a Bologna per una lezione all'Università? Poi ti raggiunge subito all'Argentera? Ma il resto dell'inverno lo passerete a Milano? E a Roma? E lo zio Albertoni? È vero che ti faceva una gran corte? Sappiamo! Sappiamo tutto! Sappiamo che a Roma hai fatto una gran strage di cuori! Anch'io ho i miei amici, i miei fedeloni a tutta prova, e simpaticissimi, che mi tengono sempre informata di quanto succede e... (si vede guardata, osservata da Emma: si ferma, guardandosi a sua volta) Ti piace il mio abito? Siamo sempre in ordine, pronti alla battaglia? Sì o no?
Emma (dopo aver scambiato un sorrisetto col babbo e col Barbarani) Alla battaglia e alla vittoria!
La marchesa. Dunque, il buon gusto non lo abbiamo ancora perduto? Se non altro, per far dispetto a certi poeti... del calendario! Io te li definisco in due parole: poeti del calendario! E so io di chi parlo! La Revue, il Figaro, tutte spiritose invenzioni per darsi importanza! Ma che vadano un po' a imparare da tuo marito!... Quello è un vero letteratone! — Dico bene, Barbarani?
— Benissim! Giustissim!
— E il Sant'Ambrogio! Che furori! (Ad Emma) Me lo darai, ricordati; voglio leggerlo, a suo tempo!
Venceslao. Adesso lo sta leggendo la Regina.
Barbarani. Anche la Regina? Toh! Son proprio content!
La marchesa. È un libro che farà epoca. È scritto poi magnificamente!... Insomma, ripeto, si tratta di un vero letteratone! Non è come certi scrivani, pieni di boria e d'invidia, che conosciamo noi! (Fissando Emma) Ho detto invidia, cara la mia Emma, e mantengo la parola. (Rabbiosissima: scoppiando) Ma sì! Avete capito tutti di chi voglio parlare! Di quell'astioso inconcludente del Bardi, ch'era qui adesso e che è sparito per non incontrarsi con me! Sai, Emma, perchè scappa sempre, quando mi vede?... Perchè lo chiamo Didone.
Emma (sorridendo, senza capire) Didone?
La marchesa. L'abbandonato!
Barbarani. La nostra cara signora Emma non può gustare la piccantissima allusione, perchè non è più al corrente della cronaca milanese.
La marchesa (maravigliatissima) Come? Non hai saputo a Roma?... Non ti ha scritto la mamma che tra la Fanny e il Bardi... tutto liquidato?
Emma. Non so niente!... Niente!...
La marchesa (quasi in collera) Allora diremo, cara mia, che hai vissuto, sinora, nel mondo della luna... di miele! (Guardandosi in giro) Eh? Siamo spiritosi? (A Emma) Il Bardi è liquidato! Liquidatissimo!
Barbarani (a Emma) E il successore? Indovini chi è il successore... Ma l'onorevole! Il Simonetti!... Il marito!... Ma sicuro! Sono andati insieme a Bergamo per assistere ai preparativi e al matrimonio di una loro cugina, la Roccaberla, e pare insomma che assistendo ai vezzi, alle carezze, agli amoreggiamenti dei due giovani sposini... precisament!... Come basta, alle volte, un cattivo esempio!
La marchesa (che tiene le parti di donna Fanny) Barbarani! Non facciamo il volterriano!
Barbarani. Sono ritornati a Milano, e sempre insieme, sempre a braccetto. Hanno messo il Bardi più o meno alla porta; sono venuti più volte a colazione, a pranzo, loro due soli, qui al Cova, e poi un bel giorno hanno preso il volo, come Paolo e Francesca, e sono andati a Montecarlo, un po' in ritardo, se vogliamo, per la luna di miele.
La marchesa. Ma che ritardo!... E poi anche fosse? Trattandosi di riparare al mal fatto, meglio tardi che mai!
— Giustissimo!
La marchesa. Del resto, io sono sempre imparziale; e mi piace di constatare che la Fanny, in questa circostanza, si è condotta in un modo veramente ammirabile. Ha fatto tutte le sue brave visite con suo marito; è stata anche da me, s'intende; anzi, per una delle prime. E che mutamento! Adesso bisogna stare attenti come si parla! Si è fatta presentare all'arcivescovo...
Barbarani. E così, anche per donna Fanny, il paradiso non scappa più.
La marchesa. Barbarani, Barbarani! Non facciamo l'eretico fuori di posto! Una donna, quando ha i veri principii fondamentali, sa benissimo che per il paradiso c'è sempre tempo! (A un tratto: con un sobbalzo di tutto il petto rigonfio) Dimmi un po'... E del povero Borghetti?... Lo vedrai, adesso, a Val d'Olona? (Crollando il capo) Ma, temo, lo vedrai ancora per poco... È spedito!
Emma (diventando pallidissima: con un piccolo grido) No. Ma no!...
Barbarani. Pur troppo! E sarà una disgrazia sentitissima per tutta Milano! Pieno di attività, di capacità, e, senza essere un'aquila, pieno di buon senso.
Emma (con un accento quasi di disperazione) Ma no!... Ma no! Era guarito dalla pleurite!
La marchesa. Dalla pleurite, sì; ma adesso pare che vada a finire in una tisi.
Emma. Ah no, ah no! Povero Carlo! No! No! No!...
Gli occhi di Emma si sono riempiti di lacrime: il viso di Carlo Borghetti è lì, dinanzi a lei; così vivo lì, a Milano, dove essa era solita vederlo, incontrarlo, come non gli era mai apparso fino allora. Quella parola «spedito» le ha serrato il cuore e la gola. In un attimo, insieme al sorriso, è scomparsa la sua gioia e, per la prima volta, sente possibile, sente vicina la morte di quell'uomo.
Barbarani (agitandosi sulla sedia) Era facile capire, del resto, che covava da un pezzo una grande malattia! (Con un impeto di stizza e la solita tosse) Non si sapeva più come fare, santo Dio, per avvicinarlo, per dirgli una parola! Anche al club, a pranzo, era un affar serio! Era diventato di una incontentabilità e specialmente di una irascibilità quasi direi pericolosa.
La marchesa (sottovoce, all'orecchio di Emma) Amore, mia cara! Amore!... Che avesse del debole per te, era evidente, ma fino a questo punto!... (Forte) Non è vero, Venceslao? Chi mai lo avrebbe detto?
Venceslao (colla bella faccia intelligente un po' troppo rossa per il cognac, sospirando con mestizia) Mah!
La marchesa. Ecco! Bravo! Avete subito indovinato!... Già, fra noi due, basta un'occhiata e si colpisce al volo! Come Guglielmo Tell!
XII. Ugo Foscolo e il signor Tancredi.
A Roma, col bel sole e le tepide giornate, Emma si era sempre figurata l'Argentera fiorita e ridente e col desiderio avvicinava e affrettava l'ora in cui l'avrebbe rivista, mentre le più care memorie abbellivano quel momento, e il suo cuore salutava ogni punto ben noto della via maestra. Le cime verdeggianti, su cui si era arrampicata nelle sue passeggiate con Giordano, le folte boscaglie, le lunghe e tortuose stradicciuole fra le rive dall'ombra deliziosa...
Invece, prima per la nebbia, sempre la nebbia uggiosa, interminabile, poi per la sera oscurissima, Emma arriva all'Argentera, senza nemmeno averla veduta. Vi arriva stanca, intirizzita dal freddo, coll'anima desolata e la mente ingombra da tristi pensieri, da tristi presentimenti.
— Carlo, Carlo! Povero Carlo!... Una tisi? «Spedito?...»
Ma come mai Emma non ci aveva pensato? Era stata sempre leggera, distratta, lo aveva sempre dimenticato... E lo aveva creduto guarito... Le avevano scritto che era guarito, poi che stava ancora poco bene, ma ammalato così gravemente, no! Una tisi, no!
Appena è smontata dalla carrozza, il signor Formanti le consegna due dispacci arrivati da mezz'ora. Uno era della mamma che le inviava mille tenerezze, l'altro di Giordano:
«Sempre teco: ansioso notizie: tutti miei baci».
Dopo tante ore di viaggio, sola, in mezzo alla nebbia, quei due dispacci le fanno piacere. Si sente correre nelle vene intirizzite come un senso di calore:
— Com'è buono il mio Nino! Com'è stata buona anche la mamma! — E risponde sul momento piena d'affetto, commossa:
«Verrò presto», alla mamma, — «Vieni subito», a suo marito.
Fa in fretta cinque minuti di toilette, poi scende per il pranzo e fa chiamare di nuovo il signor Formenti. In quella sala così ampia e così vasta e che dopo la illuminazione sfarzosa e gaia dei restaurants affollati e delle splendide sale dei palazzi di Roma, pare mezzo al buio, il posto vuoto di suo marito, e il servitore lontano che non si vede quasi, perduto nell'ombra, infondono in tutta la sua sensibilità eccitata un senso strano di malinconia.
Il signor Formenti (sempre un po' curvo per essere pronto a inchinarsi) La signora si sentirà stanca del viaggio?
Emma. Un po'; ma più del viaggio mi ha stancata la nebbia. Non credevo di trovar tanta nebbia!
Il signor Formenti. È il raccolto più importante di questi paesi! E non hanno ancora pensato di metterci la tassa.
Emma, sempre pronta a variar d'umore, ride alla spiritosità del signor Formenti; poi gli domanda conto della signora Giovanna, sua moglie, dei figliuoli e sopra tutto della piccola Emmina, ch'essa aveva tenuta a battesimo e che aveva promesso di tenere anche a cresima.
Emma. La mobilia nuova è tutta di sopra?
— Sì, signora: la mobilia delle due camere da letto e dello studio.
— E anche le casse, i bauli del padrone?
— Sono nello studio nuovo del signor commendatore, come la signora padrona mi ha ordinato nella sua lettera.
— Domani le faccia aprire; si sono perdute le chiavi.
— Sì, signora; sarà fatto. — E il fattore rimane in piedi, immobile, senza più aprir bocca, aspettando nuovi ordini.
Emma (dopo un momento, quando il servitore è uscito per andare a prendere un'altra portata) Da qui a Val d'Olona, quanto tempo ci si mette in carrozza?
— Un'ora, un'ora e un quarto; coi due sauri anche meno.
— Domattina presto, prestissimo, manderà a prendere notizie del signor Borghetti.
— Manderò alle sette; appena giorno. Ho sentito dire che il signor Borghetti sta molto male. È vero?
Emma non risponde, ma il sangue le fa un tuffo. Sente di nuovo la stessa impressione angosciosa: una mano che le stringe il cuore e la gola. E il fattore continua colla voce che gli diventa cupa, cavernosa:
— Dicono che c'è la minaccia di una tisi! È un gran peccato! Così giovane, bravo, ricco! Pareva il ritratto della salute e aveva tutto per essere felice a questo mondo!
... Non finisce mai!... Non finisce mai di parlare!
Emma (nervosissima) Adesso le darò un biglietto che farà consegnare al signor dottore.
— È a Val d'Olona, dal signor Borghetti?
— Sì. E manderà anzi il cocchiere colla vittoria a prendere le notizie per il caso che il signor dottore volesse venire all'Argentera. Può andare, signor Formenti. Favorisca dire alla Carolina che mi prepari subito la camera. Buona sera.
Prima di andare a letto, stanca, svogliata, triste, col pensiero di Carlo che l'addolora e l'opprime, passa dalla biblioteca per prendersi qualche cosa da leggere: guarda...
— Non c'è niente di nuovo. Non c'è niente di bello!... Cercherò domani, fra i libri di Giordano.
E va a letto senza più dire una parola, nemmeno colla Carolina, e si addormenta, sospirando, bagnando di lacrime il guanciale... E sogna di Carlo ammalato... lo vede morto nel suo letto... le fa paura, vorrebbe fuggire, ma non può muoversi, non può fare un passo. Poi non è più Carlo il morto, è suo marito... la faccia di suo marito, la faccia stanca, livida, la bocca storta, come nel viaggio da Napoli a Roma.
Si risveglia molte volte nella notte, di soprassalto, poi si riaddormenta; è sempre quell'agonia, quello stesso sogno. Ma, poi, ad un tratto, sente dentro di sè un movimento, un urto... come un piccolo colpo...
È stata un'illusione, forse?...
Emma spalanca gli occhi e ascolta, ascolta.... aspetta ansiosamente e non pensa più che a quella vita, che si è mossa, che si è agitata in lei la prima volta... il buio le si riempie di stelle... e, a poco a poco, si addormenta placidamente e sogna gli angeli.
La mattina dopo:
Emma scende in giardino, avvolta in una gran pelliccia. Il Monterosa, tutto bianco, immerso nel cielo azzurro, sembra vicinissimo; il sole, non ancora alto, fa scintillare come cristalli vaghi e striati i rami degli alberi coperti di ghiaccio e gli steli lunghi, sottili, diritti all'aria, dondolanti.
Emma (al giardiniere) Il fattore ha mandato a Val d'Olona?
— Sì, signora. È andato il cocchiere colla vittoria, poco dopo le sette.
Il giardiniere conduce la padrona in giro pel giardino; le vuol far vedere certi lavori, certi scavi per la conduttura dell'acqua, ordinati dal signor commendatore. Poi la conduce nella serra, dove le ha preparato una improvvisata: una grande fioritura di lillà bianchi.
Emma, alla vista di quei fiori, si entusiasma. Per un momento è tornata bambina. Che bellezza! Che bellezza! Ne manderà subito alla mamma, al babbo, ne manderà un grosso mazzo a Carlo!... Poi pensa fra sè: «A Carlo, subito, no». La felicità che le danno tutti quei fiori la rende ancora più buona, più amorosa, più innamorata. E se il povero Nino fosse geloso?... Manderà a Carlo un bel mazzo di lillà, quando suo marito sarà all'Argentera. Ma, intanto, se Carlo guarisse! Come si sentirebbe sollevata! Come respirerebbe felice, contenta, se non avesse quel rimorso, se Carlo guarisse... Oh, allora, come potrebbe godersi in pace i suoi fiori, il suo giardino, l'Argentera, e amare il suo Nino senza rimorsi e non pensare ad altro, ad altro che a quella sua gioia grande, immensa che la rende beata.
— Un baby, un baby, un baby mio! Dio, Dio, che felicità!
Il signor Formenti che corre?... Che c'è di nuovo?
Il signor Formenti, vedendo la padrona che si ferma per aspettarlo, si leva il cappello e corre ancora di più:
— Natale, il cocchiere, ha incontrato il signor dottore in carrozza, che veniva da Val d'Olona e andava alla stazione. Era stato chiamato a Milano da un telegramma, per un ammalato gravissimo. Ha detto a Natale di riverire la signora e di dirle che verrà, spera, domani mattina, o domani sera al più tardi, all'Argentera.
— E il signor Borghetti?
— Ha detto il signor dottore che da un paio di giorni è quasi senza febbre e che oggi potrà alzarsi per un'oretta o due.
— Dio, Dio, vi ringrazio! — esclama Emma con un gran sospiro di sollievo. Pensa che il babbo, e specialmente la marchesa Gonzales e il Barbarani devono, certo, aver esagerato colle loro previsioni. — Hanno esagerato, certamente!
In quella mattina piena di sole, col cielo così limpido e le montagne così chiare, nitide, vicine vicine, essa ritrova l'Argentera cara dei suoi ricordi, il nido amoroso, avventuroso, di tutte le sue gioie.
— Ho un baby mio, tutto mio, il mio sangue, il mio respiro, le mie viscere, fatto da me!... Fatto da me!
Scrive una lettera lunga lunga a Giordano. Una lettera con tutto il racconto del suo viaggio, delle notizie ultime del caffè Cova; colle descrizioni e le impressioni dell'Argentera. Una lettera affettuosa e birichina in cui ogni parola, ogni scherzo è una carezza, è l'invito, la preghiera, lo stimolo di venir presto, e di venir subito. Chiude nella lettera un piccolo ramettino di lillà e nel far l'indirizzo, ripensandoci, con una delle sue astuzie di donna innamorata, invia la lettera a Bologna, sperando così di farlo partire più presto da Roma e, in pari tempo, gli manda un telegramma all'Albergo Milano:
«Ho scritto Bologna: fa presto. Ti aspettiamo.
Emma.»
Poi va di nuovo in cerca del fattore; non si fida altro che del fattore, quando vuol essere ben sicura per la posta. Gli consegna la lettera e il telegramma e gli parla del cane da caccia come gli aveva raccomandato suo marito.
— E la signora Giovanna?... Oh, ecco, appunto, la buona signora Giovanna!... — Ed Emma saluta allegramente, con affabilità ed espansione cordiale la timida fattoressa che non ha osato presentarsi la sera innanzi per paura d'incomodare la signora padrona, e fa molte feste a tutta la nidiata dei figlioletti grandi e piccini; ma specialmente all'Emmina che bacia, ribacia, che si stringe fra le braccia con trasporto:
— Com'è bellina! Com'è carina!... Tesoro! Adesso, quanto ha?...
— Quasi tre anni, signora padrona.
— Com'è grande e grossa! Che begli occhioni!... Ha cominciato prestissimo, mi ricordo, a camminare?
— A otto mesi, camminava da sè.
— Cara! E non è mai stata ammalata, mai?
— Mai; ha sofferto un po' per il latte, ma l'ho divezzata presto e dopo è sempre stata bene.
Emma (diventando seria) Soffrono tutti, soffrono molto i bambini per il latte?
La fattoressa risponde di no, e dà tutte le spiegazioni che desidera Emma, la quale continua a farle mille domande sopra ognuno dei suoi figliuoli.
Intanto il signor Formenti, che ha già mandato la lettera e il telegramma alla stazione, ritorna dalla padrona.
— È stato tutto spedito in piena regola. Ha altri comandi da darmi? Ho già fatto aprire le casse e i bauli del signor commendatore, come la signora mi ha ordinato ieri sera.
— Benissimo! Bravo, signor Formenti! Fa freddo fuori!... Così ho qualche cosa da fare in casa!... Venga ad aiutarmi, signora Giovanna!
Prima che Emma partisse da Roma, Giordano, fra tante raccomandazioni, le aveva detto ancora, replicatamente, di ricordarsi bene che al suo arrivo all'Argentera voleva trovar pronto il suo studio da lavoro e i libri messi a posto. In quanto all'altra roba, le casse, i bauli degli abiti e della biancheria, mandasse tutto in qualche stanzone a parte, o nel solaio. Lui, poi, con suo comodo, ne avrebbe fatto uno spoglio da regalare al fattore e ai suoi servitori.
Emma. Venga ad aiutarmi, signora Giovanna! Venga a vedere! Ci sarà forse qualche cosa, della roba ancora buona, che le potrà servire... per i bambini! (Rivolgendosi ai ragazzi) Venite tutti! (Prende per una manina la piccola Emma: corre innanzi con lei, facendo in fretta i passettini corti, imitando la voce, il cinguettare della bimba, ridendo e scherzando) Corri, corri, corri!... Piglia, piglia cavallin!...
Appena di sopra, i ragazzi si spingono innanzi tutti insieme per spalancare l'uscio dello studio.
— Non c'è altro, signora Giovanna? — domanda Emma alla fattoressa. — È tutta qui la roba del padrone che è stata mandata da Padova?
— Sì, signora. Due casse, un baule grande ed uno più piccolo.
Emma. Quando arriva il padrone, signora Giovanna, deve trovar tutto pronto: anche le due camere da letto, i gabinetti di toilette, tutto, tutto!
Emma comincia allegramente a vuotare una cassa di vestiti e di biancheria:
— Questa è roba per lei!... Questo è per lei! — e così via, carica le braccia della signora Giovanna e dei ragazzi di abiti vecchi e di biancheria stinta, sdrucita, per quanto bene lavata e bene stirata.
Emma (fra sè) È strano! Mio marito, tanto elegante, quand'era a Padova portava le camicie di lana coi solini e i polsini staccati! (Forte) Prenda, signora Giovanna! Questa è tutta roba che può ridurre, che può esser buona per i suoi figliuoli!
— E per mio marito!... È una provvidenza! Una vera provvidenza, signora padrona! Scusi!... Guardi. Su questa giacca, è puntata una carta. Prenda!
Emma prende, con due dita appena, il mezzo foglio di cartaccia grossa, ordinaria, da cucina — la nota, evidentemente, di tutti gli abiti contenuti nella cassa — e si affatica, studia per poter decifrare quel carattere inintelligibile, quelle parole lunghe, storte, che sembrano sgorbi. Finalmente incomincia a capire qualche cosa.
Emma (legge a stento, compitando) «Nota di tuti li vistiti del Nano...» (ha una scossa: s'interrompe e continua a leggere sottovoce; poi rilegge ancora tutto da capo, ma sempre sottovoce) «Nota di tuti li vistiti del Nano ricivudi in con segna da la Veronica»... Del Nano?... (Pensa, ripensa, diventando a mano a mano sempre più seria) Del Nano?... (La nota corrisponde esattamente cogli abiti levati dalla cassa e gli abiti sono di Giordano) Dunque: Giordano... Nano. Dev'essere un soprannome. A Padova, suo fratello, tutti lo chiamano Nano! È bruttissimo!... «da la Veronica...»? Questa Veronica dev'essere la vecchia cameriera di sua madre, la governante, di cui mi ha parlato. «Li vistiti del Nano...»?
Ma poi, infilata sopra un paio di calze a mano, trova un'altra nota simile alla prima:
«Nota di tuti li e feti di biancaria del Nano.»
Emma (alla signora Giovanna) Per oggi, basta. Sono stanca. Domani; continueremo domani.
La fattoressa se ne va, ringraziando, colla roba e coi figliuoli, ma la signora non risponde, non bada nemmeno alla piccola Emmina che le si era avvicinata aspettando un altro bacio.
— Vieni! Andiamo! Presto! — E la signora Giovanna deve tirarsi dietro la bambina, pigliandola per un braccio.
Emma (rimasta sola, dopo aver girato gli occhi pensierosi su quella cassa, su quella roba, su quelle due noticine della Veronica che tiene ancora in mano: fra sè) Mi prenderò un libro per leggere stasera... (e ripete macchinalmente a sè stessa ciò che ha già detto prima alla signora Giovanna) Poi basta, per oggi; sono stanca...
Si avvicina al baule più piccolo: alza lentamente il coperchio: è pieno di libri, di manoscritti, di carte. Essa guarda, osserva, chinandosi un po', appoggiandosi al coperchio alzato. Vede subito, dalla copertina, rossa, alcune dispense della Revue des Deux Mondes, e, dalla copertina gialla, molti libri francesi.
Emma (s'inginocchia per terra, dinanzi al bauletto, e cerca fra i libri) Lavisse... Boissier... De Roberty... Paul Sabatier, Vie de St-François d'Assise... Roba troppo seria per me!... Oh, ecco! Un volume del famoso Taine!... Ippolito Taine! Oh, che cosa c'è?... (Dal libro è caduta una lettera e un piccolo mazzolino di fiori secchi) Oh! Oh! Povero Taine, a che cosa serve! (Prende in fretta la lettera: ha riconosciuto, sull'attimo, il carattere della signora Simonetti).
Restando sempre inginocchiata, tiene la lettera alzata fra le due dita e legge e rilegge l'indirizzo, scritto con quel bel caratterino inglese, lungo, aristocratico:
Signor Giordano Mari Hôtel Bella Venezia.
La busta è stracciata in un angolo e scorge due o tre paroline color violetto...
— Che tentazione! No! No!... Proibito!
Ma pure quella letterina se la mette in tasca. La consegnerà lei, colle sue proprie mani, a suo marito. Vuol vedere che faccia farà!... Chi sa!... Chi sa, quell'antipatica!... Quante frasi infocate!... Poi pensa al gran mutamento e alla nuova virtù di donna Fanny e sorride:
— Se questa letterina, la leggesse l'arcivescovo!... E sempre inginocchiata per terra, appoggiandosi con un gomito al bauletto, continua a pensare a Fanny, e a sorridere... e l'acuto profumo d'ambra, che esala da quella letterina elegante, le fa dimenticare, per un istante, le camicie di lana senza i polsini del Nano e le note della Veronica.
— Ci sono anche i fiori!... I fiori appassiti sul cuore!... Questi, per altro, non glieli dò! Basta la lettera! I ricordi del dolce peccato, si distruggono!
Ma guardando bene il mazzolino, guardando bene, sopra tutto, quel piccolo nastro azzurro e oro... non c'è dubbio, lo riconosce... è suo!... È suo!
— I miei fiori! I primi fiori che gli ho dato, cacciati... dimenticati in un libro qualunque, insieme ad una lettera... una lettera di quell'altra!
Subito gli occhi le si velano di lacrime, ritorna seria, scrolla il capo tristemente e sospira. Ormai conosce suo marito!
— In quel momento ci sarà stato un bell'articolone da leggere, o avrà dovuto vestirsi in fretta per qualche gran pranzo o qualche visita ad un personaggio illustre e intanto i miei fiori e la letterina amorosa sono stati cacciati insieme, in fretta e furia, dove capita capita... e dimenticati! Ah, Dio mio!.. Mah!... Quello era il sogno, l'incanto... e la vita, la realtà, si sa bene, è sempre diversa... e brutta.
Continua a scrollare il capo, continua a sospirare e continua a guardare nel bauletto e a leggere svogliatamente i titoli delle opere e dei varii volumi che le vengono tra le mani.
— Ugo Foscolo!.. Un altro grand'uomo che in genere «donne» deve averne fatte di grosse!... «Opere edite e postume di Ugo Foscolo»; «Epistolario»; Le lettere (vivamente, contenta, ammirando il volume) Le lettere di Ugo Foscolo!.. Ho sempre avuto tanta smania di leggerle!.. Devono essere bellissime, assai interessanti... (Guardando l'indice) «Alla contessa d'Albany», «Alla donna gentile», «A Silvio Pellico», «Alla marchesa Bartolomei... (Fa per voltare una pagina e il volume si apre da sè nel mezzo) Che c'è? Un'altra lettera di donna Fanny?... Ah no, meno male!... È il conto dell'albergo. «Milano: Hôtel Bella Venezia». Che disordinato! Proprio che disordinato! Invece di conservare tutti i conti in regola di data, come il babbo, li caccia dentro i libri per segno... come i miei fiori e i bigliettini amorosi! (Scorre qua e là coll'occhio sulle due pagine del volume aperto: a un tratto, rimane colpita da alcune parole che non le sembrano nuove, che ha già lette: rilegge tutto il periodo più attentamente):
«... Se l'infermità, se gli anni, se gli accidenti vi rapiranno la beltà e gli agi; se sarete padrona di voi, se sarete disgraziata; se vi mancasse nel mondo un marito, un amico, io volerò a voi; io vi sarò marito, padre, amico, fratello...»
— Che combinazione!... Quasi le stesse parole!
Emma torna indietro, guarda l'intestazione della lettera:
«Alla giovane signora F. Giovio.»
Allora rilegge tutta la lettera, col cuore sospeso, senza batter ciglia, senza respirare...
— No, no! Che sospetto stupido, cattivo!... Eppure... qua e là... sì... Che combinazione strana, strana, strana...
E nella sua mente, quasi parola per parola, essa ripete quell'altra lettera, la prima lettera di Giordano, quella lettera che aveva letta, riletta cogli occhi pieni di lacrime, che aveva baciato, ribaciato, ch'era stata il suo tesoro, la sua ricchezza, la sua felicità, la sua vita... che per tante notti aveva dormito con lei, sul suo cuore, e che per obbedire a Giordano aveva distrutta, bruciata, in quei giorni in cui stava tanto male... in quei giorni in cui aveva creduto di morire.
— No! No!... È un'idea cattiva... È un sospetto cattivo. È tutta la mia cattiveria. Sono cattiva! cattiva! cattiva!
Ma adesso è con ardore, con ansia, colla febbre che cerca, che fruga fra quelle carte, fra quei libri... Non lo dice, non vuol confessarlo a se stessa, ma è una prova che cerca, è una prova che domanda, che invoca, che implora al suo Dio, alla sua fede, a tutto ciò che l'ha sempre protetta, benedetta nella vita!... Una prova dell'amore di Giordano, una prova che riesca a calmare il suo cuore, a cancellare, a distruggere tutte quelle cattive, quelle tristi impressioni!
— La scrittura di Carlo?.. Che cos'è? Che cos'è?.. La scrittura di Carlo? Ma perchè la scrittura di Carlo?
Sono alcuni fogli manoscritti: i primi capitoli del Sant'Ambrogio.
Emma (leggendo) «Teodosio», «Sant'Agostino», «Ambrogio e Marcellina», «La verità e la leggenda nelle lotte di Sant'Ambrogio cogli ariani».
Ma Emma ormai non pensa più al Borghetti; i fogli manoscritti le son caduti dalle mani; il suo viso è diventato pallido come la morte. Ella fissa immota un piccolo pacchetto di lettere, avvolte da una striscia dell'istessa cartaccia mezzo sudicia, adoperata dalla Veronica per le sue note, con su scritto con un carattere grosso, rotondo:
«Cambiali e lettere della moglie consegnate alla Veronica e da restituirsi al fratello Nano».
Emma si è cacciata macchinalmente una mano sul cuore; ma il cuore non lo ha più; non lo sente più! Soltanto la testa... la testa che le brucia... le tempia che le martellano violentemente.
— Dio! Dio! Io divento matta! Io sento che divento matta!
E rilegge, deve rileggere per forza, per forza, ciò che è scritto su quella striscia, su quella cartaccia...
«Cambiali e lettere della moglie consegnate alla Veronica e da restituirsi al fratello Nano».
Sono, infatti, le lettere di Emma; Giordano Mari, nel rinnovare le cambiali, le aveva pagate per un terzo e la Veronica aveva imposto al signor Tancredi quella restituzione.
— È una vergogna!... Adesso lei è sicuro dei suoi denari!... Gli restituisca le lettere... È suo fratello!... Vergogna!...
E il signor Tancredi ha restituito le lettere di Giordano, il quale non le aspetta che all'estinzione totale del debito, e, per risparmiare le spese di posta, le ha date alla Veronica da mettere nel baule colle altre carte di affari e di famiglia che appartengono al fratello.
«... Cambiali e lettere della moglie consegnate alla Veronica e da restituirsi al fratello Nano...»
Emma, ad un tratto, afferra quel pacchetto e d'un balzo si alza in piedi stracciando l'involto... Non ha più scrupoli, non ha più timori, non ha più riguardi:
— Sono le mie lettere! Sono le mie lettere! Sono le mie lettere!... E questi altri fogli sudici, pieni di cifre, di bolli, di timbrature, che cosa sono? Ma che cosa sono?... — «Caro Nano?...»
Emma si ferma ancora un istante, esitando, tremando. «Caro Nano?...»: poi gli occhi le cadono sulle parole «tua moglie» e allora legge tutto ciò che il signor Tancredi ha scritto al fratello dietro una cambiale estinta:
«Il Finardi mi ha assicurato che quegli altri possono presentemente accontentarsi della tua firma senza bisogno di garanzia o pegno, e perciò ti rimando le lettere di tua moglie. Ciao e sta sano.
Tancredi.»
«PS. — Raccomando di essere puntuale anche alla prossima scadenza e di pagare un altro buon acconto a scanso di dispiaceri».
Emma non dice una parola, non fa un gesto, rimane immobile e muta, con le ciglia aggrottate, mentre la ruga in mezzo alla fronte diventa sempre più profonda a mano a mano ch'essa, nel disordine, nel turbamento delle sue idee, del suo cervello, riesce ad afferrare la verità, a indovinare, a capire tutto, tutto, tutto!
«... senza bisogno di garanzia o pegno, e perciò ti rimando le lettere di tua moglie».
A un tratto, sente camminare nel corridoio; dà un grido e si precipita contro l'uscio chiudendolo a chiave; ma in quell'urto, in quell'impeto, in quell'impressione di spavento, ha esaurito tutte le sue forze e si appoggia, cade quasi contro l'uscio, affranta, mezzo svenuta.
— Signora, signora! (È la voce del servitore). Signora, signora padrona!
— Cosa c'è?
— Un telegramma.
Emma aspetta ancora qualche momento. Poi apre l'uscio, prende il telegramma e torna a rinchiudersi a chiave nello studio. È di nuovo sola in quella stanza e torna a guardarsi attorno smarrita, perduta: — È vero?.. È proprio vero?.. È proprio vero?..
Quei libri, quei fogli, quella roba sparsa, buttata per terra, sono brani del suo cuore, sono tutte le sue illusioni, sono tutte le sue speranze, tutta la sua vita...
Finalmente apre, strappa, legge il telegramma:
«Sant'Ambrogio e Marcellina successo immenso — Vero trionfo — Ovazioni deliranti — Commosso ti mando tutti i miei baci.
Giordano».
No! No! No!
Emma straccia in cento pezzi quel telegramma e con un brivido, un fremito d'orrore si nasconde il viso colle mani, come per respingere quei baci, per difendersi, per salvarsi da quei baci...
— No! No!... Oh! No! No! No!
XIII. I consigli del buon Dottore.
Il dottore, come ha fatto annunziare dal signor Formenti, arriva all'Argentera il dì appresso, verso mezzogiorno.
Egli si è preparata una faccia molto scura: spera in tal modo che ad Emma faranno maggiore impressione tutte le raccomandazioni e le prescrizioni che reputa necessarie.
— Avere dei figli è una funzione ordinaria, naturale. Anzi, quando l'organismo è ben costituito, può essere, in massima, più giovevole che dannoso; ma bisogna sottomettersi pazientemente a tutte quelle cautele che l'esperienza insegna e la prudenza impone.
Nel giardino dell'Argentera, dinanzi alla villa.
Il dottore (smontando di carrozza, al signor Formenti che gli corre incontro) Buon giorno, signor Formenti! Bella giornata, vero?
Il signor Formenti. Saprà, forse, che la signora padrona non è all'Argentera?
Il dottore. Già... (pausa)... Me lo sono immaginato. È andata a Brenzonino dalla mamma.
— No. È andata a Val d'Olona dal signor Borghetti.
Il dottore, senza parlare, dà un'occhiata di traverso al signor Formenti, e la sua faccia diventa ancor più scura.
Il signor Formenti. È partita stamattina prestissimo. Non erano ancora le otto.
Il dottore (lisciandosi, grattandosi la barba: assai preoccupato) Quasi quasi, andando a Val d'Olona, potrei arrischiare d'incontrarla, strada facendo. (Pausa) Già, potrei incontrare la signora Emma, appunto, mentre ritorna a casa.
— Probabilissimo. Qui, non ha lasciato nessun ordine.
Il dottore (si volta lentamente per rimontare in carrozza, poi si ferma pensoso, fissando la testa del cavallo) E... come è ritornata da Roma? Bene?... La cera? Buona?...
— Buonissima, quando è arrivata. E ha pranzato anche con appetito! Ma poi, ieri, deve aver preso freddo, deve aver preso un po' di umidità durante il viaggio, si è sentita male, così... verso l'una o le due, e si è messa a letto. Non ha voluto mangiare; non ha voluto veder nessuno. Fortunatamente, il male è passato presto. Stamattina, alle sette, era già in piedi. E si è alzata sola, senza nemmeno chiamare la Carolina. Ha ordinato subito la carrozza e non l'ha voluta aspettare. Con quel freddo è andata avanti, sola, a piedi.
Il dottore (continua a scrollare il capo e a fissare la testa del cavallo) Benedetta tosa! (Poi si leva di tasca una brancata di lettere, di bigliettini, di telegrammi: li guarda: sospira) Tutte visite che avrei dovuto fare stamattina. (Pausa) Sono preso in questi giorni da tutte le parti. Sicuro. Dovrò tornare subito a Milano in fretta e in furia. (Un'altra pausa ancora più lunga) Mah! (Al cocchiere, montando in carrozza) Allora... — Sai, vero?... — Prendi la strada a sinistra, dopo la chiesa, e puoi andare un momento in su, verso Val d'Olona.
Il signor Formenti prende il cavallo per il morso e aiuta il cocchiere a fare la voltata.
Il dottore (in carrozza, sulla strada di Val d'Olona cercando la «Perseveranza» nelle tasche del paltò) Sarà stato appunto un po' di freddo... preso allo stomaco... Benedetta tosa!... Perchè precipitarsi in questo modo a Val d'Olona, senza prima aspettare, consultarmi?.. Carlo è appena imbastito, alla bell'e meglio! Per il momento! Vedersi Emma comparir davanti, improvvisamente, può risentirne una scossa tale, da farlo andare in pezzi un'altra volta. Mah!... E poi, non è il momento questo, nemmeno per Emma, di affaticarsi, di strapazzarsi, di prender freddo. Il cuore!... Il cuore!... (Scrollando il capo e spiegando la «Perseveranza») Il cuore è una bellissima cosa... quando se ne può fare a meno! (Vede sulla «Perseveranza» il grande successo della conferenza di Giordano Mari) Bravo!... (Continuando a leggere) Anche per Emma è una soddisfazione, una grande compiacenza. Chi sa che contentezza!... Che smanie!... Il suo idolo!.. Figuriamoci!... Infatti, è una bella vittoria, tanto più che a Roma, in principio, non ne volevano sapere! Ma, già, è l'invidia, l'interesse, in tutte le professioni!... L'Italia è un paese così fatto, lungo e stretto: quando uno appena si muove o allunga un momento le gambe — tàffete! — tutti gli altri hanno paura di essere buttati in acqua!... (Ride: poi torna serio, ripiegando il giornale) E dire, per altro, che anch'io, a primo aspetto... di questo Giordano... — proprio! — ... non avrei dato nemmeno un soldo! Invece anche la Perseveranza lo porta alle stelle! Emma l'ha indovinata: ha avuto più occhio di noi!.. Brava! (A un tratto strizzando l'occhio per mirare lontano) Eccola là! (Cacciando il capo fuori dello sportello) È in giacchettina!... Con questo freddo! (Sorridendo, diventando rosso per il piacere di rivederla, si alza in piedi nella carrozza, minacciandola colla mano e gridando): Senza la pelliccia!... Benedetta tosa!... (Tirando il cocchiere per il mantello) Ferma! Ferma! (Salta dalla carrozza e corre incontro ad Emma, che gli si butta fra le braccia).
Il dottore (cogli occhi gonfi di lacrime: commosso da quell'abbraccio, da quell'effusione) Vediamo un po'... Vediamo un po', la mia bellezza... Ma sai?... Sembri diventata persino... più grande! (Con due dita sotto il mento, alzandole la faccia) Vediamo... Vediamo la cerina!.. Ma... ma come?.. Sei pallida... Smunta... Hai quegli occhi lividi che non mi piacciono! (Osservandola, scrutandola a lungo) Che cosa vuol dire? Hai forse sospeso l'estratto di china?... Ieri, mi ha detto il signor Formenti, hai preso un po' di freddo — vero? — e sei stata poco bene... Ma, ma, ma... giudizio! giudizio! Specialmente... Da brava... (Mettendosi il braccio di Emma sotto il suo e battendole affettuosamente sulla mano) Ho sentito che... ci sono novità?
Emma (colla voce torbida, concitata) Sì; pur troppo!
Il dottore (fermandosi su due piedi) Pur troppo?
Emma. Non posso esser libera come vorrei! Anche Carlo me lo consiglia, quasi me lo impone!... In faccia al mondo, anche colla mia famiglia, dovrò sopportare, se non la presenza, il nome di quell'uomo che detesto, che odio!... Dio, Dio, come lo odio!
Il dottore (trasecolato, stupefatto) Ma chi?.. Tuo marito?... Il... Giordano?
Emma. Dammi il braccio: mi sento affranta, morta.
Il dottore. Vieni in carrozza!... Montiamo in carrozza!
Emma (trattenendolo) No! Potrebbe sentire il cocchiere! Torniamo a Val d'Olona a piedi. Non è distante.
Il dottore. Aspetta! (Corre a prendere lo scialle dalla carrozza) Aspetta. Ti darò, almeno, il mio plaid! (Al cocchiere) Sai — vero? — dov'è la villa del signor Borghetti?... L'architetto?
— Sì, sì. Ci sono stato un'altra volta.
Il dottore. Allora, puoi andar avanti, al passo. (Ad Emma, mentre comincia a imbacuccarla nello scialle) Ma perchè hai fatto tanta strada?
Emma. Carlo desiderava alzarsi, ed io, intanto, ti son venuta incontro. Abbiamo immaginato, io e Carlo, che saresti arrivato, press'a poco, a quest'ora. (Fermandosi a un tratto, con impeto, cambiando voce, cambiando viso) Senti, quell'uomo... — ed è mio marito!... mio marito!... — quell'uomo è di un'infamia tale... Peggio, peggio!... È di una tale abiezione, di una tale bassezza, che mi fa ribrezzo!... E me lo sento sempre addosso, sulla faccia, nella carne... Che orrore!... Che orrore!... Che ribrezzo!... Che schifo!
Emma non appare più stanca, sfinita: lo sdegno, la collera le dànno una nuova forza, una nuova vigoria. È l'impeto, è l'urto di tutto ciò che si spezza in lei!
Il dottore (fuori di sè) Il Giordano?... Ma se anche adesso, in questo punto, leggevo la Perseveranza... Ne fa un monte di elogi! (Cercando il giornale) Aspetta; voglio farti leggere...
Emma. So! So! La conferenza Sant'Ambrogio e Marcellina! Rubata! Rubata a Carlo!... Sì, sì!... Ma ciò che importa?... Niente. Ha approfittato, abusato della bontà, della confidenza di un amico! Non è che un'indelicatezza! (Con un riso stridulo, amaro) Sai che cosa ha fatto di più?... Vuoi sapere che cosa ha fatto? Ha dato in pegno le mie lettere, le mie prime lettere, comprendi?... La mia anima, il mio pudore e il mio onore — il mio onore, perchè non ero ancora sua moglie! — ha dato in pegno le mie lettere a Padova, a suo fratello, alla sua serva, ai suoi usurai, per avere del danaro, per... per certe cambiali, perchè era pieno di debiti!
Il dottore (agitato, ansante, per la forte commozione) Cioè? Spiegati!... Le tue lettere?... In pegno!
Emma (ridendo più forte) Ah! Ah! Non capisci!... Tu non arrivi nemmeno a capire tanta infamia. E anch'io, sai? Anche per me c'è voluto del tempo, molto tempo. Ho dovuto studiare, pensare, indovinare. E ho dovuto guardar la faccia, la vera faccia di quell'uomo, e tornare indietro, e ricordarmi tutte le sue parole, tutte le sue cattiverie, giorno per giorno, ora per ora, e vederlo — finalmente! — vederlo a occhi aperti, non come lo avevo pensato, creduto, immaginato col mio cuore, colla mia fantasia, io stupida, io cieca, io innamorata, io pazza, ma come era lui veramente, realmente, lui, lui, falso, egoista, vano, volgare! E quasi non si dava nemmeno la pena di mentire, d'ingannarmi! Era sicuro. Sapeva che io era una stupida. Che mi ingannavo da me stessa. Oh, c'è voluto del tempo! Tanto tempo! E c'è voluto che le avessi io nelle mie mani, quelle lettere, quelle cambiali di suo fratello! Oh, anche a te, sì, sì, farò leggere! Farò vedere tutto anche a te!
Il dottore. Sì, ma intanto... calmati. Cerca di calmarti.
Emma (con uno scoppio di risa e di lacrime) E io lo credevo geloso di Carlo! Invidia! vanità! Sì, perchè quell'uomo non ha che la vanità, soltanto la vanità, di vero, di forte, di grande, di sensibile. Geloso? Guarda un po' se era geloso di mio zio? Per il suo interesse, per i suoi trionfi, per la sua cattedra, per un articolo di giornale, mi avrebbe buttato in braccio a mio zio! In braccio a tutta Roma!
Il dottore (scandolezzato, imponendole colle mani di tacere) Da brava! Da brava! Non voglio sentirle certe esagerazioni!
Emma. E le mie lettere? Le mie lettere non le ha fatte correre fra le mani di tutta quella gentaglia di Padova? E non c'ero io — tutta io! — nelle mie lettere? Ti ricordi quei giorni? Io diventavo matta di amore, di dolore, di angoscia. Ti ricordi quei giorni? In collera col babbo, in collera colla mamma, in collera anche con te! Sai com'ero ammalata? Ti ricordi? Eppure, di notte, disfatta dal male, dalla febbre, gli volevo scrivere — almeno una parola, un bacio! — e mi sforzavo di parer lieta per non impressionarlo, per non spaventarlo! Ebbene, sono quelle mie lettere piene d'amore, di passione, di abbandono, sono quelle parole, sono i miei baci, ch'egli ha venduto, ch'egli ha dato in pegno a suo fratello, ai suoi creditori, ai suoi usurai! È il mio pudore, sì, il mio pudore, me stessa, tutta me stessa, io, come sono, svestita anima e corpo, ch'egli ha buttata in braccio a tutta quella gente!
Il dottore (tremante, diventato in viso quasi terreo, con due solchi sotto gli occhi, profondi, lucenti) Calmati! Calmati! Per amor del cielo! Se mi par di comprendere, se è proprio vero, hai tutte le ragioni; ma vuoi anche ammalarti?
Emma (rossa di fuoco, stravolta in viso, ma senza una lacrima) Senti, ascoltami. Al primo colpo, è stato tale il disinganno, il dolore, la vergogna — più di tutto la vergogna — che volevo uccidermi, buttarmi dalla finestra! Sì, sì, è vero, te lo giuro! Poi — non voglio farmi diversa da quella che sono — non è stato il pensiero della mia famiglia che mi ha trattenuta, nè della condizione in cui mi trovo; ma è stato l'odio, la febbre, la smania di buttargli in faccia le mie lettere, la lettera di suo fratello, tutto, tutto quanto! Una smania, la smania prepotente del mio orgoglio, delle mie fibre, del mio pudore, di fargli vedere — proprio vedere! — che non lo amo più, più, più; che mi fa ribrezzo, ribrezzo, nient'altro! Poi... sono corsa da Carlo. Volevo vendicarmi, volevo morire, ma a un tratto ho perduto tutte le forze, ho sentito un gran bisogno di piangere e sono corsa da Carlo. Erano tante tante ore che diventavo matta perchè non potevo piangere! Avevo bisogno di vedere qualcheduno, di sfogarmi con qualcheduno... Da chi potevo andare? Dalla mamma, no. Era stata contraria al mio matrimonio, e avrebbe creduto di consolarmi vantandosi di aver sempre ragione. Dal babbo? Povero babbo! Lo avrei addolorato e non sarebbe stato capace di aiutarmi. Tu non c'eri e sono corsa a Val d'Olona! (Afferrandogli tutte e due le mani e fissandolo con un impeto di disperazione) Salvami Carlo, sai! Adesso devi salvarlo! Non voglio anche il rimorso di aver fatto morir Carlo per quell'uomo!
Il dottore. Carlo... Vedremo! (Accomodandole lo scialle sulle spalle e attorno al collo) Ma tu, intanto, non devi pigliar freddo. Invece procura di calmarti. È un fatto così inaspettato, straordinario. Così, su due piedi, non si saprebbe nemmeno che consiglio dare. Mi farai vedere — vero? — anche questa lettera del fratello? Insomma, io ho bisogno ancora di precisare le idee! Pensa per altro, da brava, pensa che, nel tuo stato presente, non hai il diritto di farti del male! È un caso di coscienza.
Emma. E penso anche, ricordati bene, che io non sono più la moglie di quell'uomo, che io non ho più nulla di comune con quell'uomo!
Il dottore. Certo, sussistendo il fatto, appunto, bisognerà vedere... bisognerà studiare, pensare a un qualche provvedimento. Ma intanto io direi... Senti, cara la mia tosa, io direi di andare subito a Brenzonino e di sentire anche la mamma. La mamma, certe volte, e, più che per altro, per le sue continue sofferenze, sembra, forse, un po' contraddicente... un po' dura... ma non è vero — veh! — E poi la mamma è sempre la mamma! Da brava, resta ben coperta, e adesso, appena a Val d'Olona, ci faremo dare un the molto caldo con una goccia di rhum. La mamma, dunque, ha diritto, specialmente in un caso simile, così fuori del... del consueto, di saper tutto!
Emma. Io invece credo di no, e non sono del tuo parere. No; perchè il giorno che lo sa la mamma, lo saprà tutta Milano! Non credi?.. Non importa? Devo assolutamente parlare, dir tutto anche alla mamma?... Ebbene, se tu lo vuoi, lo farò, ma ad una condizione: dal momento che ci deve essere uno scandalo, voglio approfittarne per separarmi, per fare un processo, per non vederlo mai più, quel... signore, finchè vivo. (Interrompendosi: con un'alzata di spalle) E poi, no! (Eccitandosi nuovamente) E poi, no! Una volta ancora voglio vederlo! Una volta ancora gli voglio parlare! Deve capire, deve sentire come lo disprezzo!.. Noi due, fra di noi due... e nessun altro!
Il dottore. E, allora, non si dice niente alla mamma, non si dice niente a nessuno... e, appunto, cercate insieme fra voi due... un qualche accomodamento.
Emma. Un qualche accomodamento? Che accomodamento! Dovrà accettare le mie condizioni! Ciò che voglio io! E, prima di tutto, gli voglio buttare in faccia la sua vigliaccheria.
Il dottore (inquieto) Ecco... io invece sarei per consigliarti, in questo caso, la massima prudenza. Tu sola, per esempio, a tu per tu... (Pausa: scrollando il capo) Bada, veh, se è in realtà quale appunto verrebbe a dimostrarsi col suo procedere... potrebbe anche, una volta inasprito, irritato, non usare tutti quei modi... (arrabbiandosi e alzando la voce) potrebbe anche, parlo chiaro, metterti le mani addosso!
Emma. Tu avresti paura di quell'uomo?
Il dottore. Insomma, io preferirei che, quando veniste ad una spiegazione fra voi due... foste almeno in tre.
Emma. Tu avresti paura di quell'uomo? Io no. È troppo vigliacco!
— Appunto. Non sono gli eroi che commettono certe cose!
— Troppo vigliacco, ed anche troppo interessato; troppo vano e troppo furbo! In fine, egli non dovrà perdere altro che... sua moglie, ed è tutto il resto che gli preme di più! Del suo onore, in faccia mia, che gliene importa?... È la sua vanità in faccia al pubblico che gli preme! Sono i suoi comodi, le sue conferenze, gli applausi, è il Sant'Ambrogio! Non temere, sai. È lui che avrà paura di me!
Il dottore (sempre inquieto, poco persuaso) E... che cosa gli vorresti dire?
Emma. Prima di tutto, che amo Carlo — perchè Carlo è la sua rabbia, la sua invidia — e così anche per fissar bene le distanze, subito, fra me e lui!
— Questo, invece, abbi pazienza, cara la mia tosa, ma è proprio inutile andarglielo a raccontare... nemmeno per ischerzo.
— Invece, è questo che mi preme di più! È per dirgli questo, per dirglielo in faccia, io stessa, che ho la smania di rivederlo!
Il dottore (dandole il braccio: battendole ancora affettuosamente sulla mano, sorridendo) Ma e... non pensi al... viaggiatore!... Sicuro; a chi è in viaggio? (Emma si ferma, guardandolo fisso) Certamente: è anche suo. Anzi, la legge lo fa più suo che tuo.
Emma (con un'alzata di spalle, rimettendosi a camminare al braccio del dottore) Ma che! Gli farò scegliere tra mio figlio e i miei danari: sceglierà sempre i miei danari! (Fermandosi di nuovo) E tu... Senti dottore: ti prego, ti supplico! Non farmi diventare matta e cattiva. Non dirmi più che mio figlio è anche suo! Me lo faresti odiare! Non capisci, non comprendi... (rossa col viso che le diventa una fiamma, di foco) non capisci che è questo pensiero fisso — l'essere stata sua — che ho bisogno di strappare dal mio sangue, dalla mia carne? Mi odio — capisci? — mi detesto. Mi faccio orrore, mi faccio ribrezzo! La mia faccia ch'egli ha baciato, la mia bocca che l'ha baciato, mi fan ribrezzo!
Il dottore (continua ad accarezzare la mano di Emma: cercando di calmarla, di distrarla, e poi sempre inquieto, titubante le domanda) Ma e... e Carlo?
Emma. Carlo è pieno di buoni consigli, come te. Ma non importa. Faccio io ciò che voglio e non lo lascio più.
Il dottore (vivamente) Come, come... «non lo lascio più?»
Emma. Finchè è ammalato, verrò io tutti i giorni a Val d'Olona; quando sarà guarito, verrà lui, tutti i giorni da me, all'Argentera.
Il dottore (scrollando il capo e sospirando) Guarito...
Emma. Sì, guarito. Ne sono persuasa, ne sono convinta... Perchè credo ancora in Dio!
Il dottore (le tira lo scialle sulle spalle, le copre anche un po' la faccia e, prendendosela a braccetto e continuando la strada verso Val d'Olona, ricomincia colla sua voce lenta, sommessa, penetrante) Sì, cara, ma quando si vuol ottenere un miracolo da Domeneddio, bisogna che anche noi, — vero? — da parte nostra, facciamo tutto il possibile per aiutarlo, per assecondarlo. E io credo che la tua vicinanza, la tua frequenza, il vederti, insomma, troppo spesso... non sia, direi, non credo molto indicato, nello stato presente di Carlo. Carlo non è guarito, veh!.. Pur troppo, non è il caso di farci illusioni! È uno stato ancora molto precario; la più piccola scossa, il più piccolo turbamento, la più piccola emozione, anche piacevole, gli potrebbero essere fatali. Però ti consiglierei, per il suo bene, di tenerti il più possibilmente lontana... da Val d'Olona. Già; appunto. (Pausa) Con te, è inutile far tanti misteri. Tu sei una donnina brava, buona, ragionevole. Hai perduto la testa una volta per quello là, di Roma, e adesso ti trovi a brutte conseguenze. Ma io spero ancora; vedrai. Passato questo giorno di burrasca, la vita avrà per te nuovi argomenti di distrazione, e di conforto... e anche di compiacenza. Su! Su! Con quel faccino, con quegli occhi! Non guardare per terra: guarda il cielo com'è bello, limpido, azzurro. E ti ricordi, invece, due o tre giorni fa, com'era fosco? Tetro? — Dunque... un buon colpo di vento e spazza via tutto — vero? — (Un'altra pausa) Tu sei piena di buon senso e di cuore, due cose che, quando vanno insieme unite, il che succede molto di rado, rimediano a grandi guai. Non vuoi dir niente alla mamma e a nessuno?... Forse, in questo, puoi anche aver ragione. Fra te e... quell'altro là, potrete forse intendervi meglio. Ma quando vi troverete insieme, se io non devo essere presente, voglio almeno esserti vicino. In quanto a Carlo... se tu pensi anche a volergli bene... è un'altra quistione. Io non posso dire nè sì, nè no. Si tratta del tuo cuore e della tua coscienza. (Ridendo per far sorridere Emma) Io sono un dottore e non un confessore. E non mi preoccupo altro che della mia partita, cioè della salute del corpo! Per ciò, devo concludere, che non basta salvare le apparenze — cosa della quale sono convinto, vero?, hai troppo rispetto di te stessa — ma... alla larga, almeno per il momento, alla larga... da Val d'Olona! Già, siamo d'accordo: a Carlo non è scoppiata la pleurite perchè abbia preso troppo freddo o troppo caldo, ma in seguito ad un'anoressia nervosa, giunta persino allo stadio più acuto della sitofobia, e alla quale ha dato origine una forte eccitazione psichica di natura deprimente. Insomma, tu hai sposato quel... Giordano, e Carlo non è stato più bene; e come ti avevo scritto anche a Roma, in quella lettera che non si sa in che modo sia andata smarrita, è guarito della pleurite, ma gli è rimasto latente nei polmoni un... focolaio...
Emma (sorridendo, trasfigurandosi in viso) Eccolo Carlo! Eccolo, ci viene incontro!
Il dottore (punta gli occhi, diventando truce: gli si muove la barba come se masticasse qualche gran minaccia, ma poi la voce non corrisponde all'aspetto terribile) A casa, a casa!... Subito a casa!... E a letto!
Carlo (scarno, pallidissimo, soltanto con le gote un po' accese) Mi sento meglio, oggi!... Molto meglio!
Il dottore (gli tocca il polso, la fronte) Ragione di più, per condursi in modo, appunto, da non perdere con un'imprudenza ciò che si può aver guadagnato, sicchè... (prendendolo per un braccio) torna indietro e per oggi basta: torna a letto!
Emma. Dottore!... Come sei cattivo!
Il dottore (arrabbiandosi) Insomma!... Bisogna tener presente che ancora tre o quattro giorni fa eravamo in alto mare, coi senapismi e colla digitale!
Carlo. Volevo soltanto prevenire la signora Emma che mi sono prevalso del suo nome e del suo permesso e che ho ordinato al suo cocchiere di attaccare.
Emma. Perchè?
Carlo. Perchè è meglio ch'ella ritorni all'Argentera mentre c'è ancora un po' di sole. Dopo, sentirebbe troppo freddo.
Il dottore. Carlo in questo ha ragione. (Al Borghetti) Hai fatto benissimo. Per il freddo, appunto, e anche per tutto il resto! (Ad Emma) Tienti il mio plaid se hai timore di non essere coperta abbastanza e... giudizio! Da brava! Ci rivedremo prestissimo. Intanto... torna quietina all'Argentera. Te lo ha consigliato Carlo; te lo consiglio anch'io.
Emma (sorridendo) Siete tutti e due tanto simpatici e coi vostri consigli — auf! — diventate tanto noiosi! (Vede la carrozza avvicinarsi: stringendo la mano al dottore, nel salutarlo) Ti troverò ancora qui, domani, a Val d'Olona?... Io ci verrò — ricordati — con qualunque tempo!
XIV. «L'idolo.»
Giordano Mari si è fermato un giorno di più a Roma dopo la conferenza, e deve poi rimanere tre o quattro giorni di più anche a Bologna.
Come si fa? Egli non vede l'ora di essere un po' fuori del mondo, non vede l'ora di riposare, ma anche a Bologna, dopo la sua lezione molto applaudita, gli studenti gli offrono un banchetto... e non può dir di no!
Giordano continua a telegrafare ad Emma per avvertirla di tanti ritardi, per esprimere il suo dispiacere e per chiederle notizie. Ma Emma, dopo il telegramma spedito a Roma, e la lettera mandata a Bologna, non si è fatta più viva.
— Povera piccola! È in collera! È arrabbiatissima perchè sono ancora a Bologna! Chi sa, così gelosa, quanti timori, quanti sospetti!... Ma faremo la pace all'Argentera!
Adesso che da qualche giorno ne è lontano. Giordano Mari sente davvero la mancanza di sua moglie, e si commove piacevolmente nel rileggere quella sua ultima lettera così carina e così affettuosa, così piena della sua grazia, delle sue carezze, del suo spirito e di quel suo profumo à la peau d'Espagne, così inebriante.
— No, non gli metteremo nome Ambrogio!... Ma nemmeno Venceslao! — E pensando ai varii nomi della famiglia di sua moglie e della famiglia sua, dà in uno scoppio di risa: — Tancredi? Ecco! Trovato! Lo chiameremo Tancredi!... E perchè no? Se quell'animale volesse lasciarmi tutto il suo... Del resto, col tempo, chi sa? Non ci sono altri parenti, e se non sono io l'erede, sarà mio figlio! (Sorridendo) Mio figlio o mia figlia?... Ancora non si sa! (Accarezzandosi la barba, pavoneggiandosi) Diremo: ai miei figli... per non sbagliare!... Cara quella mia piccola!
Emma merita davvero ch'egli si sacrifichi per lei!... E, in fatti, Giordano Mari rinuncia a un invito a pranzo della marchesa Malvolti e ad una colazione offertagli dal professor Ercolani, e subito, dopo il banchetto degli studenti, la notte stessa, parte per l'Argentera.
Non ha telegrafato: conta di arrivare alla mattina presto.
— Emma, forse, dormirà ancora... Le voglio fare un'improvvisata!
Il fattore, avvertito dal giardiniere, il quale ha visto Giordano Mari da lontano, gli corre incontro premurosamente.
— Come mai, signor padrone? A piedi? Senza avvertirci?
— Sono venuto colla ferrovia fino a Venegono. Anzi, manderà subito alla stazione a prender la mia roba! (Guardando l'orologio) Da Venegono all'Argentera ci ho messo soltanto venticinque minuti! Abbiamo la gamba buona, signor Formenti; gamba da cacciatore!... E il cane, a proposito, c'è?
— C'è, e famoso! È un bracco da ferma e da leva. Lo conosco e lo posso garantire, signor padrone.
— Bravo! Dopo colazione lo proveremo. Mia moglie dorme ancora?
— Non l'ho veduta, ma starà certo alzandosi. Ieri sera ha ordinato la carrozza, come al solito, per le dieci, e prima fa colazione.
Giordano (ridendo) Ah! Ah! A passeggiare in carrozza, alle dieci del mattino!.. Si vede che non ha paura del freddo.
Il signor Formenti. Va fino a Val d'Olona... (Giordano si volta: lo fissa. Dall'occhiata che gli dà il padrone, il signor Formenti teme di aver commessa un'imprudenza e cerca di rimediarvi) A Val d'Olona, per sentire le notizie del signor Borghetti e per prendere il dottore che accompagna fino alla stazione di Tradate.
Giordano (fissando sempre il fattore che vede impacciato, confuso) E quel povero Borghetti è spedito, non è vero?
Il signor Formenti. Ma... da qualche giorno, pare che ci sia un buon miglioramento. Certo, che è stato malissimo, e ancora stenterà molto a cavarsela!
Giordano Mari ha mutato faccia: è diventato di pessimo umore. Nell'attraversare il grande viale del parco vede due camerops che non furono bene impagliati, chiama il giardiniere e gli dà una strapazzata da levargli la pelle e continua a gridare arrivando fin sotto la villa:
— Siete tutti una massa d'imbecilli! Non fate altro che mangiare il pane a tradimento! Finirò col mandarvi tutti, l'un dopo l'altro, fuori dei piedi! Voglio far casa pulita! Voglio essere servito a modo mio!
Emma, che sta vestendosi, sente la voce del marito, manda via la Carolina e chiude l'uscio della sua camera a chiave. Essa non ha avuto un tremito. Soltanto, da pallida che era, è diventata livida, aggrottando le ciglia, increspando le labbra ad un sorriso beffardo, provocante:
— Finalmente!... In faccia!... Tutto in faccia!
Si butta addosso, in fretta, un vestito, una giacca, si stringe un foulard attorno al collo.
Giordano (che ha trovato l'uscio chiuso: sforzando la chiave) Apri... (gridando) Per Dio!... Apri!
Emma (avvolgendosi, puntandosi i capelli sul capo: con voce ferma, aspra) Aspetta... Un momento!
Giordano (battendo violentemente contro l'uscio anche coi piedi) Apri!... Per Dio, apri!
Emma (si abbottona la giacca, si dà un'occhiata nello specchio, poi va ad aprire e ritorna in mezzo alla camera fermandosi, guardando fisso suo marito, aspettando).
Giordano (entra con impeto, sempre gridando, ma subito si arresta colpito, sconcertato dal pallore, dalla faccia, dagli occhi di sua moglie: si guarda attorno, domandandole sottovoce) La Carolina?
Emma. Siamo soli, soli: io e te!
Giordano (torna all'uscio, lo chiude, poi si mette ritto, le braccia incrociate, dinanzi ad Emma, che rimane immobile) Allora ti dirò che non hai nessuna ragione, nessun diritto di farmi una scena perchè io ho ritardato qualche giorno a ritornare!.. Perchè ho dovuto fermarmi a Bologna, costretto dal mio lavoro, dalle mie lezioni, dai miei impegni!... Mentre tu, tutti i giorni, non hai fatto altro che andare innanzi e indietro dall'Argentera a Val d'Olona! Non negare! Mi hanno detto tutto! So tutto!
Emma ha un lampo negli occhi, fa un passo, fa per parlare, ma non può. La collera, i battiti violenti del suo cuore, la vista stessa di quell'uomo così sicuro di sè, così sfacciato, la soffocano, le serrano la gola. Essa continua ad avvicinarsi a suo marito, a fissarlo faccia a faccia e a ridere; ma l'espressione del suo volto diventa così terribile e l'espressione del suo riso così sinistra, che Giordano stesso ne rimane quasi spaventato:
— In fine, che c'è? Che cos'hai?... Che è successo?
Emma lo fissa ancora, così, con quel suo riso, per un momento, poi di colpo si slancia sul cassettone, lo apre, afferra il fascio delle cambiali, di tutte le lettere, e sempre muta, senza un grido, lo getta in faccia a suo marito.
Giordano diventa a sua volta pallidissimo, guarda per terra quelle carte, quei fogli sparpagliati, li raccoglie a uno a uno... pensa... e, a un tratto, ha come un barlume di quanto deve essere successo. Egli da tanto tempo era così lontano, non ci pensava nemmeno più ai suoi debiti di Padova, a quelle lettere! Come mai erano arrivate in mano a sua moglie?... E torna a guardare Emma, non più minaccioso, ma come per interrogarla, sbalordito, istupidito.
Emma (senza muovere un passo: sempre appoggiata al cassettone, col viso, cogli occhi stravolti) E, adesso, va via! Va via!
Giordano (si sforza per contenersi, per dominarsi: alzando il capo, facendo l'atto di mettersi tutte quelle lettere in saccoccia, domanda arrogantemente) Come?... Perchè?... «Va via?...»
Emma (con un grido) Le mie lettere, no! Non voglio lasciarti le mie lettere! No! No! Mai! (Si avventa contro Giordano, afferrandogli il pugno ch'egli tien chiuso, stretto col fascio delle carte) Le mie lettere no! Le daresti ancora in pegno! Le venderesti!... Le mie lettere no!...
E, pur di riuscire a strappargli quelle carte, nell'ira, nel furore gli graffia le mani, tenta persino di morderlo.
Giordano. È roba mia! Questa è roba mia! (Non riuscendo a respingere Emma, fuor di sè, l'afferra per i capelli, per difendersi, per allontanare la sua faccia, i suoi denti).
Emma (colla voce rotta) Dammi le mie lettere, o chiamo, o grido a tutti, forte, che hai dato le mie lettere in pegno, a Padova, ai tuoi usurai! (Con un urlo di collera e di dolore) Aiuto! Aiuto!
Giordano (spaventato, dandole le lettere, lasciandola andare) Prendi le tue lettere! Basta! Taci! Taci, per Dio!
Emma (anelante, col viso graffiato, sfigurata: tutti i capelli sciolti che le cadono sulla faccia, sulle spalle) Se chiamo il signor Formenti, il giardiniere, sai che obbediscono a me, non a te!.. Abbassa la voce e va via! Se tu non mi vorrai costringere, io non farò scandali! E così... nè per i trionfi, nè per i tuoi interessi, non avrai niente da temere! Io ti cedo fin d'ora l'Argentera, i miei danari, tutto!... Dunque, tu puoi continuare la tua vita, godere la tua celebrità, salire sempre più in alto!... Metto una sola condizione. Fra me e te, più nemmeno una parola. Saremo affatto estranei e affatto liberi l'uno dall'altra. E... se avrò un figlio, lo voglio io, dev'esser mio, soltanto mio. Del resto, ripeto, fuori di me e della mia creatura, se ci sarà, sei padrone di tutto. Sei disposto ad accettare questi patti, in silenzio, tacitamente? Bene. — In caso diverso, te li imporrò col mezzo del tribunale e faremo uno scandalo!
Giordano (colle lacrime nella voce) Ma io non ti comprendo... Io credo di sognare!... Io sogno!... È un sogno!... (Congiungendo le mani quasi supplichevole) E sei tu?... Tu, che mi parli così?... Tu, la mia Emma?... Emma!
Emma. Non chiamarmi Emma!... Non proferir più il mio nome!... Non voglio! Ho voluto vederti per questo! Per dirti che, per te, io non ci sono più!... (Ridendo ironicamente) Ah! Ah! Ti conosco! Finchè non te lo avessi detto io, io stessa... finchè tu non lo avessi letto nei miei occhi, sulla mia faccia, non lo avresti mai creduto! Avresti sempre sperato di potermi ingannare! Adesso sei persuaso?.. Sei convinto?.. Dunque, basta. — Non volevo altro da te. Va via!
Giordano. Andrò via, sì! Non mi vedrai mai più... Ma, prima, ascoltami.
Emma. No.
Giordano. Devi ascoltarmi!
Emma. No. Va via.
Giordano fa qualche passo per la stanza, poi nuovamente si avvicina ad Emma, calmo, quasi sorridente:
— Tu hai voluto offendermi, e mi hai offeso con le parole più sanguinose... eppure, vedi?.. io sono rimasto tranquillo! (Sospirando, fissandola amorosamente, quasi cercando di sedurla, di affascinarla col ricordo delle loro carezze, col sorriso della bella bocca dai denti bianchissimi) Appunto, io sono tranquillo, buono, affettuoso, perchè in questo momento... non sei tu, non è la tua ragione, non è il tuo cuore che parla! Sei un'altra! Sei diventata un'altra, sei diventata pazza! Ma che cosa credi? Che cosa ti hanno fatto credere? Che cosa pensi?... Che io abbia perdute, lasciate in giro, date ad altri le tue lettere? Ma come?... Forse... non so, non capisco! Me le avranno rubate! Non ricordi più come io sono partito da Padova?... Il Borghetti mi aveva telegrafato che tu stavi male!... Io ho perduto la testa, sono precipitato a Milano.
Emma. Basta. Finiamola. Io voglio tenermi le mie lettere; non le tue cambiali. Prendile! Non so che farmene. (Gliele dà) E guarda... questa! Leggi qui, qui sotto, che cosa vi ha scritto tuo fratello!...
Giordano (legge: dopo un momento di esitazione, di angoscia) Ebbene, sì. Non voglio negare. È vero. Avevo la corda al collo!... Tu non conosci ancora tutta la mia vita! Tutte le mie disgrazie! Quelle cambiali non pagate, protestate, sarebbero stata la mia rovina, e la mia rovina, in quel momento, voleva dire perderti, perderti!... Tu non puoi giudicarmi, tu, perchè non puoi comprendere, capire, che cos'era la mia passione. Per te, per averti, avrei commesso anche un delitto! Disprezzami! Ma non odiarmi! Disprezzami, ma non abbandonarmi! Io ti amo come il primo giorno! Ti amo ancora di più! E ti domando perdono in ginocchio... (scoppiando in lacrime) Emma!... Emma!... Mia! Cara!... Perdonami.
Emma (battendogli sulla spalla con un impeto di collera e di ribrezzo) Su! Su! alzati... Va via!
Giordano. Pensa... bada... che cosa fai!... Bada bada, Emma!... Non spingere un uomo, un uomo come me, alla disperazione!
Emma. Ammazzarti?.. Tu?.. No. Rileggi ciò che ti scrive tuo fratello. Avrai tutte le tue cambiali, i tuoi debiti puoi pagarli. Perchè?... Per chi vorresti ammazzarti?
Giordano. Non io! Non ho detto di voler ammazzar me. No! No! Prima qualchedun altro! (Minacciandola) E se devo uscire da questa casa, scacciato, abbandonato da te... Pensaci. Posso andare da... (s'interrompe, fissandola).
Emma (tornando a sorridere con sarcasmo, con disprezzo) Da chi?...
Giordano. Sai bene, da chi.
Emma (provocando) Da chi?... Parla!
Giordano. Da Carlo Borghetti. Dal tuo... (si ferma: esita ancora).
Emma (prorompendo) Sì! Sì! Dal mio amante!.. Dal mio amante! Voglio sentirlo dire! Voglio sentirlo da te!... Da Carlo, sì, dall'autore del tuo Sant'Ambrogio, dal mio amante!
Giordano (con un'alzata di spalle e una risata) E tu... vorresti farmelo credere?.. A me?.. Tu?.. Emma?... Emma?
Emma (trasalendo al suo nome ripetuto, poi calmandosi) No. Ciò che tu vuoi o puoi credere, mi è ormai indifferente. Soltanto, per farti ben comprendere che cosa tu sei diventato per me, ti avverto che ho detto tutto e che ho fatto vedere la cambiale, colle... quattro righe di tuo fratello, a Carlo e al dottore. No, no, no!... Non fare quel viso, quegli occhi! Non minacciarmi, non mi fai paura. Sei tu che devi aver paura di me! E tu farai tutto ciò che io voglio, perchè tu temi lo scandalo ed io.. per me, no. Ora io vado a Val d'Olona, e non torno più qui, all'Argentera, finchè tu ci rimani. Hai capito? Va, sta, fa ciò che vuoi! Parlerai col dottore; combinerete insieme, vi metterete d'accordo su ciò che si deve dire e fare, per nascondere, il più che sarà possibile, la verità, al babbo, alla mamma, a tutti. (Avvolgendosi, fermandosi di nuovo i capelli sul capo, mettendosi un berrettino di lontra) E, adesso, ti ripeto che sono inutili le minaccie, e che non mi fai paura! — Lasciami passare! (Suonando forte il campanello e chiamando ad alta voce) Carolina!