← Table of contents
L'idolo

PARTE SECONDA. (continued 2)

Reading edition

Schiavino. Benissimo!

Giordano. E che in ogni caso — queste sono le precise parole — non sarebbe mai stata mia moglie, fino a quando io potessi comparir vile dinanzi a me stesso, seduttore verso i suoi parenti, interessato in faccia alla società.

Schiavino. Benissimo! Bravo!

Giordano (continuando, sempre più infervorandosi, riscaldandosi, coll'accento della verità e della passione) E lei allora, la signorina Emma che cosa mi risponde? «Sono giorni terribili, sempre in urto, in collera con tutti i miei; ma sono contentissima di soffrire per te, sono tua e sarò sempre tua con tutta l'anima, con tutto il cuore.» Che cosa avreste fatto voi nel mio caso?

Schiavino (si accarezza la barba e non risponde).

Giordano. Sareste partito? Sareste fuggito?

Schiavino (accarezzandosi sempre la barba) Probabilmente.

Giordano. Bravo! È quello, appunto, che ho fatto anch'io. Lascio Milano e vado a Padova. La ragazza mi tempesta di lettere. Io, prima, non rispondo; poi, costretto, rispondo tanto freddamente, che la poveretta ne soffre, comincia a star poco bene. Intanto quell'altra persona, di cui vi ho già parlato, si mostra indegna di ogni affetto serio, profondo, e questo disinganno, questa delusione, è naturale, spinge il mio cuore sanguinante verso la dolce, la cara fanciulla. Essa in quel momento è il conforto, la vita nuova dell'anima. Pure, anche questo sentimento lo chiudo, lo soffoco dentro di me e continuo a non scrivere altro che assai raramente e assai freddamente, finchè un giorno, uno della famiglia stessa dei Dionisy, un cugino, l'architetto Carlo Borghetti...

Schiavino. L'archeologo?

Giordano. Precisamente! Carlo Borghetti mi scrive che la fanciulla sta molto male e mi prega di ritornar subito a Milano. (Si leva un grosso portafoglio pieno di lettere dalla tasca interna della giacca, e lo tiene sempre in mano finchè parla). Voglio mostrarvi questa lettera...

Schiavino. No, no; vi credo!

Giordano. Come avreste fatto anche voi, corro a Milano...

Schiavino. S'intende.

Giordano. Ma resisto ancora; resisto sempre. Oh, se fosse stata povera, quella ragazza! Ma era ricca, ed io ho sempre sacrificato tutto al mio onore, al mio orgoglio. — No! No! Non voglio! — Ma la povera ragazza, intanto, sempre male, sempre peggio! I genitori, prima, naturalmente, contrariissimi ed accaniti contro di me, dopo si mostrano arrendevoli, per finire col pregare, col supplicare. Io fo loro dichiarare dal Barbarani e dal Borghetti, li conoscete tutti e due, di esser pronto a partire, a scomparire per sempre dall'Italia, dall'Europa; e disperato anch'io, anch'io coll'amore e colla morte nel cuore, parto, fuggo, vado a Genova per imbarcarmi! (Cercando colle dita tremanti un'altra lettera nel portafoglio) Sentite che cosa mi scrive, appunto a Genova, il dottore della famiglia.

Schiavino (a sua volta stanco, vinto, nervoso). No! ma no! Facciamo presto: vi credo: dunque, basta. L'avete sposata e avete fatto bene. Basta.

Giordano. No; non basta; perchè se avete pubblicamente stampato che io sono il mantenuto di mia moglie, lo avete anche pensato. Il dottore mi scrive queste precise parole: «Per un falso, un malinteso principio di amor proprio, non avete il diritto di porre a gran repentaglio la pace, la felicità di una rispettabilissima famiglia, che merita tutti i riguardi, e forse compromettere anche la vita stessa di una giovane, buona, affettuosa, la cui salute è già molto scossa e vacillante.» — Io non rispondo subito; il dottore viene a prendermi a Genova, mi porta per forza a Milano, e a Milano, pure protestandomi innamorato della ragazza, dichiaro a lei stessa, che, mentre io mi tenevo impegnato per tutta la vita, lasciavo lei, ancora, perfettamente libera; dichiaro ai suoi parenti che io sarei stato felice quel giorno soltanto, in cui avessi potuto sposare la signorina Emma, ma che per arrivare a quel giorno volevo prima assicurarmi, obbligandomi con un editore e coll'ottenere una cattedra, una rendita certa di almeno sei o settemila lire. Questa rendita, senza contare altri lavori straordinarii, avrebbe garantito la mia indipendenza e la mia dignità, colla sicurezza del pane quotidiano. E così ho fatto (Aprendo ancora il portafoglio) Volete vedere i documenti?

Schiavino (chiamando il ragazzo perchè gli porti le bozze dell'articolo) No! No!

Giordano (mettendosi il portafoglio in saccoccia). Prevedevo e quindi disprezzavo anticipatamente le calunnie, le infamie degli invidiosi, dei tristi; ma mi premeva, volevo essere giudicato onesto dagli onesti. (Incrociando le braccia sul petto e fissandolo) E, adesso, rispondetemi: che cosa pensate di me?

Schiavino (stendendogli la mano, e anch'egli, oramai, dopo il calore e l'intimità del colloquio, continuando famigliarmente a dargli del voi). Lavorate di lena, e amate vostra moglie! (Prende le bozze dalle mani del ragazzo di stamperia che entra in quel punto, si mette al tavolino e comincia a correggerle).

Il ragazzo. Aspetto?...

Schiavino. Sì. (A Giordano: sempre correggendo le bozze) Del resto... avevo sentito qualche cosa di questo vostro... romanzo, a Varese, dove ho una sorella maritata e dove vado a passare le mie vacanze. Ma c'è tanto poco di vero... anche nei romanzi che non si stampano!

Giordano (avvicinandosi: aspettando ancora un momento) Dunque, il letterato, lo storico... (sorridendo) il conferenziere sopra tutto, ve lo abbandono; ma, come uomo, posso contare, ormai, sulla vostra stima?

Schiavino (seccato d'essersi lasciato sorprendere dalla commozione e volendo far capire al Mari che è ora di andarsene, continua a correggere le bozze, senza più rispondergli, nè guardarlo).

Giordano (abbottonandosi la giacca) Una sola promessa dovete farmi: quando saprò che sarete a Varese e verrò a prendervi colla carrozza per condurvi a casa mia all'Argentera, per presentarvi a mia moglie, non dovrete dirmi di no.

VII. La lettera di donna Fanny.

La mattina dopo. Non sono ancora le otto. Nel numero 31 le finestre sono ancora chiuse: è tutto buio. Un gran profumo di peau d'Espagne.

Emma, a un tratto, si sveglia: guarda verso l'uscio del numero 30, sospira, si volta dall'altra parte e si riaddormenta.

Un'ora dopo entra Carolina, la cameriera, portando il caffè e due lettere per Emma. Carolina, come di consueto, pone il vassoio sul tavolino che è accanto al letto della padrona, poi va ad aprire la finestra.

Emma (destandosi una seconda volta: rizzandosi d'un balzo a sedere sul letto e fregandosi gli occhi colle dita) È una bella giornata?

— Sì, signora! C'è un bellissimo sole! Come quello di Napoli.

Emma rivolge istintivamente una seconda occhiata verso il numero 30, canterella a mezza voce, tra un piccolo sbadiglio ed un sospiro:

Oh, dolce Napoli!... Oh, suol beato!

— Ci sono lettere?

Carolina. Sissignora; due.

Emma (senza prenderle in mano: guardando la soprascritta, mentre beve a sorsi il caffè) Una della mamma e l'altra... (con un sorrisetto) Ah! Ah! Quella cara Fanny.!... E il mio babbo? Niente! (Alla Carolina: ficcandosi di nuovo, in fretta, sotto le coperte) Brr! Chiudi, chiudi! Fa freddo!

Carolina (ridendo) Siamo in novembre! (Chiude i vetri della finestra: prepara, accomoda la toeletta, riceve gli ordini per l'abbigliamento di quella mattina e se ne va piano, in punta di piedi, com'è venuta).

Emma (continuando a guardare le lettere che sono sempre sul tavolino, senza risolversi a prenderle e leggerle) Oh, dolce Napoli!... Oh, suol beato!... (sente un movimento al numero 30) Ti sei svegliato?

Giordano (dall'altra camera: colla voce grossa, rauca) No, dormo.

Emma. È tardi. Sono le nove!... Io ho già preso il caffè.

Giordano. Ed io, invece, ho ancora sonno. Stetti alzato tardissimo. Ho scritto molto.

Emma. Non ti ho mai sentito.

Giordano. Per due ragioni: la prima, perchè hai dormito sempre: la seconda, perchè a scrivere non si fa rumore.

Emma. Hai finito?

Giordano (arrabbiato) Finiscila tu col tuo «Finito? Hai finito?» Non sai dir altro!

Un momento di silenzio; poi Emma, di nuovo:

— Sei in collera?

— No.

— Vieni qui.

— No.

— Allora vengo io.

— Non si può. Devo alzarmi in fretta e rimettermi al lavoro. Pensa che oggi è giovedì.

Emma (arrabbiandosi e rivoltandosi nel letto) Auf! Sono stufa! Stufa di questa Roma! Ieri sera, Richelieu a tutto pasto, e stamattina.... è giovedì!

Giordano (prorompendo: sinceramente, senza collera) Emma, Emma, giudizio! Mi raccomando! Ti prego, se mi vuoi bene. Ti supplico! Non ricominciare. Mi sono accorto, pur troppo, anche a Napoli, che non ho più la mia memoria di una volta. Lasciami studiare, lasciami tranquillo, o mi farai fare una figura ridicola.

Emma (sempre ben sotto le coperte, conta i giorni lentamente, appoggiando le dita al nasetto) Ancora giovedì, venerdì, sabato, domenica... e poi più conferenze!

Si sente un gran sospiro anche nel numero 30.

Emma tace: sta tranquilla tranquilla; sempre guardando le due lettere sul tavolino, che per pigrizia non si risolve a leggere. È lì lì, quasi per riaddormentarsi.

Giordano, non udendo più alcun rumore dal numero 31, comincia ad impensierirsi. Vorrebbe appunto, perchè non possa ripetersi il caso di Napoli, ripassare, studiare la conferenza: fissarsi bene in testa i tagli e le varianti... E poi dirla, ripeterla parecchie volte di seguito, per abituare e rinforzare anche la voce. Però la moglie vicina gli dà noia. Emma è ancora ingenua: non conosce le malizie del mestiere; non sa che la «maravigliosa potenza e facilità di parola» non è altro che uno sforzo paziente di memoria. E poi si accorgerebbe troppo presto che sono sempre i medesimi precursori che viaggiano!... E come un lampo gli torna in mente lo scherzetto dell'editore: «Sempre bella — ma sempre quella — la bandiera dei tre color!» Bisogna liberarsi di Emma; bisogna mandarla a spasso per un paio d'orette! (forte) Emma!

Silenzio: nessuno risponde.

— Che cosa fai? (Più forte) Emma! Che fai?

Emma (imitando la voce di prima di Giordano) Dormo.

— È tardi. Alzati.

— Sono appena... le nove e mezzo.

— Appunto; è ora di alzarsi.

— Perchè? Tu lavori: io dormo.

— Devi alzarti anche... per salute! Devi abituarti.

Emma (interrompendolo) No, no! Ti prego! Non ricominciare coll'abituarmi!

Giordano (con vivacità) Insomma, alzati! Lo voglio! Sei giovane, sei sana! È una vergogna, star a letto tutto il giorno!

Emma (finge, per ischerzo, di piangere) Cattivo! Sto tanto bene qui!... Che cosa faccio poi, quando pure mi sono alzata?... Io sola?... Senza te... che devi lavorare?

— Andrai un po' fuori. Andrai a far le tue spese, le tue commissioni.

— Le ho fatte tutte ieri.

— Va... Va a prendere il tuo anello dal Marchesini, che sarà pronto.

— Mai! Mai! — Lo dichiaro: sola, sul Corso, di mattina, mai!

— Prendi con te la cameriera.

Emma (ridendo forte) Ah! Ah! Ah! Come a Milano! Colla Rosina! (imitando la cantilena del dindirindera) Colla Rosina che faceva la spia — la spia perchè scrivevo di nascosto ad un brutto coso — un brutto coso invisibile che non vuol lasciarmi dormire.

Giordano (dopo un momento) Per esempio: perchè non andresti un po'... a messa?

Emma (ridendo di nuovo) Alla messa? Tu mi mandi alla messa? Oh! Oh!... come sarà contento don Fulvio Crespi!

Giordano. Perchè no? io sono sopra tutto sincero. Io posso pensare come voglio, ma mi piace che mia moglie abbia una fede: qualunque sia, ma una la deve avere.

Emma (seriamente: con un altro tono di voce) Qualunque sia, no. Bisogna avere la nostra: la sola buona, la sola vera: la santa. Sì; adesso mi alzo, e andrò a fare un po' di bene. Ma, prima, senti: sii molto gentile e molto carino per un momento, solo, solo. Vieni qui per leggermi due lettere che mi ha portato la Carolina. Una è della mamma e l'altra... l'altra bisogna indovinare. È di una persona che hai molto amato, che anche presentemente... forse... chi sa?... Non giurerei!

Giordano. Il leggere le lettere degli altri non mi diverte e non mi piace. Te l'ho già detto. È una indelicatezza verso chi le scrive. Finisco di vestirmi; poi verrò a sentire le notizie più importanti della mamma e di donna Fanny.

Emma. Ah! Ah! Vedi come subito hai indovinato?... (mentre si tira un po' su a sedere e apre la lettera della mamma) Sul colpo: donna Fanny! La cara Fanny! Mi fa un dispetto che tu dica quel nome odioso, colla stessa bocca e colla stessa voce, come dici Emma. E mi fa sempre l'amica!... Ed io la devo sopportare per le convenienze! Come sono ipocrite le convenienze!... (facendo colle labbra un moto di sprezzo e di nausea) Peuh!...

Nei primi giorni del matrimonio, Giordano ha confidato alla moglie che la Simonetti, a Milano, è stata amante anche sua, per qualche settimana. E non è stato così leggero e loquace per vanità; Giordano Mari non è d'altro vano che di sè stesso; ma solo per prudenza; per un'abile diplomazia. In tal modo spiegava ad Emma quanto solo in parte era vero: cioè, che tutte le cattiverie, le insinuazioni, le falsità, le calunnie, messe in giro sul suo conto, sul suo passato, sulla sua vita, a Padova, sui suoi debiti, sulla sua famiglia, erano quelle solite guerre di donna, lo sfogo del dispetto, della collera, della gelosia di donna Fanny, la quale si credeva ingannata e si vedeva abbandonare per un'altra. Ma s'intende ch'egli non aveva detto tutto a sua moglie: non le aveva raccontato come era stata ottenuta la tregua da quella sua nemica acerrima: anzi, più ancora di una tregua: l'alleanza!

Egli aveva minacciato donna Fanny di spedire direttamente certe sue lettere divise in parti eguali, l'una all'Onorevole e l'altra a Guido Bardi.

Emma (che intanto ha cominciato a leggere la lettera della signora Letizia) La mamma ti saluta.

— Grazie. Sta bene?

— Dice di no, ma pare di sì! Mi scrive che il dottore, «date le condizioni eccezionali della sua povera salute, è però abbastanza... contentino...».

Giordano (sorridendo) Allora andiamo benone.

Emma. Il babbo sta preparandoci un bellissimo regalo per il nostro salotto dell'Argentera. Il suo busto in bronzo. Poveretto, si secca due ore al giorno a posare per noi, nello studio dello scultore Quadrelli.

— Gli devi scriver subito e ringraziarlo.

— Ancora non lo dobbiamo sapere. È un'improvvisata!

— Sarà bene che tu gli scriva lo stesso. Gli devi dire anche della Regina, che assisterà alla mia conferenza. A tuo padre farà molto piacere. Devi rispondere pure alla mamma... Quando torni dalla messa, puoi fermarti a scrivere nella sala di lettura: c'è tutto l'occorrente; ci son tutti i comodi.

Emma (con uno scoppio di risa) Ah! Ah! Ah! Questa è bellissima!... È una notizia della tua Fanny! Nino Sebastiani ha scritto un dramma in collaborazione colla contessina d'Arborio, e il prefetto di Milano lo ha proibito perchè troppo immorale!... (Con un grido) Carlo Borghetti! Carlo è ammalato! Molto ammalato! (Con la voce piena di lacrime) Oh, povero Carlo!... Carlo! Carlo! Povero Carlo!

Giordano. Il Borghetti? Ammalato? Che cosa ha? (È corso col suo pensiero alla sua opera: ma si è subito calmato; oramai il volume sui tempi d'Ambrogio è pressochè tutto stampato. Anzi, dato il caso di una disgrazia capitata al povero Borghetti, sarebbe appena in tempo di sopprimere la dedica, pensandoci bene, forse troppo espansiva. Chiama il Borghetti persino suo collaboratore! — Entra in camera di Emma, ancora in manica di camicia, mettendosi i bottoni d'oro ai polsini) Che cos'ha? Non è in viaggio, in Germania? in Austria?

— A Villach! In Carinzia! È ammalato di pleurite! (Emma è seduta sul letto, in lacrime, tremante, palpitante. I capelli si sono sciolti, slacciati; le cadono, a ondate, sulle spalle, sul collo, sul seno, sulla faccia: la coprono tutta) Leggi! Leggi! È in pericolo! (Gli dà la lettera di donna Fanny) Oh, povero Carlo! Di'? Di'? Ma morirà? Morirà? È subito partito il dottore. Questa è una consolazione! Un po' di tranquillità! Avrà almeno il nostro buon dottore! Ma la mamma? Come mai la mamma non mi ha scritto nulla?

Giordano. Tua madre è in campagna, e donna Fanny scrive da Milano. (Confrontando il timbro postale e la data delle due lettere) Questa di tua madre è stata spedita domenica o lunedì mattina; e la lettera di donna Fanny è di ieri. Appena è arrivato a Milano il dispaccio per il dottore (con un ghignetto ironico) donna Fanny lo avrà saputo subito e si è data una gran premura di scriverti!

Così dicendo egli guarda, fissa sua moglie, che continua a piangere, a singhiozzare, col volto tutto nascosto dai bei capelli, e pensando che donna Fanny si è affrettata a mandare quella notizia ad Emma, per cattiveria, per vendicarsi, per la gioia di dare una ferita al cuore della sua giovane rivale, prova un senso di dispetto, un miscuglio di gelosia strana, cupida, bramosa e astiosa, un impeto di passione e di padronanza brutale per quella donna che gli appartiene, che è sua, e che piange, che smania, che si dispera per un altro!... Per quel Borghetti, per quel cugino, che l'ha tanto amata, tanto desiderata; che l'ama e la desidera tanto da ammalarsi forse per questo e forse... da lasciarci la vita.

Emma. E a te? Dì'?... Dì? Ma dì? Anche per te, non è un gran colpo? un gran dolore?

Giordano. Certamente, ma... copriti. Prenderai freddo.

Emma. Mi alzo, mi alzo! Voglio correre io stessa a telegrafare alla mamma, a Fanny, al dottore..

Giordano. Basta al dottore.

Emma. Anche alla Fanny, per sapere l'indirizzo del dottore, dell'albergo, a Villach.

Giordano (vivamente) Basta telegrafare al dottore, ho detto, a Milano, a casa sua, coll'ordine di far seguire.

Emma. Sì! Sì! Ma anche alla mamma, anche alla Fanny per sapere...

Giordano (arrabbiandosi: pestando un piede con forza) Ho detto di no! Basta al dottore! Finiamola colle esagerazioni, viva Dio! Si fa presto a far ridere la gente!

— Che importa della gente quando si tratta di Carlo?

— Importa, invece, perchè si tratta anche di te e di me! Ti ho dato il mio nome.

— Ma non parlarmi del nome, della gente, sempre delle convenienze, nient'altro che le ipocrite, stupide convenienze, anche quando Carlo sta per morire!

— Si direbbe quasi che questo signor Borghetti...

Emma. (sdegnata) Questo signor Borghetti? Lo chiami adesso il signor Borghetti? Ma ciò è indegno di te! — Questo signor Borghetti? Ma io non ti riconosco più!

Giordano (pallido, minaccioso) Silenzio! Finiscila! Finiscila di piangere, di gridare... di frignare! Siamo in un albergo! Tutti possono sentire!

Emma (quasi impaurita, fissandolo con gli occhi smarriti, stringendosi la gola colle mani per soffocare i singhiozzi: balbettando) Ma tu... non sai... non sai tutto, povero Carlo! Non conosci tutto il suo cuore, la sua anima, non sai quanta bontà, quanta generosità, quanta abnegazione... E forse adesso, in questo momento muore, sta per morire lontano, solo... (con un grido disperato, buttandosi riversa sui guanciali e scoppiando in un pianto dirotto). E sono stata io! Per me! Sarò stata io!

Giordano (si avvicina, si siede sul letto accanto ad Emma distesa, bocconi: Emma continua a sussultare per l'urto dei singhiozzi: egli la fissa a lungo, le solleva tutti i capelli per scoprirle un po' la faccia: fa per rialzarla) Voltati! Guardami! Sono stata io, hai detto? Cioè! — Su! Voltati! Guardami! E spiegati! — Che lui fosse innamorato, lo avevo capito, indovinato, e si sapeva da tutti. Ma tu... Ma che te lo avesse detto, confessato, questo no. E vorrei sapere, ho diritto di sapere fino a che punto siete arrivati.

Emma (si volta, si alza d'un balzo, allontanandolo colle due braccia) Va via.

Giordano (con violenza) Dunque? Rispondi! Si risponde!

Emma. Io?... (Lo fissa a sua volta: tutta la massa dei capelli le ricade sulla faccia: essa scuote la testa per cacciarli indietro, poi li prende, li solleva colle due mani e li annoda fermandoli sulla nuca).

Giordano. Rispondi?

Emma (prorompendo) Io? Io no; tu, tu, sei tu che devi spiegare le tue parole... cattive!

Giordano (con un leggero sogghigno) So io: zii e cugini... Siete così facili a prendervi certe confidenze, in casa vostra!

Emma (indignata: con profonda amarezza) Oh! Oh! Hai detto? Che cosa hai detto? Dio, Dio, fino a che punto! Fino a questo punto! Giordano... Nino, il mio Nino! Io che ti credevo così buono! Che hai? Che hai? Non è più nemmeno la tua faccia! Non è più la tua faccia! (prorompendo) Sì! Carlo! Il povero Carlo, ha confessato di amarmi! Me l'ha detto! Quella sera stessa! Dopo di te! Poi non mi ha più detto una parola. Più, più; mai più! Veniva di rado in casa nostra; quasi mai. Era sempre via da Milano. Solo quando ha saputo che io avevo tanti dispiaceri, che io soffrivo, è tornato. E quando mi sono ammalata, mi ha domandato se — essendo ormai un fratello, nient'altro che un fratello — avrebbe potuto fare qualche cosa per me. Ed io, capisci, io stessa, nell'egoismo cieco, spietato del mio amore, della mia esaltazione, io che non vedevo che te, che non sospiravo altro che te, pur di poterti scrivere e di poter sapere qualche cosa, di poter avere una notizia, una parola tua, ho avuto l'ardire, la sfacciataggine di consegnargli le mie lettere per te! L'ho visto diventar bianco, allibire, tremare... pure — ero pazza! — al suo amore, al suo cuore, alla sua gelosia, alla sua dignità, al suo strazio non ci ho nemmeno pensato. Te, sempre te, soltanto te, sino alla testardaggine, sino alla cattiveria! Ecco, questo è il punto a cui siamo arrivati! (coprendosi la faccia con un senso di orrore) E tu!... Oh! Oh!... Non ti voglio più bene; non ti amo più. Va via!

Giordano. Basta, adesso... calmati. (Continua a fissarla con gli occhi lucenti: ha un leggero tremito nelle mani, nelle labbra: le guance accese) Capirai, anch'io vedendoti così in disperazione per tuo cugino...

Emma (con un nuovo scoppio di collera) E te l'ho scritto, anche, nelle mie lettere. Le avrai ancora le mie lettere, spero? Leggile. In una te lo devo aver detto, o fatto capire, che il povero Carlo mi amava. E quando io, quella prima sera, dopo essere stata con te sul terrazzo, gli ho risposto che «ormai era troppo tardi», che io ne amavo un altro — te — mi ha risposto colla disperazione negli occhi e colle lacrime in gola, che c'era stato, fra voi due, qualche parola, qualche malinteso, e che voleva venire a cercarti, per domandarti scusa. E in quella stessa sera, in quello stesso momento, sotto i miei occhi, ti ha domandato scusa. Ecco a che punto, fino a che punto siamo arrivati, io e Carlo. Adesso lo sai. Cioè lui no, forse. Lui è andato molto più innanzi di me. Fino al punto, povero Carlo, di ammalarsi, di morirne!

Giordano. Calmati, adesso basta! (Baciandole i capelli, le mani, cercando di abbracciarla: sollevandola) Perdonami. (Colla voce sempre più alterata) Facciamo la pace.

— Va via. No.

— Se ho avuto un impeto di gelosia ingiusta, irragionevole, è stato perchè ti amo tanto.... sei tanto bella.... bellissima...

— Va via! Va via! No.

Giordano (irritato: con un riso sinistro). È per Carlo? Mi mandi via per Carlo?

Emma. Sì, sì, per Carlo! Per Carlo! Ma come sei tu?... Che uomo sei? Che cuore, che anima, che amore è il tuo? (d'un tratto, all'improvviso, allunga il braccio: suona due volte il campanello accanto il capezzale: Giordano si allontana, dispettoso, con un'alzata di spalle) Dirai alla cameriera dell'albergo che mi mandi subito la Carolina. Tu hai da fare oggi. Lavora pure; non pensare a me. Mi vesto in fretta; vado a telegrafare alla mamma e al dottore, poi vado in chiesa.

VIII. «A la peau d'Espagne.»

Emma, appena vestita, corre a telegrafare alla mamma e al dottore.

— Dio, Dio, povero Carlo!

È ancora agitata, commossa. Mentre se ne ritorna verso l'albergo, evitando il Corso, vede una chiesa aperta; pensa alla sua solita chiesa di Milano e vi entra con un sospiro, come attratta da un senso di sollievo, per pregare e per riposare. Sopra tutto per riposare.

Pregare?... Oh, ha pregato tanto, ha continuato a pregare fin allora! Mentre si vestiva, lungo la strada, scrivendo i due telegrammi, non ha fatto altro che mormorare fra sè: Dio, Dio! Carlo! Carlo! con tutto l'ardore più intenso, con tutta la fede e la tenerezza del suo cuore.

— Dio, Dio!... povero Carlo! — ripete ancora, appena in chiesa; ma si lascia cadere come stanca, affranta, sopra una seggiola.

Quante emozioni, quante angoscie improvvise, inaspettate! E quanto dispetto, quanta rabbia!

— Carlo!... Povero Carlo! — E Giordano? Che cattivo! In certi momenti non è più lui. Ha un'altra faccia. Diventa persino brutto; sì, brutto, bruttissimo!... — E le torna in mente anche «quell'altra cattiveria», la prima, durante il loro viaggio da Napoli a Roma, e rivede Giordano assonnito, livido, colla faccia storta, e ne risente la stessa impressione. Ma è un attimo, un lampo. — E prima, a Napoli, com'era buono! E all'Argentera? E a Milano? A Milano, quella prima domenica in via San Paolo? A Milano, sul terrazzo, quella prima sera?... — Emma socchiude le palpebre: una dolcezza cara, un'onda voluttuosa le riempie, le trasporta l'anima; tornano i vent'anni a trionfare, torna il sorriso, e sgombra le nubi dalla sua fronte candida e luminosa.

La chiesa è buia, tepida, quasi deserta. Appena pochi devoti, raccolti in una luce rossastra, presso un altare, in fondo alla navata.. Nella mistica quiete delle ombre silenziose, Emma sente maggiore la fiducia nel buon Dio e più viva la speranza.

— Carlo è giovane, è forte; guarirà. E poi c'è il dottore!... — Emma sente che Carlo guarirà. Ne è sicura. — E quell'altro, il cattivo? il geloso? ... E Giordano, cattivo, ingiusto, violento soltanto perchè è geloso, Giordano ritorna Nino, il «suo Nino».

— Dice sempre che non è geloso!.. Vuol darsi l'aria di non essere geloso!... Invece è gelosissimo, persino di Carlo! È un Otello furioso, l'illustre pensatore! — Ed Emma sorride al suo Nino, al suo incanto, al suo idolo, più che mai innamorata.

Borbotta a fior di labbra un'ultima preghiera, distratta, spinta dalla fretta, dalla solita fretta di correre a casa, di rivedere suo marito, di buttarsi fra le sue braccia. E questa volta non per domandargli perdono, ma per perdonare.

La gente si volta per la strada, si ferma a guardarla come il giorno innanzi; ma Emma non se ne accorge nemmeno, infervorata nel ripetere fra sè il discorsetto che avrebbe fatto a Giordano:

— Sei stato cattivissimo, ma ti perdono! Sono così contenta di perdonarti, perchè sono... così contenta che tu sii geloso. Sì, sì, sì, uomo grande; geloso, geloso; sei geloso della «tua piccola!» Ma però ti perdono a un patto: devi confessare di essere gelosissimo e ti proibisco di chiamare il povero Carlo, questo signor Borghetti! Assolutamente no, o resto in collera e allora... più nemmeno un bacio. Più, più, più!

Emma (entrando nell'albergo tutta rossa, trafelata: al portiere) Mio marito è ancora di sopra?

Il portiere. Sì, signora. Non l'ho veduto uscire.

Emma, di primo slancio, corre verso la scala, poi si ferma, si volta: e Carlo? (Forte, al portiere):

— Aspetto due telegrammi. Appena arrivano, badate di mandarmeli in camera, subito, subito.

— Non dubiti, signora.

Emma è già su, al primo piano: infila il corridoio, mette la mano sulla toppa del numero 30... ma in quel punto si ferma, rimane perplessa un istante, poi piano piano continua diritta ed entra nel numero 31, e sempre adagio, senza fare il minimo rumore, si avvicina ansiosa, tendendo l'orecchio verso la stanza attigua. Ha il seno ancora palpitante per la corsa fatta, il viso ridente, gli occhi sfavillanti di piacere, di gioia...

La bella voce di Giordano (dal numero 30) «... così la filosofia s'alleava al cuore! Così si ponevano da lungi le basi di quella società futura, che noi tutti, o signori, vagheggiamo come una superba certezza e nella quale tutti, sciolti da ogni vincolo favoloso col cielo, possiederemo la piena libertà dell'amore...» (correggendosi pestando i piedi) «possiederemo la piena signoria della terra in cui siam nati, e godremo piena la libertà dell'amore e del pensiero!»

Emma (fra sè) Come? Ancora.... la conferenza di Milano? (Lentamente comincia a levarsi il cappellino e la giacchetta: non sorride più; diventa seria).

Giordano (ricominciando). «Così la filosofia s'alleava al cuore! Così si ponevano da lungi le basi...» (Tossisce). — Sono rovinato anche nella voce! Non ho più memoria e non ho più voce! (Torna a tossire). C'è una peste d'odore qua dentro! (Verso il numero 31). Viene di là! (Annusa forte con ira, brontolando) Già; sempre quella peau d'Espagne! Dà l'emicrania e intacca la gola!

Emma (si fa piccina piccina e istintivamente si allontana dall'uscio: ode il rumore dell'acqua versata da una bottiglia in un bicchiere; è Giordano che beve, poi ripiglia).

Maestà... signori. — Bisogna aggiungere Maestà — (alzando il tono) «Le basi di quella società futura, che noi tutti, Maestà... signori...»

Giordano s'interrompe di nuovo ed Emma, a sua volta, crolla il capo disapprovando: quel «Maestà, signori» non va bene.

Si sente un pugno forte dato sopra un tavolino, della carta che si straccia, poi Giordano che brontola:

— Impossibile! Bisogna cambiare la conclusione. il finale. Così non va! (Canta a mezza voce) Non va! Non va! Non va! Bisogna cambiar tutto! — E, per più di un quarto d'ora, silenzio perfetto.

Emma, intanto, si sdraia in un angolo del canapè, ai piedi del letto, e inavvertitamente ritorna col pensiero a suo cugino ammalato, gravemente ammalato laggiù, in fondo alla Carinzia...

— E se muore? Se morisse? Che disgrazia, che dolore, e che rimorso! Sarei stata io!... (congiunge le mani e torna a pregare intensamente con tutta l'anima) Dio, Dio!... Povero Carlo!

Guarda l'orologio: per la risposta del dottore è ancora troppo presto; ma il telegramma della mamma dovrebbe già essere arrivato!

A un tratto, tutta la bella voce di Giordano, colla solita enfasi, il solito accento di convinzione:

«Così la filosofia s'alleava al cuore; così si ponevano da lungi le basi di quella società futura che noi tutti vagheggiamo come una superba certezza e nella quale, sciolti sì da ogni vieto pregiudizio, ma, dopo tante negazioni e tante bestemmie, riconciliati col cielo, da cui piove la luce dell'ideale, possiederemo la piena signoria della terra su cui siam nati, pur chinando reverenti il capo innanzi al mistero da cui essa al par di noi è uscita!» — Benissimo! È anche più nuovo, più moderno. — Il razionalismo, il materialismo, il verismo, hanno fatto ormai il loro tempo. Adesso gli uomini, e specialmente le donne, tornano a credere e vogliono dell'ideale! (sempre più soddisfatto) E questa, caro signor Schiavino, è tutta roba mia; assolutamente mia! Qui, il vostro Taine non c'entra!

Una fregatina di mani: poi Giordano torna a ripetere due, tre, quattro volte, certo per impararlo a memoria, il nuovo finale della conferenza.

Emma è rimasta sempre sdraiata nell'angolo del canapè. Essa fa scattare nervosamente la punta sottile di un tagliacarte d'avorio. È diventata un po' pallida; ha il visetto in collera, con una piccola ruga, forse la prima, che le attraversa la fronte, e continua a scrollare il capo, in segno di malcontento e di disapprovazione, mentre suo marito, paziente e instancabile, seguita invece a ripetere la conferenza, collo stesso calore, le stesse intonazioni di voce, le stesse pause, i medesimi sorrisi, e le medesime cannonate, che hanno mandato in visibilio anche a Milano i pittori e gli scultori del Circolo artistico-letterario. Solo s'interrompe qua e là per aggiungere e provare il suono di qualche «Maestà», di qualche «Graziosa Sovrana»; o per tossire, per borbottare contro il raschio che sente in gola, contro quel profumo à la peau d'Espagne, che diventa sempre più acuto, più noioso.

Nel corridoio: un passo risonante, spedito, diverso dai soliti, si avvicina rapidamente al numero 30:

Giordano (di dentro). Chi è?

Il fattorino del telegrafo. Un telegramma. Signora Mari!

— È mia moglie. È uscita. Lasciate il telegramma dal portiere.

Emma (balzando in piedi e correndo fuori della stanza) Qui! Qui! A me! (Prende il telegramma, firma la ricevuta, e rientra in camera nello stesso punto in cui Giordano spalanca l'uscio interno di comunicazione).

Giordano (con impeto) È un pezzo che sei tornata?

Emma. Sì.

— Stavi qui ad ascoltare?

— Sì.

— Questo non mi accomoda.

— Neanche a me! (Emma, agitatissima, straccia mezzo il telegramma per la fretta d'aprirlo).

Giordano (alzando la voce) Cioè?... Che cosa vuoi dire?

Emma (riferendosi al dispaccio ricevuto) Non è del dottore. È della mamma.

Giordano (sempre più forte) Che cosa volevi dire? Che cos'è che non accomoda neanche a te?

Emma (fissandolo a sua volta con arditezza) Sì; e te lo dirò, se vuoi saperlo! Non mi accomoda che tu ripeta anche a Roma, proprio a Roma, l'istessa conferenza di Milano, di Bologna, di Napoli! Piuttosto niente! O una nuova, o niente. Aspetta un altr'anno; questa primavera.

Giordano (frenandosi a stento) Dovresti abituarti a pensare soltanto ai tuoi cento cappellini e alle tue mille sciocchezze!

Emma. Invece no! «Abituarmi» no! — Io non sono fatta per «abituarmi»; io non mi «abituerò» mai, mai, mai... a niente!

Giordano (sogghignando) Sicuro; nemmeno... a ragionare.

Emma (offesa) Nino, ti prego; Nino!

Giordano. Intanto vuoi parlare, parlare, parlare, e, come al solito, non sai niente! La conferenza è alquanto modificata, così nella forma, come nella sostanza. Dirò... moltissime cose nuove.

— Tutte cose che non pensi, e le dirai soltanto per far la corte a mio zio!

— Per tua regola, io non ho mai fatto la corte a nessuno, e tu ne sai qualche cosa. Dovresti imparare a riflettere quando parli con me, e sopra tutto quando parli di me. Bisogna pensare, bisogna sapere ciò che si dice!

— So, so, so benissimo, sempre, ciò che mi dico. Anche troppo!

— Davvero? Una cosa per altro non sai (Si chiude la bocca con una mano per non parlare).

Emma. Quale? Quale? Che cosa? Sarà un'altra cattiveria! È un'altra cattiveria! Sentiamo.

Giordano (prorompendo) Che con una donna come te, la quale fa perdere la pazienza dieci volte in un'ora, non si può nè lavorare, nè studiare, nè pensare! Bisogna diventare per forza un cretino, un imbecille!

Emma (colla voce bassa, rotta, strozzata) Mi sta bene; ti ringrazio. Grazie.

Giordano continua a camminare su e giù arrabbiandosi, pestando i piedi. Emma torna a sedersi sul canapè e torna a far scattare il tagliacarte: gli dà un colpo troppo forte; lo spezza.

Giordano si volta, la guarda e scoppia in una risata. A poco a poco è riuscito a calmarsi. Con voce dolce, affettuosa, sedendosi sul canapè vicino alla moglie, cercando di prenderle la mano:

— Vedi, cara, che ti succede a far la cattiva?

Alla parola «cara» gli occhi di Emma si riempiono subito di lacrime. Ma non può parlare, non vuol parlare; è ancora in collera, non vuol essere toccata e allontana Giordano con un moto dispettoso delle spalle, delle braccia.

— Vedi, cara, che ti succede a far la cattiva?... (Languidamente, ponendo la sua testa accanto a quella di Emma sullo stesso cuscino) Sai, come, in che modo, mi fai perdere la pazienza dieci volte in un'ora?... Perchè, quando so che sei qui, qui, vicina — mia — non penso ad altro... che a questo. (Fa per darle un bacio).

— No. Va via.

Emma si alza, lo respinge, si allontana, sempre molto seria, sempre molto in collera.

— Basta. Ho detto basta. Mai più!

Giordano protesta, smania, prega, supplica... ma, dopo inutili sforzi, deve frenarsi e rassegnarsi. Sospirando, con aria docile, sottomessa:

— E la mamma? Che cosa, dunque, ha telegrafato la mamma?

Emma (getta il dispaccio sul canapè e va alla finestra).

Giordano (prende il dispaccio e lo legge ad alta voce) «Anch'io manco notizie; telegrafato dottore per averne — Villach — Carinzia — Austria — Hôtel Orso nero. Speriamo bene. Abbracciovi. — Mamma». Come vedi, tesoretto furioso, io avevo ragione! Il telegramma alla mamma potevi risparmiarlo.

Emma (con un'alzata di spalle, senza voltarsi) Vuol dire che se anche avrò telegrafato una volta di più a mia madre, sarà poco male.

Giordano. Certamente! Sicuro! Desidero soltanto giustificarmi! (Sempre pensando al modo di potersi liberare di sua moglie per un paio d'orette) Ti avevo detto, anzi — ti ricordi? — quando torni dalla messa, fermati nella sala di lettura, dove c'è tutto l'occorrente, e scrivi alla mamma una bella lettera... lunga.

Emma. Scriverò oggi, più tardi. Voglio prima aspettare la risposta del dottore.

— Ma non dimenticarti che hai da scrivere anche al babbo, così buono colle sue piccole manìe! (Ridendo) Il Quadrelli è lo stesso scultore che ha fatto il busto anche a Verdi! Se non scrivi adesso... che cosa vuoi fare fino all'ora di colazione?

Emma (guardando fuori dalla finestra, dietro i vetri) Aspettare che mi venga appetito.

Giordano (ridendo) E allora, perchè ti venga appetito, sai che cosa dovresti fare, cara la mia figliuola?

— No, caro papà.

— Una bella passeggiata, e se non vuoi uscire a piedi, prendi una carrozza. È una mattina deliziosa, primaverile! Non avessi da lavorare, ti avrei condotta al Gianicolo, o a San Pietro. Appunto, perchè non andresti a fare una scarrozzata fino a San Pietro? Poi ritorni, con tuo comodo, ti fermi giù nel restaurant, per non seccarti a fare le scale, e mi mandi a chiamare.

Emma (sempre immobile, senza voltarsi) San Pietro non mi piace.

Giordano (maravigliato) Non ti piace? San Pietro? Perchè?

Emma. È troppo grande. (Comincia a suonare un valzer sui vetri, colle dita).

Giordano Mari ha un impeto di stizza, che riesce ancora a frenare. Torna a ridere; si avvicina ad Emma, le cinge la vita con un braccio e l'obbliga a voltarsi:

— Senti, amore. È una debolezza... di nervi, ma non posso vincermi. Io non resisto a lavorare quando ti so qui ad ascoltarmi, a criticare, a far niente. È impossibile.

Emma (risentita: diventando ad un tratto la signorina Dionisy) Prendi un'altra stanza più lontana. Capirai, per i tuoi nervi, e per i tuoi comodi, io non mi sento di girare come una matta... i sette colli!

Giordano si piglia la lezioncina, e rientra, sbattendo l'uscio, in camera sua. Emma non si muove dalla finestra. Suo marito brontola, pesta i pugili sul tavolo, straccia della carta, ma Emma seguita impassibile a suonare il valzer.

Giordano (dopo aver molto tossito e annusato furiosamente) Ah! Ecco, viva Dio! Il veleno! Il puzzo! (Presentandosi sull'uscio con due grossi pacchi, uno per mano, trovati sotto un paltò accanto all'armadio) Cos'è questa roba? È roba tua? I tuoi profumi, i tuoi soliti pasticci!

Emma. Sì; il mio sapone, la mia acqua di toilette, tutta roba mia; l'ho presa ieri alla farmacia Inglese.

Giordano. E mi ha rovinato la gola; mi ha fatto svegliare col dolor di capo! Ti prego, un'altra volta, di dare il tuo nome e non il mio, e il numero della tua camera (Butta i due pacchi, sgarbatamente, sul letto di Emma).

Emma (seria, pallida, colla voce alterata, mettendosi il cappellino per uscire) C'è il conto? Avranno mandato insieme anche il conto?

Giordano (respira: sua moglie finalmente se ne va; apre uno dei due pacchi e trova il conto) Sì, cara. Eccolo.

— Dammi i danari. Prenderò una carrozza! Andrò a pagarlo.

— Subito!... Quanto ti occorre?

— Non so; guarda.

Giordano (dopo aver aperto il conto e letta la cifra: scattando) Duecentoquarantacinque lire! Quasi duecentocinquanta franchi... in tanto sapone! (A mano a mano riscaldandosi sempre di più) Ma c'è da lavare... un reggimento di turchi! Duecentocinquanta franchi! Ma tu diventi matta, cara mia! Ci vuol altro! Non sono un milionario! E tu non hai più vent'anni! Dovresti moderare le tue voglie, i tuoi capricci, le tue stranezze! E poi... hai cuore, sì o no? In tal caso, non dovresti mai dimenticare che sei la moglie di un uomo che lavora! Che lavora per vivere!

IX. Piccole miserie.

I Precursori della Rivoluzione ottengono anche alla Palombella il solito straordinario successo e il nuovo «finale», più moderno, è accolto, come l'antico, da un'imponente ovazione. Ma i giornali? — apriti cielo! — Tranne i pochissimi, prettamente ministeriali, che, per un dovuto riguardo al ministro dell'istruzione, non danno altro che un brevissimo cenno di pura cronaca, tutti gli altri, in coro, a dir le sette peste della conferenza e del conferenziere! Naturale, in tanto accanimento, c'entra, in parte, anche la politica: i giornali favorevoli al Governo, ma che non vogliono passare per ufficiosi, approfittano dell'occasione e dicono corna del nipote per affermare la loro indipendenza dallo zio, e quegli altri dell'Opposizione... seguitano a far opposizione anche alle spalle del professor Mari.

I giornali del mattino lo attaccano allegramente, ridendo:

«Dopo i viaggi delle nostre dive», comincia il Corriere romano, «e dopo quelli dei nostri commendatori... all'estero, v'è qualcos'altro che minaccia di diventare ricorrente, opprimente, schiacciante: le conferenze, o, meglio, la conferenza-carillon dell'illustre professore — professore di che? di che cosa? — Giordano Mari. Io ho avuto la sorte invidiabilissima di trovarmi a Napoli, a Milano e a Roma nel medesimo tempo del conferenziere omnibus, e ho dovuto godermi nei tre centri intellettuali, la ripetizione fonografica dello stesso frammento, istrionicamente rimpolpettato, della prosa maravigliosa... del Taine.»

E un altro:

«Il signor Giordano Mari, arrivato a Roma preceduto dalla fama di pensatore, di filosofo e di prosatore illustre, ha dato prova soltanto di memoria, di polmoni... e di molta disinvoltura. Ippolito Taine è davvero un grande filosofo, un grande pensatore e un grande prosatore, ma il signor Giordano Mari non è altro che un conferenziere di grido... anzi, di grida.»

Poi c'era il per finire:

«Da Aragno, a mezzanotte:

« — Sei stato alla conferenza di Giordano Mari?

« — Ne vengo via... sei mesi fa.

« — ?...

« — Ero a Torino lo scorso inverno. Cantava lo stesso pezzo... del Taine. Che bella voce!»

I giornali della sera prendono la conferenza sul serio e versano lacrime:

«Più ancora della dedizione di una coscienza è triste l'asservimento di un ingegno. Noi ricordiamo di esserci — caso raro! — sinceramente commossi allorchè udimmo Giordano Mari, a Genova, gittare ad un pubblico di anime giovani la parola fiera e ribelle della ragione in conflitto col dogma, la sfida audace dell'avvenire al passato e giudicammo quell'oratore fervido e appassionato, un uomo di convinzioni e di battaglia. Lo abbiamo udito ieri sera svolgere lo stesso argomento, o, per meglio dire, parafrasare quella che a noi era parsa una splendida improvvisazione lirica e scientifica. Uscimmo dalla sala, scrosciante di applausi, ancor più fragorosi forse della prima volta, coll'animo addolorato. L'uomo si era per noi demolito: le sue parole costituivano la più docile, la più utile, la più ammirabile delle abiure filosofiche ed estetiche. Il formidabile razionalista aveva inzuppata la sua prosa (e un maligno aggiungerebbe anche quella del Faguet, del Taine e persino della Sand) nell'acqua benedetta, e la chiave della brutta sciarada la trovammo ricordandoci dei nuovi vincoli che il filosofo opportunista ha accettato di stringere colle Eccellenze più clericaleggianti, più conciliantiste. E, dopo tutto, perchè rattristarci? Invece di uno spostato, uno di più che si è messo a posto, e che farà carriera.»

Soltanto il Popolo di Pietro Schiavino è rimasto muto. Non ha aperto bocca nè prima, nè dopo la conferenza. Non l'ha annunziata e non ne ha riferito l'esito, nemmeno in cronaca. E, anche di questo contegno, Giordano Mari non sa bene se godersene o dolersene. «Ricordatevi», gli aveva scritto l'Amodei, l'editore, per confortarlo, «i giornali, il maggior male lo fanno col silenzio.»

— Nemmeno una riga dopo che, in fine, gli ho fatto l'onore di una mia visita! — E, non potendo pigliarsela col direttore del Popolo, ne tiene il broncio al Cogoleto. Egli ha bisogno di sfogarsi. I primi giornali gli hanno fatto rabbia; adesso, gli ultimi, lo avviliscono.

— Se tutti si mettono d'accordo per buttarmi giù, precipito!

Infatti, Giordano Mari non è salito sulla vetta a poco a poco, faticosamente, come l'alpinista che prima di fare un passo si scava da sè stesso, nella roccia, il posto sicuro dove mettere il piede, graffiandosi, scorticandosi, insanguinandosi le mani. No, egli è stato portato su, e adesso lo buttano giù. Prima, tutti i giornali, uno dopo l'altro, come le pecore, scoprono in lui il grande oratore e «l'illustre pensatore». Adesso, sempre come le pecore, uno dopo l'altro, fanno la scoperta del Taine. E il povero conferenziere, coll'angosciosa e ingenua maraviglia di una prima donna che, diventata vecchia, si sente fischiare, domanda a sè stesso:

— Ma perchè questo cambiamento? Perchè tanta ferocia? Io non ho mai fatto male a nessuno!

Giordano soffre; diventa invidioso, sospettoso, velenoso, e del suo insuccesso e di «tutta quella grande congiura montata contro di lui», quasi quasi non accusa altri che sua moglie:

— Non mi lascia lavorare! Non mi lascia studiare! Mi ha fatto perdere il tempo, la testa, l'ingegno, la memoria ed anche la popolarità con quel bel regalo dello zio Eccellenza! (sospirando) Mi han fatto venire fino a Roma per far che? Per pagare col mio nome, colla mia fama il portafogli dell'onorevole Albertoni! Emma, Emma! Tutta colpa sua. Non vede niente, non capisce niente, non pensa a niente altro che a far toilette! E mentre io soffro, mi rodo e mi ammalo, sembra che lo faccia apposta, diventa ogni giorno più fresca e più (sta per dire bella, ma cambia perchè è troppo arrabbiato) e più grassa.

Ormai egli non ha che una speranza: ottenere una rivincita col suo volume, la sua monografia, la sua «opera colossale» Ambrogio vescovo nella civiltà de' suoi tempi.

Giordano (fra sè) Ma, e quell'altro? il cugino? Il malinconico e antipatico signor Borghetti, diventato l'eroe del giorno, l'eroe di moda, il primo amoroso della compagnia, per aver preso un colpo d'aria in montagna? Ecco un uomo fortunato e che sa farsi la réclame colle signore! Perchè mo' non è rimasto a Villach?

Giordano Mari, ormai, si era abituato a questo pensiero, cioè che il Borghetti dovesse rimanere a Villach per sempre, e aveva già ordinato telegraficamente al direttore della tipografia di sopprimere la dedica.

Invece, dopo tanto chiasso e tanto spargimento di lacrime, il Werther meneghino si è rimesso, sta quasi meglio di prima e ritorna in Italia! E a Giordano Mari pareva che ci venisse apposta per intromettersi tra lui e sua moglie, fra lui e il suo «Ambrogio».

Il primo telegramma del dottore da Villach, era stato un po' inquietante, ma tutti gli altri, a mano a mano, si erano fatti sempre migliori e l'ultimo annunziava appunto il prossimo ritorno di Carlo a Milano.

«Andamento regolare — prosegue periodo lento miglioramento — anche dopo secondo consulto professor Klebers preferibile stato attuale trasporto Milano fermandosi Tarvis, Udine, Verona.

Emma (a Giordano: appena letto il dispaccio) Facciamo trovare a Carlo un nostro telegramma a Tarvis. Vuoi?

Giordano (con un sorriso che mostra troppo i denti) Volentieri, cara.

Emma (siede e scrive in fretta) «Lietissimi felici tuo ritorno ti abbracciamo teneramente — Emma Giordano».

Giordano (studiando il dispaccio) O «lietissimi» o «felici». In un telegramma basta uno dei due. (Cancella: «felici»). Invece di «ti abbracciamo», «salutiamoti fraternamente». Non si vanta sempre di essere tuo fratello? (mentre suona al cameriere e gli consegna il dispaccio, declama ironicamente a fior di labbra) «... ti chiamerò col nome dolcissimo di sorella, e mi parrai cosa di cielo...»

Emma sorride, ma il sorriso dei begli occhi innamorati ha qualche cosa di diverso nell'espressione. Vi comincia forse a trasparire un primo barlume di quell'indulgente umorismo ambrosiano, così pieno di acutezza e di buon senso. Resta l'amore, ma l'orgasmo, lo stordimento della passione si calma ed Emma osserva, studia suo marito, non più dal basso in alto, tenendolo sollevato fra le nubi, ma guardandolo vicino, faccia a faccia.

— È geloso, gelosissimo, sì; ma perchè soltanto di Carlo? E perchè diventa tanto più geloso dopo che i giornali hanno detto male dei Precursori? — I giornali? — ha detto il Mari a sua moglie fin dal primo giorno dopo la conferenza. — Tutti d'accordo! Mi fanno scontare... tuo zio! — Ti prego, e se non basta, ti comando di non leggerli.

Ed Emma, sdegnosa e orgogliosa dell'ingegno e della fama di suo marito, non se n'è curata, disprezzandoli; ma poi viene a saper tutto lo stesso, dal Cogoleto che, furibondo, le riporta i punti più salienti, soffiando come un gatto e schizzando bile dagli occhietti bigi e dai baffi verdi incerati, e dallo zio Albertoni che ne ride scetticamente. E pensa fra sè:

— Io gliel'ho detto: «Siamo a Roma e non si scherza. Se non ti senti, se non sei ben sicuro, se ti manca il tempo necessario, rispondi di no. Prima o dopo non importa. Ma per Roma devi preparare una conferenza nuova e bellissima: la più bella di tutte». Ha voluto ostinarsi, e adesso si arrabbia anche con me perchè la chiamano la conferenza-carillon!

Emma è sempre buona, cara, affettuosa, amorosa, innamoratissima...; pure succede adesso questo fatto curioso: che il grand'uomo le sembra più grande quanto più è lontano, e che suo marito torna ad essere il suo «Nino» dell'Argentera soltanto quando egli non è presente. Tutta la poesia, tutto l'incanto sembrano dileguarsi e tutto lo slancio del suo cuore sembra arrestarsi di colpo, appena si trova dinanzi a quel suo viso preoccupato, torbido, imbronciato. Si sente intimidita, si sente oppressa, si sente stanca. Giordano non sorride più coi bei denti bianchi, scintillanti fra i baffi biondi; ma sogghigna soltanto. Quando parla, non è più la sua voce bella, dolce, armoniosa, insinuante, penetrante: è una voce dura, aspra, ironica. E poi... arrabbiarsi e predicare; niente altro! Predica la mattina, in letto, appena si sveglia; predica a tavola appena ha finito d'ingozzarsi di rosbiffe e di bile, e continua qualche volta a predicare anche quando dorme. Predica contro la musica di Mascagni e contro l'espansione africana, contro la Duplice, la Triplice e la guerra greco-turca; contro «l'asservimento» della magistratura e il «turpiloquio» della stampa venduta; contro la malafede, l'ignoranza «di una critica sgrammaticata» e contro il Taine: sopra tutto contro il Taine!

Un dopo pranzo:

Emma e Giordano sono stati invitati dallo zio nel suo quartierino elegante e lussuoso dei ricevimenti ufficiali. Giordano Mari, che ci ha presa confidenza, e che in buona fede lo crede l'origine di tutti i suoi guai, predica, s'intende, e tanto di più anche dinanzi al ministro Albertoni, il quale, durante le sfuriate, guarda sospirando la bella nipotina, per farle capire che le sopporta per amore di lei. E, infatti, egli diventa tutti i giorni più paziente, più tollerante, più arrendevole.

Giordano (rosso, invasato: hanno pasteggiato collo sciampagna) Il Taine! Sempre il Taine! Come se io fossi un ammiratore del Taine! Altro favolista! Secondo la sua teoria dell'ambiente, io dovrei essere... un rigattiere! E, secondo la sua politica, dovrebbe esserci ancora la Repubblica di San Marco! Egli disprezza nei popoli latini precisamente tutte quelle doti che sono le mie. Già, Robespierre è uno scrivano di notaio, Danton un facchino e Bonaparte è la reincarnazione spiritica di Cesare Borgia! E costoro, questi supercritici, a corto di sintassi, ammirano l'Intelligence: un libro bellissimo... perchè non si capisce. E il Taine, che trovava i precursori a Shakespeare e a Michelangelo, non ne ha mica avuto lui dei precursori? Hanno letto il Taine... questi imbecilli: ma se sapessero un po' l'inglese! Che cosa avrebbe potuto fare il Taine se non avesse saputo l'inglese?...

Emma, in gran decolleté, per fare onore a Sua Eccellenza, ridente e rosea, colle gemme che le sfavillano sul collo e fra i capelli, e lo sciampagna che le brilla negli occhi, sta imparando — è lo zio che le dà lezione — a fumare le sigarette e a farle da sè. Ciò le occupa il dopo pranzo, la diverte e le fa piacere.

Giordano (continua masticando un grosso avana) E adesso, quando uscirò col «mio» Ambrogio, mi par già di sentirli: diranno roba da chiodi! Tutti contro! Quasi che, per aver la disgrazia di essere nipote del ministro dell'istruzione pubblica, non si possa più, non dirò aver diritto, ma nemmeno aspirare ad una cattedra!

Sua Eccellenza (sorridendo) Consolati: uno zio ministro è un male che dura poco. Piuttosto... (s'interrompe: prende una sigaretta, che Emma è riuscita finalmente ad arrotolare colle piccole dita inesperte, l'accende: poi, dopo una boccata di fumo deliziosa, ripiglia lentamente, facendo l'occhiolino alla nipote e inviandole sospiri e tenerezze dietro una nebbietta leggera, vagante, odorosa) piuttosto... dimmi la verità: questa volta... sei ben sicuro?

— Di che?

— È tutta roba tua?

Giordano (offeso) Credo bene!

— E allora... chi sa? Potremo fare qualche cosa anche da ministro. (Sua Eccellenza, colla punta del piede, cerca il piedino di Emma e lo trova, ma Emma gli sfugge subito e, pur continuando a sorridere, si alza e va a sedersi più lontana sul canapè).

L'Albertoni ha inteso il latino senza aversene a male, e continua a parlare con Giordano, occhieggiando sempre la bella nipotina attraverso il fumo della sigaretta:

— E poi... Perchè questo Ambrogio? Questo Ambrogio vescovo?... Non capisco.

Giordano (scattando) Ambrogio vescovo nella civiltà de' suoi tempi! È uno splendido titolo!

— Ma non capisco il perchè di tante circonlocuzioni! Di tante ipocrisie!

Giordano (alzando la voce: sporgendo il petto impetuoso e maestoso) Ma io sono sopratutto sincero...

Sua Eccellenza (con un risolino pieno di arguzia) E allora chiamalo Sant'Ambrogio e che la sia finita! I titoli a chi vanno, ti dirò con... come appunto, con quel famoso personaggio del nostro grande Alessandro! E poi... lasciati guidare da me. Adesso è troppo presto; bisogna star quieto quieto, farsi dimenticare. L'Italia è il paese del genio, delle arabe fenici; però si rinasce facilmente dalle proprie ceneri. A suo tempo, ti darò io qualche buon consiglio. (Si rivolge ad Emma per essere ringraziato da un sorriso de' suoi occhi) I giornalisti poi, generalmente, bisogna trattarli come le belle donnine. Quelli che non si vendono, bisogna comperarli facendo loro un po' di corte.

.... Ma l'Albertoni, che ha fatto la pelle dura in mezzo all'accanimento della politica, è troppo insensibile, è troppo scettico. I giornali, colle loro botte e i loro morsi contro la conferenza e il conferenziere, hanno prodotto un grave effetto: non tanto sull'opinione pubblica, quanto certo sulla salute di Giordano Mari.

Il dolore, la rabbia, le continue irritazioni e, per conseguenza, le cattive digestioni gli hanno guastato il sangue. Comincia un fignoletto sul collo, poi un secondo, poi un terzo dietro la nuca, più grosso e più maligno, che gli mette la febbre e non viene a suppurazione nemmeno cogli empiastri e le pappe di lino.

— Bisogna chiamare il chirurgo! Bisogna tagliare.

Giordano Mari ha un po' di febbretta, ma, per non perdere nemmeno questa occasione, finge il male anche maggiore. Sfoga contro sua moglie il dispetto e la rabbia per il fiasco della conferenza, tiene il broncio allo zio ministro e geme, piagnucolando, coll'onorevole Cogoleto:

— Vedete come mi ha ridotto quella gente?... Ditelo voi, ai vostri amici della stampa!... Se, proprio, me l'hanno giurata, se per partito preso vorranno straziare, dilaniare a questo modo anche il mio povero Ambrogio, finiranno coll'ammazzarmi!

Il Cogoleto, strizzando gli occhietti vividi sotto le sopracciglia aggrottate, lunghe come mustacchi, gira, borbottando, le redazioni dei giornali e torna all'Albergo Milano recando proteste di stima e promesse di articoli. L'Albertoni raccomanda il Sant'Ambrogio ad uno de' suoi segretari particolari, il solito che si tiene in contatto colla stampa.

L'Eccellenza di Destra e l'onorevole dell'Estrema sono più che mai presi dalla bellezza giovane e gaia, dalle grazie affascinanti della moglie, e per amore di lei prendono sul serio anche i fignoli del marito, tanto più poi che donna Emma, buona e in buona fede, seconda, a meraviglia, il giuoco di Giordano. Essa è inquieta, turbata, addolorata:

— Giordano ha la febbre! Smania, soffre orribilmente! Bisogna chiamare il chirurgo!... Bisognerà tagliare!

La poveretta non sa, non pensa più ad altro. Il lieve umorismo, la punta di critica è scomparsa; l'idolo risale al terzo cielo. Il suo Nino colla febbre, che aspetta il chirurgo, il suo Nino caro, sempre buono, anche quando strapazza e brontola; il suo Nino che ha sempre ragione, anche quando ha torto; che è sempre bello, affascinante, anche col foulard delle pappe di lino attorno al collo! Essa raddoppia le carezze ed i baci; lo veglia giorno e notte, non lo lascia un minuto. La Carolina non c'entra, non deve farsi nemmeno vedere!... La tenerezza della donna innamorata è gelosa di quelle cure. È lei stessa, Emma, colle sue piccole mani ingemmate, così bianche e così morbide, quelle piccole manine che Sua Eccellenza bacia sospirando, e il Cogoleto arrossendo fin sotto il velo dei peli irti, è lei stessa che gli fa le pappe ben calde, che le distende sulla tela, sotto la garza, che ne sente il tepore prima sulla guancia delicata, e che poi lieve lieve gli avvoltola intorno al collo.

— Povero Nino mio, ti fo male?

— Bene no, cara; grazie.

E, tra un grazie e un cara, Giordano si fa curare e si fa servire, senza riguardi, senza scrupoli, non lasciando a sua moglie nemmeno il tempo di vestirsi, di dormire, di respirare.

— Fa presto, cara; ti ho chiamata già due volte!... Grazie.

E così, sempre con una parola amara sotto la dolcezza della intonazione, come una bacca di tossico sotto una gelatina di zucchero candito, egli diventa ogni giorno più fastidioso, più permaloso, più sospettoso, più geloso. Geloso di una gelosietta acuta, certe volte, come una punta di spillo, ma senza collere, senza impeti, a estri, piena di rancori, di ironie, di bizzarrie. È geloso di un cappellino, di un vestito di Emma, soltanto perchè le stanno bene:

— Non hai altro in mente: tutto il tuo studio è di piacere... agli altri.

— Vieni via, cara, da quella finestra: tu vuoi farti vedere, si capisce, ma io piglio freddo!

— Non scherzare, non rider sempre così forte! Io, cara, ho passati i vent'anni... e anche tu!

E, nello stesso tempo, si gode, si diverte alla corte che fanno ad Emma l'Albertoni e il Cogoleto. L'uno, Sua Eccellenza, amabilmente e allegramente, con grande spreco di dolci e di fiori; l'altro, il vecchio colonnello garibaldino, furiosamente, mangiandola cogli occhi e coll'aria di volerla mangiare anche coi denti, e mettendo in fuga con le punte irte dei baffi verdi gli adoratori del seguito, il «coro di donna Emma», che si affollano al Pincio attorno alla sua carrozza, e a teatro ne riempiono il palchetto.

E si gode, si diverte alle spalle di quei due assidui e fedeli spasimanti, sfoggiando tutta la sua vanità di marito amato, adorato:

— Quella mia cara Emma, così docile, così sottomessa, così amorosa! Non vive altro che per prevenire i miei desiderii. In mezzo ai miei dispiaceri, ho almeno sempre una parola dolce, una carezza, un bacio!... È così bella! diventa ogni giorno più bella! La mattina appena mi desto.... salta in camera mia... e vi entra il sole! Ed è innamorata più ancora del primo giorno!... — Troppo. — Non glielo dite, non scherzate con lei in proposito, perchè se ne avrebbe a male. Ma... volete sapere sin dove arriva la pazzia di quella creatura?... È gelosa della Carolina!

Giordano Mari sente, per altro, una gelosia vera, profonda, una gelosia esosa come l'invidia, atroce come l'odio, per Carlo Borghetti. Sempre e soltanto per Carlo Borghetti.

Adesso, quando arrivano lettere da Milano dirette ad Emma, egli dimentica le solite professioni di delicatezza; le apre, le legge per il primo e ne riferisce alla moglie quel tanto appena che gli accomoda. Donna Fanny scrive a lungo «dell'interessante architetto»; e Giordano, subito, impone ad Emma di troncare quella corrispondenza e quell'amicizia.

— Te ne prego, cara, assolutamente. E mi farai il preciso favore, a Milano, di non salutarla nemmeno più. Col suo Guido Bardi, e compagnia, è diventata una donna, ormai, troppo, moralmente, avariata.

Ed egli sta in guardia, e ancora più attento, alle lettere del dottore. Una, anzi, la fa sparire.

Il buon dottore annunziava appunto in questa lettera la partenza di Carlo da Milano per Val d'Olona, la campagna del Borghetti, non molto distante dall'Argentera e, dopo una lunga e fitta pagina di storia e di minuta diagnosi della malattia, concludeva «che il lentissimo e saltuario miglioramento era, pur troppo, da ritenersi più che altro apparente e momentaneo, senza il concorso di nessuna risultanza, di nessun dato favorevole che inducesse ad un pronostico soddisfacente.»

Emma, finchè Giordano è ammalato, non s'arrischia nemmeno di scrivere al suo povero cugino. Gli scriverà subito, dopo, appena Giordano sarà guarito... e non avrà più tante idee così strane per la testa.

— Adesso non bisogna inquietarlo; soffre, ha la febbre.

E Giordano ne approfitta per dire tutto il male possibile «di quel Borghetti» e per mettere in ridicolo anche il dottore:

— Credi, mia cara, il tuo illustre e straordinario cugino non è altro che un erudito. E gli eruditi, sai che cosa sono?... I nostri rigattieri. Gli ho letto qualche capitolo del mio Sant'Ambrogio, e ho fatto male. Per aver ascoltato il suo consiglio ho troppo abusato di note, di documenti, di erudizione. Di primo getto mi era riuscito molto più agile! Mah! a Milano fate presto a inventare i genii!... Come, per esempio, anche quel noioso e interminabile funerale del vostro Esculapio a ripetizione!

Emma (supplichevole, colle lacrime) Il dottore, no! Il nostro buon dottore, no! Ti prego, ti prego!... Ma, pensa, quanto ha fatto per noi!... Devi voler molto bene anche tu al nostro buon dottore!

Giordano. Per noi?... Per te. Si sarebbe prestato ugualmente volentieri se invece di me si fosse trattato (strizzando l'occhio) di Nino o di Carlino. Un matrimonio è quel che preme!... Per far moltiplicare i clienti!... Ma poi questo non toglie, cara, che anche il tuo dottore, per quanto di moda, non sia un grande esagerato. Tu, per esempio, a voler dar retta a quel Torquemada, dovresti esser morta e sepolta! Invece sei una bellezza! la mia bellezza cara!... La mia gioia! Vieni, dammi un bacio.

Spariscono le lacrime. Emma, ridente, salta sulle ginocchia del «suo povero Nino ammalato», e per quel bacio ch'egli le chiede essa abbandona allo strazio dei suoi epigrammi il povero Carlo e il buon dottore.

Giordano. Del resto, se non sono diventati tutti imbecilli, e se non mi vogliono veder morto per la solita invidia nazionale, — dàgli addosso a quel cane che si è innalzato sugli altri!... accoppalo!... — se non è, dico, per questo, il mio Sant'Ambrogio avrà un successo straordinario. Me lo scrive l'Amodei.

Emma. Sant'Ambrogio?... Dunque, hai cambiato il titolo? Sant'Ambrogio vescovo, come vuole lo zio?

— No, come voglio io. Sant'Ambrogio, e basta. Io sono sopra tutto sincero e aborro i bigotti di tutte le chiese, specialmente delle chiese nuove: i più fanatici e i più ipocriti. — Santo, sicuro. Sai che cosa vuol dire Santo? — Uomo giusto; nient'altro. È l'ignoranza, gioia mia, gioia cara, che impone la doppia servitù del pensiero e della parola!

I fignoletti sono scomparsi affatto, da parecchi giorni, e Giordano Mari alle dieci del mattino è già uscito, ed è già stato alla posta, ufficio Pacchi postali, nella speranza di ricevere da Milano le prime copie della sua opera.

— Ancora niente.

— Niente.

Torna all'albergo brontolando contro la poca sollecitudine dell'Amodei ed entra subito al numero 31.

— Buon giorno, cara. È più tardi del solito e non hai ancora finito di vestirti?

Emma (come sempre, appena lo vede all'improvviso, correndo ad abbracciarlo con un grido di gioia) Sei già stato fuori?

— Sì. A comperarmi dei sigari.

— E il libro è arrivato?

— Che libro?

— Il Sant'Ambrogio!

Giordano. Non seccarmi sempre col Sant'Ambrogio! Arriverà... quando arriverà.

Emma (ancora colle braccia attorno al collo del marito, indietreggiando a un tratto per guardarlo, per osservarlo bene) Ma tu, scusa... (gli tocca leggermente una guancia colla punta del dito) Sicuro!... Sei gonfio!

Giordano. Gonfio! (corre a guardarsi nello specchio) Che mi venga qualche diavolo anche in faccia?

Emma. No, no! È un po' di gonfiezza, soltanto. Apri la bocca! Lasciami vedere in bocca!

Giordano (opponendosi vivamente) Ma no, non seccarmi! Mi secchi! (Cambiando tono, sorridendo) Bambina!... Pare impossibile!... Sempre il mio tesoro di bambina che giuoca! Adesso ti diverti a giocare con me «al signor dottore». (Avviandosi verso il numero 30) Per te i dieci anni non saranno ancora passati, nemmeno quando ne avrai quaranta!

Emma (per seguirlo) Vengo io!... Hai un po' di tintura d'iodio o di laudano?

Giordano (con fermezza) Ti prego: c'è la Carolina per gli unguenti e per gli empiastri. Fammi il piacere di sonare e di chiamare la Carolina. Grazie.

Emma (suona mortificatissima e facendo il broncio).

Giordano (ritornandole vicino, accarezzandole una mano) Per un po', sta bene; ma adesso, basta. Le tue manuzzole sono troppo belle e desidero baciartele... senza sentir l'odore di seme di lino!

La Carolina (precipitandosi in furia) Sua Eccellenza! Il signor ministro! L'ho visto adesso entrare nell'ascenseur!

Giordano (ad Emma) Ricordati che io sono ammalato e che dormo! Già, non viene per me, ma per te! (Passa colla Carolina nel numero 30, e chiude a chiave l'uscio di comunicazione).

Emma, in un attimo, finisce di vestirsi.

Sua Eccellenza (in frak, decorazioni e un grande scatolone di dolci sotto il braccio: fermandosi sull'uscio) Troppo presto?

Emma. No, no, zio! Avanti!

Sua Eccellenza. Vengo presto perchè più tardi, oggi, non posso. (Sospirando) E poi dicono che non si lavora per il nostro paese! Alle dieci del mattino, come vedi, sono già in abito di fatica!

Emma (ammirandolo). Sei magnifico!

Sua Eccellenza (avanzandosi) Tuo zio, dunque, ti piace?

Emma (birichina) Moltissimo... colla commenda!

— E allora, perchè sei brava, eccoti il premio. (Le dà la scatola dei dolci e il solito bacio, paterno, sui capelli).

Suo marito le ha ripetuto tante volte che «non c'è pericolo!» Ed Emma, ormai, chiude un occhio, e lo zio continua a prendersi qualche piccola confidenza. Suo marito le ha sempre predicato che non bisogna disgustarlo, anche per un riguardo alla mamma, ed Emma ha finito per lasciarsi fare un po' di corte, ricambiandola con molta civetteria graziosa, briosa, spiritosa. Del resto, con una lezioncina di tanto in tanto, Richelieu si tiene nei limiti, e la sua corte non ha che un eccesso di espansione in fiori, in dolci, in ninnoli. Sua Eccellenza è amabile, galante e di buon umore. È un innamorato che sospira ridendo. Ride anche donna Emma e comincia a divertirsi della corte dello zio, come si diverte e ha preso piacere alla sigaretta. L'una e l'altra, due cose che da ragazza non avrebbe nemmeno potuto provare; due passatempi da maritata e che si risolvono in un po' di fumo, che non dà la tosse a nessuno.

Emma (sdraiandosi sul canapè nel suo cantuccio solito e cominciando a rosicchiar dolci) Sai che Giordano sta poco bene?

Sua Eccellenza (con un'occhiata verso il numero 30) Sempre a cagione del Taine?

Emma (seria) Non scherzare; questo te lo proibisco. Scherza sul Cogoleto quanto vuoi, ma non su mio marito. (Ad alta voce) Ha una guancia un po' gonfia.

— È a letto? Dorme?

— Credo.

Sua Eccellenza si allunga sul canapè, avvicinandosi colla faccia, fissando Emma.

Emma. Vuoi... un cioccolatino?

Sua Eccellenza (tenendo strette le dita che gli offrono il piccolo dolce, lo avvicina alle labbra di Emma) Metà per uno.

Emma (finge di non capire, libera la mano e spezza il cioccolatino) Ecco, prendi.

— Tutti i giorni sempre più... cattiva!

— Proibito parlare sottovoce!

Sua Eccellenza (forte) Allora vengo a prenderti colla carrozza prima di pranzo e stasera ti conduco a teatro, alla prima della Manon.

Emma gli accenna ripetutamente di no, scrollando il capo.

Giordano (dall'altra stanza, parlando colla bocca chiusa) Vieni a prenderla prima di pranzo colla carrozza; e stasera la condurrai a teatro.

Finchè la moglie è gentile, Giordano sa di poter essere sgarbato collo zio ministro, e però si sfoga, per mostrare la propria indipendenza, col trattarlo quasi arrogantemente.

Giordano (rivolgendosi dopo un istante a sua moglie, con un tono più sommesso e più affettuoso) E tu farai, almeno per questa volta, come ti dico io. Per guarir presto, ho bisogno, sopra tutto, che tu mi permetta di fare a mio modo. Ho bisogno di quiete, di silenzio assoluto, di dormire, di non mangiare e di non veder nessuno. Ti mando un bacio, cara. Buon giorno, zio!

Sua Eccellenza (subito, ad Emma, sottovoce) Allora vieni a pranzo con me!

Emma. Ti par possibile?

Sua Eccellenza. Col deputato Cogoleto, coi nostri soliti! (nomina due o tre dei più assidui frequentatori di Emma).

Emma. Sola, senza Giordano e con Giordano che non sta bene? Mai più! Anzi, régolati: non venirmi a prendere, oggi, colla carrozza. Non voglio assolutamente.

— Hai sentito? Tuo marito me lo ha ordinato.

— Dirai a mio marito che hai avuto Consiglio, che non hai potuto.

— E... in compenso della bugia?

Emma. Verrò, forse, a teatro. (Sdraiandosi, sporgendo il piede che vede ammirato dallo zio, sul panchettino di velluto) Che cosa guardi?

Sua Eccellenza. Quel piedino! Quel piedino! (Mettendosi il pince-nez e chinandosi per ammirarlo più dappresso) Oh! il piedino delle signore milanesi!... Come il cielo di Lombardia, così bello! quando è bello!

La nipotina ha detto di no, ma Sua Eccellenza ritorna verso le sei colla carrozza: tentar non nuoce.

— Non sgridarmi! Non sono venuto a prenderti. Soltanto desidero avere le notizie di tuo marito. Come sta? (Guardandola: abbassando la voce) Hai pianto?

— No.

— Sì.

— No.

— Hai gli occhi rossi!

Emma. In tutto il giorno non ho potuto vederlo. Ecco che cos'ho! Tutto il giorno la Carolina, soltanto la Carolina!

— E tu lascialo colla Carolina, e vieni con me!

La voce di Giordano (ancora più soffocata per la pappa di lino) Sei tu, zio?

— Sì, ma... (per obbedire ai cenni della nipote) ma devo scappar subito! Abbiamo Consiglio!

— Allora, dopo. Vieni col Cogoleto! Venite a prendere Emma! Io sto meglio, grazie, ma non posso parlare e non sopporto la luce. Invitate Emma a pranzo!

Emma (rivoltandosi furente verso il numero 30) Io fuori, a pranzo, non ci vado! A teatro, non ci vado! Dici sempre che ho passato i vent'anni! Sì! Sì! Sì! Ho passato i vent'anni, sono una donna e non sono più un baby da condurre a spasso! Voglio fare quello che voglio! Voglio restare a casa mia, a casa mia! Voglio restar sola, a casa mia!

Sua Eccellenza se ne va, in punta di piedi, sospirando, e senza sorridere. Giordano non fa sentir più la sua voce per tutta quanta la sera.

Emma, seduta, sprofondata nell'angolo del canapè, ha un libro in mano sul quale tien fissi gli occhi, senza voltar mai le pagine. Batte nervosamente la punta del piede sul palchettino, ha le ciglia aggrottate. Silenzio perfetto al numero 31: silenzio profondissimo al numero 30. Soltanto la Carolina va innanzi e indietro, e gira intorno alla padrona che non la guarda, che le tiene un muso tremendo. La Carolina soffia e sbuffa; vorrebbe forse parlare... dire alla signora qualche cosa, ma guarda verso il numero 30 e non si arrischia.

— Le fo portare da pranzo, signora? Sono le nove!

— No.

— Ma non vuol prender nulla? Ha mangiato così poco, quasi niente, anche a colazione!

— Emma non risponde: rimane immobile, gli occhi fissi sul libro che tiene in mano.

La Carolina, avvicinandosi, molto sottovoce:

— Lei, se continua così, domani sarà ammalata e, invece, il signor padrone, glielo assicuro io.... starà benissimo.

Emma, le ciglia sempre aggrottate, alza il capo dal libro e fissa la cameriera. Perchè sorride?... Che cos'ha da ridere, la sciocca?...

Carolina, in punta di piedi, va fin presso all'uscio del padrone, ascolta attentamente, poi, passo passo, si avvicina di nuovo alla signora:

— Non c'è pericolo!... Dorme a suon di musica! (Guarda fissamente Emma e torna a sorridere).

Emma (alzandosi d'un balzo e gettando via il libro). In fine, che cosa c'è?

Carolina. Per amor del cielo! Ho promesso al padrone, ho giurato al padrone che avrei sempre taciuto, taciuto con tutti, ma specialmente con lei! Si figuri se io avrei mai parlato! Ma.... è tutto il giorno che la mia signora piange, soffre; sembra in collera anche con me! Io non ho coraggio di vederla così disperata per una sciocchezza, per una debolezza!

E Carolina, anche colle lacrime negli occhi per il gran bene che vuole alla padrona, non può a meno di non continuare a ridere.

Emma (nervosissima) Insomma... che cosa c'è?

Carolina. Badi, signora — mi raccomando! — il padrone ha minacciato di mandarmi via, su due piedi! È una sciocchezza, le ripeto!... Poi dicono, le donne! Ma se gli uomini sono in tutto e per tutto molto più donne di noi!

— Che cosa c'è? Senza tante chiacchiere!

— Ha tre denti finti... Ma mi raccomando, per amor del cielo! Lei deve continuare a non accorgersene!

Emma fissa la Carolina come per voler intender meglio: poi passeggia per la stanza e diventa ancora più seria. La piccola ruga apparsa in quei giorni per la prima volta sulla fronte limpida, intatta dei bei vent'anni, si fa più viva e più profonda.

Sì, pensa Emma fra sè, è una sciocchezza; ma come si può fingere, come si può mentire, anche per una sciocchezza, con chi si ama, a chi si vuol bene? Io non gli ho mai potuto nascondere nemmeno un punto solo, un respiro, il respiro più lieve della mia anima!

Carolina. Ma perchè non ride? Si metta di buon umore! In fine, che c'è di male? È un bell'uomo; ci tiene! Mi promette, non è vero? Giura di non tradirmi col signor padrone?

Emma (seriamente) Basta! Basta! So ciò che devo fare. Tu, per altro, quando ti dicono di tacere, devi tacere.

Carolina (piccata) Se ho sbagliato, scusi; è stato a fin di bene! Sembrava in collera anche con me! Non mi diceva più una parola!... È naturale!... Prima lei, che è sempre stata la mia padrona, di tutti gli altri!

E la Carolina se ne va, anch'essa un po' imbronciata, dopo aver augurata la buona notte alla signora.

Emma (fra sè) Quando egli mi guarda, mi legge subito in fondo al cuore. Io, invece, no; capisco, non so leggere nel suo cuore; non ci vedo; è buio, è chiuso! Dio, Dio, se non mi volesse bene Che gran dolore! Che fine di tutto! Che morte! E che orrore! (Si copre il viso colle mani, mentre un brivido le corre per la vita. Si è data, si è abbandonata così interamente, così appassionatamente: si sforza per calmarsi: sorride, ma con molta, con profonda tristezza). Anch'io sono una gran sciocca, stasera; mi monto la testa; esagero! Ma, pure, io gli avrei detto tutto, qualunque cosa, grande o piccola; fosse pure un'inezia e anche un torto mio; fosse pure una colpa. Impossibile tacere sotto i suoi occhi. Impossibile! Impossibile! Solo a guardarmi saprebbe sempre tutto. Invece, lui, mi fa una gran commedia per una ridicolaggine inconcludente!... Un pasticcio, segreti, misteri colla Carolina, colla cameriera, che scherza poi, e ne ride! E peggio ancora! Peggio ancora!... Ha il coraggio di restare un giorno intero senza vedermi; ha il coraggio di farmi soffrire un giorno intero! È troppo! No, è troppo! (Comincia a svestirsi sempre più eccitata e vibrante: i piccoli bottoni di madreperla saltano lontani, e i cordoncini di seta si aggrovigliano fra le dita nervose). Che donna mi crede? Come mi giudica? Ha più vanità per sè stesso — sì, vanità, vanità, vanità! — che non amore per me! Una vanità piccola, meschina, ridicola. E colla cattiveria di lasciarmi sola, tutto un giorno sola, senza poterlo vedere, inventando mille bugie, mille finzioni per allontanarmi! Voleva mandarmi fuori a pranzo, a teatro collo zio, col Cogoleto, con tutto il mondo! Perchè non ho accettato? Perchè non ci sono andata?... Oh, ma un'altra volta!... Lo merita.

Emma, sempre colle ciglia aggrottate, pallida, smorta, senza mai guardare verso l'uscio del numero 30, ha finito di spogliarsi. Salta in letto, spegne il lume e si caccia sotto.... voltando le spalle al numero 30!

Chiude gli occhi, ma non riesce ad addormentarsi: resta immobile, rannicchiata senza voltarsi, senza distendersi, presa da un senso d'inerzia, di freddo. È tardi; lo scricchiolìo dei passi e le voci lungo il corridoio si fanno più rari; i rumori dell'albergo si allontanano, si perdono, e nella camera buia, silenziosa, a poco a poco, prima leggero, interrotto, poi, più forte, più lungo, entra il gran russare di Giordano, accompagnato da un sibilo, da un fischiettìo, che varia tutti i toni.

Emma si rannicchia ancora di più; caccia la testa sotto le coperte, per non sentire; ma quel rumore sempre più forte, continuo, misurato, la tien desta, l'opprime, la soffoca, riempie tutta la camera... e, sembra, tutto l'albergo.

Emma (sotto sotto, cacciandosi sempre più sotto) Dio, Dio, sentiranno?... Sentiranno nelle altre stanze?

X. Grandi novità.

La mattina dopo, il gonfiore è scomparso; Giordano Mari si sente in lena ed è di buonissimo umore. Ha ricevuto colla prima posta una letterina dell'Amodei che gli ha fatto molto piacere.

«Illustre e caro amico,

«Vi furono spedite ieri le prime copie del Sant'Ambrogio. Vedrete che splendida edizione! Che margini! Che carta! Mi direte bravo! E ho procurato al volume un articolo monstre, scritto da un critico famoso, professore d'Università, deputato... Indovinate chi è, e ditemi grazie. Dopo tantum nomen, se le rane vorranno gracidare, infischiatevene chiamandole rospi.

«Vostro affezionatissimo Amodei.»

Giordano Mari (in manica di camicia, dinanzi allo specchio dell'armadio, si strappa con una pinzettina i peli bianchi della barba: fra sè) Che miracolo! Emma stamattina non si fa sentire! Forse, dormirà ancora. (Tende l'orecchio verso l'uscio) No! c'è la Carolina. Sarà in collera. Ieri gliel'ho fatta grossa! Tutto il giorno Richelieu e niente Nino! (Ammirandosi nello specchio dopo aver indossato l'abito) Povera piccola!... Faremo la pace. (Spinge il capo, senza bussare, in camera di sua moglie che sta facendosi pettinare dalla Carolina) Che capelli straordinarii!

Sente un'ondata del solito profumo à la peau d'Espagne, ma quella mattina è una delizia.

— Buon dì, dormigliosetta! Nemmeno un saluto, per chiedere al povero Nino come sta?

Emma voltandosi, mentre la Carolina le tiene sollevata tutta la grossa e lunga massa dei capelli, stende le due mani a Giordano, ma per un senso improvviso, come d'imbarazzo, non lo guarda in faccia.

Giordano (colla sua voce più bella, colle modulazioni più tenere, stringendole le due mani e baciandola in mezzo alla testa sulla riga dei capelli, sottile come un filo di refe bianco) Guardami, gioia. Sono bello come prima?

Emma lo guarda, ma non gli osserva la bocca e arrossisce come una fiamma, perchè vede nello specchio, o le par di vedere, la Carolina che si sforza per non ridere.

Giordano (convinto che sua moglie è in collera per la «cattiveria» del giorno innanzi e voglioso di far la pace, siede sopra una seggiolina di fianco alla toeletta, in faccia, vicinissimo ad Emma) Hai un cerino oggi, come direbbe il nostro buon dottore, un cerino incantevole. Sei fresca, bella, «bella al par d'una rosa». Non è vero, Carolina?

Emma (alla Carolina: un po' irritata) Fa presto!

Giordano (sorride fissando Emma e facendo sfoggio più che mai dei bellissimi denti) Com'è buono, soave l'odore dei tuoi capelli! È un peau d'Espagne delicatissimo! (Fiutando a lungo e chiudendo gli occhi) Un'ebbrezza!...

Emma si alza, con le mani agili dà gli ultimi tocchi di pettine ai riccioletti della nuca, poi, senza levarsi l'accappatoio, manda via la Carolina. Non può più vederla! Le riesce seccante, fastidiosa, insopportabile!

— Va! Va! Mi vesto sola.

La Carolina è intelligente: non fiata nemmeno; ma pensa, fra sè, andandosene pianino e chiudendo l'uscio, che l'ha sbagliata: ha fatto molto male a parlare.

Giordano. Ancora non mi hai dato un bacio. Sei proprio in collera?

Emma (adesso che non c'è più la Carolina lo guarda, lo guarda bene; ma non lo bacia sulla bocca; diventa rossa di nuovo e trova un altro posto dove baciarlo, sotto l'occhio) Ha scritto la mamma! Se vuoi la lettera, è nella mia cartella: guarda sul letto.

Giordano. Dunque, mi hai perdonato?

Emma. Lasciami far presto. — Sai? — Dev'essersi perduta una lettera del dottore. (Si leva l'accappatoio, sempre in fretta, per terminare di vestirsi).

Giordano. Ti aiuto io?

Emma. No, no. Da me sola fo più presto. Carlo andato a Val d'Olona, ma non sta ancora bene.

Giordano. Cara, cara, cara! Perdonami. Ti prego, ti supplico! Perdonami.

Emma si arresta... Lo guarda seria seria, a lungo, prima in collera, poi cominciando a sorridere. È l'incanto, la carezza della voce tenera, morbida. È il fascino dell'amore, il primo amore dei suoi vent'anni!

— No. Sei stato troppo cattivo. Lasciami far presto.

— Cara, cara, cara! Perdonami! Ti prego! Lo voglio! Perdonami!...

Emma si sente stretta fra le braccia di suo marito: tutto dimentica, tutto svanisce, si sente vinta. È l'anima risorta in estasi! È la gioia, è la vita che torna nel cuore palpitante!

— Povero Nino mio — pensa in cuor suo — ha detto una piccola bugia, soltanto per piacermi! — Si volta, lo fissa colle pupille lucenti, tremule. Emma perdona, e gli butta a sua volta le braccia al collo coprendolo di baci. — Nino! Tesoro! Mio!...

Si bussa forte all'uscio:

— Un pacco della ferrovia. Libri.

Giordano. Il Sant'Ambrogio! (D'un salto correndo ad aprire) Avanti!

Emma, ancora in sottanina, ha appena il tempo di scappare nell'altra stanza. Poi, dopo un momento, appena l'agente della ferrovia che ha portato i libri se n'è andato, si nasconde, aspettando che Nino corra a cercarla. — Niente! — Allora, corre lei, cacciando il capo innanzi, e sorridendo: — Hai chiuso l'uscio?

Giordano (sforzandosi inutilmente per rompere la corda del grosso pacco) Dammi una forbice.

Emma (correndo gli dà la forbice e gli fa una carezza) Hai chiuso l'uscio?

Giordano (distratto: tutto intento a disfare il suo pacco) Non so. Guarda.

Emma non guarda e, invece, finisce di vestirsi.

Giordano (ammirando uno dei grossi volumi in ottavo che formano il pacco) Magnifica!... Bravo Amodei! È una splendida edizione! (Legge il frontespizio): Giordano Mari, Sant'Ambrogio.

Emma (rimasta sempre un po' distratta) Come? È il Sant'Ambrogio? Fammi vedere!

— Guarda, gioia. È il mio Sant'Ambrogio! Che bella carta! Che bei margini! Forse la copertina, se fosse stata un po' più chiara.... Non ti pare? Il titolo risalterebbe meglio!

Emma (cogli occhi incantati, seguendo un pensiero che sempre più si allontana). È bello lo stesso!

Giordano. Ma se fosse stata più chiara, per l'effetto della vetrina sarebbe stato molto meglio. Adesso prendo la carrozza e in fretta. (Guarda l'orologio). Le dieci e mezzo. Sono quasi le dieci e mezzo. Porto due copie del Sant'Ambrogio allo zio e le altre due al Cogoleto.

Emma. E per me?

Giordano. Domani, o dopo, arrivano tutte le altre.

— Mi avevi promesso la prima copia.

— Sono tutte eguali, cara! Anzi, la tua te la farò legare. Una legatura artistica, di stile antico.

Emma (che sente il bisogno di arrabbiarsi) Però, mi avevi promesso la prima copia!

— Una allo zio e l'altra al segretario dello zio! Sono urgentissime, per la stampa. Più presto le consegno e più presto i giornali amici possono parlarne e dare l'imbeccata! Per te, invece, giorno più, giorno meno, è lo stesso.

— No, che non è lo stesso. E le altre due copie? Tutt'e due al Cogoleto? Perchè tutt'e due?

Giordano (sbuffando) Perchè il Cogoleto mi ha pure promesso di procurarmi due articoli favorevolissimi, e in due giornali radicali, che nella mia condizione, collo zio al Governo, mi premono anche di più. (Cacciandosi in testa il cappello e cercando i guanti) Anzi, gli scriverai un bigliettino più tardi, invitandolo a pranzo. (Ridendo) E ti metterai quel tuo famoso abito ch'egli chiama «all'andalusa» e che lo fa andare in visibilio! (Serio) Non bisogna lasciar tempo al Corriere Romano, alle rane, cioè ai rospi, di alzar la voce per i primi. Guai se il pubblico rimane mal prevenuto. Sono rovinato! (Fa per avviarsi).

Emma (sempre più attonita e mortificata) Vai via... proprio così?

Giordano (dandole un bacio in fretta e in furia, col cappello in testa e le quattro copie del volume due per mano) Ciao, cara! Porta pazienza, per oggi! Non farmi quegli occhi, viva Dio! Che cosa c'è da piangere? Domani, non sono tutto per te? (Va via).

Emma (correndogli dietro: sull'uscio) Ti aspetto a colazione.

Giordano (in fondo al corridoio: senza voltarsi) Sì.

Invece non è più tornato... ed Emma ha fatto colazione sola.

E tutto il giorno rimane sola in quella camera d'albergo, senza vedere, senza parlare con anima viva. Legge, scrive al babbo, alla mamma, al dottore per avere le notizie di Carlo. — Oh, Carlo, povero Carlo, com'è buono! — E, mentre scrive, prova una commozione, un intenerimento strano, morboso. Le lacrime le cadono grosse sulla carta, e deve smettere anche di scrivere. Non si sente bene. Tutto il giorno, tutto il giorno chiusa dentro, in una stanza; forse le ha fatto male il calorifero. Le gira la testa; prova un senso di nausea. Ma più di tutto è la noia! Quando la noia attacca i nervi diventa una malattia.

Verso le sei, quando può, viene lo zio a prenderla per la passeggiata, ed Emma, prima e dopo le sei, corre due volte alla finestra; ha sentito una carrozza fermarsi tutt'e due le volte, e ha sperato che fosse lo zio! Le avrebbe ripetuto la solita tiritera; le avrebbe voluto baciar la mano, guardare i piedini. Oh, ma almeno, avrebbe potuto parlare con qualcheduno!...

Invece niente! Quel giorno... nemmeno Richelieu!

— Auf! Che noia! Che noia! Come sono stufa! Stufa, stufa di questa Roma! A Milano avrei il babbo! Caro, caro il mio babbo! (E colle labbra gli manda un bacio) E all'Argentera, anche sola, avrei almeno i miei fiori!

Giordano Mari torna appena per il pranzo, e arriva ansante, gridando, ancora colla fretta e colla furia, come se n'era andato. Il Cogoleto aspetta d'abbasso, nella sala da pranzo; e lo zio li aspetta a teatro, per le nove e mezzo.

Giordano (ad Emma) Presto! Facciamo presto! C'è appena il tempo di vestirsi! Che cos'hai? Oh, ma ti prego, ti raccomando! Ancora quegli occhi! Oggi, proprio oggi! Sono assolutamente fuori di posto! Tanto più che io voglio vederti contenta, perchè sono contentissimo anch'io. Spero bene! Dopo la guerra atroce che mi hanno giurata, si tratta della lotta per la vita e... pazienza! Devo sottomettermi al giogo più odioso, che ho sempre aborrito di più: a quello della réclame! Sorridi, ridi, cara, per amor di Dio! Tu anzi... sei tu che devi spingermi, farmi coraggio, tenermi allegro! Si tratta della cattedra! Lo zio ha promesso! Tutto dipende dal Sant'Ambrogio. Capirai, non è per la vanità di ottenere un gran successo — io, resto io! — Ma devo farmi una posizione! Lo sai anche tu; devo lavorare (sorridendo affettuosamente, tanto più che bisogna far presto a calmare Emma, per non far troppo aspettare il Cogoleto), devo lavorare per vivere e guadagnar molto, molto... (abbracciandola) con un tesoro in casa, che mi spende quasi trecento franchi soltanto in sapone! Fa presto, gioia!

Emma lo guarda, lo fissa stupita... e vede il sorriso dei bei denti bianchi, e le corrono alla mente le parole della sua prima lettera: «... Povero, io avrò l'immensa ricchezza di essere il solo padrone di me stesso — sempre indomabile e fiero...»

— È lui! Giordano Mari! È lo stesso di Milano! Ma pure com'era diverso quella domenica nella sala del Circolo artistico-letterario! E dopo in via San Paolo? E dopo, e dopo, all'Argentera... E dopo, fino a Napoli? Mah!... — sospira e pensa la giovane donna, mentre sta abbigliandosi e facendosi bella per il deputato Cogoleto e per lo zio ministro. — Mah!.. quello era il sogno, l'incanto... E la vita, la realtà, si sa bene, è sempre diversa. È brutta; è molto brutta la vita, la realtà!

Il giorno dopo, non succede altro che un piccolo cambiamento del giorno prima: suo marito viene invece a colazione... e non a pranzo; mala sera, tardi, in compenso, le porta a casa, da leggere, uno splendido articolo sul Sant'Ambrogio; anzi, lo legge tutto lui, lentamente, colla bella voce alta e sonora.

— Porta pazienza, gioia cara. Forse, anche domani sarò occupatissimo, e forse, temo, dovrò pranzare col direttore del Corriere Romano; ma poi, dopo, tutto per te!

Lo zio ministro aveva parlato chiaro e lo aveva consigliato bene:

— Vuoi che il tuo volume sia lodato e portato alle stelle? Allora, devi non solo farti valere, ma farti vedere. I giornalisti sopra tutto! Ti raccomando i giornalisti! Non basta conoscerli, farsi presentare; ma bisogna frequentarli, viver con loro. Gridano, strepitano, certe volte; ma sono, in fondo, bravissimi ragazzi, divertenti, pieni di spirito e che ti daranno tutta la celebrità e la gloria che desideri, al patto di goderla un po' tutti insieme. — Perchè fabbricare un grand'uomo... per gli altri? Con che gusto? — E se tu resti chiuso, nascosto all'albergo con tua moglie, il Sant'Ambrogio... sarà un mezzo fiasco. Il suo valore? Il suo merito intrinseco, tu dici? Ma chi saprà mai, davvero, se è un capolavoro o, scusa, una bricconata? Nessuno; nè tu che lo hai scritto, nè i tuoi critici... che non lo hanno letto! Caro mio, non è il libro che bisogna fare; bisogna fare l'autore! Tanto è vero che ci sono molti autori celebri, che non hanno mai scritto niente! Hai capito? Mi spiego?

Giordano Mari ha capito benissimo; si mette a far la vita dei caffè e del Corso, affidando la moglie allo zio, che diventa sempre più galante, e al Cogoleto, che diventa sempre più geloso. Ma, anche nel poco tempo che passa colla moglie, Giordano Mari non si occupa di lei, ma del Sant'Ambrogio, sempre il Sant'Ambrogio, il quale comincia, del resto, ad essere discusso seriamente ed apprezzato, ammirato dalla gente colta, dagli studiosi.

— Io non ti credevo capace di tanto! — dice un giorno Sua Eccellenza al nipote, guardandolo in faccia con un'espressione diversa dal solito, ed ammirandolo sinceramente. — Io non ho ancora avuto il tempo di leggere il tuo libro, ma me ne hanno parlato molto favorevolmente persone competentissime e tutt'altro che di facile contentatura. Il senatore Bernabeis — nientemeno! — il principe dei nostri storici, l'arca santa dell'erudizione!.. Ieri sera, dalla principessa di Campolatino, ha proclamato il Sant'Ambrogio un'«opera poderosa», un'«opera madre». Bravo! Sono contento! «Vergin di servo encomio», ti fo i miei complimenti e ti stringo la mano!

I medesimi «astiosi parrucconi», che non avevano mai preso sul serio Giordano Mari, nè come letterato, nè come storico, nè come critico, dopo che il Bernabeis ha letto e lodato il Sant'Ambrogio, vogliono vedere «che cosa c'è.» Lo leggono però con diffidenza, sogghignando, ma poi, onestamente, devono modificare il primo giudizio:

— Giordano Mari è un uomo che sa il suo conto. Non si scherza! Il Sant'Ambrogio non è un libro che s'improvvisa!... Ma perchè dal momento che ha la libera docenza a Bologna, non fa lezione?... È un valore...

E Sua Eccellenza passa di maraviglia in maraviglia!

— Ma, sai, che, col riuscire a farti leggere dai contemporanei, hai fatto un gran miracolo?.. — È vero che sei stato felice nel titolo, e che hai avuto anche la combinazione fortunatissima di aver trovato un primo lettore: il Bernabeis. Già, dovrò finire col leggerlo anch'io! Ma, intanto, dal momento che hai chiesto e ottenuto la libera docenza a Bologna per un corso...

— Sulle Origini dei Comuni italiani.

— Precisamente; perchè non fai qualche lezione? Prendi un capitolo del Sant'Ambrogio e la lezione è bell'e scritta.

Giordano Mari (con dignitosa maestà) Questo poi no. Io mi vanto di essere sopratutto sincero e originale!

Tornato di moda, rimesso sul candeliere e illustre più di prima e con più credito, Giordano Mari torna sereno, affettuoso, espansivo, sorridente, e torna a sentirsi benissimo. Anche il dolorino persistente alla nuca, il «tarlo che rode» è scomparso. In casa ci sta pochissimo; non ha mai tempo! — ma in quelle ore fuggevoli la sua Emma, dolce e buona, la sua Emmina, bella e cara, è sempre «la dilettissima», «l'adorata» dell'Argentera!... E, anche fuori di casa, egli è cortese, alla mano, affabile con tutti. Dà del tu e si prende a braccetto l'ultimo dei reporters come gli uomini del Governo, i colleghi dello zio. La sua superbia s'è rannicchiata dentro di lui; sembra dormicchiare, beatamente soddisfatta, dopo una lauta indigestione di lodi. Soltanto lui è un grande storico, un grande letterato, un grande oratore, un grande lavoratore, insomma il solo grande nei varii generi; ciò si sa e si deve sapere. Gli altri sono tutti asini e facchini; ma questa sua profonda e immutabile opinione egli la esprime senza astio e senza livori, serenamente e dolcemente, più col silenzio e coi sorrisi indulgenti che non a parole. Egli passeggia sul Corso, il cappello a cilindro sulle ventitrè, pavoneggiandosi come a Milano, nella modesta e oscura via di San Paolo, le falde del lungo abito nero svolazzanti, raccogliendo strette di mano, sorrisi, complimenti, congratulazioni e scappellate, ch'egli porta all'Albergo Milano condensate e mutate in altrettante carezze, in altrettanti baci per sua moglie. Non è più rabbioso, invidioso, bisbetico; si entusiasma invece per i cappellini e le acconciature che fanno risaltare la bellezza di Emma.

— Cara!... Gioia!... Vieni a darmi un bacio! — E quando Emma si alza in punta di piedi per baciarlo, non più sulla bocca, ma sotto l'occhio, egli la guarda sorridendo, «povera piccola», e gli par quasi impossibile che possa arrivare a tanta altezza.

— Fatti bella!... Sì, sì; sempre più bella! Anche tu devi rifulgere di gloria, e la bellezza è la gloria della donna!

E, dopo il Sant'Ambrogio e il suo trionfo, Giordano Mari non è più nemmeno geloso.

— Quel Borghetti!... (Sorridendo con bontà) E dire che ha avuto la debolezza di non scrivermi nemmeno un bigliettino!.. Non mi ha nemmeno telegrafato per il grande successo del Sant'Ambrogio! Ho fatto bene a levare la dedica. È un invidioso!... Tutti si sono fatti vivi in questa circostanza! Il Barbarani, Guido Bardi, l'onorevole Simonetti, la marchesa Gonzales... persino la d'Arborio, per quanto innamorata di Nino Sebastiani; ma, invece, il signor architetto, niente. Si capisce, del resto, povero diavolo: invidia e gelosia. Carlo Borghetti?... Chi è? Il gran talentone di Milano, e che a Roma nessuno conosce, tranne quel tribuno quarantottesco di Pietro Schiavino. Pietro Schiavino? Ah! ah!... Il solo punto nero in mezzo a tanto cielo azzurro.

Giordano Mari gli ha mandato subito il Sant'Ambrogio, e, abbandonando per la circostanza lo stile novissimo, gli ha fatto una dedica alla Garibaldi:

All'atleta della libertà e dell'avvenire questo propugnatore del passato.

Poi aspetta; ma non arriva niente. Giordano Mari non riceve nessun bigliettino di ringraziamento. Compera il Popolo tutti i giorni... niente; il Popolo non parla del Sant'Ambrogio.

Che il volume si sia smarrito negli uffici di redazione? È tanto facile! E si affretta a mandare una seconda copia:

Allo strenuo e integerrimo campione dell'ideale un «uomo giusto» d'altri tempi.

(Omaggio e ricordo dell'autore, coi più affettuosi e cordiali saluti)

Niente. Anche dopo l'invio della seconda copia, nessuna risposta, nessun articolo.

— Che villano!... Avrebbe dovuto imparare un po' di educazione dal senatore Bernabeis!

E, uno dopo l'altro, manda il Sant'Ambrogio a tutti i redattori ordinarii e straordinarii del Popolo. Poi, finalmente, visto che non riesce a ottenere nemmeno l'annunzio, si dà pace infischiandosene con un'alzata di spalle:

— I rospi... lasciamoli tacere!

Una sera, prima di pranzo:

Due carrozze sono ferme presso l'Albergo Milano. Una carrozza di piazza per condurre Giordano Mari a Ponte Molle: un pranzo di amici, di tutti i colori: redattori della Monarchia e del Corriere Romano, dell'Avvenire e della Croce di Malta. E un grande landò di casa Campolatino che aspetta donna Emma.

La principessa di Campolatino, in voce d'essere la Ninfa Egeria del presidente del Consiglio, di solito non riceve che uomini, e non è molto amabile colle signore belle. Donna Emma è la nipote del ministro della pubblica istruzione; è la moglie di un grande scrittore in voga, e poi è milanese — è a Roma soltanto di passaggio — e non c'è da temere per la concorrenza.

Il numero 30 e il numero 31 sono inondati di luce e di profumo à la peau d'Espagne. L'uscio di comunicazione è spalancato. Giordano Mari, ancora in pantofole e in maniche di camicia, va innanzi e indietro affrettatamente, come se le due camere fossero ormai una sola. Ad Emma che sta pure abbigliandosi:

Explore with AITake your curiosity a little further.

Reading settings