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L'idolo

PARTE PRIMA. (continued 3)

Reading edition

Tancredi (sogghigna ironicamente, squadrando il fratello dalla testa ai piedi; fa una smorfia sprezzante in atto di stizza; si caccia le mani in tasca; poi, voltandogli le spalle, dimenandosi tutto e zufolando, passa nell'altra stanza).

Veronica (gridandogli dietro incollerita, mentre accende il fuoco sotto la pentola) È suo fratello! Vergogna! E dovrebbe vantarsi di averlo per fratello!

Giordano Mari (intanto fa i complimenti al galletto che gli si avvicina ciangottando sottovoce) Evviva Truffaldino! Corrocochè! Corrocochè! Sempre di buon appetito e di buon umore!

Veronica (pianino) È tornato per le sue cambiali, non è vero! Ha fatto bene. Adesso che è venuto, suo fratello gliele dovrà pagare.

Giordano Mari (fissandola, un po' inquieto) Credi, Veronica?

Veronica (indicando Tancredi nell'altra camera) Quel ludro è pieno di quattrini!

Giordano. Non ho bisogno di quattrini: basta che mi faccia rinnovare le mie cambiali per sei mesi.

Veronica (sicura di quello che promette) Lo farà; si tratta di suo fratello.

Giordano. E di tutto il mio avvenire. (A bassa voce) Prendo moglie.

Veronica (tra lo spavento e la contentezza) Gesummaria! (Guardando esitante verso la camera di Tancredi) Almeno, la sposina, ha qualche cosa?

Giordano (ancora più piano: in un orecchio) Più di mezzo milione!

La Veronica rimane a bocca aperta, mentre il suo Nano entra nell'altra stanza, lasciando l'uscio socchiuso.

La camera da letto di Tancredi:

Un lettone alto e gonfio, colla coperta bianca e l'imbottita rossa: seggiole di paglia; lo sciugamano appeso ad un chiodo, accanto al catino. A capo del letto, l'oleografia di una Madonna addolorata, con una cornicetta nera, sottile, senza vetro.

Giordano. Puoi ascoltarmi cinque minuti, tranquillamente, e senza ingiuriarmi?

Tancredi (continua a fissarlo, a squadrarlo, e ghignare: i due denti davanti gli si allungano, ma per mordere) Parlare con me? Oh, oh, che degnazione! Ma, caso mai, intendiamoci: se tu mediti un colpo nella speranza di potermi imbalsamare colla tua oratoria, hai preso un gambero, anzi un'aragosta addirittura! (Ride contento del motto spiritoso: continua a squadrarlo beffandolo) Che lusso, commendatore! Non ti dico nemmeno di sedere. Sei vestito troppo alla milorda per le mie seggiole. Io, invece, come mi vedi, estate e inverno, sempre lo stesso vestito! (Con invidia per l'eleganza del fratello e colla boria esosa dei proprii quattrini) Il che vuol dire che, non essendo un riccone milionario, come te, io soffro il freddo l'inverno e il caldo l'estate.

Giordano (cominciando a perdere la pazienza) Mi vuoi ascoltare? Ho da parlarti di affari serii, che premono.

Tancredi. A me, intanto, un solo affare mi preme; avvertirti che, se vuoi denari, non ne ho. (Soffiandosi sul palmo della mano) Tabula rasa. In quanto poi al tuo avito patrimonio, rivolgersi per informazioni all'avvocato Todeschini: e se hai fretta, gambe in spalla e corri: Portici del Santo, n. 337.

Giordano. Ho da parlare con te: con te.

Tancredi. Non hai capito che non ho denari? Nostra madre ti ha lasciato di più, nel testamento, perchè eri il più giovane, il più bello, il talentone della casa. E dunque, se non hai più un soldo, paga le cambiali colla bellezza e col genio.

Giordano (per la bile, gli diventa la faccia color di piombo: ma si sa contenere: sedendosi) Quando mi lascierai parlare, ti dirò che non ti domando niente, nemmeno un soldo.

Tancredi. Oh, oh, ti conosco, mascherina! Quando non hai bisogno di niente, non ti lasci vedere; non mi capiti fra i piedi. Allora, colla scusa di lavorare, col pretesto degli studii, scappi lontano, il più lontano possibile; e quando le tue contesse ti portano in trionfo nei loro tiri a due, allora, fingi di non vedermi per la strada, perchè hai vergogna di salutarmi!... Allora, quando ti domandano al caffè Pedrocchi, se sei parente del Mari capitalista, allora, per cavartela, rispondi ai tuoi nobili che ce ne son tanti dei mari e dei monti. (Ridendo, trionfando, la faccia rossa, invasata; gli occhi loschi, la boccaccia enorme, sdentata, che perde la saliva) Fuori! Fuori di casa mia! Adesso ho vergogna io, di te! Sì, io, l'usuraio! Io che pago i miei debiti; io che non mi lascio protestare le cambiali; io che ho una firma onorata e alla quale tutte le Banche fanno di cappello! Va via! Vattene!... Ce ne son tanti di mari e di monti: io non ti conosco.

Giordano (abbassa la voce) Ho un affare da proporti. Un buon affare anche per te.

Tancredi. No, no, no; io sono l'usuraio dei signori. Lavoro sul sicuro. Affari con te? Niente! (Gli gira intorno di nuovo, osservandolo con dispetto e invidia per quella sua eleganza signorile) Certo che... a guardarti, a giudicarti dagli abiti... altro che Rothschild!

Giordano (con la voce bassa e con un tremito che pare d'incertezza, mentre non è che lo sforzo per trattenere la collera) Sì... hai ragione. Non ho avuto testa, mi sono rovinato. Speravo di ottenere dagli studii, dalle lettere, un compenso materiale molto maggiore. Invece (con un sospiro) non ho pensato che non siamo in Francia, ma nel paese più cretino, più ignorante e più pitocco, dove non leggono che i professori e i giornalisti... ai quali i libri bisogna regalarli! Hai ragione; ho commesso molti spropositi, ma ormai sono risoluto. Voglio cambiar vita.

Tancredi. Cambiar vita, alla tua età? (Ghignando) Fai ancora il biondino con abbastanza disinvoltura, ma i quaranta sono sonati anche per te. Troppo tardi per cambiar vita... quantunque si direbbe che tu continui a mettere i denti. Una volta, o mi sbaglio? te ne mancava qualcuno.

Giordano. Sono sul punto di farmi una posizione, di ottenere una cattedra, di pagare tutti i miei debiti.

Tancredi (interrompendolo) Vuoi dar la scalata alla Banca d'Italia?

Giordano. Aiutami, te ne prego colle lacrime agli occhi. Aiutami, è la prima e sarà l'ultima volta. Non ti domando niente; non ti domando un soldo. Sarai contento di me, e anche tu avrai fatto un buon affare, te lo giuro. No? No? Ebbene, pensaci. Se non mi aiuti, al punto in cui sono, al punto di raggiungere la felicità, la fortuna e la quiete, perdio, mi ammazzo e sarà per colpa tua!

Tancredi. Per colpa mia? No, caro. Ammazzati quanto vuoi; io non ho rimorsi.

La voce di Veronica, dalla cucina. È suo fratello, vergogna! Lo stia a sentire. Lo deve sentire!

Tancredi (sottovoce) Animo, spicciati, perchè devo uscire. Non vuoi niente? Non vuoi un soldo? Allora, cos'è che vuoi?

Giordano. Poter concludere un matrimonio colla nipote di un ministro, molto ricca.

Tancredi (sogghigna, mostrandosi incredulo; ma nell'espressione della faccia gli si vede ancora la rabbia, l'invidia) Bravo! Congratulazioni! È... giovane? Non sarà più tanto giovane, voglio sperare; perchè sarebbe un altro sproposito, per tutti e due.

Giordano (risentito: sincero) Giovanissima; e parlane con tutto il rispetto; e se la sposo, non è per interesse, ma perchè l'amo, appassionatamente, perchè ne sono innamorato.

Tancredi. Giovanissima? Male. La tua età è una brutta età per il matrimonio in generale, e per sposare una giovane in particolare. (Ridendo, coi due denti che gli ballano) C'è da diventar vecchi dalla sera alla mattina... e, al solito, avresti fatto un altro debito, senza aver da pagarlo. La nipote di un ministro! Salute, Eccellenza!

Giordano (scattando: afferrandogli un braccio) Finiscila di scherzare! Finiscila di ghignare!

Tancredi (spaventato: diventando livido, gridando) Veronica! Veronica!

Giordano. Non c'è da gridare, non c'è d'aver paura. Il tuo ghigno offende quella ragazza, e non lo voglio, perchè devi rispettarla. Hai capito? E devi ascoltarmi: ascoltami.

— Ebbene, non ti ascolto, perchè non ti credo.

— Non mi credi?

— No.

— Non credi al mio matrimonio?

— No.

— Ma, allora, perchè te lo avrei inventato?

— Per farmi pagare le tue cambiali.

— Ma ti giuro che è vero; verissimo; te lo giuro!

— No. Non ti credo; non credo niente.

Giordano (afferrandolo per una mano; sottovoce) Mi prometti di tacere? È la signorina Emma Dionisy di Milano, la nipote dell'onorevole Albertoni, ministro dell'istruzione pubblica. Scrivi a Milano, a qualche tuo corrispondente d'affari... ti diranno se non è vero. Mi basta che tu, con una tua parola, mi ottenga la rinnovazione di tutte le mie cambiali per sei mesi. Sai che anch'io sono stato vittima di una disgrazia. Se quell'altro non falliva, col mezzo del Finardi ero certo di rinnovare. Pensa che colpo, che disgrazia sarebbe per me... e anche per te! Prima di ammazzarmi, penserei anch'io a vendicarmi. Lo direbbero tutti i giornali, che Giordano Mari si è ammazzato perchè tu, suo fratello, tu ricco, tu il capitalista, l'usuraio, ti sei rifiutato, non lo hai voluto aiutare.

Tancredi (colpito) Sei sempre stato... una disgrazia per tutti!

Giordano. Per nessuno; e per te ancora meno; ma per te, al caso, potrò diventarlo.

Tancredi (lo fissa cogli occhi sbigottiti: ha una gran paura istintiva dei tribunali, dei giornali, di tutto ciò che può mettere in pubblico i suoi affari e la sua vita... specialmente quella di notte. Se un cronista pettegolo avesse fatto cantare le ragazzette di una vecchia sarta in Prà della Valle, che egli, non ostante la sua avarizia, regalava di dolciumi... e di certe piccole statuette in legno rappresentanti sant'Antonio col bambino?) Ne anderebbe di mezzo anche il mio nome; sono sempre un Mari come te.

Giordano. Vedi, dunque? Bisogna star uniti, per l'interesse del nome, della famiglia, per l'interesse comune. Fammi rinnovare le cambiali, per sei mesi, soltanto. Ti regalerò cinque, diecimila lire.

Tancredi. Come vai di carriera! Si vede che hai in animo di amministrarla bene la dote di tua moglie. Le hai dato ad intendere, anche, di essere un milionario?

Giordano. Sa che sono povero.

Tancredi. E dunque?

Giordano. Altra cosa è esser povero... e altra essere un fallito.

Tancredi. Tu sei un letterato; non sei un mercante. Dunque, tu non hai paura del fallimento. Non mi hai scritto, l'ultima volta, che ti avevano offerta la collaborazione in tante Riviste tedesche, inglesi, francesi? Ebbene, vuol dire che diventerai un collaboratore... anche del Monitore dei protesti! No; ti dico di no, la mia parola vale la firma e dovrei pagare per te. Ventimila lire! Sei matto!

Giordano (è agitatissimo: un tremito delle labbra, delle mani mostra la sua nervosità, il suo dispetto, la sua rabbia, il suo timore di non poter riuscire) Ebbene, come ti ho detto, informati a Milano. Non adoperare, s'intende, il primo che capita, ma uno dei tuoi manigoldi; uno molto prudente e che abbia rapporti coll'aristocrazia. Bada bene: sono i Dionisy, che hanno un palazzo in Monte Napoleone.

Tancredi (con un'alzata di spalle) Che ci siano i Dionisy e il palazzo non vuol dire.

Giordano (con qualche esitazione: poi vincendosi) Fa domandare se non è vero che la figlia unica dei Dionisy, la... (soffre nel dover dire quel nome a suo fratello, il cui occhio, il ghigno della boccaccia lurca, hanno dell'osceno nella loro volgarità) la signorina Emma, era quasi fidanzata ad un ricchissimo giovinotto, il Sebastiani; e se non è vero che il matrimonio è andato a monte perchè si è innamorata di un letterato, di Giordano Mari di Padova...

Tancredi (con sprezzo) Peuh! Sarebbe una bella matta da legare; ma non ti credo. Sei sempre stato un bugiardo: questo lo diceva anche nostra madre e arriva ad ammetterlo anche Veronica: tu mi vuoi gabbolare per via delle cambialette. Alle ragazze piace di scherzare, di far le civette anche coi disperati: ma sposano i quattrini. In ogni modo, lontan dagli occhi lontan dal cuore, e quando le diranno che sei uno spiantato, un letterato... collaboratore del Monitore dei protesti per la picciorleria di ventimila lire, ti volterà le spalle e sarà come se non ti avesse mai conosciuto. (Vede di aver punto suo fratello sul vivo e contento, ripete le stesse parole con una sghignazzata).

Giordano. Ah, no! Anche volendolo, non lo potrebbe più fare. È in mano mia.

L'altro continua a sghignazzare. Ma bisogna aver pazienza, ingoiare gli scherni, gli insulti, soffrire e soffocare la collera; bisogna che suo fratello gli faccia rinnovare le cambiali o è perduto: perduta Emma, perduto tutto! Bisogna smuoverlo, bisogna convincerlo. Ha creduto la cosa assai più facile e sopra tutto sicura. Una firma; del denaro, più o meno, da sborsare dopo il matrimonio. E se, invece, quella canaglia si ostinasse? Se non volesse saperne ad ogni costo? Se lasciasse protestare le cambiali?... Egli trema convulso e ansima per la rabbia repressa, per l'orgasmo e per lo spavento dell'ultimo pericolo. Da plumbeo, è diventato livido: gli occhi affossati, cattivi. Non è più lui, Giordano Mari, il bel conferenziere, il gonfio e pettoruto padrone del mondo: è un altro: un vecchio dalla faccia losca, truce, curvo, schiacciato sotto il peso del delitto che sta per commettere.

Giordano Mari (afferrando ad un tratto, stringendo una mano di suo fratello: la voce alterata, tremula) Se ti fo vedere le sue lettere?.. È una prova!... Ti basta? Mi fai rinnovare le cambiali?

Tancredi (ha un lampo negli occhi: il desiderio, la curiosità di quelle lettere per sè stesse: delle parole amorose, delle smorfie, dei baci, perchè ci devono essere anche i baci) Vediamo: fuori le letterine!... Due sole?

Giordano. Questa l'ho ricevuta a Milano, all'albergo (Gli dà, infatti, la prima lettera di Emma).

Tancredi (l'apre, la legge, slargando la boccaccia, coi due denti che sembrano cadere dalle gengive scoperte. Sente un profumo delicato uscir dal foglietto: lo fiuta a lungo, poi sternutisce per fare una buffonata spiritosa) E l'altra?... Vediamo l'altra...

Giordano (gli dà anche l'altra da leggere) Questa l'ho ricevuta adesso alla posta, prima di venir qui.

Non sono che due parole:

«Tua

Emma.»

Tancredi non ride più. Sente tutto il veleno della gelosia, dell'invidia, della rabbia contro suo fratello:

— Sai, che anche questa qui... è un bel capo? Buttarsi via in tal modo, senza nessuna vergogna, col primo che capita?

Giordano (gli salta alla gola, strozzandogli le parole).

Tancredi (gridando) Veronica! Veronica!

Giordano. Canaglia d'una canaglia! Bada come parli!

Tancredi. Veronica!

Giordano. Non sei degno di baciare, colla tua bocca schifosa, dove questa creatura mette i piedi.

Tancredi. Aiuto! Veronica!

Veronica (sull'uscio) Gesummaria! Cosa succede?

Tancredi. Mi ammazza per le cambiali!

Giordano (spingendolo, buttandolo contro il letto) Va via! Sei una canaglia e un vigliacco!

Tancredi. Te lo giuro. Veronica. È per le cambiali! Ha tentato di ammazzarmi per le cambiali! Perchè gli ho detto di no!

Giordano. Sì; per cattiveria! Sai, Veronica?.. Mi ha detto di no! Per cattiveria! Perchè mi vuol vedere rovinato, morto. Lo sa, gliel'ho detto che mi ammazzo. E lui non ci rimette un soldo: sa anche questo. E gli ho fin promesso diecimila lire di regalo.

Veronica. Vada di là; si calmi. Parlerò io col signor Tancredi! Lo persuaderò io.

Tancredi. Dopo che mi ha messo le mani addosso? Piuttosto morire!

Veronica (spinge Giordano nella cucina: chiude l'uscio, rimane qualche momento sola con Tancredi, poi torna da Giordano: piano) È ancora troppo presto: bisogna lasciare che si calmi. Poi lasci fare a me. So che cosa devo dire. Gridavano tanto che ho sentito tutto. Lei, adesso, vada all'albergo. È alla Stella d'oro? Va bene. Più tardi glielo mando io, il signor Tancredi, o le faccio sapere qualche cosa. Aspetti un momento! (E la Veronica corre a prendere una spazzola, e pulisce dalla polvere il cappello e i vestiti del suo Nano, come faceva quand'era ragazzo, prima di mandarlo a scuola). Mi deve promettere però...

— Che cosa?

— Una volta che l'ha sposata, quella sua signorina di Milano... di farle buona compagnia. Pensi alla sua povera mamma. È morta giovane; e lo so io di che male. È morta di lacrime, la poveretta!

L'arrabbiarsi non toglie l'appetito a Giordano Mari, e le ultime parole della Veronica sono state per lui un buon cordiale. Ha fatto onore, dunque, al pranzo della Stella d'oro: poi, preso il caffè, ha speso un'altra mezz'oretta fumando, centellinando il cognac, immollando nel bicchierino tutti i pezzetti di zucchero che gli sono rimasti. Ma poi, a poco a poco, è tornato inquieto, e non può più star fermo. È ormai notte; si alza e va a girare in piazza, tenendo sempre d'occhio il portone dell'albergo.

Non viene nessuno.

— Come mai? Che anche Veronica non abbia ottenuto nulla?

— Addio, Nano! — È Tancredi che lo ferma, sbucando ad un tratto fra le colonne dei portici.

— Buona sera.

— Sono stato dal Finardi. Ho parlato del matrimonio: riuscirò a persuaderli. Rinnovazione a sei mesi: ci metteremo d'accordo per la regalìa. Li ho persuasi che, protestando adesso, non c'è più niente da sperare; mentre, aspettando, possono fare un buon affare, oltre al ricevere i loro quattrini. Domani fisseremo tutto. Dammi, intanto, le lettere.

— Che lettere?

— Le lettere della ragazza.

— Perchè?

— Le voglio io, come documento. Se le tue sono cabale... io voglio aver tanto in mano da giustificarmi con quella gente. Non ti persuade? Allora a monte e buona sera.

Giordano Mari (fermando Tancredi che fa per allontanarsi) Aspetta! Un momento! Ti darò una copia.

— Bravo! Per farmi dare anche del minchione.

Giordano Mari (impallidisce di nuovo. Guarda, fissa suo fratello) Mi devi giurare che queste lettere non usciranno mai dalle tue mani. A questa sola condizione...

Tancredi (interrompendolo) Le condizioni le metto io, che ti faccio rinnovar le cambiali; e non ne ricevo. C'è poco da scegliere; o dammi le lettere, o niente di fatto!

XVI. Emma!... Povera Emma!...

Giordano Mari, quella sera stessa, dopo lasciato Tancredi, tanto per fare ancora quattro passi e finire lo zigaro, torna alla posta. Non ci sono lettere. Ne trova, invece, due, la mattina dopo. Sorride contento, guardandole a lungo, accarezzando coll'occhio amoroso, commosso, il bel caratterino lungo, sottile, preciso. Si caccia in una via remota, per non essere disturbato dalla gente, le apre e le legge per ordine di data.

«Mercoledì sera, ore nove.

«Tua, sempre tua.

Emma».

— Cara!... Cara figliuola!...

«Giovedì mattina, ore sette.

«Le scrivo in fretta e in furia e telegraficamente, perchè ho il sospetto che la Rosina — la mia cameriera — abbia ricevuto l'incarico di sorvegliarmi e riferire; e poi così vinco la soggezione, perchè scrivere a lei mi fa soggezione. Chi sa che cosa dirà dei miei sgorbi e dei miei sbagli! Andando alla messa, metterò in buca io stessa tutte e due le lettere, il salutino che le ho mandato ieri sera, e questa. C'è una buca sull'angolo, vicinissimo alla chiesa. Per quanto abbia i miei fondati sospetti sul conto della Rosina, essa non potrà impedirmi, intanto, di mandarle queste due lettere. Tornata a casa... sarà quel che sarà.

«Dio, Dio, anche ieri che giornata! Che brutta giornata! La mamma non ha fatto che piangere; poi ha finito a letto col solito dolor di testa dei grandi dispiaceri, e non ha ricevuto che il dottore, la Fanny e Guido Bardi. Temo che questi due sieno molto nemici suoi. Si regoli.

«Che vita, però, da un giorno all'altro! Che cambiamento! Tutti mi fanno il muso! Persino le persone di servizio sono contro di me. Quanti guai, quante lacrime, quanti rimproveri! Prediche, poi, da tutte le parti.

«Chi mi fa pena è il babbo; e mi fa pena, appunto, perchè non parla! Sarei così contenta se si sfogasse anche lui a strapazzarmi; invece, niente. Soffre, e soffro anch'io, vedendolo così.

«Quando non penso a lei sono molto infelice; ma a lei ci penso sempre e allora tutto passa e torna il sole. Mi promette che un giorno vorrà molto bene al babbo?... Ed anche all'Ernani, al Trovatore, al Ballo in Maschera? È una manìa; è la sua manìa. Ma è tanto buono, tanto onesto e leale!

«Coi Sebastiani, rottura completa. La madre Sebastiani è furente contro di me, e suo figlio ha dichiarato al dottore di «non volermi più, nemmeno se mi vedesse a pregare, a supplicare, a morire». E ha ragione, mille volte ragione.

«È venuta in camera la Rosina e subito se ne è andata. Forse è corsa dalla mamma colla notizia che sto scrivendo. Mi ha guardato con certi occhi!... E i suoi occhi?... Non li vedo più. Cioè, li vedo sempre, ma... dove sono?

«Adesso, dunque, con Sebastiani, finito; non mi vuole. Nessuno più mi vuole. E lei?»

E.

«Si ricordi: mi deve scrivere tutti i giorni. La mattina, la prima cosa, appena alzato; e la sera. Ogni lettera la chiuda in una busta, colla data del giorno. Me le manderà tutte insieme, appena avrò trovato il modo di poterle avere.

«E Padova?... Come sento che mi dovrebbe piacere! Chissà, un giorno, se la vedrò? E i suoi parenti? Immagino quante feste le avranno fatto. Mi scriva tutto. Mi dica, anche, se suo fratello le rassomiglia: se ne ricordi. I padovani, adesso, m'interessano molto più dei milanesi.

«Un giorno, voglio vederla la camera sua; di casa sua; dov'è ora, in questi giorni; dove legge le mie lettere, dove pensa a me, dove scrive molto... a me».

Il dì dopo, niente lettere «ferme in posta» per Giordano Mari; poi una, quasi tutti i giorni.

«Sabato mattina, ore 5.

«Le finestre della mia camera sono ancora chiuse. Scrivo col lume.

«La Rosina, l'altro giorno, appena a casa, ha detto tutto. Grandi scene anche per le lettere: la mamma ha sempre il dolor di capo. Non la vedo da due giorni. Mi ha mandato il dottore a farmi una fiera intemerata e a dichiararmi che, «se continuo così», posso far conto di non vederla mai più. Ma il buon dottore, colla sua faccia tetra e il suo occhio terribile da Torquemada, non mi fa paura, perchè mi adora.

«Il papà, povero papà, ha cominciato pure per farmi la sua bella sgridata... e ha finito coll'abbracciarmi, piangendo. Ho pianto tanto anch'io! Mi ha pregata, supplicata per il mio solo bene... Per consolarlo, gli ho promesso tutto. Ma poi, a poco a poco, so io come pigliarlo il papà; e come convincerlo e persuaderlo a proposito... del mio solo bene. Oh, se invece di scriver libri, lei scrivesse musica... No, no! allora lei non sarebbe più lei.

«La mamma ha messo alla porta il Barbarani, il quale, per colpa nostra, ha contro di sè tutti i milanesi inferociti, specialmente donna Fanny (che credevo tanto mia amica), Guido Bardi e, s'intende, quell'altro, che non mi vuol più. La marchesa Gonzales è la sola, che osi difendere il Barbarani, ed ha il coraggio di sostenere che, per quanti letterati e poeti e scienziati abbia mai conosciuto, il più simpatico è Giordano Mari. — Non monti in superbia. C'è di mezzo una certa gita in stage combinata dalla Fanny col Bardi e con altre signore e alla quale la marchesa non è stata invitata.

«Sento la Rosina nel corridoio; spengo il lume...

«Decisamente la Rosina ha l'incarico di farmi la guardia. È venuta fin sull'uscio: ha spiato dal buco della chiave: ha picchiato pianino... sicura che dormissi, è tornata via.

«Devo dirle ancora un'altra cosa, poi basta.

«In me c'è una gran contraddizione: capisco che lei non possa credere, ed io, invece, credo. Un giorno, mi spiegherà, non è vero, questa contraddizione?

«Ieri, dunque, le devo dire, che sono stata a confessarmi dal mio solito confessore, don Fulvio Crespi, il parroco di San Fedele: quello stesso che mi ha tenuta a battesimo. Ormai sono in collera con tutti!... Avevo bisogno anch'io d'una parola buona, affettuosa, di pace, di speranza e di perdono. Invece... niente. Anche don Fulvio era già stato istruito, preparato dalla mamma, e mi ha tenuto per due ore un magnifico ragionamento pieno di eloquenza e di belle citazioni; ma inconcludentissimo.

«Il tempo: mi fanno un gran caso, del tempo. Non ho avuto nemmeno il tempo di conoscerla abbastanza per...» (devo dire come dicono tutti, e anche don Fulvio) «per innamorarmi seriamente». Non possono capire com'è successo, sono tutti curiosi di saperlo... e lo domandano a me! Don Fulvio ha un gran talento; è fortissimo, dicono, in teologia, in numismatica, nella storia delle famiglie patrizie milanesi; insegna Dante e Petrarca; predica che è un incanto; ma di certi argomenti, si capisce, ne parla a orecchio, e perciò non persuade.

«Gli avrei voluto rispondere, a proposito del tempo: — E allora, come mai, con Nino Sebastiani ho avuto tutto il tempo, tanto tempo... ed ho ottenuto questo bel risultato... che non mi vuol più?

«Quel primo giorno, quella domenica, se ne ricorda?... Io ero confusa nella folla: lei su, in alto, solo, più grande di tutti.

«Lei mi ha guardata: è bastato.

«Non è il tempo che passa quello che conta; ma il minuto che arriva e cambia tutte le cose e ferma tutta la vita.

«È vero: non mi sento bene. Tutti mi trovano con una bruttissima cera. Questo «bruttissima» comincia ad inquietarmi. Che cosa succederà?

«Mi preoccupa e m'inquieta, non per i milanesi ma per i padovani. E suo fratello? Sapesse quanto ci penso e come ho paura... di non piacergli subito. Vorrei tanto ch'ella avesse anche una sorella. Con sua sorella, sì; con sua sorella — non è vero? — potrebbe parlare di me anche senza nominarmi... per ora.

«Quanto vorrei bene ad una sua sorella!

E.

«Non so ancora se, e quando, e come potrò mandarle questa lettera. Vuol dire che me la metterò in tasca e aspetterò «il miracolo». Io non ho la sua mente, per la quale non c'è nulla di segreto, nemmeno nel cielo. Io sono una fanciulla semplice, e molto ignorante in tre lingue diverse: inglese, francese, italiana. Credo ancora nei miracoli... anche a quelli straordinarii che non potrei ottenere a San Fedele, da don Fulvio Crespi».

«Domenica sera, ore otto.

«Come è buono mio cugino Carlo! Mi ha detto che gli facevo pena, vedendomi così giù: gli ho confidato della Rosina e delle lettere, e si è offerto lui stesso. Ho fatto male? Mi dica se ho fatto male! Ma intanto potrà mandarmi tutte le mie lettere. Subito, appena riceve questa mia, le porti subito alla posta: Architetto Carlo Borghetti, via Monforte.

«Subito! Subito! Subito! Quanta gioia mi dà il pensiero di ricevere tutte le mie lettere. Non sogno altro. E perciò dimentico tutto: quanto gridare, anche ieri sera, anche oggi, e quanto piangere! Io farò morir tutti, il papà, la mamma, il dottore... lo zio Albertoni. Sicuro, farò morire, anche lo zio, fino a Roma! Dio mio; non ne posso più, più, più! Ma oggi penso che avrò le mie lettere e sono beata! Lei non sa ancora fino a che punto Carlo sia buono. Ma un giorno lo saprà. Carlo, che tesoro! Gli voglio bene. Lo adoro. Se lei imposta subito le mie lettere, forse le posso ricevere ancora domani sera.

«Non mi sento molto bene.

«Domani! domani! domani!

«Voglio andare a dormir subito, per far venir domani più presto.»

«Martedì, ore undici.

«Non posso scrivere «un letterone» perchè sono sempre più sorvegliata, giorno e notte. E poi anche per Carlo. Io sono una sensitiva. Quante cose sento — non è vero? — che non arrivo a spiegarmi. Per Carlo, non è lo stesso? Egli non sa se io le scrivo molto o poco. Ma adesso che le mie lettere le porta lui alla posta, non mi riesce più di scrivere... come prima.

«Donna Fanny, la suocera di donna Fanny e Guido Bardi, sono sempre i più tremendi contro di lei. Non capisco il perchè. Fossero i Sebastiani, ci sarebbe almeno una ragione! Inventano, o fingono di farsi scrivere da Padova delle cattiverie... persino volgari. Non glielo volevo dire; ma, tanto, è meglio saper tutto per regolarsi. Il Bardi vorrebbe divorarla vivo, anche come letterato. Poveretto! Se la rana avesse i denti!

«Sto sempre poco bene.

«Avrò le mie lettere stasera? Che gioia!»

«Giovedì.

«Credevo di essere così contenta. Son rimasta mortificata. Mi ha scritto poco e cattivo. È stato cattivo con me e con Carlo. Sognavo tanto tutte le mie lettere care, e invece non ho avuto altro che una lettera sola... e spiritosa.

«Vuole più particolareggiate le notizie della mia salute? — Eccole: sto benissimo.

«Emma Dionisy.»

«Sabato mattina.

«Rivivo! Rivivo! Che buona lettera! Grazie, grazie, grazie! Non posso scriverle di più. Il perchè glielo dirò domani. Non è per Carlo, però. No, no. Glielo giuro. Lei ha ragione. Sarebbe una vera sciocchezza!»

«Lunedì.

«Sono a letto da due giorni, e il babbo è sempre in camera mia. Non mi lascia un minuto. Ma è buono, buono. Non si spaventi. Non è niente.»

«Martedì.

«Sempre... »

E il giorno dopo, il mercoledì, Giordano Mari, già molto inquieto, riceve pure un'altra lettera da Milano, ma non è di Emma. L'apre in fretta e corre coll'occhio alla firma: è di Carlo Borghetti:

«Vieni subito a Milano; ma cerca il modo di farti vedere il meno possibile. Potresti smontare e rimanere all'Hôtel du Nord, che è vicinissimo alla stazione. Telegrafami con che corsa potrai arrivare. Ti porterò subito io stesso le notizie che a tutt'oggi, ti assicuro, non sono inquietanti.

«Carlo Borghetti»

XVII. Il buon dottore.

La camera di Emma: una camerettina tutta tappezzata di mezzari, allegra, ridente come un giardino in fiore. Sul piccolo tavolino, accanto al letto, molti vasettini, boccettine, scatolettine, coll'etichetta della farmacia Zambelletti.

— È il buffet che mi ha apparecchiato il buon dottore — dice Emma, sforzandosi, per far sorridere il babbo.

Dopo un momento entra il dottore, e il cavalier Venceslao se ne va quasi subito, in punta di piedi.

Da un paio di giorni, precisamente da giovedì, Emma ha fatto qualche piccolo miglioramento, e però è stato convenuto in famiglia, che il dottore, quella mattina, avrebbe ricominciato, da solo, a tastare il terreno.

Il dottore (le applica il termometro: la copre bene, fin sotto il mento: le siede accanto) Adesso... per dieci minuti... stai quietina, quietina. (Dopo un momento: mettendole il palmo della mano sulla fronte) Sempre un senso di gravezza — vero? — di peso?

Emma (con un filo di voce, rimanendo immobile) Sì; molto.

Il dottore. Però... un po' meno di ieri?

Emma (scuote leggermente la testina sul guanciale).

Il dottore. No? Allora diremo... come ieri. (Pausa: l'osserva, la studia, strizzando l'occhio) Da brava; fammi veder la linguina! (La guarda a lungo, arricciando il naso, facendo una bruttissima cera: pausa, sospiro) Ma già, finchè perdura la causa morale, i dispiaceri, le inquietudini, i patemi d'animo... persiste, per conseguenza, anche tutto il resto.

Emma (fissandolo cogli occhioni più grandi e più neri nel faccino smunto) Oh, dottore! Soffro, sai! soffro tanto!

Il dottore (gli occhi gli si riempiono ad un tratto di lacrime: si china col volto più vicino, più d'appresso ad Emma, per consolarla, per rianimarla: in quel punto tutto il cuore, tutta l'anima, tutta l'affettuosa dolcezza del buon dottore si è trasfusa ne' suoi occhi) Cerca di metterti in calma; di non pensare... o di pensare soltanto alle belle cose.

Emma. Oh, dottore, come si può non pensare? E, ormai, dove sono, per me, le belle cose?

Il dottore (con effusione, premendo sopra le coperte dove si vede il rialzo che copre le mani intrecciate di Emma) Ma tutto il mondo, cara la mia tosa! Tutto il mondo, per te, è pieno di belle cose! Non le vuoi guardare!

Emma (colla vocina sempre debole, ma con un leggero sorriso d'ironia) Per me, una bella cosa doveva essere anche Nino Sebastiani.

Il dottore (si allontana: diventa truce) Forse, anche quel Sebastiani poteva essere un errore. La gente — sicuro — non si può mai dire di conoscerla abbastanza. Sai? Dopo la rottura successa, la signora Sebastiani non mi ha più fatto chiamare. (Pausa) Adesso ha quell'intrigante del Marzetti.

Emma. Oh, dottore! Anche questo per colpa mia!

Il dottore. Quietina! Quietina! (Le riaccomoda le coperte attorno al collo) In sostanza, approssimativamente, io posso dire anzi di averci guadagnato. Per quel tabernacolo della Sebastiani bisognava essere sempre in moto! Non si era mai sicuri nè di giorno, nè di notte! (Ridendo, per mettere Emma di buon umore) Io credo — veh! — che tutto il male del suo cuore proveniva dal fatto solo di non aver mai trovato modo di metterlo a posto! (Dopo un'altra risatina, si ricorda del termometro: guarda in fretta l'orologio).

Emma. È ora? Posso levarlo?

Il dottore. No, sono appena cinque minuti. (Pausa: guardandola, esitando: poi con precauzione, con un tono di voce lenta, uguale, penetrante) Sai — vero? — che cosa hanno scritto da Padova? Non ha propriamente un soldo. Suo fratello è ricco, ma pare... in malo modo. Il padre era un bottegaio. — Sicuro. — Io direi, adesso, prima di tutto, di guarire. Poi, a suo tempo, si potrà fare una scelta migliore, di generale soddisfazione, per la mamma, per il papà, per lo zio. Sua Eccellenza... a Roma. E, intanto, quel certo Giordano, direi proprio — vero? — di escluderlo assolutamente.

Emma (agitandosi) Oh, dottore, dottore, dottore! Non tornare da capo! Te ne prego! Te ne supplico!

Il dottore (cercando di tenerla sotto le coperte) Quietina, dunque, quietina! I fatti, già, sono fatti, e non si possono cambiare.

Emma. Che fatti? Ma che fatti? Sai perchè non è ricco? Perchè non ha una posizione lucrosa? Perchè ha voluto essere sempre indipendente! Perchè il suo animo nobile e fiero non ha mai voluto abbassarsi a domandare, a strisciare come tanti altri che non hanno nè dignità, nè carattere. Ma il suo nome è conosciuto in tutto il mondo. Più del nostro, certo.

Il dottore. Ma... e questo Taine? E questi rubalizi letterarii?

Emma. Ci credi tu a Guido Bardi? Invidia, rabbia, cattiveria.

Il dottore. Resterebbe l'altro inconveniente... del fratello.

Emma. Suo fratello... Intanto, chissà se è vero; perchè anche queste sono le informazioni di donna Fanny.

Il dottore. Non soltanto di donna Fanny.

Emma. Sia pure: che cosa c'entra lui con suo fratello? Gli fanno anche un carico perchè suo padre era un piccolo mercante; ma il nonno del mio, siamo giusti, non era un farmacista?

Il dottore (scandalizzato) Che cosa vai adesso a pescare... indietro... fino ai tempi del Prina! (Dopo aver guardato un'altra volta l'orologio) Porta pazienza: ancora due minuti. (Pausa) Volevo dire, vedi, anche per l'età. Tu non hai ancora vent'anni.

Emma. Sì, fra due settimane.

Il dottore. Tu sei un fiore; cioè lo eri; ma tornerai come prima, soltanto con un po' di ragionamento. Invece con quel Giordano... di Padova, non ci sarebbe nemmeno proporzione, e allora, appunto, succedono gli squilibrii. Pensa: quando tu avrai, per esempio, quarant'anni, il che, nel più dei casi, vuol dire per la donna il periodo della maggiore... attività, lui ne avrà sessanta, forse sessantacinque... o settanta.

Emma (sorridendo) Fermati, dottore! Fermati, per carità!

Il dottore (ostinandosi: cominciando a gridare) Sì, anche settanta! Anche settanta! E, forse, ancora di più! È ben conservato, ecco; questo sì. Ma ricordati, cara la mia tosa, che l'uomo è un'altra cosa. Non è come la donna. Di un uomo ben conservato non c'è mai da poter scommettere, nè giurare. Io non l'ho guardato altro che molto superficialmente; ma mi pare un uomo più di apparenza che altro. (Alzandosi per prendere il termometro) Vediamo.

Emma (gli dà il termometro).

Il dottore (la ricopre da tutte le parti, poi si avvicina alla finestra per guardare i gradi della febbre: dopo, scuote fortemente il termometro per farlo discendere. Il dottore è diventato più serio: si avvicina ad Emma, fissandola gravemente).

Emma. La febbre è cresciuta, non è vero?

Il dottore (sempre più serio: continua a guardarla, senza rispondere).

Emma (leva un braccio di sotto le coperte, e glielo fa vedere) Guarda, ormai, come sono ridotta.

Il dottore. No! No! No! Sotto! Sotto!

Emma. Tu mi vuoi bene?

Il dottore. Ma ti pare di domandarmelo?

Emma. So, so che mi vuoi bene: tu e anche il papà.

Il dottore (subito) E la mamma: ti vuol molto bene anche la mamma. Anzi, direi, forse a suo modo, ma più di tutti.

Emma. Allora, se mi vuoi bene, ti prego di una cosa.

Il dottore. Che cosa?

Emma. Te ne prego tanto, tanto. Vieni più vicino.

Il dottore (si abbassa quasi a sfiorarle la fronte) Sicchè?

Emma. Lasciami morire.

Il dottore. Ma, ma, ma! Se ne deve sentire? (E al buon dottore, mentre la bacia sui capelli, cadono dagli occhi due grosse lacrime).

Il dottore, un momento dopo, entra dalla signora Letizia, che è più che mai sofferente e geme sulla lunga poltrona. C'è anche il cavalier Venceslao che non si vede, per il buio della stanza, ma si sente, dal gran soffiare, che è molto intasato.

Venceslao (inquietissimo: andando incontro al dottore) E così? Ha ancora la febbre?

Il dottore (pausa: avvicinandosi passo passo e fissando gravemente la signora Letizia) Trentanove.

Venceslao (disperato: alzando le mani al cielo) Ah, Dio mio!

La signora Letizia. Quasi come ieri. Non è vero, dottore?

Il dottore non risponde; si siede al solito posto vicino alla poltrona di donna Letizia; sospira.

Venceslao (al dottore: con uno schianto) Ma dunque? Ma di' la verità? Ma ci sarebbe pericolo?

Il dottore (mette una gamba sull'altra: si gratta la barba).

La signora Letizia (premendosi le tempie per via dell'emicrania) Che pericolo vuoi che ci sia? Non esageriamo le cose!

Il dottore. Ecco, io direi: (pausa) le informazioni avute da Padova provengono appunto dalla via di donna Fanny, la quale ci consta che sarebbe interessata, come parte in causa, per aver avuto del debole, e, secondo la marchesa Gonzales, anche molto più che del solo debole, per quel certo Giordano. Dunque, direi, bisognerebbe sceverare quello che c'è di vero dalle possibili esagerazioni.

La signora Letizia (alzandosi a sedere sulla poltrona) Ma come, dottore? Anche voi mi diventate matto?

Il dottore (sospira: tace: torna a grattarsi la barba).

La signora Letizia. Pensate anche a tutto ciò che ha scritto mio fratello.

Il dottore. Questo non conta.

La signora Letizia. Come non conta?

Il dottore. Non conta niente, perchè anche Sua Eccellenza ha scritto, opponendosi, in seguito alle nostre lettere e alle nostre informazioni.

La signora Letizia (scattando) Non è vero!

Il dottore (senza badare all'interruzione della signora Letizia e seguendo lentamente il suo primo discorso) Dunque, sicuro, io direi, in certo qual modo, che bisognerebbe informare anche Sua Eccellenza di ciò che ne consegue. Come ministro — vero? — nella sua posizione, potrebbe anzi giovare al miglioramento, al collocamento di... del... di quel... appunto di... Giordano.

Venceslao (sempre più disperato: colle lacrime) Dunque? C'è pericolo?

La signora Letizia (irritata contro il dottore) Ma rispondetegli di no! Che non c'è pericolo! E la sia finita!

Il dottore (dopo un momento) Intanto, questo stato di continue agitazioni, di continue contrarietà, di tensione, ha prodotto i suoi effetti anche sopra di lei.

La signora Letizia (inquieta) Sopra di me?

Il dottore. In dieci giorni è andata avanti di dieci anni. Non ha più il suo bel pallore; ma la sua tinta è addirittura cadaverica.

La signora Letizia (sempre più inquieta) E allora?

Il dottore. Allora bisogna mettersi in quiete, e, per mettersi in quiete, bisogna aver l'animo in pace e quindi rassegnarsi, occorrendo, anche a ciò che non accomoda interamente, pur di schivare ciò che può far male. Ad una certa età, se si trova la strada buona, piana, si va avanti per un pezzo; ma basta, come si dice, un urto, un'inciampata qualunque, per andare a precipizio.

XVIII. Il trionfo del nobile Barbarani.

Al Club, dopo che la signorina Emma Dionisy è guarita perfettamente e s'è fatta più bella di prima.

Il nobile Barbarani (vispo e saltellante in mezzo al solito circolo dei fashionables) Dunque, adesso, son proprio content! I fatti, benissim, cominciano a rendermi giustizia! Questo cacciatore di doti, che io ho avuto l'imprudenza, la leggerezza, la vanità di voler portare in giro e ficcar dappertutto, precisament, ha rifiutato la mano della signorina Dionisy.

Uno dei fashionables (dondolandosi sulla poltrona, anche per tutti gli altri che approvano coi cenni del capo) Se fosse vero, per parte di questo Mari, sarebbe assolutamente imperdonabile. Ha messo la famiglia Dionisy tutta sossopra; ha fatto ammalare la ragazza; le ha fatto andar a monte l'altro matrimonio col Sebastiani. Se adesso si ritira — parbleu! — sarebbe una canagliata.

Barbarani. Ritirarsi?... Un moment.

— Hai detto tu stesso che ha rifiutato la mano della Dionisy.

— Rifiutata?... Un moment! Giordano Mari — posso proprio vantarmi — si è condotto perfettissimamente; non poteva essere più delicato. Ha fatto tutte le dichiarazioni più ampie e più lusinghiere tanto per la ragazza, quanto per la famiglia. Ma finchè non ha raggiunto quella posizione sicura, per quanto modesta, che gli possa assicurare un'assoluta indipendenza, per lo stesso rispetto che deve alla signorina ed a sè stesso, intende di procra... di protra... di procrastinare, magari infinitamente, il matrimonio, lasciando, ben inteso, la signorina Dionisy interamente libera e tenendosi lui, viceversa, impegnatissim! (la rabbia gli fa mancare la voce: colpetto di tosse) E questo, da parte sua, non mi sembrerebbe una canagliata; ma piuttosto — benissim — l'indizio di un animo delicato e aristocratichi... aristocratici... aristocratichissimo! Si presenta appunto al concorso, per la cattedra di storia, non so più se a Bologna o a Firenze.

— E se non vince il concorso?

— Impossibile. Intanto, l'Albertoni è ministro dell'istruzione pubblica.

— Ma era ostile, contrario a questo matrimonio.

— Appunto; ma adesso ha l'obbligo, per imparzialità, di non mettere, come si dice, i bastoni fra le ruote.

— Ma e i titoli?

— Ne ha addirittura una raccolta. Potrebbe essere professore di Università da dieci anni, se l'avesse voluto!... E poi basterebbe l'Ambrogio.

— ...?

— Ambrogio vescovo nella civiltà de' suoi tempi. Non hai letto il saggio nella Nuova Rassegna? No? Bisogna leggerlo: è importantissim! È la prova di una coltura, di un'erudizione veramente straordinaria. Prestissimo, tutta l'opera, illustrata, sarà pubblicata appunto dall'Amodei, il quale, per scegliere le opere e gli autori, me lo diceva l'altra sera anche Guido Bardi, ha un naso straordinarissim.

— Certo, per la signorina Dionisy, occorreva un uomo di talento. Ma non è più... tanto giovane.

— Proporzionatissimo alla Dionisy, che ha passati i venti e forse anche i ventidue. È un pezzo che cercavano di maritarla. Trovano un nome, che, se non è aristocratico, è celebre; un uomo di talento e di cuore. Subito, appena ha saputo che la Dionisy era indisposta, si è precipitato, incognito, da Padova a Milano, rimanendo chiuso, nascosto all'albergo del Nord per quasi un mese, non vedendo altri che il Borghetti, al quale leggeva il suo Ambrogio e che ha del Mari una stima straordinaria. Sì, sì; per parte mia, son proprio content! Anche donna Fanny, la quale l'aveva a morte con Giordano Mari, da un momento all'altro non so come, improvvisamente, certo perchè la verità vien sempre a galla e finisce per trionfare, si è schierata, invece, con Guido Bardi, tutta dalla sua parte. Anche sua suocera!... Per me, e posso proprio vantarmene, dopo tanti dispiaceri, è stato il mio più bel trionfo!

— Ormai, di nemici, questo tuo Giordano Mari, non avrà più che il Sebastiani.

— Perchè?

— Non voleva sposarla? Non è innamorato della Dionisy?

Il Barbarani. Mai più! (colpetto di tosse) Adesso Nino Sebastiani è innamoratissim della Tina di Lorenzo.

Fine della prima parte.

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