← Table of contents
Kenilworth, vol. 4/4

CAPITOLO PRIMO.

Gaetano Barbieri translation

Troppo ancor tollerai. Con detti oscuri Per l’intricato labirinto il filo Tolto m’avete. Olà. Se miglior senno Vostre labbra non regge, io ben saprommi Dal mio cospetto allontanar chi audace Da mia bontade cimentar presume. Beaumont et Fletcher.

Non è nostro divisamento seguire l’esempio del più volte citato Roberto Laneham nel raccontare minutamente ciascuna delle feste che si celebrarono in Kenilworth. Ne basti il dire che dopo quel fuoco d’artifizio alla cui descrizione giovonne l’eloquenza di questo donzello del Consiglio, la Regina dopo avere attraversata la torre di Mortimero, entrò nella corte di Kenilworth, passando fra mezzo ad una lunga sequela di Divinità del Paganesimo, e di antichi eroi, che prostrati le offerivano omaggio e doni, sintantochè giunse al primo salone del castello decorato con pompa addicevole a sì grande ricevimento. Nulla pareggiava lo sfarzo delle preziose tappezzerie che l’ornavano, e torcie intrise di balsami vi spargeano ad un tempo luce e profumi intantochè gratissima musicale armonia faceva incanto agli orecchi. All’estremità del salone sorgeva un maestoso baldacchino che ombrava il trono d’Elisabetta; e dietro ad esso aprivasi una porta che metteva ad appartamenti adorni colla massima profusione, e che vennero assegnati alla Regina e alle matrone del suo corteggio.

Il conte di Leicester porse il braccio ad Elisabetta nell’ascendere il trono, ove sedutasi questa, le si prostrò innanzi il favorito, e con modi in cui s’accordavano ottimamente una rispettosa e cavalleresca galanteria, e i sentimenti d’un’affezione la più leale, baciò la mano offertagli dalla Sovrana, ringraziandola con accenti di vivissima riconoscenza dell’onor compartitogli, onore massimo di quanti un monarca possa concedere ad un suddito. Tanta leggiadria spirava il Conte in quell’atteggiamento, che per poco la Regina non s’adoprò a prolungare una tal parte di scena più di quanto rigorosamente doveasi. Nel ritrarre la propria mano, le permise di scorrere mollemente, siccome a caso, sulla bella capigliatura del Conte, in profumate anella cadente; e i moti d’interna compiacenza, che nel volto di quella Sovrana si palesarono, ben fecero accorti gli spettatori, com’ella avrebbe di buon grado sostituito a quest’atto che parea involontario una lieve carezza. Si rialzò finalmente il Leicester; e postosi in vicinanza del Trono, tessè in bell’ordine ad Elisabetta la descrizione di quanto erasi divisato per riceverla ed intertenerla; e tutti questi divisamenti la Regina approvò con quella grazia che ad essa era connaturale. Allora il Conte le chiese per sè e pei gentiluomini, che fin lì la scortarono permissione di allontanarsi per pochi istanti, onde ricomparirle innanzi con abiti più convenevoli, e meglio degni della sua Corte. «In tal breve assenza nostra, ei soggiunse, questi signori (accennando in dir ciò Varney, Blount, Tressiliano ed altri) che ebbero tempo di cambiare le loro vesti avranno l’onore di rimanersi presso la Maestà Vostra.»

«V’acconsento, o signore, la Regina rispose. M’accorgo che sareste un ottimo direttore di teatro, poichè sapete sì opportunamente valervi di una doppia banda di attori. Quanto a noi, per questa sera vi faremo minori complimenti, perchè non abbiamo divisato di spogliarci dell’abito con cui venimmo. Ci ha prodotto qualche stanchezza un viaggio, che il concorso de’ nostri fedelissimi sudditi rendè altrettanto lungo, quanto nel fece delizioso l’amore che ci dimostrarono.»

Dopo ricevutane la permissione, il Leicester si ritirò, e seco pur si ritrassero gli altri gentiluomini, che aveano scortata la Regina. Quelli che giunsero i primi, e che già si erano vestiti nel modo convenevole a quella solennità, rimasero nel salone, ma per essere di grado inferiori agli altri che uscirono, si tenevano ad una distanza rispettosa dal trono. L’acuto sguardo della Regina ben ravvisò in mezzo a quella moltitudine e Raleigh e due o tre altri gentiluomini, ch’ella conoscea di persona. Fatto segno a questi d’avvicinarsi, li salutò in grazioso modo, e primo nell’essere ben accolto si fu il Raleigh, troppo ben rammentandosi la Sovrana le avventure del mantello e delle strofette. Più volte ella si volse a lui onde le spiegasse il nome e i gradi di quelli che le stavano alla presenza, e si mostrò soddisfatta delle risposte a mano a mano datele dal Raleigh, poichè oltre all’essere esatte, condite erano all’uopo di vezzi e di arguzie. «E chi è quell’uom rustico (diss’ella accennando Tressiliano) quell’uom rustico, il cui disadorno abito fa torto alla buona fisonomia?»

«Se vostra Maestà brama saperlo, è un poeta.»

«Lo indovinai quasi al sol vederne il vestito. Ho conosciuti alcuni poeti tanto distratti che gettavano i loro mantelli in mezzo al fango.»

«Sarà stato perchè il sole ne abbarbagliava le menti siccome gli occhi.»

Elisabetta sorrise, e lasciò languire questo discorso. «Ma, signor Raleigh, vi ho chiesto il nome di quella persona, e voi me n’additaste in vece la professione.»

Di fatto Raleigh avrebbe voluto differir l’istante di nominare l’amico suo Tressiliano, non credendo esserne occasione ben augurosa per lui il motivo onde avea chiamati sopra di sè gli sguardi della Regina. Ma dopo questi ultimi detti di Elisabetta non gli fu più lecita la reticenza.

«Egli chiamasi Tressiliano.»

«Tressiliano! rispose Elisabetta, il Menelao del nostro romanzo! Per verità si è abbigliato in guisa che fa le scuse della sua Elena. Ma dov’è Farnham?‍[1]... si dice Farnham?.... In somma l’uomo del conte di Leicester... il Paride della contea di Devon.»

Raleigh, profferì il nome di Varney, e con maggiore ripugnanza ancora lo indicò alla Regina, perchè nel costui abbigliamento aveva sfoggiata tutta l’arte propria il sartore; laonde questo Varney annunziavasi favorevolmente a primo aspetto, oltrechè se mancava di grazie, un certo discernimento e l’uso di vivere nel mondo cortigianesco supplivano in tal qual modo a sì fatta mancanza.

La Regina andava contemplando a vicenda Tressiliano e Varney. «Io credo, diss’ella, che questo signor Tressiliano il poeta, troppo dotto, giurerei, per ricordarsi alla presenza di chi dovea comparire, è uno di que’ tali per cui Goffredo Chaucer disse: Il più saggio fra i letterati non è sempre il più saggio fra gli uomini. L’altro, Varney, è un furfante, però ha lingua dorata, me ne ricordo, e son certa che la bella fuggitiva non mancò di buone ragioni per divenire infedele.»

Raleigh non sapea che rispondere, persuaso che avrebbe fatto mal ufizio a Tressiliano col contraddir la Regina, e sembrandogli anzi che sarebbe stata ottima cosa al medesimo, se finalmente Elisabetta avesse intromessa la propria autorità per definire una bisogna, che occupava tutto l’animo dell’amico, concentratosi con funesta ostinazione in quest’unica idea. Mentre Raleigh volgea tai cose nella mente, s’aperse la porta, ed il Leicester accompagnato da molti del suo parentado, e della nobiltà a lui partigiana rientrò nel salone. Portava un vestito di velluto bianco ricchissimo che contribuiva a farne spiccare il maestoso portamento, la grazia, e le belle proporzioni della persona; tal che parve ad ognuno il più avvenente fra quanti cavalieri si fossero mai visti. Anche il Sussex e gli altri gentiluomini andavano fregiati di ricche vesti, ma la grazia e la magnificenza del Leicester tutti oscuravali. Elisabetta lo accolse con affabilità straordinaria. «Rimane tuttavia da giudicarsi, diss’ella, una processura spettante alla regale nostra giurisdizione, processura che mi sta nell’animo, e come donna e come madre di tutti i miei sudditi.»

Un fremito involontario soprapprese il Leicester nell’atto che inchinavasi per protestare obbedienza ad ogni volere della Regina. Fremette, e agghiacciò del pari Varney, i cui sguardi non s’erano in tutta quella sera distolti dal suo padrone. Dal cambiamento comunque lieve che accadde nella fisonomia del Conte, Varney comprese subitamente qual fosse la cosa di cui la Regina interteneva il suo favorito; ma questi fece al proprio animo tale sforzo da poter fingere l’intrepidezza, che alla sua politica tortuosa volevasi; ed allorchè la Regina soggiunse: «Noi parliamo di Varney e di Tressiliano... Milord, questa Signora è qui?....» il Conte potè senza titubazione rispondere: «Nobile principessa, ella non è venuta.»

Aggrottò Elisabetta le ciglia, e mordendosi il labbro, non diede che questa sola risposta: «Per altro, Milord, il nostro comando fu chiaro e preciso!»

«E sarebbe adempiuto, illustre Sovrana, non fosse stato che un semplice desiderio. Ma, fatevi innanzi, Varney. Questo gentiluomo farà noto a vostra Maestà il motivo per cui la ridetta Signora (che le labbra di Leicester si ribellavano al chiamarla moglie di Varney), non può comparire alla regale presenza.»

Avanzatosi Varney, sostenne senza esitare quanto credeva egli stesso; che la parte citata a comparire dinanzi a sua Maestà (non più di Leicester ardiva egli chiamarla sua moglie) era nell’assoluta impotenza di corrispondere alla chiamata.

«Ecco, proseguì a dire, l’attestato di un abilissimo medico, il cui sapere e la cui probità sono pienamente conosciuti a sua Signoria di Leicester. Eccone un altro di un devoto protestante, uomo dabbene e d’intatta fama, del sig. Antonio Foster, che alberga in sua casa la figlia di sir Robsart. Provano entrambi questi ricapiti che l’assalì tale infermità, per cui non le fu possibile intraprendere il viaggio.»

«La cosa cambia d’aspetto, (disse la Regina ricevendo i ricapiti ed esaminandone il contenuto). Fate avvicinare Tressiliano. Sig. Tressiliano, noi prendiamo vivissima parte allo stato dell’animo vostro, tanto più che da esso non sa dipartirsi l’immagine di questa Amy Robsart, o diremo Amy Varney. Ma che volete? Il poter nostro, ne siano grazie a Dio, e all’obbedienza che ci prestano i fedeli sudditi Inglesi, ha bensì qualche estensione. Pur vi sono tai cose, che si sottraggono a questo dominio. Noi non possiamo, a cagion d’esempio, comandare agli affetti d’una giovinetta inconsiderata, nè costringerla a preferire il sapere e il retto sentire alla elegante veste d’un cortigiano. Tal cosa non è in nostro arbitrio più di quanto lo sia impedire gli effetti della infermità che a quanto apparisce la soprapprese, e non le permette di trovarsi alla nostra presenza, siccome ne avevamo dato il comando. Più possenti de’ nostri ordini sono i due attestati del medico che le presta cura, e dell’onesto suo ospite, i quali entrambi fanno fede di tale infermità.»

«Chiedo permissione alla Maestà vostra di dirle che simili attestati non dicono la verità,» rispose tantosto Tressiliano, che in quell’istante paventando gli effetti di una sì perigliosa impostura dimenticò la promessa fatta ad Amy.

«Che ascolto, o Signore? sclamò la Regina. Voi porreste in dubbio la veracità di Leicester? Però vi sarà dato tutto il campo a difendervi. Alla nostra presenza hanno diritto di parlare così il primo come l’ultimo, così il più favorito come il più ignorato de’ nostri sudditi. Voi sarete dunque ascoltato senza interrompimenti. Ma temete del parlar vostro se manca di prove. A voi, prendete ed esaminate questi attestati. Diteci seriamente se dubitate, e su quai fondamenti dubitate della loro autenticità.»

Intantochè la Regina così favellava, tornò alla mente di Tressiliano la promessa fatta ad Amy, e tal ricordanza combattè l’ardente desio ch’era in esso di dismentire formalmente questi attestati, dei quali niuno meglio di lui sapea la fallacia. Ma questa sua irresolutezza gli fece torto e nell’animo d’Elisabetta e in quello de’ circostanti. Voltava le carte, siccome un idiota incapace d’intenderne il contenuto; sicchè l’impazienza postasi fin da prima nell’animo della Regina, divenne in quell’istante manifesta ad ognuno.

«Voi siete un letterato, soggiuns’ella, e un letterato di merito, così mi fu detto. Per altro, siete d’una lentezza sorprendente, quando non fa d’uopo che leggere due parole. Veniamo dunque alla conclusione. Questi attestati sono veri, o sono falsi?»

Crebbero in un modo a tutti palese l’imbarazzo e la titubazione di Tressiliano, il quale non volea per una parte riconoscer per veri tali ricapiti, che forse avrebbe dovuto fra breve chiarir come falsi, e bramava per l’altra mantenere la promessa fatta ad Amy, e darle il tempo, com’ella il chiese, di perorare da se medesima la propria causa. Laonde, dopo aver detto interrottamente: Regina! Regina! prese per ultimo l’espediente di darle questa risposta: «La Maestà vostra mi costringe a profferire sopra ricapiti, la cui autenticità, innanzi tutt’altra cosa, dovrebb’essere provata da coloro che se ne valgono in propria difesa.»

«Sig. Tressiliano, voi siete buon avvocato, siccome buon poeta (disse la Regina lasciando sovr’esso uno sguardo in cui tutto se ne esprimea lo scontento). Io credea veramente che questi scritti essendo stati presentati al cospetto del nobile conte di Leicester, cui appartiene questo castello, ed essendone chiamato in testimonio l’onore del Conte, dovesse bastar ciò per convincervi che sono veraci. Nondimeno, poichè durate nel bramare le formalità, Varney, o voi piuttosto Leicester, perchè questo affare adesso riguarda voi (detti lanciati a caso, ma che fecero fremere il Conte), dite, qual prova avete della verità di tali attestati?»

Varney si affrettò a rispondere prima di Leicester: «Il giovine conte di Oxford, che qui trovasi, conosce la scrittura del sig. Foster.»

Il conte d’Oxford, giovane libertino e dissipatore, che avea più d’una volta avute somme ad interesse, anche onesto, dal Foster, dopo l’inchiesta fattagliene attestò, come il Foster fosse un rispettabile ed opulento Franklin‍[2], accertando ad un tempo ravvisarsene il carattere in uno di que’ ricapiti.

«E chi riconoscerà il carattere del dottore? soggiunse allor la Regina. Mi sembra ch’egli si nomini Alasco.»

Il Masters medico di Sua Maestà, che non avea dimenticato l’oltraggio sofferto a Say’s-Court, e persuaso che la sua testimonianza fosse per tornar grata al Leicester, quanto spiacevole al Sussex ed ai partigiani di questo Conte, protestò aver fatto di molte consulte col dottore Alasco, essere questi un uomo fornito di vasto sapere, benchè quanto al suo sistema di medicare non lo giudicasse sulla buona via. Il conte di Huntingdon cognato del lord Leicester, e la contessa di Rutland ne fecero parimente gli encomi, e tutti si chiamarono a mente la scrittura delle sue ricette, simile affatto, diceano, al carattere del certificato su cui cadeva il discorso.

«Spero finalmente, sig. Tressiliano, che si potrà chiudere tal discussione, soggiunse allor la Regina. Prima del finire di questa notte noi prenderemo alcune risoluzioni onde persuadere sir Ugo Robsart ad acconsentire alle nozze di sua figlia. Quanto a voi, avete fatto il vostro dovere, e al di là del vostro dovere. Ma noi non apparterremmo al sesso femminile, se l’animo nostro non fosse proclive a compiangere le persone che amore ha ferite. Dunque vi perdoniamo l’arditezza che dimostraste, e vi perdoniamo anche la sconvenevolezza di quei vostri stivali, la cui infezione ha quasi soffocati i profumi di milord Leicester.»

L’essere eccessivamente delicata di odorato era fra i distintivi organici di Elisabetta, e ne diede lungo tempo dopo una prova, allorchè scacciò dal suo cospetto il conte di Essex, non reo d’altro che di essersi presentato a lei, siccome Tressiliano, cogli stivali alquanto imbrattati di fango.

In questo mezzo, Tressiliano ebbe il tempo di raccogliere le proprie idee, e riaversi dalla sorpresa prodottagli da un’impostura, sostenuta con tanta audacia, e che dismentiva fatti de’ quali fu testimonio egli stesso. Laonde si precipitò ai piedi della Regina, e tenendola per la veste, le disse:

«Regina, se voi siete cristiana, s’egli è vero che regnate per rendere giustizia eguale a tutti i vostri sudditi... per ascoltarli, come voi sperate di essere ascoltata, e com’io ve l’auguro (Dio secondi il mio voto!) a quel tribunale innanzi a cui un giorno tutti compariremo, degnatevi concedermi un lieve favore. Non vi affrettate a pronunziare giudizio. Concedetemi soltanto ventiquattr’ore di tempo. Dopo sì breve indugio vi proverò a tutta evidenza la fallacia degli attestati onde si fa credere che questa giovane infelice in tal momento si trovi inferma nella contea di Oxford.»

«Lasciatemi, o signore (disse Elisabetta, sorpresa da un impeto che ben dovea parerle stravagante, comunque fosse pel maschile suo animo forza bastante per non concepirne timore). Quest’uomo senza dubbio è pazzo. Il mio figlioccio Harrington potrebbe dargli una parte nel suo Orlando Furioso. Però nel tenore della sua follia ravviso alcuna strana singolarità. Parlate, Tressiliano: a qual cosa vi sottomettete voi, se trascorse le ventiquattr’ore, non potete dimostrar falso un fatto provato con modi tanto solenni, siccome lo è l’infermità della figlia di sir Robsart?»

«Regina, a portare il mio capo sotto la mannaia,» rispose subito Tressiliano.

«Eh! questi sono propositi da pazzo. E qual capo è mai caduto in Inghilterra, se nol percosse il voler della legge? Io vi domando, purchè però vi rimanga senno bastante a potermi comprendere, se quando v’accorgerete dell’assurdità del vostro assunto col vederlo andare a vôto, mi confesserete sinceramente qual fu l’intenzione, che aveste nel cimentarvi a sostenerlo.»

Si tacque Tressiliano, condotto da tale inchiesta a titubar nuovamente; perchè pensava egli: «Se in questo intervallo Amy si riconciliasse col proprio marito, quanto mal ufizio le presterei se svelassi misteri obbrobriosi ad un uomo col quale ella dovrà sempre vivere, e se facessi toccar con mano ad una saggia e prudente Sovrana come fu sorpresa con falsi attestati!» Tale incertezza portò nuovo imbarazzo e negli sguardi, e nella voce, e nel contegno di Tressiliano. Per la qual cosa, allorchè la Regina in severo tuono e corrucciata in viso gli replicò l’inchiesta medesima, ei le rispose con interrotte parole, che forse!... cioè!... secondo le circostanze!... avrebbe spiegati i motivi del suo operare.

«Oh! per l’anima del re Enrico, sclamò quella Sovrana, qui cova assolutamente o demenza o malvagità. Raleigh, il tuo amico è troppo pindarico per potere starsene alla mia presenza; conducilo teco, liberami dal vederlo, perchè potrebbe accadergli peggio. I suoi slanci sono troppo impetuosi in tutt’altro luogo che non sia il Parnaso, o San Luca. Tu però ritorna, poichè lo avrai condotto in luogo sicuro. Quanto avremmo desiderato conoscere questa beltà che fa sì tremendo guasto nel cervello d’un uomo decantato dianzi per la Sua saggezza!»

Tressiliano voleva dire altre cose alla Regina, ma Raleigh costretto ad ubbidire agli ordini avuti, ne lo impedì, fattosi soccorrere da Blount per condurlo fuor del salone, parte suo malgrado, e parte anche non contro sua voglia, poichè incominciava ad avvedersi egli stesso, come un più lungo rimanersi peggiorasse anzichè migliorare i suoi interessi.

Allorchè furono giunti nell’anticamera, Raleigh pregò il Blount a far sì, che Tressiliano venisse condotto negli appartamenti preparati alle persone del corteggio di Sussex, e che se era d’uopo vi si mettesse la guardia.

«Tale stravagante passione, diss’egli, e l’infermità della donna che ne è lo scopo, hanno stravolto in singolar modo il suo ingegno, aggiustatissimo per l’addietro. Ma speriamo, un breve riposo calmerà questo impeto. Solamente badate a non lasciarlo uscire. È già assai male impressionato per lui l’animo di Sua Maestà; poche nuove provocazioni basterebbero perch’ella gli trovasse un ritiro più ingrato, e custodi più malaugurosi.»

«Io lo giudicai a dirittura pazzo (soggiunse Nicolò Blount, dando un’occhiata alle sue calze cremesine, ed alle sue gialle rosette) allorchè posi mente a que’ maledetti stivali che offesero le narici della Regina. Voglio vederlo rinchiuso, e torno subitamente. Ma dimmi, Walter, la Regina non ha chiesto chi mi fossi? Ho creduto accorgermi d’una sua occhiata volta sopra di me.»

«Venti occhiate! sì, venti occhiate sopra di te! e le ho assicurato che sei un bravo soldato, un... ma per l’amor del Cielo conduciti via Tressiliano.»

«Vado, vado, rispose Blount. Ti dirò bene, che comincio ad avvezzarmi a questa vita cortigianesca. Non è poi un passatempo tanto cattivo. Se non altro, offre modi d’innalzarsi. Dunque, Walter, amico mio, le dicesti che sono un bravo soldato, e un... un che cos’altro?»

«Un... tutto che non si può esprimere. Ma spacciati dunque, in nome di Dio!»

Tressiliano, senza opporre resistenza, e senza movere verun’inchiesta, seguì Blount, o a dir meglio si lasciò condurre nell’appartamento di Raleigh, sofferendo d’essere collocato in un letto sulle cinghie, che in uno di que’ gabinetti era stato apparecchiato ad uso di qualche servo. Nè tardò ad avvedersi che ogni sforzo per parte sua diverrebbe inutile a conciliargli le premure e i soccorsi degli amici, sintantochè il compire delle ventiquattr’ore da lui consacrate con promessa a rimanersi inoperoso, non gli facesse abilità di svelare tutte le cose, o veramente non gli togliesse ogni desiderio e pretesto di frammettersi in quanto riguardava il destino d’Amy, forse vicina ad unirsi col suo rapitore.

Dovette Tressiliano adoperare molta fatica, e assai rimostranze, fatte con calma e dolcezza, per evitare la molestia di vedersi accampati nella sua stanza due uomini della guardia del conte di Sussex. Finalmente Blount in veggendolo tranquillo nel letto, diede due o tre calci, maledicendoli con tutto il cuore, a quegli stivali del mal augurio, i quali, giusta le nuove massime abbracciate dal Blount, erano stati il sintomo concludente, o forse anche la primaria cagione del disastro cui soggiaceva il suo amico. Per tal modo gli sforzi generosi e disinteressati operati da Tressiliano per la liberazione d’una donna, da cui non ebbe che ingratitudine, non gli partorirono in quel giorno migliori conseguenze del cadere in disfavore della Regina, e del farsi riguardare niente meno che pazzo dai propri amici.

Notes in this chapter

Explore with AITake your curiosity a little further.

Reading settings