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Kenilworth, vol. 4/4

CAPITOLO XI.

Gaetano Barbieri translation

Tre volte rintronò di morte il tetro Suon la squilla feral; di quelle fosse Ogn’eco ripetè dolente metro Di moribondi lai; tre volte scosse, Il corvo i tardi vanni, e con sinistri Colpi le vette di Cumnor percosse. Mickle.

Or n’è d’uopo far ritorno a quella parte della nostra storia, allorchè vedemmo Varney, incoraggiato dagli arbitrii che il Conte gli conferì e dalla regale permissione di vedere Amy ogni qualvolta il volea, darsi tutta la sollecitudine onde impedire che si scoprissero le scellerate sue trame, ed allontanare quindi dal castello di Kenilworth la sfortunata Contessa. Egli avea per vero divisato di non partire che nel dì successivo a quello in cui ricevette dal Conte il fatale anello; ma temendo non se ne ammollisse l’animo in quell’intervallo, o non gli venisse desio di vedere una seconda volta la moglie, deliberò con un’immediata partenza distruggere persino la possibilità di un avvenimento, in cui vedea col palesarsi de’ suoi infami divisamenti, compiuta la propria rovina. In tale idea fece chiamare il Lambourne e grandemente, come il dicemmo, irritossi, allorchè seppe che questo complice servo era uscito del castello per darsi bel tempo nel vicino villaggio od altrove; ma non dubitando ch’ei non fosse di ritorno tantosto, lasciò ordine affinchè costui si allestisse ad accompagnarlo, o a seguirlo se non rientrava in tempo di uscire con lui.

Ed intanto si prevalse del ministerio d’altro servo, di nome Robin Tider, cui erano in parte noti i misteri di Cumnor, ove più d’una volta si portò in compagnia del padrone. Cotest’uomo, che quanto all’indole si assomigliava molto al Lambourne, comunque, nè accorto nè dissoluto al pari di lui, ricevette comando dal Varney di mettere la sella a tre cavalli, e di preparare una lettica, tenendosi presto al partire. Lo sconcerto intellettuale di Amy, creduto generalmente quanto credeasi ch’ella fosse moglie dello scudiere di Leicester, fu scusa bastante a spiegare il modo misterioso che teneasi nel rimoverla dal castello, e sperò il ribaldo diverrebbe parimente scusa per lui, se le grida e la resistenza della infelice Contessa lo avessero costretto a giustificarsi. Ma ai suoi neri disegni diveniva parimente indispensabile l’assistenza di Tony Foster, onde s’avviò ad accertarsene.

Il Foster di mal umore, ed insociabile di sua natura, stanco inoltre del cammino fatto da Cumnor a Kenilworth per annunziare la fuga della Contessa, si tolse per tempo di mezzo alle gozzoviglie; e già ritiratosi nella propria stanza, dormiva profondamente, allorchè vi entrò Varney, già vestito compiutamente da viaggio, e con una lanterna cieca alla mano. Si fermò un istante per ascoltare quali cose borbottasse costui che sognava, e ne udì chiaramente queste voci: «Ave Maria, ora pro nobis.... No, non deve dire così... Liberaci dal male... Ah! va meglio.»

«Il malandrino fa orazione dormendo, disse Varney, e confonde insieme i rituali, nuovo ed antico. Avrai bisogno di maggiori orazioni, amico mio, se finiremo insieme la faccenda per cui ti cerco‍[16]. Ho! Ho! uomo santo, beatissimo penitente, svegliati. Il diavolo non ti ha per anche licenziato dal suo servizio.»

E nel dir queste cose scosse per un braccio il dormiente, e con tale scotimento gli ruppe il corso delle prime idee, onde questi si diede a gridare: «Al ladro! al ladro! morirò in difesa del mio oro, del mio oro guadagnato con tanta fatica, e a sì caro prezzo. Dov’è Giannina? Non le sarebbe già accaduta qualche disgrazia?»

«Nessuna, storditaccio che sei con tutti que’ tuoi muggiti! Non ti vergogni di far tanto baccano?»

Intanto il Foster ebbe tempo di svegliarsi compiutamente, e sedutosi sul letto chiese a Varney che cosa significasse quella visita ad una tal ora: «Essa non mi presagisce nulla di buono,» aggiunse.

«La tua profezia è falsa, mio caro sant’Antonio; perchè la mia visita annunzia esser giunta l’ora che il tuo contratto enfiteutico si cambi in atto di proprietà. Che ne dici?»

«Se tu me l’avessi detto a chiaror di giorno, me ne sarei rallegrato; ma in quest’ora di mal augurio, illuminato da quella luce sepolcrale che porti con te, e mentre il pallor del tuo volto fa un chiaroscuro spaventevole colla leggerezza delle tue parole, mi vedo costretto ad angustiarmi sulle commissioni che stai per impormi, anzichè rallegrarmi del compenso che mi prometti.»

«Che cosa ti viene in mente, o vecchio stolido? Tutto l’affar si riduce a ricondurre al castello di Cumnor l’antica tua prigioniera.»

«Tutto si riduce qui? Eppure il tuo volto ha un color cadaverico, e ad alterarlo in sì fatto modo non vi vogliono freddure. Non è propriamente altro?»

«Oh! non altro. Al più, al più una bagattelluccia di giunta!»

«Ah! risoggiunse il Foster, la tua pallidezza aumenta sempre più ad ogn’istante.»

«Non ci badare, disse Varney, tu non mi vedi in fisonomia che alla squallida luce di questa lanterna. Alzati ed opera. Pensa a Cumnor ed al tuo atto di proprietà. E ti par poco? Potrai fondare una bottega di congregazioni ebdomadarie, ed assegnare a Giannina una dote sì ricca, come se fosse la figlia d’un barone. Settanta e più lire sterline!»

«Settantanove lire sterline, cinque scellini, e cinque soldi e mezzo, oltre il valor delle legna, così Foster portò ad esattezza il conto. E tutto questo in proprietà?»

«Tutto, mio caro collega, fin gli scoiattoli del sito, in somma tutto. Non verrà uno zingaro a tagliare un pezzetto di legna, non un ragazzo ad acchiappare un nido d’uccelli sopra i tuoi fondi, se non ti pagano il valore delle cose che portano via. Tu il vedi, non può andare di meglio per te. Spicciati adunque, e fa il tuo fagotto più presto che puoi. I cavalli sono sellati, tutto è pronto. Non manca se non se quel rompicollo d’inferno del Lambourne, che sarà a fare qualcuna delle sue diavolerie.»

«Ecco, sir Riccardo, quel che vi frutta il non dar retta ai miei buoni consigli! Ve l’ho sempre detto: questo beone, questo scapestrato vi mancherà quando ne avrete più di bisogno. Io avrei potuto in vece di costui provvedervi d’un qualche giovane sobrio, e contegnoso.»

«Sicuramente! qualche ipocrita della tua congregazione! Ma potrà venire all’uopo anche questi. Grazie a Dio, avremo bisogno d’operai d’ogni specie. Ottimamente! Non dimenticare le tue pistole. Su via, andiamo.»

«Ove si deve andare prima di tutto?»

«Alla stanza di Milady, e bada bene ch’ella dee venire con noi. Tu non sei uomo, cred’io, da lasciarti intimidire dalle sue grida.»

«No: semprechè per altro possiamo avvalorare la nostra condotta con qualche passo di santa Scrittura. Avvene uno che dice: donne, ubbidite ai vostri mariti. Ditemi adunque: gli ordini di Milord ci mettono abbastanza al sicuro, caso che adoperassimo la violenza?»

«Ma guarda Tony! È questo il suo anello.» Ribattute così dal Varney le obbiezioni del suo collega, andarono di conserva all’appartamento del lord Hunsdon, e fattisi conoscere dalla sentinella quali esecutori d’un disegno approvato dalla Regina e dal conte di Leicester, entrarono nell’appartamento dell’infelice Contessa.

Ognuno immagina l’orrore onde fu compresa Amy, allorchè destatasi d’improvviso, vide al fianco del suo letto Varney, l’uomo ch’ella temeva ed odiava maggiormente su questa terra; e in sì tristo punto, le fu quasi conforto l’accorgersi, ch’ei non era solo, comunque grandi motivi avesse parimente d’abborrirne il compagno.

«Signora, le disse il Varney, non è il tempo questo di far cerimonie. Milord di Leicester, costretto dall’impero delle circostanze vi comanda venire con noi a Cumnor; ecco il suo anello, ch’io vi fo vedere come contrassegno de’ suoi formali voleri.»

«Ella è un’impostura, rispose la Contessa; tu gl’involasti un tal pegno... Tu che ti senti capace di tutte le scelleratezze, incominciando dalla più atroce e venendo ad ogn’altra più abbietta!»

«Quanto v’annunzio, o Signora, riprese a dire il Varney, è vero, e tanto vero, che se non vi preparate a secondarci, noi saremo costretti adoperare la violenza per eseguire gli ordini di cui siamo incaricati.»

«La violenza!.... Tu non oseresti venire a tale espediente..... Vile che sei!»

«Ciò è quanto, o Signora, rimane a provarsi (soggiunse il Varney che aveva calcolato sul terrore, siccome unico espediente a soggiogare quell’anima nobilmente altera). Non mi riducete dunque a tale estremità, o troverete in me un ruvido cameriere.»

All’udir tale minaccia l’infelice Amy mandò grida sì spaventevoli che se in quel castello non l’avessero fermamente creduta delirante, le sarebbero corsi in aiuto e il lord Hunsdon, e molt’altri; ma accortasi che le sue grida erano vane, s’indirisse al Foster, supplicandolo ne’ modi i più commoventi, ed in nome dell’onore, e dell’innocenza della figlia di lui Giannina a non comportare che la sposa d’un Leicester fosse trattata con tanta indegnità.

«Che vi pensate voi, o Signora? allor disse il Foster; le donne debbono stare soggette ai loro mariti: questa è una legge che loro vien fatta dalla Scrittura. Se vi vestite da voi medesima per venire con noi, se non opponete resistenza, non vi sarà chi vi tocchi colla punta di un dito, sintantochè almeno io sia libero di scaricare una pistola.»

Non vedendo ella giugnere alcun soccorso, e in qualche modo rassicurata dalla risposta del Foster, a malgrado del tuono burbero in cui fu pronunziata, ella promise di abbandonare il letto e vestirsi, semprechè i suoi tiranni volessero ritirarsi nella stanza contigua. Allora il Varney l’accertò ch’ella non avea nulla da temere pel proprio onore, e per la propria sicurezza sintanto ch’egli la tenea in custodia, e di più promise non avvicinarsele, poichè s’accorgeva di essere per lei oggetto tanto sgradevole.

«Il vostro sposo, soggiunse costui, sarà a Cumnor ventiquattro ore dopo di voi.»

Confortata alquanto da tale promessa, cui però molto non s’affidava, la sfortunata Amy si vestì al lume della lanterna, che il Varney le lasciò nella stanza mentre nell’altra si trasferiva.

Sorse ella dal suo letto, piangendo a cald’occhi, tremando, implorando il Cielo; e compresa da sentimenti ben diversi da quelli che provò un giorno, allorchè adornandosi le stava d’appresso il contento che appartiene ad una beltà consapevole dell’impero de’ propri vezzi.

Ella impiegava più che il poteva lungo tempo a vestirsi; ma finalmente spaventata dagli accenti d’impazienza che le facea udire il Varney, fu costretta ad annunziare a quei mostri ch’ell’era già pronta.

Nell’istante che si metteva in cammino, ella si tenne vicino al Foster, dando sì chiaramente a conoscere la tema inspiratale dal Varney, che questi credè opportuno l’accertarla con giuramento d’aver tutt’altra intenzione fuorchè quella d’avvicinarsele.

«Se acconsentite, diss’egli, ad obbedire pazientemente ai voleri del vostro sposo, non mi vedrete che rade volte; e vi lascerò fra le mani del condottiere che il vostro buon gusto a me preferisce.»

«I voleri del mio sposo! sclamò ella, ma!... Sono i voleri di Dio, e tal motivo mi dee bastare.... Seguirò il signor Foster colla docilità d’una vittima che viene tratta al sagrifizio. Foster almeno è padre, e mi userà i riguardi della decenza, se non quelli dell’umanità. Ma tu, o Varney, te lo ripeto, dovessero pur anche essermi queste le ultime parole, entrambi tai sentimenti sono estranei per te.»

Fu il Varney pago di risponderle stare in lei la scelta di chi dovea accompagnarla; e marciò primo per additare il cammino. La Contessa, sorretta, e quasi trascinata dal Foster venne condotta dalla torre di St-Lowe alla porta di soccorso, ove Tider stava aspettandola con cavalli e con una lettica. Ella si lasciò collocare entro questa sorte di calesse, guidato da Tider; e mostrò gradire che mentre il Foster si tenea vicino alla sua lettica, l’odioso Varney le stesse addietro in qualche distanza. In mezzo all’ombre della notte costui scomparve affatto ai suoi occhi.

Amy, che ancora non glielo impedivano le tortuosità del cammino, volse gli ultimi sguardi ver quelle maestose torri, retaggio del suo sposo, e che brillavano tuttavia della festiva illuminazione fattasi in quella notte. Ma poichè non le fu dato oltre il vederle, lasciò ricadere il capo sul proprio seno, e raggruppandosi nella lettica si pose nelle mani della Providenza.

Al desiderio che Varney aveva di procacciare nel durar del viaggio tranquillità alla Contessa, aggiugneasi un bisogno, conforme affatto al divisato colpevole scopo, d’intertenersi senza testimoni col Lambourne, dal quale sperava essere bentosto raggiunto.

Ei conosceva l’indole di questo malvagio, avida, capace freddamente d’ogni crudeltà, e risoluta ad un tempo, ond’ei lo riguardava come l’uomo il più atto a secondarlo.

Erano oltre due ore ch’ei si trovava in cammino, quando udì il galoppar di un cavallo, nè tardò Michele Lambourne ad essergli d’appresso.

Impazientito come era Varney della tardanza di costui durissimamente l’accolse:

«Sfaccendato, ubbriacone! la tua pigrizia, la tua mala condotta ti metteranno ben presto la corda al collo, e vorrei fosse domani.»

Sì fatto stile di rampogna non piacque punto al Lambourne che dimenticò la solita docilità, perchè gli avevano oltre ogni misura scaldata la testa non solamente la copia delle beviture, ma la vanità di avere avuto una specie d’intertenimento confidenziale con sua Signoria di Leicester, e la maggiore di essersi impadronito d’un segreto che pungeva la costui curiosità.

Le risposte pertanto date al Varney intendevano a significare, ch’ei non avrebbe sofferti modi arroganti dal primo cavaliere del mondo; che il lord Leicester lo aveva tenuto seco per affari d’alta importanza; che una scusa di tal natura poteva ben bastare ad un Varney, ad un Varney che in sostanza era un servitore come il Lambourne.

Poca non fu la sorpresa dell’altro, quando udì parlarsi in tal temerario tuono, ma reputando ciò, solo effetto del vino bevuto da Michele, fe’ vista di non accorgersene, e s’accinse invece ad indagare l’animo di questo servo con politiche interrogazioni: «Acconsentirebbe il Lambourne ad allontanare certo unico ostacolo che impediva il Conte di salire a quell’alto grado, in cui soltanto gli sarebbe agevole il rimunerare al di là de’ lor desiderii i suoi servi fedeli?»

Michele per allora la fece da stupido come se non intendesse a che mirava il discorso di Varney, il quale tantosto gli spiegò in chiari termini come l’ostacolo, di cui egli favellava, fosse la persona trasportata in lettica.

«Ottimamente sir Riccardo! Ma fate ben attenzione a quello che sto adesso per dirvi, rispose Michele: vi sono tali uni, che la sanno più lunga di tali altri, mi capite? E vi è anche diversità fra malvagi e malvagi. Al proposito di cui mi parlate, io conosco la mente di Milord meglio di voi, perchè mi ha confidato tutto. A voi! I suoi ordini stanno in questa lettera, e ascoltate mo quali furono le ultime sue parole: Michele Lambourne, mi ha egli detto, (perchè sua Signoria mi parla come si parla ad uomo che porta spada, e non mi dice sfaccendato, ubbriacone, nè mi regala d’altri titoli di simil natura, come certuni, cui il fumo delle nuove dignità è andato alla testa). Il Varney (m’ha detto egli, sapete?) deve avere tutto il rispetto possibile per la mia Contessa..... V’incarico di tenerlo d’occhio, sig. Lambourne, e di ridomandargli in chiari termini il mio anello.»

«Sì? rispose freddamente Varney. Ti ha egli proprio detto questo? Tu sai dunque ogni cosa?»

«Ogni cosa, ogni cosa, e voi opererete con molto giudizio procurando di restarmi amico, sintantochè fra noi due possiamo darci bel tempo.»

«E non era presente nessuno quando ti parlava Milord?» domandò ancora Varney.

«Non un’anima vivente! Pensate voi che Milord Leicester volesse confidare i suoi segreti a tutt’altr’uomo, il quale non fosse risoluto al pari di me?»

«Davvero?» disse Varney, e in questa girò il guardo attorno, e in lungo e in largo di quella strada che i raggi della luna schiarivano. Si trovavano appunto attraversando una vasta macchia. La lettica era un miglio innanzi di loro, e troppo lontana perchè potessero essere veduti o intesi da quelli che la scortavano. Dietro d’essi regnava un cupo silenzio: tutto annunziava che non v’erano testimoni. Varney pertanto ricominciò con Lambourne il suo colloquio.

«Tu vorresti dunque rivolgerti contro il tuo padrone! contro l’uomo che ti ha aperto la strada ai favori della Corte! contro la persona di cui tu fosti in tal qual modo il novizio, o Michele; contro chi in somma ti mostrò la vastità e ad un tempo gli scogli della cabala!»

«Piacciavi non chiamarmi così secco secco, Michele. Il mio nome può essere preceduto dal titolo di Signore quanto quello di qualcun altro; del rimanente poi, se sono stato novizio, il tempo del noviziato è finito, e ho risoluto di passare a mia volta maestro.»

«Abbiti dunque il tuo salario, o insensato,» e dir ciò, e aver dato di mano ad una pistola, e attraversar d’una palla il corpo a Lambourne, furono per Varney una sola cosa.

Quello sciagurato cadde da cavallo, e Varney il credè morto sul colpo. L’uccisore, sceso a terra, ne visitò le saccocce, volgendone all’infuori la fodera, onde le persone che si scontrerebbero in quel miserabile lo credessero assassinato dai ladri. Prese la lettera del Conte, ed anche la borsa di Lambourne, che contenea tuttavia alcune monete d’oro; perchè nell’animo dello scellerato combinavasi un bizzarro accoppiamento di sentimenti. Dopo aver portata in mano questa borsa sino ad un fiumicello che bipartiva per traverso la strada, la gettò nell’acqua lontano da sè quanto la sua forza il potea: tali strane reminiscenze d’onore si provano persino dalle anime le più accostumate al delitto. Questo uomo feroce, e privo di rimorsi, avrebbe creduto digradarsi, conservando alcune monete d’oro, appartenute a quello sgraziato, ch’ei fece spietatamente vittima d’un’infernale politica.

L’uccisore caricò di nuovo la pistola dopo averne diligentemente rasciugato la canna e la cartella dell’acciarino, onde fare scomparire ogni traccia di scoppio recente, indi si fece a seguire in tutta calma, e tenendosi sempre nella stessa distanza, la lettica; che non parea vero a costui d’essersi con tanta disinvoltura disciolto di quell’importuno testimonio delle sue malvagità, e nel medesimo tempo apportatore d’un comando che Varney avea tutt’altra mente fuorchè d’eseguire, reputando sua gran ventura il poter far credere che non gli era pervenuto.

Si compiè il viaggio con tal prestezza che ben comprovò come poco si avesse in conto la salute di quell’infelice a cui danno venne intrapreso. Le stazioni erano sempre in que’ luoghi, ove Varney avea qualche sorte di prevalenza, ed ove poteva esser creduta senza difficoltà la spacciata follia della giovane di Lidcote, caso che ella avesse voluto far prova di ricorrere alla compassione di coloro co’ quali nel durar delle pause si sarebbe trovata. Ma oltrechè ella non vide speranza di adoperare con vantaggio questo espediente, le facea troppo orrore la presenza del Varney, e il suo starsi tranquilla era il solo patto sotto cui quel ribaldo le promise di tenersele lontano nello scortarla.

I frequenti misteriosi viaggi che in compagnia del conte di Leicester aveva fatti a Cumnor il Varney, gli acquistarono considerazione presso tutte le poste di ricambio, e gli fu quindi agevole il trovar prestamente cavalli tutte le volte che ne abbisognò. Laonde la lettica ove stava quella deplorabile vittima era già vicina a Cumnor in quella notte medesima che venne dopo la partenza di Kenilworth.

Allora Varney si accostò alla lettica, ma chetamente, come per intervalli lo avea fatto lungo il cammino, e chiese al Foster: «Che fa ella?»

«Dorme, gli rispose l’altro. Vorrei fossimo presto a casa; le vengono affatto meno le forze.»

«Il riposo la ristorerà, e ben presto dormirà più lungo sonno, risoggiunse il malvagio..... pensiamo, giunti, a metterla in un luogo sicuro.»

«E perchè non nel suo appartamento? rispose il Foster. Già non v’è più Giannina, perchè questa, dopo averla ben bene sgridata, la mandai a stare con sua zia. Delle vecchie fantesche possiamo star certi.... esse odiano di tutto cuore questa signora.»

«Nemmeno perciò voglio che ci fidiamo di loro, mio bell’amico. N’è d’uopo racchiuderla nella stanza ove tieni in serbo il tuo oro.»

«Il mio oro! disse Tony mostrandosi molto agitato. Che intendete voi dire, e di qual oro parlate? Iddio m’assista! non ho oro. Vorrei ben averne!...»

«Oh! ti possa soffocare la peste, scimunito animale! Chi pensa al tuo oro? Se fosse in me questa sete non ho io cento vie più sicure per impadronirmene? In somma, la tua stanza da letto, che tu fortificasti in un modo tanto bizzarro, sarà il carcere della Contessa, e tu tanghero, andrai a sprofondarti ne’ morbidissimi materassi, che le servivano per l’addietro. Già posso accertarti, che il Conte non ti ridomanderà mai le ricche suppellettili di quelle quattro stanze.»

La quale ultima considerazione rendè più maneggevole il Foster, che chiese unicamente al Varney la permissione di andare avanti per apparecchiare ogni cosa, ed incalzando cogli speroni il cavallo, lasciò la lettica sotto la scorta di Tider e di Varney, i quali la seguivano ad una distanza di sessanta passi.

Giunta a Cumnor la Contessa, domandò di Giannina con gran premura, e fortemente si turbò in udendo, che non potea più far conti sul servigio di questa ottima giovinetta.

«Mia figlia mi sta a cuore, o Signora, le disse il Foster, con quell’aria sua cipigliosa, nè ho gran vaghezza che impari a mentire, e a macchinar fughe; su di tal particolare è già istrutta più ch’io non l’avrei voluto, con buona licenza della Signoria vostra.»

Spossata dal viaggio, e tutta via spaventata dalle circostanze che il precedettero, la Contessa non mostrò risentirsi dell’arrogante acerbezza di tali detti, e si limitò a manifestare mansuetamente il desiderio di ritirarsi nelle proprie stanze.

«Sì, sì, borbottò il Foster; l’inchiesta è ragionevole; ma con vostra sopportazione voi non andrete più in quell’appartamento, pieno, stivato di vanità mondane. Per questa notte dormirete in un luogo più sicuro.»

«Piacesse a Dio, nella mia tomba! soggiunse la Contessa; ma noi fremiamo, anche nol volendo, all’idea della separazione che farà l’anima dal nostro corpo.»

«Voi non avete alcun motivo perchè vi faccia fremere tale idea, disse Tony; Milord arriva qui al nuovo giorno, e sicuramente tornerete in grazia con lui.»

«Ma verrà egli? verrà egli sicuramente, buon Foster?»

«Sì, sì! buon Foster. Ma si vedrà qual buon Foster sarò domani quando parlerete di me con Milord! Benchè tutto quello che ho fatto sia stato fatto unicamente per conformarmi ai comandi ricevuti da lui.»

«Voi sarete il mio protettore, un protettore alquanto ruvido per vero dire, nondimeno mio protettore. Oh! se Giannina fosse qui!»

«Ella sta meglio dov’è. Basta una signora della vostra tempera a scompigliare la testa d’una ragazza. Ma, vi abbisogna qualche reficiamento?»

«Oh! no, no! La mia stanza, la mia stanza! Spero bene che potrò chiuderla per di dentro.»

«Più che padrona! purchè io il sia altrettanto di chiuderla per di fuori,» ed in questa prese una lucerna, e condusse Amy in una parte di quell’edifizio, ove ella non era stata giammai. Convenne fare una lunga scala a chiocciola per giugnervi, e li precedeva una delle vecchie fantesche tenendo in mano una lampada.

Giunti al pianerottolo che seguiva l’ultimo gradino, attraversarono una strettissima loggia di legno di quercia; e in fondo ad essa vedeasi una grossa porta, che chiudea l’ingresso alla stanza del vecchio avaro. Sfornita una tale stanza d’ogni arredo fatto per l’agiatezza dell’abitarvi, non le mancava di prigione che il nome.

Fermatosi sulla soglia della porta il Foster, consegnò la lampada alla Contessa, nè permise alla fantesca il seguirla. Amy entrò tostamente, e dopo averla chiusa assicurò la porta coi numerosi catenacci di cui Foster l’avea provveduta.

In tutto questo intervallo il Varney si stette nascosto a piè della scala; ma udendo il romore de’ catenacci venne sulla punta de’ piedi, e Foster gli accennò coll’occhio, quasi compiacendosi del proprio ingegno inventivo, una macchina nascosta nel muro, il cui giuoco potea facilmente e senza strepito abbassare una parte di loggia a guisa di ponte levatoio, e togliere così ogni comunicazione fra la porta della camera di Tony e il pianerottolo posto all’estremità superiore della scala. La cordicella che metteva in lavoro la macchina, per solito Foster se la tenea nella stanza onde premunirsi contra una esterna invasione; ma or che la bisogna era di custodire un prigioniero, egli raccomandò al pianerottolo la fune; ed anzi fece vedere al Varney l’esperimento di abbassare questa specie di ponte levatoio.

L’altro si diede tosto ad esaminare la macchina con grand’attenzione, e questa attenzione soprattutto rivolse a contemplare l’immenso vano che quel trabocchello apriva schiudendosi.

Tetra oscurità vi dominava, ed era quella cavità profondissima, poichè discendeva agli ultimi sotterranei, come il Foster lo disse all’orecchio a Varney. Dopo che questi ebbe misurato per più riprese col guardo la profondità della voragine, tutto venne rimesso all’ordinario; indi costoro si trasferirono congiuntamente alla sala del castello.

Colà pervenuti, il Varney disse a Tony di far portare da cena, e vino del migliore in tanto ch’egli conduceasi in traccia di Alasco. «Vi saranno faccende anche per lui, e conviene metterlo di buon umore.»

Foster intese il senso di questi detti, ma senza fare alcuna rimostranza, credette soddisfare alla sua coscienza col mandare un gemebondo sospiro. La vecchia assicurò Varney, che fin da quando egli si partì, Alasco non avea, si può dire, nè mangiato nè bevuto, rimasto continuamente rinchiuso nel suo laboratorio, e mostrando credere di tanta importanza i propri lavori, come se la durata del mondo ne dipendesse.

«Gl’insegnerò io, che il mondo aspetta qualch’altra cosa da lui,» soggiunse il Varney, che prese una lucerna per andare a trovare l’alchimista.

Ritornò indi nè tanto presto, e pallido era e contraffatto, comunque il sorriso abituale in costui gli stesse ancor sulle labbra. «Il nostro amico è sfumato!» tali ne furono le parole.

«Come? Che intendete voi dire? soggiunse il Foster. Fuggito forse?... Oh Dio! le mie quaranta lire sterline, che costui doveva decuplicare!... Ricorrerò subito alla giustizia.»

«No: t’insegno un modo più facile di ricuperarle.»

«Qual modo? sclamò Foster, qual modo? Voglio le mie quaranta lire... Certamente io le credeva moltiplicate, ma ch’io non perda almeno il capitale.»

«Va dunque ad appiccarti, ed a citare Alasco alla grande cancelleria del diavolo, perchè si è là adesso che devi portar la sua lite.»

«Come? spieghiamoci. È fors’egli morto?»

«Appunto. Egli è morto, e la sua testa, il suo corpo son gonfi... Egli stava mescolando le sue droghe infernali; gli è caduta la maschera di cristallo, onde per solito si riparava il volto; il veleno volatile gli è entrato nel cervello, ed ha operato il suo effetto.»

«Sancta Maria! (sclamò il Foster, poi ricordandosi ch’era divenuto puritano) cioè volli dire, Dio ci salvi nella sua misericordia dall’avarizia e da tutti i sette peccati mortali... Ma ditemi: la protezione, a vostro giudizio, era già consumata? Vi siete accorto, che nei crogiuoli stessero verghe d’oro?»

«No, caro amico, non ho guardato che il cadavere. Oh lo schifoso spettacolo! Se vedessi! Alasco è enfiato, come sarebbe un uomo esposto dopo tre giorni sopra la ruota... Uh! Uh! Fa presto. Versami una tazza di vino.»

«Voglio andare colà, soggiunse Foster, voglio esaminare io medesimo....» E prese la lucerna a tal fine. Ma giunto all’uscio si fermò titubando: «Non venite meco, sig. Varney?»

«A che fare? Ho veduto e ho gustato di quell’atmosfera più del bisogno per perderne l’appetito. Però ho aperte le finestre e rinnovata l’aria. Ne uscirono vortici di vapore sulfureo e d’altre materie che soffocavano, come se lì entro avesse stanziato il demonio.»

«Eh! Non potrebbe anch’essere che questa morte fosse stata opera dello stesso demonio?» soggiunse il Foster, sempre esitando. «Ho inteso dire che in tali momenti e con tal genere di persone egli può tutto quello che vuole.»

«Se quel demonio che ti sei creato in tua testa, ti conturba l’immaginazione, per questa volta rimanti tranquillo. Bisognerebbe poi che fosse un demonio irragionevole affatto. Qui, in brevissimo tempo, egli ha avuto due bocconi squisiti.»

«Come due bocconi? Che significa ciò? Che volete voi dire?»

«Lo saprai a suo tempo; e poi oggi gli si prepara un altro banchetto.... Oh! ma tu stimerai la vivanda troppo delicata per il palato del diavolo. Ella avrà salmi, concerti celestiali di serafini, non è egli vero?»

All’udir tai detti Tony Foster s’avvicinò lentamente alla tavola, e disse con voce sommessa:

«Buon Dio! Sir Riccardo: converrà dunque venire a tal punto?»

«Sì certamente, Tony; o a parte l’idea d’un fondo in tua proprietà.»

«L’ho predetto sempre che la faccenda andrebbe a finire così. Ma come faremo sir Riccardo? Per qualunque cosa al mondo io non vorrei portare le mani sovr’essa.»

«Di questo, non so biasimartene; e ne avrei ribrezzo, se ho da dirtela, io stesso. Vedo che ci tocca augurarci Alasco e la sua manna... ed anche quel cane di Lambourne.»

«Come sarebbe a dire? Dov’è dunque restato Lambourne?»

«Non interrogarmi d’altro. Tu lo rivedrai un giorno come t’insegna la tua credenza. Ma torniamo ai nostri affari più seri. Voglio insegnarti un lacciuolo per acchiappare una capinera. Dimmi Tony, quella trappola in alto, quella macchina di tua invenzione, non può parere sicura, anche quando le sono tolti i sostegni?»

«Sicuramente, rispose Foster. Essa di per se medesima non si abbassa, se qualcuno non la preme.»

«E se la Signora, presa da voglia di fuggire, vi passasse sopra, il peso del suo corpo basterebbe a darle la volta?»

«Basterebbe il peso d’un sorcio.»

«Or bene! Ella morirebbe nel tentare una fuga. Nè tu, nè io ci avremmo colpa, mio bravo Tony. Andiamo a dormire.... Concerteremo meglio le nostre cose domani.»

Nel dì successivo, sul far della sera, Varney chiamò il Foster per dar compimento all’infame loro disegno.

Era già stato preso un pretesto per mandare al villaggio Tider e il vecchio servo di Tony. Il Foster visitò in persona la prigione della Contessa, come per vedere se nulla le abbisognasse.

E qualche forza ebbero pure su questo ribaldo la mansuetudine e la pazienza della misera prigioniera, sì ch’ei non potè starsi dal raccomandarle anche con calore, di non mettere il piede sulla soglia della porta, sintantochè il lord Leicester non fosse arrivato. «Io spero, costui soggiunse, che non tarderà.» Amy promise rassegnarsi con pazienza a quella cattività; e Foster corse a raggiugnere il suo complice, sentendosi in parte sollevata la coscienza dal peso che l’opprimeva.

«Io l’ho avvertita, diceva fra se stesso. Ella è un’insidia priva di conseguenza quella che si lascia vedere ad un uccelletto nell’atto di tenderla.»

Partitosi adunque dalla stanza della Contessa senza chiuderne la porta al di fuori, levò i sostegni del trabocchello, che rimase in equilibrio per la lieve forza del combaciamento tra la sua estremità e il pianerottolo.

I due ribaldi si ritrassero a pian terreno per aspettare ivi ciò che accaderebbe; ma fin qui aspettarono indarno. Il Varney si diede a meditare passeggiando su e giù per la stanza, e tenea nascosto il volto nel suo mantello, che scoperse improvviso dicendo: «In fede mia! non vi fu mai donna sì pazza da trascurare una tanto bella occasione di fuggire.»

«Forse ella ha risoluto, rispose Foster, di aspettare l’arrivo di suo marito.»

«Gli è vero, verissimo! (sclamò il Varney che immantinente uscì della porta), io non vi aveva per anche pensato.»

Scorsi erano appena due minuti quando il Foster udì lo scalpitar d’un cavallo nella corte, ed un fischio simile al consueto segnale, onde il Conte faceva noto il suo arrivo. Un istante dopo la porta di Amy si aperse, e tantosto cedè il trabocchello. S’udì il romor prolungato di una caduta... un piccol gemito... e ogni cosa fu terminata.

Allora il Varney si fece alla parte esterna di una finestra e con voce, il cui accento esprimeva una mescolanza atroce di fremito, e di ostentata giocondità, chiese a Foster:

«Ebbene, la capinera è presa? Il tutto è finito?»

«Iddio ci perdoni!» Null’altro il Foster seppe rispondere.

«Stolto! soggiunse il Varney, non hai tu adempiuto il tuo ufizio? La tua ricompensa non è ella sicura? Or guarda nel sotterraneo. Qual cosa vedi tu là in quel fondo?»

«Non vedo fuorchè vesti bianche affastellate che sembrano un mucchio di neve. Oh mio Dio.! Ella alza un braccio.»

«Gettagli qualche cosa addosso per levarla di stento. Tony, la cassa de’ tuoi denari, sai ch’ella pesa!»

«Varney, tu sei un demonio in carne umana. Non v’è più bisogno di nulla. Amy Robsart non è più.»

«Eccoci tolti da ogni impaccio! sclamò Varney entrando in quella stanza, d’onde era uscito per accelerare il misfatto. Io non mi credeva tanto abile ad imitare il fischio del Conte.»

«Oh! Se v’è un Cielo vendicatore, tu hai ben meritato di provarlo tale, proseguì il Foster, e tu lo proverai; tu la uccidesti col renderle ministri di morte gli affetti più teneri del suo cuore. Gli è un far bollire l’agnello nel latte della propria sua madre.»

«Tu sei un imbecille, un fanatico, riprese a dire il Varney, componiamci ora a mentir la sorpresa e a spargere intorno scompiglio su questa morte. Il corpo dee rimanersi dov’è.»

Ma tanta scelleraggine non andò lungo tempo impunita; perchè mentre i malvagi stavano consigliando, sopravvennero Tressiliano e Raleigh, i quali avendo incontrati nel villaggio Tider e l’altro servo, li costrinsero ad accompagnarli, e col loro ministerio s’introdussero nel castello.

Tony Foster fuggì non sì tosto li vide entrare, e siccome pratico di tutte le segrete vie di quell’abitazione, s’involò alle loro ricerche. Ma il Varney fu sorpreso nello stesso luogo, ed anzichè manifestare verun rimorso, sembrò che quell’anima d’inferno prendesse diletto dall’additare il luogo, ove era la insanguinata salma della Contessa, disfidando ad un tempo chi potesse provare aver egli parte a tal morte.

Tressiliano al contemplare il lacero corpo della donna, così bella dianzi, e da lui amata cotanto, fu colpito da sì terribile disperazione, che Raleigh trovossi costretto ad usare la forza per allontanarlo da tale vista acerbissima, ed a prendersi cura da se solo di quanto era mestieri eseguire dopo l’avvenimento fatale.

Varney dimise bentosto il pensiero di nascondere nè il delitto, nè le cagioni che il mossero a commetterlo, e addusse per motivo di tale inaspettata sincerità, che comunque una gran parte di quanto egli confessava, non avesse potuto aver fondamento se non se di sospetti, pur questi sospetti medesimi sarebbero bastati a privarlo della confidenza di Leicester, e a distruggere tutto il sistema de’ suoi ambiziosi divisamenti.

«Del rimanente, costui soggiunse, io non nacqui per condurre nell’esilio e nella proscrizione gli avanzi di una vita disonorata, nè per fare sì che la mia morte divenga spettacolo alla ciurmaglia.»

Tali erano questi detti, che diedero a temere non volesse attentare ai propri giorni; onde si ebbe cura di rimover da lui tutto quanto avrebbe potuto giovargli a tal uopo. Ma pari a certi eroi dell’antichità portava sempre con sè una picciola dose di veleno potentissimo, preparatogli senza dubbio dal dottore Demetrio Alasco, e ch’egli trangugiò nel durare della notte.

Fu rinvenuto morto alla mattina del dì successivo, nè a quanto appariva, sofferse lunga agonia; perchè ne’ lineamenti del suo volto, ancorchè morto, leggeansi ancora le impronte di quel riso sardonico che gli fu tanto famigliare. Ma la morte dell’empio è eterna, come dice la Scrittura.

La sorte del costui complice rimase lungo tempo sconosciuta. Il castello di Cumnor, dopo il commesso tradimento, fu abbandonato; perchè i servi credettero avere udito vicino alla stanza, che fu poi detta la Camera di lady Dudley, e grida, e gemiti, ed altri suoni straordinari.

Scorsi alcuni anni, Giannina, non ricevendone notizia alcuna, divenne padrona delle sostanze del padre, e le divise con Wayland, che lasciata affatto la vita del venturiere, fu tra gli onesti impiegati della regale casa d’Elisabetta.

E lungo tempo dopo la morte di questi sposi, il loro figlio primogenito, inteso a fare alcune ricerche nel castello, scoperse nella Camera di lady Dudley un segreto passaggio, chiuso da una porta di ferro che aprivasi dietro il letto. Conducea questa porta ad una specie di celletta, ove trovossi una cassa piena di oro, e sovr’essa uno scheletro; onde allor solamente apparve qual fu la fine di Tony Foster. Egli era fuggito in questo segreto luogo, l’uscio del quale chiudeasi per di dentro con una molla, ma avendo dimenticata al di fuori la chiave onde unicamente poteva aprirsi, rimase egli stesso vittima degli espedienti adoperati per custodire quest’oro al cui acquisto aveva venduta la salute della propria anima.

Gli è credibile che le grida e i gemiti uditi dai servi non fossero del tutto immaginari, ma venissero dal misero agonizzante che implorasse aiuto.

Giunta a Kenilworth la notizia dell’atroce destino cui soggiacque la contessa di Leicester, furono interrotte immantinente tutte le feste. Il Conte, ritrattosi dalla Corte, non si abbandonò lungo tempo che ai suoi rimorsi. Ma poichè il Varney nelle confessioni fatte innanzi morire nulla disse di pregiudizievole alla fama del suo protettore, il Leicester divenne per la Regina scopo di compassione anzichè di sdegno. Elisabetta lo richiamò finalmente presso di sè, colmandolo di nuovi onori e qual uomo di Stato e qual favorito. Il rimanente della vita di questo personaggio è noto assai dalla storia; ma sarebbesi in tal qual modo scorta la giustizia del Cielo nella sua fine, se giusta una tradizione generalmente accolta, fosse vero ch’ei morì vittima di un veleno preparato ad un altro.

La morte di sir Ugo Robsart seguì bentosto quella della figlia. Egli instituì suo erede Tressiliano; ma nè l’allettante independenza del viver campestre, nè le promesse di Elisabetta che lo invitava alla Corte, valsero a stoglierlo dalla profonda malinconia che si stanziò nel suo cuore. Finalmente dopo avere provveduto all’esistenza degli antichi amici e de’ vecchi servi di sir Ugo, col suo fedele Raleigh, s’imbarcò nella spedizione fatta alla Virginia; e giovane d’anni, ma fatto vecchio dai cordogli, morì di morte immatura in una terra straniera.

In quanto spetta ai personaggi secondari della nostra storia ci contenteremo dire, che lo spirito del Blount s’ingentilì in proporzione che le sue rosette gialle appassirono, e diremo soprattutto ch’ei si comportò qual valoroso uficiale nei campi della guerra, suo vero elemento più che nol fosse la Corte. Quanto a Flibbertigibbet, l’ingegno suo disinvolto lo trasse in considerazione e favore presso il gran Tesoriere dell’Inghilterra, Guglielmo Cecil di Burleigh.

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Tutto ciò che può dirsi abbozzo della presente storia, leggesi nelle antichità della contea di Berk, scritte dall’Athmole; e n’è pure sovente discorso nell’altre opere ov’è menzionato il conte di Leicester.

L’ingegnoso traduttore del Camoens, Guglielmo Giulio Mickle, ha composto sulla tragica morte della Contessa una commovente elegìa, intitolata: Il Castello di Cumnor, e terminata coi seguenti versi:

Da lunge sol quel diroccato resto Osa guatar del loco, che ancor serba Dal rio fatto d’Amy grido funesto, La pastorella, e tanto le inacerba Dolore il cor, che ne disvia gli armenti, Quasi fosse velen di Cumnor l’erba. Nè passeggier di notte è che s’attenti Accostarsi a que’ merli, e n’ha ribrezzo Tal, che suon crede di ferali accenti Fin molle susurrar d’estivo orezzo.

FINE DI KENILWORTH.

Notes in this chapter

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