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Kenilworth, vol. 4/4

CAPITOLO VIII.

Gaetano Barbieri translation

A qual venn’io, ch’ogni rumor m’agghiaccia! Macbeth.

Bramo senza indugio un istante di colloquio con voi. Tai detti erano semplici di per se stessi; ma il Leicester trovavasi in uno di que’ momenti d’agitazione, in cui l’animo smarrito scorge ne’ casi i più ordinari un lato sinistro ed affannoso; onde si volse con vivacità per esaminare da capo a piedi la persona che sì gli parlava.

L’apparenza esterna di tale individuo non presentava alcuna cosa meritevole di particolare osservazione. Vestito in giubba e mantello corto di seta, neri, gli copria il volto una maschera parimente nera, ed a quanto appariva facea parte delle persone immascherate di cui componeasi il corteggio di Merlino, benchè il suo travestimento non presentasse le stravaganze onde si contraddistinguevano gli altri di quella turba.

«Chi siete voi? che bramate da me?» disse Leicester, non senza manifestare col tuono della voce il turbamento che gli premea l’animo.

«Non domando nulla, che possa pregiudicarvi o Milord. Voi vedrete al contrario non poter essere per voi che vantaggiose e onorevoli le mie intenzioni, semprechè sappiate valutarle al giusto. Ma è d’uopo che io vi parli da solo a solo.»

«Io non parlo con persone sconosciute che non mi dicano il loro nome (rispose il Leicester, nel cui animo l’inchiesta dello straniero avea destati vaghi sospetti) e le persone ch’io conosco debbono prendere momento più opportuno per domandarmi udienza.»

Detto ciò, stava per ritirarsi, ma l’uomo immascherato il fermò di bel nuovo.

«Chi parla alla Signoria vostra sopra cose, dalle quali l’onore della Signoria vostra dipende, ha diritto sui vostri momenti, qual che sia il genere d’affari, che dobbiate abbandonare per dargli attenzione.»

«Ascolto io bene? Il mio onore! Chi ardisce metterlo in dubbio?» disse il Leicester.

«La vostra condotta, o Milord, potrebbe sola dar fondamenti onde accusarlo; e per quest’unico motivo io desiderava intertenermi con voi.»

«Voi siete un temerario, così proruppe il Leicester. Voi abusate della franchigia che offrono queste giornate d’ospitalità. Ringraziate un tale riguardo s’io non ve ne punisco. Qual è il vostro nome?»

«Edmondo Tressiliano di Cornovaglia, rispose l’uomo immascherato: la mia lingua fu legata per ventiquattro ore da un giuramento. Questo intervallo è trascorso. Posso ora spiegarmi; ed è un solo rispetto alla Signoria vostra, se a lei mi volgo per prima cosa.»

Alto stupore comprese nel più profondo dell’animo il Conte all’udir pronunciare tal nome dall’uomo ch’ei più detestava, e da cui si credea in tanto fiera guisa oltraggiato. Rimase immoto un istante; poi la sorpresa fece luogo tantosto al bisogno della vendetta, imperioso in Leicester, quanto lo è la sete al viaggiator del Deserto. Ciò nullameno gli rimase tanta forza sopra di se medesimo per non trapassare il petto dell’uomo, ad avviso di Leicester, scellerato e impudente sì, che dopo averlo ridotto alla disperazione, osava inverecondamente mettere ad estrema prova la pazienza della persona oltraggiata. Deliberò di nascondere per l’istante ogni sintomo d interna agitazione, onde comprendere in tutta l’estension loro i divisamenti di Tressiliano, e prendersi una più sicura vendetta: perciò rispose con voce che un concentramento di sdegno rendeva intelligibile appena.

«Che domanda da me il sig. Tressiliano?»

«Giustizia,» rispose Tressiliano con tuono tranquillo e fermo ad un tempo.

«Giustizia! soggiunse il Leicester; tutti gli uomini hanno diritto ad ottenerla. Voi più d’ogni altro sig. Tressiliano! Accertatevi che vi sarà fatta giustizia!»

«Nè io m’aspettava meno dalla nobiltà del vostro carattere; disse allor Tressiliano; ma ne strigne il tempo; fa d’uopo ch’io vi parli in questa notte medesima. Posso venirvi a trovare nel vostro appartamento?»

«No, proruppe in fiero tuono il Leicester, non è sotto un tetto, nè in una casa di mia ragione che noi dobbiamo vederci; bensì sotto alla volta del Cielo.»

«Voi siete scontento, o Milord, riprese a dir Tressiliano, bench’io non veda alcuna cosa che possa eccitarvi a sdegno. Però il luogo m’è indifferente; purchè mi concediate una mezz’ora non interrotta.»

«Basterà più breve tempo lo spero, rispose il Leicester: trovatevi con me nel luogo di delizia, appena ritiratasi la Regina ne’ suoi appartamenti.»

«Mi basta,» e in ciò dir Tressiliano lasciò il Leicester in preda ad agitate meditazioni che parve per allora ne occupassero l’animo interamente.

«Il Cielo, così dicea fra se stesso, si mostra finalmente propizio a’ miei voti, ed offre alla mia vendetta quel perfido che impresse una macchia indelebile sul mio nome; lo sciagurato che mi fece provare angoscie tanto crudeli. Or non debbo più querelarmi del mio destino; poichè mi presenta modi di scoprire gli artifizi, onde il malvagio presume ancora assonnarmi. Oh! saprò smascherare e punire ad un tempo la sua perfidia. Ora è forza che io torni a sottomettermi al mio giogo; ma sento che mi parrà lieve. A mezzanotte al più tardi sonerà l’ora di mia vendetta.»

In mezzo a tali considerazioni, che non lasciavano tregua al suo spirito, il Leicester attraversò di nuovo la calca, che schiudevasi innanzi a lui, e riprese sede a fianco della Regina, invidiato ed ammirato da ciascuno de’ circostanti. Oh! se il cuore dell’uomo cui si portava cotanta invidia, avesse potuto comparire nel suo vero stato a quella numerosa assemblea, se si fosse potuto scorgere le lotte che vi movevano la colpevole ambizione, la persuasione dell’amore tradito, la sete orribile della vendetta, le furie compagne agli atroci divisamenti, idee che si succedevano l’una all’altre, quasi spettri suscitati dagli abissi ad aggirarsi nel cerchio d’infernal maga, qual ente vi sarebbe stato, dal cortigiano il più ambizioso scendendo al servo il più abbietto, che avesse voluto cambiar la sua sorte col signore di Kenilworth, col favorito di Elisabetta?‍[11]

Nuovi tormenti lo aspettavano a fianco della Regina.

«Voi giugnete a tempo, Milord, gli diss’ella, voi giugnete a tempo per farvi giudice in una contesa nata fra queste Milady. Sir Riccardo Varney è venuto a chiederci la permissione di allontanarsi dal castello per accompagnare la sua moglie inferma, e a fine di ottenere il nostro beneplacito ci ha data sicurezza del vostro. Del certo non è nostra intenzione di stoglierlo dal prestare affettuose cure ad una persona tanto meritevole di compassione, ma non possiamo tacervi una cosa. Questo Varney in tal giorno si mostrò rapito in estasi dai vezzi delle nostre dame..... e lo credereste? la nostra duchessa di Rutland è persuasa ch’ei non accompagnerà sua moglie al di là del lago, se pur non la manda ad abitare i palagi di cristallo, de’ quali ci parlò la magica ninfa, per tornarsene vedovo e sciolto, a rasciugar le sue lagrime, e a cercar conforto alla perdita fra gl’incanti e le seduzioni del femminile nostro corteggio. Che ne dite, o Milord? Noi abbiamo veduto il vostro Varney sotto quattro diversi travestimenti. Ma voi che lo conoscete più profondamente, lo giudicate tanto cattivo da usare sì barbaro trattamento alla moglie?»

Se il Leicester si trovasse confuso, ognun lo immagina, ma il rischio del mostrarsi smarrito era troppo grave, e per altra parte indispensabile una risposta. «Queste Milady, si spacciò egli in tal guisa, o hanno ben poca opinione della loro costanza se suppongono che una donna possa meritare tal sorte, o giudicano troppo severamente il nostro sesso col pensare esservi tal uomo capace di assoggettare una innocente a sì fatto castigo.»

«Lo udite, Milady? soggiunse Elisabetta. Egli è, come il rimanente degli uomini, che ci trattano con crudeltà, poi cercano giustificarla col tacciarne d’incostanti.»

«La Maestà vostra non voglia dir noi, replicò il Conte: sostengo che, quando appartengono ad ordine inferiore, così i pianeti come le donne hanno rivoluzioni e fasi irregolari, ma chi avvi sì ardito per accusare il sole di mutabilità, o d’incostanza la grande Elisabetta?»

La conversazione poco dopo prese andamento men periglioso per il Leicester, che continuò ad assumervi parte operosa, ad onta degli affanni che ne straziavano l’anima, e sì gratamente intertenne Elisabetta, che la campana del castello avea sonata mezzanotte prima che questa regina si fosse ritirata; circostanza rara nelle regolari sue consuetudini. La partenza della Sovrana fu il segnale a cui l’assemblea si disciolse, trasferendosi ognuno ai propri appartamenti chi meditando sulle ricreazioni godute in quel giorno, chi deliziandosi anticipatamente nel pensare a quelle della domane.

L’infelice signore di Kenilworth, egli, da cui solo derivavano queste feste cotanto magnifiche si ritrasse per darsi a sollecitudini ben diverse; e si fu la prima ordinare al servo che lo seguiva, gli venisse tosto innanzi Varney; ma tornò il messo poco dopo annunziandogli, essere già trascorsa un’ora dacchè il Varney aveva abbandonato il castello uscendone per la porta di soccorso insieme a tre persone, l’una delle quali era rinchiusa entro d’una lettica.

«Com’è che a tal ora la guardia lo ha lasciato uscire? Io non credea ch’ei partisse prima dell’alba.»

«Egli addusse tai ragioni che persuasero le sentinelle; poi a quanto m’han raccontato, mostrò loro un anello di vostra Signoria.»

«Sì, disse il Conte, me ne ricordo, ma non è men vero ch’egli si è affrettato di troppo. Dimmi (continuando a parlare a quel servo), t’è noto, se qui sia rimasto alcun del suo seguito?»

«Sì certamente. Allora quando il signor Varney stava per partire, non si potè ritrovare Michele Lambourne, cosa per la quale sir Riccardo andò in tutte le collere. Momenti fa, ho veduto lo stesso Lambourne affaccendato a mettere la sella al suo cavallo per correre dietro di gran galoppo al padrone.»

«Mandalo a me tostamente. Debbo dargli un ordine da portare a Varney.»

Partì il servo a quest’uopo, ed intanto il Leicester camminando su e giù pel suo appartamento tai cose andava fra sè meditando.

«Varney eccede in zelo. Sarà, voglio crederlo, effetto dell’essersi affezionato alla mia persona. Nondimeno ha egli pure i suoi disegni, e non va a rilento quando gli preme farli riuscire. S’io m’innalzo, s’innalza egli del pari. Già l’ho veduto anche più del dovere sollecito di liberarmi da quell’inciampo che mi chiude la via del trono!.... Più del dovere?.... Però!.... io non debbo sopportare l’affronto, l’umiliazione a cui m’ha tratto costei... Sì, debb’essere punita, ma debbe esserlo dopo più mature considerazioni. M’accorgo anticipatamente, che gli espedienti troppo precipitosi desterebbero nel mio cuore tutte le furie d’inferno. No! per ora basta una vittima, e questa vittima mi sta aspettando.»

Prese affrettatamente quanto facea di mestieri a scrivere, e gettò sulla carta queste poche linee.

«Sir Riccardo Varney,

Abbiamo risoluto differire l’esecuzione di quanto fu commesso alle vostre cure, e vi ordiniamo ne’ più stretti termini di non andar oltre per tutto ciò che s’aspetta alla nostra Contessa, a meno di non ricevere da noi ulteriori comandi. Vi ordiniamo parimente di ritornare a Kenilworth, non appena avrete posto in luogo sicuro il deposito a voi affidato. Se per avventura l’adempimento di questo dovere vi desse maggiori indugi che noi stessi non c’immaginiamo, al ricevere della presente ordinanza ci rimetterete tosto, valendovi d’un messo pronto e fedele, il nostro anello, di cui abbisogniamo sull’istante. Noi riposiamo nella sicurezza della obbedienza la più esatta per parte vostra, e su di ciò raccomandandovi alla divina custodia, ci sottoscriviamo vostro amico e buon padrone.

R. Leicester.

Dal nostro castello di Kenilworth, giorno decimo di luglio, anno di grazia 1575.»

Intanto che il Leicester terminava, e suggellava tal lettera, scortato dal servo entrò nell’appartamento Michele Lambourne, colle gambe entro stivaloni che gli venivano sino alla coscia, col mantello legato attorno al corpo da una cintura ad uso di chi dee cavalcare, e coperto da un cappellaccio di feltro, come i corrieri costumano.

«In qual grado servi tu?» il Conte gli disse.

«Nel grado di scudiere del grande scudiere della Signoria vostra,» rispose il Lambourne con quel suo tuono di sfrontatezza ordinaria.

«Metti da un canto la sfacciataggine. Le buffonerie che ti puoi permettere con sir Riccardo Varney, non sono buone per me. Solamente rispondimi. In quanto tempo ti riprometti di raggiugnere il tuo padrone?»

«In un’ora, o Milord, se il cavaliere o il cavallo ci durano,» rispose Lambourne, che fece tosto passaggio dal tuono pressochè famigliare ai modi il più profondamente rispettosi.

Il Conte lo squadrava da capo a piedi: «Ho udito parlare di te, come d’uomo infaticabile nel servigio, ma troppo dedito al vino, e accattabrighe, sicchè non so bene se convenga il fidarti negozi di alto rilievo.»

«Milord, fui soldato, marinaro, viaggiatore, avventuriere, mestieri tutti nei quali si gode del tempo presente, perchè non avvi mai sicurezza del dì successivo; ma benchè questo tempo molte volte io l’abbia mal impiegato, non ho mai posto in dimenticanza quanto si dee ad un padrone.»

«Fa ch’io me n’avvegga in tal circostanza, e te ne verrà bene. Rimetti prontamente, e con tutta l’accuratezza questa lettera nelle mani di sir Riccardo Varney.»

«La mia incumbenza non si estende più in là?» soggiunse il Lambourne.

«No, rispose il Conte, ma riguardo come affare di massima importanza che ella sia eseguita a dovere e con sollecitudine.»

«Non risparmierò nè le mie cure, nè il mio cavallo,» e dopo avere così risposto il Lambourne si ritirò immediatamente, e nell’attraversare il lungo corritoio e nel discendere per la scaletta segreta, borbottava fra se medesimo: «Ecco a che si riduce questa segreta udienza, onde io era già salito in tanta speranza! Che io caschi morto! Avrei giurato che il Conte abbisognasse della mia assistenza per qualche segreto maneggio, e il tutto sta in una lettera da portar via! Nondimeno sia fatta la sua volontà! E sua Signoria dice benissimo. Me ne verrà bene per un’altra volta. Il fanciullo va carpone prima di camminare, ed è giusto che un novizio cortigiano, come son io, faccia lo stesso.... Ma diamo un poco un’occhiatina a questa lettera, che il nostro Conte ha suggellata con tanta negligenza.» Compiuto ch’ebbe tale disegno si credè rapito in estasi, ed esclamò: «La Contessa! la Contessa! Giur’al cielo ho scoperto un segreto che o farà la mia fortuna, o mi rovina per sempre. Ma va innanzi o mio Baiardo, soggiunse egli mentre conducea nel cortile il suo cavallo; va innanzi perchè i miei speroni e i tuoi fianchi sono in procinto di stringere nuovamente amicizia.»

Salì dunque a cavallo il Lambourne, abbandonando il castello, ed uscì per la portella di soccorso, ove trovò gli ordini lasciati dal Varney affinchè non gli si contendesse il passaggio.

Non appena il Lambourne ed il servo si erano partiti dalla stanza di Leicester, questi cambiò le magnifiche vesti in altre più semplici, ed avvoltosi nel suo mantello, e presa in mano una lucerna, tenne la via del corritoio, d’onde scese ad una porticella che mettea nella corte vicina all’ingresso del luogo di delizia. Le considerazioni cui si dava egli in allora erano d’un’indole più tranquilla e più risoluta che da lungo tempo nol fossero state, e studiavasi di assumere quel contegno, che a’ suoi occhi medesimi fosse giusto, fermo però nell’opinione d’essere egli l’offeso, non il colpevole.

«Soffersi il più grave degli oltraggi! Tal si era il senso di queste meditazioni; e nondimeno ho ricusato di prenderne quell’immediata vendetta che era in mio potere per riserbarmi quella sola voluta dall’onore. Ma ne deriverà perciò che un nodo profanato in un giorno da questa perfida donna debba legarmi per tutta la vita, ed oppormi impacci nella brillante carriera, che i miei destini mi apersero? No: vi sono altri modi d’infrangere sì fatti lacci senza attentare ai giorni di quella che mi tradì. Dinanzi a Dio sono libero d’un legame ch’ella stessa ha distrutto. Molti e molti regni separeranno lei e me d’ora innanzi: l’immenso oceano starà frapposto tra noi: ed i flutti che ne’ loro abissi inghiottirono intere flotte, rimarranno i soli depositari di questo infausto segreto.»

Con sì fatti ragionamenti procurava il Leicester di calmare la propria coscienza. Di fatto egli avea ritrattati gli ordini atroci d’una vendetta, che bramò troppo nel primo impeto dello sdegno. E quanto alle mire ambiziose, erano queste divenute per tal modo inseparabili dai suoi atti e dai suoi disegni, che non era più nemmeno in facoltà di lui il risolversi d’abbandonarle. Quella sola vendetta cui divisava limitarsi, prese a’ suoi occhi un color di giustizia, e perfino di moderazione e di generosità.

In tale stato trovavasi l’animo dell’uomo ambizioso, e che veramente si credea provocato, allorchè entrò nel magnifico ricinto del luogo di delizia, che la luna adorna del massimo suo splendore chiariva. I raggi ne venivano ripercossi da tutti i marmi bianchicci ond’erano costrutti i cancelli e gli altri ornamenti architettonici di quel delizioso sito. Non una leggiera nuvoletta ingombrava l’azzurrina volta de’ cieli; laonde la prospettiva che stavasi innanzi potea vedersi in quella guisa, come se il sole avesse abbandonato allor l’orizzonte. Le numerose statue di bianco marmo al chiarore di quella pallida luce sembravano altrettanti spettri, che avvolti in bianchi drappi uscissero delle lor tombe. Le fontane che in brillanti zampilli descrivevano la loro curva nell’aere, ricadeano indi nei propri bacini in forma di pioggia che inargentavano i raggi della luna. Calda oltremodo era stata quella giornata; spirava lungo il terrazzo un dolce orezzo notturno, leggiero al pari d’aura agitata dal ventaglio d’avvenente donzella. Gli usignuoli avevano costrutti numerosi nidi nel contiguo giardino, e questi armoniosi cantori delle notti estive cercavan compenso del silenzio serbato per tutto il giorno nell’intonare deliziosi concerti, i cui accordi, or vivaci e giulivi, or patetici, corrispondevano, detto sarebbesi, all’estasi prodotta in essi dal cheto e soave spettacolo di que’ giardini allegrati dalla lor melodia.

Ma il Leicester pensava a tutt’altro che al mormorio dell’acque, al chiaror della luna, o ai canti degli usignuoli, e dignitoso e a passi lenti trascorrea quel terrazzo da un’estremità all’altra, avvolto nel suo mantello, e tenendo sotto il braccio la spada, nè gli veniva fatto di veder cos’alcuna che a figura umana si assomigliasse.

«Fui scherno, diceva egli, della mia stessa generosità, lasciai sfuggirmi quello scellerato, e forse a quest’ora egli ha fatta libera la sua adultera amante, che sì debolmente è scortata.»

Tali ne erano i sospetti, che tantosto si dileguarono, allor quando s’accorse di un uomo che dopo avere attraversato il portico, veniva a lui lentamente, ed oscurava colla propria ombra gli obbietti innanzi ai quali avvicinandosi trascorrea.

«Ferirò io, prima che il suono di questa odievole voce mi giunga all’orecchio? (pensò il Leicester nell’atto di mettere la mano all’impugnatura della sua spada). Ma no: voglio sapere a che tendano i suoi vili divisamenti: voglio conoscere, comunque orribile ne sia l’esame, tutti i raggruppamenti, gli avvolgimenti di questo rettile impuro, innanzi ch’io adoperi la forza mia a stritolarlo.»

Abbandonata colla mano l’elsa della spada, mosse lentamente ver Tressiliano, cercando di raccogliere attorno al suo animo quella calma di cui sentivasi capace.

Tressiliano il salutò con molto riguardo, alla quale salutazione corrispose il Conte chinando disdegnosamente il capo, e dicendogli:

«Voi volevate parlarmi in segreto, o Signore! Eccomi a voi. Sto ascoltandovi.»

«Milord, quanto debbo comunicarvi mi sta sì a cuore, e bramo tanto di avere in voi un ascoltatore paziente, e persin favorevole, che incomincerò prima dal giustificarmi sopra tutte quelle circostanze che potessero avere impressionato sinistramente intorno a me l’animo della Signoria vostra. Voi mi credete vostro nemico?»

«Non pare ch’io ne abbia qualche motivo?» Rispose il Conte, in veggendo che Tressiliano aspettava una risposta.

«Voi siete ingiusto, o Milord. Io mi protesto amico del conte di Sussex, che i cortigiani nomano vostro rivale; ma non ne sono o la creatura o il partigiano, nè aspettai questo momento ad accorgermi che le Corti e i loro maneggi non si confanno nè colla mia indole, nè colle mie idee.»

«Certamente! rispose il Leicester. Avvi cure più degne d’un dotto che gode tanta fama quanto il sig. Tressiliano; ma l’amore ha i suoi maneggi, non meno che l’ambizione.»

«M’accorgo, Milord, che voi date troppo peso all’antico affetto ch’io nudrii per l’infelice persona di cui debbo or favellare, e immaginate forse ch’io ne abbia assunta la causa, mosso piuttosto da uno spirito di rivalità, che da un sentimento di giustizia.»

«Quali che siano le mie idee a tal proposito, procedete innanzi nel vostro discorso, o Signore. Fin qui non m’avete parlato che di voi medesimo; gli è un argomento per certo grave ed importantissimo; ma che non mi riguarda personalmente in un modo sì rilevante da farmi abbandonare il riposo per venire ad intertenermene. Risparmiate di farmi udire più lunghe frasi, o Signore, e dite quel che vi rimane a dire, se pur è vero che abbiate da parlarmi di cose che si riferiscano a me. Terminato che sia il vostro discorso, io pure a mia volta ho altre cose da comunicarvi.»

«Quando ciò sia, entro senza preamboli in argomento, o Milord, e poichè trattasi di tal materia che va strettamente congiunta all’onore della Signoria vostra, son certo che non riguarderete come perduto il tempo trascorso in udirmi. Debbo domandar conto alla Signoria vostra dell’infelice Amy Robsart, la cui storia non vi è che troppo conosciuta. Rimprovero acerbamente me stesso di non aver preso questa via sulle prime, e di non avervi sulle prime fatto giudice tra me, e lo scellerato che l’oltraggiò. Milord, ell’è giunta a sottrarsi all’illegale cattività di Cumnor: la vita di lei era in pericolo: ella ha sperato che le sue rimostranze produrrebbero qualche effetto sopra l’animo d’un indegno marito: ella mi strappò la promessa di non mettermi nell’arringo di suo difensore, fintantochè ella stessa non avesse esperimentato ogni sforzo per far riconoscere da costui i propri diritti.»

«Signore, dimenticate voi di qual persona parlate?»

«Parlo del suo indegno sposo, e il rispetto che ho per voi non sa trovare linguaggio più mite onde additarlo. La persona infelice per cui m’adopero viene sottratta a’ miei sguardi, e la tengono celata in qualche angolo recondito di questo castello, se all’ora in cui parlo non trovasi già rinchiusa in un di que’ nascondigli, opportuni ai malvagi per mandare a fine scellerati disegni. A questi disegni è d’uopo finalmente troncare il corso. Parlo con tanto coraggio, invigorito dall’autorità, che lo stesso padre della giovane in me trasmise. Questo fatal maritaggio vuol essere pubblicato e provato alla presenza della Regina. Amy dee finalmente essere liberata dalla sua schiavitù, e posta in grado di fare quanto vorrà di se stessa. Permettetemi d’aggiugnere, non trovarsi persona, il cui onore esiga tanto imperiosamente che si faccia diritto a tale inchiesta, quanto nella presente circostanza la Signoria vostra lo è.»

Rimase attonito, e quasi fatto di pietra, il Conte in udir l’uomo, da cui si credea oltraggiato nella più crudel guisa, difendere colla fermezza di chi non ha nulla da rimproverarsi la causa della sua colpevole amante (che tale Dudley la credea) quasi che ella fosse innocentissima fra tutte le donne, ed egli, Tressiliano, un imparziale proteggitore. Nè certo a scemare tale sorpresa contribuiva il fervore posto dal gentiluomo di Cornovaglia nel chiedere per Amy quel grado e quegli onori, che in senso di Leicester cotesta donna aveva inviliti, e che, siccome più apparivano le cose, ella avrebbe poscia divisi col suo inverecondo campione. Laonde trascorse più d’un minuto dopo l’arringa di Tressiliano, innanzi che il Conte si riavesse dal proprio stordimento; e per chi consideri in qual persuasione trovavasi l’animo del secondo, allorchè si condusse in questo ricinto, non parrà strano, se finalmente cedè ai moti dell’ira, fattosi cieco a qualunque altro riguardo.

«Vi ho ascoltato senza interrompervi, sig. Tressiliano, e ringrazio Dio, poichè ha fino a questo giorno risparmiato alle mie orecchie il disgusto di udir gli accenti d’un uomo malvagio quanto sfrontato. La frusta di un carnefice sarebbe strumento più convenevole a punirti che non la spada d’un cavaliere. Nondimeno mettiti in parata, o scellerato; difenditi.»

Dicendo le quali ultime cose, lasciò cadersi il mantello, e colla spada guernita ancora di fodero percosse fortemente Tressiliano, indi tantosto la sguainò, fattosi primo ad assalirlo. Già i detti ingiuriosi che Tressiliano sapeva di non meritare, aveano prodotto in questo un istantaneo stupore, non dissimile a quello onde rimase attonito il Conte allorchè ascoltò i primi accenti dell’altro. Ma non appena alle ingiurie tenne dietro sì fatto oltraggio, che escludeva ogn’altra idea fuorchè quella del venire all’armi, la sorpresa diede luogo al risentimento il più vivo nell’animo di Tressiliano, che sguainò parimente la spada, e comunque men destro in valersene che nol fosse il Conte, trovò nullameno vigor bastante per sostenere da valoroso il cimento, tanto più che la mente del Cornovagliese era più tranquilla assai di quella del Leicester, la cui condotta l’altro non poteva attribuire che a vera frenesia, o alla forza di qualche inesplicabile illusione.

Si durava da più minuti combattendo senza che alcuno de’ due rivali avesse ricevuto ferite, allorchè d’improvviso si udì suono di voci e di passi affrettati sotto il portico, che mettea nel terrazzo.

«Noi siamo interrotti, disse al suo antagonista il Leicester, seguitemi.»

Nel medesimo tempo si fece ascoltare tal voce: «Sì, in fede mia! costui ha ragione: sono persone che si battono.»

Allora il Leicester condusse Tressiliano ad un frascato posto dietro ad una fontana, che fu loro di nascondiglio. Intanto che sei Yeomen della guardia reale trascorreano il viale maestro del luogo di delizia, si fece udire uno di que’ soldati che diceva all’altro:

«Non ci verrà mai fatto per questa notte trovarli in mezzo a queste fontane e a queste grotte, veri covi di scoiattoli e di conigli. Laonde, se non gl’incontriamo prima d’essere in fondo, torneremo addietro, e basterà mettere una sentinella all’ingresso del sito per assicurarci quando sarà giorno che i nostri schermidori non ci scappino.»

«Bella impresa veramente! diceva un altro, sguainare la spada in tanta vicinanza alla dimora della Regina, e può dirsi anche nel suo palagio medesimo. Saranno, non v’ha dubbio, due smargiassi presi dal vino. Mi spiacerebbe quasi se li raggiugnessimo; perchè la loro colpa, non è vero? è punita col taglio della mano destra. Sarebbe a dirla, un brutto caso il perderla per aver toccata una lama, che appunto vuol essere tenuta con quella mano.»

«Eh! se si parla di smargiassi e di accattabrighe tu non ti stai addietro, mio caro amico, un altro di que’ soldati gli soggiugnea. Ma bada al fatto tuo, perchè la legge è al giusto qual la citasti.»

«Sì, replicò il primo, volendo interpretarla a tutto rigore. Questo palagio per altro non appartiene alla Regina, ma a milord Leicester.»

«Se non hanno altra circostanza che li favorisca, disse allora il secondo, non la vedo tanto bella per essi, perchè se la graziosissima nostra sovrana è regina, come lo è, grazie a Dio, milord Leicester non è lontano dall’esser re.»

«Taci, bestia, entrò di mezzo un terzo. Chi t’assicura che qualcheduno non sia qui ad ascoltarci?»

Così proseguirono la loro corsa, facendo una specie d’indagine assai negligente, e molto più intesi, giusta quanto pareva, a continuare la loro conversazione, che a discoprire que’ notturni perturbatori.

Allorchè Leicester s’accorse che i soldati avevano oltrepassato il terrazzo, diede cenno a Tressiliano di seguirlo, e prendendo dirittura opposta a quella cui si erano avviate le guardie, fece coll’avversario tutto il portico, senza che alcuno s’accorgesse di loro. Indi il Conte accompagnò lo stesso Tressiliano alla torre di Merwyn, ove questi avea tornato a prendere alloggiamento, e gli disse prima di separarsi da lui:

«Se è coraggio in te bastante per terminare il combattimento interrotto in tal guisa, tienti domani poco discosto da me, allorchè la Corte uscirà. Troveremo istante opportuno, e da me ne avrai il segnale.»

«Milord, rispose Tressiliano, in tutt’altra occasione, avrei potuto chiedervi il motivo dello strano furore che vi accieca contra la mia persona; ma l’insulto che mi faceste vuol esser cancellato solo col sangue, e foste voi giunto pur anche al sublime grado, cui aspira la vostra ambizione, il mio onore oltraggiato debbe avere la sua vendetta.»

In guisa tal si divisero; ma le avventure di quella notte non erano terminate ancora per Leicester. Costretto a passare per la torre di St-Lowe onde giugnere al corritoio segreto che guidava al suo appartamento, si scontrò nel lord Hunsdon, che tenea sguainata sotto il braccio la spada.

«Anche voi, milord Leicester, sì prese a dire il vecchio Capitano, foste svegliato da questo chi va là? Ma va benissimo dalla parte di tutti i diavoli! Qui in questo vostro castello la notte non è meno romorosa del giorno. Non sono due ore che mi destarono le urla di quella povera pazza, di quella lady Varney, che suo marito conducea via a viva forza. E vi giuro bene che vi ha voluto tutta la forza degli ordini dati da voi e di quelli che prima ebbi dalla Regina perchè io non mi mettessi in mezzo di questo negozio, e perchè io non la finissi spaccando le tempia a quel vostro favorito Varney. Adesso poi liti e duelli nel luogo... luogo... Come chiamate voi quel terrazzo lastricato ove metteste tutte le vostre carabattole?»

La prima parte di tale discorso fu un colpo d’acuto stile al Leicester, che si limitò a rispondere all’altro aver egli pure udito lo scricchiolar delle spade, ed essere disceso per fare stare a dovere i temerari che osarono battersi in tanta vicinanza della Regina.

«Quand’è così, disse Hunsdon, spero bene che la Signoria vostra vorrà accompagnarmi.»

Il Leicester pertanto si trovò nella necessità di tornare addietro fino al luogo di delizia insieme al vecchio parente della Regina; il quale giunto sul luogo udì narrarsi dagli uomini di guardia (erano questi sotto l’immediato comando di Hunsdon) come fosse stata inutile ogni ricerca intesa a scoprire gli autori dello scompiglio; ond’egli in guiderdone della fatiga che aveano fatta indarno, li presentò d’una dozzina delle sue solite imprecazioni, trattandoli come gente pigra e da nulla.

Ed anche il Leicester trovò ben fatto di mostrarsi corrucciato per lo stesso motivo; ma finalmente pervenne a capacitare il lord Hunsdon, che tutto questo soqquadro non poteva in sostanza aver origine se non se dalla sconsigliatezza di due giovinastri che aveano forse bevuto al di là, e assai castigati dalla paura d’esser presi da chi gl’inseguiva.

Il lord Hunsdon, che non era poi egli stesso fra gli ultimi devoti al dio Bacco, convenne che il vino scusava in parte molte delle pazzie che ne derivavano. «Però, soggiunse, se la Signoria vostra non mette un po’ meno di liberalità nella regola della sua casa, e soprattutto qualche maggiore economia nella distribuzione del vino, dell’ala e de’ liquori, vedo che non potrò esentarmi dal far alloggiare in prigione qualcuno di questi garbati giovanotti e dal regalarli di non so quanti colpi di frusta. Con questo le auguro la felicissima notte.»

Si trovavano allora appunto a quell’ingresso della torre di St-Lowe ove s’incontrarono la prima volta, e contento il Leicester di potersi spacciare d’un tale compagno gli augurò del pari la buona notte, e recatosi in dirittura al corritoio segreto, riprese la lucerna, lasciatavi dianzi, e che vicina a spegnersi durò quanto bastava a rischiarargli di pallido lume il cammino sintantochè fosse al suo appartamento.

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