CAPITOLO VI.
Gaetano Barbieri translation
Ruppe d’Imene i sacri patti, è rea, E ’l seduttor suo vile appien t’è noto. Novella dell’Inverno.
Appena entrato nel suo gabinetto il Conte, diede mano al libretto de’ ricordi, e si pose a scrivere, ora parlando con Varney, ora con se medesimo: «Ve ne son molti il cui destino è collegato col mio.... Quelli soprattutto che si stanno ne’ primi gradi...... Avvene di tali ancora che se si ricordano le mie beneficenze, e i pericoli cui rimarrebbero compromessi, non mi lasceranno morire senza soccorrermi. Vediamo. Knolle è per me; e in conseguenza col suo ministerio il saranno ancora Guernsey e Iersey. Lorsey è governatore dell’isola di Wight; mio cognato Lungtengdon e Pembrock comandano nel paese di Galles. Coll’aiuto di Bedford sono miei i Puritani, e i loro interessi che hanno tanto peso in tutte le sedizioni. Mio fratello di Warwick è potente al pari di me. Io regolo a mia voglia sir Owe Hopton il governatore della torre di Londra. In questo luogo sta il tesoro pubblico. Oh! mio padre, e l’avo mio non avrebbero mai portate le loro teste sul palco se avessero combinate sì bene le proprie imprese. Che vuol dire quel mesto sguardo, o Varney? Credilo, un albero che ha sì profonde radici non cade facilmente atterrato dal turbine.»
«Oimè! Milord,» disse Varney con un accento di dolore contraffatto a maraviglia, e ricomponendo i suoi sguardi a quell’aria di mestizia che eccitò l’interrogazione del Conte.
«Oimè! Replicò il conte di Leicester, e perchè oimè, sir Riccardo? La vostra nuova dignità non v’inspira altra esclamazione più coraggiosa, quando sta per aprirsi una sì nobile lotta? Se mai questo oimè indicasse disegno in voi di evitare lo scontro, potete abbandonare il castello ed anche unirvi ai miei nemici, se ciò meglio vi piace.»
«No, rispose il confidente, Varney saprà morire e combattere al fianco vostro. Perdonatemi se compreso da sollecitudine per tutto quello che vi risguarda, io vedo forse più chiaramente le cose di quanto a voi lo permetta la nobiltà del vostro cuore. Io vedo, sì, gl’insuperabili ostacoli che v’attorniano per ogni dove. Siete forte e potente, o Signore, lo so; ma permettetemi il dirlo senza offendervi, tale non siete che per favore della Regina: sintantochè esso vi dura, voi avrete, salvo il titolo reale, tutti i dritti d’un Monarca; ma supponete ch’ella vi tolga questo favore; vi trovate derelitto più presto che non rimase inaridita la zucca del profeta. Derelitto il ripeto, se vi ribellate alla Regina; nè il sarete soltanto in mezzo a questo paese, in mezzo a questa provincia; ma nel centro dello stesso vostro castello, fra i vostri vassalli, fra i vostri amici, fra i vostri congiunti, vi faranno prigioniero, nè tarderete ad essere giudicato, se così il vorrà la Sovrana. Pensate a Norfolco, o Milord, al potente duca di Nortumberlandia, allo spettabile Westmoreland. Pensate che tutti coloro i quali vollero resistere a sì avveduta principessa, rimasero tutti o morti o prigionieri, o errano fuggitivi. Il soglio d’Elisabetta non viene a paragone di tant’altri sogli, cui basta una congiura per rovesciarli; esso ha per sue basi l’amore e la riconoscenza de’ popoli. Voi potete dividerlo, se il volete, con lei; ma nè voi, nè altra potenza o straniera o domestica perverrà ad abbatterlo... Che dico? nemmeno a crollarlo.»
Costui in allora si tacque, ed il Leicester gettò lungi da sè il libretto dei ricordi con aria di non curanza e dispetto.
«Fo a tuo modo, soggiunse, e in fine poco rileva se la sincerità o il timore ti hanno fatto parlare. Però non sia mai che io cada senza resistenza. Va a dar ordine, onde quelli fra i miei vassalli che servirono sotto di me nell’Irlanda si conducano ad uno ad uno nella torre principale; che i miei gentiluomini e i miei amici si mettano in istato di difesa, come se temessero venir assaliti dai partigiani del Sussex: dissemina sospetti e timori fra gli abitanti della città, fa che s’armino, e ad un dato segnale stiano pronti ad impadronirsi de’ soldati posti alla guardia della Regina.»
«Permettetemi ripetervi, o Milord, soggiunse mestamente Varney, quest’ultimo vostro ordine, di far cioè tutti gli apparecchi opportuni a disarmare all’uopo la guardia della Regina; e permettetemi ad un tempo di rammentarvi che questo è un atto d’alto tradimento: nondimeno sarete ubbidito.»
«Nulla monta, soggiunse con un accento di disperazione il Leicester, nulla monta; l’infamia mi sta alle spalle, il precipizio dinanzi agli occhi; è d’uopo ch’io mi mostri a viso scoperto.»
Venne indi altra pausa di silenzio, che poscia Varney interruppe in tal guisa: «Eccoci finalmente arrivati a quell’istante che io temea da lungo tempo! Eccomi al bivio o d’essere vil testimonio della caduta del miglior fra i padroni, o di svelare quanto avrei desiderato sepolto in profondissimo obblio, se altro labbro diverso da quel di Varney non ve ne arrecava l’infausta scoperta.»
«Ora che dici tu? O piuttosto che intendi dire? rispose il Conte. Ti avverto che non abbiamo tempo da perdere in ciance. È giunta ora di fatti.»
«Quanto mi è forza dire, sarà ben tosto detto, o Milord. Piacesse al cielo che sì breve fosse la vostra risposta! Queste nozze sono la sola cagione onde dobbiamo romperci colla Regina, non è egli vero, Milord?»
«Tu lo sai al pari di me. A che tende questa insulsa domanda?»
«Perdonate Milord, non è insulsa. Vi sono tali uomini, che sagrificherebbero sostanze e vita per possedere un ricco diamante. Nè voglio ridir su di ciò. Ma prima di fare un tal sagrifizio, ogni ragion di prudenza non insegnerebbe almeno l’assicurarsi se questo diamante sia immune da macchie?»
«Come sarebbe a dire? (soggiunse Leicester guatando bieco il suo confidente). Di chi parli tu?»
«Parlo... della Contessa, Milord! sono costretto a parlare di lei. Sì, ne parlerò, dovesse anche la Signoria vostra dar guiderdone di morte al mio zelo!»
«La morte.... puoi forse meritarla dalle mie mani medesime. Nondimeno parla. Ti sto ascoltando.»
«Ebbene, o Milord, mi armerò di coraggio, che qui non tanto io parlo per la mia vita, quanto per gl’interessi del mio Signore. Giammai non mi piacquero le misteriose corrispondenze che questa Signora ha serbate con Edmondo Tressiliano. Voi lo conoscete, o Milord, nè v’è ignoto averle costui sulle prime inspirato un tale affetto, di cui se la vostra Signoria trionfò, il trionfo non fu disgiunto da qualche difficoltà. Voi vedeste con qual calore l’uomo di Cornovaglia sostenne contro di me gl’interessi della Contessa. Lo scopo evidente ch’egli si prefiggeva, era quello di costringere la Signoria vostra a confessare pubblicamente queste, ch’io dirò sempre, malaugurose nozze, ed è parimente tal pubblicazione che Milady vorrebbe ad ogni costo da voi.»
Il Leicester accolse tai detti con un forzato sorriso: «Intendo, buon Riccardo. Tu stai meditando ora il modo di sagrificare il tuo onore, ed anche quello di un’altra persona, a fine di stogliermi da un’ardua impresa. Ma... ricordati (aggiunse con tuono cupo, siccome irresoluto) che è la Contessa di Leicester quella di cui favelli.»
«Lo so; ma favello parimente per l’interesse del conte di Leicester. Ho appena cominciato, o Signore, le cose che debbo dire. Credo fermissimamente, che sin d’allor quando voi entraste personaggio in tal dramma, Tressiliano tutto quanto operò, lo operò d’accordo colla Contessa.»
«Tu spacci stravaganze colla calma d’un predicatore. Ma dove e come poterono accordarsi?»
«Dove, e come! Milord, per mala sorte, non posso che troppo chiaramente additarvelo. Poco prima che venisse presentato in nome di Tressiliano il memoriale, onde la Regina arse di tanto sdegno nella sua Corte, io incontrai, con mia grande sorpresa, questo Tressiliano medesimo alla porta segreta del parco di Cumnor.»
«Tu l’incontrasti, sciagurato, nè lo stendesti morto dinanzi a te?»
«Ci precipitammo l’un sopra l’altro, e s’io non ponea un piede in fallo, vostra Signoria non avrebbe mai più veduto costui.»
Lo stupore tolse per qualche tempo la parola all’attonito Leicester, che finalmente si disse: «Quali prove confermano quanto asserisci? Poichè siccome la punizione debb’essere grande, voglio esaminare freddamente, e circospettamente... Gran Dio! ma no... voglio esaminare freddamente e circospettamente,» e tal proposito ripetè più d’una fiata, come per ritrarne qualche calma ad ogni fiata che il ripetea. Poi mordendosi le labbra, quasi timoroso di lasciarsi sfuggire accenti conformi alla tempesta che infieriva entro il suo animo, sclamò: «Hai tu altre prove?»
«Troppe, o Milord. E così le avessi conosciute sol io! Poteano allora andar sepolte in una eterna dimenticanza; ma il mio servo Michele Lambourne fu testimonio del tutto, ed è pur quegli che agevolò a Tressiliano l’ingresso in Cumnor. Per ciò solo presi al mio servigio questo Lambourne, e per ciò solo non me ne sono liberato dappoi, comunque tristo il conosca; ma volli mantenermi in grado di frenarne la lingua.»
E qui il perfido confidente si fece a dimostrare, come agevole gli sarebbe il convalidare quanto egli asserì e coll’attestazione di Tony Foster, e colle testimonianze di diverse persone presenti allorchè insieme patteggiarono il Lambourne e Tressiliano, e presenti pure al momento che questi due individui partirono insieme dall’Osteria dell’Orso nero. Nè in tal racconto il Varney avventurò altra falsità, che maligne insinuazioni, destramente intese ad indur persuasione che il colloquio avutosi da Amy con Tressiliano in Cumnor fosse durato più di quanto durò veramente.
«E perchè non ne fui avvertito, (disse il Leicester, la cui fisonomia ad ogn’istante s’annuvolava di più). Perchè tutti voi altri, e tu principalmente, o Varney, perchè nascondermi questi fatti?»
«Perchè la Contessa, rispose lo scellerato, ne assicurò, che Tressiliano a non saputa e a malgrado di lei s’introdusse in quel castello; perchè conchiusi da questo che il colloquio non avesse portato disonore alla Signoria vostra, perchè finalmente giudicai, o Milord, che la Contessa medesima ve ne avrebbe fatto consapevole in appresso; nè Milord ignora con quanta ripugnanza si porge orecchio a sospetti che feriscono persone amate, e la Dio mercè, non son io nè un disseminatore di zizzanie, nè un referendario per farmi il primo a divulgare cose di tal natura.»
«Ma siete poi troppo pronto ad ammetterle, sig. Riccardo. Come sapete voi che tale colloquio sia stato colpevole, siccome il vorreste far credere? La contessa di Leicester, a quanto m’è avviso, può ben rimanere alcuni istanti con una persona qual è Tressiliano, senza che ne conseguano o disdoro per me, o sospetti contro di lei.»
«Certamente, o Milord, e se tale opinione non fosse stata in me, neanco avrei custodito sì lungo tempo un segreto di simil fatta. Ma debbo or dirvi ciò che dà forza a presunzioni contrarie. Tressiliano si mette in corrispondenza con un tapino ostiere di Cumnor e ciò collo scopo di agevolare la fuga della signora Contessa; manda uno de’ suoi messi, che siccome spero, avrem ben tosto sotto chiave nella torre di Merwyn, perchè Killegren e Lambsbey stanno inseguendolo. L’ostiere riceve un anello in prezzo di buoni ufici e silenzio. La Signoria vostra potrebbe anche aver visto questo anello nelle dita di Tressiliano. Egli è qui[6]. Il messo mandato dal Cornovagliese giunge a Cumnor travestito da merciaiuolo, ha segreti colloqui colla Contessa, fuggono l’uno e l’altra nel durar della notte. Involano, tanta è la colpevole loro premura, un cavallo ad un povero scimunito, che incontrano lungo il cammino. Arrivano finalmente al castello, e la Contessa di Leicester trova un asilo!... non oso dire ove lo trovi!»
«Parla, te lo comando, parla sinchè conservo ancora tanta pazienza per ascoltarti.»
«Poichè il volete, rispose Varney, la Contessa si trasferì immediatamente nell’appartamento di Tressiliano, ove rimase parecchie ore, non vi dirò se sola, od in sua compagnia. Vi dissi già come Tressiliano si tenesse una sua conquista nella stanza assegnatagli. Ma non avrei sognato giammai che questa conquista....»
«Fosse Amy, vuoi dire, rispose il Leicester, ma questa è un’impostura nera quanto il vapor dell’Inferno! Ch’ella sia ambiziosa, leggiera, impaziente, posso crederlo: è donna, e ciò basta. Ma tradirmi! non mai! non mai! La prova, la prova di quanto osi asserire!» sclamò egli con forza.
«Ieri dopo il mezzogiorno vi si fece condurre da Carol ella stessa. Lambourne e il guardiano della torre di Merwyn ve la trovarono di buonissim’ora questa mattina.»
«E Tressiliano era con lei?» soggiunse il Conte rapidamente.
«No, Milord, dovete ben ricordarvi, che Tressiliano ha passata l’intera notte sotto la vigilanza di Blount.»
«E Carol e gli altri servi la riconobbero?»
«No, mio signore. Carol e Lorenzo Staples non l’aveano mai vista, e il suo travestimento ha fatto che Lambourne non la ravvisasse per la Contessa; ma nel volerle impedire la fuga da quelle stanze raccolsero un suo guanto caduto, e questo guanto, sua Signoria lo riconoscerà certamente!»
E in ciò dire rimise al Conte il guanto, su di cui stava ricamato a perle lo stemma della casa di Leicester.
«Sì, ravviso i doni che le feci io medesimo; l’altro di tali guanti copriva quel braccio che in questo giorno stesso ella avvolgeva al mio collo,» accenti che vennero pronunziati in mezzo a violentissima agitazione.
«Sua Signoria potrebbe procacciarsi, coll’interrogare la Contessa, maggiori prove sulla verità del mio asserto[7].»
«Non fa d’uopo, non fa d’uopo (rispose il Conte che tutti i tormenti dell’inferno straziavano). Questa verità mi sta innanzi agli occhi scritta in caratteri di fuoco. Vedo l’infamia di costei. Chi può negar fede all’evidenza? Sommo Dio! Per questa abbietta creatura io stava cimentando le vite de’ migliori fra’ miei amici! io stava per crollare un trono! io stava per portare e ferro e fuoco nel seno d’un regno tranquillo, per combattere la generosa Sovrana che mi fece quello ch’io sono, e che se non era questo orrendo nodo, m’avrebbe già sollevato al maggior grado ch’uom possa sperare! E tutto ciò per una donna collegatasi coi miei accaniti nemici!.... Ma tu sciagurato! perchè non parlasti più presto?»
«Milord, io ben sapea che una lagrima della Contessa vi avrebbe fatto dimenticar tutto quanto avessi potuto dirvi; nè per altra parte io ebbi tal chiarezza dei fatti se non se questa mattina, allorchè l’improvviso arrivo di Foster, e le confessioni cui costrinse egli l’ostiere dell’Orso nero, m’hanno istrutto della sua fuga da Cumnor, e fatto me più solerte nelle ricerche di quanto sfortunatamente ho scoperto.»
«Or sia lode al Cielo, ministro di luce al mio fatal disinganno! Tanta è l’evidenza del tradimento, che non vi sarà in tutta Inghilterra chi possa tacciarmi di una vendetta ingiusta o troppo sollecita. Chi l’avrebbe creduto, o Varney? Tanto giovane, tanto bella, sì carezzevole, e sì menzognera! Comprendo ora la fonte di quell’odio implacabile che giurò a te, mio fedele, diletto mio servo. Costei abborriva un uomo, studioso di far cadere le sue inique trame, e pel cui braccio fu quasi privo di vita il vile che la seducea.»
«Non le diedi mai altro motivo di odiarmi, o Milord; ma ella sapea come i miei consigli s’adoperassero a scemare la possanza che s’arrogò sopra di voi, mi sapea costantemente preparato a cimentar la mia vita contro i vostri nemici.»
«Or ben lo vedo. E nondimeno, Varney, quale apparenza di grandezza d’animo metteva la perfida nell’esortarmi di commettere agli sdegni della Regina il mio capo anzichè nascondermi più lungo tempo sotto il velo dell’impostura! Mi parea che l’angelo della Verità non potesse parlare più persuasivo linguaggio! ed è egli possibile, o Varney? La menzogna adunque la più atroce potrà in tal guisa ostentare le forme della verità, e l’infamia coprirsi sotto la maschera della virtù? Varney, tu mi prestasti buon servigio fin dalla fanciullezza. Devi a me ogni tuo innalzamento, puoi dovermene di maggiori; ma assumiti ora l’incarico di meditare in mia vece. Il tuo ingegno fu mai sempre acuto e profondo. Pensa! non potrebb’ella essere innocente? Sforzati a provarmi che è tale, e quanto fin ora operai in tuo favore sarà stato un nulla, in confronto del compenso che tu n’avrai.»
L’inconsolabil dolore che straziava l’anima del Conte si dipinse con tanta forza nel pronunziare di questi ultimi accenti, onde ne fu quasi scosso l’indurito cuor di Varney[8], che in mezzo ai funesti disegni suggeritigli da scellerata ambizione, non cessava d’amare il suo protettore, d’amarlo però come amar poteva un Varney. Ma tornò tosto a raffermarsi negl’iniqui divisamenti, e domò ogni rimorso, in pensando, come quel dolor passeggiero cui egli stava per cagionare al Leicester, agevolerebbe a questo il sentiero di quel trono, ch’Elisabetta già si mostrava inclinata a dividere col favorito, e dal quale lo rispingeva, in sentenza di Varney, il solo viver d’Amy. Perseverò quindi nella infernale politica, e dopo avere pensato un istante sulla risposta da farsi a quella commovente inchiesta dell’angoscioso Leicester, gli rispose col fissarlo di un mesto sguardo, che dicea quasi: Le cerco invano una scusa. Poi rialzando il capo prese per un istante il contegno di uomo, cui brillasse un raggio di speranza che per breve passò pure nell’animo del misero Conte, ma seppe l’empio confidente far sì che non v’allignasse, e tali ne furono i detti: «Però, s’ella era veramente colpevole, perchè avventurarsi a venire fra queste mura?..... Gli è vero, che un tal passo s’accorda col desiderio continuo in lei d’essere riconosciuta Contessa di Leicester.»
«Così è! così è! (sclamò in cupo tuono il Conte, innanzi cui dileguossi tosto il lampo della concetta speranza). Tu non leggi com’io ne’ profondi avvolgimenti del cuor d’una femmina. Varney, indovino tutto. Ella non vuole rinunziare al titolo e al grado dell’uomo infelice divenutole sposo, e se cieco nel mio delirio avessi inalberato lo stendardo della ribellione, o se lo sdegno d’Elisabetta avesse fatto cadere il mio capo, come questa mattina ne udii dal labbro di lei la minaccia, il ricco assegnamento che la legge concede alla vedova d’un Leicester, non sarebbe stato cattivo incerto per quel miserabile di Tressiliano. Il vedi! Ella mi sollecitava ad affrontare un pericolo che poteva esserle utile. Ah! non parlarmi, non parlarmi in favore di costei, o Riccardo. Voglio il suo sangue.»
«Milord, l’eccesso del vostro dolore si palesa al furore che anima questi detti.»
«Te lo replico, cessa dal parlarmi in suo favore. Ella m’ha disonorato. Ella avrebbe voluto il mio esterminio. Non vi è più legame di sorte alcuna fra me e questa femmina. Ella morirà, come s’aspetta morire ad una perfida, ad un’adultera moglie, colpevole innanzi a Dio, e innanzi agli uomini.... Or ch’io penso!... Che si contiene in questa cassetta? Il fanciullo che me la consegnò per farla pervenire ad Amy nominò ancor Tressiliano. Sì: se non vi riesce darla a lei, datela al sig. Tressiliano. Furono queste le sue parole... Oh Dio!... E in quell’istante pur mi sorpresero, ma ammaliato dagli ultimi detti di quell’indegna, assorto ne’ gravi divisamenti che concepii sol per essa.... Oh! queste parole mi tornano ora con maggior forza alla mente. Gli è lo scrignetto delle sue gioie. Aprilo, Varney, forzane la cerniera col tuo pugnale.»
«Un giorno ella disdegnò valersene per rompere il nodo che tenea chiusa una lettera[9] (a ciò meditava il Varney nel prestarsi al cenno del suo padrone). Amy Robsart! quest’arme oggi avrà una parte più rilevante nel destino che ti s’appresta.»
Nel tempo stesso che costui facea tali considerazioni, il suo pugnaletto a triangolo fu la leva, cui cedè la cerniera argentea dello scrignetto. Nè appena ciò vide il Leicester, che ne strappò il coperchio, e trattine i gioielli che v’eran racchiusi, li gettò preso da rabbia sul suolo, intantochè i suoi occhi cercavano avidamente qualche lettera o biglietto, che ponesse in evidenza sempre maggiore le colpe immaginarie della sfortunata Contessa. Indi calpestando i diamanti sparsi all’intorno di sè:
«Egli è, sclamava in tal guisa, ch’io anniento questi miserabili pegni, per cui vendesti il tuo corpo e l’anima tua, per cui ti consacrasti ad una morte innanzi tempo, per cui condannasti me ai rimorsi e ad un’eterna disperazione. Non parlarmi di perdono, o Riccardo. La sentenza di costei è già pronunziata!» E replicando ancora questi ultimi fatali accenti, si lanciò entro un contiguo gabinetto, chiudendone a catenaccio la porta.
Varney lo accompagnò cogli sguardi, divenuti allora men atti a quel suo maligno sorriso; solo effetto onde la sopita umanità potea farsi ancora sentire in quell’anima scellerata. «Io ne compiango la debolezza, si dicea costui fra se stesso; l’amore lo ha trasformato in un fanciullo. Egli getta, egli infrange queste gemme. S’affretterà egualmente ad infrangere il gioiello ben più fragile d’esse, ch’egli amò finora con tanto ardore. Ma le sue furie cesseranno, cessata la cagione da cui son mosse. Egli non sa valutare nè le cose, nè il vero lor prezzo. Questa prerogativa, natura la riserbò soltanto a Varney. Leicester, divenuto re, non penserà fra quai procelle di superate passioni sarà giunto sul trono; non penserà a ciò più di quel che un nocchiero mediti, toccato il porto, i pericoli affrontati nella sua corsa. Ma giova che non restino così sul pavimento questi testimoni d’un cieco furore. Sarebbero troppo ricca preda per la ciurma, che rassetta l’appartamento.»
Mentre Varney intendeva a raccogliere le gemme ed a collocarle entro il cassettino segreto d’un armadio che a sorte trovavasi aperto, vide dischiusa una parte d’uscio del gabinetto ov’entrò prima il Conte, nè quel vano era coperto dalla cortina. Leicester pose fuori il capo, e tanto oppresse ne apparivano le pupille, e tanto pallide le labbra, che fremette il Varney, e appena gli occhi dell’uno si scontrarono in quelli dell’altro, abbassò la fronte il Leicester, e di nuovo chiuse quella porta. Per due volte la riaperse, e per due volte vi si affacciò nella medesima guisa senza pronunziare un solo accento, onde il Varney incominciò veramente a credere la ragione del suo signore affatto smarrita. La terza volta però questi fece al confidente un cenno d’avvicinarsi, e Varney entrando seco nel gabinetto potè avvedersi che non da delirio derivava quel turbamento, ma da barbaro disegno che il Conte stava allor meditando, ma da fiera lotta che contrarie passioni moveano nell’animo di chi il concepiva. Passarono un’ora discorrendo insieme, dopo di che il Conte cambiate in tutta fretta le vesti, tornò a fare la sua corte alla Sovrana.