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Il Miraggio

PARTE TERZA

Reading edition

I.

Uscito dalla stazione e salito in una carrozza, quando il cocchiere gli domandò a quale via dovesse portarlo, Giuliano Farnese repentinamente si ritrovò perplesso e indeciso. In un attimo cento decisioni contradittorie si opposero in lui. Il cocchiere, credendo ch'egli non avesse udito, rinnovò la domanda. Allora Giuliano risolutamente diede l'indirizzo di casa sua. Subito dopo, non appena la carrozza si fu mossa in quella direzione, l'impossibilità gli apparve di presentarsi a casa sua, a quell'ora ed in quelle condizioni. La grande depressione nervosa, che aveva tenuto dietro all'eccitazione formidabile di quel suo lungo viaggio, lo rendeva ora debole ed irresoluto come un fanciullo. Si trovava a Roma, a notte alta, senza aver prevenuto nessuno. Passando per Firenze si era proposto di telegrafare ad Andrea di Vele o a Loredano da una delle stazioni della linea, ma il sonno lo aveva preso e quando, vicino a Roma, un triste sogno lo aveva destato, era oramai troppo tardi.

— No, no, egli pensava, non posso presentarmi così, inatteso; anche Beatrice può dalla mia venuta improvvisa ricevere una scossa troppo forte, un'emozione troppo violenta. E anche per la mia creatura, se è viva, vedermi tornare, così, d'improvviso, può esser nocivo.....

Mascherava a sè stesso sotto queste considerazioni obbiettive, il vero sentimento che lo faceva esitare innanzi al compimento immediato del suo ritorno. Quasi egli aveva vergogna di confessarlo a sè stesso. E questo sentimento era tutto di timore e di rispetto per Beatrice, alla quale non avrebbe osato baciare la mano per tema che quel bacio fosse considerato mendace, alla quale non avrebbe osato dire una sola parola di umiltà, di pentimento e di dolore per tema di non essere creduto. Come avrebbe potuto trovarsi solo, dopo tanto tempo, innanzi allo sguardo certamente sprezzante di quelle care pupille? Poichè infine, forse, egli era per lei ancòra un colpevole, forse ella aveva conosciuta la sua vita con Claudina e l'aveva creduta felice, forse anche non aveva prestato fede alcuna alle promesse, alle espressioni di dolore e di amore, ai giuramenti che per mezzo delle lettere dirette a Loredano dovevano esserle giunti. No, no, solo, ei non avrebbe mai trovato l'energia per riaffrontarla.... Come avrebbe egli retto allo sgomento e allo spasimo s'ella avesse avuto una sola parola di ripulsione e di odio, un solo gesto di disamore che gli avesse negato il perdono?

— Tornate indietro, ordinò risolutamente al cocchiere. Passiamo alla ferrovia per depositare al bagaglio queste valigie e dopo accompagnatemi a piazza Colonna. Ma prestissimo.....

Una nuova ansia lo assaliva. Andrea di Vele non lo attendeva che l'indomani mattina. Non di meno, s'egli non aveva la forza di presentarsi a sua moglie, non poteva però passar la notte senza trovare Andrea di Vele per aver notizia della sua povera piccina, della sua cara dilettissima piccola inferma. Un breve rintocco sonoro suonava l'una dopo la mezzanotte all'orologio della stazione. Dove trovare l'amico suo a quell'ora? Più probabile gli sembrò che fosse al circolo. In quanto a Loredano non vi era speranza di trovarlo. Se Anna Maria era ammalata, certamente egli non si muoveva, durante la sera e la notte, dal capezzale della nipotina.

Al Circolo salì precipitosamente le scale, mandò un cameriere alla ricerca di Andrea di Vele nelle sale da gioco o da fumo, nella sala di lettura o nella biblioteca. Durante qualche minuto egli rimase in quell'anticamera, intento a udire le voci di alcuni uomini che nelle sale continue giocavano. Le formole sacramentali del baccara gli giungevano ogni tanto:

— Dò... Carte... Carte... Sette... Nove!... Sette.. Sette: nulla di fatto!

Quante sere egli aveva passato in quelle sale, a udire la monotonia di quelle esclamazioni, a gettare qualche biglietto di banca su l'uno o l'altro quadro di quel gioco così pieno di emozioni.... Come era felice, allora: sarebbe uscito in quell'anticamera, avrebbe preso uno di quei soprabiti appesi lì intorno e una carrozza del circolo lo avrebbe accompagnato a casa dove i baci di sua moglie lo avrebbero atteso..... Tutto era finito, oramai. Il cameriere era tornato dicendogli che Andrea di Vele non era comparso al circolo che per il pranzo, uscendone subito dopo, prima delle nove.

Farnese si slanciò di nuovo per le scale, saltò in carrozza, si fece condurre al caffè Colonna. Da un groom del caffè fece ricercare Andrea. Intanto egli vedeva, oltre la porta e i cristalli, tutta la vita elegante e brillante del caffè notturno. Ai tavolini candidi, scintillanti di argenterie e di cristalli sotto i perlacei fasci luminosi della luce elettrica, le orizzontali grandi e piccine cenavano in compagnia di vecchi e giovani, tutti uniformi sotto la livrea dell'abito nero, tutti uniti nel desiderio di quelle donne. Qualcuno entrava ogni tanto, reduce da un teatro, da un ricevimento o da una visita. Giuliano spiava le fisionomie di tutti coloro che sopraggiungevano. Qualche donna entrava, avvolta in un sontuoso mantello, seguita da una mezza dozzina di cavalieri dai visi smorti e dalle spalle curve, sorridente pel piacere del dominio e dell'impero voluttuoso, moderna personificazione d'una Circe fatale. Qualche snob entrava anche nel caffè, faceva la parata, sbirciava le donne, beveva un bicchierino di cognac, pagava con un biglietto da cento lire, occhieggiando qualcuna.

Oh, quella frivola vita, come aveva potuto egli viverla? Giuliano nel fondo della sua carrozza attendeva malinconicamente la risposta del groom che fu negativa. Irrequieto, desideroso di trovare Andrea ad ogni costo, si fece portare ad altri caffè, ad altri ritrovi, dove però tutte le sue ricerche riuscirono vane. Tentò allora di bussare alla casa di Andrea, alla Passeggiata di Ripetta. Licenziò la carrozza e rimase in mezzo alla via, mentre il trotto del cavallo echeggiava sempre più lontano, ad attendere che qualcuno rispondesse ai colpi ch'egli aveva picchiato col martello del portone.

Tutto fu vano. Il portone non si aprì. Una tortura impreveduta, quella di un'intera notte di ansia, di timore, di solitudine angosciosa, veniva ad aggiungersi alle molte che in quei due ultimi giorni avevano travagliato il povero cuore di Giuliano. Dove recarsi a quell'ora? Un orologio in lontananza aveva battuto le tre. Un silenzio profondo incombeva con solenne maestà su la città addormentata.

Farnese non pensava più a cercare Andrea. Probabilmente l'amico era in casa, s'era forse coricato per tempo a fine di potersi recare al primo treno mattutino in cerca di Giuliano alla stazione di Termini. Nessuno s'era destato nella casa. Dopo un ultimo tentativo lo scrittore decise d'attendere l'alba, di pazientare finchè il portone si aprisse e gli fosse possibile farsi udire da qualcuno.

Passeggiò lentamente per la breve via fiancheggiata da un lato da tisici alberelli prospicienti il fiume. Il suo passo batteva ritmico e pesante sul selciato.

Quell'incertezza su quanto era avvenuto nella sua famiglia lo straziava. Poichè nel dubbio è sempre la visione più fosca quella che si presenta ai nostri occhi. Giuliano era in preda alle più tristi previsioni intorno all'esito della malattia della sua creatura. Gli sembrava che l'alba non sarebbe mai giunta e che la sua angoscia avrebbe troppo a lungo durato. Dopo lo schianto formidabile che quel giorno e mezzo di viaggio aveva dato all'anima sua, lo scrittore si trovava senza forza e senza energia per quella rinnovata agonia.

Camminando, si trovò in piazza del Popolo. Mille squilli di piccoli campanelli giungevano dalla via di Ripetta. Giuliano si soffermò. Nell'ombra della via, rotta fiocamente da qualche raro e lontano lampione, una folla bianca si muoveva. Lentamente, questa s'avanzò, si precisò: mandre intere di pecore provenienti da porta Cavalleggeri si avviavano a nuovi pascoli lontani. Un primo gruppo entrò nella piazza, parve disgregarsi, si serrò nuovamente. Le piccole e mansuete viaggiatrici procedevano serrandosi le une alle altre, quasi per sorreggersi, quasi per incitarsi o per trascinarsi a vicenda. Qualche capretto irrequieto saltellava ai lati del bianco e sonoro drappello. Ogni tanto, fra quella folla, un buttero avvolto nel nero mantello passava su un vigoroso cavallo maremmano, governando con la verga quel gregge, aizzando i cani in difesa o a tutela dell'ordine. Poi i bianchi drappelli ricominciavano. Tutte quelle nomadi esistenze ispiravano una pietà infinita. Ciecamente, esse procedevano, forse verso la morte. E tutta quell'armonia di campanelli mossi nella marcia sembrava un funebre accompagno in quella notte profonda; e i belati di tutto quel gregge sembravano gemiti. Quella folla lanosa riempiva oramai quasi tutta la piazza e i movimenti suoi la facevan sembrare come un mare convulso per la vicenda continua delle onde spumanti.

Giuliano si trovava quasi rasente a quei bianchi drappelli. A un tratto ei sentì un colpo su i suoi piedi, chinò gli occhi: una capra s'era abbattuta a terra, morta. Le altre, indifferenti, continuarono la loro marcia. Solo un capretto accorse belando, si curvò su la caduta, la carezzò con la lingua. Giuliano rimase qualche secondo con quel peso di morte su i suoi piedi, sentendo il ribrezzo correr la sua pelle in un brivido e pur non avendo la forza di togliere alla caduta quell'ultimo sostegno. Un buttero accorse. Afferrò per le quattro gambe la capra morta ai piedi di Farnese, la gettò su un carro che seguiva, portando donne, fanciulli e vecchi pastori. Il capretto seguì il carro, belando forte, guardando talvolta il buttero con occhi d'invocazione.

Finalmente la piazza si vuotò. Dalla porta del Popolo giungeva sempre più lontana l'eco di una canzone intuonata da un pastore e della quale i butteri cantavano a coro con le loro virili voci spiegate il ritornello dolente. Giuliano, afflitto ancóra da quelli spettacoli e da quegli echi di malinconia si affrettò per la breve salita del ponte Margherita, si trovò sul fiume.

L'alba non era ancóra giunta e già la notte non era più intera. Giuliano, cui la morte della capra aveva dato un brivido, quasi fosse il simbolo di un'altra fine, il richiamo ultimo di una creatura diletta, rimase sul ponte, innanzi al panorama solenne di Roma, ad attendere il giorno.

Già nel cielo striato d'onde lunari e di misteri, le ultime nuvole scomparivano cedendo il loro breve dominio all'albore grigio e freddo. Un alito sottilissimo di vento fremeva, dando brividi e susurrii alle verdi foglie degli alberi fiancheggianti i lungotevere e la Passeggiata di Ripetta. Le nebbie basse che indugiavano su le gialle acque sonnolenti del fiume si diradavano, quanto più la luce si avanzava, come pallide lame d'acciaio su l'orizzonte, quanto più si accendeva il nuovo chiarore, ancóra grigio, albale, non ancóra tale da riscaldare la nuova vita delle cose, ma così freddo invece che sembrava avrebbe dovuto gelare gli ultimi sonni, incalzare con gelide spade gli ultimi drappelli di sogni, di quei sogni che, figli delle stelle, con esse impallidiscono e scompaiono.

E, ad un tratto, in vicinanza, nel silenzio ancóra profondo dell'alba, un campanile sparpagliò i lenti rintocchi argentini delle sue campane. Altri, più lontani, risposero come ad un mistico appello musicale ed il canto di quelle campane giunse grigio, come fosse ovattato. Altri campanili più lontani ancóra sgranarono nell'aria albale una fievole sinfonia d'armonie d'argento. Il canto delle campane si rafforzò, si attrasse, si fuse, squillò come un inno al dì sopravveniente. Poi di nuovo quelle voci d'argento si disgregarono, diminuirono, s'affievolirono. Le armonie più lontane divennero fievoli e pallide, quasi fossero echi delle più vicine. E mentre l'ultimo campanile batteva a rintocchi le ultime note, un orologio suonò le ore, lentamente, a grandi pause, durante le quali il suono si propagava nelle lontananze.

A quella danza di note argentine, che a volte era divenuta sottile e delicata, come un ricamo che si disegnasse nell'aria trasparente, Giuliano Farnese rimase estatico, dimenticando ogni dolorosa preoccupazione del suo cuore o della sua conscienza, come sempre gli accadeva in presenza d'uno spettacolo di bellezza.

I rosei riflessi si diffondevano all'orizzonte. Si sgranavano nel cielo, sempre più dolci e maliose, come sublime armonia ai merletti musicali dei campanili salutanti l'alba, le melodie sottili della sinfonia in rosa maggiore che l'aurora canta. Qualche cupola, lasciando vedere il cielo dai finestroni contrapposti, prendeva l'apparenza leggera e squisita di una trina enorme. Qualche riflesso s'accendeva nel fiume, qualche voce lontana sorgeva. E la luce, intanto, avanzava sempre più a lame più fitte, più rapide, più taglienti, insinuandosi nel cielo, sgombro fin delle ultime nubecole lievi come fiocchi di bambagia, e già disposto, tra le rose e gli ori dell'aurora serena, al connubio solenne col nuovo giorno.

A quello spettacolo di serenità e di vita una speranza fiorì nel cuore di Farnese. In quel momento, dall'alto del ponte, vide il portone di Andrea di Vele spalancarsi. Allora, senza indugio, tornando alla vita dopo l'agonia di quella notte di profondo dolore, scese a precipizio verso la casa.

II.

Ai ripetuti squilli del campanello elettrico un domestico, ancóra in pantofole e con una giacchetta abbottonata alla meglio, venne ad aprirgli. Senza riconoscerlo gli disse subito:

— Mi dispiace, il padrone riposa ancóra.

Giuliano non gli badò. Entrò nell'appartamento, voltò per un corridoio a destra che sapeva esser quello che guidava alla camera da letto di Andrea. La sua ansia e la sua febbre non gli consentivano la pazienza di mandare ambasciate, di parlamentar col domestico. Prima che questi avesse potuto raggiungerlo, egli già era entrato nella camera dell'amico ancóra immersa in una fitta penombra. La voce di Andrea, assonnata, gridò:

— Chi è là?

— Son io, rispose Giuliano e, poichè Andrea non aveva riconosciuto la voce, aggiunse mentre spalancava le imposte su quel cielo oramai chiaro di sereno mattino autunnale: — Son io, Giuliano Farnese.....

Andrea di Vele non credeva alle sue orecchie:

— Tu, tu qui?

In un batter d'occhio, balzò dal letto, infilò un pantalone, corse incontro all'amico, lo abbracciò fortemente con un nobile e profondo affetto virile. Farnese si disciolse, gli chiese febbrile:

— Come sta Anna Maria? Dimmi la verità, crudelmente.

Un momento di spasimo e di terrore, più intenso di quanti fino ad allora lo avevano angosciato, tenne dietro a quella domanda. Ma si rassicurò subito. Il volto di Andrea era rimasto sereno e le labbra s'atteggiavano ad un sorriso per rispondergli:

— Molto meglio, molto meglio. Sono passato da casa tua iersera dopo pranzo, verso le dieci. Anna Maria dormiva tranquilla. Il medico era stato rassicurantissimo, poichè aveva giudicato che la crisi più aspra era felicemente superata. Tua moglie è adesso molto sollevata. Due giorni fa Anna Maria era però in uno stato gravissimo, nel massimo infuriare della crisi. Beatrice s'illudeva, non comprendeva tutta l'intensità del male. Loredano pensava per bocca della sorella. Io intuii il pericolo e credetti mio dovere avvertirti, farti accorrere per qualunque evenienza. Ma ora, ti ripeto, ogni pericolo è scongiurato, la malattia segue il suo corso, blandamente.....

Giuliano sorrideva d'un sorriso calmo, sereno riflesso della sua anima alfine quietata dopo tanti giorni in cui la tormenta aveva così fieramente imperversato. Egli dimandava perdono all'amico d'avere irrotto così violentemente in casa di lui. La sua angoscia di padre lo giustificava.

— A proposito, rispose Andrea, tra mezz'ora mi sarei levato per venirti a cercare alla stazione. Come mai sei arrivato iersera e come hai impiegato queste ore?

Lo scrittore narrò la sua precipitosa partenza da Saint-Moritz, il suo viaggio così doloroso, le sue irresolutezze e le sue timidezze della sera precedente, la pallida e febrile veglia di quella notte di tortura. Andrea gli stringeva intanto le mani e sul suo volto leale passavano tutte le impressioni che le parole di Farnese destavano nell'anima sua.

Finì di vestirsi. Poi chiese all'amico:

— Hai fatto colazione? No? Dividi allora la mia.

Passarono nella sala da pranzo, un'elegante saletta ai cui muri, fra le stoffe risaltavano alcune preziose terrecotte di Luca della Robbia. Il domestico versò la cioccolata, il thè, portò il pane arrostito, il burro, il miele, qualche sandwichs; poi li lasciò nuovamente soli. Farnese mangiò con appetito, dopo la dieta quasi intera del giorno precedente. Era seduto di rimpetto alla finestra, oltre la quale vedeva la coppa azzurra del cielo come tagliata in un immenso e limpido zaffiro. La serenità trasparente di quel mattino, la carezza bionda di quel sole pallido, che giungeva fin su la tavola facendo scintillare le argenterie, diffondeva una letizia salutare, un riposo riparatore nel suo misero cuore torturato. La notizia del grande miglioramento della sua piccina gli era giunta così impreveduta che ora tutto il mondo gli sembrava migliore; e sorrideva alla vita che ora gli sembrava buona e quasi aveva obliato tutto il male e tutta la tristezza che lo avevan dispoticamente dominato sino a un'ora prima.

— Tua moglie e Loredano, diceva Andrea di Vele, ignorano completamente la tua venuta a Roma. Ho creduto che fosse meglio non prevenirli. Beatrice non ti ha perdonato, nè ti perdonerebbe per molto tempo ancòra. Non v'è quindi da farsi illusioni. Oramai che sei giunto, bisogna prevenire Loredano, studiare insieme quale strattagemma sia da adottarsi per farvi trovare insieme, per farla venire, senza sembrare, al perdono e all'oblìo. La cosa non sarà facile. Ma le nostre comuni abilità di romanzieri potranno giovarci. Non sono i romanzi che rassomigliano alla vita: è la vita, invece, che il più delle volte, con le sue circostanze imprevedute, con le sue complicazioni inesplicabili ed i suoi strani epiloghi, rassomiglia tanto ai romanzi.....

Giuliano non l'ascoltava più. Senza confessarsela, una pallida speranza era timidamente fiorita nel suo cuore durante quei due ultimi giorni. Aveva pensato che forse Beatrice non era del tutto estranea a quel suo richiamo a Roma. Con la bambina inferma, così gravemente inferma che quasi l'ala fredda della morte le aveva sfiorato l'inconsapevole visino, ella si era sentita forse troppo sola, aveva lasciato intendere al fratello e agli amici che se suo marito fosse tornato, non lo avrebbe respinto.... Questo tacito sogno, carezzato dolcemente per qualche ora, svaniva alle parole di Andrea; tutto era ancòra da farsi ed altri giorni di pena — e quanto intensa! — si preparavan per lui.

La colazione era finita. Andrea si levò da tavola, guardò l'orologio.

— Sono le nove, di già.... Non ho un minuto da perdere, esclamò. Ho un grave affare fra mezza ora ed alle dieci e mezzo mi recherò a casa tua per vedere Loredano e parlargli. Prenderemo un convegno per ritrovarci con te.... Intanto per questi giorni tu devi abitare in qualche posto.... Sei sceso ad un albergo?

— No. Ho lasciato il mio bagaglio in deposito alla stazione.

— Ah, bene, bene. Dammi allora gli scontrini. Manderò subito Stefano a ritirarlo.

Suonò il campanello ripetutamente. Consegnò al domestico gli scontrini datigli da Farnese:

— Ritirate subito queste valigie e portatele qui... Poi, preparate la camera a fianco alla mia per il signor Farnese. Torneremo a colazione a mezzogiorno.

Prese il bastone, il cappello ed i guanti, discese in fretta con Giuliano:

— Noi ci ritroveremo qui alle dodici, proponeva all'amico. Avrò già tutto stabilito con Loredano.

— Potrai parlargli liberamente da solo a solo? obbiettò Farnese.

— Ne sono sicurissimo, rispose Andrea. Vado a casa tua verso le dieci e mezzo, perchè potremo esser soli. Tua moglie sta in casa da quasi venti giorni, è molto impallidita e dimagrata; ieri il medico le ordinò di uscire, di profittare di queste giornate serene per prendere un poco d'aria, visto che Anna Maria è migliorata e che può lasciarla senza timore per qualche ora. Iersera la persuasi ad uscire. Promise a me e a Loredano che sarebbe uscita stamane alle dieci per un'oretta.

Cominciò a parlare d'altre cose, d'altre persone. Farnese, che sembrava attento, seguiva invece tutt'altro ordine di pensieri. Sua moglie sarebbe uscita di casa alle dieci. Un'irresistibile brama di rivederla si impadronì di lui, ed egli affrettò col desiderio il momento in cui il suo amico l'avrebbe lasciato solo.

Erano giunti in piazza di Spagna. Andrea di Vele, arrestandosi su la soglia dell'hôtel de Londres, gli tese la mano per salutarlo:

— Mi raccomando, disse, di essere, almeno per oggi, prudente. È bene che tua moglie non sappia ancòra che tu sei a Roma e, per certe necessità di convenzioni sociali, è meglio che non lo sappia nessuno. È opportuno che tu ritorni a casa mia e che tu mi aspetti. A più tardi.

Gli serrò la mano fortemente un'altra volta ancora, e in quella stretta di mano era come un incitamento ad aver fiducia e coraggio, a non abbandonar la speranza, unica oasi felice nel deserto squallido dell'avvenire e del destino. Il desiderio di riveder sua moglie, almeno da lontano, padroneggiò Giuliano. Ma Andrea di Vele aveva ragione di consigliarlo di non esporsi ad essere veduto e riconosciuto. Guardò l'ora. Alle dieci mancavano quindici minuti. Una carrozza chiusa passava. Chi lo avrebbe visto in fondo a quella carrozza? Giuliano cedette all'irresistibile attrattiva. Fermò la carrozza, vi salì, ordinò al cocchiere di arrestarsi poco lungi dalla sua villetta, al Macao. Una smania puerile lo aveva preso di rivedere quella casa, quel giardino, di rivedere uscire da quella porta sua moglie, dopo tanto tempo, dopo tanta vita. Il trotto veloce del cavallo su per le difficili salite sembrava lento alla sua impazienza.

Quando la carrozza si arrestò, Farnese guardò la sua villetta. Il giardino di Beatrice era come addormentato, in una vita autunnale e melanconica. Un vento leggero scuoteva appena le foglie pallide dei pochi alberi, dai quali con un fruscìo sottile, a quando a quando, qualche foglia d'oro lentamente cadeva sul suolo dove già altre foglie cadute avevano composto un tappeto biondo, che mormorava mestamente, quando il vento lo agitava un poco. Sul cielo qualche rapida nuvola bianca e leggerissima volava. Tutti i fiori erano morti, le spalliere di rose su i muri erano appassite. Molte persiane nella villetta erano chiuse. Da una villa vicina giungevano, pallide e morenti, le note di un pianoforte suonato lentamente e tristemente, forse per accompagnare le fantasticherie autunnali di un convalescente. Nulla ricordava a Giuliano il giardino del giorno in cui il dramma era scoppiato. Allora tutte le spalliere di rose erano in fiore e dal verde giardino saliva nelle stanze uno spossante profumo di primavera. Quante volte quel profumo, legato ai ricordi di quel triste giorno, gli era tornato alla memoria dei sensi, non meno vibrante e tenace dell'altra!

I minuti gli sembravano eterni. Le dieci e un quarto erano segnate dalle sfere del suo orologio. Forse Beatrice non sarebbe uscita. Ma perchè? Allora Anna Maria aveva peggiorato di nuovo? La sua fantasia già galloppava lugubremente, quando la porta si aprì e una donna apparve, tutta vestita di nero, molto pallida: Beatrice. Ella s'avanzò pel giardino: le foglie d'oro stridettero, come gemessero, sotto i suoi piedi. Ella uscì nella via, s'allontanò avvolta da quel pallido sole d'autunno. Camminava con un passo stanco e si volse più volte a guardar le finestre della villa. Farnese non seppe resistere, gettò del denaro al cocchiere, discese e imprudentemente la seguì da lontano, tutto ripreso al suo fascino, alla grazia di quella stanca andatura, alla mestizia di quel pallore così grande!

Quanto durò quella lenta passeggiata di quei due esseri che soffrivano, di quei due dolori che si seguivano, senza raggiungersi per cullarsi e sopirsi l'un l'altro, senza che Beatrice avesse l'ispirazione di arrestarsi, senza che Giuliano avesse la energia di affrettare il passo, d'andarle vicino, di parlarle? Percorsero a lungo quelle soleggiate vie del Macao; un sentimento nuovo era nel cuore di Giuliano, quando si nascondeva dietro qualche muro o entrava in qualche portone per non farsi vedere dalla passeggiatrice, allorchè ella voltava la via o cambiava di marciapiede... Gli sembrava di essere un amante timido, un poeta che segue la creatura dei suoi sogni, nell'ombra, umilmente.

La poesia del suo cuore cantava tutta in quell'ora. Oh, con quale ansia egli attendeva e sospirava il giorno in cui avrebbe di nuovo potuto camminare al fianco dell'adorata, di quella cara creatura in cui si racchiudeva oramai ogni suo ideale ed ogni sua speranza! Tutta la bellezza di vivere era per lui personificata in quella pallida donna, alla quale egli sarebbe tornato come un amante, follemente, per sempre!

Ella comprava adesso dei crisantemi bianchi e rosei. Quelle stelle di petali splendevano al sole su la sua veste bruna, tra il braccio ed il seno. La sua passeggiata era finita ed ella tornava verso la villa, madre affettuosa e trepida per la sua creatura inferma. Quel po' di sole autunnale doveva averle fatto bene. Le sue pallide gote erano ormai un po' soffuse di roseo, come se qualche foglia di rosa fosse sotto la trasparenza della pelle bianca. L'incantesimo si rompeva per Giuliano. Ei rientrava nella solitudine grigia e nell'attesa dolorosa.

No, no egli non voleva rimanere solo, senza l'amata!

E, quando la vide entrare nella casa, si slanciò, senza pensare, cedendo all'istinto. Le foglie bionde gemettero anche sotto il suo passo, per un mesto saluto a colui che tornava, dopo che il torrente del destino lo aveva trascinato tra i gorghi infidi di tanto dolore. Quando egli era per giungere alla casa, Beatrice era scomparsa e la porta si richiuse pianamente. Giuliano si sentì straniero a quella dimora. Ritornò sui suoi passi. La sua fugace energia lo aveva abbandonato, innanzi a quell'umile circostanza fortuita d'una porta che si richiudeva sul suo volto, quand'ei stava per varcarla.

Una stella bianca splendeva su le foglie bionde dell'autunno. Era un crisantemo caduto dalle braccia di Beatrice. Qualcosa del profumo di lei doveva essere rimasto in quei petali, ch'ella aveva toccato, che si erano adagiati sul palpito lieve del suo seno. Giuliano raccolse il crisantemo, lo baciò con devozione, con religione, con fervore, con ardore d'amante. Poi, serrando nella mano la preziosa profumata vestigia del passaggio dell'amata, fuggì quasi di corsa, come un ladro, per tema che qualcuno avesse potuto vederlo e riconoscerlo dalle finestre della villetta tutta bianca al sole.

III.

Il giorno dopo, verso il tramonto, Giuliano Farnese, che invano fino a quell'ora aveva atteso in casa di Andrea di Vele notizie di Loredano o dell'amico suo, saliva al Pincio a piedi, desideroso di un po' d'aria e di un po' di luce libera. Era una giornata plumbea, melanconica. Gli alberi gialli di foglie secche stormivano lugubremente ad un sospiro di vento. Sembrava che si iniziasse da quel giorno il triste periodo del giallo autunno e dello inverno grigio, che solo qualche ora di sole, durante l'estate di San Martino, avrebbe interrotto, con un'oasi di azzurro, di tepore e di rifiorimento autunnale. Il grande giardino era quasi deserto. Qualche carrozza chiusa di prelato passava ad un trotto lento e cadenzato, monotonamente. Giuliano s'internò pei viali dietro la fontana di Mosè, dirigendosi verso la vasca dove i bianchi cigni nuotano per raccogliere le briciole di pane che i fanciulli loro amici sottraggono generosamente alla propria merenda, dopo che son sazii.

Qualche cosa di grave doveva avvenire. La sera innanzi egli aveva veduto Loredano, venuto ad incontrarlo in casa di Andrea di Vele. L'incontro era stato affettuoso e commosso. S'era convenuto fra i tre che nella mattinata susseguente Loredano avrebbe abilmente parlato a Beatrice e che del risultato di quel colloquio avrebbe prevenuto Giuliano nelle prime ore del pomeriggio. Nessuna notizia, invece, era giunta fino a quell'ora.

Giuliano disperava; la riuscita di quell'accordo gli sembrava sempre più impossibile. Se Loredano non aveva dato notizie, questo silenzio significava che nulla di lieto era stato ottenuto, che Beatrice s'era senz'altro ribellata all'idea del suo ritorno. In quell'ora egli vedeva tutto fosco. Si ripetette per consolarsi che il paesaggio è uno stato d'anima e spiegò il suo ottimismo sorridente del mattino avanti con quello sfarzo di sole e di azzurro ch'era nell'aria; giustificò il suo nero pessimismo del momento con quel cielo plumbeo, quello stridore di foglie secche, quella solitudine e quello squallore.

Si trovò innanzi alla fontana dell'orologio. Una folla di fanciulli si pigiava intorno alla ringhiera, gettando nell'acqua le briciole di pane. I cigni scivolavano tacitamente su le acque verdognole, vi tuffavano il lungo collo arcuato per afferrare il cibo che vi discendeva. Qua e là correva silenzioso il candido drappello, dove più lauta era la caduta di briciole. Qualche cigno, filosoficamente, invece di lanciarsi alla mensa comune, rimaneva a gustare quella lasciata deserta dai suoi compagni e che per lui era più che abbondante. Così, continuo era il calmo movimento dei cigni in quell'acqua lievemente ondulata dal loro fianco, quell'acqua che scivolava senza rumore lungo le loro morbide piume. Sotto il riflesso grigio del cielo, quella breve superficie di acque sembrava uno specchio che tremasse. A momenti un cigno mandava un lamento, lungo, implorante, desolato. E nulla era più lugubre di quel grido quasi di morte in quel mesto paesaggio, in cui all'agonia del giorno s'aggiungeva l'agonìa della stagione e delle cose.

Ad un tratto, volgendosi, Giuliano ebbe un'emozione violenta. Fra la folla di piccoli spettatori, egli aveva riconosciuto i capelli castani inanellati e gli occhi azzurri cupi del piccolo Luca. Il suo cuore paterno durante qualche secondo soffocò la voce della sua prudenza; ed ei rimase intento a guardare suo figlio che, sorridendo beato, staccava delle briciole da un pezzo di pane, le arrotondava coi polpastrelli delle dita e le gettava ai cigni che lo guardavano fissi, quasi sollecitando la sua generosità. Ma poi Giuliano temette di esser veduto dal piccino, si allontanò a passo rapido verso l'uscita del Pincio. Se Luca l'avesse veduto tutto era perduto, bisognava giungere alle circostanze estreme, all'ultimo tentativo. Egli temeva troppo che il destino affrettasse così l'opera degli uomini e, allontanandosi, sentiva il leggero brivido di chi paventa da un momento all'altro d'essere afferrato, e pure teme di volgersi, sicuro com'è di essere inseguito.

Il cuore gli mancò, quando si sentì afferrare le gambe e udì una vocina gridare:

— Papà, papà mio...

Si volse. Il piccolo Luca fu sollevato fra le braccia del padre, il quale vide una donna diretta correndo verso di loro.

— Papà, papà mio, quando sei tornato, quando? — dimandava il piccino. — Come sono contento, papà, papà mio bello....

Giuliano si stringeva il figlio fra le braccia, lo ricopriva di baci. Ah, egli non baciava solamente il piccolo Luca in quel momento! Sui suoi occhi, su le sue guancie, su la sua fronte egli baciava Anna Maria, egli baciava Beatrice, baciava l'amore, la bontà, la fedeltà, tutti i suoi cari insieme sul volto di un solo, baciava il suo passato, forse il suo avvenire.... La commozione vibrante inumidiva di lacrime le sue pupille e a stento rispondeva al piccino che lo interrogava:

— Sì, sì, creatura mia, son tornato poche ore fa.... Ho avuto subito da fare, sarei venuto a casa fra poco. Come sta la mamma? Come sta Anna Maria? E dimmi, come mi hai veduto, come mi hai veduto?

— Ti ho veduto, rispondeva il piccino, quando ti sei allontanato dai cigni. Oh, papà mio, come ho corso, come ho corso... Io ti chiamavo.... ma tu andavi sempre più lesto... E Miss che non ti aveva riconosciuto e gridava e mi rincorreva.... Povera Miss!

Miss Margaret, che era adesso con loro, sorrise. Giuliano pose a terra Luca, lo prese per mano, s'avviarono.

— Come sta la mamma, dimmi, dimmi.... E Anna Maria?

Luca rispondeva serio serio, tutto compreso della gravità della sua funzione di informatore che, gli si richiedeva dal suo papà in quel momento:

— La mamma sta bene.... Anna Maria invece sta un po' peggio di ieri... Ieri è stata tanto benino.... Oggi invece ho veduto venire il dottore tre volte.... A me non dicono niente.... La mamma mi ha voluto far uscire, perchè dice che in casa facevo troppo rumore e che Anna Maria doveva esser lasciata tranquilla.... Se vedessi, povera sorellina, com'è dimagrita!... È tanto triste, sai, papà, e non gioca nemmeno più con me e quando mi avvicino al suo letto coi giocattoli, mi sorride e mi fa cenno di no, con la mano....

— Che cosa dici, che cosa dici? mormorava il padre, angosciosamente. Poi, volgendosi a miss Margaret: — È vero che Anna Maria è così peggiorata?

— Sì, rispose l'istitutrice, sta un poco peggio di ieri; ma pare che non sia nulla di molto grave, il dottore ne risponde.

La flemma inglese di miss Margaret urtò Giuliano. L'intima angoscia si espandeva in gesti affettuosi per quel piccino che gli camminava a lato:

— E tu, e tu, mio piccolo uomo, come stai? Sei contento di riavere con te il tuo papà? Dimmi, ripetimelo, piccino mio!

E si chinava a baciarlo e gli passava, teneramente, la mano nei capelli.

Erano giunti all'uscita del Pincio. Giuliano dimandò arrestandosi:

— Dove andate?

Ma, quando gli fu risposto che tornavano a casa e quando Luca supplichevole gli ebbe dimandato di tornare con lui, Farnese non seppe più reggere. Come lasciare, del resto, il piccino? Come occultarsi più, ora che suo figlio, appena tornato a casa, avrebbe narrato l'incontro col padre? E come resistere all'ansia di rivedere Anna Maria, poichè sapeva le condizioni della sua salute aggravate? Il piccolo Luca intanto, ignaro infantilmente di quanto avveniva, narrava al padre i suoi nuovi giochi, descriveva i suoi balocchi, si faceva spiegare le cose che vedeva. Un uomo passò vicino a loro vendendo certi ritratti del re in uniforme, delle oleografie qualunque. Il piccino dimandò:

— Di', papà, è un generale?

— Sì, piccino mio, è un generale, è il re.

— Papà, diventerò re anche io?

— Oh, piccino mio, contentati di diventar generale!

Ecco, ecco che la vita d'un tempo lo riprendeva! Come aveva amato in altri tempi quelle ingenue domande, le osservazioni spontanee del suo figliuoletto, come s'era interessato allo sviluppo continuo di un'intelligenza e di una conscienza in quel bimbo alto un metro!

— Papà, mi conduci in carrozza? È tanto tempo che non ci vado..... Voglio che tutti mi vedano col mio papà....

Il piccino implorava dolcemente, teneramente. Giuliano aderì al suo desiderio, anche per giungere a casa sua cinque minuti più presto; e tale era l'ansia che lo signoreggiava che questo piccolo vantaggio di tempo gli sembrava grandissimo... E non fu pago, se non quando vide, allo svolto di una via, brillare fra gli alberi gialli le finestre illuminate della sua villetta.

Passarono di nuovo pel giardino, com'egli aveva fatto il giorno innanzi, seguendo Beatrice. Le foglie secche gemettero ancòra sotto i loro passi. Ad un soffio di vento, altre se ne staccarono dagli alberi, pianamente si librarono nell'aria, caddero innanzi a loro, o sopra loro. Titubante, commosso, sentendo di vivere un grande momento della sua vita che solo il destino, l'oscuro ed incomprensibile destino aveva preparato, Giuliano tirò il campanello; la porta si aprì.

Il piccolo Luca lo guidò su per le scale. Giuliano saliva lentamente: le sue gambe tremavano, il cuore gli balzava forte nel petto quasi volesse uscirne; era così agitato, così commosso che non avrebbe in quel momento potuto articolare una sillaba sola.

Nell'appartamento Luca lo lasciò, corse innanzi per le stanze, gridando:

— Mamma, mamma...

Giuliano lo vide entrar di corsa nella stanza di Anna Maria, udì la sua voce infantile esclamare:

— Mamma, mamma, guarda chi c'è, guarda..

Correndo, il bimbo tornò su i suoi passi, prese il padre per la mano, lo condusse seco. Giuliano non si sentiva più alcuna forza di resistenza. Era così innocente e nobile quello strumento di cui si serviva il destino che Giuliano si abbandonava, sicuro che non avrebbe mai potuto venirgliene del male! Guidato così dal piccino, varcò la soglia della stanza di Anna Maria. Si soffermò. Sua moglie, che attirata dal grido di Luca si faceva su la porta per vedere quale persona tanto inattesa fosse venuta, diede un passo indietro, si lasciò sfuggire un piccolo grido. Entrambi rimasero immobili qualche secondo. Anna Maria dal suo lettino esclamava, battendo le manine febbricitanti:

— Oh, il papà, il papà è tornato!..

La voce della piccola inferma li richiamò. Qual si fossero i loro reciproci sentimenti, innanzi ai piccini bisognava mentire. Questo pensiero dovette palpitare nel cervello di entrambi, poichè nel tempo stesso mossero un passo l'un verso l'altra. I loro volti si avvicinarono. Le labbra accennarono il rumore di un bacio, ma non baciarono. La commedia li riprendeva. Beatrice tacque, Giuliano non ebbe la forza di sostenere il suo sguardo che sembrava dimandargli come avesse osato di tornare. Egli guardò il piccolo Luca, accennò a lui con la mano per spiegare la sua presenza....

Sua moglie era innanzi a lui! Ecco dunque che il destino aveva procurato quanto gli uomini non avrebbero voluto fargli tentare. La sua salvezza era forse stata nel destino. Giuliano si sentiva in quel momento sotto l'influsso del mistero e ne risentiva un'impressione di timore e d'inquietudine.

Vide Anna Maria, che dal letto gli tendeva le piccole braccia dimagrite. Egli corse a quel dolce rifugio. Presso l'inferma si sarebbe sentito più forte e Beatrice avrebbe forse intuito tutte le sue angoscie.

— Mia piccola bimba, mia cara creatura, come stai, come stai?.... Dove senti dolore? mormorava trepidamente.

Sentì il bisogno di piangere. Ma non volle sembrar debole, trattenne quelle lacrime che la stoltezza dei luoghi comuni condanna come una debolezza da donnicciuole. Nascose il volto fra i cuscini, mentre con le braccia teneva stretto il corpo della sua Anna Maria. Il pianto saliva, saliva.... Lo avrebbe vinto, se egli non avesse pensato che le lacrime su quel capezzale d'inferma sarebbero sembrate un triste augurio. E poi, perchè piangere? Non ritornava egli alla vita di prima, a tutto ciò ch'egli amava? La sua volontà trionfò.

Sollevò il volto dai cuscini, guardò Beatrice che lo fissava, ancòra colpita dall'inattesa presenza di lui. E sorrise.

IV.

Le lampade furono abbassate nella stanza della piccola ammalata. Beatrice aggiustò le coperte sul corpicino febbrile, assestò i cuscini. Una lampada da notte fu accesa sopra un canterano. Quando la bimba chiese da bere, stancamente, con un fil di voce, Giuliano spremette in un bicchiere il succo di un arancio, vi mise lo zucchero e l'acqua e diede pazientemente all'inferma, a cucchiaini, la blanda bevanda. Loredano s'avvicinò al cognato:

— Va pure. La veglierò io. Il tuo letto e la tua stanza son pronti....

Ma Giuliano si oppose:

— No, no, ma ti par possibile ch'io possa dormire con la piccina così ammalata? Resterò qui io, la veglierò io: sono un buon infermiere, non aver timore.

Allora Leonardo s'avvicinò alla sorella. Ella doveva essere molto stanca, esausta di forze: andasse quindi sul letto, stesse tranquilla, prendesse un po' di ristoro nel breve riposo. Il fratello le prese le mani, la attirò a sè per condurla nella camera attigua. Ma Beatrice si svincolò, disse quasi rudemente:

— Non ho sonno. Resto.

Per un certo tempo i tre rimasero in silenzio. Beatrice e Giuliano su due poltrone, Leonardo a cavalcioni su una sedia, con le braccia conserte su la spalliera. Nessuno parlava, nemmeno sottovoce. Dopo un certo tempo Loredano, vedendo i due distesi e con gli occhi chiusi, imaginò che fossero stati vinti dalla stanchezza e dal bisogno del sonno. Allora si levò pianamente, con movimenti lunghi e prudenti per tema di far rumore; sollevando le portiere e girando leggermente la maniglia della porta, uscì dalla stanza.

Giuliano, quando furono soli, s'avvicinò ad Anna Maria per veder se dormisse. Si chinò, vide gli occhi della bimba, aperti, febricitanti, fissi nei suoi.

— Ti senti male? dimandò impaurito, a bassa voce.

La bimba accennò negativamente con la testa. Il padre le chiese ancóra:

— Vuoi dormire?

Senza rispondere, la bimba chiuse gli occhi, appoggiò la guancia al cuscino. Docile, ella cedeva al consiglio di dormire che aveva inteso nella trepida domanda paterna. Certamente la piccina doveva soffrire in silenzio. Ma perchè, perchè, si chiedeva angosciosamente il padre, perchè non v'è un linguaggio mediante il quale i piccini ed i grandi si possano intendere? Sotto la furia del dolore i fanciulli restano vinti senza poter spiegare quello che sentono, son come persone esuli che chiamino soccorso agli uomini senza poter dire come e dove lo possan loro arrecare. Ma il respiro di Anna Maria si fece meno agitato. Forse il sonno l'aveva presa. Giuliano ritornò su la sua poltrona, a pie' del letto.

Guardò intorno a sè tutte quelle cose e quelle apparenze tristi e dolorose, ma famigliari. La realtà quasi non gli sembrava possibile. Era egli lo stesso uomo che due sere innanzi, a quell'ora, correva in un'ansietà crudele i caffè e i ritrovi notturni di Roma in cerca d'un amico che potesse dargli notizie su la sua casa, su i suoi cari, su la sua piccola inferma? Oh, come la vita galoppava, galoppava per quella via sempre diversa, ma che guidava senza errore sempre più verso la morte! Quanto non avrebbe osato sperare nei suoi sogni più ottimisti si era realizzato. Il maggior passo era fatto, e la vita in seguito, a poco a poco, in maggiore o minor tempo, avrebbe ubbidito al destino, uniformandosi a questo, docilmente. Non una parola era stata pronunziata tra lui e Beatrice ed ella quasi aveva ostentato di non avvedersi nemmeno della sua presenza. Ma un piccolo fatto, che altro non era che un semplice atto di femminilità sempre vigile, lo aveva indotto a bene sperare. Quand'egli era uscito dalla stanza per breve tempo onde pranzare con Loredano e il piccolo Luca — (la sua cena frugale, un brodo e delle uova, Beatrice aveva voluto che le fosse servita nella stanza dall'inferma) — rientrando aveva veduto Beatrice un poco mutata. L'aveva fissata, osservandola: i capelli eran stati ravviati, la forma cambiata con una migliore, ed un merletto bianco era stato posto intorno al collo per diminuire e adornare la scollatura della camicetta. In quei brevi momenti, quantunque tutte le sue ansie e tutti i suoi pensieri fossero per l'inferma e quantunque avesse ostentato fino ad allora di non avvedersi della presenza di Giuliano, ella aveva voluto divenir più accurata e più bella, aveva avuto la innocente civetteria femminile di favorire un po' più la sua grazia. E Giuliano, osservando questi piccoli atti segreti, aveva sorriso e sperato. Più volte gli era venuta la tentazione di rivolger la parola a Beatrice. Ma al momento di articolare le sillabe qualche cosa gli serrava la gola, forse il timore di non aver risposta o di averne una che dovesse distruggere tutti i buoni e dolci sogni che da qualche ora carezzava e cullava nell'anima sua. E il silenzio era rimasto fra loro, intero.

Un altro silenzio, parimenti d'impotenza e di tristezza, regnò nella stanza dove solo viveva il respiro sibilante della bimba inferma. Era quel silenzio accasciato e profondo che provano coloro i quali amano la vita, quando si trovano messi dagli inganni e dagli agguati del destino in cospetto del male, della sofferenza e della morte. Giuliano si sentiva accasciato da tutta la tristezza di chi ama la vita dolce, buona, sana ed esuberante e sente invece intorno a sè la malattia, forse la fine imminente, certo il periglio. E una grande pietà lo prendeva, udendo quel respiro sibilante, una grande profonda pietà per quella creatura sua, cui egli aveva dato il dono magnifico della vita, quella creatura che ora soffriva ed alla quale, quantunque fosse anima della sua anima e carne della sua carne, ei si sentiva assolutamente incapace di portare alcun sollievo, alcun soccorso; la vita e la morte si contendevano furiosamente quel piccolo e dolce essere, ed egli, il padre, nulla poteva, e doveva tacitamente assistere a quella suprema e tremenda partita tra la vita e la morte, quella partita la cui tragica posta era costituita da quanto egli aveva di più caro e di più sacro nel mondo!

Quel sibilo del respiro lo atterriva. Le previsioni più truci lo assalivano. A volte, con un brivido, egli considerava la sua creatura come perduta.

Ma Beatrice? Ell'era sempre distesa su la poltrona, con la testa rovesciata su la spalliera e gli occhi chiusi. Non dormiva però, poichè ogni tanto socchiudeva le palpebre, volgeva lo sguardo lentamente ad un orologio presso il letto. Che cosa pensava ella, intanto? La sua piccola civetteria di poche ore prima aveva incuorato Giuliano. Ma perchè taceva ancòra? Attendeva forse che il marito le parlasse per primo? Conveniva gettarlesi ai ginocchi, dirle tutte le angoscie e tutto l'amore? Ma avrebbe ella creduto? E non si sarebbe offesa di quelle parole e di quei gesti in un momento così inopportuno, in quella stanza di ammalata? Giuliano non sapeva che cosa mai potesse fare. Dietro ogni atto possibile scorgeva facilmente il pericolo, il rischio. Tacere? Parlare? Non sapeva. E come avrebbe mai potuto uscire da questa dilaniante incertezza? Lo avrebbe il caso favorito, come lo aveva favorito fino ad allora?

Frattanto il loro rispettivo mutismo si prolungava. S'interruppe appena con un'esclamazione di allarme sfuggita dalle loro labbra, quando, per uno scoppio violento di tosse partito dal letto dell'inferma, insieme essi si precipitarono verso il capezzale di lei. Ma dopo il breve scoppio di tosse, la piccina aveva nuovamente chiuso gli occhi ed aveva ripreso sonno. I due, rimasti ansiosi ai lati del letto tornarono l'un dopo l'altra alle loro poltrone.

Passarono così qualche ora in un dormiveglia dello spirito e della conscienza, che non consentiva loro il nesso logico di un pensiero, lo sviluppo coerente di un'idea, la sensazione precisa e completa di un sentimento. Rimasero così, finchè un nuovo scoppio di tosse della piccina non li fece balzare in piedi, pallidissimi.

Lo scoppio di tosse da cui Anna Maria era stata presa sembrava violento ed irrefrenabile. Beatrice accorse, sollevò con un braccio l'inferma dai cuscini, picchiò con la mano nelle spalle, fortemente. Ma la tosse non cessava. La piccina diveniva sempre più rossa, i suoi poveri occhi stanchi le si iniettavano di sangue. Allora, nell'ansia folle, Beatrice disse disperatamente a Giuliano le prime parole dopo il suo ritorno:

— Dell'acqua, per carità, dàlle dell'acqua!

Giuliano ne versò qualche goccia in un bicchiere, avvicinò l'orlo di questo alle labbra della sua creatura. Ella potè beverne appena un sorso, poichè la tosse l'assalì di nuovo con moltiplicata veemenza. I genitori si guardarono un momento atterriti. Giuliano era stato vinto da un tremito convulso, mentre Beatrice, continuando a picchiare Anna Maria alle spalle, la chiamava disperatamente:

— Anna Maria, bimba mia, rispondimi, rispondimi!... Ti senti male?... Cosa posso farti?... Non mi riconosci? Sono la mammina tua, la mammina tua che ti adora.. Anna Maria... Anna Maria..

Giuliano si lanciò verso la porta per chiamar Loredano, per mandar qualcuno ad una farmacia notturna in cerca di un dottore. Era per varcare la soglia, quando un grido angoscioso di Beatrice lo richiamò:

— Giuliano, Giuliano, reggila, reggila....

Egli prese la bimba fra le braccia; durante quel veemente ed interminabile scoppio di tosse, egli sentiva la violenta scossa dei bronchi e dei polmoni colpiti. Beatrice aveva preso una bottiglia e un cucchiaio, dava un po' di calmante alla piccina, introducendo a stento il cucchiaio tra i denti spasmodicamente serrati. Ogni sforzo era vano. Dovette Giuliano aprire a forza le mascelle della piccola inferma. La madre s'affrettò a versarle nella bocca il calmante, che un nuovo scoppio di tosse, sopravvenendo, le fece rovesciar per intero. Il triste tentativo dovette essere replicato. Poi la bimba sembrò un poco calmata.

— Prendi il termometro, lì, sul tavolino, disse Beatrice al marito.

Misurarono la febbre della piccina, la cui fronte ardeva come un fuoco. Il termometro salì rapidamente ad una temperatura altissima.

— Bere! mormorò la bimba.

— Che cosa si può darle? interrogò Giuliano, ignorando le prescrizioni del dottore.

— Va, corri di là..... preparale un'infusione calda di tiglio. Troverai tutto. Oppure chiama miss Margaret, chiama Giovanni.....

Giuliano, in quattro salti, si trovò in cucina. Non volle destar nessuno, tentò di far da sè, ma si trovò imbarazzatissimo. Stentò a trovare il tiglio, lo zucchero, l'acqua che fosse a bollore. Quando la bevanda fu pronta, tornò, reggendo a stento la tazza con le mani che gli tremavano convulsamente.

Trovò Anna Maria ripresa dalla furia della tosse. Beatrice la sorreggeva, bianca di terrore.

— Ma il medico che cosa ha detto? dimandò Giuliano. Ha preveduto questa nuova crisi?

— Sì, rispose Beatrice, ha detto che avrebbe potuto sopravvenire, ma che gli sembrava improbabile. Comunque sarebbe stata l'ultima, pericolosissima: o la vita o la morte..... Oh Dio, oh Dio! Madonna mia, non la fate soffrire così, non mi straziate il cuore..... Non ne posso più!.....

Cadde in ginocchio, appoggiò le mani al letto e tra le palme nascose il suo volto e le sue lacrime.

— Coraggio, coraggio, Beatrice, incitò Giuliano, la nostra piccina è forte, supererà anche questa crisi definitiva.

La bimba era ricaduta su i cuscini, quasi rantolava, con gli occhi chiusi. Beatrice si rialzò, gridò:

— Giuliano, Giuliano, è l'agonia, è l'agonia... oh Dio!

Rimase tremante, coi lineamenti contratti, a fissar quella sua creatura che moriva. Giuliano ostentava spasimando una certa tranquillità per non atterrire doppiamente la moglie.

Il rantolo, dopo qualche minuto, s'affievolì, poi tacque. Il respiro della piccina divenne quieto, non era neppur più sibilante. Dormiva placidamente. Quasi d'improvviso un grande sudore rese madido il suo corpicino. Il rosso acceso del volto divenne un rosa appena esagerato. Anche quell'ultima crisi era stata così superata felicemente.

Allora, il grande sforzo di energia nervosa da cui Beatrice era stata sorretta durante quell'ultima angosciosa giornata, in cui cento emozioni vive e inattese s'erano incontrate nel suo povero e debole cuore, si esaurì ed ella cadde, vinta, esausta, affranta, su una poltrona, prorompendo in un pianto disperato. Giuliano accorse a lei. E poichè le poche parole scambiate fra loro, durante quella mezz'ora d'intima agonia, gli avevan dato coraggio ed energia, si lasciò cadere ai suoi piedi, le tolse le mani dal volto umido di lacrime, le strinse amorosamente fra le sue. Ella lasciò fare. Spossata da quelle emozioni, si sentiva debole come un fanciullo: aveva anzi bisogno di qualcuno che le parlasse dolcemente, di qualcuno che sapesse blandire la sua pena, dare una forza novella ed ardita ai suoi nervi depressi. Intanto, fu ella la prima a parlare:

— Tu l'ami ancòra, è vero?

— No, rispose Giuliano fermamente.

— E da quando non l'ami più? chiese Beatrice con un fil di voce.

— Da quando.... Oh, abbi pietà di me, abbi pietà di me.... Ho tanto sofferto..... impetrò Giuliano.

Rivide in un baleno quelli ultimi mesi di tortura, d'angoscia suprema.

— Ed io dunque! esclamò Beatrice tra i singulti. Credi tu che io non abbia sofferto, crudelmente sofferto, durante la tua assenza? — Poi, ripresa dal suo pensiero, aggiunse: — Ma tu l'hai amata, tu l'hai tenuta fra le tue braccia, tu le hai detto di amarla.... Confessalo, dimmelo dunque che tu l'hai amata!....

Giuliano rispose vibratamente, rinnegò il passato.

— No, no, ho creduto di amarla, è stato un sogno, è stata una follìa. Non mi so rendere conto di quel che è avvenuto dentro me stesso, poichè appena ebbi peccato, ripresi ad amarti con tutta l'anima, non appena ti ebbi perduta presi a rimpiangerti e ad invocarti con tutto il mio desiderio, con tutta la mia passione. Oh, non appena ti ebbi perduta, compresi e vidi quel che di grande e di profondo e di adorato, tu eri per me!

— Ma tu sei rimasto con lei! proruppe Beatrice.

— Fui pazzo. Perdonami! Io t'ho amata tanto. Ti amo tanto....

Vi fu una pausa. Poi Giuliano disse, avendo nella voce l'accento di una desolazione rassegnata:

— Ma che vale? Oramai tu non mi crederai più!

— Sì, sì, ti crederò, mormorò Beatrice, ho tanto bisogno di credere, di avere in te una nuova fiducia, di non pensare più che tu, con quelle labbra, con quegli occhi, con quelle parole, possa mentirmi! Ne ho sofferto troppo. Voglio credere, credere, credere.... Voglio illudermi, anche se domani dovrò, ancóra più crudelmente, essere disingannata....

Allora Giuliano parlò. Le disse quanto aveva sofferto, le narrò la sua vita, i suoi dolori, le sue speranze, i suoi disinganni. Trovò accenti dai quali scaturiva un'emozione prepotente. Fu lirico, fu sincero, fu profondamente commosso; amò e fu riamato in quel breve tempo come mai aveva amato o era stato riamato per il passato, come mai avrebbe amato o sarebbe stato riamato per il futuro. Beatrice l'ascoltava intenta, avendo le sue mani tra le mani di lui che le stringeva fino a farle male, fissandolo con gli occhi lucidi di lacrime. Ogni tanto ella diceva, senza sorridere, quasi lamentandosi:

— Povero Giuliano! Povero Giuliano!....

E poi aggiungeva, facendo sentire nella sua voce l'infinito del dolore sofferto:

— Anche io ho tanto, tanto sofferto!

E quando ebbe finito il racconto delle sue sofferenze, Giuliano disse:

— Ed ora sono accorso a te, chiedendoti di prendermi con indulgenza sul tuo caro seno. Ecco, io ti ho tutto confessato. Che cosa devo fare? Mi respingi o m'accogli?

— No, no, io non ti respingo. Anche io pensavo che potevamo unire e sopire a vicenda i nostri dolori!

Giuliano divenne supremamente pallido.

— Oh, mio Dio, se tu sapessi quale gioja le tue parole mi dànno, dopo di esser passato per tanto dolore!

Un singhiozzo troncò le sue parole.

— Tu mi ami dunque ancòra un poco? dimandò poi sommesso, quasi vergognoso di impetrare una generosità così grande dal povero cuore di lei.

— Io ti amo ancòra con tutta l'anima, susurrò Beatrice e gli strinse le mani, palpitando.

Giuliano si morse a sangue le labbra per trattenere la sua profonda emozione, fece uno sforzo inaudito per contenersi, per frenare il pianto di dolore e di gioja.

Una grande pace invadeva adesso le loro anime tornate concordi. Beatrice, nella solitudine lacerante del suo dolore di madre, s'era gettata all'amore pentito di Giuliano come ad un'àncora di salvezza nel naufragio della sua vita. Giuliano, dal canto suo, non credeva, non voleva credere alla realtà degli avvenimenti. Gli sembrava un dolce sogno beato, che sarebbe poi stato spezzato da un brusco risveglio. Però sentiva nelle parole di lei l'indulgenza, non il perdono.

— Ma non potrai perdonarmi mai? egli le chiese.

Ella lo guardò, sorrise. Poi, posandogli le mani su la testa, gli mormorò con un accento profondo:

— Io ti perdono!

Ed insinuò le dita sottili tra i capelli di lui in una carezza tenera e blanda. Con la sua voce dolente e velata, volle poi aggiungere:

— Sì, io ti perdono. Tu solo devi far sì ch'io non mi penta mai di queste mie parole....

Per tutta risposta, Giuliano le prese le mani, le portò alla sua bocca, le baciò con baci innumerevoli, ardentemente.

Si levarono. Si fecero alla finestra ed aprirono le imposte, poichè la lampada da notte, forse scarsa di olio, si affievoliva. Guardarono insieme il giardino oscuro dove qualche chiaro fiore d'autunno splendeva. Qualche lampione, alcune finestre illuminate rilucevano sul fondo oscuro delle vie e delle case. Un'eco lontana di carri che passavano su dei selciati sonori giunse loro, oltre i cristalli, nel silenzio della città addormentata. Ascoltavano in silenzio, pensavano e sentivano senza più parole. La bellezza di vivere era per loro in quel momento profonda: la bimba salva, i loro cuori riuniti e dimentichi. Che cosa potevan dimandare di meglio alla vita e al destino per cancellare dai loro cuori le orme di tanto dolore? Anche il fiotto delle lacrime, lacrime calde e buone, aveva purificato e nobilitato i loro dolori, come il contatto rovente di un fuoco spirituale.

La bimba si destò, li riconobbe, li chiamò intorno al suo letto. Essi furon di corsa ai due lati del suo capezzale:

— Papà mio, mamma mia, susurrava la bimba dolcemente.

— Come ti senti? Come ti senti? dimandò Giuliano.

— Tanto benino, papà, tanto benino. Mi farete alzare presto, non è vero, mamma?

— Si, rispose la madre, tanto presto, mia cara creatura.

Giuliano toccò la fronte, i polsi, origliò sul petto il suono del respiro. Si rialzò raggiante:

— È un miglioramento grandissimo! esclamò.

E aggiunse, fissando Beatrice:

— Non potremmo avere un'augurio migliore!

La bimba guardò i genitori, sorrise loro, volle girare i suoi braccini dimagriti intorno ai loro colli, li attirò a sè, li baciò uno dopo l'altra. Poi, graziosamente, avvicinò i loro volti, volle che si baciassero. Le labbra di Giuliano e di Beatrice si unirono fervidamente, appassionatamente, per la prima volta dopo tanto tempo, sotto la dolce e cara violenza di quella loro innocente creatura.

E quel bacio, auspicato dal sorriso della bimba risanata, fu l'auspicio delle loro nuove nozze d'amore, del loro ritorno a quanto avevan pensato come perduto per sempre.

A oriente un lucore indeciso diradava le tenebre. Era l'alba, un'alba grigia, fredda, che dava quasi un brivido. Ma dietro quel grigio velario e dopo quelle pallide ore, sarebbe apparso fra breve il trionfo del sole.

V.

Per quanto forte e sana, la fibra di Beatrice non seppe resistere all'assalto prolungato di tante emozioni, di tanti dolori e, in ultimo, di quelle gioje insperate, la guarigione della sua piccina ed il ritorno del marito a lei ed al suo amore. Una forte febbre la costrinse a mettersi in letto; ed i medici riscontrarono in lei i prodromi di una malattia nervosa che, se combattuta in tempo, poteva essere facilmente scongiurata.

Ella si mise a letto lo stesso giorno in cui, all'alba, era avvenuta la riconciliazione col marito. Qualche brivido di febbre la prese; fu addebitato alla stanchezza ed al sonno perduto; Leonardo e Giuliano la costrinsero a mettersi a letto e a riposare. Il dottore venne per la bambina che trovò entrata in piena convalescenza; vide anche Beatrice e per quella sera non riscontrò in lei nulla di anormale. Giuliano e Leonardo pranzarono soli col piccolo Luca. E quando il bimbo fu a letto, quando seppero che Beatrice ed Anna Maria erano addormentate calmamente, essi gustarono una deliziosa serata d'intimità famigliare accanto al primo fuoco d'autunno, acceso nel caminetto della sala da pranzo. Giuliano si sentiva felice: ogni cosa, ogni oggetto, ogni abitudine gli ricordava col proprio linguaggio misterioso la beata realtà del sogno, di quel sogno tanto a lungo carezzato, il sogno di tornare a tutta la sua cara vita d'un tempo.

Nulla era mutato. Due sole persone care mancavano; ma una, Anna Maria, sarebbe tornata a folleggiare per la casa tra qualche giorno; e l'altra, Beatrice, sarebbe stata tra loro l'indomani, calma, sorridente, generosa largitrice di nuova forza e di gioja novella!

Se non che la lieta previsione andò delusa. L'indomani Beatrice non si levò. La febbre infuriava. Ella rimase in letto una settimana intera e non volle avere che un infermiere, non volle avere che un assistente ed un medico: Giuliano. Quella breve malattia fu la loro seconda luna di miele, dolce e un poco triste, e i loro nuovi baci furono scambiati fra l'odore dei farmaci ed il profumo gracile dei molti crisantemi che riempivano i vasi di cristallo.

Giuliano passava tutte le sue giornate nella stanza dell'inferma. Aveva preso dalla sua biblioteca (quanta polvere su quei libri e com'egli era stato felice di riaverli e di sfogliarli di nuovo!) alcuni volumi di versi; e, a volta a volta l'avvolgeva nella capziosa suggestione di Baudelaire, nella fastosa sonorità di Leconte de Lisle, la cullava con la malìa appassionata di Musset o con la dolente e languida canzone di Verlaine; le paludava innanzi il simbolo evocatore di Mallarmè o l'attirava alle armonie suggestive e profonde di d'Annunzio e di Pascoli. Le voci di quei veri poeti eran divenute famigliari a Beatrice; e come quella di Giuliano sapeva farsi dolce e profonda per dire i bei versi di Musset nella canzone di Barberina:

«Beau chevalier qui partez pour la guerre, Qu'allez vous faire Si loin d'ici? Voyez-vous pas que la nuit est profonde, Et que le monde N'est que souci?»

Una sera (oltre le cortine della finestra il cielo sfumava delicatissimo tra le nebbie rosee e azzurrine), mentre Giuliano le rileggeva quei versi, Beatrice, che non era mai ritornata nemmeno fugacemente sul loro triste passato, disse al marito:

— Anche tu sei stato come quel bel cavaliere che andava alla guerra. Ed io, come Barberina, potrei dimandarti che cosa tu sia andato a fare così lungi da qui. Anche io potrei dimandarti se non vedevi che la notte è profonda e che tutto nel mondo altro non è che tristezza e dolore.....

— Tu hai detto di avermi perdonato, disse Giuliano. Perdono significa oblìo. Perchè dunque ritorni sul mio triste passato?

— No, io non ritorno sul tuo triste passato, replicò Beatrice. Come seppi perdonare, così so anche dimenticare. Vorrei solo che tu sapessi quanto ho sofferto anche io. Ah, quei primi giorni in cui i nostri bambini mi domandavano sempre di te, volevan sapere dove tu fossi, quando saresti tornato! Come mi sembrava deserta questa casa! Certe sere, verso quest'ora, prima che i domestici accendessero i lumi, giravo per la casa come in sogno, cercandoti. E quale doloroso ed angoscioso risveglio era il mio, quando uno dei nostri figli mi domandava di te ed io dovevo mentire e ricordarmi la tua colpa, la tua lontananza, tutto il nostro avvenire spezzato.... Quante volte ti ho pensato felice, dimentico, perduto per sempre!... Ma tu sei tornato. Tutto è finito e tutto è ricominciato. È stato un brutto sogno, dal quale ci siamo entrambi ridestati cercando ansiosamente le nostre labbra. La vita è ancòra buona per noi, è ancóra bella.

Verso quell'ora, Luca tornava dal passeggio e s'incontrava con la piccola Anna Maria convalescente intorno al letto della mamma. Era allora un gaio scoppiettio di adorabili sciocchezze, di fanciullaggini commoventi e soavi. Ogni volta che usciva, il piccolo Luca non dimenticava mai di portare alla mamma o alla sorella qualche ghiottoneria o qualche gingillo comperati dietro suggerimento del papà e col denaro ch'egli gli aveva dato a questo scopo. E Beatrice e Anna Maria aprivano curiosamente i pacchetti, i cartocci. Ed era allora una gara di sorrisi, di esclamazioni giojose, mentre la lampada pioveva su quella soave scena famigliare blandi e rosei riflessi.

— Quale grande felicità tu mi dài, diceva talvolta Giuliano intenerito alla moglie.

— Oh, ma tu hai avuto altre felicità, ella rispondeva con una punta d'ironia, troppo affettuosa per saper ferire.

E Giuliano protestava con un sorriso buono:

— Oh no, no, quella non è felicità.... La felicità è vivere insieme la vita, aver dei bambini belli e buoni come i nostri, una casa che si ama, un nido prediletto, un focolare domestico che splenda come un faro per illuminare il porto cui si ritorna dopo una giornata di lotta e di lavoro... Vedi, la felicità è questo: è tutta nostra la vita di adesso....

E la sua voce si faceva grave e vi passava dentro come un tremito pel timore che quella felicità dovesse, un giorno o l'altro, andare distrutta.

Giuliano era profondamente felice. Solamente qualche volta, quando Beatrice evocava qualche ora del tempo passato, egli, commosso dalla pena discreta della cara donna, preso dal rimorso per il grande dolore di cui egli era stato causa e origine, intenerito dalla generosità dell'adorata, abbassava la testa e non trovava nulla da dire. Rimaneva in un silenzio pieno d'amarezza e di dolcezza nel tempo stesso, un silenzio di cui Beatrice sapeva apprezzare la profonda e raccolta emozione. Ed egli le diceva talvolta:

— Io non sono degno di te. Io mi sento immeritevole della tua bontà, tu mi fai troppo felice...

E così la vita fluiva, blandamente. E la convalescenza si avvicinava anche per Beatrice, tra le parole eloquenti dei poeti prediletti e le trepide premure dell'amato. Ella volle che Giuliano tornasse a far dei versi per lei. Egli li improvvisò presso il suo letto. E furono i più belli ch'egli avesse mai scritto!

VI.

La tavola era imbandita con molta copia di fiori sparsi su la tovaglia e nei vasi. Quella sera Beatrice e Anna Maria, completamente ristabilite, lasciavano il loro pasto misurato di convalescenti, tornavano per la prima volta a pranzare con tutta la famiglia. A quell'intimo pranzo che per lui segnava il completo ritorno alla vita d'un tempo, Giuliano aveva voluto che assistesse, oltre Loredano, anche Andrea di Vele che tanto interessamento aveva preso per lui, per Beatrice, per tutti loro in quella triste e lacerante crisi della loro vita comune.

Mentre la conversazione s'intrecciava con brillanti scintillii di paradossi, di aforismi e di ironie fra Loredano e Andrea di Vele, Farnese assaporava tutta la delizia raccolta di quell'ora che non era come le altre fugace, poichè era qualche cosa più di un semplice episodio, era la rappresentazione della sua felicità riconquistata, del suo nuovo destino. La sua anima oramai non oscillava più fra le inquietudini avverse della speranza e del dubbio. Un dolce convincimento che la vita fosse buona e bella governava i suoi pensieri ed i suoi sentimenti e tutto gli sembrava animato come da una primavera novella, come da un gioioso rifiorimento di tutti i migliori suoi sogni.

Più volte in quelli ultimi giorni, il ricordo di un'immortale terzina, gli era venuto al pensiero. Anch'egli nel mezzo del cammino della vita s'era inoltrato per una selva oscura, paurosa, senza uscita; anch'egli, trascinato da un miraggio dorato aveva smarrita la diritta via. Ma poi, perchè la vita era buona, perchè egli aveva troppo sofferto per non aver diritto al ritorno di un po' di sole e di un po' di gioia, e perchè infine molto deve esser perdonato a coloro che hanno molto amato, per un prodigio la fitta selva oscura s'era diradata e s'era illuminata di sole; facilmente, guidato da una mano ignota ma fraterna, egli aveva trovato l'uscita e s'era di nuovo incamminato per la diritta via della sua vita, dove il sole splendeva in fiumi d'oro, dove le rose fiorivano sotto la primaverile serenità degli eccelsi.

— Oh il bene cancella tutto il male! esclamò Loredano a proposito di un piccolo scandalo mondano che in quei giorni faceva il giro dei salotti romani, assumendo sempre nuovi aspetti e proporzioni sempre maggiori.

Giuliano non afferrò che quella frase isolata, e gli parve che Leonardo avesse indovinato il suo pensiero, avesse definito e precisato in quelle poche parole quanto la sua anima sentiva confusamente. Sì, il bene cancellava per lui tutto il male! Quella felicità dell'ora presente sapeva allontanare ogni ricordo delle angoscie passate. Egli aveva fatto il male e ne aveva scontato il fio. Ma poi tutto era tornato soave e sereno. Ed era giusto: poichè il bene cancella tutto il male, egli non avrebbe dovuto soffrire per sempre i tristi ed amari frutti del male che aveva seminato, inconsapevolmente, negli stessi giardini della sua vita, quasi le illusioni lo avessero bendato con rose intrecciate, quasi il miraggio lontano avesse fatto scomparire ai suoi occhi tutto l'orizzonte prossimo ed estremo in una fitta nebbia d'oro.

Col cuore in festa e con l'animo sereno, egli si gettò nella conversazione, quando un nuovo argomento proposto da una frase di Andrea di Vele lo attrasse e lo afferrò. Era già intento a far scintillare le sfaccettature dei suoi paradossi geniali, quando il viso glabro del domestico si chinò quasi a rasentare il suo. L'uomo gli mormorò qualche parola all'orecchio.

— Non avete detto che non ricevo? dimandò Farnese un po' annoiato per essere stato interrotto.

— La signora non ha voluto andarsene. Ha detto che avrebbe atteso, ma che doveva vederlo d'urgenza.

— Non vi ha dato il suo nome? chiese Beatrice.

Il domestico negò. Loredano insistette:

— È bella? è giovane?

— Mi sembra, rispose il domestico. Ma è coperta da un velo nero molto fitto.

— E dove l'avete lasciata? dimandò Giuliano.

— Nel primo salotto. Mi è parsa molto agitata. La signora non voleva che l'annunziassi finchè non avessero finito di pranzare. Ma io ho creduto più opportuno di prevenirli subito.

— Avete fatto bene, disse Beatrice, poi aggiunse rivolta al marito: — È meglio che tu la veda e te ne liberi sùbito.

Il domestico uscì. Giuliano, alzandosi con un gesto di fastidio, si avviò:

— Gl'importuni vengono a tutte le ore, mormorò.

— Specialmente a quelle in cui quella loro qualità può meglio emergere, aggiunse Andrea di Vele.

Non appena Giuliano ebbe varcato la soglia della sala da pranzo, anche Beatrice si levò e disse ai due uomini con un sorriso delizioso:

— Perdonatemi, ma voglio vedere anch'io chi è questa donna. Mi compatirete, ma dopo quel che è avvenuto ho paura di tutto e faccio un poco la spia.

Quasi di corsa uscì, si diresse nel salotto precedente il gabinetto da lavoro del marito. Loredano e Andrea di Vele, le gridarono:

— Sarà un'attrice a spasso!

— O una signora decaduta!

— Non correte..... Non v'è da allarmarsi.....

E sorrisero e risero di quelle apprensioni di donna innamorata e gelosa.

Intanto Giuliano era giunto nel suo gabinetto. S'era inchinato entrando, senza guardare la visitatrice inopportuna. Ma, rialzando lo sguardo, l'aveva riconosciuta e d'un balzo s'era slanciato verso di lei, l'aveva afferrata per un polso, mormorando con voce strozzata dall'emozione:

— Claudina! tu?

— Io proprio, ella rispose fissandolo, disciogliendo il suo polso dalla stretta. Non sono forse nel mio diritto?

Trascinato nel vortice della sua nuova tempestosa crisi di cuore e di conscienza, Giuliano aveva completamente dimenticato, durante quei quindici giorni, ogni suo dovere verso Claudina. Dopo il biglietto lasciatole a Saint-Moritz al bureau dell'albergo, egli non le aveva fatto più pervenire alcuna notizia.

— Sì, non sono forse nel mio diritto? ella riprese dopo una pausa in cui non si sentì che l'affanno dei loro due respiri. Tu mi hai abbandonata come si abbandona un oggetto di niun valore e del quale non si ha più bisogno. In una angoscia suprema ho atteso per giornate intiere il tuo ritorno, un tuo telegramma, una tua lettera, una tua notizia qualsiasi. Io non vengo qui per dirti quanto abbia sofferto, come abbia scontato con lacrime roventi le gioie che un tempo godetti con te. Sono venuta per udire dalla tua voce quel che tu decidi e quel che tu hai fatto.....

Le labbra di Claudina tremavano. Ell'era pallida e disfatta ed il suo volto appariva come invecchiato, sotto il fitto velo rialzato su la fronte come una benda di lutto. I suoi occhi luccicavano di lacrime e le guancie ne eran solcate. Giuliano si sentì preso da una profonda pietà per quella creatura ch'egli aveva amato e dalla quale era stato tanto amato, per quella povera creatura umana su cui il dolore per il suo abbandono doveva essersi scatenato con una furia feroce. Egli fissava gli occhi di lei incerti, febbrili, dove a volte guizzava un bagliore, che sembrava di follìa.

— Voglio sapere da te, da te solo, ripetè Claudina con la sua voce fremente, quel che tu decidi e quel che tu hai fatto... Rispondimi francamente... Non è una scena da romanzo d'appendice ch'io vengo a farti.... Voglio solamente una confessione leale e una decisione precisa....

Un lieve movimento della portiera di velluto fece volgere Giuliano al momento che stava per pronunziare una risposta di pietose menzogne e di difficili inganni. La portiera si mosse un'altra volta, il rilievo di un corpo umano vi si accennò. Evidentemente, indovinò Giuliano, apprensiva e gelosa Beatrice lo aveva seguito, spiava ed origliava dietro la portiera. Egli temette di ferire con le sue parole l'amata, temette di correre il rischio di perdere anche per un'ora ciò che aveva riconquistato con l'intensità del suo dolore e la profondità sincera del suo pentimento. Disperatamente, dimenticando quel che Claudina era stata per lui, egli parlò: parlò non per la donna cui le sue parole s'indirizzavano e che ad ognuna impallidiva sempre più e vacillava reggendosi ai mobili; ma parlò per colei che ascoltava dietro la portiera, per colei che doveva trarre da quelle sue parole l'ultima prova di sincerità e di pentimento, per colei che doveva considerarle come un sigillo di sangue posto sul passato doloroso e colpevole.

— Io ho fatto, egli disse, ciò che il mio dovere mi imponeva. Se sono stato pazzo e colpevole, ora son saggio e pentito. La follìa di un minuto, di un'ora, non poteva, non doveva avere per conseguenza la rovina della mia famiglia, il dolore di tutti i miei. La grave malattia della mia bambina mi ha richiamato al mio dovere di padre e di marito. Io ho trovato un'anima generosa e nobile che ha saputo perdonare ed indulgere perchè sapeva il mio pentimento sincero ed i miei nuovi propositi fermi e virili, un'anima eletta che ha saputo perdonarmi senza un richiamo, senza un rimprovero per tutto il male ch'io avevo osato contro di lei. Ecco quel che io ho fatto, ecco quello ch'io dovevo fare!

Claudina aveva chiuso gli occhi. Aveva l'apparenza macabra d'un cadavere che si reggesse ad un mobile per un'ultima energia dei nervi. Sempre in quell'attitudine d'infinito dolore, ella parlò:

— Ti ricordi quello ch'io ti dissi, un giorno, in questa medesima stanza? Per te il mio amore è stato un gioco, un capriccio, un triste episodio della tua vita ritornata adesso felice. Per me invece è stato tutto: la vita ed il sogno.... Ed io ho tutto perduto! Io non ti faccio un solo rimprovero, ti amo troppo ancóra per desiderarti del male. Saprò scomparire dalla tua vita e dal tuo destino, per sempre. Mi sembra che tutto sia tenebra nell'avvenire... Oh che gelo e che orrore!

Ebbe un brivido, quasi vedesse la tenebra fosca che evocava, quasi ne sentisse il gelido abbraccio. Attese forse una parola di Giuliano? A un tratto ella si mosse, si avviò verso la porta. Farnese la seguì dolente e commosso, ma tranquillo per l'esito che l'incontro temuto aveva raggiunto. Quando Claudina stava varcando la soglia, Giuliano vide luccicare nella mano di lei un piccolo oggetto di argento e, slanciandosi, fece appena in tempo a prendere fra le braccia la sua povera amante che si rovesciava indietro, senza un grido.

VII.

Tre giorni dopo, a Firenze, Giuliano Farnese seguiva il convoglio funebre di Claudina Rosiers, tra una folla di uomini celebri e di mondani, di giornalisti e di attori. Egli aveva al suo fianco Loredano e camminava a breve distanza dal carro ch'era interamente coperto di corone di fiori. Giuliano ricordava i nuovi affanni di quei giorni, dopo il fulmineo suicidio di Claudina sotto i suoi occhi. Il padre di lei aveva voluto ch'ella fosse sepolta a Firenze, ubbidendo così ad un desiderio espresso da Claudina durante la sua breve agonìa, il desiderio di riposare presso sua madre sotto la terra ch'ella amava, sotto quel chiaro trasparente cielo toscano prediletto al suo cuore. Farnese e Loredano s'erano incaricati di accompagnare la salma a Firenze. Entrambi rivedevano le tristi tappe di quel lugubre viaggio in compagnia della morta. Giunti la sera innanzi, la salma era stata deposta alla stazione di Porta alla Croce. Ed ora il funerale aveva luogo in quell'ineffabilmente dolce pomeriggio fiorentino. Essi si ripromettevano di ripartire la sera stessa per Roma, dove Beatrice, profondamente e nuovamente colpita dall'inattesa catastrofe, aveva estremo bisogno delle loro cure e dei loro affetti.

Il corteo procedeva. Quantunque si fossero tenute rigorosamente celate le circostanze in cui era avvenuto e le cause che l'avevan provocato, il suicidio di Claudina era oramai cosa da tutti risaputa. Ognuno quindi componeva a piacer suo lo svolgimento del dramma, ognuno faceva liberamente galoppar la fantasia per veder d'indovinare a quale impulso avesse obbedito e a quale disperazione avesse ceduto la giovane donna, decidendosi a quel passo estremo, gettando via in un minuto tutta la primavera della sua giovinezza, disdegnando le promesse della vita, le lusinghe dell'avvenire. Qualcuno aveva mormorato che un amore ardentissimo per Giuliano Farnese non era estraneo all'epilogo tragico di quella giovinezza d'artista cominciata fra i rosei albori della bellezza e del trionfo. E Giuliano comparendo, non ostante i consigli degli amici, a quel funerale aveva inteso intorno a sè il palpito ed il susurro di una curiosità irriverente che spiava i suoi atti, il suo volto, le sue rare parole. Aveva avuto orrore di quell'apparenza ch'egli doveva avere d'eroe romantico, d'uomo fatale per cui una donna s'uccide a vent'anni. Gli sembrava che tutti fossero sul punto di gridargli la sua responsabilità e additargli il rimorso che avrebbe dovuto avvelenare tutta la sua vita. Il ribrezzo, la vergogna lo soffocarono. E, quando udì tra le parole di coloro che lo circondavano susurrare il suo nome, afferrò il braccio di Loredano, lo supplicò perchè si allontanassero, perchè ponessero fine a quel supplizio del suo cuore e della sua conscienza atrocemente spietato. Ma suo cognato non cedette, lo trattenne, lo rincuorò! Abbandonare il corteo in quel momento e in quel modo, sarebbe stato peggio di una confessione; ed egli facendolo avrebbe ubbidito a un egoismo riprovevole, avrebbe ceduto ad un rispetto umano del quale non era nemmeno generoso verso la povera morta sentire in quel momento il richiamo.

Giuliano si calmò, diede ascolto al cognato. Con occhi attoniti si guardava intorno tra quella folla di scrittori, di giornalisti, di mondani e di artisti, molti dei quali avevan conosciuto Claudina solo per un quarto d'ora e per semplici incontri professionali. I più eran venuti dietro quel convoglio per farsi vedere, per essere notati, perchè il funerale di una grande attrice come Claudina Rosiers era una cerimonia di mondanità cui non era lecito mancare, come non lo era il non presentarsi poco più tardi alle Cascine e più tardi ancóra da Giacosa in via Tornabuoni, come non lo era il non occupare la sera una poltrona della Pergola e, dopo mezzanotte, un tavolino di Melini o di Capitani. Quanti erano, pensava Giuliano, coloro che veramente soffrivano e piangevano lacrime ardenti per la tragica fine di Claudina Rosiers? Oh ben pochi, ben pochi! E nulla era più triste di quella menzogna umana, di quella commedia delle convenzioni sociali che non s'arrestava nemmeno in presenza d'una tomba e d'una morta. Giuliano sentì un braccio appoggiarsi sul suo. Si volse di scatto, riconobbe Lorenzo Ronda, un collega celebre, un autore drammatico avvezzo ai trionfi:

— Abbiamo una grande attrice di meno, caro Farnese, gli diceva Lorenzo Ronda. E veramente noi autori non ci troviamo in tale abbondanza di interpreti degne per non doverla rimpiangere. Non vi pare?

— Sì, è vero, era una grande attrice, rispose Giuliano ferito dall'accento quasi scherzoso del suo interlocutore.

— Sapete nulla su la causa del suo suicidio? dimandò Lorenzo Ronda curiosamente. Mi dicono che voi siate stato un suo amico molto intimo e in tal caso sarete in grado di saperne più di noi. La voce che ha avuto più credito, è questa: pare che Claudina fosse l'amante di un uomo del popolo, un bel giovane, un ercole, che la batteva a suo piacere e che viveva coi denari di lei. La disgraziata era molto innamorata di cotesto bel mobile e dicono che sia giunta ai peggiori avvilimenti per procurargli del denaro.....

— Ma è un'infamia! proruppe Giuliano pallidissimo.

— È giunto il giorno, proseguì Lorenzo Ronda, in cui il denaro non è più bastato. I debiti sono incominciati, finchè Claudina non ha trovato più nemmeno l'ombra del credito. Allora il suo amante, vedendo che da lei non v'era più nulla da sperare, l'ha lasciata per una ballerina di quarant'anni. Conclusione: nella disperazione dell'abbandono e della rovina finanziaria, Claudina si è uccisa. È una morte veramente ingloriosa ed è un dramma molto volgare!

— Oh che infamia! oh che infamia! esclamò Farnese con un accento di supremo disgusto. E voi, Ronda, che l'avete conosciuta, che le avete voluto bene, avete potuto creder questo di lei, avvilirla così bassamente, raccogliendo le immondizie che la viltà umana gettava su la sua bara!.... Oh quale tristezza e quale orribile mondo è il nostro....

Lo scrittore rallentò il passo, perdette di vista Ronda ch'era entrato in un altro gruppo, sorridendo. Egli provava una nausea atroce. Lo spettacolo di bassezza umana, che quel funerale offriva, sorpassava ogni sua più truce imaginazione. Ecco, ecco che Claudina, la stella di ieri, l'adorata di ieri, era morta gettando la vita per un bel sogno distrutto, per un nobile ed altissimo amore purtroppo irraggiungibile; ecco ch'ella chiudeva, con un epilogo ch'era una solenne tragedia, una vita vissuta nel più puro dominio dell'ideale e del sogno; ecco che ella si gettava nelle ombre dell'al di là, uscendo al gelo della vita e del dolore dopo il radioso e sublime incantesimo di un miraggio di gloria e d'amore; e la sua tomba non era ancóra chiusa ed il suo corpo era quasi ancóra caldo che già la malvagità umana s'esercitava a violare il segreto della sua fine e il mistero della sua anima e le attribuiva una bassa esistenza da donna che si avvilisce per il bacio di un ercole, una fine banale da donna ricoperta di debiti e abbandonata dall'amante che preferisce alle sue le carezze di una ballerina di quarant'anni!

Altre viltà umane giunsero all'orecchio di Farnese e partivano da un gruppo di giovani scrittori e di poeti che ora camminavano dietro di lui:

— Era l'amante di un senatore... diceva uno.

— E prima lo era stato di un cardinale.... Quirinale e Vaticano!

— Ma pretendete forse, obbiettava un terzo, di ritrovare tutta la genealogia dei suoi amanti? Saremo al cimitero che non avrete ancóra finito!

Farnese si volse con un gesto d'ira che seppe reprimere a stento. Come fare? Poteva egli prendere le parti dell'estinta e difenderla dagli insulti, dal fango che la strada gettava contro di lei, su i fiori della sua tomba? Con quale dritto e sotto quale veste? Intanto egli aveva riconosciuto colui che aveva parlato per ultimo: era un poeta, un poeta delicato e profondo, un giovane di grande ingegno di cui Farnese aveva favorito ed appoggiato le prime armi vittoriose. Lo chiamò presso di sè con un gesto; il giovane accorse:

— Che cosa desiderate, maestro? domandò.

— Lasciate andare questo «maestro»; non ne è il caso, nè il momento, rispose Farnese: poi aggiunse dopo una pausa: — Come parlate, Turreni! E siete voi, voi un poeta, un uomo che nei suoi versi afferma i sentimenti più elevati e più nobili, siete voi che parlate in quel modo di Claudina Rosiers, dimenticando che ne seguite il feretro! Che ne sapete voi dei suoi amanti? Li conoscete? Ne avete le prove? Ah, vi è stato detto: e voi avete prestato fede alle viltà degli altri! E intanto il suicidio di una donna a vent'anni, nel più bel vigore della giovinezza, nel più radioso splendore della bellezza, il suicidio di una donna per cui la gloria e forse l'amore riserbavano i baci più inebrianti e gli allori più verdi, non vi dice nulla, non vi commuove profondamente, non vi fa pensare che nella sua morte vi sia un grande mistero, ch'ella sia stata abbattuta da un grande dolore, ch'ella sia stata uccisa per un crudele risveglio da un sogno sublime? E voi siete un poeta! E stamane avrete scritto dei bei versi e stasera ne farete degli altri per una donna che voi amate e che vi ama! Voi non potete credere, Turreni, quanto dolore mi abbia fatto l'udirvi parlare così. Ho avuto bisogno di dirvelo. E ascoltatemi, mio caro poeta, voi che siete giovane: siate buono, siate generoso, siate poeta nella vita anche e non solo quando siete seduto alla vostra scrivania. Credetemi: al mondo non vi è che l'onestà, nella vita non vi è che la bontà, che possan rendervi felice.... Ed ora tornate coi vostri amici, non vi trattengo più. Ho voluto dirvi tutto questo perchè vi voglio bene, quantunque conosca troppo i giovani per non credere che voi, anche se le mie parole vi hanno commosso, ma per posare a uomo forte, a scettico, a blasé, appena tornato fra i vostri amici vi affretterete a dire: «Miei cari, decisamente Giuliano Farnese si è rimbecillito!»

Prima che il poeta potesse protestare a quella conclusione inattesa, Farnese si era allontanato per raggiungere Loredano che era ricomparso qualche passo avanti. Il corteo aveva oramai percorso buona parte del viale dei Colli ed era già a San Miniato. Una carrozza chiusa stazionava lì presso. Giuliano prese per un braccio Leonardo, si diresse con lui verso la carrozza:

— Proseguo in carrozza. Vieni con me.

Salirono, la vettura si mosse a fianco del corteo.

— Credimi, diceva Giuliano, non reggevo più. Tu non puoi imaginare quante sieno le infamie che ho inteso lanciare contro la povera Claudina. E dire ch'ella non aveva fatto mai male ad alcuno! È proprio la cattiveria, la perversità degli uomini che non risparmia nessuno, non rispetta più nemmeno le tombe, non teme nemmeno il mistero della morte: e gli uomini non pensano che presto o tardi in quel mistero dovranno profondare anche loro e dimenticano che allora altri uomini faranno contro di essi, ciò che essi osano presentemente.

Tacquero, ognuno assorto nei proprii dolorosi pensieri.

— Dove siamo? domandò Leonardo chinandosi allo sportello.

— Al piazzale Michelangelo... Guarda, guarda che meraviglia! esclamò Farnese accennando il panorama divino, d'una bellezza quasi fantastica.

Per un ingombro di carrozze il corteo si soffermò. I due discesero di carrozza, s'avvicinarono al limite del superbo piazzale.

In basso s'apriva la conca verde bellissima, dove Firenze risplendeva come avvolta d'un fitto pulviscolo d'oro. Tutt'intorno era la corona primaverile delle colline digradanti come un anfiteatro meraviglioso. Qua le colline di Settignano, più in là la Castellina di Montughi, e poi l'asilo principesco di Careggi. Al centro l'oasi dorata di Firenze, traversata dalla striscia d'oro del fiume, che splendeva in una gloria di riflessi sotto il sole vivo. E tutt'intorno, nella verdissima conca e su per le colline d'una morbidezza di verde e d'una delicatezza di penombre e di sfumature che si sarebbero potute creder drappeggiate di velluto, fino in fondo all'orizzonte ed agli Appennini, era la Toscana, la Toscana sublime, il giardino dove la natura profuse follemente i suoi tesori eterni, la Toscana incantata tra i monti cesellati e le pianure in cui il sole ha indorato fin le più umili pietre, e in cui fin della polvere ha fatto un pulviscolo d'oro; la Toscana coi suoi paesaggi semplici ed ingenui, così limpidi, così precisi, così coloriti che sembran vignette, dove fin nei più umili villaggi s'eleva verso il cielo la forza e l'ardire delle torri che sembran ceselli e dei campanili che sembran ricami, tra le schiere malinconiche di cipressi disposti in bell'ordine come denti di un pettine prestigioso; la Toscana, infine, dalla grazia profumata e tenera la beata parte di mondo dove il cielo è trasparente come un cristallo, l'aria dolce e blanda come una carezza, la beata terra che il cielo adora, quel cielo che sotto la carezza bionda del sole palpita leggermente in un fremito voluttuoso, come un bel seno di donna sotto la tepida carezza di un bacio.

I due furono scossi dalla loro estasi per i rumori del corteo che si rimetteva in moto verso il cimitero delle Porte Sante. Quale tristezza era l'accompagnare alla sua ultima dimora in quel dì sereno una donna di vent'anni morta per lui, perchè ella non poteva non amarlo, mentre egli non poteva amarla. Troppo tardi ell'era giunta nella sua vita. E il tragico grido di Dante Gabriele Rossetti risuonava nell'anima sua: «Guardami in volto: io mi chiamo «Ciò che avrebbe potuto essere». — E mi chiamo anche: Mai più! Troppo tardi! Addio!»

Dallo sportello della vettura Farnese riconobbe un uomo che seguiva il corteo in distanza, solitario, pallidissimo. Senza pensarci due volte lo scrittore saltò giù dalla carrozza, raggiunse quell'uomo che altri non era che Lorenzo Gray, l'attore scomparso dopo commessa l'infamia ch'era causa ignorata di tutto quel fosco dramma, l'uomo che aveva ardentemente amato Claudina, sino alla pazzia, sino alla infamia. Quando Farnese stava per raggiungerlo, Gray si volse, vide e riconobbe lo scrittore. Senza parlarsi, fissandosi con gli occhi che si riempivan di lacrime, i due uomini si strinsero la mano convulsamente, a lungo.

— Ella avrebbe potuto amarvi e voi l'amavate! mormorò Giuliano più tardi.

— Ella vi ha amato e voi non avete potuto amarla, rispose Lorenzo Gray.

Il bieco fantasma del destino mancato apparve ad entrambi.

— Quale epilogo! mormorò Lorenzo Gray. Io non potrò vivere ormai che con la sua religione nel cuore. Il suo ricordo e il suo amore mi seguiranno nella tomba. Io l'ho troppo amata ed ho troppo sofferto per lei; e son pel cuore due stimmate che non si cancellano più!

— Ed io! esclamò lo scrittore. Quando si è, come io sono, la causa di un dramma così terribile, si è condannati ad averne per tutta la vita il fosco rimorso nel cuore. Il fantasma di lei quale la vidi l'ultima volta, quale la vidi cadere fra le mie braccia, non mi lascerà mai, io lo sento....

Giuliano avrebbe voluto aprirsi, confessarsi con Lorenzo Gray. Sentiva bene che tra tanta menzogna che seguiva la salma di Claudina i loro dolori erano i soli, o almeno i soli sinceri, profondi e insanabili. Sarebbe stato buono blandirli a vicenda, parlare di lei, di lei scomparsa, rievocarne lo spirito rivivendone i ricordi. Ma egli sentiva in Lorenzo Gray una certa ritenutezza, una certa freddezza di parola e d'accento; e gli occhi di lui non s'eran più incontrati coi suoi dopo il primo momento, dopo il primo saluto e la prima comunione di dolore. Spiegava il contegno di Gray pensando che questi lo faceva responsabile del dramma, che lo odiava forse per avergli strappata, incontrandosi su la sua strada, quella che poteva essere la felicità della sua vita. Egli non poteva certamente indovinare che nulla di tutto questo era nel cuore dell'attore, ma solo un grande rimorso pensando al male ch'egli aveva fatto a Farnese, ricordando ch'egli era stato con la sua ira e la sua gelosia la causa iniziale del dramma di cui ora finiva l'epilogo!

Non di meno nessuno dei due si distaccava dall'altro. Anche tacendo i loro dolori si sposavano, si sorreggevano; ed i due cuori battevano all'unisono per un'angoscia comune ad entrambi.

Si separarono solamente quando, dopo che la cassa fu calata nella fossa, le prime palate di terra caddero sul legno mortuario. Sentirono allora di non potersi nè guardare nè parlare senza piangere; e poichè avevano il pudore di rivelare il loro lutto e la loro angoscia innanzi alla folla, si allontanarono l'uno dall'altro senza una parola, senza un saluto, benchè sentissero che la morta nel mistero dell'al di là li aveva indissolubilmente uniti coi vincoli sacri di un'amicizia di dolore.

VIII.

Ritornavano dal cimitero delle Porte Sante, mentre il tramonto s'approssimava, distendendo nel cielo veli più accesi tra un pulviscolo d'oro più vivo e più denso. Farnese s'appoggiava al braccio di Loredano e nessuno dei due aveva fino a quel momento saputo rompere il silenzio. Infine Loredano disse serrando il braccio del cognato:

— Vuoi che camminiamo ancóra? Il tramonto è bello, l'aria è dolce, Firenze è soave. E noi abbiamo bisogno di aria libera e di un po' di bellezza dopo le emozioni di questi giorni e di oggi.

Farnese non rispose. Loredano lo fissò, spiando nei suoi occhi l'intime tristezze, poichè vedeva disegnarsi sul volto di lui le orme d'un tumulto sentimentale dei più violenti.

— Tu sei triste, disse allora Leonardo. La morte di Claudina è stato per te un grande colpo, lo comprendo; ma tu non devi preoccuparti così, non puoi ritenerti responsabile di quanto è avvenuto. La forza delle cose ha voluto che avvenisse quanto nè la tua onestà nè la tua bontà avrebbero potuto scongiurare. Col destino non si lotta, lo si subisce. Non lo si spezza, ma si può essere spezzati. È una lotta inuguale, pari a quella che avresti con un nemico che ti assale nell'ombra e di cui tu non puoi scorgere nè l'atto, nè l'arma. Non ti puoi attribuire quindi una colpa che non hai.

— Una colpa che non ho! esclamò Farnese. Oh fossero giuste e fossero vere queste tue parole. Ma non è così, non è così.... Da quella sera in cui Claudina è caduta moribonda tra le mie braccia tutto mi appare sotto una nuova luce e sotto un nuovo aspetto. E mi domando: perchè Claudina si è uccisa? Ella si è uccisa perchè mi amava, perchè le ho fatto credere in un momento di follìa che avrei saputo amarla per sempre d'un amore profondo e veemente... Il capriccio solo mi dettava le parole dell'amore, di quell'amore che per me era altrove, tanto presso a me che io non lo vedevo e non lo indovinavo perchè m'era troppo vicino...

— Ella ti ha amato, rispose Loredano e tu l'hai amata per quanto hai potuto. Fosti più leale abbandonandola e confessandole di non amarla più; la tua colpa sarebbe stata maggiore se tu le avessi mentito, se tu avessi recitato per lei l'ignobile commedia del sentimento.

— Oh ma vi sono delle responsabilità che non son nostre, esclamò Giuliano Farnese con impeto d'emozione, ma che divengono nostre poichè il destino ce le impone.... Quando io penso che se non l'avessi mai incontrata ella a quest'ora vivrebbe, sarebbe felice, i suoi parenti non sarebbero in lacrime... Ell'era una donna d'amore, nata per l'amore; e forse avrebbe appartenuto ad un uomo che avrebbe saputo e potuto amarla facendola beata, a Lorenzo Gray per esempio... E sarebbe una moglie soave, una madre felice per i figli ch'ella avrebbe avuto da un amore giusto e nobile, da confessarsi senza ritegno innanzi al mondo intero! Mentre invece ella mi ha incontrato, ella mi ha amato ed ora non è che un cadavere, chiuso nello zinco della sua cassa, oggi ancóra bella nel suo sonno eterno e domani putredine... Oh se io avessi saputo e se avessi potuto prevedere, come avrei avuto il coraggio e la forza di respingerla, di deluderla, di allontanarla da me....... Ma che sapevo io? Era un'attrice bella e giovine e l'inganno del palcoscenico, della vita di teatro, m'impediva d'intendere ch'ella non era come le altre! Come avvengono questi incontri fatali? Chi sa? Chi ci spinge? Chi ci guida? È la forza delle cose, come tu dicevi poc'anzi....... Dapprima la possibilità del dramma non appare e l'epilogo sembra tanto lontano tra tante nebbie rosee, e tutto è così dolce, così bello... Ma poichè ella mi amava ed io ero fuggito con lei, avessi almeno avuto l'energia di finger d'amarla, di non tornare a Beatrice, di rinunziar per sempre alla mia felicità pur che non fosse spezzata la sua vita...... Sì, sì, tutto, tutto sarebbe stato meglio di ciò che è avvenuto.. Ella è morta, orribilmente... Sì, sì, tutto sarebbe stato meglio... Ah se io non l'avessi mai incontrata! Ella sarebbe viva adesso, sorriderebbe forse ai baci di una sua creatura, sotto lo sguardo di un uomo amante ed amato.... Invece il crepuscolo scende su i due cipressi che ombreggian la sua tomba, lassù, al cimitero delle Porte Sante... Ell'è morta, è morta, e tutta la mia angoscia e tutto il mio rimorso non posson più nulla per lei e forse anche ella li ignora!...

Lo scrittore procedeva così, parlando a scatti, ripetendo le stesse frasi, gli stessi lamenti e gli stessi rimpianti; aveva gli occhi fissi a terra, la voce dolorosa, il passo greve e s'appoggiava pesantemente al braccio di Loredano.

Questi sorrise, scrollò il capo dicendo:

— Sono nubi passeggere, orizzonti foschi che dilegueranno ben presto, quando tu sarai tornato a Roma tra tua moglie e i tuoi figli, che ti mostreranno quale sia la vera tua vita e come tu non abbia alcuna responsabilità nel dramma cui sei stato partecipe. Tu hai detto più volte che, sopra tutto e contro tutto, ognuno deve vivere la propria vita. Ebbene, quella è la tua vita e tu devi viverla, intera, senza ambascie, senza rimorsi... E poi, tu lavorerai, e nel ritorno al lavoro tu troverai il miglior conforto, poichè — e son tue parole anche queste — nel dolore il miglior farmaco è la disciplina del lavoro e dell'arte...

— Ah, ma chi sa, proruppe Farnese con un accento di strazio, chi sa se io potrò più lavorare? L'arte è stata per me il sogno sovrano e imperioso. Ebbene, questo sogno io l'ho raggiunto, io l'ho coronato. Quale fu l'ideale che mi spinse a prendere in mano una penna? Fu un ideale molto semplice, molto orgoglioso e che m'appariva allora molto bello... Creare, creare, sognare e comunicare ad altri i miei sogni, pensare e disciplinare gli altri ai miei pensieri; aver centinaia e migliaia di persone che vi leggono, che vi ammirano, che vi ascoltano, che corrono ai vostri libri come ad una fonte di gioia e di bellezza, e si commuovono per ciò che la vostra fantasia e la vostra ispirazione han creato, e aprono le loro anime, le loro intelligenze e le loro conscienze al polline fecondo che si sprigiona dalle vostre opere e che il vento della gloria, dell'entusiasmo e della bellezza porta fino a loro!

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