PARTE PRIMA (continued 2)
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— Sapete, Claudina, che sono quasi due giorni che non ci vediamo? Dall'altra sera, quando vi riaccompagnai a casa dal teatro..... — Poi aggiunse, spiando negli occhi l'anima dell'attrice: — Voi non vi siete addolorata molto per questa assenza!
— Questa è una vostra opinione personale, nè voi siete in grado di proclamarla giusta. Io, del resto, ho avuto il lavoro per distrarmi. Malgrado i pretesti dei vostri reumatismi, la commedia doveva esser provata. Gray, che per la sua gelosia per voi non farebbe oramai un gesto per salvarvi da una morte sicura, non si è incaricato di nulla: ha continuato a recitare la sua parte di Otello, fra le quinte. Ho dovuto essere io direttore, autore, attrice e pubblico. Ma la messa in scena ha fatto un grande progresso mercè le fatiche della piccola Claudina, e domani potrete giudicare.
— Siete una santa! disse lo scrittore prendendole le mani e la guardò appassionatamente, ma non senza una leggera ironia. Rimasero entrambi con le mani serrate, a guardarsi negli occhi. Farnese si era fatto più dappresso all'amica, il suo volto cominciava a inchinarsi verso le fresche labbra di lei, quando l'attrice, sciogliendo le sue mani dalla stretta amorosa e seduttrice, s'alzò, fuggì al centro della stanza, dicendo:
— Mio caro autore, noi dobbiamo provare..... «S'io ben mi appongo» come dicevano gli eroi di quelle tragedie che studiavo al Conservatorio, voi dovete aver corretto due scene della vostra commedia ed io dovrei provarle, qui, con voi. Sono ai vostri ordini. Ho due ore di tempo, sono uscita adesso dal teatro e sino alle sei non vado a pranzo. Cominciamo? Voi mi darete la replica.
— Ecco qui, disse lo scrittore che si era avvicinato anche lui alla tavola ed investiva sempre la giovinetta d'uno sguardo cupido, veramente non ho potuto completare che una sola di quelle due scene. Non ero in vena, oggi......
— Già, quei benedetti reumatismi! interruppe ridendo Claudina.
— Perdonatemi e intanto, continuò lo scrittore, proviamo almeno questa......
Provarono, lungamente. Claudina viveva solo d'arte in quel momento. Aveva estratto dalla sua tasca il fascicolo manoscritto della parte e, ripetendola, vi apportava le modificazioni redatte dallo scrittore. Cominciava il crepuscolo, quando Farnese gettò sul tavolo il manoscritto ed esclamò:
— Ecco finito! Ritorniamo alla realtà.
Claudina sedette nuovamente sul divano, Farnese sedette su uno sgabello ai piedi di lei. Egli la fissava sempre negli occhi. Acceso dal desiderio, ebro di quel corpo vergine, egli spiava i bagliori di quelle pupille per scorgervene uno solo e repentino che fosse simile a quello che ardeva nelle sue, un bagliore di desiderio. Voleva cogliere subito quell'attimo fuggente, quel momento fatale in cui la donna, sempre ribelle all'ultima seduzione, sarebbe venuta a lui, al suo desiderio, al suo amore, mite e docile come una vittima, come una schiava. Ma, finora, nelle pupille di Claudina s'adunava solamente una grande tristezza, la tristezza, pensava Giuliano, per il fiore ch'ella si sentiva in procinto di perdere. Intanto il desiderio, l'amore di quella verginità urgevano quell'uomo che, con parole rotte, tremanti, vaghe, cercava d'esprimere a Claudina il suo sentimento preciso. Erano cadute le bende che gli nascondevano la vista di quel portento primaverile. Lo scrupolo aveva oramai lasciato il posto ad una placida teoria di fatalità. Egli si ripeteva ch'era inutile contrapporre al desiderio di Claudina, la visione pura di Beatrice, poichè quell'abbraccio spirituale e materiale che quella verginità e quel desiderio preparavano inconsapevolmente, doveva avvenire; e frapporre al suo compimento imagini dolorose, fantasmi di rimorso, pensieri e scrupoli saggi, non significava arrestare la corrente che doveva trascinarlo, ma era piuttosto un aumentarla, come un torrente che abbia incontrato un masso enorme che ne interrompa la corsa, valicatolo, precipita di nuovo con centuplicata veemenza.
— Claudina, Claudina, egli diceva, io vi voglio bene. Sento per voi una tenerezza senza confine, una tenerezza che mi fa serrare il cuore, quando io vedo passare nei vostri occhi un'ombra di tristezza. So anche che voi mi amate, so anche che voi sentite per me ciò che non avete sentito per altri. Io sento che la vostra anima sta per ischiudersi al bacio di un'altra anima..... Il vostro atto semplice e sincero sarebbe di chinarvi verso di me, senza riluttanza e senza incertezza, per accogliere l'amore che sale dall'anima mia verso di voi. Ma voi siete buona quanto siete bella, Claudina: per questa vostra bontà l'imagine di una triste donna che soffrirebbe del nostro amore vi traversa il pensiero, arresta e sacrifica la vostra passione... Voi mi perdonate se chiamo passione ciò che sentite per me?... Non vi parrò pretensioso e sciocco, n'è vero? Io vedo che voi mi cercate, mi prediligete: vi so troppo buona e troppo onesta per credere ad una civetteria o ad un amoretto passeggero. Voi mi amate. Io vi amo. Si realizza così il vostro sogno di essere amata da un artista e di amarlo. Ecco giunto per voi quel quarto d'ora di felicità, cui tutti presto o tardi hanno diritto, come mi dicevate qualche giorno fa a teatro. Vi ricordate? Mi diceste che il vostro sogno era quello d'essere amata da un artista, per completarlo, essere cosa sua come lui sarebbe cosa vostra. Ed aggiungeste: «Questo ancòra non è. Sarà? Non sarà? quien sabe?» Ed ecco: questo è, questo sogno s'avvera perchè io vi amo, perchè io vi amo appassionatamente, perchè ho bisogno di voi come dell'aria, perchè la vostra lontananza mi è insopportabile, è per me come una morte nella vita. Voi mi amerete, Claudina, voi mi amerete sempre, io vi amerò sempre, io vi amerò per tutta la vita.... Per sempre! Lo sapete, lo sapete che v'amo e che vi amerò tanto? Tu lo sai, tu lo senti, Claudina?
Egli s'inebriava con le sue stesse parole e carezzava convulsamente la donna, innanzi alla quale era in ginocchio; continuò a lungo a celebrare quell'offertorio d'amore; poi il suo desiderio intuonò le sue litanie di passione. Claudina si lasciava invadere da un molle senso di abbandono, alcune frasi dell'uomo che invocava facevan trasalire il suo cuore o palpitare i suoi nervi, come minacce o come turbini. La sua verginità vacillava. Ella era, a poco a poco, conquisa dalle visioni di voluttà che l'uomo suscitava nella sua fantasia febbricitante. Le carezze di lui diffondevano nell'animo femminile quella dolcezza fatta di stanchezza e di desiderio, che sollecitava la resa gloriosa al richiamo di quella gagliarda fanfara d'amore ventenne. Egli sapeva toccare nel suo offertorio amoroso le fibre più intime dell'amata e nel naufragio del pensiero, della coscienza, della riflessione di lei, solo la giovinezza e la passione restavano, mentre la fanfara della voluttà lanciava più violenti i suoi squilli nel tumultuante sangue della vergine. L'ebrietà folle, minuto per minuto, aumentava. La riflessione cadeva, soffocata dalla rivelazione di un nuovo mondo inaccesso. Ed il sortilegio si compiva pel prodigio dei vent'anni ignari, vertiginosamente. La bocca già fioriva i suoi baci.
Ma il pensiero di Beatrice, la visione di quella triste donna, — visione che già l'aveva fatta piangere due sere prima, in carrozza — attraversando il suo combattuto pensiero, faceva resistere Claudina. D'altra parte la sua passione a volte la lasciava ragionare ed ella si diceva che l'amore di quell'uomo non poteva essere duraturo. Ad un tratto, Claudina liberò le sue mani da quelle di Giuliano, scoppiò in un pianto dirotto, dopo aver portato le dita, come una tutela, innanzi le sue pupille. E questa ultima resistenza, quest'ultimo grido disperato della ragione contro la vertigine, sollecitò la sua caduta, il trionfo dell'amore. Giuliano si era lanciato su lei e con le labbra le suggeva le lacrime sul ciglio con baci febbrili. La sinfonia dei baci discese alle guancie, alle labbra rosse, divenne solenne, violenta, rabbiosa, fu inno trionfale. La verginità si ribellava per l'ultima volta, sotto quei baci all'ultima rinunzia, all'ineffabile consenso, fino a quando, Giuliano parlandole ancòra d'amore, ella smarrì ogni senso che non fosse quello dei baci su le labbra, s'avvinghiò ancòra lacrimante a Giuliano, l'attirò a sè, oramai vinta e perduta.
Poco tempo dopo, i due amanti si destarono dal letargo in cui erano caduti: Claudina corse ad una grande specchiera per riordinare i capelli e si trovò faccia a faccia con un ritratto di Beatrice, ch'ella già conosceva per averla vista qualche volta a teatro e per averla un giorno incontrata in quel gabinetto da lavoro dello scrittore. Ella rimase a lungo a contemplarla, immobile, con un'espressione di spasimo sul dolce volto. Le cinque suonarono al piccolo quadrante incastrato nel petto di un fauno di bronzo:
— È tardi; bisogna che io vada, disse Claudina. Guardò ancòra il ritratto, poi lo depose sul marmo e mormorò sconsolatamente: — Giuliano, Giuliano, che abbiamo mai fatto!
— Io ti amo, io ti amo, mormorò Giuliano, con una voce convulsa che Claudina non gli conosceva.
Egli era rimasto seduto sul divano, affranto da una tristezza senza confine. La forza di sollevarsi e di agire gli mancava, il suo pensiero si dibatteva tra le tenaglie di quel dolore infinito. Sentiva salire nel suo cuore un rimorso dilaniante, lo angustiava il martirizzante pensiero che nessuna forza ormai poteva farlo tornare indietro di un'ora. Seguiva i movimenti di Claudina con lo sguardo atono, senza dire una parola, e negli occhi non vibrava più alcuna scintilla di quell'incendio che vi aveva divampato poco prima.
— Che abbiamo fatto, Giuliano! ripeteva Claudina, nella penombra.
La voce che le mormorava era così pallida e stanca in quella oscurità e la tristezza ne era così intensa, che quasi parvero quelle parole a Giuliano un rimprovero misterioso ed occulto.
— Io ti amo, ripetè egli per l'ultima volta, ma così fievolmente che Claudina non si ingannò sul significato di quella affermazione, che altro non era che il modo di sfuggire per un attimo ancòra al rimorso atroce che cominciava a stringere i loro due cuori.
Con inesorabile esattezza, Claudina cominciò la loro comune requisitoria.
— Noi abbiamo fatto tutto questo, ella disse, spinti dal più ignobile ardore. Questo ardore si è spento troppo presto e quante illusioni in così breve ora ha arso e come ci lascia ormai tristi e sconsolati. Il solo desiderio ci ha condotti ed il desiderio tradisce. Una povera anima è stata offesa da noi per questa allucinazione del momento e purtroppo è una macchia che nessuna forza umana potrà mai lavare. Il pentimento è sciocco, hanno detto. Non è sciocco, quando impone di non ricadere più nella colpa. E così il pentimento deve parlarci, ora. Se quell'offesa noi non la possiamo cancellare, è nostro dovere di non rinnovarla. Noi non avremmo, come non abbiamo, alcuna giustificazione. Sola la vertigine di un minuto ci accusa e ci accascia. Il nostro primo bacio sarà stato anche l'ultimo. Voi ritornerete più dolce e più umile a quella che abbiamo offesa! Non è vero, Giuliano?
Tacque. Lo scrittore taceva sempre, ma un gesto del suo capo affermava. Innanzi a quella pronta rinunzia, innanzi a quella conferma di un uomo che diceva di averla presa fra le braccia senz'ombra d'amore, il dolore della verginità invano contaminata proruppe violento, disse parole smarrite:
— Io sola, disse fra l'altro Claudina, io sola rientro nella vita, sconfitta. Quel candore che avevo conservato con orgoglio geloso a traverso a tante lotte, a traverso i più volgari ed abili attentati, è caduto, ora, in pochi minuti, per un uomo che non mi ama, si è macchiato sotto il bacio di un uomo spinto a me dal solo desiderio. Ah, che miseria!
Il ribrezzo le serrò la gola. Giuliano mormorò:
— Perdonatemi!
Claudina s'era celato il volto con le mani, forse piangeva. L'amante si levò, s'appressò a lei:
— Ah, che sciocchezza ho pronunziato! egli disse con un amaro scoppio di risa che partiva dalle più intime convulsioni della sofferenza. Perdonatemi? che forse una donna perdona d'averle tolto ciò ch'ella ha di più sacro? Come vorrei, Claudina, che quest'ora non fosse mai suonata! Lasciatemi, lasciatemi, non mi dite più nulla, poichè io so d'avere commesso un vero delitto e poichè questo è irreparabile!
La donna singhiozzava. Egli le asciugò gli occhi con la lieve battista del fazzoletto, l'aiutò ad infilare il mantello, le tese i guanti, il portabiglietti, un libro ch'ella aveva con sè. Com'ella fu pronta ad andarsene, si guardarono. Claudina non resse a quello sguardo e s'abbattè sul petto di Giuliano, nuovamente presa da uno scoppio di singulti. Egli non trovò una parola da pronunziare, lasciò libero corso a quelle lacrime che l'addoloravano più di ferite. Finalmente l'attrice si fece forza, tese la mano all'amante di un'ora, di un'unica ora. Questi l'attirò a sè, la baciò su la fronte, quasi religiosamente. Premette il campanello elettrico perchè l'accompagnassero. Le aprì la porta. Su la soglia, ella si volse:
— Noi ci dovremo rivedere. Saremo gli amici di prima. Il mio sogno solo sarà infranto. Ma, ve ne scongiuro, mai più una parola su ciò deve essere pronunziata fra noi.
Uscì. Giuliano la vide allontanarsi per la lunga fila di salotti, con un passo vacillante, preceduta dal domestico. Poi, scomparve. Lentamente egli si fece alla finestra, l'aprì. Un'onda d'aria gelata entrò fischiando. Vide Claudina ferma sul portone, in attesa di una carrozza scoperta che si avvicinava di corsa. Ella s'avviò alla carrozza arrestatasi innanzi alla casa. Giuliano corse ad un vaso di cristallo che era su un tavolo, vi prese il gran mazzo di prime rose, lo lanciò nella carrozza al momento che Claudina vi si sedeva, così che i fiori le caddero sul grembo. Un cenno della mano rispose a quell'omaggio, ma egli non potè scorgere la luce di gratitudine che aveva rischiarato i begli occhi lacrimosi. La donna portò al volto il bel fascio di rose, vi tuffò la bocca, mentre la carrozza si allontanava fra il doppio tremolio delle due file di fanali a gas.
Lo scrittore richiuse la finestra, accese le piccole candele rosee di un candelabro di bronzo. Poi tornò alla finestra, applicò ai vetri gelati la sua fronte che ardeva. Rimase a lungo così, attonito, senza pensiero. Poi si avviò alla biblioteca, prese il primo libro che gli venne alla mano, cadde su una poltrona e cominciò a leggere; ma le lettere danzavano innanzi alle sue pupille una ridda furiosa ed i suoi occhi scorrevano automaticamente le linee e le pagine, senza che il suo cervello percepisse alcuna di quelle parole che le pupille leggevano.
Quale espiazione maggiore per la caduta poco prima leggermente commessa, che veder rientrare calma e gaia, piena di confidenza e di tenerezza sua moglie, l'offesa, accompagnata dai suoi due bambini incappucciati di velluto turchino, biondi biondi e così giocondi? Mentre egli leggeva, la moglie era entrata nella stanza in punta di piedi, s'era chinata tacitamente su lui ed aveva ricoperto di baci appassionati il suo volto. I bimbi erano accorsi poco dopo sgambettando e si erano aggrappati alle spalle del padre, afferrandogli i baffi o la barba, pizzicandogli le mani. Giuliano, sotto quell'affettuoso assalto, aveva sentito gonfiarsi dentro la sua anima il disgusto violento di sè stesso. I baci semplici di sua moglie gli avevano fatto più male che rimproveri; essi lo avevano avvilito più che un insulto e, debilitato da quel disgusto, l'infedele non aveva trovato una sola parola da rispondere alle frasi affettuose che i suoi cari gli prodigavano. I bimbi si rincorrevano nella stanza per disputarsi un giornale illustrato che la piccola Anna Maria aveva preso sul tavolo del padre. Beatrice s'era seduta su le ginocchia del marito, gli aveva passato un braccio intorno al collo, con l'altra mano gli torturava la barba.
— Ecco, ecco il mio povero grand'uomo! diceva scherzosamente, il mio povero grand'uomo che è rimasto tutto il giorno in casa solo solo, come un fraticello in un convento. E chi sa come ha lavorato il mio povero grand'uomo! Chi sa quante belle cose ha scritto! Chi sa quante poche volte ha pensato alla sua piccola Beatrice! Dio, Dio, il mio romanziere ha scritto tutte quelle pagine! Come sarà stanco il mio gran fanciullone! N'è vero? Ma, stasera, si pranza subito, i bambini vanno subito a dormire...
Brontolii di protesta partirono dall'angolo del salotto dove i due bambini s'erano accovacciati per estasiarsi insieme su quel giornale illustrato.
— Sicuro, continuò Beatrice, i bambini vanno subito a dormire..... Io resterò vestita così.... Il mio grand'uomo infilerà la pelliccia e ce ne andremo via a braccetto, stretti stretti, come due sposini, come andavamo a Siena in quell'anno indimenticabile! Ti ricordi?
Il dolce ricordo li riafferrò e Giuliano sentì aumentare il suo spasimo. Il piccolo Luca e la bambina erano usciti vertiginosamente dalla stanza, disputandosi di nuovo il giornale, perchè l'uno voleva cominciare a sfogliarlo dal principio e l'altra dalla fine.
— Giuliano, Giuliano mio, se sapessi come ti ama la tua piccola Beatrice, se potessi vedere il tesoro d'affetto che custodisce nel suo piccolo cuore.....
Si chinò ancòra a baciarlo.
— Anch'io ti amo, ti amo tanto! sussurrò Giuliano.
Ma volle mutare sùbito discorso:
— E Leonardo non è ancòra rientrato? Si dà proprio alla gran festa!
Beatrice non rispose: avviticchiata a lui, continuava a coprire le sue guancie di frequenti baci, lievi, casti, ma appassionati. Sotto quell'onda amorosa lo spasimo di Giuliano cresceva ad ora ad ora. Eppure non era la prima sera ch'egli aveva baciato la moglie, dopo di aver baciato poche ore prima un'altra donna. Ma i baci di Claudina gli sembravano più gravi. Egli aveva la sensazione che il suo incontro con Claudina non si sarebbe fermato a quella sola caduta, come la donna aveva ingiunto. Quasi un senso di fatalità, quasi il peso di un male che già si conosce come deve avvenire, opprimevano la sua anima. Intanto Beatrice, quella Beatrice per cui egli aveva tanto delirato, quella Beatrice immacolata che l'aveva reso così felice, baciava le sue labbra, mai sospettando che quelle labbra poco prima avevan pronunziato un delittuoso offertorio d'amore per una vergine battuta dalla veemenza del sangue ignaro, come una fragile canna in balìa di un vento impetuoso! Quella confidenza di sua moglie lo feriva, lo umiliava. Tutta la miseria delle sue incoerenze s'attristiva in lui. Due lacrime spuntavano nell'intercilio, sole, grosse, silenziose.
— Tu piangi? domandò Beatrice agitata e si chinò ancòr più su lui, l'abbracciò più fortemente. — Ma che hai, Giuliano? Per carità, dimmi che è questo, che significano quelle lacrime?....
— Nulla, nulla, Beatrice, un po' di spleen, la solitudine, la stanchezza.... E poi la tua affettuosità è così dolce che mi commuove profondamente....
Giuliano asciugò quelle due lacrime bollenti. Beatrice s'era levata e, sorridendo, gli aveva prese le mani e tirava per costringerlo ad alzarsi dalla poltrona. Amorosamente avvinti, fecero qualche altro passo per la stanza. Beatrice tentava di consolarlo, gli diceva delle parole dolci. Come furono al divano, dove Claudina un'ora prima si era concessa all'amore, Beatrice attirò Giuliano perchè vi cadessero insieme, ancòra avvinti:
— No, no, non lì! gridò Giuliano, con una voce convulsa, mentre nella sua anima il disgusto versava l'ultimo fiele.
Beatrice si staccò da lui, lo interrogò con gli occhi, sorpresa da quel grido incomprensibile. Giuliano, sentendo la spiegazione necessaria, trovò la forza d'essere vile e disse con un falso sorriso che era un ghigno:
— Sai, si sa come si comincia.... e non si sa come si finisce!
Beatrice, ridendo e protestando, si coprì il volto con le palme. Giuliano ebbe per un attimo, nitidissima, la visione dell'abisso verso cui si avventava.
VI.
La sala del Teatro Nazionale rigurgitava. L'annunzio della nuovissima commedia del grande scrittore vi aveva attirato il pubblico più vario ed imponente, il pubblico delle più solenni prime rappresentazioni. Tutta Roma era rappresentata in quella luccicante sala di teatro. I palchi si fiorivano a poco a poco delle signore più eleganti, i proscenii delle orizzontali più altamente quotate nella fiera dell'amore. La Roma aristocratica, politica, finanziaria, artistica, letteraria e la cosmopoli del piacere s'eran date convegno quella sera in quei palchi e quelle poltrone. Qualche minuto prima delle nove, Beatrice entrò in un palco, accompagnata da Leonardo Loredano. I suoi nervi tremavano, tutto il suo essere palpitava nell'attesa insopportabile. Per ingannare la sua emozione e la sua ansia, ella si mise a guardare con l'occhialino la sala sempre più rigurgitante. Qualche amica le sorrideva da un palchetto, le faceva un gesto di augurio. Qualche uomo dalle poltrone le si inchinava. Da un palco di giornalisti molti binocoli furon rivolti verso di lei. La folla continuava ad entrare. Alcuni palchi si riempivano di ufficiali. Nella barcaccia di un circolo elegante già si trovavano il re ed i principi dell'eleganza, Filippo Verra, contornato dalle marsine inappuntabili e dalle cravatte ideali dei suoi giovani amici e discepoli, Celli, de Lise, Santacroce, Filangieri, Morosini, Sammartino, Ugenta, e tanti altri. A poco a poco anche le poltrone si riempivano di letterati e d'artisti. Andrea di Vele aveva salutato Beatrice. Beatrice aveva anche visto il viso imberbe e napoleonico di Luciano di Mèllare, «un profilo di medaglia», come aveva detto Loredano. Aveva visto insieme Claudio La Loggia e Giorgio Lavena, i due scrittori che si facevano più concorrenza, e si diffamavano regolarmente a vicenda e quanto meglio potevano. Diego Vassura faceva lo snob nei palchi delle signore più stemmate; vecchi e giovani scrittori erano a gruppi, qua e là, giornalisti, pittori, musicisti, scultori, attori. Paolo Èroli, il grande pittore, uno dei più intimi amici di Farnese, era salito a salutare Beatrice. In un palco era apparso Marco Torrero con sua moglie. Il celeberrimo giornalista che oramai non appariva più nei teatri, non aveva voluto mancare a quella prima rappresentazione di Farnese, suo amico fedele, scrittore che aveva fatto sotto il di lui auspicio le prime armi, ingegno ed anima d'artista ch'egli prediligeva. Torrero rispondeva annoiato torcendosi i piccoli baffi biondi ai saluti, mentre sua moglie, la celebre scrittrice, scorreva i giornali della sera e rideva sovente di un suo sonoro riso meridionale. In quel palco era poi entrato Claudio Sanna, il compare di battesimo di Farnese, come amava chiamarsi. Il grande romanziere aveva illuminato la sua larga faccia geniale d'un sorriso affettuosissimo scorgendo nel palco di rimpetto Beatrice che lo salutava. I critici drammatici entravano: Filippo Ruffo, Roberto Drago, Giacomo Spada, altri. Entrò poi Alessandro Sanfilippo che redigeva nel gran giornale di Torrero la «Serata teatrale» dove, dopo una prima rappresentazione, in poche frasi eleganti e spirituali, descriveva il successo, la messa in scena di ogni atto, gli abiti e le acconciature delle attrici, il pubblico, gli incidenti; narrava la storia della commedia, malignava su i dietroscena di palcoscenico. Egli passava tra la folla degli spettatori con la sua faccia tonda e rosea, incorniciata di barba bionda. Molte mani si stendevano sul suo passaggio: egli ne stringeva la maggior parte con noncuranza e con sufficienza, solo per qualcuna egli sorrideva e s'inchinava riverentemente. La folla aumentava sempre più. I palchi, colmi di signore in abiti sontuosi e chiari, sembravano ceste di fiori il cui bordo fosse di velluto azzurro. Dietro si rinnovava continuamente la turba degli abiti neri. Da molti palchi dardeggiavano i monocoli, con arie insolenti. Qualche signora alle poltrone interrompeva la monotonia degli abiti neri e degli sparati candidi. La sala offriva un delizioso colpo d'occhio.
Di qua e di là, nei palchi e nelle poltrone, si parlava animatamente di Farnese e della commedia che stava per rappresentarsi. S'incrociavano le discussioni, s'intessevano gli elogi, s'agganciavano le indiscrezioni, un formicolìo d'idee, un turbinìo di concetti e di parole, una ridda di verità e di menzogne, una scorribanda di apologie e di anatemi.
Lavena e La Loggia, giù nelle poltrone, parlavano sottovoce per non essere intesi:
— Mi ha detto oggi Savarese, mormorava Lavena, che sarà un trionfo. E Savarese fa testo perchè vede giusto: un'anima di profeta sotto la scorza d'un direttore di teatro. Incontrai l'altra sera alle Varietà Giuliano e sua moglie e mi raccontarono il soggetto. Se una commedia si basasse solamente sul soggetto, potrei da ora preconizzarti un fiasco. Ma vi sono altre cose e v'è da sperare. Del resto Farnese, sebbene sia un po' volpe vecchia, un abile marionettista, ha dello spirito, della modernità, dell'emozione ed io l'amo molto!
— Va là! disse La Loggia, a chi vuoi darla ad intendere? Tu desideri più un fiasco per Farnese che un successo per te. E dì pure di no: vuol dire che ti conosci male, o meglio che non ti vuoi conoscere bene. Tu già sai quanto me la ricetta farnesiana. Prendete un soggetto la cui vacuità sia così profonda che a pensarla dia le vertigini; rimpolpate questo osso vuoto con carne pesta di belle chiacchiere, gettate il tutto in un recipiente dove sia dell'eleganza e della stranezza; ritiratelo poi ancòra umido e passatelo nella cipria di un'amabile fantasia, condite con una salsa nella quale siano tutte le spezie di qualche scena ad effetto, un po' d'emozione, molto spirito, un pizzico d'ironia; non trascurate abiti belli per le donne, arredi scenici eleganti, qualche squarcio brillante, qualche cortesia pel mondo femminile; fatto questo, servite caldo caldo ad un pubblico di donne eleganti e di orizzontali, di ministri, di deputati, di viveurs e ad una maggioranza di imbecilli — ed avrete un successo magnifico, solenne, garentito per un anno, come un orologio da sette od otto lire! Non è così, forse? Siamo sinceri!
— Tu esageri, via, insisteva Lavena. Farnese ha dell'ingegno!
— E chi ti dice il contrario? replicava Claudio La Loggia. Oh, lo so anch'io che ci vuole moltissimo ingegno, prima per combinare quella ricetta e poi per eseguirla. Ci vuol ingegno, spirito, cultura e cuore. Ma dall'essere un uomo d'ingegno all'essere un riformatore del teatro drammatico come vogliono farlo credere i suoi gregarii, eh via! v'è gran differenza. Farnese è un abile uomo di teatro; ecco tutto. La tua commedia deve passare dopo la sua, n'è vero? Sì? Altra ragione, dunque, per augurargli un disastro!
Il movimento continuava. Il nome di Farnese, i titoli delle sue opere, qualche aggettivo s'incrociavano a volte. Verso il palco di Beatrice, la quale ingannava la sua impazienza in un diluvio di ciarle con Loredano e con Èroli, si appuntavano i fuochi di molti occhialini curiosi e i più frugavano nel fondo del palco con la speranza di scoprirvi la maschia figura dello scrittore. Altri critici giungevano, altri mondani. Non più un posto era vuoto, in platea, in piedi, alle gallerie; erano state aggiunte sedie e poltrone, e non v'era modo di muoversi. Beatrice aveva visto un momento apparire Farnese all'ingresso delle poltrone e subito nel teatro molti sguardi s'eran rivolti verso di lui, alcune malignità s'erano incrociate:
— Viene a bruciare le ultime cartucce.
— Le ultime raccomandazioni ai critici.
— Quasi che essi non avessero l'articolo già pronto!
— Sapete: non si è mai abbastanza sicuri....
Giuliano Farnese, dopo avere stretta qualcuna di quelle mani che si tendevano verso di lui e dopo avere scambiata qualche parola con Filippo Ruffo, il famoso critico, era scomparso. Quel pubblico magnifico s'impazientiva nella sala.
Il segnale che la rappresentazione cominciava squillò. Un gran silenzio si fece, repentinamente. Beatrice sentì fremere in lei la sensazione dell'irreparabile, una lacrima di emozione le imperlò il ciglio; Loredano le sorrise, Èroli le mormorò una parola di speranza. Il sipario si levava. Un mormorìo si diffuse in tutto il teatro. La scena rappresentava un terrazzo elegante, rischiarato da lampioncini alla veneziana; il terrazzo era verde di piante, ingemmato di fiori. L'ammirazione saliva dalla sala verso quella messa in scena deliziosa. Già le battute secche ed aspre come schiocchi di scudiscio che erano nel dialogo di Farnese, s'incrociavano, s'accavallavano, si distruggevano. Claudina Rosiers era in scena con Lorenzo Gray. La contessa di Varrena — il personaggio che incarnava Claudina — perseguiva la sua Chimera, la Chimera dell'uomo perfetto, della passione sublime, del vincolo indistruttibile. Lorenzo Gray le faceva la corte, tentava di sorprendere in lei l'attimo di vulnerabilità. Ella, distesa su una poltrona, si lasciava cullare dalla canzone amorosa dell'innamorato. L'atto si svolgeva, rapidissimo, denso d'idee, ora lieto, ora malinconico, mentre tre o quattro tipi di uomini tentavano, ciascuno al suo turno, la conquista della chimerica contessa. L'atto si chiudeva con una brillante invettiva che la donna, esasperata dall'inutilità della sua aspra ricerca, scagliava contro le quattro marionette che le si prosternavano.
I primi applausi scoppiarono. La commedia in quel primo atto si disegnava perfettamente, l'abilità scenica del Farnese vi era prodigiosa, lo spirito e la grazia vi scintillavano all'apogeo. Il successo si pronunziava nei primi giudizii, nelle prime discussioni e la costernazione già annuvolava qualche viso invidioso.
— Chi sa mai dove sarà Giuliano, a quest'ora? domandò Beatrice, già felice pel lieto avvenimento che oramai era d'ora in ora più probabile.
— Tu sai il suo sistema: uscire dal teatro quando s'alza il sipario, prendere una carrozza e farsi trascinare fino al momento in cui calcola che la rappresentazione stia per finire. Prima del quarto atto non sarà qui.
Beatrice, ponendo un dito su le labbra, impose silenzio, poichè il sipario si rialzava per il secondo atto, questa volta sul boudoir della contessa Varrena, di una squisitezza eccezionale. Claudina era in scena circondata dagli ammiratori, dei quali, chi le rendeva un servizio, chi le dedicava un sospiro, chi le arzigogolava un madrigale, chi le diceva una frase d'amore, chi una mezza insolenza. A poco a poco, ella aveva la prova della fatuità e della vanità di quegli uomini che le protestavano ovunque e comunque il loro amore, e in un momento di esasperazione, li giocava uno dopo l'altro, mostrando bene ai bellimbusti che se essi avevano tentato di farsi gioco di lei, ella li aveva preceduti nel loro disegno. Li metteva, così, finemente alla porta ed i Proci cui la casta Penelope aveva rovesciato tutte le liete speranze, riprendevano con arie affrante e visi smorti i loro mantelli ed i loro cappelli, per uscire mogi mogi da quel salotto ove erano entrati poche ore prima, in un momento in cui credevano baldanzosamente che ne sarebbero usciti vincitori. Suonavano le dieci e mezzo quando, usciti i corteggiatori, Claudina rimaneva sola in scena, e non sapendo che fare, chiamava la cameriera per farsi aiutare a svestirsi. Ma aveva appena cominciato quando Gray compariva su la soglia: era passato, tornando dal Circolo, e avendo visto le finestre illuminate era salito. Così Claudina licenziava subito la cameriera, riparava alla meglio al disordine suggestivo delle sue vesti, — e la grande scena cominciava. Quelli attori perfetti che erano Claudina Rosiers e Lorenzo Gray eseguirono ambedue meravigliosamente quella scena che era il pernio della commedia; sovente Claudina fu interrotta dalle approvazioni. Era una scena di grazia e di emozione, di verità e di tristezza: l'uomo sinceramente innamorato, il solo che sentisse veramente il suo cuore gonfio di passione, non voleva più resistere a quella pena e, sotto la suggestione morbida delle piccole nudità dell'amata, a poco a poco smarriva le staffe, la passione turbinava ed egli tentava su la donna la resa. Ma questa, esasperata ancòra dalle prove di menzogna e di nullità che le avevano dato poco prima i suoi corteggiatori, non sapeva fatalmente distinguere che quell'uomo che ora le parlava d'amore era sincero, che nella sua voce vibrava il sentimento, non s'avvedeva come quell'uomo incarnasse la Chimera di cui ella andava all'affannosa ricerca; vedeva solamente in lui il maschio brutale, il seduttore, l'uomo che prende il frutto che gli si offre senza ch'egli ne senta la brama, e, non tenendo conto dell'omelia d'amore che il giovane le celebrava vibrante di passione, ad un momento ch'egli era divenuto più audace, lo metteva alla porta, con le più crude parole.
Il successo era salito enormemente. L'atto di una finezza e di un'amarezza infinite aveva destato sussulti in tutti i cuori ed al calar del sipario su quel fatale inganno tutte le mani s'erano sollevate all'applauso, specie quelle delle donne, ognuna delle quali trovava nella propria anima un brandello della chimera cara alla contessa di Varrena. Nella platea e nei corridoi la discussione aumentava sempre più: i critici drammatici erano attorniati, spiati, tenuti d'occhio da taluni che poi salivano nei palchi delle signore a dire: «Filippo Ruffo ha detto che è il capolavoro di Farnese»; o pure: «Roberto Drago mi ha detto che è un disastro». Alcuni letterati e giornalisti discutevano in gruppo, gli altri autori drammatici serbavano un contegno indifferente e impenetrabile. Quei corridoi, a momenti, sembravano bolgie infernali. Andrea di Vele era salito nel palco di Beatrice, le aveva portato le più schiette congratulazioni, riferendole le dicerie delle quinte e dei corridoi. Andrea di Vele era il più intimo e caro amico di Farnese, cui piaceva per l'ingegno sbrigliato, pel carattere leale ed amabile e la conscienza integerrima: anzi, egli lo aveva soprannominato «il Cavaliere senza macchia e senza paura» e Andrea di Vele aveva accolto con piacere quel soprannome che l'onorava. Era un giovine alto e maschio, bruno, con due occhi di fuoco, i mustacci rialzati, di un'eleganza sobria ma squisita. Buon parlatore ed un po' prezioso — ciò che aumentava fascini al suo discorso — egli portava nelle conversazioni il corredo brillante della sua simpatica cultura, lo scintillio del suo ingegno letterario, l'esperienza della vita ch'egli aveva avuta burrascosa, la conoscenza del mondo ch'egli aveva corso in lungo ed in largo, da Battro a Thule come dicevano i Romani, secondo le loro estreme cognizioni geografiche.
Ora Andrea di Vele raccontava di essere salito in palcoscenico per trovarvi Giuliano, ma di averlo cercato invano; aggiunse poi che Claudina Rosiers, complimentata, festeggiata, glorificata, era nervosissima per l'assenza del suo autore. In quel momento Beatrice, Loredano e di Vele udirono pronunziare queste parole da un signore molto smart che era con alcune signore nel palco contiguo al loro:
— Guardate, guardate Giuliano Farnese. È in quel palco dov'è quella signora in raso rosa. Nel secondo palco dopo il proscenio, in seconda fila. Eh, eh! raccoglie gli allori, il trionfatore!
Immediatamente gli sguardi dei tre si diressero al palco che la voce di quel signore aveva designato. Ma un sorriso apparve su le loro labbra subito dopo: il signore si era ingannato per una strana e grande rassomiglianza. Intanto nel palco vicino le belle signore facevano le loro chiose sul preteso autore applaudito.
Il sipario si rialzò per la terza volta, sul salotto della contessa di Varrena. In quel terz'atto l'azione diveniva più stringata e drammatica, in qualche scena raggiungeva una violenza di dolore insoffribile. La chimerica innamorata era finalmente caduta, con l'illusione di aver raggiunta la sua chimera. Ma l'illusione ben presto impallidiva e rovinava, poichè ella non aveva ceduto a chi l'amava di più, ma a chi con arti subdole aveva meglio saputo rappresentarle la commedia del sentimento. Ella si svegliava da quell'illusione come da un incubo, e già tutto l'edifizio che minacciava rovina l'attorniava paurosamente. L'uomo ch'ella aveva creduto dovesse realizzare il suo sogno l'aveva attirata in un terribile tranello, s'era valso del suo nome per le sue losche mene. E l'atto finiva quando, scoperto il baratro verso cui scendeva, ella scagliava l'atroce grido di dolore e di rimpianto, ritrovando vicino a sè umile e sommesso l'uomo che l'amava profondamente e ch'ella aveva fino ad allora disprezzato, nel suo fatale inganno.
Un brivido aveva corso il teatro a quel grido potente e sovrano, lanciato da Claudina Rosiers innanzi a quella rovina, con una forza ed un ribrezzo che assurgevano all'orrore di un destino compiuto. Gli applausi erano scoppiati, unanimi, frementi, acclamanti. Claudina Rosiers era ricomparsa otto volte con Lorenzo Gray, e come il pubblico domandava insistentemente l'autore, Gray aveva fatto un gesto per significare ch'egli era assente dal teatro. Pure gli applausi s'erano raddoppiati, le salve d'acclamazioni erano divenute tonanti, il successo era ormai colossale.
Beatrice, ritiratasi nel fondo del palco, piangeva di emozione fra le braccia di Loredano che era raggiante come per un successo suo. Mentre le acclamazioni scrosciavano ancòra, Andrea di Vele ch'era per uscire dal palco s'imbattè con Giuliano che entrava. Appena lo vide, Beatrice gli cadde nelle braccia, felice, orgogliosa, inebriata. Farnese l'attirava sempre più nell'ombra del palco per non essere visti e le passava dolcemente la mano su i capelli. Loredano e di Vele sorridevano senza guardare, a quella scena di tenerezza. Quando la commozione di Beatrice fu calmata, Farnese seduto nell'ombra raccontò le impressioni di quella serata. Egli aveva voluto assistere non visto alla rappresentazione del terzo atto; salito alla galleria, egli s'era mischiato a quella parte più modesta del pubblico.
— Ciò mi ha valso, diceva ora con la sua aria fanfaronesca, emozioni indicibili. Per la prima volta in vita mia ho sentito il successo da vicino. È anche vero che per la prima volta in vita mia ho avuto un successo così unanime e concorde.
— E così sereno, interruppe Loredano.
— E così meritato! aggiunse Andrea di Vele.
— Grazie, tu mi mortifichi! disse il grande scrittore, ridendo, e seguitò:
— Avevo vicino a me alcuni studenti. Ebbene, non hanno perduto una parola, una sfumatura, un accenno. Ah, ah! E poi diciamo che il pubblico non capisce niente! Chiacchiere! Ecco là qualche giovanotto — e quanti ve ne sono come loro? — che in fatto di teatro e di buon gusto ne capisce più di Ruffo, di Drago e di Spada sommati insieme! Ma v'è stato chi mi ha scoperto lassù, al paradiso: Torrero. È salito con Sanna. Si sono messi dietro alcuni uomini ed hanno cominciato a dir corna con me della commedia. Avreste dovuto godervi la scenetta deliziosa. Quei buoni spettatori erano su le spine, si frenavano, s'imponevano il silenzio. Ma, quando Claudina ha lanciato così meravigliosamente quel suo grido alla fine dell'atto e Torrero ed io abbiamo esclamato sbadigliando: «Che stupidaggine! Che sciocchezza!», quelli altri non hanno retto più, si sono ribellati ed hanno intavolato con Torrero una discussione dove io ero esaltato e glorificato a non dirvi. Avreste dovuto vedere con che arie di protezione trattavano Torrero, mai immaginando con chi avevano a che fare!
A poco a poco la sala si ripopolava, poichè l'intermezzo finiva ed i campanelli elettrici squillavano. Giuliano aveva sciolto il suo braccio dalla lieve pressione di Beatrice ed era uscito in fretta dal palco, al momento che il sipario si levava per il quarto atto. Sul suo passaggio qualche persona che ritornava al proprio posto e che lo conosceva di vista si rivolgeva a guardarlo; altri mormoravano ai vicini il suo nome. Egli passava in mezzo a quella curiosità, con la sua bella indifferenza di uomo celebre, che sa d'esser sempre guardato e non ha per questo bisogno di andare alla caccia ed alla ricerca di sguardi e di ammirazioni. Tuttavia una gran gioia pel trionfo che quella sera coronava il suo nome gli gonfiava il petto, mentre s'avvicinava in fretta alla porta del palcoscenico, mentre traversava i praticabili, mentre bussava alla porta di Claudina che ancòra e per quasi venti minuti non era di scena. Quella gioia del trionfo aumentò immensamente quando, entrato nello spogliatoio dell'attrice, questa gli si gettò tra le braccia e se lo strinse al seno nella commozione superba del trionfo comune. Giuliano le passava la mano su i capelli, come poco prima a sua moglie. Ma, lentamente, il fascino arcano di quell'abbraccio ideale si distruggeva e da quell'abbraccio semplice di maschio e femmina la sensualità risorgeva a battere la sua diana.. L'ebrietà del momento faceva dimenticare ad ambedue i rimorsi di due giorni innanzi, i buoni propositi, i giuramenti scambiati. Già la voce di Giuliano, che mormorava complimenti all'attrice trionfante, diveniva convulsa di desiderio per la donna. Già le braccia di Claudina Rosiers, che stringevano in un abbraccio fraterno l'artista che le aveva procurato quella gioia sublime, sussultavano di passione per l'uomo. La colpa rifioriva irreparabilmente dall'amore, come un fiore velenoso sorge da un'ajola inargentata di giaggioli, stellata di margherite:
— Tu sei stata grande, tu sei stata magnifica, mormorava Giuliano. Io non potrò mai dimenticare il bene che mi hai fatto col tuo genio. Io ti amo, ti amo!
— Anch'io ti amo, susurrava Claudina perduta.
Il trionfo continuava ad inebriarli, facendo loro dimenticare ogni realtà, ogni passato, ogni avvenire.
— Tu devi esser mia ancòra, Claudina, continuava l'amante. È una vera stoltezza pretendere di distaccarci. Noi siamo un'anima sola. Io sono fatto per te, come tu sei fatta per me. Io non posso vivere senza di te come tu non puoi vivere senza di me. La sete dei tuoi baci che mi arde, arde te pure. Claudina, Claudina, dammi i tuoi baci, dammi le tue labbra!
— Sì, sì, io sono cosa tua, rispondeva l'amante con le labbra arse, il volto di brace. Io ti amo, ti amo troppo, so anch'io che è follìa sperare di poter essere lontani, di poter non compiere fino alla fine il nostro delitto d'amore.
La cameriera bussò all'uscio per entrare e vestire l'attrice.
— Un momento, gridò Giuliano, poi aggiunse piano a Claudina, serrandola sempre più perdutamente fra le sue braccia: — Ora, dopo il teatro, io verrò da te, passerò la notte da te..... Vuoi? Vuoi?
— No, no, non ancòra, scongiurò Claudina pure mite e sommessa, stasera, no.
— Come vuoi lasciarmi solo stasera, Claudina, insisteva l'amante, stasera che il successo ci ha uniti, stasera che siamo cosa l'uno dell'altra, come mai più lo saremo?..... Vuoi? Vuoi?
— Ebbene, vieni, susurrò l'attrice sempre più piano, ma con passione veemente, tendendo ai baci dell'amante le labbra dischiuse come un fiore.
Quando si disciolsero da quel bacio supremo, Giuliano aprì la porta e la cameriera entrò. Seduto su una stinta poltrona, lo scrittore assistette alla toletta della grande attrice. Ella si spogliava celermente degli abiti che aveva indosso, li gettava su le sedie e le poltrone, a caso e febrilmente. La cameriera intanto distendeva le pieghe del nuovo abito che l'attrice doveva indossare; questa, seduta innanzi allo specchio della toeletta tutta bianca e spumante di merletti e di veli, e con le braccia nude rialzate ad arco, riannodava le trecce un po' rallentate; poi prendeva con la punta del mignolo un po' di pomata in una scatola di porcellana, tra la moltitudine di scatole, di barattoli, di vasi, di tubetti che ricoprivano la tavola; con una zampetta di lepre spandeva con parsimonia il belletto su le guancie, che poi accarezzava di nuovo con una delle piccole spugne pel bianco; passava appena su le sopracciglie il crayon mysterieux, inumidiva le mani di vasellina. Siccome la voce di Savarese sollecitava al piano superiore alcune attrici, Claudina gettò in fretta l'accappatoio, sciacquò le mani, infilò la gonna pianamente, aiutata dalla cameriera prudente perchè non guastasse passando la pettinatura. Mise un abito di broccato vieux-rose coperto in parte di un lucente giavazzo verdone, che discendeva a grandi pieghe sotto due stole di merletti veneziani, i quali anche incorniciavano il collo candido e gli esili polsi venati d'azzurro. Diffuse ancòra con un piumino su le guancie una cipria rosea, ne diffuse anche su i bei capelli d'oro che apparvero inargentati di brina; si guardò nuovamente nello specchio, tese la mano a Giuliano, gli mormorò qualche parola all'orecchio e, mentre l'uomo sorrideva, ella entrò in scena per compiere il suo trionfo ed il trionfo del suo benamato. Uscito fra i praticabili, questi riguardava da un foro l'imponente sala di teatro, corsa ancòra dalla scintilla elettrica di quelle frasi suggestive che Claudina pronunziava, cesellando lentamente le poche scene di cui quell'atto si componeva. L'uomo che la chimerica donna aveva disprezzato la salvava dall'abisso aperto sotto i suoi piedi; ella però non si sentiva degna d'amare e d'essere amata da quell'uomo e la triste commedia si chiudeva malinconicamente con un grido angoscioso dell'innamorata innanzi allo spettacolo di quel suo bel sogno perduto.
Quale proprietà continua di sdoppiamento deve essere in noi, se lo scrittore godeva del successo che lo illuminava e nel tempo stesso soffriva per ciò che quel successo recava di conseguenza? Egli vedeva la tela calare, udiva l'applauso echeggiare solenne, vedeva gli attori ricomparire più volte alle chiamate del pubblico, prima uniti, poi solamente Claudina Rosiers. Alcune voci del pubblico gridavano il suo nome, già frotte di amici invadevano il palcoscenico, serravano le mani del trionfatore di quella sera, parole inebrianti di elogio già susurravano al suo orecchio. Ma egli ascoltava distratto, spiando i passi di Claudina, tendendo l'orecchio a sorprendere le parole che l'attrice pronunziava tra i gruppi di marsine che l'assediavano. Era gelosia, forse, quel sentimento rabbioso ch'egli sentiva quella sera verso ognuno che parlava a Claudina, verso ognuno cui l'attrice acclamata sorrideva nella vicenda dei saluti e delle conversazioni? Egli vide dall'altro lato Gray che passeggiava anche lui in fondo alla scena, ancòra in marsina e cravatta bianca, morsicchiando una sigaretta spenta, intento a scrutare ogni piccolo movimento dell'attrice, attento a cogliere il più insignificante monosillabo che cadeva dalla bocca di lei. Giuliano sorrise al vedere quella sua precisa immagine, come una persona che faccia innanzi ad uno specchio una smorfia comica, ride per il primo dell'espressione che ha il suo viso contraffatta. Intanto la folla innanzi a lui aumentava. Lo scrittore vedeva visi di persone incontrate una sola volta e che si erano ricordati di quella presentazione per poter «salire in palcoscenico a salutare l'autore». I suoi più gelosi colleghi gli scandivano le parole più melate, le sillabe più lusinghiere armonizzavano gli accenti più rispettosi. I clubmen si confondevano con gli artisti bohèmes, gli uomini di banca coi letterati, i giornalisti con gli indifferenti, gli attori con i critici. Farnese, nell'ansia che lo teneva, pure trovò per tutti una parola, un sorriso, una frase. Ma quando vide sua moglie entrare, accompagnata da Loredano e da Torrero, nel camerino di Claudina ove l'attrice era già rientrata, egli non seppe più reggere e si precipitò. Come fu su la soglia, sua moglie gli gettò le braccia al collo, pianse sul petto di lui per una bella e superba commozione. Le sue idee e la sua presenza di spirito impallidivano talmente che egli non sentiva nemmeno le frasi di elogio e di gratitudine che Beatrice rivolgeva alla grande attrice ed il desiderio che esprimeva di abbracciarla. Solamente quando vide sua moglie serrare tra le braccia quella Claudina che attentava alla sua felicità, quando vide due lacrime brillare negli occhi dell'attrice, la sua commozione fu così prepotente che egli non resse più, uscì su la scena, passò in fretta tra la folla variopinta e chiassosa degli attori, degli intrusi, dei macchinisti, dei pompieri, senza salutare nessuno, senza vedere le mani che si tendevano verso di lui al suo passaggio; uscì dal palcoscenico, traversò i corridori ancòra affollati di pubblico; già si avviava verso la porta per lasciare il teatro, ma, quando la voce di una persona presso di lui mormorò indicandolo: «È Giuliano Farnese», ei si ricordò che usciva senza salutare Claudina. Si fermò al botteghino del teatro, scrisse sopra una carta da visita due righe indicando a Claudina il luogo ove l'avrebbe attesa, consegnò questo biglietto perchè fosse recato immediatamente a Claudina Rosiers e si allontanò. Egli percorreva le vie in preda alla febbre. Le vie erano affollate di gente che, uscendo dai teatri e dai ritrovi, si avviava al riposo od alla festa notturna; lo scrittore passava in mezzo a questa folla, urtandola, trascinato a volta dalla corrente, sentendo il peso della sua infinita miseria, egli ch'era il trionfatore di quella serata. E mentre le donne e gli ammiratori lo pensavano circondato da amici ad assaporare la gioia del successo, egli traversava le vie solo e triste, misurando l'abisso verso il quale scendeva, l'abisso ch'ei scorgeva sempre più prossimo, senza che ciò gli desse la forza necessaria per ritrarsene in tempo.
Perchè non partiva, magari anche in quel mattino che tra poche ore sarebbe sorto? Egli si domandava questo, entrando nel portone del Circolo della Caccia, salendo le scale, lentamente. Poi, mentre il domestico lo sbarazzava del soprabito e del bastone e poichè questi gli dimandava se desiderasse cenare, egli chiese un brodo ed un bicchiere di porto rosso. Poteva egli partire, come aveva pensato? Si domandava questo nel piccolo salotto dov'era attendendo la sua cena frugale. Partire era presto detto! E gli obblighi, il lavoro, gli interessi, la famiglia? Ma, anche trascurando tutto ciò, che valeva partire? Poteva una distanza di duecento o di trecento chilometri levargli dal cuore il veleno che vi si era versato? Non era più tosto semplicemente dilazionarne l'effetto letale ed irrimediabile? Partire con Beatrice? Avrebbe egli forse mancato di pretesti per tornare a Roma, quando il desiderio ed il rimpianto di Claudina ve lo avessero richiamato, cioè sùbito? Quella sua idea del destino che si compiva ed al cui corso non eran da opporsi argini di ragionamenti e di rimorsi, lo riprendeva ora che tante impossibilità gli apparivano. Il domestico intanto gli portava il brodo e la bottiglia del porto:
— Il marchese Filangieri ha dimandato s'ella era al Circolo. Cosa devo rispondergli?
— Rispondete che no. Desidero d'essere solo. Attendo qualcuno.
Bevve in fretta il vino, sorbì qualche cucchiajata di brodo.
— Anzi a questo proposito, disse al domestico rendendogli la tazza, una persona in carrozza chiusa deve venire fra poco a cercare di me. Vi prego di avvertirmi sùbito.
— Va bene, signore, — e mentre il domestico s'inchinava ed usciva, egli si distese in una poltrona, socchiuse gli occhi, ripreso dai suoi fantasmi di tristezza e di rimorso, attendendo.
VII.
Egli attese fino alle due, ma nessuna carrozza sopraggiunse. Uscito nell'anticamera, infilò il soprabito e discese in fretta, deciso di non perdere scioccamente quella notte d'amore nell'ebrezza del trionfo. Per calmare i suoi nervi convulsi camminò a piedi, ma così svelto che cinque minuti dopo uscito dal Circolo egli suonava al portone della casa in piazza di Spagna. Apertosi il portone, egli salì le scale correndo. La cameriera aveva già dischiuso l'uscio dell'appartamento e Farnese entrò improvvisamente nella stanza da letto di Claudina, rischiarata da un'alta lampada il cui chiarore era mitigato da un paralume di tulle giallo.
La visione magnifica era innanzi a lui: Claudina, nuda sotto la camicia di fine batista, aperta sul piccolo seno. Il corpo della giovine donna, pronta ad entrare nel letto, sorgeva dal cerchio serico delle vesti cadenti ai suoi piedi. I capelli erano disciolti su le spalle, onda fulgente. La stanza aveva una temperatura voluttuosa, una penombra suggestiva. Le coltri, al lato destro del letto, erano tirate indietro ed i lenzuoli sembravano gioiosi per la festa amorosa che loro recavano il profumo e la grazia del bel corpo femminile. La lampada indorava i contorni del corpo, rischiarava i seni delicati, la liana della vita, le anche ambigue e voluttuose.
Farnese s'era avvicinato. Senza una parola, senza un sorriso, egli aveva stretto la flessibile liana, le sue dita avevano intuonato l'irresistibile invito. La donna s'era abbattuta su lui, vinta, mentre la trasparente camicia le scendeva dalle spalle e le nudità sfolgoravano.
Non era il desiderio di uno che vibrando si comunicava all'altra: erano due fiamme, due brame, due passioni, due voluttà che si chiamavano, s'invocavano, gemevano nell'attesa, esultavano quanto più l'ora amabile si avvicinava. I soffi dei due respiri erano armonici, la medesima angoscia d'amore li accelerava, la medesima follìa di piacere li animava, la medesima febbre di passione irresistibile li infiammava. L'amante piegava a poco a poco la flessibile liana verso i molli cuscini di un divano prossimo; il bel corpo candido s'abbatteva sul giaciglio e su la stoffa oscura il candore suo s'animava e si esagerava, radioso. Ivi continuò l'armonica omelia d'amore, ivi s'innalzò più potente il grido del desiderio, ivi, smarrita ed abbandonata, l'anima si ritrasse sospirando.
Ma ad un gesto più audace di Farnese la voluttuosa vittima si eresse, balzò in piedi, vide la sua nudità: arrossendone, cercò intorno una difesa, ma nulla era a portata della sua mano; allora balzò nel letto ed i lenzuoli si rovesciarono su lei, avvolgendola, disegnandone le curve in un amoroso abbraccio. Oramai al riparo, la fuggitiva sorrideva, sorrideva dell'amante ch'era rimasto dolente e irritato sul divano basso, mentre il suo desiderio insoddisfatto agonizzava.
Allora egli si levò, sempre più eccitato, mosse dei passi disordinati per la stanza.
— Ah, no, tu non sei mia! gridò esasperato, arrestandosi ai piedi del letto dove la donna copriva fino la bocca con le coltri rialzate. No, no, tu non mi ami! Tu vagabondeggi nei sogni, t'inebrii al paese azzurro dell'ideale! Tu non sei la creatura umana ed ardente, misera e sublime che piange d'amore e ride di odio, sente per l'amato mille desiderii, mille sensazioni, ed un ardore unico, enorme, onnipotente: l'ardore del desiderio di formare una creatura sola...... Tu vaghi. Dove? Perchè? Anche il desiderio è per te un sogno, un brutto sogno, dal quale ti desti fuggendo, come poco fa. Amami, amami, Claudina, amami come ti amo, chè io ho tanto bisogno dell'amore tuo.... Sii mia, finalmente, sii mia!...
— Io sono sempre tua! ella sospirò.
— No, no, tu non m'intendi, susurrò l'uomo, tu non vuoi intendermi! Io ti voglio tutta, tu devi essere tutta e sempre mia.....
La donna si sedette sul letto, non più sorridendo.
— Tu mi vuoi, ora?
— Ora, sì, egli balbettò.
— Sai di commettere un vero delitto? E non indietreggi? mormorò la donna, a bassa voce.
— Un delitto d'amore, lo so! E non indietreggio, no, no, perchè ti amo, perchè ti voglio, perchè amo te sola e sopra ogni cosa.....
— Ricordi tu, disse Claudina sempre più grave, ricordi il giuramento che poche ore fa concludemmo? Ricordi? Giurammo che i nostri primi baci sarebbero anche stati gli ultimi.....
— Fummo pazzi, ingenui....
— E se tu un giorno dovrai dirmi che fummo pazzi non allora, ma questa notte?
— Io non potrò mai dirlo!
— Che sai tu? Che affermi? Sapevi forse quella sera del nostro primo abbraccio, che quello non sarebbe stato il solo?
— Lo sentivo dentro di me!
— Dunque tu insisti? Tu mi vuoi! incalzò Claudina pallidissima.
— Io ti amo, mormorò l'amante.
Come egli accennava a parlare ancòra, con un gesto la donna gli impose silenzio. Tacque un momento, poi disse:
— E mentre tu desideri me ed i miei baci, tu non senti altro dunque? Nel tuo cuore non palpita un altro sentimento per alcuno?
Farnese afferrò l'allusione. Non potè trattenere una lacrima che gli imperlò il ciglio, lacrima più eloquente di un pianto disperato, lacrima di cui egli ebbe la debolezza di vergognarsi e che asciugò in fretta con la palma di una mano, perchè Claudina non la scorgesse.
— Ah no, no, disse ella allora, non asciugare, perchè io non la veda, quella tua lacrima che è la cosa più bella e più buona che tu abbia detto stasera... Vedi, io l'attendevo questa lacrima... Io non ero venuta a prenderti al circolo perchè volevo che tu pensassi a chi ti attendeva, a chi ti attende, a chi ti ama... Tu sei venuto da me... Ma questa lacrima mi dice che tu pensi anche ad un'altra donna, ad un'altra casa, ad un altro amore... Lasciami, lasciami...
Ella aveva accompagnato le ultime parole con un gesto quasi supplichevole. Pure egli continuò, sconsolatamente, ad invocare i suoi baci:
— Tu non mi ami, ecco, susurrava, tu non mi ami...
La passione, trattenuta fino ad allora, proruppe nel calore delle parole e dell'accento. L'amante, sempre a piè del letto, con i gomiti poggiati alla spalliera ed il capo fra le palme, aveva rialzato gli occhi verso di lei, ascoltava estatico quel torrente passionale accavallarsi ed echeggiare.
— Ah, io non ti amo, non è vero? ella diceva con la voce ora secca e stridente, ora rotta dai singulti, ora commossa e tremante. Io non ti amo! E tu puoi dir questo sorridendo, calmamente, tu puoi negare tutto ciò che nel mio cuore s'agita e palpita per te; tu puoi dire che io non ti amo, sol perchè ti ricuso il mio corpo che unicamente il tuo desiderio invoca, giacchè quella tua lacrima troppo presto prosciugata mi dice bene che la tua anima è altrove! Tu non sai, Giuliano, con quale passione, invece, l'anima mia forte e sicura si è avvinta alla tua, così incerta, così vagabonda! Tu non sai il tesoro di sentimento che freme qui dentro per te......... Poichè sei tu che mi hai rivelato l'amore, da te ebbi il primo bacio ed il primo sospiro di voluttà! Tu non imagini, è vero? che possa essere appunto perchè ti amo tanto, che ti consiglio di fuggirmi, di restarmi lontano, di tornare a tua moglie, ai tuoi figli, al tuo lavoro di grande artista! Grande artista! Eppure tu lo sai che l'amor tuo coronerebbe il mio sogno di fanciulla, tu lo sai quanto io bramavo di essere amata da un artista che potessi completare e sorreggere, che mi sapesse guidare e mi potesse ispirare, al quale io potrei forse un giorno offrire un piccolo ramo del mio alloro, come vorrei vivere dolcemente all'ombra del suo....... Ebbene, perchè respingo la realtà di questo sogno, perchè esito ad aprirti le braccia, l'anima e le labbra per salire in un cielo così alto, così grande, così bello, così splendente dove gli altri non ci potrebbero più raggiungere? Non per amore, è vero? Ma non sei tu il trionfatore di questa sera? Ed io non devo a te il mio successo, il trionfo mio, non devo a te il mio poco ingegno, la mia vita che da stasera s'apre luminosa? Ed io, io, non dovrei desiderare di tenerti sul mio cuore, di baciarti, di passarti le mani fra i capelli come ad un fanciullo, a te che sei trionfante, a te che le altre non hanno e desiderano, a te che sei più alto, più buono, più forte di tanti, di tutti? Ah sì, credimi, il mio impulso sarebbe di caderti fra le braccia; ma so io forse dove andremo a finire e che ci riserba il destino? Io so che una donna cui tu appartieni, ti ama: penso che ti ruberei a lei, questo solo mi frena e mi vincola..... Ma non imagini tu quanto deve costarmi questa rinunzia, no? Il fantasma di quella dolente mi appare, ma non pensi che il mio desiderio ed il mio amore sono più forti e che io devo tanto soffrire perchè quel fantasma non sia schiacciato e vinto da questi? Tu che realizzi il mio sogno, tu che sei glorioso, come io sognava il mio amore, tu sei di un'altra ed io devo ricordarmelo, io devo contendermi a te ed a me stessa! Che vuoi, se io sono così?... Se io penso tutto quello che soffrirei se fossi lei, Beatrice? Sono sciocca, sì, lo so....... Ma sono anche buona e ti amo tanto!....
Le lacrime represse sgorgarono. Ella portò le mani agli occhi lacrimosi e la camicia non più trattenuta si aprì sul petto e dalle sue trine emersero i piccoli seni, fresca e giovane bellezza. Giuliano, a quella vista improvvisa, si avventò verso la donna che piangeva, la rovesciò su i cuscini dove la capellatura si sparpagliò lussureggiante, ombra misteriosa e sontuosa al piccolo volto smorto, le mise le labbra su le labbra, la sentì vacillare sotto i suoi baci. Lo enimma dei sopraccigli bruni di Claudina si sollevò, si schiuse, apparvero gli occhi in lacrime, supremamente amorosi. Infine le anime erano riapparse; ed al trionfo ultimo del desiderio, esse non scomparvero di nuovo, ma s'armonizzarono con quello in un unico concerto ideale e profondo. La luce della lampada, dalla quale il serico riparo era caduto, s'avventò come un turbine su i due corpi; si sparse, si abbandonò ad una danza frenetica, che circondava e celebrava di chiarore la loro stretta, unendo i loro corpi con collane di splendori e di penombre.
L'alba già insinuava le sue lame argentee fra le persiane socchiuse, quando Farnese si destò avendo Claudina fra le braccia, con la testa poggiata sul suo cuore. La dolcezza di quell'abbraccio ed il tepore di quel letto voluttuoso lo inducevano a rimanere ancòra in quell'attitudine d'amore. Ma il suono di un orologio nella stanza contigua gli annunziò che eran già le sei del mattino. Col capo pesante pel sonno brevissimo, per le agitazioni della sera innanzi e le nebbie del piacere, egli si levò, dopo avere dolcemente disciolta Claudina dal suo abbraccio. Si vestì guardingo, per non fare rumore, baciò l'amante su la bocca lungamente, la guardò a lungo. Ella non si destò. Farnese pensò che doveva rientrare in casa prima che i domestici fossero levati ed i bimbi desti. Si avviò, allora, in punta di piedi verso la porta ed il suo passo non era che un fruscio sul tappeto spesso. Quando fu all'aria frizzante di quell'alba invernale, egli si sentì sollevato, più leggero, più libero. Si avviò a passo celere verso la sua casa, salì la via del Tritone, la salita delle Quattro Fontane, percorse la via Venti Settembre. Durante tutto il suo cammino, egli non poteva interdirsi di pensare a ciò che era avvenuto. Aveva conscienza che il legame con Claudina era oramai indissolubile; egli aveva troppo gustato i segreti dell'amore appassionato di lei per non desiderarli ancòra, per non ricercarli, per poterli dimenticare. Nel tempo stesso, però, egli dubitava e per la prima volta del suo amore verso Claudina. Sentiva l'amore lontano, ben lontano, ed il suo cuore ne sembrava a lui deserto. Tuttavia egli aveva follemente desiderata ed invocata Claudina, poche ore prima! Ricordandolo egli attribuiva solo al desiderio ed ai sensi tutto il trasporto ch'egli aveva provato e seguitava a provare verso la celebre attrice. Giuliano si sentiva solo, tanto solo, e la tristezza lo afferrava, uno scoramento indicibile in quell'ora del mattino in cui Roma si destava al lavoro quotidiano ed all'incessante dolore, dopo il lieve riposo della notte, dopo la breve oasi di calma che il riposo ed il sogno avevano rappresentato. La solitudine della sua anima lo lacerava. Anche nella oramai finita notte di amore, egli aveva inteso quell'anima emigrare verso cieli lontani ed ignorati, dove il suo sguardo non la raggiungeva. Ma allora la grande fiamma vivificatrice dell'incendio sensuale l'aveva animato, sorretto, sospinto, nella triste vedovanza del sentimento. Al contrario, adesso, questa vedovanza gli diveniva insopportabile.
Il pensiero gli venne, come più si avvicinava alla casa, di distendersi nel suo letto, di dormire, di placare quell'inafferrabile malessere. Nel giardino che circondava la sua casa già le prime rose primaverili accennavano a fiorire dalla rossa gemma dei loro bocciuoli. A lui sembrò un lieto presagio ed il suo cuore fu sollevato dal gravame di quella triste resipiscenza, di quel sentimento tardivo, di quel rimorso inutile. Breve sollievo! Poichè, appena entrato in casa, trovò, seduta in una poltrona nel suo salotto, Beatrice ancòra desta che l'aspettava. Egli vide il corruccio negli occhi della cara donna, una dolorosa piega di tristezza invincibile agli angoli della sua bocca. Non ebbe la forza nè di inventare una menzogna, nè di confessare la verità. Un peso enorme lo accasciò. Le rughe dei suoi giorni cattivi linearono la sua fronte impallidita. Gli occhi di sua moglie erano fissi su lui, lo seguivano nei suoi movimenti: egli li sentiva, ne percepiva la tristezza e l'angoscia, ma non aveva la forza d'incrociarli coi suoi. Il suo accasciamento aumentava ogni minuto. Si lasciò andare sul divano ove rimase immobile, finchè sua moglie, aperte le persiane, uscì lieve e dolente, senza guardarlo, portando via la lampada. Ed a lui parve ch'ella portasse via tutta la luce del suo pensiero ed il calore della sua anima combattuta.
VIII.
Alcune pieghe del nostro carattere sono talmente speciali e così intimamente nostre, così profondamente buone o cattive, che anche quando la passione, la grande maga, tutto rovescia, quelle restano tuttavia vive ed integre, e pur avendo la passione modificata tanta parte del nostro essere ha dovuto lasciare intatte quelle intimità singolari. Claudina Rosiers, trascinata sempre più e vertiginosamente dopo quella notte d'amore su la china rapidissima della passione, non perdeva quella tristezza, che la conscienza del male commesso contro una povera donna innocente le diffondeva nel cuore. Farnese s'adirava per quel rimorso, ch'era come un limpido specchio del suo, un indice inesorabile del male ch'egli commetteva, un ricordo continuo del delitto d'amore da lui compiuto. Claudina Rosiers aveva escogitati tutti i mezzi perchè la sua passione per Farnese non apparisse ad alcuno. L'astuzia e la prudenza della donna erano state messe a contributo. Non ostante che al Teatro Nazionale continuassero trionfali le rappresentazioni della Chimera, Giuliano vi si recava ormai molto di rado. Egli vedeva Claudina a sera tarda, rimaneva con lei qualche ora della notte. Oppure, nei giorni in cui Claudina non aveva prova al teatro, fuggivano in campagna, si recavano a colazione spensieratamente in un'osteria suburbana, come due scolaretti che abbiano fatto école buissonnière. E, nei rari incontri di Claudina con lo scrittore innanzi alla gente, si ostentava dai due una grande freddezza ed una placida indifferenza, così abilmente rappresentate che tutti abbandonavano persuasi i loro sospetti.
Uno fra tutti era però difficile ingannarlo: Lorenzo Gray. Egli persisteva nelle sue smanie amorose per Claudina, continuava a rammentarle i giuramenti fattigli — che, se un giorno ella si fosse persuasa all'amore, avrebbe ricordato la sua rispettosa passione ed il suo silenzioso dolore, — continuava imperterrito a spiare le azioni e le parole di Claudina, ad architettare castelli fantastici sopra un solo gesto insignificantissimo dell'attrice, ad assediarla di domande, di inchieste, di preghiere, di rimproveri. Claudina sopportava, un po' perchè impietosita verso quell'uomo che sinceramente soffriva, ma sopra tutto per prudenza, perchè, scatenato, quel geloso avrebbe potuto nuocere. Ma non sempre ella era del medesimo umore, non sempre la pietà o la prudenza la vincevano sul fastidio ed il dispetto, ed allora rispondeva con mal garbo alle proteste di Gray ed il geloso per giornate intere mordeva il freno, ronzava sopraccarico di cento sospetti intorno all'attrice. Gli era stato sufficiente di giungere improvvisamente all'appartamento di piazza di Piazza di Spagna e di trovarvi Farnese, gli era stato sufficiente di recarsi in una sera di riposo al Teatro Costanzi e di scorgervi in un palchetto Claudina Rosiers in compagnia dello scrittore, perchè i suoi sospetti sconfinassero nel campo dell'assurdo e si esaltassero fino ad una gelosia tanto più fiammante ed irragionevole, quanto più era illecita ed ingiustificata. E questa gelosia aumentava, a misura che Claudina la colpiva d'ironie o la combatteva.
D'altra parte, Claudina si sentiva di giorno in giorno più felice per potersi rattristare al pietoso spettacolo delle sofferenze di Gray, sofferenze ch'egli amava ostentare e che raccontava al primo indifferente incontrato per via, al ristorante, al teatro. L'attrice viveva nella realtà del suo sogno e nelle braccia di Giuliano Farnese cullava i suoi dolci fantasmi di gloria comune, di grandezza comune, quei fantasmi e quelle visioni incitanti di gloria che erano la sua vita, la sua sola dolcissima illusione. Se la felicità di quei giorni era stata turbata, in principio, dai racconti che Giuliano faceva a Claudina delle tristezze di sua moglie e dell'incalzare dei suoi sospetti, ora queste sofferenze erano divenute più rare. Non ch'ella non sentisse più il rimorso addentarle il cuore ed il suo sorriso non fosse più amareggiato dal fantasma dell'offesa; ma questo fantasma oramai, sebbene più gagliardamente e con più crudeltà, le appariva ad intervalli sempre maggiori, poichè ora Giuliano serbava segreta nel cuore ogni sua sofferenza. Egli sentiva atrocemente il peso della dissimulazione, dell'inganno, della turpe commedia che rappresentava. Ogni volta che rivedeva Beatrice, il ricordo dei baci di Claudina lo faceva tremare fin nei precordii; e nelle lunghe notti, nel letto coniugale presso il corpo della tradita che dormiva d'un sonno affannoso ed oppresso, egli passava dolorose ore di insonnia ad assaporare la sua tristezza ed il veleno di quella sua indecisione; indecisione che lo teneva sempre spasmodicamente sospeso, fra il desiderio del perdono di sua moglie e del ritorno alla vita di prima, e l'amore ardente di Claudina, le sirene fallaci ma incantevoli della grande passione. Non di meno, egli non svelava più nulla di queste laceranti battaglie intime all'attrice. Ricordava troppo distintamente le ultime sante e ragionevoli parole di Claudina in quella notte memorabile, pronunziate prima della seconda e decisiva dedizione, per non paventare che, al racconto delle sue amare tergiversazioni, l'amante non gli ricordasse il suo saggio consiglio di quella notte e le sue risposte. Anzi, a volte, egli affermava un'indifferenza così completa verso i suoi affetti di una volta che l'attrice non poteva prestargli fede nemmeno un minuto e riusciva piuttosto persuasa del contrario.
Vi è sempre qualcuno che, su piccoli dati che a tutti gli altri sfuggono od appaiono trascurabili, riesce a ricostruire tutto l'alto edificio di una verità. Loredano, che pure era e rimaneva estraneo a questi tristi giochi dell'amore, si rese conto di tutto; e mentre Beatrice oggi era sicura del tradimento, per tornare a dubitarne domani, e così via via, quotidianamente; e mentre Gray sospettava per indizii fallaci, e sempre s'illudeva su la verità dolorosa; Leonardo aveva intuito l'evoluzione sentimentale che lacerava l'anima di Giuliano e, dalla sera della prima rappresentazione, egli aveva compreso che quel peccaminoso legame d'amore era inevitabilmente contratto. Dai suoi rari incontri con Claudina Rosiers e quando questa gli parlava di Giuliano, e dai suoi continui colloqui con il cognato e quando questi gli parlava di Claudina, Loredano aveva appreso più di quanto avrebbe voluto sapere. Egli era passato tante volte tra gli intrichi di quelle complicazioni sentimentali che esse non costituivano più per lui un labirinto. Sapeva ben discernere i fili che conducevano al primo nodo, dove il labirinto si apriva, con la medesima facilità con cui discerneva quelli che conducevano all'ultimo nodo, dove il labirinto si chiudeva. Tra le dissimulazioni di Giuliano e le sue fanfaronate, tra le amabilità di Claudina e le sue tristezze, egli non aveva trovato che amore, amore, amore.... Non di meno, nel medesimo giorno, egli aveva inteso Giuliano parlargli male di Claudina Rosiers e, recatosi la sera al Teatro Nazionale, la Rosiers aveva saputo gettare a Loredano una frase che rivelava pochissima simpatia per suo cognato. Non ostante le sue apprensioni, allora, Leonardo non si era potuto trattenere dal ridere e si era ripetuto quell'indimenticabile frase di Boisgommeux nella Petite marquise di Meilhac: «C'est ça, l'Amour!....» Così che i due amanti, volendogli nascondere la verità, gliela avevano sempre più chiaramente rivelata.
Ma Leonardo era troppo uomo di mondo, amava troppo sua sorella e, pure biasimandolo comprendeva troppo la lotta che si combatteva nell'animo di Giuliano, da lasciar trapelare fosse pure un nonnulla di quanto egli era giunto a scoprire. Oramai quasi conosceva gli appuntamenti e gli incontri dell'attrice con lo scrittore e Leonardo proprio in quei momenti cercava di giustificare e spiegare a sua sorella le assenze del marito. Beatrice si confidava a lui, perchè a lui poteva dischiudere tutta l'intimità dell'anima sua. Ella aveva l'abitudine di considerare Leonardo non solo come un fratello maggiore, ma, poichè il fratello era stato come un padre dell'orfana bambina, era nel sentimento di lei qualcosa di superiore e di diverso, una tenerezza filiale. La parola di Leonardo, quindi, le riusciva estremamente carezzevole e quietante. Ed egli che lo sapeva, usava di questo suo potere per sollevarla, per distrarla, per farle smarrire la via quando il sospetto di lei s'incamminava per quel cammino che l'avrebbe portata all'atroce rivelazione. Leonardo comprendeva che non era possibile restare molto tempo in quel tacito inganno: troppo paventava la veloce e sicura marcia della verità. Tuttavia, conoscendo l'anima di Giuliano, le sue volubilità e le sue mutevolezze, egli si augurava che l'innammorato si distaccasse dalla sua illusione e ritornasse alla moglie ed al retto sentiero, prima che la verità avesse potuto compire la sua marcia ancòra lontana.
Egli aveva considerato tutte le vie per accelerare nel cuore di Giuliano quella felice resipiscenza. Parlare a Claudina? Era inutile, poichè egli avrebbe capito da dove l'imposizione partiva. Parlare a lui? Era ancòra più inutile, poichè egli sapeva bene il potere reattivo che hanno i saggi consigli quando la passione divampa. Consigliare a Beatrice di partire col marito? Ma sarebbe questi partito? E quel che era più illusorio ancòra, sarebbe egli rimasto lontano? Non era questo il modo di dare a Beatrice la lacerante certezza, senza tuttavia ricondurre nella casa, che adesso n'era deserta, la pace e l'amore? Ma chi, se non il tempo, il gran livellatore ed il gran giustiziere, poteva riportare fra gli sposi il ramo d'ulivo ed il roseo ramoscello d'eliotropio? Aveva, così, respinto tutti quei progetti dannosi e si era attenuto al più semplice ed al più ragionevole: lasciar fare al tempo. Sapeva bene e per esperienza, come sia possibile prevenire la passione, ma come sia vano e sciocco reprimerla, quand'essa è divampata: — vano, poichè essa non s'estingue sotto alcuna forza se non sotto la sua propria; sciocco, poichè la passione repressa è come una fiamma su cui si soffii per spengerla e che, repressa un istante, divampa dopo più gagliardamente.
Beatrice intanto soffriva. Il suo amore per il marito era oramai avvelenato dal dubbio. Nei suoi sgomenti, ella invocava la certezza come una liberazione, ed allora si dava ad investigare, a spiare, a riflettere. Ma, a metà del suo febbrile lavoro d'indagine, uno sgomento più forte la prendeva, lo sgomento di trovarsi d'un tratto innanzi alla crudele ed irrimediabile verità. Allora ella ritornava indietro e si aggrappava al dubbio tanto amaro, come ad un'agognata tavola di salvezza, benedicendo quella continua tortura, piuttosto che lo spasimo orrendo di una prova irrefragabile. Tanto più che allora ella si apriva col fratello e piangeva sul petto di lui tutte le sue lacrime, mentre egli, passandole la mano sui capelli, la rassicurava, la tranquillava, burlava i suoi timori, le sue ansie, i suoi sospetti e le portava fra le braccia i suoi bimbi ch'ella, sperando ed illudendosi ancòra, baciava appassionatamente, baciando in loro anche l'imagine del padre. E quelle lacrime le eran di sollievo, quasi di gioia.
— Sai, le disse una sera Loredano, trovandola sola nel salotto invaso dalla penombra del crepuscolo piovoso, ho una buonissima notizia. Claudina Rosiers e tutta la sua compagnia partono e vanno a Torino e poi a Milano. Partiranno tra dieci giorni. Sei contenta? Allontanato l'oggetto dei tuoi sospetti, essi cadranno. Vedi che il tempo stesso si è incaricato di riportare in questa casa, come ti dicevo, il ramo d'ulivo ed il ramoscello d'eliotropio?
Beatrice sorrideva, poichè quella notizia le illuminava un'orizzonte di calma e di amore, ch'ella aveva temuto più volte di non rivedere mai più. Anche Loredano sorrideva, poichè anche lui sperava molto in quella partenza e dentro di sè si felicitava della sua prudenza e della sua abile strategia, dimostrate l'una e l'altra nel tacere a Beatrice quanto egli aveva indovinato.
In quel momento, mentre egli baciava le pallide mani scintillanti di anelli che la sorella gli tendeva raggiante di speranza e di gioia, il domestico entrò, recando la lampada velata dall'abat-jour di tulle roseo; e quella lampada rosea sembrò a loro, secondo le parole d'un poeta, una sorella infermiera che mettesse negli occhi della tormentata la sua luce, come un collirio; — sembrò una sorella che mettesse sul cuore di lei la sua bocca tepida; — sembrò una rosa bianca fiorita d'improvviso in un grigio giardino crepuscolare.
IX.
— Decidiamoci per questa, disse Claudina distaccandosi da Farnese e salendo di corsa la breve salita di quella quieta osteria di campagna; entrarono sotto quelle capanne, ordinarono una colazione semplice e rustica, cercarono il posto migliore per farvi apparecchiar la tavola. L'osteria era deserta in quel giorno feriale dell'ultima settimana di un aprile dolce e pieno di sole. Gli amanti prescelsero una piccola tavola sotto un chiosco di canne ricoperto di edera, gemmato di variopinte campanule. La campagna romana si apriva al loro sguardo, nuda e solenne, interrotta dal luccichio del fiume in lontananza. I fiori intorno al chiosco ombroso esalavano i loro primi profumi inebrianti. Il sole era tepido e carezzante, passando a lame di luce tra le canne, dolce e piacevole come un amico che torni dopo una lunga assenza e vi riporti la gioia e la vita.
Poichè dovevano attendere qualche minuto la colazione, i due amanti discesero nuovamente dalla montagnola su la lunga via bianca, si avviarono verso gli archi di ponte Nomentano. Siepi di biancospini e di rovi limitavano una parte della via. I biancospini gemmavano le siepi con i loro fiori candidi come fiocchi di neve. L'Aniene scintillava al sole del mezzogiorno con riflessi d'acciaio. Gli amanti si soffermarono a guardare il paesaggio che si stendeva a sinistra, oltre le siepi, per una distesa enorme, fino all'Albero Bello sul Tevere. La pianura si apriva vastissima, limitata dall'orizzonte, interrotta dalle strane ondulazioni del terreno. Nelle lontananze i monti sfumavano in una nebbia azzurrina, ma che a volte aveva qualche trasparenza rosea.
Farnese guardava l'amante che, vestita di un costume tailleur in stoffa grigia, s'avanzava verso il ponte, sotto l'ombrellino, fiore di ombra in quella furia di splendore abbagliante. L'ora intanto passava. Giuliano la raggiunse e, come la via era deserta, tornarono verso la montagnola e l'osteria avvinti amorosamente. Si sciolsero quando videro il padrone che li attendeva a piè della salita. Ma non erano stati così solleciti che il loro gesto amoroso fosse sfuggito agli occhi di colui che ora li precedeva verso il chiosco, nascondendo sotto la sua barba un sorriso d'intelligenza.
— Ci crederà due sposi, mormorò Claudina, e riderà di noi.
— Che importa, se non lo siamo? le ribattè l'amante, sorridendo.
La tavola, apparecchiata sotto il chiosco verde e profumato, aveva una certa pretesa nella rusticità di quelle tovaglie di cotone, di quei piatti di terraglia a disegno volgare, di quelle posate di ferro, di quelle bottiglie di vetro. L'oste aveva messo dei fiori in mezzo alla tavola e mentre gli amanti si sedevano l'uno di contro all'altra, egli aspettava sotto l'arco del chiosco i complimenti pel suo pensiero gentile, con un sorriso melenso su le grosse labbra. Nè si mosse finchè Claudina non ebbe notato quel mazzo di fiori di campo e non l'ebbe ringraziato della sua amabilità. Solo allora gli amanti poterono lasciarsi andare alla spensieratezza della loro scappata primaverile. Claudina aveva lasciato le prove al teatro, Farnese un affare importante per procurarsi il piacere di quella colazione campagnuola, presso il limpido Aniene, nella solitudine semplice ed intima di quella osteria senza avventori.
— Ma noi non mangiamo, divoriamo, disse Claudina a metà della colazione.
Due sorrisi, una stretta di mano a traverso il tavolo e ricominciarono a divorare. Parlavano di mille cose, di mille nonnulla, e la conversazione di Claudina svolazzava: sfiorava fatti, idee, sentimenti, sensazioni, allegramente, leggermente, senza mai soffermarsi, vertigine di parole, ebrietà brillante di primavera. Alle frutta Farnese dimandò del buon vino. Ne riempirono i bicchieri, brindarono. Ora che il cameriere non interrompeva più per il servizio i loro colloqui, Claudina si era seduta su le ginocchia dell'amante, gli aveva passato le braccia intorno al collo e, fumando, gli soffiava il fumo negli occhi con il perverso desiderio di fargli male. Con i bicchieri innalzati, gli amanti incrociavano continui brindisi, come incrociavano i loro bicchieri, bevendo Claudina a quello di Farnese, che a sua volta s'inumidiva le labbra a quello di lei.
— Ah, come mi diverto, come mi diverto! Noi siamo due scolari, gridava Claudina. Evviva! Evviva! Dammi del vino, ancòra, ancòra. — E come Giuliano le mesceva quel leggero e biondo vino dei Castelli, Claudina aggiungeva ridendo follemente: — Champagne, champagne, ancòra e sempre: Champagne, if you please.
Nel momento che, bocca su bocca, gli amanti si baciavano con uno di quei baci appassionati, furiosi, veementi che annientano le personalità pel solo, grande ed eterno trionfo dell'amore, una giovinetta era comparsa, vendendo un grosso fascio di prime rose.
Giuliano le diede del denaro mentre Claudina afferrate le belle rose le mordeva, ne mangiava le foglie, sfogliava i bei fiori odoranti e passava le mani piene di petali ancòra umidi su le guancie ardenti dell'amante.
— Mi ami? mi ami? mi ami?
— Ti adoro!
Venti volte si ripetettero la dolce appassionata domanda, la semplice ma eloquente risposta. Essi si inebriavano della loro stessa felicità che veniva dai baci, dal vino, dal sole, dai fiori, dalla primavera, dalla gioconda libertà. Lungamente i baci susurrarono sotto la verde cupola, lungamente le anime si esaltarono all'odore delle rose, lungamente le parole amorosissime mormorarono tra quella grande fioritura di campanule, bianche, rosee, azzurre e gialle, che nei loro calici aperti sembravano accogliere quei susurri d'amore, tesoro ineffabile di passione e di giovinezza.
Già il sole diveniva sempre più pallido e tepido, nè più le lame della sua luce scendevano negli interstizii delle canne cinte di edera. Poichè il tramonto d'aprile si avvicinava, Claudina volle uscire e tuffarsi ancòra per l'ultima volta nel sole, bearsi di quella esuberanza di luce, di colori, di profumi, di vita rifiorente. Discesero di nuovo, nuovamente si avviarono verso il ponte Nomentano. Un drappello di soldati del genio era su una montagnola per un breve riposo da certe loro esercitazioni di barche, nell'Aniene. Il piccolo fiume non scintillava più al sole meridiano, ma nelle sue acque limpidissime rifletteva capovolte le sponde, il cielo terso e d'un azzurro regale. Ma sempre più il tramonto si avvicinava e sempre più l'esaltazione si calmava nel sangue e nei nervi degli amanti. A poco a poco, come su le cose, così su le anime loro la sera imminente distendeva i suoi veli oscuri. Qualche tristezza rifioriva nei loro cuori, qualche dolore nuovamente vi palpitava, a mano a mano che l'esaltazione impallidiva e si spengeva.
Claudina, che si era seduta su un masso di pietra contemplando il tramonto, parlava:
— Ecco che anche questa giornata tanto dolce è finita, ecco che rientriamo nella triste monotonia della nostra vita e, riabbassando la maschera su i nostri volti ch'oggi erano tanto felici di non doverla sopportare, riprendiamo il doloroso artifizio della nostra menzogna... Ah, come la vita sarebbe sciocca ed inutile se dovesse continuare così! Ma tu sai perchè ti amo; tu sai perchè ci amiamo; tu sai bene il mio sogno adorato. Noi ci metteremo presto al lavoro, n'è vero? Tu completerai la mia intelligenza, io diverrò migliore al fuoco della tua... Torneremo presto, n'è vero? al lavoro, alla fatica, ai fieri scoraggiamenti ed alle superbie tanto nobili! Poichè è solo la realizzazione di quel mio bel sogno che giustifica il nostro amore, noi dobbiamo far tendere a quello tutti i nostri sforzi... Tu sarai grande ed io sarò presso di te.... Tu mi offrirai un ramoscello del tuo alloro... Oh, il sogno, il nostro bel sogno!
Si rialzarono. Oramai il tramonto, dietro Monte Mario sfumato in una nebbia turchiniccia, slanciava in alto nel cielo il suo magico incendio, il portento delle sue fiamme. I cipressi sul ciglio di Monte Mario, disegnandosi su quell'incendio del cielo, sembravano veramente gli aguzzi denti di un pettine enorme. Gli amanti, vinti da una tristezza mista però di dolcezza e di squallore, discesero in un prato verde tempestato di margherite dove l'erba era foltissima ed alta. Seduti su l'erba, innanzi a quel tramonto meraviglioso di aprile romano, le loro anime si schiudevano per accogliere tutta la malinconia e tutta la maestà che, da quella conflagrazione di nubi ardenti e da quella vicenda di luci e di ombre nel cielo, emanavano. Furono allora, alla fine di quella dolce giornata d'amore, i baci freddi, assai più tristi che le lacrime; furono le strette di mano, quando le mani sono ghiacciate e non sono più due passioni che si attraggono, ma due tristezze profonde che si vogliono carezzare e cullare a vicenda; furono le indifferenti parole d'amore, vuote ed inutili parole d'amore, più dolorose di un silenzio, perchè mostrano lo squallore dell'anima e le lontananze dei cuori degli amanti.
E gli amanti, rientrando poco più tardi a Roma, lungo la via Nomentana silenziosa dove solo echeggiava il trotto dei cavalli, pensarono ch'era meglio tacere. Il crepuscolo scendeva umido e tetro. Il cielo all'occidente era di rosa smorta e ad oriente già si accendevano le prime stelle dei mirifici lampadarii che ignote forze sovrane sorreggono in cielo. E la giornata di gioia e di spensieratezza si chiudeva, dopo quella fiammeggiante apoteosi della fine, con la più dilaniante delle tristezze umane, la tristezza che non sa trovare l'ineffabile sollievo delle lacrime.
Quando Giuliano rientrò in casa trovò sua moglie occupata da alcune visite. Egli non potè schivare quei fastidii e dovette dire ancòra per la millesima volta quelle medesime parole con quell'immutabile accento di esasperante indifferenza che toglie vita ed anima ad ogni conversazione. Le signore ch'erano lì quel giorno avevano qualche segreto ch'egli conosceva, poichè sapeva come, ad esempio, quella signora Acquaviva fosse sollevata nei suoi frangenti finanziarii da un vecchio senatore elegantissimo, presso il quale il marito trovava sempre un più che affettuoso appoggio; nè Giuliano poteva non sorridere pensando che quella contessa Arlì, che ora parlava con tanta intransigenza su i costumi di qualche sua amica, era stata veduta entrare con un deputato di provincia, sciocco ma milionario, in una casa di via della Missione; ed il sorriso continuava osservando quella terza visitatrice, la signora Lancia, la quale girava i Ministeri, generosamente disposta verso chi intendeva giovare al marito, pagando di baci una croce di cavaliere della Corona d'Italia. Beatrice era visibilmente tediata da quel cicaleccio mondano, in cui la signora Acquaviva metteva delle sentenze politiche che le venivano dal suo elegante protettore della Camera Alta, la contessa Arlì delle filippiche contro gli innocenti flirts da cotillon di qualche sua intima amica, la signora Lancia l'apologia di suo marito e l'enumerazione dei meriti di lui, ch'ella ripeteva continuamente poichè era l'unico modo di far credere a qualcuno che il marito ne avesse. Giuliano ascoltava rovesciare uomini, tacciare d'imbecilli certe idee, ridere di una conscienza retta, enunciare paradossi sociali da quelle donne che spendevano circa duemila lire al mese per la loro sarta, combattere per il trionfo della morale proprio da quelle donne che oramai da lunghissimi anni ne avevano smarrito le traccie. La conversazione seguitava così, caustica e falsa, fra il sorseggiare di una tazza di thè ed il liquefarsi di un fondant, senza che mai svelasse un sentimento sincero, un'idea onesta, una sensazione elevata. Tra quelle cincallegre di salotto, alle quali solo i guanti e gli abiti erano mondi di macchie, più pura, più buona, più dolce gli appariva Beatrice, che in quel momento ascoltava quei discorsi vuoti con un fastidio doloroso, ch'ella nascondeva sotto un amabile sorriso decorativo.
Una dopo l'altra le tre cincallegre se ne andarono: la signora Acquaviva a raggiungere il senatore che, forse, era invitato a pranzo da lei (un pranzo che egli avrebbe pagato, prima di andarsene, con un biglietto da cinquecento lire), la contessa Arlì in cerca di qualche rapida avventura; la signora Lancia a tentare eloquentemente un qualche capo divisione perchè suo marito avesse, finalmente, in occasione della prossima festa dello Statuto, la tanto sospirata croce dei santi Maurizio e Lazzaro. Quando furono soli, Beatrice si sedette presso Giuliano che sentiva l'imperioso bisogno di stringersela al petto, di baciarla, poichè ella era così buona e così dolce, poichè egli ne scorgeva meglio, al contatto con le altre, l'immacolata anima. Il marito si lasciava prendere a quel fascino di dolcezza che, come un profumo, Beatrice spandeva intorno a sè. Egli dimenticava la sua vita, gli sembrava di non essersi mai distaccato dal fianco di lei, di averla ininterrottamente e così amorosamente sentita palpitare tra le sue braccia. La sua vita passata — di un passato che datava appena da sessanta minuti! — si aboliva; ed è per questo che i baci posti da lui su le labbra di sua moglie non gli apparivano sacrileghi, nè rubati nè umilianti quelli con i quali l'innamorata gli rispondeva.
Ma il domestico che entrava, recando un pacco di libri giunti in quel momento, ruppe l'incanto. Beatrice, seduta al pianoforte, interrogava ora Giuliano su l'impiego della sua giornata, gli descriveva la sua, trascorsa tra le sue cure di mamma affettuosissima ed i suoi fastidii elegantissimi di donna di mondo. Cominciò allora per Giuliano la dilaniante commedia della menzogna e del ripiego, più amara, più crudele, più umiliante, dopo quell'oasi d'oblio, di pace e di confidenza. Ma le domande di Beatrice incalzavano. Il silenzio sarebbe apparso un'accusa, una confessione. Il marito, allora, cercò le parole più adatte a togliere dai sospetti l'innamorata, inventò abilmente le occupazioni di una intera giornata, con una grande minuzia di particolari; particolari tali, però, che non se ne offrisse a Beatrice la possibilità del controllo. Ella ascoltava — e così grande era l'accento di verità e di semplicità dell'infedele, ch'ella credette.
Credette! Era appunto questa fiducia di lei che feriva più profondamente Giuliano, nel cuore. Evidentemente, s'egli architettava con la massima abilità un edificio d'inganni e di piccole menzogne per giustificare presso Beatrice le sue ore, era perchè ella credesse, perchè ella quietasse la sua anima affannata da tanti palpiti nella dolce mitezza della fiducia. Ma tuttavia, quando vedeva che Beatrice gli prestava fede, la fede desiderata, quando osservava il volto di lei appianarsi ed illuminarsi d'un dolce sorriso d'amore, egli sentiva prepotente il bisogno di gridare all'illusa: «No, no, non credermi così facilmente! Quel che io ti racconto è menzogna. Io ti ho ingannato, ti inganno, io non avrò la forza di non ingannarti più. Non sorridermi, così, d'amore..... Ma guardami in volto e leggimi su la fronte la menzogna..... Che i tuoi occhi e le tue labbra non mi diano più baci ma mi scaglino contro l'insulto, l'insulto e il disprezzo per la mia miseria e per la mia viltà!» Tuttavia la ragione riprendeva il sopravvento su quell'onesto moto di una conscienza che si serbava ancòra integra, sotto le scorie delle falsità e delle ipocrisie. Ed egli taceva; seguitava ad intessere le fila dei suoi inganni, mentre l'innamorata seguitava a sorridergli di amore e di fiducia ed il suo volto sempre più si rischiarava di un così soave sollievo.
Tutto questo, però, non impediva che la conscienza di Giuliano sanguinasse. Quella fiducia di Beatrice così intiera e sollecita gli faceva sentire ancòr più il triste peso della sua vergogna. Egli avrebbe quasi desiderato che la verità emergesse solenne ed inesorabile, affinchè la commedia miserabile finisse nel dramma, certamente più doloroso, ma più nobile; ed allora i baci di lei gli facevano male, lo umiliavano, lo avvilivano tanto!.....
— Tu hai lavorato molto, io invece ho oziato, gli diceva Beatrice. Tu sei triste, lo vedo. Io non so che fare per te. Ma se i miei baci possono darti un po' di gioja e porti un sorriso su le labbra, ebbene, prendili, prendili, sono tanti e sono tutti tuoi!.....
Ella si strinse, si avvinghiò a lui, lo baciò appassionatamente. Come un colpevole — quale egli era, del resto — Giuliano sentiva quei baci irrorargli le labbra che ardevano e pure tremavano, a un tempo. Loredano che entrava, di ritorno per il pranzo, lo liberò da quell'agonia atrocissima che aveva pur troppo le rosee e belle apparenze dell'amore.
X.
Molte volte, nella vita, pur premunendosi contro le persone e le cose che si temono, si tralasciano cose e persone che appaiono trascurabili, mentre sono appunto quelle che più tardi nuoceranno. Certamente Farnese, salendo in quella sera di primavera la grande scala del Teatro Nazionale, non avrebbe mai pensato che da quel momento la sua sorte era decisa, la rivoluzione più violenta della sua esistenza e della sua anima iniziata irreparabilmente. Egli aveva il cuore in festa. Una giornata di lavoro gli aveva diffuso nel cuore e nei nervi quella deliziosa ebrietà che dieci ore di tavolino recano sempre ad un artista vero. La sua conscienza era anche tranquilla: Beatrice, invitata a pranzo da Lady Tremmel, vi si era recata con Leonardo Loredano; Giuliano, protestando una lieve indisposizione, era rimasto a pranzo con i suoi bambini, per non incontrarsi nei salotti ed alla tavola della deliziosa Lady Tremmel con una persona ch'egli non amava avvicinare. Il pranzo era stato gaio. I bambini avevano voluto ascoltare dal padre fiabe e racconti, ma senza fate, senza reucci e senza reginotte perchè quella «era roba da bambini», come sentenziava il piccolo Luca. Gli scoppî argentini di risa delle sue creature avevano sparso nel cuore del padre la più grande pace e la gioia più intima. Dopo il pranzo, era rimasto con loro a sfogliare un libro di viaggi, dono di Loredano ai bambini, aveva anche dato dei punti — lui! — alla sortie du bal della bionda bambola di Anna Maria. Infine egli aveva accompagnato con Miss Margaret, l'istitutrice, i bambini a dormire. Li aveva veduti, inginocchiati a piè del letto, mormorare le brevi ingenue preghiere che Beatrice aveva loro insegnate e nelle quali i bimbi pregavano anche per la felicità del loro babbo. I due ninnoli biondi, immacolati nel candore dei loro lettini, erano in quiete. La lampada, sotto il paralume di tulle, era stata abbassata.
Giuliano era uscito in punta di piedi; in anticamera aveva indossato il soprabito e s'era avviato verso il Nazionale, leggero e giocondo come a vent'anni, a Padova, quando dopo le opprimenti lezioni alle sue indomite scolaresche, poteva raggiungere la sua cameretta modesta per dedicarsi ai suoi prediletti lavori letterarii, quei lavori che dovevano poi dare ricchezza e gloria all'oscuro professore d'allora. Camminava a piedi in quella dolcissima sera di primavera. Da alcuni giardini della via Nazionale giungeva un acuto ed inebriante profumo di ciclami; festoni di lilla pendevano lungo le mura verdeggianti d'edera di una palazzina. Sua moglie non sarebbe rientrata che tardi dalla casa di Lady Tremmel, poichè dopo il pranzo intimo, l'elegantissima inglese offriva alla società romana l'ultimo suo ballo della stagione. Giuliano aveva dunque stabilito con Claudina di passare a prenderla al teatro, per poi rientrare insieme, a cenare e a bere dello champagne tra i baci più capziosi del vino, nel civettuolo appartamento dell'attrice.
D'un passo leggero Giuliano, salite le scale, aveva percorso il corridoio del primo ordine e s'era fatto aprire il solito palco di proscenio. La sala era rigurgitante, sebbene le rappresentazioni della Chimera fossero già ad un numero enorme. Il terzo atto volgeva al suo termine e Claudina, nella parte della contessa di Varrena, scagliava l'atroce grido di dolore e di rimpianto, ritrovando, dopo scoperto il baratro verso cui scendeva, presso di sè umile e sommesso l'uomo che l'amava profondamente e ch'ella aveva fino ad allora disprezzato, nel suo fatale inganno. Da quella sala rigurgitante saliva l'applauso così demoralizzante per un autore drammatico, l'applauso obbligatorio al dato momento, demoralizzante perchè ha in sè qualche cosa di quello tribuito al tenore che avanza al proscenio, per lanciare le ultime note della sua romanza, onde avere più insistente l'acclamazione della galleria.
Giuliano, finito l'atto, si avviò al palcoscenico, deserto in quella sera di rappresentazione senza speciali attrattive e senza avvenimento artistico o mondano. I pompieri passeggiavano con passo monotono su le tavole, i macchinisti ridevano in gruppo, i servi di scena preparavano l'elegante salotto del quarto atto. Uno o due attori passeggiavano, leggendo un giornale. Giuliano, giunto al camerino dell'attrice, vide che questa, dietro l'usciolo socchiuso, l'attendeva.
— Come hai tardato!... gli disse Claudina, appena fu entrato.
— I miei bambini hanno tardato ad addormentarsi, ei rispose; e prese il bacio che le labbra di Claudina gli offrivano.
Giuliano diede allora sfogo alla sua gaiezza. Parlava di tutto e su tutti, con volubilità insolita, interrompendosi con frequenti e cordiali scoppii di risa. Ma Claudina, mentre poneva il rosso su le due guancie e con la carezzante zampetta di lepre ve lo spandeva, non secondava quella gaiezza. Ella rimaneva silenziosa e triste; e solamente di tanto in tanto un sorriso illuminava il suo volto, quando Giuliano scherzava, ma era un sorriso pallido e forzato. Dopo un po' di tempo lo scrittore aveva notato quel malumore ed aveva interrogato in proposito Claudina, la quale aveva risposto evasivamente. Ma le domande di Giuliano divenivano più incalzanti, più penetranti e Claudina nel suo silenzio perdeva terreno.
— Ebbene, disse finalmente non potendo più serbare il suo segreto, è meglio che tu lo sappia. Un telegramma di stasera a Savarese annunzia che il Teatro Filodrammatico a Milano è a nostra disposizione dal quindici maggio e noi dovremo partire fra tre giorni.
— E tu pensi di partire? mormorò Giuliano freddamente.
L'attrice rimase confusa. Tentò di far parlare la ragione, ma Giuliano negava con ripetuti cenni del capo ed a Claudina, allora, sfuggì di bocca la verità:
— No, no, io non ho mai pensato nemmeno per cinque minuti alla possibilità di una tale partenza, te lo giuro! — ella esclamò; poi aggiunse: — Ti amo troppo! — e continuò a lungo per dirgli tutto quel che pensava.