PARTE PRIMA (continued 3)
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Ella avrebbe tutto affrontato, avrebbe giocato reputazione, denari, successi, pur di non allontanarsi dall'adorato. Che era per lei la riputazione s'egli non era presso di lei? Che erano per lei i denari che non le servivano, e che non potrebbero dorare mai una desolazione dell'anima? Che erano per lei successi, trionfi, allori, se Giuliano non ne era partecipe, se egli non era là con lei per essere altiero della gloria di lei che veniva dall'opera sua? Ella sarebbe rimasta a Roma, avrebbe chiesto, per ora un trimestre di riposo, e, se non glielo avessero concesso, era pronta a rompere il contratto, accettando di pagare qualsiasi penale. Ella enunciava questi progetti con parole roventi ed appassionate e Giuliano sorrideva alla violenza di quel torrente d'amore. Fu allora lui a parlare il linguaggio freddo della ragione. Conveniva a Claudina di abbandonare il suo eminente grado di attrice, di far prendere il suo posto da un'altra? Non era piuttosto meglio ch'ella andasse a Milano, che si affrontasse una volta per tutte quel grande strazio del distacco? Egli si sarebbe in breve recato a Milano a riabbracciarla col plausibile pretesto di assistere alla prima rappresentazione della Chimera in quella città, dove egli aveva sempre raccolto i suoi successi più belli ed unanimi?
Egli, da una parte, pensava dentro di sè che non sarebbe stato dolente della partenza di Claudina. Chi sa se da quella partenza non avrebbe datato per lui il ritorno ad una vita migliore! Chi sa se ciò non avrebbe ricondotto la pace nel cuore di Beatrice e l'amore di una volta fra loro! Ma Claudina protestava: quando ella, un giorno, volesse ritornare sul palcoscenico le farebbero d'ovunque ponti d'oro... Perchè, allora, soffrire lo strazio di quel distacco, quando era possibile evitarlo con quella permanenza a Roma, con quel riposo temporaneo che anche la sua salute, scossa da tante fatiche e da tante dolorose battaglie morali, richiedeva prepotentemente? Ella usava con molta abilità di tutte le malìe del suo sentimento per convincere l'amante. Ma egli, del resto, che in fondo non amava Claudina ma che l'aveva tutta nei sensi, nel sangue, nei nervi e che non vedeva per ciò senza terrore lo sconforto di un distacco, non desiderava di meglio che lasciarsi persuadere. Così che quando il campanello squillò per il quarto atto la loro sorte era decisa e Claudina suggellava coi baci la sua promessa d'amore.
Una voce disse dietro la tenda:
— Claudina, fra dieci minuti tocca a voi.
Gli amanti, smarriti nell'oblìo del bacio soave, non udirono. Allora la porta cigolò sui cardini ed apparve fra la tenda il volto di Lorenzo Gray.
Il piccolo e silenzioso dramma fu rapidissimo. Al cigolìo della porta gli amanti si erano disciolti dal loro abbraccio, ma non così prontamente che a Gray fosse sfuggito il loro imbarazzo rivelatore. Claudina impallidì. Gray, divenuto terreo ad un tratto, si ritirò. Giuliano noncurante salutò Claudina, dicendole che andava ad attenderla nel suo palco, per cenare poi insieme, secondo il convenuto. Appena rimasta sola, Claudina uscì dal camerino, s'incontrò con Gray pallidissimo che l'attendeva dietro una quinta.
— Finalmente, le disse questi fremente, dissimulando per le persone ch'erano intorno a loro, le parole roventi nei gesti semplici e corretti. — Finalmente ho la prova lampante che voi siete l'amante di Farnese. Avete finito di canzonarmi, così..... Ma, del resto, io m'illudo forse ancòra! Voglio che voi, voi, voi me lo diciate, che voi mi gridiate di essere l'amante di quell'altro. Su, via, via, un poco di coraggio.... Ne avete tanto!
Il gesto era convulso, la sua voce fremeva, i suoi sforzi per frenare i gesti violenti apparivano enormi. Claudina innanzi a quell'ira, innanzi allo insulto di un uomo che non aveva alcun diritto su lei, non seppe più contenersi.
— Ebbene, sì, sì, gli gridò sul volto con una voce stridente che passava fra i denti stretti per l'ira. Sono l'amante di Farnese, sì, e non da oggi solamente. Vi va? trovate ancòra a ridirvi? Capite che io me ne rido di voi e delle vostre ire, capite che voi non avete nessun diritto su me, nessuno, lo capite? Capite che io non vi permetto di farmi nè da solo nè innanzi alla gente scene ridicole, scene che non fareste se non foste lo sciocco che dimostrate di essere?.... Volete intendere finalmente che mi avete annoiata, annoiata da morirne! che non ne posso più con la vostra gelosia indelicata, che mi fate ridere e mi avete fatto sempre ridere con le vostre pretese?.... Io sono libera, liberissima di me e faccio di me stessa quel che più mi piace! Volete accorgervi una volta per tutte, che per fare l'Otello, non siete che un Otello di carta pesta?....
Era il suo momento ed entrò in scena ancòra convulsa e così pallida. Gray era rimasto appoggiato alla quinta, colpito dalla rivelazione, stramazzato nell'anima sua da quella ribellione crudele della donna ch'egli amava. Ma il buttafuori venne ad avvertirlo che era giunto il suo momento, che correva il rischio di fare scena vuota. Egli si riprese, entrò. Quando si ritrovò con Claudina un fremito lo prese d'innanzi a quelle mille persone; mancò la replica, errò le parole, saltò mezza scena e la caduta del sipario fu per lui una liberazione. Ed appena uscito di scena, egli corse nel suo camerino, si svestì e rivestì in fretta, discese per uscire. Discendendo la breve scaletta, le gambe gli vacillavano, gli occhi iniettati di sangue non vedevano gli scalini; traversò a zig-zag la scena dove gl'inservienti mettevano all'ordine per la prova dell'indomani, dove i pompieri facevano la loro ultima ispezione. Si avviò verso la porta d'uscita degli artisti, bisognoso di aria fresca e di silenzio. Su la porta le gambe gli tremavano ancòra più, egli dovette addossarsi al muro per sorreggersi. In quel momento Claudina usciva al braccio dello scrittore, e finse di non vedere Gray: ma, o per caso o volutamente, quando ella gli passò innanzi, ruppe in un grande scoppio di risa. Quelle risa furono per Gray più crudeli di uno schiaffo, egli vide in un momento tutto rosso, fece per slanciarsi addosso a Claudina, ma questa era già salita nella sua carrozza che attendeva; Giuliano le si sedeva accanto, chiudeva lo sportello, abbassava il cristallo e i cavalli partivano al gran trotto. Gray aveva anche inteso Claudina ordinare al cocchiere: «A casa».
Egli rimase in mezzo alla via, solo, abbattuto, per un momento senza più alcuna nozione della vita. Poi si avviò a caso per le vie, senza direzione, senza scopo. Tutto il terribile momento della sua vita gli appariva nella sua crudeltà. Si apriva il doloroso inganno di tanti mesi; non solamente egli non era amato da Claudina, ma Claudina amava un altro. Il sospetto cento volte lo aveva attanagliato, ma egli aveva sempre voluto scacciarlo, poichè l'innamorato voleva credere ed ingannarsi, con quell'accanimento proprio di tutti i gelosi i quali, fino a che una prova irrefragabile non li abbatta o non li scateni, tergiversano diuturnamente tra le convincenti apparenze che tolgono loro la speranza ed infrangono il sogno — ed i lambiccati pretesti e le faticose illusioni che non fanno altro che rendere più lungo e più acre il loro spasimo, senza riescire a blandirlo mai. Ora tutti i suoi sospetti di altri tempi gli ritornavano in quel momento, durante quella corsa senza limite a traverso alla città addormentata: si stupiva il geloso che quei saggi sospetti non gli fossero allora apparsi come evidenze; si adirava contro sè stesso per la sua cecità, per la sua sciocca fiducia, per le sue fanciullesche illusioni. Come aveva fatto a non accorgersi mai di quella commedia che si svolgeva e si annodava sotto i suoi occhi? Gli scatti di gelosia di una volta, dopo i quali di solito si trovava pentito e vergognoso, ora gli sembravano giustificatissimi e non sapeva perdonarsi di non averli spinti tanto oltre da avere la certezza della cosa, quella crudele e dilaniante certezza che tuttavia ora, in certi momenti egli avrebbe dato dieci anni di vita per non avere. L'orizzonte della sua vita gli appariva grigio, sconsolato, gelido. Scomparsane l'ultima luce che vi diffondeva un albor roseo, la dolce e vivificante illusione su Claudina, che gli restava? Al momento che egli era per entrare nel camerino dell'attrice, aveva inteso la cara voce di lei ripetere a Giuliano la sua decisione di rimanere a Roma, con lui, per lui! Non v'era dunque nemmeno la speranza di riconquistare l'infedele. Egli sarebbe partito e l'amica sarebbe rimasta docile e felice fra le braccia dell'altro! Una tristezza sempre più grande lo prendeva, lo serrava alla gola, con un groppo di lacrime.
Solo, solo! Che fare? Le sue amicizie, illusioni! La sua famiglia, distrutta! E Claudina ch'era l'unico suo ideale, la cui conquista aveva sorriso in fondo al suo cammino, come un'oasi di dolcezza in fondo ad un deserto, Claudina ch'era stata luce dell'anima sua e vita del suo cuore, era ormai tanto lontana da lui, esule volontaria, poichè aveva dimenticato le promesse, poichè gli aveva fatto accogliere crudelmente tutto l'ineffabile dolore che gli dava la felicità di lei, se con un altro goduta e da un altro donatale. Che fare, oramai? Riprendere il suo vecchio e fastidioso mestiere di attore, giovarsi del suo dolore vissuto per renderlo più efficace e più vero nell'opera di un altro uomo magari dello stesso Farnese? Ricordava i primi tempi del suo amore per Claudina, quando ancòra non aveva osato confessarglielo. Non era stato quello il periodo più dolce della sua vita, amareggiata negli ultimi tempi da quell'amore romanticamente infelice? Il dolore di lui diveniva ad ora ad ora più calmo, come il suo passo più lento. Questo batteva forte su le pietre dei marciapiedi, echeggiava nelle vie deserte tra le alte case chiuse e silenziose e talvolta Gray ascoltava l'eco di quel suo passo che aveva qualcosa di tragico, quasi non fosse suo.
A quell'ora, in quante di quelle case silenziose, era intuonata l'esultante canzone dell'amore? In quante alcove, dietro quelle finestre chiuse, susurravano i baci e palpitavano i corpi amanti? Ognuno aveva il suo lembo di gioia, il suo quarto d'ora di voluttà. L'amore, più solenne nel silenzio, sembrava a lui quasi cosa tangibile dietro quelle finestre. Dove qualche lume filtrava ancòra tra le stecche delle persiane, questa sensazione della presenza dell'amore si faceva anche più eloquente per Lorenzo Gray. Cosa poteva rischiarare quella lampada tremula e confidenziale se non l'allacciamento di due corpi, la comunione profonda e solenne di due passioni e di due desiderj? Egli pensò allora che in quel momento anche in una casa di piazza di Spagna, una casa a lui ben nota, si amava. Claudina v'era con lo scrittore e nelle sue braccia raccoglieva quella gioia e quei baci che non aveva voluto da Gray. Come un ferito che ama di acuire il suo dolore, torturando la ferita per giungere all'apice della sofferenza, così l'attore pensò di dirigersi verso piazza di Spagna, sotto quella casa, dove un altro coglieva il fiore ch'egli aveva tanto ed inutilmente bramato. Si avviò. Il pensiero degli amori favoriti in quel momento dall'ombra delle alcove lo riprese e la sua immaginazione esaltata gli fece sentire come il suono immane di milioni di baci scambiati tra milioni di bocche. Egli era solo. La sua solitudine era più squallida in quel silenzio. Una donna, una povera mercenaria, reduce forse da qualche caffè notturno dove aveva infruttuosamente atteso per lunghe ore, gli passò accanto, gli mormorò qualche parola, offrendogli per qualche ora il suo amore. Gray affrettò il passo per sfuggirle ed un gran disgusto lo prese....
Disgustato di che? Disgusto per chi? Non era egli forse più misero e più sciocco degli altri? Per mesi e mesi una donna aveva potuto ridere di lui, senza ch'egli se ne accorgesse, senza ch'egli dubitasse, seriamente e a fondo, della fedeltà di lei alle sue promesse di un giorno, tante volte rinnovate. Le frasi lanciategli sul volto da Claudina gli ritornarono alla memoria, gli avvamparono le guancie di un sangue sconvolto. Al giusto grido di passione di lui, all'ultimo grido d'invocazione del geloso verso la dolce verità, ella aveva risposto svelando definitivamente il triste segreto, tra la volgarità dei suoi insulti da palcoscenico. Che aveva egli fatto per essere, non solo tradito, disprezzato e avvilito dalla donna che adorava, ma anche vilipeso ed insultato? Di quale colpa ignorata o lontana egli soffriva l'espiazione in quel dolore così forte, che gli insanguinava l'anima, che gli inumidiva con le più amare lacrime le guancie di nuovo impallidite per lo spasimo?
Giunse in piazza di Spagna. La piazza era oscura ed i rari fanali tremolavano, or sì or no, ad un vento notturno. Egli ricordava altre notti, rigide ma limpide notti d'inverno, quando accompagnava Claudina dopo il teatro e l'amica lo invitava a salire in casa sua, per bere una buona tazza di autentico thè russo, fatto da lei stessa innanzi a lui, mentre le sue parole folleggiavan qua e là, senza argomento e senza conclusione. Quel soave cicaleccio era oramai cosa lontana e morta. Dietro quelle finestre illuminate, Claudina era con un altro, il quale riceveva i baci che egli aveva sognato, ed abbandonava il capo sul petto di lei e si faceva carezzevolmente cullare dal respiro di lei, com'egli aveva tanto sperato. Una vampa di follìa invadeva il suo cervello. Si sorprese a ridere solo in quella via deserta e l'eco di quella risata gli apparve tragica. Il cielo si annuvolava, sempre più nero e minaccioso; soffii di vento caldissimo passavano più frequenti. Lembi di vita trascorsa apparivano intanto a Gray, vecchie cicatrici della sua anima si riaprivano con dolore, illusioni disperse balenavano ancòra innanzi al suo pensiero col loro antico colore primaverile oramai appassito. Ma, sopra tutto, si concretava spietato ed acerrimo, innanzi agli occhi dell'imaginazione del geloso, l'abbraccio felice di Claudina e del suo amante, oltre quella finestra illuminata.
Quante ore egli rimase così, di contro a quella finestra inesorabilmente luminosa? Egli non lo avrebbe potuto dire; sotto l'imperversare di quella raffica di desolazione sentimentale le ore passavano, nel tempo stesso celeri e lente: lente per il suo spasimo e celeri per il timore che il sole gli recasse sofferenze più crude. Quella finestra inesorabilmente luminosa gli sembrava uno scherno crudele. Egli desiderava che quella luce si spengesse: finchè v'era luce, v'era anche vita ed amore in quell'alcova! Finalmente la luce s'affievolì, poi si spense, le finestre furono mute e la vita gli sembrò sospesa e con essa il suo spasimo. Inavvertitamente, egli aveva traversata la via per evitare un gruppo di uomini ebri che passavano cantando e schiamazzando, ancòra più truci in quella solennità notturna.
Il geloso si era appoggiato al muro della casa di Claudina ed attendeva: chi? che cosa? Una forza indefinibile lo teneva lì presso, nè egli poteva cozzare contro quella forza, per allontanarsi, per rientrare in casa sua. Dopo pochi minuti, il portone della casa di Claudina cigolò su i cardini ed un uomo uscì. Come questi si era soffermato per accendere un sigaro contro il vento, Gray aveva potuto riconoscere la fiera figura di Giuliano Farnese. Lo scrittore era passato innanzi a lui senza vederlo ed il primo impeto di Gray era stato di slanciarglisi contro. Ma perchè? Con quale scopo? E col desiderio di quale esito? Bisognava non cedere al primo impeto, bisognava colpire quell'uomo più a dentro, nel cuore e nella vita, profondamente. E ciò non si otteneva nè con un insulto, nè con un'aggressione volgare. Il geloso guardò l'amante felice allontanarsi lungo quella via, col suo passo fermo e virile, di cui a lungo gli giunse e sempre più fioca l'eco insistente.
Fu allora che la raffica del suo dolore salì all'apogeo. L'idea di colpire quell'uomo che lo faceva soffrire gli sorrise ed egli entrò in un caffè notturno — ch'era precisamente sotto la stanza dove poco prima gli amanti si erano amati, — per mettere ad effetto il primo disegno che era apparso nella sua mente sconvolta. Chiese un foglio di carta da lettere, scarabocchiò due righe in cui affermava che Giuliano era l'amante di Claudina Rosiers e che costei rimaneva a Roma per restare col suo amante; scrisse su la sopraccarta il nome e l'indirizzo della moglie di Farnese, uscì per gettare alla posta quella anonima denunzia. Una buca da lettere era su la facciata dell'Hôtel d'Europe, quasi di fianco al caffè. Ebro della sua vendetta, l'attore corse a quella buca, vi lasciò cadere la lettera.
Ma aveva appena compiuto quel gesto, quando gli apparve nitida la visione della bassa infamia commessa. Egli aveva lanciato il dolore ed il male contro una donna a lui ignota, ma che sapeva buona; aveva seminata la lotta in una famiglia, fra una moglie innamorata e i figli innocenti. Tutta la sua conscienza si ribellò contro lui stesso; unico suo pensiero fu di riprendere quella lettera e distruggere la volgare denunzia. Se non che egli si trovava innanzi all'inesorabile irreparabilità del fatto compiuto. Come fare? Follemente s'attaccò alla buca, tentò di scuoterla, tentò di introdurvi nell'apertura il suo bastone. Ma quei tentativi erano inutili. Un'altra disperazione, un altro dolore — ed il più atroce, il rimorso — s'aggiungevano a quelli che già diffondevano un gelo di morte nel suo cuore. Accese un fiammifero, pensò di gettarlo nella buca, di ardere tutte le lettere che vi si contenevano e fra quelle la sua. Ma sapeva forse egli cosa distruggeva, quali responsabilità veniva ad assumere e quali conseguenze il suo atto inconsulto poteva arrecare? Ah, cosa aveva mai commesso nella follia, quale vergogna!.... La sua conscienza tumultuava, come il suo sangue turbolento s'agitava nelle vene. L'infamia era commessa oramai irreparabilmente. Vano il rimorso, vano ogni tentativo! La follìa batteva a tratti nel suo povero cervello. Grossi goccioloni di pioggia cominciarono a cadere. Il suo dolore di prima scompariva sotto il nuovo spasimo. Nulla valeva oramai a fermare il galoppo del destino, di cui egli non era, col suo atto di poco prima, che l'umile strumento! Il sole non avrebbe ancòra sfolgorato in tutta la sua gloria d'oro che già la sofferenza ch'egli aveva seminato avrebbe purtroppo dato i più tristi germogli, preludiando forse anche al dramma. Egli rimase a lungo, stupidito, appoggiato a quella cassetta. Ora la pioggia cadeva a rovesci. L'alba lo sorprese coi suoi chiarori antelucani, ancòra immobile sotto la tempesta d'acqua, presso quell'oggetto che racchiudeva l'umile ed ignobile mezzo di un irreparabile destino che si compiva.
XI.
La colazione finiva tra gli scoppii di risa dei bambini. Giuliano si levò, accese una sigaretta, si distese in una poltrona, prese su le ginocchia il piccolo Luca.
— Così che, dimandava alla moglie, lady Tremmel ha fatto miracoli. Vi erano belli abiti, molta gente, molto entrain?
La moglie raccontava esuberantemente anche i più minuti particolari; poi Giuliano, a sua volta, raccontò la sua serata.
— Sono uscito alle dieci, sono stato al Nazionale per intendermi con Savarese su le rappresentazioni in Italia della Chimera; poi son passato al Circolo, poi a casa. Serata castigatissima: non ho incontrato nessuno, non ho parlato con nessuno. Ma voi siete rientrata alle quattro del mattino, mia piccola scapata!
— Incolpane Leonardo, rispose la giovane donna, incolpane lui che non si voleva più staccare dal braccio di una certa signora.....
Loredano, ch'era andato nella stanza attigua per scrivere due righe sopra una carta da visita, rientrava col sigaro acceso, l'occhio vivo, l'andatura giovanilissima:
— Accetto ogni responsabilità e son pronto ad espiarla con qualsiasi penitenza.
Beatrice guardava dalla finestra aperta le spalliere di rose che profumavano nel giardino ed il cielo limpido d'un azzurro terso come cristallo.
— Che bella fine di Maggio! ella mormorò.
Rimase a lungo a guardare quella gloria di primavera. Si rivolse quando intese parlare di partenza prossima, di decisioni da prendere.
— Tu parti? dimandò a Loredano.
— Bisognerà bene che mi decida. Sapete che sono quì da due mesi? Devo andare a Venezia a sistemare certi affari e poi, filo via, in Svizzera. Avevo l'idea di una passeggiata in Norvegia, ma la rimando ad un altro anno.
— Quando partiresti? domandava la sorella inquieta.
— Non so; in settimana, forse.
— E sono così urgenti, insisteva Beatrice, sono così urgenti i tuoi affari di Venezia che non ti potresti trattenere, nemmeno volendo?
— Oh no, no, di nessuna urgenza. Ma non vi è proprio ragione di trattenermi. Voi due filate di nuovo, e deliziosamente, il più perfetto amore e non ho alcuna ragione per restare fra voi a recitare la parte di terzo incomodo!
— Tu devi rimanere ancòra con noi, mormorò la sorella.
— Bene, bene, ribattè Loredano; ne riparleremo. Una decisione non è poi così urgente. Per ora me ne vado a prendere un po' di sole a Villa Pamphili. Vieni anche tu, Giuliano, a fare questa passeggiata?
— Volentieri.
I due uomini infilarono i soprabiti; da un vaso di fiori presero ciascuno una rosa arancione, la infilarono nell'occhiello.
— Se vorrai uscire, diceva Giuliano alla moglie, bevendo a sorsi brevi il caffè bollente che il domestico aveva portato in quel momento, se vorrai uscire con me, alle cinque ripasserò a prenderti. Va bene?
— Grazie, amico mio.
Si baciarono. Beatrice sentiva una grande calma nel cuore. L'addolorava però il pensiero della partenza del fratello, l'idea che ella sarebbe rimasta senza il suo sostegno e la sua guida in un momento così difficile. Gli si avvicinò, gli prese le mani:
— Non partirai così presto, è vero?
— Partirò il più tardi possibile, sorellina, rispose lo scrittore.
I due uomini uscirono, accompagnati dai bambini fino nel vestibolo. Beatrice si avvicinò alla finestra, vide Giuliano e Leonardo uscire dalla casa: guardò le loro alte, maschie ed eleganti figure allontanarsi in quella gloria di sole; li vide salire in una carrozza scoperta che passava.
— Sembrano due fratelli, pensò.
I due ridevano forte nella carrozza, che nuovamente passava al trotto sotto le finestre della casa. Le loro mani si sollevarono per salutare ancòra Beatrice. Beatrice gettò loro dei baci. La carrozza scomparve. Ella rimase alla finestra ad aspirare il profumo delle spalliere di rose maggioline, ad inebriarsi a quel tepore ed a quella gioia di primavera. Poi si ritrasse. Chiamò Miss Margaret, l'aiutò a vestire i bambini per la passeggiata al Pincio. Accompagnò loro e la Miss fino alla porta di strada. Poi, come li ebbe visti scomparire all'angolo della via, risalì in casa canticchiando una canzonetta francese:
«Allons, ma belle, au beau pays» «Où l'oranger fleurit. . . . . .»
Nel gabinetto da lavoro di suo marito scrisse qualche lettera, poi sfogliò dei giornali illustrati giunti al mattino. Come le tre e mezza suonavano, ella passò nella sua camera, infilò un abito da passeggio, in velo religioso grigio perla con piccole passamanterie in argento e guarnizioni di seta dello stesso punto di colore. Abbigliandosi, cantava. E la cameriera non cessava di meravigliarsi per quella sua insolita gaiezza. Beatrice si guardò allo specchio, lungamente; poi, compiaciuta, andò ad attendere che suo marito la venisse a prendere nel gabinetto da lavoro di lui. Prese sul tavolo un giornale comparso il mattino con un vivace articolo di Giuliano e incominciò a leggerlo. A momenti i suoi occhi sorridevano, come le sue labbra. La primavera le diffondeva vivamente e dolcemente nel cuore quel soffio di gioia e di ebrezza. L'amore di suo marito ora più espansivo e l'esser libera dalle tristi apprensioni di un tempo le consentivan quella gaiezza. Un odore di fiori saliva dal giardino per la finestra aperta ed era dolce e spossante come una carezza.
L'orologio suonava le quattro e mezzo, quando il domestico entrò. Aveva sul vassoio una lettera:
— Hanno portato questa lettera. È giunta da stamane, ma per errore è rimasta in basso fino ad ora.
Beatrice la prese. La rozzezza della carta ed il carattere a lei ignoto della sopraccarta la meravigliarono. Fece cenno al domestico di uscire. Un oscuro presentimento passò gelido nel suo cuore. Esitò. Ma poi scosse la testa e si disse che era una sciocca apprensione pensare che quella modesta lettera potesse recarle del male. Quelle saggie riflessioni non impedirono che le sue mani fossero tutte tremanti nell'atto di lacerare la sopraccarta. Ebbe appena scorse le poche righe vergate da una mano febbrile che ella cominciò a tremare tutta, il suo volto s'impallidì di un pallore di morte, due lacrime, che avevano il silenzio inesorabile della disperazione, le spuntarono dai cigli. La denunzia era innanzi a lei.
Il dolore, che per tanti giorni aveva tentato di aprirsi un varco nella sua anima, ma che era stato respinto da tanti rosei ottimismi, irruppe finalmente in tutta la sua cieca brutalità. Fu così repentino il passaggio che l'anima della povera donna soffriva dalla gioia di un minuto prima all'ineffabile schianto presente, che per un poco Beatrice seguitò a ridere di un riso straziante, che altro non era se non spasimo di nervi esasperati. La crudele certezza era innanzi a lei. Il suo sospetto era da troppo dissimulato nel suo cuore sotto l'apparente fiducia, perchè le fosse possibile il minimo dubbio su la veridicità di una denunzia siffatta, anche se di un anonimo. Una sensazione di squallore — la sensazione di un uomo che veda rovinare una casa intorno a sè e resti per miracolo nell'aria sul sostegno di un unico e fragile muro — s'impadroniva dell'animo della tradita. L'umiliazione di essere posposta ad un'altra l'avviliva, la sua dignità di madre e di sposa si ribellava alla menzogna cui aveva dato fede ed ai baci mendaci cui ella ignara si era docilmente prestata. La terribile crisi di dolore che doveva gettarle addosso in venti minuti dieci anni di vita non le lasciava pensare chi potesse essere quell'anonimo delatore. La denunzia era così precisa nel suo laconismo spietato! La dolorosa riprese il foglietto per rileggerlo, per averne un aumento di spasimo, l'esacerbazione del suo dolore. Allora ella lesse la seconda frase: che Claudina Rosiers restava a Roma per lui. Le lacrime più cocenti le discesero lungo le guancie. Ella girava per la stanza come folle, inciampando nei mobili, rovesciando oggetti, brancicando con le sue mani convulse il grazioso abito ch'ella aveva poco prima indossato sorridendo, con la innocente civetteria di piacere all'infedele. A che era valsa, dunque, la sua vita di onestà? Tutti i suoi sacrifizii, tutte le sue rinunzie, che cosa avevano apportato di frutto, se non le era risparmiata quella atroce spartizione di carezze con un'ignota, con una donna qualunque? Il ribrezzo invadeva tutto il suo essere, distendeva i suoi viscidi tentacoli intorno al cuore affranto di lei.
Anche il dolore fisico imperversava. La sua fronte ardeva, le vene delle tempie pulsavano fortemente ed erano così gonfie, quasi fossero prossime a spezzarsi. Brividi le correvano le ossa. Il cuore aveva delle strette che la facevano gridare. L'inutilità della sua vita passata, lo squallore della sua vita futura le apparivano dolorosamente. L'uomo amato perduto, il padre dei suoi figli indegno di lei, adultero e mentitore, dissimulatore e vile, gli appariva perduto, irremissibilmente perduto. Le sue illusioni sfiorite, abbattute, rotte per sempre, gettavano su la sua povera anima una coltre di spine. Che le restava nel mondo? Quale scopo? Quale vita? Quale destino? In una nuvola d'oro apparvero alla dolorosa i nimbi biondi ch'erano le chiome dei suoi bambini. Per essi ella avrebbe vissuto, da quel giorno, da quell'ora, la cui tristezza immensa mai da nessun fluire di tempo sarebbe stata dispersa. Cosa morta le apparivano adesso gli anni che le restavano da vivere. Nata per l'amore, senza l'amore che altro le sarebbe rimasto per la vita? I suoi bambini, cui il suo pensiero ricorreva incessantemente come ad una salvezza, come ad un conforto, come ad una difesa, come ad un usbergo immacolato e santo, non potevano prendere nel suo cuore il posto lasciatovi deserto dall'infedele, dall'amato di tanti anni non più degno del suo amore. Tutto il sangue di lei si ribellava contro l'offesa, il sangue aristocratico della sua famiglia s'agitava al pensiero di quella mescolanza plebea, al pensiero che un'altra donna, di lei meno pura, di lei meno eletta, di lei meno devota, avesse potuto ottenere ciò che a lei era dovuto, ciò che a lei si toglieva. L'abbandono sembrava irreparabile alla desolata. Su tutto avrebbe transatto l'offesa, ma non su quel tradimento continuato, abile, mascherato, contraffatto, calcolato. Tutti gli spasimi diversi della sua anima si univano, si sposavano con un triste connubio in uno solo, altissimo, mentre dagli occhi abbattuti seguitava a sgorgare il pianto ininterrotto; pianto di vergogna e di dolore, di orrore e di amore, di amore ancòra, pianto senza sollievo, senza tregua, senza fine, pianto sovrumano di infinita desolazione.
Quando Giuliano entrò nel gabinetto da lavoro, sùbito lo sconvolgimento del volto di Beatrice che si era levata e l'attendeva in piedi, gli annunziò che qualche cosa di grave era avvenuto. Sgomento, le si avvicinò.
— Non vi accostate, ella gli gridò ritraendosi, non vi accostate. Il dolore così atroce che io soffro non deve lasciare a voi altre vie alla menzogna. Questa lettera mi svela finalmente che Claudina Rosiers è la vostra amante, ch'ella non partirà da Roma per restare con voi. La benda mi è caduta dagli occhi ed ho potuto vedere tutta l'offesa che mi avete arrecata. Io non vi rimprovero nemmeno. Il mio silenzio deve avvilirvi più d'ogni mia parola.
Giuliano, tuttavia nello sbalordimento dell'inattesa catastrofe, comprese che, con una donna leale e nobile come sua moglie, la protesta non era più possibile, nè poteva mentire. Se quella lettera era anonima e quindi dubbia la denunzia che conteneva, le sarebbe stato molto facile procurarsi altre prove ed indiscutibili, ora ch'era incamminata verso la verità. L'unica cosa possibile con quell'anima di donna era la confessione: Giuliano la tentò, disperatamente, come si gioca l'ultima carta per una posta suprema:
— Con una donna come te io non so più oltre mentire, Beatrice, egli disse. Ciò che ti hanno scritto è vero. Io ignoro chi sia il delatore volgare che mi accusa in quella lettera. Ho tanti nemici accaniti a Roma, tante gelosie, tante invidie, che vorrebbero colpirmi in quel che ho di più dolce, di più intimo e di più sacro — e vi riescono. Io non ho alcun mezzo per difendermi e non lo cerco. Ti ho troppo a lungo mentito e ne ho troppo sofferto.
— Non è vero, ribattè Beatrice, se voi aveste sofferto, come dite, nel mentirmi, non avreste atteso per confessarmi la vostra colpa che io avessi in mano una prova indiscutibile. La vostra menzogna è spietata, è orribile. Ora dite di soffrirne perchè io vi ho strappato giù dal volto la maschera della vostra fedeltà. Ma voi mi avete mentito per un anno, un mese fa, avanti ieri, ieri, stamattina. È una menzogna ininterrotta, calcolata, vile, che mi ripugna! Mi avete baciata con le labbra ancòra memori dei baci dell'altra..... Mi avete.... Per carità, per carità, tronchiamo qui il nostro colloquio..... Ogni cosa è finita fra noi. Non torniamo più su la vostra infamia: ne soffro troppo!
— Ma io non ho cessato un'ora, un'ora sola di amarti..... Lo comprendi? Ah, tu ridi, tu indietreggi? Credimi che da tanto tempo io soffrivo, come un peso sul cuore, la mia menzogna.... Credimi che il traviamento di pochi giorni io l'ho pagato con tanto dolore, con tanta sofferenza, con tanta vergogna. Credimi che in tutte le ore ti ho avuta presente, noi ti abbiamo avuta presente, e tu ci hai fatto sentire crudelmente il rimorso dell'offesa che ti portavamo. Se tu sapessi! Ma io non devo ora scendere a simili particolari. Tu non vuoi ascoltarli e sarebbe inumano..... Sappi questo però e credilo per la vita dei nostri bambini, su la quale te lo giuro: quella donna può essere stata l'aberrazione dei miei sensi, dei più cattivi istinti del mio essere..... Ma tu sei rimasta per me il mio culto, la mia venerazione, la mia devozione, la mia religione..... La tua purezza mi ha fatto sentire ancòra più la mia colpa ed in questa sempre meglio ho veduto la grandezza della tua anima, diletta! Ho mentito? Sì, sì, ho mentito! Ma ho mentito perchè sapevo che confessandomi ti perdevo! Ti perdevo! Fa di me quel che tu vuoi, abbandonami, giudicami, condannami, ma sappi questo, questo solo: che io non ti ho tradita volgarmente, bassamente, per disamore, per stanchezza. Una vertigine mi ha trascinato. Io sono debole e non ho saputo resistere. Ma subito dopo ho misurato la gravità del delitto d'amore commesso e non ho avuto che un solo terrore, il terrore che tu sapessi tutto e che io ti perdessi, sì, sì, il terrore di perderti, di essere solo, senza di te, perchè io ti amavo, perchè ti ho sempre amata, perchè ti amo, ti amo......
Così dicendo le aveva preso la mano e, con voce strozzata dal pianto prepotente, le alitava le parole sul volto.
— Lasciatemi, lasciatemi, gridò l'offesa, svincolandosi ed indietreggiando. Lasciatemi e tacete; non discendete ancòra più in basso!....
L'infedele cadde a sedere su una poltrona, esausto per l'emozione violentissima di ogni forza fisica e morale. Il pianto ch'egli tratteneva con sforzi dolorosi proruppe; ed era pianto di scoramento e di umiliazione, pianto che invocava perdono, pianto in cui si rivelava tutto il lungo dolore di tanto tempo, dal giorno della prima dedizione di Claudina in quel medesimo salotto, su quel medesimo divano dove sua moglie si lasciava cadere, sempre più pallida, per dirgli:
— È inutile che partiate, è inutile che mi diate la rappresentazione di quelle lacrime: io non vi credo più!
La fierezza di Giuliano si ridestò. Egli asciugò le lacrime che gli inumidivano il volto, rimase in piedi immobile e convulso.
— Io avrei meglio compreso che voi foste venuto da me, continuava Beatrice implacabile, e mi aveste detto: «Non ti amo più, amo un'altra. Mi serviva di mentirti. Ti ho mentito!» Voi non vi sareste così avvilito ai miei occhi con una maschera di fedeltà che voi non avete mai abbassata, ma che io stessa ho dovuto strapparvi dal volto.....
— Tu dici delle follìe, disse Giuliano amaramente. Io non voglio da te il perdono, intendimi, intendimi bene! Io so che tu non me lo potresti concedere, nè lo dimando. Voglio solo che prima di prendere una decisione che forse muterà tutta la nostra vita, voglio che tu sappia, che tu creda, che tu sia persuasa che giammai ho cessato d'amarti, che dell'offesa che tu lamenti, ho sofferto io, giorno per giorno, ora per ora, arrecandotela, più di quel che tu soffra ora, misurandone la bassezza. Lo capisci tu che io non ti direi queste parole, se non sentissi profondamente nel cuore, nei sensi, nell'anima, nel pensiero, ciò che esse esprimono perchè innanzi al dolore non si deve, non si può mentire, molto più quando questo dolore viene, come il tuo, dalla menzogna? Vediamo, Beatrice..... Per l'amore che mi hai dato, per il bene che mi hai voluto, credimi, credimi, credimi..... Fammi almeno pensare che nel tuo cuore vi è ancòra qualche cosa per me, e non solamente la spietatezza di una condanna.....
— No, no, replicava Beatrice, non mi parlate così. Non voglio sentire nelle vostre parole nemmeno un alito di tenerezza per me. Essa mi dà troppa ripulsione verso di voi. Non mi parlate così. Ditemi la verità, la verità, una volta sola..... Datemi, per una volta, nelle vostre parole il sentimento della verità! Ditemi che non mi amavate più, che un'altra donna vi è piaciuta, che voi l'avete presa senza tanti scrupoli, perchè io ero una moglie fedele e non ero capace di rendervi dente per dente, come un'altra avrebbe fatto. Su, su, ditemi questo..... Ma non mi raccontate altre menzogne, non mi recitate altre commedie. Tacete... Sentite almeno la violenza del mio dolore e forse non avrete più la forza di essere sacrilego, ricordando il nostro amore d'un tempo, i nostri baci di un tempo.... Ah no, no, lasciatemi sola, mi fate ribrezzo!
Uno sgomento sempre più folle s'impadroniva di Giuliano: egli si avvicinò alla moglie, con le braccia tese, con gli occhi ardenti, ma col volto coperto di un pallore mortale:
— Beatrice, ascoltami, ascoltami..... Beatrice! Non mi gettare così in preda alla disperazione..... Abbi pietà!
— Ne avete avuta voi, per me? Mi avete risparmiato forse l'affronto di farmi sapere da altri la vostra colpa? Lasciatemi, lasciatemi.....
Si ritrasse, d'un tratto, verso la porta, poichè Giuliano si avvicinava sempre più. Egli soffriva veracemente il dolore di tanto tempo e la cupa disperazione già batteva lugubremente nella sua anima. Beatrice d'altra parte aveva atteso, al principio di quella scena lacerante, un grido di verità che le svelasse come non tutto era morto nel cuore e nella conscienza di quell'uomo traviato. Ma poi l'esaltazione vertiginosa del suo stesso dolore le impediva di discernere il vero dal falso, le impediva di sentire palpitare la verità, la sincerità, il dolore, la passione nelle parole di Giuliano innanzi alla desolazione che per la sua anima si preparava. Beatrice volle chiudere quel colloquio tanto triste. Su la porta si volse, disse al marito che si copriva il volto con le palme per nascondere le nuove e più cocenti lacrime:
— È inutile purtroppo parlare più oltre..... Il mio giudizio su voi è irremovibile. Immediatamente noi ci divideremo, e per sempre. O voi lascerete questa casa o la lascerò io, questa sera stessa.
Giuliano, vinto dal tremito convulso che lo scuoteva tutto, non riesciva ad articolare parola. Beatrice aggiunse:
— Ed io condurrò con me i miei figli, ve ne prevengo!
— I nostri figli! gridò Giuliano fuori di sè. I nostri figli, no, essi sono anche miei! Sono miei, miei... Voi non potete togliermeli... Voi non potete strapparmi fin l'ultima consolazione, l'ultimo rifugio per il mio dolore...
Egli singhiozzava. I singulti di quell'uomo forte non commossero la fragile creatura colpita in quello ch'ella aveva di più geloso e di più caro. Il suo grande dolore la rendeva spietata, sorda alla pietà che quel colpevole impetrava:
— I nostri figli, no, voi non potete togliermeli, non me li toglierete! egli singhiozzava.
— In questo caso, disse fermamente la donna cui Giuliano aveva così a lungo mentito — e le sue parole avevano una insultante ironia ed un supremo disprezzo — in questo caso, metteremo di mezzo degli avvocati. Faremo un processo, se così vi piace!
Giuliano si avventò contro di lei, preso da un impeto di brutalità cieca in cui egli avrebbe voluto o piegarla verso di sè vinta e pietosa o farle del male. Ma ella era già uscita e la porta si richiudeva. Egli rimase in quella stanza, dove tante crisi della sua vita s'erano svolte, a soffrire tutto il suo spasimo, intenso e silenzioso. Beatrice sarebbe partita, i suoi figli sarebbero andati via con lei. Egli, l'infedele, rimaneva solo e triste, a mezzo di quel malinconico cammino, avendo veramente smarrita la diritta via per una oscura selva senza uscita; rimaneva così, solo e smarrito, esule nella vita, senza la calma della sua casa e l'affezione della sua famiglia e senza nemmeno una passione verace in quell'altra casa dove la sua sorte contraria si era decisa. L'ora squallida passava con una lentezza lacerante.
XII.
Quanto durò quella raffica di disperazione in cui ogni volontà ed ogni sensibilità, se non quella del dolore, sembravano abolite? A un dato momento Giuliano si riprese dal suo abbattimento, vide la sua solitudine in quella stanza silenziosa già invasa dalle penombre del crepuscolo. Uscì nei salotti contigui, in cerca della moglie, deciso ad ogni umiliazione pur che ella non lo abbandonasse, pur che non gli togliesse i suoi figli.
Girò per tutte le stanze, nei salotti, nella sala da pranzo, nel gabinetto da toeletta, nella stanzetta da bagno, nelle camere dei domestici. Beatrice non v'era. In anticamera interrogò il cameriere che non sapeva nulla. In quel momento Miss Margaret saliva dal giardino ed avvertì lo scrittore che i bambini, rientrati con lei, erano di nuovo usciti con la loro mamma, un'ora prima. Non sapeva però dove fossero andati, nè a quale ora sarebbero rientrati. Giuliano in un lampo intuì quello che accadeva, prese il cappello ed il bastone, deciso ad uscire, a cercare Beatrice ed i bambini. Ma in quel momento il domestico apriva la porta e Leonardo Loredano entrava.
I due uomini passarono in un piccolo salotto, ove si chiusero a chiave. Il colloquio fra loro avvenne a voce bassa, senza declamazioni, brevissimo ma desolato. Loredano amava sinceramente Giuliano e nel tempo stesso che soffriva pel dolore della sorella, comprendeva il colpevole e s'inteneriva al dolore di lui. Egli parlò per il primo, ragionevolmente:
— La catastrofe giunta così improvvisamente, egli diceva, ci fa sentire il contraccolpo, appunto perchè inattesa, improvvisa ed irreparabile. Io comprendo il tuo dolore, che in fondo è un'espiazione meritata: m'inchino con riverenza a quello nobilissimo, altero, silenzioso di mia sorella, di tua moglie. Indagare la causa di ciò, è inutile. È ugualmente superfluo fermarsi a ricercare chi possa essere stato l'ignobile delatore della tua relazione con Claudina Rosiers. Se vorrai, in seguito, potrai cercare.... L'importante è questo, per ora: Beatrice si trova presentemente con i bambini in una casa amica e sicura, dove io sono stato chiamato per telefono, dal circolo. Non ti posso dire chi siano gli ospiti della tua famigliola, perchè Beatrice mi ha fatto giurare che non te l'avrei detto, volendo evitare che tu la cerchi, volendo sfuggire ad un'altra scena ancòra più dolorosa ed atroce. Bisogna, dunque, prendere una decisione. Beatrice, un giorno, forse anche non lontano, ti perdonerà, ritornerete insieme e sarà allora per voi una seconda luna di miele, cui io mi invito fin d'ora ad assistere. Ma, al momento presente, la povera donna è troppo abbattuta e demoralizzata per poterle parlare d'un perdono sia pure lontano. Ella non intende nè di rivederti nè di cederti i figli. La sua intenzione è di lasciarti libera la casa tua e di venire lei ed i piccini a Venezia con me. Mi sembra che questa partenza di Beatrice sia fatta appunto per risvegliare pettegolezzi e ciarle. È meglio, dunque, che sii tu ad uscire da questa casa. Va, parti, viaggia; io resterò con Beatrice e ti avvertirò e ti chiamerò il giorno in cui ci sarà possibile tentare ch'ella ti perdoni. Ella rientrerà in questa casa e, per il mondo, nulla sarà mutato. Per tutti, tu sarai in viaggio, per affari, per diporto, che so io! Questa notte intanto, Beatrice dormirà in un albergo, con me. Domani, dopo la tua partenza, tornerà qui. Tu hai tutto il tempo di prepararti a questa assenza non breve.
— E devo partire, balbettò Giuliano, senza baciare i miei piccini? E chi sa per quanto tempo non li rivedrò!
— Li bacerò io per te, rispose Loredano. Ed è meglio. Se tu li vedessi non partiresti più ed è necessario ora che tu ti assenti per qualche mese, affinchè la grave ferita che tu hai fatto al cuore di Beatrice abbia il tempo di rimarginarsi, almeno apparentemente e superficialmente.
Giuliano parlò ancòra. Disse lo schianto che quella partenza significava per lui, la solitudine della sua vita, la sua tristezza; ma le risposte di Loredano furono così affettuose e così persuasive che poco dopo i due uomini si abbracciavano, — la partenza di Giuliano era stata decisa — si abbracciavano come fratelli di dolore, virilmente ma profondamente commossi.
Poi si lasciarono. Loredano tornò presso Beatrice. Giuliano incominciò una marcia veloce per le vie della città, a fine di sollevare i suoi nervi depressi. I lampioni cominciavano ad accendersi nei negozi, le vie erano piene di folla, coppie di innamorati felici passavano vicino a Giuliano, lentamente, nel crepuscolo di quella soave giornata primaverile. Egli pensava alla vanità, alla insussistenza di quella illusoria felicità che luccicava negli occhi di quelle coppie di amanti. Anche per loro era passata quell'ora dolce. E rivedeva Beatrice al suo braccio, nei tramonti d'aprile e nelle stellate sere di luglio, mormorare parole tenere, mentre egli le sorrideva. Ed ora tutto era finito; il dramma era giunto inesorabile, a sconto delle gioie del tempo passato. Si trovò nella via Nazionale dove una fanfara di bersaglieri lanciava al cielo i suoi squilli inebrianti. Giunse al Corso, riboccante di folla lieta, scintillante di lumi, dorato di fanali a gas, argentato di lampade elettriche. Qualche signora che passava nella propria carrozza lo salutò. Egli si sentì sempre più solo fra quella folla ignota e, come unico porto al suo dolore, gli apparvero l'intimo salotto ed il dolce cuore di Claudina Rosiers.