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Il Miraggio

PARTE SECONDA

Reading edition

I.

Dal fondo del suo coupé riservato nel treno di Firenze, Giuliano Farnese vide l'ombra di una donna, vestita di nero e avvolta di veli, scivolare lungo i muri, seguita dai facchini col bagaglio, diretta verso di lui. La donna arrivò allo scompartimento, salì, tese le labbra a Farnese.

— Temevo che tu non venissi più, Claudina! disse lo scrittore, serrandola fra le braccia. Discioltasi, ella assestò le valigette su le reti sospese, poi si sedette dalla parte opposta allo sportello aperto, sempre nascosta dai veli. Giuliano, in piedi nel rettangolo dello sportello, cercava di nascondere la viaggiatrice. Claudina vide un uomo che passeggiava sul marciapiedi, dove i viaggiatori s'affrettavano e gl'impiegati si affannavano ed i carretti di ferro coi bagagli scorrevano con uno strepito fastidioso, vide quest'uomo avvicinarsi allo scrittore, salutarlo: ella riconobbe Santacroce che dimandava curiosamente a Farnese per dove partisse, per quanto tempo, se solo o in compagnia. Anzi egli arrischiò uno sguardo nel fondo dello scompartimento; Claudina tremò di essere riconosciuta, ma l'ombra che il lume a gas velato dalle tendine verdone lasciava e la miopia di Santacroce la protessero. Costui se ne andò, persuaso in apparenza dalle proteste dello scrittore, lungo quel marciapiede dove i cinquanta globi di luce elettrica rovesciavano fiumi di luce, da dove un rumore assordante saliva, oramai unito a quello degli sportelli sbattuti ed allo squillo delle campanelle di partenza.

Lentamente, il convoglio si mosse. Claudina osservò l'amante e vide un grande pallore disfarsi sul volto di lui, mentre le mani gli tremavano e gli occhi non si staccavano da quella stazione argentea di luce, che oramai si allontanava sempre più. Quando questa non fu più che un punto luminoso su l'orizzonte notturno, Giuliano si ritrasse dallo sportello, alzò i cristalli, venne a sedersi vicino a Claudina, le prese le mani che erano gelide, le baciò la fronte ch'era madida di sudore, le baciò le labbra ch'erano paonazze. L'amante la strinse fra le braccia, la cullò con la dolce nenia delle sue fanciullaggini amorose. Claudina parve rianimata: tuttavia non seppe trattenere le parole del suo rimorso:

— Abbiamo fatto male a fuggire, ella disse. Mi pare che noi s'abbia messo fra tua moglie e te qualche cosa di irreparabile, di insormontabile, di incancellabile, per il giorno in cui tu, non amandomi più, vorrai tornare con quelli che tu ami ancora, tua moglie e i tuoi bambini. Avrei dovuto partire io sola, io..... Tua moglie, forse ti avrebbe perdonato.... Chi sa? Le donne che amano son capaci di tante abnegazioni.....

Sorrise amaramente; poi aggiunse, vedendo Giuliano che accennava a parlare:

— So, so quel che vuoi dirmi e che mi hai già detto: che tua moglie non ti avrebbe giammai perdonato; che, d'altronde, non ti era possibile rimanere a Roma, separato da lei, per le ciarle del mondo; che tu mi ami; che, del resto, tu speri che tua moglie non saprà niente della mia partenza con te..... Ah, quanto sarebbe stato meglio per te rimanere o ritirarti in un piccolo paese con uno dei tuoi piccini, a lavorare..... Tua moglie, allora, si sarebbe persuasa del tuo pentimento ed un giorno te la saresti veduta arrivare, buona, sorridente, clemente, avendo dimenticato e perdonato.....

La sua voce era piena di lacrime e dopo una pausa la donna gettò le braccia al collo di lui, reclinò la fronte su la sua spalla ed aggiunse, ardente di passione:

— Ma no, ma no, ciò che abbiamo fatto è bene. Tu mi ami, io ti adoro, non potevamo vivere separati. No. Ah, Giuliano, come mi sento tutta tua, come mi pare di correre verso la felicità con questo treno, come mi pare di averti tutto mio e per sempre, per sempre!..... Ricordi l'altra sera, a quest'ora? Tornavamo dal teatro, cenavamo a casa mia, bevevamo dello champagne alla primavera del nostro amore, all'alloro che dovrà incoronare, come dici tu, le nostre due fronti di una sola corona..... tu poeta ed io tua interprete, ricinti da un solo ramo d'alloro, uniti nella gloria, come nell'amore! Ah, che bel sogno, e noi lo realizzeremo..... Non è vero?

Giuliano sorrise d'una smorfia scettica. Il fischio del treno parve in quel momento irridere.

— Tu non hai fiducia? dimandò l'attrice. Io, sì, ne ho tanta, tanta.... L'altra sera, a quest'ora, tu mi baciavi..... e nessuno dei due avrebbe imaginato che stasera saremmo stati insieme in questo treno che fugge verso la felicità, uniti, stretti, amanti, dopo il breve dramma di ieri.... Ah, quando iersera ti vidi arrivare da me, alle sei, pallido, disfatto, come invecchiato di dieci anni, e quando mi dicesti: «Fa le valige. Partiamo domani», compresi in un baleno quello che era avvenuto... Poi, mi sentii mancare, come in un sonno improvviso, e non ricordo più nulla.... se non che mi sono risvegliata sotto i tuoi baci ardenti! Ah, il destino come galoppa! E di quali mezzi, di quali misteri si serve per compiersi! Ed eccoci qui, ora, amanti per sempre, non è vero? Per sempre! Come ti adoro. Giuliano! Baciami, baciami.....

Sotto la fitta pioggia di baci che l'amante faceva cadere su le labbra, su gli occhi, su la fronte di lei, ella si assopì, sorridente. Giuliano la distese su i cuscini, le si sedette accanto e, mentre il treno seguitava a correre in mezzo al gran deserto romano bagnato dai riflessi della luna, egli rivedeva una stanza ben nota, dove una donna ch'egli aveva tanto amato, — e che l'amava, — era certamente in veglia dolorosa, avendo sul pallido volto l'orma di tanto dolore, la tristezza di una così inattesa desolazione. Per la prima volta, ella lo attendeva invano, sicura ch'egli non sarebbe venuto. A quell'ora il telegramma ch'egli aveva spedito a Loredano, partendo, per annunziargli il suo allontanamento da Roma, doveva esser giunto; e Loredano, forse, aveva fatto considerare come un docile e pentito atto di sottomissione quella sua partenza, che pel benessere comune gli era stata consigliata. Forse Beatrice s'inteneriva, a momenti, al pensiero del lontano, forse lo rimpiangeva; ma il dolore ed il rancore dovevano vincere e Giuliano quasi vedeva i gesti convulsi dell'abbandonata, quasi udiva le parole disordinate e crudeli dirette a lui da quelle labbra che sapevano dirgli, anche poche ore prima, così dolcemente «io t'amo!» Quante volte, nella vita nuova che incominciava da quell'ora, egli avrebbe rimpianto la piccola stanza da letto coniugale con la veilleuse in cristallo azzurro, l'intimo salotto così animato da tante cose famigliari, sotto la luce della lampada velata dal paralume di tulle rosa..... Verso quali dolori e verso quali rimpianti egli si avviava? Quale nuovo dramma cominciava in quell'ora? E quale redde rationem si preparava? Un'inquietudine sempre più convulsa lo assaliva, e nella quale egli avrebbe potuto facilmente distinguere il rimpianto per ciò che lasciava, il rimorso per la sofferenza ch'egli aveva seminato intorno a sè, il timore misterioso di ciò ch'era dietro l'oscuro sipario abbassato fra il suo presente ed il suo avvenire, il dubbio per l'intensità e per la sincerità dell'amore ch'egli credeva di nutrire verso Claudina.

Ma il sonno che gli appesantiva le palpebre non gli consentiva più di vedere la campagna lunare ed il volto pallido di Claudina assopita. I cattivi sogni marciavano in nero drappello verso di lui, così che, quando più tardi egli si destò al fracasso dello sportello spalancato alla stazione di Orvieto, un incubo doloroso lo opprimeva, con tanti fantasmi di dolore e di tristezza, da cui egli non riusciva a liberarsi nemmeno mentre Claudina si destava dal suo sonno pesante, mentre insieme riassettavano i loro abiti e discendevano le loro valigie, uscivano dallo scompartimento sul marciapiedi della piccola stazione. Gli amanti rimasero un momento l'uno contro l'altra a guardare il treno; e solamente quando il convoglio notturno si allontanò lungo il serpeggiante nastro di via illuminata dal lume di luna, essi si scossero, uscirono dalla stazione, salirono in una carrozza che doveva accompagnarli ad Orvieto.

Lungo la salita che i giovani cavalli divoravano con un trotto vivace, i due amanti non dissero parola. Guardavano la vallata compresa fra montagne boscose e colline con terre solcate da borri e da piccoli torrenti, la triste vallata dove serpeggia il fiume Paglia, la vallata che si apriva sempre più al loro sguardo, a misura che salivano verso l'antica città etrusca, sotto la truce chiarità lunare che si diffondeva come un'enfasi di luce, su i monti e presso il fiume, disegnando le fitte boscaglie, accendendo di innumerevoli lamine argentee il corso serpeggiante del fiume, laggiù, fra gli alberi.

Il silenzio non fu rotto che da un'esclamazione di Claudina innanzi ai mosaici meravigliosi del Duomo, tutti misteriosamente scintillanti sotto la luna. Era una immane fantasmagoria di luci e di riflessi, in cui i candori abbaglianti del marmo s'avvicendavano col balenìo caldo degli ori. Anche la piazzetta innanzi al Duomo era signoreggiata da quell'enfasi di luce lunare, che più giù gravava su la campagna e lì intorno dava alla mirabile facciata del tempio uno splendore trasparente, tale da farla sembrare una visione di sogno. Giuliano rivedeva con tenerezza quelle vie deserte e grigie, dove l'erba cresceva umile e silenziosa tra le selci, sin sotto i muri dei grandi palazzi echeggianti sonoramente nel deserto notturno e silenzioso lo scalpitìo dei cavalli. Claudina, intimidita da quella muta e profonda solitudine, si serrava inquieta al braccio dell'amante.

All'albergo cenarono frettolosamente in una modesta saletta da modesto albergo umbro, serviti da un cameriere, Isidoro, insonnolito ma, pur nel sonno, cerimonioso. Egli li aveva presi per due sposi, e non appena li aveva serviti, volgeva le spalle per lasciar loro maggior libertà. Dopo la cena, però, gli amanti indugiavano intorno alla tavola, senza parlare e fumando una dopo l'altra certe sigarette sottili, che Claudina amava. Isidoro, sbadigliando sempre cerimoniosamente dietro la salvietta, faceva le sue alte meraviglie, per quei due sposi così poco loquaci e cordiali e così poco premurosi di raggiungere la loro camera e la loro libertà. Intanto il poveruomo cascava dal sonno e, piuttosto che cadere a terra sfinito, preferì di dire ai due supposti sposi, con le consuete cerimonie:

— La loro stanza, signori, è pronta.

L'ossequente voce di Isidoro richiamò alla realtà Giuliano. Egli si levò per il primo. Salirono nella loro camera, accompagnati da Isidoro, che rapidamente infilò l'uscio, augurando loro con un'aria sorniona il buon riposo.

Si spogliarono lentamente, senza parlare. Sembrava che tra loro si fosse frammesso un qualche ignoto fantasma che li inquietava, li rendeva pensosi, irrequieti e tristi, allontanandoli l'uno dall'altra. I loro baci, quella sera, furono frettolosi, quasi indifferenti; il loro amplesso, non più nobilitato dalla fiamma della passione, li lasciò assai tristi. Stanchi, essi provarono ben presto il bisogno di voltarsi le spalle, di tacere, di dormire. Non di meno essi stentarono a prendere sonno. Finalmente Giuliano sentì il respiro di Claudina divenire più eguale, più lento, più grave. Ma egli era torturato dall'insonnia. Continuamente il pensiero degli assenti lo riafferrava. Come in una visione, egli vedeva un avvenire ben triste e minaccioso. Sentiva le lacrime fargli groppo alla gola. Nell'ombra, sentiva il respiro della donna sempre un po' inquieto. L'illusione che fosse Beatrice a dormirgli a lato lo esasperava come un incubo. Per liberarsene accendeva la candela, guardava Claudina ed un incubo ben più triste veniva ad opprimerlo: il rimprovero della figura dolorosa dell'assente. Poichè l'insonnia era invincibile, egli si levò, si vestì, si distese su una poltrona. L'agonia vi continuò. Verso l'alba, egli dormì un'ora di sonno affannoso e febrile. La luce del mattino lo destò. Alla vista di Claudina ancòra dormiente, sul letto, seminuda, nessuna tentazione lo accese. Egli confrontò quella sua impassibilità con quelle mattine in cui, mentre Claudina ancòra dormiva, egli amava di carezzare con la bocca e la mano le sue tepide grazie giovani.

Quella mattina, invece, egli preferì di scendere a prender aria. La calma di Orvieto, la solitudine grigia del mattino esasperarono ancòra più la sua tristezza. La facciata del Duomo, scintillante al primo sole di mille ori e di mille riflessi di pietre preziose, di marmi e di mosaici, gli apparve appannata, a traverso il velo di lacrime che gli si distendeva su le pupille.

II.

Alcuni giorni dopo, gli amanti giungevano a San Remo, in un luminoso vespro di giugno. Scesi appena dal vagone, si diressero al porto, donde una barca li trasportò a bordo del Little Rose, il piccolo luccicante yacht che Farnese aveva in rada precisamente a San Remo, ed il cui equipaggio era stato da lui prevenuto telegraficamente da Orvieto, quella stessa mattina. Giunsero allo yacht, quando già il crepuscolo era disceso col suo impalpabile manto solenne di ombre e di penombre; tre fuochi, il bianco, il rosso e il verde splendevano già come enormi pietre preziose — uno smeraldo, un rubino e un diamante — a babordo, a tribordo ed all'albero di trinchetto. Qualche lampadina elettrica splendeva nelle cabine, sopra coperta; un terrazzino a poppa, dov'erano tappeti, vasi di piante frondose e poltrone di vimini, era illuminato da tre o quattro lampadine che apparivano e sparivano tra il fogliame mosso dalla lievissima brezza marina. I tre marinai, il macchinista ed il capitano, vestiti di abiti candidi e corretti, attendevano Giuliano a piedi della scaletta. Aspettandosi di vedere Beatrice ch'era stata altra volta intrepida compagna di navigazione, gli uomini non seppero reprimere un lieve movimento di stupore non riconoscendola nella giovane donna, che agilmente scendeva dalla barca, saliva la scaletta e si arrestava sul ponte volgendosi a guardare l'immensità del mare. Quel movimento di stupore dei suoi marinai non sfuggì, per quanto lieve, all'attento e perspicace sguardo dello scrittore; ed egli ne risentì un piccolo urto seguito da un'indefinibile ma insistente sensazione di fastidio.

Questa sensazione molesta si accrebbe durante il pranzo, servito da un marinaio sopra una tavola dove l'attenzione affettuosa degli uomini di Giuliano aveva profuso la pompa delle ultime rose di maggio della Riviera. Giuliano ricordava altri pranzi in quella stessa saletta, affettuosi e lieti pranzi d'innamorati con sua moglie; deliziosi e calmi pranzi famigliari con Beatrice, con Loredano e coi bambini; pranzi eleganti e sontuosi a gruppi di amici invitati a più riprese sul Little Rose per brevi crociere lungo la Riviera di Ponente, lungo quella di Levante, o lungo la Costa Azzurra; solitarii pranzi frettolosi, infine, di yachtman appassionato. Il sottile veleno del ricordo, che ha così fulgente colore e così dolce e amabile sapore, mentre poi dilania e corrode inesorabile, s'infiltrava nell'anima e nel cuore del romanziere, lentamente ma continuamente. Nè da quel veleno erano sufficienti a distoglierlo gli scoppii di risa di Claudina, il suo cinguettìo pieno di gaiezza e di amore, le sue esagerate paure quando un'ondata un poco più violenta veniva ad infrangersi contro il fianco snello del fragile bastimento. Egli era assorto, mangiava di mala voglia, rispondeva in fretta e con indifferenza alle mille minuziose e semplici questioni di Claudina, che voleva tutto sapere e di tutto desiderava avere una chiara spiegazione, piena d'entusiasmo com'era per quella lucida e luminosa casa galleggiante, così elegante e così intima, che per lei, ignara di tutta la vita del mare, rappresentava un fascino nuovo.

Verso la fine del pranzo, il malumore di Giuliano s'era convertito in un mutismo assoluto. Egli già capiva di aver fatto male a condurre Claudina su quello yacht, dove erano annidate per lui tante memorie soavi e tenere di quella vita passata, che non sarebbe forse ritornata mai più. Ma, d'altra parte, non era meglio averla condotta su quello yacht, che non giù nella loro villa di San Remo, dove tanta della vita sua e di Beatrice aveva dolcemente fluito, a fil d'acqua, in una soave e armonica calma piena di dolcezza e di tenerezza? Le memorie erano legate, in quella villa, ad ogni angolo, come festoni di fiori lontani e smorti, pieni però dell'odore soave e suggestivo delle cose passate; ed egli, per entrare in quella villa con la sua amante, con colei per la quale tutta quella vita d'un tempo era stata per sempre abbandonata, avrebbe dovuto spezzare e distruggere con le sue mani quei festoni di crisantemi; ed il loro abbraccio d'amore, su quel letto dove più folte erano le memorie e tali da comporre una coltre profumata dell'odore del passato, avrebbe avuto il sapore amaro di un abbraccio di morte. Il suo spirito era rifuggito da quella profanazione. Poichè ella aveva voluto ad ogni costo venire a San Remo, lo yacht gli era sembrato un comodo asilo dove i due fuggiaschi avrebbero potuto nascondere il loro amore colpevole. Ma anche lì le memorie odoravano ed egli si lasciava avvincere da quel malinconico profumo. Perchè però aveva ceduto ed era venuto a San Remo? Perchè egli aveva da qualche tempo quella scarsa riflessione su gli atti da compiere, così che doveva deplorarli non appena ne vedeva i primi risultati, sempre incresciosi? Adesso, egli guardava Claudina. Sebbene distratto e con l'anima altrove, Giuliano aveva inteso il silenzio farsi fra i due amanti. Non appena n'ebbe la nozione precisa, egli volle colmare quel silenzio, quasi fosse un vuoto, con uno scoppio di risa ch'era fuori proposito e che suonò falso. Claudina, con la guancia poggiata su una mano, lo guardava taciturna, da quando quattro o cinque sue domande erano rimaste senza risposta. Ella picchiava col coltello sul cristallo dei bicchieri. Giuliano la fissò negli occhi e vi lesse un muto e doloroso rimprovero.

Si levarono, uscirono all'aperto in quella illuminata notte di giugno, in cui sembrava che le onde del mare palpitassero di innumerevoli esseri iridescenti. Gli amanti furono entrambi presi dalla suggestione di quella notte magnifica e munifica di sogni. Sul ponte, appoggiati al bastingaggio, essi guardavano palpitare nel cielo la vita dell'infinito. Su quell'immenso velario azzurro cupo si incendiava la magica meraviglia delle costellazioni, e tutto intorno, fino all'ultimo orizzonte, era il formicolìo scintillante degli innumerevoli astri. Il silenzio era profondo e più profondo ancòra sembrava in quella notte serena, quando gli occhi si levavano verso l'immensa solenne silenziosa vita delle costellazioni e degli astri. S'udiva solamente il sospiro del mare, che a volte diveniva gemito, a volte s'inebriava in un grido di gioia e di voluttà: tutto il mare, a volta a volta, si assopiva o cantava, nella vicenda delle onde profonde. Un sottile filtro versava nell'anima brama di sogni e bisogno di tenerezza in quella placida ed amorosa notte di stelle. Silenziosamente, e come di soppiatto, quasi che non fossero soli sul ponte, Giuliano prese tra le sue una mano di Claudina. Ei sorrise di quella sua carezza guardinga, ma poi pensò che anche nella solitudine, se ci si trova in conspetto dell'infinito e della gloria della natura, in presenza dell'immutabile ed impenetrabile prodigio della Vita e del glorioso enimmatico mistero della Notte, il pudore delle meschine passioni e delle fragili carezze umane ci assale, rendendo smorti e stanchi i baci scambiati nella solennità tenebrosa d'un bosco, o innanzi all'immensità bagnata di luce lunare di un orizzonte, o nella calma profonda di un mare notturno.

Claudina, intanto, richiamata a Giuliano dal tepore di quella carezza, s'era rannicchiata tra le braccia dell'amante, quasi invasa da un vago timore. L'uomo sentì allora la gracilità e la debolezza di quell'essere ch'ei serrava tra le sue braccia, quell'essere per cui oramai ogni orizzonte di vita era costituito dall'amore di lui, quella delicata e appassionata donna per la quale da un sorriso, da una buona parola o da un bacio di lui dipendeva unicamente la pace, la vita e la gioia. Una pietà d'amore lo soggiogò, lo chinò verso di lei, che non aveva nessuna colpa nelle incertezze della sua anima d'irrequieto, nessuna responsabilità nello svolgersi fatale del suo e del loro destino. Sentì improvviso il bisogno di cullare l'anima di lei, ancòra afflitta dal suo silenzio astioso di poco prima con qualche carezzevole parola d'amore e di bontà, con qualche amorosa promessa di gioia avvenire. Provò il bisogno di udire dalla voce di lei la conferma sicura della sua felicità d'innamorata, quasi che il riflesso di quella felicità potesse scendere in lui, ad illuminarvi, come in uno specchio sentimentale, lo squallore muto dell'anima sua.

— Come ti amo, Claudina! ei le disse commosso.

Non seppe trovare altro. L'insignificanza della frase gli sfuggì, poichè nel suono di quelle poche sillabe un'emozione sincera ed intensa tremava. La giovine donna fu grata all'amato di quelle parole semplici e di quella spontanea carezza all'anima sua.

— Ed io dunque! ella esclamò; ed il suo volto pallido al chiarore lunare apparve radiante, come quello d'una donna che veda rifiorire d'un tratto tutto il sogno della sua vita, creduto per sempre appassito.

Lo splendore lunare diveniva più intenso, quanto più la luna compiva la sua maestosa ascensione nell'infinito mistero della notte. Quando Giuliano si volse un poco per dare un ordine ad un marinaio che passava dietro di loro, Claudina vide a quella luce gli occhi dell'amante velati come di una nebbia e, pur mentre fissavano l'uomo, lontani da lui e da quanto ne circondava, esuli dolorosi di un sogno o pellegrini fedeli di una memoria melanconicamente soave. Ella comprese che non bisognava lasciare, col silenzio, libero il galoppo alla fantasia di Giuliano e ch'ella non doveva, ritraendosi ed impicciolendosi, fargli obliare la sua presenza: presenza ch'era di già sufficiente a che l'onda del suo memore, vagabondo e tormentoso pensiero non dilagasse, portando intorno funeste vestigie di tristezza e di rimpianto, incancellabili impronte di dolore e di pentimento. Le donne amorose hanno il più delle volte questo senso prezioso dell'opportunità di una parola o di un bacio: anche le più sincere e le più spontanee non vanno esenti dall'esercizio involontario di questa loro non indifferente prerogativa di diplomazia sentimentale. Siccome questa non si limita alle più intelligenti, alle più tormentate dal dubbio, alle più accanite di analisi su loro stesse e su gli altri, ma si estende a quelle che non hanno altra intelligenza all'infuori di quella del cuore e delle labbra, a quelle che si adagiano placide e beatamente tranquille nella sicurtà reale o illusoria dell'amore, persino a quelle che non considerano nemmeno le più evidenti e palesi cause dei loro atti e i più chiari effetti di questi, bisogna credere più che ad una virtù acquisita, ad un istinto non fallace, che, d'altra parte, ha un richiamo in tutte le qualità e in tutti i difetti che le donne portano nell'amore e nella vita del sentimento. Da quest'istinto Claudina fu avvertita del periglio che il silenzio attraeva su le anime loro, addensandolo come una nube.

— Io ti amo, ti amo tanto, disse Claudina all'amante. Io vivo adesso d'una vita piena e beata. Tutte le mie facoltà s'esaltano, tutti i miei nervi vibrano, tutta la mia carne è come corsa da un sangue nuovo, tutto il mio cuore si inebria, si ingrandisce, si estasia nel fervore di te. In questa notte mi pare che nessuna donna al mondo possa sentirsi più felice di me, poichè tutta la felicità deve essere nel mio cuore, s'io non riesco a intravederne sia pure un barlume altrove. Ed io ti sono grata dal profondo della mia anima del bene che mi fai, di tutta la gioia che tu dai alla mia vita, di tutta la primavera che tu hai gloriosamente ridonato a me, con la soavità e la generosità del tuo amore....

Ella continuò a lungo in quella veemente gloria di passione. Giuliano udiva quelle lusinghiere e allettatrici parole; e, come un fanciullo che oda l'elogio della sua bontà prevedendone il dolce premio, si lasciava andare alla corsa di quel torrente già sognando che l'amore, ora palpitante nelle parole inspirate, avrebbe più tardi fatto fremere il suo cantico nell'abbraccio e nel bacio.

Ma quando più tardi, rimasto solo sul ponte in attesa del momento in cui avrebbe potuto entrare nella cabina dell'attrice, gli ritornò il ricordo di altre sere e di altre attese lontane, quel torrente di amore gli parve un rigagnolo stagnante e quel cantico veemente echeggiò nell'anima sua non più esultante ma come un lamento dolorosissimo. Ricordava altre sere, sere di crociera, quando tutti i suoi ospiti marini erano già al riposo, altre sere in cui rimaneva sul ponte con Beatrice a contemplare estatici lo scintillìo del mare. Ad un dato momento, ella gli premeva lievemente la mano e scompariva, bianca sotto il chiarore plenilunare, come una visione di sogno, come un'apparizione fantastica. Ed allora ei rimaneva solo, fumando l'ultima sigaretta, carezzando l'ultima fantasia del suo pensiero irrequieto, pregustando la delizia delle carezze che fra qualche momento l'amata gli avrebbe prodigato. E poi..... e poi entrava misteriosamente, timido come un amante e non spavaldo come un marito, nella cabina di lei e la notte di amore cominciava appassionata e giovane, come ai primi tempi della loro unione. Così, così, anche quella sera..... anche quella sera egli era solo in attesa sul breve ponte, anche quella sera una donna lo attendeva nella misteriosa cabina. Egli indugiava, malinconicamente oppresso dai suoi contraddittorii pensieri. E mentre si proponeva di restare ancòra sul ponte a fumare, godendo quel plenilunio imponente e infinito, una di quelle contraddizioni del suo pensiero gli fece riflettere ch'era già tardi, che Claudina doveva essere già a letto, che l'attesa spiacevole poteva ora suggerire all'innamorata malinconiche riflessioni su quell'indugio. Tuttavia esitò ancòra. L'incantesimo di quella notte d'argento era troppo intenso ed i ricordi cantavano alla sua anima una troppo lenta e malinconica nenia. L'ora presente era scomparsa ed egli s'illudeva di esser tornato addietro di mesi e di anni su la via della sua esistenza. Ma ogni esitazione svanì quando, socchiudendo le palpebre, il bel corpo di Claudina gli apparve voluttuoso e mistico, come circondato da una nebbia argentea; allora ei si diresse a passo rapido verso la cabina, sollevò adagio la maniglia della porta, alzò appena la portiera e rimase celato, spiando. Un'allucinazione lo prese. Ricordò altre sere in cui egli aveva preparato quella stessa sorpresa d'amore, quel godimento voluttuoso pei suoi occhi. S'illuse che quella donna bella, che ora si denudava per infilare una camicia da notte tutta spumante di trine, fosse Beatrice. Ma già il sottil velo della camicia era scivolato: ei riconobbe bene la rotondità del fianco, la curva agile della schiena e, vinto, si gettò con furia su la donna, presa da un improvviso spavento; e tutti i suoi più ardenti baci furono per lei, mentre l'anima malinconicamente emigrava, pallida e dolorosa, verso l'assente.

III.

Gli amanti varcarono il cancello. Il giardiniere venuto ad aprire non seppe nascondere il suo stupore di rivedere il padrone così inaspettatamente. Ebbe subito uno sguardo curioso per Claudina e molte riverenti parole per Giuliano Farnese. S'inoltrarono pei viali del giardino, seguiti a distanza dal giardiniere che si era già provveduto delle chiavi della villa. Era un vasto giardino tenuto con una precisione ed un'eleganza inglesi: erano larghe aiuole tutte fiorite in quella primavera, erano viali dove i passi scricchiolavano su la ghiaia, alberi sottili e snelli, fontane loquaci, spalliere di rose, cespugli verdi, banchine di marmo, giù giù, sino a un belvedere aperto sul divino scenario del mare. Giunsero ad un piccolo berceau dove le piante rampicanti avevan mutato in una cupola verde quell'intrico di canne. Quante volte nelle sere di primavera e nei crepuscoli d'estate non aveva Giuliano pranzato, sotto quella verde cupola in compagnia di sua moglie, dei suoi bambini, di Leonardo talvolta, tal'altra di un amico? Ei rivedeva la scena raccolta ed intima, come un quadro suggestivo, come un interno di uno di quei soavi ed intimi pittori scozzesi così semplici e commoventi, di un Newbery più meridionale. La tavola imbandita sotto la verde cupola — e tra i verdi merletti di essa, or sì or no, le stelle e le costellazioni scintillavano e palpitavano; su la tavola la magnificenza rossa o bianca delle rose, il riflesso dei cristalli, lo splendore delle argenterie sul candore della mensa — e fuori, sino all'orizzonte estremo, lo scintillìo del mare, lo splendore del cielo; intorno alla tavola la sua dolce donna col suo volto pensoso ed amoroso, i visini deliziosi delle sue creature, l'affabilità e la bontà sincera di qualche volto amico — e fuori, giù su la spiaggia e nelle barche sul mare, soavi canti d'amore, lenti e dolenti, echi lontani di vite lontane; sul candore della mensa la sfera di luce d'oro della lampada intorno a cui aliavano prossime al fuoco ed alla morte le farfalle notturne — e, lontano, mentre lì era tanta pace soave e tanta quiete affettuosa, si lottava ancòra, si soffriva, si scherzava con fiamme ben più intense ed egualmente fatali, si piangeva e si moriva. E tutto quel dolore del mondo sembrava allora render più preziosa la pace di quei pochi cuori confidenti e tutta quella miseranda lotta per la vita faceva sentire più fortificante la quiete di quelle anime. E Giuliano pensava che anche lui aveva disprezzata la pace, disertata la quiete, e gettandosi nelle correnti malfide di un triste amore aveva fatto come quelle farfalle che, abbandonando la delizia dell'ombra, venivano all'irreparabile spasimo della fiamma.

Fra due gruppi d'alberi un'altalena mostrava ancòra le sue corde e le sue tavole. Altre memorie irruppero nell'anima dello scrittore. Quante volte egli aveva sospinto su quell'altalena i suoi bambini, ardimentosi come tutti coloro che non presuppongono il periglio! Oh, i brevi gridi entusiasti del piccolo Luca, quando lo slancio era più forte, e come, col flettere le sue gambe infantili e col protendere il suo corpo di bimbo, cercava di renderlo tale, allor che il padre per prudenza lo moderava! Oh, le care gote rosee accese e gli occhi di Anna Maria scintillanti a quel gioco maschile, a quell'illusione del volo! Ora i suoi bimbi dovevano tanto sentire la mancanza del papà, del loro grande amico, che sapeva talvolta elevare i loro spiriti infantili verso il suo e tal'altra abbassare infantilmente il suo verso le loro anime semplici ed ignare... Essi erano rimasti in quella casa, tra una governante fredda ed indifferente, troppo nordicamente impassibile per le loro volubilità di fanciulli, ed una mamma dolente e silenziosa, che, probabilmente, evitava il più delle volte la loro presenza e le loro parole perchè le une parlavano forse dell'assente e l'altra evocava il ricordo di questi. Od anche nulla era di tutto ciò. Chi sa? Egli ricordava un pensiero di Leonardo da Vinci, alcune parole del grande pittore: diceva quel pensiero d'apparenza umile, ma in realtà profondo, che l'acqua che si tocca in una corrente è l'ultima di quella che è passata e la prima di quella che viene. Come quell'acqua anche l'anima infantile è quale acqua che scorre: le imagini od i ricordi non vi si fissano; ma scivolano via con la corrente, come riflessi mobili, come fa l'imagine specchiata su la trasparenza delle acque. Ogni ricordo del padre poteva essere cancellato dalle anime loro, dopo quei quindici giorni d'assenza, o almeno così impallidito che ben presto sarebbe del tutto scomparso. Questo timore gli dava una commozione indicibile, mentre ei sospingeva l'altalena, come altre volte, sognando e ricordando, quasi illudendosi di una cara presenza. E sua moglie gli tornava al pensiero: sua moglie e le vesti primaverili, sua moglie e le spensierate gaiezze mattutine, le fanciullaggini del suo cuore amoroso e della sua anima semplice, vero specchio delle impressioni che passano: un raggio di sole o una lacrima, un fiore che sboccia o una nuvola, un sorriso di bimbo o una corolla che appassisce non colta da alcuno, nè da alcuno odorata, come tante anime dolorose nei dolenti esilii del sole e dell'amore. L'uomo rammentava che anche Beatrice s'era seduta su quell'altalena ed ei l'aveva sospinta così, come ora sospingeva il vuoto sedile, e nelle orecchie gli risuonavano gli scoppii di risa o i piccoli gridi di paura ch'ella si lasciava sfuggire presa da un vago sgomento per quell'ardita ginnastica e rivedeva una piega delle dolci labbra protese e strette in un atto di femminile apprensione. Non più ella rideva come in quei chiari mattini: tutti i giardini della sua anima erano devastati e su le rose erano stati distesi i veli neri della tristezza. L'emozione che serrava il cuore di Giuliano diveniva minuto per minuto più intensa; così ch'egli, temendo di non saperla più trattenere, serrò il braccio di Claudina che affondava, il volto fra le rosee corolle d'un rosaio, trascinò la giovane donna via da quel luogo abbandonato, ove la sua vita trascorsa era come in agguato per versare nell'anima sua il rimorso e il rimpianto per tutto quel ch'egli aveva inconsultamente distrutto.

Entrarono nella casa. Il giardiniere li precedeva, apriva col grosso mazzo di chiavi le porte; nell'ombra, mentre gli amanti camminavano incerti, egli con la sicurezza dell'abitudine correva spedito alle finestre, spalancava le imposte, apriva le persiane. Sebbene quella fosse casa sua, Giuliano stentava nell'ombra a ritrovarne la topografia. S'orizzontò quando, avendo il giardiniere aperto le finestre di una grande stanza nella quale gli amanti s'erano soffermati, ei riconobbe il suo gabinetto da lavoro. Rivide tante sere di lavoro felice, calmo, fiducioso, quando i bambini erano a letto e Beatrice, presso di lui, scorreva le pagine di qualche romanzo che il suo gusto sopraffino ed educato prediligeva. Ricordava anche altre sere, in cui ospiti erano giunti alla villa. Dopo il pranzo, se qualche lavoro urgente ve lo costringeva, ei discendeva in quella stanza, si sedeva a quella scrivania e, mentre la penna scorreva su la carta ubbidiente a ciò che il pensiero dettava, gli giungevano dalla soprastante terrazza le conversazioni e le risa dei suoi amici e talvolta la musicalissima voce della sua Beatrice. E poi, quando meno se lo aspettava, quando più si abbandonava al lavoro, egli udiva un fruscìo femminile nella stanza, e, prima che avesse potuto levare gli occhi dalla carta, due labbra amorosamente si poggiavano su la sua fronte, discendevano voluttuose e pur caste a cercargli la bocca. Così, in quelle sere, più volte Beatrice trovava il modo di sottrarsi ai suoi ospiti, di spingersi fin giù nello studio del marito, a confortare la sua pensosa e laboriosa solitudine d'un sorriso, d'una parola o d'un bacio, a dimandare quanto ancòra gli mancasse per terminare il suo lavoro, molto, la metà, tre pagine, due pagine, qualche periodo, più nulla. E allora, contenta, prendeva il braccio dell'amato, salivano le scale lentamente, soffermandosi e baciandosi ad ogni gradino come due innamorati che si nascondono; poi rientrava prima di lui nel gruppo dei suoi invitati e, quando Giuliano qualche minuto dopo ricompariva, ella aveva la graziosa fanciullaggine e la innocua civetteria di simulare di non aver visto affatto il marito in tutto quel tempo ch'egli aveva lavorato. E aggiungeva: «Hai fatto presto», proprio quelle sere in cui le ore le erano sembrate più lente a passare ed il lavoro dell'adorato assolutamente interminabile!

Claudina, poggiata al davanzale della finestra, guardava il mare che s'andava tingendo di rosa al riflesso del cielo, che sempre più rosseggiava per la magnifica pioggia di rubini del tramonto. Egli approfittò di quel momento per guardare un gruppo di fotografie infilate nelle fibre di una grande palma, dietro quel tavolo dov'egli aveva tanto scritto e tanto pensato e sognato. Era qualche vecchia fotografia di Beatrice, qualche fotografia più recente dei suoi piccini. Un gruppo, egli e l'assente in atto di leggere assieme un libro tenendosi abbracciati, fermò la sua attenzione: datava dai giorni del suo viaggio di nozze e Loredano, ad un suo ritorno da Montecarlo, aveva eseguito quella fotografia! Quanto tempo da allora e quanta vita ed anche quanto dolore, poichè quella non va mai disgiunta da questo! Altre istantanee un po' sbiadite dall'aria e dalla luce erano lì intorno, fatte da qualche amico dilettante, ospite di un'ora o di una settimana nella loro villa di San Remo o su l'elegante yacht. Ne vide una in cui egli era quasi arrampicato su un albero e gettava a Beatrice dalle mani levate le sfere d'oro degli aranci liguri. Ne vide un'altra in cui egli guidava una charrette inglese e Beatrice era al suo fianco e fra loro il piccolo Luca ammirava intento il trotto serrato del bel baio. Ne vide un'altra ancòra in cui egli con l'aiuto di una canna porgeva alla moglie affacciata ad una finestra la pompa variopinta di un canestro di rose. Ne vide un'altra in cui, seduti sul ponte del Little Rose, essi prendevano il thè, fissandosi negli occhi, appassionatamente, come due innamorati, sebbene altre persone fossero intorno a loro. Ne vide un'altra ancóra rappresentante Beatrice nell'atto di salire a cavallo, mentre egli coi polsi incrociati le faceva da staffa. Ne vide un'altra ancóra, quella che più lo commosse, poichè ne ricordava la semplice storia di data non troppo remota. Un giorno, in giardino essi giocavano a gattacieca, come due fanciulli. Giuliano era bendato: Beatrice, avendo corso il rischio di essere afferrata, si era data a correre; Giuliano, calatasi la benda, l'aveva inseguita e raggiunta ed ella gli era caduta fra le braccia, ridendo, fingendo dispetto, ma in realtà lietissima d'essere stata raggiunta e le loro bocche s'erano incontrate ed unite in un bacio ardentissimo, proprio al momento che Loredano, svoltava all'angolo del viale; e Loredano non essendo stato visto, ne aveva approfittato per far scattare la molla della macchina fotografica. Con quanta confusione e poi con quante franche risate essi avevano trovato due giorni dopo, sotto le loro salviette, l'istantanea di quelle loro fanciullaggini d'amore!

Il ricordo si era così limpidamente precisato nella sua anima, che Giuliano provò una stretta al cuore. Ei comprese d'aver fatto male a venire in quella villa con Claudina, come aveva fatto male a venire a San Remo, a condurla su lo yacht. Ma che fare? Claudina aveva espresso ad Orvieto la recisa volontà di venire a San Remo. Come opporsi e come negarglielo? Poteva forse dirle che in quel paese marino egli aveva le più dolci memorie di un passato felice? Non avrebbe ella avuto il diritto di dolersene profondamente? Confessare che egli aveva in quel luogo delle memorie non costituiva niente di male; ma dirle che ritornare a quelle memorie lo avrebbe fatto soffrire, era lo stesso che confessarle di amar sempre Beatrice. Poteva egli farlo? Gli era parso di no e così anche quel giorno stesso aveva dovuto approvare, dopo una vana lotta dissimulata, il progetto di Claudina di recarsi fra breve a Venezia, a vivere nella città dell'amore la primavera del loro amore. Ai capricci di lei era vano opporre ragioni. Come trovarne di eloquenti e di indiscutibili? Bisognava arrendersi, soffrire e tacere. E così quel giorno, quel pomeriggio, mentre passavano innanzi alla sua villa, Claudina aveva espresso il desiderio di visitarla. Poteva egli rifiutare? Del resto, già ella aveva tirato il campanello, già il cancello cigolava su i cardini ed il giardiniere appariva, mentre Giuliano si convinceva della impossibilità di pregare l'amante perchè rinunziasse a quella visita, che gli sembrava una profanazione delle sue più care e più sacre memorie. Così ei si trovava in quella stanza con lei, così egli era divenuto preda delle trafiggenti memorie e non poteva troncare o abbreviare il suo martirio e non poteva lasciar sgorgare liberamente quelle lacrime che gl'inumidivano gli occhi e che per lui sarebbero state un così grande sollievo.

Ricominciarono il giro per le camere, pei corridoi e pei salotti, e salirono al piano superiore. Ancóra il giardiniere andava innanzi a loro, apriva porte e finestre; a Giuliano sembrava che per la loro presenza le memorie, come persone vive, si destassero negli angoli ov'erano annidate da quel giorno in cui egli e la sua famiglia erano partiti per l'ultima volta dalla villa di San Remo. Anche l'imagine autunnale e funerea, che poche sere prima lo aveva oppresso nelle sue malinconie a bordo del Little Rose, tornava nel suo pensiero. Ancóra gli pareva che le memorie fossero legate, in quella villa, ad ogni angolo come festoni di fiori lontani e smorti, pieni però dell'odore soave e suggestivo delle cose passate per sempre. Egli era entrato in quella sua villa, v'era entrato con la sua amante, con colei per la quale tutta quella vita d'un tempo era stata abbandonata e calpestata.... Ed ora, per entrare in quelle stanze, egli spezzava e distruggeva con le sue mani quei festoni di crisantemi. E tutti quei festoni erano a terra e gli pareva quasi di udire camminando un fruscìo di morte, il fruscìo delle foglie secche nei viali dei giardini o dei cimiteri, quando gli ultimi cieli d'autunno dànno le loro ultime trasparenze, le ultime malinconie e gli ultimi crisantemi.

Egli ebbe un sussulto. Si trovavano nella stanza da letto, quella in cui Beatrice e lui si erano tanto amati, dolcemente cullati dall'amorosa canzone, della ninna-nanna cantata dal mare, con la sua solenne voce che si fa dolce e sommessa per gli amanti che vanno a chiedere a lui il commento e l'eco dei loro baci! L'agitazione di Giuliano era sempre più evidente. Claudina guardava le spalliere di rose nel giardino sottostante:

— Che belle rose, ella esclamava. Sono le ultime rose di primavera. Il loro profumo sale fin quì...

— Vado a coglierne un mazzo, aveva risposto il giardiniere credendo di far cosa grata al suo padrone e, prima che Giuliano lo avesse potuto trattenere con un gesto o con una parola, era andato di corsa a compiere quella sua profumata raccolta floreale.

Gli amanti si erano così trovati soli in quella camera dove le memorie dell'amore suggerivano nell'anima e su le labbra il desiderio dell'amore. Un usignolo gorgheggiava giù nel giardino. All'orizzonte le ultime rose del tramonto s'impallidivano tristemente sotto le prime ceneri del crepuscolo. Claudina s'era rivolta a guardare l'amante. Questi, non trovando una parola da pronunziare poichè l'emozione gli serrava la gola, sorrise alla giovane donna e le tese ambo le mani. Ella le prese, poichè, amante sincera e appassionata, non restava mai fredda ad alcun gesto d'amore. Si gettò fra le braccia di Giuliano, che dovette stringerla a sè e dovette cercare pel primo quelle labbra palpitanti come ali di libellula rossa e che accennavano già a cercare le sue. Il letto era vicino, un gran letto coperto da una coltre bianca, sotto un baldacchino di merletto. Claudina (forse ella non pensava a nulla di male e nessuna visione di voluttà le suggeriva il suo atto, ma solo la stanchezza improvvisa e la vicinanza di quel riposo) Claudina si sedette su la sponda, attirò a sè Giuliano. Ma questi ebbe orrore della profanazione, ricordò che il loro abbraccio avrebbe avuto in quel luogo un odore di morte; egli sentì di adorare perdutamente Beatrice in quel momento ed ebbe la nozione di tutta la sua infelicità, poichè quell'amata era forse per sempre perduta alle carezze della sua anima e delle sue labbra. Violentemente si liberò da Claudina che continuava ad attirarlo, fuggì via dalla stanza e dalla villa per i lunghi corridoi muti nella penombra. Su la porta s'imbattè nel giardiniere che gli tendeva le rose. Egli afferrò quelle rose e disperatamente le morse, le sfogliò, le gettò a terra a comporre un tappeto di petali rosei. Il cancello era innanzi a lui. Egli uscì, senza voltarsi indietro.

E Claudina, stupita e con un'angoscia suprema sul volto poichè ella aveva intuito l'intimo dramma svoltosi nell'anima di Giuliano, comparve pochi minuti dopo sotto quella porta dalla quale l'amante era uscito. Vide su la ghiaia il breve e folto tappeto di rose, s'impietosì su la loro malinconica sorte ch'era triste quanto la sua e due lacrime solcarono le sue gote, angosciosamente.

IV.

Il pranzo finiva in un silenzio glaciale che nessuno dei due aveva osato di rompere e che li opprimeva dolorosamente. Sebbene qualcosa di grave fosse avvenuto fra loro, gli amanti si erano ritrovati alla stessa ora intorno a quella tavola in quella stessa cabina come nelle sere precedenti, spinti da quella gagliarda forza delle abitudini la quale fa sì che si possa mangiare e sorridere dopo la morte d'una persona diletta, tornare con le gramaglie del dolore a viver la vita che si viveva fra i rosei veli e le gemme splendenti della felicità. Giuliano uscito dalla villa aveva girovagato per San Remo, cercando di calmare con la marcia la sua grande agitazione. A poco a poco aveva visto accendersi i lumi, discendere il silenzio con le sue lente e grevi ali notturne. Poi si era trovato sul mare, era salito a bordo del suo yacht e nella sala da pranzo, distesa su una poltrona e pallidissima, aveva trovato Claudina apparentemente immersa nella lettura d'un libro, ch'ella leggeva a rovescio! La giovane donna, trovatasi sola nel giardino di Farnese dopo l'improvvisa fuga di lui, era rimasta perplessa. Che fare? Pur troppo ella intuiva qual fosse la tormenta che per qualche tempo aveva devastato l'anima di Giuliano. Comprendeva che forse quello era il principio della fine di quella loro felicità così breve e così illusoria. Ma, con l'ansiosa e folle speranza di colui che vede in un'inondazione l'acqua sommergere le dimore vicine e s'illude e vuole illudersi che la sua sarà salva, Claudina tentava d'illudersi ancora sul suo triste destino e si ripeteva senza tregua che quell'improvvisa disperazione di Giuliano, quantunque prodotta dalle memorie del tempo passato, poteva non significare disamore per lei, che aveva dato a lui quanto aveva di più sacro e di più ardente. Ogni piccolo fatto sembrava a lei un pretesto a speranze e a fiducie, come ogni rottame che sia su la superficie delle acque appare al naufrago una vela, una probabilità di salvataggio. Così quel giorno, quando nella stanza Giuliano le aveva teso le mani e l'aveva baciata, doveva certamente avere obbedito ad un moto spontaneo. Un minuto dopo egli era fuggito e Claudina, quantunque si rendesse conto delle molte cause di quel fatto, non sapeva spiegarsi quale fosse stato il movente decisivo. Anch'ella era tornata a bordo, perchè non sapeva dove dirigersi, perchè abbandonata ella si sentiva tanto sola, perchè, anche se non era amata più, ella amava tanto ancóra con tutte le esuberanze della sua giovinezza!

Giuliano si levò da tavola per primo, si distese su un divano, chiuse le palpebre per meglio riconcentrare il suo pensiero e per difendere gli occhi troppo vivamente feriti dall'aureo splendore dei fiori elettrici. La tempesta, che crudelmente s'era in quel pomeriggio abbattuta su la sua anima, non s'era ancóra del tutto allontanata e tuttavia l'anima serbava le tracce di quella devastazione. Claudina rimase qualche minuto a fissarlo, attendendo da lui una parola, una sola parola che avesse riconfortato le sue illusioni, dato color di verità alle sue speranze. Invano! Ella uscì sul ponte, si sedette su una poltrona di vimini, un poco oppressa dall'afa di quella notte di nuvoli.

L'orizzonte infatti si era oscurato. Grossi nuvoloni neri gravavano sul cielo che durante il giorno era stato di un così puro e splendente sereno. Dietro alcune nuvole meno dense la luna spandeva qualche riflesso del suo chiarore argenteo. Ed era la sola oasi di luce in quell'immensa profondità di tenebre. I lumi di San Remo tremolavano come lampade accese in un cimitero innanzi a quelle case bianche che sembravano sepolture. Gli alberi di qualche villa ed alcune ombre che s'agitavano presso il mare avevano lugubri apparenze di fantasmi. Non una voce, non un'eco, non un canto. Come la tenebra, così il silenzio era profondo. La notte si drappeggiava nella maestà dei suoi neri manti e per le anime dolorose era come un incubo pauroso ed insopportabile.

Claudina era ancóra immersa nelle sue incertezze, ancóra s'affaticava a veder rosa il nero, a trovar rose tra la cenere, a confondere con i soavi effluvii della primavera gli ultimi odori di un autunno morente, ancóra s'illudeva e dava speranze all'anima sua e vedeva stelle sotto quelle nubi e riflessi e splendori oltre i tenebrosi enimmatici misteri di quella notte profonda; mite e dolce creatura d'amore, ella, dimentica dei suoi proprii spasimi, compiangeva Giuliano per quel ch'ei doveva soffrire, quando questi di repente comparve innanzi a lei, quasi sórto dall'ombra. Ella ebbe un piccolo grido, un gesto di paura, subito represso. Poi guardò l'amante in piedi innanzi a lei con la maschia figura vigorosa e slanciata: gli parve ch'ei fosse stranamente pallido, che le labbra gli tremassero, che le pupille gli si velassero di un sottil velo di lacrime. Ebbe pietà, ma non osò parlare. Anche una lieve irritazione la faceva tacere: perchè Giuliano si ostinava in quel silenzio, perchè non dissipava con una sola buona parola tutte le nubi ch'erano nel cielo del loro amore, non discacciava tutte le apprensioni che gravavano sul debole cuore di lei? Ella pensò che forse Giuliano si stimava colpevole, che forse anch'egli non osava parlare, che forse anch'egli attendeva ch'ella con una sola parola buona dissipasse a sua volta quelle nubi e discacciasse quelle angosciose apprensioni. Così, forse, il malinteso fatalmente era fra loro, ed il supplizio del silenzio e del dolore non sollevato dalla confidenza continuava a torturare le anime degli amanti.

Per quale strana e tutta femminile contraddizione, quando Giuliano le sorrise, ella invece di rispondere con un sorriso si fece più scura in volto, più severa e più corrucciata? Da quale dolente pensiero ell'era afflitta quando ella tacque e lasciò senza risposta Giuliano che, appressandolesi, le diceva con una voce velata, piena di tristezza, con una grazia stanca ch'egli dava sovente alle sue parole d'amore:

— Claudina mi vuoi sempre bene? Oggi come ieri, domani come quest'oggi?

E quando Giuliano le si avvicinò ancóra per porre un bacio su la sua pallida fronte, ella si disciolse dalla stretta di lui, sorse in piedi. Ma Giuliano era innanzi a lei così umile e supplichevole ch'ella fu vinta e, reclinando la fronte su la spalla di lui, diede sfogo alle sue lacrime roventi, mentre le smorte labbra susurravano:

— Come mi hai fatto soffrire!....

Allora Giuliano parlò, sentì che una spiegazione, dopo la riconciliazione spontanea, era necessaria tra loro; velò quanto seppe e potè il suo pensiero, ridusse a proporzioni minori il tumulto della sua anima in quel giorno.

— Ho tanto sofferto anche io... Tu sai, Claudina, che io ti ho preferita a tutto ed a tutti poichè per te ho tutto abbandonato e tutti obliato..... Ma pure quest'oggi, rientrando in quella villa dov'era trascorsa tanta della mia vita, le memorie mi hanno riafferrato; con le memorie è venuto il rimorso del male che ho fatto, quello stesso rimorso che ci trafisse a casa mia quel giorno in cui tu fosti mia per la prima volta. Ti ricordi? Ma quest'oggi io non avevo solamente il rimorso del male fatto agli assenti, avevo anche il rimorso del male fatto a te, Claudina, unendo il tuo cuore giovane ed ardente alle ceneri del mio vecchio cuore ammalato di uomo e di poeta, troncando così il tuo avvenire di gloria, velando di tristezza lo splendore primaverile dei tuoi sogni.....

Claudina accennava di no col capo biondo; le sue labbra sorridevano un po' tristemente, le sue mani premettero quelle di Giuliano d'una stretta amorosa, che non era di perdono, ma di gratitudine:

— Tu non mi hai fatto nulla di male, Giuliano, ella disse. Io ti sono anzi grata con tutta l'anima della gioia che il tuo amore mi dà e di aver così saputo realizzare i miei più ambiziosi sogni.....

Giuliano continuò, quasi non avesse inteso le parole di lei, non avesse visto il suo sorriso, non avesse sentito il tepore della sua stretta di mano:

— E quest'oggi, quando ti sei seduta sul letto, io ho avuto la visione di un nostro amplesso su quel giaciglio non nostro. Mi è parso ch'esso avrebbe offeso l'assente e così bassamente avvilite le anime nostre!.... E sono fuggito, perchè l'emozione mi serrava la gola, perchè le lacrime mi gonfiavano gli occhi e non volevo piangere innanzi a te, non volevo sembrarti un fanciullo, non volevo.....

Le sue parole furono troncate, poichè Claudina su le labbra che parlavano aveva soavemente posto la tepida carezza della sua bocca. Egli si lasciò andare alle carezze di lei ch'era già completamente tranquillizzata. Ecco, la tormenta era oramai del tutto passata. E solamente nell'anima sua aveva lasciato tristissime tracce..... Ma forse non solo nella sua: Claudina di quelle rovine non si rendeva conto, per ora racconsolata dall'acqua di Lete delle sue illusioni e dei suoi sogni. Un giorno, però, quand'ella avrebbe guardato nella sua anima come in uno specchio, le vestige di tanto dolore le sarebbero apparse.

Un marinaio passò presso di loro, fece scattare i commutatori delle lampadine elettriche. La tenebra divenne intera sul ponte. L'uomo augurò la buona notte, s'allontanò frettoloso.

Gli amanti si erano distaccati. Claudina aveva rovesciata la testa su la spalliera ed una certa sonnolenza gli aveva appesantito le palpebre. Giuliano (la gola di lei era nuda e un respiro un po' affannoso sollevava i bei seni rotondi) già sentiva di nuovo il desiderio di lei. Con un bacio ella lo aveva ripreso. Nulla più rimaneva di quella dolorosa giornata, se non l'inutilità del suo dolore. Ella adesso dormiva, placida, dimentica che quell'uomo aveva quel giorno così crudelmente sofferto per lei. Un sorriso — che parve a Giuliano un sorriso felino di femminilità vittoriosa — socchiudeva le labbra tornate rosse. Quell'ombra bianca di donna gli parve una nemica soddisfatta, gli parve che ella celasse il suo intento malefico sotto l'ebrietà illusoria dei baci e le maschere delle amorose parole. Un orologio suonò la mezzanotte nella cabina prossima. Pensò Giuliano a quel che avrebbe fatto a quell'ora, se fosse stato a Roma, se fosse stato nella sua casa. Forse avrebbe lavorato tutta la sera ed a quell'ora, con la lietezza che dà agli scrittori una buona e feconda seduta di lavoro, avrebbe lasciato il gabinetto da studio, per passare nelle stanze dei suoi piccini e baciare i loro visini rosei, così rosei sotto le coltri e su gli origlieri candidi; poi sarebbe entrato nella stanza di sua moglie e sua, rischiarata dalla veilleuse di cristallo azzurro, avrebbe baciato la soave creatura che si sarebbe destata al bacio per attirarlo a sè, amorosamente.... Quale dolce visione e come lontana e, ahimè, per sempre perduta!... Era bastato a distruggere quella vita beata che quella donna ora addormentata s'incontrasse sul suo cammino, fatalmente.... Ei non ne faceva, del resto, una colpa a sè stesso od a lei. Egli era un fatalista convinto e solo responsabile degli avvenimenti umani reputava il destino. Era persuaso che una fatalità superiore incombe su tutti gli esseri umani e che è vano opporvisi o lottare con essa una lotta inane. Ricordava una parola araba che riassume il concetto del fatalismo mussulmano, Mektoub: era scritto! Proprio così, mektoub, era scritto che avvenisse quanto era avvenuto, era scritto che quella donna amante fosse per lui come un'aspra avversaria, era scritto che alla lontana creatura che amava egli arrecasse tanto dolore e che dalla prossima creatura che lo amava egli accogliesse tanto dolore!

Ma, intanto, quella sofferenza non poteva continuare. Bisognava darsi tutto a quel nuovo amore che pure gli aveva dato tante ebrezze, bisognava evitare che i ricordi lo assalissero. Al mattino, ei sarebbe partito da San Remo per una breve crociera. Claudina non conosceva nè Montecarlo, nè la Costa Azzurra ed avrebbe accolto la proposta con entusiasmo. Per qualche giorno, così, era possibile a Giuliano differire la sua agonia, qualche giorno di tregua e di calma gli era consentito. Sentì l'anima sua quasi placata. La notte non era più così nera e profonda; di tra le nubi diradate scendevano a torrenti luminosi gli argentei riflessi lunari. Anche la donna, che ora si destava sorridendogli, non gli appariva più un'avversaria temibile, ma piuttosto, come lui, una mite vittima del destino. Mektoub! Era scritto!....

V.

Venezia già splendeva tutta sotto la luna, quando Farnese prese posto nella gondola che doveva portarlo all'hôtel Danieli e, come i gondolieri accennavano ad abbreviare la via percorrendo i rii, ordinò che percorressero il Canal grande e lentamente.

Egli non pensava già più che Claudina lo attendeva. Lo scrittore si lasciava avvincere dalla suggestione che Venezia aveva sempre su lui, fin da quando il treno passava fra la laguna, sul ponte di Mestre. Il cielo in quella sera di primavera veneziana era tutto trapunto di stelle, a gruppi, come lampadarii su una immensa seta azzurra oscura. Ma l'aria era quasi rigida, poichè in tutto il giorno doveva aver piovuto. Giuliano aveva trascorsa mezza giornata a Padova, per visitare la monumentale e vecchia città, fiancheggiata di bastioni, dove egli, l'oscuro professore, aveva vissuto i suoi anni di tirocinio letterario e dove non era tornato da quando all'epoca del suo primo successo aveva emigrato a Roma. Era giunto nelle ultime ore del mattino e, la città come morta e troppo spaziosa per la sua popolazione, con le sue strade ornate di basse arcate, sotto un cupo cielo fulliginoso, grave di pioggia, gli era apparsa anche più triste ed opprimente che tanti anni prima. Aveva cercato la casa dove aveva dimorato durante quel malinconico periodo, fiero però di orgoglio e di onestà e di studio, dolce di illusioni e di speranze. Lungamente aveva passeggiato in su ed in giù per quella via, sotto quelle sue antiche finestre, riandando la vita di un tempo, confrontandola così semplice ed onesta com'era stata a quella di ora, così miserabile nelle sue ingannevoli apparenze di felicità, così corrotta, così monotona sotto il suo colore di varietà. Ed egli aveva sofferto di quei confronti, perchè nel ricordo è dolore, è spasimo, è rimpianto. Altri luoghi, un tempo famigliari ed ora quasi dimenticati, egli ricercò con curiosità. Tornato all'albergo, dove per quelle poche ore aveva depositato il suo bagaglio, si era informato su i suoi amici d'un tempo: quali erano morti, quali scomparsi, quali lontani, quali mutati! Egli non volle vedere nessuno. Dopo la colazione andò a visitare i luoghi d'arte che, anni addietro, gli avevano dato le sue prime sensazioni estetiche. Era andato a piedi a quella chiesa di Santa Maria dell'Arena, dove Giotto racconta nella cappella con molti affreschi gli episodii più salienti e significativi della vita della Vergine e di quella di Cristo. Era entrato nel giardino in fondo del quale è la chiesa, quando già qualche gocciolone di pioggia cominciava a rimbalzare schioccando su le foglie larghe e glabre degli alberi rifiorenti a primavera; aveva suonato alla porta e gli aveva aperto un esile vecchio ricurvo, il cui viso aveva un'espressione di satiro agli angoli della bocca disfiorita, un carattere di perversità selvaggia negli occhi rapaci. Lo scrittore aveva nuovamente provato un profondo compiacimento innanzi a quelli affreschi del più venerato dei Primitivi, innanzi a quei Santi giotteschi che si commuovono per leggende verso le quali la cieca fiducia è imposta. Egli era rimasto a lungo innanzi a quella reliquia preziosissima della prima arte italica; ma poi, come il vecchio guardiano insisteva nelle sue fastidiose spiegazioni e nei suoi inutili commentarii, — sufficienti per quei dottori germanici e quelle arcigne misses inglesi che corrono l'Italia vertiginosamente, tutto guardando senza nulla vedere — Giuliano uscì infastidito e stanco, serrandosi dietro l'uscio della chiesa così sacra per le sue reliquie d'arte. La pioggia aveva aumentato in violenza e scossa e rotta dal vento formava nel silenzioso giardino claustrale come una nebbia densa. Lo scrittore aveva riparato dall'intemperie sotto le volte ampie di Santo Antonio, la chiesa dalle sette cupole; si era soffermato innanzi ai bassorilievi in bronzo di Donatello su l'altare ed era passato quasi senza guardarlo innanzi al mausoleo del Guattamelata. Poi, continuando l'imperversare del temporale, egli si era estasiato per la Santa Giustina di Paolo Veronese, nella chiesa bizantina eretta ad onor della martire; in una sosta della pioggia si era spinto fino sotto agli Eremitani, dove aveva preso delle note sul Mantegna e su la sua cappella e sul San Giorgio al deserto di Guido Reni; ma, annoiato dalla pioggia, reso nervoso dalla solitudine e dall'elettricità ch'era nell'aria, non aveva affatto curato un monumento funerario del Canova, in memoria di un principe di Orange. Infine, stanco, quando il cielo si rasserenava per un tramonto fiammante, lo scrittore era rientrato nell'albergo; aveva pranzato lungamente, da solo, leggendo, poi aveva oziato, attendendo l'ora del treno. Durante tutta la giornata, quelle emozioni d'arte ed i ricordi del tempo passato avevan tenuto lungi da lui il pensiero dei cari lontani, dai quali egli era triste esule, e l'imagine di Claudina che già dalla sera precedente doveva attenderlo a Venezia, per amare, per viver d'arte e lavorare all'unisono, verso la conquista del dolce alloro fraterno. E pure, con una grande tristezza, a sera alta, mentre la pioggia ricominciava a cadere, era partito per Venezia dove la povera amica lo sospirava.

La gondola filava via sveltamente al lento battere ritmico dei remi nell'acqua verde. Qualche altra rara gondola passava in quella notte di plenilunio quasi estivo. D'innanzi al Fondaco dei Turchi altre barche erano ferme ed i rematori in riposo cantavano lugubremente con la loro lentezza monotona e la loro malinconia uniforme, a coro, e su ognuna di quelle loro gondole luceva una misera lanterna fumosa. Altre ancóra eran ferme sotto il ponte di Rialto, senza lumi e senza canti. Altre ancóra, più avanti, eran legate ai pali, innanzi al Palazzo Contarini degli Scrigni e le finestre del palazzo erano illuminate e ne giungevano ai passanti canti e risa e suoni; e su i rettangoli luminosi si disegnavano le bianche figure delle dame e sfilavano le schiere brune degli uomini. Ancóra altre finestre sul Gran Canale erano illuminate, da altre case scendevano musica e giocondità, in quella mite oasi plenilunare, dopo una grave giornata di turbine d'acqua e di vento. Giuliano Farnese da prima aveva guardato, sporgendosi ora a dritta ed ora a sinistra, a traverso gli stretti finestrini del lugubre felze. Poi, oppresso da quell'apparenza mortuaria, era uscito fuori presso il gondoliere di poppa, che a tratti rompeva il silenzio col monotono grido d'allarme dei rematori della laguna. In fondo in fondo, tutto il Canal Grande si stendeva sino alla Chiesa della Salute, e sotto la luce lunare, in alcuni punti, dava idea di una immane squama d'argento; l'oro della palla su la cupola monumentale della dogana presso Santa Maria della Salute riscintillava ai riflessi. Più in là, si apriva la laguna a perdita di vista; e là il mare era oscuro ed il cielo del plenilunio, così pallido e trasparente, quasi sembrava un'acqua pallidamente azzurrina. L'isola di San Giorgio Maggiore dormiva, senz'altro splendore che quello del faro colossale; dalla Giudecca, lungo la spiaggia del Redentore, giungevano altri echi di vita e di festività ed era un vivo agitarsi di lumi ed un fluttuare continuo di ombre brune su quei chiarori.

Così, abbandonato al fascino della città meravigliosa, egli non pensava più all'amante, quando la gondola si arrestò innanzi alla scaletta dell'Hôtel Danieli; saltò giù in fretta sul marciapiede ed entrò nell'albergo. Adocchiò su la tabella dei viaggiatori il nome di Claudina Rosiers, si fece dare una camera ed un salotto contigui alla camera di lei. Dimandò dell'amica e gli risposero ch'era nella sala di lettura con una visita. Giuliano spiò tra i cristalli e riconobbe Claudina in conversazione con un vecchio, che lo scrittore identificò subito per un redattore politico di un giornale di Venezia, un antico amico di entrambi. Ordinò che non avvertissero la signora Rosiers del suo arrivo, se non quando quel visitatore fosse partito e salì nelle sue camere, seguito dai facchini che portando il suo bagaglio ostentavano una fatica più grave per aver poi una mercede più lauta. Come ebbe ordinato i suoi abiti, deposti su la tavola i libri che viaggiavano sempre con lui; e come ebbe deterso il suo corpo dalla polvere del viaggio e mutato d'abito, attese Claudina, ch'egli imaginò ansiosa ed agitata, impossibilitata evidentemente a congedare quella visita importuna.

Dalla finestra del suo salotto contemplò ancòra la laguna scintillante come un'immane squama argentea. Sotto quell'estasi di luce lunare, Venezia pareva estatica, compresa da un sortilegio di amore. Rivide ancòra scintillare la palla d'oro su la cupola monumentale presso Santa Maria della Salute; ancòra il vento gli arrecò i suoni festanti di un valzer voluttuoso da un palazzo dove la danza ferveva; ancòra il vento gli arrecò l'eco dei canti, dei suoni, dei rauchi e tristissimi gridi di allarme — e come lamentevoli! — dei gondolieri, vaganti nelle ombre dei rii prossimi al gran canale. Rimase lungamente, poggiato alla finestra aperta, a guardare splendere Venezia. Il passato gli riappariva. Tutte le sue memorie veneziane lo riallacciavano, in una lieta scorribanda d'amore gli turbinavano intorno. Quanta sua vita egli aveva passato in quella dolce città innamorata del cielo e del mare! Il suo amore, il suo fidanzamento, le sue nozze gli tornavano in mente — e con essi l'imagine dolce di Beatrice lontana; ma questa volta l'imagine non aveva le apparenze di un rimprovero o di un rimorso; bensì quelle di una dolce memoria appassita e Giuliano le sorrideva come ad una morta, alla cui perdita si è rassegnati, pur cullandosi nel pensiero carezzante di quello che fu. Egli sentiva invadersi l'anima da una calma infinita, assaporava la pace e si compiaceva nella visione voluttuosa e inebriante della prossima notte d'amore. Venezia aveva sempre per lui questo effetto: tutti i suoi nervi si calmavano, tutte le sue agitazioni febbrili e continue si attenuavano in rapidi e rari sussulti ad un contatto o ad un ricordo. L'invadeva allora, e sempre, in ogni ora del dì e della notte, una malinconìa profonda ma fine, ininterrotta ma squisita, intensa ma soavissima. Le cose gli apparivano sotto una luce grigio-rosea — non più risolutamente oscure; le sue febbri si placavano ed egli riafferrava la signorìa su sè medesimo, smarrita per lo innanzi, col dilettantismo della sua auto-analisi e la maschera delle sue geniali apparenze fanfaronesche. Nell'onda dei ricordi egli non trovava più gorghi infidi e canti di sirene, ma una dolce acqua di Lete che lo cullava, senza poi richiamarlo troppo bruscamente all'amara realtà.

Ma all'amara realtà lo richiamò Claudina che entrava, che gli gettava le braccia al collo e lo baciava con passione ardente. D'un balzo, egli si ritrovava fuori del mondo dei sogni. Egli identificava quella donna che gli sorrideva nella penombra, la vedeva quale già l'aveva veduta in qualche ora di squallore sentimentale e sopra tutto in quella notte oscura durante il suo sonno a bordo dello yacht, come la causa del suo dolore, come un'avversaria che celasse il suo intento malefico sotto l'inganno delle dolci carezze e delle amorose parole. Claudina gli aveva rivolto poche frasi indifferenti, poi si erano appoggiati al davanzale, in silenzio, contemplando la notte. Quella vicinanza femminile innanzi a quella luminosità lunare del cielo e del mare gli ricordava altre sere in cui con una altra donna, tutta rivestita e angelicata di sogni, aveva fissato in un silenzio supremamente ed arcanamente loquace quell'acqua bruna e d'un diaspro oscuro su la quale i raggi lunari sparpagliavano la vita palpitante di miliardi di lamine argentee. Aggravandosi la sua pena, pregò Claudina di uscire. Salirono in gondola, entrarono nel sogno sontuoso del Canal Grande. Claudina col pretesto della sera ancóra un po' rigida aveva preteso dal gondoliere il misterioso felze, senza del quale le sembrava tolto alla gondola ogni fascino ed ogni mistero, riducendola ad una semplice barca snella e rapida. Nell'ombra del felze Giuliano aveva chiuso gli occhi e pensava; a traverso i finestrini, Claudina ammirava intanto la doppia fila di palazzi illuminati, che, appunto con la loro diversità, sembra che abbiano voluto realizzare un orgoglioso, prodigioso e fastoso sogno di strana bellezza.

— Ti ho tanto atteso, susurrava Claudina all'amante. Le ore della tua lontananza mi sono sembrate così squallide, così lunghe.... Mi avevan ripreso tutte le mie tristezze d'un tempo.... E tu? Hai concluso i tuoi affari?.....

Un dubbioso cenno del capo di Giuliano rispose alla domanda della donna. Quasi per un bisogno ardente di confessione, di sincerità, di sfogo, egli avrebbe voluto dirle, come, appena giunto a Milano, riafferrato dalla nostalgia della sua casa e dei suoi cari lontani, avesse dovuto passare tutte le sue ore chiuso nella sua camera d'albergo, dal letto a un divano e da un divano ad una poltrona, a rodersi nella sua tristezza desolata, bramoso di non vedere nessuno ed assolutamente incapace di trattare e di discutere per il minimo affare. Avrebbe voluto dirle come quella stessa mattina egli si fosse infine deciso a partire, dopo un inutile soggiorno, precisamente per raggiungere lei, per ricorrere nella sua desolazione morale al veleno dell'ebbrezza voluttuosa che i baci di Claudina sapevan sempre destare in lui, come colui che soffre ricorre alla sottile malìa della morfina, pur sapendo che, spento l'effimero sogno, la tortura della sofferenza tornerà ad avventarsi su lui con più accanimento. Ma fu prudente e si guardò bene dal dirle tutto questo. Anzi pensò opportuno di chinarsi a porre un bacio su le labbra di Claudina, affinchè ogni possibile dubbio venisse da quello scacciato o assopito nell'anima di lei.

Ma Claudina, del resto, non aveva più dubbî, nè sospetti. Il colloquio vibrante di San Remo le sembrava essere stato poche sere prima definitivo. Ella era convinta che l'amore di Giuliano le fosse tornato in tutta la sua gagliardia. Da quei giorni di Venezia e dai futuri giorni di vagabondaggio estivo ella si riprometteva infinite gioie d'amore. Solo in qualche momento ella aveva dei sospetti su l'amore di Giuliano: come un nembo, allora, passava su la sua anima una fiamma di veemente rancore per la menzogna dell'amato, fiamma che subito si dileguava o si mutava in nuovo ardor di passione. Ella credeva alla ventura realtà del loro sogno. E l'Alloro le sembrava in fiore.

Una serenata che, al lume delle variopinte lanterne veneziane, rompeva innanzi ad un palazzo la calma plenilunare del Canal Grande, ruppe con quella anche il corso differente dei loro contradittorii pensieri. Lo scrittore volle sottrarsi alla volgarità di quella suggestione a pagamento ed ordinò al gondoliere di girare per un canale interno e tornare alla laguna libera. Il canale s'inoltrava silenzioso e deserto. Quell'acqua calma così nera e così luminosa ad un tempo faceva palpitare i nervi febrili di Giuliano di ammirazione e di orrore. La sua anima pareva sprofondarsi in quell'ombra fredda e cupa. Pareva che il mistero incombesse su lei. Ai bagliori della luna gli alti e bruni palazzi sembravano divenire più grandi, mano a mano mostruosamente enormi, assumendo apparenze di spettri minacciosi che incedessero su le acque. Giuliano non potè trattenere un brivido. L'amante si chinò su lui e, nell'ombra, lo strinse tutto nel profumo delle sue braccia e lo baciò voluttuosamente all'angolo della bocca. E nel piacere si abbandonò su l'amato, esausta per un sol bacio.

Ma tutto il dramma della sua vita era riapparso per quel bacio inopportuno allo scrittore. In un baleno, un'altra notte oramai lontana gli riapparve, un'altra donna si appesantì su lui, altre braccia lo strinsero ed un altro profumo lo inebriò, un altro bacio più casto, bacio di vergine, venne a posarsi, fiore incoscientemente irrequieto di voluttà, all'angolo delle sue labbra. L'assente riapparve con tutto il lugubre manto della sua lontananza e del suo lutto e la donna così ardentemente amata, ch'egli adesso serrava fra le braccia, ancóra una volta gli sembrò un'estranea ed una fatale nemica.

Erano su la laguna libera, fuori dell'incubo del canale spettrale. Gli amanti tacevano: Giuliano era di nuovo prostrato nella sofferenza. Non più gli apparve la luna fra le nubi e le stelle come una perla immane fra manti di neve e mirifici lampadari; gli sembrò invece una lampada funeraria accesa fra drapperie luttuose avanti al manto nero e trapunto d'oro di un colossale catafalco. Non più Venezia gli apparve come un regno di fate tra i riflessi dei lumi del Canalazzo e lo splendore delle luci tremolanti a San Marco e su la Riva degli Schiavoni; ma quelle luci e quei riflessi e quei lontani edifici gli sembrarono una processione interminabile di cerei funebri e di bare. I gruppi di lumi alla Giudecca o a San Giorgio non gli apparvero più come prodigiosi fiori di luce, come radiose ghirlande; ma gli sembrarono torcie di lutto e di morte lacrimanti intorno a una tomba.

Con la voce tremante e soffocata egli ordinò al gondoliere di tornare a terra.

Pochi minuti dopo gli amanti erano seduti al caffè Florian, sotto le Procuratie, in una di quelle piccole ed eleganti salette tutte piene di specchi e di figure allegoriche: essi vi cenavano senza appetito e senza allegria. Lo scrittore aveva ordinato dello champagne e ne beveva numerose coppe per stordirsi, per inebriarsi artificialmente e liberarsi dall'incubo orribile che poco prima sul mare gli aveva ghiacciato il sangue nelle vene. Claudina lo lasciava fare e sorrideva, ignara, di nulla sospettosa. Nei suoi occhi brillava il sogno della prossima notte d'amore. Non ostante quella gaiezza forzata e artificiale, il dissidio s'era aperto del tutto, pieno di minaccie. Verso la notte d'amore che si preparava, ella guardava con impazienza palpitante e con fremiti di delizia, mentre l'amante vi si preparava come ad un supplizio inumano.

VI.

Il movimento mattutino su la Riva degli Schiavoni li svegliò per tempo. Poichè la sera innanzi avevano dimenticato di chiudere le imposte, un gaio sole primaverile si rifletteva negli specchi, metteva bagliori argentei su la toeletta dove i ninnoli personali di Claudina erano confusamente gettati, faceva scintillare i capelli d'oro della giovane donna sul candore degli origlieri. Quel bel sole pieno li ingannò su l'ora, così che Farnese si levò per il primo e passò nel salottino contiguo e poi nella sua stanza, a fine di lasciare in libertà Claudina nelle molteplici delicate cure della sua persona. Ei si vestì in fretta, con l'anima piena di un rigoglio di primavera. Le tristi visioni e le funebri imagini della sera prima erano omai lontane. Il mondo gli appariva roseo e giocondo, poichè tutti i cupi pensieri erano lunge da lui. Tornò nel salottino contiguo che gli avrebbe servito da gabinetto da lavoro; alla finestra guardò la gente passare gaiamente per la Riva degli Schiavoni, mentre su la laguna e nel Canale le gondole guizzavano, prive del lugubre e misterioso felze, avendo anch'esse un'apparenza gioconda per i freschi e chiari colori degli abiti e dei cappelli e per le giacchette primaverili degli uomini che le occupavano. Poichè Claudina tardava, ei si ritrasse dalla finestra, prese su la tavola un romanzo che Claudina doveva avere in lettura, come l'indicava un esile segnapagine d'argento cesellato, semplice ma bellissimo ricordo di uno dei suoi molti trionfi d'attrice. Giuliano lesse qualche pagina del romanzo. Dalla stanza di Claudina gli giungeva il rumore di porcellane smosse ed urtate, uno sciacquìo di acque, il sottile profumo di odorose acque di lavanda. Socchiuso il libro, egli pensò il bel corpo di Claudina fremente e la delicata pelle increspata leggermente sotto il brivido di quelle acque fredde e profumate. Un desiderio di voluttà gl'inebriò il sangue, al momento in cui Claudina entrava nel salotto, avvolta in un accappatoio di flanella crême, coi bei capelli d'oro ancòra umidi e scintillanti, tutta fresca e vibrante ancóra; e questo desiderio di voluttà si raddoppiò e vinse, quando la giovane donna si precipitò con un atto irresistibilmente appassionato su lui e con le labbra convulse e palpitanti cercò i suoi baci.

Pochi minuti dopo Giuliano era seduto al tavolo da lavoro, avendo innanzi a sè un mucchio di fogli ancóra candidi. Claudina era seduta presso di lui, intenta. Ella lo guardava lavorare, guardava la penna correre sul candore della carta, violarlo coi segni irregolari della calligrafia da improvvisatore di Giuliano; vedeva lo scrittore interrompere ogni tanto la sua fatica, fermarsi a guardare il cielo azzurro nel rettangolo della finestra, con gli occhi attoniti, la penna abbandonata nella mano destra, mentre la sinistra sorreggeva la faccia dove un'espressione di inquietudine e di scontento si manifestava, a poco a poco, sempre più intensa. Più volte vide lo scrittore afferrare i foglietti scritti, lacerarli, gettarli a terra con un gesto d'ira. Egli ricominciava il lavoro con ardore per poi distruggerlo egualmente. Infine gli parve più calmo ed il suo lavoro fu per circa due ore tranquillo e quasi sorridente.

Egli si levò, passò a Claudina le pagine scritte. Ella le lesse sorridendo due volte, mentre l'amante poggiato al davanzale della finestra fumava, inseguendo e rompendo con la mano le azzurrognole e dense nuvolette di fumo. L'attrice parve soddisfatta di quella lettura.

— Vogliamo provare? dimandò allo scrittore, avvicinandoglisi.

Era abitudine per Giuliano di provare ogni scena che scriveva della nuova commedia, per veder sùbito se essa era nei mezzi di Claudina, se fosse sotto o sopra il suo valore, se vi fosse da aggiungere o da togliere, comunque da modificare. Quella scritta poco prima era l'originale scena con cui il primo atto si chiudeva. Lo scrittore e l'attrice si sedettero accanto sul divano, tennero il manoscritto in modo che potessero leggerlo insieme, poichè in quelle prove lo scrittore faceva la parte e diceva le battute degli attori mancanti. Claudina teneva in mano il manoscritto quasi con devozione e quando Giuliano le disse:

— Comincia; riprendi dalla scena precedente — ella si rovesciò tra le braccia dell'amante e susurrò con gli occhi socchiusi e le labbra palpitanti:

— Come mi sento felice in questi momenti! Noi lavoriamo insieme a questa bell'opera che già abbiamo nel sangue e nei nervi, questa bell'opera che dovrà portarci la gloria comune, l'alloro fraterno. Tu sei il mio maestro ed io sono la tua alunna. Tu sei grande e ispirato ed io son docile e diligente. Non godi anche tu di queste ore in cui i nostri spiriti divengono migliori?

— Comincia, comincia, disse Giuliano leggermente infastidito da quelle parole di entusiasmo che per essere troppo sincere e troppo spontanee gli suonavano già nell'anima come un ritornello ben noto. Non perdiamo del tempo prezioso in inutili quisquilie.

Claudina, lievemente punta dal tuono irritato e infastidito di lui, cominciò a dire le sue battute con sicurezza, con calore, con espressione. Giuliano rispondeva con noncuranza ma con un'innata abilità di attore. Sovente, nei momenti di allegria, egli si era dilettato ad imitare per sua moglie, per i suoi intimi o per i suoi bambini, i più noti attori, le più belle attrici. Egli aveva un gusto acuto e sicuro. Quel giorno stesso modificava qualche accento di Claudina, per riuscire a comporre il tutto armonico di un'interpretazione sobria ed efficace. Più volte l'attrice, corretta e ripresa, ubbidì docilmente. Ma ad un punto della scena culminante dell'atto, Claudina ricadde in un suo vecchio difetto, quello di un pianto falso e manierato che stonava con la semplicità e la sincerità di tutta la sua recitazione. Giuliano la interruppe ed un poco infastidito per quel difetto che egli le aveva tante volte ed invano rimproverato, espresse il desiderio di ritornare a ripetere quella scena dal principio. Ma Claudina ricadde nell'errore. Due volte Giuliano ripetette in vano l'esperienza. Il difetto era divenuto nell'attrice abitudine. Lo scrittore comprendeva intanto, per certi gesti infastiditi di Claudina e per una piega irritata delle labbra di lei, che quelle osservazioni e quei dissensi aprivano tra loro un dissidio spiacevole. E questo dissidio si aprì più tardi troppo chiaramente, quando verso la fine dell'atto Claudina errò tutta l'interpretazione di una scena.

— No, no, Claudina, interruppe allora Giuliano, tu sbagli.... Guarda: Giovanna non è una donna cattiva e perversa per sua natura. Gli avvenimenti pretendono che ella sembri tale ed ella si sforza a sembrarlo. Ma il pubblico finora non sa a che tenersene sul conto di Giovanna. Ed è appunto con questa scena che tu devi illuminarlo, fargli scorgere nettamente tutto il fondo buono, dolce ed afflitto del carattere della mia eroina. Se tu non muti da cima a fondo l'interpretazione di questa scena, la commedia è inesorabilmente perduta. Su via, un po' di buona volontà! Ritorniamo da capo: prova e mettici tutto il tuo ingegno.....

A Giuliano non sfuggì un gesto di noia fatto da Claudina durante le sue saggie osservazioni e ripetuto al momento che ricominciava a recitare la sua parte, pur troppo dandole ancòra l'interpretazione ch'ella le aveva dato poco prima e che l'autore aveva criticato. Una certa irritazione cominciò a sorgere in lui, proruppe quando Claudina dimostrò di non aver voluto o saputo tenere nessun conto delle sue esortazioni:

— Ma no, ma no, niente affatto, non è così, non è così.... Devo credere che tu lo faccia a bella posta. È tutto il significato della scena che tu falsi in questo modo: è come se tu facessi apparir nero quel che è bianco..... No, no, è meglio che lasciamo andare, se tu non hai voglia questa mattina..... Tanto per quel che si conclude....

Pazientemente l'attrice, frenandosi, ricominciò. Ma il suo errore, impercettibilmente corretto, apparì di nuovo. E, poichè Giuliano non seppe reprimere una mossa d'uggia e di dispetto, ella esclamò:

— Alla fin dei conti, io ne ho abbastanza. Io la capisco così questa scena, solamente così. Altrimenti non la sento, non la sento e non la sento..... Che vuoi farci? Se non sei contento, pazienza! Non sarà poi un gran male. Se io ti sembro insufficiente, cambierai interprete......

— Infatti, ribattè Giuliano punto al vivo, infatti, se tu ti ostini e non ti correggi bisognerà bene che io cambi interprete, poichè non voglio mandare la mia commedia al massacro.....

Era evidente che Claudina, benchè non avesse risposto una parola, stentava a reprimere e trattenere la sua ira innanzi alla facile rinunzia dell'autore, che costituiva una seconda persona così estranea all'amante. Giuliano che camminava a larghi passi pel salotto, dominando con uno sforzo di volontà le parole e gli atti del suo dispetto, si sedette ad un tratto risolutamente presso Claudina, la pregò di riprendere la lettura, di terminare la prova dell'atto. Ma l'attrice lesse e ripetette svogliata, monotona, grigia, come se ripetesse una lezione, senza alcun entusiasmo. Ella era ancóra esasperata da tutto ciò che non era stato detto ma che indovinava oltre le moderate parole dello scrittore, e non poteva quindi dedicare a quella prova attenzione ed interesse. Giuliano intanto interpretava a modo suo quella noncuranza e quella svogliatezza. Era evidente: la commedia non piaceva a Claudina. Dal principio dell'atto ella non aveva mai detto una parola di entusiasmo, o più modestamente di elogio e di simpatia, non aveva nemmeno avuto mai un sorriso di compiacimento. Egli si era invece sforzato in quel primo atto di stabilire una situazione limpidamente, senza mezzucci e senza astuzie, dimenticando quanto più poteva tutte le sue abilità di uomo di teatro. Come spiegare il silenzio di Claudina? Era ella forse, sotto le sue apparenze di grande arte e di grande attrice, una commediante come tutte le altre, una comicarola, secondo il gergo di palcoscenico, che non si entusiasmava perchè non trovava il pezzo ad effetto ed il pistolotto per l'applauso? Oppure era meschino e scialbo il suo lavoro, scritto durante quel loro amore, quel loro sogno ambizioso dell'alloro fraterno? Ciò gli parve più probabile. Immediatamente alcuni difetti ch'ei già aveva notato nel corso dell'atto gli apparvero più gravi, sostanziali e irreparabili. Quel che gli era apparso bello, gli sembrò mediocre; quel che gli era apparso vivace, gli sembrò fiacco e slavato; quel che gli era apparso passabile, gli sembrò orribile e stupido. Tutto l'atto si stritolò sotto i colpi della sua critica inesorabile.

Claudina intanto era giunta alla fine. L'amante attese in ansia qualche tempo una parola, un sorriso. Niente: ella rimase immobile, imbroncita. Allora Giuliano si convinse che il suo lavoro doveva essere veramente destituito d'ogni valore. Ma come mai ciò era avvenuto? Ei ricordò le sue ore passate di lavoro, benedette dall'ispirazione, rese feconde dall'ingegno; ricordò i successi trionfali che avevano seguito quelle ore pensose. Come mai ei si era così isterilito? Eran forse l'agitazione della sua anima, il rimpianto dei lontani, le memorie di un altro amore vissuto sotto quello stesso cielo, le angoscie del suo instabile cuore così dolorosamente combattuto da tanti sentimenti contradittorii, che gli toglievano la forza e l'ispirazione, il tesoro del suo ingegno fino ad allora così sontuosamente goduto? Ancòra una volta Claudina gli apparve come un'avversaria. Confrontò a lei che gli toglieva energia ed ingegno, isterilendo la sua ispirazione, il dolce influsso di Beatrice la quale nelle ore lontane aveva così soavemente propiziato e nobilitato il suo lavoro, rimanendo lunghe ore seduta presso di lui, a leggere o a lavorare, col suo bel volto amoroso e soave. Un'ira irragionevole lo afferrò. Il letterato s'impose, ed allora l'uomo e l'amante scomparvero in presenza di quella orgogliosa ed esuberante personalità. Egli temette d'aver perduto per sempre la gioia della sua arte. D'un tratto, in presenza di Claudina muta ed impassibile, quella irragionevole ira, che poco prima egli aveva sentito sordamente gonfiarsi nella sua anima, dettò tristi parole:

— Bene, bene, lo so, gridò rivolto a Claudina. Io non ho più ingegno, non valgo più nulla, sono un cervello esaurito. Io devo essertene grato, esclusivamente grato a te, mia cara. E ti ringrazio di avermene avvertito così affettuosamente, con il tuo silenzio, con la tua disubbidienza alle mie osservazioni. Grazie, grazie.... Lo so anch'io, me ne sono accorto anch'io che questa roba non è che una porcheria, una volgarità senza senso e senza gusto. Eccolo qua il tuo bel sogno dell'alloro fraterno.... Ecco, eccone i frutti.... E di tutta questa cartaccia, tieni! guarda il caso ch'io ne faccio, guarda.....

Afferrò i fogli della commedia ch'egli aveva ancòra nelle mani convulse, li sbrandellò in mille pezzi e li gettò per la finestra. I brandelli di carta — brandelli del suo pensiero e della sua anima — si sparpagliarono, caddero mollemente nel Canale, come fiocchi di neve, portandosi via tante illusioni e tanti sogni, lasciando nella sua anima tanto dolore. Ei si rivolse. Claudina, attonita per il gesto di lui, affranta per le sue parole, non ebbe la forza di fare un gesto o un passo o di pronunziare una sillaba. Lo scrittore, che aveva fatto un così crudele sacrificio, interpretò male quel silenzio e quell'immobilità. Ancòra una volta ella gli apparve come una inesorabile avversaria, oramai smascherata. Disperatamente, ei si morse a sangue le dita per trattenere le offese che gli salivano irreparabili alle labbra ed uscì dalla stanza, con le lacrime agli occhi e l'anima in angoscioso tumulto, sbatacchiando la porta. Ed a Claudina parve che con quella porta si fosse chiuso anche l'orizzonte luminoso che le mostrava fino a quella mattina, e così splendido e così inebriante, il suo bel sogno in fiore, quel bel sogno che per la prima volta le apparve come un miraggio lontano.

VII.

Quando discesero a Burano, su la piazzetta della chiesa, gli amanti sentivano di essere in uno di quei fuggevoli momenti di completa armonia che anche l'amore più irrequieto, più febrile e più combattuto sa talvolta trovare. In quello smagliante pomeriggio di sole era ben lontana dalle anime loro e dai loro mutevoli cuori l'angoscia suprema che già tante volte li aveva affannati, durante quel loro soggiorno a Venezia, il quale già si prolungava da due settimane. Si volsero a guardare l'orizzonte. Venezia in lontananza aveva chiarori lunari di perla e vividi splendori di ori. Il cielo d'un azzurro sfarzoso diveniva madreperlaceo quanto più s'incurvava verso oriente; e quanto più, ad occidente, tracciava la sua sublime curva sino ad incontrare la superficie delle acque, diveniva d'oro e di sangue. Non una voce saliva dal mare. Il medesimo silenzio signoreggiava la piccola isola; solamente un organetto gemeva in lontananza un'ingenua aria di vecchia opera. Da quel paesaggio di luce e di calma, una grande pace luminosa discendeva nei cuori.

— Vogliamo andare a visitar la fabbrica di merletti? dimandò Giuliano. È una vera oasi di poesia.

— Andiamo, mormorò Claudina e s'appoggiò al suo braccio, amorosamente.

Entrarono nella fabbrica. Pareva a loro di traversare le sale di un convento, tale era la quiete che vi regnava. Quelle sale imbiancate a calce, con ai muri qualche ritratto della regina Margherita o qualche imagine pia o qualche quadro contenente dietro il riparo del vetro la fragile e spumante grazia degli antichi merletti veneziani, avevano veramente un aspetto monastico. Il sole entrava a fasci di luce bionda e gioiosa dalle grandi finestre aperte e sollevava un pulviscolo d'oro in quelli stanzoni. Da alcuni rosai, tutti in fiore e prossimi alle finestre, giungeva un profumo delicato, molto penetrante, che aggiungeva un altro fascino di poesia al delizioso quadretto e che sembrava profumare primaverilmente il tenue lavoro intorno al quale andavano e venivano, come chiare farfalle, le dita snelle ed agili delle giovani merlettaie.

E tutte quelle mani, quelle piccole mani delicate, alcune delle quali sembravano mani di principessa o di fata e non di umile operaia, quelle mani, quasi rese fini e tenere dal loro squisito lavoro, andavano e venivano, quasi impalpabili, tiravano gli aghi, aggruppavano i fili, aprivano magiche corolle, sontuosi emblemi, ricchi disegni, favolose figure, ornamenti di messale, tra le maglie del merletto; si arrestavano, distendevano il merletto già fatto e i fili per quello ancòra da fare, e agilmente, squisitamente, riprendevano la loro corsa operosa, andavano, venivano, giravano, voltavano, si riprendevano, si arrestavano indecise, si slanciavano di nuovo all'opera, accompagnate dagli occhi attenti, rapidi, irrequieti, mentre le labbra sorridevano poichè il cuore ed il pensiero erano forse lontani, fuori, laggiù, in quell'onda di luce, in quello splendore di sole, tra quelle rose, quel mare, quel cielo sereno, tutte quelle prime meraviglie della nuova estate veneziana.... E il sole accende quelle capigliature bionde, rosse, castane e brune di mille riflessi, di mille lucentezze, di mille splendori. E i bei capelli d'oro che sembrano usciti dal fastoso pennello di Paolo Veronese e i capelli fulvi, evocazione suggestiva delle superbe figure tizianesche, scintillano e riscintillano sotto quei raggi, quando le teste feminili s'agitano, quando le operaie sollevano i loro pallidi visi per riposarsi dal lavoro o per guardare un visitatore, per rispondere a una domanda o per accompagnare il volo amoroso di un loro pensiero che va verso un lontano.....

In una stanza più piccola erano sette od otto giovani operaie, intente a lavori più fini, più difficili, più delicati ancòra. Il sole entrava dall'alta porta vetrata che si apriva su un giardinetto pieno di rose ed avvolgeva le fanciulle di una carezza bionda. Silenziosamente, frettolosamente, il loro lavoro procedeva. Su la tavola era distesa la pompa di quei merletti, l'eleganza delle guipures in seta ed oro filato.

— Io penso al destino di tutti questi merletti, diceva Giuliano all'amante. Essi sono stati fatti da queste povere giovinette, in silenzio, tra tutti i loro sogni e le avverse realtà, tra tutte le irragionevoli malinconie e le improvvise gioie dei loro vent'anni. Esse sono, così, state prodighe della loro arte per abbellire la vita, per abbellire la gioia e l'amore degli altri. Pensa quanti di questi merletti abbelliranno le donne di piacere e di amore; pensa a quante voluttà daranno suggestione ed eleganza, quanti letti adorneranno, quante coltri, quanti origlieri, quanti baci udranno e quanti sospiri accoglieranno!...

Claudina sorrideva. Carezzava con la mano quei merletti e quelle trine, quelle squisitezze fatte con niente. Ella avrebbe voluto possederli tutti, goderli, adornarsene.

— Sembra un quadro di Favretto! le disse Giuliano, indicando le giovani operaie intente al lavoro e Claudina in adorazione di quei merletti.

Ella non udì e non gli badò, continuando a carezzare con le sue dita quelle perfette eleganze. E con vero rammarico dovette staccarsene, quando una maestra della scuola delle merlettaie le offrì di visitare altre sale, altre sezioni.

Giuliano Farnese non andò con lei. Rimase ad attenderla in giardino, col pretesto d'incenerire qualche sigaretta. Quando fu solo, si avvicinò di nuovo alla vetrata, spiò nella stanza dove le giovinette lavoravano instancabilmente. Il cuore gli balzava forte nel petto. Al momento di uscire dalla stanza con Claudina, mentre passavano innanzi alle operaie, una fra tutte lo aveva colpito. Una strana rassomiglianza, il richiamo vivente di un altro volto, di due altre pupille.... Spiò dai cristalli, aguzzò la vista e, ad un tratto, divenne pallido, vacillò, si sostenne alla maniglia della porta.

— È una somiglianza perfetta, si trovò a dire a voce alta.

Pensò di andarsene, di allontanarsi, di sfuggire a quel richiamo dell'adorata lontana. Il fantasma di lei s'era già tante volte insinuato fra gli amanti, durante quelli ultimi giorni, che quasi era divenuto, specialmente per Giuliano, una vera ossessione. Perchè, dunque, lasciarsi prendere a quell'altro spasimo che lo attirava irresistibilmente? No, no, poichè quelli ultimi tre o quattro giorni erano stati tranquilli e sereni, conveniva non interrompere con una brusca e dolorosa evocazione il loro calmo e dolce fluire.... Questo Giuliano sentì in pochi secondi e volle fuggire, ma, poichè egli vacillando s'era appoggiato alla maniglia, la porta vetrata si era aperta, gli sguardi delle ragazze e della sorvegliante si erano diretti verso di lui per vedere chi entrava. Giuliano, lì per lì, vinto dall'emozione, non seppe trovare un gesto o una parola, e dovette entrare

— Vorrei comprare alcuni di quei merletti, disse Giuliano per spiegare la sua ricomparsa alla sorvegliante. È qui che devo rivolgermi o alla direzione?

— No, signore, rispose la sorvegliante, noi non siamo autorizzate a vendere. Bisogna che si rivolga ai negozî, dall'altro lato della scuola. Del resto, la maestra che ha accompagnato or ora la sua signora potrà darle meglio di me le spiegazioni necessarie.

— La ringrazio, disse Farnese, e salutò.

Fece per uscire. Ma, quando fu innanzi alle giovanette una forza più potente della sua volontà lo trattenne, lo fermò. Rimase qualche secondo a guardar le agili dita femminili andare e venire, svolazzare lievi ed inafferrabili. Ma, poichè egli trovandosi di spalle alla porta impediva la luce, una delle operaie, bionda accesa e scarmigliata, con due occhi che sembravano còrsi da due fiamme, gli disse in puro veneziano e con un delizioso sorriso che illuminò una doppia schiera di denti candidissimi.

— El diga, siòr.... El xe minga trasparente!....

Giuliano, interpellato così vivacemente, si mosse e si trovò faccia a faccia con colei che gli aveva ricordato l'assente. La giovinetta, in piedi, misurava approssimativamente, distendendo il braccio sinistro e fermando la mano destra alla punta del suo naso, la lunghezza del merletto che le si ammonticchiava ai piedi.

Lo scrittore guardava intento la giovinetta. La rassomiglianza con Beatrice era straordinaria; isolandosi dalla cornice di quella stanza e di quelle altre persone e liberandosi di tutte le angosciose realtà della sua vita, egli avrebbe potuto confondere con sua moglie quella povera merlettaia. Se, sotto altre spoglie, ei l'avesse incontrata, anche in pieno meriggio avrebbe certamente creduto di riconoscere in lei la lontana. Tutto il dolore tornò nell'anima sua per quel richiamo. E, pure soffrendone, Giuliano non sapeva levare gli occhi di dosso a quella giovinetta. Volle parlarle, udirne meglio la voce; cercò qualche dimanda che non fosse stupida ed invece le rivolse la più sciocca di tutte. La giovinetta, avendo misurato tutto il merletto, aveva annunciato a mezza voce:

— Sono cinque metri, su per giù....

Si era nuovamente seduta, mentre Giuliano le domandava fissandola ardentemente:

— Ed è tutto lavoro d'oggi, signorina?

Un'angoscia improvvisa lo assalì nel breve momento che corse fra la sua dimanda e la risposta che le tenne dietro. Tremò che anche la voce somigliasse a quella dell'assente. Lo spasimo sarebbe stato per lui troppo acuto, e forse qualche nuova e spasmodica complicazione sentimentale si sarebbe iniziata per lui da quella somiglianza completa. Ma la giovinetta rispondeva:

— Oh no, no, non creda! Dio lo volesse.... È il lavoro di quasi due mesi! Se sapesse che lavoro complicato e difficile è mai questo!

Giuliano provò come un sollievo, appena la giovinetta ebbe pronunziato le prime sillabe con il suo accento veneziano, con la sua voce un po' rauca a volte, e a volte stridula così che dava un'impressione molesta di fastidio, come per lo stridore di una punta metallica sopra un vetro. Oh no, non era quella la dolce voce d'argento con cui Beatrice susurrava in altri tempi all'amato le sue più tenere follie d'amore! Non era quella la carezzevole voce di lei che sapeva così soavemente profferire il dolce invito del sentimento all'affettuosa scherma delle frasi amorose!

Giuliano era in procinto di rispondere alla giovinetta, quando una mano si posò, quasi inavvertita, sul suo braccio. Fu il sottile profumo di quella mano che lo avvertì della nuova presenza. Si volse. Claudina era innanzi a lui.

Subito ei s'avviò per uscire. Su la soglia si volse per cedere il passo a Claudina, ma la vide ancòra ferma al centro della stanza, intenta a fissare la giovine operaia con la quale egli aveva scambiato quelle insignificanti parole. L'amica lo raggiunse subito. Non si parlarono, poichè persone addette alla scuola li accompagnavano. Passando innanzi ad una sala, ebbero di nuovo la visione di quel delicato quadretto favrettiano, di tutto quello sfarfallìo lieve di candide mani, di tutto quello scintillìo di chiome bionde e rosse, sotto la calda carezza d'oro del sole. Discesero nella gondola che li attendeva, mentre un lieve vento di tramonto portava loro l'ultimo sospiro profumato dei rosai in fiore.

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