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Il Miraggio

PARTE SECONDA (continued 2)

Reading edition

In pochi secondi, dopo qualche vibrato colpo di remi, la gondola si trovò lungi da Burano, tra il fasto vellutato delle onde verdi-azzurre. Il sole, ad occidente, tramontava in una gloria formidabile di fiamme.

Claudina sembrava molto interessata dal meraviglioso spettacolo del mare e del cielo. Giuliano le disse in proposito:

— Ti ricordi quella pagina in cui un dolce e suggestivo poeta, strappato ai versi dalle attrattive del teatro, Maurizio Donnay, evoca così stranamente questo superbo scenario? Guarda laggiù la flottiglia delle barche di Chioggia con le loro vele nere, gialle e rosse; guarda se alcune non rassomigliano davvero a clowns con grandi e variopinte brache gonfie; guarda se quelle laggiù, laggiù, in fondo, non sembrano veramente vescovi che incedano sul mare, ricoperti da sontuose dalmatiche... Oh quel sole che tramonta dietro San Marco! A quest'ora Venezia, magicamente, ha l'aspetto fastoso e lussureggiante di una città orientale. Guarda se non è vero che il cielo ed il mare mutano di colore ad ogni minuto, come due infinite Loïe Fuller che danzino la danza serpentina.... Quale visione incomparabile! quale apoteosi trionfale!....

L'amica non fece eco a quell'entusiasmo. Lo scrittore allora tacque e per qualche tempo non si udì che lo sciacquìo dell'acqua rotta dal ritmico batter dei remi.

— Eri molto entusiasta della bellezza di quella ragazza, disse a un tratto Claudina senza guardare Giuliano e mentre un fine sorriso ironico le sfiorava le labbra. Ho picchiato più volte ai vetri perchè tu venissi fuori, ma non hai udito..... Eri troppo assorto, troppo in ammirazione.... Avevi incominciato con lei una così fitta conversazione, interessantissima, suppongo..... È stato necessario che io entrassi e ti prendessi pel braccio perchè tu ti avvedessi della mia presenza.....

— Ma no, ma no, che vai mai pensando! esclamò Giuliano, dissimulando con pena nella voce un po' convulsa l'intimo tumulto. Mi annoiavo fuori, attendendoti. Sono entrato ed ho rivolto a quelle ragazze qualche domanda sul loro lavoro. Ecco tutto. In quanto alle ripetute chiamate tu sai bene quanto io sia distratto.....

Il sorriso ironico scomparve dalle labbra di Claudina. Fissando questa volta apertamente negli occhi il suo amante, la grande attrice disse nervosamente:

— In questi ultimi tempi hai appreso anche a mentire. E nel tempo stesso la tua consueta prudenza è scomparsa. Evidentemente la passione opera dei grandi sconvolgimenti nella tua anima..... Tu t'illudi sempre ch'io non senta, ch'io non veda, ch'io non intenda..... Davvero tu devi credermi una grande sciocca se hai tanta fiducia nella mia cecità e nella mia ingenuità..... Ciò non mi lusinga..... Tu devi sapere al contrario che nulla di quanto tu faccia, tu pensi o senta mi sfugge..... Con un dono unico delle donne veramente innamorate, leggo nell'anima tua come in un libro aperto e mi ritrovo tra i laberinti della tua conscienza, come in un luogo di cui io avessi una conoscenza perfetta.....

— Non comprendo a che cosa tu alluda, rispose Giuliano. Io non ti mento e non ti nascondo nulla, poichè ti amo.....

Una stridula risata dell'attrice commentò quella protesta. Era una risata nervosa ed ironica, irritata ed angosciosa, dove si rivelavano il dolore ed il rancore di quella donna che sentiva ogni giorno più sfuggirle il cuore di quell'uomo, cui ella aveva donato tutta sè stessa, follemente.

— Credi tu ch'io non abbia ben guardata quella ragazza che aveva saputo destare in te un così vivo interesse? Credi tu — continuò implacabile l'attrice — ch'io non abbia trovato come te in lei una impressionante somiglianza con una persona che da qualche tempo ti è divenuta tanto cara?... Oh, Giuliano, come siamo giunti presto a questo epilogo doloroso..... Io ti comprendo, ti comprendo...... Ma ti vorrei più leale e più energico..... Dovresti confessare francamente di non amarmi più, abbandonarmi, partire stasera stessa, se il tuo desiderio te lo consigliasse..... Così, tu ti avvilisci tanto ai miei occhi..... Il nostro amore, un giorno ardente, è ridotto oramai alle viltà e alle bassezze, ai ripieghi e alle menzogne di un matrimonio mal riuscito.....

Giuliano proruppe. Chiamando a raccolta le ultime forze della sua passione agonizzante, soffocando violentemente la voce onesta della sua conscienza, egli disse a Claudina le più dolci parole d'amore, seppe trovare le più lusinghiere e rassicuranti proteste, tentò d'incantarla con le più soavi promesse di fedeltà e d'ardore.

— Non ti credo, non ti credo, rispondeva Claudina..... tu menti ancòra..... Non pretendi forse che quella ragazza non ti aveva ricordato nessuna altra donna? Oh, come sai mentire, come sai mentire!....

Lo scrittore sentì ch'era impossibile di convincere Claudina alle sue menzogne ed ai suoi inganni. Volle essere sincero, le disse che quella rassomiglianza aveva colpito anche lui, ammise che il richiamo doloroso dell'assente facesse alle volte emigrare verso altri luoghi il suo povero cuore.....

Quale oscuro dramma avvenne allora nell'anima di Claudina? Tutti i suoi sogni e tutto il suo passato dovettero tornare al suo pensiero ed alla sua memoria.

Il passato dovette in lei confrontarsi al presente e questo a sua volta con l'oscuro e dolente avvenire.

— Ebbene, ella esclamò, per sentirmi dir questo, per sapere che tra le mie braccia tu chiudi gli occhi e ti illudi di baciare un'altra donna che ami, io ho dovuto darti quanto avevo di mio, di intimamente mio, tutti i miei sogni, tutto il mio ideale, tutto il mio avvenire!... Oh, in verità, non ne valeva la pena.... non ne valeva la pena, se si doveva giungere agli affanni e alle miserie che ora ci angustiano. Il nostro sogno ci ha tradito, forse, e la sua realtà mi appare di giorno in giorno sempre più lontana.... Ecco: tu mi hai presa così, per capriccio, per piacere, ed ora che il capriccio è soddisfatto ed il piacere diviene monotono, tu ti avvilisci sotto il peso delle mie catene e sogni e desideri, per amor di novità, le delizie e le gioie indulgenti del focolare domestico!

L'ultima frase era stata pronunziata con una così sprezzante ironia che Farnese ne risentì un'emozione violenta. Il dolore e la passione trasfiguravano interamente l'innamorata. Ella, che sempre aveva avuto rimorso per il male fatto a Beatrice, aveva adesso saputo trovare una frase ed un accento che rivelavano l'intima angoscia ed il risentimento della sua anima calpestata. Traversava uno di quei parossismi sentimentali in cui, sotto la sferza della passione non corrisposta, la creatura più tenera e mite diviene crudele e despota. Sembrava a Claudina, in quel momento, di non amar più Farnese e non imaginare che appunto allora il suo amore per lui era asceso al più alto fervore.

Su la Piazzetta, appena discesi dalla gondola, gli amanti si fissarono, senz'ombra d'amore, muti e taglienti come due avversarii; e ad entrambi parve d'essere oramai due nemici irreconciliabili. Giuliano, che non aveva trovato, stretto com'era dall'emozione, una frase definitiva da rispondere alla volgare ironia di Claudina, sentiva impossibile la continuazione di quel colloquio. Anche l'attrice dovette avere la medesima sensazione, poichè innanzi a San Marco disse allo scrittore;

— Io torno all'albergo. Tu non ti dar pensiero: vieni quando ti pare.....

Prima che Giuliano avesse pensato a trattenerla, ella s'allontanò vivamente tra la folla variopinta di ufficiali, di giovani eleganti e di forestieri che gremiva la piazza, le Procuratie, i mille tavolini dei caffè.

A stento ella tratteneva le lacrime. Camminava tra la folla, spedita ma con un passo a momenti incerto e titubante, poichè il sottil velo di lacrime distesosi su le sue pupille le appannava la vista; ed inoltre ella serrava le palpebre, temendo che le lacrime avessero a scivolarle lungo le guancie. Passò sotto i portici del palazzo ducale, percorse un breve tratto della Riva degli Schiavoni. Giunta all'Hôtel Danieli la sua tristezza, forse perchè ne tratteneva lo sfogo, aumentò grandemente. Quasi di corsa ella passò innanzi ai grooms ed ai camerieri per nascondere l'emozione che le faceva tremare convulsamente le labbra impallidite. Ma, appena giunta in camera sua, senza avere nemmeno la forza di far scattare la chiavetta della luce elettrica, ella fu vinta e dovette lasciarsi cadere su una poltrona, rompendo in un pianto desolato. Lo sforzo nervoso, ch'ella aveva dovuto fare per frenarsi fino ad allora, la lasciava senza energia e senza volontà; il suo dolore solo prorompeva in quei desolati singulti, che risuonavano così tristemente nella grigia penombra di quella stanza che tante volte aveva udito i sospiri del suo amore e della sua voluttà....

Giuliano intanto, abbandonato tra la ignota folla crepuscolare di piazza San Marco s'era diretto verso le Procuratie, a passo lento, tutto assorto nel dolore dispotico delle sue nuove angoscie, da cui nulla poteva distoglierlo. Poichè non ogni sentimento eletto e nobile era morto in lui, egli sentiva, questa volta profondamente ed intieramente, il lacerante rimorso per l'inutile male fatto per sempre a Claudina. Con quale sguardo di muta disperazione e con quale passo di vittima vinta che s'approssima all'ultima tortura ed al colpo supremo, ella lo aveva lasciato allontanandosi verso la Riva degli Schiavoni! Egli era stato sul punto di correrle dietro, per raggiungerla, per prenderle il braccio, chiamarla e dirle: — «Vieni, vieni, io ti amo. Tutte queste sono follie. Dammi tutto il tuo cuore, prenditi tutto il mio, che è tuo, tuo, interamente e per sempre tuo, mia povera buona e dolce Claudina!» Ma ella già voltava all'angolo del palazzo ducale e lo scrittore ebbe scrupolo di compiere quell'atto inconsulto, temette che qualcosa di quella scena banale potesse essere osservata da un passante curioso.

Non deplorò, poco più tardi, quella risoluzione, dopo che fu passato il primo momento di distacco in cui solo la pietà e l'emozione, sempre eloquentissime nel suo povero, generoso ed irrequieto cuore di poeta e di uomo buono, avevan parlato suggerendogli quella clemenza bugiarda, che poi divien crudeltà, quella finzione pietosa che poi diviene inesorabile cruccio, quella debolezza incoerente che poi renderà più desolato e più vile il dissidio quando, fatalmente, dovrà per un'altra volta riaprirsi. Mai come in quella sera, il fantasma di Beatrice era riapparso inquietante e dispotico nell'anima di lui. Una donna che passava coi suoi bambini gli rammentava certi pomeriggi primaverili, quando egli, salendo al Pincio verso il tramonto dopo una giornata di fecondo lavoro, incontrava l'adorata lontana che ne discendeva col suo passo signorile e un po' languido, mentre innanzi le due creature bionde, stanche oramai di tanti giuochi e di tante follìe, camminavano con arie assorte di persone serie e molto gravemente preoccupate. E nulla era pel cuore di Farnese più dolorosamente spietato di quei continui richiami di tutto quel suo piccolo mondo lontano, e forse per sempre perduto.

Forse per sempre perduto! La mesta parola di dubbio e di timore ritornava sempre più frequente nell'anima del poeta, come il grigio e malinconico ritornello di una canzone ch'era dolce e soave e che non udremo mai più. Forse per sempre perduto! Era possibile che tutto l'edificio della sua vita e della sua famiglia dovesse così andare irremissibilmente distrutto per la follìa di un giorno, per la risoluzione sconsigliata di un'ora di abbandono?... Ei non poteva, ei non voleva crederlo... Ed ora? Quale destino gli si riserbava? Ora che l'amore per Claudina era svanito, come un profumo troppo lieve ad un vento troppo forte; ora che il loro sogno di gloria fraterna appariva ad entrambi come un dolce miraggio lontano, ma nulla più che un miraggio; ora che Claudina aveva chiaramente veduto quanto l'anima di Giuliano le fosse estranea e lontana; ora che ella, con le sue ultime ironie di quel giorno si era risolutamente svelata come un'avversaria decisa a non lasciar campo alla pietosa menzogna ed all'inutile inganno, che cosa poteva egli fare? Oh, ritornare, ritornare a Roma, gettarsi ai piedi dell'offesa creatura, dirle quanto l'amasse e quanto avesse sofferto e come espiato; averne, come una nuova benedizione di pace e di fortuna su la sua vita e pel loro comune destino, il dolce e generoso perdono, l'assoluto oblìo!

Ma come poteva egli presentarsi a Roma, inaspettato, così? Gli sarebbe stato solamente possibile, senza bisogno di scandalo, vedere sua moglie e parlarle? E avrebbe ella acconsentito ad udirlo, ella che fino a quel momento lo sapeva con quella sua amante, in viaggio, forse dimentico, certamente felice? Le poche lettere ricevute da Loredano non eran tali da confortarlo su le probabilità di perdono e di oblio che le parole di Beatrice consentivano di considerare. In quanto poi alle lettere ch'egli aveva scritto al cognato e nelle quali, specie in quelle ultime settimane, egli aveva transfuso tutta l'intima angoscia e tutto l'oscuro rimpianto del suo povero cuore senza più speranza di pace e di gioia, in quanto a quelle lettere, chi sa se Loredano aveva stimato opportuno farle leggere a Beatrice? E in caso affermativo, chi sa se la povera donna vi aveva prestato fede? Disillusa com'era, ella aveva forse sospettato che quelle lettere — scritte invece col cuore in mano e senza bugiarde preoccupazioni di stile e di effetti da raggiungere — fossero state abilmente studiate e composte per toccare i più sensibili angoli del suo cuore, per impietosirla e commuoverla?

Era follìa, dunque, sperare in un così pronto perdono, in un così rapido e piano ritorno alla vita del tempo passato. Egli entrò al caffè Florian ed in una di quelle salette tutte luccicanti di specchi, luminose di lampadarii e fastose per gran numero di pitture e di mosaici, scrisse a sua moglie una lunga lettera, una lettera spontanea e profonda ove mise tutto il suo cuore, con tutte le sue più sincere parole, confessò tutto il suo pentimento, disse tutti i suoi spasimi, tutti i suoi rimpianti, tutte le sue agonie, osò esternare tutte le sue speranze e tutti i suoi sogni, invocando il perdono umilmente con preghiere suggestive ed eloquenti; e vi mise l'anima sua e tutto il suo infinito dolore; e vi mise tutta la sua conscienza ed il suo pentimento e i suoi nuovi propositi; e vi mise tutto il suo cuore con tutta la tenerezza di cui era capace.

Uscì dal caffè, deliberato a recarsi a piedi alla posta centrale perchè quella lettera partisse la sera stessa per Roma. Un barlume di fiducia rischiarava l'anima sua. Avendo messo in quei fogli di carta tutte le sue miserie, Farnese ne sentiva il suo cuore quasi sollevato. Ma, poi, a mano a mano che procedeva nel suo cammino, il dubbio e l'inquietudine riapparivano, così che quando si trovò a traversare un breve ponte, solitario in quella sera incipiente, si arrestò perplesso, vinto dall'irresolutezza, schiavo dei nuovi suoi dubbii.

Allora Farnese si appoggiò al parapetto, rimase lungamente a fissare quell'acqua bruna. Innanzi a lui si stendeva il canale, come un lungo nastro di amoerro verdone che rilucesse, or si or no, alla vicenda di qualche riflesso. A poco a poco l'ombra della sera ricopriva ogni cosa; tra quelle penombre scomparivano le linee dei palazzi, le gondole nere, i brevi marciapiedi, le slanciate curve degli altri ponti, che sfumavano sempre più, quanto maggiori erano le lontananze, divenendo sempre più pallidi e meno precisi. E a poco a poco, come file di ceri mortuarii, le ultime fiammelle dei lampioni si accesero, traforarono di punti e di disegni luminosi i fitti manti di crespo nero che le tenebre avevano oramai disteso su tutte le cose. Qualche architettura di riflessi si delineò in lontananza, qualche bizzarro geroglifico di punti luminosi apparì su la curva di un ponte. E da tutta Venezia nessun rumore giungeva. Solo quei punti d'oro talvolta, ad un lieve vento d'estate, palpitavano.

E Farnese, sempre appoggiato al parapetto, curvo a fissare il nastro bruno del canale dove ora brillavano in striscie luminose i riflessi di quei punti d'oro, sentiva che era vano sperare nel perdono e nell'oblìo. Quella lettera non avrebbe trovato in Beatrice la via del cuore, poichè la diffidenza oramai gliela precludeva. Egli non sarebbe stato creduto.... Inutile allora avvilirsi! Lacerò la lettera a brandelli, lasciò cader questi, lentamente, nel canale sottostante. E poichè era e sentiva di essere un poeta, ei ricordò che in altre sere lontane, o da un ponte come adesso, o dalle finestre di un palazzo ben noto, egli aveva guardato insieme ad una donna tanto amata le increspature di quell'acqua, che sembravan ricami. Nulla gli diceva allora che tante angoscie della sua vita, narrate e rivissute in quei brandelli di lettera, vi sarebbero cadute, tristemente, in una sera d'abbandono e di smarrimento, tra un glaciale silenzio e sotto il bieco riflesso di quei lumi d'oro che sembravano ceri accesi su uno sfondo di gramaglie....

VIII.

Il tempo passò. Dopo una pace ch'essi sentivano di breve durata, pace ottenuta con una riconciliazione ch'era stata affrettata dai loro più umili istinti, il soggiorno di Venezia era divenuto insopportabile agli amanti. Era stato questione tra loro di una breve permanenza a Siena. Ma Giuliano aveva temuto un nuovo assalto doloroso da parte delle sue più soavi e pure memorie. E proprio in quei giorni gli era pervenuta una lettera in cui Loredano si mostrava minutamente informato della loro vita veneziana. Evidentemente essi erano spiati. Non era prudente, dunque, rimanere in Italia, dove troppi occhi li conoscevano. Era meglio recarsi altrove, lontano. Giuliano stimava così d'essere utilmente prudente. Quando ei fosse stato lontano, quando occhi che lo conoscevano non avessero più potuto spiare i suoi passi e i suoi sorrisi, meno probabilità si offrivano che giungessero a sua moglie notizie su quella sua povera vita che, in apparenza, sembrava così poco quella di un uomo pentito, che soffre e che ama.

In quanto a Claudina oramai ell'era vinta e avvilita. Ardentemente appassionata ancòra per Giuliano, sentiva bene com'ella non avesse più su quell'uomo alcun dominio, se non quello fuggevole e non troppo nobile dei sensi. Nè quel dominio era sicuro ed intero. Comunque, poi, non era quello cui l'attrice aspirava. Oh, come era lontano e diverso dal suo bel sogno sfogliato, dal luminoso miraggio della sua vita e della sua arte oramai per sempre dileguato! Innamorata, ella non sapeva rinunziare a Farnese. Pur sentendosi avvilita da quelle carezze e da quei baci, che a volte le sembravano freddi e pietosi come se fossero un'elemosina di clemenza e di pietà, ella s'avviticchiava all'amante: e tutto il suo mondo era ancòra per lei negli occhi di lui; e tutto il sogno era su la sua fronte; e il suo più soave asilo era per la povera innamorata quell'instabile cuore di uomo. E nelle lunghe notti insonni, ella era paga di poter posare il suo volto sul cuore di lui, quantunque sapesse che forse batteva per un'altra. Ma si sentiva contenta di quel tepore, di quel riflesso d'amore, sentiva batter quel cuore sotto la sua tempia e le bastava; e, chiudendo gli occhi, tentava di obliare che quel cuore non pulsava per lei, che non era più suo. Così ella aveva seguito Giuliano in tutte le sue irrequiete peregrinazioni, docilmente, supplice schiava che lo fissava negli occhi per ritrovarvi un richiamo anche pallido dell'amore d'un tempo...

Da Venezia erano andati nell'Engadina, e dall'Engadina a Aix-les-Bains; e poi a Lucerna, e su i laghi italiani ed infine a Saint-Moritz. Il vedere o il rivedere uomini e luoghi ignoti o poco noti distraeva gli amanti dalle loro preoccupazioni avversarie. Passavano, così, giornate intere in cui il paesaggio o l'arte costituivan la loro unica comunione di sentimenti. E quando, a sera tarda, rientrati all'albergo, dopo una cena frettolosa durante la quale riepilogavano le impressioni della giornata, gli amanti rientravano nelle loro camere, erano già troppo stanchi per cominciar querele e dibattiti. Solamente qualche bacio era scambiato fra i due, mentre intrecciavano le loro carezze, senza parole.

Ma il dissidio si riapriva talvolta, quando Claudina voleva costringere lo scrittore a lavorare intorno alla futura commedia su la quale essi avevano un dì raccolti tutti i loro sogni di gloria. Il miraggio, benchè più pallido e più lontano, ritornava qualche volta ad attrarre, ingannevole e fuggevole, la grande attrice. Ma l'amante non si prestava più a quella illusione. E con parole dure e indifferenti rompeva l'incantesimo, senza pensare che una pietosa menzogna avrebbe offerto ancòra a Claudina qualche soave sorriso. Ma egli soffriva troppo, sentiva il suo ingegno troppo vincolato e diminuito sotto il peso di tutti i suoi dolori e nessun ideale d'arte e di poesia sapeva più illuminare ed accendere l'anima sua.

Più violento si riapriva il dissidio quando da Roma giungeva a Farnese qualche lettera, qualche richiamo. Durante la sua assenza, uno dei suoi più intimi amici, quello forse che aveva più comunione con il suo cuore e il suo pensiero, Andrea di Vele, lo aveva tenuto informato con lettere frequenti e minute su la vita di Beatrice e dei figli suoi. Le lettere di Loredano non eran per Farnese quello che avevan saputo essere le lettere dell'amico suo. Quantunque Loredano lo amasse come il più fedele e fervente amico, pure egli era sempre fratello di Beatrice; e, se un po' di partigianeria non poteva essere esclusa dalle sue parole, questa era naturalmente rivolta verso la sorella. Per questo eran frequenti nelle sue lettere i rimproveri, i dubbii, le inquietudini, i consigli troppo facili a chi li dà e troppo difficili a chi li riceve. Andrea di Vele era invece un cronista fedele e imparziale. Avendo continuato a frequentar la casa di Beatrice, era in grado di dare al lontano tutti i ragguagli possibili. E per Farnese quelle lettere erano un riflesso di quella vita, una comunione indiretta. E quando quel riflesso era troppo vivo, quella comunione troppo perfetta, Giuliano sentiva un tumulto scatenarsi nell'anima sua, poichè il nero drappello dei suoi tristi dolori ritornava lugubremente. Claudina si risentiva allora di quelle amare tristezze. La disputa fra gli amanti cominciava. E, minaccioso, il dissidio tornava ad aprirsi.

E ad ognuna di quelle nuove lotte, che giungevano bruscamente, tanto più acri e crudeli quanto più i giorni precedenti eran stati calmi e affettuosi, gli amanti sentivano chiaramente che quella vita non avrebbe, così, potuto ancòra durare per lungo tempo.

Più presto di quanto essi avessero sospettato, le circostanze la troncarono decisivamente. Una lettera di Andrea di Vele era stata la scintilla che aveva propagata la fiamma. L'amico scriveva che la piccola Anna Maria era da più giorni inferma e che Beatrice era tutta in ansia per la salute della sua creatura. La lettera voleva essere rassicurante, ma, tra le righe, Giuliano aveva ben compreso tutto quel che Andrea aveva voluto celargli.

Ah, correre, correre a Roma al cappezzale di quella sua bimba, ch'egli prediligeva con un affetto quasi esagerato! Ma no, ma no, egli era inchiodato lì, presso quella straniera; e quella casa lontana dove la piccina soffriva, quella casa sua gli era chiusa oramai. Un'ira folle lo invase. Perchè il destino aveva portato tanto dolore sul cammino della sua esistenza? Perchè aveva sparso tante spine, sotto un'ingannevole coltre di foglie rosee, su per quella salita della sua vita, per quell'ultimo tratto che lo separava ancòra dall'altro versante? E tutta la sua sofferenza proruppe in parole inconsulte e brutali, quando Claudina ignara biasimò il suo umor tetro e lo rimproverò per le sue risposte tediate.

— Va, va, egli le gridò, lasciami solo..... Tu mi hai fatto tanto male dal giorno in cui ci siamo incontrati..... Va, va, che cosa vuoi di più dal mio povero cuore?....

Dopo una scena violenta, Claudina uscì, discese nel giardino dell'albergo, sentendo bisogno d'aria, di silenzio e di pace: si gettò in una carrozza, fece partire il cavallo ad una corsa sfrenata. L'anima di lei agonizzava. E così potente era il suo dolore che, quando la carrozza per una voltata un po' brusca o per un capriccio del cavallo minacciava di ribaltare in quella corsa veemente, ella quasi bramava di spezzarsi la fronte contro una di quelle pietre aguzze e taglienti che fiancheggiavan la via.

La bufera con pari furia s'era scatenata nell'anima dello scrittore. Dalla finestra, aveva veduto allontanarsi Claudina quasi con sollievo. Rimasto solo, ei si proponeva di trovare un po' di calma, perchè potesse riflettere su l'avvenuto, deliberare saggiamente e posatamente che cosa gli convenisse di fare, in qual modo e con quale intenzione egli dovesse agire in quel momento della sua vita che forse era decisivo e che gli appariva come un bivio fatale. Ma qualcuno picchiava alla porta. Giuliano gridò:

— Entrate! — e appena ebbe veduto avanzarsi il cameriere con in mano un vassoio esclamò convulso: — Un telegramma? Per me?

Il cameriere tese il vassoio e, dopo che Farnese v'ebbe preso il dispaccio, si inchinò, uscì. Lo scrittore rimase tremante, col dispaccio in mano, senza avere il coraggio d'aprirlo. Dopo la lettera d'Andrea di Vele, l'arrivo di quel telegramma faceva sorgere in lui un assai fosco presagio. Si fece forza, alfine, lacerò il foglio; lesse:

«Anna Maria piuttosto aggravata — Necessiterebbe tuo ritorno per ogni evenienza — Ti attenderò dopodomani stazione al primo treno mattutino — Non allarmarti però, non essendovi finora pericolo serio — Andrea di Vele».

Attonito, avendo inteso tutto il recondito significato di quel telegramma, si gettò su un orario, lo sfogliò: senza attendere il treno della mezzanotte, v'era un treno alle quattro che lo avrebbe fatto giungere a Roma una notte prima dell'altro. Chiamò i camerieri, i facchini, fece chiudere le valigie, le borse. Non mancavano che venti minuti all'ora del treno. Col cappello in testa, scrisse contro il vetro della finestra due righe a matita per Claudina su una carta da visita:

«Il telegramma che ti lascio mi chiama a Roma per la salute della mia creatura. Perdona al padre se fuggo così, perdutamente, senza nemmeno abbracciarti. Non mi sento più padrone di me stesso. Ti scriverò, ti telegraferò, cara Claudina.....»

Giuliano.

Consegnò il biglietto per Claudina al bureau, scese precipitosamente le scale, saltò in una carrozza, in preda ad una agitazione fremente. Non ebbe un sospiro di sollievo, se non quando si trovò nel suo scompartimento di prima classe nell'express, di cui già i conduttori serravano gli sportelli, toglievano i freni.

Quel viaggio di un'intiera giornata fu per lui un'agonia inenarrabile. Febbrilmente il suo pensiero correva a Roma, alla sua casa, dove forse Anna Maria moriva in quel momento. La funebre visione passava fosca nel suo pensiero. Per allontanarla egli pensava a Claudina: imaginava lo stupore della povera donna, il suo dolore immenso. Una convulsione frenetica agitava il suo cervello. Passavano stazioni, paesi, città, egli nulla vedeva. Quel treno direttissimo, lanciato alla velocità di sessanta chilometri all'ora, gli sembrava per la sua ansia e per la sua febbre lento e pesante come due bovi che traggan l'aratro nei solchi. Ogni breve fermata era per lui un nuovo spasimo. Quando i freni stridevano, una tenaglia torceva nel tempo stesso il suo cuore. Egli avrebbe voluto morire piuttosto che soffrire quella pena indicibile, lacerante. Forse la sua piccina agonizzava ed egli era prigioniero in quel funebre convoglio, che non era veloce, fulmineo come il suo terrore avrebbe voluto che fosse.

— Quale espiazione! Quale espiazione! si trovava a dire a voce alta, ogni tanto, sconsolatamente.

La sua fronte ardeva, il suo cervello pareva volesse spezzargli il cranio. Egli poggiava le mani sul suo capo, premeva con tutta la sua forza, triplicata dall'energia nervosa. A volte vedeva tutto rosso, temeva di diventar folle. Poi, momenti di dolore silenzioso e più cocente sopravvenivano. L'agonia si prolungava come un supplizio inumano al quale le sue povere forze di uomo non avrebbero potuto più a lungo resistere.

Provvidamente, verso Chiusi, quando la seconda sera del suo viaggio, della sua veglia e della sua febbre cominciava a discendere su le lussureggianti campagne toscane, la fatica e la stanchezza lo vinsero e lo prostrarono. Il sonno lo prese gravemente: sonno dapprima affannoso per lugubri fantasmi di lutto e che poi divenne più blando, più calmo, più riposante.

E dopo poco, il violento incendio divampato in tutto il suo essere era sedato, e Giuliano, disteso, dormiva placidamente, mentre dai finestrini s'insinuava un raggio di luna, che andava a illuminare, su le sue labbra bruciate dalla febbre, un placido ed ignaro sorriso di bimbo.

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