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Il mio cadavere

Parte Terza

Reading edition

I. UN CAVALIERE DEL FIRMAMENTO[2]

Manheim è indubitabilmente una delle più belle città dell'Alemagna. Situata al confluente di due fiumi, il Neckar ed il Reno, e in sulla dritta sponda di quest'ultimo, essa offre a' viaggiatori una delle viste più dilettose. Ameni giardini, nei quali furono convertiti gli antichi bastioni distrutti dai Francesi, circondano la sua forma ovale, a guisa di un vago mazzettino di fiori, nel cui mezzo pompeggisi una gentil magnolia. Manheim, residenza di delizie del Gran Duca di Baden, città rivale di Carlsruhe, pulita, ben fabbricata, tranquilla, dalle larghe e belle strade, dalle case simmetriche come le idee nella testa di un Tedesco, Manheim ricorda subitamente al forestiere che per la prima volta la visita, i poemi di Goethe e i racconti di Hoffman e di Werther. Un filosofo che volesse passar la sua vita tra i libri e le meditazioni non potrebbe scegliere in tutta la Germania un paese più acconcio allo studio. Le lunghe file di acacie che orlano i pubblici passeggi di questa città vi spargono un profumo soavissimo che dà all'anima freschezza di concepimenti e serenità di passioni.

Situato in una delle più amene posizioni di questa famosa città di Manheim, e interamente segregato dagli altri edificii, vedesi sbucciar da un gruppo di poggetti di vigne un casinetto a pietre bianche e rosse, di gotica struttura ma di recenti adorni: una villa pensile si prostende ai suoi piedi, dove la mattina in sull'alba si radunano di numerose frotte di augelli, e v'intuonano un concerto di voci leggiadrissimo e tale che la mente d'un viaggiatore napolitano ritorna tosto con tenerezza a' siti incantati del suo paese, sviscerato amor di natura. Una cascatella artificiale e tortuosa, balzando sopra una scala di grotticelle e di nicchie di conchiglie, si va a perdere in pioggia finissima, la quale, refratta da' raggi del sole, rassembra in lontananza una sottil trama d'argento. Quel casinetto a due piani comanda un'estesissima veduta del Reno e delle sue rive seminate di paesetti.

Nulla di più vago, di più pittoresco, di più atto a molcere i sensi e l'animo quanto l'aspetto di questo solitario ridotto della pace e della serenità. Lo sguardo vi si fissa con piacere, con amore e si addentra col pensiero nei vialetti di quella villa, nel fitto di quegli alberi dalle ombre più ristoranti, nel concavo di quegli scavi artificiosi, misteriosi ritrovi di amore, e nell'interno di quegli appartamenti freschi e leggiadri ne' quali la mente si figura un essere felice. Questo casino colle sue adiacenze viene addimandato il comprensorio di Schoene Aussicht (Belvedere).

Ed in fatti, un essere privilegiato abitava da parecchi anni in quel remoto casinetto, che egli avea comprato con la villa e colle altre delizie circostanti. Era un Inglese, per quel che nel paese se ne diceva, benchè taluni asserissero che ei fosse il Baronetto Edmondo Brighton, ed altri il Conte di Sierra Blonda. Quali il suo titolo ed il suo nome si fossero, gli è certo che sul conto di costui correvano le voci più contraddittorie, più assurde; e quantunque il proverbio dica vox populi vox Dei, ci era da giurare che niente di vero conteneasi nelle dicerie degli abitanti di Manheim in sul proprietario di Schoene Aussicht. Come in fatti conciliare e sposar tra esse le voci che facevano a calci? Come credere, per esempio, che questo personaggio fosse ad un tempo spagnuolo ed inglese? che possedesse tanto danaro da potersi comprare tutta la città di Manheim, e che poi vivesse come il più modesto borghese? che fosse un uomo dedito agli studi ed alla meditazione, mentre si asseriva in pari tempo esser egli interamente abbandonato a' piaceri, ed averne fatte tante e poi tante in sua giovinezza da scandalizzare il nuovo e il vecchio continente? Chi diceva che il Baronetto aveva avuto niente meno che quattro mogli e quindici figli; chi giurava che quegli era celibe e che non avea figliuoli: chi affermava esser vedovo, e che la defunta moglie aveagli portato in dote tant'oro da gittarne nel Reno: alcuni bisbigliavano sotto voce e in aria di mistero che il nuovo proprietario di Schoene Aussicht aveva avvelenata la moglie per isposare una bella andalusa. Ma egli è necessario deciferare il vero tra mezzo a tanto guazzabuglio di cose: noi però ci studieremo di dare al lettore sul nuovo personaggio che viene a prender posto nella nostra storia tutt'i ragguagli indispensabili per ben conoscerlo e giudicarlo.

Non eran discordi le opinioni sul titolo e sul nome del proprietario di Schoene Aussicht, dappoichè questi era nel medesimo tempo il Baronetto Edmondo-Isacco Brighton ed il Conte di Sierra Blonda. Aveva ereditato il primo titolo qual figliuolo cadetto d'una delle primarie famiglie di Yorkshire in Inghilterra, ed il secondo titolo gli era stato venduto assieme alle immense possessioni da lui acquistate nel mezzogiorno della Spagna, dov'era dimorato per molti anni. Ed ecco in qualche modo accordate benanche le voci stravaganti ch'ei fosse ad un tempo inglese e spagnuolo, imperocchè, se inglese era per nascita, era spagnuolo di adozione, avendo passata nella Spagna gran parte della sua vita. Ed era nel carattere e nelle fattezze di quest'uomo un singolar mescuglio del sangue iberico e britannico; a tutta la flemma inglese egli accoppiava le calde passioni degli Algarvi: era ad un tempo il Don Juan di Byron e il Faust di Goethe.

Nel tempo in cui il presentiamo a' nostri lettori, il Baronetto non era più giovane, ma era ben lontano dall'essere vecchio; di statura regolare, di giusta complessione e vigorosa; il suo volto, a metà coverto da densa e lunga barba, nella quale si scorgeano appena pochi fili di argento, era leggiermente colorato di quel vermiglio che annunzia un rigoglio di salute: i suoi occhi castagno cupo erano grandi e pregni di anima; la sua testa era calva sul pendio della fronte, e il resto del cranio era coverto anzi che nascosto da capelli rasi e monchi. Egli era in tutta l'estensione della parola quel che dicesi un bell'uomo. Il Baronetto era stato nella sua giovinezza il modello della gentry fashion, vale a dire il più compito cavaliere: egli avea libato a centellini le delizie della vita. A simiglianza del Child-Harold, poi che ebbe sorvolato in tutta l'Europa e in gran parte l'America, egli avea fissato la sua dimora nella Spagna e propriamente in quelle terre di fuoco, nell'Andalusia, dove ogni cuore è un vulcano. Qualche cosa del cielo di Africa è del cielo della Spagna meridionale, che sembra quasi dar la mano alla terra dei Negri. Ci è tra l'Andalusia e l'Africa uno stretto rapporto: quasi due sorelle strappate a viva forza dalle braccia l'una dell'altra, queste due terre par che si congiungano di soppiatto sotto il canale di Gibilterra. Il suolo, le acque, la coltura sono le stesse al di qua e al di là dello stretto: Ceuta è spagnuola come Cadice è africana.

Il Baronetto avea comprata, nel cuor delle Algarve, siccome abbiam detto più sopra, una vasta tenuta addimandata di Sierra Blonda, imperocchè situata a piedi di una montagna su cui era una arena biondissima. Questa Contea, abbandonata da secoli per l'aridità delle sue terre infuocate, era composta di casamenti a metà bruciati nelle guerre moresche e di grandi estensioni di terreno, dette despoblados (spopolati) nelle quali il pensiero si rattrista come nei deserti. Questa tenuta col titolo annesso era costato al Baronetto seicentomila pezzi duri. In tutta la Spagna egli era conosciuto ormai sotto il nome di Conte di Sierra Blonda. Quando, dopo lunga fatica, un uomo perviene alla cima della Montagna Bionda, e volge uno sguardo intorno a sè, l'anima sua è presa da spavento e da tristezza, scorgendo in sul capo un cielo ardente, e intorno intorno alla montagna uno spazio immenso arido e solitario, balze a picco, rifugio di uccelli di rapina, pendici scoscesi in su le quali neppure un'ombra di vegetazione, se togli nel fondo di qualche valle, dove, accanto un fiume o ad un ruscello, si vede spuntare un filo di verdura e qualche abitazione che attesta la vita e l'industria. Che cosa aveva indotto il Baronetto ad acquistare questo deserto? Niente altro che il capriccio e quella specie di stravagantissima ECCENTRICITÀ che formava il nucleo del suo carattere e della sua vita. A venti anni, padrone di sè medesimo e di una fortuna incalcolabile, egli si era fatta una legge d'inventar sempre nuovi piaceri, nuovi divertimenti, di uscire dai sollazzi comuni, di assaporare con gusto e raffinatezza tutto il pizzicante della vita. Egli non faceva niente di quello che avrebbero fatto gli altri giovani dell'età sua e nel suo stato, anzi faceva appunto il contrario. Edmondo avea renduto animatissimo quel deserto; giuochi, balli, festini, gozzoviglie rallegravano giorno e notte gli appartamenti del signorotto, i quali avea fatto addobbare con tutto il lusso e le comodità.

Tra gli altri stranissimi divertimenti ch'ei soleva prendersi, dobbiam notare il seguente: Egli faceva riempir di mobili un casamento e adornarlo come per festa di ballo: le suppellettili più costose ne fregiavano le sale: si facea poscia chiamare un centinaio di vagabondi, di ladri e di uomini facinorosi. A un dato segno ch'ei dava, il fuoco era appiccato al casamento; il saccheggio era comandato; e quegli uomini, a rischio della vita che sovente vi perdevano, si gittavano nelle fiamme per ispogliar le sale del meglio che vi si conteneva. Edmondo godeasi un così fatto spettacolo, ad una certa distanza, e nel mezzo dei suoi numerosi amici e compagni di follie, i quali sgangheravansi dalle risa, e mettevano alte e selvagge strida di esultanza in veggendo gran parte dei saccheggiatori venir fuora da quelle crollanti mura col volto e colle mani annerite ed arse: come sciami d'immondi animali ch'escono dalla putredine e dalla corruzione.

Il Baronetto Edmondo si avvezzava con siffatti passatempi alla più cinica durezza di cuore. Quando gli si parlava di sentimento, di amore appassionato e gentile, ei rispondeva che tutto ciò è buono per quella gente che ama di pascersi d'illusioni, ma che la vita presenta un campo di piaceri positivi e reali sì vasto da non esserci bisogno di foggiarne fittizi e ideali. Un uomo, ei diceva, può cogliere i frutti saporosi dell'albero dell'umana vita, senza perdere il tempo a odorarne i fiori.

Ci sembra superfluo il dire quanto un uomo di questa tempera deplorevole dovess'essere pericoloso per la pace domestica delle famiglie. Edmondo era pazzo per le donne andaluse. Allorchè gli si metteva innanzi la bellezza delle donne inglesi, ei ricorreva subitamente all'autorità di Byron, suo autor favorito, e rispondeva coi versi del Child-Harold.

«Who round the North for paler dames would seek? «How poor their forms appear! how languid, wan, and weak!»[3].

Aggiungi che il giovin Baronetto era bellissimo del volto e della persona, la quale aveva acquistato proporzioni, forme e vigore negli esercizi cavallereschi e nella tempestosa ginnastica di una vita consacrata solamente a' piaceri. Egli avea fatto rivivere, a grande scandalo della civiltà dei tempi, l'antica razza de' Cavalieri del Firmamento. Eran costoro nel numero di dieci, regolati e condotti da Edmondo: vestiti tutti a un modo, bene armati e avvolti in mantelli azzurri screziati di stelle d'oro, simbolo del Firmamento, uscivano a cavallo da Sierra Blonda in sulla sera e percorrevano i dintorni, in caccia di avventure. Qualunque donna capitasse ad imbattersi in questi pazzi giovinastri era subitamente rapita, a qualsivoglia classe della società fosse appartenuta. Ne conseguitavano lotte, duelli e risse. Un tanto scandalo non poteva a lungo durare. Non ostante i potenti rapporti e aderenze, una ordinanza reale decretava il bando ai novelli Cavalieri del Firmamento. Edmondo e i suoi amici dovettero esiliare, il Baronetto si recò a Bajonna, sulla frontiera della Francia; il titolo di Cavaliere del Firmamento gli era rimasto.

Durante la sua dimora nell'Andalusia, il Baronetto Edmondo Brighton avea stretto amicizia col Duca di Gonzalvo, capo politico di quella provincia, il quale per qualche tempo avea nascosto e coperto agli occhi del governo le triste scorrerie del signorotto inglese e dei suoi. Il Duca di Gonzalvo era ben lontano dal supporre che un giorno si sarebbe pentito di aver conceduto la sua amicizia e confidenza a quel giovine dissipato e di pessimo cuore.

Edmondo andava spesso a Siviglia per visitare il Duca, e questi lo accoglieva sempre con quell'amorevolezza che gl'ispirava il carattere disinvolto del Baronetto, non meno che le costui espressioni caldissime di affetto. Ma lo scopo delle frequenti visite di Edmondo non era già l'amicizia, bensì l'amore, essendosi fortemente invaghito della sorella del Duca, Juanita, fanciulla di rara bellezza e di bollenti passioni. Il Baronetto si abbandonò a quest'amore e con iscopo infernale, perciocchè abborriva finanche l'idea del matrimonio. Ma la condanna di esilio che lo bandiva dal territorio della Spagna venne, per buona ventura, a rompere il filo dei suoi criminosi proponimenti. Edmondo partì per Bajonna, lasciando nel cuore di Juanita il fuoco di una vergine passione, e la speranza d'una prossima unione. Ma innanzi di partire per Bajonna, il perfido Baronetto aveva ordita una trama diabolica per far cadere Juanita ne' lacci della seduzione. Nel 1803, il Duca di Gonzalvo fu costretto di abbandonar Siviglia, per essere caduto in sospetto del suo governo; e scelse per rifugio l'ostello del Baronetto Edmondo che allora dimorava a Bajonna, e che lo aveva invitato a trasferirsi quivi colla sorella. Il Duca ignorava gli amori dei due giovani, e menava egli stesso l'innocente colomba sotto le spirali del serpe affascinante.

II. LA SERPE MORALE

Juanita cadde nella rete che le fu tesa con astuzia infernale. Diremo a suo tempo in che modo il Duca stesso fu tratto in agguato, e quali si furono le funeste conseguenze di una colpa, cui la disgraziata giovine credette emendare colla morte. Sul capo del suo seduttore piombava intanto una maledizione orribile. L'onore oltraggiato, i più sacri legami di natura calpestati, l'amicizia tradita e vulnerata nel cuore chiamavan giustizia innanzi al Cielo. Noi scorgiamo sempre nelle fila degli umani avvenimenti il dito di Dio. Si addensino pure le più fitte tenebre in sul delitto: si eluda pure la giustizia degli uomini; si addormenti la rea coscienza nei rumori delle feste e nelle febbrili commozioni di concitati piaceri; la spada di Damocle penderà sempre in sulla testa del malvagio, e le parole del convito di Baldassarre si riprodurranno in tutt'i banchetti dell'empio. Edmondo sfuggì vilmente alla vendetta del Duca di Gonzalvo. Un istante dappoi che questi discoprì l'orrendo segreto che macchiava l'onore del suo casato, il Baronetto era già lungi dal teatro de' suoi disordini. Egli abbandonava per la seconda volta l'Europa, senza lasciare neppure un'ombra d'indagine sul paese ove intendeva trasferirsi.

La bella e vasta isola di Cuba in America accoglieva il Cavaliere del Firmamento sotto altro nome. Ivi Edmondo non pensò ad altro che ad ammassare enormi ricchezze, mercè l'ignobil traffico degli schiavi. In pochi anni la sua fortuna, in gran parte dissipata dalle stravaganze della sua vita, si rifece e crebbe cotanto che ascese a circa quaranta milioni di reali di Spagna, vale a dire a oltre due milioni di piastre. Egli era il più gran proprietario di schiavi in tutta l'isola. Tra mille di questi esseri infelici raccolti in sulle coste dell'Africa, dobbiam notarne uno che diventò carissimo a Edmondo, e meritossi in prosieguo tutta la costui confidenza. La ragione di questa predilezione si fu la seguente: Edmondo volle dare un giorno a' Cubani lo spettacolo di una lotta di tori, sì comune in Ispagna. Egli avea fatto bandire in tutta l'isola che Sir Falstaff (fattizio nome ch'ei si era dato) si esponeva per divertimento nel circo a combattere contro un toro furioso. Al giorno indicato una folla straordinaria ingombrò il recinto formato di mattoni con rilievi di pietra, a somiglianza del circo di Jeres in Ispagna. Rizzavasi in mezzo all'arena un palo terminato da una specie di loggetta, su la quale si vedea saltellare e fare di mille smorfie e piacevolezze un grande orang-utang, vestito da buffone de' mezzi tempi, e ligato alla pertica da una catena tanto lunga da permettere che l'animale descrivesse un cerchio attorno al palo. Le vestimenta dell'orang-utang erano del rosso più cupo ad oggetto di stizzire il toro con quel colore di sangue. Dopo vari combattimenti eseguiti da schiavi, e varii giuochetti di forza e di agilità, il programma annunziava la comparsa di Sir Falstaff. Questi si presentò vestito alla picador (picchiere); aveva al suo fianco un matador (uccisore), giovanetto schiavo vestito alla turca, con calzoni alla mammalucca, con un sole raggiante nelle spalle, e col turbante a foggia di pasticcio. Erano entrambi armati di lunghe picche, e lo schiavo portava inoltre nella sinistra mano l'arma terribile domandata la mezza luna, la quale è una specie di semicerchio di acutissimo acciaio posto alla punta d'una lancia e fatto a forma di ronca: un tale strumento serve in particolar modo a tagliare i grandi alberi.

Un toro giovane e vigoroso fu slanciato nel mezzo del circo. I due combattenti si erano ritirati per poco per dare il tempo alla bestia di inferocirsi alla vista del rosso orang-utang. Ed infatti, il toro, in veggendo quel colore addosso alla scimia, mandò un muggito spaventevole e si scagliò sovra quell'animale, il quale con un salto fortissimo raggiunse la loggetta della pertica, di dove si divertiva a dar la baia al furioso nemico. Grandi scrosci di risa che partivano dai seggi degli spettatori accoglievano le strida formidabili e feroci del toro che con estrema rabbia faceva rapidamente il giro del palo e poscia guardava con occhio di sangue al suo motteggiatore avversario, e dava di violente cornate nel mezzo della salda pertica, facendola traballare, a grande spavento dell'orang-utang, e a grande soddisfazione degli spettatori, i quali sganasciavansi dalle risa nel vedere la paurosa espressione della faccia dell'orang-utang ogni volta che il toro dava di cozzo nella pertica. E forse guari non sarebbe andato che il palo sarebbe caduto sotto i replicati urti della bestia selvaggia, se, nel momento in cui questa più sembrava aizzata, e di più feroci muggiti facea risuonare l'aere del circo, non fossero apparsi i due combattenti.

Alle risa generali successe ben presto un gran silenzio: ognuno tremava per l'imprudente Sir Falstaff. Il toro, non appena ebbe scorti i due nuovi suoi avversari, si slanciò contro di loro con l'impeto del furore eccitato in esso dalle smorfie e dagli abiti dell'orang-utang. Edmondo lo aspettava a piè fermo, e, quando la bestia fu a certa distanza, egli le cacciò ne' fianchi la sua picca con mirabile coraggio ed agilità... Il toro mise un ruggito spaventevole, e, quantunque un rivo di sangue uscisse dall'aperta ferita, la rabbia lo spinse contro il suo avversario. Edmondo era indietreggiato per tener sempre l'animale a distanza della sua lancia, ma questa volta il toro diede un balzo sì terribile e tortuoso che Edmondo spezzò la picca tra le corna dell'animale senza ferirlo: era finita pel signorotto inglese, senza la prontezza dello schiavo che con un colpo della mezza luna troncò le gambe al toro nè più nè meno che se fossero stati due sottili stinchetti o due rami. Allora la bestia venne uccisa senza pericolo.

Edmondo era debitore della sua vita al suo schiavo. Fin da quel momento gli tolse tutt'i segni di schiavitù e sel tenne come il più caro dei suoi amici. Questo schiavo era nato ne' possedimenti inglesi: il colore del suo volto era di un pallido olivastro, per modo che pochissimo differiva dal volto comune degli Europei: una grande intelligenza, una cupa sensibilità, un coraggio di leone e una fedeltà a tutta pruova costituivano i pregi di questo giovine che diventò l'anima di Edmondo. Maurizio Barkley era il suo nome, che abbiamo visto figurare sulle polizze mensuali portate a Daniele dall'incognito straniero, il quale altro non era che lo stesso Maurizio. Questo schiavo avea pel suo padrone cotanto affetto e venerazione, che rifiutò la libertà che quegli voleva concedergli in premio della sua virtù: non ricusò per altro l'istruzione che Edmondo gli fece dare, per sempre più rialzarne la dignità di uomo.

Il Duca di Gonzalvo avea scoverto il ritiro di Edmondo, così che questi non fu più sicuro della sua vita in Cuba; partì accompagnato da Maurizio Barkley. Dopo parecchi anni di viaggi, il Baronetto si fissò a Manheim, dove avea comprata la tenuta di Schoene Aussicht e dove abbiam fatto la sua conoscenza. Una compiuta trasformazione si era operata nel Baronetto. La sua giovinezza era sparita e con essa tutte le illusioni de' piaceri, di cui era sazio e ristucco. La vita ch'egli avea sì follemente dissipata e schernita gli diventò così cara, che risolvette di vivere il resto de' suoi giorni nella più riposata felicità e nella più esemplare saggezza. Non ostante le orgie, gli stravizzi e le strambezze di ogni ragione, alle quali si era abbandonato nella sua giovinezza, la sua salute di ferro non era giammai venuta manco: egli avea innanzi a sè, secondo tutte le probabilità, altri quaranta o cinquant'anni di vita e una immensa fortuna; fermò adunque di passare questi altri anni in modo da procacciarsi tutt'i più dilicati piaceri, senza mai più mettere a repentaglio la sanità del suo corpo. L'odio del Duca di Gonzalvo e la vendetta che questi avea giurato contro il Baronetto, davano a costui grandissimo pensiero e rattristamento. Quantunque fosse stato quasi impossibile di scoprire il suo ritiro a Manheim, ed anche più impossibile di penetrare nei suoi appartamenti, pure egli temeva sempre un agguato; laonde, saputo che il Duca viveva in Napoli colla sua famiglia, pensò di mandare in questa città il fedelissimo Maurizio Barkley ad oggetto d'insinuarsi destramente nella casa del nobile spagnuolo, di cattivarsene la benevolenza, e cercare di scoprire se quegli avesse formato qualche disegno contro di lui Baronetto. Riuscì alle astuzie di Barkley di introdursi nella casa del Duca di Gonzalvo e diventare uno de' suoi intrinseci amici. Maurizio scriveva al Baronetto tutto ciò che il Duca pensava ed operava, e rassicuravalo pienamente, dicendogli che il nobile spagnuolo non conosceva per niente essersi il Baronetto ritirato a Manheim.

I nostri lettori ricorderanno di aver veduto Maurizio Barkley alla festa di Lady Boston a Napoli, alla quale era stato presentato dallo stesso Duca di Gonzalvo. Un altro scopo e un'altra missione avea il soggiorno di Barkley in Napoli, oltre quello di spiare i pensieri del Duca. Diremo altrove quali erano questo scopo e questa missione.

Edmondo menava in quel solitario ritiro di Manheim la vita riposatissima di un vero filosofo sibarita. Al disordine della sregolatezza era succeduto l'ordine più perfetto: tutto era pensato e sistemato secondo le regole della stretta igiene. Un esperto medico di Francoforte veniva a visitarlo di tempo in tempo e gli assegnava la qualità del cibo, del riposo, del sonno, dell'esercizio. Per premunirsi contro i pericolosi effetti delle variazioni atmosferiche, egli si era avvezzato a sottoporsi ogni giorno, in levarsi dal letto, allo showerbath (bagno a pioggia) sì comune in Inghilterra e in Germania. Edmondo usciva dalla nicchia verticale del bagno a pioggia con una vigoria di salute, con una freschezza di mente, con un'alacrità di appetito, che il ringiovanivano di venti anni. Egli facea la sua colezione, indi passeggiava nella sua villa o si dava a' lavori campestri; più tardi gustava i piaceri della lettura, e poscia sedeva ad uno squisitissimo desinare inaffiato dal vin del Reno e dallo Xeres. Dopo pranzo, usciva a cavallo infino a sera, giunta la quale ei libava le delizie d'una parca cena in compagnia di pochi e scelti amici dotti e filosofi.

Una parte della villa di Schoene Aussicht era coltivata a gentile orticello. Edmondo, affin di procacciarsi un salutare esercizio, dava opera, come abbiam detto, a' campestri lavori nei quali trovava l'incanto di puri ed innocenti piaceri al tutto nuovi per lui. Nell'inverno egli formava diversi vivai, intrecciava i tralci delle viti e li copriva di terra per non farli offendere dal gelo, passava in rivista i seminati e curava di sviare le acque stagnanti; facea preparare e concimare il terreno; nella primavera ordinava seminature e piantagioni, sarchiava egli stesso le nocive propaggini: nell'està la mietitura richiamava tutta la sua sollecitudine, e la famiglia dei fiori tutto il suo amore; poneva all'ombra le viole, badava con diligenza agli adacquamenti: nell'autunno trapiantava le mammole; era tutto d'attorno agli alveari, cavandone il mele e la cera, e nettando le arnie da ogni immondizia; stava ben attento alla maturità dei semi autunnali per raccoglierli e farli prosciugare per conservarli.

In simiglianti occupazioni Edmondo spendeva parecchie ore, e sempre ne risentiva grandissimo sollievo. Egli avea studiato in America l'arte delle piantagioni; avea però non poche cognizioni di agricoltura Nella isola di Cuba, oltre al traffico degli schiavi, le piantagioni dello zucchero, del cotone e del tabacco erano state le principali vene della sua ricchezza. Quasi ogni mese egli facea fare enormi carichi di cotone e di zucchero ai vapori armati pel Mississipi, e vendeva i prodotti delle sue terre ai paesi che si trovano lungo la corrente di questo interminabile fiume. Nuova Orleans era il centro, nel quale venivano a confluire i capitali di Edmondo, che vi teneva la sua principale amministrazione.

La conversazione del Baronetto era delle più piacevoli ed istruttive, ed i suoi discorsi erano pieni di quella trista esperienza che danno i disinganni della vita. Egli avea tanto viaggiato; avea veduto tanti lontani paesi; era stato in mezzo alle più alte classi sociali, avea trattato gli uomini celebri di tutta Europa; ed oggi era al caso di ragionare con aggiustatezza di molte cose. Edmondo parlava con grandissima facilità molte lingue europee e varie orientali, tra le quali l'araba. Nella sua solitudine di Schoene Aussicht, egli coltivava le lettere e le scienze morali; leggeva quasi tutti i principali giornali che si pubblicavano nel mondo, e la sera faceva cogli amici i suoi comenti su qualche subbietto politico, morale, economico o industriale. Le ore serotine ch'ei passava ragionando di filosofia e di lettere erano le più belle della sua giornata. Molte volte si pentiva di aver dissipata la sua giovinezza, e diceva che il filosofo di Schoene Aussicht avea maledetto il Cavaliere del Firmamento. Ma era egli parimenti pentito degli errori e delle follie della passata sua vita? Si doleva dei mali gravissimi che avea cagionati a tante disgraziate famiglie? Mal potremmo dirlo, imperocchè sulle ruine di quell'anima non ispirava l'alito dolcissimo e vivificante della grazia celeste. La saggezza umana, ch'è follia dinanzi agli occhi di Dio quando è confidente in sè sola ed orgogliosa, e l'età, l'inesorabile medicina della febbre delle passioni, aveano soltanto influito a cangiar quell'uomo; benchè la cagione precipua del mutamento che si era fatto in Edmondo fosse il segreto della Provvidenza, di che or diremo.

Edmondo era stanco del passato ma non pentito. La sua anima era un vulcano estinto da cui esala tuttora un'afa mortale. Egli era sempre materialista.

Ciò nulla di manco, non era possibile il credere che il proprietario di Schoene Aussicht fosse il medesimo uomo che il Baronetto Brighton, il Conte di Sierra Blonda, e Sir Falstaff. Tra questi ultimi e il primo ci era quella barriera che separa la saggezza dalla follia. Edmondo era tutt'altro uomo da quello che era stato nella sua giovinezza. Abbiam detto che la precipua cagione del suo cambiamento era il segreto della Provvidenza. Che cosa dunque aveva oprato una tale straordinaria trasformazione? Un pensiero che era la serpe morale posta da Dio nel cuor di quest'uomo che tanto aveva oltraggiato le Divine sue leggi. Questo pensiero era la Paura della morte. Edmondo perciò non era felice. Mirabil castigo della Divina giustizia! Attraverso le delizie ond'ei si circondava, e nello stato della più perfetta sanità, quell'uomo avea molto spesso e quasi ogni giorno momenti di tristezza e di disperazione pensando che un dì egli doveva abbandonar la vita. Quando l'ora della sua morte fosse suonata, i suoi milioni non l'avrebber ritardata neppur d'un minuto! Orrendo pensiero che il rendea tristo e taciturno per ore intere, sepolto nella più desolante melanconia: Non era tanto il pensiero di dover finire che gli dava rovello e tristezza, quanto un altro pensiero che ne derivava qual conseguenza. Edmondo era preso da raccapriccio e da orrore pensando che il suo corpo nutrito con tanta ricercatezza, godente di tutte le dolcezze della salute e delle dovizie, conservato con quanto ci è di meglio nei regni vegetali ed animali, il corpo ch'egli tanto amava ed al quale prodigalizzava le più tenere cure, sarebbe stato un giorno abbandonato a pasto dei vermi della terra!!

Edmondo fremeva, e non rare volte rompeva in codarde lagrime pensando al suo CADAVERE!!

III. LE NOTTI DI EDMONDO

Il proprietario di Schoene Aussicht diveniva ogni giorno vie più tristo e impensierito: a stento i suoi amici il traevano qualche volta dalla concentrazione in cui cadeva. Edmondo incominciava a fastidiarsi benanche di quegli innocenti piaceri che avean dato alla sua anima serenità di sentimenti della natura. La sua conversazione languiva per difetto di attenzione in lui; poco parlava, e pochissimo parea che prestasse ascolto a' ragionamenti de' suoi dotti visitatori, a' quali non isfuggì lo stato del Baronetto, e più volte il richiesero della cagione della sua ipocondria. Colui dava sempre vaghe risposte, e negava che avesse motivi di essere sovra pensieri, ovvero adduceva per causa qualche disavventura immaginaria. Ma il sorriso non più ispuntava in sul labbro di Edmondo, la cui salute incominciò a risentirsi della prostrazione del suo spirito. E quanto più egli si accorgeva di dar giù nella salute, tanto più crescevano in lui le apprensioni, l'abbattimento, i fantasmi della morte e le agonie d'una debolezza di spirito singolare e straordinaria. Invece di procacciarsi distrazioni, egli prendea diletto ad immergersi nel fitto pensiero che il torturava. È questo appunto uno de' più strani fenomeni dell'umana natura, che cioè l'uomo trovi una certa voluttà nel pensare continuamente a quelle cose che più gli danno argomento di pena e di melanconia. Lo sventurato si attacca alla sua sventura, si ammoglia con essa, la tiene strettamente abbracciata con sè: vi s'inebbria fino alla mattezza: ogni distrazione gli riesce pesante, amara, importabile. Egli ama soltanto di sentir parlare della sua sventura; detesta chiunque cerca di strapparlo per poco dall'idolo suo, e maledice quella mano che si studia di arrecargli balsamo e sollievo.

Oh se la malinconia di Edmondo fosse stata figlia del pentimento! Oh se il pensiero della morte fosse stato ispirato in lui dalla religione! Egli sarebbe stato felice, pienamente felice, imperocchè vi ha nella vita de' momenti in cui l'anima sente il bisogno di contristarsi, in cui, esaurito quel circolo limitato di usuali svagamenti, essa non può trovare un godimento che nella tristezza; non già quella tetra ch'è figlia di gravi infortunii, o cagionata da tormentosi rimorsi, il cui solo falso raggio di speranza è il nulla della morte, e che ama di pascersi nelle tenebre della notte o fra gli orrori delle tombe; non già quella disperata e funesta in cui cade il cuor d'un padre o d'una madre nel veder languire gli amati figliuoli nella miseria, o da altra simigliante sventura oppressi; ma sibbene quella cara e misteriosa tristezza che nasce nell'anima dall'innato amore del sublime e del bello; quel sacro dolore, che diffondono sul cuore le pagine de' salmi o le tenere carte Davidiche: quella tristezza a cui ne invita il racconto di qualche nobile azione, di qualche compassionevole avvenimento; quella dolcissima tristezza infine, di che inebbriano la nostr'anima il patetico suono delle onde del mare, il mormorio delle vergini foreste, un gemito dell'aura nel silenzio della sera quando si medita sulle ruine coverte di edera e di muschio, un raggio di luna che segna sul terreno la croce di selvaggia tomba.

Avvi un'altra sorta di tristezza, necessaria all'anima, come la medicina al corpo infermo, ed è questa la tristezza del pentimento. Ah! chi mai non sentì una volta almeno in vita la necessità di questa tristezza? Augusta figlia della religione, sublime tristezza del pentimento, tu sei sacra come la voce della virtù, inviolabile come l'innocenza, soave come la speranza; per te l'uomo volge atterrito uno sguardo al passato, ed interroga gli anni scorsi nell'obblio della vita; è per te che un raggio di calma penetra il cuore dell'uomo colpevole, e diffonde sulla sua anima quella beata tranquillità dell'innocenza, a cui sortilla il Creatore.

Ma il codardo affanno di Edmondo non provveniva, siccome dicemmo, dal pentimento. Una idea fissa e terribile il perseguitava, un'immagine che gli mettea il ribrezzo e lo spavento nell'anima: il suo Cadavere!

Edmondo facea paura a sè medesimo, appunto come gli avrebbe fatto paura il suo cadavere, se egli lo avesse veduto. Questa fissazione era in lui mantenuta ed eccitata dal continuo riguardar ch'ei faceva sovra i dipinti di un gran volume di anatomia e di osteologia, nel quale erano varie grandi tavole con disegni dello scheletro e del corpo umano spogliato de' suoi naturali tegumenti. Oltre di che, il forsennato si abbandonava con delizia alla lettura de' libri più tristi e malinconici. Di notte tempo, e quando la natura, e gli uomini riposano, quando l'infelice che ha pianto ritrova nelle braccia del sonno il conforto e la calma, quando nessun esterno oggetto colpiva più i suoi sensi, Edmondo si mettea col pensiero faccia a faccia col suo Cadavere. Avvolto nelle seriche sue coperte, colle pupille spalancate, fisse sulla lampada d'oro che rischiarava la vasta sua camera da letto, immobile e freddo, il milionario immergeva il tremante pensiero nelle visceri della terra, e con orribile minutezza s'immaginava al vivo la dimora del proprio corpo colà dove tutto è silenzio e oscurità. Ci sforzeremo di ritrarre, per quanto ci sarà possibile con parole, le immagini che si affacciavano alla mente di quell'uomo nelle ore notturne, e quando il sonno fuggiva dai suoi occhi deliranti.

Edmondo si vedea disteso in angusta bara ricoperta da sei palmi di terreno: l'aria, lo spazio e la luce erano scomparsi: ei si sentiva in sul petto il peso della terra, sulla quale più non dovea riporre il piede, quella terra su cui egli avea signoreggiato col suo oro, e che pareva tanto angusta all'ardenza de' suoi piaceri. Le voci degli uomini, i canti serotini, le parole dolcissime di amore e di amicizia più non colpivano le sue orecchie: nessun rumore! nessuna voce!! Il silenzio, assoluto, eterno, il circondava! Edmondo si sentiva consumar la carne: e le ossa, che prima erano ascose, discoprirsi a poco a poco. La corruzione, figlia della morte, abbrancava la sua preda; e i vermini, figli della corruzione, se ne impossessavano e penetravano a schiere, a migliaia nell'organismo in isfacelo. L'organismo del corpo, la più bella opera della natura, il capolavoro della Creazione, la lunga e penosa fattura delle visceri d'una madre, quell'organismo che dava sussulti di amore, di tenerezza, d'ineffabili angosce al cuore de' genitori; che per tanti anni la natura avea protetto contro le esterne ingiurie della materia bruta, quell'organismo tessuto con tanta profonda saggezza divina, miracolo quotidiano, magistero sublime, perfezione della materia, marciva qual succida poltiglia, pasto d'immondi animali senza nome, ignoti forse all'uomo vivo.

Se domani mi cercherai più non sarò: Queste sacre parole faceano raccapricciare e rizzare i capelli al milionario. Egli guardava attorno a sè con ispavento, interrogava i palpiti del suo cuore, i battiti del suo polso, per assicurarsi della vita. La lampada d'oro che illuminava la camera prendeva strane forme a' suoi occhi, e le ombre che sprolungava in sulle pareti si trasformavano in oggetti sepolcrali. Il pensiero di Edmondo era fisso, inchiodato alla bara, e la fissazione era tale, e l'esaltamento della fantasia era così grande che il misero si credea già divenuto cadavere. Un'agghiacciata immobilità lo colpiva: i suoi occhi più non iscorgeano la fosca luce che ondeggiava incerta e ombrosa in sulle sue pupille, quasi trasparenza di un funebre lenzuolo: le sue braccia e le sue gambe sembravano rifiutarsi alla sua volontà, sorprese dal ghiaccio di morte. Edmondo si ridestava con balzo convulsivo di questa tremenda illusione; si alzava a metà sul suo letto, pallido, cogli occhi stralunati, colla barba che parea sollevarsi di spavento come i peli dell'istrice: egli afferrava la corda di un campanello e con violenza estrema suonava al soccorso; e comandava al cameriere di accendere i torchietti dei doppieri in sulle mensole, di schiudere le imposte dei terrazzini, di starsi vicino a lui, di fargli udire la sua voce. Il cameriere eseguiva, stupefatto dalla stranezza de' comandi del suo padrone. Qualche volta i lumi rimanevano accesi per l'intera notte e non erano spenti che in sull'alba, ora in cui sulle stanche pupille di Edmondo scendeva il ristoro del sonno. L'infelice più non dormiva che colla luce del giorno.

Simiglianti notturni fantasimi erano più terribili ancora quando il misero era preso dalla paura che cagionavagli il pensiero di essere sepolto prima ch'ei fosse in realtà spirato. Gli esempi che si citavano di persone, le quali, per apparenza di morte, erano state portate alla tomba ancora viventi faceano sollalzare i capelli del ricco Baronetto, e gli metteano la febbre nelle vene, il delirio nella ragione. Egli leggeva sempre un'opera tedesca intitolata, La morte apparente, nella quale con molti argomenti si dimostra la facilità di esser tratti in inganno su gli esterni segni di morte.

Talune notti Edmondo, non potendo trovar calma nel letto in cui vedea la tomba, e sul quale ei pensava che dovea rimaner cadavere prima di essere trasportato all'ultimo soggiorno, si alzava, si vestiva, e dava di lunghi passi nella sua camera, stordendosi col rumore delle proprie pedate. Coverto da lunga veste di camera, colle braccia incrociate, quella sua lunga barba nera spiccava in sul volto pallidissimo e dava alla sua persona l'apparenza di un fantasma che percorresse quel vasto appartamento. Alcune altre volte egli si addormentava sovra una poltrona; ma non sì tosto avea chiuso le palpebre, sogni terribili se gli affacciavano all'egra fantasia. Gli sembrava di esser tolto di peso dalla poltrona dalle braccia di due nerboruti becchini, i quali il deponevano in una cassa mortuaria a dispetto delle alte strida ch'ei gittava, e gl'inchiodavano sul capo un coverchio di ferro. E mentre que' barbari si accingevano a porlo nella bara, ei vedeva tanta gente nella sua camera, e tra le altre persone distingueva due donne e tre giovani robusti e pieni di vita, che si affrettavano ad aprire gli armadi e i cassettini per impadronirsi del suo oro. Ci era benanche una donna dalle chiome sparse sulle spalle, dagli occhi bellissimi e neri come la notte, la quale rideva... rideva a sganascio dappresso al cadavere di lui, e mostravagli una larga ferita che si era fatta nel seno, e additavagli un bambino macilento che le giaceva ai piedi. Il rumore e le grida di esultanza che risuonavano in quel vasto appartamento soffocavano i gemiti di lui che si dibatteva sotto i pugni de' becchini.

Edmondo si svegliava da questi sogni con un batticuore insopportabile, e più non potea richiudere le palpebre, anzi temeva di riprender sonno per non essere novellamente torturato da larve di tal natura.

Da oltre un anno, Edmondo era vittima della sua fantasia. La sua fissazione lo avea talmente ridotto a male ch'egli si affrettava a grandi passi verso quello stato, cui tanto temeva. Il milionario parea che avesse fretta di divenir cadavere. Eragli nonpertanto rimasto bastante filo di ragione per fargli concepir rossore della sua propria debolezza, sì che mai non ebbe il coraggio di svelare la cagione delle sue sofferenze. Ma si avvide ben presto che bisognava trovar rimedio a tanto male; fermò quindi di vincere la ripugnanza ch'egli aveva a far palese la strana causa del deterioramento della sua salute. Il domani, ben per tempo, scrisse al suo medico di recarsi sul momento a Schoene Aussicht.

IV. UN RIMEDIO

Il domani, nella prim'ora del mattino, il Dottor Weiss di Francoforte si faceva annunziare al Baronetto Brighton. Costui si era da qualche ora alzato dal letto ch'era divenuto per lui più tormentoso di uno spinaio. Una limpida giornata di giugno incominciava il lungo suo corso. Un fresco venticello baciava le cime delle acacie, correva allegro e pazzognolo lunghesso i viottoli ombrosi della villa di Schoene Aussicht, e rapiva i primi profumi dei fiori, trasportandone gran parte nella camera da letto di Edmondo, il terrazzino della quale era dischiuso.

Il milionario si era appoggiato alla ringhiera del terrazzo: il sereno del cielo, le balsamiche aurette di primavera, il concerto degli augelli, il tremolare delle fronde, aveano per poco discacciata la negra nebbia che premea l'anima di Edmondo, ed avean dato a' suoi pensieri altro avviamento non così malinconoso. L'annunzio della visita del medico gli giunse grato come foriero di guarigione. Edmondo fece entrare il Dottor Weiss in un gentil salottino di conversazione, attiguo alla camera da letto, ed ei pure entrovvi e si sedè, invitando il medico a far lo stesso.

— Vi trovo molto cangiato dal giorno in cui ebbi ultimamente l'onore di visitarvi, signor Conte, cominciò il medico — Non sono che quindici giorni all'incirca, e rinvengo sul vostro volto le orme di una devastazione che mi dà pensiero e pena. Che vi è accaduto in questo lievissimo tempo?

— Non so, Dottore, rispose Edmondo, ma io sto male, malissimo; sono più di dieci giorni che il sonno sembra fuggire dagli occhi miei, o, se talvolta una cascaggine mi sorprende e un filo di sonno si stende sulle mie stanche palpebre, è peggio, perciocchè uno sciame d'immondi fantasimi mi vola sul capo, strarnazzando le ali su tutto il mio corpo. E non ci è modo di sottrarmi a questa orrenda pressione che mi uccide, che mi conduce alla tomba, che mi rende cadavere!... cadavere!

Pronunziando queste due ultime parole, il Baronetto fremè: il suo sembiante s'infoscò talmente che il medico ne fu sorpreso e guardollo fisamente.

— Datemi il vostro polso, signor Conte.

Dopo di aver esplorato il polso del Conte per qualche momento, il medico disse, come se avesse parlato fra sè:

— È strano! il polso è convulso!

E tornò a riguardar negli occhi l'infermo, procurando scavargli i pensieri e lo stato dell'anima.

— Una violenta e tormentosa passione vi agita, signor Conte, gli disse indi a poco; le profonde occhiaie solcate sul vostro volto, i battiti irregolari e convulsi del vostro polso, i fantasmi della vostra mente; tutto mi rivela che voi siete sotto l'impero di un patema di animo. La vostra infermità non è di quelle che caggion sotto l'esplorazione dell'arte; fa d'uopo ricercarne altrove l'origine: emmi d'uopo di tutta la vostra illimitata confidenza. Parlatemi francamente, signor Conte; pensate ch'io sono per voi qualche cosa di più di un medico, son vostro amico.

Il Dottor Weiss distese la mano al Baronetto, il quale gliela strinse macchinalmente, e disse dopo pochi momenti:

— Dottore, io vi estimo amico e de' più leali, e però non avrò onta di palesarvi quello che soffro, a patto che le mie parole rimangano sepolte in voi. Un'invincibile ripugnanza mi ha finora tenuto dall'aprirvi l'animo mio. Mi promettete di non rivelare ad alcuno quanto sarò per dirvi? Io mi confido all'amico, e aspetto dal medico la mia salvezza.

— Parlate liberamente, signor Conte, vi giuro che serberò il segreto.

— Ebbene, Dottore, sappiate che da oltre a un anno uno strano fantasma avvelena la mia vita. La notte sopratutto, la notte io gemo sotto la pressione di questo incubo morale che mi strugge, che mi succhia il sangue nelle vene, che mi spinge a grandi passi alla tomba.

— Qual'è mai cotesto fantasma? chiese con premura il medico.

— Il mio cadavere! rispose cupamente il Conte e abbandonando il capo sul petto, compreso dal più mortale scoraggiamento.

— Il vostro cadavere! sclamò il Dottore in atto di chi non ben comprenda, quello che gli si dica; non vi capisco, signor Conte; mi fa mestieri intendere più chiaramente l'indole di un tale fantasma.

— Ah! Dottore, non vedete ch'io soffro a parlarne? Come farò per farmi comprendere? Non vi ho detto abbastanza allora che vi ho nominato il mio crudel nemico, il vampiro che mi consuma la carne, che scopre le mie ossa, che rode i miei visceri, e che mi annienta... mi distrugge? Il mio cadavere! Egli è... là, sempre rimpetto a me, con quegli occhi socchiusi e velati dalle tenebre della morte, colla bocca spalancata, livido... immobile come un pezzo di cera; il mio cadavere abbandonato sul letto dell'estrema agonia!... Vedete quelle persone che passano da costa ad esso; sembran paurose di svegliarne il sonno!... Chiunque se gli avvicina rattiene il fiato per tema di fiutare le putride esalazioni di quel corpo, sul quale incomincia la seconda opera della natura, il lavoro di decomposizione. Gli elementi dell'aria atmosferica, quegli elementi che per tanti anni han lavorato a conservar la vita, ora si affrettano a ripigliarsi il frutto dell'opera loro, appropriandosi le molecole che si staccano da quelle ruine di organizzazione. Ogni minuto secondo, strappa o disfà una fibra di quel corpo il quale perde... sempre senza mai più acquistare. Tutta la natura si gitta, come uccello di rapina, su quel suo figlio, alla cui conservazione ella avea fatto concorrere tutte le sue forze; ed ora si affretta a disfare quel dilicato tessuto... Nelle tenebre si compirà questo lavoro di decomposizione, siccome nelle tenebre si era compito il lavoro di formazione: le visceri di una madre crearono, le visceri della terra consumeranno: nove mesi ci vollero per formarlo, e forse NOVE MESI ci vogliono per disformarlo interamente: quel primo tempo fu contato co' palpiti di un amore ineffabile, l'amor materno; il secondo tempo chi mai l'ha calcolato? Oh... il mio Cadavere!... le visceri del mio amore, abbandonato da tutti e da tutto! abbandonato alla terra, sua crudel nemica, alla creta che lo abbranca per farne creta, a' vermini che ne fanno la loro abitazione! E chi sa dirmi quello che soffrirà il mio povero cadavere? Chi conosce i misteri della tomba? Non può forse avvenire che l'antica magione del pensiero risenta l'orrore del sepolcro? Chi mi assicura che il cadavere non soffra nel vedersi strappato da' beni della vita, da quanto egli ha amato in sulla terra? Oh! il sonno della morte sarebbe men duro se i nostri corpi non rimanessero esposti agli orribili ospiti delle visceri della terra! Se potessimo in morendo avere la dolce consolazione di sapere che coloro i quali ci hanno amati non abbandoneranno le nostre spoglie! Il mio Cadavere!... il mio povero Cadavere abbandonato da tutti!... da tutti!

Edmondo ruppe in lagrime, come un bambino.

Il Dottor Weiss aveva attentamente seguito le parole del Baronetto, la cui eloquenza era eccitata dal favorito soggetto della sua orribile fissazione. Non ci era più dubbio! Il medico avea tutto compreso, tranne una cosa, che dovea pur formare il perno delle sue argomentazioni. In che stato si trovava la coscienza del Conte? Gli è vero che la fissazione di lui e i fantasmi, che il maceravano non erano dell'indole di quelli che soglion morder l'anima dei rei; ciò non per tanto una tale angosciosa fiacchezza di spirito in un uomo forte, vigoroso, che avea veduto il mondo, che aveva arrischiata tante volte la vita, che era stanco e sazio di tutti i piaceri: una tale fiacchezza di spirito era inconcepibile senza una prepotente cagione morale, la cui mala radice era forse nella coscienza di lui. Ad ogni modo, lo stato di Edmondo era tanto deplorabile in quanto che l'infermità non era del genere di quelle che vanno sottoposte alla disamina e curagione dell'arte medica; ei bisognava operare sul morale e trovar rimedi nella filosofia e nella religione. Edmondo era ricaduto nel suo cupo abbattimento, dal quale il Dottor Weiss si affrettò di trarlo.

— Tutto ho compreso, signor Conte, dissegli il medico: trista è la situazione dell'anima vostra, ma non è da disperare. Prima di tutto, permettete che vi faccia un'interrogazione. Vi ricordo che in questo momento io sono amico vostro, e che entrambi dobbiamo cercare una via che ci guidi alla desiderata guarigione. In che stato si trova la vostra coscienza?

— Che intendete dire, Dottore? dimandò esterrefatto il Conte, credendo che il medico volesse disporlo per l'ultimo viaggio.

— Intendo dire, soggiunse questi, che la riparazione di qualche male involontario da voi cagionato potrebbe essere il più efficace rimedio contro i fantasmi che vi assediano. Una buona coscienza è il miglior guanciale su cui si trovi leggero il sonno e ristorante.

Edmondo abbassò il capo e nulla disse. Questa volta egli avea compreso il vero sentimento delle parole del Dottore.

— Signor Conte, ripigliò questi che dal silenzio dell'infermo avea già sospettato non esser monda di colpe la coscienza di lui — non è mio intento il voler entrare ne' segreti della vostra vita. Iddio solo scruta i cuori e giudica gli uomini: ma è mio debito di rischiarare la vostra mente sulle probabili origini del funesto e straordinario malore di cui siete vittima. Se la radice del male stesse nel vostro organismo e nelle funzioni che ne dipendono, io sarei obbligato di cercare con accuratezza la cagione di un tale disordine per apportarvi salutari medicamenti; ma la serpe non istà nel vostro organismo, signor Conte, bensì là... nel fondo della vostra anima, dove non è dato all'occhio umano di addentrarsi. A me basta l'aver su questo richiamata la vostra attenzione. Mi permetterò di farvi eziandio osservare che la via del pentimento è la più bella che vi si offra e la più atta a ridonarvi la pace smarrita e a bandire le tristi e lugubri immagini, sotto il cui impero voi soccombete. Siete ancora giovine, ricco e di valida salute; avete ancora innanzi a voi una lunga serie di anni. Se una colpa ha bruttata la vostra coscienza, se una follia giovanile vi pesa in sul cuore, volgete al cielo il vostro sguardo, implorate la Divina clemenza, riparate, se è possibile, al male che avete fatto; se l'innocenza è bella, il pentimento è più nobile; l'anima vi si ritempera, vi si fortifica e vi attinge la calma e la gioia. Che se niun rimordimento è nel vostro cuore, se una singolare attitudine ipocondrica del vostro spirito è la cagione del tristo fantasma che tormenta le vostre notti, non saprei indicarvi altro rimedio più efficace che la distrazione.

— La distrazione! mormorò tristamente il Baronetto, e dove trovarla? E l'anima mia non si rifiuta forse ad ogni maniera di svagamento?

— Fa d'uopo sforzarsi alla distrazione, signor Conte; ei bisogna che non istiate solo in nessun'ora del giorno, e se è possibile, della notte: bisogna che vi mettiate nell'attività de' piaceri, che frequentiate le riunioni, i teatri. Oltre a ciò, vi propongo un rimedio della cui riuscita molto mi riprometto; esso vi costerà un po' d'oro.

— Dell'oro? E che non darei per riacquistar la mia salute e la tranquillità del mio spirito? Parlate, parlate. Di che si tratta? Che debbo fare?

— Ebbene, signor Conte, il rimedio ch'io vi propongo è il seguente: Abbiamo a Manheim un giovine pianista italiano che ha destato in pochi mesi l'ammirazione e la simpatia di Europa. Egli ha dato accademie a Parigi, a Londra, a Berlino, a Vienna: ier sera si è fatto udire in questo teatro di Manheim, ed ha prodotto tale entusiasmo, che pochi suonatori possono vantare un sì bel successo. Voi gli scriverete, signor Conte, e lo inviterete a passar con voi un mese o due: i soavi accordi ch'ei sa trarre dal piano-forte avranno forza di strapparvi dai vostri bui pensieri: la sua compagnia vi rallegrerà, quasi novello Davide porrà in fuga la malinconia del nuovo Saulle.

— Che nome ha questo giovine?

— Daniele de' Rimini.

— E credete che la musica sarà capace di ridonarmi la serenità dell'animo? Credete che le armonie del piano-forte varranno ad allontanare dalla mia mente l'immagine del mio Cadavare?

— Io lo spero, signor Conte.

— Ebbene io tenterò questo mezzo: dimani il giovine pianista italiano Daniele de' Rimini avrà stanza in questo casino.

Un servo pose termine alla conversazione, annunziando che il bagno a pioggia era pronto.

La sera di questo giorno, Daniele de' Rimini riportò un altro trionfo. Dopo l'accademia, gli abitanti di Manheim, trasportati di entusiasmo pel suonatore italiano, l'aveano accompagnato infino all'albergo dov'egli avea stanza. Correndo la stagione de' bagni, Manheim era zeppa di forestieri, e il teatro era de' più animati e brillanti. Daniele, siccome abbiamo accennato, aveva in pochi mesi percorso le prime capitali di Europa: la fama il precedeva dappertutto, e un trionfo lo aspettava in ogni paese in cui si faceva udire a suonare. La sua giovinezza, l'avvenente malinconia del suo volto parlavano in suo favore anche prima che ponesse le mani sui tasti del piano-forte. La qual cosa il giovine non sì tosto incominciava, gli uditori erano rapiti e incantati dalla magia degli accordi, dalla dolce mestizia de' motivi delle opere italiane, a' quali Daniele dava una veste di armonie al tutto corrispondenti e flebili. Il genio o l'ambizione, animava le dita di quel giovine? L'uno e l'altra. Il genio era mezzo; l'ambizione, o, per dir meglio, l'avidità dell'oro la molla delle sue ispirazioni. Daniele era partito il 1 gennaio da Napoli, povero e oscuro. Cinque mesi appena erano scorsi ed egli avea già acquistato celebrità; ma il suo peculio non arrivava per ora che ad una somma tenuissima, Daniele era scoraggiato, ma non disperava; gli restava ancora a percorrere altra metà dell'Europa e tutta l'America settentrionale: i viaggi assorbivano gran parte dei suoi guadagni.

Il domani della seconda accademia data a Manheim un domestico in gran livrea consegnava a Daniele il seguente biglietto:

«Il Baronetto Edmondo-Isacco Brighton, Conte di Sierra Blonda, prega il sig. Daniele de' Rimini di favorirlo questa mattina nella sua proprietà di Schoene Aussicht».

Dopo un'ora, Daniele de' Rimini si trovava alla presenza di Edmondo.

V. LA RICCHEZZA

Dicemmo che il casino del Baronetto era composto di due piani. Nel secondo egli dormiva, essendo esso la consueta sua abitazione; in questo era una stanza decorata con tutto ciò che può allietare i sensi, e fornita di quanto è necessario per le comodità della vita. Era questa la stanza, in cui il Baronetto passava la maggior parte dei suoi giorni, e dove la sera riunivansi gli amici per prendere il tè e per abbandonarsi agli allettamenti della conversazione. Questa stanza riguardava i più ameni paesetti e villaggi alemanni che attorniano le rive del Reno: due ampie finestre si aprivano a mezzogiorno e ad oriente. Questa stanza, dal colore de' suoi paramenti, era chiamata la Camera verde.

Il secondo piano rispondeva al primo per via di una magnifica scala interna di marmo greco a tre branche, su ciascun pianerottolo delle quali era una statua de' più rinomati artisti, e vasi di fiori odorosi e di piante fiorite di cedri o di oleandri: ringhiere e bracciuoli del più fulgido cristallo inglese e del più capriccioso disegno ornavano le branche di questa scalinata, a piè della quale un'illusione di giardino guidava al quartiere del lusso, ch'era appunto il primo piano.

Non ci allungheremo a dipingere alla immaginazione de' nostri lettori la splendidezza di questa magione da fate. Conciossiacchè piccole le camere, ciascuna era un gioiello di civetteria, di eleganza, di gusto; ciascuna riuniva in sè sola il comfortable d'una casa inglese. Visitando quella scacchiera di stanze, tutte eguali, rettangolari, forbitissime, ma silenziose e deserte, ti si apprendeva all'animo un senso di mestizia, pensando che in quelle fulgide e ricche pareti non suonava il rumore sì grato agli orecchi di Dio, il rumore della famiglia. Quella solitudine e quel silenzio ti piombavan pesanti sul cuore come se avessi visitato l'interno di un principesco mausoleo.

Rarissime volte il Baronetto scendeva al primo piano. Nei primi anni della sua dimora a Schoene Aussicht, e quando il filosofo non avea del tutto dimenticato il Cavaliere del Firmamento, quel primo piano era designato ad accogliere qualche pellegrina visita, o qualcuno dei vecchi amici di follie di Sierra Blonda, comecchè questo caso fosse più raro, a cagione della cautela che Edmondo metteva a tener celato il suo ritiro. Ma da un pezzo il primo appartamento di Schoene Aussicht non riceveva più ospiti di genere equivoco, ed ora si contava parecchi anni dacchè lo stesso padrone non vi poneva il piede. Nondimeno il quartiere era mantenuto con la massima nettezza, come se ogni giorno avesse dovuto accogliere un cospicuo personaggio.

Questo primo piano era quello appunto che il Baronetto ordinava a residenza del giovine pianista italiano, ed in esso propriamente volle riceverlo per la prima volta.

Era in questo appartamento un salottino messo con un lusso così sfacciato e con sì incredibile magnificenza che nell'entrarvi l'occhio vi rimaneva abbagliato. L'adornamento di questo salotto era costato al Baronetto un denaro che avrebbe potuto formare la fortuna di cento famiglie. Diremo soltanto che molti mobili ivi contenuti erano di oro massiccio, e che vi erano due seggiole d'avorio, a forma di baldacchini, lavorate sul gusto cinese, e ricoperte da cuscini orientali. Edmondo avea voluto profondere enormi somme nell'addobbo di questo primo piano, ed in particolar modo di quel salotto per quella eccentricità che formava sempre il fondo del suo carattere, e per vaghezza di contemplare raccolte in piccolo spazio le meraviglie del lusso e delle arti. La ricchezza pompeggiavasi in tutto il suo orgoglio in quel ricinto dove l'oggetto più misero, più fragile, più perituro, più dappoco che vi si vedesse era per lo appunto il padrone di tante dovizie. E bene faceva Edmondo ad entrare di rado e quasi non mai in quel salotto, che tacitamente lo scherniva e gli additava i sei palmi di fetido terreno, che gli erano destinati per ultimo asilo.

In questo salotto Edmondo ricevè Daniele.

Perchè si era così affrettato il giovine pianista ad accorrere all'invito del Baronetto? Perchè già gli era giunto all'orecchio il suono delle grandi ricchezze del solitario di Schoene Aussicht, e Daniele non credè a' propri occhi nel leggere il biglietto del nobile. Il suo cuore gli diceva ch'era quella un'occasione propizia; che forse il Conte di Sierra Blonda avrebbe potuto esser per lui una sorgente di fortuna; che forse quell'uomo il quale vivea lontano dai rumori della città e de' divertimenti sarebbe per lo meno un filosofo amico delle arti e incoraggiatore splendido dei giovani artisti. Checchè avesse tra sè pensato il nostro Daniele, il fatto è che volò come un fulmine all'invito che gli sopraggiunse caro per quanto inaspettato.

Rinunziamo a dipingere la maraviglia di Daniele veggendosi introdotto in quella casa e proprio in quel tempietto d'oro, di cui abbiam parlato: il colse un capogiro una vertigine: era quel salotto il riverbero dell'anima sua, lo specchio de' suoi ardenti desideri: quell'oro riflettevasi a sprazzi di fuoco nel suo cervello, e rimescolava le sue idee e confondeva la sua ragione nè più nè meno che se fosse stato un barilotto di poderosissimo vino. Tanta fu la luce che balenò da quel salotto che Daniele non vide il Baronetto, il quale, vestito a nero, era seduto sovra un piccolo canapè a forma di conchiglia. Edmondo era così pallido, così emaciato, che il suo volto parea dileguarsi in sulla nera barba che gli scendeva insino al petto. La voce del Baronetto trasse Daniele dall'estasi in cui era immerso, e chiamò i suoi sguardi attoniti sul nume di quel tempietto.

— Sedete, bel giovane. Non siete voi l'egregio pianista signor Daniele de' Rimini?

Edmondo avea parlato in francese; era nell'accento e nella voce di quest'uomo qualche cosa di cupo e di affannoso che colpì all'istante il giovine artista, il quale con leggiero imbarazzo rispose chinando i begli occhi:

— Perdonate, signor Baronetto, al mio imbarazzo e al mio stupore, cagione della scortesia che ho commessa nel non riverirvi appena son qui entrato. Le arti umili e dimesse veggonsi confuse alla presenza di tanto splendore. D'altra parte, vi confesso che io mi aspettava di entrare nell'ostello della filosofia, perocchè il grido delle vostre estese cognizioni..

— E non vi siete ingannato, interruppe il Baronetto, nel credere che avreste trovato in me un filosofo, il quale per altro ha la sventura di esser ricco! Ma, di grazia, accomodatevi signor de' Rimini.

Daniele salutò col capo e con molta osservanza il Baronetto, e si sedè in faccia a lui sovra altro divanetto a forma di sfinge, ripetendo tra sè con estremo stupore, e come se avesse cercato di capire il senso di un paradosso; il quale per altro ha la sventura di esser ricco!!

Edmondo avea fitto lo sguardo sul sembiante di Daniele e massime negli occhi che gli avean fatto una impressione gratissima. Fin dal primo affacciarglisi del giovine italiano, il Baronetto avea provato un subitaneo sentimento di simpatia; onde trasse lieto augurio pel tentativo di curagione che gli era stato consigliato dal Dottor Weiss. Daniele era davvero un vago e gentil giovanotto. Un leggiero accrescimento di salute congiunto alla situazione in cui trovavasi colorava il suo volto di una tinta di rosa. I viaggi avean data alla sua complessione maggior vigoria e a tutta la sua persona un'aria di più gran distinzione. Questa volta due leggiadre basette coronavano le sue labbra, andandosi a congiungere con un semicerchio di barba che gli circondava il mento; il suo sguardo era animato dalla vivacità della giovinezza, della salute e del genio.

— La fama della vostra somma abilità nell'arte musicale è giunta infino al mio solitario ritiro, disse Edmondo guardando sempre con compiacenza il giovine italiano: la mia salute non mi permette di andare al teatro ed avere il piacere di sentirvi a suonare; ed io anelava di conoscervi: ecco la ragione per cui vi ho pregato di onorarmi.

— Che dice mai, signor Baronetto! Ascrivo ad un particolar favore della mia sorte l'avermi procacciato un tal piacere ed onore, rispose Daniele, a cui le parole del Conte faceano un effetto gradevolissimo.

— Fuori cerimonie, signor de' Rimini, io sono filosofo e voi siete artista; la filosofia e le arti si vantano di schiettezza; la ragione e la verità sono le loro basi, io dunque vi parlerò il linguaggio dell'affetto più che quello delle convenienze.

— Dell'affetto! signor Conte! esclamò Daniele trasalendo di gioia.

— Sì, dell'affetto. E pria di tutto, vi confesso ch'io trovo nella vostra fisonomia qualche cosa che m'innamora di voi. Non so perchè, ma in entrando in questo salotto, le vostre sembianze mi han tocco profondamente.

— Ebbene, signor Baronetto, dal canto mio vi confesserò parimente che la vostra voce e la vostra fisonomia han fatto in me un'impressione così grata, ch'io non dimenticherò in tutta la mia vita la vostra persona. Ma un tal piacere mi viene amareggiato dalle parole che testè mi avete dette, signor Conte.

— E quali?

— Che lo stato della vostra salute v'impedisce di uscire.

— È vero; io soffro, bel giovanotto, soffro assai; ma chi sa! forse dovrò a voi, se non l'intera mia guarigione, qualche ora almeno di sollievo.

— Deh! piaccia al cielo ch'io possa avere il piacere di contribuire al ricuperamento della vostra salute!

— Ne ho speranza, e sopratutto da pochi momenti a questa parte. La vostra sola presenza ha già prodotto in me un effetto salutare. Che età avete, bel giovine?

— Sto nel ventesimo terzo anno della vita.

— Così giovine, e già pieno di gloria!

— La gloria! ripigliò il pianista, la gloria! L'è gran bella cosa la gloria, è vero, ma non basta alla felicità dell'uomo in su la terra. Oh se io fossi ricco!

— Oh! che mai dite! ricco! Ebbene; guardate, mirate il mio volto; son io felice? Eppure io sono due volte milionario.

— Due volte milionario! esclamò Daniele con occhi di fuoco, e il suo petto si gonfiò, e dalla sua bocca, dalle sue narici il fiato usciva con impeto. La trista corda dell'anima sua era tocca.

— Sì, due volte milionario, ripetè il Baronetto, e ciò non ostante io sono la più misera creatura che sia nel mondo.

— Voi, signore!

— Io, io propriamente, io darei la metà di quanto posseggo, purchè dormissi una sola notte il sonno che si dorme alla vostra età e colla vostra salute.

— Oh mio Dio! tanto dunque voi soffrite, signor Conte!

— Tanto io soffro! ripetè come un'eco sepolcrale il Baronetto.

Ebbero luogo tra quei due personaggi pochi momenti di silenzio. Edmondo riprese.

— Vi farò una proposta, signor de' Rimini, e voglio sperare che l'accettiate.

— L'accetto, signor Conte, rispose Daniele con fermezza.

— Anche prima di sapere di che si tratta.

— Qualunque cosa mi proponiate, io l'accetto, tornò a dire il giovine con risolutezza.

— Ed io vi ringrazio con tutta l'anima, signor de' Rimini, e spero non essere ingrato alla premura che mi dimostrate. Io dunque vi propongo di passare un mese in questa città di Manheim, e, se non vi dispiace, in questo casino. Vedete quanto ardisco sperare da voi! Rinunziare ad un mese di trionfi, e adattarvi a viver con un povero infermo qual sono io!

— Un mese! esclamò quasi tra sè Daniele.

— Un mese, due o tre, il tempo che vi piacerà. E giacchè intendo godermi io solo le vostre accademie, è giusto ch'io le paghi. Vi offro dunque trentamila franchi al mese.

— Trentamila franchi al mese! ripetè con occhi di pazzo il pianista, il suo cuore fece un balzo terribile. E ditemi, signor Conte, trentamila franchi al mese che somma fanno a capo di un anno?

— Trecento sessantamila franchi, rispose Edmondo, vale a dire circa 63,000 piastre di Spagna.

— Non basta!!! esclamò scoraggiato Daniele, e quasi avesse risposto ad una interrogazione che avea fatto a sè medesimo.

Edmondo fu estremamente sorpreso da quella parola, ch'egli credette diretta a sè.

— Così giovane e così assetato di ricchezze! esclamò tra sè il Baronetto; è inconcepibile!

Daniele capi l'errore che avea commesso, arrossì tutto, e si affrettò a dire.

— Perdonate, signor Conte, non a voi era diretta quella parola che testè mi è sfuggita dalle labbra. La somma che voi mi proponete è una fortuna immensa per un povero artista qual io sono, ma io non posso rimanere sì a lungo in Germania. Mi permettete adunque ch'io accetti solamente per un mese, e mi darete quella somma che vorrete.

— Sia dunque per un mese, disse Edmondo: a contare da questo giorno, n'è vero?

— Da domani, signor Conte.

— Ebbene, domani vi aspetto: questo appartamento vi sarà assegnato; le mie carrozze e i miei servi sono a vostra disposizione fin da questo momento.

Daniele era per accommiatarsi dal Baronetto, quando nel salotto entrò il dottor Weiss. Edmondo prese per la mano il giovane italiano, e, presentandolo al medico, disse:

— Dottore, ecco il signor de' Rimini, il RIMEDIO che mi avete proposto. Egli è mio ospite per un mese.

— Davvero! Voi, signor de' Rimini...

Il medico s'interruppe, indi ripigliò:

— Ma, è strano! è curioso! è incredibile! Signor Conte, questo giovinotto vi rassomiglia a capello: quegli occhi sono i vostri, quella fronte è la vostra, quel naso è il vostro... Ah! ah! ci sarebbe da scommettere che il signor de' Rimini vi è figlio!

Questo scherzo fu una scossa elettrica per quei due personaggi, che si guardarono, arrossirono e impallidirono, come se quella parola gittata così per celia fosse stata una inattesa rivelazione.

VI. L'ARTISTA

Il giorno appresso, Daniele era stabilito al primo piano del casino di Schoene Aussicht. Il Baronetto avea posto agli ordini del giovine pianista le migliori delle sue carozze e due scelti domestici, uno tedesco e l'altro francese. Il più splendido e principesco servizio era ai comandi di Daniele, il quale era trattato come un ospite regale. La colezione gli era recata nel suo appartamento, il pranzo era comune col Baronetto, così avendo disposto lo stesso Daniele. Edmondo gli avea lasciata intera libertà, sicchè il giovine era padrone assoluto di sè medesimo in tutto il corso del giorno. Ma al cadere delle tenebre, e in sull'ora del pranzo, il Baronetto il facea pregare di salire al secondo piano.

Dopo il pranzo, Edmondo facea servire il tè nella camera verde, ove si riduceva assieme a Daniele, e dove, coricato sulla magnifica sedia a foggia di letto, si abbandonava al piacere di sentire a suonare il giovine pianista. Un preziosissimo pianoforte era stato trasportato nella camera verde. Pochi momenti dopo di aver preso il tè Daniele si sedeva innanzi allo strumento ch'ei toccava con tanta perfezione, e traeva da que' tasti sublimi e patetici accordi.

Alcune volte Daniele suonava pezzi di grandi maestri da lui variati co' colori della più ricca fantasia. Era un torrente di melodie or piane e soavi come le cantilene religiose di vergini romite, or gravi e solenni come le preci dei morti salmeggiate in una chiesa lontana, or vivaci e liete come l'inno della speranza: era un concerto di accordi non mai uditi, or vibrati e veementi come i palpiti delle giovanili passioni, or dimessi e pacati come il mormorio del vento sulle acque d'un ruscello. Alcune altre volte Daniele sposava il canto all'armonia strumentale: e allora quella sua voce era una potenza di affetti inesprimibili, la sua anima parea soggiogata dalle commozioni. Quel canto limpidissimo, soave, tutto cuore, tutto passioni, eco dell'anima, quel canto italiano ispirato da un cielo innamorato, quel canto, delizia della vita, storia sublime delle segrete sofferenze del genio peregrino in sulla terra, il canto di Rubini, di Lablache, di Basadonna, si ritrovava in terra straniera sulle labbra di Daniele, e andava a toccare i più nascosti penetrali nel cuore di Edmondo, che pallido affannoso, tremante ascoltava le note dolcissime che, come effluvii divini, partivano dal cuore più che dalle laringi del giovine artista.

Edmondo sembrava men tristo del consueto: dormiva talvolta sonni placidi. Ma il lugubre fantasma non cessava di assalirlo di quando in quando, e alcune volte ne' momenti stessi in cui suonava Daniele. L'incanto della musica spariva di botto, e le note basse del piano-forte prendevano agli orecchi di lui il solenne e terribil carattere de' rintocchi della squilla di morte.

Una sera, Daniele cantò la romanza del colpevole amore, ch'egli avea cantata sei mesi fa, nella sala di Lady Boston a Napoli. Sì grande fu la commozione onde l'artista fu preso al ricordo della donna ch'egli amava, che non potè terminar la romanza; le lagrime gli bagnavano il volto. Inconcepibile contraddizione del cuore umano! Quel giovine, nei momenti in cui non era ispirato dal genio musicale, avea l'anima dura e malvagia: la sua condotta verso Lucia n'è una pruova. Ma nei momenti in cui era favorito dalla ispirazione, Daniele era tutt'altro uomo. Chi avesse giudicato di quel cuore negl'istanti in cui egli era artista, sarebbesi formato di lui l'opinione d'uomo sensitivo e virtuoso. Edmondo fu profondamente commosso dall'accento con cui il giovine avea cantato il suo colpevole amore; di talchè veggendo che quegli non poteva più proseguire per l'effetto delle proprie commozioni, gli domandò:

— Voi amate, Daniele?

— Amo, signor Conte, amo la più vaga creatura che sia sulla terra, ella ispira i miei componimenti, dà l'impulso alle mie dita. La speranza di possederla m'incoraggia alle più ardue fatiche.

— In che paese si trova al presente cotesta fanciulla?

— In Napoli.

— Quantunque voi diciate che non paleserete il nome di lei ancora che vi si desse un regno, disse sorridendo il Conte, pure userò l'indiscrezione di dimandarvi a qual famiglia appartiene la donna che amate.

— È la figlia di un nobile e superbo spagnuolo, che si è volontariamente esiliato dalla sua patria poscia che le vicende politiche lo ebbero spogliato del potere.

— Il nome di costui? chiese il Baronetto con ansietà.

— Il Duca di Gonzalvo.

— Ah! egli! esclamò Edmondo: e voi siete il fidanzato di sua figlia?

— Volesse il cielo che il fossi!... Ma voi conoscete il Duca di Gonzalvo?

— Sì, rispose con tristezza il Baronetto, l'ho conosciuto in Ispagna: uomo protervo, ambizioso, avaro!

— È vero pur troppo quanto dite, signor Conte. Ambizioso, avaro e superbo! Oh! perchè sua figlia è un idolo di bellezza! Perchè ho avuto debolezza di amarla!

— Rifiuta egli forse di rendervi felice?

— Ebbene sì signor Conte, rispose ii giovine con abbattimento, ei ricusa. Il giorno in cui gli chiesi la mano di sua figlia, il superbo mi umiliò con ogni maniera d'ingiurie.

— E quale speranza nutrite ancora di possederla?

— Nulla posso nascondere a voi, signor Conte: la benevolenza di cui mi onorate e il vostro rispettabile carattere m'ispirano un'illimitata fiducia. Vi dirò adunque che io strappai al Duca di Gonzalvo la promessa d'attendere due anni prima d'impegnare la sorte di Emma sua figlia.

— E condiscese il Duca ad aspettar questo tempo?

— Condiscese, però che io gli promisi di ritornare..... dopo due anni..... di tornare....

Daniele avea vergogna di confessare il folle ardimento della sua proposizione.

— Ebbene, di ritornar che cosa? dimandò il Baronetto.

— Di ritornar..... milionario, rispose il giovine arrossendo e abbassando il capo.

Edmondo sorrise.

— Milionario! esclamò questi, e su che speravate accumulare in due anni una tal favolosa fortuna?

— Nol so io medesimo, signor Conte, speravo negli eventi, nella mia stella, e soprattutto nella febbrile operosità che mi avrebbe data la mia passione per Emma.

— E quanto avete guadagnato finora nel giro dello vostre accademie?

— Pochissimo, signor Conte, quasi niente; le spese dei viaggi assorbono tutto. Mi avveggo pur troppo che la mia proposizione fu dettata da impeto giovanile, dallo sdegno in cui mi posero le umilianti parole di quel superbo... Ma non mi fo più illusione, signor Conte; i due anni passeranno, ed io non avrò potuto metter su che un meschino capitale appena bastante per vivere indipendentemente dal capriccio della sorte. Oh... ci vuol ben altro che note musicali per diventar milionario, non è vero signor Conte?

— Verissimo, mio caro Daniele. La vostra proposizione fu troppo ardita ed inconsiderata: ciò nulla di meno....

Edmondo si fermò di repente; i suoi occhi erano animati, brillanti, il suo volto avea preso un carattere di vivacità straordinaria. Un pensiero al certo gli era volato per la mente al quale ei si era fermato con compiacenza e con delizia. Daniele avea notato il subitaneo cangiamento della fisonomia del Conte. La reticenza che avea seguita alla frase ciò nulla di meno avea fatto balzar di speranza il cuore del giovane pianista.

— Ebbene, signor Conte, voi dicevate... ciò nulla di meno.

— Sì, rispose Edmondo io diceva... Non bisogna disperare... chi sa! Ditemi, Daniele, avete voi coraggio?

— Se ho coraggio! Mettetemi alla pruova, signor Conte, e vedrete se ho coraggio anche di affrontar la morte!

Daniele guardava attentamente il volto e gli occhi del Conte ne' quali si dipingeva quasi una specie di abberrazione mentale.

— A che questa interrogazione, signor Conte?

— Domani vel dirò... Domani parleremo a lungo... Io forse vi sarò debitore d'una ETERNA obbligazione, e voi forse dovrete a me... la vostra fortuna...

Edmondo si alzò: il suo volto raggiava di insolita gioia.

— Buona sera, Daniele, buona sera, gli disse stringendogli la mano, buona sera, figlio mio, a domani... a domani... Chi sa! domani forse la vostra sorte è cangiata!

Il Baronetto si ritirò. Daniele rimase trasognato. Eppure, quella parola che il Conte avea profferita, quel figlio mio avea scossa l'anima del giovine!

VII. LE CONDIZIONI

Si figurino i nostri lettori con qual e quanta impazienza Daniele aspettò il giorno vegnente. Le parole erano state chiare e precise: Domani forse la vostra sorte è cangiata, avea detto.... Io forse vi sarò debitore d'una eterna obbligazione, e voi forse dovrete a me la vostra fortuna. Daniele avea mandato il cervello a sparviero in tutto il corso della notte per trovare il bandolo della matassa; ma neppure una congettura, una supposizione avea egli potuto formarsi su tal proposito. Che specie di servigi poteva egli prestare al Conte? Che d'uopo avea questo milionario dell'opera sua? Nessun giorno della sua vita era stato atteso con tanta bramosia quanto quel domani, il quale dovea risolvere un problema di tanta importanza.

E il domani, in sull'alba, Daniele si gittò dal letto, e aspettò con ansia febbrile la chiamata del Baronetto. Quanto gli sembrarono eterni quei momenti! Non fu che verso le undici che il Baronetto fece pregare Daniele di salir da lui.

Edmondo fece entrare il giovine nella camera verde, di cui fece chiudere gli usci, ordinando ai servi che per qualsivoglia cagione non avessero ardito di venire a sturbare il colloquio ch'egli dovea tenere col suo ospite.

Daniele trovò Edmondo seduto presso un tavolino, sul quale era un volume con molto lusso ligato e il ricapito da scrivere. Egli fe' cenno a Daniele di sedersi. Alcuni momenti passarono senza che nessuno de' due avesse rotto il silenzio. Edmondo incominciò:

— Questo colloquio che ci accingiamo a tenere signor de' Rimini, è d'una estrema importanza per entrambi. Esso può decidere della mia vita, siccome della vostra immensa fortuna. È un contratto ch'io vi proporrò.

— Io vi ascolto, signor Conte, e non so dirvi con quanta impazienza ho aspettato questo momento. Parlate, signor Conte, ed abbiate in me la confidenza che potreste avere in un vostro figliuolo.

Daniele abbassò gli occhi e arrossì. Edmondo conficcò l'ardente e cupo suo sguardo in sul volto del giovine, e seguitò:

— Pria di tutto, ei fa d'uopo rivelarvi, signor Daniele, ch'egli è più di un anno ch'io soffro. La strana e tremenda natura del mio male non ammette rimedii fisici: io dispero della guarigione, tranne che voi non acconsentiate a quanto io vi proporrò. Vi confesso che coll'enorme guiderdone ch'io darò all'opera vostra potrei trovare mille altri che si presterebbero al mio volere: ma nessuno al certo potrebbe ispirarmi l'amore e la fiducia che voi m'ispirate. Già ve l'ho detto; fin dal primo istante in cui vi ho veduto, hommi sentito una inesplicabile simpatia per voi, la quale è venuta ad esser rafforzata dalla strana rassomiglianza ch'è nelle nostre fattezze del volto.

— Ed io sono oltre ogni credere felice, disse Daniele, di portare sul mio volto una guarentigia del vostro affetto.

— Di cui or ora vi darò una pruova grandissima. Ma badate, Daniele badate ch'io chieggo da voi un sacrifizio enorme, inaudito. Nessun figlio, per quanto amore avesse al padre, si è mai sottoposto alla dura pruova alla quale io vi chiamo, dandovi in compenso tutto quanto io posseggo.

Daniele si sentì dare un tuffo di sangue al cervello; le orecchie gli zufolarono; la vista gli si annebbiò.

— Tutto quanto voi possedete, signor Conte! ripetè il misero schiacciato dal peso della propria felicità.

— Sì, Daniele ecco... ecco il mio testamento, disse Edmondo mostrandogli sul tavolino un foglio di carta; ecco il mio testamento scritto di proprio pugno questa notte, alla presenza del MIO CAD...

Edmondo s'interruppe. Daniele era così sbalordito, così stupefatto da quel che sentiva, che non fece la minima attenzione a questa reticenza del Baronetto. Quel foglio di carta che Edmondo gli aveva additato come testamento sconcertava la sua ragione, imbrogliava le sue idee.

— Il vostro testamento! signor Conte... il vostro testamento!

— Sì, ed uno solo è l'erede di tutte le mie ricchezze, Daniele de' Rimini.

Questo colpo era troppo forte pel giovane: gli occhi se gli abbuiarono, la ragione gli vacillò.

— Oh... che mai dite! Signor Conte! vostro erede!... erede universale!! Due volte milionario come voi! E chi sono io dunque! E che cosa ho fatto per meritarmi tanto amor vostro?

— Nulla ancora avete fatto, ma molto dovrete fare?

— Dite, signor Conte, per carità, parlate; che cosa debbo fare per dimostrarvi la mia gratitudine? Come sdebitarmi con voi di tanta pruova di affetto? Parlate, la mia vita è vostra.

— Ascoltate, signor de' Rimini, ascoltatemi attentamente. Vi dirò poscia le condizioni ch'io pongo all'eredità che vi lascio.

«Sappiate dunque che da qualche tempo io sono travagliato giorno e notte da un pensiero che mi dà morte. Tutt'i mezzi ho tentato per fugare questo fantasma che mi strugge, ma tutto indarno. Voi maraviglierete della stranezza del mio male, ma per quanto si voglia strano, esso non è men vero terribile... Ebbene, io non so perchè, m'immagino che morrò di morte apparente, e che sarò tratto alla tomba ancor vivo!

Daniele fece un movimento di sorpresa, cui Edmondo non badò punto e prosegui:

— Capite voi, signore, tutto il terribile di simigliante pensiero?

Esser sepolto vivo! Destarsi nelle tenebre, chiuso in ferrea bara! Aver la certezza che nessuno potrà aiutarti, che nessuno potrà udire la tua voce. Mancarti l'aria! sentirti scoppiare i polmoni! E quel coverchio di piombo che non cede a sovraumani sforzi che fai per dischiuderlo! Inesorabile come l'eternità! Esser morto ed avere il sentimento e le angosce della vita! Esser vivo cogli orrori della morte! Sentirsi morire lentamente e tra gli strazii di una volontà impossente! Sentirsi estinguere e pensare che forse su quei pochi palmi di terreno che ti covrono si trova qualche essere umano il quale potrebbe aiutarti se arrivasse a udire la tua voce!....

Viver sepolto, mentre si piange forse in sulla tua tomba! Oh! questo pensiero è troppo atroce, n'è vero signore? Non è cosa orribile il pensarci soltanto?

— Non ci è dubbio, rispose Daniele, sempre più attonito dalle parole del Conte; ma fa d'uopo considerare, signor Baronetto, che simili casi non sono che rarissimi...

— Rarissimi!... rarissimi, voi dite! Oh! è vero, rarissimi sono i casi conosciuti, ma quanti milioni di questi casi non han potuto accadere, rimasti miseramente ignoti e sepolti negli orribili segreti della tomba! Rarissimi! voi dite! E siete forse andato voi a verificare i misteri del sepolcro? Quando si son gittati sei palmi di terreno sovra una bara, chi ha mai pensato di andare ad esplorare se l'uomo rinchiuso in quella bara sia ridesto all'apparente sonno di morte? Oh quante volte forse, quante volte una tenera sposa, un figlio inconsolabile si strugge in lagrime, mentre il misero consorte, il padre amatissimo muore nella più orrenda disperazione che mente umana possa concepire, quella di esser sepolto vivo! Rarissimi voi dite questi casi! ed avete voi, mai nel silenzio della notte, messo l'orecchio sulla terra dei morti? Oh quante volte il gemito dell'aura notturna tra i cipressi d'una tomba è l'eco di un gemito che si perde nelle visceri della terra! Oh quante volte le preci che risuonano sopra un feretro di fresco aperto, invece d'implorare dal cielo la requie eterna ad un morto, accompagnano l'agonia straziante d'un moribondo! Voi credete che tali casi siano rarissimi? Or bene io dico che su cento persone che vengono sepolte, un trenta almeno vengono menate ancora vive alla tomba. Leggete, leggete, signore, quest'opera tedesca sulla Morte apparente, e vedete in quante maniere si può esser tratti in inganno dai segni apparenti della morte. Migliaia di esempi troverete in quest'opera di persone che furon credute morte e che in fatti non lo erano! La morte apparente è sì comune, massime, ne' vecchi! Ebbene, io ho provveduto a questo: ho provveduto benanche all'avvenire del mio cadavere, a quest'ente che gli uomini abbandonano come cosa che più loro non appartenga. Si pensa a figli, si pensa alla moglie, a parenti, agli amici, a' servi ed al proprio cadavere non si pensa. Incredibile cecità! Ma io vi ho pensato, e consacro tutte le mie ricchezze alla felicità del mio cadavere. Ascoltate, ascoltate a quali condizioni io vi nomino mio erede universale.

Edmondo prese dal tavolino il suo testamento e lesse con ferma voce ma cupa e sepolcrale:

«Di tutti i suddetti miei beni mobili ed immobili co' titoli annessi, in mancanza di eredi legittimi, lascio mio erede universale il giovine Daniele de' Rimini, di Napoli, esercente la professione di pianista. Ma il detto Daniele de' Rimini non potrà esser messo in possesso de' miei beni se non mostrerà legalmente di aver adempito alla seguenti condizioni:

1º In qualunque paese si trovi il detto Daniele de' Rimini nel tempo della mia morte, dovrà, dietro avviso, trasferirsi immediatamente a Manheim, in questa proprietà di Schoene Aussicht.

2º È mia precisa volontà che il MIO CADAVERE sia imbalsamato col nuovo metodo di iniezione alle carotidi. Questa operazione dovrà esser fatta dal mio medico dottor Weiss di Francoforte varii giorni dopo che io non avrò dato più segni di vita, e dietro i più esatti e scrupolosi esperimenti per accertarsi della VERA mia morte. Per tale operazione gli si darà in compenso la somma di diecimila fiorini.

3º È anche mia precisa volontà che il MIO CADAVERE, dopo l'imbalsamazione, rimanga nella camera verde del secondo piano della mia proprietà di Schoene Aussicht.

4º Il signor Daniele de' Rimini, mio erede ed esecutore testamentario, dovrà essere il CUSTODE DEL MIO CADAVERE durante NOVE MESI, a contare dal giorno della mia morte.

5º Il mio cadavere sarà vestito con quella proprietà e decenza che si convengono al rango ed alle ricchezze del Baronetto Brighton, Conte di Sierra Blonda. Ogni giorno se gli cambierà la biancheria, ed ogni settimana i vestiti.

6º Due volte al giorno il signor Daniele de' Rimini recherà egli stesso al mio cadavere, nel cospetto de' servi testimoni, il caffè, e in quelle stesse ore in cui soglio prenderlo al presente.

7º Ogni sera, dopo l'ora del tè, il signor Daniele de' Rimini suonerà, alla presenza del mio cadavere, un pezzo a piano-forte e canterà un'aria di sua scelta. Il mio cadavere sarà adagiato sulla sedia a foggia di letto, ch'è nella camera verde.

8º La più minuta e scrupolosa cura sarà messa dal signor Daniele de' Rimini a tener mondo il mio corpo da qualsiasi impurità della corruzione.

9º Il signor Daniele de' Rimini, di concerto col dottor Weiss, provvederà a' mezzi di purificar l'aere della camera verde ed allontanar le cattive esalazioni del mio cadavere.

10º Mi si useranno tutti que' riguardi e quelle attenzioni che sono dovute al mio stato, e che mi si userebbero se io fossi vivo.

11º Passato il tempo de' nove mesi, il signor Daniele de' Rimini farà porre il mio corpo in una cassa di bronzo dorato di cui egli solo conserverà la chiave, e mi farà riposare nella mia villa di Schoene Aussicht, in un apposito mausoleo che vi farà costruire. Egli si obbliga parimente di visitare di tempo in tempo le mie spoglie mortali, le quali io raccomando alla sua sollecitudine ed alle sue cure.

12º Mancandosi dal signor Daniele de' Rimini ad una sola delle condizioni da me poste, la cui esecuzione dovrà esser legalmente verificata e consegnata in apposito atto di cancelleria, s'intende il signor Daniele de' Rimini scaduto dal diritto di eredità, ed in sua vece, de' miei beni si farà l'uso che indicherò qui appresso.

13º Nel caso che il signor Daniele de' Rimini, durante il corso dei nove mesi, cadesse ammalato e non potesse quindi adempiere personalmente agli obblighi giornalieri da me impostigli, potrà affidarne l'esecuzione a persona di sua piena fiducia, e sempre sotto la sua diretta responsabilità. Il caso della sua malattia dovrà per altro essere legalmente verificato con attestati di esperti medici, a capo dei quali il mio dottor Weiss di Francoforte.

14º Da ultimo, nel caso in cui il signor Daniele de' Rimini morisse prima di me, questo testamento rimane di fatto annullato, e sarà da me provveduto diversamente alla divisione dei miei beni.

15º Se il signor Daniele de' Rimini morisse nel corso dei nove mesi, potrà delegare altra persona di sua scelta a continuare l'adempimento dei presenti obblighi; ma le disposizioni testamentarie del signor de' Rimini non avranno vigore se non spirato il termine di nove mesi, e verificata in piena regola l'esecuzione della mia volontà.

Il testamento conteneva altre disposizioni che Edmondo stimò inutile di leggere al giovine pianista, trattandosi di cose secondarie e di rito legale.

Daniele avea prestato attento l'orecchio alle strane condizioni che il Baronetto avea posto al possedimento della sua eredità. Durante la lettura del testamento, molte fiate sospinse gli occhi attoniti sul sembiante del milionario, perocchè sospettava non essere il costui cervello nel naturale suo sesto. Ma niente rivelava in Edmondo alterazione di mente; e le condizioni del suo testamento, avvegnachè non mai intese, eran dettate con molta regolarità e ponderazione. Si scorgeva che quel soggetto avea per molto tempo formicolato nel cervello di lui, ed era in particolar modo originato dalla strana paura di essere sepolto vivo. D'altra parte, essendo inglese il Baronetto, non poteva arrecar maraviglia una strambezza di questo genere, essendo pur troppo noto che nella vita privata gl'inglesi escono sempre dalle vie comuni ed amano di segnalarsi per fatti singolari e bizzarri. Dopo alcuni momenti di silenzio, Edmondo che avea fitto uno sguardo indagatore negli occhi di Daniele, dimandandogli:

— Or bene, signor de' Rimini, sarete voi il mio erede? Accettate voi le condizioni del mio testamento?

— Le accetto, rispose con fermezza il giovine che si era fatto pallidissimo.

Edmondo mise un piccol grido di gioia, si alzò e corse ad abbracciar Daniele.

— Grazie, grazie, figliuol mio: ora la mia guarigione è assicurata, ora le mie notti non saranno più turbate da orrendi fantasmi: or son felice, sì, felice; e a te debbo la mia felicità.

Daniele era rimasto qual trasognato.

— Eccovi milionario, prosegui il Conte, eccovi due volte milionario. Questa casa è vostra, le mie proprietà sono vostre. D'ora in poi io vi considero qual figlio mio. Andate, andate dal superbo Duca di Gonzalvo e ditegli che tra dieci, venti o trent'anni voi lo schiaccerete sotto mucchi d'oro.

— Tra dieci, venti o trent'anni! Ed Emma? mormorava tra sè costernato il pianista, e guardava distratto il Baronetto sul cui volto brillavano raggi di gioia.

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