Parte Sesta
Reading edition
I. JUANITA
Ci corre debito verso i nostri lettori di rischiararli rapidamente sovra alcuni punti tuttavia scuri della nostra narrazione, ed in ispecialità su la miserevol fine della madre di Daniele, Juanita de Gonzalvo.
Al capitolo I. della Parte terza, in toccando la vita del Baronetto, dicemmo come, durante la sua dimora nell'Andalusia, egli avesse stretto amicizia col Duca di Gonzalvo, capo politico di quella provincia, il quale, imprudentemente concedendo favore e protezione alle scorrerie e alle scappate dei cavalieri del Firmamento, avea per qualche tempo nascosto e coperto agli occhi del governo di Madrid le follie di Edmondo e compagni. Dicemmo che il Duca di Gonzalvo aveva una sorella, giovinetta di straordinaria bellezza e d'indole franca, espansiva, appassionata. Era Juanita il più bel fiore di Siviglia; non vi era giovine hidalgo nel paese, il quale non sospirasse per la bella germana del governatore. Novella Rosina, ella era l'oggetto dell'ammirazione e dei voti di un gran numero di Lindori: battaglie di serenate, di fiori, di biglietti simbolici, gare di sospiri e di dolci parole, guerre di dichiarazioni: tutto ciò divertiva la fanciulla, ma nessun cavaliere avea fatto ancora profonda impressione sull'anima di lei, infino a tanto che i suoi occhi s'imbatterono in quelli del giovine inglese, di trista rinomanza nel paese, del nuovo Don Juan, cav. del Firmamento.
È curiosa e deplorabile ad un tempo la propensione che si hanno le donne in generale per gli uomini di reprensibili costumi, i quali hannosi acquistato un certo nome di avventurieri e girovaghi. In concorrenza, un giovine dabbene e costumato perde per lo più nello spirito delle donne, a paragone di un galante scioperato. Ciò vuol dire che, per lo più, le donne, hanno la fantasia più impressionevole del cuore, e caggion però negli agguati che vengon tesi alla loro vanità. Ma il pentimento tien dietro a tali inconsiderate simpatie.
Juanita s'invaghì di Edmondo: tutti invidiarono la sorte del nuovo Almaviva, compassionando interamente quella della sconsigliata fanciulla. Il giovine Conte di Sierra Blonda traeva ogni giorno a casa di Gonzalvo, dov'era ben accolto dall'amico e dall'amante; ma egli simulava con l'uno e con l'altra. Edmondo mal soffriva l'altera probità del capo politico di Siviglia; ciò non pertanto se gli mostrava affettuoso, e ascoltava con infinta docilità le amichevoli suggestioni del nobil Duca, il quale, con ogni maniera di dolci rimproveri, ingegnavasi a quegli ammonimenti fraterni, per indurre il Duca a scusare la sua condotta appo il governo centrale, che fulminava da Madrid contro la comitiva dei cavalieri del Firmamento.
Ben più agevol si era il persuader Juanita, buona credula, confidente appassionata fino al delirio. Edmondo le avea detto ch'egli non poteva parlar di nozze al Duca, fratello di lei, perocchè avea dato imprudentemente promessa di matrimonio a una giovinetta di Cadice.
— Se per poco si buccina il nostro amore, diceva il Baronetto alla sorella del Duca, io sono perduto. Già il governo mi minaccia; già mi tien d'occhio, e senza la protezione di tuo fratello, a quest'ora già sarei fuori de' confini di Spagna. Fa però tener d'uopo per ora celato a tutti il nostro amore, e sovrammodo al Duca tuo fratello, così sospettoso e che non ha di me il miglior concetto del mondo. Usiamo grande circospezione e prudenza. Verrà il tempo, e non lontano, che potrem disvelare agli occhi del mondo il nostro affetto: fidati a me che ti amo quanto la pupilla degli occhi miei. D'altra parte, se io mi aprissi a tuo fratello noi non potremmo sì facilmente vederci, come di presente, ad ogni ora del giorno: forse ei mi proibirebbe la soglia di questa casa, infino a tanto ch'io non divenissi tuo sposo. E allora potremmo noi vivere, lontani l'uno dall'altra?
A questa rete infernale venia colta la misera donzella, che amava con quell'abbandono e con quella confidenza onde amano le fanciulle sensitive. Frattanto la voce d'una perfidia senza pari commessa dal Baronetto a Cadice giunse all'orecchio del governo unitamente a' richiami d'una onesta famiglia oltraggiata. Il governo era stanco di udir richiami e doglianze. Non ostante l'alta protezione di cui godevano i cavalieri del Firmamento, un decreto di bando emanò da Madrid. Il Conte di Sierra Blonda e i suoi amici doveano tra otto giorni valicar le frontiere della penisola spagnuola.
Edmondo era furioso, non perchè costretto ad abbandonare il teatro delle sue follie, ma perchè non avea potuto ancora far di Juanita un'altra sua vittima. Ma quando si trattava di criminosi proponimenti, la sua fantasia era fertile di diabolici trovati. Edmondo rinvenne il modo col quale, anche lontano, poteva avvicinare a sè la disgraziata giovinetta.
Il Baronetto aveva un giorno presentato un suo amico al Duca di Gonzalvo: era quest'amico, o per meglio dire, questo complice di Edmondo, un giovine spagnuolo di costumi viziosi e d'indole maligna. Questi si era, per avidità di danaro, venduto in anima e corpo al Baronetto, e serviva alle costui follie con zelo e fedeltà degna di miglior causa. Il Duca avea stretta con confidenza la mano di questo uomo, siccome quella del Baronetto, e stimava entrambi leali e ben nati cavalieri. La sua casa era aperta ai due amici: una fiducia illimitata lor veniva accordata. Egli e il suo complice si congedarono dal Duca di Gonzalvo, il quale, gli abbracciò col volto bagnato di lagrime, e manifestò loro il più profondo cordoglio per la condanna che li aveva colpiti. Più strazianti ancora si furono gli addio di Edmondo e di Juanita, la quale non potè, alla presenza del fratello, disfogare tutto quel dolore che le cagionava la partenza del suo amato. Gli è vero che il giorno dinanzi, Edmondo l'avea in segreto rassicurato che le sarebbe rimasto fedele insino alla morte, confortandola a sperare nell'avvenire e negli aventi, e nella promessa che ei le dava di sposarla non si presto ritornava a porre il piede in Ispagna.
Edmondo e il suo amico doveano attraversare quasi tutta la Spagna per trasferirsi a Bajonna, sulle frontiere della Francia, per dove intendevano muovere, e dove il Baronetto possedeva un piccol feudo.
Giunti a Madrid, l'amico di Edmondo si presentò all'autorità, e pronunziò una di quelle parole che bastano a troncare una vita civile: era una orribil calunnia politica contro il Duca di Gonzalvo, governatore d'Andalusia. Una falsa scritta ben congegnata fu recata a luce e il Duca fu accusato d'intelligenza co' nemici del paese e di clandestina corrispondenza coll'uomo che avea già ripieno il mondo colla fama delle sue gesta militari. Il giorno appresso, un dispaccio telegrafico da Madrid ordinava la dimissione del Duca di Gonzalvo dalla sua carica, e il pronto suo sgombero dal territorio spagnuolo. Il Duca fu colpito senza conoscere che cosa avea cagionata la sua condanna: non valsero le sue proteste, le sue giustificazioni: l'ordine era preciso ed inappellabile. Il nobile spagnuolo fu ferito nell'anima; versò lagrime amare! perocchè non tanto gli dava cruccio la perdita della sua carica e l'esilio al quale era condannato, quanto il pensare alla macchia che avrebbe bruttato il suo cognome, venuto per secoli in gran grido di attaccamento e fedeltà ai Monarchi delle Spagne.
Non osiamo dipingere gli eccessi della sua collera, quando da Madrid gli venne comunicata la cagione del suo bando e l'infame calunnia che lo avea prodotto. Il Duca si abbandonò a tal furore che gittava urli disperati ed imprecazioni atroci contro l'ignoto nemico che lo avea vilmente calunniato. Oh se egli avesse saputo chi era il vero autore del tradimento! Frattanto giunsegli una lettera di Edmondo, colla quale questi, dicendogli di aver conosciuta la disgrazia di lui, invitavalo a venire a Bajonna, insieme a sua sorella, e gli offriva la propria casa per soggiorno.
Il Duca fu commosso da questo ch'ei credeva sincero attestato di amicizia, e non ebbe difficoltà di accettare l'offerta di ospitalità che gli faceva il Conte di Sierra Blonda, suo amico. L'ex-capo politico di Andalusia dovea partire immantinente: le sue istanze di recarsi a Madrid furono rigettate. Il Duca era allora promesso sposo della giovanetta Isabella di Monreal, che abitava coi suoi genitori nel castello di Santiago, poco discosto dal capoluogo della provincia. Egli scrisse alla sua fidanzata la disgrazia che lo avea colpito, di cui giurò di essere innocente. Ignaro del proprio destino, egli volle mandare alla sua promessa sposa un pegno del suo amore e della sua fedeltà, e le regalò il proprio ritratto che un pittore italiano gli fece in tutta fretta: era quello appunto che avea fatto impressione a Daniele.
Il Duca si separò con dolore da' pochi amici che gli erano rimasti divoti dopo la sua disgrazia, e s'imbarcò a Cadice sopra un piccolo legno commerciale, colla sorella Juanita che avea voluto partecipare alla sua sorte, e con un fedel domestico che non volle dividersi dai suoi padroni. Tutta la provincia di Andalusia rimpianse la perdita del buon governatore, e stimò, com'era, calunnia l'accusa che avea provocato l'esilio.
Nell'entrare sotto il tetto del suo amante, Juanita si credè felice e, stimò arrivato il momento in cui i suoi voti sarebbero stati esauditi. Nessun ostacolo più si frapponeva alle sospirate nozze! Edmondo nulla più aveva a temere da quella famiglia di Cadice, nel seno della quale egli avea portata la sventura. Più saldi vincoli di amicizia e di fratellanza stringeva ormai tra lui ed il Duca l'ospitalità generosa offerta ed accettata con piena fiducia ed amore.
Fin dal primo giorno che Juanita si trovò sotto il tetto di Edmondo, il pregò con tutta la forza che sapea ispirarle l'amore, di svelare alla fine al Duca il loro affetto e chiederla in isposa. Edmondo promise di appagare al più presto il desiderio di lei, ch'era puranche, com'ei diceva, il suo più ardente voto. Intanto, un mese passò, passaron due passaron tre mesi; Edmondo nulla avea detto al Duca di Gonzalvo, trovando sempre nuovi pretesti al suo silenzio...
Juanita sperava, e amava! Edmondo aspettava!!
E l'ora che il perfido aspettava non tardò a giungere!.. E l'ora della colpa fu al tempo stesso il germe dell'ora del castigo.
L'ospitalità tradita con un delitto a Bajonna, additava L'OSPITALITÀ TRADITA CON UN DELITTO a Manheim!
Juanita sedotta diveniva la madre di Daniele parricida!!...
Tiriamo un velo densissimo sulle funeste conseguenze di una colpa, sulla quale Juanita pianse a lagrime di sangue. Inauditi sacrifici di ogni giorno, di ogni ora, di ogni minuto; palpiti orribili di paura, di vergogna; sussulti di speranza, angoscie di cuor tradito nella sua piena annegazione; preghiere fervidissime rigettate dal più duro cinismo; amarissime lagrime divorate nel segreto delle notti; apprensioni terribili; ecco la storia di questa misera esistenza di donna. Juanita s'infermò, la sua malattia fu avventurosa, perocchè essa, celando la colpa, allontanava la vendetta del Duca che sarebbe piombata terribile su lei e sul perfido amico.
Dopo un anno della dimora del Duca di Gonzalvo e di Juanita nell'ostello del Baronetto a Bajonna, un bambino apparì in quella casa. Daniele fu detto esser figlio di una cameriera ch'era stata presa a' servigi di Juanita. Per molto tempo durò la simulazione.
Edmondo avea gittato l'ipocrita maschera. Ogni speranza era morta nel cuor di Juanita! La disperazione avrebbe indotto la misera donzella a porre un termine ai propri giorni, se un poderoso sentimento non l'avesse obbligata a vivere, l'amor materno.
Ma un giorno, orribil giorno! tutto fu discoperto agli occhi del nobile Duca di Gonzalvo. Uno slancio di amor materno avea tradita la sciagurata Juanita! Il Duca si abbandonò a tutti gli eccessi di un furore che non conosceva alcun limite. La mano del fratello avea colpito l'infelice vittima del più vil tradimento. Ella fu salva per miracolo dall'ira del nobile che aveva una benda di sangue innanzi agli occhi. Edmondo si era codardamente involato alla vendetta dello spagnuolo.
La madre eziandio fuggì col fanciullo, scampato per prodigio al furore del Duca. Per ben tre anni Juanita errò in Francia e in Italia; comprando la sua vita e quella del figlio colle fatiche delle proprie braccia. Sovente lo scherno o l'ingiuria accoglievano le sue istanze per ottener lavoro. Intanto per le vicende de' tempi e per la fortuna delle armi francesi in Ispagna, la condanna del Duca di Gonzalvo era annullata. Juanita, tenendo per certo il ritorno del Duca suo fratello in Siviglia, concepì la speranza di un perdono per un fallo, di cui ella stessa era stata la più misera vittima, e che già aveva espiato con parecchi anni di abbandono, di miseria e di crudeli fatiche, Juanita deliberò di far ritorno in Ispagna. Ella si trovava allora nelle nostre Calabrie.
Per mandare ad atto il suo proponimento, ella scrisse una lettera commoventissima ad un vecchio amico della sua famiglia, implorandone i buoni uffici appo il fratello, e pregandolo di mandarle del denaro per intraprendere il lungo viaggio. In questa lettera essa gli raccontava la serie dolorosa delle sue sciagure, i giorni di miseria e di vagabondaggio ch'era stata costretta a menare per sostentare il pargoletto figliuolo, e faceva tal quadro tristissimo della propria situazione da dover muovere anche un macigno.
Dopo non pochi mesi giunse una risposta a questa lettera. Il vecchio amico della nobil famiglia di Gonzalvo le scriveva: essere il Duca tuttavia fuori della sua patria, non avendo voluto profittare della grazia concedutagli, per rimaner fedele e devoto al suo legittimo Sovrano. Soggiungeva la lettera che il Duca si era ammogliato da parecchi anni con Isabella di Monreal, la quale avea voluto seguir la sorte di suo marito, e che avea fatto porre nelle condizioni del matrimonio di non dover giammai il Duca suo marito accogliere novellamente in casa la sciagurata Juanita, disonore della propria famiglia. L'amico esortava nella lettera la disgraziata giovine a dismetter l'idea di andar giammai a raggiungere il fratello, dal quale non avrebbe ricevuto accoglimento veruno; sconsigliavala parimente a ritornare in Ispagna, dove il suo nome era esecrato e dove non avrebbe incontrato che ingiurie e abbandono da tutti gli antichi amici della sua casa. Tutta la lettera era dettata con una durezza di cuore che si spingea fino al sarcasmo e alla derisione. Il cuore di Juanita fu trapassato da acuta freccia essa si tenne abbandonata da Dio e dagli uomini. Allora che ricordava i giorni della sua innocenza, gli agi, gli onori, i piaceri, l'amore della sua famiglia, ed ora si vedea caduta all'imo della sventura e della prostrazione, l'infelice facea risuonar l'aere del suo meschino abituro con grida e pianti altissimi, che faceano gridare e piangere il fanciulletto Daniele, senza che avesse compreso la ragione di quelle lagrime e di quei gemiti. La madre stringeva al seno l'innocente figliuolo, il divorava di baci, ed alle infantili dimande di lui non sapea rispondere che con lagrime e carezze.
Era l'anno 1809, e per le nostre contrade tempi di politiche sciagure. Le Calabrie, messe qualche anno addietro in istato di guerra, erano tuttavia il teatro di frequenti deplorabili fatti. Juanita lucrava il sostentamento suo e del figliuoletto, dandosi a' lavori più umili. Ella abitava una casipola posta a piè d'una montagnuola. Ne' primi giorni di quell'anno 1809, la misera fu colta dal vajuolo. Chi può narrare le angosce di quel cuore di madre che vedea mancare il pane al figlio, e non potea procacciargliene, affranta com'era dal male, abbandonata da tutti e pel timore del contagio ond'eran presi i vicini abitanti, e pei tempi che si erano rotti piovosissimi e tetri. Un giorno, la derelitta non potendo più resistere al pianto del fanciullo che chiedeva del pane, il mandò con un suo biglietto a una donna che dimorava poco distante, e ch'era di compassionevol cuore; pregandola di aver pietà dell'innocente fanciullo e dargli qualche moneta, ch'ella le avrebbe immancabilmente restituita non appena rimessa in salute. Quel fanciullino era così bello, così gentile, così nobil di volto! il piccolo messaggiere partì non senza aver ricevuto dalla sventurata madre un milione di baci e di raccomandazioni. Si trattava di attraversare una strada non più lunga di un quarto di miglio. La madre aspettava con grande e perplessa ansietà..... Daniele più non tornò! Il fanciullo era stato rapito da alcuni facinorosi e condotto in altra provincia delle Calabrie. Lasciamo immaginare a' nostri lettori la disperazione dell'infelice madre e tutto ciò che fece per trovare le orme dello smarrito figliuolo. Tutto fu inutile!
Giunse una mattina alle orecchie della sventurata che un fanciullo era stato trovato estinto in un vicino bosco. Colma era la tazza della sventura! Juanita perdè la ragione! La mattina del 25 gennaio di quell'anno 1809, il cadavere d'una donna fu visto galleggiare sulle acque del fiume Basento. La notte precedente, Juanita vi si era gittata. Inesplicabili decreti di Dio! In quella medesima notte, Giacomo Fritzheim, reduce da un piccol viaggio fatto nell'interno del reame per commissione, ed avendo smarrito il cammino, s'imbatteva, in una selva della Sila, nel fanciullino, e seco il menava a Napoli, dopo aver fatto le debite dichiarazioni alle autorità del paese. Il figlio era trovato, ma troppo tardi! Daniele, di peso e d'incomodo a' suoi rapitori, era stato da essi abbandonato nelle boscaglie della Sila.
Molti anni dopo la morte di Juanita, tutta la sua tristissima storia fu nota al Baronetto Edmondo, origine di tante miserie e sciagure. E quando, credendo di fare ammenda delle sue colpe, volle pensare al sostentamento de' propri figli, Maurizio Barkley, incaricato di questo pietoso uffizio, non ebbe bisogno che di prendere da' registri municipali i connotati lasciativi dalla deposizione di Giacomo Fritzheim, per porsi sulle tracce del figliuolo di Edmondo.
Il Duca di Gonzalvo seppe la crudel tragedia della sorella, ed ebbe un gran pentimento della inflessibile durezza del proprio carattere. Egli era frattanto tornato nel 1815 a Siviglia, investito novellamente del suo pristino potere e dell'alta carica che dinanzi vi occupava. Gli avvenimenti politici del 1820 il toglievan d'ufficio, dacchè egli era accusato di troppo attaccamento all'antica forma del governo della Spagna. Il Duca di Gonzalvo, già padre della bella Emma, nel cui amore egli era felice, traeva con la sua famiglia a soggiornare in Napoli.
Questi rapidi cenni bastano a rannodare con lucidezza gli avvenimenti che abbiam preso a narrare, ed al cui sviluppo ormai ci accostiamo.
II. IL RITORNO
Qualche tempo è scorso dagli avvenimenti che abbiamo narrati nella quinta parte di questo racconto.
Erano le dieci del mattino d'una rigida giornata d'inverno. Nel palazzo di S... a Toledo tutto annunziava che la notte durava ancora: chiusi i terrazzini e le finestre della camera da letto; i servi oziosi nelle sale; il silenzio nell'interno de' vasti appartamenti. Una elegantissima carrozza chiusa, al cui timone erano attaccati quattro superbi cavalli inglesi, si fermò dinanzi al portone del Palazzo S...
La cassetta di questa carrozza era difesa dalle ingiurie del verno da un ricchissimo copertone sul quale sedevano il cocchiere e un valletto, entrambi vestiti a nero con grandissima decenza. Al seggiolo del servitore stava sdraiato un gigante cacciatore dalla barba foltissima e colle solite armi proprie della sua carica. Arrivata la carrozza al portone, costui smontò dal suo seggiolo e si fece dappresso ai cristalli dello sportello per prendere i comandi del padrone. Intanto il portinaio del Palazzo S... veduto quella carrozza di gran signore fermarsi alla bocca del portone, stimò suo dovere inoltrarsi fin presso al montatoio del cocchio per sapere chi era il proprietario di que' magnifici quattro cavalli inglesi, e che si volesse. La tendina che copriva nell'interno lo sportello fu scostata alquanto, e una faccia pallidissima si mostrò dietro di essa. Poco stante, i cristalli furono abbassati, e una voce partì dalla carrozza per trasmettere un ordine. Il cacciatore chiese al guardaportone se il Duca di Gonzalvo era in casa. Dietro l'affermativa, il predellino fu abbassato, e un uomo venne fuora della carrozza ed entrò nel portone. Quell'uomo era Daniele.
Era impossibile di riconoscerlo. Un pallor plumbeo covriva le sue guance, il cui lividore maggiormente risaltava sulla barba nera che di presente gli chiudeva la faccia in ogni verso. La sclerotica degli occhi, da bianca, era divenuta affatto gialla, e due cerchi neri, come due ferri di cavallo, solcavangli l'altezza delle gote. Qualche cosa di stralunato e di infermiccio era nel suo sguardo incerto e sospettoso. Piuttosto che un giovine di venticinque anni, l'aria della sua persona ne dava a credere trentacinque o quaranta. I suoi lunghi capelli erano già bigi! il delitto avea gittato la prematura canizie su quel giovine capo: le sue spalle erano bastantemente ricurve. Daniele avea puntualmente adempito ai patti della eredità del Baronetto! i nove mesi di crudeli sofferenze fisiche e morali erano spirati. Non diremo nove mesi, ma nove anni eran passati pel figlio di Edmondo, contati colla febbrile impazienza di tutte le più veementi passioni, onde può essere agitato il cuore umano. Quei nove mesi erano stati una lunga e tormentosa tensione di tutte le facoltà dell'animo di quel giovine; la sua vita e la sua ragione erano state attaccate ad un sol filo: la passione dell'oro. Prima di conseguire l'eredità, il pensiero di Emma era secondario in lui; ma, dopo, la passione per l'Andalusa si alzò a prima potenza nel suo cuore.
Noi non tenteremo di rimuginare nella melma di quel cuore e rimestarvi le passioni odiose che il fanno pulsare e vivere. Sfuggito all'umana giustizia, Daniele è sotto l'invisibil PROCESSO d'un'altra giustizia, alla quale nessun reo può sottrarsi. Noi però non oseremo gittare un'occhiata nel fondo di quel cuore, caos tenebroso e terribile, su cui è sospeso il fulmine di Dio. Questa volta Daniele non fu introdotto nel modesto stanzino da studio del Duca di Gonzalvo, bensì nel gran salotto, di ricevimento. Nel riporre il piede in quella casa, l'antico maestro di Emma fu preso da una forte vertigine e dovè appoggiarsi contro un muro per non cadere. Entrando nel salotto, ei disse al cameriere di annunziare al Duca di Gonzalvo un signore che dee parlargli per negozi d'importanza. Egli volea sorprendere il Duca alla sprovvista.
Siccome accennammo la famiglia di Gonzalvo era tuttavia a letto, però conveniva a Daniele di aspettare: ei si sedè sovra un canapè, e si abbandonò alle profonde meditazioni che gl'ispirava la sua situazione. Tutto quanto gli era accaduto sembravagli un sogno strano e orrendo? Non per tanto egli tornava ricco, ricchissimo! La sete ardente della sua giovinezza era appagata! Due volte milionario!! Quest'idea non era più per lui l'oasi lontana, inaccessibile a' suoi passi, meta favolosa delle sue febbrili aspirazioni; e sibbene era una realtà, un fatto! il più ricco tra i giovani! Tra pochi momenti avrebbe riveduta Emma di Gonzalvo, la superba spagnuola, che aveva affettato disprezzo per lui meschino maestro di musica! Tra pochi momenti avrebbe riveduto quel Duca orgoglioso e altero che tanto lo aveva umiliato in quell'ultimo abboccamento ch'egli si ebbe con lui! Daniele mormorava tra i denti con sogghigno:
— Ah! Signor Duca di Gonzalvo, voi dicevate che una stolta speranza mi aveva illuso: perdonavate alla mia fanciullezza l'audacia delle mie parole, chiamaste insulto la mia proposta di matrimonio! Ah... Signor Duca, gli è vero che allora io non aveva due milioni da offrirvi; ma io allora era giovine, avea genio, speranze, ERA INNOCENTE!! Oggi, io vengo a portarvi il MILIONE che voi mi chiedete per mezzo della mano di Emma! Un milione rappresenta dieci generazioni di nobiltà; un milione è una potenza, una grandezza, uno stato. Furon queste le vostre parole, signor Duca! Ed eccovi soddisfatto! Io ritorno milionario, siccome vi promisi.
La faccia di Daniele si allividì maggiormente, ed egli soggiunse cupamente, e con infernale sarcasmo.
— Ma voi, signor Duca, dimenticaste di aggiungere queste altre parole ch'io soggiungo alle vostre: Un milione rappresenta ancora dieci generazioni di coscienze impure; un milione è un marchio d'ignominia per la fronte di un uomo.
Poco di poi Daniele ripigliava sempre tra sè:
— Direte da parte mia a Daniele de' Rimini che adempia esattamente agli obblighi impostigli, perchè Emma sua cugina, lo aspetta! Che intese dire quell'uomo? Emma mia cugina! Eppure, sempre che penso allo strano rapporto delle mie reminiscenze infantili, sempre che penso all'impressione che fece in me quel ritratto del Duca, che io vidi in questa casa in quell'ultimo giorno che io qui venni, non so perchè trovo spiegabile il mistero di questa parentela! Emma, mia cugina! E il Duca che mi colmava di umiliazioni e d'ingiurie è dunque mio zio! mio padre gli era dunque fratello, o mia madre sorella! Quando ricordo la spiacevole impressione che il nome di Gonzalvo produceva sull'animo di mio padre, non posso che sempre più convincermi delle relazioni che han dovuto passare tra loro!.. Ma questo mistero tra poco sarà schiarato! Tra poco il superbo spagnuolo dovrà in ogni modo umiliarsi al mio cospetto! Oh il denaro è pur la gran potenza! Ora io mi sento grande quanto le più grandi sommità sociali, mi sento forte, ardito, superiore a tutti... Ora si che si può vivere!
Ciò dicendo, un urto di tosse cupa e profonda si fece udire dalla cavità del suo petto; e due fiammelle di rosso carico apparvero sulle sue gote. In questo, il Duca di Gonzalvo entrò nel gran salotto di ricevimento. Daniele si alzò, chinò la testa, e nulla disse, aspettando che il Duca l'avesse riconosciuto.
— Chi è il signore, e che cosa brama? chiese il nobile tenendosi all'impiedi.
— Non ho il bene, signor Duca di essere da lei riconosciuto? disse Daniele, fissando gli occhi sul volto di lui.
Il Duca il ragguardò con grande attenzione, cercando di richiamare le sue rimembranze, ma non potè risovvenirsi di quel personaggio che gli stava dinanzi. Daniele era del tutto cangiato; la sua barba, il suo pallore cinereo, l'aria del suo volto, le spalle alquanto ricurve ne avean fatto un altro uomo, per modo che non pure al Duca ma a chiunque altro più intrinseco col giovine, sarebbe stato impossibile il riconoscerlo.
— Non ricordo di lei, disse freddamente il Duca di Gonzalvo.
— Allora aiuterò le rimembranze di lei, signor Duca, pronunziando il mio nome che forse non le sarà uscito di memoria. Io sono Daniele de' Rimini.
— Daniele de' Rimini! ripetè il nobile, e stette per qualche tempo in cerca de' propri pensieri.
— Non ricorda il mio nome, signor Duca? Ricorderà io spero, il maestro di piano-forte di sua figlia Emma.
Il Duca ebbe un soprassalto di sorpresa.
— Ah! voi, signore! Voi, Daniele de' Rimini, quel giovine ch'ebbe la follia d'innamorarsi di mia figlia!
— Per lo appunto, signor Duca, io sono quel desso!
— Ah! bravo! mi fa veramente piacere di rivedervi, signore; piacciavi di accomodarvi. E da quanto tempo siete di ritorno in Napoli?
— Da pochi giorni, signor Duca, rispose Daniele sedendo sovra una poltrona.
Il Duca si era seduto, e sembrava lietissimo di rivedere il giovine pianista.
— Vi ringrazio davvero di esservi ricordato di noi, mio caro de' Rimini; eh, come si sta? Vi confesso che vi trovo molto cambiato, tanto che mi è stato malagevole di riconoscervi. Avete forse sofferto qualche malattia?
— Sì, signor Duca, molto ho sofferto, ho avuto malattie mortali; eppure il vivo desiderio di mantenere la mia promessa verso di voi me le ha fatto superare... Oh! io temeva tanto di morire prima di questo giorno!
— Voi avete una promessa verso di me? dimandò il Duca maravigliato.
— Sì, signor Duca, siccome voi pure l'avete verso di me. Io non ho dimenticato la mia, ma veggo pur troppo che voi avete obliata la vostra.
Il nobile incominciava a comprendere; egli era estremamente sorpreso, ma non era sicuro della sanità della mente nel giovine, per maniera che il ragguardava con sospetto misto a dolore.
— Mi avveggo che non mi avete ancora compreso, signor Duca: cercherò di farmi comprendere meglio. Oggi, signor Duca, siamo a MERCOLEDÌ 17 DICEMBRE 1828.
— Or bene? chiese il nobile sempre più maravigliato.
— Or bene compiacetevi di gittare un'occhiata su questa carta.
Daniele trasse da un elegante portafogli un fogliettino di carta e il consegnò al Duca; il quale con indicibile sorpresa lesse:
Oggi io Duca di Gonzalvo prometto sul mio onore a Daniele de' Rimini di non prender verun impegno di matrimonio per mia figlia Emma prima che spirino due anni dalla data di questo giorno. Napoli 17 dicembre 1826 — Duca di Gonzalvo.
Il volto del Duca diventò pallidissimo come cera.
— Che vuol dire questo? dimandò egli con turbamento.
— Vuol dire, signor Duca, ch'io vengo a reclamare da lei l'adempimento delle sue promesse.
— Delle mie promesse?
— Si signor Duca, il prezzo che voi metteste alla mano di vostra figlia era enorme; io non poteva allora offrirvelo: presi due anni di tempo e non ho mancato alla mia parola. Io sono milionario, signor Duca.
— Voi, voi, milionario!
— Per lo appunto, e vengo a chiedervi la mano di vostra figlia.
Il Duca non dubitò più che Daniele fosse demente.
— E dove l'avete il milione? dimandò con sarcasmo il padre di Emma.
— Su quasi tutte le banche di Europa, rispose il giovine. Se vi compiacerete di passare al mio studio, strada Toledo, Palazzo M... vi si darà minuta contezza de' miei beni.
— Al vostro studio!
— Eccovi il mio indirizzo, signor Duca.
Daniele cavò dal portafogli una cartellina e la consegnò nelle mani del nobile, il quale vi gittò distratto un'occhiata. Quella cartellina conteneva le seguenti parole:
Il Conte di Sierra Blonda — Strada Toledo, Palazzo M.
Il Duca mise un grido altissimo; afferrò Daniele per ambo le braccia, il guardò con occhio di matto.
— Il Conte di Sierra Blonda! Il Conte di Sierra Blonda!! Dov'è costui? Dov'è l'infame? Che rapporto avete voi col Conte di Sierra Blonda? Chi siete voi? Come questo abborrito nome si trova in su questa cartella? Chi siete? parlate.
— Sono il suo erede.
— Erede!!... Egli è dunque morto!
— Morto!! ripetè Daniele.
Il Duca ricadde estenuato e affranto in sulla sedia.
— E dove, dov'è morto l'infame?
— A Manheim, in Germania.
— In Europa! così vicino!! mormorò il Duca... E voi, signore, chi siete voi che avete ereditato le ricchezze e i titoli di quel ribaldo?
— Io sono... SUO FIGLIO.
— Suo figlio! E la madre vostra... chi era ella?
— L'ignoro, signor Duca, conosco soltanto che mia madre era spagnuola.
— Spagnuola!... Ma il vostro cognome non è dei Rimini?
— Lo era, signor Duca, due anni fa; io sono Daniele Brighton, Conte di Sierra Blonda.
Il Duca sembrava un forsennato. Questa scoperta inaspettata gli avea posta la febbre nei polsi... Daniele forse era suo nipote, figlio della sventurata Juanita, figlio dell'abborrito Edmondo. Il nobile si era coperto la fronte con ambo le mani, e si era sepolto nei suoi pensieri, cercando di strigare il caos che si era formato nella sua mente. Daniele frattanto, dopo alcuni momenti di silenzio, ripigliava;
— Quali che sieno state le relazioni passate tra voi e mio padre, signor Duca, non potranno mai influire sul reciproco adempimento delle nostre promesse. Oggi io sono milionario e nobile, e ripeto vengo a dimandarvi la mano di vostra figlia.
Il Duca alzò il capo, e guardò Daniele in maniera come se non l'avesse compreso. Daniele ripetè:
— Non avete nessuna risposta a darmi, signor Duca?
— Voi mi chiedete la mano di mia figlia?
— Per lo appunto.
— Voi dunque ignorate che mia figlia è MARITATA?
Daniele si levò di botto, come, per lo scatto di una molla.
— Maritata!! Emma maritata!
Il Duca fu spaventato dalla feroce espressione degli occhi del giovine.
— Ella è maritata, vi ripeto.
Daniele mise un sordo gemito, indi fu assalito da una tosse violenta e terribile, che durò alcuni minuti, a capo de' quali disse al Duca con voce appena sensibile:
— Uomo senza onore vil creatura!.... Maritata!.... E chi è l'indegno ch'ella ha sposato?
— Ecco lo sposo di mia figlia, disse il Duca additando un uomo ch'era apparso sulla soglia del salotto.
— Maurizio Barkley! esclamò Daniele, e una fiamma di furore gli incendiò la faccia.
III. LO SCHIAVO
Innanzi tutto spieghiamo in che modo era avvenuto il matrimonio tra Maurizio ed Emma.
Già motivammo le ragioni che a poco a poco persuasero la figlia del Duca a disamar Daniele. Un giorno ch'ella era in compagnia di Lucia costei le palesò la storia del giovin trovatello; le disse come Daniele era stato educato insieme con lei; le narrò fil per filo la storia dei loro innocenti e fanciulleschi amori, ond'ella concepì in appresso tanta passione; non le nascose il giuramento che Daniele avea profferito al letto di morte del suo secondo padre e benefattore; e soltanto non disse motto riguardo al sussidio mensuale ch'egli ricevea da misteriosa mano, avendole proibito Maurizio di palesar questo alla Duchessina. Maurizio era divenuto l'amico più intimo della giovinetta Lucia: quelle due anime nobili e gentili si erano ravvicinate nella simpatia della virtù. Lucia trovò, un fratello in Maurizio. Molte volte la fanciulla il pregò di rivelarle il nascimento di Daniele; ma egli, anche dopo la morte del Baronetto serbò il segreto su questo particolare, aspettando che gli avvenimenti avessero rischiarato un fatto, sul quale non volea gittare alcuna luce, però ch'ei temeva giustamente di perdere l'amicizia del Duca di Gonzalvo e di Emma, se avesse fatto conoscere le relazioni che eran passate tra lui ed il Baronetto Brighton.
Ritornato in Napoli, dopo il viaggio rapidissimo che avea fatto in diversi paesi di Europa per eseguire l'ultima volontà di Edmondo, Maurizio mantenne il più assoluto silenzio su gli avvenimenti ch'erano accaduti a Manheim. Riveduto con estremo piacere dal Duca di Gonzalvo e da Emma, la sua passione per la giovine Andalusa si accrebbe a tale, che gli fu impossibile di nasconderla più a lungo agli occhi della nobile giovinetta: Emma il comprese, ed il suo cuore indovinò ch'ella era da gran tempo amata. Il cuore di Emma era libero. Maurizio era il modello della virtù sulla terra: non passava giorno in cui quel generoso amico non le desse novello argomento di stima e di ammirazione, tanto che agli occhi di lei nessun uomo avrebbe mai potuto arrivare all'altezza cui si era messo l'Esquire Barkley. Egli non era nè ricco, nè nobile, ma la sua anima era una miniera inesauribile di ricchezze e di nobiltà. Tutti gli uomini sembravano ad Emma o troppo effeminati, o infinti, o pieni di basse e volgari passioni, o troppo invasi d'amor proprio e tronfi di sè stessi. Ella finì col disprezzare tutti gli adoratori che le facean cerchio, e non tenne in pregio che il solo Maurizio.
Dal momento che la figliuola del Duca si accorse di essere amata dall'inglese, ella non si abbandonò più verso di lui a quelle espressioni di amicizia a cui dianzi abbandonavasi. Maurizio si avvide di essersi tradito, di essere stato compreso, e da questo istante i suoi giorni non furono che una continua trepidazione. Nel cospetto di lei, egli allibiva, arrossava, confondevasi, tremava! Un giorno Lucia Fritzheim era in casa di Emma. Queste due tenerissime amiche si vedeano ben sovente, e la loro affettuosa intrinsechezza avea in qualche modo fatto sparire la distanza che la fortuna avea messa tra loro. In mentre che le due fanciulle stavano col cuor sulle labbra raccontandosi tutte quelle piccole avventure di famiglia che formano l'ordinario subbietto delle conversazioni donnesche, Maurizio si presentò... Il suo volto era scolorato, i suoi occhi erano bagnati di pianto.
— Io parto, diss'egli seccamente alle due fanciulle.
— Partite!! esclamaron queste con maraviglia e dolore.
— Sì, signorine, parto per l'Inghilterra.
— Un'altra volta? disse Emma, a cui tutto il sangue era sparito dalle sembianze ed era ito a piombarle sul cuore, cagionandole un palpito che le serrava il respiro.
— E quando ritornerete? dimandò Lucia.
— Non tornerò più, mormorò cupamente l'Africano, figgendo con disperata angoscia i due strali dei suoi occhi su quelli della fanciulla, che egli amava ormai con amore da scoppiarne.
Emma comprese tutto quel baleno, e, per una di quelle risoluzioni istantanee che sono il retaggio esclusivo dei cuori nobili e sensitivi, ella si alzò e disse:
— Avete dunque obbliato ch'io vi amo, signor Barkley!
A queste inaspettate parole, Maurizio restò in sulle prime stupefatto dalla gioia... Ma subitamente un tristo pensiero se gli affacciò nell'animo. Egli suppose che Emma avesse pronunziata quella frase per secondare, alla presenza di Lucia, la menzogna ch'egli avea detto a questa giovinetta per isbandir da lei ogni sentimento di gelosia.
Maurizio rimanea però confuso e mutolo. Emma il prese per la mano, il guardò negli occhi con una espressione da farlo impazzar d'amore, e gli disse con quella voce ch'ella sola possedea, voce ammaliatrice:
— Voi non partirete, non è vero, Maurizio? Voi non partirete, se mi amate.
Maurizio non rispose che cadendo alle ginocchia della giovinetta, ed esclamando con un accento di passione estrema:
— O Emma se tu fingi, uccidimi, e così almeno io rimarrò eternamente nella terra ove tu sei.
Due mesi dopo di questa scena, Maurizio Barkley era lo sposo di Emma di Gonzalvo. Il Duca e la Duchessa erano stati vinti e soggiogati dall'ascendente che il Barkley avea preso sul loro animo, e non avean saputo resistere alla volontà della diletta figliuola. Un tal matrimonio sorprese tutti; le più assurde voci corsero nel paese e ne' crocchi della nobiltà sulle ragioni che avevano indotto l'altero spagnuolo a dar sua figlia ad uno sconosciuto straniero; e tutti ammiravansi del come la superba moglie del Duca, così severa in sull'articolo di nobiltà, fosse condiscesa ad una unione che non offriva, da parte dello sposo, almeno una mezza dozzina di blasoni e di titoli. E noi stessi saremmo maravigliati d'un tal matrimonio e non sapremmo spiegarcelo, se non guardassimo ad altre considerazioni di gran lunga più alte, e non ne trovassimo la ragione in quelle arcane fila che ordisce la Provvidenza affinchè la virtù non vada priva di ricompensa.
Maurizio Barkley sposo di Emma di Gonzalvo ci sembra l'umana soluzione d'un problema provvidenziale.
Maurizio era dunque apparso in sul limitare dell'uscio del salotto di ricevimento. Se la rabbia, il dolore e la sorpresa di Daniele furon grandi, non minore fu lo stupore del Barkley nel ravvisare il figliuolo di Edmondo. Daniele rimase per qualche istante muto e fulminato da quell'impensato avvenimento. Egli guardava con occhi di tigre affamata lo sposo di Emma, ed un affanno il prese... Il respiro gli usciva a sbruffi concitati dalla bocca e dalle narici. Poco stante, ei si lanciava su Maurizio, il ghermiva per ambo le braccia, e, con voce strozzata da violentissima rabbia, diceagli.
— Maurizio Barkley, io so tu chi sei. Indarno ti ascondi sotto le tue vesti d'un'affettata probità, e covri l'infame tuo volto colla maschera dell'educazione: io ti conosco.
Appresso di questo, Daniele, tenendo sempre stretti nei suoi pugni di acciaio i due avambracci di Barkley, si voltava inverso il Duca, e gli dicea:
— Signor Duca, IL CIELO VI PUNISCE DEL VOSTRO ORGOGLIO e della mancanza alle vostre solenni promesse. Voi avete data vostra figlia in isposa al MIO SCHIAVO QUICKEYE!
— Che! Che cosa dite mai! esclamò con voce di folgore il nobile spagnuolo.
— Dico ripigliò Daniele, che questi è un Cafro mio schiavo comprato da mio padre in America tra un carico di schiavi provvenienti da Bahor. Il nome di Maurizio Barkley gli fu dato dallo stesso mio padre.
— È vero quanto costui dice? dimandò il Duca esterrefatto al genero.
— È vero, rispose Maurizio con pacatezza.
Il Duca fe' velo delle mani alla faccia e restò atterrato: non mai umiliazione maggiore quel superbo avea sofferto. D'improvviso i suoi occhi s'incendiano di fuoco, tutta la sua persona trema per compressione d'ira che sta per iscoppiar terribile.
— Sciagurato, ei grida, mi pagherai colla vita l'agguato al quale mi hai colto.
Ciò dicendo, si spingea matto di rabbia contro Maurizio, ma Daniele il rattenne, dicendo:
— Frenate la vostra collera, signor Duca, un tal matrimonio è nullo; io lo distruggo.
— Che! sarebbe possibile! esclamò di Gonzalvo.
— Gli schiavi non possono contrarre matrimonio senza il permesso dei loro padroni. Oltre a ciò essi non possono torre in moglie una donna libera.
— Cielo, ti ringrazio; mia figlia è salva almeno! tornò ad esclamar di Gonzalvo; indi, rivolto a Maurizio, gli disse con voce soffocata dalla rabbia:
— Vilissimo schiavo, la tua perfidia senza pari sarà punita: tu darai severo conto alle leggi della tua condotta verso di me... Esci, esci dalla mia presenza, e preparati al castigo dovuto alla tua infame dissimulazione.
— Costui mi appartiene, disse Daniele, egli è mio schiavo, mi seguirà; a me spetta il punirlo; andiamo. Ci rivedremo tra poco, signor Duca: ma fin da questo momento Emma è libera!
— Figlia! Figlia mia! sposa di uno schiavo!! O vergogna incancellabile! o macchia esecrata che avvelenerà il resto dei miei giorni! Signore, ripongo il mio decoro nelle vostre mani, disse poscia a Daniele, fate che al più presto un tal matrimonio sia dichiarato nullo, e disponete di me, della mia vita, delle mie sostanze, della figlia mia.
— Io so quello che debbo fare, rispose Daniele con ghigno feroce, e si appressava a menar seco Maurizio, quando costui, dato un forte e terribile crollo di braccia, fece barcollare e stramazzar Daniele; afferrò colle due mani che gli erano rimaste libere, il polso di Daniele e quelle del Duca, e con ferma voce e pacata disse:
— Fermatevi, e ascoltatemi entrambi! Tocca ora a me di parlare. Figlio di Juanita di Gonzalvo, io non sono tuo schiavo, nè sono più lo schiavo di alcuno. Prima di contrarre matrimonio, chiesi ed ottenni la libertà da Edmondo Brighton, tuo padre: ne conservo l'autentico attestato che all'uopo farò valere. Fratello di Juanita di Gonzalvo, non vergognarti di aver dato tua figlia in legittima sposa ad un uomo libero e da bene. Se il cielo mi fe' nascere schiavo, nessuna viltà contaminò mai la mia vita, nessuna colpa bruttò la mia coscienza; la mia fronte è pura e serena, i miei sonni son placidi. Nato nella più brutale condizione, seppi, colla sola virtù, infrangere i ceppi del servaggio ed innalzarmi su tutte quelle misere creature, miei compagni di sventura, ed umana mercanzia. Oggi io non sono che l'Esquire Maurizio Barkley, proprietario di Raven-Spot in Inghilterra, e mi credo tanto superiore a voi altri quanto la farfalla su i vermi schifosi della terra. Se io non sono nobile per nascimento, non porto un nome disonorato: i miei figli andranno superbi del padre loro, e non dovranno arrossare per l'origine di certi titoli più ignominiosi del marchio di schiavitù di cui mi fate una colpa. Se io non sono ricco quanto voi, non ho guardato a vista un cadavere per nove mesi, nè mi sono sporco le mani con ignobili e vergognose transazioni. Se io non vi ho portato un milione, signor Duca, vi reco in vece la più sicura guarentigia della felicità di vostra figlia, la mia vita incontaminata e la purezza dei miei sentimenti. Se la vostra stolta superbia si offende e si addolora all'idea di aver data vostra figlia in isposa ad un uomo ch'è stato uno schiavo, il vostro amor paterno dee rallegrarsi al pensiero di non aver oggimai nulla a temere per la felicità di lei. Ricordatevi, signor Duca, che l'uomo a cui avete dato gli epiteti di vilissimo e d'infame è quello stesso che salvò la figlia vostra da sicura morte. E tu, Daniele, sappi che senza il coraggio e l'affetto dello schiavo Quickeye, tu non saresti ora milionario, perocchè tuo padre sarebbe morto prima nell'Isola di Cuba. E sappiate l'uno e l'altro che, se giammai un pericolo minaccerà i vostri giorni, immancabilmente mi troverete al vostro fianco. Oggi io sono libero, indipendente, forte e felice; se mi accettate per amico, lo sarò franco, sincero, devoto; se mi volete nemico, io vi disprezzo entrambi com'esseri deboli e inermi, incapaci di lottar meco. Pensateci, signor Duca; e tu, Daniele, pensa che io potrei schiacciarti con una sola parola: ascoltala e fremi.
Maurizio si accostò all'orecchio di Daniele e profferì questo solo motto: Upas.
Daniele gittò un grido selvaggio; una tosse orribile il colse e gli lacerò il petto. Maurizio era sparito.
Dopo alcuni momenti, il nuovo Conte di Sierra Blonda era trasportato nel suo palazzo a Toledo in uno stato che agghiacciava il cuore dei suoi servi. Condotto privo di sensi al suo domicilio, dopo la crisi violenta e terribile che lo avea assalito in casa del Duca di Gonzalvo, e messo a letto incontanente, Daniele restò come persona morta per tutto il resto di quella giornata, e per metà della notte.
In sull'una, l'etico dischiuse gli occhi. Due uomini vegghiavano al capezzale del suo letto; Padre Ambrogio e Maurizio.
IV. QUI AMAT DIVITIAS, FRUCTUM NON CAPIET EX EIS
Per maggior dilucidazione di questi avvenimenti, ricordiamo che il mattino della orrenda notte in cui fu commesso l'assassinio del Baronetto, allora che Daniele entrò nel costui studio, trovò che questi era occupato a suggellare una lettera per Maurizio Barkley. Ricordiamo le parole del Baronetto, il quale avea detto al suo ospite: Questa mattina io sono veramente felice, imperciocchè con quella lettera che ho spedita nel vostro paese, a Napoli, mi sono sdebitato di un antico dovere di gratitudine.
Quella lettera era la libertà di Maurizio, che questi avea dimandata, avendo già qualche lontana speranza di sposare la figliuola di Gonzalvo. Ricordiamo eziandio che nella lettera che Maurizio avea scritta al Baronetto per rivelargli l'entità di Daniele, e che quegli avea ricevuta qualche ora innanzi di morire, erano queste parole: Vi rinnovo la preghiera che vi diedi coll'ultima mia lettera: vi dirò le ragioni della mia richiesta. Si comprende oramai qual era la preghiera, di Maurizio e quali le ragioni di essa.
I medici chiamati ad assistere Daniele, dichiararono offrire il suo male pochissima speranza di salvezza. Padre Ambrogio e Maurizio non si erano, neppure per un momento, allontanati dal letto dell'infermo, il quale sembrava compreso di stupefazione: poco o nulla intendeva. A quando a quando figgeva lo sguardo in sul volto del sacerdote e di Maurizio, e nulla dicea; pur nondimeno parea tocco di riconoscenza per le cure di cui gli eran prodighi quei due uomini. Un giorno era scorso dal momento che Daniele fu tratto semivivo al suo domicilio, quando stretta la mano di Padre Ambrogio gli disse:
— Padre, imploro da voi una grazia.
Eran queste le prime parole che Daniele avea pronunziate dopo la crisi violenta da cui fu assalito.
— Lodato Iddio! esclamò il sacerdote, egli ne riconosce! Parla, figliuol mio; noi qui siamo a servirti a tutto quello che può contribuire alla tua guarigione.
— La mia guarigione!
Daniele sorrise amaramente. Egli era rassegnato.
— Padre, ripigliò con voce debolissima, io più non mi lusingo sul mio stato; sento che la vita mi sfugge: la giustizia di Dio mi ha raggiunto!... Possa la mia morte espiare il mio delitto!
— Il tuo delitto!
— Sì, Padre, tutto vi rivelerò tra poco, se Dio assisterà la mia ragione e mi farà la grazia di farmi confessare i falli della mia vita. Ma, prima di tutto, intendo mantenere il giuramento da me fatto al letto di morte del mio benefattore.
— Che! esclamò Padre Ambrogio colle lagrime agli occhi; sarebbe possibile! Dio di bontà, compi l'opera tua.
— Sì, Padre; la grazia, che io imploro da voi si è quella di far sì ch'io sposi fra ventiquattr'ore Lucia Fritzheim.
— Il cielo ti benedica, figliuol mio, e ti ridoni la salute del corpo, come quella dell'anima. Io corro ad annunziare alla povera Lucia questa suprema felicità... Oh se sapessi quante volte ella ha mandato a prender conto della tua salute!
— Andate, Padre mio, andate: fate che io rivegga al più presto quell'angiolo! Oh se non mi fossi giammai allontanato dal suo fianco!
Una lagrima cadde dagli occhi di Daniele. Padre Ambrogio se lo strinse al cuore, e volò da Lucia per menarla da colui ch'ella amava sempre, a malgrado dell'abbandono e del tradimento fattole.
Daniele restò solo con Maurizio. È inesplicabile l'impressione che facea sull'infermo l'aspetto del marito di Emma. Dal primo istante che Daniele lo avea veduto alla sponda del suo letto, aveva provato un sentimento di ripulsione e di odio, ma a poco a poco un tal sentimento era scomparso, ed ora Daniele il guardava come si guarda un amico. Soltanto nella mente del giovine risuonava ancora l'orrenda parola che colui gli avea susurrata all'orecchio in casa del Duca di Gonzalvo; quella parola che avea cagionato la crisi mortale pel figlio di Edmondo formava per lui un mistero profondo e tenebroso.
Daniele fece uno sforzo violento, raccolse l'energia della mancante sua vita, guardò fisamente in volto a Maurizio, e gli disse:
— Maurizio Barkley, la dissimulazione è ormai inutile; e, quando la giustizia di Dio colpisce un uomo, questi non ha più a temere della giustizia degli uomini. Io mi accosto alla mia fine... Dite, Maurizio Barkley, il mio delitto vi è noto?
— Sì, rispose Barkley, abbassando gli occhi.
— Voi dunque sapete...
— Che il mio infelice amico Edmondo Brighton fu da voi avvelenato colle foglie dell'upas.
Daniele si nascose il volto nelle mani, e stette qualche tempo in silenzio.
— E voi non rivelaste ad alcuno i vostri sospetti? chiese Daniele.
— A nessuno.
Daniele gli stese la mano e mormorò tra i denti:
— Uomo raro! virtù incomprensibile! mi perdonerai tutti gli oltraggi che ti ho fatti?
Maurizio strinse quella mano scottante e vi appoggiò la fronte senza dir niente.
Il palazzo M... era assediato in ogni ora del giorno dagli antichi amici di Daniele e da uno stormo di gente che le ricchezze del nuovo milionario richiamavano d'intorno a lui. Ma a pochi si dava l'accesso nella camera ove giaceva l'infermo, avendo così ordinato il suo medico. Un'ora dopo ch'era uscito dalla stanza di Daniele, Padre Ambrogio vi tornava ansante e trafelato.
Entrando ivi, egli si accostò al giovine ammalato e sotto voce gli disse.
— Lucia è qui!
Daniele ebbe un soprassalto di gioia, spalancò gli occhi, mandò un grido fioco, e le lagrime sgorgarongli dagli occhi con impeto irrefrenabile. Lucia era già alla sponda del suo letto.
V. LE NOZZE
Lucia, prese tra le sue mani la destra di Daniele, l'inondò colle sue lagrime. Le violente commozioni che soffriva le avean fatto un tal nodo alla gola, ch'ella non potè pronunziare una sola parola; pur nondimeno il suo pianto narrava abbastanza la piena di affetti che mettea sossopra la sua anima. Ella rivedea, dopo due anni, l'uomo ch'era stato la prima e l'unica passione della sua giovinezza; il rivedea ridotto alle porte della tomba, a tanto che poche altre ore parea che gli avanzassero di vita.
Alla vista di Daniele, sulle cui sembianze erasi già sparso il giallognolo pallor di morte, Lucia provò tal stringimento di cuore e tale ambascia che la sua faccia era divenuta bianchissima. Tutt'i falli dell'amato giovine ella avea dimenticato; ed avrebbe dato con suprema gioia il resto della propria vita per rimirar Daniele in quel medesimo stato di salute in cui era quando partì. Quel che provava il cuore del figliuolo di Edmondo non tenteremo di esporre. Soltanto diremo che la presenza di quella fanciulla aveagli cagionato tale tempesta di emozioni, di rammarichi e di rimorsi, che il suo guardo era rimasto per qualche tempo fisso al cielo, come se ne avesse implorata tutta la misericordia. Daniele e Lucia furono lasciati soli.
La conversazione ch'ebbe luogo tra loro, le parole strazianti di affetti che furono ricambiate fra que' due sono per noi un mistero che non cercheremo di scoprire, imperciocchè rispettiamo la voce del pentimento ch'esala dal cuore di un moribondo.
Un quarto d'ora dopo, Lucia entrava cogli occhi smarriti e deliranti nella stanza contigua dov'erano raccolti gli amici di Daniele, e annunziava loro che l'ammalato era stato sovrappreso da un deliquio che facea spavento.
Tutti gli aiuti furono apprestati all'infelice giovine che fu trovato moriente. I medici dichiararono che qualche ora appena restava di vita all'infermo. Un tale annunzio fu per tutti un colpo di fulmine. Si mandò a chiamare un notaro per ricevere dalla bocca del moribondo le ultime volontà testamentarie. Si dette ordine per le subitanee nozze di Lucia con Daniele, il quale voleva adempiere a questo atto non solamente per mantenere il giuramento solenne profferito al cospetto di Dio, innanzi al quale tra poco sarebbe venuto, ma bensì per lasciare alla legittima moglie tutt'i suoi beni e ricchezze, quasi ammenda de' mali che le avea fatti. Egli aveva eziandio manifestato il desiderio di rivedere i fratelli e la sorella di Lucia. Fu spedita una carrozza di esso Daniele per andare a prendere la famiglia di Fritzheim.
Tutto il palazzo M.... fu messo in movimento grandissimo. L'arrivo del milionario, le sue avventure e la sua prossima fine formavano il subbietto di tutte le conversazioni della capitale; in tutti era eccitata la curiosità, sicchè le porte e i dintorni di quel palazzo erano affollati da ogni maniera di gente, ora per servigi, ora per interrogazioni, ora per visite, ora per mera curiosità. Molte persone che nessuno conosceva si erano introdotte nel quartiere del Conte di Sierra Blonda, e ne ingombravano le sale e le stanze interne: qualcuno si era avanzato finanche nella camera da letto. Nessun comando veniva più eseguito, dappoichè il solo padrone della casa era Daniele, e questi non era più nel caso di significare la sua volontà.
Tutto quello che accadeva intorno a lui non colpiva più i suoi sensi, e soltanto riverberava nel suo cervello a guisa del mormorio delle lontane onde del mare. Gl'interessi e le cose della terra più nol toccavano tutto ormai gli era straniero: il mondo si allontanava con grande velocità da lui, come que' paesaggi indorati dalla luce del sole che si allontanano dagli occhi dell'esule mentre abbandona la nativa sua terra.
Allorchè Lucia, pallidissima e sfinita da crudeli commozioni, era venuta nella stanza contigua a quella dov'era l'infermo, a fin di chieder soccorso, tutti coloro che si trovavano in quella camera, erano affluiti dappresso a Daniele. Ma Daniele non dava altro segno di vita che il girare lentissimo delle smorte pupille. Egli avea perduta per sempre la parola: la voce era spenta. L'ultima frase che avea detta a Lucia era stata:
— Non abbandonarmi anche tu, Lucia... il mondo mi abbandona! Addio... per sempre... io moro!
E da quel momento la voce fu morta!!
Giunse il notaro; giunsero gli ufficiali dello stato civile per le formalità del matrimonio.
Daniele, mercè l'assistenza efficace di quel santo uomo di Padre Ambrogio, già si era preparato, col divino ausilio della religione, all'eterno viaggio.
Irreparabile sventura! Il milionario non avea fatto alcun testamento, ed ora ei non poteva in nessun modo manifestare la sua volontà.
L'ora terribile era suonata!
Veggendo che non ci era tempo da perdere, si pensò di strappare almeno un cenno dal moribondo col quale avesse manifestato di sposare Lucia. Ciò sarebbe bastato perchè la sventurata giovinetta fosse considerata qual vedova del milionario: era ad ogni modo una maniera di testamento.
La stanza dell'infermo era gremita di gente. Non vi era cuore che non palpitasse per la misera donzella, la cui commovente fisonomia, il cui pallore e le cui virtù le aveano attirato l'amore di tutti. Si desiderava con ansia che il matrimonio avesse luogo.
Gli ufficiali dello stato civile si erano seduti. Uno di loro, accostandosi al letto del moribondo, dimandò ad alta voce:
— Signor Daniele de' Rimini-Brighton, Conte di Sierra Blonda volete voi sposare in legittimo matrimonio Lucia Fritzheim, figliuola del fu Giacomo?
Dalle labbra di Daniele parti un suono indistinto; le pupille si voltarono al cielo e vi rimasero immobili. Non era già una parola o una voce quella che era uscita dalle labbra del moriente; era bensì un singulto breve... profondo... Si ripetè l'interrogazione... La più assoluta immobilità avea colpito il giacente. Furono brevi momenti di silenzio agghiacciante. Padre Ambrogio si avvicinò a Daniele, gli toccò il polso, gli pose la mano in sul petto.
— Morto! esclamò il prete con accento di pietà straziante.
— Morto!! ripeterono tutti compresi d'orrore.
Un silenzio di stupefazione successe tra i gruppi presenti a questo desolante spettacolo, Lucia avea messo un grido come se un pugnale le avesse tocco il fondo del cuore. Intanto il notaio e gli impiegati municipali, alzati, disponevansi a partire quando un giovine forestiero ch'era in uno dei crocchi di curiosi, si avanzò verso di loro e disse in francese:
— Fermatevi, signori, la vostra presenza in questo luogo non sarà stata inutile.
Questo giovine forestiero, quantunque avesse parlato in francese, lasciava scorgere dal suo accento ch'egli non era nato in Francia: si comprendeva subitamente ch'ei si serviva di questa lingua non conoscendo l'idioma del paese. Bello e gentile era il suo aspetto, biondi i capelli e la sottile lanugine della barba; vivo lo sguardo che dardeggiava da due occhi cerulei; nobile il portamento e soave, siccome sogliono averlo i giovani di alta educazione e di cuore ben formato. Da due giorni questo viaggiatore si era presentato al palazzo M... ed avea significato il desiderio di vedere il giovine Conte di Sierra Blonda. La nobiltà e l'avvenenza del suo volto parlavano in suo favore, sicchè non si trovò la menoma difficoltà a farlo entrare in quella casa, tanto più che assiem con lui penetravano quivi altri sconosciuti, ai quali non si badò essendo tutt'i familiari e domestici di Daniele in gravi e solenni faccende per la dolorosa catastrofe ond'era stato colpito il loro padrone.
Entrando nell'appartamento di Daniele, lo sconosciuto s'imbattè in Maurizio Barkley: la sorpresa e il piacere di entrambi furon grandissimi; eglino si abbracciarono e si baciarono con effusione di cuore.
Poscia, lo straniero pregò Maurizio di non rivelar per ora a nessuno il suo nome. Barkley gliel promise, ed il menò nella stanza dove giaceva Daniele.
Venuto di presso al letto dell'ammalato, lo straniero per lunga pezza il ragguardò con un sentimento di pietà profonda, e fece appresso una quantità d'interrogazioni a Maurizio, col quale sembrava essere in istretta amicizia.
Egli era stato presente a tutto; avea con premura aspettato l'arrivo di Lucia Fritzheim; avea fatto taciti e ferventi voti nel suo cuore per la felicità della virtuosa fanciulla; avea palpitato d'ansia nel solenne momento in cui la figlia del gabelliere sarebbe divenuta Contessa di Sierra Blonda; imperocchè l'animo di lui era stato tocco dal commovente racconto fattogli da Maurizio delle sublimi virtù di lei e della nobil rassegnazione ond'ella avea sopportato l'abbandono e l'oblio del suo fidanzato. Un altro momento, e Lucia avrebbe ricevuto il guiderdone dovuto alle sue virtù. Nell'animo del giovin forestiere nacque tosto una risoluzione ardita ma felice, certo ispiratagli dalla Provvidenza. Dietro l'impulso istantaneo di questa risoluzione, egli si era inoltrato inverso l'uscio della camera, avea fermato gli ufficiali dello stato civile, ed avea pronunziato le parole che abbiamo riferite.
Lo straniero si avvicinò quindi a Lucia e prendendole la mano con sembiante affettuoso: — Gentil giovinetta, le disse, il tuo infelice stato, l'elevatezza del tuo animo, il tuo dolore han fatto in me un'impressione ch'io non so dirti. Il mio primo pensiero, giungendo in questa città, è stato di conoscerti, dappoicchè fin nelle lontane regioni donde io sono partito mi furon fatti da Maurizio Barkley gli elogi della tua virtù impareggiabile; la tua storia mi è nota, come quella del disgraziato giovine che tu hai amato. Già da molti anni tu hai appreso a soffrire e a rassegnarti. Iddio ti ha chiamata, a quest'ultima pruova: alza dunque la nobil fronte, rasciuga le lagrime. Ormai non ti resta che a pregare l'eterna pace all'anima del tuo Daniele. Ma il cielo non ha permesso un precipitato matrimonio, sul quale forse sarebbero corsi i più scellerati comenti del mondo, e che avrebbe gittata un'ombra sulla tua incontaminata virtù: ti avrebbero, se non di altro, accusata di cupidigia e d'ambizione. La Provvidenza disnoda meglio degli uomini i drammi della vita. Essa non permise che tu portassi un nome non puro di macchie; non permise che la fede del tuo imeneo fossero i ceri della morte... Lucia Fritzheim, al subblime tuo cuore conviensi un cuor puro e vergine di affetti; alla tua mano ardente di giovinezza conviensi una mano parimente giovane e forte, e non già quella di un cadavere. Io ti offro il mio cuore, la mia mano, e il mio nome ch'è pur quello di Daniele. Io sono Eduardo Horms-Brighton di Glascovia, figlio di Edmondo Brighton, e fratello di Daniele. Chiamo in testimonio della verità de' miei detti Dio primamente, e poscia il mio amico e nobil uomo Maurizio Barkley.
Un lungo mormorio di sorpresa e di ammirazione passò tra i diversi gruppi degli astanti.
Lucia qual trasognata guardava il giovin forestiere e Maurizio sul cui volto lampeggiava un raggio di gioia. Oppressa da tante rapidissime emozioni, ella svenne tra le braccia della sorella Mariella e dei fratelli ch'erano accorsi ad abbracciarla.
La sera di questo giorno, l'appartamento di Daniele era vestito di magnifici lugubri parati, e le sue spoglie esanimi riposavano su splendidissimo feretro. Cento torchi lunghissimi e tetri proiettavano la loro sinistra luce sui neri lenzuoli di morte che coprivan gli usci e le pareti di quasi tutte le stanze.
Per qualche ora nella camera dov'era il morto si erano udite le preci ed il pianto dei fratelli di Lucia. Padre Ambrogio facea lor ripetere sacri salmi. Uccello guardava il cadavere di Daniele con occhio stupido e selvaggio; ei sorrideva e non dicea motto. Cessata la preghiera, egli si accostò a Padre Ambrogio, e, ridendo gli disse:
— Padre Ambrogio, ora, il contino non può più battermi n'è vero?
Il sacerdote gli comandò silenzio, e seco trasse l'idiota fuori di quella stanza, non senza fare la più trista considerazione sulle parole profferite da Uccello, che portavano in sè il marchio della Divina giustizia.
I nostri lettori ricorderanno che fin dal tempo in cui Daniele era in casa di Giacomo, quei fanciulli gli aven dato il titolo di contino. Il futuro avea forse lampeggiato su quelle anime innocenti?
Maurizio Barkley vegliò tutta la notte a fianco del Cadavere di Daniele. Egli rimanea lunghe ore in contemplazione di quelle spoglie, e nella sua mente si aggiravano pensieri strani, indicibili, e che per lo addietro non si erano mai presentati al suo spirito.
Maurizio non potea staccare i suoi occhi dall'estinto Daniele. Una strana ed orrenda illusione colpiva i sensi e l'anima di lui, e facea balenare alla sua mente una celeste luce che gli rilevava i misteri della Provvidenza e della giustizia di Dio.
IL CADAVERE DI DANIELE RASSOMIGLIAVA IN TUTTO AL CADAVERE DI EDMONDO! Era lo stesso Conte di Sierra Blonda!
Era la stessa faccia, la stessa barba, lo stesso abito nero, gli stessi occhi semiaperti, lo stesso nerore delle labbra!
Altro non mancava per la compiuta illusione che la CAMERA VERDE e il CUSTODE.
La bell'anima di Maurizio fu tocca dalla luce cristiana!!!
Il domani, per tempissimo, le sale e le stanze dell'appartamento del Conte di Sierra Blonda erano deserte.
Una donna, vestita di grammaglie, piangeva a dirotte lagrime sul corpo di Daniele.
Era Emma Barkley di Gonzalvo!
RIEPILOGO
Le grandi ricchezze del Conte di Sierra Blonda, per mancanza di testamento, erano entrate sotto il dominio della Legge. Nate da mala radice, esse aveano portato amaro frutto. Dio le disperdeva.
Sei mesi dopo la morte di Daniele, la famiglia Fritzheim non era più povera. Eduardo Horms, ricco di virtù e di dovizie, era lo sposo di Lucia, ed aveva ritirato presso di sè i fratelli e la sorella di lei.
Maurizio Barkley ed Emma sua moglie s'imbarcavano per l'Inghilterra; mentre Eduardo Horms, colla sua nuova famiglia recavasi a Parigi ov'era aspettato da FEDERICO LENNOIS, altro figlio di Edmondo[8].