Parte Seconda
Reading edition
I. EMMA
Lasciando per poco la sventurata famiglia dello stradiere, inoltriamoci in quella vita rumorosa, gaia, splendida di movimento, di cerimonie, di convenienze e di piaceri che si addimanda la vita del gran mondo.
Che cosa è la vita del gran mondo? È un circolo matematico dentro il quale si aggira quella porzione della società che sembra straniera al retaggio di miserie lasciato all'uman genere dalla colpa de' primi genitori. In questo circolo segnato dalla verga di quella fata che ha nome civiltà non è ammesso chiunque è sottoposto alla dura legge del lavoro, perciocchè la sola fatica che vi si sopporta, che vi si tollera è il piacere. Fiori, profumi, dolcezze, canti, seta, oro, squisitezze di ogni maniera, allettamenti di ogni sorta sono gli elementi vitali dell'atmosfera di questa vita del gran mondo, siccome l'azoto e l'ossigeno sono gli elementi respirabili della vita comune. Qui nulla troverete che non sia strettamente sottoposto a un codice severo che ha un milione di leggi ignote al volgo, e che costituisce in gran parte la scienza della vita del gran mondo; qui il linguaggio non ha niente di comune con le ordinarie favelle; tutto riceve denominazioni particolari, epiteti e aggiunti di nuovo conio: tutto in somma portar debbe l'approvazione e l'impronta di quella dispotica dea del gran mondo che si chiama la Moda.
Non si dimanda se in Napoli, in questa regina del Mediterraneo, in questa incantevole villa del mondo, dove tutto respira il piacere, dove l'aria è profumo, dove il cielo è un sorriso, dove l'inverno è la stagione dei fiori, dove ogni voce è un canto, e ogni canto un'armonia, non si dimanda se in Napoli la vita del gran mondo è brillante e animata al pari di quella delle altre capitali di Europa. Aggiungi che la nobiltà napolitana alla perfetta cognizione delle leggi dell'alta società accoppia un gusto squisitissimo per le lettere e per le arti, che essa coltiva ed incoraggia splendidamente: e questo delicato gusto per le arti ravvicina l'aristocrazia del merito a quella della nascita e delle ricchezze, sì che le porte dorate dei grandi non sono chiuse all'artista, che si ebbe in retaggio l'ispirazione ed il genio. D'altra parte, la vita del gran mondo è dappertutto la stessa; le sue leggi, i suoi usi, i suoi pregiudizii sono dappertutto presso che i medesimi in Europa.
La casa del Duca di Gonzalvo era nell'anno 1826 la più rinomata per isplendidezza di servizio; per l'eleganza e pel fasto del suo trattamento, per le persone che la frequentavano. Il duca di Gonzalvo, discendente d'illustre lignaggio e di una delle primarie famiglie nobili di Andalusia, abitava da parecchi anni in Napoli. Egli era stato per molto tempo governatore o capo politico di quella bella provincia delle Spagne, quando la rivoluzione del 1820 il toglieva da quel posto eminente, accusandolo di troppo attaccamento ai principi della pura monarchia ed alle gloriose tradizioni di quel governo che per tanti secoli avea formata la grandezza, la felicità e la possanza dell'iberica penisola e dei suoi estesi domini transatlantici. Il Duca Gonzalvo, sbalzato dal potere, e già tristo per gravissima sventura di famiglia, non soffrì di più rimanere in un paese, nel quale infinite e amare memorie lo avrebbero assalito ad ogni momento: ondechè fermò di abbandonare la Spagna, e trasferirsi colla famiglia in Napoli, dove risiedevano alcuni suoi larghi parenti, e dove l'amenità del clima, la salubrità dell'aria e la bontà degli abitanti lo invitavano a stabilirsi. Il Duca di Gonzalvo era un uomo in su i cinquant'anni, ma non ne addimostrava più di quaranta, sendone la persona alta, complessa e ben formata: i capelli eran tuttavia nerissimi e ricciuti siccome i baffi e il pizzo ch'ei portava lunghissimi e puntuti alla maniera spagnuola. La sua carnagione era bruna, belle le fattezze del volto; e la sua andatura avea qualche cosa di maestoso e d'autorevole. Sempre serio, misurato e cerimonioso era il suo linguaggio, in cui nondimeno trapelava sempre quell'alterigia, che forma il fondo del carattere spagnuolo. Gli avvenimenti politici del suo paese non meno che le disgrazie della sua famiglia avean lasciato nel suo temperamento una certa soverchia bile, per cui sovente era soggetto a moti irrefrenabili d'ira: allora quel suo bruno volto diveniva di brace, quei suoi occhi neri schizzavan fuoco, e quell'uomo avea tutta l'ardenza della giovinezza congiunta alla forza della virilità.
La famiglia del Duca di Gonzalvo si componea della moglie; donna di cuore compassionevole a' miseri ma estremamente altiera e severa in sul capitolo della nobiltà. Questa donna aveva ereditato dal padre ingenti ricchezze, possessioni senza fine, di cui gran parte avea formato la sua dote: il superbo castello moresco di Santiago nell'Andalusia era proprietà di lei co' titoli e privilegi annessi. La Senora Duquesa Isabel de Gonzalvo y Monreal-Santiago avea toccato i 55 anni. Sebbene macerata dal cordoglio di veder tolto dal potere il consorte, ella potea dirsi ancor bella, essendosi la sua lunga capellatura conservata ancora intatta dalle ingiurie del tempo, e i suoi occhi non avendo affatto perduta quella vivacità e quella espressione che aveano tanti cuori umiliato. Or tutto l'orgoglio di questa donna era riposto nell'unica figliuola, erede d'immense dovizie, in Emma bellezza singolare, di cui ci studieremo di adombrare, per quanto è possibile, il ritratto.
Questa giovinetta, cui vent'anni appena infioravano la vita, era una di quelle bellezze che non si trovano tranne che sotto il cielo della Spagna, ed in ispezialità nell'Andalusia; bellezze vigorose, spiranti tempestose passioni, bellezze che sconvolgono subitamente la ragione a chiunque per la prima fiata le contempla: l'incanto è negli occhi loro; fiamma d'amore son le loro labbra; il comando è stampato sulla loro fronte.
Come faremo a dipingere Emma colle parole ordinarie? In quale lingua troveremo le immagini equivalenti per farla raffigurare ai nostri lettori? Oh se eglino la vedessero siccome la veggiamo noi! Ci sentiamo palpitare il cuore in parlandone, tremar la penna scrivendone, vorremmo che le febbrili sensazioni che l'immagine di questa donna ci desta, passassero tutte quante ne' nostri lettori, per vie più svegliare in essi la simpatia per questo personaggio della nostra storia. Emma era il tipo della bellezza andalusa: carnagione e colori di miniatura, occhi di lustrino splendidissimo, sguardo elettrico, sopracciglia di velluto, labbra alquanto larghette, bottoni di rosa orientale, denti di una bianchezza abbagliante, sorriso di baiadera, lunghe le chiome e di un ebano fulgidissimo, cui ella solea portare divise e scinte dietro gli orecchi, ovvero raggomitolate in grandi giri sulla coppa del capo.
Ma siffatti particolari del volto di Emma erano un nulla a paragone delle fattezze del suo corpo, modello di grazia, di avvenenza, di proporzioni; era nel complesso delle sue fattezze qualche cosa che sospingeva a riguardarla in estasi di simpatia. Se ella affissava qualcuno, lo sguardo di lei lasciava un incendio nel cervello di chi ella avea guardato, siccome interviene allora che si dirizzano gli occhi al sole, che lascia nel capo del riguardante una confusione spaventevole di luce e di colori. Ella avea certe maniere di volgere il capo, di chinar le lunghe ciglia, di fissare obliquamente quegli occhi di odalisca, avea certe maniere di movimenti, di gesti, ch'erano una grazia singolare; ci era da smarrire il senno.
Qual'era il carattere morale di questa donzella? Ah! Perchè non possiam dire di lei quel che dicevano di Lucia, buona, semplice, modesta, riserbatissima con tutto che sensibilissima! Emma era nel morale quel che può essere una donna sì ben favorita dal cielo in dono di bellezza. Ella era così bella, così ricca, così giovane, fornita a dovizia degli appannaggi della più compiuta educazione! Quale altro sentimento potea dominare in lei, all'infuora d'un amore ardentissimo di sè medesima?
Farfalla dalle ali dorate, ella svolazzava libera, leggiera, spensierata e felice in su i fiori della vita, di cui non conosceva altro che le delizie e quella specie di cara languidezza che tien dietro a' piaceri. Unica figliuola, ella era idolatrata da' suoi genitori, i quali non avevano altra volontà che la sua, altro amore che di lei, altri pensieri che per lei, di cui andavano superbi più che di tutte le loro ricchezze e possedimenti.
Le undici battevano ad un magnifico orologio da mensola, allora che Emma si alzava dal suo letto verginale. Due bellissime stanze nel quartiere del palazzo S..... erano destinate esclusivamente a lei; una serviva per sua camera da letto e l'altra per stanza di abbigliamento. Due cameriere, una napolitana e l'altra francese, erano addette a servir lei particolarmente. Non trascuriamo di dire che Emma parlava colla stessa faciltà lo spagnuolo, l'italiano e il francese: il suo accento straniero, la sua voce nervosa, il modo di parlare a tratti e con cadenze aveano tali incanti e tal prestigio che non si poteva ascoltarla senza esserne preso. In parlando l'italiano o il francese, ella faceva sentire quella graziosa lievissima sibilazione del ce ci spagnuoli: il che aggiungea vaghezza estrema al suo discorso. Ogni dì, non si tosto svegliata e tuttora in letto, Emma tirava la cordicina di un campanello, e subitamente le si affacciava una delle due cameriere. La giovinetta si facea dare i giornali di moda, i nuovi romanzi, le lettere delle sue amiche, la grammatica di lingua inglese ch'ella studiava, e mezz'ora o poco più trascorrer facea in simiglianti occupazioni. Prima della colezione, ella andava ad abbracciare suo padre e sua madre, e dopo, la musica assorbiva gran parte della sua mattinata.
Ella si era vestita con incantevole semplicità, e, l'ora della lezione di musica avvicinandosi, era ita nel salotto contiguo al gran salone da ballo per ripassare sul piano-forte una ballata nazionale spagnuola. Era un canto curioso, strano, ma ripieno di vita e di brio: la ballata era così concepita:
Anche franja de velludo En la terciada mantilla; Aire recio, gesto crudo, Soberana pantorrilla: Alma atroz, sal espanola; Alza, ola; Vale un mundo mi manola! Con primor se calza el piè Digno de regio tapiz; Con un dulce no sè què En aquella cicatriz Que tiene junto a la jola; Alza, ola, Vale un mundo mi manola! Que calidad! y como cruje Se baila jota o fandango; Y que aire en cada empuje Y que gloria de remango! A la mas leve cabriola Alza, ola; Vale un mundo mi manola;
Non aveva Emma terminato di ripassare questa ballata, quando le fu annunziato il suo maestro, Daniele entrava nel salotto.
II. LA LEZIONE
Il giovine era vestito nella più elegante maniera; il gusto più fino avea dettato la norma del suo abbigliamento, il quale non usciva però dalla più stretta semplicità. Entrando nel salotto dov'era quella incantevol creatura, Daniele rabbruscò la fronte e raggrottò le ciglia, dappoichè Emma non si era, secondo il solito, levata d'in su la sedia per andarlo a ricevere; la giovinetta pareva assorta interamente nello studio di quella ballata spagnuola.
— Buon giorno, maestro, gli disse, io vi aspettava con impazienza; non so se io abbia indovinato questo ritornello ch'è assai gentile ma difficile.
— Vediamo, Duchessina, a voi nulla può esser difficile.
— Davvero vi dico che non raggiungerò mai la semplicità e la grazia di questo canto; ho paura che nol canterò sabato alla serata di Lady Boston.
— In questo caso io mi attirerei l'odio e l'animosità di tutti, Duchessina, perocchè a me si attribuirebbe la colpa di non avervi fatto cantare questa ballata.
— Vi assicuro che non la canterei se non avessi ciò promesso a tutte le mie amiche.
— Ed al Visconte di Boisrouge, Duchessina, soggiunse cupamente Daniele, affisando i suoi occhi torbidi in volto alla giovinetta.
— Ebbene, sì, vel confesso; anche a costui l'ho promesso: sapete che questi è uno dei miei ammiratori, disse ridendo la fanciulla, mostrando quei due filari di denti nivei ed ugualissimi.
— Ammiratore! Duchessina, e chi non è vostro ammiratore? Dategli piuttosto un altro titolo.
— E quale?
— Quello di vostro amante.
— Gli è vero, rispose Emma, e dei più noiosi.
— Non tanto, Duchessina; mi permetto di ricordarvi che lunedì sera alla festa di Madama A.... voi cantaste con tanta espressione con lui il duetto del Tancredi, che tutti invidiarono la sorte del Visconte...
— Oh! ben sapete che io cerco sempre di porre un poco di anima in quello che canto; non posso vincere il mio temperamento. D'altra parte, quel duetto è tanto bello!
— Io lo detesto, Duchessina.
— Lo detestate! e perchè?
— Non so, lo detesto tanto che ho giurato di non più accompagnarne il canto in qualsivoglia riunione.
— Eppure, voi medesimo mi diceste che quel duetto vi piaceva estremamente, e foste voi, se ben ricordate, che mel faceste imparare.
— Oh, Duchessina, se io avessi supposto che...
— Che cosa, maestro?
— Non so, volea dire che... che... io detesto quel duetto da lunedì sera.
Daniele abbassò gli occhi: sul suo volto era apparsa una leggiera tinta di vermiglio. Emma finse di non comprendere la significazione di quelle parole e trasse a caso un accordo dalla tastiera.
— Volete aver la bontà di riascoltar questo pezzo?
— Io vi ascolto, Duchessina.
Emma cominciò a cantare la ballata spagnuola. Era nella voce della giovinetta un tale incanto, una tale voluttà che avrebbe sconvolta la ragione del più freddo uditore: avea certe corde che andavano a toccare il fondo del cuore, e rimescolarvi le passioni: avea certi tuoni di contralto, certe modulazioni, certe cadenze che avrebbero fatto cader un teatro per gli applausi, se quella donna fosse stata artista. Quella voce, quell'accento, quel canto ti mettevano il fremito in tutte le fibre del corpo, ti faceano impallidire per tempesta di commozioni.
Non sappiam dire quello che accadeva nel cuor di Daniele in udendo cantare quella ballata. Senza dire della divorante passione che lo struggeva per quella fanciulla e gli mettea la febbre nei polsi ogni qual volta l'udiva semplicemente a parlare, egli provava un sentimento indefinibile tutte le fiate che udiva parole spagnuole. Egli stesso non sapea rendersi di ciò ragione, ma era un nembo di rimembranze indistinte, un sogno lontano che gli si riaffacciava alla mente, un altro cielo, un'altra terra ch'ei vedeva attraverso confuse immagini: era forse la lingua che in culla egli udiva susurrarglisi all'orecchio, e che forse ei medesimo balbettava quando era bambinetto di due in tre anni. Certo si è che quel canto e le parole di quella lingua facevano sull'animo di Daniele tale impressione ch'ei si sentiva toccare il cervello e diventar pazzo. Aggiugni che nel cumulo delle ricordanze velatissime che gli si presentavano al pensiero, ei vedeva una casa splendidissima e tanti vaghi oggetti che non giungeva a distinguere: tra l'altro, raffigurava in mezzo alla sua memoria una donna bellissima che sempre il baciava, e che gli diceva appunto tante cose in quella lingua che or egli ritrovava sulle labbra di quella bella creatura, che gli sedeva allato. E quando Emma ebbe terminato di cantare, Daniele rimaneva tuttavia nella immobilità di statua, assorto in una sola idea che gli dava rovello e che il faceva uscir di senno. Egli pensava... pensava che forse egli era nato RICCO E NOBILE!
— Ebbene, maestro, non avete nulla da osservare, nulla da correggere nel modo di cantare questa ballata? chiesegli Emma.
— Nulla, Duchessina. Quando io vi ascolto, io non sono più su questa terra, il sapete. L'arte sterile e pedante è fulminata dal vostro genio. Quando io vi ascolto non sono più vostro maestro, ma vostro ammiratore.
— Voi mi lusingate troppo, maestro; ho paura che non mi guastiate.
— Ed io vi guasterei davvero se facessi la minima pedantesca osservazione a quello che avete cantato. Noi abbiamo cambiato le nostre parti, Duchessina; voi siete che insegnate ed io che apprendo. Se sapeste quante ascose bellezze artistiche mi rivela il vostro canto! Non vi parlo dell'impressione che in me produce, di quello che io sento... Duchessina, io sarò costretto di rinunziare al piacere di udirvi.
— Che vuol dir questo? domandò la giovinetta abbassando quelle sue lunghe ciglia.
— Vuol dire che star vicino a voi un'ora o due, qui, in questo salotto, colla mia sedia così vicina alla vostra, vedervi così dappresso, gustare io solo la immensa delizia di sentirvi a cantare, trattenermi con voi da solo a solo, udir le vostre parole, guardare i vostri occhi... è troppo crudel prova pel mio povero cuore... nol posso, no, Duchessina... Mille altri invidiano la mia sorte, eppure io sono più infelice assai di loro tutti... Perdonate, l'ardita franchezza del mio linguaggio, e compatite ai mali che voi fate.
— Non v'intendo, signore. Non è la vostra professione quella di maestro di musica? Non sono io la vostra discepola? Non debbo al vostro merito impareggiabile quel poco che so? In quanto all'effetto che produce in voi il mio canto, siccome voi dite, l'attribuisco alla bella tempera dell'animo vostro si ben formato. D'altra parte, è vero che il canto suol produrre di strani effetti sul cuore degl'innamorati.
Daniele fece un balzo in sulla sedia, trasalì, si scolorò, ed indi il suo volto diventò fiamma ardentissima.
— Che! Duchessina, balbettò egli, avreste voi letto nell'anima mia?
— Non propriamente, nell'anima vostra, rispose sorridendo la giovinetta, ma qualche cosa ho indovinato da questo biglietto che vi consegno. Ieri sera voi non veniste alla nostra conversazione, e ieri sera appunto avreste trovato qui qualche cosa che vi avrebbe fatto estremo piacere. Or bene, eccovi il biglietto; via, non arrossite; è così naturale alla vostra età il far l'amore!
Emma traeva dal seno una carta piegata in forma di lettera e la consegnava all'attonito giovine, il quale vi gittò con ambasciosa avidità gli occhi e lesse sulla sopraccarta: DANIELE DE' RIMINI — DA LUCIA FRITZHEIM. Daniele impallidì: le sue labbra s'imbiancarono come quelle di un morto, e rimase lungo tempo con quella lettera in mano senza sapersi risolvere ad aprirla. Egli era atterrato! Avea fatto tanto per nascondere ad Emma i suoi amori con Lucia, per tema che non le fosse giunta all'orecchio la bassa sua origine!
— Ebbene, maestro, a che pensate adesso? Non vi affrettate a leggere quello che vi scrive la vostra bella? Ora su, andiamo, ve ne dò il permesso.
— Duchessina, rispose con rauca voce il giovine mal nascondendo il turbamento e l'ira ond'era preso, permettete ch'io vi dica esservi di gran lunga ingannata nelle vostre supposizioni. Questa donna che mi scrive, questa donna che voi credete mia innamorata, non è che una avventuriera.... una straniera ch'io ho conosciuta per casualità; il suo cognome v'indica che essa non appartiene a questo paese. Io non so come abbia avuto l'ardire di scrivermi dopo che l'ho dispregiata, dopo che non ho voluto cadere nei lacci delle sue seduzioni.... Ma già conosco quello che questa donna mi chiede, Duchessina. Non è amore quel che questa disgraziata mi chiede, ma sibbene del pane... del pane.
Ciò dicendo, l'infame trovatello intascava la lettera senza neppure dischiuderla, per tema che ad Emma non fosse nata la curiosità di gittarvi lo sguardo.
— In questo caso vi chieggo scusa, maestro che una tal donna fosse vostra innamorata. Vi assicuro che mi dispiace di essermi ingannata: non so perchè, ma quel nome avea destato in me una certa simpatia, anche perchè mi si disse ieri sera che un fanciullo di circa dieci anni in undici anni avea recata quella lettera. Il poveretto era stato dapprima alla vostra abitazione alla Riviera di Chiaia, dove gli avean detto che forse vi avrebbero trovato qui. La mia cameriera soggiunse che quel miserello si pose a piangere quando seppe che non eravate qui; sembrava afflittissimo e stanco a morte, perocchè avea fatto cammino a piedi, e diceva di esser partito nientemeno che da una strada lontana lontana; se ben mi ricordo, da S. Maria degli Angeli alle croci vicino al Real Albergo dei poveri! Queste ultime parole agghiacciarono il cuore di Daniele. Emma sapeva ormai la dimora di Lucia! Un'orma era segnata per discoprire il tutto! Daniele si morse le labbra: i suoi occhi gittavano veleno di collera.
— Intrighi, bugie, Duchessina: nulla di vero di quanto asserì quel fanciullo, al quale era stata forse insegnata una parte per commuover la gente di questa casa e carpirvi del danaro. Bricconi di pitocchi! Ei bisogna far cacciare dai vostri servi quel fanciullo, se si presenta di bel nuovo o qualunque altro venga in nome di questa intrigante avventuriera; i loro piedi brutterebbero la vostra casa; le loro parole contaminerebbero gli orecchi della vostra gente. Non mi arrecherebbe maraviglia se ardisse venir qui la stessa Lucia Fritzheim! Oh, Duchessina, ella ingannerebbe i più astuti. Se vedeste che sembiante d'innocenza! Che modi ingenui propri di un cuor gentile e virtuoso! Ma or siete avvertita, e non darete nella pania, siccome non vi cascheranno i vostri servi. Ma che dico! Ei bisogna, vi ripeto, ei bisogna far cacciare costoro senz'ascoltarli! Oh se vostro padre o vostra madre sapessero che donna è cotesta Lucia Fritzheim, non saprebbero abbastanza rammaricarsi che voi abbiate conservato un suo biglietto.
— Ma io ignorava tutto ciò, disse la fanciulla vagamente colorandosi di rosso nel volto.
— Abbastanza ci siamo occupati di questa sciagurata. Che il suo nome non contamini più le vostre labbra, Duchessina, fatemi l'onore di credere che nè il cuore nè il mio pensiero scendono tanto giù.
Sul sembiante di Daniele eran dipinti il dispetto, la collera, il livore. Emma credette scorgervi un sentimento di giusto sdegno.
— Dite bene, maestro, non parliamo più di ciò. Non potete credere come mi fa male il sentir certe cose. Oh che brutta cosa è la menzogna, l'ipocrisia, il tradimento!
Daniele stravolse gli occhi come se avesse avuto sul capo un colpo di mazza. Per buona ventura, Emma nol guardò in quel momento, dappoichè avea di bel nuovo spiegato sul leggio del piano-forte la prima pagina della ballata spagnuola.
— Voi dunque, maestro, m'incoraggiate a cantare questa ballata sabato sera da Lady Boston?
— Se v'incoraggio, Duchessina! Che cosa volete ch'io vi dica? Voi la canterete, se vi piace, e se l'avete promesso a quella ragunata e al visconte di Boisrouge; voi la canterete, e farete impazzare tutti quei signori. Ma per me, voi lo sapete; io vorrei che voi non cantaste giammai nelle ragunate... Io sono geloso, Duchessina.
— Geloso! esclamò la giovinetta sorridendo.
— Sì, geloso; o per dir meglio, egoista. Vorrei sentirvi io solo; vorrei che nessuno altro provasse quella gioia ch'io provo nell'ascoltarvi. Io so bene, Emma, che nessuno può in quei momenti sentir quello che sento io; ma pure, allora che gitto uno sguardo sul circolo de' vostri uditori, e veggo i loro volti infiammati, i loro occhi scintillanti, e indovino i palpiti dei loro cuori, a me pare che tutti debbano adorarvi siccome... siccome si adorano gli angioli come voi.
Daniele non disse siccome vi adoro io, ma Emma il comprese e sorrise. Da molto tempo la giovinetta si era accorta dell'amore di Daniele per lei, e ne gioiva. Daniele era per lei una vittima ch'ella attaccava al carro dei suoi continui trionfi, e cui si compiaceva di turbare.
— Sempre cortese e galante è il vostro linguaggio maestro. Se non sapessi che siete sincero, vi crederei adulatore...
Dopo qualche momento di silenzio, Emma riprese:
— Avrò un bel coraggio sabato sera per pormi a cantare. Sapete chi canterà da Lady Boston?
— Chiunque altro non potrà che sfigurare al vostro paragone.
— Anche se quest'altro o quest'altra fosse la signora Pasta?
— Ebbene, anche la signora Pasta non potrebbe che stare in seconda riga a petto vostro, Duchessina.
— Oh! oh! convenite che questo è troppo. La signora Pasta è la prima cantante che oggi sia in Italia.
— Non niego il suo merito, ma guai a lei, vi ripeto, se voi calcaste le scene per una sola sera!
— Tregua ai complimenti, signor maestro, e permettete ch'io vi dimandi che cosa canterete voi: ricordatevi che sabato scorso prometteste di farvi udire, e sarebbe scortesia il mancare.
— Io non mancherò; ho promesso di cantare... e canterò per la prima volta in casa di Lady Boston.
— Vi hanno ammirato come esimio suonatore; avranno l'agio di ammirarvi come esimio cantante. Che pezzo canterete?
— Un pezzo di mio componimento: farete le grandi meraviglie se vi dirò che anch'io ho composto le parole di questo pezzo.
— Davvero! sclamò la giovinetta, ecco che ogni giorno discopro in voi nuovi pregi e novelle doti; non sapevo che foste anche poeta.
— Duchessina, quando si ha nel cuore una profonda passione, si diviene poeta senza volerlo.
Emma chinò gli occhi sulla tastiera; e, fingendo spensieratezza, soggiunse:
— Ed è una romanza quella che avete composta?
— Non so quello che è; soltanto so che le parole e la musica sono esalate dalla profondità dell'anima mia.
— Avete almeno dato un titolo a questo vostro componimento?
— Sì, Duchessina, il titolo è, Un colpevole amore.
— Perchè colpevole? dimandò la fanciulla.
— Perchè è colpa in me l'amore; ei mi fa d'uopo idolatrare.
Emma si alzò e sorridendo disse a Daniele:
— Sedetevi qui, signor maestro, e fatemi udire il vostro colpevole amore.
Il giovine si sentì profondamente umiliato da questa specie di sottile e beffarda ironia.
— Non posso, Duchessina: in questo momento ci è troppa differenza e troppa distanza tra le nostre anime perchè voi possiate appieno gustare il mio componimento; l'anima mia è trista, assai trista, e la vostra è gaia, sorridente, felice. Non pertanto, poichè lo volete, io canterò, vi farò sentire il mio componimento e aspetterò dal vostro labbro la mia sentenza... cioè se potrò arrischiarmi a cantarlo da Lady Boston.
Daniele si sedè al piano-forte e cantò la seguente romanza:
Ah non mai, non mai saprete Del mio amor qual'è l'oggetto, Se anche un regno mi darete, Non sarà ch'io v'apra il cor. Resterà sepolto in petto Il segreto del mio amor. Muto il labbro non si affida Rivelar la fiamma ascosa; Sia ch'io pianga, sia ch'io rida, Chiuso è a tutti il mio penar; Chè a se stesso il cor non osa La sua colpa confessar. Se colei che m'innamora Semplicetta a me sorride, Il mio volto si scolora, E l'incendio in me si fa; Ma l'arcano che mi uccide Ella stessa ignorerà. Come è nato l'amor mio, Quale ha speme non so dire; Ardentissimo un desio Sol mi va rodendo il sen. Ah potessi nel morire Quanto io l'amo dirle almen!
Daniele avea cantata questa romanza con tale accento di disperata passione che Emma non potè nascondere il suo turbamento. Il giovine avea una bellissima voce di baritono, al che si aggiungeva un modo di cantare così perfetto e tant'arte che il suo canto innamorava. Pensate quale e quanta espressione fu da lui posta questa fiata nel pezzo di musica, in cui ritratto avea le sofferenze del proprio cuore.
— Magnifico! sublime! esclamò la fanciulla; voi sarete l'eroe della serata di sabato; ma badate che tutti useranno l'indiscrezione di chiedervi il nome dell'oggetto da voi amato.
— Indarno il chiederanno, Duchessina.
— Ebbene, maestro, ditemi la sola lettera iniziale del suo nome; ditela a me sola, vi prometto che non la paleserò a nessuno.
— Che mi chiedete, Duchessina!
— La sola lettera iniziale; pensate ch'egli è impossibile conoscere un nome da una lettera.
— Ebbene, io vi dirò una lettera del suo nome e vel lascerò indovinare; ma allora peserà su voi la responsabilità del mio segreto discoperto.
— Dite dunque.
Daniele trasse di tasca una piccola matita e con mano tremante segnò sulla carta di musica della sua romanza la lettera M.
Ah! indovino, esclamò l'astuta giovinetta per torturare l'amante, e quasi che non avesse compreso che questa M era tutto il proprio nome; indovino di che si tratta; voi amate Lady Maria Boston: avete ragione di aver intitolato la vostra romanza un colpevole amore, perchè questa donna è maritata.
Daniele pallidissimo e turbato stava per rispondere quando sì presentò nel salotto la Duchessa di Gonzalvo madre di Emma. La lezione cessò, e la conversazione si aggirò su cose indifferenti.
III. DUE AMICI DI DANIELE
Daniele tornando a casa era in uno stato che facea paura; si sentiva umiliato agli occhi suoi stessi in quella specie d'indifferenza con cui era trattato da Emma: il suo amor proprio, la sua vanità, la sua passione, tutto era ferito, ulcerato nell'anima sua — Durante il cammino dal palazzo S.... alla Riviera di Chiaia, parea demente, parlava solo, urtava tutti, prendeva una strada per un'altra.
— Questo tormento non può durare, diceva tra sè stralunando gli occhi e gesteggiando come un attore che reciti un monologo violento — no, non può durare; io mi ucciderò se Emma non corrisponderà al mio amore. Bisogna ch'io me le dichiari apertamente.... Allora vedremo, se potrà sfuggire destramente alle mie dichiarazioni.... Se ella è ricca, nol potrò anche io diventare? Non è questa l'ardente speranza della mia vita? Non gitto sudori, non mi ammazzo forse per acquistare un po' d'oro? D'altra parte, che bisogno ha ella di sposare un ricco, quando ha tante ricchezze? La sua mano farà ricco l'uomo ch'ella sposerà. La sua nobiltà! Ecco... ecco l'ostacolo di ferro, impossibile a sormontare... Eppure, chi sa! se io giungessi ad innamorarla di me; se ella mi amasse, i suoi genitori farebbero la volontà di lei... Potrei sperare... Oh! perchè ho conosciuto questa donna? La mia salute deteriora ogni giorno: ho abbandonato tutti i miei amici, tutte quelle famiglie che avrebbero potuto essermi utili.... Non è possibile ch'io viva più con tal serpe nell'anima; bisogna finirla; o Emma sarà mia o io mi ucciderò o ucciderò lei, perocchè non potrei sopportar l'idea che un altro la possedesse!... No, non è possibile che io mi strugga a tal modo; io le aprirò tutto il mio cuore, mi getterò alle sue ginocchia, implorerò l'amor suo e la pregherò che mi dia la morte.
Così parlando il forsennato era giunto alla sua abitazione. Nell'entrar che fece nel suo salottino, trovò sdraiati presso il camminetto il Marchesino Gustavo che leggeva, e un altro giovine suo amico, per nome Stefanello, anche di nobil famiglia. Daniele aveva invitato a pranzo questi due amici.
— Oh, bravo, maestro! farsi aspettare un'ora, è proprio dell'ultima eleganza! disse il Marchesino, gittando le sue lunghe gambe sovra un'altra poltrona che gli stava di contro.
— Perdono, amici miei, ho avuto impacci per le mani: ben sapete le seccature annesse alla mia professione.
— Che hai? ti veggo in fronte una cera lunatica, alla Jacopo Ortis; che ti è accaduto?
— Niente... propriamente niente; ho lavorato molto, sono stanco.
— Non me la darai ad intendere, discolo di prima sfera, riprese il Marchesino, qui ci è sotto roba femminile... Un tradimento, eh? Buffoneria l'accuorarsi per le donne... Ma già, alla tua età si crede ancora a quelle pappolate di fedeltà, di costanza di amore eterno, di un tugurio ma con lui, e a tante altre graziose parole di questo conio, belle invenzioni del secolo passato, ma che ora sono rancide o uscite di moda come Madame Colbran... Ricordati che
Femmina è cosa mobil per natura: Solca nelle onde, e nelle arene semina Chi pone sue speranze in cor di femina.
Ecco per esempio, quando tu sei venuto, io stava leggendo questo vecchio fascicolo dell'Utile Passatempo[1]. Ascolta questo aneddotuccio; «Veniva consigliato un padre di aspettare che suo figlio fosse più saggio per dargli moglie. Il vostro consiglio, rispose, non mi pare troppo buono, poichè se mio figlio diventa saggio, temo che più non si abbia ad ammogliare».
Mentre il Marchesino era intento a leggere, Daniele distratto e visibilmente contrariato dalle parole dei signorotti, andava lasciando in sul tondo del salottino quegli oggetti che soglionsi portare addosso nell'uscir di casa, come orologio, borsellino, denaro, portafogli, guanti ed altri simiglianti amminicoli di acconciatura. Il Marchesino Gustavo era un giovine d'un trent'anni o più, faccia comune e volgare, tagliata nel mezzo da due mustacchietti incerati, e terminata da un meschino gruppetto di peli in sul mento. Il suo vestito consisteva in un soprabito per mattino con altissimo bavero secondo la moda di quel tempo, in un corpetto di casimiro a corazza, in calzoni alla cosacca a righe. I suoi capelli eran folti e ricciuti. Essere della specie più comune, questo individuo non aveva altro pensiero, altra occupazione, altra cura che di ammazzare il tempo, secondo il linguaggio di simil razza di gente. Un buon pranzo o una buona cena era l'apogeo della sua poesia.
Un poco più ci piace dilungarci sul ritratto di Stefanello, offrendo questi un tipo curioso ed una specialità sociale che è andata sempre più crescendo cogli anni e che ora ammorba la nostra società. Questo tipo terribile da' francesi chiamato fat, dagl'inglesi ironicamente beau, è una specie di serpe da' guanti bianchi che striscia su i mattoni incerati dei salotti. Non credete però ch'ei sia terribile pel fascino irresistibile dello sguardo, ma perchè morde leccando, e le sue morsicature sono sempre mortali: un'arma possente e omicida è per lui la parola.
Entrate in una sala in cui sono molte dame e molti uomini, in cui si balli o si conversi, siete certo di trovare quest'essere sdraiato sovra i cuscini di un canapè, con una mano lisciante i ben composti capelli, e con l'altra ficcata oziosamente nella tasca del calzone: vicino a lui per lo più siede un altro della medesima pasta, e discorrono sbadigliando di donne e di amori, di conquiste fatte e da fare, di buone fortune e di altre simiglianti materie. Quest'uomo innocentissimo di condotta è però da fuggire come un appestato, e da non ammettersi mai in propria casa: la sua smania è di credersi un Don Giovanni, un Lovelace, di tenersi un bel seduttore, mentre forse in vita sua non ebbe mai la buona ventura d'essere stato corrisposto in amore. Egli vi dirà spiattellatamente d'essere stato felice innamorato della vostra innamorata, e vel dirà con sogghigno amabile a fior di labbra, con una grazia tutta particolare, con una proprietà di vocaboli da trarre chiunque in inganno. Voi aggiusterete fede alle sue parole; andrete in furore contro la vostra bella, contro tutte le donne; giurerete di abbandonarla, di non più vederla, mentre quella poverina non avrà neanco guardato il nostro bellimbusto. Tutte le donne, niuna esclusa, appartengono di diritto a quest'uomo: egli le domina tutte, e la loro sorte dipende da una sua formidabile parola. Tapina di quella fanciulla che per caso si trova a fissar lo sguardo su lui per qualche momento: ella è pazzamente presa di lui; tutto il mondo in un attimo il saprà.
Quest'essere è facile a riconoscersi tra mille; pochi peli in faccia, vista corta, capelli lunghi; il suo vestito è sempre ricercato alla moda, pieno di profumi. Suole egli eziandio portar sempre addosso un taccuino, nel quale sono rinchiuse una decina di letterine galanti ricevute da una decina di belle abbandonate da lui; non giureremmo che quelle letterine sono autografe, anzi nol vorremmo neppure asserire; egli le mostra continuamente ai suoi amici: in altra taschetta del portafogli stanno poi certi altri bigliettini di suo pugno e senza indirizzo, i quali egli tiene sempre pronti per valersene all'uopo. Quest'ente così futile perchè leggiero, e nello stesso tempo non meno pericoloso per la stessa leggerezza, dovrebb'essere bandito dal grembo della società come un disturbatore della domestica quiete ed un avvelenatore di cuori. Di tal natura per lo appunto era Stefanello.
— Il Marchesino ha ragione, disse questi zufolando tra i denti un motivo del Barbiere di Siviglia; il sentimentalismo è fuor di moda, mio caro maestro; fa come fo io, gitto la scintilla dell'incendio e passa. Per essere amato dalle donne, è necessario disprezzarle; io conto mille conquiste ottenute solo con quest'arma possente del disprezzo.
— Le vostre congetture sono erronee, amici, disse Daniele — il mio malumore non proviene da donne; non sono io un collegiale da rattristarmi per tanto.
— E pure tu dimagrisci a vista come un innamorato morto, soggiunse il marchesino — non mangi più, non bevi più, non vieni più con noi alla Favorita la domenica. Che diascine ti coglie?
— Non istò bene, amici miei, soffro coi nervi, ma spero di ricuperar ben presto la sanità ed il buon umore.
Uno scoppio di risa accolse queste parole.
— Ah! ah! soffre coi nervi! malattia alla moda, morbo generico e di buon tuono...
— È probabile che soffra d'isterismo, riprese ridendo Stefanello.
Daniele intanto avea lasciato sopra il canapè il suo piccolo mantello; e si era anch'egli gettato a sedere in mezzo a' suoi amici. Era in sul finir del mese di novembre. Il camminetto era acceso, perocchè il tempo era secco e freddo. Si aspettava che il pranzo fosse servito.
— Scommetto che non hai udita la Niobe di Pacini, disse il Marchesino agitando i pezzi di legno nel camminetto.
— Oh! l'ho udita tre volte, rispose Daniele, e sempre con ugual piacere; è un'opera magnifica.
— La Pasta è inarrivabile nella sua parte, esclamò Stefanello appoggiando le spalle al davanzale del camminetto: ella è un prodigio! Che anima e che arte! Come ha indovinato lo spirito del suo canto! Nel suo duetto con la Unger strappa il cuore degli spettatori!
— Già tu sei uno de' più teneri ammiratori di questa prima donna, osservò il Marchesino ci è da scommettere ch'ella è presa pazzamente di te.
— Oh! non parliam di questo; soggiunse lo spezzacuore con lieve sorriso di trionfo, ne ho veduto a cascar ben altre a' miei piedi, e che bellezze! Io sono ristucco del genere teatrale; son fortezze troppo facili ad esser espugnate.
— Via, via, sappiamo di che sei capace, gran seduttore, tornò a dire il Marchesino... È certo impertanto che le lodi alla Pasta nella tua bocca diventano sospette. Già il teatro S. Carlo è divenuto per quest'attrice un campo di guelfi e di ghibellini. Per me dico, e mi richiamo al parere del mio professore qui presente, che la Pasta quando si abbandona agl'impulsi della sua natura è grande, è sorprendente; ma che casca talvolta nell'esagerato per ispirito d'imitazione. Riguardo poi al suo canto, è indubitato che nei suoi passaggi dai tuoni gravi ai medii ella non pone molta faciltà e pieghevolezza. Non è vero, maestro?
Daniele, a cui quest'ultima interrogazione era diretta, si contentò di fare un segno affermativo col capo. Egli non era uscito dalla sua pensierosa concentrazione. Intanto i due convitati di Daniele incominciavano a trovar troppo lungo l'indugio del pranzo: aveano già consumato parecchi sigari per ciascuno; aveano in gran parte esaurito tutti i futili subbietti di conversazione; si posero però a passeggiare smaniosi pel salottino.
— Il tuo cuoco è un carnefice questa mattina, osservò il Marchesino.
— Ci vorrà dare un pranzo al tutto diplomatico il nostro Daniele, disse Stefanello, ed ecco perchè ci farà attendere fino alle cinque.
— Sta benissimo, riprese il primo, e mentre egli si ostina nel suo taciturno sentimentalismo, noi ridurremo in cenere un altro sigaro.
Il Marchesino cavò di tasca un elegante porta-sigari, ne cacciò un tubetto di foglie americane e si pose alla ricerca d'un pezzo di carta per accenderlo.
— Oh! una lettera non aperta! esclamò egli mettendo le mani addosso alla lettera di Lucia Fritzheim, che Daniele avea gittata in sul tondo in uno cogli altri oggetti ch'erasi tolti di tasca.
Daniele si ricordò di quella lettera e corse per istrapparla dalle mani del suo amico, ma questi ne avea già letto l'indirizzo ed il nome di colei che la scriveva.
— L'ho trovata! L'ho trovata! esclamava il Marchesino in aria di trionfo, e saltando sopra una sedia per non farsi carpire il suo bottino; ecco il segreto di Daniele; qui sta l'affare leggasi.
Anche Stefanello si era messo dalla parte del Marchesino per impedire a Daniele di toccar la lettera.
Ebbe luogo una lotta furiosa. Daniele si dibatteva come un leone per non far leggere la lettera che avrebbe potuto discoprire le sue relazioni colla famiglia dello stradiere; ma egli era uno contro due e non poteva a lungo durare nel conflitto. Gli riuscì pertanto di afferrar la lettera, la quale fu lacerata in due parti, di cui una restò nelle mani de' due amici e un'altra in quelle di Daniele. Questi si affrettò di gittare nelle fiamme del camminetto quel pezzo che gli era rimasto nelle mani.
Gli altri due lessero il seguente moncherino di lettera:
«Daniele, Daniele mio, Corre già il quarto mese che mi hai ab......... giorni ora per ora, minuto per min........... sun rimprovero; sono rassegnata alla........... altra... Iddio ti renda felice... Io sto m........... forse aver pietà di me togliendomi............ divenga lo sposo di un'altra. Il med............ Ambrogio ch'io entro nel primo grado di ti.......... intorno al mio letto essi mi credevano........... ti ho amato, Daniele, e quanto ti am............ più non sarò su questa terra. Io ti sciol........... ti perdono la morte che mi dai. Soltan........... prima parola di amore che ci scamb............ che non abbandoni la mia infelice famig........... i miei fratelli e soprattutto che non............ per quella povera creatura di Uccel............ sarai felice a fianco della don.............. Addio... addio... per sempre............. parlar di me che un'altra sola v............ per caso annunziata la mia mor............. giorno della tua vita, siccome il dì............ stato per me il più felice... ad.............. Daniele, Daniele mio... Lucia».
Non avevano il Marchesino e Stefanello terminato questi brani di lettera, di cui ogni parola avea fatto tremare il cuor di Daniele per tema che non vi si trovasse qualche inattesa rivelazione, quando il servo, presentatosi sull'uscio del salotto, disse:
— Il pranzo è all'ordine, signori.
I due amici rimisero tra il fumo delle vivande e tra i prelibati vini, il fare i loro comenti sulla lettera singolare che aveano discoperta.
IV. LA SERATA DI LADY BOSTON
Lady Mary Boston era una della più ricche e festose Inglesi che dimorassero in Napoli in quel tempo. Figlia e sposa di Pari d'Inghilterra, giovane e bella, questa donna sapeva godersi la vita. Ella avea comprato una casa in sulla Riviera di Chiaia in cui veniva a passare la stagione dei balli e delle feste. Nell'està ritornava a Londra, dov'era aspettata con premura da quell'aristocrazia che ritrovava nei salotti della vaga Lady le più efficaci e dilettose distrazioni alle cure della politica e dei pubblici negozi. Incominciando dal mese di novembre, ogni sabato Lady Boston riuniva nelle sue splendide mura quanti uomini e donne illustri erano in Napoli, di ogni favella e di ogni classe, purchè la celebrità fosse il titolo d'introduzione appo lei. Gli scienziati, gli uomini di lettere, gli artisti più ragguardevoli trovavano generoso e nobile accoglimento in quella casa, ch'era benanche il ritrovo di tutta la nobiltà europea. Walter-Scott, Chateaubriand, Bulwer e altri mille colossi della letteratura inglese, francese e italiana erano venuti a visitare le sale della celebre Lady Boston, e vi si erano intrattenuti in qualche sabato a sera. È superfluo il dire che il fiore de' cantanti erano invitati, come tutti gli altri, a queste periodiche riunioni colla solita e semplice formola di:
Lady Mary Boston à l'honneur de prèvenir Mr. N. N. qu'elle est chez elle tous les samedis a 8 heures du soir — Riviera di Chiaia — Palais P...
La magnificenza degli addobbi e dell'illuminazione, il lusso delle credenze, l'ordine e la disposizione del divertimento, la scelta degl'invitati e la estrema eleganza degli abbigliamenti avean fatto la rinomanza europea delle serate di Lady Boston; tantochè a Londra, a Parigi, a Milano se ne discorreva; e i nobili di queste capitali traevano espressamente in Napoli per godere di queste serate. Lady Boston non aveva che una sola rivale per isplendidezza di trattamento, ed era Madame A... ma, secondo il giudizio degl'intenditori, costei perdeva nella lotta, e non arrivò mai a levarsi a quel grido cui pervenne la Britanna. L'inverno dell'anno 1826-27 comechè turbato da frequenti uragani e da piogge continue, fu al certo uno dei più brillanti e animati che rallegrassero la nostra Napoli. L'affluenza dei forestieri era grandissima. Il teatro S. Carlo nell'apogeo della sua gloria, diretto dal Nestore degl'impresari, dal Barbaja, formava la delizia del mondo musicale e il più gran vanto delle belle arti napolitane. Ogni sera era un trionfo di compositori e di artisti: ogni sera una fronda si aggiungeva alla corona di allori che cingeva le chiome di quegli artisti che sono fino ad oggi rimasti impareggiati. E la serata del sabato, al quale abbiamo accennato nei precedenti capitoli, fu la più brillante di tutto l'inverno.
Due grandi artisti cantavano per l'ultima volta ne' salotti di Lady Boston prima di partire per Vienna, dov'erano scritturati, la Lalande e Lablache. Erano anche invitati a cantare la Pasta e Rubini.
Non è a dire la folla che ingombrava i salotti della nobile inglese, folla deliziosa, spirante la gioia, il piacere, susurrante parole dolcissime. Non ci arrischieremo a dipingere questa festa; ogni parola sarebbe dammeno del vero, ogni epiteto non sarebbe corrispondente, e ogni descrizione riescirebbe languida e monca a petto della realtà; lasciamola però interamente immaginare a' nostri lettori, contentandoci di dire che in quelle sale cosparse di luce, di profumi di diamanti, di fiori e armonie, contenevansi meglio che mille persone, di cui ciascuno era una celebrità, un'illustrazione, una gloria, o al più poco un tesoro animato. Contrasto singolare facea colla splendidezza di quell'ostello un cielo tempestoso che batteva con onde di pioggia i cristalli di quei terrazzini.
Le più lussose ed eleganti acconciature sottoposte al più severo codice della moda di Parigi facevano vaga mostra di sè. L'età delle donne spariva sotto le mani degli abili pettinatori e delle sarte parigine: la bellezza, la grazia, la salute, l'amore erano dipinti in su tutti i volti, scolpiti su tutte le fronti. Un mormorio che si perdeva come un'onda di fila in fila, di crocchio in crocchio, di sala in sala, accoglieva l'entrare di ogni nuova arrivata; il suo nome, i suoi titoli, le sue relazioni ed i suoi amori erano buccinati in un baleno e promulgati dappertutto. Il sorriso accoglieva tutti e la gioia gli aspettava.
Ma un grido di ammirazione piuttosto che un mormorio passò di labbro in labbro, ed un lampo di gelosia sfolgorò negli sguardi di tutte le donne. Emma di Gonzalvo appariva nel gran salone.
Ella entrava appoggiata al braccio del Duca suo padre: aveva al suo fianco il visconte di Boisrouge. Seguitavala la Duchessa di Gonzalvo al braccio di un plenipotenziario straniero. Emma era stata in un attimo giudicata la più bella tra tutte quelle bellissime donne: ella era dunque la sovrana della danza.
La sua acconciatura era tutto ciò che si può immaginare di più vago insiememente e di più semplice per una festa di ballo. I suoi capelli, ordinati in quel modo ingenuo e gentile addimandato in allora alla Vergine, erano coronati da un festone di rose in diamanti... Contro la sconcia moda di quel tempo, Emma portava una veste di velo inglese la cui vita era bassa onde le forme leggiadrissime di lei si disegnavano con tanta grazia e avvenenza, che questa novella ardita foggia di vestire incominciò da allora a bandire la moda delle vite alte e dei grandi scolli. Emma avea dunque dato il colpo mortale alla moda di Parigi. Era impossibile avvicinarla: un cerchio spessissimo di giovani aveva attorniata questa dea, contendendosi una parola di lei, un sorriso, uno sguardo. Emma era andata a sedersi vicino alla madre, alla sua sinistra era seduto il Grande Ammiraglio Conte di L... amicissimo del Duca di Gonzalvo.
Non ancora si era dato principio al canto... Le tablettes di ballo di Emma erano già ripiene d'inviti per le contradanze francesi e inglesi, e pel valzer francese e tedesco. La conversazione era universale e animata nei diversi gruppi: gli uomini discorreano di politica, di arti, di cavalli e di cani; le donne di mode e di amori. Le sale erano gremite di tanta gente che più non si distinguevano le persone.
Di repente fu fatto silenzio in mezzo a' gruppi, e tutta la folla sparpagliata nelle numerose e vaste sale si agglomerò appo gli usci indorati del salotto da canto. Madame Lalande apriva la serata colla cavatina della Olimpia del maestro napolitano Carlo Conti. La Lalande vien ricordata con amore tra le cultrici dell'arte melodrammatica: la sua voce argentina, robusta ed agile, il suo bel metodo di canto lasciarono sulle scene d'Italia e dell'estero non periture ricordanze. L'Accademia filarmonica di Bologna l'annoverava tra i suoi membri, siccome avea fatto della Colbran e della Giorgi, lodata da Pietro Giordani. Dopo Madame Lalande, la celebre Pasta cantava coll'egregio tenore signor Winter il duetto tanto applaudito della Medea del Maestro Mayer. Gli applausi che interruppero a quando a quando questo pezzo, e che scoppiarono con violenza alla fine di esso, furono la più sincera espressione di quella soddisfazione che i due valenti artisti lasciavano negli animi de' loro uditori.
La Pasta era di bella persona, di volto espressivo; i suoi occhi grandi e loquaci comandavano l'entusiasmo. In quella parte di Medea non meno che nell'altra di Desdemona nell'Otello di Rossini, questa donna avea fatto gustare per la prima volta in sulle scene d'Italia il genere declamato, che oggi è venuto in tanta reputazione e successo, benchè a discapito del buon canto italiano.
Luigi Lablache, il colosso dei bassi, l'artista modello, l'uomo dai polmoni di ferro, dal petto cannone, dalla voce portentosa che facea tremar la volta di S. Carlo come il cuore dei suoi uditori, il cantante-atleta, numero uno nei secoli, il contemporaneo di de Marini e il suo più illustre rivale melodrammatico; Luigi Lablache, gloria tutta nostra, il cantore delle opere di Rossini, in procinto di abbandonar Napoli pel teatro italiano di Vienna, si faceva udire in quel sabato a sera nella sala di Lady Boston coll'aria di Figaro nel Barbiere di Siviglia. Quando ebbe terminato di cantare, un solo uomo non aveva applaudito a furore. Rincantucciato in un angolo della sala, egli piangea. Quest'uomo era Domenico Barbaja.
La Pasta e Rubini cantarono poscia il duetto finale di Otello. Non mai questi due grandi artisti avean posto tanto fuoco e tanta verità nelle rispettive loro parti. Rubini era grande, inarrivabile, facea fremere e raccapricciare; la possente sua voce scuotea le fibre più recondite del cuore. Che diressi della Pasta, che si trovava nel suo vero genere in quel canto di declamazione, in cui tanto ella si distingueva che le avea fatto acquistare una riputazione superiore ad ogni elogio? Dopo questo duetto, il programma della serata annunziava un intervallo, che fu speso nei più lauti e delicati rinfreschi. Emma aprì la seconda parte della serata. Non è dicibile con quale ansia si udiva a cantare questa giovinetta; una delle poche dilettanti che si ascoltavano da Lady Boston. Presso al piano-forte ov'ella cantava eran raccolti gli artisti da noi summenzionati e un grandissimo stuolo di ammiratori della bella Andalusa. L'aria spagnuola fu cantata da lei con quelle grazie, con quell'accento, di cui abbiamo parlato altrove. Il suo canto fu coverto da rumorose esplosioni di applausi: si richiese la replica della ballata. Madame Lalande e la Pasta abbracciarono la giovinetta e la baciarono con tenerezza, con trasporto.
Per dieci minuti poi che il canto era cessato si udiva ancora il mormorio di sorpresa e di ammirazione che si sprolungava in tutte le sale. Lablache e Rubini cantarono il duetto del Barbiere di Siviglia. Passeranno secoli prima che un'altra coppia di artisti pari a quella faccia udire un duetto simigliante a questo del Barbiere. Il giovine maestro Daniele de' Rimini dovea por termine alla parte cantabile della serata colla sua romanza, e con un pot-pourri sulla Niobe del Pacini, la quale richiamava ogni sera gran folla di spettatori a S. Carlo.
Daniele era pallidissimo ed agitato: ciò nulla di manco cantò la sua romanza con anima, con passione: mai la sua voce non era stata così forte e commovente; molti paragonarono le sue agilità a quelle di Tamburrini. Era la prima volta ch'egli veniva udito a cantare da Lady Boston: destò maraviglia, simpatia, riportò un vero trionfo. E quando le agilissime e portentose sue mani oprarono prodigi sul piano-forte, quando le più grandi malagevolezze furono da lui superate con quell'ardimento, di cui si spaventa la mezzanità, Daniele diventò l'eroe della serata. Tutti bramarono di conoscerlo, di avvicinarlo; si dimandò del suo nome, delle sue relazioni, dei suoi parenti; i nobili più schifiltosi non isdegnarono di stringergli la mano, di profferirglisi.
Le donne erano soggiogate, e guatavano il giovinotto maestro con un sentimento d'ammirazione e di simpatia, dappoichè quella sua voce in cui trapelava una commozione profonda avea toccato tutt'i cuori. Il bel sesso cercava indovinare chi potesse essere l'oggetto del colpevole amore dell'esimio pianista, e già ivasi bisbigliando nella sala il nome di Emma; perocchè in un baleno si era saputo che la casa del Duca di Gonzalvo era quella che maggiormente era frequentata dal giovine maestro. Tutti gli occhi si portarono sulla figliuola del Duca, la quale si studiava di nascondere il suo turbamento con un'affettazione d'indifferenza e d'ilarità. Fu questo un bel momento per Daniele. La sua vanità era soddisfatta! Negli occhi suoi, fissi sopra Emma, lampeggiava il contento di essere a quel modo l'oggetto della universale attenzione... Egli cercava intanto discoprire in sul sembiante della fanciulla un sintomo qualunque di propensione per lui. A mala pena rispondeva alle congratulazioni che se gli volgeano; a stento non si mostrava scortese e zotico.
Stando a tal guisa con tutta l'anima sua alla vedetta di un'ombra di amore negli occhi di Emma, non si era accorto di un personaggio che gli si era appressato. Questi il chiamò per nome, e gli disse:
— Permettete che aggiunga le mie alle congratulazioni degli altri, signor Daniele.
Udendo la voce di questo personaggio Daniele fece un balzo sopra sè stesso, e imbiancò in volto come per morte veggendosi allato l'incognito straniero che recavagli in fin di mese la polizza di ducati cinquanta.
— Voi qui, signore! sclamò atterrito Daniele.
— Non temete di nulla; io non parlerò, ve ne fo solenne promessa.
Lo straniero strinse la mano di Daniele che trovò febbricitante, e si allontanò dalla sala, per recarsi vicino al Duca di Gonzalvo, seduto ad una partita di whist.
Il ballo cominciava.
V. UN MILIONE
Il dì vegnente Daniele si alzò di buon mattino: non aveva chiuso gli occhi per un sol momento durante l'intiera notte; un'idea fissa, un proponimento decisivo avealo tenuto desto; egli volea finirla una volta per sempre collo stato di martirio nel quale si trovava.
— Tra poche ore la mia sorte sarà decisa, diceva tra sè medesimo, sdraiato sopra un seggiolone accosto al suo letto, e avvolto in ampia veste da camera: tra poche ore io saprò se mi conviene nutrire qualche speranza di possedere Emma, o se mi sarà d'uopo abbandonare questo paese e forse anche la vita... Sento che non ho la forza di vivere senza di Emma... Quel mio trionfo d'ieri sera non sembrò che avesse fatto la minima impressione su lei; mi rivolse soltanto alcune frasi gelate e comuni strappate dalla convenienza; parvemi anche più fredda verso di me; sembrava che mi evitasse, che poco mi avesse conosciuto... Feci benissimo a non ballar mai con lei; se ella è superba e sdegnosa, io non sono meno di lei: se io sono povero e oscuro, non soffro di essere dispregiato da nessuno. Lasciai a tutti quegli effeminati giovanotti l'onore di contendersi un valser o una contradanza con lei: io non sono fatto per immischiarmi nelle folle, non mi acconto alla razza degl'imbelli che pullulano in tutte le sale; non mi soddisfa la mezza luce; a me bisogna o lo splendor del sole o le tenebre fitte... Emma è per me il sole, la vita, la felicità... o Emma o la morte... Sì, questa mattina tutto dovrà decidersi... ogni ulteriore indugio potrebbe nuocermi.
Verso le undici del mattino dello stesso giorno, Daniele saliva le scale del palazzo S... e si faceva annunziare al Duca di Gonzalvo.
I domestici del Duca furono sorpresi di veder Daniele presentarsi di domenica e chieder del Duca, che pochissime volte egli avea veduto.
— Ho qualche cosa di segreto a comunicargli, disse Daniele al cameriere.
— Tutta la famiglia è ancora in letto, rispose il cameriere — Se il signor maestro vuole aspettare, Sua Eccellenza non potrà indugiare a levarsi.
— Aspetterò, soggiunse Daniele.
E si sedè in uno stanzino recondito del quartiere dove pel consueto il Duca ascoltava le persone che gli erano dirette per raccomandazioni, o che venivano a parlargli di negozii e di faccende particolari. In questo stanzino era un ritratto intero del Duca: quel ritratto era stato fatto ventitrè anni fa, e quando il Duca non avea che un 27 anni.
Abbiamo detto che pochissime volte Daniele avea veduto il Duca, vale a dire, il giorno in cui venne presentato a costui qual maestro di Emma, e qualche altra volta nelle serate di Lady Boston dove il vedeva alla sfuggita: perocchè il Duca raramente compariva nel gran salone da ballo o nel salotto da canto. Però Daniele non avea giammai avuto l'agio di affissare con attenzione le sembianze di questo personaggio.
Quel ritratto colpì incontanente il giovin pianista: quello sguardo, quelle fattezze del volto, quei basettoni che a guisa di doppio fuso prostendevansi sul labbro superiore, e quel pizzo lungo, dritto che gli scendeva insino alla gala della camicia; quella faccia insomma non era nuova per Daniele: essa disegnavasi nella sua memoria come un riverbero di lontanissimo passato; ma dove, ma quando, ma come Daniele avea veduto quel personaggio? Non era possibile deciferare il tempo e il luogo. Un mondo di congetture formava il giovine; cercava di coordinare le sperperate ricordanze della sua infanzia; si sforzava di diradare la nebbia onde si avvolgeva il passato, ma nel suo capo era una confusione spaventevole, un subbuglio di ricordi, di immagini, di sogni, cosicchè di tutta la fatica che egli si dava non ricavava altro frutto che quello di conoscere aver veduto altrove il Duca di Gonzalvo. Se non che la costui immagine si associava nella sua mente a quella di un altro uomo assai più bello e più giovine, di cui non conservava eziandio che un debolissimo ricordo. Il Duca di Gonzalvo avvolto in magnifica veste da camera entrava in quello studietto nel momento in cui Daniele era tutto e cogli occhi e col pensiero in sul ritratto del nobile spagnuolo.
— Eccomi a voi, signor de' Rimini, a che debbo attribuire il piacere di una vostra visita! Siete forse venuto a ricevere le mie personali congratulazioni per la vostra somma valentia nell'arte musicale?
— Non pecco di tanta vanità, signor Duca. Ieri sera quei signori furono assai indulgenti verso di me, ed io debbo attribuire a mero incoraggiamento le lodi che si piacquero prodigalizzarmi.
— Cotesta modestia vi onora, signor de' Rimini. Qual'è dunque il motivo che mi procura il piacere di vedervi questa mane?
Il Duca di Gonzalvo si era seduto. Daniele mostrava nell'alterazione della sua fisonomia l'agitazione che il possedeva.
— Signor Duca, incominciò il giovine lentamente e misurando le sue parole, prima d'ogni altra cosa, perdonerete la mia indiscrezione se ardisco di domandarvi in qual paese è stato fatto questo vostro magnifico ritratto.
— Ah! è un bel ritratto, n'è vero? Benchè io sia cangiato dagli anni, credo che mi rassomigli ancora.
— Perfettamente, signor Duca, e mi permetterete di dirvi che pochissima differenza vi è in oggi tra questo ritratto e il suo originale.
— Così dicono tutti per lusingarmi, ma hanno un bel dire; ventitre anni non passano sulle spalle di un uomo senza lasciarvi un ricordo poco piacevole... Ebbene, questa dipintura è stata fatta in Siviglia, in un sol giorno, da un abilissimo artista Italiano... Oh! questo ritratto mi ricorda sventure per le quali sanguina ancora il mio cuore.
— Duolmi di aver ritoccate le vostre dolorose rimembranze, signor Duca; ma pure, ancorchè dovessi arrecarvi dispiacimento, mi arrischierò a domandarvi se in Siviglia, presso a poco nel tempo in cui fu fatta questa dipintura, voi non avevate un parente, un amico che spesso frequentava la vostra casa, o in casa del quale voi traevate?
Simigliante interrogazione fece rabbruscar la fronte del Duca, il quale guardò fisamente e con sospetto il suo interrogatore, e non rispose che dopo qualche momento.
— Non so qual premura possiate avere, signor de' Rimini, a ricercarmi d'una cosa e d'un tempo ch'io vorrei dimenticare... Non saprei rispondere con precisione a quello di che mi richiedete... Nel 1803 io aveva molti amici ed un immenso numero di nemici, perocchè il posto onorevole e l'alta carica civile ch'io avea ottenuto nella giovanile età di 27 anni mi avevano procacciato migliaia di gelosi ed invidi: in quell'anno per me cotanto funesto fui costretto di abbandonar Siviglia dove la mia vita era mal sicura, essendo per infame tradimento caduto in sospetto al mio governo. La mia partenza fu così precipitata che appena ebbi il tempo di farmi ritrarre su quella tela e mandare il mio ritratto al Castello di Santiago, poco discosto da Siviglia, e dove dimorava la mia fidanzata, Isabella di Monreal, che ora è mia moglie. Nessun'amico mi accompagnò nel tristo viaggio, tranne un fedel domestico e mia sorella che volle seguirmi, non ostante le più vive rimostranze ch'io le feci, mettendole dinanzi agli occhi la malagevolezza e i pericoli del viaggio in sull'Atlantico e sovra un piccol legnetto commerciale. Ma ella rimanea sola ed esposta forse alle persecuzioni dei miei nemici; sicchè io stesso non potetti rifiutarmi a tali possenti ragioni, e meco la menai colà dove il destino chiamavala ad una serie d'irreparabili sventure. Sciagurata sorella!.. Voi mi parlate di amici, signor de' Rimini! Or bene, io n'ebbi due; uno che per invidia cercò di togliermi la vita civile, denunziandomi come venduto a' nemici del mio paese, e che mi costringeva ad abbandonare la nativa mia terra: e un altro che mi offriva una splendida ospitalità e un asilo sulle frontiere della Francia, che mi abbracciava con effusione di cuore, per piantarmi più tardi un coltello nel seno... Quest'uomo s'involò alla mia vendetta; io non l'ho più riveduto e il credo morto; almeno ne ho speranza, che se mi fosse dato di sapere dov'ei si asconde, andrei a trafiggerlo avvegnacchè egli stesse all'estremità del mondo.
Gli occhi del Duca di Gonzalvo balenavano di furore; due corde di fuoco erano state toccate nel profondo dell'anima sua, i due tradimenti che tuttavia gli amareggiavano la vita. Daniele si pentì di aver ridestato così fatte amare ricordanze in quell'uomo irascibile: egli era disanimato per quello che formava lo scopo principale della sua visita; ma era nel tempo stesso risolutissimo di por fine allo stato di sofferenze in cui lo gittavano l'amore, la gelosia, il desiderio d'ingrandirsi; pensò dunque di non frapporre più indugio alla dimanda che voleva fare al Duca. Lasciandogli però il tempo di calmarsi dalla collera che aveano eccitata in lui quelle imprudenti reminiscenze, così gli parlò:
— Perdono, sig. Duca, mille volte perdono di essere stato io l'involontaria cagione di aver risvegliato in voi di tali tristi memorie; vi giuro che se avessi saputo dovervi cagionare il minimo dispiacimento, non avrei ardito dare sfogo ad una indiscreta curiosità... Ora, lo scopo della mia visita è tutt'altro, signor Duca: esso vi sorprenderà pel suo ardimento; ma la schietta probità del vostro rifiuto non mi umilierà, dappoichè soltanto la colpa deve arrossire.
— Di che si tratta? dimandò il Duca con serenità, poichè era ben lontano dal supporre quello che formava l'obbietto della dimanda di Daniele — Parlate con confidenza, signor de' Rimini, e state sicuro di trovare in me un amico.
— Ne sono sicurissimo, signor Duca, e ciò non ostante io temo, perchè troppo audace può sembrarvi la mia dimanda.
— Parlate dunque, disse quegli con leggiera impazienza.
— Ebbene, signor Duca, vi chiedo la mano di vostra figlia, rispose Daniele renduto altero e sicuro dalla propria audacia.
Il Duca di Gonzalvo si alzò per un moto di estrema sorpresa: il suo sguardo fulminò lo sguardo di Daniele, che fu costretto di chinar gli occhi.
— Voi, signore! voi mi chiedete la mano di mia figlia!
— Io, signor Duca.
Il nobile spagnuolo dette una sonora spalmata sopra un tavolino di mogano che gli stava d'allato; il suo volto era acceso di sdegno.
— Sono io dunque caduto tanto giù da incoraggiare un simile insulto! esclamò furibondo: il Duca di Gonzalvo non è più dunque che un essere della specie più comune! il mio cognome è dunque quel che ci è di più plebeo e di più fangoso al mondo? Un maestro di musica vuole apparentarsi con me? un uomo che vive di salarii!! Ma come! ma quando ho io incoraggiato simigliante audacia? Il Duca di Gonzalvo, uno de' più illustri nomi della Spagna, il sangue più nobile dell'Andalusia, si fonderebbe col sangue della più mercenaria borghesia! Ma è da senno che voi mi fate una tale proposta, signor mio?
— Da senno, signor Duca, rispose Daniele, il cui amor proprio ferito dalle aspre parole del nobile si era rialzato con orgoglio.
— E quali sono, di grazia, i beni e i titoli che voi offrite per pretendere alla mano della Duchessina Emma di Gonzalvo? chiese il Duca con voce renduta sempre più rauca per collera.
— I titoli che vi presento, sig. Duca, sono quelli di cui andar deve orgoglioso ogni uomo di onore: essi non sono di quelli che l'intrigo, l'ambizione, la vanità, la corruttela procacciano ad un nome, come una cornice d'oro ad una vana immagine, i miei titoli sono quelli che nessun re può darmi o togliere, i miei titoli, signor Duca, sono quelli ch'io tramando a' miei figli e non già quelli che ricevo dai miei genitori; i miei titol sono il genio e l'onestà. In quanto a' miei beni, essi non han timore d'incendio, di terremoto o di confisca; i miei beni io li porto sulle punte delle mie dita... E se questi titoli e questi beni non sono di quelli che possono appagarvi, signor Duca, ve ne offro un altro che vale più di tutti gli onori accumulati sovra un nome: vi offro la mia giovinezza e l'ardente fede che ho nell'avvenire.
Lo sguardo di Daniele balenava; le sue guance erano infiammate; egli era stato colpito nel più vivo dell'anima sua, nel suo amor proprio. Il Duca fu scosso dal carattere energico e ardito del giovine.
— Attribuisco all'ardore della vostra giovinezza, rispose questi meno sdegnosamente, la stolta speranza che vi ha illuso, e perdono alla vostra fanciullezza l'audacia delle vostre parole; ma comprenderete che io dovrò privarmi del piacere di più ricevervi in mia casa. Provvederò per un altro maestro a mia figlia, e non commetterò novellamente l'imprudenza di porle a fianco un giovanotto. Spero che non abbiate fatto trasparire minimamente ad Emma cotesta follia che vi è sorta nel cervello.
— Sicchè voi, signor Duca, mi ricusate per vostro genero?
— Non avreste giammai dovuto concepire sì chimerica speranza, rispose il Duca in atto di accomiatare il giovine. Ciò per altro non toglie ch'io avrò sempre per voi quella benevolenza di cui spero vi renderete più degno, rinunziando finanche alla ricordanza di una tale insensata proposta. Avrò cura di farvi pervenire al vostro domicilio gli onorarii che vi sono dovuti per le lezioni a mia figlia.
Il Duca si accingeva ad abbandonare quella conversazione.
— Un momento, signore, di grazia, un momento. Degnatevi di ascoltarmi pochi altri minuti, e poscia ci saremo separati per qualche tempo.
— Che avete ancora a dirmi?
— Poche altre parole signor Duca. Dareste voi vostra figlia ad un uomo che le recasse una fortuna considerabile?
— E che non avesse altro che quello di esser ricco? chiese il Duca.
— Sì, signore, soggiunse Daniele, ricco, solamente ricco.
— Ebbene, rispose il Duca, se quest'uomo fosse un milionario, io lo preferirei certamente a sposo di mia figlia. Un milione rappresenta dieci generazioni di nobiltà. Un milione, è una potenza, è uno Stato, è una grandezza.
— Un milione!!! disse cupamente scoraggiato il giovane pianista.
— Ebbene, disse sorridendo il Duca, avete voi da offrirmi un milione, signor de' Rimini?
Daniele stette alcun poco in silenzio, indi rispose:
— Tra due anni, signore, tra due anni forse... Mi date voi la vostra solenne parola di onore di aspettare due anni prima d'impegnare la sorte di vostra figlia?
Il Duca il guardò quasi trasognato; sospettò per un momento che il cervello di Daniele avesse dato di volta; ma sulle costui sembianze non appariva il minimo segno di alterazione mentale.
— Voi dunque dite...
— Che tra due anni io potrei offrirvi un milione.
— Ed io vi aspetto, disse ridendo il Duca.
— Sul mio onore, soggiunse il Duca, sempre ridendo.
— Ebbene, disse gravemente Daniele, oggi siamo al dì 17 dicembre 1826. Permettete che io me ne faccia un ricordo sopra un pezzo di carta.
Sul tavolino era l'occorrente da scrivere. Daniele segnò queste poche parole:
Oggi io Duca di Gonzalvo prometto sul mio onore a Daniele dei Rimini di non prendere veruno impegno di matrimonio per mia figlia Emma prima che spirino due anni dalla data di questo giorno — Napoli, 17 dicembre 1826.
— Firmate, signor Duca, disse Daniele presentandogli la carta.
Il Duca, dopo di aver titubato per qualche momento guardò Daniele con sembianza di pietà, ed appose la firma a quella scritta, quasi per compassione dello stato di mente del giovane pianista.
— Siete contento, signore? dimandò il nobile sorridendo.
— Contentissimo. A rivederci, signor Duca; a rivederci al 1828.
Daniele spariva. Il Duca, entrando nelle sue stanze esclamava tra sè:
— Povero Daniele! Chi lo avrebbe creduto! Egli è folle!
VI. UN TENTATIVO
Qual'era il proponimento di Daniele? In che modo sperava egli diventar milionario in due anni? Noi nol sapremmo dire e forse egli medesimo non era venuto ancora in nessuna deliberazione. Nei caratteri come il suo, le risoluzioni vengono sempre appresso agli atti di audacia; eglino non pensano che dopo il fatto. Daniele era andato dal Duca di Gonzalvo risoluto di fargli la proposta di aspettare qualche anno, sperando di accumulare in questo tempo una piccola fortuna; ma non avrebbe giammai potuto supporre che quegli avesse chiesto un milione. Una così enorme dimanda che il Duca avea fatta quasi per burlarsi di lui non fece che esaltare e pizzicare la superbia del giovanotto, il quale, accettando quella proposta, avea inteso umiliare il nobile e dargli di sè la più alta opinione. Daniele era però fermo di ritornar milionario dal Duca di Gonzalvo o di por fine a' proprii giorni; egli aveva innanzi a sè due anni. Che cosa non si può fare in due anni? Quali e quanti avvenimenti non possono accadere da mutare al postutto lo stato di un uomo! Un avvenire di due anni nelle mani di un uomo della tempera di Daniele è un secolo, è un tesoro. Le anime volgari, gli uomini vegetali, le macchine a respirazione non veggono nel futuro che una scempia e materiale ripetizione degli stessi atti della vita, degli stessi abiti, dei medesimi noiosi e bassi godimenti sensuali, delle stesse miserie ed infermità; ma il genio, l'ardimento, l'elevatezza delle ispirazioni percorrono in un giorno il volgere di un anno, e in un anno il volgere di un secolo. Simiglianti all'aquila che fende le nubi e sfida i nembi e guarda all'altezza del sole, mentre, la nottola e il gufo non sanno elevarsi una spanna dalla terra, gli uomini di genio percorrono colla vastità dei loro poderosi pensieri uno spazio immenso, mirano all'universo come al solo campo dove prender debbono il volo: il tempo e la distanza, i due possenti nemici dell'umana attività, spariscono dinanzi alla forza morale di questi uomini: la ricchezza, la gloria, il potere, le tre mete degli umani desideri, sono raggiunte soltanto da questi uomini, pei quali la creta onde sono impastati, le miserie attaccate alla vita sono un impaccio e non mai un ostacolo. I prodigi dell'industria umana non sono dovuti che alla eterna irrequietezza di questi uomini che non possono capire ne' loro materiali e mortali involucri.
La prima cosa a cui Daniele pensò fu di provvedersi di passaporto per l'estero. Egli capiva che bisognava subitamente uscire dal proprio paese e porsi in una sfera di attività febbrile, bisognava visitar Parigi, Londra, Berlino, Vienna, valicare l'Atlantico e trasportarsi agli Stati-Uniti; a Nuova York, a Washington, a Filadelfia. Il suo primo proponimento fu quello di dare accademia in tutt'i paesi che avrebbe percorsi, spendere in lezioni le ore del giorno e della notte, stringere amicizia colle più ricche e nobili famiglie. Oltre a ciò, egli avea deciso di vivere in que' due anni il più economicamente che gli fosse possibile, di non ispendere un soldo al di là di quello ch'era strettamente necessario: avea tutto calcolato, tutto messo in bilancio; ma il risultamento dei suoi calcoli era scoraggiante, dappoichè con tutto questo, al capo de' due anni, essendogli amica la fortuna e senza impreviste disgrazie, egli non si avrebbe trovato che una somma lontanissima dal milione. Ancora che avesse guadagnato mille scudi al giorno (il che era da porsi tra le più chimeriche speranze) non arrivava a compire l'enorme cifra del milione. Ciò nondimeno egli era sicuro di ammassare una somma considerabile: ma la sua alterigia si arrovellava all'idea di presentarsi al Duca di Gonzalvo, spirati i due anni, senza quella cifra altissima, che il nobile gli avea gittato in faccia quasi per ischernirlo ed umiliarlo. Daniele era deciso di affidarsi alla ventura, di abbandonarsi agli eventi, di trarre partito da tutto e da tutti: era fermo di abbracciare ogni traffico, ogni speculazione atta ad accrescere il suo peculio, di arrischiarsi anche al giuoco della Borsa: si sentiva nel petto la ispirazione di diventar ricco: il pensiero di una viltà che sarebbe rimasta nel più profondo mistero, di un delitto che sarebbe rimasto sepolto nelle più fitte tenebre non lo spaventava: tutto avrebbe sacrificato al piacere di presentarsi milionario al Duca di Gonzalvo e sposare quella superba di Emma.
Egli avea fermato di partire al primo dell'anno 1827: pochi giorni gli avanzavano ch'ei spese in visite di congedo e in aggiustare le sue faccende; non volle più rivedere Emma: il sentimento di vanità e di orgoglio che in lui era superiore a quello dell'amore, comandogli di allontanarsi da Napoli, senza riporre il piede in quella casa, da cui il Duca di Gonzalvo l'aveva formalmente espulso: egli non dovea più ritornarvi che milionario. Si contentò di mandare al Duca due righe in cui gli dava notizia della sua prossima partenza da Napoli.
Alla vigilia della sua partenza, vale a dire, al 31 dicembre di quello anno 1826, Daniele ebbe la solita visita dello straniero che gli portava nell'ultimo giorno di ogni mese la polizza di cinquanta ducati. Alla vista di quest'uomo un ardito pensiero attraversò la mente di Daniele. Abbiam detto che ormai questo giovine più non indietreggiava dinanzi a nessun ardimento, a nessuna sconvenienza, a nessuna bassezza: uno solo era lo scopo a cui dovea mirare, la ricchezza: qualunque mezzo era ottimo. Daniele fece entrare lo straniero nel suo studietto, di cui serrò l'uscio a doppio giro di chiave, ficcandosi questa in saccoccia: ebbe eziandio la precauzione di situarsi colle spalle al terrazzo che poteva offrire un facile scampo allo straniero. Dicemmo altrove che quel terrazzo rispondeva benanche nel salotto di dov'era agevole raggiungere l'uscio di scala. Lo straniero fu sorpreso di questo insolito ricevimento fattogli dal giovine pianista, ma nessun segno di timore apparì sul suo sembiante affatto tranquillo e sorridente: il suo volto era al tutto privo di barba al modo inglese. Egli rimase all'impiedi dirimpetto a Daniele, che si era comodamente rovesciato sopra una seggiola.
— Piacciavi di sedervi, signore; avrei qualche cosa da dirvi, cominciò Daniele visibilmente agitato.
Lo straniero si sedè dopo aver lasciata la polizza in sulla scrivania del giovine, e disse seccamente:
— Vi ascolto.
— Io sono persuaso che mio padre o mia madre è quegli che vi manda da me ogni mese.
Daniele aspettò invano una risposta; lo straniero non aprì la bocca, nè fece segno alcuno, dal quale il giovine avesse potuto trarre la minima congettura; sicchè, dopo alcuni secondi proseguì:
— Chiunque si sia de' due, e in qualunque luogo si trovi, io sono arcideciso di andare a gittarmi nelle sue braccia: un padre o una madre non può aver la forza di respingere il proprio figliuolo. Voi mi darete l'indirizzo di questa persona che pensa alla mia sorte.
— Fin dal primo momento ch'ebbi il piacere di conoscervi, mio caro Daniele, vi dissi che non avrei potuto rispondere a nessuna vostra interrogazione.
— Ciò si vedrà, riprese Daniele: io sono risoluto, risolutissimo di sapere il nome e l'indirizzo della persona che provvede alla mia vita. Voi non avete il diritto di nasconderla alla mia riconoscenza.
— E voi non avete il diritto d'interrogarmi, signor Daniele.
— Se non ne ho il diritto, ne ho pertanto la forza, rispose il giovine; voi non uscirete di questa casa, senz'avermi rivelato quanto vi chieggo.
Lo straniero sorrise: neppur l'ombra della collera era nell'espressione del suo volto.
— Mi permetterete di farvi considerare, bel giovinotto, che la ragione non vi assiste in quello che ora dite e in quel che pretendete di fare. Prima di tutto, sappiate una volta per sempre, e tenetelo bene a mente, ch'io non vi dirò niente, assolutamente niente, quando anche la vostra follia vi spingesse ad assassinarmi: se io non parlo essendo vivo, pensate se potrò farlo essendo morto. Voi quindi non guadagnereste altro, uccidendomi, che passare alla Corte Criminale, ovvero rimanendo celato il vostro delitto, non otterreste altro che perdere i cinquanta ducati ch'io ho la bontà di recarvi in ogni fin di mese. Poi, vi fo riflettere che, ammesso ancora ch'io mi lasciassi sedurre dalle vostre parole o intimidire dalle vostre minacce, non mi costerebbe gran fatica l'inventare un personaggio e un sito, e liberarmi della vostra importunità mandandovi ben lungi in cerca di un uomo che non trovereste giammai. Oltre a questo, sono nel dovere di dirvi che ogni passo che voi dareste per iscovrire il vostro benefattore vi farebbe perdere la costui benevolenza. Vi lascio da ultimo amichevolmente considerare che io sono uno di quei pochi, pei quali voi siete sempre Daniele Fritzheim e non già Daniele de' Rimini vale a dire ch'io conosco esser voi un trovatello: un atto di violenza che commettereste contro di me potrebbe spingermi a divulgare il segreto della vostra nascita.
— Voi nol farete, o signore, interruppe vivamente Daniele, il quale vedea sfuggirsi di mano il colpo che avea meditato.
— Io nol farò, sempre che voi vi comporterete meco da onesto galantuomo. Rinunziate al pensiero di voler conoscere il vostro benefattore, e questi vi amerà dippiù; e forse un giorno...
— Ebbene? esclamò Daniele cui un lampo di speranza balenò negli occhi.
— Ebbene! chi sa! forse un giorno egli stesso chiederà di voi.
— Ma ditemi, ditemi, di grazia, signore, è egli ricco? è nobile?
— Non m'interrogate: ben sapete che non posso rispondervi... Ma il tempo stringe: abbiate la bontà di farmi la solita quietanza, dappoichè ho molte faccende ancora da disbrigare.
Daniele, con malissima voglia accontentandosi delle ragioni addotte dallo straniero, si alzò e andò a scrivere la quietanza che consegnogli dicendogli:
— Eccovi, signore, la quietanza. È questa l'ultima volta che ci vedremo in questa casa e in Napoli. Domani io parto.
— Lo so, rispose freddamente lo straniero.
— Ah! lo sapete! E chi ve l'ha detto?
— Il Duca di Gonzalvo.
— Egli stesso!
— Egli stesso, ripetè quegli come un eco di Daniele.
— Sicchè voi, soggiunse questi, frequentate sovente la sua casa?
— Quasi ogni giorno.
— Siete suo intrinseco?
— Intrinsechissimo.
— E vedete spesso la Duchessina?
— Non tanto: ella mi guarda con diffidenza, e sembra che mal vegga la mia presenza in casa del padre.
Lo straniero si alzò per rompere a quel punto una conversazione ch'egli non aveva voglia di proseguire.
— Indicatemi, signor Daniele, ripigliò questi, cacciando di tasca un portafoglio, indicatemi il paese in cui bramate che vi capiti la polizza del mese venturo.
— Pel mese venturo io sarò a Londra, rispose il giovine.
Mentre lo straniero segnava colla matite alcune parole nel taccuino, Daniele a cui era sorta nella mente un'idea subitanea, si slanciò sull'incognito e con mano vigorosa gli strappò il portafoglio.
— A tuo dispetto saprò chi tu sei e chi t'invia, gridò Daniele con occhio demente. In pari tempo suonò con forza un campanello e, aperto l'uscio, gridò al soccorso.
Il suo domestico accorse.
— Liberatemi da quest'uomo, gridò Daniele in francese, ei vuole assassinarmi, vuole impadronirsi del mio portafoglio.
Il servo si mosse per porre le mani addosso allo straniero, ma si vide appuntate in sul volto le canne di due pistole.
— Sciagurati, esclamò l'incognito senza il minimo segno di alterazione della fisonomia, un passo che diate verso di me vi costerà la vita. Giù il portafoglio, signor Fritzheim, o il vostro cervello salterà in aria.
Non ci era da dubitar minimamente che lo straniero non avesse fatto seguire l'atto alla parola. Daniele gittò a terra il taccuino. L'incognito vi pose subitamente il piè sopra e comandò al servo di sgombrargli l'uscio, tenendo sempre tutti e due a linea delle sue pistole. Il servo obbedì. Lo straniero intascò il portafoglio.
— Quest'atto insensato di violenza mi costringe a privarmi del piacere di rivedervi, signor Daniele. Avrò cura di farvi pervenire per altre mani la solita polizza che ora vi siete messo a grave rischio di perdere.
Il domani, all'ora che Daniele si accingeva a salire nella diligenza per Roma, una donna, pallida ed emaciata dalle sofferenze, vestita miseramente, e tutta cosparsa di lagrime, se gli fece incontro.
— Lucia!! esclamò Daniele stupefatto.
— Ho voluto vederti per l'ultima volta; Daniele, rispose costei... perdona... io ti amo tanto.
Gli occhi di Daniele si bagnarono di lagrime.
— Lucia!... Povera fanciulla!... odiami... odiami... io non merito l'amor tuo. In quale stato ti ho ridotta!
Daniele le strinse la mano.
— Grazie, grazie, Daniele... or son felice! ti ho veduto, mi hai stretta la mano... Dio ti benedica!...
Daniele avrebbe voluto abbracciarla; il suo cuore era gonfio. Per la prima volta egli sentiva un'estrema tenerezza per quella giovinetta.
— Lucia... Lucia mia...
Non potè proseguire, perocchè il conduttore facea schioccare la frusta, la diligenza era in sul punto di partire.
— Addio... addio, sorella mia, esclamò Daniele saltando in fretta sul montatoio della carrozza.
— Addio... addio, Daniele, rispondea questa debolmente, perchè sentiasi venir manco; il suo volto era addivenuto bianco come cera.
Un uomo era corso a sorreggere la misera tra le sue braccia. Egli era Padre Ambrogio.
Seduto nella diligenza che avea preso il galoppo, Daniele piangeva!!