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Il mio cadavere

Parte Quinta

Reading edition

I. LOTTA INTERNA

Dal giorno in cui tra il Baronetto e Daniele era stato conchiuso il bizzarro contratto, per lo quale costui si obbligava ad essere il custode del cadavere di quello, lo stato morale di questi due uomini erasi al tutto cambiato: il Baronetto, restituito alla salute e alla tranquillità, avea ripreso le consuete sue occupazioni; era tornato a' suoi campestri lavori; avea richiamato intorno a sè gli amici, di cui si era dinanzi disgustato a cagione della infermità del suo spirito; avea ripigliato i suoi studi, le sue faccende; era insomma ridivenuto quello stesso uomo ch'era qualche anno addietro. Egli amava sempre Daniele, e sempre con piacere il vedeva a sè d'accanto; ma ora mutato era l'aspetto delle cose: ed il Baronetto più non sentiva la necessità delle melodie del giovine pianista per iscacciar dall'anima que' fantasmi che al presente più non venivano ad assediarlo. Anzi, è mestieri confessare che l'aspetto di Daniele cagionava piuttosto una spiacevole sensazione in Edmondo, dappoichè questi non vedeva ormai nel giovine italiano che l'uomo destinato a vegliare sulle sue spoglie mortali. Ciò non vuol dire che Edmondo disamasse Daniele, verso il quale si sentiva attratto da una forza prepotente; ma il guardiano della morte non poteva non far nascere un sentimento di ripugnanza nell'animo del Baronetto.

Dal canto suo, Daniele, a vece di esser lieto della prodigiosa fortuna che un giorno gli sarebbe spettata, sembrava più impensierito che per lo passato: egli era sempre distratto taciturno, o inconcludente. Nel cospetto di Edmondo, egli forzava di mostrarsi men rabbruscato e più ameno, ma ora, non così di frequente ei vedeva il Baronetto, e la sera quando questi era nel cerchio dei suoi amici, Daniele non appariva che un istante nella camera verde, e tosto dileguavasi per abbandonarsi alla solitudine de' suoi pensieri, o per trovare nel teatro Manheim distrazioni e svagamenti.

Il mese era scorso dacchè ei si trovava a Schoene Aussicht: il Baronetto, fedele alla sua promessa, gli avea dato una cambiale di trentamila franchi pagabile a vista e tratta sopra un banchiere di Manheim. Nel dargli questo denaro, il Baronetto avea detto sorridendo: Ecco una piccolissima anticipazione su quello che il mio cadavere vi darà. Daniele era libero di seguitare i viaggi e di tornare a Napoli. Edmondo non faceva più nessuna istanza per ritenerlo altro tempo a Schoene Aussicht: intanto il giovine pianista non sapea venire in nessuna risoluzione. Egli non volea più seguitare i suoi viaggi, imperocchè ne comprendea l'inutilità. D'altra parte, non era egli ormai l'erede d'immense ricchezze? Che bisogno avea di ammazzarsi di lavoro, nella certezza di non poter mai conseguire quel milione, che egli vedea rifulgere nell'avvenire? Ritornare a Napoli? Questo proponimento era ben lontano dall'animo suo, perocchè Daniele non volea riporre il piede nel paese dov'era Emma, se prima non diventasse milionario.

Intanto egli sentiva la necessità di allontanarsi immantinente da Schoene Aussicht. Ogni dì che ei prolungava il suo soggiorno in questo luogo, l'animo suo si faceva più nero e il suo volto più pallido. Nell'aureo appartamento dov'egli avea stanza, nel letto di seta dov'ei si gittava per riposare, Daniele più non trovava il riposo e la quiete; il sonno ch'era tornato sulle ciglia di Edmondo, fuggiva dagli occhi di lui. Daniele volea fare il possibile per involarsi a sè medesimo, per non trovarsi faccia a faccia coi proprii pensieri, ma frattanto ei non sapea abbandonar la poltrona sulla quale rimanea lunghe ora nella più assoluta immobilità.

Che cosa aveva operato un sì strano cangiamento in Daniele? Un'idea infernale che gli si era presentata al pensiero come luce sinistra. Dapprima egli avea rigettata quest'idea con tutte le forze dell'anima sua, aveva fremuto nel pensarvi; ma quell'idea che dapprima se gli era mostrata rivestita di orrore, incominciò per così dire, a dimesticarsi con lui. Quest'idea era un DELITTO!

La nostra penna rifugge dal palesare quello a cui pensava Daniele per accorciare il termine della sua aspettativa e per far sparire la distanza che lo separava dall'oggetto dei suoi desiderii! Il suo petto balzava al pensiero di volare, due volte milionario, dal Duca di Gonsalvo, non appena spirati due anni. Un ostacolo si frapponeva al compimento de' suoi voti, una vita! Un uomo doveva diventare CADAVERE perchè avesse potuto afferrare quella felicità che gli si mostrava lungi con tutti gl'incanti della seduzione. Due milioni ed Emma! E per ottenere questa felicità bastava un momento, un sol momento di coraggio, di ardire!! — Quando un uomo è giunto a passare i quarant'anni, non ha vivuto abbastanza, e massime quando quest'uomo ha goduto sino alla sazietà di tutte le delizie della vita? Che cosa sono gli anni che seguono, se non che una serie di malanni e di miserie? Che cosa sono in rispetto all'eternità venti o trenta anni di più che un uomo strascina in sulla terra? E che cosa è la vita di un uomo nella immensità della creazione? Che cosa è una esistenza nel mezzo delle generazioni? — Così fatti atroci pensieri si aggiravano nel capo del giovine pianista, mentre che altri pensieri di diverso genere, immagini seducenti di piacere, di gioie, di delizie compivano la orrenda persuasione.

Quando una funesta idea si presenta allo spirito umano, le passioni ch'essa fomenta sono sì scaltritamente inventrici di arzigogoli e di false ragioni ch'egli è estremamente difficile di non rimaner presi nella pania. Daniele combattè con forza l'orribil pensiere che tanto più diventava pericoloso quanto più perdeva del suo orrore; ma ciò nonostante, ogni volta ch'ei pensava ad Emma, a' due anni che sarebbero spirati, all'immensa eredità che lo aspettava, a que due stuzzicanti milioni che l'invitavano a fruirne pria del tempo, alla gioia sovrumana di presentarsi così ricco e sì pieno di fastigi al superbo Duca di Gonzalvo ed alla altiera sua figliuola; quando Daniele pensava a queste cose, il demone del delitto soffiava nell'anima di lui i più nefandi propositi, cancellava ogni buon proponimento, e lo sciagurato giovane era da capo con quella cupa taciturnità che suol precedere l'attuazione di un gran delitto. Dal momento che questa idea infernale si era insignorita dell'animo di Daniele, i colori della salute disparvero dal suo volto. Egli più non sapea trovare una nota sul pianoforte, cui raramente si accostava, parlava solo, amava le solitarie passeggiate, s'internava nei più folti viali della villa di Schoene Aussicht, ed il suo sguardo avea preso un'espressione strana ed incomprensibile.

Non sappiam dire qual effetto ormai producesse in lui l'aspetto di Edmondo. Daniele evitava d'imbattersi nel Baronetto, di cui più non potea sostenere le occhiate, quasi avesse temuto che questi indovinasse i suoi pensieri. Edmondo avea notato la metamorfosi che si era operata nel giovine pianista, e l'attribuiva interamente agli amori di lui, alla tristezza della lontananza dall'oggetto amato, e sovente il ritoccava sorridendo su questo tasto: al che Daniele rispondeva parole vaghe, e tosto, sotto un pretesto, tornava alla sua solitudine, dove covava disegni tenebrosi e mortali. Per buona ventura, il delitto meditato non offriva una facile esecuzione: era quasi impossibile di FARE SPARIRE DAL MONDO IL BARONETTO senza lasciare orma del misfatto. Ben s'intende che l'impunità era la prima condizione che Daniele avea posto a calcolo nel perfido attentato, al quale giorno e notte stava sopra col pensiere, ma l'impunità non è così facile, e, per ammirabile disposizione della Divina giustizia, l'uomo che ha commesso un delitto il porta dovunque stampato in sulla fronte anche quando gli è riuscito di sperderne ogni traccia.

Daniele pensava; Uccider di pugnale? Niente di più agevole ad eseguirsi, ma in pari tempo niente di più facile a discoprirsi. Assassinando il Baronetto di notte e nel proprio letto si avrebbe potuto congetturare un assassinio commesso da ladri. Ma intanto la giustizia si sarebbe posta in sulle tracce dell'assassino; avrebbe cominciato dall'impadronirsi di tutte le persone residenti a Schoene Aussicht, e certamente la singolarità del testamento di Edmondo avrebbe chiamato i sospetti sulla persona dell'erede, il quale, non appartenendo al defunto per nessun vincolo di sangue; presentava probabili induzioni di reato. D'altra parte, se egli, Daniele, fosse caduto nelle mani della giustizia, anche per semplici sospetti, in che modo avrebbe potuto adempiere ai patti del testamento, e porsi quindi in possesso della eredità? Bisognava dunque rinunziare ad ogni idea di assassinio per mezzo del pugnale.

Uccider di veleno? Ciò presentava, è vero, minor facilità di scoprimento, ma difficoltà moltissima di esecuzione. Come procurarsi il veleno? a chi fidarsi? Aver complici del delitto? Oltre a ciò, dal momento che nell'animo del Baronetto fosse sorto il pensiere di essere stato avvelenato, non avrebbe egli subitamente sospettato il futuro suo erede quale autore dell'avvelenamento? L'autopsia richiesta forse dall'autorità, a malgrado del testamento del defunto, non avrebbe annientata l'eredità, annientandone le condizioni? E non poteva il moribondo Baronetto, in un momento di chiaroveggenza, distruggere il testamento? Ma la difficoltà che superava tutte le altre pel compimento di questo delitto si era il procacciarsi il veleno, senza eccitare sospetti nella persona che lo avrebbe venduto. Aggiungi a tutto questo l'impossibilità di nascondere il proprio turbamento alla presenza del moribondo, del dott. Weiss, dei servi che sarebbero accorsi per prestare all'infermo ogni possibile soccorso e rimedio. Bisognava dunque non pensare ad una morte per avvelenamento.

Uccidere con istrangolamento? Era rischioso e terribile: Daniele non avea per questo nè forza nè coraggio. Prescindendo da ciò, questo genere di morte presentava la stessa faciltà di discoprimento che l'assassinio per pugnale. La scienza avrebbe immantinente rivelato il delitto, e la giustizia non avrebbe tardato a trovare il delinquente. Era dunque mestieri di smettere anche questa idea la quale, bisogna dirlo, facea fremere lo stesso Daniele.

L'impossibilità dell'esecuzione avea scoraggiato il giovine, il quale tenne ciò come avvertimento del cielo, e parea deciso a rinunziare ad un proponimento sì terribile. D'altra parte, il patibolo o i ferri non mancavano a quando a quando di mostrarsi da lungi all'atterrita mente del giovine, ch'era preso allora da salutare orrore del misfatto che avea concepito.

Comunque la sua ragione fosse a tal guisa annebbiata dalle passioni, il cuor di Daniele sentiva sempre un certo incomprensibile attaccamento pel Baronetto; e il pensiere di assassinarlo, tra le tante insormontabili difficoltà che presentava, si avea quella di dover soffocare quel tenero sentimento inesplicabile che Daniele provava per quell'uomo che gli avea dato così splendida ospitalità e che, morendo, il lasciava erede di tutte le sue ricchezze. E questo sentimento fu così forte che Daniele, rientrato in sè medesimo, ebbe bastante vigoria di volontà per iscacciar dall'animo il pensiere di tanto delitto; anzi, per vincere una volta per sempre la tentazione, risolvette di abbandonare quella casa e quel paese, e di affidare l'avvenire agli eventi. Daniele avea risoluto di congedarsi dal Baronetto.

— A capo di due anni, egli dicea tra se, tornerò a Napoli, mi recherò dal Duca di Gonzalvo, e gli porterò una lettera del Baronetto, in cui questi mi riconosce per suo erede. La tardanza dell'eredità sarà compensata dalla prodigiosa cifra di due milioni e da' titoli, di cui mi porrò in possesso alla morte del testatore. Vedremo se quel superbo Gonzalvo sarà soddisfatto e pago di ciò.

Daniele non volle più oltre indugiare a porre ad effetto la buona risoluzione che avea preso, e che temeva ad ogni istante di sentir vacillare in sè medesimo. Nello stesso giorno, egli salì dal Baronetto per accomiatarsi da lui e per pregarlo di volergli scrivere quella lettera pel Duca di Gonzalvo, ignorando le relazioni ch'erano passate tra questi due personaggi.

II. L'UPAS

Abbiam fatto più volte comprendere che il nostro principale scopo in queste narrazioni si è di fissare l'attenzione dei nostri lettori sulla più importante verità morale:

LA MANO DELLA PROVVIDENZA NEI FATTI DELL'UMANA VITA.

Quell'infinità di romanzi che si svolgono nella società degli uomini, di cui la maggior parte rimane ascosa agli occhi della storia che tocca soltanto i fastigi sociali, non sono, siccome noi crediamo; che dimostrazioni più o meno evidenti di quella verità che si appalesa almeno chiaroveggente.

Ci par di vedere che i delitti ben sovente sieno la doppia punizione inflitta dal cielo a due colpe rimaste celate agli occhi dell'umana giustizia. Nell'ordine morale, l'impunità non è per nessuno; il solo pentimento, accompagnato da una intera vita di volontarii sacrificii, riscatta una colpa.

Edmondo era solo nella stanza da studio. Seduto vicino alla sua scrivania, egli avea risposto ad una lettera di Maurizio Barkley. Nel momento in cui Daniele si presentò nello studio, il Baronetto aveva appunto terminata la sua lettera e vi stava apponendo il suo suggello.

— Oh! buon giorno, caro Daniele, dissegli Edmondo sorridendo e stendendogli la mano, a che debbo attribuire l'onore d'una vostra visita?

— Perdonate, signor Baronetto, se vengo per poco ad interrompere le vostre occupazioni.

— Ma che dite mai! È un piacere che mi date... Mi occupavo a sbrigare il mio corriere, anzi vi chieggo il permesso di spedire questa lettera.

Daniele s'inchinò e si sedè accosto alla scrivania. Edmondo suonò il campanello, ed al servo che si presentò sotto l'uscio consegnò la lettera pel corriere di Napoli.

— Eccomi sbrigato, soggiunse indi; questa mattina io sono veramente felice, imperocchè con quella lettera che ho spedita nel vostro paese, a Napoli, mi sono sdebitato di un antico dovere di gratitudine, e, oltre a ciò, ho il piacere di vedervi in un'ora in cui non siete solito di favorirmi di vostre visite.

— Quanta bontà, signor Baronetto!

— E sempre accigliato, mio caro Daniele! sempre pensieroso! Noi abbiamo interamente cangiate le nostre parti: per lo passato eravate voi che spargevate un poco di sollievo sulla mia tristezza; ed oggi son io che adempio verso di voi a tale ufficio. Peccato che non sono artista anch'io, e del vostro genio! Ma qual differenza tra le cagioni della nostra malinconia! Io non era innammorato, e nol sono mai, per mia disgrazia: dev'esser ben dolce cosa il pensare all'oggetto amato, n'è vero Daniele?

— V'ingannate, signor Baronetto, se credete che sia l'amore la cagione del mio malumore. Non niego che gran parte esso vi abbia, ma è tutt'altro il motivo che m'impedisce di abbandonarmi alle distrazioni proprie della mia età.

— Non voglio essere indiscreto, mio caro Daniele, ma vi ricordo che in me avete un amico e sincero; spero avervene date prove sufficienti.

— E indelebili, signor Baronetto; ed io mi sono risoluto di non abusare più a lungo della vostra bontà. La mia ulteriore dimora a Schoene Aussicht sembra interamente inutile; così permetterete che domani io mi accomiati da voi.

— Così presto! esclamò Edmondo il quale non si aspettava a questa risoluzione del giovine: ed è questo forse l'oggetto della vostra visita di questa mattina?

— Per lo appunto, signor Baronetto, rispose Daniele abbassando gli occhi.

— E perchè una tale risoluzione?

— Perchè credo inutile di esservi più a lungo di peso; spirato è il mese da che mi trovo a Manheim, e, quantunque le nostre relazioni non sieno più le stesse di quelle ch'erano nei primi giorni ch'io ebbi l'onore di ricevere da voi così splendida ospitalità, pure non possono minimamente influire sul mio ulteriore soggiorno a Schoene Aussicht.

— È superfluo il dire, riprese Edmondo, quanto piacere mi farebbe di tenervi nella mia casa qualche altro tempo; ma non voglio avversare la vostra volontà, e voi siete libero di fare quello che più vi converrà. Gli obblighi scambievoli che ci siamo imposti e la natura del mio testamento hanno stabilito tra noi vincoli che hanno qualche cosa dì più della semplice amicizia. Laonde, in qualsivoglia evento della vostra vita, in qualunque contingenza imbarazzante in cui possiate trovarvi; mio caro Daniele, pensate che sarà per me uno dei più be' giorni della mia vita quello in cui potrò prestarvi un tenue servigio e darvi un attestato del mio inalterabile affetto.

— Ebbene, signor Conte, si affrettò a dire Daniele, io mi varrò della vostra benevolenza innanzi ch'io parta ed avrò il coraggio di chiedervi una grazia.

— Bravo! esclamò Edmondo; ecco quel che si chiama vero affetto e vera stima: andiamo su parlate francamente, giovanotto, siccome parlereste a vostro padre.

— La grazia ch'io vi chieggo, signor Conte, disse Daniele arrossendo, si è di scrivermi una lettera pel Duca di Gonzalvo.

— Pel Duca di Gonzalvo!

— Sì, signor Conte: in questa lettera voi gli darete l'assicurazione della vostra volontà di nominarmi vostro erede universale. Munito di questa scritta, io ritornerò da lui con altro animo, e sarà lo stesso come se io me gli presentassi milionario.

Edmondo sorrise, e dopo alcuni momenti di silenzio, disse:

— Questo che mi dimandi, figlio mio, è assolutamente impossibile.

— Impossibile! esclamò sorpreso il giovine.

— Impossibile, replicò Edmondo.

— E per qual ragione, di grazia? chiese Daniele.

— Non posso dirtene la ragione, mio caro Daniele: dicoti soltanto che tra me e il Duca di Gonzalvo avvi una barriera mortale: le nostre relazioni sono rotte per sempre; ti prego anzi, mio caro figliuolo, per quanto hai di più sacro, di non parlar giammai di me al Duca di Gonzalvo nè rivelargli giammai il luogo del mio ritiro. Sarà questa una pruova a cui pongo il tuo affetto per me.

— Io dunque non potrò giammai dirgli, che sono destinato ad essere l'erede del Baronetto Edmondo Brighton, Conte di Sierra Blonda?

— Glielo dirai un giorno dopo della mia morte, se colui vivrà ancora!

Daniele chinò il capo in atto di scoraggiamento e si tacque immerso ne' suoi cupi pensieri. Il demone del delitto fece di bel nuovo balenare una luce di sangue nella mente del giovine! Gli occhi di Daniele si erano fissati distrattamente in sulla scrivania del Baronetto, così che sembrava ch'egli leggesse la soprascritta d'un libro che ivi stava, mentre il pensiere del giovine era ben lungi dall'occuparsi di libri.

Edmondo per disviare la conversazione dal tristo subbietto al quale si era incamminata, disse a Daniele:

— Questo libro su cui voi gittate gli occhi, mio caro Daniele, è tutto scritto di mio proprio pugno. Sono memorie della mia vita da me gittate in questo scartafaccio: osservazioni importanti da me raccolte ne' miei viaggi; ragguagli su talune rarità ch'io conservo. Ieri sera per lo appunto, rileggendo alcune notizie sull'isola di Giava, dov'io rimasi per pochi giorni, ricordai di dover conservare alcune fronde di un albero che cresce in questa isola chiamato l'Upas ovvero The Poisontree (l'albero del veleno). Voglio farvi udire le notizie da me raccolte su questo terribile vegetale.

Edmondo aprì il manoscritto ad una pagina che egli avea segnata con un pezzettino di carta e lesse le seguenti cose[5]:

«Quest'albero è nativo di Giava; arriva ad una considerabile altezza, giungendo talvolta ottanta piedi. Si sviluppa da esso in gran copia un succo o gomma, ch'è il più mortale veleno; di questo fanno uso gl'indigeni per avvelenare le punte delle loro frecce e delle altri armi. Gli effluvi ch'esalano da quest'albero sono talmente omicidi, che nè un animale nè una pianta possono resistere alla sua influenza. La gomma viene estratta per mezzo de' rei condannati a morte. Quando la sentenza è pronunziata contro qualcuno di loro, il giudice gli dimanda se vuol morire per le mani del carnefice, ovvero salire sull'Upas per raccogliere una scatoletta di gomma. I condannati sogliono preferire ciò, perchè hanno così una lontana probabilità di salvarsi. Prima di avvicinarsi all'albero fatale, ricevono tutte le corrispondenti istruzioni per rendere l'operazione meno pericolosa. Pel consueto, simiglianti istruzioni vengon loro somministrate da un sacerdote, il quale adempie verso di loro anche al sacro ufficio di prepararli a morire. I condannati sogliono montar sull'albero, col capo coverto da un berretto di cuoio e da una maschera con occhi di vetro; eglino sono parimente provvisti di guanti di cuoio. I condannati evitano con grandissima cura il contatto delle fronde, le quali, ad un semplice tocco su qualunque parte nuda del corpo danno la morte. Gl'indigeni non solamente avvelenano le loro armi col succo di questa pianta, ma benanche le sorgenti e i serbatoi di acqua, quando veggono avvicinarsi un nemico. Gli Olandesi perdettero la metà del loro esercito per un siffatto avvelenamento e da quel tempo in poi, essi han sempre menato con loro una quantità di pesci vivi, i quali essi gittan nell'acqua alcune ore prima di arrischiarsi a berla. Una foglia dell'Upas applicata sulla fronte di un uomo gli cagiona istantaneamente la morte, quasi senza ch'egli senta di morire. Essa ha la facoltà di arrestare immediatamente il corso del sangue ed i moti del cuore. La polvere delle foglie secche dell'Upas è così terribile che bastano pochi atomi di essa per dar la morte.»

Daniele avea seguita la lettura di questo passo con un'attenzione indicibile; nessuna particolarità gli era sfuggita. È impossibile descrivere l'espressione della sua fisonomia durante la lettura de' ragguagli che abbiam citati. Il genio del male avea suggerito a Edmondo il pensiero di leggere quella pagina del suo manoscritto.

Il Baronetto Edmondo Brighton avea letto la propria sentenza di morte. La soluzione del problema che Daniele cercava da vari giorni era trovata!

— E voi conservate le foglie di quest'albero? chiese con occhi di pazzo Daniele.

— Ciò vi fa maraviglia! disse Edmondo ingannato sulla vera e terribile significazione della dimanda del giovine, ebbene, io conservo le foglie di quest'albero, le quali si saranno al presente ridotte a polvere. Questo mio capriccio costò la vita a due miei schiavi; ma io voleva ad ogni costo possedere un sì prezioso veleno.

Daniele guardò a terra cupo e concentrato, e disse ferocemente tra sè:

— Ah! tu facesti morire due schiavi per ottenere questo prezioso veleno! Ebbene TU MORRAI PER ESSO! Ben dicesti che questo veleno è prezioso... prezioso per me!

Daniele soggiunse ad alta voce, e quasi avesse fatta una domanda indifferente:

— E dove tenete conservato, signor Conte, un oggetto così pericoloso?

— In una scatola di argento a doppio fondo nel forziere della camera verde; sulla scatoletta è scritto in francese. L'indiscreto che mi aprirà, e toccherà all'oggetto che contengo, sarà punito di morte istantanea.

— E come faceste per porre in quella scatola le foglie fatali?

— Le feci ivi porre dagli schiavi con ogni possibile precauzione senza che le avessero toccate.

— Suppongo che conserviate gelosamente la chiave di quella scatola, dimandò destramente Daniele.

— Ben s'intende; essa è nel fondo d'uno di questi cassettini, rispose improvvidamente il Baronetto.

La giustizia Divina dettava le sue risposte.

Daniele sapea quello che gli era necessario; non volle più fare nessun'altra interrogazione per non far nascere sospetti nell'animo di Edmondo, il quale era ben lontano da simili supposizioni.

La conversazione seguitò su cose indifferenti, Daniele si studiò di nascondere l'agitazione e il turbamento che gli dava la premeditazione dell'enorme delitto che aveva in pensiere.

— Così che avete risoluto abbandonarmi domani? disse il Baronetto, ripigliando il pristino subbietto della conversazione.

— Domani, se avrò l'opportunità di trovare un posto nella diligenza per Darmstadt, dove intendo trasferirmi.

— Domani dunque vi ringrazierò, mio caro Daniele, di quanto avete fatto per ridonare al mio spirito la tranquillità ch'io aveva smarrita.

— Oh sì, domani mi ringrazierete! disse Daniele con ironia, cui il Baronetto prese per complimento.

— Ma fin da ora vi auguro buona fortuna, figliuol mio, buona in amore, già s'intende, perchè al resto penseremo noi, non è vero?

— Quanto vi debbo, signor Baronetto! esclamò Daniele ipocritamente abbassando lo sguardo in cui già balenava la perfidia dell'anima.

Egli si era alzato: la vista della sua futura vittima gli facea male al cuore.

— A domani dunque, disse Edmondo stendendogli di bel nuovo la mano che questa volta Daniele non ebbe la forza di toccare, e, abbassando gli occhi, finse di non averla veduta.

— A domani, signor Baronetto, replicò il giovine a voce bassa e rauca.

— E non ci vedremo questa sera nel solito circolo degli amici? chiese Edmondo; pensate ch'è l'ultima sera che avremo il bene di possedervi tra noi; non dovete mancare!

— Non mancherò, signor Baronetto, non mancherò questa sera.

Daniele s'inchinò, e lasciò quella stanza, aggiungendo tra sè con incredibil ferocia.

— E non mancherò questa notte!

III. E SE DOMANI MI CERCHERAI PIÙ NON SARÒ

La sera di questo giorno i soliti amici di Edmondo si radunarono nella camera verde. Eran la maggior parte letterati tedeschi, artisti fiamminghi, proprietarii de' dintorni e qualche Inglese dimorante a Manheim. Spesso interveniva il Dottor Weiss. Alle nove si prendeva il tè. La conversazione era delle più istruttive; si ragionava d'arti, di politica, di filosofia, di scienza, di morale.

Per mala ventura, quasi tutti gli amici di Edmondo, al par di lui, erano seguaci di quella paradossale filosofia alemanna, che tanto contribuì a travolgere le idee e a gittarle nel vacuo della ragion pura, parodia della ragion naturale. Le teorie del filosofo di Conisberga faceano a quel tempo gran rumore in Germania e in Europa: ci fu la moda del filosofare alla Kant come di vestire alla Francese. L'Italia soltanto non si lasciò impòrre dal gran nome del maestro della novella scuola alemanna, rigettò le speciose dottrine che puzzavano di ateismo, e si tenne a quel ragionare che rischiara e non confonde, che analizza e non distrugge, che siegue il corso naturale delle idee e non straripa nelle fantasticherie della follia: che esamina, non dogmatizza, che si fortifica colla rivelazione e non si perde nello scetticismo. Mentre la Germania delirava con Hegel e con Fichte, l'Italia ragionava con Vico e Galluppi.

Vari furon i subbietti della conversazione, e tra gli altri quello che maggiormente alimentò la controversia e sostenne la disputa si fu quello della possibilità che ha la scienza di estendere i limiti della vita umana. Molto e lungamente si ragionò su questo argomento. Quegli che fe' sfoggio di maggior eloquenza si fu il Baronetto, il quale dimostrò che allora soltanto la civiltà avrà raggiunto l'apice della perfezione, quando la scienza avrà scoverto il modo di rendere l'uomo più valido contro i perpetui assalti della morte, e più comune la vita centenaria.

In sul tardi della sera si presentò Daniele. Il suo aspetto: era sereno all'apparenza, tranne che un profondo osservatore avrebbe scorto nella corrugazione nervosa della fronte di lui e nel livido pallore del suo volto una sinistra preoccupazione.

Il giovine pianista fu accolto, come sempre, coi segni del più gran compiacimento. Il Baronetto avea già detto alla comitiva che Daniele sarebbe partito il domani per Darmstadt; epperò il ricevimento che questi si ebbe fu più espansivo del solito. Tutti gli amici di Edmondo si alzarono e fecero a Daniele le loro parti di condoglianza pel suo allontanamento da Manheim, ed i loro auguri pei suoi ulteriori successi. Daniele rispondeva parole smozzicate, inconcludenti. Questo attribuivasi alla naturale commozione di un uomo, che si vede l'oggetto di tante dimostrazioni d'amicizia, e che, modesto, vuol respingere la troppa esagerazione delle lodi. Il Baronetto volle celebrare festosamente l'ultima sera che Daniele passava a Schoene Aussicht. Una magnifica tavola a tè fu imbandita verso le undici. Tutto ciò che la cucina francese, italiana e tedesca sa inventare di più prelibato in fatto di dolci, di pasticci e di altre squisite vivande si trovava sulle credenze; le quali, quasi sotto il tocco d'una verga affatata, comparvero agli occhi della brigata. Il vin del Reno scintillò in un baleno nelle grandi coppe verdi destinate ad allietare la comitiva. La filosofia, la scienza e le arti si abbracciarono e si confusero sotto le frequenti libazioni: tutte le opinioni presero un colore, quello del vino; tutti gli occhi espressero un sol sentimento, quello dell'allegria.

Daniele bevve poco: non fu possibile d'indurlo a suonare. Non ostante le più vive istanze e preghiere, egli si rifiutò ostinatamente, adducendo per iscusa non essere il suo spirito abbastanza tranquillo per trarre dal piano-forte la benchè minima frase musicale.

Il giovine pianista si ritirò prestissimo, dicendo che il domani si doveva alzare ben per tempo per ordinare i preparativi della partenza. Gli amici di Edmondo lo abbracciarono di bel nuovo, e gli augurarono ogni possibile felicità.

Il Baronetto gli strinse cordialmente la mano, e gli disse:

— A domani, mio caro Daniele, domani faremo il nostro addio; buona notte e buon riposo.

Dopo non guari, gli amici del Baronetto si accomiatarono da lui, augurandogli una notte tranquilla ed una più felice dimane. Edmondo si ritirò nella sua camera da letto. Era già passata la mezzanotte. Il suo capo era leggiermente sconcertato dal vino del Reno bevuto in non discreta quantità. Ma da tanto tempo egli non si abbandonava alle gioie della cena! Da tanto tempo non pasceva cogli amici una serata a tavola, libando i piaceri di Bacco e di Minerva ad un tempo, dappoichè egli solo avea saputo accordare le due cose più opposte e ricalcitranti. Filosofia ed orgia. D'altra parte, egli avea voluto festeggiare l'ultima sera del soggiorno di Daniele a Manheim. La tristezza, la concentrazione del giovine italiano non erano sfuggite al Baronetto, il quale, ingannandosi sulla loro origine e significazione, avea creduto d'indovinarne la cagione nell'affetto del giovine e nel rammarico di doversi separare da lui. Nell'entrare nella sua camera da letto, il cameriere gli consegnò una lettera che il corriere avea recato d'Italia qualche ora innanzi. Era una lettera di Maurizio Barkley concepita in questi termini;

«Signor Baronetto — In questo momento ho ricevuto la vostra lettera, nella quale mi mettete a parte dello strano testamento che avete fatto e della persona da voi scelta per vostro erede, nel caso che adempirà alle condizioni che già avete imposte. Voi mi dite che questa persona ha accettato il patto, e che ora i vostri sonni son placidi e non più turbati da strane e lugubre fantasime. Il mio cuore ne è sollevato, però che il pensiero delle vostre sofferenze morali mi torturava, e veniva ad aggiungersi agli altri motivi di tristezza che ha il mio cuore. Sento però il dovere di farvi ora un'importante rivelazione; dappoichè forse un giorno mi fareste il rimprovero di avervi serbato il segreto sopra un fatto di tanto momento. Le vostre relazioni colla persona che dovea essere vostro erede cangiano interamente l'aspetto delle cose; mi affretto dunque a dirvi che Daniele dei Rimini, il giovine pianista italiano, vostro ospite a Schoene Aussicht, che avete nominato vostro erede, e che dovrà essere il custode del vostro cadavere, Daniele de' Rimini è la stessa identica persona di Daniele Fritzheim; vostro figlio!

«Questo importante segreto è ora nelle vostre mani, signor Baronetto: a voi lo rivelo, non a lui; fate quello che credete; non ispetta a me darvi consigli. Soltanto non posso celarvi che fareste bene a discoprirvi al figliuol vostro, e dare sfogo al vostro amor paterno: non posso dirvi perchè opinò così. Aspetto i vostri comandi. Vi rinnovo la preghiera che vi diedi coll'ultima mia lettera: vi dirò le ragioni della mia richiesta. Mi dite di aver pensato a me nel vostro testamento: vi ringrazio dal profondo del mio cuore; ma spero non vedere il giorno in cui sarà data esecuzione alla vostra ultima volontà. Iddio mi concederà la grazia di morire prima di voi.

Il vostro schiavo «Maurizio Barkley»

Chi può dire l'effetto che produsse questa lettera sul cuore di Edmondo! Era questa la più forte sensazione ch'egli avesse provata nel corso di sua vita! Daniele era suo figlio! Daniele era là, al primo piano, poco da lui discosto! Alquanti scalini, ed il padre avrebbe abbracciato il figlio! Edmondo ebbe come un capogiro, una vertigine; il suo cuore, le sue vene, la sua testa erano in ebollizione. Gli fu forza rileggere molte volte la lettera di Maurizio per poterla comprendere, il Baronetto non era sicuro della realtà delle cose, credeva essere sotto l'impero dell'ubbriachezza. Ci fu un momento che stimò una menzogna lo scritto del suo schiavo. Ma il carattere di Maurizio, grave, probo, nemico di ogni simulazione, il persuase che il contenuto della lettera fosse vero.

Il primo movimento ch'egli fece fu di correre verso l'uscio per andare al primo piano, per volare da suo figlio, dal caro suo figlio, e dirgli tutto, e abbracciarlo, e ritenerlo sempre con sè. Ma si rattenne poscia, e pensò che gli avrebbe fatto al domani questa inaspettata rivelazione.

«Quando mio figlio verrà da me per congedarsi, io gli mostrerò questa lettera, lo stringerò tra le mie braccia, e gli dirò: Ora neppur la morte potrà rompere i vincoli che ci uniscono!. Ma con qual fronte mi mostrerò a mio figlio? Oh! se egli mi dimanderà di sua madre!... No... no, nulla gli dirò ancora... domani, con un pretesto, cercherò di trattenerlo con me per qualche tempo ancora... Mio figlio! Mio figlio! il figlio dell'infelice Juanita!... O Ente supremo, che reggi il mondo, questa è opera della tua mano onniponente!... Qual luce rischiara l'anima mia! Qual raggio divino tocca il marmoreo mio cuore!!! I miei figli; e figli miei... Dove sono? Che vengano, che io gli abbracci tutti e cinque, ch'io li senta qui sul mio cuore: Daniele, Federico, Eduardo, Luigia, Estella... non più divisi da me! Infelici creature da me abbandonate, oh mi perdonerete voi, n'è vero? Io vi opprimerò di tenerezza, di felicità: a forza d'amore cercherò di farvi dimenticare i torti che ho avuti verso di voi. Domani io più non sarò lo stesso uomo di quello che fui! Domani sarà per me giorno di luce e di verità! l'alba che sorgerà sarà per me l'alba di un'altra vita!... E tu, Maurizio Barkley, virtù incomparabile, tu mi salvasti la vita, ed or mi salvi l'anima. Dio mi ti fece incontrare nel cammino della colpa perchè tu mi avessi dischiuse le porte del cielo».

Edmondo s'inginocchiò nel mezzo della sua camera da letto, congiunse le mani, e, cogli occhi rivolti al cielo, profferì la seguente preghiera:

«Dio d'immensa misericordia e bontà, le cui leggi per tanto tempo ho calpestate e infrante, perdona le colpe della passata mia vita, e accetto il mio avvenire in espiazione dei miei peccati. Sorreggi col possente tuo ausilio le risoluzioni che tu m'ispiri questa notte, e feconda il mio pentimento co' tesori della tua grazia Celeste».

Edmondo restò circa un quarto d'ora genuflesso orando col pensiero. Indi si alzò, si svestì dei suoi panni, accese la lampada d'oro a fianco del suo letto, e si coricò. Per la prima volta il segno della Croce passò sulla fronte e sul petto di quell'uomo. Col capo abbandonato in su i guanciali, Edmondo pensava:

«Che felicità sarà la mia nel vedermi in mezzo a' miei figliuoli! Che nuova e dolce esistenza sarà questa! Con quanto amore li contemplerò seduti alla mia mensa! Io li legittimerò tutti e cinque: darò loro il mio nome e le mie ricchezze; farò che ritrovino sul paterno mio seno quelle gioie di cui la loro infanzia è stata defraudata. E le loro madri!... Infelici... Dio m'ispirerà sulla loro sorte... Com'esser debbono gentili e belli i miei figliuoli! E Daniele che tanto mi rassomiglia: Ah! ora comprendo l'inesplicabile simpatia che il costui sembiante eccitò in me fin dal primo momento che il vidi. Ora comprendo i moti del mio cuore. Quelle sue labbra sono dell'infelice Juanita! Figli, figli miei, e come ho potuto tenervi per tanti anni discosti da me! O cuor mio, non ribaltar così nel mio povero petto! E mio figlio è là, nella stessa mia casa, ed io l'ho tenuto più di un mese con me! Che aspetto gentile! che genio in quegli occhi!... Ed io volea farne il custode del mio cadavere!... Follia! follia! Domani lacererò lo stolto testamento, figlio dei lugubri fantasmi che assediavano la mia rea coscienza. Quando Iddio mi chiamerà ad altra vita, le mie spoglie mortali riposeranno in pace nella mia villa di Schoene Aussicht: i miei figli mi chiuderanno gli occhi... Morire nella grazia di Dio, in calma colla mia coscienza in mezzo ai miei figliuoli, non sarà questa la più bella delle morti? Lasciare un'eredità di affetti non val meglio che lasciare per nove mesi il disgustoso spettacolo d'un cadavere che desterà ribrezzo ed orrore in tutti quelli che il riguarderanno?... Richiamerò con me il mio caro Maurizio Barkley, al quale io debbo tanto che e sarà per me più che un amico, un fratello... Virtù impareggiabile, come sublime, Iddio ti avea posto al mio fianco per ispirarmi tutti i più dolci sentimenti, e per dischiudermi la via del pentimento. Maurizio Barkley, tu che mi hai conservato i figli, che spesso mi parlavi di loro, tu che non lasciavi mezzo intanto per cercare di commuovere il ferreo mio cuore, tu al quale io dovrò la felicità di una piena riconciliazione con me medesimo, Iddio ti benedica, com'io ti benedico, e come benedico per la prima volta nel Divino suo nome i miei cinque figli, Daniele, Federico, Eduardo, Luigia e Estella».

Pronunziando queste ultime parole, una calma celeste si sparse sulla sua nobile fisonomia: la natura reclamò i suoi dritti; il sonno si abbattè sulle stanche palpebre. Edmondo si addormentò pentito e tranquillo... per non più ridestarsi!

Eran due ore dopo la mezzanotte. Tutti i domestici del Baronetto erano immersi nel sonno. Un cameriere inglese, il più fido dei suoi camerieri, avea il suo letto poche stanze appresso a quella dove riposava il suo padrone. Essendo interna la comunicazione dal primo al secondo piano, una semplice bussola li dividea. Daniele avea lasciata aperta questa bussola... Egli era penetrato al secondo piano, senza aver bisogno di schiudere una porta. L'oscurità più fitta invadeva tutto il resto delle stanze dov'erano i dormienti. Daniele avea studiato tutte le posizioni, tutti i passaggi, tutt'i corridoi che menavano alla camera verde. Giunto in essa, per procurarsi un poco di luce egli non ebbe bisogno di far altro che aprire le imposte d'una finestra. Una luna limpidissima rischiarava l'orizzonte: i suoi raggi gittarono nella camera verde tanta luce quanta bastava per l'operazione che dovea far Daniele.

Durante il banchetto della sera precedente e nella confusione cagionata dal vino, Daniele si era destramente accostato al forziere indicato il mattino dal Baronetto, e ne avea involata la chiave ch'era ivi, avendo il Baronetto tolto di là alcuni oggetti che gli eran serviti pel festino della sera.

La scatoletta d'argento, che contenea la fatale polvere dell'Upas, fu tolta dal forziere. Un'astuzia infernale che altrove narreremo, avea prestato i mezzi a Daniele d'impadronirsi della chiave della scatoletta. Come aprirla e toccare la polvere mortale? Era questo il grande ostacolo, che Daniele superò, essendosi provveduto d'un lungo bastone, alla cui borchia avea attaccato un pezzettino di carta a forma di cono. Deposto a terra il cassettino, e, datovi un giro di chiave, col pomo del bastone sollevò il coverchio, e coll'altra estremità della mazza fece entrar nel cono di carta una quantità di quegli atomi distruttori. Durante quest'operazione egli si era chiuso ermeticamente la bocca e le narici con un fazzoletto.

Senza fare il minimo rumore, Daniele penetrò nella camera da letto di Edmondo, e stette qualche tempo immobile sotto l'uscio per accertarsi che questi era immerso nel sonno.

Assicuratosi di ciò, il perfido si avvicinò al letto dell'infelice; colla propria persona nascose la luce che veniva dalla lampada; si celò interamente il viso col fazzoletto, tranne gli occhi, e con mano ferma accostò la borchia del bastone alle labbra del dormiente. Il cono di carta scaricò la sua polvere!

Edmondo mise un rantolo soffocato, strinse i denti e i pugni, stravolse gli occhi.

EGLI ERA CADAVERE!

Daniele rimase immobile, tremante, senza respirare, a fianco della sua vittima. La morte era stata così rapida, così istantanea, ch'egli non credea che il Baronetto fosse estinto. Il singulto che questi avea messo avea fatto gelare il sangue nelle vene del suo assassino. Passò un quarto d'ora, a capo del quale Daniele alzò la lampada sul volto di Edmondo, Daniele fremè! Gli occhi del Baronetto erano spalancati e terribili! Non ci era dubbio! Egli era morto!... Le sue labbra eran nere come la sua barba...

Accertatosi di aver fatto il colpo, Daniele si diede a sperdere ogni orma dell'assassinio.

Corse alla scrivania dell'estinto, e lacerò quella pagina delle costui memorie dove si parlava dell'Upas. Ritornò alla camera verde, prese la scatola del veleno ben chiusa, e la portò seco per farla sparire il giorno appresso.

Poco stante, Daniele era nel suo letto... Egli si preparava a rappresentare la sua parte nel comune dolore che avrebbe eccitata nel dì vegnente la notizia della improvvisa morte del Baronetto Edmondo Brighton, Conte di Sierra Blonda, e proprietario della vasta tenuta di Schoene Aussicht.

IV. IL TESTAMENTO

Il domani, verso le nove del mattino, confusione e terrore nel casino di Schoene Aussicht. In un attimo, tutta la città di Manheim fu piena della trista notizia della improvvisa morte del Conte di Sierra Blonda, avvenuta, come si dicea, per un colpo di apoplessia fulminante.

Un'ora dopo che si era diffusa la trista nuova il casino fu tutto ingombro di gente. Gli amici di Edmondo, varii medici, parecchie persone ragguardevoli di Manheim, e grande stormo di curiosi penetrarono negli splendidi appartamenti, dove il giorno innanzi un uomo, ricolmo di vita, di salute, di tutt'i beni che si possono godere su questa terra, ragionava lietamente cogli amici sul modo di procacciarsi la più lunga e avventurata serie di anni. Il Dottor Weiss si diede ad esaminare il cadavere del Baronetto. Nessun carattere di apoplessia presentava l'estinto.

Il Dottor Weiss interrogò gli altri colleghi; si tenne consulto sulle spoglie esanimi del Conte; due ore di discussione non avea fruttato nessun risultamento: la scienza esauriva le sue congetture, e perdeva la sua logica sovra un genere di morte che offriva nuovi caratteri e specialità straordinarie. Il Baronetto non era morto per istrangolamento, però che i segni esterni di questa morte sono: enfiatura del collo e della faccia, la quale è cosparsa di lividore nerastro; tumefazione della lingua, che pel consueto suole uscir di bocca; occhi rossi e sporgenti: estremità fredda e di color violaceo. Qualcuno appena di questi segni rinvenivasi sul capo di Edmondo. Si passò eziandio in discussione se egli fosse morto per mefitismo, e si ricusò questa supposizione come assurda, non pure per non essersi trovata cagione alcuna di viziamento d'aria nella camera dov'egli giaceva, ma neanche gl'indizii cadaverici che attestano tal causa di estinzione. La maggior probabilità poggiava sull'opinione che il Baronetto fosse morto per una specie di sorda asfissia o per una terribile colica cieca. In fatti, un indizio di questa morte suol ricavarsi dall'annerimento de' labbri.

Il pensiere che il Baronetto fosse stato avvelenato non lasciò di presentarsi vagamente nell'animo del Dottor Weiss, il quale rivolse con astuzia molte interrogazioni ai camerieri e a' domestici.

Ma il Baronetto avea cenato assieme a' suoi amici, e dopo cena non avea preso neppure un bicchier d'acqua: la cena era stata innocua, dappoichè le altre persone che n'ebbero parte non aveano sofferto alcun male. D'altra parte, i segni caratteristici di un avvelenamento non si erano affacciati sul cadavere del Baronetto, la nerezza delle labbra era un fenomeno nuovo e strano, ma non bastava di per sè solo a fare argomentare una morte per avvelenamento. Questa idea fu bandita, e si pensò tosto a far eseguire le ultime volontà del defunto. Il dottor Weiss conosceva l'esistenza del testamento, però che il Baronetto gliene avea molte volte parlato, per riguardo all'articolo dell'imbalsamazione, il quale, siccome è noto a' lettori era così concepito:

«È mia precisa volontà che il mio cadavere sia imbalsamato col nuovo metodo d'iniezione alle carotidi. Questa operazione dovrà esser fatta dal mio medico dottor Weiss di Francoforte varii giorni dopo ch'io non avrò dato più segni di vita, e dietro i più esatti e scrupolosi esperimenti per accertarsi della vera mia morte. Per tale operazione gli si darà in compenso la somma di diecimila fiorini».

Questo articolo era stato letto al dott. Weiss fin dal giorno che il Baronetto lo scrisse, e indi riletto altre volte, quando il misero era oppresso da' fantasmi della morte apparente.

Noi non osiamo asserirlo per rispetto, che abbiamo all'umana dignità, ma non possiamo astenerci dal formare una trista congettura. Quella cifra di diecimila fiorini era troppo prevaricante; e forse il dottor Weiss sacrificò i suoi sospetti di avvelenamento alla paura di perdere un guiderdone che si sarebbe sfumato. Se si fosse dato peso all'idea dell'avvelenamento, e se questo sospetto fosse stato ventilato, l'autorità avrebbe richiesto un'autopsia cadaverica; ed allora l'imbalsamazione non avrebbe avuto più luogo.

Affrettiamoci a dire che Daniele simulò in modo ammirabile la sorpresa, il dolore... La sua agitazione, la sua estrema pallidezza, la bieca espressione del suo sguardo ingannarono tutti. Il suo trionfo era pressocchè assicurato. L'impunità gli sorrideva, e con essa l'avvenire colmo di delizie e di piacere. Ma Dio avea già stampato su quella fronte il marchio della riprovazione. Innanzi tutto, le autorità locali di Manheim richiesero l'immediata lettura del testamento. Già si era presentato a Schoene Aussicht il notaro nelle cui mani il testamento era stato depositato. Tutti si prepararono ad ascoltare l'ultima volontà dell'estinto milionario.

L'ultima volontà! Ah! non era quella l'ultima volontà dell'infelice e pentito Edmondo! Egli avea sepolto per sempre con sè il suo vero testamento!

A mezzo giorno si diè lettura legale dell'atto olografo, essendosi affrettata quest'operazione ad istanza del dottor Weiss, il quale avea detto ai commessari del governo di Manheim esser necessaria la pronta lettura del testamento per ragioni che si sarebbero palesate nello stesso scritto del Baronetto. Il cadavere di Edmondo, da lui destinato a rappresentare una parte importante nelle condizioni di eredità, giaceva tuttavia nudo nel proprio letto, coverto interamente da una coltre di seta di Persia.

In quali mani andaveno a ricadere le immense ricchezze del Conte di Sierra Blonda? Quali n'eran gli eredi? Questa dimanda ciascuno volgeva a sè stesso con più o meno perplessa curiosità, a seconda della maggiore o minore probabilità che ciascuno credeva di avere ad una parte dell'eredità.

Oltre di cento persone ingombravano quella camera. Quando il notaro fe' segno che si accingeva a leggere, un silenzio profondo ebbe luogo. I primi articoli del testamento erano l'enumerazione dei beni e delle ricchezze del Baronetto, dei suoi crediti, delle sue immense possessioni e dei suoi capitali versati su quasi tutta le Banche d'Europa.

Era una fortuna prodigiosa! due milioni e quattrocentomila piastre di Spagna, vale a dire, la rendita annuale di CENTOVENTIMILA COLONNATI, alla modesta ragione del cinque per cento. Questa fortuna era calcolata senza gl'innumerevoli crediti che il Baronetto vantava su molti cospicui banchieri di Londra, di Parigi, di Madrid, di Calcutta e di altri paesi. Non possiamo dipingere la sorpresa che colpì tutti gli astanti allora che il notaio lesse il seguente articolo:

«Di tutt'i suddetti miei beni mobili ed immobili coi titoli annessi, in mancanza di eredi legittimi, lascio mio erede universale il giovine Daniele de' Rimini, di Napoli, esercente la professione di pianista».

Tutti gli sguardi si volsero immediatamente verso Daniele, dagli occhi del quale lampeggiava una gioia superba e feroce. Un lungo mormorio interruppe la lettura. Ciascuno dimandava al suo vicino chi era quel giovine, donde era venuto, e quali relazioni eran passate tra lui e il Baronetto, per far decider questo a nominarlo erede universale di tutte le proprie ricchezze. In moltissimi surse il pensiero che il giovine italiano fosse figliuolo naturale del defunto, e che questi avesse voluto, morendo, fare ammenda del passato. Ma e perchè non legittimarlo? Il vasto campo delle congetture si diradò ed il silenzio più profondo si ristabilì, quando il notaio seguitò la lettura del testamento.

La maraviglia degli astanti si accresceva ad ogni parola di quel testamento straordinario. Con somma attenzione si prestava ascolto alle condizioni che il Baronetto metteva al possesso della sua eredità.

Un grido di sorpresa e di orrore, seguito da un subuglio indicibile, si udì alle parole;

«Il signor Daniele de' Rimini, mio erede ed esecutore testamentario, dovrà essere il custode del mio cadavere durante nove mesi a contare dal giorno della mia morte.»

Non era più possibile di proseguire la lettura, sì grande era la confusione ed il vocio che si sparsero tra i diversi crocchi. Tutti gli occhi eran volti a Daniele, il quale poco pensiere parea prendersi di quanto si diceva intorno a lui. Ogni articolo di quelle strane e terribili condizioni facea raccapricciare gli astanti. L'articolo undecimo delle condizioni prevedeva il caso in cui da Daniele si fosse mancato ad uno degli obblighi impostigli, e il dichiarava, ciò accadendo, scaduto dal diritto di eredità.

Il testamento conteneva nel seguito altre disposizioni, di cui citeremo le seguenti come le più importanti:

«Articolo 12º Lascio al mio schiavo Maurizio Barkley, in segno di riconoscenza, di amicizia e di affetto, la rendita annuale di Duemila piastre, ed il mio feudo a Yorkshire in Inghilterra denominato The Raven Spot (il sito del corvo).»

Daniele fece un salto sovra se stesso: il nome di Maurizio Barkley avea colpito le sue orecchie.. Maurizio Barkley era lo schiavo del Baronetto.

Una luce terribile strisciò sul cervello del giovine: il notaio proseguì:

«Art. 21. Lascio un capitale di Dodicimila piastre da distribuirsi ai seguenti cinque individui,

Federico Lennois, di Parigi.

Eduardo Horms, di Glascovia.

Daniele Fritzheim, di Napoli.

Luigia Aldinelli, di Pisa.

Estrella Encinar, di Cadice.

«Affido a Maurizio Barkley l'esecuzione di questa mia disposizione, conoscendo egli una per una le cennate cinque persone e le loro rispettive dimore.»

Questa volta un grido si fece udire nella stanza, ma un solo l'avea gittato! Daniele! Egli era fuori di sè! i capelli gli si eran sollevati sul capo; le labbra gli tremavano convulse; gli occhi schizzavangli fuori come per furiosa demenza. Il segreto cercato da tanti anni era scoperto! L'ignota mano che il beneficava era trovata!

L'orribil luce che avea per un tratto schiarata la mente dello sciagurato giovine gl'incendiava in pari tempo la testa e il cuore. Un'idea, una parola si avvoltolava nel capo di quel misero, una idea, una parola che il rendean matto: Parricida!

Egli tremava di questo orrendo fatto. Intanto il grido ch'egli avea messo avea richiamato intorno a lui l'attenzione universale. Nessuno potea spiegarsi lo stato di agitazione, di turbamento, di estrema sofferenza in cui vedean Daniele; epperò mille supposizioni si formavano, mille pensieri e mille congetture; ma in nessuno entrò minimamente il sospetto che Daniele si fosse l'assassino del milionario, non offrendo il cadavere alcun segno di morte procurata da esterna violenza, ed avendo i medici rigettata come assurda ed improbabile l'idea di un avvelenamento. Altre disposizioni conteneva il testamento, di piccoli legati a favore de' suoi domestici. Il Baronetto raccomandava al suo erede ed esecutore testamentario di ritenere per amministratore la stessa persona, di cui egli si era servito, e la quale era un americano di comprovata probità. Da ultimo, il testamento conteneva le disposizioni che avrebbero dovuto aver luogo nel caso previsto di una mancanza di Daniele a' suoi obblighi. I suggelli furono apposti alle carte del Baronetto; un minuto inventario fu formato di tutte le suppellettili di Schoene Aussicht. Daniele non doveva essere posto in possesso di tutto, che dopo compiti i nove mesi. L'Autorità procedè a quei provvedimenti che sono richiesti per garentire l'esatto adempimento della volontà del testatore.

Il dottor Weiss, incaricato della imbalsamazione, si apprestò a far paghi i desiderii del suo defunto amico, il quale gli avea con tutto il calore dell'amicizia raccomandato di assicurarsi bene della realtà della sua morte. Il dottor Weiss volle rimaner solo col cadavere del Baronetto. Egli cominciò da prima ad esplorare se fosse incominciata la latente insensibil putrefazione delle parti mobili del corpo, primo segno che caratterizza la morte. L'organismo di Edmondo era intatto, epperò non era impossibile che un resto di vitalità si nascondesse in uno de' precipui organi destinati a conservar la vita. Con ogni minutezza ei procedè in tal dilicata disamina. Egli è certo che, quando un principio di vitalità rimane concentrato nelle più intime parti dell'organizzazione, non può sfuggire allo sguardo profondo e indagatore dell'uomo dell'arte; imperocchè in questo caso la fisonomia del creduto estinto offre indizii e caratteri che sono ben diversi da quelli che si scorgono su i volti dei veri morti.

Il dottor Weiss notò l'incipiente sfiguramento de' lineamenti del volto del Baronetto; l'espressione morale della fisonomia sparisce sotto il marchio della morte. Tutte le fisonomie de' cadaveri hanno una sola espressione, la serenità. Nel volto de' morti apparenti i vasi capillari ed il sistema linfatico hanno un movimento benchè esilissimo, e le cellulari un certo turgore, che mantiene alla persona il suo aspetto abituale. Ne' cadaveri un color plumbeo si spande sulle forme del volto: la pallidezza è tetra e si avvicina al giallognolo. Il dottor Weiss pose il termometro al contatto delle parti vitali del corpo del Baronetto! un freddo glaciale abbassò leggermente il mercurio. Un altro segno caratteristico della morte vera, secondo Nysten, è la inflessibile rigidezza dei muscoli. E i muscoli del Baronetto eran duri come legno.

Il dottor Weiss osservò che gli occhi di Edmondo, comunque trovati aperti in tutta la loro ampiezza, eran privi di ogni moto, ed incominciavano a diventare a poco a poco affossati, nebbiosi e flaccidi. Era quasi impossibile di abbassare la palpebra superiore. Il medico alzò la mano del Baronetto, nè riunì le dita, e passò un lume dietro ad esse; nessuna trasparenza vi si notò, come vi si osserva ne' vivi.

Le palme delle mani e le piante dei piedi avean preso un color giallo carico. Gli sfinteri eran rimasti aperti e dilatati senza veruna elasticità. Il dottor Weiss non lasciò alcun tentativo per accertarsi della morte effettiva del Baronetto; egli operò eziandio parecchie forti fregagioni sulla cute dell'estinto, ma questa non si arrossì affatto, nè si riscaldò. Finalmente, per esaurire tutt'i mezzi di cui l'arte si vale per iscoprire la vitalità ne' morti apparenti, il medico tedesco fece uso del più sicuro di tutti, quello cioè dello stimolo elettrico[6].

La più compiuta certezza era ormai nell'anima del dottor Weiss sulla morte del Baronetto, dal cui corpo cominciava ad esalare quel nauseante odore, specifico dei cadaveri, e che annunzia l'incipiente decomposizione. Il dottor Weiss, comechè pienamente sicuro della morte del Baronetto, volle per altro, lasciar passare l'intera giornata e la notte consecutiva, prima di accingersi all'operazione della imbalsamazione. E il dì vegnente, a prim'ora del giorno, egli vi si apprestò.

Molti giovani studenti di medicina, moltissimi curiosi, la maggior parte degli amici di Edmondo, e quasi tutti i suoi domestici vollero assistere all'operazione. Daniele era nel numero. Muniti dei necessarii strumenti e degli agenti chimici che sono richiesti, il Dottor Weiss eseguì l'imbalsamazione con profonda sagacia ed esattezza. Egli polverizzò due libbre di arsenico colorandolo con un poco di cinabro o minio, per ottenere il colore del sangue; e sciolse il tutto in una quantità d'acqua naturale! eseguì poscia l'incisione verticale alla sinistra arteria carotide, e v'iniettò la composizione che abbiam cennata; legò il segmento superiore dell'arteria recisa non sì tosto vide da questa comparire il materiale iniettato. Il resto dell'operazione fu fatto con pari accortezza e sagacia[7]. Terminata l'operazione, il dottor Weiss, rivoltosi al cadavere del Baronetto, gli disse:

— Eccoti pago, infelice mio amico; ho adempito al mio debito! ti ho strappato alla corruzione.

Voltosi poscia a Daniele, che pallido, stralunato, immobile, era stato presente all'imbalsamazione, gli disse:

— Ora spetta a voi, signor custode della morte; consegno a voi il cadavere del Conte di Sierra Blonda in ottimo stato, esso si manterrà fresco, flessibile, e naturalmente colorito. A voi, dunque, signor Daniele de' Rimini, incominciate il vostro ufficio! i nove mesi principiano: l'eredità vi aspetta!

Dette poscia un'occhiata all'orologio, e con sarcasmo soggiunse:

— Sono le otto: andiamo, signor de' Rimini, il Baronetto attende il suo caffè!

V. LA CAMERA VERDE

È anche mia precisa volontà che il MIO CADAVERE dopo l'imbalsamazione, rimanga nella camera verde del secondo piano della mia proprietà di Schoene Aussicht.

«Il mio cadavere sarà vestito con quella proprietà e decenza che si convengono al rango ed alle ricchezze del Baronetto Brighton, Conte di Sierra Blonda. Ogni giorno se gli cambierà la biancheria, ed ogni settimana i vestiti.

«Due volte al giorno il signor Daniele de' Rimini recherà egli stesso al mio cadavere, nel cospetto de' servi testimoni, il caffè e in quelle stesse ore in cui soglio prenderlo al presente».

Era ormai tempo di eseguire le dette prescrizioni del Baronetto.

A quella parola che il dottor Weiss avea diretta con sarcasmo a Daniele, ricordandogli di dover porgere il caffè al morto, la comitiva raccapricciò. Tutti guardarono con una certa angosciosa ansietà il giovine italiano che doveva adempire a quell'ufficio sì tristo e ridevole a un tempo. Ma Daniele non indietreggiò innanzi all'orrore che gli ispirava ormai quel cadavere: egli non doveva vacillare un momento. Eran cominciati i nove mesi, a capo dei quali erano la fortuna e la felicità. Daniele comandò a' servi che allestissero il caffè. Una febbrile energia invadeva le fibre dell'erede... Egli più non capiva quello che veniva buccinato nei diversi gruppi sperperati nella camera; il suo volto era livido, ma la vivacità del delirio era nei suoi occhi; la coscienza della propria situazione non l'avea per altro abbandonato. Il caffè fu recato nella solita coppa d'oro in cui il Baronetto solea prenderlo. Daniele tolse di mano ai servi il vassoio d'argento sul quale era la tazza ricolma di caffè, e con piè fermo si accostò al letto su cui giaceva l'estinto. Il vassoio non pertanto traballava nelle mani del perfido. Giunto alla sponda del letto, Daniele, con voce tremante e appena sensibile, dimandò al cadavere:

— Signor Baronetto, vuole il caffè?

Dagli occhi del morto parve che balenasse uno sguardo elettrico e fulminante. Daniele vacillò, le ginocchia mancarongli... ei cadde e con esso il vassoio colla tazza. Si corse in suo aiuto, ma egli si rimise ben presto, balbettò alcune frasi di giustificazione, e chiese un bicchiere d'acqua però che si sentiva ardere il petto e mancare il respiro.

Prima di esporre a' nostri lettori il quadro terribile che pur ci è forza di ritrarre, vale a dire: IL FIGLIO PARRICIDA ALLA PRESENZA DEL CADAVERE DEL PADRE — dobbiamo sdebitarci di una promessa, ch'è quella di narrare il modo che tenne Daniele per involare dalla scrivania di Edmondo la chiave della scatoletta contenente la polvere di Upas.

Nel corso del giorno in cui Daniele avea meditato l'enorme delitto, poi che si ebbe congedato dal Baronetto dicendogli che il domani sarebbe partito per Darmstadt, il mandò a pregare che essendo quello l'ultimo giorno della sua dimora a Schoene Aussicht, voleva riavere il piacere di pranzare con lui. È a notarsi che, dal momento in cui nell'animo di Daniele era nato il funesto pensiero di por termine a' giorni del Baronetto, egli non ebbe più la forza di sedersi alla medesima mensa con lui; di che si scusò, adducendo per pretesto che la sua salute non consentiva che avesse pranzato in sul tardi. Il Baronetto accolse con estremo piacere il desiderio del giovine e il tenne quale attestato del suo affetto. Daniele pranzò col Baronetto: egli seppe abbastanza infingersi, bensì non tanto che la cupa preoccupazione del suo pensiero non trasparisse: ma Edmondo ne spiegò la ragione pel rammarico che il giovine dovea sentire per la prossima sua partenza. Poche parole disse Daniele durante il desinare, e pochissimo mangiò. Alquanti giorni innanzi, Edmondo, in una delle serali conversazioni che tenea cogli amici, avea detto di aver ricevuto da un suo corrispondente delle Indie la narrazione di un conflitto avvenuto nel Ponjab tra gl'Indiani e la guarnigione inglese. Daniele, a pranzo, fece cadere astutamente il discorso su questo fatto, e pregò il Baronetto di leggergli la lettera del corrispondente; il perfido giovine sapea che il Baronetto tenea questa lettera in uno de' cassettini della scrivania, e che una sola chiave aprivali tutti. Edmondo, di nulla sospettando, volea chiamare il suo cameriere per fargli prendere dalla scrivania la lettera; ma Daniele si offrì di recarsi egli medesimo nello studio per prenderla. Edmondo gli affidò la chiave. Daniele tornò colla lettera del corrispondente delle Indie. Egli avea già involata la piccola chiave che dovea servire a schiudere la scatoletta dell'Upas. Alzati di tavola, Edmondo abbracciò Daniele e tornò a pregarlo che la sera non fosse mancato alla solita riunione degli amici. E Daniele tornò a promettere che non sarebbe mancato la sera, siccome avea promesso in sè medesimo di non mancare la notte! Il compimento dell'infame delitto è già noto. Dopo aver somministrato il caffè al cadavere del Baronetto, Daniele si accinse ad eseguire le condizioni impostegli. Il cadavere di Edmondo fu vestito con quella proprietà e decenza ch'egli avea raccomandate. Il suo abito era tutto nero, così avendo egli disposto negli articoli suppletorii del suo testamento. Il cadavere dovea per l'intera durata de' nove mesi portare il lutto della propria morte. Egli avea comandato eziandio che ogni settimana se gli indossassero abiti nuovi. Il sarto francese fu incaricato di fornire ogni sabato le vestimenta nuove del Conte di Sierra Blonda. Daniele dovea vestire e spogliare il Baronetto, adempiendo verso lui all'ufficio di cameriere.

«La più minuta e scrupolosa cura sarà messa dal signor Daniele dei Rimini a tener mondo il mio corpo da qualsiasi impurità della corruzione.»

Quest'articolo delle condizioni facea fremere Daniele. Egli è vero che per effetto dell'imbalsamazione la putrefazione interna cadaverica è impedita, ma è egli mai possibile, senza le più assidue cure, impedire che si formi su qualche parte del corpo morto un principio d'impurità? E ogni giorno la biancheria doveva esser cambiata al cadavere!

Il Baronetto avea benanche disposto che ogni giorno il suo parrucchiere dovesse recarsi, come al solito, a Schoene Aussicht, per prender cura del suo capo e della sua barba. La paga del parrucchiere era triplicata. E il primo giorno, in fatti, dopo l'imbalsamazione, i capelli del Baronetto furono lisciati, scrinati ammorbiditi con finissimi olii e pomate; la sua barba fu pettinata ed allustrata, raccorciandosi i peli disuguali e livellandosi così bene come se il Baronetto avesse dovuto trarre a qualche festa di ballo. Così acconciatosi e vestito a bruno, il Conte di Sierra Blonda fu trasportato nella Camera verde, secondo le disposizioni del testamento. Egli venne adagiato sovra una delle magnifiche seggiole d'avorio a forma di baldacchino. Era questa sedia interamente coperta da soffici cuscini orientali, a disegni cinesi di color scarlatto. Nappe di fili d'oro scendevano da una specie di tettino della sedia, lavorato ed intagliato con tanta ricercatezza e con tanta minuta fatica che quel tettino era un capolavoro di scultura. I piedi di questa seggiola, non più lunghi di un palmo, rappresentavano quattro piccole pagodi con bambocci cinesi nell'interno, figuranti alcuni mandarini che fumavano. Il cadavere era coricato anzicchè seduto su questa seggiola, tranne che il busto era sollevato e appoggiato a morbidi cuscini. Le braccia del Baronetto erano adagiate in sul corpo in una positura semplice e naturale. Le mani erano intrecciate senza stento l'una nell'altra.

Nell'entrare in quella camera era impossibile il ravvisare un cadavare nell'uomo che riposava leggiadramente su quello splendido divano cinese. Il volto del Baronetto non era dissimile da quello ch'era quando era vivo, anzi una leggiera tinta di vermiglio si sfumava in sulle gote, effetto della preparazione del minio, ch'era entrato nella composizione dell'imbalsamazione. Nell'atteggiamento di quel corpo, nella giacitura del capo alquanto inchinato a destra, quasi che avesse guardato, dalla dischiusa finestra, gl'incanti paesaggi che si disegnavano sulle rive del Reno, in quegli occhi vagamente socchiusi, come per evitare la troppa luce che veniva dal giorno sereno e ricco di sole; in tutta la sua persona insomma nulla era che non avesse perfettamente simulata la vita.

Illusione spaventevole che metteva ad ogni istante il ghiaccio e la morte nel cuor di Daniele!

Il dubbio terribile che dalla lettura del testamento era nato nell'animo dell'assassino di Edmondo diventò orrenda certezza per una di quelle circostanze che la Provvidenza fa nascere al bisogno quando intende premiare o punire. Edmondo solea ricevere gli amici con tutta la splendidezza ed il fasto d'un milionario. Pel consueto, egli era vestito con giubba nera. E quella sera, ultima della sua vita, egli aveva indossato una giubba nuova. Daniele stimò per la prima volta vestire il cadavere con quel medesimo abito: e nel passarlo in sul corpo dell'estinto, si avvide di una carta ch'era nella tasca della giubba. Egli se ne impossessò. Era la lettera di Maurizio Barkley la quale contenea la rivelazione della vera entità di Daniele de' Rimini. È indicibile il furore da cui fu preso il perfido Daniele alla lettura di quella lettera... Egli versò segrete lagrime di disperazione; si strappò i capelli; la sua ragione si confondeva!

«Da quanto tempo mio padre era conscio del segreto? dimandava a sè stesso il forsennato... Io forse l'uccisi nel momento in cui egli sognava di stringermi al suo cuore!... Oh, ne son sicuro! Mio padre non avrebbe indugiato a palesarsi a me, a riconoscermi, a legittimarmi!... Mio padre! mio padre! Io ho ucciso mio padre! l'ho vilmente assassinato nel proprio suo letto, come fanno i ladri per impossessarsi d'un tesoro! ed io mi sono seduto alla sua mensa! Molte volte mi chiamò suo figlio!... La prepotente voce del sangue parlava in me! Ed io l'ho soffocata! Maledetto il momento che conobbi Emma di Gonzalvo!... Maledetto il momento che posi il piede a Manheim!... No, questa lettera è d'una data recentissima; essa non ha potuto arrivare che ieri!... ieri sera forse!! Mentre io meditava il delitto e mi accingeva a compirlo, mio padre sapea di avere in me un figliuolo!... All'alba forse egli sarebbe corso da me per abbracciarmi!... Ed io ho sepolto per sempre nel petto di mio padre un avvenire di amore, una vita di felicità!

Tutto quel primo giorno di adempimento dei patti, Daniele non rimase che pochi momenti da solo col cadavere del Baronetto. Quasi tutti gli abitanti di Manheim si recavano a Schoene Aussicht e dimandavano il permesso di entrare nella camera verde. Daniele, in qualità di esecutore testamentario, era ormai la sola volontà che dominasse a Schoene Aussicht: egli però permise agli abitanti di Manheim di trarsi la curiosità di vedere il morto in funzione, siccome nel paese diceasi. Il fatto è che quegli abitanti guardavano con più sorpresa il giovine italiano che il cadavere del Baronetto. Non si tosto Daniele entrava nella camera verde, un bisbiglio si levava, e tutti gli occhi eran volti verso di lui. «Ecco, ecco, il CUSTODE DELLA MORTE,» si sentiva susurrare con mistero e paura. Daniele fu costretto di proibire l'ingresso a tutti i curiosi; e questo fu peggio per lui, perchè così era lasciato solo nella camera verde. E questa solitudine diventò orribile allora che le tenebre caddero sulla terra. La camera verde era rischiarata da un gran globo d'alabastro, che spandeva in quella stanza una luce vaporosa e fantastica. Entrando ivi di sera, Daniele gittò un'occhiata sul Baronetto, ed un brivido gli corse per le ossa. L'illusione era completa!

A malgrado dell'estrema ripugnanza che egli sentiva a guardare il cadavere in sul volto, Daniele rimase lunga pezza a contemplarlo. Parea che quegli occhi, renduti immobili per morte, si drizzassero a lui con orrenda espressione... Strani fantasmi, stranissime larve si aggiravano in quei momenti per la fantasia dello sciagurato giovine. Tra le altre cose, un continuo buccinamento gli stava nelle orecchie: sentiva sempre la voce del Baronetto, che gli ripeteva con sarcasmo le parole che gli disse non appena fu conchiuso il funesto contratto: D'ora in poi io vi considero qual figlio mio!... Indi ricordava quello che il Baronetto gli disse innanzi di conchiudere il contratto: Io vi sarò debitore d'una eterna obbligazione!

«Eterna! eterna! — I capelli si alzavano sul capo di Daniele;... i suoi occhi si affissavano con indicibile espressione sul sembiante di suo padre...

«Dov'è al presente la tua anima, o padre mio, pensava lo sciagurato immobile sul cadavere,.. perduta forse! ETERNAMENTE PERDUTA!... e per mia cagione! Ed io l'ho spinta all'eterna perdizione! O padre mio, tu riposavi con tanta placidezza allora che l'infame mio braccio ti aprì in un baleno l'eternità!»

Daniele non piangeva; ma una lagrima secca e disperata, una lagrima di fuoco si era fermata nel mezzo della sua vitrea pupilla, e la camera verde gli sembrò dipinta a rosso; e gli parve che le braccia di suo padre si muovessero per dimandargli soccorso. Allora ei si trovò sulle labbra certe parole antiche, che gli avevano insegnate quando era bambino... Daniele compitò macchinalmente una prece.

Le nove della sera battevano all'orologio. Il cameriere inglese si allacciò in sull'uscio della camera verde e disse a Daniele:

— Signor de' Rimini, è l'ora del tè.

Daniele fu scosso come da uno stimolo elettrico: con faccia stupida chiese al cameriere che cosa bramava, il cameriere ripetè la formola.

Era convenuto che ogni azione di Daniele, relativa alle condizioni del testamento, doveva esser fatta alla presenza del cameriere inglese e di due altri testimonii, i quali firmavano ogni sera il verbale della giornata. E questo, per attestare, alla fine dei nove mesi l'adempimento degli obblighi imposti all'erede. Daniele tornò in se ebbe rossore di sè medesimo, pensò ad Emma e al Duca di Gonzalvo, riprese coraggio, si alzò e si dispose a porgere il tè al Baronetto.

«Ogni sera, dopo l'ora del tè, il signor Daniele de' Rimini suonerà, alla presenza del mio cadavere, un pezzo a piano-forte e canterà un'aria di sua scelta.»

E quest'ora terribile era giunta! E non solamente il cadavere del Baronetto ma tre altre persone doveano ascoltare quella musica e quel canto, i tre testimoni! Daniele, coll'occhio delirante, col vòlto pallidissimo, coll'anima lacerata a brani dal rimorso, si sedè al piano-forte. Il cadavere del padre gli era di rimpetto. Daniele fece sforzo incredibile nel porre le mani sulla tastiera: egli non si ricordava niente più, avea smarrito le regole dell'armonia, del contrappunto, non riconosceva più i tasti!! Ma di botto, la sua faccia s'irradiò, i suoi occhi scintillarono, la sua testa tremò... Una melodia dolcissima.... celeste.. straziante esalò da quella tastiera. Gli occhi de' tre testimoni si empirono di lagrime!... Era il Requiem di Mozart quello che Daniele avea sonato!

Sopraggiunta la notte, Daniele ordinò che il suo letto fosse trasportato nella stanza contigua alla camera verde. Nonostante il ribrezzo che gl'ispirava la prossimità del cadavere, egli non volea per tanto discostarsene in nessuna ora del giorno e della notte, imperocchè temeva che qualcheduno di quelli che aspiravano all'eredità del Baronetto avesse involato o fatto sparire il prezioso deposito, della cui custodia e conservazione esso Daniele era incaricato. La camera verde avea due usci, per l'un dei quali si andava allo studio del Baronetto e ad altre stanze, e per l'altro si riusciva sulla villetta. Di entrambi questi usci, ben chiusi, Daniele conservò le chiavi. Egli non volle far rimanere altro lume nella camera verde, durante la notte, che quella stessa lampada d'oro che soleva rischiarare la stanza da letto di Edmondo. Daniele accese dunque a fianco del Baronetto il lume; serrò con molta cura le finestre e le porte; dette un'occhiata al cadavere, e rimase a mezzo la camera, colpito da un pensiero che gli andò a toccare le più recondite fibre del cuore. Daniele era solo al cospetto di suo padre!

L'anima di costui il vedeva e l'udiva... Daniele pensò gittarsi a piede del cadavere di suo padre, sciogliersi in amare lagrime di pentimento, chiedergli perdono di avergli data la morte, non conoscendo esser lui suo padre; implorarne la benedizione. Un quarto d'ora all'incirca restò il giovine battagliando con sè medesimo; ma ogni volta che lo sguardo si portava sulla vittima, parea che questi il respingesse. Daniele non ebbe la forza di mandare ad effetto il suo proponimento, e poco stante, gittando un altro sguardo di angoscia sul cadavere, come se avesse voluto dargli la buona notte, si ritirò nella stanza contigua, dove avea fatto preparare il suo letto. Daniele, com'è a supporsi, non potè chiudere gli occhi per tutta la notte. Sebbene l'uscio che il separava dalla camera verde fosse chiuso a chiave, ad ogni momento sembrava allo sciagurato giovine che quella porta si aprisse, e che il Baronetto redivivo gli comparisse dinanzi per opprimerlo dei più strazianti rimproveri. Qualche volta Daniele, cascando a sonno per stanchezza, si destava poco di poi a soprassalto, col petto affannoso, colla faccia livida e cogli occhi smarriti; spalancava gli occhi, si poneva a sedere in letto, e volgeva lo sguardo atterrito intorno a se. Egli avea sognato che suo padre stesse seduto alla sponda del letto.

Altre volte il misero, non si tosto, dopo lunghe ore di agitazione, giungeva a prender sonno, sentiva nell'orecchio la voce del padre, e gittava uno strido altissimo, e si svegliava per non più raddormentarsi. Una notte, mentr'ei vegliava, secondo il consueto, e tenea rivolto lo sguardo sull'uscio della camera verde, vide di repente sparir la luce che rischiarava quella stanza!...

La lampada era spenta!

Daniele solea farla provvedere di tant'olio da poter durare la luce per molte notti. Come dunque si era spenta quella lampada? Lo sciagurato giovine fu preso da strani timori; volle alzarsi per trarre nella stanza del cadavere, ma non bastogli a tanto il coraggio; e stava con un violento battito di cuore. Mentre così rimanea perplesso ed insonne, Daniele porse attento l'udito... Un lamento fioco, indistinto, un pianto soffocato partiva dalla camera verde!! Fu così terribile l'illusione, che Daniele, balzato di letto, corse precipitosamente a destare i servi, e narrò loro lo strano fenomeno che avea colpito le sue orecchie. Si entrò con lumi accesi nella camera verde; si ricercò della cagione del lamento... Nulla si era mosso in quella stanza... Il Baronetto era sempre al suo posto, ironico e beffardo simulacro di vita!

Così Daniele avea passato circa una ventina di notti. Egli non era più riconoscibile: profonde occhiaie gli si erano scavate in sul volto! La sanità del suo corpo era perduta, la sua ragione era vicina a perdersi. Eppure, egli attingeva forza, energia e coraggio pensando all'avvenire, pensando alla sospirata fine di quei nove mesi, che dovevano partorire la Felicità. La felicità! Ecco L'OMBRA dell'uomo in sulla terra; essa è sempre indietro o innanzi a lui! La felicità non è che in Dio. La virtù soltanto avvicina l'uomo a Dio, e la morte sola fa sparire la distanza che li separa.

Fra gli altri fantasmi che confondeano la ragione e abbattevano la salute di Daniele, ogni giorno, nel primo entrare ch'ei faceva nella camera verde, pareagli che il Baronetto non si trovasse in quella medesima posizione in cui era la sera precedente. I camerieri si burlavano di queste allucinazioni di Daniele e si ingegnavano di richiamarlo alla ragione; ma tutto indarno, perocchè quelle allucinazioni erano figlie della rea coscienza. Ammirabil disegno. Il cadavere del Baronetto ch'era stata la serpe morale la quale avea roso le notti di Edmondo, era parimente il verme che rodeva le notti di Daniele. Per colpire le coscienze colpevoli, Dio si vale ben sovente delle loro stesse immaginazioni. In qualche notte, Daniele distraeva le sue veglie rimandando il pensiero a' tempi della sua fanciullezza. Allora egli pensava con orgoglio all'alta sua nascita, pensava con tenerezza alla madre sua di cui l'immagine se gli piangea ben viva alla mente; e cercava di adunare e collegare tutte le più lontane e sparse reminiscenze per trarne qualche illazione o spiega. Talvolta egli pensava con lacerante rammarico a' giorni tranquilli e felici della sua adolescenza passata sotto il tetto di Giacomo Fritzheim; ricordava l'amor tenerissimo della virtuosa Lucia; rimembrava le notti di placidissimo riposo che il ristoravano.. E un orrendo paragone il facea disperare!

Il riposo della virtù sotto l'umil tetto del povero: l'insonnia del delitto sotto le dorate volte del ricco palagio!

Erano scorse alquante settimane dal dì della morte del Baronetto. Una sera, dopo l'ora del tè, e dopo aver suonato il pezzo di musica e cantata un'aria, che per lo più era una melodia tristissima o una preghiera, Daniele era rimasto seduto al suo posto, vicino al piano-forte, abbattuto dagli sforzi di coraggio che tuttodì faceva, non meno che dalle veglie, da' rimorsi e dalle sofferenze morali. Egli era solo: i testimoni si erano ritirati. Il globo d'alabastro schiarava la camera e l'immobil fisonomia del Baronetto. Daniele, collo sguardo fisso sul cadavere di suo padre, era sepolto nella tristezza più desolante. Gli occhi del cadavere il faceano fremere, ma pure un fascino terribile, una forza inesplicabile costringevanlo a guardar sempre la faccia del padre. L'oscillante e vaporosa luce del globo d'alabastro disegnava stranamente gli angoli del volto del morto, e dava alla sua fisonomia qualche cosa di mobile e di vivo: quelle labbra pareano sogghignare, pareano socchiudersi per parlare. Daniele era agghiacciato di spavento, eppure non avea la forza di abbandonar quella camera. Di botto, la sedia a letto, su cui era adagiato il cadavere, si mosse, come se questo avesse fatto uno sforzo per levarsi.

Orribile a dirsi!! Il braccio destro del cadavere si alzò! Daniele mise un grido fortissimo e chiuse gli occhi. — L'upas!! l'upas!! che facesti dell'upas?

Daniele gittava gridi orribili!... I servi accorsero... e trovarono il giovine mortalmente svenuto.

VI. L'AMICO

Un uomo avea mosso il braccio del cadavere e profferito quelle parole. Egli era Maurizio Barkley!

Diamo la spiegazione di questa che all'apparenza può sembrare stranezza di Maurizio.

Nove giorni dopo la morte del Baronetto, Maurizio leggeva nelle Notizie diverse di un giornale francese:

«Ci viene scritto da Baden che nella città di Manheim è morto alcuni giorni fa il proprietario della bella tenuta di Schoene Aussicht. Egli è stato trovato estinto nel proprio letto, dopo aver passata la sera precedente a banchettare cogli amici. Egli ha lasciata una fortuna stragrande ad un giovine italiano, a patto che questi custodisca il cadavere di lui per nove mesi, nella stessa abitazione di Schoene Aussicht. La strambezza e la originalità di un tal testamento formano il subbietto di tutte le conversazioni».

Confessiamo di non trovare espressioni bastevoli a dipingere la sorpresa e il dolore del buon Maurizio a tal nuova inaspettata! Allorchè egli attendeva con ansia una risposta all'ultima lettera scritta al Baronetto, gli giunge, per via indiretta, la notizia della costui misteriosa morte! Non sappiamo dire quante volte Maurizio rilesse le parole del giornale francese, quasi non credendo agli occhi propri. Maurizio amava il Baronetto, l'amava con tanta appassionata venerazione, che avrebbe mille volte sacrificata la propria vita per lui. I trascorsi della vita di Edmondo, le costui follie, i pericoli incessanti a' quali si esponeva, erano cagioni di gravi cordogli all'animo del nobile schiavo, il quale, con tutto quel poco d'influenza che avea sul cuore del Baronetto, ingegnavasi di rimenarlo ad un tenor di vita meno esposto a pericoli ed a rimorsi. Edmondo ricambiò l'affetto dello schiavo con altrettanto attaccamento, e, poscia che questi l'ebbe cansato da morte imminente, Edmondo ringraziò il cielo di avergli conceduto un vero amico, e come tale sel tenne appresso a sè in prosieguo di tempo, affidandogli, siccome altrove dicemmo, gl'incarichi più difficili e dilicati.

Maurizio, prima di concepire l'ardente passione per Emma di Gonzalvo, non sentiva altro amore che pel Baronetto. E anche la sua passione per Emma non attenuò per niente o indebolì il suo amore per Edmondo. Era questo amore radicato nell'animo integro dell'Africano, così che se gli era renduto un elemento di vita. Maurizio amava il Baronetto siccome amava l'aria e la luce, con quell'amore cioè che più non si avverte, sendosi fatto abituale e intrinseco all'esistenza, con quell'amore placido, uguale, costante, inalterabile. Il Baronetto era per lui più che un padrone, più che un amico, più che un padre; era un nume! Maurizio era felice nell'amare Edmondo e dimostrarglielo con un attaccamento e con una fedeltà a tutta prova, siccome era felice nell'amare la figliuola del Duca di Gonzalvo e nasconderglielo. Alla notizia della morte del Baronetto, Maurizio non avea pianto, non avea messo gemiti e grida, siccome suol disfogarsi un acerbissimo dolore: il suo primo movimento fu porre la mano sopra uno stiletto inglese che portava sempre addosso. Ma nel puntare il pugnale contro il proprio petto, due pensieri il rattennero: la notizia poteva esser non vera o almeno esagerata; se vera, un delitto era stato commesso e a lui spettava il vendicarlo.

L'Africano possedeva uno sguardo morale, acuto e penetrante al pari del suo sguardo fisico. Ratto come il baleno, il suo pensiero corse a Daniele, e indovinò in questi l'autore della improvvisa e arcana morte del Baronetto. Maurizio sapea quali tristi passioni albergassero nel cuor del giovine pianista, e come l'avidità dell'oro spegnesse in lui ogni altro buon sentimento; sapea che questi avea promesso di ritornar milionario dopo due anni per impalmare Emma di Gonzalvo; e fin dal momento che il Baronetto gli scrisse di aver conchiuso col pianista quella specie di funesto contratto di morte, Maurizio temè gli agguati di Daniele, tanto che si affrettò di scrivere a Edmondo la lettera che questi ricevè poche ore prima di miseramente morire. Ricordiamo il seguente passo di questa lettera:

«Questo importante segreto è ora nelle vostre mani, signor Baronetto: a voi lo rivelo, e non a lui; fate quello che credete, non ispetta a me darvi consigli. Soltanto non posso celarvi che fareste bene a discoprirvi al figliuol vostro e dare sfogo al vostro amor paterno: non posso dirvi il perchè opino così.»

Maurizio opinava così perchè suspicava quello che appunto era avvenuto! Nello stesso giorno in cui Maurizio aveva letto la notizia della morte del Baronetto nei pubblici fogli, giunsegli una lettera dell'amministratore Americano che gli dava i tristi ragguagli di questa morte non meno che delle disposizioni testamentarie del defunto, della sua imbalsamazione, del cominciato adempimento delle condizioni di eredità; e soggiungeva in un postscriptum:

«Il Custode della morte sembrava essere stato vivamente colpito dalla improvvisa catastrofe del Conte: il suo cervello sembra averne patito.»

Ciò bastava per confermare i sospetti di Maurizio. Il rimorso era che sconcertava la ragione di Daniele. Maurizio rimase lunga pezza immerso nel più profondo dolore, ma ora egli aveva un dovere a compiere: volare a Schoene Aussicht, obbedire all'ultima volontà del Baronetto, trovar le orme del delitto, e vendicarlo. Lungamente egli pensò al come il perfido giovine avea potuto dar morte al Conte: pose a tortura il cervello per indovinare il modo che il Daniele avea tenuto per ischiudere impunemente una tomba: passò in rivista tutt'i veleni più segreti, e da ultimo il pensiero dell'Upas gli sfolgorò alla mente come luce improvvisa. Maurizio conosceva che il Baronetto conservava le foglie dell'Upas, però ch'egli stesso era stato testimone della morte de' due schiavi nell'isola di Giava, i quali avean perduta la vita nel togliere dall'albero omicida le fronde che dovean servire ad arricchire il piccolo museo di curiosità del milionario. All'infuora di questo, Edmondo avea letto le sue Memorie al suo amico Barkley, nelle quali eran notate le velenose qualità della pianta Bohon-Upas. Daniele dunque si era servito dell'Upas per uccidere Edmondo.

Maurizio era stupefatto di sorpresa, di dolore. In che modo Daniele avea potuto impossessarsi del veleno? Ecco il mistero che restava a schiarire. Il più importante a farsi era di volare a Manheim. Nessun obbligo il trattenea più a Napoli: era finita la sua missione presso il Duca di Gonzalvo... Maurizio si affrettò a recarsi colà dove il chiamava un tristo dovere. Egli dette in fretta un addio al Duca, ad Emma, che si mostraron addolorati pel suo allontanamento da Napoli: promise di ritornar presto; nulla rivelò della cagione della sua repentina partenza, e soltanto disse che dovea trasferirsi in Inghilterra per mettersi in possesso di una eredità.

Dopo dieci giorni Maurizio era a Schoene Aussicht: Egli arrivò al casino nelle ore vespertine: aveva il suo proponimento: non si fece vedere che al solo amministratore Americano, cui pregò di tener nascosto il suo arrivo a tutti, e particolarmente al giovine de' Rimini. Con ogni possibile cautela Maurizio entrò nello studio del Baronetto, e si diede a ricercare lo scritto in cui questi avea gittate le memorie della sua vita. La prima cosa che andò a trovare in quelle memorie si fu il viaggio di Edmondo nella Meganesia; il suo soggiorno nell'isola di Giava. La pagina che conteneva i ragguagli sull'albero Bohon-Upas era disparsa!

Non cadeva più dubbio! Maurizio pensò di fare in qualche modo confessare tacitamente il delitto allo stesso delinquente.

«Se Daniele è innocente, pensava l'amico di Edmondo, la parola Upas non debbe cagionargli alcuna commozione; al contrario, se egli è colpevole, siccome tutto il rivela, questa parola debbe di necessità produrre in lui sbigottimento e terrore.»

Pensato a questo, Maurizio aspettò il momento, in cui il giovine si fosse trovato al cospetto del cadavere della sua vittima. Terminato il pezzo di musica e l'aria cantata da Daniele, e allora che i servi testimoni si furono ritirati, Maurizio era destramente entrato nella camera verde, per mezzo dell'uscio della villetta. Favorito dalle ombre della sera e dalla preoccupazione del giovine, egli si era con ogni precauzione celato dietro la sedia a letto ove giaceva il cadavere. È da notarsi che la spalliera di questa sedia era situata quasi di contro all'uscio che metteva nella villetta, così ch'era difficile di scorgere il personaggio ch'era entrato, e che rimaneva a tal modo nascosto agli occhi del giovine. Alle grida di profondissimo terrore che Daniele avea messe, Maurizio si accertò della realtà del delitto, e la sua bell'anima ne fu lacerata.

Dicemmo che Daniele fu trovato da' servi mortalmente svenuto. Egli fu trasportato privo di sentimento sul suo letto, dove gli vennero usate le cure che il suo stato richiedeva. Maurizio rimase solo col cadavere del Baronetto. Non mai di afflizione più profonda si vide cosparso il sembiante dell'Africano. Egli rimase gran tempo a contemplare quel cadavere, che gli disbranava il cuore: si gittò poscia a' piedi di lui, e su quelle fredde mani fe' cadere un diluvio di baci e di lagrime.

Virtù rara e sublime! Maurizio poteva con una sola parola vendicare il Baronetto, annientare il frutto del delitto di Daniele, consegnandolo all'autorità sotto il peso di sospetti ben fondati; e poteva egli solo, Maurizio, mettersi in possesso dell'intera eredità di Edmondo: dappoichè era detto nel testamento che, qualora dal giovine de' Rimini si fosse mancato agli obblighi impostigli, l'eredità ricadeva tutta su Maurizio Barkley, ritenendosi per tanto tutte le altre disposizioni a favore delle persone nominate nel testamento. Aggiungi che Maurizio, distruggendo l'avvenire di Daniele, distruggeva in lui un potente rivale in amore. Ma il Cafro pensava che denunziando il giovine alla giustizia, egli denunziava il figlio del suo amico il Baronetto! D'altra parte, non avendo pruove evidentissime del misfatto, ma soltanto semplici induzioni e sospetti, la giustizia avrebbe tenuta così fatta denunzia come figlia della brama di mettersi in possesso della eredità del milionario, privandone, sotto il peso di un'accusa capitale, il giovine pianista. Maurizio fermò adunque di non palesare ad anima viva i sospetti, che per lui erano lampante certezza, e di abbandonare il parricida alle mani di Dio. Maurizio si affrettò di eseguire la volontà del Baronetto e gli ordini, di cui questi lo aveva incaricato.

In quella sera stessa egli andò dal notaio di Edmondo per aggiustare tutte le faccende riguardanti le disposizioni testamentarie. Prima di ogni altra cosa, Maurizio volea provvedere al più presto al sostentamento dei figli del suo amico, distribuendo il capitale lasciato loro in retaggio. Tranne Daniele e Eduardo, gli altri tre figli di Edmondo, eran poveri, e fino a quel momento eran vivuti coi mensili assegnamenti che il padre facea lor capitare.

Era d'uopo congedare gli agenti posti agli ordini di esso Maurizio: essendo ormai inutile l'opera di costoro. Barkley doveva a volo recarsi a Parigi, a Glascovia, a Pisa e a Cadice, volendo per l'ultima volta rivedere i figli del suo amico, rivelare ad essi il segreto che per tanti anni avea lor tenuto nascosto, e consegnare a ciascuno la parte del retaggio paterno che gli spettava. Maurizio avrebbe offerto a ciascuno di loro i suoi servigi, e gli avrebbe pregati di far capitale di lui in ogni rincontro e circostanza della loro vita, essendo egli stato il più fedel servo e affettuoso amico del padre loro. Oltre a ciò, Maurizio dovea fare una corsa in Inghilterra per prender possesso del feudo lasciatogli dal Baronetto a Yorkshire, e denominato, siccome accennammo, The Raven-Spot.

Prima di allontanarsi per sempre da Schoene Aussicht, Maurizio avrebbe voluto dilucidare un dubbio che il tormentava. Aveva il Baronetto ricevuto, pria di morire, la lettera nella quale se gli facea la rivelazione di essere Daniele dei Rimini suo figlio? a malgrado di tutte le sue dimande e indagini, Maurizio non avea potuto dileguare il suo dubbio e venire in chiaro di un fatto che avrebbe forse potuto allontanare da Edmondo il crudel destino che lo avea colpito. Pel dì vegnente, a prim'ora del giorno, Maurizio avea stabilito di abbandonar per sempre Manheim e Schoene Aussicht, luoghi che ad ogni passo gli ricordavano il disgraziato suo amico. Ed in fatti, in sull'alba, egli trasse nella camera verde per lo stesso uscio della villetta, per lo quale era entrato il giorno innanzi. Daniele abbattuto da febbre e da delirio nella notte, non avea pensato, come al solito di chiudere le porte di quella camera e conservarsene le chiavi. Maurizio volle rivedere per l'ultima volta il suo amico, il Baronetto e dargli un eterno addio. Entrato però nella camera verde, il Cafro baciò rispettosamente la mano del cadavere, e stette a guardarlo con muta espressione di profondissimo dolore. Mentre così egli stavasi, l'uscio della stanza contigua si dischiuse, e Daniele si affacciò sulla soglia, pallido, emaciato, tremante per acuta febbre, e coverto appena da una veste da camera. Egli avea sentito rumore nella stanza ove era il cadavere, ed alla febbricitante fantasia corse il pensiero che alcuno involasse il deposito che dovea fruttargli l'eredità; era però balzato dal letto, si era gittato addosso quella veste, e veniva ad impedire che gli fosse rubato il cadavere. Daniele rimase stupito veggendo Maurizio Barkley.

— Voi qui, signore! ebbe appena la forza di balbettare.

— Son venuto a trovarvi, signor Daniele, perchè ho qualche cosa per voi, disse freddamente Maurizio mettendo la mano in tasca e consegnandogli una cambiale.

«Eccovi la parte di eredità che vi spetta, signor Daniele Fritzheim; vostro padre m'incarica di darvi queste duemila e quattrocento piastre, quinta parte delle dodicimila che debbo distribuire tra voi e gli altri quattro fratelli vostri... Via su, non arrossite, signor Fritzheim, e aggiungete questa piccola somma a due milioni che toccheranno al Custode della morte, Daniele dei Rimini, al quale direte da parte mia che adempia esattamente agli obblighi impostigli, perchè Emma, sua cugina, lo aspetta».

Maurizio uscì da quella stanza presto come un baleno, senza dare il tempo al giovine di rispondere una sola parola. Daniele rimase appo la soglia... Un'altra parola avea colpito le sue orecchie, un'altra parola che contribuiva maggiormente a porre lo scompiglio e la morte in quella povera ragione.

Emma era sua cugina.

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