Parte Quarta
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I. LA CAVALCATA
Allontaniamo per poco il nostro sguardo da Schoene Aussicht, dove, poscia che il contratto di morte fu chiuso, tutto fu profonda tranquillità per alquanti giorni, e ritorniamo al palazzo S... dove lasciammo quella perla delle fanciulle, Emma di Gonzalvo.
Esaminiamo un poco i suoi sentimenti e scrutiamo i suoi pensieri color di rosa che si aggirano in quella bellissima testolina modello e su per quella fronte più bianca dell'alabastro. Oh com'è difficile di poter leggere in quel cuore! il sorriso è sempre su quelle labbra tanto più eloquenti quanto men loquaci; il piacere è sempre in quegli occhi neri come la morte ch'essi mettono nel cuore. Non direm già il dolore, ma la tristezza è straniera a quella natura vulcanica, se non è quella dolce mestizia di cui talvolta si ammanta l'eburnea sua fronte per vaghezza di sentimenti, per civetteria, per moda. Ella sa che l'astro della notte è più bello allora che una diafana sfoglia di nugoletta ne vela la bianca luce.
Eppure, infin dal dì della partenza di Daniele, il velo di malinconia che si scorgea sulle incantevoli sembianze di Emma non era più edifizio di civetteria, ma l'era naturale. Amava ella il giovine pianista? È difficile il rispondere a tal domanda. Andate a formare un raziocinio su i sentimenti di una fanciulla di quella fatta! Ci si perde la bussola se non la testa. In quanto a noi, confessiamo che non sappiamo quel che sente e quel che pensa la bellissima Andalusa, e che non altro possiam dire che dal giorno in cui Daniele postergava il paese ov'ella abitava, Emma non parve così allegra, così spensierata. Non v'immaginate però che quel gioiello di donna si fosse dimagrita pel pensier di Daniele, o che moltissima malinconia le desse la costui lontananza. Emma sentiva un vuoto ne' suoi trionfi giornalieri: un adoratore di meno non facea gran cosa al numero, ma spiaceva all'amor proprio di lei. Dobbiamo anche aggiungere in confidenza che, quantunque ella ben si tenesse dal dimostrarlo, sentiva non per tanto una propensione e una simpatia pel giovine artista, dallo sguardo di fuoco, dalla fronte ripiena di genio e di malinconia: le frasi monche ma ardenti, i sospiri ch'esalavano dall'imo del cuore, la pallidezza mortale onde si covriva il bel volto di lui quando le stava dappresso: tutto ciò, sebbene leggiera, facea vie più ogni giorno impressione sull'animo della giovinetta che non era alla fin fine di carta o di stucco, e dàgli, dàgli anche una statua si risente. Ond'è che la figliuola del Duca di Gonzalvo nella compiacenza che libava ogni dì nel sentirsi cotanto amata succhiava a poco a poco quel velenuccio che si chiama amore. Gli è vero che l'amor di Emma, il sommo amore, l'amore appassionato non poteva attecchire, dappoichè a capo di tutte le passioni, siccome in altro luogo mentovammo, era una cieca e pagana adorazione di se medesima: Emma era amante riamata di sè stessa.
Ciò nulla di meno, la fanciulla avea adesso nel corso del giorno qualche momento di malumore, di rabbruscamento di ciglia; pigliava a male certe cose che dinanzi non le sfioravano neppur l'epidermide; s'incolleriva e riscaldava per nessun motivo ed erasi fatta insopportabile verso tutti quei suoi schiavi dai guanti bianchi che avean messo a' suoi piedi i loro cuori e la loro vita. Emma sdegnava tutti gli omaggi e trovava noioso il coro di lodi che s'innalzava attorno a lei dovunque ella mostravasi: questa bisbetica stizza le accresceva qualche volta il malumore e la noia. Ai teatri ella era distratta, fastidiosa di tutte le opere, e giudice inesorabile de' poveri artisti; nelle riunioni si piaceva a torturare gli spasimanti che la circondavano o a gittare nei loro petti la fiamma della gelosia.
Emma non sapea rendere a sè medesima ragione di questa asprezza nel proprio carattere; ma noi crediamo di non ingannarci attribuendola all'assenza del maestro di musica: e viene a rinforzarci in questa credenza il pensare che la bella spagnuola non ignorava il colloquio che Daniele si ebbe col padre di lei qualche giorno pria di partire. Emma in un momento di tenerezza avea strappato al Duca di Gonzalvo il segreto di quell'abboccamento; nè il Duca avea gran motivo di nasconderlo alla figliuola, però ch'egli stimava matto il pianista, e come tale se ne rideva e beffava, dicendo che avea voluto guarire o accrescere la mattezza di lui promettendogli di aspettare due anni prima di maritar la figlia. Emma dunque sapeva che Daniele l'avea chiesta in isposa, e che avea promesso di ritornar milionario dopo due anni. Non ostante i motteggi e i sarcasmi del padre, il quale tenea per fermo aver Daniele perduto il senno, ella non vedea un proposito da demente nella promessa del giovine. Conciossiacchè impossibile le sembrasse che il suo amante ritornasse col possedimento di tanta fortuna, non sapea dismettere il pensiero che quegli avea dovuto poggiare su qualche fondamento la strana proposta, il cui ardimento sollecitava l'amor proprio di lei. Soltanto l'averlo pensato era per lei un titolo all'ammirazione e alla simpatia per quel caro giovane.
Per la prima volta in sua vita un pensiero angoscioso le venne alla mente, un pensiero di gelosia. Fintantochè Daniele era in Napoli, ella era sicura che costui non avrebbe potuto innammorarsi d'altra donna; troppo ella era conscia delle proprie attrattive per credere alla possibilità di un altro amore nel cuore di quel suo appassionato amatore. E quand'anche un'altra donna lo avesse per poco di sè invaghito, bastava per ricondurlo ai suoi piedi uno sguardo, una parola, un detto. Emma dunque non ebbe mai l'idea che Daniele veggendola quasi ogni giorno, avesse potuto prendersi di altra bellezza, imperocchè con tante adulazioni la superbetta era stata educata, che quasi era certa che in Napoli nessuna donna potea superarla in avvenenza e beltà. Ma fuori Napoli? Per quanto amore Daniele si avesse per lei, egli era giovine, e a ventidue anni le passioni, le immagini sono fugaci; agli occhi di un giovine dal cuore sì ardente ogni donna è bella, ed ogni bella è amante; le reminiscenze non reggono a fronte delle impressioni; e una donna lontana, anche bella quanto si può immaginare, perde sempre a paragone di una donna presente e innamorata, anche di bellezza inferiore.
Emma avrebbe desiderato che Daniele avesse avuto trentacinque anni invece di ventidue: ella comprendea che a trentacinque anni le passioni sono profonde e incancellabili, e che la distanza e il tempo vie più le accende invece di spegnerle; comprendea che in quella seconda età dell'uomo le reminiscenze hanno più forza delle impressioni, e che un amante in quest'età non pecca facilmente d'incostanza. Emma pensava a queste cose, cui per lo addietro giammai non avea pensato, e sentiva, a suo dispetto, un certo pizzicore di gelosia.
Emma dunque amava Daniele? E noi ripetiamo che nol sappiamo, ma siamo inchinati a credere di sì; bensì nol vorremmo asserire su la nostra responsabilità, e non facciamo ch'enunciare un nostro modo di vedere, e non già un fatto reale. Talune volte, quando stava sola massimamente, con quel bel capo abbandonato sulla palma della mano dritta, con quegli occhi malinconici fissi come la mente nel passato, ella pensava che un giorno una donna avea scritto a Daniele. Ella non avea dimenticato la più minuta particolarità di quel fatto; ricordava nomarsi quella donna Lucia Fritzheim; che Daniela avea detto di aver dispregiata: e di non aver voluto cadere ne' lacci delle seduzioni di lei. Questa donna dunque era bella! Lucia ricordava che Daniele avea detto posseder colei un sembiante d'innocenza e modi ingenui e proprii d'un cuor gentile e virtuoso, ma artefatti e tali da ingannare i più esperti.
Non so perchè, ma nell'animo di Emma surse il pensiero che questa non fosse la verità, che Daniele avesse voluto nascondere agli occhi di lei un intrigo. E questo pensiero andava acquistando maggior forza ed evidenza a seconda che la giovinetta si riduceva a mente le più piccole cose che accompagnarono quel fatto. Un fanciullo misero, dall'aspetto onesto e gentile, avea portato il biglietto: il miserello era stato dapprima all'abitazione di Daniele alla Riviera di Chiaia, e di là mandato a Toledo al Palazzo S... dove il maestro di musica solea venire: il ragazzo erasi posto a piangere quando gli fu detto che il giovine non era al Palazzo S..
Simiglianti particolarità davano certezza alla fanciulla di essere stata ingannata, e un bel mattino le venne alla mente un'idea singolare. Emma pensò di andare a trovare Lucia, la cui abitazione essa ricordava benissimo.
— Se ella è un'intrigante avventuriera, pensava tra sè la nobil giovinetta, io mi sarò accertata di ciò, e più non penserò a questa sciagurata: se, al converso, ella è una vittima del tradimento di Daniele, sarà questa benanche un'importante scoperta che potrà influire sul mio avvenire.
Queste cose volgeva in sua mente la giovinetta, però che, bisogna dirlo, il pensiero di Daniele incominciava a diventare per lei quel che dicesi propriamente una passioncella. La risoluzione di andare a trovar Lucia era presa; bisognava pensare al modo di mandarla ad effetto. A tante cose pensò la fanciulla, ma tutte presentavano di forti difficoltà ed ostacoli. Imperciocchè, dato il caso che la Fritzheim fosse stata in realtà un'avventuriera, siccome l'avea dipinta Daniele, come avrebbe fatto Emma per nascondere la vergogna di tal visita? Dopo aver molto pensato e ripensato, Emma si fermò da ultimo sovra un disegno che le parve il migliore di quanti le si erano presentati alla mente.
Da parecchi giorni si trattava nelle solite ed intrinseche riunioni della sera di prendersi il divertimento di una cavalcata al Campo di Marte. Varii distinti cavalieri, amicissimi del Duca di Gonzalvo, e due o tre dame, amiche di Emma dovean comporre la brigata. Emma avea sempre differita questa passeggiata or per un pretesto or per un altro, non sentendosi l'animo sereno abbastanza per abbandonarsi ai consueti sollazzi; ma le parve giunto il momento di recarla ad effetto, dappoicchè era nel pensier di lei di allontanarsi dalla brigata allora che sarebbero giunti presso al Real Albergo de' poveri, adducendo il pretesto di dover adempiere ad un atto di carità ch'ella volea fosse rimasto segreto, epperò volerlo adempiere senz'alcun testimone: avrebbe dissimulata la distanza, dicendo che la casa dov'ella recavasi non era discosta che pochi passi: avrebbe intanto dato di sprone al cavallo e divorata la via per tornar più presto a raggiungere la comitiva. Un tal proponimento non era scevro di difficoltà, ma ella si ripromettea di superarle sul fatto. La cavalcata fu fissata pel primo giorno di sereno che offrisse il verno già decrescente. Ed in effetti, un bel mattino la nobil comitiva si avviava dal palazzo S... su svelti e bei cavalli inglesi di puro sangue, con molto lusso ed eleganza bardamentati.
Emma, in grazioso e maschile abbigliamento all'amazzone, cavalcava un gentile e nobil destriero bianco come la spuma del mare. L'incantevol persona della giovinetta spagnuola si disegnava con fierezza sotto le spoglie austere della moda inglese, ma più bella appariva, più seducente agli occhi degli estasiati che la circuivano. A' suoi fianchi caracollava con grazia estrema e con superba andatura il visconte di Boisrouge, abile maneggiatore di cavalli. La cavalcata era giunta all'Orto Botanico, ed Emma, arrossendo, annunziò, facendo le veci di essersene pur lì ricordato, di dover visitare una misera famiglia raccomandatole da una delle sue amiche. Non ostante le più vive premure ed istanze, Emma si allontanò dalla brigata, e non sì tosto videsi fuori la vista de' suoi compagni, diè di sprone al cavallo e sparì dietro gli alberi che orlano il viale di S. Maria degli Angeli alle Croci. Emma avea detto alla comitiva di aspettarla dappresso al Real Albergo de' Poveri ch'ella non avrebbe indugiato più di pochi minuti. Il cavallo di Emma si era messo di carriera: ella incitavalo colla voce, colla frusta e cogli sproni, perocchè sentivasi alle spalle il galoppo di un altro cavallo che la seguiva.
La fanciulla sospettò che alcuno de' compagni si fosse quegli che seguitavala, e nella preoccupazione in cui la metteva l'apprensione di esser discoperta, e per guardare indietro, non badò ad un burrone che tagliava la strada, ed era appena pochi passi discosta dal fossato in cui sarebbe stata inghiottita insieme col suo cavallo, quando il cavaliere che la seguiva, facendo fare un balzo terribile al proprio corsiere, si caccia innanzi a quello della fanciulla per arrestarne il corso impetuoso. E riuscì in fatti a salvare la giovinetta dall'orrenda caduta, ma l'urto fu così veemente, e l'azione così rapida, che il cavaliere fu balzato di sella e stramazzò a terra, andando a piombar col capo sopra un piccolo macigno ch'era messo in sull'orlo del fossato.
Emma mise uno strido acutissimo e si gittò dal cavallo per andare a soccorrere il suo salvatore, nel quale, a sua grande sorpresa, riconobbe il signor Maurizio Barkley, dal cui capo grondava in copia il sangue.
II. LA VISITA
Accennammo altrove che Emma nutriva un certo istinto di diffidenza per Maurizio Barkley. Ella non sapea propriamente rendersi conto di tale ripugnanza, anzi non poche volte facea forza a sè medesima per vincere un così ingiusto sentimento, anche perchè sapea che suo padre riponeva nel signor Barkley intera fiducia; ma il mistero onde quest'inglese circondava la propria vita, la oscurità della sua origine e delle sue relazioni, quella specie di altiera taciturnità irremovibile, e quello sguardo freddo ma ostinato e penetrante, avean fatto sull'animo della giovinetta, fin dal primo giorno in cui lo vide, una sinistra impressione che l'era rimasta in appresso voltata in leggera antipatia. Il contegno di Barkley verso di lei era stato sempre grave e poco manieroso: quando le più entusiastiche ovazioni erano prodigalizzate alla dea de' salotti, Maurizio non mischiava le sue frasi di ammirazione e di rapimento a quelle dello stormo elegante che si facea dattorno, quando, per casualità, rimanevan soli o vicini, Maurizio non le dirizzava nessuna di quelle parole di adorazione che soleano risuonare agli orecchi di lei. Per così fatte ragioni Emma sentiva per Barkley contraggenio e dispetto. Ma ora questi sentimenti erano di botto disparsi, cedendo il luogo alla sorpresa, al compiacimento, alla riconoscenza. Emma era estremamente maravigliata di veder colà il signor Barkley, il quale non formava parte della comitiva; ed era ricolma di ammirazione e di gratitudine pel coraggio, per la prontezza, per l'eroismo onde colui, a rischio della propria vita l'avea salvata dal precipizio.
Il sangue grondava a Maurizio da una larga ferita apertasegli dietro al capo. Egli avea perduto l'uso de' sensi, era pallidissimo, e sulle sue labbra era sparso il lividore di morte. Emma si trovava nella situazione più angosciosa; avrebbe voluto chiamare al soccorso, volare da' suoi compagni che l'aspettavano, per raccontar loro il tristo accaduto; ma non volea lasciare, neppure per un momento, il misero e generoso giovine che giaceva a terra senza dar segni di vita. Emma dimandò l'aiuto di alcuni villici che erano di passaggio, e un di costoro, adagiato Maurizio in sul macigno, ne sostenne, il capo, mentre l'altro era corso per un poco di acqua. Gli occhi della fanciulla erano bagnati di lagrime. Ella si adoperava a rattenere, col suo fazzoletto rinforzato a molti doppi, il sangue che fluiva e gemeva sotto il grumo che vi si era incrostato tra i capelli. Intanto il contadino era tornato con una brocca d'acqua limpidissima. Emma avea fatto uno sdruscio nella sua sottana e ne avea formato una pezzuola il cui becco immerse nell'acqua ed applicò in sulla ferita per farla ristagnare. Il freddo dell'acqua richiamò a vita Maurizio, il quale aprì gli occhi, e veduto Emma che con la più amorosa sollecitudine gli era sopra, e la cui mano riposava assieme col becco della pezzuola in sulla sua fronte, lo sguardo gli balenò di piacere, ed il volto ch'era smorto e livido si accese di subita fiamma.
— Grazie, mormorò con fioca voce, grazie, Duchessina, quanta bontà! Voi stessa avete voluto curare la mia ferita! ed avete avuto ragione, perchè la vostra mano è il più dolce balsamo che si fosse potuto applicare sovr'essa.
— Oh, signor Barkley, rispose Emma arrossando, come potrò esprimervi la mia graditudine? A voi debbo la vita, perocchè sarei senza altro precipitata in questo orribile fossato, senza il vostro coraggio e la vostra prontezza. Ma come vi siete trovato qui? Voi non facevate parte della nostra comitiva.
— È vero, Duchessina, voi non mi troverete giammai nel cerchio di coloro che prendon parte ai vostri divertimenti; ma quando un pericolo vi minaccia, quando una sventura sta per colpirvi, siate certa che troverete al vostro fianco Maurizio Barkley.
Emma guardò stupefatto il giovine inglese. Le nobili e generose parole che questi avea profferite non erano dettate da vanitosa ostentazione, dappoichè egli avea dato testè una prova irrefragabile della sincerità de' suoi detti. Ma a qual sentimento attribuire tanta annegazione? Ecco la sciarada di cui Emma s'imbrogliava a trovare il motto.
— Ben mi è nota la nobiltà del vostro animo, signor Barkley, ed essa giustifica pienamente la fiducia che mio padre ha in voi, e l'amicizia che vi professa. Ed oh quanto più egli vi estimerà ora che saprà esservi io debitrice della vita!
— A che parlarne, Duchessina? Non sono io oltremodo felice e compensato della dolce pietà che la mia ferita ha saputo destare nel vostro bell'animo? Oh se avessi ogni giorno l'occasione di arrischiare la mia vita per salvare la vostra!
Emma era sempre più sorpresa delle parole di Barkley, e tanto più ne sentiva maraviglia, essendo ella convinta che l'espressioni di quell'uomo non erano foggiate per vaghezza di complimenti o per affettare uno spirito eroico e cavalleresco, dal quale abborriva il suo carattere franco e altero. Questo breve scambio di parole avveniva stando la giovinetta chinata pressocchè sulle ginocchia di Maurizio; la mano dritta di lei tenea compressa in sulla fronte dell'inglese la pezzuola bagnata, mentre la sinistra aiutava a sostenere le spalle del ferito. Maurizio si sollalzò un poco dal macigno, sì che la sinistra mano della fanciulla abbandonò per poco la sua posizione. Barkley prese nelle sue, la mano della giovinetta, se l'accostò alle labbra, e v'impresse un bacio. Emma trasalì, e, per un movimento inconsiderato, si scostò dall'inglese.
— Che fate, signore! esclamò ella.
— Bacio quella mano che mi dà la vita, rispose Maurizio. Grazie, Duchessina, grazie delle vostre cure; mi sento forte abbastanza da tornare a casa. Prendete, buona gente, soggiunse poi dando a ciascuno de' due villici una moneta d'oro, prendete questo piccol segno della mia gratitudine; non ho più bisogno dell'opera vostra.
I due contadini stupefatti di tanta generosità non rifinivano di guardare: con occhi spalangati or la moneta or il donatore: e quando si furono accertati che la cosa non era una finzione, ma bensì la più consolante realtà, si partirono, colmando di benedizioni il forestiero e la dama. Maurizio ed Emma restaron soli.
— Volete raggiungere la comitiva, o volete recarvi da Lucia Fritzheim? chiese Barkley.
Non si può dire da quanta sorpresa fu colta Emma a queste parole. In che modo Maurizio conosceva il segreto di lei?
— Che! signore! esclamò la fanciulla, e chi vi ha detto ch'io mi recava da questa donna?
— Nessuno, Duchessina, perocchè voi avete nascosto a tutti il vostro proponimento.
— E voi, signore, come avete letto nel mio pensiero? Chi vi ha rivelato il nome di questa donna?
— Perdonate, Duchessina, ma questo è il mio segreto: soltanto vi posso dire ch'io conosco questa fanciulla, che si chiama Lucia Fritzheim.
— Fanciulla! come! Ella è dunque una fanciulla di onesta famiglia, n'è vero?
— Lucia Fritzheim è la virtù personificata, Duchessina, rispose con solennità il giovine inglese, e suo padre era l'anima più bella, il cuore più nobile che sia stato al mondo.
— Ed è straniera questa famiglia? dimandò sempre più maravigliata Emma.
— Giacomo Fritzheim era svizzero di origine Lucia è nata in Napoli.
— Ed è bella? chiese la giovinetta.
— La sua virtù la rende assai più bella di ch'è in effetti.
— Ed è povera, n'è vero?
— Poverissima, e massime dopo la morte del padre.
— Andiamo, signor Barkley, accompagnatemi da lei. Il mio soverchio indugio sarà presso gli amici giustificato dalla vostra presenza. Io dirò che in quella casa dove mi son recata per una limosina ho incontrato voi, al quale io avea dato appuntamento. Racconterò il vostro atto eroico col quale mi avete salvata la vita; troveremo pretesti e sotterfugi per colorare la nostra tardanza. Venite, Maurizio, indicatemi l'abitazione di Lucia Fritzheim; andiamo a spargere il conforto della carità là dove la più nera perfidia ha sparso il dolore, la miseria, e volea spargere l'ignominia; andiamo, signor Maurizio; compite la vostra opera; salvatemi il cuore dopo avermi salvata la vita.
— Io vi accompagnerò, Duchessina, ma non salirò sulla casa di Lucia Fritzheim; vi aspetterò a qualche distanza: andate a trovar Lucia; le vostre due anime sono fatte per intendersi e amarsi.
La caduta di Maurizio non solamente avea cagionato la sua ferita al capo, ma gli avea fatto parecchie contusioni alla sinistra gamba; ondechè mal potea reggersi in piedi e a stento potea camminare. Emma lo aiutò a montare a cavallo; indi ella balzò sul suo bianco destriero, e a lenti passi entrambi s'incamminarono alla volta della casa di Lucia.
C'incombe il debito di far notare a' nostri lettori che Maurizio Barkley aveva a certa distanza seguita la cavalcata, e che veggendo Emma discostarsi dalla comitiva ella sola, si era affrettato a raggiungerla. Per qual ragione Maurizio avea voluto seguir la cavalcata? È questo un segreto che il tempo ci spiegherà. Giunti che furono all'abituro di Lucia, Maurizio si fermò, lo additò alla fanciulla, e disse ch'egli avrebbe aspettato a pochi passi di distanza co' due cavalli. Emma montò sola le gradinate, Marietta venne ad aprirle l'uscio di scala. La fanciulla rimase attonita nel vedersi dinanzi quella bella dama in abito da cavalcare.
— Siete voi Lucia Fritzheim? dimandò Emma.
— Io sono sua sorella, signora, rispose Marietta arrossendo fin nel bianco degli occhi.
— E non è in casa vostra sorella?
— Oh, sì, signora, rispose con tristezza la fanciulla, ella non esce da lunga pezza; è così mal ridotta!
— Bramo vederla, soggiunse Emma, ho qualche cosa da dirle.
— Entri dunque, signora; perdonerà la poca decenza della nostra casa; siamo poveri orfani che viviamo colle fatiche delle nostre braccia.
Entrando in quella casa, la figliuola del Duca di Gonzalvo fu commossa insino alle lagrime scorgendo la più commiserevole miseria. Quasi tutte le suppellettili erano state vendute: le bianche pareti, imbrattate dagli scherzi di Uccello, si presentavano squallide e nude: qualche sedia, un letticciuolo di asserelle, un vecchio armadio componevano gli arnesi di quella prima camera dove si era trattenuta la giovinetta andalusa. Marietta avea fatto sedere la nobil dama, ed era ita ad avvertire il resto della famiglia dell'onore inaspettato. Emma udì dalla stanza contigua un rumore di oggetti da tavola che venivano gittati in fretta in fretta in qualche cassettone, un affaccendarsi per ripulire sommariamente e spazzare la stanza; udì il bisbigliare di molte voci, e a capo di pochi momenti, ella fu fatta entrare nella camera dove stava Lucia Fritzheim. Il volto di Lucia era bianco come carta. Emma si avanzò verso di lei e la prese per mano, guardandola con occhi velati di pianto.
— Perdono, disse la figlia di Giacomo, mille volte perdono, bella dama, se ha atteso pochi momenti; noi prendevamo un boccone quando ella ci ha onorati.
— Sono dolente di avervi disturbata, carina: voi dunque siete Lucia Fritzheim?
— Per lo appunto, signora, e questi che vedete a me d'intorno sono i miei fratelli e mia sorella.
Uccello, Giuseppe e Andrea fecero una riverenza alla nobil dama, e sottovoce si dicevano l'uno all'altro:
— Quanto è bella! E che bel vestito! Oh la dev'essere la figliuola o la sposa di qualche principe! Guarda, Giuseppe, come son belli quei bottoni! Guarda, Andrea, quella frusta!
Emma e Lucia si guardarono per qualche tempo senza profferire parola; entrambe erano dominate da forti emozioni, e specialmente Emma sentiva una pietà profonda per tanta virtù congiunta a tanta sventura.
— A chi ho l'onore di parlare? dimandò Lucia che non si saziava di contemplare l'incantevole bellezza della dama che le stava presente.
— Alla vostra amica Emma di Gonzalvo.
— Emma di Gonzalvo! esclamò Lucia, e gli occhi le si velarono d'una nebbia mortale.
Marietta e i fratelli corsero dappresso a lei.
— Voi, signorina, voi la figliuola del Duca di Gonzalvo? Povera Lucia! esclamò Marietta rompendo in lagrime.
— Voi dunque conoscevate il mio nome? dimandò Emma con voce commossa.
— Oh signora! se sapeste quante lagrime il vostro nome ha fatto scorrere dagli occhi della mia sventurata sorella!
Lucia si era rimessa immantinente; il suo volto avea preso un'espressione di nobiltà e di fierezza.
— E che brama da me Emma di Gonzalvo? Vuol forse umiliarmi colla sua bellezza e col suo fasto, dopo di avermi ridotta qual sono, uno scheletro, dopo di aver tolto a questi innocenti il pane che io dava loro colle mie fatiche, e cui non posso più dare per lo stato della mia salute? Guardate, signorina, guardate lo squallore e la miseria di questa casa, di questa onesta famiglia, è tutta opera vostra; ma spero che Dio mi darà la forza di soffocare nel mio cuore l'amore che egli stesso vi fece nascere. Oh! or che vi ho veduta, l'ultimo barlume di speranza è fuggito. La vostra bellezza assolve lo spergiuro... Ebbene, Emma di Gonzalvo, io vi perdono tutto il male involontario che avete fatto a me e a questa misera famiglia; io vi perdono dal fondo del mio cuore, come imploro da Dio perdono sul capo dello spergiuro... Oh, mio Dio, quanto è bella! quanto saranno felici! Ma ella non può amarlo quanto l'ho amato io! no, non è possibile!
Due grosse lagrime scapparono da' begli occhi della sventurata fanciulla. Emma corse ad abbracciarla: i suoi occhi nuotavano parimente nelle lagrime.
— Lucia Fritzheim, le vostre parole mi hanno squarciato il cuore, ma io non le merito. Giuro sul mio onore che mai dal mio labbro è uscita una sola parola che avesse potuto incoraggiare l'amor di Daniele per me: io ignorava ch'egli fosse ligato a voi da un giuramento; e, quando la vostra lettera giunse in casa mia, quando quella lettera cadde sotto gli occhi del vostro amante, ei nulla mi disse, nulla. Ma Daniele de' Rimini non ha l'anima che avete voi, Lucia Fritzheim! Faccia il cielo che egli apprenda a conoscervi! La vostra sorte mi commuove e mi tocca nel vivo dell'anima. Posso io sperare che accetterete la mia amicizia, Lucia Fritzheim?
La figliuola del Duca di Gonzalvo stese la mano alla figliuola di Giacomo lo Stradiere, la quale vi si abbandonò sopra con tutta la testa, vi stampò mille baci e bagnolla di pianto. Emma se la strinse al cuore, e poscia la baciò sul volto con estrema tenerezza. Marietta e gli altri fratelli circondarono la nobil fanciulla, piangevano, ridevano, e volevano anch'essi aver la loro parte di quegli abbracciamenti. Emma li abbracciò tutti. Fu questo un bel momento!
Sul cuore di Lucia fluiva un torrente di gioia. Da tanto tempo la miserella non gustava un piacere sì vivo! La sua anima si apriva alla felicità dell'amicizia: la sua sensibilità si sfaceva sotto il calore di questo divino sentimento. Sul volto della donzella andalusa sfolgorava una gioia sì pura che tutte le sue sembianze ne erano irradiate. Era forse la prima volta che i suoi occhi nuotavano in lagrime di tenerezza: era quello il più sublime piacere ch'ella avesse mai gustato in sua vita.
— Io debbo andar via, disse Emma dopo qualche minuto di commozioni, sono aspettata da una comitiva di amici, a' quali ho nascosto, sotto un pretesto, lo scopo della mia visita.
— Ah! esclamò Lucia, chi sa se ci rivedremo mai più! Una barriera insormontabile ci divide.
— E quale? dimandò Emma con tristezza.
— Il nostro stato, rispose Lucia.
— Questa barriera, che l'ingiusta fortuna avea posta tra noi è stata già superata dalla nostra amicizia. Noi ci rivedremo, e ci rivedremo spesso.
— Iddio possa colmarvi di felicità, incantevole creatura! esclamò Lucia.
— Qua la tua mano, Lucia, la tua puranche, gentil fanciulla, disse Emma rivolgendosi a Marietta, la quale afferrò la mano della generosa donzella e con effusione di cuore la baciò più volte.
— La vostra anima è bella come il vostro volto, disse la sorella di Lucia.
— No, non posso partirmi di questa casa, ripigliò Emma se prima non ricevo un pegno della vostra amicizia.
— Un pegno! E quale? chiese Lucia. Parlate, Duchessina, la mia vita è vostra.
— Il pegno ch'io vi domando, soggiunse la figlia del Duca, è che accettiate questo ricordo mio.
Emma avea tratto dal proprio dito un prezioso anello di brillanti, e l'offriva alla misera fanciulla.
— Non crederò che mi siate amica se non accettate questo anello, simbolo del legame fortissimo che unirà d'ora in poi i nostri cuori.
Lucia non oppose resistenza, Emma le passò al dito il prezioso anello. La figliuola di Giacomo era soffocata da tante commozioni.
Emma era partita tra le benedizioni di quelle innocenti creature, le quali aveanla accompagnata fino alla prima branca dello scale. Nel ritornar che fecero sul misero abituro, Marietta guardò per caso in sul tavolo, a cui si era momentaneamente appoggiata la Duchessina di Gonzalvo. Ella mise un grido di sorpresa. Una borsa ripiena di monete d'oro riposava sul tavolo.
Emma si affrettò a raggiungere Maurizio Barkley che l'aspettava a qualche distanza. Ella montò in fretta sul corsiere, ed a fianco del giovine inglese disparve nella polvere che lo scalpitar de' cavalli avea sollevata. Prima di sparire, Emma avea agitato il suo fazzoletto per salutare Lucia e i fratelli che, aggruppati sul terrazzino della loro casa, risposero congiungendo le loro mani al cielo, quasi implorando da Dio ogni grazia e benedizione sulla virtuosa e bellissima donzella.
III. MAURIZIO BARKLEY
Nell'immensa varietà delle anime, studio interminabile del filosofo e dell'artista, subbietto inesauribile di meditazioni, s'incontrano non di rado talune individualità così caratteristiche e singolari da richiamare tutta l'attenzione dell'osservatore. Sono uomini che si elevano, col volo delle loro aspirazioni, alle più alte regioni dell'umanità; la virtù è tutto per essi, il mondo nulla; la società in cui vivono non ha la forza d'incepparne il nobil pensiero colla trivialità delle regole e delle convenienze o colle infinite esigenze meschine di giornalieri bisogni: la virtù è la loro esistenza, non già quella virtù di convenzione e di uso, ma quella che agli occhi dell'uomo volgare è un eroismo giornaliero, e che tanto è più sublime quanto più oscura e dispregiatrice di vana gloria. La terra ove poggiano il piede non ha per essi più attrattive ed importanza del ramuscello su cui l'augelletto si ferma un momento per librare il volo; il frale è per essi l'involucro esoso dal quale ardono di sprigionarsi.
Nel novero di questi uomini era Maurizio Barkley, il quale seppe elevarsi sopra l'ignobilità della sua razza. Nel mondo morale avviene lo stesso che nel mondo fisico. Le apparenti irregolarità, ch'eccitano la nostra collera, che fan profferire giudizii torti e temerarii, che confondono la nostra scienza futile e vanitosa, sembran tali per la ragione che noi le veggiamo da un punto solo e colla limitata estensione della nostra vista.
Tutto può parere irregolare agli occhi dell'uomo: tutto è livello agli occhi di Dio.
Le grandi anime combattono più delle altre coi corpi, ne' quali son ristrette: la deformità, le malattie o la miseria stringono ne' loro ceppi crudeli i più nobili istinti: le intelligenze non s'innalzano che sulle ruine della propria creta. L'ingegno che crea deve scendere dalla sua altezza per provvedere al tozzo di pane che dee soddisfare alla richiesta dello stomaco; e sovente quel tozzo di pane non sarà ottenuto che a forza di umiliazioni, d'improbe fatiche, di sofferenze. La società venera l'ingegno, lo ammira; ma lo lascia perir di fame. L'ignoranza spesso accompagna le ricchezze; gli onori del mondo sono presso il corredo del vizio; e la virtù si trova anche più sovente sotto i cenci.
La più nobile anima era nel corpo della più vile creatura, nel corpo d'uno schiavo: Maurizio Barkley, l'abbietta mercanzia comprata con pochi scellini, l'ultimo e più dispregevole dei Chattels[4] acquistati dal Baronetto Edmondo Brighton, avea ricevuto da Dio un'anima sublime. Il nome di Maurizio Barkley fu dato a questo schiavo dallo stesso Edmondo, poscia che quegli lo ebbe salvato da sicura morte nel Circo di Cuba. Il nome che si avea Maurizio per lo addietro altro non era che Quickeye (occhio celere) per l'acutezza della sua vista, onde rendeva importanti servigi nella caccia delle bestie feroci.
Maurizio era nato nella Colonia del Capo nella Cafreria: i suoi genitori, schiavi probabilmente, erano sconosciuti. All'età di sei anni appena egli fu venduto ad un mercante di schiavi e trasportato nelle Indie inglesi a Patma, capitale del Bahor all'occidente di Bengala. Le maschie fattezze del suo volto, l'estremo coraggio che fin dall'infanzia aveva appalesato, la somma intelligenza che lo distingueva il resero caro al suo padrone, che giammai non volle disfarsene a qualunque prezzo. Ma alla costui morte Maurizio venne imbarcato, assieme ad altre centinaia d'infelici suoi compagni, e menato in America, dove fu comprato dal Baronetto Brighton.
Dicemmo che dopo l'avvenimento della lotta col toro, Edmondo, che aveva scoperto in Maurizio il cuore più nobile ed elevato, lo innalzò alla dignità di uomo, gli tolse il soprannome di Quickeye, e tutt'i segni della schiavitù; gli diede il nome di Barkley, voleva dargli la libertà che questi ricusò per affetto straordinario ed immenso che portava al suo padrone. Ma Edmondo il considerava come uomo libero, e gli pose anch'egli amore addosso. A se lo avvinse come tenerissimo amico, e gli accordò la più illimitata fiducia, raccontandogli tutta la trascorsa sua vita e le follie della sua giovinezza.
Abbiam detto in altro luogo che oltre all'incarico di vegliare su i passi del Duca di Gonzalvo a Napoli, Maurizio avea ricevuto dal Baronetto un'altra missione. E qual si era questa? La più dilicata, la più nobile, la più scrupolosa che fosse stata mai affidata ad un uomo al mondo. Maurizio aveva da molti anni l'incarico di badare al sostentamento di cinque creature, figli naturali di Edmondo, e di cui egli conosceva perfettamente la dimora e lo stato di vita.
In che modo Maurizio adempiva a questa singolare e bizzarra missione, a cui il Baronetto l'avea destinato per sedare alquanto i rimorsi della propria coscienza? Maurizio riceveva ogni mese una somma, metà della quale serviva pe' suoi bisogni e per mantenersi con tutto il decoro d'un ricco gentleman (condizione indispensabile pel disimpegno del suo mandato presso il Duca di Gonzalvo) e l'altra metà era destinata al sostentamento de' cinque giovanetti, frutti delle giovanili follie di Edmondo, e per pagare gli agenti subalterni della fiducia di esso Maurizio. Questi cinque giovanetti, tra i quali era Daniele, e di cui due eran donne ricevevano la somma mensuale di cinquanta ducati. Maurizio teneva un agente di sua confidenza in ciascun paese ove dimorava uno de' figli del Baronetto. Prima di fissarsi in Napoli, Maurizio aveva personalmente visitato, secondo le indicazioni ricevute dallo stesso Baronetto, ciascun fanciullo al cui sostentamento egli dovea badare, ed erasi con la massima scrupolosità accertato dell'identità degl'individui. Con quanta dilicatezza ei dovesse diportarsi a tal riguardo e con qual circospezione, è ben facile immaginare, tanto più se ponesi mente allo stretto divieto ch'egli avea di far conoscere la provvenienza del sussidio mensuale ch'ei recava o facea recare a' figli del Baronetto. Benchè Maurizio avesse prescelto per agenti subalterni uomini di una probità a tutta pruova, li teneva però perfettamente al buio su tutto ciò che non era pratica di amministrazione; ei si serviva di questi uomini come di semplici braccia, come di strumenti meccanici e non intelligenti. Ogni mese Maurizio riceveva le cinque ricevute da' cinque individui che riscuotevano il denaro, e quelle ricevute ei mandava fedelmente al Baronetto, il quale vedeva a tal modo ogni mese la scrittura de' suoi figli, ed il suo cuore era almeno in ciò pago nel conoscere che questi innocenti non pativano difetto de' mezzi di vita.
Durante la dimora di Daniele a Manheim e nella casa del Baronetto, questi ricevè una volta da Maurizio Barkley, tra le altre quietanze dei suoi figli, quella benanche di Daniele, tranne che questa portava per cognome Fritzheim e non de' Rimini, imperocchè, se ben ricordano i nostri lettori, la prima volta che Daniele firmò la ricevuta de' cinquanta ducati, egli stava ancora in casa di Giacomo lo stradiere, e non si era dato ancora il fattizio cognome di de' Rimini. Oh se Edmondo avesse potuto sospettare che il giovin pianista italiano Daniele de' Rimini che albergava nella sua medesima abitazione ed al quale egli avea posto addosso tanto amore, altri non era che Daniele Fritzheim, suo figlio, frutto dell'infame seduzione sulla persona della sventurata Juanita di Gonzalvo! Ed oh! se Daniele, nel ricevere da ignota mano nel ricco ostello di Manheim la consueta polizza, avesse potuto supporre, che il vero donatore di quel danaro mensuale altri non era che il Baronetto Edmondo, Conte di Sierra Blonda, suo padre! Per qual cagione Edmondo avea formalmente vietato a Maurizio Barkley di rivelar giammai ai propri figli, e per qualsivoglia circostanza, il suo nome, le sue qualità, il suo ritiro e i vincoli di natura? Edmondo avea fatto tanti sventurati, avea portato il disonore in tante famiglie; ch'ei voleva, risarcendo in parte il male che avea fatto, rimanere ignoto a tutti, abbandonarsi senza disturbi alla vita riposata e tranquilla che si riprometteva di menare nel ritiro di Manheim. D'altra parte, ei temeva le private vendette, gli odii, le gelosie: temeva le rappresaglie de' suoi tanti nemici. Tra il suo passato e il suo avvenire egli avea posto una barriera, che volea non fosse valicata neppure dalla più nobile e sacra passione, l'amor paterno.
Un'altra circostanza dobbiamo ricordare ai nostri lettori, perchè nulla rimanga a tal riguardo senza spiegazione. Allora che Daniele si presentò per la prima volta agli occhi di Maurizio Barkley, questi pronunziò le seguenti parole Alla buon'ora! Eccone uno che gli rassomiglia! Ora non è più necessario spiegare il sentimento di questa frase. Maurizio alludeva alle sembianze degli altri quattro figli di Edmondo, dalle quali non avea potuto trarre nessun argomento di somiglianza.
Quando Maurizio ricevè in Napoli la quietanza di Daniele in data di Manheim, ei fu sorpreso del caso bizzarro il quale riuniva nello stesso paese il padre ed il figlio; ma nulla sapeva ancora che il pianista dimorasse Schoene Aussicht, vale a dire nella medesima abitazione del Baronetto. Laonde non sappiam dire da quanta maraviglia ei fosse preso nel ricevere dallo stesso Baronetto una lettera in cui questi gli dava notizia di aver dato ospitalità al pianista italiano Daniele de' Rimini. Maurizio ben conosceva chi era Daniele de' Rimini. Da questo momento oltre ogni credere dilicata e difficile addivenne la posizione del povero Maurizio. Doveva egli rivelare al genitore la dimora del figlio nella propria casa? Maurizio non prese a questo riguardo alcuna risoluzione, aspettò un'altra lettera dal Baronetto per potersi decidere a qualche passo. Ogni giorno Maurizio andava in casa del Duca di Gonzalvo, e questi lo ricevea sempre colle dimostrazioni della più grande amicizia, imperocchè il Duca avea sperimentato nel giovine inglese una esemplare probità ed un carattere franco, leale ed integerrimo. Edmondo, colle sue estese relazioni, avea fatto scrivere per Maurizio una possente lettera di raccomandazione da Spagna al Duca di Gonzalvo in Napoli, e questa lettera fu il mezzo d'introduzione per Barkley nella casa del nobile spagnuolo; il quale accordogli in seguito sì fattamente la sua fiducia che le porte della sua casa erano aperte in ogni ora del giorno all'Esquire Maurizio Barkley.
E quasi tutt'i giorni Maurizio vedeva Emma; spesso intrattenevasi con lei, non ostante quella specie di ripugnanza che la figliuola del Duca di Gonzalvo mal dissimulava contro di lui. Ma la condotta, le parole dello Esquire Barkley erano irreprensibili, ed Emma non ebbe giammai a dolersi della minima infrazione che quegli avesse commessa alle leggi del buon vivere. Ciò non pertanto la fanciulla andalusa era sovente imbarazzata dallo sguardo di acciaio di Maurizio, il quale sembrava voler penetrare nelle più recondite latebre del cuor di lei. La fisonomia dell'inglese, ordinariamente fredda e marmorea, acquistava dappresso a lei un'espressione indefinibile; que' suoi occhi africani lucevano come due pugnali, e il colore del suo volto da olivastro diveniva bianco. Emma ammirava talvolta il complesso della testa di Maurizio, che aveva qualche cosa di straordinario e di eccezionale. I suoi capelli folti, duri e ricci gli tempestavano le tempia e la parte posteriore del collo come ispida foresta, e le sue sopracciglia ingrossate dall'ardente sole della Cafseria si spiegavano come due archi terribili su le due nere frecce degli occhi; era nell'espressione e nel taglio del suo capo qualche cosa del leone.
Nelle fattezze di quest'uomo era la natura selvaggia e indomita unita a quella impronta di nobiltà che la virtù solamente può dare agli uomini. Nel tempo stesso la schiavitù avea lasciato il suo marchio indelebile nel carattere di lui cupo, aspro e sospettoso; quell'anima ardente nata per amare era stata defraudata financo del più caro sentimento, l'amor filiale. La più brutale condizione era stata imposta a quell'uomo, nel cuor del quale, fin dalla più tenera infanzia, era stata distillata ogni più bassa e truce passione, le quali per altro non aveano potuto attecchirvi.
Abbiam detto che Maurizio vedeva Emma quasi ogni giorno. Quell'uomo ch'era arrivato all'età di trentadue anni nella maggior severità di pudore, e che non pertanto sentiva nel petto le fiamme del cielo africano; quell'uomo che sentiva ribollirsi il sangue al solo udir parlare d'amore non potea veder Emma tutt'i giorni senza rimanere attossicato dagli occhi della spagnuola. Ben presto una passione cupa si scavò un passaggio nella sua anima come una mina nelle visceri della terra. E questa passione crebbe, crebbe alimentata da tutta la volontà dello stesso Maurizio, il quale trovava in essa la più grande felicità della sua vita. Stranezza incomprensibile! Maurizio era felice nel suo amore sepolcrale: nessun raggio di speranza balenava su esso; e questo appunto alimentava la nascosta sua fiamma. Giammai non gli venne al pensiero l'idea d'una corrispondenza di Emma! però che questa idea era per lui un assoluto impossibile. Intanto egli era felice di amare Emma: era questo amore il suo culto, migliore assai di quel barbaro feticismo che gli avevano insegnato colle nerbate della schiavitù. Questo solitario amore, dava a Maurizio le più singolari tendenze. Sovente egli si recava ne' luoghi più remoti e campestri, visitava i villaggi che circondano Napoli, montava l'erta del Vesuvio o de' Camaldoli, ed ivi, seduto su qualche collina, o alla vista del mare, egli si abbandonava a tutta la malinconica tenerezza della sua anima. In così fatte interne conversazioni egli si apriva interamente a sè stesso, e si piaceva di confidare all'aura del cielo i sentimenti del proprio cuore. L'immagine di Emma era la sua compagnia: quell'immagine cara prendeva agli occhi di lui forme eteree e leggiere; rivestiva i colori della nugoletta indorata che attraversava la tacita volta del cielo, nella forma di sottil nebbia si piegava sulle onde del mare, quasi per udirne i segreti, si raccoglieva sotto l'ombra di un platano, o si sfumava colla luce nel lontano orizzonte. Chi può dire le strane visioni di un'anima vergine e selvaggia che ama coll'ardore de' deserti, e che è continuamente costretta a ripiegarsi sovra sè medesima per mancanza di eco? Alcune volte la vulcanica passione di Maurizio scoppiava dal suo seno come tremenda eruzione, e allora i suoi occhi infiammati di lagrime giravano come quelli dell'affamato leone che percorre la vastità del deserto senza trovare di che satollare la sua fame; allora lo schiavo facea rimbombare le solitudini de' campi con gridi terribili e disperati: allora tutto gli era insopportabile, il moto e la quiete, la compagnia e la solitudine, la luce e le tenebre. Ma questi momenti di debolezza eran rari, perchè l'anima di Maurizio era forte come il suo corpo vergine ed avvezzo alle più orrende privazioni.
Maurizio avea nascosto nel più profondo dell'anima il segreto del suo amore; era impossibile all'occhio più destro e indagatore lo scoprire la passione ardentissima che bolliva nel petto di lui. La stessa Emma, lungi d'addarsene minimamente, non iscorgeva nel gentleman che un freddo egoista. Ma dal dì che Maurizio l'ebbe salva da sicuro pericolo di vita, Emma il risguardava con altr'occhio, ed il tenne in istima di amico sincero e leale. Fu quello certamente il più bel giorno della vita di Maurizio. Ed or cade in acconcio il dire ch'egli, inosservato, seguiva sempre Emma dovunque costei si recava: e quel giorno della cavalcata fu sul principio un tristo giorno per lui, dappoichè Maurizio vedeva a fianco di Emma i più leggiadri cavalieri! ogni parola che la fanciulla volgeva a qualcuno di loro era dardo al cuore dell'Africano. Da lungi egli non perdeva mai d'occhio ciascun movimento di lei. Abbiam già detto ch'egli possedeva tal vista acuta, che tra gli schiavi suoi compagni si era meritato il nome di Quickeye (occhio celere).
Non così tosto Maurizio ebbe veduto Emma discostarsi dalla comitiva e prendere sola la via di S. Maria degli Angeli alle Croci, pensò subitamente, con quella penetrazione che soltanto l'amore sa dare; che la fanciulla andava a trovare Lucia Fritzheim. Già Maurizio conosceva la faccenda della lettera di Lucia capitata nelle mani di Emma, conosceva la strana proposta di Daniele al Duca di Gonzalvo, e sospettava l'inclinazione di Emma pel giovine pianista. Con una parola Maurizio poteva distruggere tutto l'edificio delle speranze di Daniele. Quand'anche il Duca di Gonzalvo avesse avuto in pensiero di aspettar davvero i due anni promessi: quand'anche Daniele fosse tornato milionario ed amante riamato di Emma, una sola parola annientava ogni unione tra Daniele ed Emma. Bastava che Maurizio avesse detto al Duca di Gonzalvo esser Daniele figlio naturale del Conte di Sierra Blonda, cui tanto il Duca detestava e contro il quale avea giurato mortal vendetta. Ma lo schiavo di Patna avea l'anima nobile. Alla festa di Lady Boston, egli avea promesso a Daniele di non parlare, e questa promessa era sacra per lui; il pensiero di violarla giammai non era entrato nella sua mente. Avvegnacchè ardentemente egli amasse la giovinetta spagnuola, e sapesse che a costei le premure di Daniele non erano indifferenti, Maurizio non si lasciò sfuggir giammai una parola che avesse potuto umiliare l'amante agli occhi dell'amata. Eppure sa il cielo quanto soffriva il cuore di lui allora che Emma, dissimulando la sua agitazione, gli parlava del giovine pianista, del costui genio musicale, delle brillanti qualità dello spirito di lui. Maurizio disprezzava nel suo interno il trovatello, tipo d'ingratitudine, d'infedeltà e di slealtà; e ciò non per tanto nol degradava agli occhi di lei, sembrandogli codardia il valersi di un segreto per fargli perdere la stima della donna amata. Benchè rivale, Maurizio disprezzava Daniele, e troppo egli era nobile e altero d'animo per abbassarsi ad una inutile soperchieria. E diciamo inutile, perchè Maurizio non isperava di acquistarsi giammai l'amore di Emma, ed il pensiero d'una corrispondenza di affetti era lontanissimo dalla sua mente.
Ma dal giorno in cui Maurizio ebbe la somma ventura di esporre la propria vita per sottrarre l'adorata andalusa da terribile pericolo, nell'animo di lui avvolgeansi costantemente le parole profferite da Emma nell'avviarsi alla casa di Lucia Fritzheim. Questa fanciulla avea detto: SALVATEMI IL CUORE DOPO DI AVERMI SALVATA LA VITA! Emma dunque amava!!
Maurizio ricordava eziandio che la figliuola di Gonzalvo avea detto: Andiamo a spargere il conforto della carità là dove la più nera perfidia ha sparso il dolore, la miseria, e voleva spargere l'ignominia!
Non ci era dubbio: quella nera perfidia non potea sulle labbra di Emma riferirsi ad altri che a Daniele. Ella dunque sapea di essere stata ingannata da costui sul conto di Lucia Fritzheim. Maurizio interrogò freddamente sè stesso; dimandò alla sua coscienza quello ch'egli dovea fare per salvare il cuore di Emma. Tradir Daniele? Non mai.
Maurizio pensò varii giorni su quel che dovea fare: e un bel mattino, una fredda risoluzione era presa.
A che si era determinato Maurizio Barkley?
IV. L'ARDITA MENZOGNA
Maurizio fermò di andare a trovar Lucia Fritzheim. Pochi giorni appena erano scorsi dalla visita di Emma alla figliuola di Giacomo lo Stradiere. Nell'abitazione di Lucia tutto era cangiato di aspetto: la tristezza e la miseria erano in parte scomparse, tutto al presente era ripulito, rassettato; varie suppellettili nuove vi si vedeano, e le vecchie erano raffazzonate. Egli è tempo di dire che, dopo il crudele abbandono di Daniele e gl'infruttuosi tentativi di Padre Ambrogio, Lucia era stata colpita in sul principio da acuta febbre nervosa, e poscia da un lento morbo di languore che avea minacciato di strascinarla alla tomba, Padre Ambrogio avea prodigalizzato all'inferma i tesori della cristiana carità. I nostri lettori conoscono una parte della lettera che Lucia scrisse a Daniele: c'incumbe ora il debito di farla loro conoscere per intero: essa era del tenor seguente:
«Daniele, Daniele mio.
«Corre già il quarto mese che mi hai abbandonata, ho contato questi orribili giorni ora per ora, minuto per minuto. Non ti rivolgo nessun rimprovero; sono rassegnata alla mia sorte... Mi è noto che ami un'altra!... Iddio ti renda felicità. Io sto male, male assai: il cielo vorrà forse aver pietà di me togliendomi da questa vita, prima che tu divenga lo sposo di un'altra. Il medico della parrocchia ha detto a Padre Ambrogio ch'io entro nel primo grado di tisi: ho inteso bisbigliar ciò intorno al mio letto, essi mi credevano addormentata! Oh quanto ti ho amato!... Io ti sciolgo dal tuo giuramento, Daniele, e ti perdono la morte che mi dai. Soltanto ti prego, in nome della prima parola di amore che ci scambiammo, in nome di mio padre, che non abbandoni la mia infelice famiglia, la mia cara sorella, i miei fratelli, e soprattutto che non abbi più odio per quella povera creatura di Uccello... Sovvengati di loro quando sarai felice a fianco della donna del tuo cuore... Addio, addio... non udrai più a parlar di me che un'altra sola volta, quando cioè ti sarà per caso annunziata la mia morte... sarà questo il più bel giorno della tua vita, siccome il dì della mia morte sarà stato per me il più felice... Addio, addio, per l'ultima volta, Daniele, Daniele mio.
Lucia Fritzheim.
È noto il crudel destino ch'ebbe questa lettera: una parte di essa fu dannata alle fiamme, e un'altra ervì a rallegrare il pranzo di Daniele e de' suoi amici.
Indarno la misera Lucia aspettò una risposta; questa non venne, siccome più non venne l'ingrato Daniele. Noi non abbiamo voluto risparmiare a' nostri lettori il quadro delle sofferenze di Lucia, di quell'anima sì candida e bella. La religione e l'amor fraterno alleviarono soltanto in parte i suoi dolori. L'orrenda infermità ond'ella era minacciata fu rimossa mercè le paterne cure ed il senno di Padre Ambrogio, il quale, oltre alla personale assistenza, provvide per medici e per rimedi; e Dio gli concedè il sommo piacere di veder salva Lucia dall'inesorabile consunzione.
Dopo l'abboccamento ch'ebbe con Daniele, Padre Ambrogio, sperando sempre che questi sarebbesi ravveduto, nol perdè mai di vista, e s'informò della sua condotta, delle sue amicizie e relazioni: non indugiò quindi a scoprire che il giovine era perdutamente innamorato di nobil damina, la quale seppe esser la figliuola del Duca di Gonzalvo. Padre Ambrogio, per isvellere dal cuor di Lucia la sciagurata passione per Daniele, stimò rivelarle i novelli amori del giovine, confortandola a sbandire ormai dal suo cuore quel perfido, indegno di essere più oltre l'oggetto dell'amor di lei. A Lucia non produsse gran colpo una tale rivelazione, dappoichè non ostante le grandi precauzioni che Daniele aveva usate per nascondere i suoi novelli amori, già la miserella qualche cosa ne sapea, e già sospettava che al Palazzo S... dove la sua lettera era capitata, dovesse dimorar la donzella che le rapiva il cuore del suo amante.
Lucia tracannò l'amaro calice senza mettere un lamento: ella offrì al cielo, con nobile slancio di rassegnazione, il suo dolore, ed il pregò ferventemente che le desse la forza di sopravvivere a tanto spasimo, non per amore ch'ella portasse alla vita, oramai rendutalesi amara e pesante, ma per non togliere alla sua disgraziata famiglia l'ultimo braccio che le avanzava. Ella sentiva il dovere di vivere non per sè, ma pei suoi. E le sue preci furono esaudite dalla Provvidenza. Lucia ripigliò la sua forza, e comechè affranta dalle sofferenze, pareva attingere nell'amore della propria famiglia il coraggio e la vigoria.
Ella non potea soffocare nel suo cuore una passione ch'era divenuta una parte vitale della sua esistenza; ma si tenea paga di amare Daniele nel fondo dell'anima. Lucia avrebbe potuto fare impallidire il perfido nel cospetto medesimo della sua vaga, avrebbe potuto gittare nel mezzo dei due amanti la parola trovatello qual barriera insormontabile tra loro; ma Lucia, al pari di Maurizio Barkley, avea l'animo troppo elevato e il cuore troppo ben formato per discendere ad una vendetta che avrebbe renduto infelice il suo amante senza render lei meno sventurata. Lucia fece di meglio assai; fece quello che la religione insegna: perdonò ed amò.
Stando a tal modo le cose, un mattino Padre Ambrogio, che mal si studiava di nascondere il suo turbamento, vinto dalle istanze di Lucia e di Marietta, confessò di aver saputo che Daniele si accingeva a partire per l'estero, e che gli era stato impossibile di scoprire quale scopo si avea tal partenza, qual motivo l'avea determinata. Facendo ciò palese, Padre Ambrogio restò maravigliato non poco nello scorgere sul volto della fanciulla, a vece di un dolor profondo, una certa espressione come di gran gioia. E siccome egli non facea mistero delle impressioni che provava, dimandò a Lucia perchè quella notizia, invece di contristarla, sembrava le desse soddisfazione. Lucia gli confessò ch'ella preferiva di saper lontano il suo amante e forse per sempre, anzichè di saperlo in Napoli e al fianco di un'altra donna. Oh! se la tapinella avesse conosciuto lo scopo del viaggio di Daniele!
Ma in pari tempo ch'ella confessava esser più contenta che Daniele partisse piuttosto che saperlo accanto alla figliuola del Duca di Gonzalvo, i suoi occhi si bagnavano di lagrime, le sue affilate gote s'imbiancavano, ed il suo petto si gonfiava come la marea vicina a frangersi in sulla spiaggia. E le sue lagrime erano richiamate eziandio da quelle di Marietta che scorrevano senza ritegno su per le belle guance della fanciulla, la quale frattanto non lasciava di rimprocciar la sorella perchè piangesse mentre avea detto di aver piacere della partenza di quel birbante (questo era l'epiteto che Marietta solea dare a Daniele). Lucia più non pianse, ma fermò di veder Daniele per l'ultima volta, innanzi che questi abbandonasse Napoli.
Si conosce come allora che il giovine si accingeva a salir sulla diligenza che dovea menarlo lungi da Napoli, la fanciulla si slanciò, con impeto irresistibile, verso di lui, e gli si mostrò. È noto lo scontro de' due amanti. Lucia avea veduto vagare una lagrima negli occhi di Daniele: ella era meno infelice!
Dal dì della partenza dell'amato giovine, Lucia non era men trista e sofferente che per lo addietro, ma più tranquilla e interamente rassegnata. La tristezza del suo cuore veniva per altro accresciuta dalla povertà ch'ella vedeva ogni dì vie più invadere la famiglia. Quantunque tanto ella quanto Marietta facessero ogni opera e si ammazzassero di lavoro, il frutto delle loro fatiche a mala pena bastava per uno scarso nutrimento. Padre Ambrogio non cessava, sia con procacciar lavori alle due fanciulle, sia con delicate sovvenzioni che egli sapea nascondere con arte, rifondendo del suo sul meschino prodotto dei lavori ch'egli stesso lor dava a fare, non cessava di provvedere al sostentamento di quella famiglia, della quale egli avea promesso a Giacomo di essere secondo padre. Commovente e splendido esempio di virtù! Oh perchè gli uomini come Padre Ambrogio son così rari nella società corrotta e decrepita in cui viviamo!
La visita di Emma aveva interamente cangiato l'aspetto delle cose. Erano circa le undici di un bel mattino lucido e sereno. Maurizio era andato a piedi alla dimora dell'onesta famiglia. Egli era vestito colla più grande semplicità: portava un soprabito bigio; lunghi stivali colle rivolte, cappello a larghe tese, e una giannetta d'ebano nelle mani. I fratellini di Lucia erano usciti a diporto nei dintorni colla vecchia fantesca, così che in casa non erano che Lucia, Marietta e Uccello.
Marietta era occupata a rimendare e ricucire calze, camice ed altri panni pertinenti ai fratelli: sopra una sedia, ad una traversa della quale appoggiava i piedi, ella teneva un patuffolo di panni che dovea passare in rivista, e su cui gittava con impazienza lo sguardo, però che la vispa fanciulla avrebbe preferito di andare un poco a scorrazzar per la campagna in compagnia dei fratelli. Ad ogni punto ella dava un'occhiata al lavoro, e mille d'intorno, guardava distratta al di là della finestra e mandava di grossi sospiri. Spesso rimaneva coll'ago in mano senza far niente, o si metteva a guardar con amore la sorella ch'era tutta in sul lavoro. Marietta era tanto felice nel veder sul volto di Lucia rinati in parte i color della salute! E se Lucia alzava gli occhi, Marietta ripigliava il suo compito e ritornava all'opera sorridendo, ma allora era ruina tutto quello che faceva; s'imbrogliava a infilare l'ago, si scordava di fare il nodo della gugliata, si pungeva le dita ovvero, se stava rimendando le calze, facea scappar le maglie e scavalcarle, si facea cader la bacchetta e i ferruzzini. Lucia sorrideva, dappoichè ben sapea come l'amasse quella cara sorella, il cui solo difetto era nella troppa leggerezza del temperamento. Lucia avea posto mano ad un paio di calzoncini nuovi di Andrea, il più piccolo dei fratelli: ella ne avea fatto l'imbastitura, e si accingeva a cucirli. Non si può dire il bene immenso che la visita di Emma avea fatta a tutta questa famiglia. Quanto poco ci vuole per rialzare i sofferenti dal loro abbattimento! Lucia non era più così trista come per lo addietro; la sua famigliuola avea ormai un appoggio, un'amica. A seconda ch'ella si sentiva restituita alla salute, ella ne provava una indicibile felicità, perocchè poteva, colla fatica delle suo braccia, sovvenire ai bisogni de' fratelli.
Le due sorelle erano così occupate. Una fascia di sole illuminava i loro lineamenti e andava a scherzare sulla sedia situata nel mezzo di quelle due fanciulle. In un angolo della stanza era seduto Uccello davanti ad una tavola su cui si vedea spiegato un grande abbicci. L'idiota si sforzava di apparare a conoscere le lettere, imperocchè Padre Ambrogio gli avea promesso un bel regalo se imparasse in pochi giorni l'alfabeto. Uccello avea mandato a memoria il nome di ciascuna lettera, ma non sapeva ancora farne l'applicazione alla figura. Egli si facea di grosse risate senza motivo, e sfregavasi le mani ogni volta che indovinava a chiamare una di quelle lettere. Di tempo in tempo, annoiato di cantar, sempre la stessa canzone su quel maledetto scartabello che gli stava dinanzi, si alzava e veniva ad equilibrarsi in sulla spalliera della sedia di Marietta, a giuocare co' gatti mollemente sdraiati al sole, a perseguitar qualche mosca, o a trastullarsi colle proprie dita divenute per lui dieci balocchi gentili e graziosi. Una modesta tirata di campanello fece ristar dal lavoro le due fanciulle e correre alla porta Uccello che, dopo molte lezioni e molti sforzi, aveva appreso ad aprirla. Le due sorelle furono estremamente sorprese nel vedersi dinanzi un uomo ch'esse non conoscevano, mentre credevano che fossero i due fratelli i quali tornassero dalla passeggiata unitamente alla vecchia fantesca che gli avea accompagnati.
Maurizio Barkley salutò col capo le due fanciulle a rimase col cappello in mano e all'impiedi.
— Scusate, signorine, egli disse, se ardisco presentarmi senza forse essere personalmente conosciuto da voi. Eppure ho avuto l'onore di godere la stima di vostro padre.
— Il vostro nome signore? dimandò Lucia.
— Maurizio Barkley.
A tal nome le due fanciulle fecero un moto di sorpresa.
— Ma noi conosciamo un tal nome, n'è vero, Lucia? disse Marietta.
— Certamente, era questo il nome che figurava sulle polizze che Daniele riceveva ogni mese.
— E che tuttavia riceve, osservò Maurizio sorridendo.
— Voi dunque, signore, siete l'ignoto benefattore di Daniele?
— Non io propriamente, signorina... ma su questo vi prego di non interrogarmi: avrei il rammarico di dovermi rifiutare alle vostre inchieste. Bastivi il conoscere esser io quel Maurizio Barkley il cui nome figura sulle polizze che Daniele riceve in ogni fin di mese.
Mentre Maurizio parlava, Marietta era ita a prendere una sedia e l'avea offerta all'Esquire, che si sedè presso le due fanciulle, come se fosse amico intrinseco di casa.
Lucia dimandogli:
— Poichè voi, signore, avete detto che Daniele riceve ancora il sussidio mensuale, la cui provvenienza non potete rivelarci, voi però dovete conoscere dove al presente egli si trova.
— Daniele è in Germania, signorina.
— In Germania! esclamò Marietta; è lontano, non è vero, signore?
— Non lo è mai abbastanza per la vostra pace, rispose Maurizio, affissando gli occhi in quelli di Lucia, la cui commozione si appalesava dai moti irregolari del seno e della estrema pallidezza del volto.
— Egli sta bene dove sta, e speriamo che se ne vada a capo del mondo, disse Marietta, guardando di soppiatto la sorella per vedere che sensazione le producessero queste parole.
Maurizio sorrise e guardò con compiacenza Marietta, la cui vivacità si tradiva in ogni sua parola e gesto. Lucia avrebbe voluto fare un mondo di domande a Maurizio, ma la trattenea un certo timore di conoscere cose che le avrebbero arrecato dolore grandissimo: nello stesso tempo ella vergognavasi di fare tali domande alla presenza della sorella, cui avea promesso di non mai parlare di Daniele.
— Sento il dovere, signorine, disse Maurizio dopo qualche momento di silenzio, di dichiarare lo scopo della mia visita. Io sono il messaggiero della vostra amica la Duchessina Emma di Gonzalvo.
Un raggio di gioia sfavillò su i volti delle due sorelle
— La Duchessina! esclamò Lucia.
— Quella celeste creatura! disse Marietta.
Ed entrambe guardarono con avidità negli occhi di Maurizio, quasi avessero voluto conoscere anticipatamente ciò che questi dovea dir loro.
— Ella stessa, rispose Barkley, ella m'incarica di darvi un attestato della sua sincera amicizia.
— Abbiamo forse bisogno per ciò di altri attestati, di altre prove disse Lucia a cui già gli occhi si velavano di lagrime di tenerezza. Oh perchè vuol ella opprimerci di bontà!
— Chi ha imparato una volta a conoscervi, adorabili fanciulle, disse Maurizio, non farà mai abbastanza per dimostrarvi la sua affettuosa amicizia. Emma ha un torto da riparare con voi, Lucia; ella involontariamente vi ha rapito il cuore di Daniele, ed oggi ella viene, per mezzo mio, se non a restituirvelo (poichè ciò non è in suo potere), a rendervi almeno la sicurezza e la pace. Io sono incaricato di farvi la confessione che la Duchessina Emma di Gonzalvo ama un altro, che non è Daniele, e dal quale ella è corrisposta con un'indicibile adorazione. Questa confessione rimanga per altro, sepolta ne' vostri cuori, signorine; Emma non vuol per ora che nessuno al mondo sappia i suoi sentimenti.
— Ah! ti ringrazio, mio Dio, ti ringrazio, esclamò Lucia giungendo le mani e volgendo al cielo i suoi begli occhi.
— Oh benedetta! benedetta! sclamò Marietta. Or sì ch'ella merita di essere adorata! Beato, beato quell'uomo ch'è il suo amante! Oh come costui deve andar superbo e felice di essere amato da quel sole di bellezza!
— E chi è costui? dimandò Lucia.
— Maurizio Barkley! disse questi chinando gli occhi e impallidendo.
— Voi! voi, signore!! Oh siate felice, signor Barkley, chè ben lo merita il vostro nobil cuore!
Maurizio si affrettò d'interrompere una conversazione che diveniva pericolosa e delicata per lui. Poco stante, egli si accomiatava dalle due sorelle. Ma innanzi ch'ei fosse partito, Lucia lo avea pregato di manifestare alla nobile amica i suoi sentimenti di riconoscenza, di stima e di affetto. Nel discendere le scale di quella casa, Maurizio dicea tra sè:
— Ho fatto il mio dovere; le ho salvato il cuore... Dio faccia il resto!
Nella stessa mattina, e non sì tosto di ritorno da S. Maria degli Angeli alle Croci, Maurizio recossi al palazzo S... e chiese di parlare alla Duchessina. Emma il ricevè, siccome solea da qualche tempo, colle dimostrazioni della più confidenziale amicizia. Maurizio era pallido, ma tranquillo secondo il consueto.
— Vengo dalla vostra amica, da Lucia Fritzheim.
— Ah! esclamò Emma, vi ringrazio davvero, signor Barkley; volea pregarvi appunto questa mattina di recarvi da lei per informarvi della sua salute che mi è sì cara.
— Vedete, Duchessina, ch'io antivengo ai vostri desiderii. Ma ho fatto molto di più che informarmi della sua salute: le ho interamente restituita la pace del cuore, rassicurandola su i vostri sentimenti a riguardo di Daniele. E per rimuovere dall'animo di lei ogni sospetto, mi son fatto ardito di dirle che altri occupava il cuor vostro.
— Che! signore!
— Ora, Duchessina, voi avete l'obbligo di non più pensare a Daniele: se questo era dianzi generosità in voi, al presente è dovere; io vi ho fatto una legge di sacrificare all'amicizia un avanzo di affetto per un uomo che ne è indegno. Ricordatevi che voi mi avete comandato di salvarvi il cuore.
— Ed avete fatto bene, signor Barkley, e ve ne ringrazio... Voi dunque avete detto a Lucia Fritzheim che il mio cuore..
— Era avvinto ad altro amore, Duchessina.
Emma sorrise e abbassò gli occhi.
— Scommetto che mi avete trovato anche un amante, disse sorridendo la fanciulla.
— Si, Duchessina, rispose Maurizio con visibile turbamento, ho detto che voi amavate...
— Chi mai? interruppe Emma aggrottando le ciglia.
— Maurizio Barkley! questi rispose con voce appena sensibile.
— Voi! voi stesso! esclamò Emma arrossendo di viva fiamma.
— Io stesso, Duchessina; imploro tutto il vostro perdono per questa ardita menzogna. Quella fanciulla mi ha chiesto il nome del vostro amante. Chi poteva io nominare senza compromettervi? Gli è certo che se io avessi nominato qualunque altro, non solamente avrei commessa la più imperdonabile imprudenza e temerità, ma la menzogna cessava di essere innocente. Posso sperare di aver ottenuto il vostro perdono?
Emma, cogli occhi bassi, gli stese la mano.
— Amico generoso! diss'ella, avete salvato me e Lucia; vi perdono e vi ringrazio.
Maurizio baciò la mano della nobil fanciulla e si ritrasse, dicendo tra sè stesso:
— E me chi salverà, se non Dio?