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Garibaldi, Vol. 2 (of 2)

Volume 2 — Capitolo Decimo. DA CAPRERA AD ASPROMONTE. [1861-1862.]

Reading edition

I.

Garibaldi è sparito per alcuni istanti dalla scena del mondo, ma il suo spirito è dovunque presente; egli non è più che un’ombra romita sopra un’isola deserta, ma l’eco del suo nome risuona fra i popoli più lontani, e il poema delle sue gesta empie la terra. Nessuna impresa era parsa più maravigliosa della sua. Ben altri prodigi di guerra aveva veduti il secolo nostro; di ben altre catastrofi di regni e rivolgimenti di popoli era stato testimone e narratore; ma lo spettacolo d’un uomo che seguíto da una falange quasi inerme varca incolume i mari, conquista isole e continenti, rovescia in poche settimane uno de’ più antichi troni d’Europa, ma per donarlo, s’impossessa d’una delle più felici contrade del mondo, ma per redimerla, dà terribili colpi se combatte, ma vince più coll’amore che coll’armi, disperde col solo apparire gli eserciti nemici, s’arma e ingrossa per via camminando e combattendo, vola con rapidità cesarea dall’estremo capo d’un Regno alle porte della sua Capitale, e colà giunto, basta il rosseggiare del suo fantasma, basta il rumore ancor lontano del suo passo perchè il Re nemico gli abbandoni la reggia de’ suoi padri e la metropoli de’ suoi Stati, ed egli, il taumaturgo, vi entri solo e sereno come ad un convegno festivo, sorridendo alle soldatesche nemiche rimaste a vano presidio, non curando i cento cannoni puntati sul suo cammino, e trionfando più glorioso e sicuro che se l’avessero seguito le legioni di Cesare dopo Ilerda e dopo Farsaglia; uno spettacolo simile, diciamo, la storia non lo vide e non lo raccontò mai, o l’avrebbe esigliato, quasi incredula, nell’età eroica de’ miti e delle leggende.

E dicasi pure che veduti dappresso la leggenda si sfata e il prodigio dilegua; dicasi pure che l’albero della tirannide borbonica era ormai fradicio, e che Garibaldi non ebbe che urtarlo col dito per atterrarlo: varrà, ancora, per risposta quella che già diede un celebrato diario inglese:[164] «Chi se non lui conobbe che il momento della maturità era giunto; chi se non lui ebbe occhio per vedere che l’ora di colpire era venuta, discernendo il punto in cui l’impossibile diventa possibile, nel che, secondo il De Retz, sta la prima dote dei grandi uomini di Stato?»

E quando lo si accetti con la debita discrezione, nemmeno quest’ultimo attributo reputiamo improprio. Anco Garibaldi fu, in un dato momento e in un certo senso, un grande uomo di Stato. Lo fu in una guisa tutta sua ed originale; lo fu più per quell’istinto che tien luogo di genio, che per coscienza; lo fu come lo poteva essere un Capitano che non ha altro Stato fuor che quello misurato dalla sua lancia, e pianta e spianta il suo governo colla sua tenda; ma, rispetto alla missione ch’egli s’era assunta, lo fu. Due fini gli erano imposti nell’Italia meridionale: liberar quei popoli; consegnarli liberati alla legittima Podestà ch’essi invocavano; e chi sappia sorvolare all’inezia de’ particolari, riconoscerà che a quei fini egli adempiette nel più breve tempo, colla maggior concordia e col minor danno possibile.

Che a lui sian mancate le doti dell’Amministratore e del Legislatore, fu abbastanza ridetto, e l’Italia, se appena conosceva la di lui vita, poteva aspettarselo; ma che quelle doti colaggiù, in quelle condizioni, gli potessero grandemente giovare, dubitiamo assai forte. Fosse stato pieno la mente di sapienti concetti legislativi, gli sarebbe pur sempre mancato il tempo ed il modo di effettuarli. Sfasciare uno Stato per ricostruirlo a un tempo, dettar buone leggi sotto il cannone, e meglio che dettarle farle obbedire, aver mestieri di governare col popolo e tenerlo a dovere, inducendolo a sopportare i freni e i carichi degli Stati ordinati, è cosa da pochi; non riuscita, che sappiamo, ad alcuno in Italia, e che, molto meno, poteva riuscire a Garibaldi.

Oltre di che, è egli vero che tutte le provvisioni e le leggi prese o scritte in suo nome nel Mezzogiorno siano state del pari improvvide o stolte? A dire il vero un siffatto quesito si converrebbe meglio in una storia della Dittatura che in una vita di Garibaldi, e ciò per quella ragione, già altrove toccata, ma che giova il rammentare, che dei tanti decreti firmati da Garibaldi Dittatore ben pochi sono quelli, di cui egli abbia avuto chiara coscienza, e gli spetti perciò la piena ed intera responsabilità. Consiglio e fattura de’ suoi Prodittatori e Ministri, ad essi il risponderne! Tuttavia chi voglia accomodarsi d’una finzione legale, e nel Dittatore impersonare tutta la Dittatura, troverà che personificatori e personificati hanno a temere il giudizio dell’equa posterità men di quanto fu scritto.

E non si parli della promulgazione dello Statuto sardo e delle altre leggi che ne sono adempimento; atto lodevole, per fermo, ma assai più politico che amministrativo, di cui furono ottime le intenzioni, ma assai remoti gli effetti. Parliamo soltanto di quelle provvisioni che rendevano testimonianza d’un concetto e d’un indirizzo governativo, che miravano ad un fine pratico e vicino, di cui si poterono vedere sin da principio i frutti o almeno i germogli.

In paese dove la magistratura era apparsa troppe volte strumento servile della tirannide, la purificò dagli elementi più screditati ed aborriti, riordinò i Tribunali, rintegrò, dopo il breve interregno delle Commissioni speciali, le Corti ordinarie, avviò il corso regolare della giustizia, ne ravvivò la fede ed il decoro.[165] E in quelle medesime contrade dove la Polizia non aveva lasciato nella mente altra immagine che quella di un’occulta veheme di delitti e di sangue, e dove nessuno de’ suoi vecchi arnesi era stato risparmiato dalla vendetta popolare, restaurò colla stessa legge sarda la pubblica sicurezza; istituì i corpi delle Guardie e de’ Carabinieri, e li rese rispettati; ottenne una tregua ai reati che parve portentosa.

Fallitogli il nobile tentativo di estendere alla Sicilia, ineducata al debito dell’armi, la legge uguagliatrice della coscrizione, introdusse nel suo esercito le ordinanze e persino avrebbe voluto le assise piemontesi;[166] e frattanto diè vita così al di qua come al di là dello Stretto alle prime Legioni di quella Guardia Nazionale, che fu, specialmente a Napoli, esemplare tutela d’ordine e di sicurezza. Riaprì ed avviò a nuovo indirizzo le Scuole, i Licei, le Università; riordinò il Museo napoletano; fondò a Palermo una Scuola militare per gli adolescenti, ed a Napoli un Collegio gratuito pei figli dei popolani poveri.[167] Aprì in Napoli dodici Asili infantili;[168] assegnò mille scudi annui agli scavi di Pompei; spegnò i piccoli pegni del Monte di Pietà;[169] decretò il miglioramento delle Carceri[170] e la scarcerazione dei prigionieri politici; abolì il nefando privilegio della Comune di Pizzo,[171] benemerita ai Borboni della morte di Murat; accordò pensioni alle famiglie dei morti o mutilati per la patria; perdonabile anche quella alla madre ed alle sorelle di Agesilao Milano; come perdonabile che un uomo siasi creduto in diritto di dare la propria testa per liberare la terra da quel mostro, che passò nella storia col nome di «Re Bomba.»

Abolì le decime e le manimorte; incamerò i beni reali ed ecclesiastici, assegnando però una pensione ai Vescovi ed una cassa di sussidio al Clero minore; soppresse infine l’ordine dei Gesuiti, ma ne tolse il diritto dalla storia e l’esempio da tutta l’Europa civile.

In fatto poi di Finanza camminò sulle orme di tutti i Governi rivoluzionari; annullò l’odiosa gabella del macino, come l’aveva annullata la rivoluzione del 48; abolì, anzi bruciò pubblicamente la carta bollata; decretò, sogno onesto, la soppressione graduale del lotto, surrogandovi le Casse di Risparmio; atterrò ogni barriera doganale tra Sicilia e Napoli; fece prestiti e convertì la Rendita pubblica;[172] ma quando il bilancio siciliano fu sottoposto all’esame del Parlamento, restò bensì controverso se avesse lasciato risparmi, e fu disputabile se quei prestiti potevano essere contratti a condizioni più laute; ma nessuno, nemmeno il più acuto e facondo economista della Camera,[173] potè tassare l’Amministrazione della Dittatura, non che d’abusi e di malversazioni,[174] di gravi irregolarità. Il maggiore addebito che potè essergli rivolto fu d’aver ecceduto nella largizione degl’impieghi e nel dispendio de’ salari. Ma se il Farini potè dire, difendendo dalla medesima accusa il bilancio dell’Emilia: «Non nego siansi collocati in impiego uomini nuovi. Fu principalissimo intendimento del Governo di chiamare ne’ primi posti di fiducia que’ cittadini che per causa di libertà avevano sofferto persecuzioni ed esiglio. Ed infra i dolori che tormentano chi in tempi nuovi è chiamato ad amministrare la causa pubblica, rammenterò sempre fra’ più acerbi quello di non poter esaudire tanti uomini sventurati, che, in nome delle loro famiglie, in nome della fede politica, invocano un collocamento, cui credono aver loro dato diritto le sventure patite;» perchè non si meneranno buone le stesse ragioni alle Dittature di Napoli e di Sicilia, dove la febbre degl’impieghi e delle pensioni scoppiò con tutti i sintomi d’un fiero contagio; dove i patriotti, che nel 1848 avevano «salvato la patria,» che nel decennio avevano patito nelle prigioni e negli esigli, pullulavano a sciami dal suolo; dove certamente lo strazio d’onest’uomini, che aveva fatto il governo «negazione di Dio,» era stato sì lungo ed immane?

Non è questa un’apologia, è pura difesa della verità. Errori la Dittatura di Garibaldi ne commise e non pochi; ne commise colla Prodittatura Depretis e colla Prodittatura Mordini, colla Segreteria Crispi-Bertani e colla Prodittatura Pallavicino; coi Ministri cavourriani e coi Ministri rivoluzionari; ma qual Governo non ne ha commessi? Quella stessa Luogotenenza regia che s’annunziava medicatrice di tutti i mali, e riparatrice di tutti i torti, succeduta alla Dittatura in giorni relativamente calmi, già queta la marea rivoluzionaria e ormai ridotta a un torneo innocuo la guerra, nuova di prestigio, di forza e d’autorità, quanti errori non commise ella in breve spazio di tempo? Quanto malcontento di popolo non suscitò; quante speranze non deluse, quanti pericoli non rinnovò? Fallirono a Napoli, l’uno dopo l’altro, il Farini e il principe di Carignano; a Palermo il Montezemolo e il Della Rovere, e non correranno molti mesi che Deputati di parte loro si leveranno nel Parlamento italiano[175] ad incolpare le Luogotenenze di torti e d’abusi anche maggiori di quelli ond’era stata incolpata la Dittatura; con questa sola, ma sensibile differenza, che mentre il Governo di Garibaldi era rimproverato d’aver troppo ciecamente favorito i rivoluzionari ed i repubblicani, il nuovo Governo di Vittorio Emanuele era accusato dello stesso favore a tutto beneficio dei Borbonici e dei reazionari.

II.

Il primo atto di Garibaldi, rimettendo il piede nella sua Caprera, fu di levare le briglie e mandar sciolti per l’Isola i suoi due cavalli di battaglia, affinchè ad essi pure non fosse tardata quella libertà ch’egli veniva impaziente a cercare. E ciò fatto tornò senz’altro al suo consueto tenore di vita, come se tutta quella splendida pompa di potere, di trionfi, di gloria, in che aveva vissuto sette mesi, non gli avesse lasciato nell’anima che sazietà e stanchezza. Deideri, il suo fedele amico e compaesano di Nizza, gli aveva fatto costruire, accanto all’antica, parte con danari suoi, parte col tributo d’altri amici, parte cogli stessi risparmi del Generale, una nuova casa più comoda e più signorile; pure l’antico mozzo gradì la sorpresa e ringraziò del dono, ma non volle abbandonare la sua vecchia casetta, costrutta in tanta parte col sudor della sua fronte; e continuò a dormire in quella medesima stanzetta a pian terreno, la prima a sinistra di chi entra, in cui aveva abitato la prima notte che ebbe un tetto nell’Isola.

Nel rimanente, si levava come per lo passato all’alba, il primo di tutta la colonia, e alternava le sue ore tra la pesca e la caccia (rese talvolta necessarie dalla mancanza del companatico quotidiano), e la coltura di que’ pochi frastagli di terreno che la roccia concedeva e ch’egli, con ingenua pomposità, decorava col nome di campi e di vigne. E il luogo più favorito di que’ giorni era il Fontanaccio, un quarto forse dei celebri quattro iugeri del Romano, tutto frastagliato e scaccheggiato per giunta di roveti e di scogli, e da cui Garibaldi s’era fitto in capo di cavare il suo podere modello. Ed era laggiù che voi potevate vederlo più di sovente, ora affaccendato a sterpare, a potare, a innestare, e qui a piantare un filare di magliuoli siciliani, là a zappare un quadrato di fave napoletane, più sotto a riparare dalle prime sferzate del grecale una buttata d’aranci novelli, più sopra a vegliare allo scavo d’un futuro pozzo artesiano; ora seduto sopra un certo gradino, naturale rialzo del terreno, col cappello sugli occhi e il sigaro spento nella mano, lo sguardo fisso sul mare, tutta la persona immobile e quasi abbandonata, a guatar nel vuoto, a fantasticare, a nuotare nel pelago infinito delle sue ricordanze e dei suoi sogni, tuffandovisi dentro colla voluttà del poeta:

E ’l naufragar m’è dolce in questo mare.

Non eran quelle sole le sue fatiche, un’altra men geniale gli era imposta dalla stessa celebrità cresciuta, ed era, o avrebbe dovuto essere, lo smaltimento della mole di giornali e di lettere che ad ogni corriere gli arrivava. È ben vero che dei giornali finiva a non leggerne più che tre o quattro (preferito a quei giorni il Movimento di Genova), e che delle lettere lasciava quasi tutta la briga al suo segretario Basso, od al primo amico che volesse rendergli quell’ufficio, il quale poi lettogliene sommariamente il contenuto, e separate quelle condannate al paniere, dalle poche ammesse all’onore d’una risposta, la scriveva ora sotto dettatura del Generale stesso, ora di suo capo, e poi, usanza tradizionale e tuttora inviolata in Caprera, la spediva irremissibilmente a chiunque si fosse «senza francobollo postale.»

E come le lettere, cominciavano a piovere da ogni parte le visite. Avreste detto che Caprera fosse divenuta la Mecca della Democrazia europea. Non passava venerdì che il postale di Sardegna non sbarcasse alla Maddalena una brigata più o men grossa di pellegrinanti a quella Medinat-al-Nabi dell’eroe; e come è facile immaginare, era un brulicame di tutte le razze e di tutti i colori. Col vecchio amico e commilitone veniva il curioso importuno e il piacentiere sguaiato: coll’innocente idolatra, alla conquista d’una firma o d’una fotografia, accompagnavasi lo scroccone volgare alla cerca d’un’elemosina o d’una commendatizia: le Deputazioni patriottiche, cariche d’indirizzi o di regali, gareggiavano colle ambasciate politiche, o politicanti, portatrici di piani di guerra o di abbozzi di programmi: la filantropessa inglese incontravasi colla emancipatrice americana e la socialista russa: gli emissari occulti di Mazzini s’incrociavano agli agenti segreti del Re: una carovana di emigrati veneti, trentini, istriani, romani, mescolavasi di continuo ad una processione interminabile di proscritti ungheresi, polacchi, spagnuoli, greci, russi, tedeschi, serbi, valacchi, insomma di tutto il mondo dove si sognava, si soffriva o si congiurava per una patria, e Garibaldi tutti accoglieva coll’usata cortesia ed ospitalità; un’ospitalità che poteva parere talvolta assai magra e quaresimale a chi la riceveva, ma che riusciva, per il gran numero, dispendiosissima e soverchiante a chi la dava.

Ma ognuno intende che siffatta pace non era che apparente. «Cincinnato» (il soprannome, divenuto poi volgarmente sazievole, gli fu imposto a que’ giorni) era tornato suo malgrado all’aratro, e ben diverso dal romano, non avrebbe accolto sospirando gli oratori del Senato che gli offrivano la Dittatura. Le parole del suo ultimo bando ai Volontari: «Se il marzo del 61 non trova un milione d’Italiani armati, povera libertà, povera vita italiana!...» non erano, sulle sue labbra, una figura rettorica; non è retore mai chi è pronto a confermare la frase col sangue; ma voto ardente e convincimento profondo dell’animo suo. Sinceramente egli credeva che la prossima primavera del 1861 non potesse passare senza una grande conflagrazione di popoli; vedeva già l’Ungheria e i Principati Danubiani insorti: non dubitava un istante che, gettata una scintilla, tutta l’Europa, da Mantova a Galatz, andasse in fiamme: affermava che era un sacro dovere l’Italia farsi antesignana e aiutatrice del grande riscatto, e capitanarlo.[176]

Nè a questo pensiero frammischiavasi alcun intendimento di ribellione. Non solo Garibaldi tenevasi stretto per debito di lealtà alla bandiera di Marsala; ma credeva più che mai che in quella sola stesse la salute d’Italia. Soltanto voleva, e qui rincomincia il suo dissidio col conte di Cavour, che il Governo scrollasse il giogo umiliante delle alleanze straniere, della napoleonica principalmente, raccogliesse in un fascio solo tutte le forze vive combattenti dell’Italia, e, senza riguardo a colore e partito, le avventasse tutte insieme all’ultima battaglia della redenzione d’Italia. «Che il conte di Cavour armi (diceva un giorno a Caprera a due suoi amici[177]), ed io sono politicamente con lui,» e in questo concetto stette prima, stava allora, starà poi tutta la sua politica. E dicasi pure che un simile linguaggio nascondeva una condizione imperiosa, e, se vuolsi, anche una minaccia; ma non poteva dirsi ancora un cartello di sfida e una manifesta ribellione. Garibaldi era sempre nella legalità. Voleva spingere, spronare il Governo; ma il proposito di forzargli la mano e di trascinarlo a forza non gli era spuntato ancora nell’animo, o almeno da nessun suo scritto o discorso traspariva. E di ciò fanno principale testimonianza quei Comitati di provvedimento per Roma e Venezia, progenie diretta di quelli che il Bertani aveva già fondati per la Sicilia, e che Garibaldi aveva consentito a ricostituire siccome gli organi destinati a dar vita e disciplina a quel concetto di armamento universale della nazione, che era, a’ suoi occhi, lo stromento ed il simbolo insieme d’ogni vera rigenerazione. Nella mente sua siffatti Comitati dovevano essere aiuto, non impedimento, al Governo: propagare le idee, preparare gli animi, ordinare le forze, apprestare i mezzi, come già erano stati apprestati per Marsala, ma senza sconfinar per anco dalla legge; procedendo sempre d’accordo col Governo che la nazione s’era dato, rammentando il giuramento fatto al suo Re, e attendendone il cenno, che non parevagli poter essere lontano.

«Io desidero[178] (scriveva al segretario de’ Comitati, Bellazzi) l’apertura concorde di tutti i Comitati italiani per coadiuvare al gran riscatto. Così Vittorio Emanuele, con un milione d’italiani armati, questa primavera chiederà giustamente ciò che manca all’Italia.» E due settimane dopo, agitatosi e deliberato dalla Presidenza de’ Comitati il programma definitivo dell’Associazione, scriveva anche più esplicitamente:

«Accettando la presidenza dell’Associazione dei Comitati di provvedimento e dando la mia adesione ai tre articoli formulati dall’Assemblea generale il 4 di questo mese, nomino come mio rappresentante presso il Comitato centrale il generale Bixio, autorizzandolo a farsi sostituire, occorrendo, da una terza persona di sua piena fiducia.[179]

Il Comitato centrale, invocando il patriottismo degli Italiani, insisteva tenacemente presso tutti i Comitati di provvedimento, eccitandoli a promuovere nuove oblazioni tra i nostri concittadini, e a riunire tutti i mezzi necessari ad agevolare a Vittorio Emanuele la liberazione della rimanente Italia.

Altra delle precipue cure del Comitato centrale dovrà essere quella di istituire Comitati in tutti i punti della Penisola, ove non esistessero ancora, onde al più presto da un capo all’altro d’Italia, non esclusa la Venezia nè Roma, si trovi l’associazione organizzata, ed operi simultanea, concorde e rapidamente, obbedendo a un medesimo impulso.

Il Comitato centrale dovrà, come parola d’ordine di tutti i giorni, d’ogni momento, ripetere incessantemente a tutti i Comitati e cercare per ogni altra via di farlo penetrare nell’animo di tutti gl’italiani: — che nella prossima primavera di quest’anno 1861 deve irremissibilmente porre sotto le armi un milione di patriotti, unico mezzo a mostrarci potenti e farci veramente padroni delle nostre sorti e degni del rispetto del mondo che ci contempla.

»Credo debito mio rendere avvertiti i Volontari che nessun arruolamento è stato da me promosso, nè consigliato per ora.

»Un giornale col titolo di Roma e Venezia (il quale, ispirandosi ai concetti enunciati, predichi la necessità della Guerra santa a far cessare una volta la vergogna che pesa sull’Italia, e che in pari tempo inculchi agli elettori, come uno dei mezzi più efficaci a raggiungere l’intento, la scelta dei deputati, che mirando anzitutto al totale affrancamento ed integrità d’Italia impongano al Governo il generale armamento della nazione) deve essere fondato in Genova senz’altro indugio.»

Questi e non più erano i pensieri di Garibaldi nel gennaio del 1861; che se mutarono in appresso, prepariamoci a seguirne le fasi ed a penetrarne le cagioni, cominciando però a notare attentamente le date, ed a rispettare la cronologia, che mai, come in questo periodo della vita dell’eroe, così copiosa di contraddizioni e di evoluzioni, meriterà il suo nome di «occhio della storia.» Non abbiamo negato mai, riconfermiamo anzi, che un siffatto programma poteva contenere in germe quel diritto dell’iniziativa individuale che fu per parecchi anni nel Parlamento e fuori la divisa della parte rivoluzionaria, o garibaldina che vogliasi dire; ma a’ giorni di cui discorriamo, quel germe non era ancora venuto a maturanza, nè l’idea, vagamente adombrata nelle sonanti frasi dei proclami, tradotta in una formola precisa, e soprattutto cimentata al paragone de’ fatti. Però di Garibaldi allora non disdice ripetere quel che un giornale massimo di parte moderata scriveva ancora con benignità di lui: «Se i Comitati cammineranno come desidera il Generale, il paese l’asseconderà ed applaudirà, così come applaude ai generosi sentimenti, coi quali il generale Garibaldi desidera la concordia di tutti i partiti.[180]

III.

Uno dei più intricati problemi, legati dalla rivoluzione al Governo italiano (gli spettava questo nome, dacchè il Parlamento, nella persona di tutti i rappresentanti della Penisola, aveva proclamato il Regno d’Italia e Vittorio Emanuele suo Re), era quello dell’esercito meridionale. Garibaldi nell’ultima sua lettera a re Vittorio[181] gli aveva detto: «Io imploro dalla Maestà Vostra che accogliate nel vostro esercito i miei commilitoni che hanno bene meritato della patria e di Voi;» ma egli ignorava probabilmente che non era in arbitrio di Re costituzionale il cedere o resistere a siffatta preghiera.

Infatti, due giorni dopo della partenza di Garibaldi, usciva un Ordine del giorno del Comando supremo dell’esercito, tradotto poi in Decreto,[182] in cui, proclamati i Volontari benemeriti della patria, li dichiarava però Corpo separato dall’esercito regolare, offriva ai gregari la scelta tra due anni di ferma o il congedo con tre mesi di soldo, ed agli ufficiali l’alternativa tra uno scrutinio de’ loro titoli fatto da apposita Commissione e la rinuncia della spada, mercè sei mesi di stipendio.

Questa provvisione, come era da attendersi, anzichè contentare, ferì nel vivo tutta la parte garibaldina, così la frazione militare come la politica, e la fece scoppiare in altissimi lai. Nè gli argomenti alle querele difettavano. O come, dicevasi, gridate benemerito l’esercito del Mezzodì e nell’ora stessa lo colpite di sospetti e d’ostracismo! Promettete che la milizia de’ Volontari sarà conservata e poscia collo spaventacchio della ferma di due anni in una mano e l’offa del congedo salariato nell’altra, la fate fuggire e la sciogliete! Accogliete senza tanta ritrosia nè inquisizione nelle file dell’esercito gli ufficiali ducali, granducali, borbonici, avanzi la maggior parte di corti servili e di caserme oziose, strumento fino all’ultima ora delle tirannidi domestiche, più corruttrici delle straniere, e codesti di Garibaldi, reliquie di tutte le battaglie italiane, li sogguardate con sospetto, li ponete al duro bivio o d’un sindacato umiliante, o d’una rinuncia prezzolata, e pareggiandoli alla bassa condizione di mercenari, li avvilite e li corrompete insieme?! Infine non è lecito, soggiungevano coloro che riguardavano le cose dal più alto punto della politica, disperdere in momenti così solenni tanto prezioso tesoro di giovani forze: il Governo, sacrificando il supremo fine dell’armamento nazionale a misere gelosie di parte o convenienze di persone, si chiarisce dimentico del primo fra i suoi doveri; e tenendo divisi i figli della stessa patria destinati a formare un solo esercito, sotto una sola bandiera, alimenta egli pel primo quel funesto antagonismo, che a parole tanto depreca, e prepara colle sue mani l’armi della discordia civile.

Ma nemmeno alla parte contraria facevan difetto le buone ragioni. L’armamento della nazione, ripeteva, è nei propositi del Governo; tanto vero che il decreto dell’11 novembre conserva il Corpo dei Volontari e lo riordina. A due soli patti però era possibile dare una forma organica e durevole a una milizia siffatta: rendendone stabile la forza, mediante una ferma purchessia; depurandone i quadri, previa un sindacato. E come una lunga ferma obbligatoria repugnava alla natura ed al nome stesso di volontari, così quella facoltà, tanto censurata, di scegliere tra l’assoldamento e il congedo, diveniva una imprescendibile necessità. Nè diversamente poteva comportarsi quanto agli ufficiali. Una cerna era indispensabile, così per scemarne la quantità che per migliorarne la qualità. Non si dimentichi mai che erano settemila, circa un ufficiale ogni sei soldati;[183] che in mezzo a loro, tra non pochi egregi per singolari virtù militari e civili, parecchi non avrebbero saputo come giustificare le loro «favolose promozioni,» e moltissimi come chiarire la loro fosca origine e la lor dubbia vita; che perciò nessuno avrebbe potuto accoglierli alla cieca nelle file d’un esercito di specchiato carattere e di pure tradizioni, come il piemontese, dove i gradi erano sudato frutto non che del valore, dell’anzianità, dello studio, della esperienza, senza offendere l’esercito stesso e rischiare di corromperlo e scompaginarlo profondamente.

E ciò basti alla cronaca dell’increscioso litigio; chè il giudicarne sarà ufficio di più tarda e più fredda posterità. A parer nostro (è parere, non sentenza), si errava da entrambi le parti. Avevano torto i Garibaldini di presentare il conto, e torto il Governo di tirare di prezzo: torto i primi di querelarsi di una legge, della quale, o per un verso o per l’altro, gli uni intascando il soldo e andandosene liberi, gli altri restando nelle file e aspettando a lor agio la conferma, tutti si avvantaggiavano; e torto il secondo di non avere, intorno a sì importante questione, un’idea netta e una volontà recisa, lasciando estendere e divampare, mercè una fiacca altalena di ripulse irose e di concessioni avare, un braciere di discordie che poteva riuscire funesto; torto infine tutti quanti permettendo che un alto problema di difesa nazionale immiserisse in un meschino piato di salari e di stipendi; talchè paresse che l’amor d’Italia fosse il pretesto, e il fine ultimo e vero, le spalline, le pensioni, la carriera di due eserciti rivali.[184]

IV.

E com’è naturale, ogni parola della gran contesa ripercuotevasi a Caprera: non passava corriere che Garibaldi non fosse costretto a riudire, dalle innumeri lettere e gazzette che da ogni dove gli fioccavano, l’eco delle lamentazioni de’ suoi compagni d’armi, accompagnata dalla pittura, più o men fedele, degli strapazzi e delle persecuzioni di cui il Governo li angariava; e non passava corriere che sulla fronte del Generale non calasse una nuova nube, e sull’anima, non per anco purgata dalla ruggine antica, non piovessero nuove e più acri stille d’amarezza. E non perchè egli desse ragione in cuor suo a tutte quelle querimonie, ma perchè colle sorti de’ suoi commilitoni, che non avrebbe mai potuto abbandonare senza parer egli medesimo improvvido ed ingrato, vedeva identificata la causa dell’armamento nazionale, dell’armamento, s’intende, quale lo concepiva egli, che era ormai il solo verbo della sua politica, il solo regolo delle sue azioni, l’unica corda vibrante nell’anima sua.

Quando però a quella dei Volontari venne ad intrecciarsi la questione delle provincie meridionali, e nella stampa cominciò a rumoreggiarne e nello stesso Parlamento a penetrarne la discussione, ed ai richiami de’ suoi vecchi camerata vennero ad aggiungersi gli appelli de’ suoi amici di Palermo e di Napoli, che lo pregavano a riassumere nel suo patrocinio la causa delle loro provincie sgovernate, egli, che non aveva voluto accettare, sino allora, alcuna candidatura,[185] accetta quella del Collegio di Napoli offertagli come protesta; vi è eletto il 30 marzo alla quasi unanimità: parte il 1º d’aprile da Caprera; sosta poche ore del 2 a Genova, e riparte la sera stessa per Torino, deliberato a entrare egli pure in Parlamento ed a partecipare alla lotta.

La inattesa apparizione aveva sorpreso amici ed avversari.[186] Tuttavia, mentre i primi s’affrettavano a trarne profitto pei loro fini, i secondi non seppero con alcun onesto artificio e lieta accoglienza prevenirne gli effetti. I più importanti fra i Cavourriani, lungi dall’accostare il Generale per tentar d’illuminarne e correggerne le idee, affettavano di cansarlo; la stampa moderata lo apostrofava di superflue paternali e di alteri consigli; il Governo stesso, infine, aspettava proprio l’indomani del suo arrivo sul continente per far perquisire in Genova le stanze del Comitato centrale di provvedimento, cercandovi, invano, indizi di arruolamenti, gettando in faccia al Generale ed alla parte sua una inutile od almeno intempestiva provocazione, aggiungendo nuova esca alle tante materie predisposte all’incendio. Conseguenza pertanto di questi due fatti furono le interpellanze del deputato Brofferio per chiedere ragione al Ministero della perquisizione di Genova e la interpellanza del deputato Ricasoli per invitare con indiretta, ma chiara intimazione il generale Garibaldi a scolparsi di certe parole, irriverenti al Re ed al Parlamento, attribuitegli dalla stampa e sollecitare al tempo stesso il Ministero a rispondere della di lui intenzione circa all’esercito dei Volontari. E poichè il Ministero non volle dare al Brofferio soddisfazione alcuna, anzi rincarò con parole, nè tutte giuste, nè tutte opportune, il torto di Garibaldi e de’ suoi; e al Ricasoli invece, quasi il suo invito non fosse che il frutto d’un tacito accordo, si dimostrò premuroso, anzi impaziente, di dar ragione; così la prima battaglia parlamentare tra la parte garibaldina e la cavourriana, quella battaglia preparata da dodici mesi di ostilità, di sfide, di scaramucce, desiderata forse più dai gregari, ma non saputa evitare con abbastanza prudenza dai capi, si annunciò ad un tratto imminente ed inevitabile.

V.

Ed eccoci alle memorabili Tornate dei 18, 19 e 20 aprile. Fin dal 14 il Generale aveva inviato al Presidente della Camera una lettera ed un progetto di legge: nella lettera respingeva, sdegnando giustificarsene, le parole irriverenti al Re ed alla Rappresentanza nazionale, appostegli da’ giornali;[187] nel progetto di legge, ombra pallida del suo pensiero, consiglio e fattura de’ suoi amici, specie del Depretis, proponeva come rincalzo all’esercito l’istituzione delle Guardie nazionali mobili; chiamando a parteciparvi tutti i validi da’ diciotto ai trentacinque anni.[188] Ma il Governo, pure ammettendo la discussione della proposta, la fece rimandare agli Uffici e aspettò a piè fermo il giorno della interpellanza.

Il 28 aprile Garibaldi fece la sua prima entrata nel Parlamento italiano; e pari alla celebrità dell’uomo ed alla straordinarietà dell’evento fu l’aspettazione. Vestiva la stessa foggia che da Quarto in poi non aveva più abbandonato: sombrero spagnuolo in mano, camicia rossa, poncio grigio; abbigliamento, se vuolsi, strano assai per un Parlamento, e nel quale si può anche convenire che talvolta si pavoneggiasse, ma che egli aveva fatto suo per quello spirito di originalità e d’indipendenza quasi selvaggia, che era l’essenza vitale del suo carattere; abbigliamento che egli preferiva alle sgarbate uniformi ed alle complicate bardature delle nostre mode per la ragione medesima, per la quale preferiva il suo scoglio di Caprera a tutte le metropoli del mondo, una zuppa di fave ai più elaborati manicaretti di Brillat-Savarin; che portava insomma perchè gli piaceva ed era cresciuto, ragazzo male avvezzo dal destino, facendo sempre il piacer suo, ma senza metterci, come fu detto, alcun recondito fine di teatralità, e certo senza sospettare di mancar di reverenza a chicchessia.

Lo accompagnavano, uno per fianco, quasi lo menassero prigione, il letterato Macchi e il professore Zuppetta, accompagnatura a ver dire poco marziale: quando comparve al sommo dell’ultimo settore di sinistra un uragano d’applausi scoppiò anche dalle ultime gallerie; e non poteva parere onore straordinario, se la stessa accoglienza era stata fatta all’ammiraglio Persano, e sarà tra poco ripetuta al generale Cialdini.

Cessate le salve festive, il fuoco vero cominciò. Anco un breve sunto di quelle tre giornate parlamentari esorbiterebbe da questo libro: bastino a ritrarne la fisonomia i tratti più caratteristici. Aperse il dibattimento il Ricasoli con un esordio, più solenne che necessario, conchiudendo colla domanda già annunziata circa ai Volontari in particolare ed all’armamento in generale, e invitando il Governo a dar spiegazione del suo ultimo decreto dell’11 aprile, pel quale erano istituiti i quadri di tre divisioni di Volontari, ma posti i loro ufficiali in disponibilità. Toccò a rispondere al Fanti, e fu, come al suo solito, infelice; lesse, con lena affannata e accento sbiadito, un lungo discorso infarcito di particolarità, di cifre, di citazioni, di raffronti non sempre appropriati; nel quale ricantate le note argomentazioni dell’impossibilità di tenere sotto le armi Volontari in pace, del soverchio numero degli ufficiali, delle promozioni favolose, della necessità d’una cerna, finiva dichiarando che nulla aveva da mutare, perchè in nulla aveva fallito, e invocava tranquillo la fiducia dalla Camera.

Fu allora la volta di Garibaldi. Ringraziò il Ricasoli d’aver posta quella importante questione; preludiò alla concordia; respinse da sè ogni imputazione di colpa in quel dualismo, cui il Barone aveva accennato, perocchè «tutte le volte che quel dualismo potrà nuocere alla gran causa del paese, egli piegò e piegherà sempre;» chiedendo soltanto «ai rappresentanti della Nazione, se come uomo egli avrebbe mai potuto porgere la mano a colui che lo fece straniero in Italia.» Se non che, a un certo punto, entrato a discorrere del suo esercito, senza alterazione, senza transizione di sorta, senza lasciar presentire ad alcuno la procella che stava per scatenare, esclama che i «prodigi dell’esercito meridionale furono offuscati solamente quando la fredda e nemica mano di codesto Ministero faceva sentire i suoi malefici effetti,» e come se ciò fosse poco ancora, punto badando all’agitazione che quelle prime parole avevan già suscitata in tutta la Camera, scaraventa in mezzo all’Assemblea, in faccia ai Ministri nient’altro che questo colpo di folgore: «quando l’amore della concordia e l’orrore d’una guerra fratricida, provocata da questo stesso Ministero....» e più forse avrebbe detto, se un tuono di grida indignate non avesse tronca a mezzo l’atroce ingiuria. Il conte di Cavour, pallido d’ira, balza dalla sua scranna e grida con quanto ha di voce: «Non è permesso insultarci a questo modo; signor Presidente, faccia rispettare il Governo ed i rappresentanti della Nazione;» il Presidente ammonisce, scampanella, si sgola a sua volta: la Destra e il Centro strillano, ululano, si dimenano come ossessi: la Sinistra è muta, stordita, quasi mortificata dalla sortita del suo Capitano; ma Garibaldi, con quella medesima ostinazione che sul campo di battaglia e quando più imperversa la bufera nemica lo faceva invincibile, ripete ancora con voce tonante: «Sì la guerra fratricida....» Talchè nuova e più fragorosa stroscia di proteste e di richiami; la Destra urla: All’ordine; la Sinistra ribatte: Libertà di parola; il tumulto è al colmo: «Molti Deputati (trascriviamo il Resoconto parlamentare) abbandonano i loro stalli.... rumori da tutte le parti della Camera. Il Presidente si copre il capo; gran numero di Deputati è sceso nell’emiciclo, dove si disputa vivamente. La seduta rimane sospesa per un quarto d’ora; cessata l’agitazione dolorosa, la seduta è ripresa alle ore 4 in profondo silenzio.»

La parola toccava novamente al Generale: il Presidente gliela dà coll’ammonizione che gliel’avrebbe tolta se avesse trascorso ancora; egli se la ripiglia imperturbato, come se nulla fosse accaduto e senza un motto, non che di scusa, di schiarimento o di spiegazione, continua il suo discorso. E per un po’ tutto pareva rimesso sulla buona via. Garibaldi leggendo più che parlando, dappoichè era evidente che una parte del discorso gli stava scritta davanti, continua a far la censura dei provvedimenti del Fanti: questi a difendersi, quegli a replicare: a primo aspetto sarebbesi detto che la calma era tornata, se una nube vagante su tutti i banchi dell’Assemblea non avesse avvertito che il nembo non era sciolto per anco e che poteva riscoppiare. E lo sentì per primo Nino Bixio, e fu allora che gli uscirono dall’anima grande, sfolgoranti come una spada, alternate di gemiti e di bestemmie, grido di eroe che combatte e angoscia di figlio che prega, le più potenti e ispirate parole che sian mai state proferite in un Parlamento italiano: «Io sorgo in nome della concordia e dell’Italia (Bravo, bravo). Quelli che mi conoscono, sanno che io appartengo sopra ad ogni cosa al mio paese.... (Segni d’approvazione). Io sono fra coloro che credono alla santità dei pensieri che hanno guidato il generale Garibaldi in Italia (bravo!); ma appartengo anche a quelli che hanno fede nel patriottismo del signor conte di Cavour (Applausi). Domando adunque che nel nome santo di Dio si faccia un’Italia al di sopra de’ partiti (Applausi vivissimi e prolungati dalla Camera e dalle tribune). Io faccio un discorso che non sarà del tutto parlamentare. Ma quanto agli uomini come il generale Garibaldi e come il conte di Cavour, debbo dire che c’è la disgrazia (e tutto al mondo non può andar bene) che si cacciano in mezzo un’infinità d’altri uomini che mettono la discordia (bene); questo non posso astenermi dal dirlo (Applausi). Ebbene, io ho una famiglia, e darei la mia famiglia e la mia persona il giorno che vedessi questi uomini e quelli che con il signor Rattazzi hanno diretto il movimento italiano stringersi la mano (Segni di approvazioni). Per l’amor di Dio non pensiamo che ad una cosa. Il paese nostro non è ancora abbastanza compatto, queste discussioni ci pregiudicano nell’opinione dell’estero. Il conte di Cavour è certamente un uomo generoso; la seduta d’oggi nella prima sua parte dev’essere dimenticata, è una disgrazia che sia succeduta, ma vuol essere cancellata dalla nostra mente. Ecco quello che io volevo dire (Applausi vivissimi e prolungati).»

Non poteva essere sordo al nobile appello il Conte; e rimossa da sè l’accusa d’esser stato nemico de’ Volontari, rammentando al Generale ch’egli primo aveva pensato ad istituirli chiamando lui a comandarli, dichiarò, fra gli applausi dell’Assemblea, che la prima parte di quella seduta tenevala per non avvenuta; opponevasi solo alla proposta del Generale per alte ragioni politiche, pel timore soprattutto che gli arruolamenti da lui voluti potessero essere interpretati come provocazione di guerra; ma quanto ai Volontari ripeteva le sue proteste di stima e simpatia, desiderando che quelle sue parole «fossero accolte dall’onorevole Generale e da’ suoi amici politici collo stesso sentimento di concordia e di schiettezza, colle quali egli le pronunciava a nome del Ministero.»

E Garibaldi, soggiunte alcune spiegazioni sui Cacciatori delle Alpi,[189] le accolse, restituendo al conte di Cavour tutte le sue cortesie, e dichiarandogli, cosa a ver dire nulla più che onesta, «che non aveva mai dubitato del suo patriottismo;» le accolse, conviene dirlo, anche meglio che con vacue parole, mutando radicalmente la sua prima proposta, tanto radicalmente che, mentre dianzi sollecitava il Ministero a ricostituire immediatamente l’esercito meridionale, ora lasciava al Ministero di «ordinare la chiamata dei Volontari quanto prima lo trovasse opportuno.» Era un gran pegno che la parte garibaldina dava alla concordia, e non era soverchia la lusinga che il Ministero l’avrebbe accettato. Ma il Ministero, o perchè si reputasse vincolato alla formola concordata col Ricasoli, o perchè gli paresse atto di buona politica il dimostrare che il Governo non aveva mestieri di venire a patti col suo popolare avversario, e che sentiva in sè tanta forza da resistergli e domarlo, ricusò ogni accordo ed ogni transazione.

La discussione pertanto riprese e continuò, ma non più intorno al tèma veramente interessante e disputabile della chiamata immediata o differita de’ Volontari, poichè oramai di questo anche la proposta di Garibaldi lasciava la balía al Ministero; ma sul misero punto se quei «quadri» che eran disegnati sulla carta si avessero a tenere per effettivi, e quegli ufficiali che il decreto dell’11 aprile aveva posti in disponibilità, dovessero essere chiamati, dopo uno scrutinio, in attività di servizio. Epperò s’intende che ridotta a siffatti termini la questione poteva bensì appassionare ancora i partiti, e dar di quando in quando occasione a sottili argomentazioni od a vivaci scaramucce; ma non poteva più interessare Garibaldi. Non era quello ch’egli chiedeva: non era per lo stipendio o la carriera di alcune centinaia di ufficiali ch’ei s’era mosso, e tutto quanto si veniva dicendo di sofistico o di generoso, di propizio o d’avverso intorno a quell’argomento non lo toccava più. Invano il conte di Cavour, nuovamente da lui interpellato, gli promette di prendere in maturo esame la sua proposta circa la Guardia mobile; invano gli soggiunge che alla prima seria minaccia di guerra chiamerebbe i Volontari e ne darebbe a lui il comando; Garibaldi oramai non vuole più ascoltare che una sola parola: armamento generale della nazione, chiamata subita dei Volontari; e poichè il Conte quella parola non poteva o non voleva proferirla, il dissidio, fino a quel momento contenuto e dissimulato fra le ambiguità e le cortesie reciproche, irrompe in tutta la sua violenza.

Non appena infatti il Presidente del Consiglio ebbe cessato di parlare, che il Generale s’alza di nuovo e fra lo stupore, lo sbalordimento anzi di tutta la Camera, non eccettuati gli stessi suoi amici, dichiara che tutto quanto gli era venuto dicendo sino allora il conte di Cavour lo ha pienamente insoddisfatto; che per sola condiscendenza a’ suoi amici egli aveva consentito a «modificare in senso malva,» parole sue, il suo Ordine del giorno; ma che oramai essendo anche questo repudiato dal Governo, egli pure tornava al suo antico programma, l’unico in cui avesse fede: armamento generale della nazione e guerra immediata; conchiudendo alla fine che non essendo soddisfatto nè dell’Ordine del giorno Ricasoli nè del proprio, non ne avrebbe votato alcuno e sarebbesi astenuto.

E Garibaldi dal suo punto di veduta era logico: il solo veramente logico fra tutta la Sinistra: l’unico che vedesse la questione dell’armamento nazionale dalla sua vera altezza; l’unico che contrapponesse alla politica del conte di Cavour un’altra politica, errata forse, temeraria certo, ma lucida e grande.

Pochi istanti dopo 194 sì approvarono la proposta ministeriale, 92 no la respinsero; il Ministero avea stravinto, il volgo misto dei fatui e dei piacentieri poteva menare il trionfo; ma chi avesse bene esaminati i frutti di quella vittoria, sarebbesi prestamente accorto che eran «stecchi con tosco.» La questione dei Volontari era insoluta più che mai; poichè una mostra di quadri senza soldati e senza ufficiali non era una soluzione. L’irritazione della Sinistra garibaldina era cresciuta, perchè aveva veduto respinte tutte le sue più oneste e conciliative proposte. Sulla conciliazione di Garibaldi non potevasi più contare, perchè ormai egli era nella condizione del vinto, a cui fu negato quartiere. La concordia infine, quella concordia che era stata eretta in Parlamento come la Divinità tutelare della Patria, a cui ogni oratore s’era creduto in obbligo di sciogliere un inno e di bruciare un grano d’incenso, era caduta fragorosamente dal suo provvisorio piedistallo, aprendo fra i contendenti un nuovo e più profondo solco di discordia.

VI.

E ne apparvero tosto i certissimi segni. Il 21 aprile, non dileguata peranco l’eco della recente battaglia parlamentare, il generale Cialdini, tradito, conviene pensarlo, dalla più infelice ispirazione della sua vita, arrogatosi a un tratto l’ufficio di vindice e campione dell’esercito, del Parlamento, del Re e dell’Italia, indirizzava, sui giornali, al generale Garibaldi questa inaspettatissima lettera: «Voi non siete, dicevagli, l’uomo che io credeva, nè il Garibaldi che ho amato. Voi osate mettervi a paro del Re, parlandone coll’affettata famigliarità d’un camerata; al di sopra del Governo, dicendone traditori i Ministri; al di sopra del Parlamento, vituperandone i rappresentanti; al di sopra degli usi parlamentari, presentandovi alla Camera in un costume strano e teatrale; al di sopra infine di tutto il paese, che vorreste sospingere dove e come meglio v’aggrada. Collo sparire dell’incanto è scomparso l’affetto che a voi mi legava. Voi operaste grandi cose; ma il merito di aver liberato l’Italia meridionale non spetta a voi solo. Voi eravate sul Volturno in pessime condizioni, quando noi arrivammo. Capua, Gaeta, Messina, Civitella non caddero per opera vostra e cinquantaseimila Borbonici furono battuti, dispersi, fatti prigionieri da noi, non da voi. È dunque inesatto che il Regno sia stato liberato dalle armi vostre. Voi ordinaste al colonnello Tripoti di ricevere i Piemontesi a fucilate: voi dunque provocatore vero della guerra civile; ma io, nemico d’ogni tirannia o rossa o nera, saprò combattere anche la vostra.»

Se il generale Cialdini agisse soltanto di suo capo o sospinto dalle suggestioni di nascosti e zelanti consiglieri, fu disputato, ma non potè esser chiarito.[190] Certo non è presumibile che un Generale dell’esercito ardisse scrivere ed inviare un simile cartello di sfida, se in qualche modo non l’affidava il consenso o la tolleranza tacita del Governo, o per lo meno della podestà militare a lui immediatamente superiore. Guai pertanto se l’altro Generale raccoglieva il guanto collo stesso sentimento, con cui eragli stato gittato. Uno scontro fra i due soldati avrebbe potuto dirsi il minor danno; il pericolo grande era che dietro i capitani si movessero i gregari, che da un duello ne rampollassero mille, che il mattino del nostro risorgimento fosse funestato dallo scandalo dei pronunciamenti e dal sangue della guerra cittadina.

Fortunatamente però il più rozzo fu il più saggio, e Garibaldi, guidato soltanto da’ suoi generosi istinti e dal suo profondo amore patrio, trovò tale una risposta, che attutì tutte le ire e soffocò nel nascere la lite:

«Anch’io, Generale, fui vostro amico ed ammiratore delle vostre gesta. Oggi sarò ciò che voi volete, non volendo scendere certamente a giustificarmi di quanto voi accennate, nella vostra lettera, d’indecoroso per parte mia verso il Re e verso l’esercito: forte in tutto ciò, della mia coscienza di soldato e di cittadino italiano.

»Circa alla foggia mia di vestire, io la porterò sinchè mi si dica che non sono più in un libero paese, ove ciascuno va vestito come crede.

»Le parole al colonnello Tripoti mi vengono nuove. Io non conosco altro ordine che quello da me dato: — Di ricevere i soldati italiani dell’esercito del Settentrione come fratelli; — mentre si sapeva che questo esercito veniva per combattere la rivoluzione personificata in Garibaldi. (Parole, di Farini a Napoleone III.)

»Come deputatolo credo avere esposto alla Camera una piccolissima parte dei torti ricevuti dall’esercito meridionale dal Ministero, e credo di averne il diritto.

»L’armata italiana troverà nelle sue file un soldato di più, quando si tratti di combattere i nemici d’Italia — e ciò non vi giungerà nuovo.

»Altro che possiate aver udito di me verso l’armata sono calunnie.

»Noi eravamo sul Volturno al vespero della più splendida vittoria nostra, ottenuta nell’Italia del Mezzogiorno prima, del vostro arrivo, e tutt’altro che in pessime condizioni.

»Da quanto so, l’armata ha applaudito alle libere parole e moderate d’un milite Deputato, per cui l’onore italiano è stato un culto di tutta la sua vita.

»Se poi qualcheduno si trova offeso dal mio modo di procedere, io parlando in nome di me solo, e delle mie parole sono garante, aspetto tranquillo che mi si chieda soddisfazione delle stesse. — Torino, 22 aprile 1861.»

La nobile lettera apriva essa stessa la via alla conciliazione; e onesti amici d’ambe le parti, il Fabrizi, il Pallavicino, il Depretis, s’interposero per affrettarla. Il Re stesso, già fin dalle prime conturbato dal doloroso dissidio, volle intervenire coll’alta sua influenza; nè solo per conciliare i due Generali; ma, ciò che più importava, i capi delle due parti, la mente e il braccio della sua politica, Cavour e Garibaldi.

E la regia volontà fu obbedita: alle 7 pomeridiane del 23 aprile, i due avversari, invitati a convegno dal Re, venivano in presenza sua a franche spiegazioni ed aperta conciliazione;[191] e poco dopo i due Generali abbracciaronsi fraternamente nel palazzo Pallavicino.

L’autore di queste pagine, però, scrivendo a quei giorni in un autorevole diario, e desiderando di dare a’ suoi lettori, intorno alla riconciliazione di Cavour con Garibaldi, più sicure e circostanziate notizie, scrisse al Generale stesso, pregandolo, per solo interesse della storia, a volergliele fornire. E il Generale gli rispose da Majatico, villa del Pallavicino, questa lettera, la quale, come si vedrà, dava un suono assai diverso dai cantici di pace, che la troppo credula speranza aveva già fatto intonare:

«Majatico, 29 aprile 1861.

»Caro Guerzoni,

»Io non ho stretto la mano di Cavour, nè cercato riconciliazioni. Ho bensì consentito ad un abboccamento, i cui risultati sono stati da parte mia: — Armamento e giustizia all’esercito meridionale. Se così riesce — io porgerò la piccolissima opera mia all’opera del Conte. — Diversamente io seguirò il sentiero che ci siam tracciato da tanto tempo — per il bene della causa nazionale — anche contro la volontà di chicchessia.

»Trecchi, che servì d’intermediario alla conferenza, s’incarica di far tacere le millanterie dei ministeriali. — Vedremo — in ogni modo non si deve pubblicare nulla di mio per ora. — In caso poi — cosa molto probabile — che non si ottenga nulla, e che quei signori continuino a gracchiare, allora ripiglieremo il tralasciato.

»Ho incaricato il generale Medici d’un mio programma sull’occorrente.

»Mi resta a ringraziarvi.

»Vostro »G. Garibaldi.»

La qual lettera dimostra all’evidenza tre cose: che tutto quel discorrere e scrivere e affannarsi d’amici, di avversi, di Ministri, di Deputati, di Re, per indurre l’eroe a modificare in qualche parte soltanto il suo pensiero, era stato fiato e tempo sprecato; che il dissidio del Generale col Conte non aveva radice in alcun rancore personale, ma in ragioni politiche, che soltanto il mutuo pegno delle opere poteva conciliare; che infine Garibaldi scese la reggia di Vittorio Emanuele, mormorando ancora il se no, no del primo suo Maestro, e covando, forse inconsciamente, in cuore il germe di Sarnico e d’Aspromonte.

VII.

Il 1º maggio Garibaldi era già tornato a Caprera: il 6 giugno moriva il conte di Cavour. L’Italia aveva perduto il suo grand’uomo di Stato; la libertà, uno de’ suoi più devoti amici; la dinastia di Savoia, uno de’ suoi più validi sostegni; la rivoluzione, uno de’ suoi più abili moderatori, e (stupiscano pure i superficiali, chi pensa sarà con noi) Garibaldi stesso, il migliore de’ suoi interpreti ed alleati. Si narrò[192] che il nobile Conte nell’uscire, la sera del 20 aprile, dalla Camera dei Deputati, vibrante tuttora delle emozioni provate in quelle tre memorabili giornate, al La Farina che lo abbordava scalmanato: «Eppure, dicesse, eppure se venisse il momento della guerra, prenderei sotto il mio braccio il generale Garibaldi e gli direi: andiamo a vedere che cosa si dice dentro Verona.» Queste parole parlan meglio d’ogni documento. Lo Statista aveva capito l’Eroe; egli era penetrato nel più intimo segreto della sua anima e ne teneva le chiavi. Cavour vivo, molte pagine della storia d’Italia sarebbero state diverse, e quelle della vita di Garibaldi del pari. Cavour vivo, la guerra dell’indipendenza non sarebbesi protratta di cinque anni (la gran trama rivoluzionaria a cui lavorava lo dimostra), e Sarnico ed Aspromonte non sarebbero accaduti. Cavour vivo, il valore vero di Garibaldi sarebbe stato più utilmente e più degnamente estimato; non sarebbe stato inviato, come nel 1866, a dar di cozzo contro le rupi trentine; e se al governo della flotta, avrebbe signoreggiato l’Adriatico; se a capo d’un esercito di Volontari, avrebbe preceduto o fiancheggiato il regolare e forse risparmiate all’Italia Lissa e Custoza. Vivo Cavour, finalmente, Garibaldi non avrebbe più trovato nelle contraddizioni e nelle ambagi di Governi fiacchi, presi dal prurito malaticcio delle grandi gesta, un incoraggiamento e quasi una ragione a mettersi sulla via della ribellione: la gagliarda e prestigiosa mano del grande Ministro l’avrebbe saputo a tempo blandire e frenare, a tempo lanciare e trattenere, e nessuno può affermare, ma nemmen negare, che un giorno la mente soggiogando il cuore, il cuore infiammando la mente, Cavour e Garibaldi si modificassero a vicenda, e l’uno finisse più rivoluzionario, l’altro più moderato: legge naturale di selezione e d’evoluzione.

Garibaldi frattanto era tornato alle sue consuete abitudini, e in tutto quel 1861 non vi furono di notevoli nella sua vita che questi due episodi. Ai primi di luglio corse pei giornali la voce d’un attentato alla vita del Generale. Dicevasi che quattro mercenari, prezzolati da una segreta congrega reazionaria annidata in una città di confine,[193] eran partiti per Caprera onde compiere il reo disegno; che il Generale, avvertito del pericolo, l’aveva, come altra volta,[194] disprezzato; che i famigliari di lui non solo, ma tutta la popolazione di Maddalena era nella più grande ansietà; che il Governo, già istruito della trama da alcuni complici pentiti, aveva già posto la Caprera sotto la più stretta sorveglianza ed altri particolari.

E forse si esagerava; ma tutto non era favola, come attesta questa lettera di C. Augusto Vecchi, che appunto a que’ giorni era ospite del Generale nell’Isola:

«Caprera, 8 agosto 1861.

»Ieri sera vennero qui tre cavalleggieri. Avevano avuto sentore che due uomini di male affare erano sbarcati in Caprera. Noi la credemmo un’ubbía. Essi si licenziarono e noi andammo a cena. Stagnati ed io passeggiammo fumando su e giù pel piazzale sino alle undici, e poi andammo a coricarci. Verso le tre udii i cani abbaiare ed escire a starno dal chiuso. Poco dopo mi addormentai.

»Alle cinque era in piedi. E vidi i gendarmi, i quali narravano l’accaduto nella notte. Quando noi andammo a cena, essi si ridussero sugli scogli che prospettano sull’alto il nostro piazzale e vi si adagiarono a distanza determinata. Alle tre udirono rumore di passi, e nelle tenebre videro due uomini passare parallelamente ai loro posti ad un tiro di pistola. Il Maresciallo esclamò: — Chi va là? — Fu risposto con un’archibugiata.

»Allora i tre trassero loro addosso e discostandosi, il Maresciallo replicò: — Fermi in nome del Re. — Una voce gli ingiuriò con un’oscena parola. I gendarmi scaricarono di nuovo il moschetto ed udirono uno dei ribaldi gridare: — Madonna! — Ed ambedue a gambe, a precipizio. Accorsi dov’erano i tristi, trovarono le loro palle confitte sullo scoglio; sopra il granito, tre stampi di una mano insanguinata; per la terra, una breve gora di sangue; e più in giù tracce sanguigne sulla via percorsa: un fazzoletto di cotone macchiato di sangue ed un fiaschetto di corno con polvere dentro.

»I Sardi feriti guaiscono: — Gesù, Maria, Giuseppe! — Dunque i gendarmi argomentarono, quei due non essere banditi dell’Isola, ma assassini venuti di fuori.

»Poichè il Generale ebbe preso il suo bagno a vapore, lo avvertirono dell’accaduto. Ed egli, colla solita indifferenza, disse d’aver veduto dalla sua finestra, ieri, prima di passeggiare con me, due uomini ignoti passar su per gli scogli. Parlò coi gendarmi e cercò di persuaderli del malinteso, onde non allarmassero la popolazione della Maddalena. Poi andò col Carpeneti a visitare una vignetta lontana.

»Ma i cavalleggieri col loro rapporto alle Autorità hanno impensierito il paese. Le esagerazioni si accrescevano sulle bocche del popolo. Le donne urlavano dalle finestre che era stato ucciso il loro Generale. E tutti all’accorrere sul porto e gettarsi nelle barche. Le donne si fermarono alla Moneta. Le Autorità — meno la ecclesiastica — i gendarmi, i bersaglieri marittimi, i doganieri, i cittadini di ogni classe — persino i ragazzi — sbarcarono in armi a Caprera e accorsero sul piazzale. Mi parve lo spianato del palazzo di Caserta, quando noi avevamo l’onore di proteggervi l’unità della patria. Le squadre partirono per la via del monte, per la parte opposta. E tutti avevano nel cuore una sola idea — far salva la più nobile e la più necessaria esistenza all’Italia.

»Due golette governative facevano intanto il giro dell’Isola. Una di esse disse d’aver visto una barca staccarsi a pieno vento dall’isola del Giglio colla prua vòlta a Capo Ferro. Si sono spediti ordini per indagare chi fossero gli individui che ne sbarcassero.

»Nè più. — Vi ho scritto, perchè si sappia il vero di ciò che è avvenuto.

»C. Augusto Vecchi.[195]»

La minaccia infatti non si rinnovò; ma scampato da un pericolo, ecco invitarlo un altro cimento, perpetua sua vicenda. Ardeva fra gli Stati Uniti del Nord e del Sud la guerra così detta di secessione, e il presidente Lincoln, o fosse grande fiducia nel prestigio oramai mondiale del Liberatore di Sicilia, o fosse penuria, in quell’improvviso irrompere della rivolta, di buoni e reputati Generali (gli allievi di West-Point eran pochi, la più parte secessionisti; e i Grant, i Sherman, i Sheridan non s’eran rivelati ancora), fece chiedere a Garibaldi per mezzo del Console della Federazione a Bruxelles se avrebbe accettato il comando in capo dell’esercito federale. Nessuna offerta poteva riuscire più geniale e lusinghiera all’eroe: aggiungere alla gloria d’una vita spesa ne’ due emisferi per la libertà de’ suoi fratelli di razza, quella di capitanare a nome d’una grande Repubblica la guerra d’emancipazione dei Negri, voto della sua giovinezza, onore del suo secolo, era tale tentazione da vincere ogni modestia e tal premio da compensare ogni pericolo.

Pure gradì, ma non accettò tosto l’invito. Pensoso più d’Italia che di sè stesso, non sapeva risolversi ad abbandonarla alla vigilia forse di quella nuova riscossa da lui tanto invocata, e frattanto temporeggiava, ponendo condizioni che erano clausole dilatorie; consultando il Governo, che gli faceva dire: «Andasse pure, non aver per ora alcun bisogno di lui;[196]» interrogando gli amici più divisi e perplessi di lui e incapaci d’un concorde consiglio.

Prevaleva tuttavia anco fra i principali, il partito dell’accettazione, non tanto per gli onori e gli allori che la bella avventura prometteva, così al Capitano come a’ suoi seguaci, quanto perchè, parendo a tutti lontana la possibilità d’una guerra in Italia, conveniva assai meglio alla stessa fama dell’eroe ch’egli traversasse quel periodo di tregua forzata, tra le lotte d’una vasta e gloriosa palestra anzichè nell’angusta arena delle fazioni nazionali, o nell’ozio increscioso e nella solitudine amareggiata di un’isola deserta.

Se non che al divulgarsi della nuova anche il paese cominciò a commuoversene; gli avversi alla partenza si fecero essi medesimi istigatori o consiglieri di manifestazioni popolari: a Napoli si andava sottoscrivendo un indirizzo al Generale che lo scongiurava a non abbandonare l’Italia, ed a recarsi nel Mezzogiorno a sanare le piaghe che il Governo di Torino vi aveva riaperte; talchè egli, incapace di distinguere, in quelle dimostrazioni, la parte artificiale dalla sincera, e credendo di udire in quelle voci la voce della patria stessa, finì col dichiarare al Console americano d’esser dolente di non poter aderire all’invito, soggiungendo «che dubitare del trionfo della causa dell’Unione non poteva; ma che, se per mala sorte la guerra dovesse continuare, egli avrebbe vinto tutti gli ostacoli per affrettarsi alla difesa d’un popolo che gli era tanto caro.[197]»

E la guerra durò ancora quattro anni e l’invito fu ripetuto, ma Garibaldi, anche volendo, non avrebbe più potuto accettarlo: un ostacolo ch’egli non avrebbe mai potuto prevedere, ma più forte d’ogni volontà, gliel’avrebbe vietato: la palla d’Aspromonte.

VIII.

In sullo scorcio di febbraio il senatore Giacomo Plezza, presi seco il suo schioppo ed i suoi cani da caccia, s’imbarcava per Caprera. E che unico scopo della sua gita fosse una partita alle pernici ed alle beccaccie, i giornali spacciarono e il pubblico credette. Ma non appena il Senatore fu nell’Isola, svela a Garibaldi l’arnese da caccia non essere che una maschera; mandarlo in segreto il barone Ricasoli (primo successore del conte di Cavour) onde assicurarlo in suo nome che il Governo non aveva rallentato, nè rallenterebbe un istante dagli apparecchi dell’impresa nazionale; affrettarne anzi, ma non esserne ancora maturata l’opportunità; pregar quindi il Generale a non voler con moti intempestivi guastare l’opera bene avviata; giunta l’ora, sarebbe fra i primi avvertito; tenesse frattanto come pegno dei buoni intendimenti del Governo l’imminente apertura dei Tiri a segno nazionali e l’invito che gli faceva per mezzo suo di venire sul continente a presiederne l’inaugurazione e a diffonderne l’istituzione.

Che il Plezza abbia tradotto esattamente, oppure no, il pensiero del suo mandante; che a lui sia stato commesso soltanto di invitare il Generale «a rimanersi tranquillo in aspettazione dell’opportunità;[198]» che quell’idea di trastullare l’irrequieto Capitano con quella distrazione dei Bersagli sia stata suggerita prima dal Plezza, e dal Ricasoli soltanto assentita, tutto ciò poco monta; il fatto è che Garibaldi aveva il diritto di credersi invitato da un’ambasciata del Governo, e poichè quell’invito s’accordava coi mille che da ogni parte i suoi amici gli inviavano, e colle sue più segrete speranze e vivaci impazienze, così l’accettò tosto, e il 2 marzo in compagnia del Plezza medesimo sbarcava improvviso, come al solito, in Genova.

Se non che tre giorni dopo il Ministero Ricasoli non era più. Meglio ancora dell’aperta ostilità degli avversari l’avevan ucciso la tolleranza ostentata, e la malcelata freddezza de’ suoi amici. Certi suoi atteggiamenti più altezzosi che fieri verso Napoleone III ed i suoi Ministri, ond’era venuto in fama di poco devoto e poco gradito all’imperiale protettore; certe sue professioni di fede liberalesca, più mistiche a ver dire che pratiche, ma ad orecchio moderato troppo puritane; la stessa rigidezza baronale colla quale soleva trattare uomini e cose, l’avevano da lungo tempo indebolito nel favore della sua parte; ma quando gli fu chiesto, quasi per metterlo alla prova, di sciogliere i garibaldini Comitati di provvedimento, ed egli in nome della libertà d’associazione, mallevata dallo Statuto, sdegnosamente rifiutò, fu evidente, nonostante l’ombra d’uno stentato voto di fiducia, che ogni consenso d’idee e di affetti fra lui e la Destra era rotto, e che altro non gli restava che deporre il governo. E così fece; e poichè il Rattazzi ne febbricitava di voglia da più mesi, e il Re lo prediligeva, e i Centri lo invocavano, e la Sinistra prometteva tollerarlo, e la Destra doveva subirlo, così egli ne fu il naturale successore; senz’altro contrasto che de’ più arrabbiati delle varie consorterie moderate, le quali non avendo saputo fino allora nè combattere con lealtà, nè sostenere con franchezza il Ricasoli, si lagnavano ora ch’egli cadesse in un punto ed in un modo da lasciarne l’eredità al loro più aborrito avversario.

All’udire pertanto questa nuova, anche Garibaldi s’allietò. Egli non conosceva il Deputato d’Alessandria che di nome, e non era certo in grado di giudicare della sua politica, molto meno di distinguere quella sottile linea che appena lo discerneva dai moderati; ma da ogni parte glielo dipingevano per vecchio avversario del conte di Cavour, diletto a Vittorio Emanuele, beneviso a gran parte della Sinistra, democratico d’origine e di costumi; e ciò bastava perchè egli si felicitasse del cambio e si illudesse di trovare in lui un alleato più compiacente e più maneggevole. Nè alcuno si curò, a quel che parve, di trarlo d’illusione; chè ridottosi il Generale a Torino e ristrettosi a intimo colloquio, prima col Re, poi col Rattazzi medesimo, partì da entrambi quasi entusiasta, a tutti magnificando le idee del nuovo Ministro, esortando i suoi amici a sostenerlo, ripromettendosi di compiere con lui le più grandi cose. E fino a qual punto fossero arrivate da un lato le promesse o le lusinghe del Presidente del Consiglio, e dall’altro la bonomia o la credulità del Generale, sarà difficile il documentare; certo da quel giorno si diffuse la voce che in quei colloqui fossero stati fermati importantissimi disegni; che Ministero e Garibaldi agissero ormai d’accordo; e che l’Italia fosse alla vigilia di grandi avvenimenti.[199]

IX.

Ma intanto che questi avvenimenti, più o meno probabili, maturavano, Garibaldi era chiamato a Genova da un’altra cura. Le antiche discordie della parte rivoluzionaria erano rinate. Essa pure era da molto tempo partita in due fazioni, o frazioni che vogliansi dire, l’una procedente più direttamente da Mazzini, che accettava condizionatamente la Monarchia, rimetteva bensì al tempo, ma non nascondeva il suo ideale repubblicano, teorizzava il diritto dell’iniziativa privata, predicava l’azione immediata e continua, poneva al Governo il dilemma: lasciarla fare e seguirla, o cadere; l’altra, capitanata più visibilmente da Garibaldi, che pur avendo con la prima molti punti di somiglianza, pure ne dissomigliava in tre essenzialissimi: era schiettamente monarchica; credeva, senza dottrineggiare della sua legittimità, alla utilità dell’iniziativa rivoluzionaria e alla potenza della guerra popolare; serbavasi ferma tuttavia a non staccarsi dal Governo, pronta anche, se egli precedeva, a marciare dietro a lui; infaticabile solo a sospingerlo se indugiava; ma, fino al giorno in cui discorriamo, aliena pur sempre dal disconoscerlo ed esautorarlo. Ora, com’è ben naturale, ciascuna di queste due frazioni aveva la sua speciale organizzazione; e come la garibaldina era disciplinata, e quasi militarmente instrutta nei Comitati di Provvedimento, così la mazziniana per opera principalissima dell’infaticabile Bertani (che nel Bellazzi, già suo creato ed ora segretario de’ Comitati, trovava un fomite di più alle sue antipatie) era venuta prendendo nome e persona in tante Associazioni unitarie, che a primo aspetto si sarebbero dette un plagio e un pleonasmo dei Comitati, che in realtà ne differivano per quei punti che abbiamo posti in rilievo, e coi quali combatteva da parecchi mesi una sorda guerra fraterna, immagine riprodotta per mille membra della suprema discordia de’ capi.

Parve quindi urgente ai principali delle due parti che il periglioso dissidio cessasse; e cercandone il modo, nessun migliore espediente seppero immaginare che un’Adunanza generale, quasi un Concilio ecumenico, di tutti i rappresentanti dei Comitati e delle Associazioni auspice da Londra l’Apostolo del pensiero, da Caprera il Pontefice dell’azione.

Convocata infatti da Garibaldi stesso, l’Assemblea si raccolse in Genova nel teatro Paganini il 9 di marzo. Eran presenti tutti i caporioni e caporali della democrazia, non meno di quattrocento persone; presiedeva Garibaldi per ciò appunto venuto da Torino; il quale, dopo aver nell’usato stile, scongiurato per la concordia, additato nuovamente Roma e Venezia, riaffermata la necessità di formare il fascio, o com’egli diceva, «il fascio romano di tutte le forze,» aperse la discussione, quanto dire tutte le cataratte della patriottica eloquenza. Pure fu notabile che in un’adunata d’uomini sì diversi, nessuno esorbitò. Parve anzi che l’Assemblea ci mettesse una tal quale ostentazione ad imitare l’ordine e la gravità dei dibattimenti parlamentari, sicchè fra il dispetto e l’ironia fu battezzata di secondo Parlamento. E d’un Parlamento ebbe, a dir vero, tutto l’aspetto e tutta la solennità, tanto che se fu doveroso che il Governo la rispettasse, perocchè così l’impedirla come il discioglierla sarebbe stato del pari illegittimo, certamente fu molto significativo che un’Assemblea di quattrocento persone, non munite d’alcun mandato legale, assegnasse termini alla pace ed alla guerra; accettasse e respingesse alleanze; passasse in rassegna armi ed armati; facesse e rifacesse l’Italia, e il Governo fosse costretto a restare inerte spettatore di tutto ciò, quasi in sembianza di tacito complice.

Per ventura però le deliberazioni furono meno paurose delle discussioni. I Comitati di Provvedimento si fusero colle Associazioni unitarie in un nuovo sodalizio che prese nome di Società Emancipatrice; un Comitato di ventiquattro membri, cibreo di tutte le tinte, fu eletto a rappresentarla; si auspicò al fausto connubio; si inneggiò a Roma e Venezia; si indusse Garibaldi ad invocare come pegno della restaurata concordia il richiamo di Mazzini, e tutto passò come iride, lasciando i nembi di prima.

X.

Ma il Governo era impegnato a concedere ben più. Reduce Garibaldi a Torino, Rattazzi perfezionando il disegno del Barone Ricasoli gli commette la direzione dei Tiri a bersaglio, colla balla di girare Italia per propagarne l’effettuazione: poco dopo gli consente la istituzione di due battaglioni di Carabinieri mobili comandati da suo figlio Menotti;[200] apparentemente destinati a combattere il brigantaggio nel Mezzogiorno, ma presti, occorrendo, per altre imprese; infine, complotto trapelato soltanto più tardi, ma non men vero, gli promette un milione di lire per provvedere all’armamento d’una spedizione in Grecia, insorta allora contro il re Ottone, e che Garibaldi aveva promesso soccorrere[201] se non gli si apriva altra via in Italia.

Così il Dittatore cacciato da Napoli pareva risorgere a Torino. Si invocava il suo consiglio, si ambiva il suo aggradimento, si interpretavano i suoi discorsi come responsi d’oracolo. Ospite del senatore Plezza, la sua casa pareva un ministero; una processione perpetua di Garibaldini, di patriotti, di Ministri, di Deputati d’ogni colore, di ammiratori e sollecitatori d’ogni fatta, passava e ripassava a visitarlo, a onorarlo, a consultarlo. I principi reali di Savoia lo convitavano alla loro mensa quasi ingloriando dell’onore; finalmente l’ultima settimana di marzo scortato dai figli e da numeroso corteo di luogotenenti e di commilitoni, sopra treni appositi, in carrozze separate, a spese dello Stato, s’incamminava alla volta di Lombardia. Per contrapposto in quei medesimi giorni Vittorio Emanuele moveva colla Corte e coi Ministri a visitare per la seconda volta il Mezzogiorno; ma la cronaca narrò che il viaggio del mozzo nizzardo fu più trionfale.

I Sindaci gli muovono incontro, i Municipi lo albergano a loro spese, i Prefetti lo banchettano, il clero lo ossequia, l’esercito lo acclama, le Guardie nazionali gli presentano l’armi, i Garibaldini in camicia rossa montano la guardia alla sua porta, le donne lo corteggiano, lo abbracciano, lo baciano, ne portan via per reliquia i capelli e le vesti, gli offrono in dono le gemme ed i figli: infine dovunque arriva una turba immensa di popolo lo attende impavido alla pioggia ed al sole, monta sui tetti e sugli alberi per vederlo, si precipita, appena lo scorge, intorno a lui, lo avviluppa, lo serra, lo trasporta, lo tien prigione del suo affetto e del suo delirio, lo spia in ogni atto, lo segue in ogni passo, assedia da mane a sera gli approcci della sua casa, lo chiama e richiama al balcone, lo fa parlare e lo apostrofa, gli promette tutto quello ch’egli domanda, gli grida ad ogni istante: «Roma e Venezia;» a cui il Generale risponde quasi invariabilmente: «Sì, Roma e Venezia son nostre, e se saremo forti, le avremo.»

A Milano, murato da un serraglio vivente, non gli basta un’ora per arrivare dalla Stazione all’albergo: dalla terrazza della Ville saluta «il popolo delle cinque giornate capace di venticinque,» raccomanda la carabina; promette al solito Roma e Venezia. Inaugurando con pompa solenne il bersaglio provinciale, spara egli il primo colpo, che i giornali trovano stupendo. Dovendosi distribuire le medaglie commemoratrici delle ultime campagne, ne è commesso l’ufficio a lui, e molti, pigliando le medaglie da quella mano, piangon di gioia e tentano baciarla. Il Sindaco lo arringa; le Guardie nazionali e le Associazioni operaie gli sfilan davanti a bandiere spiegate; i membri dell’Istituto Lombardo s’affrettano a visitarlo; il prefetto Pasolini lo invita a pranzo, e all’udire il racconto delle sue gesta esclama: «Questa sera divento garibaldino anch’io.[202]» Manzoni infine, visitato per omaggio dall’eroe, dice: «Sono io che devo prestar omaggio a voi: io che mi trovo ben piccolo dinanzi all’ultimo dei Mille, e più ancora dinanzi al loro Duce, che ha redento tanta parte d’Italia e nel modo migliore, offrendola a Vittorio Emanuele;» e avendogli il Generale nell’accommiatarsi fatto presente d’un mazzettino di viole, «lo conserverò, esclama il Poeta, lo conserverò in memoria d’uno de’ giorni più belli della mia vita!»

A Monza, a Como, a Lodi gli stessi deliramenti; a Parma, presiedendo un Comizio d’operai al teatro San Giovanni, molte voci gli gridano: «Viva Mazzini, ed egli replica: «Viva Vittorio Emanuele.[203]» A Casalmaggiore bandisce la «Religione della santa Carabina.» A Cremona è una epifania di donne, di ufficiali dell’esercito, di preti: monsignor Vescovo Novasconi, malato, si leva di letto per ricevere la sua visita: il clero gli manda una deputazione e pende dal suo labbro, come da un nuovo Messia: dodici donne, madri, spose, figlie di morti per la patria, gli presentano un indirizzo firmato da un migliaio di signore e popolane cremonesi, nel quale promettono «che al nuovo appello del Capitano dei Mille esse ridaranno ai loro uomini il brando che spezzerà per sempre le catene delle loro sorelle ancora schiave.» Era un’ebbrezza che dava il capogiro alle teste più salde e non sarà meraviglia se tra poco ne sarà preso lo stesso Garibaldi. Perocchè respirare tanto tempo in un’atmosfera sì infocata e non esserne infiammato; sentirsi per quindici giorni intronati gli orecchi dalle parole di «Roma e Venezia» e non crederle sincere; vedersi portato in trionfo, udirsi glorificato e quasi incielato da un popolo intero e non credersene il Dittatore; sapersi segretamente spalleggiato dallo stesso Governo e non supporlo consenziente e complice, poteva essere saggezza non difficile alla fredda mente d’un filosofo e d’un uomo di Stato; ma all’anima ribollente d’un eroe diventava virtù pressochè impossibile. Garibaldi sta per commettere i due più grandi errori della sua vita; ma quando pure non bastasse a riscattarli la nobile prepotenza dell’amor patrio, starebbero sempre a loro scusa questi tre argomenti: la imprevidente e ambidestra condotta del Governo, che pur di godere un riflesso della popolarità del Generale gli aveva sacrificato una parte della propria autorità; la obbedienza passiva dei di lui amici e commilitoni che tenendosi vincolati da una specie di giuramento militare non seppero nè parlargli con verità, nè resistergli con fermezza; finalmente la spensierata e quasi fanatica apoteosi che i Lombardi prima, i Siculi poi, fecero d’un uomo che pure s’atteggiava ad arbitro della nazione e li invitava a seguirlo in una avventura che aveva tutte le apparenze d’una follia e d’una ribellione.

A ciascuno la sua responsabilità. Per aver il diritto di dire tutta la verità ai grandi bisogna prima saperla dire ai popoli. Sarnico ed Aspromonte li fecero in gran parte anche gli Italiani. Stia pure a loro discolpa che il magico Capitano li stregò col suo fascino; il Governo li confuse colle sue ambagi; la parte rivoluzionaria li sorprese colle sue audacie; non è men vero che se Garibaldi non avesse trovato fin dai primi passi tanto incoraggiamento d’applausi, di promesse e di offerte, non avrebbe mai potuto pensare, nonchè avviare, le due temerarie imprese a cui nel 1862 s’accinse. Gl’Italiani gli urlavano: «A Venezia,» ed egli, seguendo la sua natura, rispondeva: «Andiamo.» Essi gli giuravano sulla spada e sulla croce, nelle piazze e nelle chiese: «Roma o morte;» ed egli li invitava a confermare i giuramenti coi fatti; essi continuarono per un mese a rappresentare sotto i suoi occhi la commedia dell’eroismo disperato e del patriottismo indomabile; ed egli, ignorando quanto di rettorico, di melodrammatico e di carnevalesco s’ascondesse ancora, per antica legge ereditaria, nelle vene de’ suoi concittadini, egli, l’eroe dabbene e sincero, li prese sul serio e scontò la pena per tutti.

XI.

La storia di Sarnico è breve. Garibaldi, visitate ancora Brescia, Castelgoffredo, Asola, Desenzano, Pavia, adducendo il bisogno di curarsi della sua vecchia artritide si riduce in sul finire d’aprile presso le Terme sulfuree di Trescorre, nella villa del suo vecchio amico Gabriele Camozzi. Chiunque però sapeva che Trescorre giace come al centro delle valli che mettono al Tirolo, e osservava gli andamenti del Generale e de’ suoi seguaci non poteva tardare ad avvedersi che la salute e i bagni erano un comodo pretesto; ma la ragione vera, ben altra e più grave. La villa Camozzi sembrava divenuta un Quartier-generale. Un andirivieni incessante di Garibaldini, di profughi veneti e trentini, di Deputati dell’estrema Sinistra; un discorrere sommesso, un appartarsi guardingo, un apparire e scomparire misterioso, dicevano abbastanza che qualcosa di nuovo si macchinava. Il 5 maggio i membri della Emancipatrice, convenuti a Trescorre per festeggiare la partenza di Quarto, confermavano l’alleanza e la concordia giurata a Genova, e davano a Garibaldi nuovo stimolo a compiere il concepito disegno.[204]

Era una congiura condotta press’a poco colla stessa noncuranza del segreto con cui due anni prima lo era stata la più grande congiura di Marsala. I più noti luogotenenti di Garibaldi, i più celebrati agitatori del partito d’azione[205] giravan apertamente di città in città ad incettare armi, a commettere vesti, a comprare scarpe, a negoziar prestiti di danaro; e bastava aver occhi ed orecchi per conoscerne i passi ed udirne i discorsi. Garibaldi stesso, infine, aveva già dato al Governo di Torino il più chiaro di tutti gl’indizi, inviando agli ultimi d’aprile il dottor Ripari a richiedere al signor Capriolo, segretario dell’interno, plenipotenziario del Rattazzi assente, tutto o parte di quel milione che già era stato promesso per la Grecia, e che era assai facile sospettare dovesse servire a impresa più vicina. Insomma la trama ordivasi con tanta sicurezza e pubblicità che a Parigi ed a Vienna sapevasi già quello che il Ministero a Torino, e, cosa ancor più strana, i suoi governatori di Brescia e di Bergamo sul teatro stesso dell’azione ignoravano. Ma un caso inatteso venne ad illuminarli. A Genova una banda di audaci, svaligiato in pien meriggio il banco Parodi, tenta la fuga sopra una tartana che mesi prima era stata noleggiata a nome di Garibaldi dal colonnello Cattabene, appunto per quella spedizione di Grecia di cui tanto si discorreva e che mai si effettuava. La polizia italiana, frattanto, scoperta la via tenuta dai ladri, riesce ad arrestarli in mare sulla tartana medesima; ma quivi, trovando fra le carte del Capitano il primo contratto del Cattabene, sospetta questi pure complice del furto, e saputolo a Trescorre presso il Generale, senza badar più che tanto, nella notte del 13 aprile, arresta lui pure e lo traduce come un malfattore ad Alessandria. Proteste del Generale; strida del partito; invano; chè al Tribunale soltanto spetta decidere la lite. Se non che l’autorità, frugando la casa del Cattabene per iscoprire maggiori tracce della sua colpabilità nel furto Parodi, viene inaspettatamente ad avere tra le mani gl’indizii d’un’altra impresa non sospettata fino allora: gli appunti, gli ordini, i piani dell’imminente invasione del Tirolo. A tal punto anche il Governo si desta, e mentre bandisce illegittimi tutti quegli apparecchi e falsa la vociferata connivenza del Governo, e ferma la risoluzione d’impedire e reprimere quei tentativi, occorrendo anche colla forza,[206] spedisce truppe a sbarrare tutti i passi di Valcamonica e di Valsabbia; ordina che quanti s’avviano per quelle valli siano arrestati; pone sotto rigorosa sorveglianza Trescorre stesso e i suoi abitatori.

Ed era tempo. Il 14, sera, un manipolo di giovani conveniva da ogni parte nei dintorni del lago d’Iseo, manifestamente avviati per la Valcamonica: il 15 il colonnello Nullo e il capitano Ambiveri, seguíti da una più grossa squadra, stavan per raggiungerli: tutto dimostrava che si era alla vigilia d’un’entrata in campagna. Allora anco i Prefetti di Brescia e di Bergamo si riscuotono in sussulto: Nullo, Ambiveri e cinquantacinque de’ loro compagni sono presi a Palazzolo: altri quarantaquattro tra Sarnico ed Alzano Superiore: e i prigionieri, con l’imprudenza che segue sempre le risoluzioni precipitate, sono tradotti parte a Bergamo e parte a Brescia, patria di quasi tutti gli arrestati, le due città più infiammabili d’Italia. E ne apparvero tosto le conseguenze: il popolo bergamasco si accontentò d’un tumulto presto sedato; ma il bresciano più sulfureo s’avventa alle prigioni per tentare di liberare i prigionieri: il picchetto di guardia resiste; spiana l’armi, fa fuoco: un cittadino è ferito, un altro morto: grande lutto e maggior scompiglio in tutta la città.

A questa nuova Garibaldi schizza fuoco e fiamme: scaraventa contro i difensori delle prigioni di Brescia una violenta invettiva, pareggiandoli «a sgherri mascherati da soldati,» e proponendo una spada d’onore all’ufficiale russo Popof, che favoleggiavasi avesse spezzato la sua piuttosto che usarla contro l’inerme popolo di Varsavia; nè pago di ciò, chiede imperiosamente al Prefetto di Bergamo la liberazione de’ suoi prigionieri, proclamando «aver essi agito per espresso suo ordine e sè solo in ogni evento responsabile.» Dove fosse per trascorrere l’accecato Achille era pauroso il pensarlo; pure avendogli il dabben Prefetto comunicato la cortese, ma ferma risposta del Ministero: «rincrescere al Governo, ma non poter ammettere il modo di vedere del generale Garibaldi circa le conseguenze de’ fatti avvenuti;» eccolo a un tratto, come se tutto quel furore non fosse stato che un fuoco d’artificio, mutar parole e contegno; ridivenir ragionevole e sereno; temperare in una nuova lettera le acerbe frasi dirette all’esercito:[207] promettere a quanti l’avvicinano d’aver deposto ogni pensiero di spedizione; reduci i ministri da Napoli, abboccarsi tranquillo col Rattazzi e il Depretis; tranquillo partirsi da Torino; tranquillo ritirarsi a Belgirate, ospite di Benedetto Cairoli, d’onde dichiara pubblicamente: «Che ogni arruolamento che si potesse fare, sarebbe a sua insaputa ed avrebbe la sua disapprovazione.[208]»

E non basta: riapertosi in quei medesimi giorni il Parlamento, il Generale consigliavasi di inviare al Presidente della Camera dei Deputati una lunghissima lettera, la quale, riassunta ne’ suoi capi principali, diceva: esser venuto sul continente chiamato dal Ministro Ricasoli, che dicevasi disposto ad occuparsi seriamente dell’armamento nazionale: il nuovo Ministero avergli confermato il mandato dei Tiri a segno, e più «data larga speranza» che sarebbesi adoperato alacremente alla definitiva costituzione d’Italia: pegno dei patti convenuti doversi riguardare la istituzione di due battaglioni di Carabinieri Genovesi; venuta meno anco questa promessa, aver egli rimandato alle loro case i giovani accorsi a parteciparvi; ma poichè parte di loro riluttava a rimpatriare, egli «li consigliò a raccogliersi in alcuni luoghi della pacifica Lombardia nei quali si doveva provvedere al loro mantenimento con ispontanee oblazioni di buoni cittadini, mentre essi si sarebbero esercitati viemeglio alle armi in aspettazione di futuri avvenimenti.» Il Governo quindi equivocò fatalmente sullo scopo di quei depositi: niente di più falso che si trattasse d’un tentativo d’invasione nel Tirolo; dolorose tutte le persecuzioni di cui i suoi compagni furono fatti segno: suo grido sempre Vittorio Emanuele, e guai a chi tocca il concetto salvatore: necessario però a fecondarlo l’armamento universale della nazione. Questa tende alla sua unificazione come i gravi al centro della terra: irrefrenabile l’agitazione della gioventù: chi vuole opporsi al generoso movimento assume tutta la responsabilità delle disgrazie che ci possono minacciare.[209]

Non rifaremo la discussione, o meglio il diverbio, che per questa lettera s’accese in Parlamento. Il Crispi la difese passo passo, spiattellando in faccia al Rattazzi anche la storia del milione, o, come volgarmente dicevasi, del milioncino promesso per la Grecia; il Rattazzi armeggiò abilmente a contraddirla in tutti quei punti che lo prendevano di mira; la Camera, più per tutelare l’autorità del governo che per fiducia nel Ministero, votò un Ordine del giorno che prendeva atto delle di lui dichiarazioni e lo incoraggiava a far rispettare la legge; ma un’opinione s’accordò nelle menti, che la verità non si disse nè si seppe intera da alcuno; e che poche giornate meritarono come quella il proverbiale titolo di journée des dupes.

E questo giudizio tocca per primo Garibaldi. Quale imperiosa ragione abbia potuto indurre il Generale a firmare quella lettera (a firmare, diciamo, non a scrivere, poichè lo stile prolisso e il sillogizzare curialesco la dimostrano evidentemente fattura d’altra mano), a noi non fu dato chiarire; il segreto è morto probabilmente coll’eroe. Per certo quel messaggio non diceva tutta la verità e ne dissimulava la principalissima parte. Che la spedizione del Tirolo non dovesse aver luogo immediatamente; che tra la raccolta delle armi e degli armati, e il momento dell’invasione potesse o dovesse trascorrere ancora un certo tempo, e che in questo intervallo fosse possibile una resipiscenza e un contr’ordine, ciò si comprende di leggieri; e in questo senso la lettera del Generale diceva il vero; ma che tutta quella gioventù si radunasse ai piedi dello Stelvio e del Tonale, sulle soglie del confine austriaco, solo per esercitarsi alle armi, o molto meno, come nell’eccesso del suo zelo apologetico volle dare a credere il deputato Crispi,[210] o molto meno per apparecchiarsi a tragittare il Mediterraneo e combattere in Grecia, ciò oltrepassa i confini del credibile e dell’intelligibile, e ciò non è.[211] E non andremo in cerca per questo di superflue prove; non faremo appello alla testimonianza di centinaia dei nostri antichi amici e compagni d’armi; non pretenderemo nemmeno che si creda alla nostra;[212] ci basta rammentare un fatto solo: Bixio, alla Camera dei Deputati, nella tornata dell’8 giugno 1862, studiandosi a dimostrare che il Ministero non poteva avere alcun sentore di quella impresa di cui eran piene le bocche, adoperò questo singolarissimo argomento: «Tanto vero, esclamò, che Garibaldi interrogò me se conveniva renderne partecipe il ministro Depretis ed io ne lo dissuasi.» Ora è troppo ovvio che nè Garibaldi avrebbe stimato necessario di consultare il Depretis, nè Bixio reputato sì pericoloso il farlo, se quei disegni che allora mulinavano per la mente del Generale fossero stati embrioni ancora non nati; o, come egli scriveva, si fossero arrestati all’innocente idea di esercitar alle armi qualche giovanetto ramingo e sfaccendato.

La verità è che Sarnico doveva essere la prima tappa di Trento; e sarebbe stato più degno di Garibaldi confessare apertamente il proprio generoso errore, anzichè sforzarsi a mascherarlo di avvocateschi sotterfugi e di pie menzogne. Certo più che a lui la responsabilità della lettera del 3 giugno spetta ai malavvisati consiglieri che gliela dettarono; certo egli non s’indusse ad apporvi il proprio nome se non per l’ingenuo convincimento di salvare per tal modo i suoi amici compromessi da lui e per lui; ma non è men increscioso il pensare che egli per una male intesa convenienza politica abbia dovuto lasciar cadere sull’immacolata fama della sua lealtà una stilla d’inchiostro e siasi esposto a veder sorridere della sua parola, sacra fin ora, la più benigna posterità.

XII.

Anche quello strascico di mar vecchio che aveva lasciato dietro di sè la burrasca di Sarnico pareva del tutto quietato. Garibaldi era sempre a Belgirate nella villa dei Cairoli; ma vi menava da due settimane una vita sì privata e tranquilla che persino quei diari, che erano in voce di suoi più intimi, non sapevan che si dire di lui. La sola nuova un po’ importante che da qualche tempo fosse corsa dal Lago Maggiore fu che a cagione di nuovi dissidi insorti tra il Generale e la parte mazziniana (quella che voleva l’azione a ogni costo) egli aveva dato la sua rinuncia di Presidente della Società Emancipatrice; e, com’è ben naturale, anche questo fatto parve ai più buono augurio che l’eroe andasse a poco a poco mettendo il cuore in pace, e deponendo, almeno pel momento, ogni proposito di fortunose avventure.

Se non che, a un tratto, una dietro l’altra, coll’incalzare staremmo per dire d’un nembo che s’avanzi, rumoreggiarono queste notizie: Garibaldi è giunto a Torino dov’ebbe un segreto abboccamento col Re e un alterco con Rattazzi; Garibaldi seguíto da un manipolo de’ suoi fidati è ripartito per Caprera: Garibaldi è sbarcato improvvisamente a Palermo.

Ma a che fare a Palermo? Perchè quel viaggio precipitato e misterioso? Quale nuovo disegno covava il Generale? Quale nuova sorpresa preparava egli all’Italia? Eran queste le domande ansiose che susurravan su tutte le labbra e s’agitavan in tutti i cuori ed ai quali nè oggi, nè mai, forse, sarà concesso dare precisa e certa risposta. Tuttavia, rifrugando fra quei frammenti a matita di cui altrove abbiamo parlato, ci venne fatto di trovare questa pagina di tutto pugno del Generale che getta un raggio di luce inattesa sulle origini d’Aspromonte, e decifra almeno la prima sillaba dell’«enigma forte:»

«Disgustato delle cose di Sarnico — e tornato in Caprera — io non avrei abbandonato la mia solitudine — se le notizie dell’Italia meridionale fossero state men tetre. — I miei amici di quelle parti — massime dalla Sicilia — mi narravano il malcontento crescente ed il pericolo d’un movimento autonomista — coadiuvato certamente da tutti gli altri partiti che col mal governo di Rattazzi avevano alzato la testa. — L’opinione generale era, che al richiamo (qui minacciato) del Pallavicino un’insurrezione sarebbe scoppiata in Sicilia. Tali considerazioni mi fecero decidere a visitare la capitale dell’Isola.

»Io sapeva che i Principi erano stati a Palermo — ma confesso che se avessi saputo che essi si trovavano ancora là — io avrei scelto un altro luogo di sbarco.

»Avendoli però trovati a Palermo — ed essendo sempre stato ben accolto da loro, mi affrettai a dire al mio amico Pallavicino che mi sarebbe stato carissimo l’incontrarli.

»Giunsi in città al principio della notte — e subito che quella cara popolazione seppe del mio arrivo — volle vedermi e mi accolse come un caro della famiglia.

»Noi avevamo passato insieme momenti così solenni, tanti pericoli e divise insieme tante glorie, ch’era naturale il rivederci oltremodo commossi.[213]»

Ora vi è in questa pagina autobiografica un punto che importa rilevare. Fino ad ora fu detto e creduto che il disegno di far della Sicilia una base all’impresa di Roma fosse già fermo e compiuto nella mente di Garibaldi prima della sua partenza da Caprera. Ecco invece che egli ci disinganna e con grande asseveranza ci assicura nelle più intime sue carte come unico motivo di quel suo viaggio fosse l’idea, tuttora vaga ed oscura, di ravvivarvi colla sua presenza lo spirito unitario, quietarvi il pubblico malcontento, e combattervi le fazioni autonomiste e borboniche che tentavano rialzare la testa. Nè di dubitare della sua parola vi sarebbe ragione; in ogni caso, a noi suoi compagni d’azione non mancherebbero argomenti per confermarla.

Nessuno infatti di quanti, invitati da lui, lo accompagnarono da Caprera a Palermo seppe mai dal suo labbro nè dove s’andasse, nè perchè s’andasse! Soldati, seguivamo il Capitano: credenti, seguivamo l’Apostolo.[214] Soltanto in alto mare nella notte del 7 luglio in vista della costa siciliana, taluno essendosi arrischiato a chiedere timidamente se si facesse rotta per la Sicilia: «Sì, rispose.... andremo a Palermo e là vedremo.» E tuttavia questa indeterminatissima parola «vedremo» era ancora la parte più definita e più certa del programma di Garibaldi in quel momento. Nessuna mèta fissa guidava i suoi passi; nessun proposito chiaro animava la sua volontà; e, a guisa d’uomo che intraprenda un viaggio d’esplorazione in una terra incognita, attendeva dalle scoperte che andrebbe facendo per via la norma del suo cammino ulteriore. Però, lo si tenga per fermo, il concetto di muovere dalla Sicilia al conquisto di Roma, lunge dell’essere stato, come fu scritto, la causa del suo viaggio in Sicilia, non ne fu che l’effetto. Che quel concetto dormisse in embrione in fondo al cervello dell’eroe è più che probabile; ma affinchè quell’embrione si animasse e prendesse forma viva e concreta nel disperato dilemma o Roma o Morte, fu prima mestieri che sentisse i vulcanici influssi del clima e del suolo siciliano, e trovasse in quel medesimo maleficio di insanie, di debolezze, di equivoci d’onde nacque l’aborto di Sarnico, la forza d’ingrandire e di minacciare.

XIII.

Come accogliesse Palermo il suo primo liberatore lo narrò testè egli stesso, e a chi conosce la forza d’espansione degli entusiasmi siciliani è facile immaginarlo. Incontrato fra i primi dal prefetto Pallavicino-Trivulzio, condotto al Palazzo Reale e ospitato in quella medesima stanza da lui abitata nel 1860, visitato a gara da ogni ceto di cittadini e da ogni ordine di magistrati, applaudito, baciato, benedetto da una moltitudine di popolo delirante che cangiava sempre e non scemava mai; unico nome su tutte le labbra, unico tema a tutti i giornali, gli stessi figli di Vittorio Emanuele parvero dimenticati. Però, quantunque il Generale fosse stato sollecito di rendere loro, appena arrivato, il debito omaggio, essi sentirono il falso della loro posizione, e affrettarono, senza parere, la partenza. E da quell’istante il vero padrone della città fu lui; i partiti pendevano dalle sue labbra; le Autorità facevano a gara ad ossequiarlo; gli Istituti pubblici sollecitavano l’onore d’una sua visita, come quella d’un sovrano; la Guardia Nazionale, fiore della cittadinanza, novellamente comandata dal generale Medici, sembrava trasformarsi in una sua guardia del corpo; il prefetto Pallavicino, supremo rappresentante del Governo, pareva tornato suo prodittatore. Tuttavia per alcuni giorni il Generale non profferì verbo, nè fece un passo che uscisse dalla stretta legalità. Che cosa fosse venuto a fare a Palermo, continuava ad essere un mistero anche pei suoi intimi; e probabilmente non avrebbe saputo dirlo nemmeno lui. Soltanto la domenica del 15 luglio assistendo al Foro Italico, da una tribuna eminente, in compagnia del Sindaco, del Prefetto e dei primari Magistrati della città, ad una rassegna della Guardia Nazionale; punto badando al luogo, alla cerimonia, al contorno ufficiale (fors’anco in cuor suo avendo pensato giovarsene) saetta in mezzo alla milizia ed al popolo accalcato a’ suoi piedi questa terribile invettiva:

«Popolo di Palermo,

Il padrone della Francia, il traditore del 2 dicembre, colui che versò il sangue de’ fratelli di Parigi, sotto il pretesto di tutelare la persona del Papa, di tutelare la religione, il cattolicismo, occupa Roma. Menzogna! menzogna! Egli è mosso da libidine, da rapina, da sete infame d’impero, egli è il primo che alimenta il brigantaggio. Egli si è fatto capo di briganti, di assassini.

Popolo del Vespro, Popolo del 1860, bisogna che Napoleone sgombri Roma. Se è necessario, si faccia un nuovo Vespro.»

All’inattesa folgore gli stessi amici impallidirono; giuntane la nuova a Torino, il Parlamento si commosse; il Ministro Rattazzi, incalzato d’interpellanze, negò, arruffò, disdisse, deplorò le insensate parole, censurando apertamente il prefetto Pallavicino d’averle ascoltate senza protesta; ma poichè il Pallavicino pareva non darsene ancora per inteso e Garibaldi non udiva intorno a sè che voci di plauso e di consenso, e vedeva quell’idea di Roma accolta dall’inconsapevole entusiasmo popolare più ch’egli non avesse sperato, così s’afferra a quella e ne fa oramai la stella fissa del suo cammino.

Risoltosi infatti a visitare i luoghi della epopea del 1860, tocca Alcamo, Partinico, percorre, esaltandosi a quei ricordi gloriosi, il campo di Calatafimi, fa una punta a Corleone, a Sciacca, a Mazzara, e di là ripiega su Marsala, dove parendogli bello riprendere da «quella terra di felice augurio il tronco cammino,[215]» annunzia, più categoricamente che fino allora non avesse fatto, il suo fermo proposito di marciare all’impresa di Roma, ed apertamente invita i Siciliani a dar di piglio alle armi ed a seguirlo. E poichè, a quel bellicoso appello, una voce ignota dalla folla plaudente sclamò: Roma o Morte, «Sì,» ripetè più volte il Generale, «o Roma o Morte;» e questo grido, uscito forse dalle labbra inconscie d’un Picciotto o d’un pescatore marsalese, diventò da quell’istante, per il fato delle parole, il segnacolo in vessillo d’una delle avventure più cimentose a cui mai Garibaldi siasi accinto ed abbia tentato strascinare l’Italia.

XIV.

Da quell’istante Garibaldi non s’arresta più. Appena reduce a Palermo affretta colla nativa energia, incuriosa de’ particolari, sempre diretta al fine, gli apparecchi della bandita impresa: manda i suoi più fidati ufficiali a correre il continente, ad avvertirvi gli amici, a fare incetta d’armi e di danaro: ad altri commette lo stesso ufficio nella Capitale: spedisce nei comuni limitrofi il Corrao e il Bentivegna (compagno il primo di Rosolino Pilo, fratello l’altro dell’infelice Capo della insurrezione del 1856) a chiamare a raccolta i Picciotti; e tutti lo ubbidiscono, tutti argomentando dalla palese acquiescenza del prefetto Pallavicino che si fosse a una ripetizione del sessanta, e che il Governo tacitamente assentisse, tutti lo secondano e gli prestano aiuto. Soltanto tre de’ suoi più intimi, tra tanti che lo circondavano,[216] raccolto tutto il loro coraggio, tentano di far sentire al Generale consigli di prudenza, dimostrandogli la impossibilità di transitare armata mano la Sicilia, senza incontrarvi o prima o poi l’esercito regio, e soggiungendo, allo stremo d’ogni altro argomento, che se la spedizione di Roma era invariabilmente deliberata nell’animo suo, fosse il minor dei mali tentarla, come nel sessanta, per l’ampia via del mare, dove il rischio di esser colati a fondo sarebbe stato sempre minor danno d’una guerra civile, quasi inevitabile per terra. E, fosse la bontà dei ragionamenti, fosse un rimasuglio d’incertezza ancora tenzonante nella sua mente, il Generale, cosa insolita, consentì ad ascoltare e discutere; cosa poi veramente straordinaria e quasi unica, parve anche disposto a seguire il consiglio. Infatti fu notato da chi gli era più vicino che il giorno dopo egli diede ordine di raccogliere le armi e le munizioni in qualche casa presso la costa; e spedì il suo segretario Basso a Messina in cerca di vapori mercantili.

Se non che avendogli taluno de’ più esaltati Siciliani, specie il Corrao ed il Bentivegna, dato l’annunzio che nel bosco della Ficuzza erano già raccolte in armi alcune migliaia di Picciotti, e dipinta la Sicilia tutta pronta a insorgere, il Generale si lasciò trasportare da quelle novelle, e deliberando piede stante, secondo il suo costume, all’insaputa della maggior parte de’ suoi amici, seguíto dai pochissimi che in quel momento gli si trovavan d’attorno, parte per la Ficuzza, dando la posta colà a quanti volessero raggiungerlo. Allora nuovo e più strano spettacolo; Palermo brulica d’armi e d’armati, come alla vigilia d’una campagna; squadre di giovani a piedi, in carrozza, a cavallo, in completo arnese garibaldino traversano a tutte le ore la città; un nerbo di loro, in una casetta a poche miglia dalle porte, piglia le armi e le buffetterie, s’organizza in compagnie e in colonna al suon delle trombe, sfilando a pochi passi da un battaglione di truppe regie, mandate non si sapeva se per fiancheggiarli o sbarrar loro il cammino, s’avvia sicuramente, allegramente al campo designato. Ora dire o far credere al popolo testimonio di quelle scene che non fosse negozio inteso; che quelle mostre di proteste e di proibizioni del Governo fossero altro che commedia, era impossibile. E lo provò subito il prefetto De Ferrari, mandato a surrogare il Pallavicino, dopo che questi, più non potendo reggersi nell’equivoca posizione, aveva rassegnato l’ufficio; lo provò, diciamo, quando essendosi stimato in dovere di pubblicare un suo manifesto, che il Governo disapprovava quella mossa ed era deliberato ad impedirla, si vide strappati, tra le beffe e le minaccie, i suoi bandi e posti in mora tanto egli quanto il generale Righini, Comandante militare della città, o di venire ad aperta battaglia per le vie o di starsene inerti.

Notes in this chapter

Note 1 · L’Examiner citato dal Giornale Ufficiale di Napoli, quando però Garibaldi era ancora Dittatore.Note 2 · Garibaldi tentò istituire a Napoli anche i giurati (decreto del Dittatore, 11 settembre 1860); ma non avendo il Ministero Conforti stimato oNote 3 · «Ministero della Guerra. »Circolare a tutti gl’Ispettori delle diverse armi. »In ordine a quanto prescrisse il Dittatore a Palermo, io rendNote 4 · Decreto. Palermo, 22 giugno 1860; e Napoli, 12 settembre 1860.Note 5 · Decreto. Napoli, 11 settembre 1860.Note 6 · Decreto. Napoli, 11 settembre 1860.Note 7 · Decreto. Napoli, 19 settembre 1860.Note 8 · Decreto. Napoli, 19 settembre 1860.Note 9 · Il primo prestito lo fece il Depretis all’82 1⁄2 ed al 5%, accettando in pagamento anche le cartelle del prestito siciliano del 1848 fino Note 10 · Filippo Cordova, nel già citato suo discorso e in quello successivo del 1º luglio 1861.Note 11 · L’unico abuso di cui fu accusata la Dittatura, in materia di finanza, fu d’aver messo mano sui depositi dei privati, giacenti sul Banco di NNote 12 · Vedi Interpellanza sulle condizioni di Napoli e Sicilia dei deputati Massari e Paternostro nella tornata del 2 aprile 1861.Note 13 · Queste cose le ripeteva spesso; lo ridisse anche ad una Commissione d’Inglesi, fra cui il duca di Southerland, andato a Caprera tra il 12 e Note 14 · Il generale Türr e G. B. Cuneo. Vedi una corrispondenza da Caprera alla Perseveranza del 23 gennaio 1861.Note 15 · Lettera di Garibaldi al Bellazzi del 29 dicembre 1860: «Caprera, 29 dicembre 1860. »Caro Bellazzi, »Io desidero l’apertura concorde di tuttiNote 16 · Il generale Bixio non accettò l’incarico, riservandosi di conferire col generale Garibaldi a Caprera.Note 17 · Perseveranza, 23 gennaio 1861.Note 18 · Lettera del 29 ottobre di Garibaldi a Vittorio Emanuele, già citata.Note 19 · Decreto in data di Napoli 11 novembre, e Ordine del giorno del Comando supremo dell’esercito, firmato dallo stesso Vittorio Emanuele, in datNote 20 · Fu il Fanti che nella tornata della Camera dei Deputati del 23 marzo 1861 li dichiarò 7013, e come l’esercito garibaldino, tutti compresi, oNote 21 · Io pure, come ufficiale dimissionario dell’esercito meridionale, partecipai a quel litigio e mi spetta quindi la mia parte di torto. A quei Note 22 · Al Bellazzi aveva scritto sino dal 29 dicembre 1860: «Caprera, 29 dicembre 1860. »Caro Bellazzi, »Per circostanze eccezionali io non posso aNote 23 · I giornali moderati avevano stampato che Garibaldi era venuto a Torino per invito del conte di Cavour. Il Generale lo smentì con questa lettNote 24 · Ecco testualmente la lettera: «Signor Presidente, »Alcune mie parole malignamente interpretate hanno fatto supporre un concetto contro il PaNote 25 · Ed ecco i principali articoli del suo progetto: «Art. 1º La Guardia nazionale sarà ordinata in tutto il Regno giusta le prescrizioni delle lNote 26 · Furono superflue. La questione dei Cacciatori era morta e sepolta, e a nulla giovava il rivangarla. È vero che Garibaldi vi fu provocato dalNote 27 · I giornali di Sinistra vollero vedervi la mano del conte di Cavour; ma basta la memoria della sua grande accortezza, non che del suo forte iNote 28 · Son testuali parole della Monarchia Nazionale di Torino, organo del terzo partito, e per i suoi intimi rapporti col Depretis, col Rattazzi eNote 29 · Vedi Nicomede Bianchi, Il conte di Cavour, pag. 83.Note 30 · Nizza probabilmente.Note 31 · Alludiamo all’assassinio, di cui doveva essere vittima nel 1860. L’ammiraglio Persano nel suo Diario (parte I, pag. 30 e 40) ne parla distesNote 32 · Dal Movimento di Genova, 18 agosto 1861.Note 33 · Egli mandò per avere il consiglio del Re e dei Ministri il colonnello Trecchi, il quale ne ricevette quella risposta.Note 34 · La lettera si legge nei giornali americani, ed era del seguente tenore: «Al Console degli Stati Uniti d’America. »Caprera, 10 settembre 1861Note 35 · Parole di Celestino Bianchi, segretario generale del Ministero dell’interno, in una sua lettera a Pier Carlo Boggio, deputato al Parlamento,Note 36 · Una notizia dell’Italie giornale ufficioso, telegrafata il 9 (sera) dall’Agenzia Stefani a tutta la stampa, diceva: «Secondo le nostre inforNote 37 · Li dovevano comandare il maggiore Bideschini e il capitano Baghino. Giuseppe Guerzoni doveva tenere le funzioni di Capo di Stato Maggiore. INote 38 · Il fatto fu negato invano. Il Crispi l’affermò recisamente in pieno Parlamento (Seduta del 3 giugno 1861) ed al Rattazzi stesso mancò l’animNote 39 · Vedi Giuseppe Pasolini, Memorie raccolte da suo figlio. Imola, tip. I. Galeati, 1880, pag. 297.Note 40 · Val la pena di riprodurre qui il discorso di Garibaldi pronunziato nel teatro di Parma che venne dai giornali travisato. Lo togliamo dalla GNote 41 · Egli infatti scriveva: «Trescorre, 6 maggio 1862. »Nel 5 maggio in Trescorre ho potuto corroborarmi nel concetto che si meritano i miei corrNote 42 · Citiamo i colonnelli Nullo, Missori, Guastalla, Corte, Cattabene, i maggiori Cucchi, Mosto, Lombardi, Bedeschini, il dottor Ripari, BenedettNote 43 · Vedi Circolare del Ministero dell’interno, 15 aprile 1862.Note 44 · «Taluni male interpretarono la mia protesta sul Diritto. Soldato italiano, non ebbi, nè poteva avere, intenzione di lanciare contumelie contNote 45 · Vedi Diritto del 4 giugno 1862.Note 46 · Vedi negli Atti parlamentari, Lettera di Garibaldi del 2 giugno 1862.Note 47 · Tornata della Camera dei Deputati del 3 giugno 1861.Note 48 · Ci conviene tuttavia essere più esatti. Per molto tempo nella mente di Garibaldi l’impresa veneta e la greca andarono di conserva: l’una a’ Note 49 · Io era a que’ giorni segretario particolare capo del Gabinetto del ministro dei lavori pubblici, Agostino Depretis; ma, come ognuno sa, ero Note 50 · Frammenti citati, pag. 13 e 14.Note 51 · Lo accompagnarono a Palermo, oltre il figlio Menotti, Enrico Guastalla, Giuseppe Missori, Giacinto Bruzzesi, Agostino Lombardi, Giuseppe GueNote 52 · Troviamo la frase in un periodo dei citati Frammenti, pag. 16: «Addio Marsala! terra di felice augurio. — Anche questa volta il tuo bravo poNote 53 · Giuseppe Guerzoni, Enrico Guastalla, Giovanni Chiassi. Accennai il fatto anche nella mia Vita di Nino Bixio, pag. 309.
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