Volume 2 — Capitolo Decimoprimo. DA LONDRA A BEZZECCA. [1863-66.]
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I.
Garibaldi è a Caprera e la sua ferita rimargina con lentezza, ma con regolarità; il piede imbustato in un apparecchio inamidato va acquistando ogni giorno elasticità e vigoria; non può abbandonarsi ancora con grande confidenza all’appoggio delle gruccie, sicchè quando esce per l’Isola è costretto a farsi trascinare in un carrozzino a seggiola, dono ed industria elegante d’Inglesi; ciò malgrado, i medici son persuasi che la guarigione non sia più che una questione di tempo e che di tutto il danno temuto non resterà più che una zoppicatura appena sensibile.[246]
Pure mai forse come in quell’anno egli sentì il cruccio dell’impotenza e il tedio dell’inerzia. La Polonia era novamente insorta: spinta alla disperazione dall’ukase che le strappava in una notte il fiore dei suoi figli[247] per mandarli sotto l’assisa del pretoriano moscovita a servire tra le rupi del Caucaso, o le nevi della Siberia, dava di piglio alle sue lancie, si inselvava ne’ suoi boschi, e ricominciava per la quarta volta, contro il suo colossale oppressore, uno di quei duelli ineguali a cui la vecchia Europa da oltre ottant’anni assisteva, le braccia al sen conserte, incoraggiando la indomita combattente de’ suoi applausi sentimentali e de’ suoi petrarcheschi conforti per abbandonarla poi sempre a nuovo e più crudo martirio.
Però con qual cuore udisse l’infermo di Caprera i primi annunzi dell’eroica lotta l’immagini chi lo conobbe. Egli avrebbe voluto accorrere, volare, ritentare sulle rive della Vistola le disperate prove da lui compiute nelle campagne dell’Uruguay e della Sicilia, pagare almeno col sangue suo il debito di gratitudine che l’Italia doveva ai tanti Polacchi morti per lei; ma il leone è confitto alla sua rupe; l’eroe non è più che un apostolo inerme ed impotente, che può ancora dare i suoi figli, spronare i suoi amici, fustigare se non scuotere, con infiammati appelli e acerbe rampogne, l’infingarda apatia dei popoli e de’ governi; ma il soccorso vero, poderoso, efficace, il soccorso del suo braccio di soldato e della sua esperienza di capitano, egli non può darlo più: Aspromonte l’ha rapito alla Polonia.
Intanto, null’altro potendo, parlava e scriveva. A Mariano Langievicz, Dittatore degli insorti, scriveva: «Che Dio vi benedica: tutti saremo con voi e presto;[248]» ai popoli dell’Europa gridava: «Non abbandonate la Polonia;[249]» al popolo inglese soggiungeva: «Volgiti all’Oriente, o generoso; là si dibatte in un lago di sangue sotto il knout sterminatore lo schiavo bianco.... Britanno, chiama a te i popoli ed i popoli ti seguiranno.[250]» All’Emigrazione polacca rispondeva: «Voi mi chiedete una parola, ed io vorrei porgevi dei fatti:[251]» all’esercito russo finalmente, quasi glossando un enfatico manifesto che poco prima Vittor Hugo gli aveva diretto, pregava a «considerare i Polacchi come fratelli ed a meritare le benedizioni della specie umana, stringendo la mano alla più sventurata ed alla più degna delle nazioni.[252]» Ma eran parole; più sincere e generose per fermo di quelle che a quei medesimi giorni schiamazzavano nelle concioni de’ tribuni, cinguettavano nelle pagine delle gazzette, o arzigogolavano nelle note delle Cancellerie diplomatiche, ma ne’ loro effetti poco dissimili; parole anzi non bene accette a quei medesimi pei quali erano profferite, perchè il Governo insurrezionale di Varsavia, timoroso che l’intervento di Garibaldi potesse imprimere al moto polacco un carattere troppo rivoluzionario e alienargli per tal modo lo sperato favore delle Potenze europee (dell’Austria principalmente, che in sulle prime era parsa secondare sottomano gli insorti), faceva intendere al famoso Capitano[253] che la Polonia eragli grata della sua magnanima offerta e contava sul di lui morale patrocinio, ma che per il momento non reputava opportuno che la sua persona apparisse sul teatro della lotta.
Ed anche in Italia la causa polacca raccoglieva aiuto più d’orazioni che d’opere. E non parliamo del Governo costretto dalla condotta incerta degli Stati occidentali e più dalla posizione ambigua presa dall’Austria ad una grande circospezione; ma nella stessa democrazia, fra i più devoti commilitoni di Garibaldi, gli animi erano perplessi e i pareri divisi. Perocchè se tutti consentivano nella santità della causa e nel debito di aiutarla, i più non ne vedevano nè il mezzo nè la via; e pochissimi soltanto, primo fra tutti l’anima eroica ed impaziente di martirio di Francesco Nullo, cui attendeva la bella morte dei prodi sugli argini di Olkutz, pochissimi erano quelli che si mostrassero deliberati ad ogni sbaraglio.[254] Tuttavia un Comitato erasi costituito in Genova sotto la direzione di Clemente Corte che andava un po’ a stento, per ver dire, accattando armi e danari, soccorrendo gli esuli polacchi che volevan rimpatriare e apparecchiandosi alla meglio all’eventualità d’una spedizione. E non andò molto infatti che parve offrirsene l’opportunità.
In sul finire di maggio due emissari polacchi[255] erano arrivati a Caprera apportatori di questo audacissimo progetto: attaccare la Russia anche da mezzogiorno; raccogliere in Costantinopoli quante armi e volontari fosse possibile; sommovere la Rumenia, rovesciar coll’aiuto del partito nazionale, capitanato dal Rossetti e dal Bratiano, il principe Couza; e fatto base del Principato, penetrare, con legioni miste d’italiani e Polacchi, guidati da Menotti, in Bessarabia, e di là per la Podolia e la Gallizia dar la mano agli insorti del centro.
Non ci arrestiamo a discutere l’attuabilità di siffatto progetto; eran progetti di esuli disperati e basta: aggiungiamo questo solo: che Garibaldi diè il consenso; che Menotti[256] partiva pochi giorni dopo da Caprera con un piroscafo che nascondeva nella sua stiva tutto il piccolo arsenale dell’Isola, compresovi un cannoncino; che a Genova il Comitato per la Polonia, presieduto dal Corte, accettò l’idea, soltanto fece intendere così al Generale come ai Polacchi che trattandosi d’impresa sì fortunosa nella quale andava avventurata non solo la vita di tanti giovani, e le poche sostanze del Comitato, ma il credito della stessa democrazia italiana e del loro capo, era per lo meno prudente inviar qualcuno a Costantinopoli ed a Bukarest affine di scandagliare il terreno, esaminare fino a qual punto il disegno fosse effettuabile, prendere gli accordi coi Comitati polacchi esistenti colà e rapportare ogni cosa agli amici d’Italia. E ciò convenuto, Giacinto Bruzzesi e Giuseppe Guerzoni, scelti di comune accordo a quell’ufficio, s’imbarcarono per l’Oriente. Se non che poche settimane di dimora a Costantinopoli, una visita fatta dal Bruzzesi a Bukarest bastarono ai due esploratori per conoscere tutto il vero. In primo luogo il Governo turco poteva fino a un certo segno chiudere un occhio sui disegni della Emigrazione polacca, ma protestavasi fermamente risoluto ad impedire qualsiasi accolta d’armi e d’armati sul suo territorio; in secondo quantunque il trono del principe Couza apparisse assai vacillante, nè il Rossetti nè i suoi amici stimavano giunta l’ora di dargli l’ultimo crollo, tanto meno arrischiando la patria loro in una avventura il cui primo frutto sarebbe stato di inimicare alla causa dell’indipendenza rumena la potente Russia, sua naturale tutrice; finalmente v’era bensì a Costantinopoli un manipolo di Polacchi deliberati a tentare, non foss’altro perchè l’avevano promesso, la impresa, ma per l’esiguità del numero e la povertà dei mezzi sfiduciati essi pei primi di poterla condurre a compimento. E tanto è vero che in sul cominciare di luglio essendosi un centinaio di loro raccolti ne’ dintorni di Galatz furono dal Governo di Bukarest immediatamente perseguiti, e prima che riuscissero a varcare il Pruth, disciolti e disarmati. Però riportate queste notizie a Genova, l’impossibilità della divisata impresa apparve a’ suoi più accesi zelatori evidente, e Garibaldi pel primo si rassegnò a rinunciarvi.
Quasi contemporaneamente anche la insurrezione polacca, stremata da oltre un anno di lotta disperata, mandava gli ultimi aneliti. Sempre cullata dalla speranza che la platonica tenerezza e la verbosa commiserazione delle Potenze occidentali si convertissero finalmente in aiuti efficaci d’opere e d’armi; sempre credente alla voce de’ suoi esuli che, illusi a lor volta dalle lunghe promesse de’ capitani veri o presunti della rivoluzione europea, le facevan balenare ad ogni giro di luna il miraggio d’una spedizione, d’uno sbarco, d’una crociata;[257] oggi confortata dall’aspettazione d’un congresso europeo, domani rianimata dal sogno d’una insurrezione rumena o galliziana, o d’una ripresa della quistione d’Oriente; la grande martire riusciva bensì a protrarre per tutto l’inverno del 1864 la sua prodigiosa agonia, ma ahimè! senz’altro frutto che di veder ingrandire giorno per giorno la già immane ecatombe de’ suoi figli, e rinnovare sulla pietra risuggellata del suo sepolcro la funebre epigrafe del primo suo campione: Finis Poloniæ.
II.
Ed eccoci a quel viaggio d’Inghilterra che per il modo onde fu avviato e condotto, il clamore che menò, gli spettacoli che offerse, i sentimenti che suscitò, i commenti a cui porse occasione divenne non per Garibaldi e l’Italia soltanto, ma per buona parte d’Europa, un vero avvenimento.
L’idea di veder Garibaldi nel loro paese non era nuova nei cervelli inglesi, e fin dal 1862, e prima e dopo Aspromonte, a voce e per iscritto, vecchi e novelli amici gliene avevan più volte ripetuto l’invito. Il Generale però, pur protestandosi desiderosissimo di ringraziare in persona il popolo inglese per il grande patrocinio prestato in ogni tempo alla causa italiana, s’era sempre schermito dal prendere alcun impegno definitivo. E ciò non tanto per l’argomento della sua infermità, divenuto dopo Aspromonte, achilleo davvero, quanto perchè non si sentiva in fondo all’animo abbastanza tranquillo circa all’opportunità di quel viaggio che poteva vestire le apparenze d’una vanitosa questua d’onori, e risolversi, anche contro sua volontà, nel clamore d’un trionfo senza alcun beneficio per l’Italia.
Tuttavia, quando in sul finire del 1863 corse la notizia che il Generale poteva coll’appoggio d’un tenue bastoncello passeggiare francamente per l’Isola e che perciò quell’impedimento della salute, l’unico riconosciuto dagli Inglesi, era cessato; i fautori del viaggio gli furono novamente addosso con tanta concordia e tanta insistenza che non gli fu più possibile pagarli di risposte evasive, e gli convenne prendere un partito.
Nè si creda, come a taluno parve, che quei promotori o fautori fossero pochi ed oscuri. V’erano persone di tutti i ceti e di tutte le parti, Whigs e Tories, nobili e popolani, commercianti ed avvocati, segretari di Stato e membri del Parlamento, lordi scritti da secoli nel peerage e dame accolte ne’ penetrali più rigidi della società inglese; v’era tutto ciò che in un paese di libertà e di discussione forma, illumina e dirige l’opinione pubblica, se pure in quel caso l’opinione pubblica non era anticipatamente formata dal consenso istintivo del popolo intero.[258] Nè si vuol dire che queste persone fossero mosse da un solo pensiero; come suole accadere, i motivi personali si frammischiavano anche allora ai pubblici, ed è assai probabile che i sentimenti di simpatia all’Italia e d’ammirazione pel suo eroe non fossero le sole molle eccitatrici di tutto quell’entusiasmo. Così, a mo’ d’esempio, mentre i Whigs caldeggiavano il viaggio, perchè vi scorgevano un mezzo di accrescere la popolarità del Governo; i Tories lo favorivano per il motivo precisamente opposto, che il Ministero vi avrebbe trovato una certa cagione di triboli e di guai: così intanto che i radicali, i socialisti, i rivoluzionari, gli agitatori e i congiurati di tutte le cause e di tutte le patrie, di cui la metropoli era il grande asilo, sollecitavan la venuta di Garibaldi più per la speranza di farne uno strumento delle loro idee e un vessillifero delle loro imprese che per il desiderio di festeggiare la sua persona e rendere omaggio alle sue virtù, il popolo, scevro di secondi fini, lo desiderava ed aspettava ansiosamente solo per mirare in lui uno dei più nobili frutti del suo sangue; povero, semplice, ingenuo, figlio delle sue opere come lui: il marinaio divenuto redentore di popoli, e creatore di re.
Un dubbio solo restava a chiarire: fino a qual punto il Governo, rappresentato a que’ giorni dal Gabinetto Palmerston, gradisse quel viaggio e fosse disposto a favorirlo. Lord Palmerston infatti, richiesto a nome del Comitato per il ricevimento di Garibaldi (poichè un Comitato s’era già formato e lo presiedeva quello stesso signor Richardson che aveva istituito il Comitato per le manifestazioni garibaldine ai giorni d’Aspromonte), aveva manifestato intorno a quel disegno un aperto scontento, non già perchè fosse o amasse apparire freddo ammiratore del Generale, del quale pensava «che non avrebbe mosso un dito per recar disturbi all’Inghilterra;[259]» ma perchè non sapeva fino a qual segno l’agitazione popolare suscitata dalla sua venuta potesse trascorrere, nè in qual modo un’accoglienza anche semiufficiale potesse essere interpretata dai potentati, specie da Napoleone III, del quale, ardendo la contesa dano-germanica, apprezzava più che mai l’amicizia. Però resistette, traccheggiò, chiese proroghe, suscitò inciampi; e sol quando i membri del Comitato per il ricevimento gli fecero intendere che Garibaldi sarebbe venuto anche contro il suo consenso, mutò tattica e volse tutto il suo ingegno a fare in guisa che l’avvenimento ormai inevitabile gli tornasse più innocuo o meno pericoloso.
Fra i più entusiasti di quel viaggio v’erano certi signori Chambers di Liverpool, marito e moglie, entrambi devoti al Generale e per le cure prodigategli durante la sua infermità al Varignano ed a Pisa a lui singolarmente cari: egli, il marito, rispettabile tory, maggiore della milizia e colonnello dei Rifles Volunteers della sua contea, ma per l’indole flemmatica e aliena dalle brighe pubbliche assai più inclinato a secondare le voglie della moglie che a dirigerle; ella donna di scarse attrattive femminili, ma dotata in cambio di tutta la energia che mancava al marito, invasata da quello ardore d’apostolato che in molte donne della sua razza fa singolar contrasto collo spirito di famiglia e il culto della home, e che essendosi fitta in capo di condurre il Generale in Inghilterra s’era fatta oramai di quest’impresa, lo scopo supremo della sua volontà tenace e della sua febbrile operosità.
Ora, come tutto ciò era noto in Inghilterra, ad essi principalmente il Comitato del ricevimento affidò il mandato di riannodare la pratica del viaggio e di concertare tutto quanto fosse necessario alla sua effettuazione.
Però s’intende che essi, la signora principalmente, non si fecero pregare; giunsero in sullo scorcio di gennaio a Caprera, vi si insediarono senza cerimonie e posero tosto il Generale in un vero stato d’assedio. La signora Chambers non gli lasciava, staremmo per dire, un istante di tregua; gli entrava in camera, lo seguiva alla passeggiata, ne interrompeva i lavori, ne turbava le ore a lui più care della meditazione e della solitudine, e sempre e dappertutto per parlargli d’un argomento solo: il viaggio d’Inghilterra. Ora gli recava i giornali che pronosticavano il suo arrivo, ora gli mostrava lettere di questo o quell’Inglese che l’invitavano al viaggio, ora disputava, ora pregava, ora per convincerlo dipingeva con enfatici colori le accoglienze che lo attendevano: le contentezze della nobiltà; le gioie della city; l’entusiasmo del popolo. Il Generale però esitava sempre; sicchè può affermarsi che poche risoluzioni furono da lui più dibattute e ponderate di quella. Due dubbi principalmente gli battagliavano nell’animo e lo tenevano perplesso. Qual era il pensiero del Governo britannico intorno a quel suo viaggio; quale profitto avrebbe potuto ritrarne l’Italia? E poichè da un canto le esitanze del Palmerston duravano sempre, e dall’altro la parola d’ordine mandata alla signora Chambers era di togliere al viaggio qualsiasi colore politico e molto più rivoluzionario, così le due principali obbiezioni del Generale continuarono a restare lungamente intatte e i negoziati a non progredire d’un passo.
Sui primi di marzo però arrivarono all’infaticabile plenipotenziaria decisivi soccorsi. Dicemmo che Lord Palmerston, veduta l’impossibilità di scongiurare un avvenimento che ormai l’Inghilterra tutta voleva, aveva da quell’accorto uomo che era finito coll’acconciarvisi, riserbandosi soltanto di studiare co’ suoi amici il modo onde cansarne o almeno scemarne i probabili pericoli e i certi fastidi. E il modo fu ben presto trovato. Anzitutto per levare viemeglio dal viaggio ogni ombra d’intento politico si doveva propalare la voce, e non mancavano giornali all’uopo,[260] che il Generale, non per anco ristabilito dalla sua ferita, venisse solo in Inghilterra per cercare, in un clima diverso, un ristoro alla sua malferma salute; poscia importava fare in guisa che il Generale appena messo piede sul suolo britannico fosse circondato da tali persone e cadesse in tali mani che gl’impedissero, senza parere, qualsiasi scarto e, assopendolo tra le carezze e cingendolo di catene di rose, lo tenessero, a sua insaputa, prigioniero. Così fermato il disegno, l’esecuzione fu un portento di abilità e di esattezza. Il signor Seely, membro del Parlamento e insieme del Comitato promotore, cominciò ad accaparrarlo per la sua villa di Brook-House nell’isola di Wight, dove avrebbe potuto, diceva, rimettersi dai disagi del viaggio prima d’accingersi alla maggior fatica dell’ingresso in Londra; ma dove infatti era convenuto dovesse passare una specie di quarantena, la quale desse modo a’ suoi ospiti di scrutarne le intenzioni, catechizzarne lo spirito ed apparecchiarne il contorno. Nello stesso tempo il Duca di Sutherland gli scriveva per offrirgli la principesca ospitalità del suo palazzo di Stafford-House, più volte insistendo perchè non gli fosse negato tanto onore. Infine il signor Thornton Hunt, segretario, o uno dei segretari privati di Lord Palmerston, parlando in proprio nome, ma lasciando intendere che era certo d’interpretare i propositi del suo Ministro, toglieva su di sè di vincere quella che fin allora era stata una delle più forti obbiezioni del Generale, assicurandolo che il governo della Regina non poteva nutrire alcun sentimento avverso ad un fatto che non solo era voluto dalla grande maggioranza del popolo britannico, ma tendeva ad onorare una delle più schiette personificazioni del patriottismo e della virtù; certo, soggiungeva, non era quello il caso di parlare di accoglienze ufficiali; ma qualora tanto il Generale quanto i suoi amici si fossero studiati a spogliare la visita desiderata da ogni carattere politico, impedendo sopratutto che potesse mai degenerare in pretesto di agitazioni e di tumulti, egli, il signor Hunt, poteva quasi star mallevadore che così Lord Palmerston come i suoi colleghi sarebbero stati lietissimi d’incontrare dove che sia l’ospite onorato dall’Inghilterra, e associarsi come cittadini inglesi al meritato onore che la loro patria gli tributava.[261]
Al ricevere di questi iterati inviti, alla lettura di queste lettere, il Generale si diede per vinto; e non già perchè le offerte del signor Seely, o del Duca di Sutherland lo avessero sedotto o le dichiarazioni del segretario Hunt appagato: ma perchè dopo due anni di negoziati, di dispute, di lotte, egli pure era all’estremo delle sue forze; perchè una volta assicurato che al desiderio del popolo inglese s’associava il consenso del suo Governo, non avrebbe più potuto senza taccia di selvatichezza rispondere a tanta cortesia con un rifiuto; perchè se anco gli fosse impedito di bandire ai quattro venti quale fosse il vero ed ultimo scopo della sua visita e quali aiuti sperasse ritrarre a profitto della sua Italia, si lusingava tuttavia che non gli sarebbe o prima o poi mancata l’occasione di farlo intendere in segreto; perchè infine se non poteva propriamente definire in che quell’ultimo scopo avesse a consistere ed a quale impresa quegli aiuti dovessero servire, sperava sempre che da cosa nascesse cosa, e che in ogni caso le circostanze l’avrebbero ispirato e la fortuna come sempre soccorso.
Ed è questo un punto che nella storia di quest’episodio non va dimenticato. Garibaldi non aveva intorno al suo viaggio in Inghilterra alcun fermo e chiaro concetto: avrebbe voluto che non isterilisse in una vana mostra; ma in qual modo renderlo fecondo, egli pel primo sarebbe stato incapace ad affermare. Più volte infatti, interrogato da chi l’attorniava,[262] che cosa si farebbe in Inghilterra? dava risposte diverse e contradittorie: ora accennava in confuso all’idea di armar in qualche porto inglese uno o più bastimenti per muovere una disperata guerra di corsari contro l’Austria allora impegnata nel litigio danese; ora delineava vagamente progetti di spedizioni in Grecia o in Polonia; ora carezzava il disegno di raccogliere in Inghilterra denari ed armi per una futura impresa veneta; ed altre siffatte fantasticaggini. Delle quali fantasticaggini però era utile toccare per mettere in sodo fin da principio che nessuna libidine di popolarità, nessuna vanità di pompe e di trionfi spingeva l’eroe a quel pellegrinaggio; ma soltanto la speranza, vaga, annebbiata, finchè si voglia, di poter giovare un’altra volta, come si fosse, alla causa della patria sua, alla causa di tutti i popoli oppressi, per la quale andava, da circa trent’anni, apostolo armato pel mondo predicando e combattendo.
III.
Deciso il viaggio, in poche settimane ne furono apprestati i mezzi. Giusto un accordo preso tra i signori Chambers e il Comitato di Londra, un bastimento della Peninsular Oriental Company doveva passare a Caprera per prendere il Generale e tragittarlo a Malta, d’onde un altro della stessa Compagnia l’avrebbe poi trasportato in Inghilterra.[263] E così avvenne.
Il 21 aprile la Valletta gettava l’àncora nelle acque della Maddalena; poche ore dopo il Generale vi s’imbarcava. Lo accompagnavano il signor Chambers, i figli Menotti e Ricciotti, il dottor Basile, il signor Sanchez spagnuolo (destinato però a sbarcare a Gibilterra), Giovanni Basso e Giuseppe Guerzoni. Prima dell’imbrunire il piroscafo sferrò e nella sera del giorno 22 approdava nel porto della Valletta. E com’era a prevedersi, non appena corsa la nuova di quell’inaspettato arrivo, la città fu tutta a rumore; e Garibaldi cominciò tosto a saggiare le prime delizie di quelle ovazioni di cui tra poco il popolo inglese lo sazierà. Fortunatamente il Ripon, quel secondo vapore della Peninsulare che doveva portarlo in Inghilterra, arrivò; egli potè imbarcarvisi con tutti i suoi, e nella notte stessa del 23 ripigliare il suo viaggio. Il quale sino alla fine fu felicissimo, senz’altro di notevole che una fermata a Gibilterra, dove il Governatore del Capo, appena saputo l’arrivo del Generale, gli manda incontro ufficiali di terra e di mare, in grande uniforme, per ossequiarlo in suo nome ed invitarlo a scendere a terra. Ma il Generale, adducendo che il piroscafo era sulle mosse, si schermì cortesemente; e infatti prima che il sole di quel medesimo giorno 26 aprile fosse tramontato, il Ripon aveva già varcato lo stretto e dopo altri sei giorni di prospera navigazione gettava l’àncora nel porto di Southampton.
Quantunque piovesse a dirotto e fosse domenica, ciò nonostante un’immensa moltitudine di popolo, alla cui testa primeggiava il Mayor della città, stava ad attendere fino dalla mattina l’annunziato visitatore. Le campane suonavano a festa: i bastimenti ancorati nel porto avevano issato ai più alti pennoni le loro bandiere, e tutta la città era pavesata dagli intrecciati colori d’Italia e d’Inghilterra. Gran numero di cittadini erano accorsi da Londra e dalle terre vicine; e non appena il Ripon apparve all’imboccatura del Solten,[264] il Duca di Sutherland, il signor Seely, il signor Negretti ed altri Italiani, sopra un agile vaporetto di rimorchio gli erano mossi incontro. Pochi istanti dopo il Ripon entrava nel dock, e il Generale montato sul ponte salutò più volte col cappello la folla aspettante, la quale indovinatolo allo storico suo costume gli rispose con salve triplicate di fragorosissimi urrà. Intanto però che il Ripon manovrava per accostar lo scalo, il Duca di Sutherland, il signor Seely, e il signor Negretti montavano al suo bordo, impazienti, dicevano, di dare il benvenuto al Generale, che doveva essere loro ospite; in fatto premurosi di dare un principio d’esecuzione al disegno prestabilito d’isolarlo al più presto da ogni consorzio pericoloso e impadronirsene. Garibaldi non cercò più che tanto, e deliberato ormai a non far cosa che potesse sgradire a’ suoi ospiti, e in ogni caso a cattivarseli e vincerli colla dolcezza e la sottomissione, accettò senz’altro la graziosa offerta e si preparò a scendere a terra.[265]
Qui però confidiamo che il lettore non ci vorrà muovere rimprovero se gli risparmiamo un’altra volta la circostanziata narrazione delle accoglienze. In una storia in cui codesta sorta di trionfi occorre ad ogni passo e sovente con monotona somiglianza si rinnova, la parsimonia delle descrizioni ne par quasi un preciso dovere e tanto più in questo viaggio dove il gigantesco romano trionfo di Londra sta per riassumerli e vincerli tutti.
Accolto allo scalo dal Lord Mayor; condotto in una carrozza a quattro cavalli al Town-Hall e quivi convitato dal Mayor stesso a sontuoso banchetto, ricevute nel corso della giornata innumerevoli visite, udito al mattino vegnente l’indirizzo del Consiglio di città e rispostogli in uno stentato e lento, ma chiaro inglese che «la nazione britanna meritava la riconoscenza degli Italiani,» ricevute poco dopo le Deputazioni delle città di Bristol e di Newcastle, e d’altre Corporazioni e Comitati, passò finalmente nelle mani del signor Seely, il quale, rapitoselo sopra uno degli eleganti vaporetti che fanno il servizio dell’isola di Wight, se lo trafugò per viottole segrete nel suo Brook-House,[266] spaziosa e dorata muda, dove il leone prima di comparire in pubblico dovrà addestrarsi, per alquanti giorni, ad addolcire la voce ed ammorbidire le ugne.
A Brook-House il Generale doveva restare sinchè i preparativi del ricevimento di Londra fossero compiuti. Nè egli sembrava premuroso di abbreviare il termine del suo ritiro. L’ospitalità infatti del signor e della signora Seely, oltrechè splendida era sì amabile, e il recesso così ameno, e quel riposo così grato, che ogni uomo anche di gusti meno semplici e solitari di Garibaldi vi si sarebbe obbliato. Era però un ozio relativo. Il solo rispondere alle innumerevoli lettere d’invito, d’offerte, di augurii, di domande di ritratti, d’autografi e di capelli che da ogni angolo del Regno gli fioccavano, era una faccenda laboriosissima. Così le visite che era obbligato a fare nelle principali terre dell’Isola (notevole tra tutte l’accoglienza di Newport), s’alternavano con quelle che riceveva a Brook-House egli stesso; e quindi oggi il poeta Tennyson[267] e Lord Shafterbury; domani il signor Gladstone, Cancelliere dello Scacchiere, e Carlo Blind il celebre patriota tedesco; posdomani i signori Kinnaird ed Ashley membri del Parlamento, e Alessandro Herzen, l’ardente agitatore russo: un altro giorno infine Giuseppe Mazzini in persona, che il Generale stesso aveva desiderato vedere prima del suo arrivo in Londra, col quale s’abbracciava affettuosamente e restava in lungo segreto colloquio.
La più geniale però di tutte quelle occupazioni fu la rivista all’arsenale di Portsmouth. Invitatovi dallo stesso ammiraglio Seymour, comandante di quella stazione navale, trasportato da Cowes a Portsmouth sul yacht ammiraglio Fire Queen, comandato dal capitano Scott, un avanzo di Trafalgar; incontrato all’ingresso del porto dalle lancie di tutti i comandanti della squadra e da grandissima folla di cittadini; condotto a visitare minutamente ogni punto del grandioso stabilimento e cantieri, e officine, e scuole di marina, gli è alla fine, sul Royal Sovereign, offerto il grandioso spettacolo di una gara al bersaglio con cannoni Armstrong di 300 libbre, nuovissimi allora, seguíto tosto da evoluzioni e manovre a fuoco di tutta la squadra.[268]
IV.
Frattanto il giorno destinato al solenne ingresso in Londra era giunto, e la mattina dell’11 aprile, giusta il convenuto, Garibaldi s’imbarca col signor Seely, i signori Chambers, i figli e gli altri suoi compagni di viaggio per Southampton, d’onde in sul mezzogiorno un treno apposito, al tuonar del cannone, allo squillar delle campane, lo trasportava con velocità inglese verso la grande metropoli.
Anche Londra però erasi degnamente preparata a riceverlo. Era stato stabilito che il Generale smonterebbe alla stazione di Nine Elms, ove sarebbe ricevuto dai membri del Comitato promotore, dai Delegati degli operai e della Colonia italiana; che fuori della stazione lo attenderebbero schierate per scortarlo, ciascuna colle sue musiche e i suoi gonfaloni, le corporazioni principali della città, tra le altre quelle della Soutwark Temperance, dei Foresters, degli Old Fellows; dei Temperance Sons of Phenix, degli Old Friends, e della Legione inglese Garibaldi nel 1860; che di là monterebbe nella carrozza a tiro a quattro del Duca di Sutherland e per Wandsworth Road, Miles, Brough, New Bridge-Street, Upper-Kennington, Lane, Kennington-Road, Westminster-Bridge-Road, Westminster-Bridge, Parliament Street, Charing Cross e Pall-Mall, procederebbe, processionalmente, fino a Stafford-House. Quantunque però fosse stato annunziato che egli non arriverebbe a Nine Elms se non verso le due del pomeriggio, tutte le strade d’onde doveva passare brulicavano, fin dalle prime ore del mattino, d’una folla immensa, multiforme, rumorosa, che veniva crescendo, ad ogni istante, incalzando, accavallandosi, allagando le piazze e le vie, stipando i palchi eretti espressamente lungo il passaggio, rigurgitando dalle finestre, spuntando dagli abbaini, arrampicandosi sui tetti, penzolando dagli alberi, vivente oceano di teste che faceva ondeggiare all’occhio, case, monumenti, torri, ponti, giardini, e pareva quasi subissarli.
Finalmente, poco dopo le due, un lungo fischio e un subitaneo e più violento mareggiare della folla annunziava che il treno tanto aspettato entrava in stazione. Garibaldi ne scese tosto, e uditi gl’indirizzi delle Deputazioni, ricevuti gli omaggi d’un’eletta di spettatori e spettatrici, raccolta sotto un ricco padiglione, che l’apostrofava co’ più teneri ed eroici nomi e «Dio vi benedica, benvenuto nel paese della libertà» e «Benvenuto l’eroe italiano,» riuscì finalmente, non senza stento per la fitta calca che ne assiepava le porte, a uscir dalla stazione ed a montare nella carrozza designatagli. E qui accadde un fatto straordinario, il più straordinario forse fra i mille di quella giornata. Tutta quella moltitudine che dianzi fiotteggiava e sordamente mugghiava come un mare gonfiato dai primi soffi della bufera, all’apparire di Garibaldi sulla carrozza, fosse il pittoresco ed insolito costume, fosse la nuova meraviglia di quella superba testa leonina, nella quale la natura pareva essersi compiaciuta a fondere insieme tutti i tratti della forza e della bellezza; tutta, dicevamo, quella tempestosa e sterminata moltitudine, s’abbonacciò a un tratto e per alcuni secondi restò davanti a quella inattesa apparizione, estatica, muta, quasi pietrificata, come se avesse veduto balzar di sotterra all’improvviso, il biondo e capelluto fantasma d’uno de’ leggendari eroi d’Engisto e d’Horsa, cari ad Odino ed a Thor. Ma fu, come dicemmo, un attimo, chè subito dopo, scossa la istantanea malía, quella stessa moltitudine esalò dall’immane petto tale un ruggito, tale un iato, non sapremmo dire, se di tripudio, d’ammirazione o d’amore, da far correre un brivido per le vene ai più, e lasciar a sua volta lo stesso Garibaldi sbalordito per un istante ed esterrefatto.
Allora cominciò lo sfilare delle corporazioni e delle rappresentanze; finita la sfilata, il corteo si mosse e si vide un nuovo spettacolo.[269] Migliaia di braccia s’agitavano; migliaia di fazzoletti sventolavano; migliaia di cappelli salutavano; migliaia di mani applaudivano; migliaia e migliaia di bocche gridavano co’ più svariati accenti, co’ più fantastici attributi, un nome solo: Garibaldi. La processione delle corporazioni che aprivano la marcia, arrestata a ogni passo dalla piena, avanzava lentamente; ancora più lentamente la carrozza del Generale. In taluni luoghi la stipa era tale che la carozza, incastrata entro un serraglio di corpi umani, non poteva nè avanzare nè retrocedere. E in mezzo a tutto ciò due meraviglie, una per gl’Inglesi: la serenità olimpica di Garibaldi; un’altra per il forestiere: l’ordine perfetto, nel disordine immane di tutta quella folla babilonica, mantenuto da pochi policemen senz’armi. Dire i saluti a cui ha risposto, i baci che ha restituito, le strette di mano che ha barattate il Generale sarebbe impossibile: basti che dopo poche ore le sue mani, il suo volto, il suo mantello erano tutti tigrati di macchie nerastre come fosse uscito appena da una fucina o da una miniera. A un certo punto, presso Westminster, una subitanea rotta della fiumana popolare divide il Generale dalle corporazioni, ond’eccolo tagliato fuori dal suo corteo e prigioniero d’un popolo nuovo, ma non meno infanatichito, che a somiglianza del primo lo assale, lo serra, lo pigia, vuol parlargli e farlo parlare; lo assorda colle sue voci, lo soffoca ne’ suoi amplessi, lo ucciderebbe fors’anco, se l’opportuno intervenire di due o tre policemen non lo liberasse a tempo da quelle strette d’amore delirante, e non aprissero, in quel gigantesco ginepraio di mani e di braccia, un breve spiraglio per cui potere proseguire. Quando a Dio piacque infatti il convoglio potè ravviarsi: passò Westminster-Bridge, passò Trafalgar-Square, dove la base della colonna di Nelson, fitta di spettatori, sembrava un piedestallo di statue viventi, ed entrò in Pall-Mall; ma in quel punto, circa le sette e mezzo, l’ultimo raggio di sole si nascondeva nel lenzuolo di nebbia delle sere britanniche, e pochi istanti dopo carrozze, bandiere, rappresentanze, spettatori e Garibaldi non erano più che una torbida fantasmagoria d’ombre confuse che s’agitavano nella caliginosa opacità della notte imminente. Ma ciò non ostante il popolo continuava ancora a seguire, a gridare, a segnare a dito Garibaldi, indovinandolo coll’istinto, salutando il suo mantello grigio che solo spiccava ancora nelle tenebre. Finalmente l’architettonica massa di Stafford-House spuntò: la folla raccolta sullo square, tra preghiere, ammonimenti, spinte, fece quel tanto di largo che permettesse alla carrozza d’entrare la grande cancellata del palazzo e colà finalmente il Generale potè mettere piede a terra. Un tappeto di porpora era steso dall’atrio allo scalone, a’ piedi del quale attendeva con gran corteo di gentiluomini e di dame la bella Duchessa di Sutherland; Garibaldi s’avanzò verso di lei con passo lento ma fermo; ne ricevette il benvenuto, ne sfiorò colla sua destra, affumicata dal contatto di tutto il catrame di Londra, la candida mano, e lasciando delusa la moltitudine che ancora s’ostinava a volerlo rivedere, sparì nei penetrali della principesca dimora. Sei ore da Nine-Elms a Stafford-House; sei ore per cinque miglia: un mezzo milione di spettatori accalcati sulla via del passaggio; una piena di popolo quale non vide l’esercito inglese reduce da Crimea, erano le parole che correvano su tutte le labbra alla fine di quella memorabile giornata e ne riepilogavano la meraviglia.
V.
All’indomani Garibaldi parve riposato, ma cominciarono allora le sue dodici fatiche. Come però non è questa una storia aneddotica e il descriverle tutte, episodio per episodio, particolare per particolare, richiederebbe, senza iperbole, un volume, così ne restringeremo il racconto in rapidissimi tocchi.
Il 12 di buon mattino ascolta un indirizzo degli abitanti del quartiere di San Pancrazio, santo a lui memorabile; visita più tardi a Chiswick la Duchessa madre di Sutherland; dove incontra Lord Russell, Lord Granville, il duca e la duchessa d’Argyll, il conte e la contessa di Clarendon, il signore e la signora Gladstone e durante la colazione la banda del secondo reggimento delle Life Guards gli suona il suo inno. Sul pomeriggio altra visita a Lord Palmerston, col quale si trattiene in segreto oltre un’ora, e la sera banchetto, ricevimenti e discorsi ancora.
Il 13 mattina rivista all’arsenale di Woolwich, dove impennatisi i cavalli gli operai dello stabilimento trascinano la sua carrozza a forza di braccia; nella sera banchetto di quaranta coperti dal duca di Sutherland, e subito dopo solenne ricevimento, durante il quale il Generale, seduto sopra una specie di trono nella gran sala degli Staffords, vede sfilargli davanti la più antica e più pura nobiltà di Brettagna e di Scozia.
Il 14 mattina udienza alle Deputazioni della città di Manchester; poco dopo rivista della brigata dei pompieri, di cui è colonnello il Duca di Sutherland, e la sera comparsa al Covent-Garden dove si rappresenta la Norma e in suo onore un atto della Muta di Portici; ed egli è letteralmente coperto di fiori dalle più belle mani del Regno Unito.[270]
Il 15 escursione agricola a Bedford e davanti a nuova moltitudine di popolo, convenuto da tutte le parti del distretto, esperimenti delle macchine Howard; alla sera desinare intimo da Antonio Panizzi, il celebre restauratore del British Museum e vecchio amico suo.
Nella mattina del 16 visita alla birreria Berkley e Perkins; verso il tocco gran concerto al Palazzo di Cristallo, datogli dagli Italiani; trentamila spettatori lo accolgono, una Deputazione di suoi compatriotti gli presenta una bandiera col motto «Roma e Venezia;» Arditi dirige l’orchestra, e un coro di mille voci gli canta:
O Garibaldi nostro salvator, Te seguiremo al Campo dell’onor.
Dal Crystal Palace passa a Piccadilly[271] dove Lord Palmerston lo convita a solenne banchetto.
Il 17 è domenica, e come è noto il rigoroso rispetto che gl’Inglesi professano od ostentano per il giorno festivo, così il russo Alessandro Herzen riunisce in casa sua a fraterna mensa, fra una scelta d’amici, Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini.[272]
L’agape però nulla aveva di politico. Certo in quel cenacolo di apostoli e di soldati di tutte le patrie e di tutte le libertà un discorso doveva ricorrere e dominare su tutti gli altri; ma nessuno prestabilito disegno di complotti rivoluzionari, nessun occulto pensiero presiedeva il nobile simposio. Gli stessi brindisi, commoventissimi per chi li profferiva come per chi li udiva, non furono che reciproche testimonianze d’onore e d’affetto, scevri interamente da ogni ascoso fine politico, se non forse l’altissimo di riaccostare almeno un istante due grandi spiriti affratellati un giorno dalla medesima idea, e che non avrebbero potuto passarsi vicini senza seppellire in un amplesso ogni ricordo della passata discordia. Mazzini con ispirate parole bevve alla «libertà de’ popoli, all’associazione de’ popoli, a Garibaldi vivente incarnazione di questa idea, alla povera, santa Polonia, alla giovine Russia.» Garibaldi con caldo accento rispose: «Al mio amico e maestro Giuseppe Mazzini;[273] alla Polonia, alla Russia, all’Inghilterra.» E al toccar de’ bicchieri una lacrima brillava nell’occhio di tutti i commensali; ed Herzen, strozzato dall’emozione, non potè pronunciare che poche e rotte parole.
Al lunedì vegnente ricevimento a Stafford-House di privati e di Deputazioni;[274] visita a Ledru Rollin, e Louis Blanc; al tocco un secondo concerto popolare al Palazzo di Cristallo, dove un popolo misto di Corporazioni, di Rappresentanze, di Deputazioni, sfila davanti al Trionfatore, che sa trovare per tutti il contegno e la parola opportuna, notevole e notata da coloro che cominciavano ad impensierirsi di quei trionfi, quella da lui gridata ad alta voce alla Deputazione degli esuli polacchi: «Chiedo che la nobile nazione inglese non voglia abbandonare la nazione polacca.»
Il martedì invece è giornata di riposo, se riposo può dirsi leggere o firmare serque di lettere e di ritratti, discorrere con centinaia di persone e posare ora per un busto, ora per una fotografia, risedersi a tavola tre o quattro volte il giorno, per non far torto all’usanza degli ospiti, meravigliati che un eroe mangiasse così poco e bevesse anche meno, e finito il pasto, all’ora rituale in cui le signore lasciano i lor cavalieri in intimi colloqui col Sherry e col Brandy, si ritirasse con loro.
Così però era arrivato il 20 aprile; il giorno solennissimo destinato al conferimento della cittadinanza di Londra, che è, come ognuno sa, il più grande onore che la vecchia city possa dare, invidiato e raramente ottenuto dagli stessi Sovrani; e che a Garibaldi era stato decretato, senza contrasto, appena ebbe messo il piede sul suolo britannico. E come la storica cerimonia fu anche il compendio simbolico di tutte le onoranze tributate all’eroe italiano, così ne toccheremo meno fugacemente.
Assistito ad un asciolvere dal duca d’Argyll, in un tiro a quattro alla Daumont da Prince’s Gate, dimora del signor Seely dove il Generale era passato, s’avviò in sul mezzogiorno verso Guild-Hall. Lo accompagnavano, giusta il rito, il signor Richardson e l’Alderman Scott, ciambellano del Town-Hall, cui spettava quest’onore, il primo per aver proposto, il secondo per aver secondato la mozione del Freedom: lo seguivano in altra carrozza il signor Seely e i figli, e in altre ancora un lungo corteo di membri del Parlamento e di nobili invitati. Le botteghe erano chiuse, i lavori sospesi come nel giorno dell’ingresso. Turbe di popolo assiepavano le strade per le quali doveva passare il corteo; ma all’ingresso della city e più ancora nei pressi del Palazzo di città la calca è sì densa, la piena sì procellosa da pareggiare quasi quella impareggiabile dell’11 aprile. Arduo perciò come in quel giorno il transito; arduo ai policemen contenere il torrente; arduo e pericoloso insieme per il Generale lo scendere di carrozza. Vi pervenne tuttavia, e allora, accolto nell’atrio di Guild-Hall dalla deputazione del Comitato di ricevimento, passando fra due ale di gentlemen e di ladies che lo salutano e s’inchinano come ad un re, è condotto nel gran salone del Consiglio, in mezzo ad una fiorita corona d’invitati, e quivi, sotto un ricco baldacchino, sopra seggiolone dorato, fra il signor Seely e suo figlio Ricciotti,[275] fatto sedere.
Entrarono allora gravi e solenni nel loro storico costume, roboni di velluto nero, parrucche bianche a zazzera, grandi lattughe allo sparato, il Lord Mayor, gli Aldermen, i Clerks, e fattosi un solenne silenzio il Town’s Clerk venne innanzi e lesse il seguente decreto:
«Che l’onorevole titolo di cittadino sia conferito al generale Garibaldi come segno di riverenza al più magnanimo e valoroso dei patriotti e gli sia presentato in una scatola d’oro del valore di cento ghinee.»
Una salva d’applausi era già scoppiata alle parole most generous and magnanimous man, un’altra ancora più fragorosa seguì la chiusa del decreto. Allora il Generale si alzò e il signor Scott gli lesse un lungo indirizzo, nel quale, dopo avergli significato come Londra andasse superba d’avere tra’ suoi cittadini un uomo che a nessun altro poteva essere paragonato, «perchè in nessun uomo si trovarono insieme accoppiate come in lui la semplicità d’un Cincinnato, l’incorruttibilità d’un Dentato, il cuore di Leonida, la tenerezza d’una donna, la confidenza d’un fanciullo;» conchiuse ringraziandolo d’aver destata in Inghilterra la fiamma della libertà, ed augurando all’Italia di compiere la sua unità ed indipendenza.
Il Generale, che aveva ascoltato con profondo e decoroso raccoglimento, fece in inglese, con accento stentato e troppo apertamente meridionale, ma con perfetta correzione di sintassi e di lingua, questa risposta:
«Non mi è possibile esprimere a voi, come rappresentanti di questa gloriosa città, la gratitudine che io provo dell’onore che mi avete oggi conferito. Ne inorgoglisco più che dell’avere il primo onore, il primo grado in guerra, perchè non so qual cosa possa tenersi più onorevole che l’esser libero cittadino di questa città. Nè io dico questo per adularvi. Ho veduto che questo è il vero centro della libertà del mondo, è il foco della civiltà di tutte le nazioni. Qui niuno è straniero, perchè in Inghilterra ogni uomo è in casa sua. Vi ripeto che non potrei esprimere la mia riconoscenza, ma ve ne ringrazierò, non potendolo per me stesso, in nome della mia patria, che aspetta dall’Inghilterra quell’aiuto ch’essa può dare in guerra.
»Certo l’Italia non potrà mai dire abbastanza quanto è grata a questo paese pel gran favore con cui ha accolto la sua causa, e per gli aiuti che le ha dato in tempi di gran bisogno. Nè è questa la sola volta che io sono stato beneficato dal popolo inglese. Lo fui in America quando dovetti alla protezione inglese se fui salvo da gran pericolo. — Ebbi anche aiuto da Inglesi in Cina. Tutto questo non potrei mai dimenticare; ma dovunque sarò, il mio affetto, la riconoscenza verso il popolo inglese sarà imperitura. — Ripeto che sono gratissimo per me e per la mia patria al popolo inglese.»
Certo questo discorso non aveva nulla di peregrino, ma il Generale che al toccar del suolo inglese pareva aver acquistato il senso, a lui tanto innaturale, della convenienza e della misura, ed essersi trasformato in un attore provetto, a cui nessuno dei lenocinj dell’arte sia ignoto; il Generale, dico, seppe dare a quelle sue parole, studiate più che non si pensi, tale un’impronta di verità e di naturalezza, e trovare recitandole un atteggiamento così artisticamente equilibrato tra la modestia e la dignità, un gesto così giustamente misurato tra la vivacità italiana e la rigidezza anglo-sassone, un’intonazione così abilmente indovinata tra la rozzezza eroica e la cortesia signorile, e sopratutto tali modulazioni, tali blandimenti e incanti di voce da suscitare in tutto l’uditorio un vero delirio. Una triplice tonante salva d’applausi, quali forse quella sala non aveva mai uditi, accolse la fine del discorso e soltanto la maestà del luogo e della cerimonia parve trattenere da più clamorose manifestazioni. Quando però il Generale, salutato il Mayor e la Mayoressa, si mosse per uscire, il pubblico, rotta ormai quella diga di tradizionale rispetto che l’aveva fino allora contenuto, dimenticò ogni gravità, e scavalcando sedie e barriere si rovesciò letteralmente su di lui, per ottenere, con mille voci, l’onore d’un suo shake hands. Nè forse l’eroe sarebbesi rifiutato anche a quel capriccio se taluno de’ suoi amici non si fosse opposto, dicendo che ciò avrebbe nociuto alla sua salute; il che bastò perchè tutta quella folla tumultuante si ritraesse e diradasse in silenzio.
Allora il Generale uscì da Guild Hall per passare a Mansion-House, dove il Lord Mayor dava in suo onore lo storico banchetto della Loving Cup, nel quale il Generale, ignaro del rito, bevve alla salute del Popolo inglese fra le acclamazioni de’ convitati.
Non fu quella però l’ultima impresa di quella giornata campale. Alle 6 il Generale dovette intervenire ad un altro banchetto, il terzo in un giorno, offertogli dal Cancelliere dello Scacchiere e trattenervisi fino a tarda ora sempre sulla scena, sempre in sull’all’erta per ascoltare e rispondere, sempre meraviglioso a tutti di semplicità, di cortesia, di tatto e di pazienza.
VI.
Ma nel medesimo giorno che Londra scriveva nell’Albo de’ suoi cittadini il nome di Giuseppe Garibaldi, una voce, susurrata pochi giorni prima come una vaga ipotesi ed una remota eventualità, prendeva a un tratto nei giornali la forma asseverante d’una positiva notizia: «Garibaldi interrompeva il suo viaggio e si preparava a ripartire per l’Italia.» Naturale pertanto che un simile annunzio destasse in tutte le classi della vasta metropoli (eccettuati forse i pochi consiglieri e preparatori di quella partenza) il più grande stupore ed il più vivo malcontento. Indarno i diari amici del Ministero si studiavano di onestare e spiegare quella repentina risoluzione con semplici e naturali motivi; dicendola imposta da ragioni di salute, consigliata dai medici, suggerita dalla pietosa sollecitudine di risparmiare al Generale, già affranto dalle fatiche de’ suoi primi trionfi, nuovi e più gravi travagli; la città, le classi popolari principalmente, non sapevano appagarsi di queste ragioni; e messe già in sospetto da tutta quella estemporaneità di passione amorosa onde l’aristocrazia britannica era stata presa per il mozzo nizzardo, fiutavano sotto quelle mostre di zelo per la salute d’un uomo, che stava forse benissimo, le fila d’una trama aristocratica o politica, cominciando già a dimostrare apertamente la loro incredulità e diffidenza, agitandosi nei pubblici meetings, e forzando il governo stesso a rispondere in Parlamento.
Per intendere frattanto fino a qual punto quei sospetti fossero giustificati, e fra le tante e contradittorie ragioni di quella partenza, sceverare, non diremo la vera, ma la più prossima al vero, importa rimontare alcuni giorni addietro e penetrare un po’ più addentro nel retro scena della storia.
Il lettore non ha dimenticato che il Governo inglese non aveva mai veduto di buon occhio il viaggio di Garibaldi. Presago dei disturbi che la inopportuna visita gli avrebbe, o prima o poi, arrecati, Lord Palmerston s’era studiato fino alla fine di scongiurarla, e solo quando la vide ormai inevitabile fece buon viso, come suol dirsi, all’avversa sorte, e s’adoperò, nel modo che sappiamo, a menomarne le conseguenze. In sulle prime però tutto parve andargli a seconda. Garibaldi s’era abbandonato, senza resistenza alcuna, alle braccia dei Geni tutelari che dovevano, durante il suo passaggio per Albione, custodire la sua innocenza e preservarlo dai diabolici contatti della rivoluzione; Garibaldi mansueto, quale mai non fu, passava di banchetto in banchetto, di cerimonia in cerimonia, di teatro in teatro, rappresentandovi, appuntino come una brava bestia feroce bene ammaestrata, la parte che meglio gradiva a’ suoi custodi e al suo pubblico, senza dare mai il più piccolo segno di ribellione, o mandare il più lieve ruggito di collera. Non v’era dunque a pentirsi troppo d’averlo lasciato venire. È ben vero che egli aveva messo sottosopra mezza Inghilterra, e in combustione tutta Londra; ma infine era sperabile, era presumibile che a poco a poco il fanatismo si stancherebbe, l’entusiasmo svamperebbe, la vecchia freddezza inglese riprenderebbe il sopravvento; lo stesso attore a forza di essere veduto e sentito si logorerebbe, e tutto rientrerebbe in breve, con poco fastidio, nella calma e nell’ordine di prima. Accadde invece tutto il contrario. Passavano i giorni, le ovazioni succedevano alle ovazioni, e gli spettacoli agli spettacoli, ma il saturnale garibaldino non dava alcun segno di cessare. Garibaldi continuava da oltre una settimana a mostrarsi, a concedersi, a distribuirsi a quanti volevano vederlo, udirlo e toccarlo; ma il farnetico non accennava a calmarsi; Londra tornava ogni mattina e ogni sera a mirare, a contemplare ad adorare il suo nuovo idolo in tutte le pose e su tutti gli altari, ma non ne era sazia ancora.
Eppure Londra non era che una stazione, ed il trionfatore non si trovava ancora che alla prima pietra miliare della sua via trionfale. Ma che sarebbe accaduto se egli avesse mantenuto la promessa di visitare una ad una tutte le principali città d’Inghilterra e di Scozia, Manchester, Birmingham, Bristol, Newcastle, Liverpool, Glascow, Edimburgo, che l’attendevano impazienti di rinnovargli tra le loro mura i trionfi della Capitale?
Questo era il pensiero che principalmente turbava gli uomini di Stato inglesi, e in generale quanti pregiavano, sopra ogni cosa, l’ordine e la quiete del loro paese. Perocchè se tanta, dicevano essi, era l’agitazione che quel fatato Italiano era riuscito a suscitare in Londra dove pure le masse popolari erano guidate e contenute dalla presenza del governo e del Parlamento, dagl’influssi d’una stampa autorevole e dall’azione moderatrice di numerose classi superiori illuminate e potenti, quale non sarebbe stata in quelle grandi città manifattrici, alveari giganteschi d’operai e d’industriali, focolari naturali delle idee rivoluzionarie e socialiste, miniere profonde e insidiose cariche insieme d’oro e di dinamite, d’onde l’Inghilterra traeva da secoli la sua ricchezza, ma che troppo arditamente esposte al contatto d’una scintilla fulminea, avrebbero anche potuto cagionarne la rovina!
Certo non era a temersi che Garibaldi vi andasse a suscitare una rivoluzione sociale; ma il solo dubbio ch’egli riuscisse a trascinare quelle popolazioni in manifestazioni di politica internazionale ed a renderle complici più o meno dirette de’ suoi appelli e de’ suoi disegni patriottici, bastava ad obbligare un governo appena consapevole della propria responsabilità alla più grande cautela e vigilanza. Nè queste apprensioni eran del tutto infondate. Garibaldi era stato fino allora, non all’occhio degli Inglesi soltanto, un miracolo di saggezza e di temperanza; ma fino a quando il miracolo fosse per durare nessuno poteva affermarlo. L’eroe non poteva rinnegare a lungo la propria natura, e con lui era prudenza star pronti a tutte le sorprese. Anche in que’ primi dieci giorni egli aveva fatto più d’una scappata fuori del morbido serraglio in cui i suoi guardiani lo tenevano custodito; e il brindisi a Mazzini, le visite a Ledru Rollin e Luigi Blanc, le parole ai Polacchi, parevano segni abbastanza eloquenti che v’erano idee, amicizie, relazioni, alle quali egli, sotto pena di snaturarsi, non poteva rinunciare.
Oltre di che i Mentori blasonati, che s’erano tolto il carico della sua tutela in Londra, non lo potevano accompagnare dappertutto, e il giorno in cui egli fosse uscito dalle loro mani per cadere in quelle, a mo’ di esempio, dei Taylor, degli Stuard, dei Cowen, conosciuti in Inghilterra per le loro opinioni rivoluzionarie, la loro intimità con Mazzini, e la loro influenza sulle popolazioni artigiane delle città industriali, nessuno poteva prevedere fino a qual punto il mutato ambiente avrebbe influito sul mobile spirito del Patriotta italiano, nè a qual eccesso, una volta lasciato in balía di consiglieri o complici o compiacenti, avrebbe potuto trascorrere.
E ciò tanto più che il vero ultimo scopo della sua visita in Inghilterra non traspariva ancora. Egli andava bensì dicendo, e i suoi seguaci ripetendo, che l’unico motivo di quella sua visita era stato il ringraziare il popolo inglese di quanto aveva operato per l’Italia; ma questa spiegazione, buona forse, non appagava abbastanza gli uomini politici inglesi, avvezzi a non credere troppo alla gratitudine, e a diffidare un tantino anche delle parole degli eroi. Infatti i suoi incessanti rapporti col Mazzini, col Saffi, l’arrivo continuo dall’Italia di ufficiali garibaldini, di deputati, di personaggi politici che apparivano un istante, s’abboccavano col Generale e sparivano,[276] se non costituivano ancora un indizio certo di congiure latenti, erano però sintomi poco rassicuranti, i quali, sommati a tutti gli altri segni, accrescevano naturalmente le inquietudini del Governo inglese e ne acuivano i sospetti.
Nè qui finivano le inquietudini che quella visita troppo prolungata cagionava ai Ministri di Sua Maestà Britannica. L’indomani della entrata di Garibaldi in Londra era il giorno destinato alla riunione della Conferenza diplomatica per l’accomodamento della lite dano-germanica; e la coincidenza di questi due fatti poneva il gabinetto di Lord Palmerston in una posizione singolarmente difficile e delicata. Era infatti per lo meno strano che la Diplomazia europea fosse convocata a negoziar della pace, in quella città che era in quel momento la più agitata del vecchio mondo, e ripeteva da mane a sera l’apoteosi di colui che passava per il campione giurato di tutte le rivoluzioni e di tutte le guerre.
E più di tutti dovevano sentire il dispetto di quei trionfi l’Austria e la Francia. Per Francesco Giuseppe, Garibaldi era sempre l’uomo di Luino e di Sarnico; per Napoleone III, quello del Gianicolo e d’Aspromonte; per entrambi l’Annibale implacato che quando non poteva guerreggiarli coll’armi, li combatteva colle parole, colla penna e col nome.
Ora come l’amicizia della Francia e dell’Austria era a quei giorni uno dei perni della politica inglese, così veniva da sè che il governo della Regina fosse il primo a riguardare con ansietà il perdurare d’un fatto che era cagione di disgusto a’ suoi più utili amici e poteva, lungamente protratto, fruttare alla stessa Inghilterra noie e contrarietà imprevedibili. Nè, per far intendere il loro sentimento circa la presenza di Garibaldi in Londra, era mestieri che i Gabinetti europei ricorressero al mezzo estremo delle proteste. Quando Lord Palmerston nella Camera dei Comuni,[277] diceva che «qualunque governo forestiero si fosse fatto lecito di intromettersi nelle interne faccende dell’Inghilterra avrebbe avuto da qualsiasi governante del suo paese una urbana sì, ma franca e ferma risposta,» diceva cosa da tutti saputa, sottintesa e creduta.
Ma ognuno sa che tra la diretta intromissione e l’indifferente astensione ci corre tanto spazio che basta per contenere insieme la indiretta disapprovazione e il tacito dissenso, la triste scontentezza e il broncio amichevole, tutte le gradazioni del malcontento e del malumore. È noto che la politica ha parecchi vocabolari: che in diplomazia ciò che non si vuol dire ufficialmente si susurra ufficiosamente; che il più delle volte basta un segno, un monosillabo, un silenzio tempestivo ed un sussiego calcolato per dir più di tutti i discorsi e di tutte le note. Ora tale era appunto il linguaggio che conveniva a quel caso. Nessuno dei governi interessati avrebbe osato esprimere al Gabinetto di Londra il proprio dispiacere per gli onori straordinari che il popolo inglese aveva stimato di rendere a quell’avventuriere fortunato; ma pochi di loro avevan saputo nascondere il proprio scontento.
Era stato notato infatti che a nessuno dei grandi ricevimenti dati al Patriota italiano, meno l’ambasciatore di Turchia e il Ministro degli Stati Uniti, nessun altro diplomatico, nemmeno in forma privata, era intervenuto; che il conte Appony, ambasciatore d’Austria, s’era chiuso fin dall’arrivo in uno sdegnoso ritiro non comparendo più nemmeno al Palazzo del governo; che l’Austria e la Prussia tardavano ad inviare i loro rappresentanti al Congresso, senza dire apertamente che la cagione ne fosse la sgradita vicinanza di quello spadroneggiante trionfatore, ma facendolo con abbastanza chiarezza trapelare; che infine la stampa governativa ed officiosa così di Francia come d’Austria e di Germania, canzonando quella nuova frenesia garibaldina onde il serio popolo britannico era stato colto, non perdevano mai il destro di tirare una botta contro i ministri della Regina che si lasciavano pigliare dallo stesso delirio e adoravano lo stesso feticcio.
Combinati questi fatti, sommate tutte queste cagioni;[278] considerato da un canto la necessità di tagliar corto ad un’agitazione fino allora soltanto inquietante che poteva tralignare in più pericolosi disordini, e dall’altro la convenienza di evitare alle potenze amiche, in un momento di negoziati diplomatici, una cagione di fastidio e di disgusto, il Governo inglese deliberò di indurre Garibaldi ad abbreviare il suo viaggio e ad affrettare il suo ritorno in Italia.
VII.
E fermato il disegno, il modo d’esecuzione, e gli esecutori furono presto trovati. Quei medesimi fedeli del governo che s’erano fino allora assunto di guidare i primi passi dell’eroe sul suolo britannico, quei medesimi s’impegnerebbero a condurnelo fuori. La sera del 16 infatti il duca di Sutherland, il signor Seely, il dottor Fergusson, medico della Regina, il generale Eber, il colonnello Peard, il signor Gladstone, e pochi altri amici del Generale si raccolsero a consiglio in Stafford-House e convennero prestamente sul da farsi: Il Generale doveva esser un ammalato: il dottor Fergusson l’avrebbe attestato; i suoi ospiti amici, compresi dall’obbligo di risparmiare al grande patriota i danni e i pericoli d’un viaggio più disastroso, si sarebbero tolto l’assunto di consigliargli il ritorno desiderato: il Duca di Sutherland, ottenuto l’assenso, l’avrebbe fatto a poco a poco dileguare portandoselo via sul suo velocissimo yacht; e tutto sarebbe riuscito al suo fine senza scandali e senza compromissioni.
Con quest’accordo la mattina del 17 il dottor Fergusson cominciò a fare al Generale, ignaro ancora di quella parte d’ammalato immaginario che gli era preparata, la sua prima visita, e notò in lui tracce così profonde di stanchezza, e lo trovò così sofferente anche nella gamba sana costretta a sostenere parte del lavoro della ammalata che non potè a meno di dichiarare al Duca di Sutherland, «i suoi timori sugli effetti che ne potevano derivare dalla permanente eccitazione prodotta da quelle ripetute ovazioni, che gli stessi uomini più robusti non avrebbero potuto affrontare.»
Come restasse a questa lettera inattesa il nobile Duca, inutile ridire: tutta Stafford-House fu piena in poche ore della dolorosa notizia, e l’argomento della malattia del Generale su tutte le labbra de’ suoi ospiti e frequentatori.
Il dottor Fergusson però, da medico coscienzioso, non poteva fidarsi al giudizio di una sola visita, e volle ripeterne una seconda: ma ahimè il pronostico non poteva essere diverso! Non solo il Generale era stanco, non solo «ne conveniva egli stesso;» non solo era manifesta la sua fisica debolezza, ma cominciava già a trasparire la mentale. Infelice eroe, stanco, debole, sofferente nella gamba destra per contraccolpo della sinistra, e quasi scemo di mente! L’Archiatro di Sua Maestà la Regina Vittoria non poteva più esitare; e presa tosto la penna non più soltanto al duca di Sutherland, ma anche al suo collega il signor Seely, scrisse risolutamente che, viste le miserande condizioni del generale Garibaldi, «riteneva ormai pericoloso per lui l’adempiere a tutti i presi impegni;» e consigliava perciò «sì l’uno che l’altro e tutti i suoi amici d’Inghilterra di cercare un mezzo qualsiasi per distoglierlo dalle imprudenti emozioni delle sue visite progettate.[279]»
La parola era detta; il dado era tratto e conveniva tosto giuocare l’ultima posta. Ecco infatti il Duca di Sutherland, il signor Seely, il generale Eber, il colonnello Chambers, il signor Negretti, tutti quanti gli artefici ed i complici della trama stringersi attorno al Generale e tentare di persuaderlo con tutti gli argomenti che loro occorrevano, al passo desiderato. Indarno. Il Generale, o troppo ingenuo per sospettare l’intrigo o troppo furbo per mostrar d’accorgersene, rispondeva a tutti invariabilmente: «che non s’era mai sentito così bene come da quando era venuto in Inghilterra;» in ogni caso pochi giorni di riposo gli sarebbero bastati a rimetterlo dalla momentanea stanchezza; non potere però in alcun modo deludere l’aspettazione di tanti cari amici, di tante illustri città, e mancare alla propria promessa. Innanzi a questa non preveduta resistenza, i manipolatori della partenza si trovarono un po’ sconcertati e stimarono necessario di invocare l’autorevole intervento dello stesso Cancelliere dello Scacchiere. E questi accettò, e nella sera medesima del 18, in presenza del Duca di Sutherland, del dottor Fergusson, del signor Seely, del colonnello Peard, del generale Eber, del signor Negretti e di due o tre altri amici[280] del Generale, ebbe con questi un lungo colloquio. L’assunto era arduo: la veste ufficiale onde il signor Gladstone era rivestito ne accresceva le difficoltà; ma egli seppe tirarsi d’impiccio con mirabile delicatezza e maestria. Accortosi prestamente che quell’argomento ormai logoro «della salute» non aveva più alcuna presa sull’animo d’un uomo che credeva e protestava di sentirsi benissimo, vi scivolò sopra lievemente e volse tutta l’arte a toccare altri tasti più graditi o meno stridenti. Dichiarò che parlava come amico, non come membro del governo; respinse, sprezzandolo come indegno di confutazione, ogni sospetto di ingerenza forestiera e di secondo fine politico: assicurò il Generale che qualunque fosse la sua risoluzione nessun Inglese si sarebbe permesso di mancare ai doveri dell’ospitalità; desiderava soltanto fargli considerare come ormai, visitata Londra, lo scopo principale del suo viaggio fosse raggiunto, e come quelle stesse splendide ovazioni che erano uno dei più mirabili avvenimenti del nostro tempo, anzichè crescere, potessero, colla continuata ripetizione, scemare della loro dignità e bellezza: in ogni caso nessuno poter pretendere che gli impegni da lui presi dovessero tenersi per incondizionati e assoluti; sì che quando non credesse di sciogliersi da tutti restavagli sempre l’espediente di limitare le sue visite ai luoghi più vicini e più importanti, facendo valere verso gli altri la ragione indiscutibile della salute e della necessità di riposo che avrebbe tagliato corto a tutte le querele e a tutte le pretese. Ed altre cose disse e avrebbe potuto soggiungere l’eloquente ministro, se il Generale n’avesse avuto mestieri.
Ma egli, che fino allora non aveva voluto o saputo capire, vide come in un lampo tutta la situazione. Più il signor Gladstone si studiava a girar attorno alla ragione principale che l’aveva mosso a parlare, e più questa ragione, come per effetto di chiaroscuro, risaltava; più adoperava a tener lontano dal suo discorso l’ombra del governo e più quell’ombra ricompariva e il suo pensiero erompeva. Il solo fatto del suo intervento in quel negozio era un fatto politico; il solo trovarsi a fianco agli uomini che da tre giorni peroravano per la causa della partenza, parlava più eloquentemente d’ogni discorso. Il Generale dunque capì, e alzandosi di scatto dalla sedia con quel suo fulmineo risolvere che tante volte scompigliava i calcoli più studiati de’ suoi avversari: «No! disse, con voce secca e imperiosa, credo impossibile fare una scelta fra città e città, e dare la preferenza piuttosto all’una che all’altra, sarebbe scortesia ch’io non commetterò mai. Piuttosto, se credete che debba partire, partirò domani.[281]»
Alla sortita inattesa, così il signor Gladstone come i suoi colleghi restarono alquanto sconcertati.
Non era infatti una partenza precipitata e quasi clandestina che essi s’eran proposto di ottenere dal Generale: un siffatto modo avrebbe avuto l’aspetto o d’una fuga o d’uno sfratto, e destate anche più vive quelle agitazioni che essi miravano a spegnere. Essi chiedevano soltanto un lento ritiro; un allontanamento a piccole giornate; un dileguarsi insensibile che togliesse ogni sospetto di violenza e vestisse tutte le sembianze d’un atto volontario e spontaneo del Generale stesso. Però quando udirono quelle due parole: «partirò domani,» misurarono tosto il pericolo e corsero tutti insieme al riparo adoperandosi con ogni miglior argomento a smuovere il loro ospite da una risoluzione che rischiava di guastare i loro disegni assai più d’un reciso rifiuto. Ma il Generale fu in quella sera irremovibile; e soltanto la mattina dopo (19), assalito nuovamente dalle insistenti preghiere di quasi tutti i suoi consiglieri della vigilia,[282] irretito, fors’anco sedotto, dalle provette blandizie della Duchessa madre di Sutherland e dalle rosee grazie della giovane sua nuora, finì col cedere e col dichiarare che sarebbe partito come e quando ai loro amici fosse piaciuto. Era la vittoria desiderata, e non restava più che bandirla nei giornali per rendere impossibile colla pubblicità qualsiasi pentimento. Infatti nello stesso pomeriggio del 19, i signori Duca di Sutherland e Seely inviavano al Times le tre lettere del dottor Fergusson, da noi già compendiate, facendole precedere da questa loro dichiarazione che annunciava la prossima partenza dell’eroe, precisandone persino il giorno ed il modo:
«All’Editore del Times.
»Il Duca di Sutherland ed il signor Seely presentano i loro omaggi all’editore del Times e gli trasmettono copia delle lettere ricevute dall’illustre professore Fergusson sullo stato sanitario del generale Garibaldi.
»In conseguenza di ciò, il Generale si trova costretto a rinunciare al suo progetto di visitare le provincie, e partirà da Londra venerdì mattina. S’imbarcherà sul yacht del Duca di Sutherland, il quale lo accompagnerà alla sua residenza dell’isola di Caprera.»
VIII.
Quale effetto producesse nel popolo inglese questo annuncio, già accennammo: di amaro sospetto ne’ più; d’intera contentezza in pochi; di sorpresa in quasi tutti. Però l’opinione pubblica si divise quasi tosto in due campi. Gli amici del governo, gli uomini politici, le classi superiori e in generale tutti coloro che, per un motivo o per l’altro, erano inquieti o tediati di quella prolungata baraonda garibaldina, lodavano il Generale d’esservisi arreso; gli avversi al Ministero, gli idolatri dell’eroe, la gente più di sentimento che di ragione, e tutti coloro in generale cui quella baraonda piaceva o giovava, non sapevano persuadersi che la malattia fosse reale (tanto più dopo una attestazione del dottor Basile che la smentiva[283]), nè quella partenza spontanea e sospettandovi sotto un oscuro complotto aristocratico e diplomatico, a cui non parevano estranei nè il Governo inglese, nè Napoleone III, nè l’Austria, s’apparecchiavano con tutti i mezzi che la legge loro concedeva a sventarla.
Già infatti tra il 20 e il 21 la più parte dei giornali liberali e radicali[284] denunziava, esagerandolo, il misterioso complotto: innumerevoli cartelli affissi per le vie avvertivano il popolo che Garibaldi era forzato a partire: alla Taverna di Londra per iniziativa del Comitato di Ricevimento convocavasi un meeting nel quale si deliberava «non essere desiderabile che il generale Garibaldi venisse indotto ad abbandonare l’Inghilterra, tanto più che non erano stati sufficientemente chiariti i motivi della sua partenza.» Un altro meeting pubblico e più numeroso preparavasi per istigazione di Mazzini a Primrose, sotto la Presidenza del signor Beales; infine il Ministro degli Esteri, il Presidente del Consiglio, e il Cancelliere dello Scacchiere erano invitati a dar spiegazione nelle due Camere di quell’inatteso rimpatrio, e sopratutto a dichiarare quanto vi fosse di vero nella voce persistente che il governo della Regina, spinto da suggestioni straniere, vi avesse partecipato.
Ma le risposte erano prevedibili. Lord Clarendon si dichiarò persino inconsapevole della progettata partenza, e quanto a Napoleone III non solo lo purgò da qualsiasi taccia d’avversione a Garibaldi, ma assicurò che caduto il discorso su quel tema, l’Imperatore gli disse di comprendere benissimo come un uomo sì straordinario, quale era Garibaldi, dovesse toccare l’animo agli Inglesi e trasportarli fino all’entusiasmo. Nè sostanzialmente diverse furono le parole di Lord Palmerston e del signor Gladstone. Solo il primo soggiunse anche più esplicitamente che qualunque governo forastiero facesse all’inglese, sopra un consimile argomento, una rimostranza qualsiasi, «riceverebbe una urbana sì, ma ferma ed aperta risposta;» mentre il secondo, senza sconfessare la sua intromissione nell’affare e narrati press’a poco i fatti come li narrammo noi stessi, si studiò soltanto a rimuovere da sè e dal governo ogni sospetto di indebita ingerenza e d’inospitale pressione, ed a gettare la colpa dell’avvenimento su quella disgraziata salute del Generale, del cui stato sofferente, dopo le attestazioni d’un medico come il signor Fergusson e d’amici così affezionati e devoti, come il signor Seely e il Duca di Sutherland, non era più possibile dubitare.[285]
Contemporaneamente le Deputazioni dei meetings si presentavano a Garibaldi, il quale, fluttuante ancora tra le promesse fatte agli uni di visitarli ed agli altri di partire, si tirava alla meglio d’impaccio dicendo agli inviati del London Tavern, che desiderava ardentemente di visitare i suoi vecchi amici di Newcastle e del Nord, ma che avrebbe meglio considerato se dopo la promessa data poteva cambiare di determinazione;[286] e scrivendo anche più esplicitamente al signor Beales, presidente del meeting che si stava preparando a Primrose, ed a tutti i suoi amici «che accettassero i suoi ringraziamenti per l’affetto dimostratogli: che sarebbe felice di rivederli in circostanze migliori e quando potesse a tutto agio godere del loro nobile paese; ma pel momento essere obbligato a lasciare l’Inghilterra.[287]» E queste ultime parole valgono un documento. Garibaldi poteva essere o più generoso o più coerente tralasciandole; ma infine se la verità suo malgrado gli scappò dalla penna, raccogliamola e scriviamola come l’unica conclusione chiara di tutto questo torbido negozio: Garibaldi fu obbligato a partire d’Inghilterra; graziosamente, soavemente obbligato; ma «obbligato.»
IX.
Fissata la partenza pel 22, Garibaldi adopera i due giorni che gli avanzano a fare a precipizio tutte quelle visite che per dovere o per affetto non poteva assolutamente tralasciare. Però il 21, di buon mattino, sciogliendo un voto da lui fatto sino dal suo arrivo in Inghilterra, va in compagnia di Panizzi e d’altri Italiani, a visitare la tomba di Ugo Foscolo a Chiswick; resta alcuni istanti assorto in una mesta contemplazione dinanzi all’avello del poeta, indi vi depone una corona d’alloro in bronzo sul cui nastro aveva fatto scolpire egli stesso la leggenda:
AI GENEROSI GIUSTA DI GLORIA DISPENSIERA È MORTE. DEPOSTA OGGI 21 APRILE 1864 DAL GENERALE GIUSEPPE GARIBALDI.
Al tornare dal suo pellegrinaggio, si reca senza perdere un istante al Reform-Club, dove subíto, non sapremmo dire se più il tormento o l’onore d’uno de’ soliti banchetti, il presidente, Lord d’Elbury, lo arringa chiamandolo «lo strumento di Dio,» e soggiungendogli, parole significative su quel labbro ed in quel luogo, che «le accoglienze ricevute dal popolo inglese dovevano essergli largo compenso per l’apparente ingratitudine che viene da un luogo d’onde l’ingratitudine era meno da aspettarsi.» Licenziatosi poi anche di là con opportune parole di ringraziamento, si fa condurre a Richmond per prendervi commiato da Lord Russell; quindi, reduce nuovamente in Londra senza il respiro d’un istante, passa a visitare, introdottovi da Lord Clifford, la Camera dei Lordi, i quali al suo apparire si distraggono e si agitano al segno che Lord Chelmsford, che in quel momento parlava, può a stento continuare il suo discorso, finito il quale tutti s’accalcano intorno all’eroe, e quanti fra di loro l’hanno conosciuto, specialmente i Whigs, si disputano l’onore di salutarlo pubblicamente, il Vescovo d’Oxford fra i primi. Finalmente verso sera, sempre senza sosta e senza riposo, passa al Fishmonger Club (Circolo dei pescivendoli), uno de’ più antichi, e, non ostante il nome, de’ più aristocratici circoli di Londra, dove l’attende a uno de’ loro pranzi tradizionali, famosi per luculliane ghiottornie di pesci, il fiore più eletto della nobiltà, della ricchezza, dell’armi, della eleganza e della cultura britanniche; dove il primo Warden (il primo Guardiano) gli accorda il titolo di membro onorario del Club, ambito quanto il Freedom, e d’onde parte a tarda notte pensando forse, con segreta compiacenza, che era quella l’ultima delle sue sterili fatiche londinesi, e che toccava oramai alla vigilia di quel rimpatrio che egli più d’ogni altro sospirava.
Nel giorno vegnente, infatti, fatta colazione dal Console Generale degli Stati Uniti, visitato nella sua casa Giuseppe Mazzini, congedatosi da Lord Shaftesbury, ricevute a Prince’s Gate quante persone vogliono dirgli addio, incontrato a Stafford-House il Principe di Galles che avea espresso il desiderio di conoscerlo in quel luogo ed a quel modo, lasciati al Popolo inglese i suoi addii, i suoi ringraziamenti e le sue scuse di non poter andar per ora dovunque avea desiderato, accompagnate dalla promessa di tornar forse fra non molto a veder, nella quiete della vita domestica inglese, gli amici che allora non poteva,[288] verso le 3 del pomeriggio, in carrozza a quattro cavalli, accompagnato soltanto dal Duca e dalla Duchessa di Sutherland e dal signor Seely, passando in mezzo a un fitto stuolo di popolani che fin dalla mattina l’attendevano e gli gridavano: «Non partite, Generale, non partite,» s’avviò alla volta di Clifden Park, una delle principesche villeggiature della madre dei Sutherland, nei dintorni di Maidenhead.
E di quella sosta in villa, le ragioni erano parecchie: si allontanava subito da Londra il Generale senza portarlo via di colpo dall’Inghilterra, il che sarebbe stato pericoloso: si mettevano tra lui e i suoi più intimi e devoti un tratto di ferrovia e i cancelli d’un castello feudale, e lo si separava così da consiglieri sospettati a torto avversi al rimpatrio:[289] si abituava insensibilmente il buon popolo inglese alla sgradita separazione, e mostrandogli il suo eroe contento della quiete della campagna, e vivente co’ primi suoi ospiti nei termini della più cordiale famigliarità, di tanto si avvalorava la credenza ch’egli fosse realmente sofferente e bisognevole di riposo, di quanto si svigoriva il sospetto che la sua partenza fosse l’effetto d’un intrigo e d’una violenza.
Trascorsi infatti tre giorni nelle delizie di Clifden (un giardino d’Armida a cui non mancava la fata), il 26 mattino, in ferrovia, sempre accompagnato dal Duca e dalla Duchessa di Sutherland, si mosse alla volta del Cornwall; giunto a Bristol, devia per Weimouth dove visita la squadra, vede manovrare il Warrior, e pranza a bordo dall’ammiraglio Dacres; di là, continuando per Exeter e Plimouth, ossequiato sempre dai Mayors delle città, da svariate Deputazioni e da sempre nuova moltitudine di popolo, smonta finalmente a Penquite Par, dimora di quel suo vecchio commilitone, il colonnello Peard, che aveva avuta tanta parte nell’imbroglio di quella partenza. Quivi però non passa che la notte e una parte del giorno successivo; chè inviato di colà un nuovo e più lungo manifesto alla nazione inglese, nel quale raccomandava più apertamente che fino allora non avesse fatto la causa della patria sua,[290] sul cadere del giorno stesso, sempre in compagnia del Duca di Sutherland e del costui fratello, del figlio Ricciotti, di Basile e di Basso, ne ripartiva per Fowey, dove l’Ondine l’attendeva, lesta alla partenza, e sulla quale in fatti pochi istanti dopo metteva alla vela. Costretto però da un forte vento di levante a poggiare nella notte stessa a Weimouth, non poteva ripartirne che il giorno successivo, sicchè soltanto nel mattino del 28 aprile può veramente dirsi ch’egli abbia lasciato le spiaggie d’Inghilterra.[291]
Il 5 maggio, data a quel viaggiatore memorabile, ritraversava lo Stretto di Gibilterra, e dopo altri quattro giorni di fausta navigazione, il 9 dello stesso mese, egli afferrava finalmente il porticciuolo della sua diletta Caprera, d’onde quarantaquattro giorni prima era salpato pieno di illusioni e di speranze, dove tornava non sapremmo più dire se scontento dei disinganni patiti, o felice della pace e della libertà che stava per riacquistare.
Da quel viaggio, in verità, Garibaldi aveva raccolti onori quali e quanti nessun uomo aveva mai conseguiti in quel paese, ma un frutto sostanziale, un aiuto anche indiretto, un beneficio anche remoto non l’aveva raccolto.
Aiutare la Polonia, sommovere il Veneto, intraprendere una guerra di corsa contro l’Austria, con danari, armi e bastimenti inglesi, erano stati i tre fini nascosti, vaghi ancora quanto ai mezzi, fermi quanto all’intento, che l’avevano spinto a quel faticoso pellegrinaggio, e sappiamo oramai che nessuno di quei tre fini gli riuscì. Un giornalista francese scrisse a quei medesimi giorni che «gli Inglesi impinzarono Garibaldi di plum puddings di turtle’s soups e di sandwiches, ma che quanto al suo milione di fucili non gli diedero un soldo,[292]» e non sapremmo negare che la frase contenga, malgrado la forma triviale, gran parte di vero. Garibaldi ottenne tutto dal popolo inglese; tutto fuori di quello che più gli stava a cuore; sebbene convenga soggiungere ad onor suo che egli non chiese nulla. Fin dai suoi primi passi sul suolo britannico, aiutato da quell’istinto che spesse volte s’addormentava nel suo spirito, ma che svegliatosi gli teneva luogo di genio, s’accorse immantinente che qualunque parola anche remotamente allusiva a imprese rivoluzionarie non solo non avrebbe trovato ascolto in quel paese, per indole e per istoria positivista e utilitario, ma gli avrebbe, quasi di colpo, alienata quella pubblica opinione che era del massimo suo interesse serbarsi amica. Però ingoiò ogni parola ardente che gli potesse ricorrere alle labbra, chiuse in fondo al petto le sue patriottiche speranze e i suoi belligeri disegni; imparò subito la parte di ospite soddisfatto, di commensale compiacente, di Eroe cerimonioso, che gli veniva con tanto garbo imposta, e lasciò anche quella volta che la vecchia sua fortuna decidesse di lui. I suoi ospiti, d’altra parte, prima lo assordarono d’applausi, lo ingozzarono di pranzi, lo soffocarono di doni, lo tempestarono di brindisi, di indirizzi e di poesie, lo menarono di qua, di là, di su, di giù, dove loro piacque, mostrandolo su tutti i palchi e in tutte le fiere, come il fenomeno vivente, e la great attraction dell’ultima moda; poi, quando ne furono satolli e ristucchi, lo pregarono gentilmente d’andarsene, ed egli se n’andò.
Se n’andò; e noi, confessiamo il vero, preferiamo ancora questo Garibaldi che s’adatta docilmente alla maschera dell’ingenuo e del compiacente, e pur vedendo le grosse panie tese intorno a lui, le rispetta e le compatisce, ad un altro Garibaldi qualsiasi che per raggiungere fini impossibili avesse usato del suo prestigio e della sua popolarità a mandar sossopra il paese che lo accoglieva, il quale poi, e a dir tutto, se aveva il dovere di parlar più schiettamente all’eroe che andava con tanto abbandono ad assidersi a’ suoi focolari, non ne aveva però alcuno di farsi paladino della sua politica e di seguirlo nelle sue avventure.
X.
Garibaldi però non rimaneva a lungo nella sua isola. Il 19 di giugno collo stesso vapore con cui era giunto d’Inghilterra e che il Duca di Sutherland, dopo un giro in Oriente, aveva rinviato nelle acque di Caprera a disposizione del Generale, questi approdava improvvisamente nell’isola d’Ischia, prendendo stanza in Casamicciola presso un suo amico.[293] Pretesto, come al solito, il bisogno di curare in quelle terme salutari la sua artritide: ragion vera un progetto di spedizione in Oriente, di cui erano state segnate, durante il viaggio d’Inghilterra, testè lungamente narrato, le prime linee.
Ma qui pure ci troviamo tra le mani un’aggrovigliata matassa della quale non ci è possibile sbrogliare i fili senza rifarci parecchi mesi addietro e ripassar nuovamente la Manica. È noto che Vittorio Emanuele non ebbe mai grande tenerezza per la formola «il Re regna e non governa.» Scrupoloso de’ suoi doveri, ma geloso de’ suoi diritti; infiammato dell’alto orgoglio di non essere soltanto nella grande impresa commessagli dalla Provvidenza un simbolo vano od un gonfaloniere passivo, ma un artefice operoso ed un utile combattente; unico forse tra i Principi costituzionali, se non lo uguaglia il Taciturno, che in tempi procellosi abbia saputo conciliare la tutela delle prerogative regie colla osservanza delle libertà popolari; egli non credeva venir meno alla costituzione giurata, se partecipava un po’ più che astrattamente alla politica del suo Stato e dentro i termini della legge faceva sentire l’influsso del suo pensiero e qualche volta il peso della sua volontà. Da ciò quindi quella che fu chiamata la politica segreta o personale di Vittorio Emanuele; da ciò quella nomea di Re cospiratore a cui ogni nuova lettera che si pubblichi di lui aggiunge un documento; da ciò infine quell’ordito sottile d’intrighi, di complotti, di congiure mazziniane, garibaldine, regie, italiane, polacche, ungheresi, rumene, serpeggiante come una vegetazione spuria nelle pagine della storia palese, che sorprende il più delle volte ed arresta lo storico, e gli impedisce di scrutare e conoscere fino al fondo la verità, od anco conosciutala di scoprirla e proclamarla tutta quanta. E così dicasi ora dell’episodio d’Ischia.
Vittorio Emanuele, dopo aver fino al 1862 cospirato a modo suo con tutti coloro che accettavano di far l’Italia con lui, nel 1863 fa l’ultimo passo a cui un re possa giungere, e si risolve a cospirare anche con colui che gli diceva apertamente di volerla fare contro di lui: con Giuseppe Mazzini. In un libro recente[294] questa pagina dei rapporti segreti tra Vittorio Emanuele e Giuseppe Mazzini fu, non potremmo dire se fedelmente, certo diffusamente scritta, e il lettore potrà attingere di colà più ampi particolari. Al nostro racconto basta il rammentarne questo solo: che per oltre un anno Re e Tribuno continuarono a carteggiare segretamente fra loro, ed a dibattere in vario senso, per mezzo di confidenti e di cifrari, progetti d’insurrezioni nella Venezia, nella Polonia, nella Gallizia, nell’Ungheria, nei Principati, senza però riuscire ad intendersi mai. Nè lo potevano. Mentre infatti il Mazzini voleva che la rivoluzione veneta precedesse, come scintilla all’incendio, tutte le altre, e che il Governo italiano se ne facesse complice e aiutatore; Vittorio Emanuele rifuggiva da idea siffatta; dichiarava che qualsiasi tentativo di simil genere l’avrebbe non solo abbandonato, ma represso, e consentiva soltanto a secondare copertamente i moti progettati della Gallizia, dell’Ungheria e dei Principati, dei quali però non s’impegnava a profittare «se non quando prendessero tali proporzioni da tenere fortemente occupata l’Austria e da permettere all’esercito italiano di tentare l’impresa comune con probabilità di riuscita.[295]»
Erano, come ognun vede, due concetti totalmente opposti e destinati a non incontrarsi mai. Mazzini mirava a farsi stromento della monarchia, e Vittorio Emanuele della rivoluzione: entrambi volevano la stessa impresa, ma nessuno de’ due intendeva rinunciare all’altro il diritto e l’onore di compierla; entrambi eran guidati dallo stesso fine, ma nel mentre il tribuno, responsabile soltanto del credito d’un partito, era pronto a giuocare tutto su una carta; il Re, mallevadore della sorte d’un’intera Nazione, era deciso a non rischiare nulla all’azzardo; disposto bensì ad accettare od affrettare l’opportunità come e d’onde che sia; ma col fermo proposito di tenersi sempre libero di giovarsene o di ripudiarla a sua posta, e di respingerne da sè e dall’Italia la responsabilità.
È vero che in una seconda fase delle trattative[296] Mazzini aveva acconsentito anche a posporre il moto veneto al galliziano a patto soltanto che gli si fosse lasciata preparare una introduzione d’armi pel Veneto; ma il Re, risoluto più che mai a non impegnarsi in cosa alcuna che potesse compromettere l’Italia e scemare la libertà d’azione del suo governo, ricusò anche questo patto; sicchè non corse molto tempo che ogni negoziato fra i due illustri cospiratori andò rotto per sempre.[297]
Rotti i negoziati, ma non abbandonata l’idea. Vittorio Emanuele non voleva rinunciare a quella sua chimera, forse troppo favorita, dell’insurrezione galliziana; e, sia che la credesse un mezzo, come pensò taluno, d’allontanare dall’Italia i più torbidi elementi; sia che vi intravedesse davvero una opportunità ed una leva, la leva tanto desiderata della nuova riscossa italiana, n’aveva fatto da due anni uno dei punti di mira della sua politica segreta. Però mentre ne carteggiava col Mazzini, ne trattava insieme col Klapka e col Türr, capi del Governo insurrezionale ungherese, ne cospirava con altri suoi agenti secondari a Costantinopoli, a Belgrado, a Bukarest, e finalmente, verso la metà d’aprile, proprio ne’ medesimi giorni in cui il Generale arrivava in Inghilterra, risolveva d’aprirsene anche con lui. Infatti verso il 15 d’aprile arrivava a Londra certo signor Porcelli, uno degli emissari segreti del Re, coll’incarico da lui di esporre al Generale il progetto galliziano, e promettergli, se acconsentisse, tutti gli aiuti che potesse desiderare. Il Generale però cansò dal dare una risposta immediata e decisiva, e ciò tanto più che per un progetto quasi consimile era già impegnato col Comitato insurrezionale polacco residente in Londra presieduto da certo Borzilawski e in relazione col Mazzini. Scorsi però quattro o cinque giorni arrivò d’Italia, con un mandato quasi consimile, un messaggiero anche più importante, il generale Klapka in persona, e poichè Garibaldi era già a Clifden Park, la visita tra i due famosi soldati avvenne colà. Quel che siansi detto, nè noi, nè alcun altro saprebbe affermare, poichè restarono chiusi in camera e soli;[298] ma non è difficile l’indovinarlo. L’argomento del loro discorso fu certo l’insurrezione galliziana, della quale il Klapka, per desiderio del Re, era destinato ad essere uno dei capi.[299] Anche in quel giorno però crediamo che nulla da veruna parte siasi definitivamente stabilito; e in questa credenza ci rafferma il fatto che il Klapka non era beneviso alla parte rivoluzionaria degli Ungheresi e dei Polacchi, coi quali Garibaldi teneva sempre corrispondenza e che stimava imprudente, almeno per allora, lo scontentare.[300]
Intanto al partire del Generale dall’Inghilterra ecco press’a poco la situazione; press’a poco, perchè in tutte le congiure, massime in quella che aveva per campo mezza Europa, v’è sempre una parte misteriosa, cangiante e, ci si perdoni la frase, volatile, che nessuno può cogliere con sicurezza e fissare.
Mazzini, in rotta momentanea col Re, ma in pace momentanea con Garibaldi, anima del Centro rivoluzionario polacco-ungherese del Borzylawski e in rapporto con tutti i Comitati rivoluzionari immaginabili, che predica, e, come dice egli, prepara la sommossa veneta, prima se possibile, dopo se non lo è, di quella galliziana; ma in ogni caso, insurrezione entro l’anno dappertutto, ad ogni costo, col Re, con Garibaldi, col Klapka, con tutti.
Il Re, che vuole il moto serbo-ungherese-galliziano anteriore al veneto, cospira per questo col Klapka, col Türr, con Garibaldi, pronto, come vedremo tra poco, a cospirare di nuovo col Mazzini e co’ suoi, se convenivano nelle sue idee, e accettavano la sua disciplina.
Klapka, che promette il moto galliziano-ungherese a patto che non sia guastato con conati intempestivi, nè caschi in mani rivoluzionarie. Il Comitato rivoluzionario magiaro-polacco, che promette la stessa cosa a patto che non ne sia affidato il comando a Klapka; Garibaldi finalmente pronto a tutto, amico di tutti, legato insieme con Vittorio Emanuele, con Mazzini, col Borzylawski, con chicchessia, indifferente a cominciare dalla Venezia o dall’Ungheria, dalla Serbia o dalla Gallizia, purchè si cominciasse; e compendio e conclusione di tutto quest’agitarsi di tanti cuori generosi e di tanti nobili spiriti, un’ombra trattata come cosa salda; un tesoro negli spazi immaginari speso per realtà; una enorme cambiale d’eroismo e di sangue tratta sulla vita di ben dieci milioni d’uomini, ma che nessuno ha fino allora accettata; insomma una rivoluzione, certa, infallibile, europea, a cui nulla oramai mancava, fuorchè una cosa insignificante: i popoli che la facessero.
XI.
Ma in sullo scorcio di maggio l’intrigo cominciò ad arruffarsi ancora più. Il Re si metteva in corrispondenza col Comitato rivoluzionario polacco di Londra (quindi indirettamente col Mazzini) e ne approvava tutte le proposte; conveniva con lui di sollecitare il moto ungherese-galliziano, escludendone affatto il Klapka e il Türr, fermo il comando supremo a Garibaldi; metteva in comunicazione il Plenipotenziario del Comitato (signor Bulewsky) col suo ministro dell’Interno (allora Ubaldino Peruzzi); s’impegnava a fornire l’erario dell’impresa e intanto ne sborsava i primi fondi; consentiva che in Italia si ordinassero i primi quadri del Corpo spedizionario e prometteva d’inviarlo a sue spese in Moldavia, ed altre concessioni e soccorsi.[301]
Intanto però che il Re stringeva questi accordi, coll’Emigrazione polacco-ungherese, quindi, giova ripeterlo, col Mazzini stesso, che n’era la mente, fosse diffidenza de’ suoi nuovi soci, fosse istinto di autorità o bisogno di far da sè, fosse il gusto di cospirare anche nella cospirazione, il fatto è ch’egli, all’insaputa così del Mazzini, come del Bulewsky, avviava segretamente col Garibaldi un’altro complotto che invece di assicurare l’esito della progettata impresa, riuscì, come vedremo tra poco, al fine precisamente opposto, di farla tramontare per sempre.
Infatti quel signor Porcelli che vedemmo comparire a Londra, incaricato di aprire a Garibaldi le prime intenzioni del Re intorno al moto galliziano, eccolo circa alla metà di maggio riapparire a Caprera, abboccarsi in segreto col Generale, ripartirne tosto, ma per tornar subito dopo col postale successivo, e così di seguito per due o tre volte, e sempre con aria, fin troppo, di mistero e di congiura. Contemporaneamente il Re, questo pure bisogna notare, incaricava Bixio, allora comandante il campo di San Maurizio, di interrogare il signor Accossato di Genova se, dati certi eventi, avrebbe potuto tenere a disposizione del Re uno o due de’ suoi vapori;[302] mentre poi, quasi ne’ medesimi giorni, si vedeva il Duca di Sutherland, reduce dalla sua corsa in Oriente, approdare a Caprera, lasciarvi il suo yacht, ripartirne per Torino, dov’era ricevuto dal Re, correre al Campo di San Maurizio, esservi onorato dal Bixio d’onori fin anco eccessivi,[303] e come epilogo e chiave insieme di tutti questi fatti il generale Garibaldi imbarcarsi, come dicemmo, sul piroscafo del Sutherland e partire per Ischia.
Tuttavia per alcuni giorni, nè della cagione di tutto quel sordo andirivieni, nè della mèta ultima dell’escursione ad Ischia nulla era trapelato per anco. Il Generale fin dal primo nascere di quell’arruffio austro-orientale s’era chiuso nel più geloso silenzio, e, tranne qualche parola sfuggitagli con Menotti, non aveva svelato ad anima viva la novella trama a cui, insieme con Vittorio Emanuele, stava lavorando.
Se non che sul finire di quel mese il Generale, credendo giunta forse l’ora d’agire, fu obbligato ad aprirsi, almeno con quelli tra’ suoi più devoti e fidati che si era predestinati per compagni; epperò chiamato a sè il Guerzoni, che gli faceva sempre da Segretario, gli svelò a larghi tratti tutto il disegno. Diceva press’a poco tutto quello che noi abbiamo narrato: il Re d’accordo con lui, imminente l’insurrezione, il principe Couza disposto ad appoggiarla, il colonnello Frigesy pronto, a Bukarest, ad entrare in Ungheria con una mano d’Ungheresi e Polacchi, egli prossimo a partire per Costantinopoli, d’onde poi a tempo opportuno entrerebbe nei Principati: aspettare per questo un vapore da Genova che lo portasse in Oriente, intanto partissi anch’io per Torino affine di chiamare a raccolta gli amici comuni, e me ne indicava i nomi, e farli convenire ad Ischia. Come restasse il Guerzoni a quella inattesa rivelazione non ridiremo: basti solo ch’egli misurando subitamente e senza grande sforzo di acume tutti i rischi d’una siffatta avventura, incoraggito dalla fiducia che gli accordava il Generale e dalla coscienza d’adempiere ad un alto dovere, non si peritò a rispondere anche a quel Garibaldi col quale era cosa sì ardua il solo discutere, e pel quale egli nutriva una venerazione quasi figliale, non si peritò, diciamo, a rispondergli: «che egli l’avrebbe, come sempre, ubbidito e seguito in capo al mondo; ma che ponderasse se quella impresa era possibile; se le notizie che riceveva da quei paesi lontani erano certe; se i soccorsi promessi parevano bastanti; se infine Vittorio Emanuele, re costituzionale, era autorizzato a promettergli un aiuto che solo d’accordo col Parlamento e col Ministero avrebbe potuto arrecargli. Infine soggiunse non intendere come anche giunto a Costantinopoli, il Generale potesse sperare di penetrare di là, tanto più con un seguito d’ufficiali e in atteggiamento guerresco, fino in Gallizia, e credere che il Governo ottomano o il principe Couza non l’avessero ad arrestare per via anche prima che l’arrestassero al confine transilvano i battaglioni austriaci. Infine pregò, scongiurò il Generale a pensare alla risoluzione che stava per prendere: andarne della sua vita tanto preziosa; andarne della salvezza della patria medesima.»
«Che cosa importa la vita,» interruppe con uno de’ suoi più fieri accenti il Generale: «è ora di finirla: l’Italia non si libera che colla rivoluzione. Se volete partire, partite, se no manderò un altro.»
Il Guerzoni chinò la testa e partì. Giunto a Torino dava convegno a tutte le persone indicategli dal Generale; Benedetto Cairoli, Giovanni Acerbi, Clemente Corte, Enrico Guastalla, Giuseppe Missori, Giacinto Bruzzesi, Giovanni Chiassi, Francesco Cucchi, Agostino Lombardi,[304] e manifestò loro i propositi, se non è meglio dire, la volontà del Generale, e li invitò, come n’aveva ricevuto l’incarico, ad Ischia, dove avrebbero ricevute più compiute istruzioni. Al messaggio del Guerzoni unanime fu il sentimento di tutti i suoi commilitoni, unanime il dolore di quella risoluzione del loro Generale, e il proposito di sconsigliargliela con tutte le loro forze. Lasciatigli pertanto in questa disposizione d’animo, fatta una visita al generale Bixio al Campo di San Maurizio, il Guerzoni il 6 di sera (gioverà rammentarsi di questa data) ripartiva per Ischia; dove cinque giorni dopo, tra il 12 e il 13, lo raggiungevano pure il Cairoli, il Bruzzesi, il Corte, il Guastalla, il Lombardi, l’Acerbi; insomma quasi tutti gli ufficiali garibaldini dianzi accennati. Se non che sullo stesso vapore col quale avevano viaggiato gli amici di Garibaldi erasi imbarcato pure il signor Porcelli, e come vedremo, apportatore d’una novella totalmente inaspettata. Giunta infatti tutta questa varia comitiva a Casamicciola, il primo ad essere ricevuto dal Generale fu Benedetto Cairoli, il secondo il signor Porcelli, col quale il Generale volle restar solo e si trattenne lungamente. Ma quale non fu la meraviglia di tutti gli astanti e convenuti nel sentire, poco dopo, dalle labbra stesse del Generale: ogni idea di partenza abbandonata, l’impresa abortita e libero ciascuno di tornare alle proprie case?
Perchè mai? Che cosa era accaduto? Quale era la nuova cagione di quel mutamento così repentino e inopinato?
Il Diritto del 10 luglio pubblicava a titolo di documento questa sedicente protesta.
«Domenica, 10 luglio 1864.
»Avuta certa notizia che alcuni fra’ migliori del partito d’azione sono chiamati a prender parte ad imprese rivoluzionarie e guerresche fuori d’Italia, i sottoscritti[305] convinti:
»Che noi stessi versiamo in gravi condizioni politiche;
»Che nessun popolo e nessun terreno sia più propizio ad una rivoluzione per gl’interessi della libertà che l’italiano;
»Che le imprese troppo incerte e remote, quali sono le indicate, ordite da principi, debbano necessariamente servire più a’ loro interessi che a quello dei popoli;
»Credono loro dovere e per isgravio della loro coscienza dichiarare:
»Che l’allontanarsi dei patrioti italiani in questi momenti non può che riuscire funesto agli interessi della patria.»
Come ognun vede, questo scritto senza data, senza firma, buttato là dal giornale stesso che lo pubblicava senza una parola di conferma e di schiarimento; che vagamente parlava di progetti generici in paesi ipotetici, non poteva avere in sè stesso alcun valore, e sarebbe probabilmente passato nel pubblico o inosservato o incompreso, come una delle cento novelle de’ giornali che nascono al mattino e la sera son morte.
Tale non fu il pensiero di Vittorio Emanuele. Sia che egli si fosse avveduto del mal passo in cui s’era impigliato[306] e stesse spiando uno scappavia per districarsene; sia che fosse sinceramente persuaso di non poter più dopo quella pubblicazione del 10 luglio condurre colla dovuta segretezza la trama avviata (anche i Re galantuomini quando cospirano non dicono mai tutto intero l’animo loro), il fatto sta che egli vede, o immagina, o finge vedere in quella anonima protesta una denunzia pensata, una perfidia calcolata, una ostilità deliberata di tutto quel partito d’azione col quale aveva fino allora congiurato e trovando in questo solo fatto un motivo a’ suoi occhi plausibile per giustificare la sua ritirata, annunzia a Garibaldi (per una lettera recata da quello stesso Porcelli) che visto oramai il disegno propalato da’ suoi stessi amici, e se compromesso col governo, si scioglieva da ogni impegno e disdiceva l’opera intrapresa.
Grande fu naturalmente l’indignazione di Garibaldi a questo inaspettato messaggio, e nella prima concitazione dell’animo, vedendo egli pure nella protesta del 10 luglio la cagione prima della fallitagli impresa, corse egli pure, sospinto da maligne suggestioni, a sospettarne autori coloro che più erano in voce di avversi alla spedizione e primo di tutti il suo segretario Guerzoni, che n’era invece più di tutti non che innocente affatto inconsapevole.[307] Pochi giorni di riflessione però bastarono a riaprirgli gli occhi, ed a fargli discernere di nuovo i veri dai falsi amici. Quanto più grande era la sconvenienza, diciamo senz’altro, la colpa della protesta del 10 luglio, tanto più appariva impossibile che alcuno degli ufficiali garibaldini convenuti o chiamati ad Ischia vi avesse partecipato. Nè Cairoli, nè Acerbi, nè Corte, nè Guastalla, nè Missori, nè Cucchi, nè Chiassi, nè Bruzzesi, nè Lombardi, nè Guerzoni erano uomini da dissimulare il loro pensiero, o da rimpiattarsi dietro i nascondigli dell’anonimo per esprimerlo. Essi non approvavano quella scorreria austro-orientale, e non lo nascondevano; essi potevano anche tentare d’opporvisi manifestando schiettamente il loro dissenso; ma chi appena li conosceva li sapeva assolutamente incapaci di abusare d’un segreto che il loro Generale avesse loro confidato, e molto meno di cospirare di soppiatto contro di lui per farne abortire i disegni. Non era certo da coloro che l’avevano sino allora seguito in silenzio e ad occhi chiusi da Varese a Marsala e da Sarnico ad Aspromonte, che Garibaldi poteva temere un atto, non che di slealtà, di defezione o di rivolta. Anzi tanto era, a que’ giorni, tenace il loro attaccamento, e cieca la loro devozione, che se egli si fosse ostinato a partire e avesse detto loro come l’udimmo altre volte «chi vuol restare resti: andrò anche solo;» mettiamo pegno che nessuno di que’ suoi fedeli, pur credendo di perdersi con lui, avrebbe avuto cuore d’abbandonarlo.
Fortunatamente a cessare per lui e per l’Italia questo pericolo venne la lettera di Vittorio Emanuele, e il dì appresso, 14 luglio, Garibaldi, cupo, triste, aggrondato, ripartiva sullo Zuavo di Palestro per la sua Caprera, null’altro portando seco del gran fuoco artificiale di Londra e del tizzone passionatamente covato d’Ischia, che un pugno di cenere; la cenere amara di due sogni distrutti.
XII.
Giungemmo così a quell’anno 1866 che doveva essere la prova di fuoco del nostro valore e non fu che la superflua conferma della nostra fortuna. Le origini della guerra che sta per iscoppiare, i negoziati diplomatici che la prepararono, gli interessi e le alleanze che ne furono il fondamento, sono noti e non sarebbe di questo libro il riandarli punto per punto e nemmeno il compendiarli. Soltanto ci sia lecito rammentare, a onore della generazione che governò i primordi del nostro risorgimento, come i primi a scoprire, quasi divinare, quella comunanza di interessi e d’intenti che segretamente stringeva l’Italia e la Prussia, e grado grado le preparava a trovarsi un giorno sui medesimi campi, contro il medesimo nemico, furono gli uomini di Stato italiani.