Parte Terza
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I. I DUE BAMBINI
Prima che riprendiamo la nostra narrazione al punto dove la lasciammo alla fine della prima parte, cioè, alla morte del giovin francese Giustino Victor, e pria che proseguiamo a raccontare le tristizie del Lennois, è mestieri che facciam conoscere ai nostri lettori qual si fu la prima giovinezza di questo malvagio, e quali sventure ad un tempo e turpitudini l’accompagnarono.
Lasciamo alquanto avvolta nel mistero la storia della sua nascita. Solamente dir dobbiamo che la natura sembrò aver posto il marchio della sua riprovazione su questo fanciullo, sulla cui schiena era una larga macchia nera, la quale vi restò incancellata; anzi vennesi rabbuiando sempre più a guisa di nero scudo.
Federico era figlio della colpa. La dimora del Baronetto Edmondo Brighton a Parigi, e propriamente nelle vicinanze di Auteuil, non poteva esser feconda che degli stessi errori, i quali avevano contrassegnata la sua permanenza a Cadice, a Siviglia, a Bajona, a Glascovia e a Pisa.
Zenaide era stata la più bella giovinetta dei dintorni di Auteuil. La domenica, quando ella si recava colla mamma alla chiesa, tutti gli scapestratelli del villaggio e tutti i signorotti parigini, che traevano a diporto in quelle amene campagne, avevano qualche alloccheria a rivolgerle, cui ella rispondeva pressocchè sempre regalando un sorrisetto a ciascheduno... Ella si vestiva sempre con un’attillatura superiore al suo stato e alla sua nascita, perciò che suo padre non era stato che un operaio dabbene ma povero, il quale avea per lungo tempo servito, in qualità di scardassiere, in uno dei lanificii di proprietà della famiglia di Orbeil... Zenaide, camminando a fianco della mamma, non facea che voltarsi addietro ogni momento per dare orecchio ai galanti che mai non mancavano di seguitarla... La vanità e per essa la ingordigia del denaro dominavano nel cuore di questa disgraziata fanciulla; ella sognava sempre uno stato che potesse abilitarla a sfoggiar di abiti, una fortuna che le procurasse tutti gli allettamenti della vita... Ella sdegnava di accomunarsi colle altre sue compagne, alle quali si estimava superiore per la sua bellezza e per gli sguardi signorili che questa le attirava. Zenaide avea disprezzato i migliori matrimoni di giovani operai, perchè le sue mire erano più in su... Egli è certo che la sua rara bellezza avrebbe potuto innalzarla; ma il suo cuore non corrispondeva al suo volto; e il grido delle sue male tendenze allontanava ogni buon proponimento.
I giovanotti di Parigi se le faceano d’attorno nel solo intento di burlarsene: i regalucci piovevano, e Zenaide era sempre la più scontenta figliuola del mondo; imperocchè quei piccoli presenti non faceano che darle il gusto dell’ozio senza attutire la sua smodata brama di danaro.
A diciotto anni, quando una donna possiede singolar bellezza, si crede dispensata dal pensare a quelle cose che sole rimangono, quando i diciotto anni e la bellezza saranno passati; e reputa inutili tutte quelle doti morali, senza le quali la donna è debil canna che si piega allo spirar di ogni vento, e si frange all’urto del più lieve uragano. E Zenaide non poteva sfuggire agl’incessanti pericoli, in cui la gittava la sua giovinezza, piena di tristi passioni e sgovernata di freno morale.
La virtù della donna è più fragile del filo d’erba che cresce sull’altezza di un colle esposto al tempestar dei venti... Uno sguardo, una parola, e quella virtù non è più, e una vita d’innocenza è travolta in una vita di rimorsi. Ma Dio pose a guardia di quella virtù uno scudo di adamante, il pudore. Meschina di colei che gittò lungi da sè questo usbergo, e che porse compiacente l’orecchio a’ melliflui detti della seduzione!
Il Baronetto Edmondo Brighton, andando un giorno a caccia con parecchi suoi amici nella Pianura dell’Usignuolo, presso Auteuil, vide la bellissima Zenaide, e fu preso d’amore per questa fanciulla. L’amore nel petto di quest’uomo era odio alla virtù dell’oggetto che egli amava. Edmondo era straricco, e gittava il denaro con una facilità incredibile.
La pioggia d’oro sorprese e ingannò la Danae novella. L’antico mito si riproduceva in una casipola d’Auteuil!
Zenaide non fu veduta per molti mesi ne’ soliti luoghi dov’ella usava, e poi la si vide con un puttino tra le braccia, un bambinello di un mese, così leggiadro e gentile, che le vicine le diceano, in baciandolo su e giù per tutto il volto, ch’ei rassembrava un figliuol di principe, di duca o di altro nobil personaggio. E poi, queste medesime vicine che aveano tante volte baciato e ribaciato il bambinello, e dette le più care parole alla Zenaide, quando la sera raccoglievansi in crocchio, teneano presso a poco questa conversazione:
— Margherita, sai tu donde sia piovuto alla Zenaide quella bella creatura?
— Non farmi mo la stordita, Paolina; non ti ha ella detto che si è maritata?
— È vero, ma che so! cotesto marito, io non l’ho mica veduto; e tu, Margherita?
— Io neanche l’ho veduto... Dio ci guardi dal pensar male del prossimo; ma è noto a tutto il paese che la Zenaide non è poi la più riservata figliuola del mondo.
— Venirci ad imbeccare questa storiella di marito!... Per me, non ne credo niente... E che nome ha cotesto marito di paglia?
— Ella dice che si chiama Francesco Lennois; che è un gran benestante di campagna, e che, dopo averla sposata, l’ha menata non so dove, onde noi non l’abbiam veduta per qualche tempo.. Che te ne pare, eh?
— Gesù e Maria!... che scandalo! Per me, mi guardi il cielo dal pensar male del prossimo; ma voglio mettere su il più bel paio di orecchini che tengo, per sostener che quel bambino...
— Avrà la buona ventura, se è vero quel che dicono, che i bastardelli hanno la miglior sorte in questo mondaccio.
Tali cose buccinavansi tra quelle donne, e di questo passo trottava la conversazione con isvariate annotazioni, chiose e comenti non del tutto conformi a’ precetti della cristiana carità.
La Zenaide intanto avea dato giù a vista, ed il suo volto, per lo addietro vera miniatura leggiadrissima, ora si rassomigliava piuttosto ad una di quelle immagini che veggonsi per istrada e che la pioggia e il tempo hanno tutte scolorate e impallidite.
Ella avea presentato alla gente del paese, in qualità di marito, un certo Francesco Lennois, uomo di circa cinquant’anni, e che alla pronunzia sembrava un Avergnese.
Non sapremmo dire chi fosse questi e che parte rappresentasse nella trista e vergognosa commedia. Si tiri un velo di carità su gli errori delle passioni, e si guardi alle funeste conseguenze cui mena l’obblio de’ più sacri doveri.
Pochissimo tempo dopo la nascita di quel bambinello, cui si era dato il nome di Federico Lennois, un gravissimo avvenimento arrecò sventura nel Castello d’Orbeil. Un arresto politico venne fulminato contro il Visconte: fu un prodigio la sua salvezza. Sotto un abile travestimento, egli era pervenuto a raggiungere la frontiera della Svizzera, per involarsi alla persecuzione del nuovo governo francese. Frattanto, il giorno dopo della fuga di lui, la Viscontessa, che era stata presa da spavento grandissimo per la vita del consorte, fu assalita da dolori di un parto prematuro, e, tra convulsioni che minacciarono di ucciderla, mise al mondo una creatura, alla quale fu imposto il nome di Augusto.
La Viscontessa rimase per oltre un mese in uno stato che fece temere pe’ suoi giorni. Il difficile e intempestivo parto avea necessitato la mano del chirurgo: la vita del figlioletto e della madre fu salva dall’abilità dell’uomo dell’arte.
Il bambinello, tratto a stento dal seno materno, non potea ricevere i primi succhi vitali dalla stessa genitrice, pericolosamente inferma; era mestieri d’una balia... Si sapeva al Castello d’Orbeil che la figliuola dello scardassiere, Zenaide, si era sgravata di fresco: fu però mandata a chiamare e invitata a nutrire il fanciulletto Augusto. Ella accettò subitamente la proposta, e il puttino le venne abbandonato tra le braccia. Ella sel menò seco alla sua dimora, dov’era eziandio il proprio figliuolo.
La prima parola che la Viscontessa pronunziò, dappoi che fu nello stato di esprimere i suoi pensieri, fu il desiderio di vedere il pargoletto suo figliuolo. Fu mandato a chiamar Zenaide col bambino; e costei, dopo un’ora, era con questo al castello d’Orbeil.
La madre si stemperò in baci e in lagrime di tenerezza sul bianco visino della creatura, su cui l’aria pura della campagna aveva operato salutari effetti. E poscia il fanciullo fu riconsegnato alla nutrice, che si affrettò di abbandonare il castello d’Orbeil. Si sarebbe detto che Zenaide avesse fretta di togliere il figlio dalle braccia della madre.
Quando la balia era tornata al Castello per presentare il bambino alla Viscontessa, lasciava leggere sul suo volto un’agitazione e come un sentimento di paura. Ma nissun badò a lei, e tanto meno la madre, che, abbandonandosi alla sua tenerezza inverso quell’angiolo di figlio, era tutta assorta nel piacere di abbracciare e baciare la carissima prole, la quale poco mancò non le avesse costato la vita.
Passò qualche anno — La Zenaide veniva di tempo in tempo al Castello d’Orbeil, e vi s’intrattenea per lo più parecchi giorni col fanciullo Augusto, il quale crescea bello e gentile come un amoretto. La Viscontessa non sapea saziarsi di accarezzarlo, di stringerselo al seno e covrirlo di baci, e largamente ricompensava le cure onde Zenaide circondava quella creaturina, prodigalizzandole, per così dire, gli affetti d’una madre.
E nel fatto, non potea dirsi che i testimonii di amore che la nutrice mostrava inverso il figliuolo del Visconte fossero dettati in lei dal desiderio di lusingare l’amorevolezza della madre e di cattivarsene le buone grazie, profondendo carezze e baci senza numero al piccol pargoletto; imperciocchè bisognava veder la Zenaide quando era sola nella sua abitazione co’ due bambini, di cui l’uno erale figlio e l’altro figliuol di latte.
Torceremmo volentieri i nostri sguardi dallo spettacolo che ci offriva quella donna snaturatissima, se non sentissimo il dovere di non trascurare alcuni fatti che saranno di non poca importanza per la nostra narrazione.
Zenaide viveva sola in una meschina casupola poco discosta dal sito ove scorgemmo il platano della mendica. Dopo che la sciagurata fu caduta ne’ lacci della seduzione del Baronetto Edmondo, la vecchia madre aveala maledetta, e, separatasi da lei, era ita ad abitare in quel tugurio, su cui il gran platano stendea l’ombra della sua vigorosa vegetazione. La buona donna era tutto il giorno occupata a lavorare in una delle fabbriche del castello per trarre innanzi la vita alla meglio.
Zenaide adunque vivea sola co’ due bambini, entrambi sì belli e gentili che i loro visini erano vere calamite di baci. Nati quasi ad un tempo, essi parevano perfetti gemelli, se non che il bambino Augusto avea la fibra più forte e valida del bambino Federico. Ma se poca differenza era tra loro in quanto alle naturali fattezze, grandissima differenza, una inconcepibile barbarie di donna, ponea tra le sorti di que’ due innocenti.
Oh noi non comprendiamo come si possa far del male ad un bambino! Fa d’uopo aver rinunziato alla natura di essere umano, per torturare l’innocenza e la grazia, congiunte alla debolezza e all’impotenza della difesa. Maledetti son da Dio i tiranni dell’infanzia: costoro piangeranno a lagrime amare nella loro vecchiezza, e non gusteranno giammai la dolce consolazione di sentire i loro bianchi capelli carezzati dalle vezzose manine di cari pargoli. Dio non concede la soavità di un’amorosa corrispondenza filiale se non a coloro che ebbero viscere di uomini per l’infanzia, e che le prepararono assistenza e piaceri.
Zenaide era tutto amore e sollecitudine pel figlio della Viscontessa, ed era tutto odio e tirannia pel proprio figlio! Con un’atrocità senza esempio, ella lasciava piangere per fame acutissima il piccolo Federico, giacente quasi nudo sul suolo smattonato e umido, mentre nutriva il piccolo Augusto, tenendoselo ben caldo avviluppato nelle proprie vestimenta. Qualche volta la scellerata spingea l’eccesso della crudeltà fino a torsi entrambi i bambini nelle braccia; e allora, dava a poppare al figliuolo di latte sotto gli occhi medesimi dell’affamato figlioletto, che colle manine cercava di strappare Augusto dal seno materno. E quando la perfida Zenaide si stancava di udire gli urli del bambino, lo scagliava lungi da sè sul terreno, dove il meschinello giacea per lunghe ore e finiva coll’addormentarsi con quel sorriso ineffabile che è l’amore degli angeli nel cielo.
L’aspetto di un bambino addormentato ha qualche cosa che accheta le tempestose passioni e parla all’animo un misterioso linguaggio di dolcezza e di carità. Quella certa velleità di dispotismo che è insita a ogni uomo si calma alla vista della più gran debolezza, e sottentra un sentimento di protezione e di aiuto. Il pensare che un bambino abbandonato per poco a sè stesso sarebbe l’essere più infelice e morrebbe per ignoranza de’ pericoli e per mancanza di soccorsi, debbe per necessità muover la pietà e l’affetto.
Ma la vista del suo Federico addormentato non facea che esasperare la ferocia di sua madre, la quale si sdegnava quasi di trovare nelle sembianze del fanciullino la serenità e l’obblio del dolore, congiunte al celeste candore della innocenza.
Una sola volta al giorno, la Zenaide dava a poppare al figliuoletto, mentre ad ogni ora del giorno e della notte porgeva il seno ad Augusto, che però veniva grassotto e vermiglio come que’ putti che si pongono ai canti di un apparato di festa.
La sera, il piccolo Augusto, sazio felice e soddisfatto, si addormentava nello stesso morbido letto, ove dormiva la Zenaide; ed il piccolo Federico, gittato in misera cesta, non potendo, per istimolo di fame e per freddo, prender sonno, assordava l’aria co’ suoi gridi, pei quali la perfida madre, per dormir placidamente, si determinava a ligargli un fazzoletto alla bocca.
Ci piange il cuore a raccontare di simili atrocità senza esempio, e che ripugnano all’umana natura; laonde più non diremo delle incessanti sevizie onde veniva tormentata, nei primi albori della vita, quella esistenza di uomo.
Il tempo ci schiarirà forse il mistero di questa incomprensibile tirannia di madre, come anche ci mostrerà la soluzione del grande assioma morale, nascosto in tutt’i fatti della vita: LA PUNIZIONE ACCANTO ALLA COLPA.
II. LA FANCIULLEZZA DI FEDERICO
Una vita che si annunziava con questi foschissimi albori non poteva certamente essere la più lieta e felice; e i giorni che seguitarono alla prima infanzia del Lennois non furono che conseguenti nella sventura e nel pianto.
Il fanciullo Augusto, fatto grandetto, rientrò sotto il tetto paterno e fra le braccia dell’affezionatissima sua genitrice. Egli era bello assai di volto, ed era, siccome dicemmo altrove, una miniatura delle sembianze inglesi; ma insin da quella tenerissima età dava manifesti indizii di alterigia e di disprezzo per quelli che non aveano la ventura di nascere in un serico letto.
La Zenaide, quando il figliuolo della Viscontessa fu rientrato nel castello d’Orbeil, non faceva passare un sol giorno senza andare a rivedere il fanciullo che ella aveva allattato con tanto amore. Ella non volea giammai dipartirsi dal sito ov’era quell’angioletto del suo cuore, il suo amatissimo piccolo Augusto: chiedeva in grazia alla Viscontessa di permettere che ella guidasse ancora il fanciullo nelle vaste camere del castello e tra i viali del parco; che nol perdesse giammai di vista; che gli stesse tuttodì addosso cogli occhi e coll’anima. «Imperciocchè, ella diceva, io l’amo tanto, questo fanciullo, più che s’ei fosse figliuol mio, e non so partirmi da lui un sol momento. Quand’io sto dall’altra parte del parco, il mio pensiero è al castello d’Orbeil, e non riposo che quando ritorno qui dove è l’amor mio, il mio piccolo Augusto, tanto caro e leggiadro, con quella faccia di serafino, con quegli occhi di sultano!»
E via via così parlando, la Zenaide dicea tante cose, che erano una maraviglia di amore a sentirla: e la Viscontessa era qualche volta gelosa di queste eccessive dimostrazioni di affetto, avvegnacchè i suoi sensi materni ne fosser lusingati a dismisura. Però ella non sapea vietare all’affettuosa nutrice il giusto sfogo di una tenerezza che suole apprendersi ai cuori di quelle donne che han dato ad un bambino il primo alimento vitale. Se non che, la nobile moglie del Visconte ammiravasi talora che la Zenaide, la quale si sfacea di affezione pel suo figliuolo di latte, abbandonasse il proprio figliuoletto per intiere giornate e non mai ne parlasse, e mai seco nol menasse al castello, o in modo alcuno significasse sollecitudine e attaccamento pel sangue proprio. Di questo la Viscontessa richiedeala sovente, ma la Zenaide parea mal portasse inchieste simiglianti, alle quali dava sempre vaghe risposte, or dicendo che il fanciullo Federico venia su un pessimo furfantello, il quale non madreggiava per niente in quanto al cuore; or certificando che il figliuoletto non pativa di alcuna mancanza per l’assenza di lei, essendo accomandato a buone mani; or, per ultimo, svoltava destramente il discorso e usciva di palo in frasca con istorielle e ciance da nulla.
Ma, vuoi caso o tendenza naturale o altro motivo, il fanciullo Augusto, a seconda che cresceva negli anni, addimostrava un disamore grandissimo per la sua balia, e noia e disgusto per l’affezione di lei. E questo disamore crebbe a modo, che, dispotizzando egli la madre sua, la quale teneramente lo amava, ottenne da lei di non permettere più l’ingresso nel castello a mamma Zenaide, essendo ormai indecoroso a un nobil fanciullo il sentirsi stretto al seno di una villica.
È impossibile descrivere l’acerbità del dolore da cui fu presa la Zenaide alla inaspettata nuova del divieto che le veniva inflitto per ricompensa del suo amore. Poco mancò non ne morisse, perciò che tutta l’anima sua erane straziata... Ella pianse a lagrime disperate; si arruffò i capelli, si lacerò le vesti, e per isfogare la rabbia e il dolore, corse... a battere e a tormentare il suo Federico!
Non ci è cosa che più squarci un cuor sensitivo ed ecciti sdegno grandissimo, che l’udire le grida di dolore messe da un fanciullo innocente sottoposto a barbare battiture. La pietà si muove nei petti più feroci, e non vi ha chi non si slanci a togliere quell’innocente dalle mani spietate che il torturano. Ma nella solitaria campagna dove abitava la Zenaide col suo Federico, non era chi udir potesse le alte strida che il miserello spingeva al cielo, allorchè la madre il tempestava di colpi con un grosso randello, non il rilasciando se non quando quell’infelice creatura si accasciava per isfinimento di dolore. Quella disumana era diventata una tigre assetata del sangue proprio; era qualche cosa d’orribile a vedersi!... Quanto più intenso era l’amore di quella iena per Augusto d’Orbeil, tanto più crudele era l’odio suo per Federico Lennois.
Chiediamo perdono a’ nostri lettori, se siamo costretti a porre sotto i loro occhi uno spettacolo disgustante e pietoso a un tempo. Oh come vorremmo, ne’ nostri racconti, evitare di avvenirci in codeste situazioni che fan fremere i cuori ben temperati; ma, nello svariatissimo dramma delle passioni che si agita sulla scena del mondo, la virtù, per mala ventura, non è la felice protagonista; è la scelleratezza quella che più tiene il campo dell’intrigo. Lo spettacolo della umana degradazione ha i suoi effetti salutari come lo spettacolo del più elevato innalzamento dell’anima per grandi e generose virtù.
Ricevuto il divieto di ripresentarsi al castello, la Zenaide, non potea vivere senza rivedere di tempo in tempo il suo Augusto. Perdeva le intere giornate, appiattata in una siepe che divideva il parco dalle circostanti campagne, nella speranza che il fanciullo, nelle sue corse ed emigrazioni, fosse passato per quel sito. Ma il più delle volte, era tempo inutilmente sprecato; perciocchè Augusto prendeva col suo aio altra direzione, sia che scorrazzasse per gli andirivieni del parco, sia che uscisse a cavallo fuori di Auteuil.
Il dolore e la collera di Zenaide in questi casi superavano qualsivoglia immaginazione. Ella ritornava, in sulla sera, alla sua casipola, scapigliata come una furia: i suoi occhi schizzavan fuoco; le sue labbra eran pregne di veleno.
Il primo oggetto che le si offriva alla vista era il suo Federico, il quale tremava tutto nel vedere sulle sembianze della madre la ferocia del dolore. E quest’oggetto non faceva che aizzare la collera di lei a tal punto, che ella scagliavasi come demente sull’infelice creatura, e, quando a questa non riusciva di sottrarsi a’ furori di quella belva, era cosa da pianger di pietà, tante e sì forti erano le battiture che piovevano sul miserello. Alcune volte la ribalda femmina, toltosi dal capo scompigliato uno sdentato pettine di ferro, perseguiva il meschinello in tutt’i versi; e, acchiappatolo, gli conficcava nelle spalle o ne’ reni gli acuminati denti di quello strano supplizio. Altre volte, cacciatosi quel miserello sotto i piedi, gli andava pestando il corpicino, nè più nè meno che se fosse stato un cane o un gatto morto.
Egli è vero che il fanciullo fuggiva molto lungi, allorchè vedea la mamma invasa dalle furie: la notte ei non ritornava sotto il tetto dov’era la sua crudele nemica, e andavasene a dormire sotto un pagliaio che venne poscia addimandato il covile del monello. Quivi il freddo, la paura e la fame torturavano a muta e talvolta tutt’insieme lo sventurato, il quale piangea, piangea di un pianto che avrebbe scosso i fusti degli alberi. Nissuno, nissun vivente, nissun essere umano veniva a sollevare quel povero fanciullo dalle incomprensibili crudeltà della genitrice; nissuno gittava uno sguardo di compassione su quell’innocente che soffriva per una di quelle imperscrutabili ragioni che rimangono ascose nella infinita saggezza della Giustizia Divina.
Iddio solo udiva il pianto e i gemiti dell’infelice, e Dio mandava una consolazione su quel dolore, una gioia su quell’esistenza, un amico a quel derelitto.
In una notte placida e serena, Federico erasi addormentato sulla stoppia del suo covile. Egli avea pianto lungo tempo innanzi di comporre gli occhi al sonno... La stanchezza del dolore lo avea tolto momentaneamente alla sofferenza.... Durante il sonno, ei provava indistintamente una sensazione dolcissima di calore che gli scorrea con tutta soavità per le vene, come se una mano pietosa gli avesse ricoperto il corpo con un grosso panno di lana... Federico sentiva una voluttà che mai non avea gustata nel breve periodo di sua vita, giacchè egli avea dormito sempre in sulla nuda terra o sulla paglia, senza altra coperta che la logora travatura della stanza materna o l’aperto e stellato palco dei cieli... Egli era questa volta così felice nel suo sonno che dormì per lunghe ore, e insino a tanto che i raggi del sol nascente vennero a colpirgli la fronte. Qual fu la sorpresa del fanciullo, allorchè, nello schiudere le palpebre, si vide disteso in sul corpo un bel cane, di razza inglese, il quale avea gli occhi drizzati verso di lui con tal guardatura, che era ripiena delle più tenere dimostrazioni di affetto!
Federico non potè astenersi dal gittar le braccia attorno al collo del cane e stringerselo al petto, come avrebbe fatto con un caro fratello! Oh come battea di contentezza il cuore di quel fanciullo! Come le lagrime gli sgocciolavano per le guance!... Eppure, in mezzo alla sua gioia, Federico aveva un palpito di timore, che quel cane non fosse appartenuto a qualche vicino abitante del contado, e che però gli venisse tostamente strappato dalle braccia... Onde non si saziava di premerselo al seno, di coprirlo di baci, d’accarezzarne la bionda schiena; e il cane parea sì contento di quella corrispondenza di affetti, da non cessare un momento di agitar la coda in segno di soddisfazione; e guardava sempre negli occhi di Federico con una sì lampante significazione di amore, che meglio non avrebbe saputo un innamorato guardar l’amante.
Il fanciullo temea giustamente che la madre, veggendolo protetto e amato da quella cara bestia, non gliela avesse rapita o uccisa o in altra maniera fatta sparire; però tornando quella mattina con gran batticuore alla casa della mamma, ei tenea sempre l’occhio sul suo amico, quasi che avesse da lui implorato di non abbandonarlo giammai e di proteggerlo dal materno furore. A pochi passi dalla temuta dimora, il miserello gittò un altissimo grido nel veder la mamma che venivagli incontro con baleni di sdegno nelle feroci pupille.
Federico fu, come altre volte lo era stato parimente, ligato a un ginepro e ivi abbandonato dalla spietatissima donna, la quale solea lasciarlo in quel martirio per ventiquattro ore; dopo il quale tempo davagli un boccon di cibo, così per farlo sopravvivere ai tormenti, e per riserbarlo ad altri castighi e vessazioni. Ma questa volta il tapinello non rimase lungo tempo ligato al tronco dell’albero, imperciocchè il cane, con mirabile esempio di fedeltà e di amicizia, tanto si adoperò co’ denti, che pervenne a spezzar la fune e a sciogliere il fanciullo dai barbari ceppi.
Mentre il cane faceva l’estremo di sua possa per islegar Federico, questi piangea di tenerezza; e, quando si vide libero, saltò addosso a quell’impareggiabile amico, e gli disse tante cose e gli dette tanti baci, e si stemperò in tanti affetti che poco mancò non ne svenisse.
A contar da quel giorno, il cane, cui Federico avea dato nome di Astolfo, diventò siffattamente l’amico dello sventurato fanciullo, che questi non ebbe più in certo modo a temere gli strazii che la madre gli facea soffrire. Zenaide era più istizzita dacchè vedeva il figliuol suo spalleggiato dalla bestia, la quale supplivagli di quell’amore, di cui ella avealo defraudato. Non poche volte, la perfida tentò di uccidere il maledetto Astolfo, ma questo parea protetto dal cielo, e scampò alle insidie che tendeagli la malvagità di quella donna, la quale, quanto più sentivasi accrescere i trasporti di amore pel suo figliuol di latte, già fatto grande, altrettanto sentiva ringagliardirsi l’odio per Federico, cui, per altro, ella non aveva il coraggio di uccidere d’un colpo.
Ben presto, a questo nemico possente e incredibile si aggiunsero due altri non meno congiurati a danno dal monello, Augusto d’Orbeil e Giustino Victor.
La fiamma del rossore, dello sdegno e dell’odio incendiava il volto di Augusto, quando gli si diceva che egli era fratello di latte del guitto monello di Auteuil, del figlio di mamma Zenaide. Augusto sentivasi grandemente umiliato da questo confronto, e colpì una mattina la guancia d’un suo domestico per avergli detto, per casualità, quell’amara parola.
Tutte le volte che il nobil giovinetto si avveniva in Federico Lennois, non facea passar l’occasione di mostrargli il suo profondo disprezzo; anzi, sovente andava cercando l’opportunità di far cadere su quel poverino lo sfregio e l’insulto.
E in questo egli avea per complice fedele il fanciullo Giustino, il quale veniva a passar nel castello le vacanze di collegio.
Spesse volte i due giovanetti amici con altri fanciulli compagni di collegio di Giustino Victor traevano appositamente alla volta della casipola di Federico, per prendersi lo spasso di sbeffeggiare ed insultare questo infelice. Con una codardia indegna in un giovinetto, Augusto valendosi dell’ascendente grandissimo che esercitava sull’anima di Zenaide, comandava a costei di applicare al figliuolo una leggiera lezione di educazione; com’egli dicea per celia... Allora la perfida, per far piacere al suo caro figliuol di latte, correva addosso a Federico, e, con un ramo d’albero secco, davagli su e giù pel corpo, insin a tanto che la nobil comitiva di fanciulli era sazia di ridere. Alcuna volta riusciva al misero Federico di gittarsi in un fosso, per sottrarsi a queste brutali e proditorie violenze; ma in questo caso ei correva il rischio di rimanere in quel fosso per lunghe ore, aspettando che qualche contadino, il quale si fosse trovato a passar di là, avesselo aiutato a risalire sul terreno.
Menzionammo altrove alcuni dei fatti relativi a quest’odio che il figlio del Visconte e il fanciullo Victor aveano spiegato contro il così detto monello di Auteuil. Dicemmo come un dì la frusta del giovinetto d’Orbeil, tagliò la faccia del Lennois, però che questi non era stato in tempo a scostarsi al passare di quello a cavallo; e come, in altro dì, la parola ladro era uscita dalle labbra di Giustino Victor, e aveva ferito il cuore più che l’orecchio del disgraziato ma onesto figliuol di Zenaide; e da ultimo, accennammo l’inaudita perfidia del Victor e l’immenso dolore del Lennois, quando colui diè morte al carissimo cane che era tutta la vita e lo amore di Federico.
Le battiture, il freddo, la fame, gli strazi corporali di ogni sorta eran da estimarsi un niente a paragone del dolore che provò l’infelice nel veder sotto i suoi occhi il tenerissimo Astolfo battuto a morte da Giustino Victor. E Federico non potea correre in aiuto del suo amico, perciocchè la madre lo avea ligato all’albero di martirio! Oh... Federico da fanciullo divenne uomo in quel momento. L’immensità del dolore avea fatto sparire la fanciullezza! Per la prima volta, un’orrenda bestemmia era corsa sulle sue labbra: egli avea maledetto l’uman genere; erasi vergognato di essere uomo; e il suo cuore formava il giuramento di vendetta...
Questo tristo avvenimento accadeva il dì 7 luglio dell’anno 1815.
E, quattordici anni dopo, il dì 7 luglio 1829, Giustino Victor, mortalmente ferito da Eduardo Horms, cadeva vittima della Giustizia di Dio.
Se l’uomo nel corso di sua vita facesse attenzione a certe maravigliose coincidenze di date, riconoscerebbe sempre più l’opera della Divina Giustizia in quegli avvenimenti che soglionsi credere figli del caso.
Federico guardò per lunga pezza con occhi asciutti e come idiota il cadavere del suo Astolfo; i grandi dolori annientano ogni senso di vitalità e inaridiscono le sorgenti delle lagrime; appunto come le grandi bufere lasciano le campagne in uno stato di stordimento e di stupefazione.
Quella comitiva di nobili fanciulli, non così tosto videro morto il fido compagno di Federico, sciolsero questo disgraziato dal fusto dell’albero, affinchè si fosse a suo bell’agio abbandonato alla tenerezza verso il cane.
E, scioltolo, e veduta la sua faccia stupida e selvaggia, come se non avesse compreso niente di quanto era avvenuto, si diedero a ridere a sganascio, e poi, a pigliarlo, a voltarlo e rivoltarlo in tutt’i versi, a fargli un mondo di sberleffi sul muso; e, da ultimo, poi che se l’ebbero rimandato dall’uno all’altro, come una palla di zimbello, gli dettero una spinta e il fecero cader bocconi sul corpo dell’animale disteso in sul terreno.
Gli occhi della bestia erano aperti in tutta la loro ampiezza, per effetto del supplizio a cui l’aveano sottoposto que’ piccoli manigoldi: quegli occhi pareano affisar Federico con angosciosa espressione, come se avessero voluto dirgli: «Non duolmi della mia morte e del dolore che mi han fatto soffrire; ma soltanto mi accuora di doverti abbandonare e lasciare alla balia de’ tuoi inesorabili nemici. Dio possa aiutarti e confortarti!»
Nel cadere sull’estinto animale, Federico era uscito dallo stato di stupefazione in cui lo avea gittato l’atrocità del dolore: egli aveva abbracciato quel gelido mucchio di carni; e questa volta faceva piovervi sopra un fiume di lagrime: e anch’egli guardava negli occhi immobili del suo amico, e parea comprendere il loro muto linguaggio.
Non sappiam dire quanto tempo quel misero fanciullo rimase a piangere e a singhiozzare amaramente sulle spoglie del suo Astolfo, la cui voce più non risuonava armoniosa e cara agli orecchi di lui.
Che cosa è l’esistenza di un cane pel comune degli uomini? La sua vita non ha più importanza che il passaggio di un’ombra attraverso lo sguardo; e la sua morte non è avvertita dagl’immondi insetti che divoreranno la sua carogna gittata in mezzo alla strada. Eppure l’esistenza di quel cane Astolfo era stata la gioia di quell’esistenza di fanciullo, e la sua morte operava una di quelle crisi che decidono del destino di un uomo. Dal dì della morte del cane, Federico rinnegò ogni buon sentimento nell’anima, e fermò freddamente di essere un malvagio ed un nemico spietato della razza umana, appo la quale, ne’ suoi dieci anni di vita, egli non avea trovato un sol raggio di amore e di carità.
Con grandissimo dolore ei fa d’uopo convenire che la maggior parte degli uomini cattivi e nemici della società non sarebbero stati tali senza un concorso di funeste emergenze che farebbero giurare sulla esistenza del destino se non si conoscesse che, nel mirabile magistero del mondo morale, il male è un elemento indispensabile per la grandezza dell’umana natura, però che è desso quello che rialza agli occhi di Dio l’uomo giusto e virtuoso. Nonpertanto è cosa che richiama la attenzione del pensatore il considerare come un’infinità di circostanze si accumulino intorno ad un uomo per renderlo malvagio: la natura e la società par che si mettano di concerto per fargli rinnegare ogni principio di virtù. Centomila soccombono; un solo trionfa: questo uno è un eroe, un santo.
E questo concorso di circostanze appunto aveva costretto il disgraziato Lennois nell’aurora della sua vita. Qual maraviglia s’ei riuscì cotanto scellerato? Da altra parte, è nostra opinione che l’uom cattivo è talvolta una vittima dall’alto indicata ad espiazione di antichi falli di famiglia; però che è scritto nelle sacre pagine che Iddio punisce ne’ più tardi nepoti i delitti di violenze e d’ingiurie all’altrui stima ed onore. La maldicenza è il vizio più comune e universale della presente società, e massime in Francia, dove il così detto spirito di conversazione altro non è che una sottile e perpetua guerra all’altrui nome.
Per una parola di offesa all’onore altrui Iddio PERSEGUITA LE INTERE FAMIGLIE.
E le sventure onde fu colpita la prima giovinezza di Federico non furono forse che espiazione di vecchie colpe di questo genere.
Dopo essere stato qualche ora a piangere e a gemere sulla compassionevole sorte del cane, Federico scavò profondamente il terreno a poca distanza dal covile ov’egli solea giacere, e seppellì quelle spoglie a piè di un alto frassino. Con cura estrema e con somma amorevolezza ricompose il terreno sul cadavere di Astolfo, come se lo avesse ricoperto di morbida coltre; ne raggiustò la superficie, e v’incastrò solidamente una pietra, sulla quale incise col ferro queste stolte ed empie parole:
«Qui riposa il solo essere che mi ha amato, e il solo che io ho amato ed amerò sulla terra: il mio cane Astolfo. Giuro sulla mia ragione odio irreconciliabile all’uman genere, e giuro di adoperarmi in tutta la mia vita a fargli del male. Giuro ancora sulle ceneri del mio amico di spargere il sangue del suo crudele uccisore. Oggi 7 luglio 1815. Federico Lennois».
Poco altro tempo il figliuol di Zenaide rimase colla madre sua, dopo la morte di Astolfo. Una inaudita crudeltà di lei spinse il giovinetto, già stanco di sofferenze, a fuggire da quel luogo di dolori.
Un giorno la Zenaide era appostata, secondo il solito, alla siepe del parco, aspettando il momento in cui fosse passato il suo caro Augusto in compagnia di Giustino Victor. Volle il caso che Federico si trovasse in sulla via la quale doveva esser battuta dal figlio del Visconte; eglino eran vicini ad incontrarsi. Alla vista dei suoi implacabili nemici, ed in particolar modo di Giustino che gli aveva morto il cane, Federico sentì accendersi di una fiamma di sdegno prepotente. Senza pensare a quel che si facesse, abbrancò da terra il manico di una zappa, e con una benda di furore in su gli occhi, si scagliava contro Giustino: e già era in sul punto di fulminarlo con quel formidabile istrumento, quando la Zenaide, credendo che il figliuolo si avventasse contro Augusto, gittò un alto grido di spavento; saltò come scoiattolo su per la siepe ed il fossato che la circuiva, e piombò su Federico appunto nell’istante in cui gli avversari erano a pochi passi di distanza. La Zenaide afferrò pei capelli il disgraziato giovinetto, e, strascinandoselo quasi bocconi per terra, lo menò sino alla sua casupola. Qui cominciò la più pietosa tragedia. Quella fiera stizzita, dopo aver chiuso tutti gli usci del suo abituro, ritornò ad afferrar pei capelli quel miserello, lo sbattè al suolo, e ivi, balzata in piedi sul corpo di lui, sfogò la sua ferocia di tigre insino a tanto che Federico non gridò più. Il sangue uscivagli in copia dalla bocca!
Questo immanissimo fatto pose il colmo alle sofferenze di Federico: egli era stanco di essere vittima di tanta barbarie.
Fin dal momento che Giustino aveagli detto quelle amare parole da noi menzionate nella prima parte di questo racconto: «Ohè, figlio di mala donna, non rubare le fragole di questo podere, chè te le farem vomitare col sangue», Federico avea messo da banda ogni scrupolosità in quanto ad usurpazione della roba altrui, e si era dato a rubare tutto ciò che gli veniva fatto, non risparmiando la stessa Zenaide, a cui sovente involava qualche coserella (però che molto ricca e avara ella era); la quale, discoperto alcune volte il furto, regalavagli un buon numero di busse e di gastighi di ogni maniera. Laonde, fermato in cuor suo di postergare i luoghi testimonii dei suoi martirii, studiò il modo onde rubare una buona somma di denaro alla perfida madre. Parecchi giorni si adoperò in tale tentativo; e vennegli fatto di scoprire il sito dove colei tenea nascosto del denaro.
Il cimento era terribile, e il rischio mortale. A dispetto di ogni paura il colpo fu tentato e coronato di lieta riuscita, perciocchè in una notte un pesante sacchetto di danaro fu involato dal destro fanciullo.
Alla dimane Federico, senz’altra provvisione che il suo sacchetto, abbandonava Auteuil, mettendosi tra i piedi la via di Parigi.
Ma qual fu la sua dolorosa sorpresa nello schiudere il sacchetto che conteneva il suo tesoro, e trovarlo zeppo di monete di rame!
III. LA PRIMA SERA A PARIGI
Quel sacchetto di rame era sempre qualche cosa di meglio che il puro niente, e forse quel denaro era bastante per un paio di mesi.
Giunto in un luogo rimoto, Federico si sedè sovra una grossa pietra di campo: e si pose a numerare i suoi pezzi di rame.
La somma ascendeva a centoventi franchi e cinquanta centesimi.
Era sempre una fortuna pel povero monello di Auteuil.
Nessun accidente era venuto a turbare il pedestre cammino di Federico fino a Parigi. Solamente l’estremo caldo della giornata (che era in su lo scorcio di luglio) avea gittato in uno sfinimento di forze il giovinetto, cui le tante sevizie fattegli soffrire dalla madre aveano già guasta e mal ridotta la salute.
Ciò nulla di meno, noi non tenteremo di dipingere la felicità di Federico nel vedersi libero dai materni furori e padrone di sè medesimo. Egli respirava con gioia l’aria aperta dei campi; non era abbastanza contento di spaziar lo sguardo intorno a sè, sicuro di non aver più a temere la vista della sua tiranna od a rincontrare la comitiva del castello di Auteuil.
Durante il suo lento viaggio, egli si era fermato non poche volte, sia per riposarsi e prender lena a proseguire il lungo cammino, sia per rifocillare lo stomaco, cui la barbara Zenaide aveva assuefatto ad una involontaria dieta, insopportabile a quella età di attività organica e di sviluppo; sia per la natural curiosità che dovevano eccitare in un fanciullo, il quale non si era mosso giammai dal villaggio nativo, la varietà delle amene campestri vedute che circondano la Capitale della Francia.
Strani pensieri e un mondo di visioni passavano pel capo del garzoncello in quel suo solitario viaggio. Poche altre ore, ed egli entrava nella città, di cui nella sua infanzia aveva inteso a parlare come di una regione incantata, dimora di fate e di genii, ed alla porta di ingresso della quale, la Felicità, coronata di fiori, accoglieva e abbracciava i novelli arrivati, ammettendoli alle delizie dei suoi dolcissimi arcani.
Parigi, la bella, la ricca, la splendida, la bianca, la nitida, l’aurea, la serica, la cara Parigi, la città del lusso, delle gioie, dei divertimenti, dell’obblio dei mali, stava per offerire tra poco agli attoniti sguardi del fanciullo le sue centomila maraviglie: i filari dei suoi eleganti e ben costruiti palagi, asili del piacere, del lusso e delle civili maniere; le sue strade, i suoi selciati marciapiedi, i boulevards, specchio di nettezza, formicolari del più giocondo popolo del mondo: le sue piazze di cui ciascheduna racchiude un monumento di storica solennità, i suoi tanti teatri sempre zeppi e affollati da tutte le classi della società; i suoi diciannove ponti, ligamenti che congiungono le diverse membra di quel corpo pieno di vita e rigoglioso d’esuberante salute; le brune acque della Senna, arterie turgide di quella mole di organizzazione architettonica di vari secoli e che sembra l’opera di un fiat istantaneo.
E già, verso il declinar del giorno, Parigi incominciò a far udire agli orecchi di Federico il suo gran mormorio confuso e indistinto, lontano riverbero di centomila cocchi che serpeggiano tra le sue strade, mischiando un popolo di cavalli nella immensa varietà dei loro indifferenti padroni.
È uno spettacolo bizzarro e curioso quello che si osserva nelle strade principali delle primarie capitali di Europa. Una popolazione di nobili e generosi animali strascina sul dorso una infinità di macchine morbidamente imbottite in cui si dondolano un gran numero di esseri umani i quali spesso non hanno altro merito tranne quello che lor deriva dai cavalli che li strascinano. Per una parte delle popolazioni di queste capitali, il moto non ci sarebbe senza i cavalli.
I primi rumori di Parigi colpivano appena le orecchie di Federico, e i primi lumi delle sue stelle di gas si mostravano già nel lontano orizzonte agli occhi di lui, quando egli, che sentivasi battere fortemente il cuore per violente commozioni che gli cagionava l’aspetto della gran città, si mischiò alla folla dei bevitori che sedevano a diversi crocchi presso una bettola di campagna. Era di lunedì, giornata che forma continuazione e appendice della domenica per gli operai di Parigi, i quali traggono in gran folla alle barriere, e si danno, in quelle attigue osterie, ad un rombazzo senza fine nè freno. Federico si sedè anch’egli sovra una panca; fecesi arrecare del pane, del formaggio e del vino, e via via, mangiando, e rimirando da lungi la sospirata capitale, ravvolgea nel suo capo i seguenti pensieri, che la malvagità gli ispirava. La malizia non è forse luce pericolosa?
«Che cosa farò colà? Povero fanciullo di dieci anni, di fiacca salute, senza un parente, un amico, un conoscente, e nella piena ignoranza di tutto? Strana e tremenda posizione! Ma che dico mai, nella piena ignoranza di tutto! Non ho io ricevuta la più valevole ed efficace lezione che può un uomo ricevere entrando nel commercio sociale, la sventura? Che bisogno ho io di saper leggere e scrivere per guardarmi dal mio più feroce nemico, l’uomo? Oh quanto ho imparato nei miei dieci anni di vita! Quanto mi hanno insegnato le mie sofferenze!... Checchè avverrà di me, il terribile mio giuramento emmi ognora presente all’animo... Ogni passo, ogni parola, ogni pensiero sarà volto al male di questo nemico che mi affianca e che si dice mio simile... Ho inteso parecchie volte a parlare di una forza superiore che colpisce il misfatto, che schiude le prigioni a’ perversi, che condanna nel capo gli omicidi, ma... io saprò ridermi di questa forza... L’ipocrisia, l’astuzia, la durezza di cuore, la falsa amicizia, il sorriso traditore non uccidono forse, senza che le leggi possano colpirli?.. Ed io saprò sfuggire ai rigor delle leggi: l’ipocrisia sarà il mio pugnale e il mio usbergo.»
Povero insensato fanciullo! Egli non pensava che l’ipocrisia non può sfuggire all’occhio sempre vigile di chi, dall’alto de’ cieli, scruta i cuori nelle più scure loro latebre! Ma nissuno avea fatto risuonare all’orecchio di lui quella parola che schiude all’anima un mondo mille volte migliore di quello in cui vive materialmente il corpo: quella parola che annienta i sofismi dell’empietà e sperde i mali calcoli del malvagio: nissuno avea susurrato all’animo di quel fanciullo il solenne e immenso NOME DI DIO! È vero che qualche volta, quando il miserello, accovacciato nel suo covile e non potendo abbandonar gli occhi al sonno, vedea, tra le sconnessure del suo pagliaio, rilucere le auree stelle del firmamento, e partire da alcune di esse una luce sì bella, come uno sguardo di pietà sul derelitto da tutti gli esseri, ei sentiva che lassù nel cielo era la protezione a’ deboli, il conforto de’ sofferenti. Ma simiglianti salutari pensieri si perdeano poscia nella fitta notte della sua ignoranza; e l’idea della Divinità era per lui così vaga e confusa come l’idea di morte pe’ bambini di tre o quattro anni.
Le tenebre erano già cadute sulla città dominante; ma gli ultimi riverberi del sole coprivano d’un manto di porpora la collina Rercy, e il giorno durava ancora su i bastioni esterni che sono a fianco e fuori del muro di cinta di Parigi. Federico Lennois si avanzava verso la capitale, facendo strani comenti e chiose a’ pensieri che abbiamo accennati.
Veggendo il flusso e riflusso della gente su i pubblici passeggi esterni, Federico incominciò a sospettar di ladri. Egli aveva sotto al braccio il suo sacchetto di monete, e questo poteva adescare al furto; perciocchè era probabile che si estimasse un sacchetto di monete d’argento. A seconda che si facea bruno nell’aria, più si accresceva la paura di Federico; così che andava guardingo e sospettoso, scansando i crocchi di gente, e tenendosi sempre ad una certa distanza dalle facce dubbiose.
Moltissimi infatti il guardavano con certi occhiacci minacciosi pel piccolo tesoro ch’ei portava. Federico cominciava a temer seriamente: avrebbe volentieri nascosto in qualche parte la sua pesante fortuna: ma dove? Neppure un palmo della terra ch’ei calpestava gli apparteneva; tutto gli era straniero e ignoto.
Era già sera avanzata quando egli entrava in Parigi.
L’estremo caldo cacciava gran parte della popolazione fuori delle case. Avendo camminato senz’alcuna guida o direzione, il garzoncello era entrato nella gran città dalla parte del sud-est. L’aspetto delle vie tortuose, sporche e meschine de’ sobborghi S. Marcello e S. Ettore, rendute anche più tetre per l’elevatezza delle case, non era tale da pareggiar l’altezza e la magnificenza delle immagini che si era formata il monello di Auteuil. Le strade peraltro erano piene di gente, benchè non ancora Federico si fosse inoltrato nel seno della capitale, nelle strade frequentate delle alte classi, su i boulevards, abbaglianti per mille magazzini.
Tratto da stupore, da curiosità, da vaghezza naturale, il fanciullo Lennois camminava sempre attraverso quella infilzata di stradelle, ristando ad ogni passo, levando il naso in aria; e tenendo sempre stretto in mano il pesante sacchetto pel quale sentiva addolorate le braccia e i polsi. Per mala ventura egli avea preso quel cammino che mena agli accessi meridionali dell’Hotel-Dieu.
Federico avea camminato per molte ore senza che gli fosse accaduto nulla di sinistro. Duravano la folla e il movimento... Ma a poco a poco la gente si diradava; qualche rara bottega era aperta; il rumore delle carrozze diventava rarissimo. Pienamente rassicurato su i suoi timori di ladri, Federico non vi pensava più, nè badava a’ moltissimi che si fermavano mentr’ei passava, e davano uno sguardo d’amore al sacchetto.
Federico si trovava nel centro dell’isola della città, quartieri di operai e di giornalieri di bassa mano. Qui egli cominciò un poco a pensare a quello che si avesse a fare, e al come, al dove passar la notte... Non era prudente l’andare a locanda, dove facilmente la fanciullesca sua età e il benedetto sacchetto avrebbero potuto indurre alcuno a rubarlo; bisognava intanto passar la notte in qualche parte sicura e comoda. A chi rivolgersi? A chi dimandare?
Mentre ei stava pensando a tali cose, si sentì afferrare per la goletta della camicia da una mano ossuta e vigorosa; era un guardia municipale.
— Dove porti cotesto sacchetto, ladroncello? gli chiese questi con modi per niente gentili,
— È roba mia, signor uffiziale.
— È roba tua!! Oh sì davvero, signor milionario, ciò si vede soltanto a guardare i vostri abiti!
Federico non aveva mai pensato che, portando per vestimento un paio di calzoni laceri e di colore interamente perduto, e un cencio di camicia di antico servigio, era ben fondato il sospetto che il denaro ch’ei portava non gli appartenesse. Assorto nell’idea di esser rubato, non avea giammai sospettato che avrebbe potuto egli stesso esser preso per ladro; il che forse era peggio. Nè il meschino, sopraffatto e sbalordito in quel momento, ebbe abbastanza giudizio di rispondere ch’ei recava a qualcuno quel danaro.
— Generale, vi giuro che questo denaro è mio, soggiungeva il poveretto alzando i titoli al guardia municipale per lusingarne la vanità e cattivarsene la benevolenza.
Un poderoso e bene assestato scapezzone fu la risposta del Generale, il quale, senza tampoco brigarsi di aggiungere un’altra sola parola al già detto, tenendo sempre stretta nel pugno la goletta del monello, gli fece svoltar cammino, e il menò al più vicino posto di guardia.
Prima che si fosse proceduto alle debite interrogazioni sul fanciullo, si aprì il sacchetto per esaminare il contenuto: poscia venne tolto dalla vista del piccolo arrestato.
— Chi sei tu, furfantello? dimandò un uomo di aspetto autorevole.
— Io mi chiamo Federico Lennois.
— Tu dici che quel sacchetto era tuo?
— Mio, illustrissimo signore.
— E dove il portavi a quest’ora?
Era ben difficile rispondere su due piedi a quest’ardua e inaspettata domanda; però Federico si smarrì alquanto e titubò a rispondere.
— E così? Possiamo sapere dove portavi quel rame?
— Il portava meco per ispenderlo qui, a Parigi, e per divertirmi un poco.
Tutta la rispettabile udienza ruppe in uno scroscio di risa impossibile a reprimere. Passò un cinque minuti innanzi che si fosse calmata l’ilarità di quei signori. Il povero Federico non sapea più che contegno assumere, e sperava che quel riso avesse fatto piegare a più miti sentimenti coloro che egli estimava suoi giudici.
— Di dove sei tu?
— Sono di Auteuil, Illustrissimo.
— Che fa tuo padre?
— Non ne ho, Illustrissimo.
— E tua madre?
— Mia madre è la più ricca contadina di quel villaggio.
— Ed ella ti ha dato quel denaro per venire a divertirti a Parigi, non è vero?
— La cosa è appunto siccome voi dite, signore Illustrissimo.
— Va benissimo; noi manderemo ad Auteuil per informarci del vero. Intanto, tu resterai in buona compagnia stanotte, e potrai sollazzarti a tuo bell’agio.
L’uomo che avea parlato fece un cenno, e Federico Lennois tornò ad essere acchiappato per la goletta della camicia da due robuste guardie.
Si camminò per un buon tempo: si svoltarono molte strade e stradelle, per insino a che si giunse ad uno spiazzato ampio e scuro, rischiarato soltanto dalla limpida e stellata volta del cielo. Un vasto edificio di sinistro aspetto terminava l’orizzonte di questa piazza. Qualche fiacco lume vacillava nell’interno di quell’edificio che avea di strani coltrinaggi alle finestre.
Il portone di questo brutto palagio era guardato da sentinelle, siccome il vasto cortile, nel cui mezzo erano varie panchette su cui eran seduti parecchi soldati.
Le due guardie menarono Federico nell’interno del cortile: fu chiamato un uomo, ed indi un altro uomo, e indi un terzo il quale dimandò del nome del garzoncello e lo scrisse sovra un gran libraccio ricoperto da vecchissima carta pecora. Fatta quest’operazione, le due guardie che aveano menato il piccolo Lennois a quel luogo, il consegnarono ad uno grosso e paffuto, il quale non avea del militare che il solo berretto.
— Andiamo, speranza di capestro, disse quest’omaccio a Federico, dandogli una spinta, en avant, marche.
Federico non sapea dove fosse e quel che si volesse da lui: fu spinto a salire alquante branche di scale, a ciascuna delle quali era un cancello e un custode.
— Alla camerata di filosofia[5], disse quell’uomo con un sorrisetto tutto particolare, ad un altro di orribile grugno, il quale afferrò pel braccio il nuovo arrivato, il menò per uno stretto corridoio, e, datogli un urtone alle spalle, il fece entrare in un lungo stanzone, dove erano assiepati un gran numero di lerci fanciulli e giovanetti.
Una sola lampada sospesa alla volta di questo camerone rischiarava le più stupide e feroci sembianze di adolescenti.
Un hourra di saluti osceni accolse il nuovo ospite.
Federico restò immobile allo stesso luogo dove lo avea spinto il suo conduttore, nè sapeva ancora in che mondo si fosse.
IV. UN AMICO
La trista persuasione di essere nelle carceri non tardò a gittare il piccolo Lennois in uno stato d’abbattimento, di dolore e di rabbia impotente. Egli non si era sottratto alle sevizie della donna che si dicea sua madre che per cadere in una serie di sciagure forse maggiori: non avea cercato la felicità del proprio dominio, che per perdere al tutto ogni libertà; non era fuggito dalla crudele schiavitù di Auteuil che per piombare in una prigione di Parigi!
Il primo periodo della sua vita era passato nelle lagrime della più sventurata fanciullezza; e il secondo periodo incominciava con un’aurora vie più fosca e minacciosa. L’odio, di cui egli si era alimentato a Auteuil, ribolliva con accrescimento di calore nel suo petto; imperciocchè pareagli che la più nera ingiustizia governasse il mondo, e che il far del male al prossimo fosse la suprema legge e l’unico scopo del consorzio civile. La sua mente era gittata in un cosiffatto disordine di idee e in tale antagonismo di verità che l’animo suo ne rimase affetto per tutta la vita.
Egli era restato come fulminato dalla sorpresa a tal termine che il vocìo e il baccano che si fece attorno a lui nel suo entrare in quello stanzone, gli susurravano all’orecchio come uno strano ronzìo; guatava all’intorno con sembiante stupefatto; e nel suo capo stordito correva una idea come se si fosse trovato sospinto improvvisamente in quell’inferno, di cui aveva inteso a parlare nei giorni della sua infanzia.
Gli urli, i fischi, gli sberleffi, gli urtoni pervennero finalmente a trarlo da quello stato d’insensataggine in cui parea caduto. Sul bel principio il fiochissimo lume che era in quel camerone non bastava agli occhi del monello per fargli discernere bene le persone e gli oggetti che stavangli attorno: ma a poco a poco le pupille si fecero a quella scarsezza di luce insino a che tutto il quadro fiammingo si svelò agli sguardi di lui. E non era al certo un quadro racconsolante che apre il cuore e pone il sorriso in sulle labbra. Tutto all’incontro, ci era da sentirsi venir la pelle di oca, da gelare il sangue fine agli accessi del cuore, da sentirsi scombuiar l’animo come per morte.
Erano ivi alla rinfusa gittati su anguste asserelle di letti un mezzo centinaio di omicciattoli da dieci a quindici anni, con certe facce, con certi occhi che avresti giurato non appartenere a razza europea. Vi erano di quelli, la cui capellatura increspata e ritrosa parea volesse fuggire da un capo sconcio e privo d’intelletto; altri che aveano i sopraccigli così malamente piegati in sulle orbite degli occhi e così stretti in sulla glabella, da farli assimilare ad una striscia nera incollata sul basso della fronte; alcuni fanciulli che gittavano un puzzo insopportabile da tutta la loro persona, e che facevano un’armonia strana e curiosa nel tirar su il moccio, il quale minacciava di fluire a grondaie dalle pinne del naso; altri che non aveano fronte di sorta alcuna, a tale che gli avresti presi per scimie; altri che avean il capo conformato come quello del cane, del gatto e d’altro animale men nobile e comune. Aggiungi a queste singolari avvenenze certi discorsi che non gli avresti uditi in bocca ad uomini usciti dalle galere; certi gesti che avrebbero superato la più erotica fantasia. E questa generazione di adolescenti fu la prima società nella quale si trovò lo sciagurato Federico Lennois, cui parea che un incomprensibile destino spingesse al male e al delitto.
Federico era la faccia più signorile, l’intelligenza più limpida, la coscienza men turpe che stesse in quell’assemblea di piccoli demoni: onde è chiaro che egli dovesse essere il più infelice di tutti quei bastardelli già imbestiati dal vizio e dalla fisica sofferenza.
Gittato nel mezzo di quella bolgia di Dante, senz’altra raccomandazione che un calcio, Federico non indugiò a prendere un partito; perciocchè egli avea una di quelle anime che non si lasciano facilmente schiacciare dalla sventura, ma vi resistono con una certa voluttà di coraggio, e finiscono col disprezzarla e non più sentirla... Egli andava a porsi in un angolo di quel camerone, risoluto a tener broncio alla sua sorte nimica: volgea di tempo in tempo una occhiata di disprezzo profondo su i suoi compagni di prigione, e si sarebbe fatto mozzar la lingua piuttosto che scambiare un motto con alcuno di loro. Era qualche cosa in fondo all’anima sua, che gli dicea, non valer quella mano di birbe idioti l’onore d’una sua parola: una superiorità, di cui egli stesso non sapea rendersi ragione, gli facea una legge di non accostarsi in modo alcuno con quei turpi rampolli del vizio ignobile e strisciante, i quali non aveano nessun pensiero, nessuno scopo, nessuna ambizione, e che facevano il male soltanto perchè nelle loro vene correva un sangue infame.
Era pertanto impossibile che que’ piccoli manigoldi lo avessero lasciato tranquillamente segregato nell’angolo scuro del camerone. Parecchi seguitavano a burlarsi di lui, e maggiormente s’indispettivano quanto meno colui sembrava far caso delle loro beffe: vari altri, più insolenti, se gli buttavano addosso fingendo di ruzzar tra loro: e da ultimo, non si pose più freno allo insulto, e apertamente si dichiarò la guerra contro il novello collegiale. Federico era stanco di sopportare quelle proditorie offese; la sua faccia divenne gialla per rabbia e per sete di vendetta; balestrò un occhiata di sangue intorno alla camera per trovare un arma qualunque; e, non veggendone alcuna, si gittò come leone sull’asse d’un letto; imbrandì col taglio quell’arma strana e terribile, e fece piovere colpi disperati sulle teste di quanti gli vennero sotto. A molti il sangue solcava la fronte e le guance.
I custodi lo afferrarono e lo trasportarono ad un’altra prigione più trista, più scura, più umida: un antro di quattro palmi, in fondo al quale giaceva un essere umano.
Era un uomo di circa trent’anni: pressocchè tutto il volto era coperto da una barba così bionda che pendeva in rosso: la guardatura era torva e sinistra, e le sopracciglia raggrottate, il capo abbassato sul petto: la pallidezza estrema del volto addimostrava la tristezza dell’animo e il decadimento del corpo. Ciò non di meno, era nelle fattezze di quest’uomo, in ben considerandole, qualche cosa che parlava in suo favore, e che non respingeva al tutto una simpatia di pietà.
Nell’entrar che fece il piccolo Federico in quello speco, quest’uomo era gittato interamente all’ombra sovra un paglione; non dormiva, nè era desto, perciocchè si trovava in quello stato d’indolenza sonnacchiosa e di apatia brutale, in cui cadono sovente gli uomini che non hanno niente più a sperare o a temere.
Quando la porta fu chiusa dietro il piccolo compagno che il caso gli metteva a fianco, quell’uomo non si mosse dalla sua giacitura, e soltanto fece udire un suono come d’un grugnito.
Passò qualche tempo prima che i due compagni di carcere si fossero scambiata una parola. Ma non era possibile durar nei silenzio per lunga pezza. Comechè molta distanza di età fosse tra loro, la necessità di trovarsi congiunti in quel luogo di pena, l’istinto della società che è in tutti gli uomini, il bisogno di udire la voce umana, che è pure un gran bisogno, in ispezialità nella sventura, doveano alla perfine avvicinare moralmente i due esseri che erano così stranamente riuniti. D’altra parte, abbiam detto che l’aspetto del carcerato, quantunque miserando e repulsivo a prima vista, non poteva mancare, dietro un’attenta osservazione, d’ispirare un senso di fiducia; siccome l’aspetto di Federico, il quale la crudel sorte della sua fanciullezza e i maschi pensieri che nudriva avean fatto più grande della sua tenera età, non poteva che eccitar la compassione e forse un sentimento di riguardo, se si portava una critica attenzione alla gentilesca finezza dei suoi lineamenti.
Egli avvenne però che, dopo un’oretta, i due compagni di prigione si avean comunicato i loro nomi, ed erano divenuti, come dicesi, intrinseci amici. Quell’uomo si chiamava Paolo Dumourier, di Parigi; era accusato di falsità di firme: il suo caso era strano e curioso a un tempo: così raccontollo al Lennois che attentamente l’udiva:
«Una sera, prese a dire Paolo Dumourier, io vagava tristamente in uno di quegli spazi assai estesi al settentrione della riviera della Grève: non mi era riuscito nessun affare durante tutto il giorno, sì che io sentiva la rabbia del rubare; giacchè tu devi conoscere, bel fanciullo, che è per noi una giornata nefasta quella in cui non ci vien fatto di toglier la borsa a qualche merlotto. Non era da perdere interamente la speranza di qualche bottino, perciocchè non era tardi, e da poco le ombre della sera erano cadute su i quartieri di Parigi... Infatti, passando d’accosto a una bottega, scorsi un uomo ben vestito e di aspetto onesto il quale facea delle compere, e poco di poi il vidi porre le mani in tasca e cavarne un portafogli da cui trasse un biglietto di banco, e il consegnò al mercante che gli avea venduto alcune mercanziuole di qualche pregio... Arrivai a intravedere che quel biglietto di banco era compagno di altri molti parimente contenuti in quel portafogli, e sentii battermi il cuore al pensiero della bella ed onorevole impresa che la sorte mi offriva. Quel signore, che all’aspetto e alla vestitura parea forestiero, poscia ch’ebbe pagato le sue compere, partissi celeramente insaccando il portafogli in uno de’ tasconi di fianco del suo lungo soprabito bigio. Egli prese la via Pelletier, ed io gli tenni dietro, studiando il modo d’impadronirmi di quel prezioso taccuino. Camminammo lunga pezza e passammo per vari quartieri; io nol perdetti giammai di vista.
«Giugnemmo al teatro dell’Ambigu-Comique: l’amico si fermò al posto dello spaccio de’ biglietti. Un felice pensiero mi surse in mente. Ratto come il baleno, mi accostai anch’io, e vidi ch’egli aveva preso un biglietto di platea: io aveva in tasca alcuni franchi; li gittai tosto sulla tavola dello spaccio, e dimandai pur io un biglietto di platea.
«Non abbandonai un istante il mio forestiero; me gli posi appresso, e fui avventurato a segno da potermi sedere a fianco di lui e propriamente alla sua dritta, dov’egli aveva insaccato il portafogli. Una metà del colpo era fatto, giacchè il resto non dipendeva che dalla destrezza della mia mano, della quale io era più che sicuro. In effetti, non passò un terzo d’ora, ed il sospirato portafogli era venuto ad alloggiare in una delle tasche de’ miei calzoni. Si comprende benissimo ch’io mi affrettai di abbandonare il mio posto e il teatro.
«Non sì tosto in istrada, accelerai il passo, infilzai una infinità di strade, e dopo una mezz’ora io era ben lungi dal teatro della mia illustre impresa.
«Arrivato alla mia momentanea abitazione sul baluardo che si estende a guisa di riviera, lungo il lato occidentale del fossato della Bastiglia, la prima cosa ch’io feci fu di aprire il portafogli per conoscere a che somma ascendessero le polizzette che vi si conteneano. Erano nove biglietti, ciascuno della somma di mille franchi al latore sulla Banca di Parigi. Io era dunque possessore di novemila franchi! Io mi sentiva bruciar le tempia e ribaltare il cuore dal piacere... Era il più bel colpo che avessi mai fatto nella mia carriera di ladro! Feci quella notte un sonno dolcissimo, e, allo svegliarmi in sulla dimane, formai mille proponimenti per l’avvenire. Io avea conservato un poco di danaro contante in fondo d’una specie di cantina; pensai cambiare un paio di quei biglietti per ammucchiare un po’ di oro e conservarlo assiem coll’altro... Io non portava nè la barba nè i baffi, stimai però, pria di tutto, esser conveniente trasformare alquanto le mie sembianze per non essere riconosciuto, nel caso lontanissimo che mi fossi avvenuto nel forestiero della scorsa sera: mi applicai però sulle labbra un paio di basettoni posticci, ed uscii in cerca di novelle avventure. Ma, per la contentezza, quella mattina io voleva generosamente refocillare il mio stomaco, e mi recai al primo ristoratore del Boulevard Mont-martre; comandai le più squisite delicatezze di pesci e di vini; mi detti un’aria di milord, mangiai come un Inglese, e bevetti come un Tedesco. Finita la mia colazione, cacciai, con alquanta circospezione, il mio portafogli; ne cavai una di quelle gioie di polizze, e la posi nelle mani del garzone, dicendogli che mi avesse dato il resto in oro, tenendosi la giusta estimazione dell’aggio di questo metallo. Tutti gli astanti mi squadravano con moltissima attenzione; la qual cosa io sopportava con mala voglia, ed aspettava con impazienza che il garzone mi avesse arrecato i miei luigi, per isvignarmela prestamente: perocchè mi sembrava in tutte le facce, che io vedeva, di riconoscere quella del forestiero, cui aveva involato i novemila franchi.
«Il mio vestimento non corrispondeva alla splendidezza ond’io avea pagato il mio scotto: epperò questa visibile contraddizione poteva generar qualche sospetto; ma la fredda compostezza della mia fisonomia, l’aria singolare che mi davano i miei novemila franchi, allontanavano presto le occhiate de’ curiosi, o se alcuno continuava a ragguardarmi, era con quella specie di rispettosa ammirazione con la quale si sogliono guardare gli uomini ricchi.
«Era più d’un quarto d’ora ch’io aspettava il mio denaro; e il garzone non tornava: feci chiamare il padrone del luogo: e questi mi disse che il garzone era ito dal più vicino cambista per ridurre la polizza in contanti; e che però avessi avuto la bontà di aspettare altro poco, non potendo quegli di molto indugiare. Mi accorsi peraltro che, quest’uomo, mentre diceami ciò, aveva in sul labbro un certo sorrisetto beffardo che non mi andò a sangue e che mi dette una vaga apprensione, la quale pur troppo doveva essere giustificata.
«Non aspettai un gran tempo, e vidi entrare nella stanza, dov’io era seduto fumando e facendo tranquillamente il mio chilo, il garzone; ma egli non era solo: venivangli appresso un ispettore di polizia e due gendarmi, i quali m’intimarono di seguitarli.
«Mi si legarono le mani, si rovistarono le mie tasche; il taccuino e quant’altro aveva addosso mi fu tolto; venni gittato in una carrozza seduto tra i due gendarmi e coll’ispettore di fronte. Arrivammo a non so qual luogo di giustizia: subii un interrogatorio; peraltro io era sorpreso di non vedere il volto del forestiero, ch’io immaginai mi avessi, per una funesta casualità, riconosciuto e denunziato all’autorità. Ma qual fu la estrema mia maraviglia nel sentirmi accusato di falsità! Que’ biglietti sulla Banca di Parigi eran falsi! Protestai la mia innocenza. Confessai di esser ladro ma non falsario; raccontai fil per filo e genuinamente il furto che io avea fatto al creduto forestiero, il quale era il vero falsario, o almeno quegli che potea dar contezza della falsità. Non fui creduto e, siccome io non potetti rispondere alle diverse interrogazioni che mi vennero fatte, risguardanti la pretesa falsità di che io era accagionato niente meno che contro lo Stato, imperocchè erano polizze sulla Banca di Parigi quelle che erano falsate, fui gittato in questa prigione dove sto da oltre sei mesi, senza sapere quale sarà il mio destino. E così, bel ragazzo, tu vedi in che modo singolare io sono stato punito la prima volta che in realtà non ho rubato niente (perchè quelle carte non aveano un valor positivo e legittimo) mentre da tanti anni che rubo ho saputo sempre ingannare l’autorità. Sarebbe mai vero che Dio NON PERMETTE GIAMMAI SULLA TERRA L’IMPUNITÀ DEL DELITTO?»
Questo che avea raccontato Paolo Dumourier sembrò fare una profonda impressione sul piccolo Federico, e massime l’ultima osservazione che era sfuggita dalla coscienza di quel ladro. Il rimanente della notte fu speso in gran parte nella più confidenziale conversazione; e Federico si credè in dovere di narrare anch’egli il successo pel quale si trovava in prigione.
Paolo Dumourier, benchè esercitasse il vergognoso mestiero di ladro, e benchè cresciuto senza verun principio di onore, non avea però l’animo interamente corrotto e malvagio: era in fondo del suo cuore qualche cosa che il facea battere per coloro che soffrono per ingiustizia o per mera altrui crudeltà. Quest’uomo, che rubava freddamente la borsa al suo vicino, si sarebbe forse spinto nel fuoco per salvar qualche innocente senza pensiero di guadagno e di mercede. Vi sono alcuni misteri nell’anima dell’uomo che tutta l’umana scienza non basta a spiegare. Talvolta, per trovare un eroe, non è necessario il cercarlo tra gli uomini elevati dalla religione, dalla nascita, dall’educazione o dalla scienza: basterebbe scendere nelle più abbiette regioni della società, ed anche in quei luoghi di pena che la Giustizia umana dischiude all’usurpazione, alla violenza, all’assassinio.
I martirii narrati da Federico, le sevizie incredibili alle quali assoggettavalo sua madre; la beffarda crudeltà dei giovanotti del castello di Orbeil; la barbarie della morte del cane Astolfo, e, da ultimo, il suo imprigionamento, aveano mosso a pietà il cuore del Dumourier, il quale francamente avea significato i suoi sentimenti pietosi al garzoncello Lennois, manifestandogli nel medesimo tempo una sincera affezione.
Federico dunque trovava un amico là dove giammai non avrebbe potuto sperarlo. A tal modo la Provvidenza confonde la stolta ragione umana e i suoi mali argomenti. L’uomo si spigne con frenetica ardenza verso un bene da lunghi anni sospirato, l’abbraccia con islanci di matta gioia; e subitamente dal seno di quel creduto bene scaturisce il disinganno, il disgusto, e non poche volte la sventura. Un altro, pel converso, cade nella voragine di ogni male, credesi giunto all’imo della sciagura e della miseria; niente potrebbe farlo più infelice; ed ecco, sorge da quella voragine un raggio di luce che allieta l’animo, una speranza che addormenta il dolore, una contentezza incredibile che disarma la disperazione, che volge la bestemmia in dolce rendimento di grazie, e che opera una di quelle salutari trasformazioni onde si redime un’anima.
Parecchi mesi passarono senza che alcuna novità fosse venuta a interrompere la monotonia della prigione. Paolo Dumourier avea giurato a Federico Lennois un’amicizia a tutta prova; ma questi, mostrandosi grato all’amico, non avea, nella singolar tenacità dell’animo suo, posto in obblio lo stolto giuramento che gli faceva un dovere di odiare gli uomini.
Eppure, Dumourier lo amava davvero, lo amava senza pensieri secondarii, lo amava perchè leggeva sulla fronte del fanciullo un’anima non comune, e perchè il povero Dumourier era stato sempre solo, poi ch’ebbe perduto un fratello dell’età di Federico. Il ladro accresceva il piatto del fanciullo, aggiugnendovi un poco del proprio; il facea dormire il più comodamente che fosse possibile, e mostravagli tanti testimoni di affezione, che Federico ne era tocco e felice, e si abbandonava qualche volta al piacere sovrumano di amare un uomo intelligente e sensitivo.
Benchè non di frequente avvenisse, pur tuttavia Federico apriva il suo cuore a Paolo Dumourier, e nelle lunghe notti invernali, palesavagli i suoi sogni infantili, i pensieri che spesso il visitavano; e questi pensieri erano sì alti e sì belli ch’ei sentivasi battere il cuore e non sapea donde gli venissero. Diceagli come ei sarebbe stato felice di essere, per esempio, una celebrità di qualsivoglia maniera; com’egli sentivasi nato per qualche cosa di non comune e prosaico, e come un segreto presentimento avvertivalo che un giorno egli avrebbe riempiuta la Francia col suo nome.
Dumourier sorrideva a queste parole del giovinetto, e tanto più se gli affezionava quanto più scorgeva in lui elevatezza di aspirazioni e nobiltà di animo.
Un giorno, Dumourier, abbracciato Federico Lennois, gli disse di botto:
— Ebbene, mio piccolo grand’uomo, sai a che cosa ho pensato?
— A che cosa?
— A salvarti.
— Come! a salvarmi!
— Sì, a farti libero, a farti fuggire da questo carcere. Ho combattuto qualche mese con siffatto proposito; perchè, dicoti il vero, mi piange il cuore al pensiero di perderti e di non rivederti forse mai più; ma mi son detto che l’amicizia non debb’essere egoista, e che non bisogna, per soddisfare al proprio cuore, astenersi dal rendere un gran servigio. Chi sa! forse ci rivedremo, forse no; il domani è scuro come questo antro maledetto nel quale hannoci sepolti, scordandosi al tutto di noi. Il domani è sempre quel che noi meno immaginiamo.
Federico ascoltava con somma attenzione questo straordinario linguaggio del ladro, e sentivasi pulsare il cuore per sentimenti di riconoscenza e di amore.
— Voi dunque potreste farmi uscire da questa prigione? chiedeva al Dumourier spalancando due occhi pieni e rotondi, perciocchè il suo volto, per la estrema sottigliezza in cui era venuto, era tutt’occhi.
— Ben lo potrei, rispose il ladro con un sorriso di amorevolezza, che andò a colpire il fondo del cuore del garzoncello.
— E in che modo? dimandò questi.
— Non occorre dirti tutto quello a cui ho pensato. Soltanto voglio farti una semplice interrogazione: Mi amerai tu un poco quando io ti avrò renduto alla libertà?
Federico si fe’ rosso come brace e mormorò sotto voce:
— Cercherò di provarvi un giorno la mia riconoscenza.
— Ascoltami bene. Hai tu veduto il figliuolo del nostro carceriere? Hai tu osservato ch’ei ti rassomiglia a capello, per la statura e pel volto, tranne che quel fanciullo ha una faccia stupida e selvaggia, mentre la tua è nobile ed intelligente? Spesse volte suo padre lo mena da noi ed il fa restare qui qualche tempo. È certamente il cielo che ha fatto questo prodigio di rassomiglianza per salvar te, e per fare che io nobiliti la mia vita con una bella azione. Avvenga che può, ecco il proponimento che ho formato. La prima volta che quel fanciullo tornerà da noi e resterà qui, ti spoglierai in un attimo dei miseri cenci che ti coprono, mentre io svestirò il fanciullo de’ suoi panni. Tu te ne vestirai al più presto, e uscirai fuori della prigione, imitando la voce e l’andatura del figlio del carceriere. Tu hai senno ed abilità; saprai con destrezza raggiungere la porta maggiore ed illudere i custodi, i quali sono da molto tempo avvezzi a veder entrare ed uscire questo fanciullo. Una volta che sarai fuori di questo carcere, non indugiare ad abbandonare Parigi. Ho pensato anche ad un poco di denaro che ti sarà necessario ne’ primi giorni della tua fuga. Non sì tosto sarai libero, ti recherai al Boulevard... numero 13 bis: entrerai nel fondo di una specie di cantina posta alla dritta di un angusto cortile; scenderai alcuni gradini, e in una fossetta, solidamente ricoperta da una pietra, troverai qualche centinaio di franchi in oro che io solea conservare per le inattese emergenze. Hai ben capito?
Federico restò trasognato e stupefatto; affisava con istupore grandissimo quell’uomo straordinario, credendo che il detto da lui fosse un’amara burla; ma le sembianze del ladro eran questa volta gravi e solenni, e sulla sua fronte pallidissima raggiava la contentezza di una nobile azione.
— E che ne sarà di voi? dimandò Federico. La giustizia non vi chiederà conto della mia sparizione?
— Non penso a questo. Ho tante volte meritato il gastigo per turpi azioni, che ora son contento di meritarlo per una buona; e tante volte ho trovato l’impunità alle mie colpe, che ora spero trovarla alle mie virtù. Ad ogni modo, io sono risolutissimo di salvarti, e ci riuscirò, purché mi secondi con destrezza e senza titubare.
La fortuna non poteva meglio favorire l’ardito proponimento del Dumourier. Non passarono due o tre giorni; e l’occasione si presentò mirabilmente propizia.
In pochi minuti il travestimento era operato. Dumourier avea ligata la sua cravatta alla bocca del figliuolo del carceriere, e il tenea fermo per le braccia; mentre Federico, vestito coi panni del fanciullo, ingannava la vigilanza delle guardie, passava con gran disinvoltura per tutti gli usci delle carceri, e riusciva a raggiungere sano e illeso il sito indicatogli dal suo salvatore.
V. FEDERICO PITTORE
Tutto accadde appuntino siccome era stato ne’ desiderii del Dumourier e di Federico.
Con somma sorpresa mista di piacere costui ritrovò al sito indicato il danaro, di cui il ladro gli facea dono; e in questo singolare avvenimento la logica del piccolo Lennois era sconcertata: chè egli non potea persuadersi come da un uomo che rubava per mestiero fossegli stata fatta sì bella azione, senza veruna mira d’interesse. Se Federico fosse stato più grandicello e più atto a ragionamenti sodi e imparziali, avrebbe di leggieri riconosciuto il suo torto nel giudicare troppo prestamente degli uomini e nel crederli tutti incapaci di bene; ma egli era in quell’età in cui i giudizii son figli delle prime impressioni; e queste avevano lasciato tale impronta d’odio nel cuore del giovinetto, da non poter più cancellarsi per qualsivoglia salutare effetto di virtù.
Federico si ritrovò nel medesimo stato in cui era quando giunse a Parigi, colla sola differenza che la prima volta lacero e scalzo egli aveva addosso un sacchetto di monete di rame, ed ora, vestito un poco più decentemente, aveva nella tasca dei suoi calzoni una decina di napoleoni, moneta al tutto nuova per lui. Aggiunger fa d’uopo che cinque o sei mesi di prigionia aveano accresciuto cinque o sei anni sulle spalle del fanciullo, per modo che egli aveva ormai l’aspetto di un giovinetto a sedici anni: un’ombra di barba eragli già spuntata in sul basso del volto.
Bisognava abbandonar Parigi al più presto, secondo il consiglio e le raccomandazioni di Dumourier. La sua ulteriore permanenza nella capitale poteva esporlo ad una seconda cattura, dalla quale non avrebbe potuto facilmente liberarsi, e che avrebbegli precluso il cammino ad ogni impresa, ad ogni ventura. Ma come abbandonar Parigi? Dove dirigersi? Che via prendere? Federico fermò di affidare al caso il pensiero della sua sorte futura. Spesse volte è questo il miglior partito, cui un uomo si possa appigliare, e che non raramente è fecondo di lieti successi.
Dumourier gli avea dato alcune indicazioni per isfuggire alle ricerche della Giustizia, e gli avea consigliato cangiar tostamente di nome.
— Fatti chiamare, per esempio, Ferdinando Ducastel: questo è un nome come gli altri, ed ha il vantaggio di non essere conosciuto che da noi due.
— Ferdinando Ducastel! pensò Federico; ed è questo un nome inventato?
— Perfettamente inventato, soggiunse il ladro; possa questo nome portarti la buona ventura!
— Ed io mi chiamerò Ferdinando Ducastel, esclamò il giovinetto; d’ora in poi il maledetto nome di Federico Lennois rimarrà sepolto in questa prigione.
— Grazie del buon augurio! avea detto il ladro ironicamente: spero almeno che non rimanga sepolto con me.
Ecco in qual modo Federico era divenuto Ferdinando Ducastel; ed ecco il perchè tanto gli premea che il suo primo nome non fosse trasparito a Parigi, dove potea esporlo a pericoli ed a rischi.
Noi non vogliamo tener dietro passo a passo alla storia di questo giovinetto, e ci terremo contenti di aver narrato le principali avventure occorsegli nella prima sua età, e le quali abbiamo estimate necessarie alla intelligenza e allo sviluppo del dramma che abbiam preso a raccontare. Or non faremo che accennar di volo quelle cose che servir debbono all’appicco della presente narrazione, per ritrovare il nostro protagonista al punto in cui il lasciammo alla fine della prima parte, vale a dire, al momento di aver compiuta la sua turpe vendetta sull’infelice Giustino Victor.
A Federico non riuscì di abbandonar Parigi che dopo un quindici giorni dalla sua fuga dalla carcere. Un Inglese lo tolse a’ suoi servigi, il menò seco a Marsiglia, e di là imbarcollo per l’Italia.
Da questo tempo incominciò una vita novella pel Lennois. L’Inglese, suo padrone, ricco e splendido, viaggiava da gran signore, e profondeva il danaro a larga mano. Egli è facile intendere che Federico non si facea scrupolo alcuno di rubare il Milord il meglio che fatto gli venisse: il suo scopo era di accumular quattrini per crearsi una posizione indipendente e scegliersi un’arte, un mestiero che più gli convenisse. Nelle lunghe ore di ozio che spesso egli godeva, aveva imparato a leggere e a scrivere: il suo maestro era stato una bella cameriera sua compatriotta, la quale era benanche ai servigi del viaggiatore Inglese, e che in breve tempo diede a Federico un corso compiuto di educazione. Questa cameriera, vivace, destra, insinuante e facile ad abbandonarsi alle tendenze del proprio gusto, avea fatto di quel fanciullo un uomo, nella speranza di formarsene più tardi un marito. Con siffatto proposito nell’animo, Maddalena Bonnefille (tal era il nome di questa donna) dava mano ai furti del suo diletto Ferdinando, e lo spingea, con ogni maniera di seduzione, ad innamorarsi di lei.
Ma tutt’altra idea era nell’animo del Lennois, il quale nudriva il più profondo disprezzo per questa donna, e avea sempre scolpito nel cuore il giuramento che avea fatto sulla tomba del suo cane.
Noi non faremo certamente il torto a’ nostri lettori di far loro credere che Federico Lennois fosse un gran malvagio, solo per serbar fede ad un giuramento inetto e fanciullesco. La costanza in qualsivoglia cosa non è nel sangue francese. Federico era malvagio, perchè tale lo avean fatto le circostanze della sua vita, la mancanza di ogni educazione intellettuale e morale, e l’influenza d’una società corrotta fin nelle visceri.
L’Inglese avea, come la maggior parte dei suoi compatriotti, un gran gusto per le arti, e massimamente per la pittura. Egli spendea di belle somme per quadri antichi e moderni; e la sua casa o albergo era sempre assediato da artisti, da rivenduglioli e da altra gente barattiere di tavolette, d’incisioni e di costumi. Federico si mischiava sempre in cosiffatti negozi, e si faceva pagare i dritti di mezzano: alcune volte comprava egli stesso qualche quadro di alcun pregio (però che egli avea una straordinaria attitudine naturale alla pittura), e il rivendea, pel doppio del valsente, al suo padrone. E questo continuo traffico con dipintori, con negozianti di quadri e restauratori finì col porre nell’animo di Federico la voglia di studiare l’arte. E vi si pose con animo fermamente deliberato, con ardore, con desiderio di apparare bene e presto. Al che inducevalo eziandio e spronavalo il suo medesimo padrone, il quale, come vide i primi sforzi del suo valletto e la sua grande bramosia di apprendere, il provvide di maestri, di disegni, di lapis, di matitatoi e pennelli; e si compiaceva oltremodo de’ progressi del giovinetto.
Federico avea ottime naturali disposizioni per ogni maniera di disciplina. In tutto il tempo che egli stette al servigio dell’Inglese, il quale molto lo amava ed avea per lui somma indulgenza, egli imparò con facilità l’italiano e l’inglese. Fenomeno strano e singolare, questo giovine offriva in sè la più curiosa contraddizione di gusti, di tendenze, di passioni. Il suo cuore era corrotto e depravato: nessun sentimento virtuoso e nobile il faceva battere, tranne quello d’una sfrenata voglia di elevarsi e di far parlare di sè. Nudriva nell’animo un pensiero costante di far rumore, di spandere il suo nome: non sapeva il come nè con quali mezzi; ma era deciso di afferrare la prima congiuntura. Pensava in sulle prime di gittarsi al teatro; imperciocchè sentiva che sarebbe riuscito un buon artista drammatico; la sua persona, la sua voce, l’arte di simulare che egli aveva appresa alla perfezione, erano altrettante raccomandazioni per un attore: e forse egli si sarebbe col fatto posto in sulle assi d’un proscenio, se i lusinghieri elogi ond’erano accompagnati i suoi primi passi nella pittura non avessero deviato i suoi pensieri dal teatro, ponendogli in cuore la più viva speranza di gloria.
Maddalena intanto vedeva con estrema gioia gli avanzamenti del suo amante nella pittura; udiva con giubilo le lodi onde veniva incorato, e non rifiniva di spingerlo a sposarla; imperciocchè la scaltra donna prevedea che crescendo Federico negli anni e nei meriti avrebbe disdegnata una donna, già matura, e che non poteva neanche offrirgli quello che forma la più grande attrattiva per un giovin cuore, la novità del possedimento della donna che si ama. Maddalena Bonnefille sperava nel sentimento di gratitudine ond’esser dovea preso il cuore dell’amante.
Ma un bel dì la benda cadde dagli occhi della sciagurata! Federico, il quale più non potea sopportarla, non seppe porre un freno al suo disprezzo e alla sua avversione, e apertamente le disse che egli non volea saperne di nozze; ch’era stanco di lei, e che se ella non ponea fine alle vessazioni di amore con che lo tormentava, avrebbe abbandonato il paese dove si trovavano. La Bonnefille pianse, si disperò, si scaraffò i capelli, giurò di vendicarsi: una parola trasse l’altra, ed avendo ella dato a Federico gli epiteti di ladro e peggio, costui, salito in gran furia, le colpì la guancia e la caricò d’ignominiosi epiteti.
Il giorno stesso la Bonnefille rivelò all’Inglese tutte le peccata domestiche del Ducastel; e questi veniva ignominiosamente cacciato da quella casa.
Un tal fatto era accaduto a Genova. Federico avea allora diciassette anni ed avea fatto grandi progressi nella pittura: risolvette di percorrere l’Italia a fin di studiare su i capilavori di cui è ricca questa terra. Egli aveva accumulato un denaro bastante per qualche anno. D’altra parte, ei cominciava oggimai a vendere le sue dipinture ed a prezzi non del tutto scoraggianti.
Federico volea visitare, innanzi tutto, la sede della maggior gloria artistica italiana, Roma, la città dei monumenti colossali; sperava attinger colà maggiore ispirazione. Lunga permanenza ei fece a Roma, essendovi rimasto per circa tre anni. A dispetto di tutt’i suoi studi, egli non era riuscito che un mediocre pittore. Dicemmo altrove i difetti della sua maniera, difetti i quali in verità non erano riconoscibili che dall’occhio esperto di un valente artista; imperciocchè Federico avea abilità (comune quasi a tutti gli artisti francesi) di dare ai suoi lavori tali artificii che colpivano a prima vista per elevatezza di stile, per vigoria di tinte e per risalto dei primi piani. Ma questo orpello e questa vernice non potevano che abbagliare per un momento; e tosto doveano i suoi quadri cadere sviliti innanzi alla grandezza del genio italiano. Però gigante sorgea nell’animo di Federico l’ignobil passione dell’invidia, nutrita giorno per giorno dal rumore che menavano in presso che tutte le città d’Italia i lavori di un Marsigli, di un Guerra, di un de Vivo, tra i Napolitani, e di cento altri nomi che in quel tempo si contendeano il primato dell’arte in Italia. A Roma, dove traggono i più eletti ingegni artistici della penisola, il Lennois o il Ducastel trovava dunque un pascolo quotidiano al tossico d’invidia che gli rodeva il cuore; e quanto più ei vedeva riuscir vani ed infruttuosi i suoi lunghi sudori stemperati sulla tela, quanto più trovava ribelli il cuore e la mano allo impulso della volontà, perciocchè Dio non soffia l’alito del genio ne’ cuori malvagi, tanto più egli si arrovellava contro sè medesimo, e malediceva la sterilità dei suoi concepimenti, e la terra, formicolaio di geni che egli calcava, e pensava talvolta di torsi una vita che gli riusciva importabile. Nelle logge del Vaticano, in quelle gallerie dove un Raffaello, un Michelangelo, un Giulio Romano respiravano ancora nelle sublimi produzioni de’ loro pennelli, in quegli asili dove tutto è grande, Federico si sentiva schiacciato, come il serpe dal piede della Donna Immacolata.
Non potendo pareggiare il merito degli artisti suoi contemporanei, egli erasi appigliato al facil partito di screditarli colla più bassa calunnia. Finto, ipocrita e insinuante, ei visitava gli studii dei pittori, stringeva a costoro la mano, lor si dichiarava ammiratore entusiasta, chiedeva il permesso di vederli a lavorare, e sperticava lodi infinite anche ai meno saliti in rinomanza. E non sì tosto si partia da qualcuno di loro, ivane dicendo il più gran male del mondo, affastellava bugie, inventava storielle, accagionavali di sfacciati plagii, e improvvisava originali a quelle pretese copie. Non si facea scrupolo di fare scrivere vilmente articoli di biasimo contro le più colossali riputazioni: in somma, egli si dava, per uccidere la fama degli altri, più gran fatica che per crearsi la propria.
Così stando le cose, e vivendo egli in Roma di malissimo animo da circa tre anni, occorsegli un giorno un fatto singolare, che diede per poco altra direzione ai suoi pensieri.
Egli era in sua casa un bel mattino, dando le ultime pennellate ad un gran ritratto ad olio del cardinal L.... quando al suo sguardo si offrì un forestiere che dimandollo se fosse lui il nominato Federico Lennois. Lasciamo immaginare ai nostri lettori qual dovette essere la sua sorpresa nel sentirsi interpellato, con un nome, che egli credea sepolto nella prigione di Parigi. Impallidì siffattamente, che lo straniero ne fu per poco inquieto, e dissegli che non si smarrisse d’animo, perciocchè, lungi dallo avere ostili intenti contro lui, amichevole era lo scopo della sua visita.
Avremo spiegato il tutto ai nostri lettori, quando avremo detto che quello straniero era semplicemente Maurizio Barkley. Questi avea quella stessa incombenza che aveva adempiuto verso Daniele de’ Rimini, Eduardo Horms, e le altre due figliuole del Baronetto. Soltanto molti anni di ricerche, lunghi stenti e una incredibile pertinacia di proposito, aveano potuto menare il Barkley al discoprimento del Federico Lennois sotto il fattizio nome di Ferdinando Ducastel. È inutile il soggiungere che Maurizio era latore d’una somma di denaro per questo figlio del Baronetto e di una promessa di assegnamento mensuale, siccome per gli altri quattro fratelli.
Fin dalla sua infanzia, Federico sapea di non aver padre; e quando il nome di bastardello, lanciatogli in faccia da Augusto d’Orbeil e da Giustino Victor, veniva a colpire il suo orecchio, comechè ei non ne intendesse perfettamente il significato, davagli pertanto un’idea vergognosa relativa ai suoi natali. Più tardi, ei comprese il tutto; soltanto ignorava il nome di colui che gli avea dato per madre una tigre. Maurizio serbò come sempre, il segreto di Edmondo, e, contentissimo di aver discoperto un’esistenza che tanto gli premea, si allontanava dal giovine artista, per trarre dove il chiamavano i rimorsi e i timori del suo padrone ed amico.
Federico si trovò gittato in un’altra sfera di pensieri. Egli che si credea solo ed abbandonato da tutti gli esseri, rinveniva, quasi caduto dal cielo, un protettore, e forse un padre, che gli mandava, forse da lontane terre, danaro e promessa di aiuto e di assistenza. Un pensiero volò per la mente di Federico Lennois, lo stesso che avea fatto battere il cuore a Daniele de’ Rimini, un pensiero che gli facea correre per le vene un fuoco e gli ponea ne’ polsi la febbre: egli era forse nato nobile e ricco! E quando pensava alla Zenaide, la quale tenea nascosto, egli n’era certo, qualche rotoletto di oro, si riconfermava nel pensiero che suo padre esser doveva un alto personaggio. Ma come e perchè questo tardo riconoscimento? perchè il paterno suo affetto eragli nato dopo vent’anni? Ecco ciò che imbrogliava la testa del Lennois, e ciò che egli sperava il tempo avrebbegli rischiarato.
Certo è che ormai egli era ricco, o almeno agiato a segno da non aver più d’uopo del pennello per vivere; vedea lampeggiar nel futuro una speranza di gloria o qualche cosa di simile che gli sorridea e davagli sprone a gittarsi con fidanza in balìa della sua sorte.
Dopo non guari dalla visita di Maurizio, Federico abbandonava la città di Roma e traeva a Napoli, dove spese qualche anno più negli svagamenti e nell’ozio che negli studii. Tuttavolta ei non trascurava di coltivar l’arte sua, e di malignare gli artisti che in quel tempo, vale a dire negli anni 1825-29, in gran copia fiorivano in questa capitale, dove le arti belle han trovato mai sempre di valenti ed operosi cultori, comechè pochissima protezione nelle alte classi e nel governo. A Napoli, Federico ebbe agio di ammirare gli stupendi lavori della Scuola Napolitana, diffusi in quasi tutti i templi della metropoli, e abbondanti sovrammodo in quello archivio di gloria domandato il Museo, monumento che riverbera i suoi raggi di gloria sulla schiera de’ genii immortali che ivi son raccolti.
Federico visitò in appresso la Toscana. Firenze, la bella città, la patria dell’Allighieri, offrì all’invido sguardo del Francese i suoi mille monumenti, che parlano al cuore e alla fantasia, e che danno a questa città a giusto titolo il nome di sede della civiltà italiana. Nella capitale della Toscana, Federico fu di bel nuovo visitato da Maurizio Barkley, il quale gli arrecò l’ultima porzione del retaggio paterno, e gli svelò il segreto della sua nascita, il nome del genitore, e la notizia della costui morte a Manheim.
Da Firenze, Federico venne a Pisa. E qui ci fermiamo, avendo già, in altri capitoli, discorso abbastanza di ciò che ei fece in questa città d’Italia, la quale doveva essere per lui sorgente d’una efimera gloria, comprata coi sudori e con la morte dello sventurato Ugo Ferraretti.
A Pisa egli ebbe la visita di Eduardo Horms. È noto ai nostri lettori il risultato di questa visita, la quale finì col convegno datosi scambievolmente a Parigi per l’anno susseguente.
Pria di chiuder questa parte del nostro racconto, è mestieri far notare che dopo la morte del Ferraretti, Federico si era ritirato a Pisa, dove tenea nascosto a tutti gli sguardi il frutto del suo tradimento, il quadro la Preghiera.