Parte Quarta
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I. DILUCIDAZIONI
Andiam debitori verso i nostri lettori di parecchi rischiarimenti che ci affrettiamo a dar loro, pria di riprendere le fila della nostra narrazione.
In che modo Federico Lennois avea mandato ad effetto la sua truce vendetta sullo sciagurato Giustino Victor? Chi era quella donna che avea rappresentata la parte di Lucia Horms? Di chi era quella casa alla strada D... numero 8?
Insin dal giorno in cui Federico ritrovò e riconobbe a Tolone (dove si era recato per riscuotere il denaro della vendita d’un suo lavoro) il giovin compagno di Augusto d’Orbeil, e che Giustino gli ebbe detto che ritornava a Parigi per impalmare la sorella del suo amico, Federico avea conceputo il nero proposito di vendicarsi dell’assassino del suo cane, in quel medesimo giorno in cui quattordici anni fa il Victor avealo ammazzato. Federico non avea dimenticato questo dì nefasto: egli l’avea segnato col ferro in sulla pietra che chiudea la tomba del suo fido compagno: egli avea maledetto il 7 luglio: ed ogni anno ritornava a maledirlo, rinnovando nel suo cuore il terribile giuramento di Auteuil.
Tutto parea favorire il suo tristo proponimento: l’incontro a Tolone avvenuto alcuni mesi pria del 7 luglio; la facilità di aver nelle mani ad ogni momento il giovine uffiziale di marina; il non essere stato Federico riconosciuto nè da Giustino nè da alcuno della famiglia d’Orbeil; l’amorevolezza ond’era trattato al castello; e da ultimo la confidenza in cui egli era entrato col giovine fidanzato d’Isalina. Ma, comechè egli avesse designato il 7 luglio a giorno di sua vendetta, non avea pertanto trovato ancora il modo di eseguirla.
La prima volta che Federico vide Lucia Horms ebbe subitamente il pensiero di farne strumento di tal vendetta, perciocchè i mali pensieri nascono con faciltà negli animi de’ tristi. Avvicinar Giustino a Lucia era facil cosa, e più facile eziandio il persuader quello ad eccitar la gelosia dello Scozzese, marito di costei. I Francesi prendono sempre sommo diletto a tormentare i mariti; e questo deriva dalla ragione che presso di loro il matrimonio è considerato sotto un aspetto tanto leggiero, che le infedeltà coniugali formano quasi sempre il soggetto dei romanzi, de’ drammi, delle commedie e di quelle mostruosità che si chiamano vaudevilles. Metter la fatua vanità d’un giovin francese alla prova della gelosia d’un bourreau (carnefice), siccome hanno la gentilezza di nominare i mariti, significa invitarlo a nozze, dargli uno spasso carissimo, farlo felice. Però Federico era sicuro del fatto incitando il Victor a corteggiar Lucia.
L’inferno parea arridere alla vendetta del perfido Lennois. Avendo stabilito in suo pensiero di preparar l’agguato a Giustino e a Eduardo Horms (che egli detestava parimente perchè possessore del segreto del suo nome, e perchè sperava frodargli il quadro, di cui avea già ricevuto la metà del valsente), e, fermato il disegno delle lettere apocrife, egli trovava una insormontabile difficoltà nel modo d’ingannar Giustino e Eduardo sulla condiscendenza di Lucia. Come Giustino non conosceva i caratteri della napolitana, era facile far credere scritta da lei la lettera che ei gli avrebbe spedita a Auteuil: siccome era agevole eccitare i gelosi sospetti di sir Eduardo, il quale già ravvolgea per la mente foschi pensieri, mossi in lui dalle svenevoli galanterie dell’uffiziale di marina.
Abbiam dettò che l’inferno pareva arridere a’ disegni del Lennois; ed in fatti, la difficoltà di trovare il modo onde ingannar gli occhi di Giustino e di sir Eduardo lo avrebbe forse fatto desistere; almeno per qualche tempo, dal suo proposito, quando una strana casualità si offrì a vincere ogni malagevolezza.
Essendo andato Federico una sera al teatro delle Variétés, pochi giorni innanzi del 7 luglio, fu estremamente sorpreso di scorgere in una delle attrici la Maddalena Bonnefille, che egli non avea più riveduta da sette anni, e da quel dì che abbandonò il servigio dell’Inglese. Ella era ancor giovane e bella, però che non potea contar più di un trentaquattro anni; era riuscita una attrice di molto merito; e la sua bellezza, rialzata e strebbiata dall’acconciatura teatrale, non mancava di attrarle i sospiri dei leoni di Parigi e di qualche vecchio conquistatore di ballerine.
Nella mente di Federico lampeggiò un pensiero che poteva esser fecondo del più felice risultamento, in quanto al disegno che egli avea formato.
Il domani, verso le dieci antimeridiane, ora molto mattutina per una donna di teatro, Federico si faceva annunziare in casa della Bonnefille.
Contro la sua aspettativa, egli fu ricevuto in un modo che lo sorprese. Maddalena corse, in veste da camera, ad abbracciare l’antico suo amante; il prese per mano, il menò nel salotto, e, al tutto dimentica dell’offesa che avea ricevuta dal giovine Ducastel, fu verso lui prodiga di tante dimostrazioni di amicizia e di affetto, che Federico, dovè, a suo dispetto, convenire che talvolta la generosità si annida nelle più corrotte nature. Di leggieri s’intende che Federico usò ogni artificio di simulazione per farsi credere un’altra volta innamorato di lei; promisele e protestò un attaccamento a tutta prova, e finì col richiederle un testimonio di amicizia in una delicata faccenda. La Bonnefille dichiarò ch’ella era avventurata di potergli essere utile a qualche cosa; che avesse fatto assegnamento su lei per qualunque emergenza, sendo ella disposta a provargli l’amor suo per via di ogni sacrificio. Allora Federico le significò quel che si voleva da lei, e dissele esser d’uopo che ella rappresentasse una parte in una privata commedia che egli intendeva di fare. Trattavasi nè più nè meno, che d’uno scherzo di quel genere che i Francesi chiamano mistifications: le avrebbe dato spicciolata relazione di una donna di cui ella doveva imitare perfettamente la vestitura e la voce; giacchè, per felice combinazione, la statura era la stessa. Le avrebbe indicato il sito e il giorno in cui ella dovea rappresentar questa parte.
Maddalena accettò con piacere un tale incarico, e tanto più volentieri ch’ella seppe in seguito trattarsi di un convenio amoroso a mezza luce, dov’ella sarebbe forse riuscita a illudere perfettamente la vista e l’udito del giovine amante. Tuttavolta, un vago timore le si apprese all’animo, quando seppe che c’era per lo mezzo un marito geloso, a cui precisamente il malo scherzo era da farsi e che dovea creder lei sua moglie. Federico rassicurolla su queste apprensioni, dicendole che ei sarebbe stato presente alla commedia non visto che da lei; e che le avrebbe, con segni concertati avanti, rivelato il momento, in cui ella doveva abbandonare il campo, e sottrarsi con pronta fuga allo sdegno del nuovo Otello. Ordinata questa astuzia, la quale avea presentato non piccola difficoltà, restava a trovare il sito, ovvero la casa in cui la trista commedia dovea rappresentarsi. Ma ciò non poteva generare un serio imbarazzo, giacchè è noto esser Parigi una città comodissima per ogni maniera di garbugli amorosi; imperciocchè vi sono quartieri che offrono case, dove la morale soffre frequenti naufragi; però, dopo qualche giorno di ricerche, riuscì al Lennois di trovare nella strada D... una casa sfittata; e questa, visitata da lui e trovata comodissima al suo intento, ei destinava a teatro della prava impresa.
Il 7 luglio, giorno designato alla vendetta del Lennois, era spuntato.
Un messo partiva all’alba per Auteuil, presentatore dell’apocrifa lettera di Lucia Horms a Giustino Victor: mentre un’altra lettera, anonima, era consegnata a Eduardo Horms a Parigi, nel momento che questi usciva dallo albergo des Princes, per sue faccende.
La trama infernale ebbe, siccome è conto ai nostri lettori, la sua piena riuscita. Il nobile e appassionato sir Eduardo, involontario istrumento e vittima anch’egli della perfidia del francese Lennois, si recava, con la morte nell’animo, alla maledetta casa di convenio, dove volea con gli occhi propri accertarsi del temuto vero, e lavare nel sangue dell’adultero la macchia che si faceva al suo onore. Tutto era stato diabolicamente ordinato in guisa dal ribaldo Lennois, che non pure il virtuoso Scozzese, acciecato di gelosia, ma lo stesso Giustino fu tratto in inganno dalla simulata voce, dal portamento e dalle vesti della scaltra commediante, la quale spinse a tal segno la simulazione, che imitò finanche la dilicata riserbatezza e il nobil pudore di una donna onesta, ma traviata dalla passione e dai pretesi mali trattamenti del marito.
Un’orrenda tragedia avveniva. L’offeso marito facea rintronar l’aere di quella casa con lo scoppio d’una pistola, e Giustino Victor cadea col petto squarciato, vittima miseranda degli alti decreti di Dio.
E qui ritorniamo ad osservare che tutte le volte che un colpo impensato e terribile annienta a sera un’esistenza che nel mattino era sfolgorante di vita, di giovinezza e di felicità, è mestieri riconoscere in questo fatto una di quelle tremende lezioni, con cui l’Onnipotente punisce quelle colpe che sfuggono alle leggi degli uomini.
Non sì tosto l’ombra del marito si prostese all’uscio della camera dov’eran Giustino e la creduta Lucia, la commediante, già istrutta di quello che aveva a fare, messo un gran grido fuggiva nel momento in che si udiva lo scoppio dell’arma a fuoco.
Federico era stato occulto testimone dell’accaduto. Un riso feroce avea contratto le sue labbra, allorchè avea visto disteso in sul suolo il misero Giustino; e, nel momento in cui questi era per esalar gli ultimi aneliti, facea risuonare agli orecchi di lui le parole: Oggi è il 7 luglio, Giustino Victor; ricordati di Federico Lennois, del monello d’Auteuil.
Una delle tre funeste passioni che dominavano il cuore di Federico era appagata, la vendetta: due altre rimanevano, del pari orrende e dannose, l’invidia e l’ambizione. Vedremo più tardi a che menavanlo queste turpitudini dell’anima sua, e fin dove Iddio segnava il termine alle nequizie di lui.
È mestieri intanto rivolgersi allo sventurato sir Eduardo, il quale, nel piacere indicibile che avea provato riabbracciando la moglie innocente, avea per poco dimendicato che un sangue del pari innocente era stato versato dalla sua mano, e che la giustizia degli uomini avrebbe dimandato conto ed espiazione dell’omicidio.
Era chiaro che Eduardo era stato ingannato; ma chi era l’autore della funesta commedia che era costata il sangue d’un uomo? Ecco ciò che imbrogliava la ragione del misero, e facea delirar per dolore quell’anima candida e virtuosa. Ei sapeva di non aver nemici di sorta, e che nel breve tempo da che era di belnuovo a Parigi, poche aderenze avea contratte; siccome era sicuro di non essersi attirata la nimistà di alcuno la prima volta che egli avea visitata questa capitale. Come spiegar dunque un fatto che non avea alcuna ragione plausibile, e che pareva uno scherzo crudele del destino? Egli rileggeva la lettera anonima che gli era stata consegnata; la facea leggere a sua moglie, la quale raccapricciò d’orrore, si stemperò in amarissime lagrime, pensando al vituperio che si volea gittar sul suo onore. Non potremmo esprimer con parole adequate lo spavento misto di dolore onde fu presa la nobil donna al racconto minuto che fecele il marito di quanto eragli occorso. Ciò che più confondea le menti di entrambi era il pensare chi fosse quella donna che tanto bene avea simulato per arte o per mera casualità le vestimenta e la voce di lei Mistress Horms: nessuna congettura potea reggere, nessuna supposizione; c’era da perdere il senno. Un lampo tuttavia rischiarò la mente di Lucia; i biechi sguardi di Federico Lennois, le sue significative maniere, l’aria di tristizia che lo accompagnava; tutto ciò ritornava alla memoria di lei e le metteva nell’animo un vaghissimo sospetto, ch’ella non si arrischiava di aprire al consorte; giacchè ella stessa non sapea rendersi conto d’una nefandezza senza motivi di un odio senza ragione tranne che, pensava tra sè fremendo, quegli, per mala ventura innamoratosi di lei, non avesse avuto l’animo di porre ad un pericolo di morte il marito, o indurlo ad un atto di separazione, che avrebbe agevolata la via al malo intento di esso Lennois. Queste erano impertanto semplici supposizioni, ed anche tali da non doverci dar peso e comunicarle al marito. La notte passò in veglia crudele. In sull’alba, un ordine di arresto era scagliato contro sir Eduardo Horms, scozzese, dimorante da pochi giorni a Parigi, uccisore del nobil giovinetto Giustino Victor, uffiziale della Real Marina di sua Maestà il Re Carlo X, uno dei prodi della spedizione di Morea.
Fu forza obbedire alla legge. Sir Eduardo si staccò con nobile rassegnazione e con coraggio dalla sventurata Lucia, e fu tradotto innanzi alle Autorità competenti per essere interrogato sul funesto accaduto.
Si comprende facilmente che lo stesso Federico aveva fatto denunziare il delitto alla giustizia.
Tutta Parigi fu commossa al domani dal miserevole caso. L’avvenimento era in diversi modi raccontato e spiegato nei crocchi e dai giornali; e un giorno intero trascorse in comenti, in chiose e interpetrazioni sull’assassinio della strada D... Il giorno vegnente, tutto era dimenticato: e il nome di Giustino Victor non si ritrovava più che sulle labbra de’ suoi inconsolabili amici.
La notizia di questa morte miseranda era corsa a Auteuil con la rapidità del baleno. Lasciamo all’immaginazione de’ nostri lettori la dipintura del dolore d’Isalina d’Orbeil e di tutta la sua famiglia. Per qualche giorno la giovinetta fu creduta morta.
Dagli occhi di Augusto eran cadute lagrime abbondanti di angoscia disperata, perciocchè qual fratello egli amava il Victor.
Il nero disegno del Lennois era al tutto compiuto. Tre famiglie, da lui abborrite, erano immerse nel lutto e nel dolore.
Egli si accingeva intanto a raccogliere i frutti del suo tradimento di Pisa: il giorno dell’apertura della Grande Esposizione si avvicinava.
II. IL SALONE DEL 1829
Ogni anno Parigi invita i suoi abitanti ad ammirare le opere di pittura e di scultura, le quali sono credute degne di essere presentate agli sguardi d’una colta nazione. Ogni anno il giurì decreta il premio al migliore de’ lavori esposti, e distribuisce gran numero di medaglie a’ più valorosi concorrenti. Per tre mesi consecutivi il pubblico parigino accorre in folla, sia nelle Gallerie del Louvre, dove per lo passato si tenea l’esposizione, sia nel Conservatorio, alla sala de’ Minuti-Piaceri, sia al palazzo delle Tuillerie, sia al palazzo Reale. I parigini accorrono sempre in folla dovunque li chiama un novello spettacolo, di qualunque maniera si sia; e per essi è indifferente lo assistere così ad una di quelle scene che si chiamano sommosse, come trarre ad una pubblica mostra di belle arti.
L’annuale Esposizione è dunque pe’ Parigini uno spettacolo come ogni altro, un divertimento come qualunque altro, un motivo per aggrumolarsi in un luogo e far folla e rumore, per vedere ed essere veduti, per avere di che discorrere par qualche giornata.
Ma queste pubbliche esposizioni, comecchè incuoranti gli artisti e feconde di belle opere, quantunque commendevoli sotto ogni aspetto e onorevoli per lo Stato, che schiude il campo a nobil gara d’ingegni, non potranno giammai far nascere sul suolo della Francia quella scintilla divina che crea i Raffaelli, i Michelangeli, i Tiziani.
Le sublimi arti della pittura e della scultura non si innalzano che coll’innalzamento dell’anima sul plasticismo della creta. Quanto più il pensiero dell’artista si sublima e sorvola alla terra, tanto più il suo concepimento è ispirato, e l’opera sua è immortale.
La Fede innalza l’anima e crea il genio.
La storia e i misteri della religione di Cristo aprono il campo alla vasta ispirazione, e fanno scaturire dall’argilla tesori di celesti bellezze che sfidano il soffio onnipossente dei secoli.
Gli artisti italiani sono grandi e immortali perchè ispirati.
Iddio ha benedetto e fecondato di genii le terre della penisola. Ma che diremo della Francia? Essa non ebbe mai sommi artisti ed opere di arte veramente grandi e immortali.
I soggetti storici profani, le imitazioni mitologiche, le dipinture erotiche non innalzarono giammai un nome al di sopra della mezzanità. Tutto ciò che tende a corrompere la morale e i costumi non vive che una vita efimera; imperocchè dal fondo dell’umana coscienza si leva sempre un grido di riprovazione e di biasimo su tutto ciò che non è conforme a’ dettami della eterna legge di virtù.
Un vasto ingegno del nostro secolo, cosmopolita più che francese, il signor di Chateaubriand imprendeva in ampie proporzioni nel suo Genio del Cristianesimo a far rilevare la superiorità degli autori e artisti cristiani su i profani. Il libro del signor di Chateaubriand è un monumento onorevole innalzato alle bellezze della poesia cristiana, in un tempo in cui la tirannide sacerdotale e gli eccessi della corte papale aveano scrollata e fatta cader la fede da’ cuori. D’altra parte, l’Enciclopedia e le empie sette dell’ateismo beffardo aveano preteso dimostrare la sterilità del dogma cristiano e la sua impossanza a fecondare il genio. Ciò fu solennemente smentito, dapprima dal ragionar matematico del gran Pascal, cui Voltaire avea regalato il nome di pazzo sublime, non potendogli contrastare la elevatezza della mente, e quindi dal signor Chateaubriand, il quale trasportò nel secolo decimonono, purificate dalla luce cristiana, le forme antiche e la poesia di Omero.
È indubitato che l’arte e la poesia profana mancano di una delle più grandi bellezze, di cui son ricche l’arte e la poesia cristiane, quella cioè dell’ineffabile incanto che spargon sull’anima i pensieri della sua immortale natura, d’una vita migliore dopo il passeggiero esilio in questa valle di lagrime, d’una Provvidenza che regge con eque mani le sorti degli uomini. Il vago dell’infinito predomina nella poesia cristiana: la mente è sollevata dalle basse regioni del fango della terra: l’uomo chiamato ad alti e nobili destini, sembra sdegnare tutto ciò che lo assimila al bruto. La sventura e la morte stessa sorridono e si cingono il capo di rose imperiture. Non vi ha che la religione cristiana la quale sparga un incanto fin sul sepolcro.
Il filosofo di Ferney scrisse mille volumi; e una sola volta egli fu sublime, quando accattò un subietto di tragedia a quella religione, che egli avea schernita. La Zaira di Voltaire è la più grande confutazione delle opere di questo autore.
Le grandi bellezze de’ nostri poeti, le opere immortali de’ pittori e degli scultori italiani, i poemi che hanno illustrato la letteratura tedesca e slava, van debitori al genio e alle credenze della nostra religione, feconda madre e ispiratrice di tutte le fonti del vero e del bello.
Il genio artistico è soltanto italiano e cristiano.
Le gallerie del Louvre si aprivano, il 15 luglio, alla grande Esposizione di belle arti. Il così detto Salone del 1829, siccome suolsi dimandare l’annuale Esposizione, fu uno dei più splendidi e ricchi di opere di pregio. I più abili e rinomati dipintori e scultori francesi mandarono al Louvre i prodotti di lunghi mesi di studi e di meditazioni. Ogni genere vi facea sua mostra: ma il paesaggio la vincea sulla figura istorica.
Non faremo una minuta disamina dei lavori che erano esposti nelle sale del Museo: tardo e superfluo ciò sarebbe, dappoichè nei giornali di quel tempo si parlò a lungo di questa Esposizione, il cui grido (esempio raro) valicò le Alpi e si fece udire in Italia. Gli è vero che il Salone del 1829 non menò questo rumore che per un quadro, La Preghiera (opera di genio italiano) e pe’ fatti singolari che questo quadro fe’ nascere, i quali verremo esponendo nella nostra presente narrazione. Ciò non di meno, il riverbero di quella gran luce, la quale venne soffusa dal sublime concepimento del Ferraretti, miseramente spogliato dell’opera sua, rischiarò parecchi altri corpi opachi, i quali, senza quello, sarebbero rimasti nelle più dense tenebre. Come sarebbero eziandio rimasti ottenebrati i creduti capilavori nascosti dalla fittizia muraglia che li copre in tempo di esposizione. Bensì, la figura istorica e fantastica fu interamente ecclissata e scombuiata; e a mala pena vien ricordato il quadro della Morte di un Monaco del pittore Adolfo P..... il quale lavoro avrebbe forse richiamata l’attenzione del pubblico parigino, se la Preghiera non avesse esaurito le sorgenti dell’universale ammirazione.
E questo è, a nostro credere, il più grande elogio che far si possa, in questa occasione, a’ Parigini: l’aver saputo estimare al suo vero punto di altezza un’opera italiana. È vero che essi credevanla francese, credendola prodotta dal pennello del Ducastel.
Non sì tosto furono schiuse le porte delle Gallerie del Museo artistico, una folla stragrande vi si precipitava, fermandosi poco alle prime tele e stivando fino alla soffocazione quella dov’era la tela rappresentante, la Preghiera. Già la voce di questo capolavoro era corsa in Parigi, precedentemente all’apertura dell’Esposizione: e tutti i cultori e dilettanti di pittura erano venuti ad ammirare l’opera del giovine artista, il cui nome era già sulle labbra di tutti.
Il Giurì avea fatto situare il quadro del Ducastel nelle più favorevoli condizioni di spazio e di luce. Tutte le altre tele di soggetti storici che erano nella medesima sala pareano fulminate dalla grandezza e sublimità del concepimento della Preghiera.
Un grido d’irrefrenabile ammirazione scappava dall’anima di tutti i riguardanti, non appena i loro occhi si portavano sulla singolar dipintura. E poscia era un susurro che non terminava mai, un mormorio di elogi infiniti che eran trovati sempre inferiori al merito del lavoro, il quale veniva esaminato con iscrupolosa attenzione in tutte le sue minute bellezze. La lingua francese, tanto ampollosa e esagerata nei suoi avverbi ed aggiunti, si trovava povera e meschina nello esaltare quell’opera maravigliosa. La Francia non avea veduto giammai un simile prodigio della arte: era la prima volta che il genio riempiva di luce inusitata le Gallerie del Louvre.... Quel quadro era un’emanazione dell’essenza purissima dell’anima prigioniera della vita, era una rivelazione della possanza della Fede a circondare una creatura di raggi immortali, e a torle dalla fronte tutto ciò che vi pone di scuro e di tristo l’umana fralezza.
Durante i primi giorni dell’Esposizione ci fu bisogno della forza armata per impedire che un disordine accadesse per l’immensa quantità di gente che fluiva da tutt’i quartieri di Parigi per la curiosità di vedere il già famoso dipinto. Quelli che erano una volta entrati, non volevano più uscire, incantati e rapiti in cielo dalle bellezze del quadro, e, anche volendo, non potevano tornar fuori, essendo stretti e pigiati in tutt’i versi. Intanto l’impazienza vincea quelli che aspettavano di fuora, i quali bruciavano dal desiderio di trovarsi al cospetto della magnifica tela.
I forestieri, ed in particolar modo gl’Italiani che erano a Parigi, mandavano già in tutta fretta ai loro rispettivi paesi la notizia del capolavoro di cui la Francia andava superba; e i fogli di tutta Europa consegnavano il nome di Ferdinando Ducastel alla venerazione dei contemporanei e dei posteri.
Tutta Parigi era ripiena di quel nome. Nei caffè, nei teatri, nelle case private, alla Corte, non si parlava che di Ferdinando Ducastel: e da tutti si chiedea con premura chi fosse costui, dove avesse studiato, quali le sue aderenze; se avesse fatto altri lavori, ed esposto altri quadri negli anni scorsi.
In un baleno si seppe che il quadro la Preghiera era venduto allo scozzese Eduardo Horms, uccisore del giovine uffiziale Giustino Victor, avvenimento che pochi giorni addietro avea desto tanto rumore a Parigi. Il prezzo del quadro era portato alle stelle. Chi asseriva essere stato venduto per un magnifico feudo di Edimburgo, chi per un castello baronale con parco e poderi d’immensa estensione, e chi pel prezzo di un milione di lire sterline.
Il nome di Ferdinando Ducastel diventò alla moda: estimavasi felice chi poteva avvicinar questo artista, parlargli, stringergli la mano. L’albergo Mirabeau era giorno e sera assediato da visitatori.
Un’altra delle detestabili passioni del Lennois era appagata! Egli otteneva quel trionfo e quel grido ch’erano stati sempre nei sogni della sua vita.
Due mesi all’incirca erano passati dacchè il quadro la Preghiera era esposto nei lunghi corridoi del Louvre, quando una mattina, una donna, giovine e bella, tutta vestita a bruno, restava lunghe ore al cospetto della tela del Ducastel, senza avvedersi di essere fatta segno alla universale attenzione: È impossibile rendere l’espressione delle sue sembianze: la sorpresa e il dolore si leggeano su quella bianchissima faccia.
Ella era rimasta gran tempo immobile dinanzi al quadro, immersa nei suoi pensieri. Urtata, stretta, sospinta dalla gente che traeva sempre in gran folla ad ammirare il gran dipinto, parea che niente avvertisse, e che il movimento che si faceva intorno a lei non colpisse i suoi sensi.
Questa donna si partìa poscia dal Louvre in gran fretta: sembrava uscita di senno: nei suoi begli occhi lampeggiava un’estrema risoluzione. Ella fermossi alla Piazza del Carrousel, e fece un passo come se avesse voluto ritornare indietro; ma questo pensiero durò un istante: attraversò correndo le Tuillerie, e, arrivata alla porta del Giardino, fe’ ristare una carrozza da nolo, vi si gittò dentro, e disse al cocchiere:
— Albergo des Princes.
III. SOSPETTI
Mentre il nome di Ferdinando Ducastel menava tanto rumore a Parigi e fuora; mentre il trionfo, i plausi e la gloria gli sollevavano il cuore per troppa felicità, le tre famiglie che egli aveva immerse nel dolore e nel lutto rimanevano tuttavia sconsolate e misere. Riserbandoci di occuparci in appresso della famiglia di Orbeil a Auteuil, gittiamo uno sguardo all’Albergo des Princes dove abbiam lasciata la sventurata Lucia, piangente sulla sorte del marito.
È il dopo pranzo di un giorno di settembre. La famiglia è raccolta in quel salotto in cui la prima volta Federico Lennois fu presentato alla moglie di sir Eduardo.
Ad un sofà, situato colla spalliera all’uscio del salotto, sono sedute due giovani donne, sulle cui sembianze si legge il dolore di una sventura scemata pertanto dal piacere di ritrovarsi assieme. Queste due giovani donne sono Lucia Horms e Emma Barkley di Gonzalvo.
Costei è tutta vestita a lutto per la morte del padre. L’abito nero rialza vieppiù la bianchezza abbagliante della sua carnagione: la sua veste, di un tessuto di estremo lusso, è ricoperta di punte d’Inghilterra, i suoi capelli le caggiono ancora in ricciaie di fulgido ebano sulle spalle e sembrano mal sopportare un piccolo cappello a larghi nastri ondati. La sua maravigliosa bellezza sembra accresciuta in grazia di un leggier pallore che le copre il viso.
Niente di più bello a riguardarsi che queste due giovani amiche. La più leggiadra pagina di un albo artistico sarebbe stata quella in cui fossero state riprodotte quelle due persone, le quali alla beltà naturale congiungeano tutto ciò che la eleganza e la ricchezza del vestimento possono aggiungere alle attrattive di una donna.
Alla dritta di questo sofà era un’ampia poltrona di raso cremisi, sulla cui morbida spalliera era disteso un uomo di circa trentaquattro anni. Una lunga barba gli rivestiva la mascella inferiore rafforzando la nobile e maschia serietà del bruno suo volto. Egli era vestito alla foggia inglese, ed anche tutto a nero: i suoi occhi, che avevano una forza straordinaria di sguardo e una espressione di profondo sentimento, erano fissi su Lucia Horms.
Quest’uomo era l’esquire Maurizio Barkley.
Più lungi da questi tre personaggi, era un crocchio di donne e di fanciulli, Marietta e i suoi fratelli erano bellamente intrattenuti da alcune signore fiorentine che erano nello stesso albergo des Princes. Marietta, supponendo che Maurizio, Emma e Lucia avessero a parlare di cose importanti e segrete relative allo sventurato Eduardo, avea, sotto un pretesto, allontanato le signore forestiere, ed avea fatto il sacrificio della propria premura e curiosità di sentire quello che si diceva da quei tre.
S’immagini dunque ognuno su quali spine dovesse stare la vispa fanciulla, sendo costretta a far compagnia a quelle dame, mentre il suo pensiero era tutto ai ragionamenti a bassa voce che si teneano dalla sorella e dai due amici.
Innanzi tutto, fa d’uopo osservare che Maurizio e sua moglie si trovavano a Parigi da qualche mese, e quando le gallerie del Louvre erano già state aperte alla esposizione di arti belle. Non diremo dello smisurato dolore da cui furono compresi quei due nobili e generosi animi alla trista nuova dell’accaduto del 7 luglio, di cui Lucia avea scritto loro, e che gli aveva indotti a recarsi a Parigi, affin di mitigare l’acerbità del duolo di lei, e di cooperarsi al discoprimento dell’autore della lettera anonima, per cui il misero Eduardo era stato menato a bruttarsi di sangue, e trovavasi al presente segregato dalla cara famiglia.
— È strano! esclamava Maurizio, affissando al suolo lo sguardo con leggiero inarcamento di ciglia, e in sembiante di gran concentrazione mentale. È strano, ma è pur tal cosa da rafforzare i nostri sospetti. La malvagità umana scava profondamente nelle tenebre le sue male opere, e cova i più neri disegni. Da quanto voi mi dite, mistress Horms, e da quanto io mi accingo a dirvi, avremo forse da poggiare solidamente le nostre congetture, e potremo forse arrivare a discoprire un attentato dei più infernali. Indarno il perverso annoda le sue fila nel buio e nel mistero; la Giustizia, che veglia dall’alto a punire le colpe, fa lampeggiare alcuni fatti particolari che menano in sul cammino del vero. Quel che mi avete accennato, o Lucia, sulla prima visita del Lennois in questo albergo mi ha aperta la mente... Ascoltatemi bene.
Maurizio trasse la sua poltrona più dappresso al sofà, su cui eran sedute le due dame, e si chinò verso di loro, quasi per far velo del suo corpo alle sue parole, a fin di non esser udito dal crocchio di donne e di fanciulli poco discosto. La curiosità e la brama di scoprire qualche cosa che avesse potuto salvare Eduardo si leggeano sulle belle sembianze di Lucia e di Emma.
Marietta era su i carboni ardenti; non sapea che contegno prendere; bruciavala una voglia grandissima di andare a sentire quel che si diceva da Maurizio; era distratta, alienata, di pessimo umore; e, se non fosse stata trattenuta dal pensiero di dispiacere alla sorella, avrebbe piantato lì le vicine di albergo, i fratelli e la noiosa conversazione, e sarebbe andata a sedersi in terzo sul sofà che l’attirava. Ella dava gli occhi alle dame presso cui era seduta, e gli orecchi spingeva, appuntava dalla banda del sofà, per carpire almeno un brano di quei parlari, che le importavano molto più di tutte le frivolezze le quali formavano il subbietto dei discorsi del crocchio in cui si trovava.
— Quando io fui incaricato, diceva Maurizio, dal mio signore il Conte di Sierra Blonda a pormi sulle tracce del suo figliuol naturale Federico Lennois, cominciai, come dovete supporre, le mie visite dal sito ove questi era nato in povera culla: trassi però a Auteuil, fornito di tutte quelle indicazioni, datemi dal Conte, e che doveano servirmi a ritrovare il giovinetto. Quando io giunsi ad Auteuil, la madre di Federico non vi era più, nè si sapea di lei altro, tranne che la era sparita da quel circondario, dopo la morte della vecchia sua madre che l’avea maledetta. Nulla si sapea del giovinetto Lennois, e, per quante ricerche avessi fatte, non mi era riuscito di conoscere, se non che da vari anni egli era fuggito una notte dal tetto materno, menando seco un sacchetto di denaro che apparteneva alla madre. Questi indizi erano un niente per farmi rinvenire le orme del figliuolo del Conte; però pensai di fare una visita al Castello d’Orbeil, sapendo che la Zenaide era stata la nutrice del bambino Augusto d’Orbeil, figlio del Visconte. La famiglia d’Orbeil era a Parigi, perocchè essa non dimorava a Auteuil che nel tempo della bella stagione; ed allora eravamo nel mese di marzo. Ciò nondimeno la mia gita al castello non fu infruttuosa; dappoichè dalla gente ivi rimasta seppi che il monello Federico Lennois, fratello di latte del signorino Augusto d’Orbeil, era stato arrestato a Parigi come ladro e menato in una prigione di quella città. Ciò era quanto mi bisognava: non posi tempo in mezzo: animato dal piacere di compiere la mia dilicata incombenza, e di rendere più lieve il peso dei rimorsi al mio signore, volai di botto a Parigi, trassi a tutte le prigioni, dimandai di Federico Lennois, e, dopo non pochi stenti e indagini, giunsi a sapere che il nominato Lennois era fuggito dalla prigione dopo alquanti mesi, mercè un abile travestimento, e mercè l’aiuto di un suo compagno di carcere, cui si era accresciuta la durata della pena per una simile cooperazione ad isventare il castigo della giustizia.
Mi venne un pensiero; chiesi di parlare a questo delinquente; gittai dell’oro e tosto fui introdotto nella specie di tomba ove giacea questo sciagurato a nome Paolo Dumourier. È incredibile l’ostinazione che costui pose per molto tempo nel non voler rispondermi: le più larghe promesse e le offerte più generose non valevano a fargli rompere un silenzio che distruggea tutte le mie speranze di riuscita. Benchè da molti anni il Lennois fosse fuggito da quella prigione, quell’uomo straordinario, temendo forse non saprei quali pericoli pel giovinetto da lui salvato, si tenea chiuso nella sua taciturnità; sicchè io disperava di piegarlo giammai al mio volere. Quel giorno e molti altri appresso io spesi in visite infruttuose al Dumourier; il quale, per altro, sebbene ostinato a tacersi su quanto concernevasi al Lennois, parea non mi guardasse più col sospetto di prima e collo stesso grugno. Credetti necessario rivelargli la mia incumbenza, tacendo sempre il nome del Baronetto. Sembrò non dubitare di quanto io diceva; mi diresse varie interrogazioni, come per iscandagliare l’animo mio; mi affissava sempre con certi occhi che pareano volessero iscavare nel fondo della mia coscienza; e, alla fine, un bel giorno, mi ebbi il piacere di sentir da lui raccontata filo per filo la storia della fuga del giovinetto. Allora egli non credè dover porre più limite alla sua confidenza, e, stimandomi uomo sincero e leale, mi disse che Federico Lennois avea tolto in appresso il nome di Ferdinando Ducastel; aver saputo, da una lettera di lui, essere egli in Italia al servigio di un nobile Inglese. Questi ragguagli erano più che bastanti per darmi nelle mani il filo del laberinto; e col fatto, mercè di essi, io pervenni a ritrovare in Roma il figlio del Conte nell’artista Ferdinando Ducastel, che oggi ha ripiena la Francia col suo nome. Ma quello che ora serve grandemente a noi, sono le confidenze che il giovinetto Lennois facea nella carcere a Paolo Dumourier, e che questi mi comunicava fedelmente, ispirato forse da Dio, il quale sa così bene far servire le azioni e le parole degli uomini al compimento dei suoi imprescrutabili disegni. Il Dumourier mi disse adunque che Federico Lennois gli avea rivelata la storia de’ suoi primi anni passati a Auteuil, delle sue sofferenze fanciullesche, de’ tormenti fattigli patire da una madre snaturata, e della guerra dichiarata tra lui, Augusto d’Orbeil e Giustino Victor.
A questo nome Lucia mise un piccol grido di sorpresa: i suoi occhi scintillarono; il cuore le batteva con estrema violenza. Maurizio parea sempre concentrato nelle sue reminiscenze. Emma sembrava prendere viva premura al discorso del marito, ed aveva appoggiato il suo braccio al collo della diletta amica.
— Sì, me ne ricordo perfettamente; questi erano i nomi pronunziati da Paolo Dumourier; i nomi de’ due nemici del fanciullo Lennois. Uditemi, uditemi attentamente. Giustino Victor ammazzava un giorno per mera libidine di odio verso il Lennois, il costui cane, sola creatura che erasi mostrata con visceri umane verso quel misero fanciullo. Giustino Victor ammazzava quella cara bestia nel momento in cui Federico, ligato ad un albero, non potea sottrarlo a que’ barbari colpi. Il Lennois, siccome egli stesso confessò a Dumourier, vergava sulla tomba del suo cane un terribile giuramento di vendetta contro Giustino Victor.
Il volto di Lucia era divenuto ardente brace; il piacere di poter salvare l’amato consorte e smascherare l’iniqua trama del Lennois, le davano sussulti di gioia irrefrenabile.
— Basta, basta, esclamava ella, or tutto è chiaro; ben lo diceva il mio cuore no, non m’inganno: Federico Lennois è il reo: le sue parole, le sue occhiate, tutto conferma quello che ora voi avete palesato. E voi, Maurizio, voi siete sempre il mio salvatore, l’amico che la Provvidenza mi ha dato a conforto di tutte le mie sciagure. Io lo diceva alla sorella: Scriveremo a Maurizio Barkley, ed egli salverà Eduardo, salverà noi scoprirà il colpevole autore della lettera anonima diretta a mio marito. Sì, io lo diceva che voi Maurizio, giungete sempre in tempo nelle grandi sventure; non è vero, Marietta?
A questo nome la giovinetta balzò dal sito ove era, e, contentissima di essere interpellata e tolta alla noia di una conversazione che la teneva su gli spinai, volò presso la sorella maggiore, e si sedè al fianco di Emma.
— Verissimo, ella rispose incontanente e senza sapere di che si trattasse; che ci è sorella?
— Ci è, mia cara Marietta, che Eduardo è salvo.
— Salvo! gridò costei battendo le palme per un moto di gioia infantile. E i suoi begli occhi si riempirono tostamente di lagrime; e più non potè dir parola per la contentezza che l’affogava.
— Non ci abbandoniamo ancora alle nostre speranze, disse compostamente Maurizio; è un barlume che forse ci menerà allo scoprimento del vero; mi recherò a Auteuil; ho un’idea, ma niente è ancor certo, e Ducastel è oggi l’occhio dritto della nazione francese e del governo.
— Ferdinando Ducastel è un infame impostore, un assassino della gloria italiana, gridò una voce di donna che nissuno avea veduta starsi all’impiedi presso al sofà.
Non diremo la sorpresa da cui furon colti tutti gli astanti.
— Luigia Aldinelli, sclamò Maurizio, e corse incontro a lei: io vi aspettava qui, a Parigi; ma in quale stato!
In effetti: la misera giovine era sì bianca in volto e parea soffrir tanto, che Emma, Lucia e Marietta se le strinsero attorno, e circondaronla co’ segni della più sentita pietà.
Luigia Aldinelli era la donna che abbiam veduta restare immobile innanzi al quadro del Ducastel, e gittarsi quindi in una carrozza per trarre all’albergo des Princes.
Ella sapea che Maurizio Barkley era ivi.
IV. IL CARNEVALE DI PARIGI
I tre mesi dell’Esposizione erano passati. Il dì 15 ottobre, le gallerie del Louvre chiudevansi con gran dispiacere del pubblico parigino, il quale parea non sazio ancora di ammirare ed estollere a cielo, con ogni maniera di ovazioni, il dipinto di Ferdinando Ducastel.
S’intende già che il Giurì avea decretato il premio di seimila franchi e la medaglia d’onore al quadro la Preghiera. È noto che il giurì si compone di membri nominati a squittinio segreto dagli artisti che espongono i loro lavori: a quelli aggiungesi dal governo un certo numero di persone appartenenti all’amministrazione delle Belle Arti e all’istituto. Il Giurì a tal modo composto decreta i premii a maggioranza di voti. Per essere eletto membro del Giurì, fa d’uopo non essere compreso nel novero de’ concorrenti; oltre a ciò, è necessario o l’aver ottenuto qualcuno de’ premii delle passate esposizioni, o il formar parte dell’Istituto.
Le altre secondarie ricompense di medaglie di prima, seconda e terza classe furono accordate, pel salone del 1829, al bel quadro del Barone Gérard, che rappresentava la incoronazione del Re Carlo Decimo nella Cattedrale di Reims; al dipinto di Adolfo P..., rappresentante la morte di un monaco; ad un Combattimento navale del Vernet, e ad un gran numero di paesaggi e dipinture di animali, nel quale genere i Francesi si esercitano con preferenza.
Dietro un magnifico rapporto del direttore delle Belle Arti, il governo accordò a Ferdinando Ducastel la croce del merito come a colui che si aveva ottenuti gli onori del Salone del 1829.
Siccome suole intervenire allo sbucciare d’una inattesa celebrità; le biografie del Ducastel col suo ritratto piovevano ne’ giornali di Parigi. Tuttavolta queste biografie erano foggiate in gran parte dal capo de’ giornalisti i quali creavano su lui romanzi più o meno verosimiglianti. Leggevasi in quelle biografie come il Ducastel avesse arricchito co’ suoi lavori i più famosi templi d’Italia, come il suo nome si fosse già renduto celebre in mezzo a quei tanti valorosi di cui l’Italia va superba; come avesse venduto per istraordinarie somme altri suoi quadri, i quali, se non dello stesso altissimo merito della Preghiera, erano parimente preziosi gioielli di arte da estimarsi dagl’intenditori. Su i suoi natali o sulla sua fanciullezza, questi giornali serbavano un discreto silenzio; perocchè il Ducastel non gli avea ragguagliati su questo, per ragioni troppo facili ad esser comprese.
Il compratore intanto del quadro, lo scozzese sir Eduardo Horms, era tuttavia ritenuto sotto il processo dell’assassinio sulla persona di Giustino Victor. La villeggiatura autunnale avea mandato nelle campagne circostanti a Parigi i ministri della giustizia: si aspettava il mese di novembre per la riapertura delle Corti.
Ferdinando Ducastel, ebbro di gloria, più non pensava alla vittima della vendetta, e libava con sommo diletto tutti i piaceri che gli procurava il suo nome. Pertanto, un giorno egli ebbe a fremere allorchè videsi avanti Augusto d’Orbeil, cui a mala pena potè riconoscere, tanto questi parea sopraffatto dal dolore per la perdita del suo amico.
Federico non vedea il figlio del Visconte che dal giorno in cui questi e Giustino erano venuti a fargli visita all’albergo Mirabeau. Non ostante l’assuefazione che egli aveva a dissimulare l’animo suo, Federico non avea potuto nascondere un movimento di spavento alla vista dell’amico di Victor; lo accolse però con alquanto freddezza, e cercava sempre di addentrarsi nei pensieri di lui ed iscoprire se avesse qualche sospetto sul vero autore della morte di Giustino. Ma Augusto se gli mostrò come prima confidente e affezionato: le lagrime gli scorreano in abbondanza dagli occhi udendo a parlare del diletto infelice suo amico. Egli disse al Lennois che tutta la famiglia era tornata a Parigi fin dal principio del mese d’ottobre; che Isalina sua sorella era gravemente inferma per effetto dell’orrendo colpo che aveva straziato il suo cuore; che il Visconte suo padre e la Viscontessa sembravano inconsolabili; e che la voce di un amico, come lui Ducastel, avrebbe potuto scemare l’intensità di quel dolore. Da ultimo, Augusto gli disse che era soprammodo compiaciuto della fama e degli onori che gli avea procacciati il quadro la Preghiera, e il pregava di accettare le sue vive congratulazioni. Federico, rassicurato su i suoi dubbi e sospetti, si abbandonò con più franchezza alle false proteste di amicizia, e promise che sarebbe al più presto andato a riverire la famiglia d’Orbeil.
Nissuna novità avvenne fino allo spirar di quell’anno 1829.
Giungeva intanto il tempo in cui Parigi, zeppa di forestieri e dei suoi più prelibati abitanti di ritorno dalla villeggiatura, sembra più che in ogni altra stagione dell’anno, compresa dal delirio del divertimento. Dal dì delle strenne a quello delle Ceneri è una continuazione di balli, di concerti, di mattinate musicali, di veglie; di mascherate, di feste pubbliche e private, di berlingamenti d’ogni maniera. Tutte le più serie faccende si differiscono a quaresima.
Gli uomini più gravi per età, per senno e per cariche si mettono nel carro dei piaceri e si lasciano strascinare con faciltà e con garbo; la contradanza invade il regno della politica e dei negozi. Insomma, in fatto di divertimenti, Parigi non si fa pregar due volte.
Carnevale aveva annunziata la sua ricomparsa. Le petites maitresses, le grisettes e le lorettes si accingevano a far valere il loro impero. L’Opéra, la Renaissance, Mabil, Renelagh, Musard, Grignon, Deffieux, Sévres, ed altri cento luoghi pubblici aprivano le loro sale alla matta allegria.
In questo tempo dell’anno Parigi non conta poveri; tutti hanno da spendere per divertirsi; il piacere mette a contribuzione volontaria il milione di abitanti di questa capitale. Nel carnevale, Parigi non si dà tanto pensiero di dettare le solite sue leggi a tutta Europa su le giubbe e sulle cuffie; essa ne lascia la cura ai direttori di giornali di mode, e non s’incarica neanche di far valere la sua supremazia... in materia di pasticci.
Lo sciampagna, di cui la Francia va superba e con ragione (perciocchè è una delle pochissime cose di cui può andar superba) inonda le mense dei ricchi e non isdegna di mostrarsi in su quelle de’ modesti borghesi. Carcerato a piccole frazioni, in milioni di bottiglie, esso rompe i suoi ferrei ceppi, manda ai palchi delle stanze i suoi turaccioli, e caccia fremendo la bianca sua spuma che vien raccolta con delizia dalle labbra delle galanti parigine.
I balli pubblici si aprono alla brillante gioventù francese, che vi accorre in isvariate fogge di travestimenti da maschere, a capo dei quali signoreggia quello prediletto di tutte le prostitute di Parigi, il débardeur[6].
Non sì tosto il clarinetto o il violoncello fanno udire le prime battute delle quadriglie carnovalesche al Vauxball e al Prado, il débardeur si abbandona con frenesia alle tante mattezze che lo han renduto sì celebre. La passione della danza è personificata da questo tipo della maschera francese.
Tutti gli stabilimenti pubblici, dove si balla sotto l’ispezione di un sergente di città, sono ingombri da tutti quei che non passano i trent’anni. Due franchi non mancano a nessun parigino di venti anni. A Parigi, un uomo che ha venti anni e una buona salute trova sempre i mezzi di divertirsi; anzi la sua giocondità cresce a ragione inversa del suo denaro. Possedere venti anni a Parigi è lo stesso che possedere ventimila franchi di rendita: gli è vero che i primi, al contrario di ogni altra proprietà, perdono di valore accrescendosi; ma nel momento in cui si posseggono, la felicità non è men positiva e inebbriante di quella che deriva per alcuni dal possedimento di grandi ricchezze.
Nel carnevale, i teatri di Parigi sono assiepati di gente a segno che si vendono a carissimi prezzi i posti nelle quinte; sicchè veggonsi gli uomini della più alta sfera respirare la stessa aria che respirano le cantanti, i mimi, le ballerine e le ratus[7].
Sono più di centoquarantasette anni dacchè a Parigi si balla pubblicamente; e ogni anno si è accresciuto il numero dei ballanti e de’ luoghi dove si balla. Nell’anno 1830, a cui siam giunti colla nostra narrazione, Parigi contava all’incirca duecento sale da ballo dove si poteva essere ammesso, pagando.
Il giorno 2 febbraio 1716, per la prima volta il pubblico parigino fu invitato al ballo dell’Opéra. Da quel giorno in poi Parigi ha ballato ogni anno senza interruzione e ogni maniera di danza, da’ passi di grazia a quelli di forza, dalla campestre contradanza[8] allo sfrenato cancan.
La gran sala dell’Opéra era affollatissima oltre l’usato nella sera della penultima domenica di carnevale di quell’anno 1830. Le fulgidissime lumiere gittavano torrenti di luce sulla folla che si agitava nel turbine del piacere.
Era questo il ballo della buona società parigina: banchieri, agenti di cambio, ricchi proprietarii, leoni e leonesse, tigri, colombe e sorci[9] pullulavano in quella sala assordata dai melodiosi concerti dell’orchestra.
Non istaremo a descrivere la magnificenza, lo splendore ed il brio di questo ballo pubblico: quelli dei nostri lettori che non sono stati a Parigi in uno di questi incomparabili veglioni non se ne possono giammai formare un’immagine corrispondente alla realtà. Diremo soltanto che colui il quale venisse improvvisamente gittato nel mezzo di una di queste sale nell’ora più allegra e rumorosa, crederebbe certamente di essere il gioco di un sogno ingannatore; imperciocchè tutto ciò che l’umana fantasia può crearsi di più seducente è tradotto alla lettera e realizzato. I racconti delle fate, le maraviglie delle novelle orientali, i delirii di un voluttuoso, le immagini che si affacciano al cervello di un uomo assopito dall’atchic turco, non potrebbero dare un’idea del gran ballo in maschera dell’Opéra a Parigi.
I Francesi ballano con grazia, con disinvoltura; e questo è incontrastabile, ed in questo noi riconosciamo reverenti ed umili la loro superiorità. Ma il più gran poeta epico è italiano, Dante; il primo scultore e architetto in tutto il mondo è italiano, Michelangelo; il più gran ristauratore delle scienze naturali è italiano, Galileo; il più profondo politico de’ mezzi tempi è italiano, Macchiavelli; il primo che abbia rischiarato colla filosofia la storia, è italiano, Vico; quegli che scoprì un nuovo mondo è italiano, Colombo. Ma a qual paese appartiene chi insegnò pel primo all’Europa il vero modo di valsare?
In su la mezzanotte una gran folla verso l’uscio maggiore della sala attestava l’entrare di qualche personaggio ragguardevole. In fatti, l’uomo che da alcuni mesi era sulle labbra di tutt’i Parigini, il già celebre artista Ferdinando Ducastel, era stato incontanente riconosciuto sotto un ricchissimo travestimento orientale. Una schiera di amici e di curiosi lo aveano circondato; un susurro accompagnava i suoi passi attraverso la sala: egli era l’ammirazione degli uomini e il sospiro delle donne.
Ducastel non lasciò verun divertimento che gli offriva l’allegra serata. Circondato, corteggiato, festeggiato, ei nuotava nella felicità e se ne saziava con una specie di avidità, quasi per vendicarsi della nimica sorte che lo avea ricolmo di sventure nella sua prima giovinezza.
Tra le maschere che attorniavano il Ducastel notavasi un dèbardeur di una insolenza incredibile: questi facea sempre tutti gli sforzi possibili e usava benanche di una certa violenza per istar sempre al fianco dell’artista: urtava, premea, tirava gli altri pel braccio; faceva insomma cose da matto per non perdere il suo posto allato al Ducastel: era tollerato, perchè sotto al suo mascherino si vedeva una bocca sì cara ed un mento così pallido e gentile, da non poter appartenere se non ad una leggiadra donnina: e due occhi, neri come le tenebre, lampeggiavano da’ due fori del mascherino.
Ferdinando Ducastel non poteva a lungo rimanere indifferente a questa straordinaria premura e ostinazione del dèbardeur a starglisi allato. Allorchè, per l’ora avanzata della notte, si diradò alquanto il cerchio de’ suoi amici, e che gli riusci d’involarsi a’ curiosi che l’assediavano, prese per mano il dèbardeur ed il menò in disparte. Quella mano era di una morbidezza e di una bianchezza rarissima.
— Vuoi tu dirmi, mia bella, a che debbo attribuire il piacere di averti sempre al mio fianco? chiese Federico al suo grazioso persecutore.
— Non è la prima volta ch’io sono al tuo fianco, rispose questi con voce simulata e in purissimo idioma e accento italiano.
Federico fece un atto di sorpresa, e cercò di riconoscere le sembianze dell’incognita sotto il mascherino.
— Tu non sei francese? dimandò con turbamento e in buon toscano.
— No, io sono italiano, rispose il dèbardeur.
— Tu vorresti darmi a credere di essere un uomo, come se la leggiadria della tua persona non ti tradisse. E dimmi, dove mi hai conosciuto per la prima volta?
— Laggiù, in Italia, disse la maschera.
Federico affissava gli occhi con estrema curiosità su quella parte del volto del dèbardeur, la quale era discoperta; ma quella porzione del viso non gli ricordava nessuna antica fisonomia.
— Quanti anni ha che mi conosci?
— Sono circa tre anni.
Questo breve dialogo fu interrotto dalla folla che venia su a gran flutti. Gli amici di Ducastel lo aveano ritrovato, e questa volta a forza lo strascinavan seco loro. Egli ebbe appena il tempo di dire al dèbardeur,
— Alle cinque in punto da Very; verrai?
— Immancabilmente.
E si perdettero entrambi in mezzo alle maschere.
Alle cinque, in fatti, il dèbardeur si fece trovare alla porta d’ingresso del rinomato trattore Very.
Federico era solo: ei si cacciò il braccio della misteriosa maschera sotto al suo, e chiese a uno de’ garzoni del luogo:
— Un cabinet particulier.
Entrambi furono introdotti in uno di quegli stanzini, dove tanti oltraggi riceve il pudore, e dove un garzone non può entrare senza esser chiamato dalla discreta corda del rispettivo campanello.
Una tavola con due posate era imbandita.
Il dèbardeur era stanco a morte, ma non avea appetito.
Federico mangiò per due.
Il mascherino era sempre sulla faccia del misterioso compagno di cena. A dispetto delle istanze e delle preghiere del Lennois, quegli non avea voluto smascherarsi. Poche parole si erano scambiate tra loro durante la cena.
Federico si versava frequentemente da bere lo sciampagna e il Reno, e offrivane alla sua bella italiana, la quale sfiorava col labbro i bicchieri.
In sul finir del banchetto, Federico avvinacciato si alzò.
— Or voglio assolutamente conoscere chi tu sei, egli disse, e contemplare tutto il tuo leggiadro visino. È inutile ogni tua resistenza, o bella italiana; giù la maschera!
E la sua mano si portava verso il volto del débardeur per istrappargli il mascherino; ma questi si alzò, afferrò il braccio del Lennois, e pacatamente gli disse:
— Un momento, signore, un sol momento, e il vostro desiderio sarà appagato.
— E che si ha da attendere, vezzosa pallidetta? dicea barcollante il Lennois cercando di svincolarsi per chiudere nelle sue braccia la bella incognita e strapparle il mascherino.
— Ditemi prima: non avevate, voi in Italia nessun amico?
— Che cosa vuoi ch’io mi ricordi ora, rispondeva l’ebbro Lennois. A quest’ora, con tanto sciampagna in testa, e col riverbero dei tuoi occhi che m’incendiano il cuore?
— Non vi ricordate di nessun amico a cui foste ligato per parecchi mesi?
— Al diavolo tu e gli amici! Faresti meglio a dirmi qualche parola di amore, o il più amabile dei débardeurs! E ti ostini sempre a non farmi vedere il tuo volto d’angelo, su cui ardo di stampare i miei baci?
— Or ora farò il tuo volere.... Versami da bere; versami del rosso, che voglio fare un brindisi alla tua salute e alla tua gloria, illustre artista!
— Ben pensato; sì, fammi un brindisi... e poi...
Con mano vacillante per l’ebbrezza versò del bordeaux nel bicchiere del débardeur, e versò da bere anche per sè.
L’incognito alzò il bicchiero, con ferma voce intuonò questo brindisi già noto a’ nostri lettori:
Per passar lungamente e felici Questo sogno che vita si appella, Sempre a mensa restiam cogli amici, Esultiam tra l’amore e il bicchier. Viva il vino e Clorinda la bella; Da noi lungi ogni tristo pensier!
È impossibile a rendere l’espressione del volto di Federico a seconda che colui pronunziava questi versi. La ebbrezza sembrò sparire in un momento: ei diventò pallido come un morto.
— Come sai tu questi versi? Dove gli hai uditi? chiedeagli con voce soffocata.
— Dalla Valdelli, a Pisa! ti ricordi? rispondeva impassibile la maschera.
— Dalla Valdelli; a Pisa! ripeteva Federico, tu dunque mi conoscesti in casa della Valdelli? Ah? indovino, tu sei sua sorella, la cara Giannina!
E la sua mano si levava di bel nuovo alla maschera del dèbardeur; ma questi afferrò di bel nuovo e con forza quel braccio.
— No, io non sono sua sorella, come tu non sei l’autore del quadro la Preghiera.
A simili parole il viso di Federico diventò come quello di un demente.
— Donna, uomo o demonio, chi sei tu? Parla, o ch’io...
L’incognito si tolse il mascherino e disse:
— Riconoscimi infame; io sono... Ugo Ferraretti!
Federico mise un grido straziante, e cadde sulla sedia come colpito dalla folgore.
Intanto il dèbardeur canticchiava lentamente:
Viva il rosso e Clorinda la bella; Vada a monte ogni tristo pensier!
V. LUIGIA ALDINELLI
Il débardeur altri non era che Luigia Aldinelli.
Pria che spieghiamo un tal mistero a’ nostri lettori, sentiamo il dovere di rischiarare alcuni particolari della vita di questa giovinetta, la quale occupa di presente un posto così importante nella nostra narrazione.
Luigia Aldinelli, siccome è noto a’ nostri lettori, era figlia naturale del Baronetto Edmondo Brighton. Non è nostro intendimento il tesser la storia di quest’altra seduzione, dappoichè abbiam già raccontato altri traviamenti di questo genere, e ne abbiam vedute le molte funeste conseguenze. È mestieri tuttavolta, per la chiarezza del nostro racconto, far conoscere in che modo la sventura travagliò fin da’ primi anni la vita di Luigia, e come su lei sembrava che il cielo avesse voluto far cadere la espiazione della colpa de’ suoi genitori. E questo non è mica raro nel mezzo degli uomini; e non pochi fatti della storia umana ne confermano in questa verità, che spesso hanno i figliuoli a patire le pene meritate da’ falli dei padri.
L’origine della famiglia Aldinelli rimonta agli sventurati tempi delle civili discordie dei Guelfi e Ghibellini. Nota è la storia di Antonio Bandinelli in Firenze, barbaro guelfo, il quale perseguitava con odio inflessibile il nominato Lanucci non pur per ispirito di parte politica, ma per altre particolari ragioni, cui per brevità tralasciamo di menzionare. Costretto a difendere la propria vita contro un impensato assalto del Bandinelli, il Lanucci era rifuggiato a Pisa, dopo aver lasciato immerso nel proprio sangue il suo avversario. Ma il guelfo non era morto; e un giorno il Lanucci si vide fulminato da una sentenza di bando e di confisca di tutti i suoi beni. Non potendo più rientrare nella sua patria, Firenze, il Lanucci continuò a starsene a Pisa, presso un suo affezionato amico per nome Belfiore, il quale aveagli offerto la propria casa ad asilo di sicurezza. Una breve sala divideva le camere da letto dei due amici. Una notte un fioco gemito partì dalla stanza ove dormiva il Belfiore. Il Lanucci accorre, ed oh spettacolo d’orrore! un pugnale era conficcato nel seno dello sventurato: pochi istanti ei visse e non ebbe nè il tempo nè la forza di rivelare il suo assassino. Il Lanucci, compreso da pietà e da dolore senza fine, cadde sulle spoglie esanimi del diletto amico, e quivi rimase lungo tempo privo di sensi. Trovato sul cadavere dell’estinto, egli ne vien creduto l’assassino, e menato in carcere, non ostante le più alte proteste d’innocenza. Un processo s’istituisce contro di lui; la sua disperazione vien creduta un’astuzia per farsi credere innocente; tutto ciò ch’ei dice non distrugge le prove del supposto delitto. Una condanna di morte è pronunziata sul suo capo. Rassegnato a’ voleri del cielo, lo sventurato Lanucci si prepara all’estremo supplizio. Suona l’ora di morte: egli avanza con maestà verso il palco di esecuzione; la scure è per troncar la sua vita, quando un alto mormorio e grida di letizia fermano il colpo fatale. Un corriere è giunto da Firenze a briglia sciolta: l’assassino di Belfiore è stato scoperto: egli era uno scellerato emissario del Baldinelli il quale, essendosi, di soppiatto e col favor delle tenebre, introdotto nella dimora della sua vittima, avea scambiato le stanze, e, cacciatosi in quella in cui dormiva il Belfiore, aveva immerso un pugnale nel petto di costui, credendo immergerlo in quello del Lanucci. Lo stesso Bandinelli avea confessato il delitto e dichiarata l’innocenza dei suo avversario.
Da quel tempo in poi esecrato fu in tutta la toscana il nome de’ Bandinelli, i quali, per quest’odio che un tal nome attirava loro addosso, si videro costretti alla più deplorabile miseria; ed uno di essi, per isfuggire alla sorte comune, ritiratosi in un villaggio sulle sponde dell’Arno, aveva cambiato il suo nome in quello di Aldinelli, togliendo e sostituendo alcune lettere.
E questa fu l’origine della novella famiglia toscana, ultimo rampollo della quale era Luigia. Sua madre fu vittima del più sleale tradimento fattole dal milionario Conte di Sierra Blonda. Una funesta casualità avea fatto incontrare Stefania Aldinelli col ricco Inglese. Bella sovra modo, ella gli avea ispirato una di quelle passioni le quali ne’ cuori depravati fruttano le più nefande opere. Ahi! perchè la virtù deve esser tante volte posta al cimento dalla luce dell’oro! perchè questo metallo ha tanta possanza di rendere ribelli ad ogni legge ad ogni dovere i cuori meglio formati! Il Conte avea giurato di sposar Stefania; ma un tal giuramento non servì che a compiere la seduzione obbrobriosa sulla sventurata e onesta donzella.
Poco tempo dopo del segreto nascimento di Luigia, Stefania maritossi con un Ridolfi di Firenze, e die’ alla luce un altro figlio, il quale ebbesi nome Carlo. Il marito di Stefania morì alcuni anni dopo la nascita di questo fanciullo. La madre amava di pari amore entrambi i suoi figlioli; ma non così il fratello amava la Luigia, cui egli opprimea co’ più rozzi mali trattamenti. Non ostante la viva tenerezza materna, che le facea scudo, Luigia vivea la più sventurata fanciulla del mondo, in conseguenza di quest’odio fraterno che pesava su lei, e che ogni dì vieppiù si accresceva, a seconda che la ragione e le passioni di Carlo si sviluppavano.
Venne a porre il colmo alla sventura di Luigia la morte di sua madre Stefania. Strazianti di tenerezza furono gli addio di queste due donne che tanto si amavano: Addolorava le ultime ore di quella vita di madre il pensiero che la diletta figliuola sarebbe rimasta quindi innanzi sotto il potere dello snaturato fratello, il quale dameno di una schiava trattavala. Il perfido Ridolfi promise alla moribonda genitrice di avere per la sorella sensi più umani: ma il suo cuore smentiva ciò che il suo labbro pronunziava, e l’avvenire giustificò le giuste materne apprensioni. Innanzi di spirare, l’amantissima madre donava alla figlia un prezioso anello, antica ed unica eredità della famiglia Bandinelli, trasmessa da padre in figlio; e le soggiunse di non mai dipartirsi da quell’anello, il quale rappresentava in terra il legame che dovea ricongiungerle in cielo. Luigia il baciò mille volte e sel pose al dito per non più separarsene. I nostri lettori han già veduto questo anello al dito della figura inginocchiata dipinta nel quadro del Ferraretti.
Luigia restò sola col fratello, il quale possedeva alla Cascina, poco discosto da Pisa, alcuni poderi lasciatigli dal padre. Non avendo alcun negozio che l’obbligasse a rimanersene a Pisa, egli volle ritirarsi alla Cascina, e seco menò la disgraziata Luigia, alla quale ingiunse di lavorare per procacciarsi il pane; che egli intendeva darle solamente il tetto sotto cui dormiva; ma che, in quanto alle altre necessità della vita, ella dovea provvedersene colle proprie fatiche.
La fanciulla si pose al duro stato cui dannavala il cielo. Umile, dolce, rassegnata, ella non proferì giammai una parola di sdegno contro il suo tiranno, e accettò con cristiana virtù la croce che le veniva imposta. A Pisa, per natural talento, e quando ancor vivea la madre, ella solea prendere sommo diletto a formare immaginette di cera, le quali spesso riuscivano sì gentili e perfette, che sua madre ne iva superba; e le amiche e le vicine pregavanla sovente di regalar loro qualcuna di queste fatture della Luigia; al che costei, dolce e amorevole quanto fosse mai fanciulla al mondo, prestavasi con buonissima voglia, e porgeva a dritta e a manca tutto ciò che le venia richiesto.
E via via lavorando sempre per diletto, ella giunse a tal perfezione di artista, che molte cospicue donne pisane la fecero pregare di voler far loro il piacere di ornare i loro salotti con qualcuna delle sue belle immaginette; e queste commissioni non finiron per qualche tempo, e con esse di bei regalucci che rendevano la sua sorte alquanto meno trista.
Or di questa sua virtù l’onesta fanciulla si valse per lucrarsi il pane che il sordido fratello le dinegava. Ella lavorava alla Cascina le sue immaginette di cera, le quali eran poscia vendute a Pisa, a Livorno, a Firenze, ed in altre città della Toscana. Nè del prodotto delle sue fatiche ella era padrona; imperciocchè suo fratello mettea le mani sul denaro che le proveniva, sotto il pretesto che egli spendea di bei quattrini per alimentarla e vestirla. Con tutto questo, non cessavano i disumani trattamenti verso di lei: anzi, quando più ella mostravasi buona, ubbidiente, rassegnata, tanto più il Ridolfi la caricava di asprezze tali, che peggiori non ne avrebbe sofferte una schiava in una delle piantagioni dell’America meridionale.
Luigia era venuta a quella età, in cui la donna non ha d’uopo soltanto di esser nutrita e ricoperta di panni; bensì sente un bisogno nel cuore, il quale, ove rimanga non soddisfatto, sparge un velo di malinconia sull’anima, intristisce la vita e rendela quasi importabile; massimamente quando nella prima età le dolcezze d’un affetto materno sono state all’improvviso tronche dalla mano di morte. Luigia videsi abbandonata nella più tetra solitudine del cuore; e però a Dio si volse quell’anima candida, e, spesse volte, nelle sue notti lagrimose, sognò la ineffabile quiete del chiostro. Ed un bel dì ebbe il coraggio di aprire l’animo suo al fratello, e rivelargli la tendenza ch’ella sentivasi per la vita monastica. Si crederà impossibile che a questa semplice manifestazione di un sì pio desiderio, il ribaldo avesse risposto portando la scellerata sua mano sulla guancia della misera, e soggiungendole che, se una altra volta simigliante idea le fosse venuta nel capo, ed ella avesse ardito palesarla, egli avrebbela sottoposta a così severo castigo da farnela pentire per sempre e da cacciarle dal capo la voglia di prendere il velo. Si capisce che non era mica avversione al chiostro che spingeva il Ridolfi a mostrare tanta asprezza alla sorella, ma sì bene l’interesse e la brama di non perdere il considerabile profitto che traeva dalle fatiche di lei. La Luigia intanto, comechè sofferente e misera, cresceva sì bella che il suo viso rassembrava a quello di una madonnetta, e di quelle che han renduto sì celebre il pennello del Leonardo da Vinci. Le sue sembianze pallide e fine, i suoi occhi neri a forma di mandorle, la folta massa dei suoi capelli di ebano le davano tanta poesia; che al vederla si sarebbe detto esser nata quella donna per ispirare le più grandi passioni.
Un avvenimento sopraggiunse, il quale, invece di rendere meno trista e dura la sorte di Luigia, non fece che accrescerne i triboli e la schiavitù. Questo avvenimento fu la venuta di Maurizio Barkley a Pisa, apportatore del tardo frutto del pentimento del Baronetto Brighton. Il Barkley ignorava in quali mani stesse la sventurata figliuola di Stefania Aldinelli; epperò si rivolse primamente al Ridolfi per aver contezza di lei. S’immagini ognuno il contento che dovè provare quell’ingordo al sentire che indi innanzi l’Aldinelli non era più povera, e nel vedersi tra mani una polizza di duemila scudi. Essendo Luigia minore di età, il Ridolfi amministrar doveva ciò che le apparteneva: egli adunque firmò le ricevute e incassò il denaro. Maurizio vide l’Aldinelli; e il costei dolcissimo aspetto il commosse; chiese al fratello minuta relazione della vita di lei; e questi improvvisò un tenor di vita come giammai non fu goduto da donna nel mondo. Ciò non di meno, l’aria di mestizia che copriva le sembianze della fanciulla smentiva le bugiarde parole del Ridolfi, e Maurizio non istette lungo tempo ad accorgersi che l’Aldinelli soffocava nella più umile rassegnazione i più crudeli trattamenti.
Ed ora più che mai la tapinella non potea neanche sognare la vita del chiostro: imperocchè sapeva che il fratello aveva ora più che mai interesse a ritenerla presso di sè, a cagione della nuova fortuna che le era sopraggiunta, e di cui ella non godea che poco o niente.
Carlo Ridolfi non tanto temea le tendenze di lei a chiudersi in un convento, quanto un matrimonio che avrebbela per sempre tolta alla sua tutela, ed avrebbe fatto passare ad altri i begli scudi che una incognita e misteriosa mano non mancava di mandarle ogni mese. Laonde non è a dire con qual severità egli guardassela, e come le proibisse di cacciare il piede fuori delle mura della casa, per tema che la bellezza di lei non avesse attirata l’attenzione di qualcuno e lo avesse indotto a sposarla.
Un marito, come vogliasi brutale e geloso, non avrebbe usate maggiori violenze e crudeltà sulla persona della moglie, di quelle che usava il Ridolfi in sulla infelice sua sorella uterina. Ogni dì era lo scoppio d’un insano furore, che veniva cagionato da’ sospetti di lui; e ogni dì crescevano le contumelie, le sofferenze, i rigori a tal termine che la vita della meschina ivasi rendendo insoffribile; quando, a sopraccarico di sventure, un giorno il fratello le dichiarò di averle trovato un marito, e che si fosse apprestata ad accogliere le dolci catene del matrimonio. Questo marito che il Ridolfi le proponeva altri non era che un suo compagno di dissolutezze, ruinato da debiti, e con cui il Ridolfi, volendo assicurar per sempre i suoi vantaggi sull’assegnamento della sorella, avea patteggiato di dividerne gli scudi mensuali. Luigia si armò del più gran coraggio, e solennemente significò che sarebbe morta piuttosto anzi di accondiscendere a così fatta unione. Ingiurie, violenze, battiture furono la natural conseguenza di questo suo ardimento, per cui maggiormente si ribadirono le catene della sua schiavitù.
Oh! la trista condizione, a cui la società pone la donna! Il servaggio è tutto ciò che le si concede sotto sembiante di protezione! Le leggi, fatte dagli uomini, non hanno occhi per le domestiche tirannie; e la donna, questo essere così caro, capace di tanto amore e di tanti nobili e ignoti sacrifici, non è spesse volte che la più misera delle creature, senza ricevere neanche il premio di un compianto.
I tesori di sensibilità che erano sepolti nel cuor di Luigia erano serbati a spendersi in un amore nobilissimo e puro. Spesso Iddio riunisce sulla terra la sventura e il genio, e Luigia rappresentava la prima, come Ugo Ferraretti il secondo.
Alcun tempo dopo la morte della madre del Ferraretti, Ugo si piaceva a vagare nelle più solitarie campagne, ove il traeva natural vaghezza di malinconici pensieri, e quel rincrescimento di ogni umano consorzio, il quale suol tener dietro alle grandi pene del cuore. E gli intervenne però che, avendo un bel dì protratta la sua passeggiata insino a poche miglia da Pisa, trovossi in quella parte della campagna che si domanda la Cascina. Vinto dalla stanchezza, egli si era seduto sovra una specie di collina rivestita della più fresca vegetazione, quando, volgendo a caso gli occhi attorno a sè, ebbe veduta non molto lungi, in sul terrazzo di una sottoposta casina, una fanciulla, la cui pallidezza, congiunta a beltà singolare, fecegli battere il cuore a tal modo, che mai per lo addietro non avea provato. Ed allorchè l’Aldinelli, chè era dessa per lo appunto la fanciulla, ebbe levati gli occhi, quasi chiamata da misteriosa voce, Ugo Ferraretti restò compreso di sommo piacere e maraviglia dall’angelica espressione di quello sguardo, il quale era tutta una storia di virtù e di pianto. La sventura riunisce presto i cuori e forma quelle prepotenti passioni, cui niuna forza basta a distruggere.
Da quel dì Luigia ed Ugo si amarono, e segretamente sel confessarono: le loro notti furono visitate da immagini di paradiso; i loro giorni non furono contati che dalle ore in cui si vedeano. Luigia sapeva, con quell’astuzia che dà l’amore, ingannare la vigilanza del suo tiranno: pertanto alcune volte ella era costretta a nascondersi agli occhi del suo diletto, ovvero a mostrarglisi a traverso il breve spiraglio d’una maniera di carcere, sottoposto al rialto su cui veniva il Ferraretti a passar le lunghe ore, le quali eran per lui rapidissimi istanti. Ben si comprende che un tale amore, nutrito soltanto dalla simpatia di quelle anime, dovea restare nelle più fitte tenebre; ed ecco perchè la Luigia aveva richiesto al suo innamorato di non palesare ad anima viva la loro corrispondenza, per tema che la voce non fosse arrivata agli orecchi del Ridolfi, e avesse costui distrutto per loro ogni speranza di più rivedersi.
Ugo, come altrove dicemmo, non avea detto giammai parola a Luigia del quadro cui lavorava, e che era il più schietto ritratto delle adorate sembianze di lei. E mai nol mostrò a nissuno, temendo che il segreto del loro amore venisse discoperto, a grande offesa della pace dell’Aldinelli.
Vittima del disegno infernale di Federico Lennois, il Ferraretti, immerso con lui in ogni maniera di svagamenti e di piaceri, aveva, se non dimenticata, abbandonata la sua Luigia, la quale quanto di ciò dovesse soffrire, ben può immaginarsi. Supponendo da prima che il giovine artista fosse travagliato da qualche malattia, aspettava con impazienza angosciosa alcuna novella di lui; ma non tardò ad assicurarsi che, ben lungi dall’esser confinato a letto, egli scorrazzava per la città, in cerca di biscazze, di osterie e di altri simiglianti luoghi di dissipazioni: seppe altresì che a compagno di divertimenti egli aveva un tal Ferdinando Ducastel, anche pittore e francese.
Luigia Aldinelli avea subornata una di lui fantesca, la quale in ogni due giorni rendevale conto di quanto operava il Ferraretti; ed una sera, ella veniva informata che, vestiti da maschere, i due compagni traevano alla festa della Valdelli, la cui pessima riputazione fece raccapricciare il cuore dell’onesta donzella. Il dolore e la disperazione le dettarono un proposito ardito, e di cui non son capaci che le donne le quali amano profondamente. Verso le quattr’ore della notte, ella avea fatto sembiante di dormire per illudere la vigilanza del suo Argo, si gitta dal letto, si veste in fretta, e al buio perfetto esce dalla sua casa, corre attraverso i campi, giunge a Pisa un po’ prima della mezza notte, si provvede dell’abito di un dominò, e si caccia in mezzo alla folla che ingombrava le sale della Valdelli. Il suo cuore fu lacerato dalla gelosia veggendo il suo amante non dipartirsi un momento dal fianco di quella donna. Un quarto d’ora di valzer ballò il Ferraretti con la bella cantante, e quell’ora fu un ora d’inferno per la misera Luigia. Ella vide poscia entrar la coppia nel salotto dov’era imbandita la cena; e, gittatasi sovra un sofà il quale aderiva con la spalliera ad un coltrinaggio del salotto, udiva ogni cosa e vedeva tutto ciò che ivi accadeva. Ella fu testimone della orribile crisi sopravvenuta al suo amante, e i nostri lettori ricorderanno il grido straziante che fu messo da lei nel momento che il Ferraretti soccombeva all’eccesso dell’eccitamento del valzer.
È noto il rimanente di quello che operò l’Aldinelli alla morte del suo amante. La maschera di cera che ella traeva dal volto del cadavere, a ricordo del più sventurato amore, dovea servirle a strumento di vendetta contro il perfido Lennois. I nostri lettori avranno compreso che sotto il mascherino del débardeur era la maschera di Ugo Ferraretti, da cui era interamente coperto il volto dell’Aldinelli.
Or più non ci rimane a dire tranne che, minacciata di morte dal perfido Ridolfi, e stanca di mali trattamenti e di violenze, ella si era sottratta dalla casa del fratello, ed era venuta a Parigi, ove sperava trovare in Maurizio Barkley consiglio e protezione.
Diremo ciò che ella fece a Parigi, e la ragione per cui, veduto il quadro all’Esposizione del Louvre, e riconosciute le sue sembianze nella creduta opera del Ducastel, ella non avesse indugiato a far palese la nera falsità di cui si era renduto colpevole l’artista francese.
VI. SMASCHERAMENTO
Abbiamo detto che dopo la morte di Ugo Ferraretti, Luigia si era sottratta alla tirannide del fratello. Ella era fuggita nel colmo della notte, provveduta di una piccola somma che per ispecial favore il Ridolfi le avea conceduta sulla parte dell’eredità del Baronetto: ella erasene andata dapprima a Pisa in casa di una tenerissima amica di sua madre, la quale approvò la condotta di lei; chè troppo conte le erano le crudeltà del sordido fratello, e le promise di serbare il più gran segreto sulla permanenza di lei in sua casa.
E qualche tempo Luigia rimase in sicurtà appo questa amica, lamentando un dolore, cui lo stesso tempo non potea mitigare. Ella passava gran parte della giornata a lavorare; ma di notte non dormiva, chè dava sfogo all’affanno che le pesava sul cuore; e bagnava i suoi guanciali con disperate lagrime, e abbracciava nei trasporti del suo delirio l’immagine del suo estinto Ferraretti. Qualche volta, ella si metteva a sedere nel mezzo del letto, tenendo tra le mani la maschera del suo diletto, sulla quale venivano a cadere i morti raggi della notturna lampada.
Questo ella non facea di giorno, perciocchè avea promesso all’amica di non abbandonarsi alle crudeli angosce di rimembranze sterili e funeste. Tuttavia, quando si alzava il mattino, le profonde occhiaie scavate sulle gote e l’estremo pallore del volto rivelavano abbastanza in che modo avesse passata la notte; di che la tenera amica rimproveravala con uno di quegli sguardi più eloquenti di qualunque discorso.
Luigia amava Ugo Ferraretti con quell’amore che tanto più è vivo ed intenso, quanto meno nutrito da speranze. La morte del giovine artista lungi dallo spegnere questa fiamma, l’avea alimentata col fuoco della disperazione. Un solo era ormai il desiderio di questa misera giovinetta: ricongiungersi, morendo, al suo caro. Qualunque ragionamento che le si faceva per indurla a dismettere la tristezza che l’opprimea, le riusciva molesto e fastidioso; dappoichè ella sentiva che non era nelle sue facoltà lo strapparsi dal cuore una passione in cui avea riposta la sua vita; nè potea persuadersi a dimenticare l’estinto Ferraretti, però che ella dicea lui non esser morto, ma sibbene partito per una regione, a cui tra poco ella stessa andarne dovea: dicea di amare, non il corpo, ma l’anima di Ugo, la quale, sendo immortale, non era soggetta ad estinguersi e consumarsi; sapeva insomma trovare di tali argomenti ed arzigogoli da pascersi di lugubri fantasime sino a caderne inferma, e sino alla minaccia di follia.
Non passarono molti mesi dalla sua dimora in Pisa, che discoperto venne da Carlo Ridolfi il suo asilo: questa novella arrecò dolore grandissimo all’amica di Luigia, la quale comprendeva ormai la necessità di doversi dividere dalla cara e sventurata giovinetta, che a tal modo sarebbe rimasta abbandonata in balìa del suo dolore, ovvero restituita novellamente in potere del dispotico fratello.
Una mattina, due ceffi di uomini, nell’un de’ quali riconobbesi Carlo Ridolfi, e nell’altro colui che doveva impalmar la Luigia, si presentarono a casa della costei amica, chiedendo con maniere rozze e bestiali, lor venisse renduta quelle donna, a cui dettero epiteti infamanti e osceni. Soggiunsero che se di buona voglia la non si fosse renduta loro, avrebbero, per via della autorità e delle leggi, costretta la consegna di lei. La amica di Luigia, con coraggio superiore al suo sesso, rispose che non avrebbe giammai acconsentito a consegnar nelle loro mani l’onesta fanciulla, figliuola della più diletta amica ch’ella s’avesse, e che, se le leggi e l’autorità glielo avessero comandato, avrebbela tosto restituita a chi di dritto; facendo pertanto conoscere a tutti le sevizie, le estorsioni e i mali trattamenti di ogni maniera, ond’egli, il Ridolfi, opprimeva la sventurata donzella. Non sappiamo se furon queste ultime o altre le ragioni che indussero que’ due ceffi a desistere per un momento da ogni violenza; certo si è che, bufonchiando tra i denti vituperevoli parole e forse alcune bestemmie, si partiano di malissima voglia, e in sembiante di chi mediti estremi propositi.
La Luigia intanto, la quale tutta tremante e spaurata avea udito, a traverso di un muro soprammattone, il colloquio della sua amica con que’ due ribaldi, e che si era veduta libera, almen pel momento, dalla violenza di coloro, pregò subitamente la dolcissima amica di volerle permettere che si allontanasse da quella casa, in cui non potea rimanersi in sicurtà. Alla qual persuasione, comecchè a contraggenio, dovette affarsi la buona donna, e, dandole ogni ragione di consigli, di raccomandazioni e di aiuti, si separò da lei, sul cui capo genuflessa implorò la benedizione di Dio.
Luigia Aldinelli trasse a Livorno, dove era stata raccomandata, in qualità di esimia lavoratrice d’immaginette, ad un vecchio ed onesto scarpellino di questa città. Da due oggetti l’Aldinelli non si era mai divisa, dall’anello di sua madre e dalla maschera di Ugo Ferraretti, la quale era per lei tutto ciò che può attaccare una donna alla vita, perocchè su quella parlante immagine affisava la miserella per lunghe ore gli sguardi, e vi beveva un dolcissimo tossico, e vi si confortava con le più ardenti speranze di essergli congiunta nel cielo. Ma parea che un fato incomprensibile si piacesse a perseguitar questa misera; giacchè una lettera della sua amica da Pisa avvertivala che suo fratello, nella massima rabbia di vendetta, accingevasi a venire a Livorno per istrapparla alla quiete; se non alla felicità della presente sua dimora. La Luigia era stanca di tali persecuzioni; e, volendo porsi a salvamento da ogni ulteriore violenza, pensò di scrivere al solo amico che ella si avesse nel mondo, Maurizio Barkley. Aspettando la costui risposta dall’Inghilterra, si era intanto ritirata in un sobborgo di Livorno, rimoto e solitario, ove menava miserissima vita, o dove con ansia aspettava che l’operaio scultore livornese, a cui era stata raccomandata, le avesse fatto ricapitare la sospirata lettera del Barkley. La quale non tardò ad arrivarle; perciocchè Maurizio giammai non mettea tempo in mezzo nel venire a soccorso de’ sofferenti e de’ miseri. In quella risposta, ripiena delle più calde dimostrazioni di amicizia, Maurizio le facea sapere che, per un funesto avvenimento accaduto al fratello di lei, Sir Eduardo Horms, egli dovea recarsi immantinente a Parigi; epperò le ingiungeva di non frapporre alcun indugio ad imbarcarsi sul primo vapore diretto a Marsiglia, e trarre a dirittura alla capitale della Francia; dove egli si sarebbe trovato immancabilmente all’Albergo des Princes, strada Richelieu. Il generoso e nobile Maurizio avea messo nella sua lettera una cambiale a vista sovra un banchiere di Livorno, per la somma di mille franchi. Le lagrime della riconoscenza irrigarono le pallide gote di Luigia; ed ella volse al cielo i suoi begli occhi in atto del più fervido ringraziamento. — E si partia tosto da Livorno, dopo avere scritto una tenerissima lettera di addio alla sua amica di Pisa, e dopo aver ringraziato lo scultore di Livorno per le cure ed assistenza prestatele durante la sua permanenza in questa città.
Luigia Aldinelli giungeva in Parigi verso il mezzo del mese di settembre dell’anno 1829, vale a dire, due mesi all’incirca dacchè le gallerie del Louvre si erano aperte all’esposizione di quell’anno.
Smontata appena dalla diligenza, ella si era fatta condurre all’albergo des Princes per chiedere di Maurizio Barkley, ma le venne detto che questi era uscito fin dalla prima ora del mattino, e non si sapea a che ora fosse di ritorno. Luigia, straniera ed ignorante di tutto e di tutti in quella vasta capitale, non sapendo che cosa farsi di quelle lunghe ore che la dividevano dal momento in cui avrebbe riveduto l’amico Barkley, si era fatta condurre in carrozza a passeggiare pei Boulevards. Arrivata presso le Tuilleries, vide una gran folla che pareva trarre verso un luogo, quasi mossa dalla curiosità di qualche spettacolo; però ne chiese, come meglio potè al cocchiere, il quale disse che quella folla traeva ai corridori del Louvre aperti alla pubblica mostra di Belle Arti.
Per cercare una distrazione ed una occupazione Luigia si condusse appresso agli altri in quelle sale, e vide che tutti sembravano convergere verso un sol punto, dove forse era esposto il quadro del più gran merito. Ben s’intende che la curiosità, spinse l’Aldinelli ad immischiarsi in quella folla, e trarre assiem con gli altri nella gallerie in cui era esposto il quadro la Preghiera.
Non tenteremo di dipingere l’immensa sorpresa da cui fu colta la giovinetta nel portare i suoi sguardi su quella tela nella quale parea palpitare l’anima ed il genio del Ferraretti. Ella non prestava credito agli occhi suoi, tenendo come illusione della fantasia quel dipinto; le sue proprie sembianze eran quelle ivi ritratte; quello il suo vestimento; l’anima sua quella che si vedea negli occhi rivolti al cielo; quello in fine l’anello che splendea al dito dell’inginocchiata: non ci eran dubbi! Quel ritratto era il suo, e l’autore di quel ritratto altri non poteva essere che Ugo Ferraretti, il suo amante. Però ella gittò incontanente gli occhi sul nome posto a piè del quadro; e la sua meraviglia ed il suo dolore furon smisurati nel leggere un nome francese a vece del vero italiano. Quel nome erale noto: esso era quello dell’amico dell’estinto Ferraretti, di colui che gli aveva forse accelerata la morte coll’immergerlo nelle più pericolose orgie. Il lampo della verità balenò alla mente di lei quando le ricorse al pensiero averle il suo amante parecchie volte accennato vagamente che ei stava sopra un lavoro di qualche lena; e questo era certamente il quadro che ora colpiva gli occhi suoi; e questo, senza dubbio alcuno, era stato involato dal perfido francese, dopo la morte dello sventurato giovine artista italiano. Una simile infamia metteva un incendio nell’anima di lei, sicchè ella non sapea staccare i suoi sguardi da quella tela; e la sua faccia, or bianca come per morte, or soffusa di rossore, esprimeva a vicenda la sorpresa, il dolore, la rabbia e una certa commozione di piacere. E cosiffattamente era ella tutta sospesa col pensiero e cogli affetti in sul quel quadro, che punto non si avvide della straordinaria ammirazione di cui ella stessa era divenuta l’oggetto, in simil guisa che tutti gli astanti compresi da stupore, guardavan lei ed il quadro, ed eran vivamente colpiti dalla strana rassomiglianza tra essa e l’immagine dipinta. Nè badò al mormorio che le si facea dattorno e che vieppiù si prolungava, richiamando sempre l’attenzione degli spettatori e de’ nuovi arrivati. E poscia che qualche ora fu rimasta al cospetto della creduta tela del Ducastel, Luigia si partì dal Louvre in gran fretta; un pensiero le saettava il cervello: smascherar subitamente tanta infamia e tanta impostura, e restituire alla memoria del Ferraretti gli onori che un ladro esimio involavagli. Arrivata alla piazza Carrousel, ella voleva ritornare indietro per andare a cancellare pubblicamente l’infame nome del Ducastel sotto quella tela, e restituirvi quello di Ugo Ferraretti a cui si apparteneva; ma si trattenne temendo di non ruinare per imprudenza lo smascheramento dell’impostore. Fra pochi istanti ella dovea riveder Maurizio Barkley; onde fermò di parlarne a costui e prender di concerto le risoluzioni su ciò che si avesse a fare. Gittatasi però novellamente in carrozza, ella era tornata all’albergo des Princes, dove venne introdotta nell’appartamento di Lucia Horms, nel momento in cui Maurizio Barkley, Emma, Lucia e Marietta erano in conversazione intorno alla sorte di sir Eduardo Horms.
Ella era giunta, inosservata da que’ quattro, nel punto in cui Maurizio aveva sulle labbra il nome di Ferdinando Ducastel, chiamandolo l’occhio diritto della nazione francese e del governo. I nostri lettori ricorderanno che Luigia avea gridato queste parole:
— Ferdinando Ducastel è un infame impostore, un assassino della gloria italiana!
Luigia Aldinelli fu accolta come sorella da que’ cuori sì nobili e affezionati: la più gran simpatia nacque subitamente tra quelle donne e la sventurata sorella di sir Eduardo. Lucia abbracciò con estrema tenerezza la cara cognata, delle cui sventure Maurizio le avea parlato. Un diluvio d’interrogazioni fu rivolto a Luigia: nel modo più succinto ella dovette compendiare il tristo racconto della sua vita, che rischiarò il mistero di quelle parole che ella aveva proferite mostrandosi in quel crocchio di famiglia.
Grandissimo fu lo stupore di tutti nel sentire la novella infamia del Ducastel e la storia del giovine artista pisano Ugo Ferraretti. I sospetti dell’Aldinelli apparvero come evidente certezza agli occhi di Maurizio Barkley, però che questi si ricordava delle confidenze fattegli dal ladro Dumourier e rammentava avergli costui rivelato quanto il Ducastel raccontava su l’ardente sete di gloria che il tormentava, e per ottener la quale avrebbe commesso anche un delitto.
Non c’era dubbio: Ducastel era il ladro del quadro del Ferraretti, siccome era il vero autore della morte di Giustino Victor! Per una delicatezza che Lucia ed Emma seppero apprezzare, Maurizio non avea voluto manifestare a Luigia che il creduto Ferdinando Ducastel era il fratello di lei, Federico Lennois. Questa rivelazione avrebbe forse potuto mettere nell’animo generoso dell’Aldinelli qualche scrupolo nocivo allo smascheramento delle turpitudini di cui si era bruttato il Lennois.
Lungamente si ragionò intorno al modo di ottenere il desiato smascheramento, dapprima del furto del quadro, e indi della trama commessa a danno del giovine Victor, e per la quale sir Eduardo era privo di libertà e minacciato da grave processo criminale. Bisognava anzi tutto trovar modo onde i sospetti fossero addivenuti realtà. Dopo non pochi ragionari, fu convenuto di prendersi del tempo per aspettare dalle circostanze qualche novella prova dei delitti del Ducastel, e sorvegliare intanto i passi e la condotta di costui.
Luigia avea confessato di conservar la maschera del cadavere dell’infelice artista di Pisa. Questa confessione ispirò a Maurizio Barkley il disegno dell’inganno che i nostri lettori hanno veduto operarsi dall’Aldinelli al ballo dell’Opéra.
Il risultato di quella scena avea pienamente confermato i sospetti di Luigia e de’ suoi amici. Or più non trattavasi che svelare in modo nobile e dignitoso la verità, e colpire della meritata infamia l’autore di sì nera usurpazione.
Una mattina, due giorni dopo della scena nello stanzino particolare di Very, tutta Parigi accorreva a leggere ne’ caffè e nei gabinetti di lettura un articolo della France Artistique così concepito:
«Nel momento in cui tutta la Francia si rallegra di salutare in uno dei suoi figli un emulo delle più colossali riputazioni artistiche: nel momento che tutta Parigi si contende l’onore di stringer la mano a Ferdinando Ducastel, cui il Giurì ha decretato il premio del Salone di quest’anno, una grave rivelazione ci vien fatta da persona, il cui carattere ci vieta revocarla in dubbio. Ci piange il cuore nel segnar queste righe, ma ci sentiamo nel dovere di parlare, prima che ne parlino i giornali italiani e gettino su noi la riprovazione e lo scherno.
«Si cessi dignitosamente dal profondere ovazioni ed incensi a Ferdinando Ducastel. L’autore del quadro LA PREGHIERA non è Ferdinando Ducastel, ma sibbene un giovine artista italiano, morto l’anno scorso, per nome Ugo Ferraretti. Le prove incontrastabili di questa usurpazione saranno date a’ Tribunali competenti dalle persone che vi hanno interesse».
Mentre con grandissimo stupore e sdegno si leggea questo inatteso articolo della France Artistique, giornale di somma riputazione, si seppe che il Ducastel era gravemente infermo, e che, poche notti addietro, venia trasportato quasi morto al suo domicilio, essendo stato soprappreso da un colpo improvviso in una delle stanze segrete del trattore Very.