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Federico Lennois

Parte Quinta

Reading edition

I. ET SIC REPENTE PRAECIPITAS ME

Richiamiamo i pensieri de’ nostri lettori a meditar con noi pochi momenti su i terribili versetti delle Sacre Carte. Vuota e sterile è ogni narrazione, quando nessuna utilità ne deriva allo spirito, al cuore, alla ragione.

Noi detestiamo le futili novelle, che altro scopo non si propongono all’infuora di quello di un semplice passatempo. La vita umana è così breve! Il tempo così prezioso!

La pagina che fa ritornare la mente sulle eterne verità della morale non sarà discara, neanche a coloro i quali sono meno avvezzi a meditare. Una segreta e inesplicabile dolcezza è ascosa in quei pensieri che ci ricordano il nulla della vita, l’immancabile punizione della colpa, e la costante verificazione di que’ detti registrati nel Libro della Sapienza.

Che che ne dica l’empio, lo scettico, il mondano, l’anima sente alcune volte un bisogno d’innalzarsi sopra tutte le miserie di ogni maniera che la circondano, l’inceppano e la sviliscono: nobilissima immagine dell’Infinito che la creò, essa avvedesi pure che infinite sono le aspirazioni che l’agitano incessantemente e le danno quello stato d’increscimento, di noia, di tristezza, il quale è il più gran testimonio della sua momentanea soggezione all’argilla ond’è rivestita.

Una delle ragioni per cui il malvagio vive in piena sicurezza dell’impunità, si è perchè egli non comprende in che modo l’occhio di Dio vede tutto et non intelligit quoniam omnia videt oculus illius. Egli o nol comprende, o nol crede, o giammai non vi ha pensato, o non il ricorda, o giammai non gli fu detto; imperocchè, se innanzi agli occhi della mente egli avesse un tal pensiero o non farebbe il male, o si fermerebbe in mezzo del perverso cammino, o si pentirebbe con salutare ritorno alla virtù. Ma, per trista ventura, egli interviene il più delle volte che le passioni, per la violenza dei loro eccessi, offuschino in tal guisa il lume dell’intelletto, che questo travede le più lucenti verità, e più non ritrova quegli eterni ammaestramenti che rendono l’uomo avveduto sulle conseguenze del mal’operare.

Parimente comune e pernicioso si è ne’ malvagi il credere che Dio non si ricordi de’ loro delitti. Eglino esclamano nel loro cuore: Le tenebre mi circondano; le pareti mi coprono; nessuno mi vede; di chi avrei sospetto? L’Altissimo non si ricorderà de’ miei delitti. Tenebrae circumdant me, et parietes cooperiunt me, et nemo circumspicit me; quem vereor? delictorum meorum non memorabitur Altissimus.

Noi non sapremmo a bastanza richiamare l’attenzione dei nostri lettori sopra alcune verità morali, la cui profonda convinzione allontanerebbe o almeno scemerebbe il numero delle colpe, e massime di quelle che vengono commesse nelle tenebre e nel mistero. In tutte le nostre narrazioni abbiam cercato dimostrare come le medesime fila onde l’empio tesse la sua rete di misfatti, sono quelle appunto di cui si vale l’Altissimo per confonderlo, umiliarlo e punirlo. Abbiam detto, e mai non cesseremo dal ripetere, che L’IMPUNITÀ SULLA TERRA NON È PER NESSUNO.

A queste considerazioni veniam tratti nel presentare il nostro protagonista Federico Lennois in tutt’altro stato di quello in cui sinora lo abbiam veduto.

Come fugace ed efimera è la felicità del perverso! Come un niente la distrugge! Il mattino egli leva alto il capo e borioso; una turba di parassiti adulatori il circonda, applaude alle sue parole, lo invita a satollarsi di piaceri; il sorriso, la festa e il tripudio lo accompagnano dappertutto: la sanità, la giovinezza, la gioia brillano ne’ suoi sguardi: egli è il padrone e il despota della società; le donne strisciano umili ai suol piedi; diresti che egli abbia in pugno l’avvenire, e che sfidi la più inesorabile delle leggi di natura, la morte. Vedete a vespero questa bella esistenza: l’elce orgogliosa è caduta al suolo schiantata da impetuoso rovaio: il superbo padrone non è che il più umile dei suoi schiavi, l’altiero dominator dei cuori non ha più intorno a sè una voce che il racconsoli: la giustizia di Dio è passata sul suo capo! Vidi impium superexaltatum..... Transivi, et ecce non erat!

La notte stessa in cui Federico Lennois fu trasportato all’albergo Mirabeau quasi privo di vita, una febbre, accompagnata da forte delirio lo avea colto, minacciandolo di una letale malattia di cervello. Non gli mancarono aiuti ed assistenza di ogni maniera: perocchè egli era ancora, per tutta Parigi, il Ferdinando Ducastel, il benemerito e acclamato autore del quadro la Preghiera. Anzi, non sì tosto si fu sparsa, al dì vegnente, la novella del sinistro accidente onde era stato colpito il giovine artista, reduce dal ballo dell’Opéra, una immensa folla fu veduta assiepare il cortile del portone dell’albergo Mirabeau; chè universale era il dolore che si provava da quasi tutti i Parigini nell’udire il Ducastel sì improvvisamente e gravemente ammalato. Nissuno sapeva ancora la fine dell’avventura del débardeur; imperciocchè Luigia Aldinelli, la quale aveva fatto accompagnare il Ducastel alla sua casa, non avea rivelato ad alcuno il segreto che uccideva quel ribaldo.

Intanto, in tutto il rimanente della notte, e in quasi tutta la giornata del domani, Federico, siccome abbiam detto, fu in preda del delirio, durante il quale dicea cose sì strane e maravigliose che tutti gli astanti ne eran sorpresi e addolorati. Egli non facea che nominar sempre Ugo Ferraretti, di cui l’immagine parea perseguitarlo.

Alcune volte egli si poneva a sedere in mezzo al letto; girava intorno alla camera lo sguardo smarrito e demente; i capelli gli si sollevavano sul capo; e gridava si togliesse a viva forza dal suo cospetto Ugo Ferraretti e Giustino Victor; e si ricopriva il volto con ambo le mani per sottrarsi alla vista di quelle due larve implacabili.

Coloro tra i suoi amici, i quali erano stati testimoni di questo inesplicabile delirio, e che poscia lessero l’articolo della France artistique, ebbero pienamente a convincersi della verità di quell’articolo, il quale, siccome i nostri lettori avran compreso, era stato l’opera di Maurizio Barkley e di Luigia Aldinelli.

In un baleno Ferdinando Ducastel era caduto dal seggio di gloria su cui con tanta albagia si era seduto, usurpandolo al modesto italiano. Parigi disama colla stessa facilità onde ama. Ducastel era gittato nel fango, e non potea dire come Tolomeo agli Ateniesi, i quali ne aveano atterrate le statue: «Voi non potete atterrare le virtù per cui quelle statue mi furono erette».

Quell’articolo della France artistique fu riprodotto da quasi tutti gli altri giornali, e da quelli stessi che maggiormente eransi allargati in sulle lodi del Ducastel. La efimera gloria di questo artista e la sua vergognosa caduta formavano il subbietto di tutte le conversazioni. Si dicea tra le altre cose, esser falsa la voce della morte del giovin pittore di Pisa, Ugo Ferraretti; esser costui ricomparso a Parigi, mascherato da débardeur al ballo dell’Opéra; essersi fatto invitare a cena dallo stesso Ducastel, nel mezzo della quale essersi tolto il mascherino ed aver mostrato il suo volto all’artista francese, il quale non avea dovuto al certo provar gran piacere in questo riconoscimento. Diceasi che Ugo Ferraretti erasi recato all’albergo Mirabeau per rinnovare le sue proteste di amicizia al ladro di quadri. Erano insomma tali e tante le voci e le ciarle che sopra questa singolare avventura buccinavansi in Parigi, che, secondo il solito, moltissima favola vi si innestava; e la verità era soffocata da un diluvio di commenti e di variazioni senza fine.

Intanto, il governo, fatto arrestare il Ducastel, benchè ammalato, procedeva alla disamina di un fatto sì grave; mentre dall’altra parte, il processo sulla morte di Giustino Victor si ricominciava alle Corti con alacrità, e il Lennois era chiamato a comparire in questo novello giudizio; ma lo stato della sua mente non permetteva ch’ei si fosse presentato a’ tribunali, tanto più che, essendo disparsa la febbre, la ragione non gli era tornata.

E col fatto, questi colpi non eran tali da fargli rimanere a sesto il cervello; imputato di due accuse infamanti, arrestato e chiamato a comparire in un doppio giudizio, Federico Lennois non si sentiva neanche la forza di difendersi. Egli era nella certezza che Ugo Ferraretti era ancora vivo, e questo fatto terribile e inesplicabile confondea la sua ragione a tal segno da metterla all’uscio della pazzia.

Accrescea lo scompiglio della sua mente il pensiero del come si fosse potuto discoprire la sua trama su Giustino Victor. Una sola persona era stata complice di questo delitto, Maddalena Bonnefille, la quale non era a Parigi da oltre quattro mesi, essendosi recata col resto della Compagnia in altra città della Francia. Oltre a ciò, perchè tradirlo? In che modo i tribunali aveano potuto venire a conoscenza dell’antica inimicizia che era tra lui Lennois e il Victor?

Certo si è che Federico si vedea repente precipitato all’imo della sventura e della ignominia! Il suo volto più non era riconoscibile; una pallidezza di morte era sulle sue sembianze abbattute; i suoi occhi scolorati e foschi esprimeano l’incipiente follia.

Nessuno amico era più al suo fianco. Tutti erano spariti giustificando l’unica sentenza del Saggio. Il genere umano, al quale egli avea giurato odio eterno e irreconciliabile, l’abbandonava e lo lasciava a faccia a faccia colla sua coscienza.

Era scorso qualche mese dacchè Federico Lennois rimanea confinato nella sua prigione, non potendo presentarsi in giudizio per lo stato della sua salute e per la poca connessione che si scorgea nelle sue idee; allorchè un mattino, però che fu trovato un po’ meglio dai medici, ei venne obbligato a comparire alla sbarra dei rei al cospetto della riunita corte Criminale.

Una folla stragrande, ivi attirata dalla singolarità del fatto e dal nome del Ducastel, ormai celebre per l’originalità dei suoi misfatti, ingombrava la sala; e alle tribune destinate al Corpo diplomatico si vedeano moltissime dame cospicue, tra le quali Emma Barkley di Gonzalvo.

Un lungo mormorio annunziò la comparsa dell’accusato.

Egli avea l’aspetto di un cadavere, e non era possibile riconoscere in lui quel giovine che un mese fa, colmo di vita e di gloria, era oggetto di ammirazione e di invidia.

Il suo sguardo era rimasto ostinatamente conficcato al suolo; e soltanto per rispondere ad una interpellazione del Presidente, egli levò gli occhi, e li balestrò attorno a lui.

Sulla medesima scranna ov’egli sedeva, un altro uomo era seduto, le cui sembianze troppo gli eran note.

Questi era Eduardo Horms; il volto del giovine scozzese era smagrato e pallido; ma la nobile rassegnazione della virtù si leggea nel composto raccoglimento del suo sguardo.

Incominciò la discussione sulla morte di Giustino Victor.

Federico rimase stupefatto nel sentir leggere l’atto di accusa, disteso con una sagacia da sbalordire.

Un uomo si alzò a deporre contro di lui.

Era questi di oltre a quarant’anni: una lunga barba tra il biondo e il bianco gli copriva due terzi del volto; era vestito alla maniera degli operai di Parigi, con una di quelle vesti che si domandano blouses: alto, complesso, di fattezze maschie e vigorose.

Quando il Presidente lo ebbe chiamato per nome, il cuore di Federico Lennois fece un balzo come se avesse voluto scoppiare.

Quel nome era di Paolo Dumourier.

Un’orrenda confusione era nel cervello dello sciagurato Lennois: le idee e le rimembranze vi si sbaragliavano come l’arena mossa dal vento. Egli più non capiva ciò che si diceva dal Presidente e dall’accusatore.

Federico Lennois si credea soggiogato da un sogno crudele.

Maurizio Barkley aveva incontrato nelle strade di Parigi Paolo Dumourier, uscito di carcere per aver compito i suoi anni di pena, ed avea riconosciuto in lui il carcerato, che lo aiutò a scoprire le orme di Federico Lennois. Non fu difficile a Maurizio di farsi riconoscere e d’indurre il Dumourier a venire a dichiarare in tribunale tutto ciò che il Lennois gli disse riguardo a Giustino Victor, non meno che sulla brama immoderata che quegli si avea di rendersi celebre in qualsivoglia maniera. Il Dumourier fece dapprima qualche opposizione, la quale subitamente venne ovviata da generosa ricompensa promessagli da Maurizio, il quale gli avea detto quelle deposizioni esser necessarie per salvare un innocente e restituirlo alla libertà.

La deposizione del Dumourier fu semplice e genuina; ma un grido di sorpresa si levò nella sala, quando si udì che il Ferdinando Ducastel, accusato d’omicidio e di falsità, e nel tempo stesso quegli che avea ripiena la Francia un mese fa col grido della sua fama usurpata, non era altri che un tal Federico Lennois, quattordici anni fa chiuso in carcere come ladruncolo, e scappato per via di travestimento dalla prigione.

Questa rivelazione gettò una luce grandissima su tutte le accuse onde veniva accagionato il Ducastel; i sospetti divenivano certezza, le supposizioni realtà. La lettera anonima scritta a Eduardo Horms, e per la quale questi avea creduta infedele sua moglie, fu trovata dello stesso carattere di Federico Lennois, il quale, per una di quelle cecità di cui Dio si serve per confondere i rei, non avea pensato di fare scrivere quella lettera da altra mano. L’antica nimistà tra Giustino Victor e lui fu comprovata, non solamente dalle sue stesse dichiarazioni fatte a Dumourier, ma da due possenti testimoni, ritrovati dalla sagacia di Maurizio Barkley, vale a dire da Augusto d’Orbeil, che Federico a sua sorpresa vide nel numero degli accusatori, e da una copia del giuramento da lui Lennois segnato sulla tomba del suo cane, e col quale il monello d’Auteuil giurava di spargere il sangue dell’uccisore del suo cane Astolfo, che fu per lo appunto Giustino Victor.

Semplice e naturale era stata l’induzione per la quale Maurizio Barkley, secondo le confessioni da Federico fatte a Dumourier, era andato a ricercare ad Auteuil questa incontrastabile prova della trama del Lennois. Quel giuramento, che noi ponemmo sotto gli occhi dei nostri lettori nella terza parte di questo racconto, era malamente scritto e zeppo di mende ortografiche, dappoichè, sebbene, come dicemmo, Federico apprendesse a leggere e a scrivere da Maddalena Bonnefille, quando era al servizio dell’Inglese, dobbiam peraltro far osservare che ei già quasi da sè solo avea imparato a Auteuil ad accozzar le lettere in modo da potere formare una scritta qualunque.

Schiacciato dal peso delle accuse, Federico non avea risposto una sola parola in difesa, e pareva compiutamente straniero a quel processo che gittava sul suo capo l’infamia e la minaccia di morte.

A questo giudizio vituperante si congiungeva quello del quadro.

Luigia Aldinelli si presentò innanzi ai giudici, terribile accusatrice del Lennois, e vendicatrice del giovine italiano Ugo Ferraretti. Ignara dell’idioma francese, ella si fe’ intendere per via d’interprete, e narrò la trista istoria de’ suoi amori col giovine artista, e i costui lavori; e disse come questi desse opera ad un quadro, su cui facea passare le medesime sembianze di lei e lo stesso vestimento. Dichiarò che il Federico Lennois non l’avea giammai veduta, e che però non gli era possibile il ritrarla sulla tela. Da ultimo narrò l’astuzia di cui si era servita al ballo dell’Opéra, il terrore del Lennois e le parole che questi pronunziava durante il delirio, da cui fu preso per effetto di quella scena rappresentata in casa del ristoratore Very.

Molti altri testimoni vennero a confermare ciò che l’Aldinelli diceva riguardo alle parole del Lennois, quando era colto dal delirio, le quali tutte confermarono il suo delitto.

Parlò da ultimo Eduardo Horms, e, dopo aver difeso la propria causa con l’energia che dà la persuasione del vero, disse come, essendosi recato a Pisa per ritrovare nel Federico Lennois un fratello, questi gli avea mostrato il quadro la Preghiera, vendendoglielo per la somma di cento mila franchi, di cui la metà avea già ricevuta. Non tralasciò di far notare a’ giudici le precauzioni onde quel quadro era conservato dal Lennois, e che attestavano la paura con cui si conserva una cosa rubata.

Straordinaria singolarità offriva in questo processo la presenza di tre figli di uno stesso padre, separati per sì opposte condizioni, e di cui due erano sì forti e terribili accusatori dell’altro.

Una condanna di galera a vita colpiva Federico Lennois nel momento in cui Dio il fulminava in quei mezzi medesimi di cui questi si era servito per oprare il male.

Uno scroscio di risa d’idiota accolse la lettura della terribil condanna.

Federico Lennois era demente!

Egli avea giurato sulla sua ragione odio irreconciliabile all’uman genere, E LA SUA RAGIONE FU SCHIACCIATA.

II. IL MANICOMIO DI BICETRE

L’inatteso discoprimento del vero essere che si nascondea sotto il nome di Ferdinando Ducastel; lo strepitoso giudizio sul quadro la Preghiera, e quello su la morte del giovine uffiziale Giustino Victor; la condanna fulminata contro l’autore del doppio tradimento; e da ultimo la demenza che avea colpito il Ducastel, formavano ampio soggetto di ragionamenti nella capitale della Francia, mentre, dopo esatta verifica della follia, il Lennois era stato trasportato al Manicomio di Bicètre.

È noto che, prima del regno di Luigi Filippo, l’ospizio di Bicètre era quello che raccoglieva, oltre i dementi, i condannati di ogni maniera. Oggi sembra che l’ospizio di Charenton sia più specialmente destinato a ricettare i condannati, innanzi di trarre a patire la pena loro inflitta. Tuttavia Bicètre è stimato il miglior manicomio per gli uomini, siccome la Salpetrière per le donne: salubrità di aria, di spazio, esimii professori addetti alla cura de’ maniaci, e ottimo trattamento rendono questi luoghi fecondissimi di felici risultati a pro dei miseri sofferenti.

Pochi giorni addietro Federico, ora forsennato, avea riuniti in sè tutti gli elementi della felicità: giovinezza, salute, dovizie e gloria; ciò non pertanto, siffatti elementi appoggiati sulla colpa, eran rovinati con un sol soffio di Dio, e l’uomo che li possedea, fatto segno primamente all’invidia di tutti, or più non era che un misero oggetto di pietà. Forse il Lennois condannato ai ferri non avrebbe desta quella commiserazione che destava il Lennois pazzo; perciocchè le sventure che vengono dal cielo soglion muovere l’altrui compassione più di quelle che son prodotte dagli uomini.

A qual genere di follia apparteneva la sua? Noi cercheremo di darne una rapida e precisa idea. Lo stato di fiaccamento nervoso a cui lo avea ridotto l’ultima infermità sofferta, l’avvicendarsi di tante impensate accuse, il veder quasi risorti gli estinti che si levavano per lacerargli la coscienza e per ismascherare i suoi delitti alla Giustizia; la certezza d’una irreparabile ruina e di una vergogna incancellabile; tutto ciò avea cagionato quello sconcerto d’idee, il quale si era venuto accrescendo poco a poco, ed avea preso l’aspetto ed il carattere di follia, nel momento in cui la sentenza venia letta e che il condannava alla catena de’ galeotti.

Lo scroscio di risa che era scoppiato sulle labbra del Lennois quando il Cancelliere ebbe posto fine alla lettura della sentenza, avea fatto fremere e raccapricciare gli astanti.

E quello scroscio di risa non si era estinto che dopo un bel pezzo; egli rideva ancora, quasi di un riso di convulsione, quando, ammanettato, era messo in una carrozza e trasportato provvisoriamente all’ospizio dei folli.

Molte accurate disamine furono fatte dalle autorità per accertarsi che il Lennois non avesse usato un’astuzia per sottrarsi alla pena cui era condannato; e queste disamine, eseguite dai più abili professori della Facoltà di Parigi, avevano comprovato la realtà del fatto, dichiarando che positiva era la demenza del condannato, ma che essa non apparteneva a quella specie che dir si può incurabile: essere però suscettivo di guarigione il caso del Lennois. Questo avea determinato le Autorità a mandarlo all’ospizio di Bicètre, affinchè, guarito, avesse potuto scontar la pena, inflittagli dalle leggi.

Il Manicomio di Bicètre dir si può uno dei migliori ospizii di folli che vanti l’Europa. E qui ci è forza di riconoscere il progresso che la scienza ha fatto in talune sue branche sul suolo della Francia, ed in particolare la scienza medica. La facoltà di Parigi e l’Accademia delle scienze hanno dato pressocchè in tutti gli anni insigni nomi che l’Europa ha rispettato, e i quali lustro hanno accresciuto al lor paese e molto lume alla scienza. Epperò gli stabilimenti sottoposti alla intelligenza ed alla filantropia di uomini dotti e filosofi, van commendati pe’ lieti risultamenti che vi si ottengono: ed in ispecialità i Manicomii, i quali, più che in ogni altra parte di Europa, si riempiono ogni anno di vittime infelici, sia di eccessi di passioni, sia d’immoderata ambizione, sia di abuso di piaceri, sia di disillusioni politiche, rendono in pari tempo bella testimonianza delle cure e delle sollecitudini con che son assistiti i dementi, di cui gran numero vengono restituiti, nel pieno uso delle loro facoltà intellettuali, alle riconoscenti famiglie. Abbiam detto che in Francia, più che in ogni altra parte di Europa, grande è il numero dei dementi.

Uno degli spettacoli più tristi ed avvilienti si è senza alcun dubbio quello delle misere creature che han perduto lo ben dell’intelletto; è questo uno degli argomenti più validi e atti a dimostrare l’umana fralezza e miseria: l’essere intelligente, che ragiona, che analizza, che comprende ed ama, che si ricorda e spera, che si spazia col pensiero nelle astruse regioni del calcolo astronomico, e che discopre i più riposti segreti di natura; l’ente sublime, perfezione del creato, immagine di Dio; eccolo messo a livello del bruto, eccolo caduto al di sotto di quegli animali su cui dianzi imperava col divino raggio della ragione. Il capo de’ dementi è come se fosse di continuo sottoposto all’impero de’ sogni, i quali non si aggirano che sovra sensazioni e non mai sovra idee: l’idea del tempo non è più ne’ dementi; siccome avviene ne’ sogni; qualche volta neanche l’idea del luogo. Ei parla senza intendere il significato delle proprie parole; ode sulle altrui labbra la lingua nativa e non la comprende, come se fosse uno straniero idioma; ei riguarda e più non riconosce quelle persone che poco prima, quando egli era ancora sano di mente, gli facean battere il cuore per piacere ed amore: le care ed ineffabili parole di sposo, padre, figlio e fratello, parole che eran tutta una vita di tenerezza, una storia di dolcissimi affetti, ora più non risuonano agli orecchi di lui che come suoni vuoti di sentimento. La sua vita non ha più nè passato nè avvenire; il sogno delle reminiscenze, sì caro all’anima, è finito! Ei più non ritroverà nella schiacciata memoria i giorni soavissimi della giovinezza, le immagini di quelle persone che gittavano nei suo cuore fiumi di amore: tutto, tutto è finito; il passato non è più per lui che uno sconcerto, un caos orribile; è l’immagine di una casa ricca di suppellettili e per dove è passato l’incendio: non vi è più che ceneri e tenebre.

L’insano non ha più avvenire: egli più non conta gli anni, le stagioni, i mesi, i giorni, le ore: a simiglianza di un lugubre sonno, la sua vita trascorre avvertita soltanto da una molesta sensazione al cervello e da un fuoco interno che gli serpeggia pe’ nervi. Solo, sempre solo, il demente non aspetta nessuno, nè è aspettato da alcuno; non pur la ragione questo misero ha perduto, ma il cuore eziandio con tutte le sue care affezioni di famiglia e di amici: la stessa voce dei figliuoli, che fa scuotere anche il cuor d’un cadavere, non tocca più quel muscolo cavo e inerte: il tenero padre, lo sposo amantissimo, il figlio affettuoso, lo sviscerato fratello, più non è che un bruto. La sua forza fisica si sviluppa, però che il morale è schiacciato: i muscoli guadagnano quello che perdono i nervi, l’animale acquista ciò che l’uomo abbandona. Gli è però che sovente la mazza del custode, il letto di forza, il bagno di sorpresa, la camicia di ferro, debbono inceppare l’esagerazione della forza muscolare che minaccia irrompere e scoppiare come ardente caldaia.

L’incessante avvicendarsi di prosperi e lagrimevoli casi, l’eccesso delle passioni, favorito da un’ardenza di temperamento, la mancanza del sentimento religioso nelle grandi sventure, il veder ruinata l’una dopo l’altra tutte le speranze di avvenire, la perdita di qualche troppo cara persona, la vergognosa caduta dalla stima de’ concittadini, un’amara ingiustizia sofferta, e tante altre innumerevoli cagioni possono determinare lo stato dell’insania più o meno intenso, più o meno capace di guarigione. La specie umana offre sì perpetuo contrasto di gioie e di dolori; l’avvenire si burla in tante guise della sorte degli uomini, che non sempre la loro ragione può resistere a’ colpi impensati: talvolta essa combatte con coraggio e con vittoria contro un improvviso assalto di mali, e poi soccombe alla durata di questi.

Abbiam detto che la demenza di Federico Lennois non era stata trovata incurabile, perciocchè sono da estimarsi generalmente incurabili quelle infermità in cui un organo è leso in modo da non poter più adempiere al suo particolare officio vitale. Ora, uno de’ pregiudizii più funesti all’umanità, osserva il profondo Pinel[10], e che è forse la deplorevole cagione dello stato di abbandono in cui vengon lasciati quasi dappertutto i dementi, è il risguardarsi il loro male come incurabile, e di riferirlo ad una lesione organica nel cervello o in qualche altra parte del capo.

«Io posso assicurare, soggiugne lo stesso autore, che nel più gran numero di fatti che ho raccolti sulla mania delirante divenuta incurabile e terminata da altra funesta malattia, tutt’i risultati dell’apertura dei cadaveri, comparati a’ sintomi che si sono manifestati, provano che questa alienazione ha in generale un carattere puramente nervoso, e non è l’effetto di nessun vizio organico della sostanza del cervello. Anzi, tutto annunzia in questi alienati un forte eccitamento nervoso, un nuovo sviluppo di energia vitale; la loro continua agitazione, le loro grida talvolta furibonde, la loro tendenza ad atti violenti, le loro veglie ostinate, lo sguardo animato, la loro petulanza, le loro vive risposte, un certo sentimento di superiorità nelle loro forze e nelle loro facoltà morali, dal che nasce un ordine novello d’idee indipendenti dalle impressioni de’ sensi, nuove emozioni senza nessuna cagione positiva, ed ogni specie d’illusioni e di prestigi».

La follia di Federico apparteneva a questa specie che vien detta puramente nervosa: egli ebbe nei primi giorni non pochi momenti di furore, i quali eran seguiti da una tristezza e da una immobilità spaventevole. Alcune volte egli si ostinava tenacemente a non prender cibo veruno di qualunque maniera, la qual cosa non fa che esasperare e prolungare gli accessi di mania: altre volte si gittava con avidità sul pasto e il divorava con tanta fretta che ad ogni boccone correa pericolo di strozzarsi. Era pertanto più frequente il caso in cui Federico rifiutasse con forza incredibile ogni maniera di alimenti. Questa ripugnanza era forse fondata sul sospetto che volessero avvelenarlo. Egli chiudeva ermeticamente la bocca, serrava i denti, e rendea vani tutti gli sforzi che si facevano per introdurre nel suo stomaco qualche sostanza alimentare. Ciò non pertanto, raramente finiva una giornata, senza che egli avesse mangiata la minestra della sera[11].

Tra le altre singolarità di questa mania era quella che il Lennois spingeva gridi altissimi ogni qual volta sentiva pronunziar la parola ferro, sia che questa parola avesse analogia col cognome Ferraretti, di cui l’immagine rediviva tanto lo avea perseguitato, sia che egli ricordasse la pena infamante, alla quale era stato condannato. I medici dell’Ospizio che conoscevano la sua storia, avean proibita l’applicazione assurda e pericolosa della catena, e si erano limitati a prescrivere per Federico il semplice corpetto di forza nei momenti dell’effervescenza del suo furore. La sola vista della catena destava tanta rabbia in quel misero che la sua vita ne era minacciata, per un colpo di apoplessia.

Tristo in vero era il caso di questo sciagurato; pel quale non si sapea se dovesse desiderarsi la guarigione o la continuazione della follia; imperocchè la prima il consegnava alla pena cui era stato condannato. Pazzo o galeotto; ecco il terribil dilemma a cui lo avevano ridotto le sue tristizie!

Oh se coloro i quali avean veduto un mese prima questo giovine in tutto lo splendore dell’umana felicità, lo avessero riguardato nella sua cella di Bicètre! Qual tremenda lezione per quelli che si coricano sulle rose dei piaceri comperati a prezzo d’ingiustizia, di tradimenti e di sangue! Collo sguardo fosco, bieco ed incerto, co’ capelli scompigliati, colla barba incolta e rozza, Federico si aggirava nella sua cella, come una belva nella stia, or parlando tra sè a voce bassa, or camminando, o fermandosi a vicenda, or mettendo alte grida di spavento e rincantucciandosi in uno spigolo della sua stanzetta. Gli abiti della demenza coprivano le sue membra; il capo era sempre piegato sul petto, le labbra semiaperte, le mani penzoloni, le ciglia aggrottate. La sua fisonomia era seria, ma non di quella serietà figlia del pensiero; sibbene di quella immobilità d’idiota. Federico Lennois, che era stato oggetto di ammirazione e di curiosità, ora era anche oggetto di curiosità, ma quale differenza! Prima, egli era additato come un figlio prediletto del genio, ed ora come uno strano fenomeno di umana miseria; prima egli era contemplato come un uomo raro, oggi come una rara belva.

Molte persone erano andate a visitarlo durante la sua trista infermità: non diremo che queste visite fossero dettate da premura di amicizia, da ricordo affettuoso, o da altra nobile e generosa cagione. Federico Lennois non aveva più amici; la curiosità, la semplice curiosità, mista forse ad un segreto compiacimento, richiamava quella gente intorno alla sua stia.

Era già passato un mese all’incirca ch’egli era a Bicètre, sottoposto ad un regime di cura di cui si aspettavano i più felici risultati, allorchè un avvenimento impensato sopraggiunse, il quale gittò l’intera Parigi nello stupore, per uno dei più strani casi che fosse mai avvenuto nella commedia della umana vita.

III. LO SPERIMENTO

La cella dove era stato messo il Lennois era l’ultima di una lunga seguela di camerelle. Un gran terrazzo, da cui si scendea in uno spazioso giardino molto dilettoso, si apriva in questa sua cella, e serviva per que’ dementi i quali, venuti in più tranquillo stato, aveano d’uopo, per prescrizione de’ medici, di respirare l’aria fresca ed ossigenata degli alberi. Queste passeggiate, le quali non si permetteano che in certe ore del giorno, erano spesso feconde di felici risultamenti; imperocchè il moto regolare molto contribuisce a calmare quella specie di agitazione nervosa che accompagna sempre lo stato dell’insania.

In sul cominciamento della follia di Federico, simiglianti passeggiate non gli eran consentite, però che era troppo esasperato lo stato della sua fibra, a tal termine, da non poterglisi permettere libertà di movimenti, o almeno da non poterlo lasciare uscir fuori della sua cella. Ma posciacchè un mese fu scorso dalla sua permanenza a Bicètre, essendo di molto calmati l’effervescenza ed il furore, gli venne prescritta la passeggiata lungo i viali del giardino.

Sogliono per le prime volte i custodi accompagnare i matti in tali passeggiate per isperimentare se questi sono a bastanza rimessi e tranquilli, e per incuter loro un certo timore, nel caso che volessero spingersi ad atti di violenza. Ma di poi che si sono assicurati, per alquanti giorni, della disposizione più dolce e riposata degl’insani, li lasciano in loro libertà, restituendoli in certo modo a quello stato che faccia ricordar loro il tempo in cui non erano assoggettati alla guardia e alla continua ispezione di un uomo. D’altra parte, il giardino, in cui passeggiano i dementi di Bicètre, è circuito da alte mura, e ben difeso da ogni lato: i viali di giocondi arbuscelli son simmetrici e ordinati in guisa da offrire una comoda passeggiata, e senza veruna di quelle cose le quali potrebbero diventar dannose ad uomini privi d’intelletto. Egli è appunto come se fosse luogo destinato ad esser percorso da bambini i quali provino i loro primi passi: non vi è niente di tutto ciò che può formare oggetto di pericolo o di tentazione a quegl’infelici privi di ragione; nessun vivaio, nessuna fonte, nessun pendio: un ordine direm quasi ragionato regna in quel recinto ombroso ed ameno, dove le più ridenti aiuole di fiori spezzano un poco la monotonia dei lunghi viali.

Con prudenza e con avvedutezza si permette a’ dementi qualche volta il passeggiare a due a due o a crocchi; affin che possano ragionar tra loro, o, per meglio dire, scambiar tra loro parole più o meno vuote di raziocinii. Simiglianti pratiche non sono del tutto infeconde di beni, e non rare volte, la mercè di esse, si sono sperimentate guarigioni credute impossibili o almeno difficilissime.

Durante l’estiva stagione, sogliono i dementi di Bicètre trarre a queste passeggiate nelle prime ore del mattino o verso il tramontar del sole, quando le aurette della sera incominciano a rinfrescare le calde esalazioni della terra. La primavera copriva di rose e di mammolette le aiuole del giardino e rivestiva di giovine fogliame gli arbusti de’ viali. La natura sembrava rinascere più bella e rigogliosa di vita: un nembo di profumi che parea venir dal cielo si riversava dai poggetti circonvicini seminati di aromatici fiori e di piante odorifere: schiere di giocondissimi augelli si abbatteano, quasi ebbri di felicità, su i rami degli alberi, mischiando i loro striduli e svariati gorgheggi, interrotti soltanto da qualche lontano colpo di schioppo tirato da qualche cacciatore de’ dintorni.

Questa soavità di natura parea che volgesse a più ragionevoli disposizioni le misere creature ritenute nel manicomio di Bicètre, le quali avresti vedute, in sull’ora prima del mattino, andarne a braccio l’una del l’altra lungo i viali; e tra loro così compostamente discorrere su svariati subbietti, nè più nè meno che se ragionato avessero nel pieno lume dell’intelletto. Ad alcuni di loro le fattezze del volto sembravano anche più rischiarate ed aperte; ad altri la fosca taciturnità cedeva il posto ad una sconnessa loquacità, la quale accennava per altro ad un ritorno a più miti sensi; era insomma nell’aria della rinata primavera qualche cosa che dolcemente ricercava le fibre di quegl’infelici, nei quali sembrava smuovere le antiche affezioni dell’animo.

E lo stesso avveniva per Federico Lennois, la cui demenza era caduta in una profonda ipocondria. Egli mostravasi docile e obbediente a tutto ciò che si volea da lui; mangiava poco ma compostamente; dormiva con calma; e, se la ciera allucinata e qualche strana proposizione non avessero testificato tuttavia la sua insania, si sarebbe potuto credere alla perfetta guarigione della sua mente. Ei più non vedeva Ugo Ferraretti in tutte le pallide sembianze; più non mettea spaventevoli strida alla vista o al nome del ferro; più non si ostinava a rimaner digiuno per tema di avvelenamento. I medici dello Stabilimento, i quali erano obbligati a dare all’autorità periodiche relazioni sullo stato di mente del condannato Federico Lennois, scriveano già esser vicina la costui guarigione.

Ci affrettiamo a far conoscere a’ nostri lettori che sir Eduardo Horms, riconosciuto innocente o almeno giustificato sulla morte di Giustino Victor, non aveva avuta altra condanna che quella di abbandonare tra un mese il suolo della Francia. Quest’anima nobile e generosa avea spronato la famiglia Victor e Luigia Aldinelli a presentare al re una supplica, affinchè la pena, cui era stato condannato lo sciagurato giovine Lennois, fosse stata scemata o commutata, nel caso che avesse riacquistata la ragione. Una tal petizione, presentata da coloro medesimi che avevano portato querela contro il Lennois, mosse vieppiù la clemenza del monarca, e la pena de’ ferri fu commutata in quella del perpetuo esiglio dal regno.

Allorchè la grazia sovrana fu letta a Federico, costui non diè segno alcuno d’intelligenza. Non ostante le speranze che i medici faceano concepire della sua prossima guarigione, ci era da scommettere che il perpetuo esilio non avesse a tradursi in una perpetua permanenza a Bicètre.

Due altri mesi all’incirca passarono senza novità veruna nello stato del Lennois, tranne che un giorno gli venne offerto alla vista un visitatore, che avrebbe dovuto fare su lui una qualche impressione, ma che ciò non pertanto non parve esser da lui riconosciuto. Questi era Maurizio Barkley, il quale, poscia che aveva adempiuto al suo debito di salvare un innocente amico ed ismascherare il delitto, era tornato a quella consuetudine dell’animo suo dolcissimo, affettuoso e perdonevole, ed oggi avrebbe voluto, a costo del proprio sangue, riaccendere il lume della mente di Federico, il cui miserevole stato gli moveva il cuore a pietà. E questa sua visita non era stata la prima; ma spesse volte egli era andato a chieder contezza del matto, ed aveva interrogato i medici, offrendo la sua borsa ai custodi, affinchè fossero stati inverso il misero infermo prodighi d’ogni maniera d’assistenza e di riguardi.

Maurizio aveva visitato benanche parecchie volte la famiglia d’Orbeil, la quale, benchè un anno all’incirca fosse passato dalla morte di Giustino, non sapea ritrovare altra consolazione, che nel ragionar di lui con quei pochi amici che traevano a vederla, fra i quali qual degno posto occupasse il Barkley non diremo: egli era l’uomo che si faceva amare da tutti per le carissime doti del cuore, e per quel culto onde venerava e serviva l’amicizia. Maurizio amava soprattutto e con molta particolarità il giovine Augusto, il quale si era mostrato sì caldo e appassionato amico di Giustino Victor.

Il mese di giugno volgeva al suo termine, quando accadde a Bicètre lo strano avvenimento cui abbiamo accennato nel precedente capitolo, e che ci accingiamo a narrare.

Il manicomio di Bicètre, siccome abbiam detto, è esclusivamente destinato agli uomini, come quello della Salpètriere alle donne: debbesi non per tanto far notare che all’ospizio di Bicètre, per particolari raccomandazioni o per altri motivi di eccezioni, si suole eziandio dar ricetto a qualche povera demente. Segregate dal corpo dell’edificio, havvi alcune stanze riserbate a queste eccezioni in favore del debil sesso; e queste stanze riescono colle loro finestre, guardate da inferriate, sovra il giardino dove i dementi sogliono trarre a passeggiare. Situate ad una certa altezza, queste finestre ricevono tutte le benigne e soavi esalazioni del sottostante giardino.

Un giorno, Federico Lennois era uscito pria degli altri suoi compagni, a passeggiar ne’ viali: egli era solo. Una dolce serenità era sparsa sulle sue sembianze, ridotte ora così pallide e smunte da non poterle più riconoscere: la pena con che Dio avea fulminata quella esistenza aveva in qualche modo rischiarata la fronte di quell’uomo, e ne avea cancellata la macchia onde il delitto l’aveva bruttata. Federico si accostava ogni giorno vieppiù alla sua guarigione.

Egli adunque stavasene tranquillamente passeggiando nel giardino, allorchè, levati per avventura gli occhi dal suolo, ove pel consueto li tenea conficcati, ebbe veduta, ad una delle stanze delle folli, una donna che si era avviticchiata a’ ferri della finestra, e che parea guardar lui con somma attenzione. La luce del sole che tramontava rischiarava interamente le fattezze di lei.

Non sì tosto Federico ebbe scorta quella demente, mise un altissimo grido, e si diede precipitosamente a fuggire, compreso da spavento grandissimo. Rientrato nella sua cella, egli tremava tutto come colpito da convulsione nervosa, ed era andato a rincantucciarsi dietro il suo letticciuolo, dal quale sito nessuna persuasione potè trarlo. I custodi e i medici non sapeano a che attribuire questo strano fenomeno; gli domandarono se alcuno oggetto avesse veduto che gli avea desto spavento, e Federico, senza rispondere, digrignava i denti, dava segni di paura, più si stringea ed afferrava a’ ferri del letto, ed il suo sguardo esterrefatto esprimeva un invincibile terrore.

Più non fu possibile d’indurlo a passeggiar nel giardino. Ma, a capo di qualche settimana, ad uno dei primi medici dell’ospizio venne un pensiero. Egli era certo che Federico avea veduto nel giardino qualche oggetto che gli avea fatto paura, o che gli avea ridestato una molto dolorosa rimembranza. «Il regno delle rimembranze è il supremo rimedio della follia, avea detto tra sè l’uomo della scienza: ei fa d’uopo richiamarlo nella mente degl’infermi; adopriamoci adunque a discoprire quale è stato l’oggetto che ha prodotto sì terribile impressione sull’animo del Lennois, e ripresentiamolo ai suoi sguardi, nella speranza di oprare su lui una crisi salutare.»

Condotto da questo acconcio e filosofico ragionamento, il medico non istette un gran pezzo a sospettare che forse una delle donne rinchiuse nelle attigue stanze, le cui finestre riescono sul giardino, avesse cagionata nel Lennois quella forte impressione di spavento. Bisognava indovinare qual si era di esse; il che nemmanco gli riuscì gran fatto difficile. Imperciocchè in quelle stanze non erano che solo tre donne, una delle quali era ammalata a letto con dolori alla gamba da non permetterle di muoversi e recarsi alla finestra; laonde una delle altre due esser dovea quella che ei Ricercava. Egli fece dapprima presentare agli sguardi di Federico la più giovine delle due; ma sembrò che costei non producesse nessuna impressione sul demente, il quale guardolla con indifferenza, e senza fare alcun segno di compiacimento o di dispiacere.

Ma qual differenza allorchè l’altra gli fu offerta alla vista! Avviticchiato a’ ferri del suo letto, Federico mettea tali strida che l’ospizio intero erane assordato, e cercava di nascondere il volto nelle materasse, quasi per non farsi riconoscere da quella donna. La quale, benchè non avesse ancora raggiunta l’età del dechinamento, chè non le si poteano dare più di un quarantacinque anni, portava non per tanto su tutta la persona le ruine dello sfacelo morale. Questa donna avea dovuto esser bella sopra modo; ciò si scorgea facilmente alla dilicata regolarità delle fattezze del volto, alla incomparabil forma e al colore degli occhi, alle chiome lunghissime, che ora in pieno disordine le cascavano giù pel collo e per le spalle.

Quando questa donna si vide alla presenza di Federico Lennois, rimase dapprima immobile nel mezzo della stanza: uno straordinario eccitamento lampeggiava ne’ suoi occhi; ella guardava il giovin demente, e si cacciava ambo le mani su per la fronte e tra i capelli, come se una dolorosa sensazione vi fosse di repente scoppiata; le grida di colui pareano ridestarle un molesto passato, che ella si affaticava di ritrovare tra le macerie della sua ragione.

Parecchi medici dell’ospizio erano testimoni di questa scena, da cui si riprometteano salutari effetti per entrambi gl’insani. Era chiaro che quella donna e quel giovine si erano dovuti conoscere, e che tra loro ci era stata per lo addietro una di quelle aderenze le quali non di leggieri vengon poste in oblio. Il medico che avea pensato a tale esperimento non istimò limitarsi a questo saggio: volle fare un altro tentativo.

— Federico Lennois, riconoscete voi questa donna? chiesegli ad alta voce.

Come tosto questo nome ebbe colpito l’orecchio della pazza, un sussulto la colse, e mise un grido, come se fosse stata ferita nel capo; si gittò a dietro le spalle i capelli che le eran tornati sulla fronte; gli occhi sembravano sghizzarle fuori dalle orbite; una vampa ardentissima le accendea la faccia.

— Federico Lennois! — ella mormorava digrignando i denti — Federico Lennois! Oh! oh! Mio figlio!

E un fragoroso scroscio di risa, seguito da strani gesti d’allegrezza accompagnava quel nome che ella pronunziava di frequente, dicendo sempre con un sentimento d’incredibile ironia la parola: Mio figlio!

Federico intanto, cogli occhi stravolti da un irrefrenabile spavento, guardava... Zenaide, la madre sua! Un tremor convulsivo l’aveva assalito; un sudor di morte bagnava la sua fronte.

La Zenaide rideva a colpetti: dicea cose che non si comprendeano; si avvicinò al disgraziato giovine, accovacciato sempre dietro al suo letticciuolo; colle due mani gli afferrò la faccia, e ripetea sempre:

— Mio figlio!... mio figlio!...

E rideva a sganascio. Poscia cessò di botto da ogni ilarità; il suo viso diventò serio, conturbato, ed ella mormorò:

— Al Castello... a Auteuil... Augusto, Augusto...

Questo nome che sembrò ella avesse cercato nel proprio capo, e ora avea ritrovato, operò un’altra crisi singolare.

Zenaide si strappò i capelli, si lacerò le vesti, e ruppe in un pianto così dirotto, che i medici ne trassero buon augurio per la sua ragione.

Era ormai tempo di allontanarla dalla stanza di Federico Lennois. Il medico si avanzò verso di lei.

Ella il ragguardò con occhio in cui splendeva un raggio d’intelligenza.

— Non vi chiamate voi Luigi Reynold?

— Per lo appunto, rispose il medico sorpreso che la matta conoscesse il suo nome.

— E non foste voi, ripigliava colei dopo alcuni momenti di silenzio e di lagrime, non foste voi che assisteste al parto doloroso della Viscontessa d’Orbeil al Castello di Auteuil?

— Io propriamente, rispondeva il medico con batticuore che mai così forte avea provato in sua vita.

Zenaide cadde in ginocchi in mezzo alla camera: i suoi begli occhi nuotanti in un mar di lagrime erano volti al cielo.

— Oh.. io non sono più folle!.. Dio, Dio mio... che sogno orribile è quello che ho fatto! Oh, conservami, gran Dio, conservami la ragione pochi momenti almeno, pochi momenti, affinchè io possa rendere a questo infelice (e indicò Federico) ciò che gli ho tolto... Pochi altri istanti di vita e di ragione. E tu, figlio mio, perdonami, perdonami... Dio lo comanda... Egli rischiara la mia mente pria ch’io spiri, ad oggetto ch’io sveli il mio esecrato delitto, per cui la sua Divina Giustizia mi ha fulminata nello intelletto...

Non sappiam dire con quanta maraviglia gli astanti udivano le parole della Zenaide; nessuno ardiva interromperla. Ella proseguì come ispirata:

— Luigi Reynold, e voi, signori che siete in questa stanza, uditemi uditemi, attentamente... Federico Lennois, l’infelice demente che là vedete, la sventurata vittima della mia feroce crudeltà, non è figlio mio: egli è sibbene Augusto d’Orbeil, figliuolo del visconte d’Orbeil!

E, veggendo che gli astanti la riguardavano ancora come forsennata, ed estimavano le sue parole figlie della follia, ella soggiunse solennemente:

— No, credetemi; in questo momento io non sono matta; ne chiamo in testimonio Dio che mi ascolta, ed al cui cospetto sento che tra poco dovrò comparire; uditemi e.. prestate fede alle mie parole... Io era divorata dall’ambizione e dall’avidità delle ricchezze! Sognava pel pargoletto mio figlio un avvenire ricolmo di tutt’i piaceri dell’umana vita... Da un mese io mi era sgravata, quando un mattino fui chiamata al Castello d’Orbeil; la famiglia era nel disordine e nello scompiglio del dolore; il visconte era fuggito; un parto prematuro e doloroso, conseguenza dello spavento, avea minacciata la vita della madre e del figlio... il quale, pallido e smunto, mi venne gittato tra le braccia, affinchè io il nutrissi col mio latte e allevassi... Nel recarmelo a casa, un orrendo pensiero attraversò la mia mente... ed il posi ad effetto. L’innocente mio bambino riposava nella sua culla; era così bello! Egli era figlio del Conte di Sierra Blonda, di un gran signore che mi avea sedotta, e poscia abbandonata... Io volli che l’astuzia desse a mio figlio ciò che la fortuna gli toglieva. Quando la Viscontessa, rimessa alquanto dalla sua grave malattia, mi fece dire ch’io mi fossi recata al castello col bambino, avendo ella immenso desiderio di abbracciare il frutto delle sue visceri, io tolsi dalla cuna il figliuol mio, e lo presentai alla viscontessa, dandole a credere che quel bambino fosse il suo, e ciò affinchè mio figlio avesse ereditato le ricchezze e i titoli della famiglia d’Orbeil. Ella non avea giammai per l’addietro veduto il proprio figlio, nè alcuno del castello ebbe mai pensiero dell’inganno. Soltanto voi, Luigi Reynold, voi solo potevate discoprire in sul principio il mio tradimento, però chè il figlio della Viscontessa portò nascendo un segno troppo visibile in sulla schiena; segno che l’età non cancellò giammai, e che oggi forse dovrà servire quale potente testimonio della verità de’ miei detti... Luigi Reynold, vi ricordate che il bambino Augusto d’Orbeil portò dal seno materno una larga macchia nera sul dorso? Ebbene... ecco lì Augusto d’Orbeil... ecco il figlio della Viscontessa... Andate, denudate le sue spalle; e Dio mi fulmini se ho mentito.

Luigi Reynold e tutti gli astanti si affrettarono a trarre verso l’infelice Lennois; gli posero a nudo le spalle, e un grido di sorpresa sfuggì dalle labbra di tutti nel vedere su quella schiena un grande scudo nero!! Federico era caduto in una specie di stupefazione accompagnata da febbre violenta.

IV. IL VISCONTE D’ORBEIL

Dalla inaspettata rivelazione di Zenaide risultava che il figliuolo del Visconte, Augusto d’Orbeil, era il vero Federico Lennois, figlio di Zenaide.

I medici dell’ospizio di Bicètre, riuniti in consesso, aveano riconosciuto e attestato che la Zenaide non era più demente, e che però la rivelazione di lei, sorretta e convalidata dalla testimonianza di Luigi Reynold, uomo di gran merito e probità, aveasi a tenere come vera, tanto più che, essendosi la Zenaide gravemente infermata, avea chiesto spontaneamente di deporre la sua rivelazione a’ piedi di un ministro della Chiesa.

Fu compilato su questo singolare avvenimento un processo verbale, firmato da Luigi Reynold e da tutti gli altri medici del manicomio; le autorità s’impossessarono del fatto per sottoporlo ad un regolare procedimento giudiziario.

Lasciamo al presente per alcun poco il manicomio di Bicètre, e trasportiamoci a Auteuil, dove la famiglia d’Orbeil era tornata col ritornar della bella stagione.

Una copia del processo-verbale sulla rivelazione di Zenaide fu mandata al Visconte d’Orbeil. Chi potrà dipingere la sorpresa e il dolore del nobil uomo nel sapere che quegli il quale avea goduto i dritti di amatissimo figlio, l’erede del titolo e delle dovizie della casa d’Orbeil, il rampollo di uno de’ più nobili stipiti francesi, non era altri che un bastardello, cui un tradimento inaudito avea messo al luogo del vero figlio ed erede? Chi potrà esprimere lo sdegno infinito da cui fu preso il Visconte nel sapere che il vero suo figliuolo, bruttato da infamanti accuse, giacea miseramente privo di senno in uno ospizio di pazzi, da cui non sarebbe uscito che per patire la condanna del perpetuo esilio dalla Francia?

Nel leggere quella carta che gittava per sempre nel fango il cognome d’Orbeil, il Visconte, colpito in sulle prime di stupefazione, fu indi assalito da un tal disperato dolore, che caduto sovra una sedia, e cacciatosi le mani tra i lunghi capelli, stette come percosso dalla folgore: la scritta funesta era caduta sul pavimento. La Viscontessa, la quale era venuta nelle camere di suo marito, ed avea veduto il costui profondo dolore senza potere ottener da lui risposta veruna, raccolse la carta che ella vide sul suolo, vi gittò gli occhi avidamente, e spinse al cielo un grido, che parve le fosse uscito dal cuore che si fendeva.

Sembrava che que’ due non avessero dapprima prestato fede alla tremenda rivelazione che strappava dalle loro braccia un dilettissimo figliuolo, condannandolo alla miseria, all’abbandono, e a portare un nome disonorato. Ma, a seconda che la Viscontessa si richiamava a mente l’estrema tenerezza della Zenaide per quel bambino che era in fatti il vero figlio di costei, e le crudeltà inaudite che questa perfida femmina esercitava sulla infelice creatura con tanta infamia tolta all’amore della vera sua madre; quando la moglie del Visconte si ricordava delle frequenti visite che la Zenaide faceva al castello e del come sembrava afflittissima quando il piccolo Augusto non vi era; quando insomma, la gentildonna riandava col pensiero su le più indifferenti azioni di quella ribalda che sì crudelmente l’aveva ingannata, più non poteva dubitare della verità di quella tarda rivelazione che piombava sulla famiglia d’Orbeil per distruggerla.

Le parole del giovine Visconte aveano distrutto la felicità e l’onore di qualche povera e onesta famiglia.

E le parole di una povera inferma chiusa nell’ospizio di Bicètre distruggeano di botto la felicità d’una famiglia ricca, nobile e possente!

Passati i primi impeti del dolore e dello sdegno, il Visconte e la moglie s’interrogarono su quel che avessero a fare pel misero Augusto il quale perdeva tutto in un punto! Un affetto nutrito tenerissimamente per lo spazio di ventiquattr’anni non può cessare in un momento, e per una cagione estranea alla persona che n’è l’oggetto. Augusto, benchè figlio della perfida Zenaide, era sempre innocente agli occhi del Visconte e della moglie, i quali sentivano sempre per lui la stessa paterna tenerezza. Ma oggi un altro veniva a prendere il suo posto! Un altro, che un giudizio criminale avea condannato all’infamia; che tutta la Francia avea maledetto, perchè egli avea ingannata la Francia intera usurpando una gloria che ad altri era dovuta; un altro che aveva fatto morire Giustino Victor, il caro fidanzato della sventurata loro figlia Isalina!

Ma pur quest’altro era il vero loro figliuolo! La natura e le leggi peroravano la sua causa. Il dare all’uno ciò che spettava all’altro sarebbe stata la più ingiusta estorsione, non consentita nè da Dio nè dagli uomini, ed avrebbe compito il misfatto di Zenaide.

Che fare? Che risolvere? A qual partito appigliarsi? Eppure tra poche ore, fra qualche minuto forse, l’orrenda rivelazione sarebbe pervenuta agli orecchi dell’infelice Augusto!

Il Visconte d’Orbeil passeggiava nella sua camera tenendosi tra le mani il capo, da cui sentiva quasi volar via la ragione. Improvvisamente egli si ferma nel mezzo della stanza, colpito da un pensiero; si fa dappresso alla scrivania, dà di mano al campanello.

— A me Augusto, dice ad un cameriere che se gli presenta alla soglia della stanza.

E si ripone a passeggiare agitatissimo. Sua moglie non sa quale determinazione egli abbia presa.

Augusto si mostra agli sguardi de’ suoi genitori: il suo volto, benchè tuttavia malinconico, è sereno e quasi sorridente. Ma tosto egli si avvede dell’estrema agitazione del padre e del dolore in cui sembra immersa la cara genitrice.

Il Visconte intanto è corso all’uscio della stanza e l’ha chiuso a chiave; poscia, in sembiante più tranquillo, è ritornato presso la scrivania, ha tolto nelle mani la carta funesta, e, porgendola con mano tremante al giovine:

— Leggete, Augusto, gli dice, e abbiate coraggio.

Augusto divora cogli occhi la scrittura; una pallidezza di morte copre il suo viso, a seconda ch’ei legge, e non arriva alla fine, che, sentendosi venir manco, si appoggia alla sponda della scrivania..... Egli è fulminato!... non ha la forza di pronunziare una sola parola: le sue pupille, le quali smarriscono la luce, si perdono nel suolo, dov’ei vorrebbe si aprisse una fossa per inghiottirlo. La Viscontessa, veggendo il giovine così pallido come vicino a morte, corre a sollevarlo tra le sue braccia.

— Che mai faceste, Visconte!

Ed ella stende la mano al campanello per chiamar soccorso; ma suo marito la ferma.

— Nessuno debbe qui entrare, signora, le dice: coraggio e fermezza.

Indi, rivolgendosi ad Augusto, che sembrava atterrato:

— Augusto, soggiunge, rialzate la vostra fronte; voi siete puro ed innocente.... voi non dovete soffrir la pena di un altrui fallo.... voi non porterete l’abborrito nome di Federico Lennois... Vostra madre..»

Il Visconte fu interrotto da un leggier picchio all’uscio della stanza.

— Chi è là? domandò con collera.

— Una lettera urgentissima, signor Visconte, rispose un cameriere.

Il nobile aprì l’uscio, afferrò la lettera dalle mani del servo, e gittò gli occhi sulla soprascritta.

— Dall’Ospizio di Bicètre.

Il Visconte lesse rapidamente.

— No, non sarà mai, esclamò indi con uno scoppio di collera, il mio perdono!... e domanda di riveder suo figlio per l’ultima volta.... No, disgraziata, ella non ha più figlio! Ella mi rapiva il mio, ne faceva un infame, disonorava il mio sangue! No... no... Aspetta.

E, come spinto da un soffio di fuoco, si accosta al tavolino, afferra una penna, e sotto la lettera che gli era stata mandata da Luigi Reynold, scrive queste parole:

«La disgraziata Zenaide non ha più figli... Io la perdono, ma ad un sol patto: che muoia!

— Presto, si rechi questa risposta a Bicètre; ei grida.

E il messo partì in gran fretta.

La stupefazione di Augusto (con tal nome seguiteremo a chiamarlo) avea dato luogo ad una commozione sì forte, che egli piangeva come un bambino. E la Viscontessa, la quale più non ardiva di riabbracciare il figlio di Zenaide, nascondeva il suo volto nel fazzoletto.

Il Visconte era di presente il più tranquillo dei tre; parea che un pensiero, un proponimento gli desse coraggio, ed anche una tal giocondità... Egli si era messo di bel nuovo a dare di lunghi passi nella stanza: i suoi sguardi passavano con celerità concitata da Augusto alla moglie e da questa a quello.

Dieci minuti all’incirca trascorsero nel più assoluto silenzio. Era tanta la piena dei pensieri e degli affetti che si agitavano negli animi di quei tre personaggi, che nessuno era atto a parlare.

IDDIO PUNIVA LA SUPERBIA D’AUGUSTO!

Egli cadeva ad un tratto dal suo seggio dorato e diveniva quello che avea sempre formato il subbietto del suo scherno e del suo disprezzo: bastardo e povero!

Di repente Augusto sembra compreso da un solenne pensiero; la sua dignità fulminata, la generosa tenerezza del Visconte gli pongono nell’animo il desiderio di emendare con la nobiltà dei sentimenti l’abbiezione in cui è precipitato: ei cade in ginocchi ai piedi del Visconte.

— Grazia, signore, grazia per la madre mia; ella si muore: fate che io la rivegga per l’ultima volta, e che le rechi la consolazione del vostro perdono.

Non aveva egli finito di pronunziare queste parole, che un altro messo ansante e coperto di sudore, consegnava al Visconte un’altra lettera.

— Vostra madre più non è! disse costui dopo avere scorsa la lettera. Zenaide è morta! Alzatevi, Augusto: ella avea più d’uopo del vostro perdono che del mio; Ora Dio la perdoni!

Augusto, senza muoversi dalla sua giacitura, si era di bel nuovo coperto il volto con ambo le mani; singhiozzava. Il Visconte fece un passo verso di lui, il sollevò per le braccia e gli disse:

— Alzatevi, Augusto, alzatevi; più tardi penseremo al nome che dovete portare, perciocchè quello di Federico Lennois rimarrà sepolto nel manicomio di Bicètre; per ora io vi restituisco un titolo assai caro al mio cuore, quello di mio figlio!

— Vostro figlio! esclamava Augusto come fuori di sè; vostro figlio, e l’altro?

— Anche l’altro! Quello mel restituisce la natura, voi l’affetto. Voi non sarete povero, poichè la dote di mia figlia è vostra.

— Che! esclamò stupefatta la Viscontessa, la dote di vostra figlia, signore?

— Certo; non la si debbe forse all’uomo che le sarà marito?

— Ebbene? dimandò con ansietà la nobile donna.

— Ebbene, rispose il Visconte; ecco il marito d’Isalina.

E indicò Augusto, il quale restò qual trasognato.

— Egli l’amava qual tenero fratello; ora l’amerà quale amantissimo sposo; non è vero, Augusto?

E ciò dicendo distese la mano al giovine, il quale vi si precipitò, ricoprendola di baci e di lagrime, e senza poter proferir parola, che la gioia gli troncava il respiro.

— Ma riflettete, dicea la Viscontessa, riflettete, signore, a quello che fate; ei fa d’uopo, è vero, pensare a questo giovine che ancor ci è caro; fa d’uopo provvedere al suo avvenire, è ben giusto; lo riterremo presso di noi, quale altro nostro figlio; ma... riflettete, Visconte.. questo giovine è figlio della colpa, egli non ha un nome, e voi non vorrete esporre Isalina ad arrossare.

Il Visconte sembrò scosso da questo pensiero: portò la mano destra alla fronte, come se avesse cercata una soluzione alla difficoltà che sorgeva, quando una voce si fe’ udire in quella stanza, la voce d’un personaggio che nessuno dei tre avea veduto entrare, compresi com’erano da tanti affetti, ed il quale era stato ascoltatore delle ultime parole della Viscontessa.

— Questo giovine ha un nome onorato, signora; egli ha il mio nome: io l’adotto, egli è mio figlio, ed il cognome d’Orbeil non si adonterà di unirsi a quello di Barkley. La più affettuosa amicizia e sacri obblighi mi ligavano al defunto suo padre, il Baronetto Edmondo Brighton, Conte di Sierra Blonda.

Un grido di sorpresa e di gioia accolse la proposta dell’incomparabile Maurizio Barkley, il quale si trovò tra le braccia del Visconte di Orbeil, i cui occhi erano bagnati di lagrime di gioia.

RIEPILOGO

Un mese dopo la morte di Zenaide, scoppiava in Parigi la insurrezione che contrassegnò le tre giornate del 27, 28 e 29 luglio 1830. Il regno del dritto divino cedeva il posto al regno della volontà nazionale, e per non più rialzarsi.

In sulla sera del 29, una lettera fu spedita a Auteuil al Visconte d’Orbeil. Questa lettera era così concepita:

«Sig. Visconte — Con immenso dolore vi fo sapere che il nominato Federico Lennois, vostro disgraziato figliuolo, scappato questa mane dall’Ospizio di Bicètre, nel momento che i rivoltosi hanno aperte le porte del manicomio, per dar la libertà a qualche condannato politico, è stato trovato estinto sotto la barriera del quartiere s. Antonio. Una palla di moschetto l’ha colpito verso le regioni del cuore».

Dopo aver letta questa lettera, il Visconte restò lungo tempo immobile e pensoso: levò poscia gli occhi al cielo, e, con un sentimento di tranquilla rassegnazione, mormorò tra sè il motto de’ legittimisti di Francia:

— Dio lo vuole!

Il domani, il Visconte d’Orbeil, unitamente alla sua famiglia, abbandonava il suolo della Francia.

Sir Eduardo Horms, colla sua famiglia, partiva per la sua terra nativa, accompagnato da Maurizio Barkley e dalla costui moglie.

Il governo francese avea renduto a sir Eduardo il quadro la Preghiera; ma questi, consigliato dagl’impulsi del suo animo nobile e generoso, ne avea fatto dono a sua sorella Luigia Aldinelli, di cui quel quadro era il ritratto, e qual retaggio d’amore dello sventurato Ugo Ferraretti.

Qualche tempo è scorso dagli avvenimenti che abbiam raccontati.

Un giorno, la bella e famosa chiesa di S. Dionigi presso Parigi era tutta vestita di brune gramaglie, siccome tutte le altre chiese pertinenti al culto cattolico perciocchè era il giorno che, al dire di un gran poeta italiano.

....... al sol si scoloraro, per la pietà del suo Fattore, i rai.

Era il Venerdì santo del 1831.

Molti fedeli eran raccolti in quella chiesa, all’ora del vespero, cantavasi il Miserere dello Zingarelli.

Tra le voci di donne era una, la quale non sappiam dire quanta soavità si avesse: non era una donna che cantava, sì bene un angelo che pregava.

Questa cantilena che trova i suoi accordi nelle ime latebre del cuore; avea commossi fino alle lagrime i fedeli radunati in quel tempio, ed in ispezialità avea prodotto una gran commozione nell’animo di una signora, la quale al vestimento e al volto si appalesava ragguardevole straniera.

Questa donna sembrava facesse violenza a sè medesima per rattenere un impeto di lagrime che quel canto le suscitava: cogli occhi alzati verso il Coro, e interamente compresi da stupore e da tenerezza, ella cercava con avidità di raffigurare il volto dell’angelo che cantava; ma la pochissima luce che arrivava su quella parte rimota della chiesa non permetteva a lei lo scernere l’oggetto delle sue ricerche.

Quando il Miserere fu finito, questa dama, che aveva dietro alla sua sedia un domestico in ricca livrea, mandò questi a pregare da parte sua la portinaia conversa, perchè le si desse il permesso di vedere la monaca che avea cantato l’assolo del Miserere. Nessuna difficoltà fu trovata a tale innocente dimanda. La nobil dama venne introdotta nel sacro collegio delle religiose, e le fu presentata colei che tanta commozione le avea prodotta.

L’incognita fu scossa dalla singolar bellezza della monaca, e massimamente dall’aria di dolore onde pareano soffuse le sue sembianze. Con grande effusione di cuore abbracciolla, e le dimandò in francese il suo nome e la sua patria.

— Luigia Aldinelli, rispose la novizia.

— Luigia Aldinelli! esclamò con somma sorpresa l’incognita; e di qual paese siete voi?

— Di Pisa, e orfana.

Una fiamma incendiò le sembianze della dama; un lampo di gioia brillò nel suo sguardo.

— Luigia Aldinelli di Pisa! ella ripetè con voce tremante per commozione; abbracciatemi, e riconoscete in me una sorella, la quale ardentemente desiderava di conoscervi e stringervi al cuore.

— Una sorella! esclamò Luigia stupefatta.

— Sì, una sorella; le vostre virtù e le vostre sventure già mi erano note; ma io ignorava che aveste preso il velo. Io viaggio da circa un anno, e la meta che mi propongo è l’oriente. Son pochi giorni appena che mi trovo a Parigi.

— Il vostro nome, sorella?

— Estrella Encinar, di Cadice, figliuola come voi del Conte di Sierra Blonda, e sposa del marchese Alberto de Rinville, che vado a raggiungere a Strasburgo.

Il volto della novizia si bagnò di lagrime, ed ella si abbandonò fra le braccia della spagnola che amorosamente strinsela al seno.

Sospeso ad una parete della cella di suora Luigia vedeasi il quadro la Preghiera.

Luigia, consacrandosi a Dio, avea seguita l’antica e cara propensione dell’animo suo. Ora ella non vivea che per PREGARE.

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