Parte Seconda
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I. LA CASA DI SATANA
Lasciamo per alcun tempo la città del rumore, del lustro, delle ciarle, e trasportiamoci sotto un cielo assai più bello e più puro, in Italia, dove ci chiama una trista istoria, la cui conoscenza è indispensabile per lo rischiaramento de’ fatti che andremo narrando.
Passato il ponte di marmo, uno de’ tre ponti che congiungono la città di Pisa attraverso il canale del fiume Arno, e, lasciatesi addietro parecchie strade popolate da merciai alla minuta, incontrasi una seguenza di altre strade, le quali si mostrano men popolate secondo che si succedono, insino a che si giugne in quella parte della città, dove l’erba cresce dappertutto tra le commessure d’un bel pavimento, fatto per lo più di piccole lastre di marmo. Pisa può ben dirsi la città marmorea: i monumenti, i palagi, il suolo, le chiese, le tombe, tutto è di marmo. Gli stranieri sogliono dire che anche gli uomini di questa città sono di marmo, forse perchè così, per essi, vi trovarono le donne.
In una strada solitaria quasi presso alle tetre mura della Torre della fame, renduta così famosa dal canto trentesimoterzo dell’Allighieri, giacciono le ruine di una casa, chiamata la Casa di Satana per una delle più strane e curiose tradizioni del paese, la quale ci piace di far nota a’ nostri lettori.
Si conosce che il celebre pittore Giotto, dolente che nissuno comperasse più quadri e che però più di un giorno gli convenisse contentarsi d’una magra polenta, ebbe un mattino il pensiero di dipingere una figura di donna di mezzana bellezza (forse più brutta che bella), e di esporre il suo quadro in su l’uscio della sua abitazione, a vista dei viandanti, dopo di avere scritto a grandi lettere, a piè del quadro: Ritratto della più bella donna di Pisa. Ben si può immaginare qual si fossero il dispetto e la collera delle donne pisane, non meno che de’ loro mariti o amanti, nel veder fatto così grave oltraggio al bel sesso, e a tal guisa disconosciuta e disprezzata la bellezza delle loro donne e moltissimi andarono dal pittore a dimandargli ragione del perchè avesse osato dire che quella donna, di cui avea fatto il ritratto, era la più bella in tutta Pisa, mentre spasseggiavano per la città certi visini da far morir di passione anche un morto. A simiglianti rimostranze e rimproveri il Giotto, che avea il suo disegno, rispondeva, in quanto a lui, non conoscere in Pisa una donna più bella di quella di cui avea posto l’immagine sulla tela, e che se altra ve ne fosse più bella, si desse l’incomodo di farsi vedere a lui, perciocchè subitamente, se così era nel fatto, avrebbela dipinta ed esposta al pubblico.
Come prima si divulgò nella città la risposta del Giotto, la sua casa diventò il convegno delle più belle e ragguardevoli gentil donne di Pisa, le quali si faceano in tutta fretta ritrarre sulla tela, e compensavano largamente l’opera dell’artista, cui non bastava il tempo per li tanti incarichi ond’era assediato. I quattrini gli pioveano nel borsellino da ogni parte, sì che ei benediceva il bel pensiero che avea avuto di scavare nella più inesauribile miniera, quella della vanità femminile. Le dame Lanfianchi e Lanfranducci, la marchesa di Palvolo, la signora Albaccini, reputate in quel tempo le più belle donne, non pur di Pisa, ma d’Italia tutta, esposero le loro leggiadre sembianze agli sguardi del pittore e vollero essere riprodotte dal suo esperto pennello.
Viveva ancora in Pisa un certo conte P...., il quale, volendo, per prave ragioni, rompere un malaugurato nodo che avea stretto pensò di chiedere il permesso a Roma, e, per dare un plausibile pretesto alla sua strana dimanda, immaginò di dire che sua moglie fosse divenuta, per effetto di malattia, d’una deformità spaventevole. Per appoggiare una tale assertiva, egli pensò di mandare a Roma il ritratto d’una donna così mostruosa.
Venuto in questa determinazione, il conte P.... fece assegnamento sul Giotto per la buona riuscita del suo disegno; e, come quegli che era straricco, promisegli un guiderdone generosissimo, se fosse pervenuto a dipingere la bruttezza nel suo tipo più orrendo. Il Giotto, che molto avido era di danaro, accettò la commissione, e disse al Conte che fosse tornato a capo di 15 giorni per tor via il quadro e dargli la somma promessa.
Dice il più comune degli adagi popolari: Dal detto al fatto ci è un gran tratto; e Giotto ebbe, con sua grandissima mala voglia ad esperimentare la verità di questo proverbio, imperocchè la cosa era assai più malagevole di quel che si pensava. Per oltre un mese Giotto avea tenuto dinanzi agli occhi i più leggiadri e cari visini di Pisa; così che la sua fantasia, ripiena di begli occhi, di nasi profilati, labbra porporine e di tante gentili fattezze che formano l’appannaggio delle belle donne, non sapea più raffigurare il brutto, e, per quanto si studiasse di concentrare il pensiero nelle forme sconce e contraffatte, il bello era sempre nelle sue recenti reminiscenze.
Il Giotto disperava dell’impresa, quando gli ricorse alla mente un’idea che molto potea giovargli nella presente congiuntura.
Ei ricordossi che un pittore per nome Malfeo avea fatto un quadro rappresentante una donna così brutta che le si era dato il nome di Sposa di Satana. Questo quadro aveva fatto tale impressione sull’immaginazione degli abitanti di Pisa, che nessuno volle compararlo, temendo di portarsi nientemeno che lo stesso Satana a casa. Laonde il quadro rimase al pittore che l’avea dipinto; e quelli che avevano in pregio le belle arti si limitavano ad andare a vederlo, e restavano stupefatti ed atterriti dalla singolare bruttezza della figura. Per molti anni quella dipintura formò il soggetto della ammirazione e dello spavento, non solo dei Pisani, ma dei forestieri che traevano a contemplarla. A poco a poco il terrore si comunicò financo alla casa di Malfeo ed alla strada ov’egli abitava; e il pregiudizio popolare si spinse così oltre da tener quella via siccome luogo di sinistro presagio, e quella casa come scomunicata e maledetta. I monelli scaraventavano contro i vetri di quelle finestre i ciottolini le donne costrette di passare lunghesso quell’abitazione, affrettavano i passi, abbassavano lo sguardo, e mormoravano avemmarie. Il povero Malfeo fu mostrato a dito per le vie di Pisa, e poco mancò non venisse lapidato o arso vivo come l’autore della Sposa di Satana.
A Giotto si affacciò dunque alla mente il pensiero di andar novellamente, dopo molti anni, ad affissare la Sposa di Satana per nutricare la fantasia con forti impressioni del brutto. A dispetto d’una certa paura che non mancava di incutergli la credenza popolare, e non ostante la ripugnanza che si avea di ricalcare i mattoni d’una casa che tenea scomunicata e maledetta, il Giotto era un dì nel cospetto del quadro di Malfeo. Egli usciva di quella abitazione pallido ed esterrefatto; la sua fantasia era incesa. A capo di pochi giorni, la incumbenza datagli dal conte P... era eseguita, e questi era pienamente soddisfatto e contento dell’opera dell’artista.
Intanto, moltissimi anni dopo la morte di Giotto e di Malfeo, la costui casa cui si era appiccato il nome di Casa di Satana, la quale era sempre rimasta disabitata, fu trovata un bel mattino un mucchio di pietre, senza che mai si fosse saputo in che modo era avvenuta la strana catastrofe. Non pertanto quel mucchio di rottami serbò sempre in appresso il nome di Casa di Satana, e la via deserta e tetra fu tenuta sempre come appestata.
Ma fin dal 1805, più non vi erano le macerie della Casa di Satana. Un altro novello edificio era stato costruito sull’antico; bensì una specie di iettatura era appiccata a quel suolo: la nuova casa rimase sempre senza pigionali; ed il suo fondatore morì senza aver avuto il piacere di trarre un obolo di rendita da quelle mura. Gli eredi del fondatore abbassarono e ridussero la pigione fino a un prezzo esiguo; e ciò nulladimeno, la Casa di Satana (poichè sempre questo malaugurato nome erale rimasto) non trovava affittuali, siccome non ne avrebbe trovati neanche se la si fosse data per mera limosina. Gli accattoni si sarebbero contentati di dormire al fresco, anzichè ricettarsi entro quelle mura bazzicate dal nemico degli uomini in persona.
Un giorno intanto, un brutto giorno di novembre, dopo venti anni e più dalla sua nuova fondazione, dietro gli opachi vetri di una finestra della Casa di Satana si vide per la prima volta una figura umana... ma così pallida, così diafana, che i curiosi fermati a guardarla credettero esser quello un fantasma.
Eppure, non era fantasma, e, quando si fe’ sera un lume vacillante per mancanza di alimento, una lucernina, situata sovra una tavola scassinata, mandava a corti intervalli un getto di livida luce sovra un quadretto dell’ADDOLORATA sospeso alla parete, e serviva a far distinguere una miseria e un dolore che avrebbero fatto piangere un macigno.
Gittata sovra un letticciuolo, sprovveduto al tutto di lenzuola, giaceva una donna che, alla macilenza estrema del volto e allo sfinimento mortale ond’erano ricoperte le sue sembianze, mostrava la devastazione di una cronica infermità, la quale sembrava oramai pervenuta a quello stato che non lascia più adito alla speranza.
Un giovinetto di poco più di tre lustri, smilzo, pallido e macerato dalle sofferenze, era seduto vicino al capezzale di quel letto di dolore.
Questo giovinetto era il pittore Ugo Ferraretti, di Pisa, e quella donna era sua madre.
Quando cadde la sera, il tempo, che era stato scuro e nebuloso durante tutto il giorno, si ruppe in pioggia dirotta, e il vento urlava da forsennato nella deserta via della Casa di Satana.
Ugo Ferraretti e sua madre erano stati la mattina mandati via dalla loro abitazione in Lung’Arno, perocchò da tre mesi non aveano pagato la pigione; tutto era stato venduto; e i quadretti del giovine artista bastavano a mala pena per suo sostentamento e per provveder di rimedii la dilettissima genitrice, cui lentamente menava alla tomba una di quelle malattie che non perdonano mai.
Cacciati senza pietà dalla casa ove abitavano, non ostante il gravissimo stato in cui si trovava la sventurata donna, Ugo Ferraretti avea chiesta per carità la Casa di Satana! e il proprietario glie l’accordò con vero piacere fino al termine dell’anno, sperando che a tal modo venisse dileguato il pregiudizio che regnava contro le sue mura. Egli non si curò del male contagioso da cui la donna era travagliata, ed avrebbe, crediamo, introdotti cento tisici colà, purchè un essere umano fosse vivuto o morto in quella casa che da sì gran tempo non vedeva abitanti.
Non diremo della spaventevole umidità che trasudava dalle pareti di quella casa e dal palco a volta: era impossibile viver sano là entro, anche con tutti gli agi della vita.
La camera dov’era l’ammalata non aveva altri mobili che il letticciuolo su cui giaceva la misera sotto uno straccio di coperta, strettamente rincalzata nelle materasse, un tavolino che adempiva a tutti gli uffici, due sedie con parecchie traverse di meno, e lo scheletro di poltrona, su la quale stavasi rannicchiato un gatto compagno antico e fedele di quella miseria che agghiacciava il cuore. Sul tavolino, oltre alla lucerna che serviva soltanto a render visibili le tenebre, erano ancora due bicchieri di vetro contenenti pozioni per la inferma.
Era quello siccome abbiamo detto, il primo giorno in cui quella donna e quel giovinetto abitavano nella Casa di Satana. Ugo non avea detto niente alla mamma della nuova abitazione; sì che ella non sapea sotto qual tetto fosse venuta. Il nolo di una carrozza per trasportarla quivi era costato al povero fanciullo le più inaudite umiliazioni; ma egli aveva sofferto tutto con amore, perciocchè trattavasi della sua cara mamma, che egli amava tanto tanto.
Non diremo quante lagrime avea spremute dagli occhi di quel giovinetto la malattia inesorabile della genitrice; non diremo quante notti il miserello avea vegliato, lavorando accanto a lei, per poterle procacciare al domani un po’ di cibo; la storia dei quindici anni della vita di questo giovine si comprendeva di due sole parole: amore e sofferenza.
Qualche giorno dopo che la sventurata vedova Ferraretti erasi messa a letto, dov’era confinata da oltre due mesi, ella avea pianto in tutta la giornata; e, quanto più il diletto ed amantissimo figliuolo facea di confortarla, tanto più ella, stringendoselo al cuore con trasporti di disperata tenerezza, piangeva a sciolte lagrime. E poi che mille volte il fanciullo ebbele chiesta la ragione di quel pianto così dirotto, la donna diceagli singhiozzando:
— O figliuolo mio! E non ho io ragione di stemperarmi in lagrime? Ah! tu non sai che il mio male non può guarirsi senza un miracolo di Dio o della Vergine Santa!.... Ti ricordi di Luigi e di Errico tuoi, fratelli?.... Morti entrambi collo stesso male che ora mi sta consumando. Oh se io fossi almeno morta prima di loro!.. E che farai tu solo; figlio mio dopo la mia morte? Chi prenderà cura di te? E quando penso che la mia malattia sarà forse lunga, e che tu devi ammazzarti di fatica per così poco! Ma io non voglio che ti levi di bocca il sostentamento per comprar farmachi per me e pagare il dottore che viene a visitarmi... Credi che io non sappia che l’altro giorno non hai mangiato altro che un pugno di castagne! Alla tua età, e con tanta fatica che fai!
E qui la misera ricominciava a piangere, ed Ugo la baciava e ribaciava, non sapendo trovare altro argomento di consolazione per lei.
E così passarono due mesi. La donna che, quando stava bene, non risparmiava fatica veruna pel vitto e per la pigione, ora, ridotta a letto, non potea più cooperare a provvedere ai bisogni della vita. Ugo lucrava quel tanto che bastava ad uno scarso e malsano cibo: la pigione di casa non fu più pagata, ed ecco come una mattina, dopo tre mesi, il proprietario ordinò che sgombrassero la casa, ed avrebbe fatto vendere i mobili se ve ne fossero stati.
Quella sera, il cielo di piombo pesava sulla terra, cui di tempo in tempo inondava con istemperata pioggia: i lampi solcavano l’aere, a guisa di serpi di fuoco, e il tuono rumoreggiava in mezzo alle nubi, come la voce del leone nel deserto.
La donna si moriva sotto gli urti di una tosse secca e violenta: un ansamento orribile troncavale il fiato e la vita: un ristoro, un farmaco era necessario, e Ugo non aveva un soldo per comprarlo.
Il quadretto che rappresentava la Sacra Immagine dell’Addolorata era opera sua; era tutto ciò che gli era rimasto delle sue fatiche.
Ugo vi fissò uno sguardo d’indicibile angoscia, corse alla parete, lo staccò dall’arpione, sel pose sotto al braccio, e:
— Madre, io esco, le disse, vado a comprar qualche cosa.
Ed alzò la voce soffocata perchè sua madre udiva debolmente.
— Ah! figliuol mio, non lasciarmi sola!... io sto così male! Se io morissi prima che tu torni... Io soffro tanto!
Ugo mormorò qualche cosa che parve alla madre una parola d’ira.
— Ah figlio... figlio.. mio... vedi io ho peccato e soffro; ma quella Madre benedetta non avea peccato e pur soffria!
L’inferma aveva cogli occhi accennato il quadro della Madonna; ma non si accorse che più non istava alla parete.
La voce della madre di Ugo era così debole, e il soffio del vento sì forte che il giovinetto non udì le parole di lei. Intanto, egli si gittava sul capo un logoro e vecchio cappello, baciava la mano della madre, e, raccomandatala al Padre di tutti gl’infelici, usciva sotto una stretta di pioggia che allagava la strada come un mare che si fosse scaricato dal cielo.
Ugo Ferraretti si dirigeva alla casa del sig. Paillard, rivendugliolo di quadri, una specie di ebreo, che abitava in una stradella accosto alla piazza dei Cavalieri.
II. UGO FERRARETTI
Prima di seguitare il Ferraretti dal rivenditore di quadri, è mestieri che i nostri lettori facciano più stretta conoscenza con questo caro giovinetto, la cui storia forma uno dei più importanti episodii della nostra narrazione.
Ugo nacque in Pisa da Luigi Ferraretti, buon miniatore, espertissimo nel dipingere agli acquerelli o sulla bambagina. La pittura era stata la professione di questa famiglia: da padre in figlio se l’ebbero trasmessa; e vuolsi che un Ferraretti avesse avuto l’onore di ritoccare parecchi dei quadri della chiesa Cattedrale di Pisa, i quali formano una gloria italiana e l’ammirazione degli stranieri. I nomi di un Andrea del Sarto, di un Rosselli di Firenze, di un Ventura Salimbeni, di un Passignani e di un Giovanni da Bologna rendono la Cattedrale di Pisa uno dei più insigni monumenti artistici di cui si onori l’Italia. Dicesi che il Ferraretti avesse restituito il prisco colorito alla maggior parte delle belle dipinture che rappresentano la storia di san Ranieri, protettore della città. Ad ogni modo, sia che fosse stato il Ferraretti o altri quegli che ritoccò i quadri della storia di san Ranieri, questa fatica fu lodata dagl’intenditori; e soltanto un Francese, che scrisse nel 1765 una descrizione istorica dell’Italia, si permise di dire che colui che avea restituito il loro primitivo colorito a quei quadri fu un maladroit qui les avait gatès (un inesperto che gli avea guasti). Il cielo scansi gli artisti italiani dai giudizi che i Francesi danno sulle opere loro!
Luigi Ferraretti, padre di Ugo, di debil salute, morì alla età di quarant’anni, lasciando nella povertà la moglie e tre figliuoletti maschi, dei quali Ugo era il più piccolo. La vedova di Luigi, giovine ancora, amantissima dei suoi pargoletti, si consacrò interamente a procacciar loro la sussistenza, esercitando a muta il mestiere d’insaldatora e di cucitrice. Commoventissimo scambio di affetti era tra la giovin madre e i tre fanciulli che l’amavano alla follia. Comechè di età tenerissima, Luigi, il primogenito, comprese che bisognava aiutar la mamma a portar il peso della famiglia, e, non ostante il disvoler di lei, si pose nella bottega di uno scarpellino a prestargli i minuti offici che può un fanciullo di nove in dieci anni. E parimente venuto grandetto Errico, si mise appresso a un doratore e per apprendere quest’arte, e per guadagnar qualche coserella da recare alla mamma. Ugo soltanto aveva appalesato, fin dall’età infantile, sviscerato amore all’arte di Raffaello. Quando ancora bambinello non sapea reggersi e camminare, e correva nel cestino o nel carruccio per l’angusto spazio della materna cameretta, rimaneva preso da singolare contemplazione innanzi ai lavori del genitore; e, appresso, quando per anco non arrivava coll’alto del capo a superare l’orlo di una tavola, spendeva le ore e talvolta le intere giornate a trarre col gesso o col carbone sul pavimento di grosse figure, le quali attestavano la maravigliosa attitudine che quel fanciullo si aveva a dipingere.
Ma una così fatta straordinaria disposizione era in qualche modo inceppata e costretta da un naturale sì malinconico e pauroso che il gittava, a quella età sì bella e innocente, in accessi di tristezza inconcepibile.
Avvi di tali fanciulli al mondo che non dànno quattro passi in tutto il corso del giorno; che stanno sempre avviticchiati alla gonna materna, e che, astretti la sera ad attraversare una stanza, si spiritano di paura e non si arrischiano di guardare addietro, per tema che una figura col cappuccio non corra addosso a loro per menarli seco, Dio sa dove. Ugo era nel novero di questi fanciulli: gracile, smilzo, delicato, il suo volto era sì bianco che in guardandolo si sarebbe detto una figura di cera, e il suo corpo era sì debole che a due anni camminava ancora colle falde o nel cestino. Ogni fiato di vento il facea tossire, ed ogni urto di tosse il facea piangere. D’altra parte, la fantasia di Ugo era così viva, e così sviluppata la sua intelligenza, che facea spavento a coloro i quali sanno come di tristo presagio sia il precoce sviluppo della mente.
Tre sventure consecutive fulminarono la disgraziata famiglia Ferraretti: dapprima la morte del padre, e, a pochi anni d’intervallo, quella di Luigi e di Errico, fratelli di Ugo, morti di consunzione. Il germe fatale di questa malattia era nel seno della loro genitrice. Inesplicabili decreti di Dio! Intere famiglie si distruggono, lentamente strascinate alla tomba da questo male inesorabile, che sembra prender diletto a colpire le sue vittime allorchè la vita s’infiora di tutte le più belle illusioni. Ma Iddio, assoggettando, per incomprensibili disegni, ad una inesorabil legge di morte tante care e giovanili esistenze, dispensa larghi tesori d’intelligenza e di sensibilità alle misere creature che, nascendo, portano nel seno il serpe che dovrà roderle nella freschezza della vita. Un tisico è uomo a dieci anni, vecchio a venti.
Questi tre colpi terribili, vibrati al cuore d’una moglie, d’una madre svilupparono nel petto di lei i germi di quella malattia, per la quale l’abbiamo veduta confinata nel letto delle sofferenze. Ugo era divenuto il solo sostegno della famiglia. Fanciullo ancora, egli lavorava da otto a dieci ore al giorno per non far difettare del bisognevole la cara madre, la quale, per quanto lo sopportasse la mal andata salute, dava solertemente opera a lucrare il sostentamento della vita.
Non sì tosto uscito della prima infanzia, Ugo erasi posto a studiare appresso a suo padre, e, morto questi, appresso a un mediocre figurista, non tanto valente pel pennello, quanto pel cuore; però che grandissimo affetto aveva messo al garzoncello Ferraretti, e con ogni sua possa facea di spianargli il cammino all’arte difficile che questi sembrava amar cotanto.
Ugo studiava in ispezialità su quel gran maestro, che solo forma i grandi artisti, la natura. Egli prediligeva i soggetti malinconici o religiosi. Dotato d’una sensibilità eccessiva, colpiva subitamente la vera espressione dei suoi soggetti, e sapea dare alle forme del volto un carattere così delicato e così vero ad un tempo che le sue teste erano altrettanti piccoli gioielli di arte. Tutto era precoce in questo giovinetto, e tutto annunziava il genio immortale in un corpo fragile, che ad ogni momento parea che volesse disfar la creta e morire.
A quindici anni, Ugo era già uomo; il suo petto ardeva di aspirazioni sublimi; ma la fralezza del corpo e la miseria il gittavano spesso nella più desolante ipocondria. Egli avea veduto morir di consunzione due suoi fratelli, e questo pensiere era sempre presente al suo spirito, come un avvertimento, un presagio, una minaccia. Spesso egli abbandonava il pennello sul cavalletto, e si lasciava cader sulle ginocchia le braccia e la tavolozza de’ colori, colpito da un pensiero di scoraggiamento, e rimaneva una buona mezz’ora nella più grande immobilità. Allora il suo bel capo si curvava sul petto; i suoi grandi occhi neri si socchiudevano quasi assonnati e stanchi; e l’anima sua sembrava staccarsi da quel corpo affranto e malaticcio per volare verso una regione dove la creta più non istringe nei suoi lacci crudeli l’essenza purissima del pensiero. Ma se per caso egli udiva la voce della madre, o la vedea passare nello studio dov’egli lavorava, il suo petto balzava di gioia, e si rimproverava di nutrire lugubri idee quando la mamma non aveva più che lui per consolarla; e ripigliava con alacrità l’interrotto lavoro, e le sue ciglia si bagnavano di lagrime di amore per quell’essere che era tutta l’anima sua, tutta la sua gioia sulla terra; ed egli era così contento e superbo di lavorare per la mamma sua! Qualche volta Ugo non potea resistere alla tentazione di andarla ad abbracciare, e, quando la madre stampava su la pallida faccia di lui un tenerissimo bacio, il giovinetto era così lieto, e così, direm quasi, rinato alla vita, che gli sembrava un delitto l’abbandonarsi a malinconici pensieri e allo scoraggiamento quando Iddio avea benedetto i suoi lavori santificandoli col più puro amor filiale.
Ma questa riconciliazione con sè medesimo durava sì poco, che un momento di poi ricascava il miserello nelle cupe idee di morte; si alzava da’ suoi lavori, e andava a guardare il suo volto a un piccolo specchio a viticci che era sovra uno degli stipiti della porta d’ingresso del suo studio. Un quarto d’ora rimaneva il giovinetto a contemplare la propria immagine nel cristallo. Ogni dì pareagli che si fosse accresciuto il matto biancore delle sue gote e la fosca lividezza delle labbra; ogni dì sembravagli che l’arco delle spalle prendesse più vaste proporzioni, come se il suo corpo volesse impennar le ali per isciogliere il volo verso il cielo. Egli guardava con un indicibile sentimento di angoscia i suoi omeri ricurvi ed elevati sovra un petto stretto e compresso; la concavità delle sue gote e le plumbee sue labbra; e l’anima sua addiveniva così trista che tutto gli pesava, e la vista degli uomini, e l’aspetto sereno di natura, e i benefici raggi del sole, e la fresca aura che giocava ne’ suoi più fieri nemici, i polmoni.
Ugo trovava un supremo conforto in quella religione che sa porgere un lenitivo ad ogni piaga; una consolazione ad ogni tribolo, una gioia ad ogni dolore. Egli pregava con fervore, con piena fede; e le sue preci non mancavano di spargere un balsamo dolcissimo su quel cuor giovanile che amava la vita, non per sè, ma per la cara madre.
Lasciamo immaginare a’ lettori quale corrispondenza di affetti avvenisse tra questo giovinetto e la genitrice, dappoi che morto ebbe per tre volte visitata la loro casa, e gli ebbe lasciati soli a piangere e ad amarsi. Era un delirio di ogni momento, un pensiero costante, che l’un de’ due si avea per l’altro. Un leggiero impulso di tosse facea balzar di spavento il cuor della madre o del figlio, secondo che l’una o l’altro avealo sofferto.
In qualche sera di està, verso il tramonto del sole, quando Ugo avea fornito il suo compito di lavori, e la mamma avea dato ordine alle faccende domestiche, soleano trarre entrambi a diporto a qualche miglio della città, nell’aperta campagna. La giovin donna appoggiavasi al braccio dell’amato giovinetto, ed era così lieta, così felice, che il suo volto di cera si colorava del più leggiadro vermiglio; e una piena di lagrime le correva agli occhi.
Eglino si trovavano spesse volte soli nelle vaste pianure, quando le prime ombre s’inchinano sulla terra. Allora si sedevano su qualche tronco rovesciato l’uno a fianco dell’altra; e così strettamente abbracciavansi, come se qualcuno avesse minacciato di separarli. Le essenze più pure si esalavano dalla terra umettata dalla brina serotina, e il fogliame de’ giovani alberi eseguiva tali melodie di mormorii sul capo di quella coppia benedetta da dirsi quasi che la natura festeggiava un amore che scuote e fa vibrare anche le visceri della terra.
Chi si fosse trovato a passare per quelle amene solitudini, ed avesse veduto quel giovine e quella donna sì amorosamente solleciti l’uno dell’altra, avrebbe al certo creduto esser quelli due felici innamorati o sposi novelli, imperciocchè la donna, tuttora giovine e bella quantunque eccessivamente sfinita dalla persona, avea negli occhi tanto fuoco di tenerezza e tanta vita di amore, che soltanto un’amante avventurata può avere.
Agli occhi di Ugo nessuna donna era più bella della madre sua, di cui l’immagine ei ripetea in ogni quadretto che facea: quella donna aveva una chioma sì bella e sì ricca, che sciolta le scendea sino alle ginocchia; e quei capelli erano passati su tante tele, che il Ferraretti era soprannominato in Pisa il dipintore delle belle chiome. E anch’egli avea lasciato crescere i propri capelli che gli cascavano in vaga zazzaretta quasi fin sulle spalle, e vieppiù faceano risaltare la fosca bianchezza delle sue sembianze.
A quindici anni, in questa età in cui a’ dì nostri un giovanetto suol mostrarsi tanto profondo conoscitore e pratico del male, Ugo era innocente come quando era bambinello nelle fasce. Egli non conosceva il mondo che attraverso il prisma della sua ardente fantasia; tutte le donne erano rappresentate nel suo cuore dalla madre. Quanto più la sua intelligenza e il suo genio si sviluppavano, tanto più la vita positiva, il mondo, la società prendevano agli occhi di lui colori e vesti non proprie. Le gioie dei banchetti, i piaceri delle veglie, gli svagamenti dell’età giovanile erano per lui misteri, o non indovinati giammai, o troppo lontani dallo stato della sua anima.
Ugo fuggiva le sale assordate per canti di letizia, le galanti passeggiate al rezzo di molli acacie, le profumate camere di facili amori. Sola, pallida, lenta scorrea sua vita, simile alla luna ne’ placidi campi dei cielo; avea sedici anni all’incirca, eppure nissun amico gli avea stretta ancora la mano, nissuna fanciulla avea susurrato al suo orecchio parole di amore.
Il giovine artista amava la solitudine: faceva parecchie volte scorrer le ore sul bruno declivio d’un colle, e vi restava immobile a contemplare un ultimo riverbero di sole oscillante nel convesso de’ cieli, o l’ombra bigia d’una nube sospesa sovra un gruppo di poggetti, o una lontanissima veduta avvolta in una ondosa squame di raggi.
Dicemmo che fin da’ primi anni di sua fanciullezza, Ugo appalesava il fuoco di un’anima artistica. Non fu l’ipocrito sorriso di amicizia o il bacio venduto di un lubrico amore, che accolsero i primi slanci dell’animo di lui. Solo, sempre solo, ei non idolatrava che sua madre e l’arte sua, cioè la pittura: e questa non era già per lui un vano accozzamento di forme e di colori; ma le sue dipinture tramandavano non so che profumo del cielo.
Ugo aveva una divozione grandissima per la Madre Addolorata. Non sì tosto egli fu al caso di dipingere una immagine, dipinse quella sacra, rivestendola di soprannaturale dolcezza e malinconia. A questa immagine ei confidava i più segreti affanni del suo cuore; a questa Benedetta fra tutte le donne ei susurrava i misteri delle sue notti passate in veglia: a questa Madre Celeste ei raccomandava la sua madre terrestre.
Il mattino e la sera egli appoggiava la fronte scottante su quella sacra Immagine, e subitamente una pace, una calma, una soavità gli scendea nel pensiero e gli fluiva sul cuore. Ugo si rialzava dalla sua prece con un mondo di speranze ravvivate, e si slanciava a’ suoi lavori con freschezza di mente e con giocondità di animo. Quell’immagine operava prodigi sul giovine artista.
E ora il miserello andava a vendere quella gioia dell’anima sua per comprare un ristoro alla madre. Nello staccare il quadretto dal muro, gli parve che tutto ormai l’abbandonasse, e che era finita per sempre per lui e per la mamma infelice.
La Madonna si partia di casa loro! La disperazione vi entrava.
Parve ad Ugo che il lumicino che ardeva dinanzi all’Addolorata avesse messo un lamento e si fosse tosto rabbuiato, quando il quadro più non fu al suo posto. La stanza sembrò covrirsi di tenebre di morte.
III. UN RIVENDUGLIOLO FRANCESE
Diluviava che era una pietà. I rigagnoli aveano inondato a segno le vie di Pisa, che pareva il fiume Arno si fosse rovesciato su tutta la città. Rimbombava il tuono, come una immensa palla di piombo rotolata sovra un’immensa lamina di ferro.
Sonava l’Avemmaria, e i tocchi della campana aveano questa volta qualche cosa di più solenne e di più malinconico del solito, imperciocchè erano accompagnati dal fragor del tuono.
E il sig. Paillard, poichè si ebbe anch’egli per divozione segnata la fronte, imboccò saporitamente un pezzo di pollo.
Questo sig. Paillard, rivendugliolo di qualche rinomanza nella piazza de’ Cavalieri, insaccato in un pastrano di pelo, che gli scendeva insino alle calcagna, avea pensato bene, per vincere la noia del cattivo tempo, di protrarre il pranzo fino a sera, e, seduto di fronte alla sua grassissima metà, antitesi bizzarra della sua macilenta figura, spolpava, il più garbatamente che fatto gli venisse colle mani e co’ denti, un pollastrello arrostito, il quale metteva una tal fraganza da far venire l’appetito anche ad un morto. E andava così bene levigando le ossa a quell’animaluccio, che pareva avesse avuto in pensiero di farne uno scheletro zoologico. Ma, durante questa lenta operazione, egli scambiava qualche parola colla sua donna:
— Affe’ mia, non ricordo un temporale più insatanassato di questo... Il cielo è scuro come il fondo del mio ventricolo... Carlotta, accendi un altro lume.
— Via mo, non ti basta questo? Devi forse infilzare il refe nella cruna?
E dopo un’altra boccata ben piena:
— Carlotta, con cento diavoli, perchè non mi hai fatto un po’ di fuoco nel braciere? Le ossa mi ballano per la umidità e pel freddo.
— Ora ti scalderai; questo è il freddo della digestione.
— Che diascine dici? Non vedi i cristalli della finestra che piangono dirottamente?... Chiudi, chiudi quelle imposte.
E la povera Carlotta che avrebbe dato volentieri la sua parte di pollastro per non alzarsi, trovò una scusa, e si stette impiombata sulla sedia.
Il signor Paillard brontolò tra i denti qualche parola grassa, che si perdette nella caverna dello stomaco coll’ultimo boccone del pollo.
Egli nettossi le labbra con un tovagliuolo, su cui erano parecchi ricordi di pranzi precedenti, fe’ saltare alla soffitta il turacciolo d’una bottiglia di sciampagna, e, glo glo glo, fece spumeggiare il conico bicchiere. L’accostava con vera delizia alla bocca assetata, quando un suono morto morto del campanello il fe’ ristare.
— Colga il mal sottile a chiunque viene a seccarmi con questo tempaccio. Poffardio, non si può prendere un boccone!!
E qui, per parentesi, bisogna avvertire che il nostro uomo avea mandato giù l’inezia di cinque generose vivande.
— Non andare in bestia, Giacomo: è il vento che ha mossa la corda del campanello.
Giacomo vuotò il bicchiere.
Il campanello suonò un’altra volta, ma con un poco più di forza. Allora Carlotta lasciò la salvietta sulla tavola, nettossi la bocca col dorso della mano, ed andò ad aprire.
— Santa Vergine!... (Era un lampo).
— Perdoni, è in casa il signor Paillard?
Questa dimanda uscia tutta tremula e fioca da una figura sepolcrale, che pareva fosse stata ivi balzata dalla vampa atmosferica, come l’immagine di un estinto cacciata per arte magica dal fornello di un alchimista.
E la donna, tutta spaurata, non badando a quelle parole, si rintasò gli orecchi colle mani per non udire lo strepito del tuono, quasi, che quel turamento dell’organo sensorio dovesse servirle di parafulmine; e accomandossi a Santa Barbara.
Scoppiò il tuono, e di tal fatta, che pareva avesse l’intera città subissata.
— Mille perdoni, signora Carlotta, è in casa il signor Paillard?
— Mio marito?... Ah! siete voi, signor Ferraretti, con questo tempaccio!... Favorisca; noi siamo a pranzo; senza cerimonie... Che ci porta questa sera? Del suo, non è vero? Bravo giovinotto; si fa quel che si può, non è così?... Ma entri pure: qui tira vento.
Ugo era già entrato nella stanza dove pranzavano i coniugi Paillard.
Giacomo si soffiò il naso, solo membro nudo che apparisse della sua pelosa figura, e si strinse nelle spalle, vedendosi dinanzi il miserello, cui avea già visto altre volte in sua casa.
Ugo sembrava lo sfumo d’una forma umana, egli era pallidissimo, inzuppato ben bene e tremante a verghe pel freddo e per l’umido: portava calzoni i quali, essendo stati manomessi tre anni addietro, erano divenuti sì corti, che a mala pena passavano le ginocchia; e aveva addosso una specie di abito grigio, abbottonato fino al collo, intorno al quale attortigliavasi un cencio di cravatta.
— Scusi, sig. Giacomo, se la incomodo a quest’ora...
— Anzi!!.. è un piacere!.. metta il cappello su quel tavolo e si segga... Che comando ha da darmi?
Ugo restò col cappello in mano, ed aprì la bocca senza mettere alcun suono. Fu questo un movimento involontario dei muscoli, come se egli avesse voluto ingoiare un bel boccone, che in quel momento il rivenditore tenea sospeso in su la punta della forchetta. E il tapino inghiottì invece una piena di lagrime, che gli montava agli occhi, stringendogli la gola.
Giacomo era uno di quegli uomini che in tutto il corso del giorno si affaticano, sudano, si ammazzano per le loro faccende; ma, quando sonosi posti al lavoro dei denti, non vogliono essere sturbati neanche dal ronzio d’una mosca. Or si consideri con che buona voglia potea vedersi innanzi quello stordito col cappello in mano, come chi dimanda l’elemosina.
— E così? chiedeva il rivendugliolo di malissimo umore.
— Avrei questo quadretto, si affrettò a dire il giovinetto, il cui viso era divenuto una fiamma di vergogna.
— Capiti in brutto momento, giovinotto mio, disse quell’ebreo, per isgomentare le speranze di lucro del venditore; questi maledetti tempi che corrono fan chiuder bottega; non si compra neanche per un centesimo; le arti vanno giù in modo da far piangere le pietre... Miseria... e poi miseria!... Ho venduto l’altro giorno un Pietro di Cortona per un pugno di fave, come suol dirsi... Ma che volete? Non si posson tener le tele ad impolverarsi nei fondachi; bisogna cacciarle; altrimenti le s’intarlano come panni... Insomma, vediamo la vostra merce, bel fanciullo.
Ugo pose il quadretto nelle mani di lui, e fu come se si avesse strappato dai visceri del petto il proprio cuore.
Nel torre tra le sue mani il quadretto per esaminarlo, Giacomo avea messo un caldo sospirone impregnato di non so quanti profumi di cucina. Ad Ugo le guance si erano intanto colorate per poco: ma tosto subentrò un lividore di morte, quando il miserello vide la faccia di Giacomo contorcersi in tante smorfie, che era proprio una grazia da bertuccia.
— Lo sapea ben io che trattavasi di qualche madonnetta... Se almeno fosse l’Addolorata di Guido Reni!! E che cosa ho da farne io di cotesta vostra meschinità? Roba da sacrestia... Ora si domandano quadri a soggetti, quadri per salotti... Mi duole che per questa io non posso servirti; è cosa che non fa per me... Potete vedere da altri negozianti.
Il giovinetto non parlò molto, non pregò, non pianse, ma si passò la mano sulla fronte, e zitto zitto spelossi per la rabbia e per dolore un trucioletto di capelli: si cacciò indi il quadretto sotto l’ascella, e si partia, quando Giacomo il richiamò pregandolo di farglielo meglio osservare.
— Orsù, la mi lasci pure questo quadretto, disse il francese rivendugliolo, gittandolo sopra un cassettone senza più riguardarlo; il terrò per non perdere la sua buona grazia... perchè mi dorrebbe assaissimo che fosse qui venuta inutilmente con questa stretta di pioggia... Eccole dieci soldi.
— Dieci soldi! sciamò il giovinetto atterrato dallo avvilimento; oh madre! madre mia!
— E l’assicuro che glielo fo per amicizia: un altro non avrebbe ottenuto tanto da me; ma io fo stima del suo ingegno e dei suoi lavori; e mi sta veramente a cuore di non perdere la sua pratica.
Questo terribile gallicismo compì l’opera di carità del signor Paillard, il quale, tratto dai baratri dei suoi tasconi due o tre grosse monete di rame, le mettea gravemente nelle mani del giovine artista, il quale, abbrancolle con una stretta convulsiva di nervi.
Ugo si trovava in tanta prostrazione di animo ed in tanto bisogno di danaro, che non pur quel quadretto, ma per meno di dieci soldi avrebbe sibbene venduta la vita, tutto!
Quel quadretto dell’Addolorata fu poco tempo appresso venduto alla casa Righetti di Livorno per la somma di lire 500.
IV. IL CAMPOSANTO DI PISA
La Torre pendente, la Cattedrale ed il Camposanto sono i tre edificii che richiamano la curiosità dei viaggiatori, che visitano la celebre città del Conte Ugolino contro la quale con tanta stizza fulminava le sue imprecazioni il gran poeta ghibellino. Ed in vero, questi tre edifizii; per magnificenza di costruzione, per importanza di storiche memorie, pel gran numero di preziosi monumenti d’arte, sono a giusto titolo da porsi tra i più considerabili delle città della penisola, e non è maraviglia se in ogni stagion dell’anno un numeroso concorso di visitatori vengono a tributare un saluto e un omaggio a quei luoghi e a quei marmi.
Ma, sopra tutto, grandioso e solenne è il Camposanto, ove riposano le ossa dei Pisani. Se quello di Napoli è più bello per l’amenità del sito e per isvariata magnificenza di mausolei, quello di Pisa ha un carattere più maestoso e più grave, ed ispira più tristezza e raccoglimento. La sua forma è un gran quadrato, circuito da portici, e rivestito di marmo alla faccia esterna ed interna. Antichi e pregevolissimi quadri adornano tutto il sacro recinto, tra i quali le sei classiche dipinture del Giotto, rappresentanti la storia di Giobbe. Avvi eziandio il quadro del Giudizio finale, tratto da Orgagna: allato di questo quadro è dipinta la morte dell’uomo e lo stato a che riducesi il suo corpo divenuto cadavere. Veggonsi perfettamente effigiate tre tombe dischiuse, in una delle quali è un corpo che incomincia a corrompersi; nell’altra, un corpo già quasi interamente spoglio di carni; e nella terza, uno scheletro. Queste dipinture allogate presso al luogo dello sfacimento dell’organismo umano producono un’impressione profonda e terribile.
Tra i più notevoli mausolei di questo Camposanto osservasi la tomba del giureconsulto Decio, ornata di bassorilievi e arabeschi, lavorati secondo il gusto antico; quello di Matteo Curzio, filosofo e medico, opera di Artolfo Lorenzi, ottimo allievo della scuola di Michelangelo, ed altro con epitaffi ed iscrizioni del tempo in cui la città di Pisa governavasi a repubblica.
Tre modeste croci sovra tre fosse, poste a pochi passi di distanza l’una dall’altra, indicano l’ultimo asilo di Luigi Ferraretti e dei suoi figliuoli. Tre cerchi di mortelle assiepano le tre fosse. Alle due punte delle sbarre trasversali delle croci sono le iniziali dei nomi degli estinti. Queste iniziali rappresentano tre ricordanze tenerissime e tre mucchi di ceneri. Quasi una volta al mese, Ugo visitava questo recinto di morte, per deporre tre sorti di rose su quelle tre fosse. Ed ogni volta che i suoi passi avvicinavansi a quella muta città dei defunti, il giovinetto era preso da tale batticuore che non potea respirare. Ma, piuttosto che aggravare la sua tristezza, queste visite periodiche al Camposanto versavano un’arcana dolcezza sull’anima sua: la morte perdeva in qualche modo, agli occhi di lui, l’orrore della sua solitudine, però che, quando a Dio piacesse di chiamare al cielo lo spirito immortale, il suo corpo avrebbe avuto anch’esso una croce, simbolo della clemenza di Dio verso l’uomo, simbolo di pace, di carità e di amore. Le fresche e odorose aurette del cielo, la pura e serena luce del sole rischiaravano quei filari di fosse, ognuna delle quali avea forse al di là di que’ portici un rimpianto carissimo, un desiderio perenne e inconsolabile, una vita di reminiscenze, e un mondo di affetti nel cuore di qualche superstite. La dolce serenità di quel campo di ossami parlava all’anima un linguaggio misterioso, e le rivelava, al di là dell’azzurra volta del cielo, la immarcescibile corona dei Giusti e la felicità senza fine.
Talvolta la luce del giorno, abbattendosi su quelle tombe, sorprendeva il giovinetto artista nelle sue malinconiche meditazioni. La luna si alzava dietro un ceppo di mausolei, come la pallida faccia d’una vergine estinta, e covriva colla sua antica luce quei sarcofaghi di marmo bianco e nero. Allora i cipressi prendeano figure fantastiche e rassembravano alle ombre dei morti ritti su i loro sepolcri. E, quando la sera si avanzava, il maestoso campanile torreggiava nel cielo, come un sublime pensiero di religione che nascesse da quegli avelli.
Nudrito fin da fanciullo nella lettura delle Sacre Pagine, Ugo avea sulle labbra e nel cuore le racconsolanti parole dei sacri salmi dei morti, che egli mormorava a suffragio delle anime dei suoi, i quali dai loro sepolcri pareano dirgli: Figlio, fratello, prega pe’ tuoi cari: partiti, ma non estinti siamo.
È indicibile la soavità che piovea sull’anima di Ugo, dopo aver recitate fervide preci su le fosse de’ suoi. Le lagrime abbondanti che gli scorreano dalle ciglia erano rugiada dolcissima al suo cuore. Egli pensava con estrema tenerezza alla cara madre sua, che un giorno sarebbe forse venuta a piangere e a pregare su la tomba di lui; il suo amore gli creava questa dolcissima illusione; imperochè egli era ben sicuro di morire pria di lei. Ei ricoglieva un fiore nato il mattino su la fossa del padre, il baciava bagnandolo di lagrime, e caramente il conservava per recarlo alla mamma che lo aspettava. Quel fiore, comecchè sbucciato su la terra dei morti; dava olezzi del cielo, siccome le speranze che nascono da’ sepolcri.
Ugo ripeteva i bei versi di un giovine poeta napolitano, rapito nella età di anni 21 all’amore, all’amicizia, alla gloria[3]:
«Dolce alle scompagnate alme è la pace De’ patrii cimiteri, E quando l’armonia del giorno tace Co’ torbidi pensieri, E quando vien da una chiesa lontana Un lamentar di salmi o di campana. «È dolce, dove un nero arbor su i morti La molle ombra protende, E dove annunziar sinistre sorti La civetta s’intende, Con lagrime educar rose leggiadre Sopra una fossa, e dir: qui dorme il padre! «E allor che su la pigra aura notturna Voce non vola o canto, Alla madre reddir, che taciturna Al focolare accanto Pensa de’ corsi tempi, e offrirle un fiore Ricolto nel giardino del dolore.»
V. AMORE
La madre di Ugo morì qualche mese dopo la trista vendita del quadretto l’Addolorata. Risparmiamo ai nostri lettori le scene strazianti che precedettero e seguitarono la morte della virtuosa donna. Chiunque ebbe la sventura di perdere, ancor giovine, una madre adorata, la quale era tutto il bene ch’ei possedea sulla terra, comprenderà questo dolore infinito, questo perpetuo lutto della vita. Ugo non soccombette a tanto strazio del cuore, perocchè tuttora non erano compiti i disegni della Provvidenza su lui.
Il giovinetto rimase solo in questo mondo tutto ciò che egli aveva amato non vivea più che nelle sue rimembranze: i nomi degli esseri a lui così cari non erano più pronunziati che nelle sue preci; la più desolante solitudine il circondava, e nelle deserte camere della sua casa più non risuonava la dolce voce di quella donna che tanto lo amava! Nessuno veniva il mattino ad aggiustargli i lunghi capelli sulla pallida fronte, mentre egli era intento a’ suoi lavori; nessuno avea più per lui quelle piccole e minute cure di ogni momento, che sono la viva e la perpetua testimonianza di una abnegazione intera, disinteressata, caldissima, immensa come l’amore che la produce; nessuno preparavagli più l’umile zuppa, condita da quel sorriso materno, gioia di paradiso in sulla terra; nessuno più la sera gli rifaceva il letticciuolo, o il mattino l’abballinava sulle assi. L’abbandono, il silenzio, la morte regnavano in quella casetta, dove pocanzi erano l’amor più vivo, la voce più tenera, la vita più attiva. Oh l’amor di madre è una felicità che supera tutte le altre! Beato, mille volte beato chi ha ancora la madre sua! Iddio è con lui.
Ugo Ferraretti non fu più veduto per le vie di Pisa per oltre un anno; forse ei più non usciva dalla Casa di Satana, dove non sapeasi ciò che facesse in tutta la giornata. I curiosi, gli sfaccendati, i maldicenti sentivansi rodere le budelle per fiutare qualche cosa dei fatti di lui; ma altro non avevano potuto traudire, se non che il giovine vivea tranquillamente tra i suoi lavori, da cui ricacciava il vitto giornaliero.
Ma tutti si erano ingannati. Qualche tempo dopo la morte della madre, Ugo usciva ogni dì prima che aggiornasse, e non tornava a casa che nel fitto della sera, e talvolta della notte. Noi non sapremmo dire dov’egli andasse e in che spendesse le intere giornate. Certo si è che a vederlo egli mettea compassione, tanto era smagrato e diafano. Ciò nulla di meno una certa straordinaria vivacità era negli occhi suoi: più non sembrava così avvilito e prostrato di forze, e sulla sua bianchissima faccia si mostrava a quando a quando una vampa di fuoco che pareva incendiarla.
Era la stagione estiva, e Pisa si spopolava di abitanti, de’ quali i benestanti si ritiravano a Livorno, a Firenze, nelle montagne o a’ bagni pubblici, a qualche miglio dalla città. Ne’ calori dell’està, l’aria di Pisa diventa malsana, e la maggior parte de’ forestieri che non vi sono avvezzi vi periscono.
Ugo si ritirava la sera stanco morto, e si gittava sul suo letticciuolo qualche volta non rifatto dal giorno precedente, dove indarno egli invocava il balsamo del sonno: tutta la notte ei si dimenava in sulle ardenti materasse, or pregando, or piangendo, or tossendo. In sull’alba il sonno gli scendea sulle pupille come il bacio d’un fratello o d’una madre; ma, poco di poi che aveva attinto nel sonno un’ombra di forza, ei si rigettava dal letto, vestivasi in fretta, e usciva, dirigendo i suoi passi verso quella parte della campagna di Pisa che mena alla Cascina.
Per più di due ore Ugo camminava per vie tramezzate da paludi formate dagli straripamenti di Arno: i suoi piedi affondavano continuamente nella bolletta e nella melma. A capo di due ore all’incirca di cammino, la strada si facea meno malagevole: ma subitamente ritornavano le difficoltà e l’asprezza del cammino, soprattutto in un gran bosco di sugheri e di querce, in cui non era strada del tutto, e di cui gran parte era inondata. Questa foresta coperta d’alberi difendeva almeno dagli ardenti raggi del sole; e quivi, all’ombra di qualche gran mirto, Ugo riposavasi alquanto per riprender lena e giungere alla meta di cui tutt’i giorni ei si dirigeva.
Noi non ardiremo seguitarlo fin dove egli fermava i suoi passi, e ci terremo contenti nel dire che questa sua giornaliera peregrinazione durò per molto tempo. Ma, sopravvenuta la stagione del freddo e delle piogge, Ugo mise qualche intervallo alle sue gite alla Cascina dove andava soltanto nelle giornate di sereno.
Una gran trasformazione erasi operata nell’animo del giovine artista, della quale era ben difficile indovinar la cagione. Ugo era sempre distratto, come se un sol pensiero gli stesse in mente: egli era sempre malinconico; ma qualche volta una gioia sovrumana parea che sfolgorasse sul suo sembiante; e talvolta una crudele disperazione parea che gli acciuffasse il cervello ed il gittasse in balia de’ più sinistri proponimenti. Spesso, allorchè, affranto dalla stanchezza, ei tornava in sulla sera alla Casa di Satana, Ugo si abbandonava sul suo letticciuolo e disfogava in un mare di lagrime l’acerbo dolore che gli premea sul cuore! Oh come erano orribili quei momenti di solitudine pel misero giovine! Nissuna amica voce il confortava, nissuna mano gli tergea le copiose lagrime. Allora lo sventurato artista cadeva in ginocchio alla sponda del letto; alzava al cielo gli occhi nuotanti in lagrime e pregava.., pregava... pregava l’Addolorata Vergine, e a lei confidava ad alta voce i segreti dell’animo suo, a Lei si apriva interamente come ad una tenerissima e cara madre.
E la preghiera ridonava all’animo suo la serenità, la fiducia, la speranza. Una mano soprannaturale parea che scendesse a rasciugare le ciglia di lui: una voce misteriosa parea che facesse udirgli parole che gli arrecavano una consolazione grandissima. Dopo aver pregato con tutto il fervore della fede e della speranza, Ugo rimaneva immobile in ginocchio, alla sponda del letto, cogli occhi sempre rivolti al cielo, e colle mani congiunte in atto della più divota umiltà. Una mezz’ora passava in questa soavissima elevazione dello spirito, in questa misteriosa e sublime espansione di un cuor trafitto, che attinge sollievo e forza da Dio e dalla più diletta ed Immacolata Creatura di Dio.
E quando serenatosi l’animo e confidente, Ugo si cacciava sotto la coperta per ritrovare il balsamo del sonno, che è al corpo ciò che la prece è all’anima, egli pensava:
La preghiera non è forse il più gran dono del cielo? Non è l’espressione naturale dei nostri bisogni, delle nostre miserie, de’ nostri patimenti?
Non prega forse ad ogni momento l’intero creato che ne circonda? Le mille voci di pianto, che partono dai luoghi di dolori e di miserie, non sono preghiere rivolte a Colui che volle esser chiamato NOSTRO PADRE?
E la natura inanimata non prega ella forse nel suo misterioso linguaggio? Gl’indistinti mormorii che si esalano dal seno delle convalli, lo stormir dei fogliami, l’armonia delle acque, il fremito destato dall’aleggiar de’ venti; e il solenne rombo del tuono, lo squassar delle antiche foreste, i ruggiti dell’Oceano, e il milione di voci degli animali tutti, che sono in sulla terra; non è questa una continua preghiera, un concerto di lodi all’Altissimo pel gran miracolo di conservazione che si opera ogni dì, e nel tempo stesso l’attestato più schietto della debolezza di tutti gli esseri e di tutte le cose create, le quali rientrerebbero nel nulla, senza il perpetuo amore che le sostiene?
La luce che rischiara il creato, e gli Astri innumerevoli che a notte rivelano la Gloria di Dio, non volgono incessanti preghiere all’Essere che col suo braccio possente e invisibile li tien sospesi tra due abissi, ove si perde l’umana ragione?
Il tempo che disperde e accumula i secoli, siccome il vento disperde e accumula i granelli di sabbia, non è forse la tacita e perpetua preghiera della Creazione?
E l’uomo, questa creta portentosa, che da un punto impercettibile del creato scruta le profondità de’ cieli, e segna il corso degli astri, l’uomo, quest’essere assetato di felicità, questo tipo del grande e del misero, non ha egli d’uopo di pregare ad ogni istante della vita sua? Le nostre pupille non sono fatte per guardare in cielo?
Le umane passioni non sono forse il più ardente linguaggio della preghiera?
Oh misero, mille volte misero chi mai non prega! Quando le passioni, il mondo, la vita gli sfuggono, che farà egli?
Questi pensieri si aggiravano nel capo del caro giovinetto, innanzi ch’ei chiudesse gli occhi al sonno.
Gli amantissimi nomi del padre, della madre e de’ fratelli si mischiavano sempre nelle sue litanie e nelle sue orazioni alla Vergine Addolorata.
Ma, da qualche tempo, un altro nome, un altro carissimo nome veniva ad ogni istante sulle labbra di Ugo Ferraretti; e questo nome mettea nel cuor di lui una dolcezza febbrile, gli dava sussulti di gioia e di angoscia inenarrabili, e popolava ormai l’avvenire del giovine artista di larve adorate, di seducenti immagini che gli scottavano la fronte.
Quel nome era in oggi l’ultimo che mormoravano le sue labbra, prima che il sonno facesse succedere nell’animo di lui un altro mondo ideale a quello della realtà.
Quel nome era ormai per Ugo Ferraretti la vita, la felicità la gloria.
Quel nome era di una fanciulla bellissima per quanto sventurata.
Luigia Aldinelli.
Eccoci ormai sulle orme di un segreto importantissimo che gitta una gran luce sulla nostra istoria.
Luigia Aldinelli è un nome che abbiam lasciato nelle tristi memorie del Baronetto Edmondo Brighton: ella è una de’ cinque personaggi che, nati frutti della colpa in diversi lontani paesi, un pensiero di riparazione congiungea sulla medesima lista. Il delitto gli avea generati in cinque luoghi diversi; il rimorso ne riuniva i nomi e gli affidava all’amicizia e alla virtù.
Oggi noi ritroviamo il nome di Luigia Aldinelli sulle labbra d’uno sventurato giovine artista, suo compatriotta.
Dove, quando, come Ugo Ferraretti avea conosciuta Luigia Aldinelli? Perchè sventurata questa giovinetta?
Per ora noi sappiamo, imperocchè tuttora è avvolta nel mistero la storia di questa figliuola naturale del Conte di Sierra Blonda. Ma ben possiamo asserire che non mai due anime più belle e più pure furono unite da più pura fiamma di amore. Il cielo, che avea tolto a Ugo Ferraretti l’intera famiglia, compensava largamente questa perdita, concedendogli una corrispondenza di affetti tenerissimi e tali da riempir pienamente il vuoto profondo del cuore dell’orfano infelice.
Ugo Ferraretti amava dunque Luigia Aldinelli, e n’era riamato con tal passione, che egli non avrebbe giammai potuto sperare ne’ sogni delle sue notti febbrili.
Era felice l’amore di queste due innocenti creature? Felice sì nella sua piena ed intemerata corrispondenza; ma una funesta necessità costringeva i due amanti a non far trasparire i loro sentimenti: onde segretamente si amavano.
Iddio solo potea rompere l’ostacolo di ferro che si frapponeva alla loro felicità.
E la preghiera soltanto, la preghiera costante e fervida, poteva ottenere dall’Altissimo una tal grazia.
In sul cominciar dell’autunno Ugo più non andò tutt’i giorni alla Cascina, dove sappiamo al presente quale oggetto l’attirasse.
Ne’ dì che non traeva alla campagna, Ugo rimaneva chiuso nella camera.
Egli meditava un lavoro, un quadro, il cui sublime concetto disposavasi alla più cara sua passione sulla terra.
Un mese intero Ugo stette a meditare sul suo quadro e a pregare.
La Religione, la Gloria e l’Amore moveano il genio dell’artista e davan la febbre alla sua fantasia.
E un bel mattino, Ugo Ferraretti segnava i primi tratti del quadro rappresentante:
LA PREGHIERA.
VI. L’ISPIRAZIONE
L’ispirazione è un sublime dono che l’Ente Supremo concede ai figli dell’uomo. Essa è come un raggio della divina possanza, una scintilla di quel fuoco che dà la vita al nulla, che caccia la luce dalle tenebre, le forme dal caos.
L’ispirazione pone il suggello dell’immortalità alle opere che essa anima: il Tempo annienta le generazioni, polverizza le foreste, dissecca i mari: e l’opera dell’ispirazione rimane incrollabile e salda. A guisa della luce del sole, che nulla perde giammai nel passaggio de’ secoli, l’opera ispirata non invecchia giammai.
L’ispirazione non ha niente di comune colla materia che ne circonda: Essa non si rivela che ne’ suoi mirabili effetti, il mondo l’ammira, ma non la comprende, e spesso la scambia colla follia. A simiglianza dei grandi agenti di natura, la cui intima essenza sfugge all’umana ragione, essa non si lascia indovinare neppur dall’ente privilegiato a cui si abbandona. Il Genio stesso non sa che cosa è l’ispirazione, che lo anima.
Essa si spazia nell’universo; fende la regione degli astri; indovina i segreti della Creazione; scruta gli abissi del cuor umano; sorprende il magistero del Bello e ne disvela le maraviglie alle attonite moltitudini; anima il marmo, la tela, la carta; strascina al suo carro di trionfo le ricchezze e gli onori che essa disprezza e calpesta; sorride alla Gloria, sua figlia; comanda l’Entusiasmo, lo provoca, lo spande; nobilita i suoi stessi adoratori, e guarda baldanzosa attraverso i secoli, siccome al solo campo degno di Lei.
L’ispirazione, immenso dono che Iddio fa a qualche anima, uccide il corpo ove quest’anima risiede: quanto più essa vola verso il cielo, donde emana, tanto più il corpo si disfà e tende alla terra, donde provviene; quanto è più ardente il pensiero, tanto è più freddo e pallido il volto; quanto più vigoroso è il concepimento, tanto più debole è l’organizzazione della creta; quanto più feconda è la scintilla del genio, tanto più il corpo invecchia e il capo incanutisce.
L’ispirazione, nemica del tempo e dello spazio, spegne ben presto la vita che ne è l’espressione più naturale e sensibile.
Più che altrove, l’ispirazione discende sulle anime italiane. Il sole che allieta e feconda la bella penisola fa sbocciare in gran copia i fiori del genio come i fiori de’ prati, ma quelli non marcescibili come questi.
Ogni zolla di questa terra d’Italia è un ricordo glorioso pei suoi figli, le sue stesse ruine sono un semenzaio di genii. La poesia, la pittura, la scultura, la musica, queste vergini sorelle che fanno sì lieta l’umana vita e infiorano le tombe, si ebbero lor culla su questa terra incantata.
E Dio benedisse e ricompensò la virtù di Ugo Ferraretti, accordandogli la purissima fiamma dell’ispirazione.
Non tenteremo di descrivere le peculiari bellezze che il pennello del Ferraretti facea nascere sulla tela. Bisognerebbe che facessimo assistere i nostri lettori ad ogni seduta del giovin dipintore, e, ancorchè ciò facessimo, non sapremmo far loro minutamente osservare o ammirare il portento che ogni tratto di pennello creava: il genio ha i suoi misteri, che egli stesso talvolta non comprende; la mano esegue ciò che la ispirazione le detta, e i dettami di questa non sono traducibili in nessuna lingua dell’uomo. Bisognerebbe far passare negli animi de’ nostri lettori i sentimenti medesimi che agitavano di perplessa gioia l’anima del Ferraretti ad ogni sfumo che si disegnava sulla tela, quasi tocca da magica bacchetta.
Il quadro rappresentava l’interno d’una camera, il cui fondo scuro, alla maniera fiamminga, dava risalto grandissimo alla bianca figura di donna che, colle mani congiunte e cogli occhi rivolti al cielo, poggiava ambo le ginocchia al suolo, sostenendo appena il destro fianco alla panchetta di un letticciuolo messo di scorcio. Tutto rivelava la miseria e l’abbandono: quella donna avea sulle sue sembianze una giovinezza di dolori: l’innocenza vi trasparia e con essa la fede più viva: avea gli occhi e i capelli neri, d’una soavissima bellezza, il volto allungato da’ patimenti dell’animo, ma pur sì bello che lo sguardo vi si fissava con amore...
Una veste di mussolina d’un azzurro sbiadato copriva la leggiadra persona; lo scollo alquanto basso lasciava nudo un collo di avorio e la parte superiore del petto, mal difesa da una rozza pezzuola gittata sulle spalle colla noncuranza propria di chi ha una gran pena nel cuore.
— Questa lievissima offesa al pudore smoria nel sublime atteggiamento che riportava i pensieri dei riguardanti ad una sfera superiore ad ogni bassa passione.
Non è dicibile con quale arte e naturalezza era messo il fazzoletto sulle spalle di quella fanciulla.
Si vedea che la pena e gli affanni, per cui ella pregava, le avean fatto per un istante, solo per un istante, porre in obblio la natural modestia; nel quale momento di obblio parea che si giovasse un’auretta finissima che venia da una finestra dischiusa, e che iva sollevando il leggiero lino.
Da quella finestra discoprivasi in distanza la Cattedrale di Pisa, come per dare un’idea del luogo ove la scena accadeva.
Le pupille della fanciulla voltate al cielo lasciavano discoperta la sclerotica degli occhi bianchissima e velata da una nebbia di pianto: però il cielo, che quelle pupille cercavano, era disceso in esse, tanta era la soavità che da quelle partiva, e che si diffondea su tutto l’ambiente del quadro.
Le labbra semi aperte avean forse mormorato un nome assai caro, che parea vibrasse ancora nella loro tremula oscillazione: la preghiera, in fondo di quell’anima, rivelava l’amore; ed ella stessa, l’innocente creatura, non sapea forse esprimersi altrimenti che col linguaggio dell’amore.
Questa passione nella sua purità era scolpita in tutt’i tratti della figura: e la Religione, interprete scusatrice appo Dio di tutte le umane debolezze e miserie, le dava un carattere solenne e rispettabile.
Le mani congiunte in atto di rassegnazione, di umiltà, di speranza erano di una perfezione inarrivabile e d’una morbidezza che vincea la stessa natura: un anello, un semplice cerchietto d’oro, era al dito anulare della mano destra: ricordo forse tenerissimo di una madre, di una sorella o di altra persona.
Ma ciò che sovrammodo attestava il genio dell’artista era la massa de’ capelli della giovinetta che pregava. Era in essi quel disordine naturale a chi è preso da una prepotente passione: alcuni truccioletti le veniano staccati sulla bella fronte, ombreggiandone il niveo candore. La foltezza della scompigliata massa in sulla coppa del capo rivelava l’ardenza malinconica di quella natura appassionata: que’ capelli erano così vivi, così naturali, che facea d’uopo del ministero del tatto per assicurarsi che erano dipinti e non veri.
Tutta la scena era rischiarata dalla pura luce dell’alba, i cui rosei colori si vedeano spuntare dalla dischiusa finestra. Questa luce modesta investiva di scorcio le sembianze dell’inginocchiata: il resto della camera era ancora soggetto a quelle mezze ombre che attestano le tenebre della notte non del tutto cessata.
Oh perchè non possiamo ad una ad una particolareggiare le meravigliose bellezze di questa dipintura! Perchè non possiamo mostrarla agli occhi de’ nostri lettori nella sua sublime semplicità, nell’armonico suo tutto!
Oh se avessimo il potere di cangiare questa fredda pagina nella stessa tela, ov’ella nacque! Che cosa sono le imperfette e monche descrizioni quando si tratta delle opere del genio? Che può il freddo narratore a petto della realtà che lo abbaglia, e non gli lascia altro sentimento tranne quello dell’ammirazione?
Il concepimento, il disegno, il colorito, le ombre, la espressione, il dramma, tutto era grande in quel quadro, tutto additava un futuro Tiziano nel giovinetto malaticcio che facea passar l’anima sua su quella tela.
Quello che formava il pregio maggiore de’ lavori di Ugo Ferraresi, e massimamente di questo della Preghiera era la disposizione del fondo. Abbozzando i suoi quadri, egli traea profitto, come Rubens, non pure dall’abbozzo medesimo, ma eziandio da’ tuoni dell’impressione della tela.
Ugo schivava eziandio l’abito che si hanno non pochi pittori di dipingere interamente il nudo, per passar poscia alle vestimenta ed agli accessorii. Con tal metodo non può giammai ottenersi un perfetto accordo di parti, e l’effetto non ne risulta sì mirabile e limpido, come quando il tutto è stato osservato attentamente insin dalle prime pennellate dello abbozzo.
Ugo studiava in principal modo gli accidenti di luce, ai quali dava quelle graduazioni spiccate e forti che distinsero il Caravaccio e il Guido, e che han renduto sì pregevole la scuola fiamminga.
In quanto al colorito, Ugo sapea con tant’arte e genio distribuirlo, che non gli si avrebbe potuto rimproverare una sola tinta superflua o mal locata. Lo speziale dà i coloriti a tutti, dicea il Tiziano, ma solo il buon pittore ne fa il colorito.
Ugo insomma dimandava all’arte di sforzarsi a vincere l’inopia dei mezzi e la non cedevolezza della materia, egli sudava a gran goccioloni, come sudano tutti gli artisti che traggono la vita da un impasto di colori e danno alla tela tutte le passioni umane. Egli possedea que’ pregi che gli assicuravano piena vittoria in quel certame di opposti, qual’è il poter congiungere l’ardimento colla dolcezza, la forza colla grazia, il grande col modesto.
Noi abbiam cercato di descrivere il quadro compiuto, però che non avremmo potuto seguitarne la lenta esecuzione. Un anno intero fu speso da Ugo Ferraresi a terminare il suo lavoro, durante il qual tempo molti avvenimenti ebber luogo, che a mano a mano andremo narrando.
Ci affrettiam di dire intanto che il Ferraresi avea fatto passar sulla tela le sembianze di Luigia Aldinelli, la cui immagine era scolpita incancellabilmente nella fantasia di lui. Però, a seconda che quelle adorate sembianze andavansi conformando, egli amava l’opera sua con tal delirio che spesso ei dimandava a sè medesimo quale più amasse, se l’originale o il ritratto. Rimanea le lunghe ore a contemplar le care fattezze di quel viso, e talvolta non sapea resistere al desiderio di baciar le labbra inanimate ma vive della sua dipintura.
Questo gran lavoro era tramezzato dalle frequenti gite, che il giovine artista innamorato faceva alla Cascina.
Luigia Aldinelli non poteva mostrarsi al suo amante che di soppiatto; ed egli era costretto a starsi per molte ore rincantucciato nello spigolo di un muro, immobile, all’impiedi, esposto alle intemperie ed a’ rigori della stagione.
Ciò non pertanto, una breve distanza li separava la quale permetteva all’amante Ferraretti affissare i suoi sguardi su quella carissima creatura. Oltre a ciò, la disposizione del sito era tale che il luogo ove Ugo si ponea sovrastava alla casa di Luigia; così che costei, per guardar l’artista e per parlargli, aveva sempre i suoi begli occhi levati in alto.
Eppure le ore in cui que’ due si vedeano e s’intratteneano tra loro erano le più belle: il freddo, la pioggia e il vento non erano neanche avvertiti, ed eglino erano così felici, che il cielo avrebbe potuto cadere sul loro capo senza che quasi se ne fossero addati.
L’anno che fu necessario ad Ugo Ferraretti per compire il suo quadro fu per lui un anno di emozioni si vive, che lo avrebbero senza dubbio spinto a morte, se gli avvenimenti che si succedettero non avessero dato altro avviamento agli abiti della sua vita.
Eran circa sei mesi dacchè egli lavorava al suo quadro, quando una mattina, il campanello della sua casa fu udito a suonare.
Era questa una straordinaria singolarità; che dovea grandemente sorprendere il giovine artista; però che nessun amico egli aveva, e non mai anima viva era ito a visitarlo nella Casa di Satana.
Egli rimase per qualche tempo in forse se veramente all’uscio di sua casa il campanello si era fatto udire; ma tal sospensione di animo presto si dileguò al risuonare che fece lo stridulo istrumento, il quale erasi quasi arruginito per l’umidità di quella casa, e per l’ozio perpetuo in cui giaceva.
Ugo si alzò, gittò un panno sulla tela per nascondere l’opera sua e andò ad aprire.
Un giovine si presentò al suo aspetto, decentemente vestito:
Era Federico Lennois.
VII. L’INVIDIA
— Siete voi l’artista Ugo Ferraretti? chiese Federico Lennois al giovine con ispiccato accento straniero.
— Io son desso, rispose il giovinetto figgendo gli occhi sul personaggio introdotto nello studio.
— Quanto piacere io provo nel conoscervi di persona! disse Federico; ho veduto dal sig. Giacomo Palliard i vostri quadretti, che sono tante gemme di arte; particolarmente la vostra Addolorata, che è stata venduta per 500 lire alla casa Righetti di Livorno.
— 500 Lire! la mia Addolorata! O infamia!
— Dite benissimo, soggiunse Federico ingannandosi sulla significazione di quella parola di dolore e di vituperio; quel quadretto vale al più poco mille franchi.
— Eppure, signore, sapete quando mi fu dato dal signor Paillard per quel quadro che era l’anima mia e che io ricomprerei col mio sangue?
— Ah, credo che non vi fu dato meno di cento cinquanta lire.
— Dieci soldi! signore; dieci soldi!
— Dieci soldi!! Possibile! Ma questa è una vera infamia, siccome diceste; dieci soldi!
— Ecco, signor mio, la generosità e la coscienza che hanno i Francesi! Ecco il disinteresse, la filantropia, l’amor dell’ingegno e l’estimazione del merito, di cui eglino si vantano!
Federico si turbò, non perchè vulnerato nel suo sentimento nazionale, ma perchè, sendo egli francese, era molto mal raccomandato nel cuor di Ugo Ferraretti. Diremo più tardi qual si era lo scopo della sua visita al giovine Ugo.
— Ma in somma, diss’egli lisciandosi la barba, perchè precipitaste a tal modo il vostro quadro? Che bisogno ci era di venderlo per quella meschinità di dieci soldi?
Ugo scolorò in volto siffattamente, che Federico sembrò spaventarsene; e il ragguardò con moltissima attenzione non senza un sentimento di secreto piacere.
— Voi mi domandate, signore, perchè precipitai a tal modo il mio quadro? Che bisogno ci era di venderlo per quella meschinità di dieci soldi? Perchè vi sono alcune emergenze nella vita in cui per un soldo si darebbe anche la propria esistenza... Ah, signore, se voi sapeste che cosa orribile è la miseria! Guardarsi allo intorno nel proprio abituro sfornito di mobili, spingere il pensiero al di fuori e trovare la solitudine più desolante; nessun parente, nessun amico, nessun protettore: e, d’altra parte, udire i lenti gemiti d’una madre che si muore nella totale inopia di mezzi... Mancar di tutto, tranne del sentimento della propria dignità!... In questo stato io mi trovava, signore, tutto era venduto: la lunga e penosa malattia della sventurata madre mia assorbiva tutto il prodotto delle mie fatiche per varii mesi io aveva dovuto pensare ogni giorno a procacciarmi il sostentamento del giorno; lavorava dì e notte, mi sfiniva di forze, e ciò nonostante io era così felice, allorchè mia madre prendeva la sua zuppa ben calda, ben nutrita da ottima carne; io era così felice, quando ella mi volgeva uno sguardo di amore e di riconoscenza!... Povera madre mia! Oh se io potessi faticar come un cane, e nutrirmi con un sol tozzo di pane ogni due giorni, per riacquistarti! Se potessi dormir sul nudo pavimento, purchè io dormissi un’altra volta a fianco del tuo letticciuolo, o madre mia!... Perduta, perduta, per sempre!
Le lagrime irrigavano il bianco volto del Ferraretti. Federico era rimasto muto e impassibile a quella espansione di dolore...
Ugo ripigliò lentamente e con voce fiacchissima:
— Una sera, l’orribil sera: mia madre era infranta dalla sua inesorabile malattia: la tisi, l’implacabile tisi, che non risparmia le sue vittime, l’orribile tisi che rende scheletri gli ammalati, lasciando loro tutto il vigor della mente per far loro guardar di fronte la morte che si approssima; la tisi onde anch’io morrò, ne son certo, e forse tra non molti anni la tisi facea le sue ultime prove sull’infelice vivente scheletro di mia madre; una pozione, un refrigerio era indicato per quella misera, ed io non aveva un sol pezzo di rame, una sola di quelle infime monete, che pur bastano a dare e a toglier la vita. Tutt’i miei lavori erano stati venduti a quel carnefice di Paillard, però che nessun altro volea comprar quadri moderni: non mi restava che il quadro dell’Addolorata, da me dipinto con tanto amore, con divozione, con tanta fede: a quell’Immagine benedetta io raccomandava ogni mattina e ogni sera la madre mia: quella Madonnetta era la gioia nei miei dolori, la speranza nella mia disperazione, il raggio di sole nella notte dei miei pensieri... Ebbene, non avendo a chi rivolgermi, non sapendo su che cosa dar di mano per ottenere una moneta senza chieder la limosina, gittai uno sguardo sull’Addolorata, pregandola che avesse illuminata la mia mente.... ed essa sembrò guardarmi in atto pietoso, e dirmi: Io ti darò i mezzi onde soccorrer tua madre; va e vendi questa mia Immagine: grande è il sacrificio, ma una madre lo chiede..... Stetti molto tempo a contemplar quella figura; piansi dirottamente, però che mi parea che strappando quel quadro dal muro, io ne strappassi il culto dal mio cuore; stetti in forse lunga pezza; ma un sordo lagno di mia madre e la tosse straziante mi decisero. Io staccai dalla parete la sacra Immagine. Non saprei dirvi come diserta mi sembrò quella camera spogliata di quel quadro! Parve che l’olio della lampada si disseccasse in un momento, non essendo più destinato a rischiarare la benedetta effigie della Madonna. Baciai le pallidissime gote della mia genitrice, e, non ostante la dirotta pioggia che faceva e la distanza che mi separava dal rivendugliolo francese, andai a vendere l’Addolorata al signor Paillard. Probabilmente la mia disperazione si leggea scritta sulla mia fronte; onde quell’uomo senza cuore indovinò il bisogno estremo di danaro in cui io mi trovava e cercò trar profitto dalla mia sventura... Ecco, signore, la storia della vendita di quel quadro; ecco in che modo un Francese apprezza e valuta l’ingegno, l’opera e la fatica!... Su quel quadro ci erano più di dieci franchi di colori, ed egli non mi pagò neppure il prezzo del cencio di tela su cui la sacra Immagine era dipinta.
Una tosse violenta succedette a questo concitato parlare del giovine artista italiano, il quale aveva appoggiato il braccio sulla traversa del cavalletto e posata la fronte in sulla palma della mano in atto di sfinimento e di dolore.
Federico, il quale era seduto affianco di Ugo, sovra una sedia spagliata e rotta nelle traverse, misera gemella di quella su cui era seduto il Ferraretti inchiodò i suoi occhi di piombo su le costui sembianze, e un sinistro sorriso balenò sulle sue labbra.
Poco stante, il Lennois, poscia che il tossir di Ugo si fu alquanto calmato, gli disse:
— Sventurato giovine, io sono tanto profondamente commosso della vostra sorte, quanto ammiratore della vostra abilità. Troppo severo è l’opinione in che avete i Francesi. Se uno di loro gittò nel fango il vostro ingegno e abusò della vostra sventura, un altro si offre a emendare tanta ingiustizia. Io ho comprato dal signor Paillard, due vostri lavori, una Vergine Assunta e una Natività del Signore, due copiette inapprezzabili, ho dato al sig. Paillard due luigi, soltanto per averli da lui, ma non intendea pagarne il loro prezzo che al loro esimio autore; ed eccovi in questa borsa duecento franchi i quali mi estimo avventurato di potere io medesimo offrire all’egregio Ugo Ferraretti, la cui amicizia mi sarà anche più cara dei suoi quadri.
Ciò dicendo, egli ponea la borsa sulla traversa del cavalletto.
Ugo restò attonito: non credeva ai suoi occhi e alle sue orecchie: gli parve un sogno tanta felicità. Era la prima volta ch’ei trovava un nobil cuore, un amico! Ugo non potè rispondere che gittando un diluvio di baci e di lagrime sulle mani di Federico, di cui si era impossessato.
— Il vostro nome, signore, il vostro nome che io dovrò portar scolpito nell’anima mia, chiedeva il Ferraretti tra i singhiozzi della gioia.
— Ferdinando Ducastel, pittore come voi, ma non del vostro ingegno e della vostra terra, perocchè io sono francese:
— Ferdinando Ducastel! Francese! Oh perdono alle mie stolte parole, perdono al dolore che me le dettava.
Ugo cadde nelle braccia del Lennois, il quale stampò sulla fronte di lui un freddo bacio.
Era il bacio dell’Iscariota.
Cessata la commozione, Ugo rialzò la faccia rischiarata dalla gioia e guardò con passione il suo giovine amico.
— L’emozione che io provo, signor Ducastel, è troppo grande perchè mi dia l’agio di significarvi l’animo mio. Le lagrime di contentezza che ho versato vi dicono abbastanza quanto io sono profondamente tocco dalla vostra squisita delicatezza. Oh questo è certamente uno dei più bei giorni della mia vita! Iddio ha benedetta la mia solitudine accordandomi un amico...
— E dei più affettuosi, disse Federico abbassando gli occhi al suolo.
Passò qualche momento di silenzio.
— Anche voi dunque siete pittore, signor Ducastel? dimandò Ugo — e avete avuta tanta indulgenza per le mie deboli cose?
— Sappiate meglio conoscere voi stesso, Ugo Ferraretti. Io non temo d’ingannarmi asserendo che voi siete destinato a formar la gloria del vostro paese. Sì, ne son sicuro; il vostro nome aggiungerà una bella pagina alla storia delle arti italiane, e un giorno forse Pisa andrà superba di aver dato i natali ad Ugo Ferraretti, siccome va superba di esser la patria di Galileo Galilei.
Ugo volse al cielo i suoi occhi perduti nelle lagrime.
— Dio! Dio mio! Questo momento dolcissimo compensa tutte le sofferenze della mia vita! Un artista, un Francese, dice che un giorno forse la mia patria andrà superba di me! Oh se io potessi abbandonarmi a questa lusinghiera speranza! La gloria! Ed io non ho che diciotto anni! Dio, Dio mio, se la mia mente s’illude, se le sue parole son false, oh non voler togliermi questa cara illusione che mi dà forza, coraggio e vita. Io lavorerò con tutta l’espansione della mia giovinezza; sfibrerò il mio cuore sulla tela; consumerò i miei giorni allo studio, alla meditazione. Mi lascino pure nella miseria, se il mio nome dovrà vivere dopo la mia morte, se un giorno Pisa dovrà additare la Casa di Satana come la dimora dell’artista Ugo Ferraretti. E che cosa ho a farne io dei piaceri e delle ricchezze del mondo, se Dio mi concederà l’ispirazione ed il genio! Questa febbre che mi scalda i polsi ogni sera, sarebbe mai la febbre dell’arte! Oh Luigia, Luigia mia...
Ugo mise un piccol grido e si coprì il volto colle mani. Egli aveva avuto uno di quei momenti di delirio a cui si abbandonano le anime inconcepibili degli artisti.
Dopo alquanti momenti di silenzio, egli levò il capo avvampato, e disse umilmente al Lennois:
— Perdonate, signor Ducastel, perdonate la stoltezza delle mie parole.... I patimenti e la solitudine hanno così sfiaccata la mia ragione, che talvolta esco in mattezze di cui hommi a vergognare.
A seconda che Ugo si lasciava rapire dai trasporti dell’anima, il volto di Federico diventava livido come quello di un morto: il suo sguardo pigliava una espressione di ferocia: e un amaro sogghigno contraeva il suo labbro.
— Non vergognate di abbandonarvi a sì dolci pensieri, che sono pur troppo i puri e veridici sentimenti dell’animo vostro. Indarno la vostra eccessiva modestia combatte la bella speranza della gloria, di cui si annunzia per voi così splendida aurora. Voi avete innanzi a voi così lungo avvenire!...
Ci era qualche cosa di crudelmente derisorio in queste ultime parole di Federico; ma la crudele ironia non potea comprendersi dall’anima schietta e sublime del giovinetto italiano: ciò non pertanto quelle parole gli parvero strane e d’una vaga significazione.
— Un lungo avvenire! ripetè lentamente il Ferraretti, come se avesse cercata la soluzione di un arduo problema.
Il suo capo si chinò in atto di scoraggiamento, a guisa di un fiore su cui passa un violento soffio di aquilone.
Quei due rimasero in silenzio per alcuni secondi.
— Ditemi, Ferraretti, riprese Federico, la vostra Natività non è una copia di quella di Giovan Battista Naldini, il cui originale è in S. Maria Novella di Firenze?
— Sì, signor Ducastel: io ne trassi l’idea da un bozzo venutomi tra mani alcuni anni fa: solamente credetti aggiungervi qualche cosa del mio. Ben sapete che il Naldini, detto dal Vasari pratico, perito e fiero dipintore, trascurava moltissimo gli accessorii, e sprecava lo spazio della tavoletta in certe dappochezze che hanno in certo modo oscurata la sua fama.
— In fatti osservò Federico, ho veduto a Firenze la sua Purificazione, di cui si mena dai Fiorentini gran vanto; è una miseria: vi sono in aria due angeli, di cui uno è senz’ali, sì che non si sa come si regga in alto, e sembra un bambino che minacci di cadere.
— Voi avete molto viaggiato, signor Ducastel?
— Sono da parecchi anni in Italia a studiare su i capilavori del genio.
— Oh quanto amerei di vedere un vostro lavoro, signor Ducastel! Se debbo giudicare da quel che sente l’animo mio nell’udirvi a parlare, io dovrò dire di voi quello che la vostra generosa bontà si compiaceva dir di me, vale a dire che la Francia un giorno andrà superba del vostro nome.
A queste parole gli occhi di Federico scintillarono come due razzi accesi, e la sua fisonomia, pel consueto fredda e impassibile, s’irradiò d’una luce di entusiasmo e di passione.
— Oh se ciò fosse vero! Ma io non ho il vostro genio, la vostra abilità; io non sono nato sotto questo cielo, non sono Italiano! Eppure io sento che farei tutto per acquistarmi un nome, per uscire dalla insopportabile oscurità a cui mi danna la mia nascita; tutto farei per udir mormorare il mio nome quando passo per le strade, per essere anch’io additato nelle riunioni e nei pubblici spettacoli. Oh felici, mille volte felici, coloro che sanno crearsi un nome!
Una delle corde più vive del cuor di Federico era stata mossa, e il suo linguaggio questa volta era la genuina espressione del suo pensiero; tranne che l’invidia si avea posta la maschera del desiderio di gloria. Era l’ignobile mosca che vuole imitare il volo della farfalla.
La conversazione fu novellamente interrotta dalle riflessioni a cui ciascuno di quei due si abbandonò.
— La vostra Vergine Assunta è magnifica riprese Lennois, ci è dello Zingaro in questa tavoletta: che soavità di colorito! che studio di prospettiva! Ho veduto qualche cosa di simile al vostro lavoro nel Museo di Napoli: era una dipintura del Solario, che egli facea, se ben ricordo, per la chiesa di S. Pietro ad Aram di quella città.
— Oh, per carità, signor Ducastel!... La vostra amicizia per me vi trasporta... Paragonare le mie povere pitture a quelle dell’immortale Solario!
— Io non vi adulo, Ferraretti; bensì vi dico schiettamente quello che penso di voi... Ve l’ho detto, e ve lo ripeto: voi avete genio e maniera tutta propria... Ma, perdinci, è una ora che sono qui, e non mi avete ancora fatto ammirare del bello e del nuovo, soggiunse Federico, gittando all’intorno della camera uno sguardo indagatore; io voglio vedere qualche altro vostro lavoro, mio caro Ferraretti; questa tela ricoperta da un panno.
Ugo fu scosso, si turbò, arrossì.
— Ah! questa tela... è un quadro, su cui lavoro da sei mesi: esso è tutta la mia vita, tutta l’anima mia, tutto il mio amore; ma sono appena a metà dell’opera.
— Ah questo certamente sarà un capolavoro, esclamò il Lennois, ed io sarò felice di poterlo ammirare nel suo nascere.
È tempo di far notare ai nostri lettori che sin dal primo entrare di Federico Lennois nello studio dell’artista italiano, avea quegli balestrato uno sguardo sulla tela ricoperta, divorato dal desiderio di vedere ciò che vi si contenesse: ma non avea creduto prudente e discreto il richiederne a prima giunta il Ferraretti.
— Un capolavoro!... Oh, lo sarà lo spero.
Questo grido, scappato involontariamente dalla intuizione del genio, fece allibir d’invidia il Francese.
— Su, su, togliete quel panno, disse questi mal contenendo l’amarissima curiosità che il divorava, e si appressava al cavalletto per iscoprire il quadro; ma Ugo il rattenne.
— Un momento, signor Ducastel, io sono pronto a soddisfare alla vostra curiosità; ma debbo avvertirvi che è questa una gran prova di amicizia che vi do... Nessun al mondo ha finoggi veduta quella tela.
— Ah! esclamò il Lennois, cui un pensiero d’inferno attraversò l’anima nera; nessuno ha veduto il vostro quadro!
— Nessuno l’ha veduto, ed io ho le mie ragioni per nasconderlo per ora ad ogni occhio mortale... Laonde giuratemi, signor Ducastel, che non paleserete ad anima viva l’esistenza di questo quadro.
— Ve lo giuro sulla mia vita, rispose cupamente Federico.
Ugo sollevò il panno che copriva la tela...
Egli era pallido come per morte.
Invece il volto di Federico Lennois era divenuto una vampa di fuoco; i suoi occhi erano ardentemente fissi in sulla tela: un pensiero intanto gli annebbiava la vista:
— «Questo quadro sarà mio... Lavora, lavora, Ugo Ferraretti e, poi muori... io raccoglierò il frutto delle tue fatiche. Tra pochi mesi il mondo saprà che l’autore del quadro la Preghiera è... Ferdinando Ducastel.»
VIII. IL DISEGNO DEL LENNOIS
Egli è mestieri che disveliamo qual si era lo scopo di Federico Lennois nel trarre a visitare l’artista della Casa di Satana.
Federico era a Pisa da alquanti mesi; egli avea già percorso le principali città d’Italia, non tanto, come egli diceva, per vaghezza di studiare i capilavori di arte, di cui è sì ricca questa terra, quanto pel bisogno incessante di distrazioni ch’ei sentiva, per isfuggire al suo più mortale nemico, sè medesimo. Un’inquietudine perpetua seguitava questo giovine in qualsivoglia paese. Diremo altrove qual si fu la prima tempestosa giovinezza, e quali sciagure la colpirono.
A Pisa, siccome a Milano, a Roma, a Napoli, a Firenze, Federico prendea contezza dei più rinomati artisti del paese, e andava a visitarli, annunziandosi loro ammiratore: spesse volte facea delle compere per ispecularvi sopra: tal’altra fiata si poneva per qualche tempo appresso ad un pittore per meglio apprendere l’arte. Ma nè l’ammirazione, nè l’interesse, nè la brama di apparare guidavano i passi di lui nelle dimore degli artisti. Altra passione, assai differente, ve lo menava, passione ignobile, rarissima appo gl’Italiani, L’INVIDIA.
Federico non era cattivo dipintore; egli avea studiato sotto abili maestri, e qualche volta si potea dire che una scintilla di genio era in lui; ma la mezzanità, morte delle arti e degli artisti, la mezzanità, che genera la presunzione, la cattiveria e l’invidia, la mezzanità era tutto il retaggio di Federico. Comechè si sforzasse di dare alle sue tavolette energia, grazia e naturalezza, lo stento e l’artificio vi trasparivano sempre. Era nelle sue figure qualche cosa che a prima vista colpiva per vivacità di colorito, per risalto de’ primi piani, per una certa originalità di concetto; ma quando l’occhio del perito si riposava sul quadro, vi trovava tanti difetti e sconcezze, quanti pregi e grazie vi si erano scorti in sul primo riguardare. Niente del bello stile italiano, quantunque in Italia egli avesse studiato: nulla della semplicità che è tutto il mistero del genio.
Veggendo poco valutati i suoi lavori, a’ quali erano sempre messi avanti anche i più mediocri di pittori italiani, arrovellavasi contro di questi; e scagliava su le più orrende bestemmie e imprecazioni. Col germe dell’odio grandemente sviluppato nel seno, simili giuste preferenze non poteano che sempre più esasperare l’animo di lui e farvi nascere le più crudeli passioni. Dapprima ei si ficcava negli studi degli artisti per cercare di scoprire qualche segreto di cui valersi per dar merito a’ suoi lavori. Destro, sottile, ipocrito, spiritoso, insinuante, di bella e pulita corteccia, di linde maniere, egli trovava facile e gradita accoglienza dappertutto, e si faceva un gran numero di amici, i quali tutti ei tradiva, svelando all’uno i segreti dell’altro, dicendo a questo un gran male di quello, e burlandosi di tutti. Federico si studiava di screditare i più abili e rinomati, di gittare l’ironia, lo scherno, la maldicenza, la calunnia sulle opere più insigni; ed avrebbe voluto aver la possanza della distruzione, per annientare in un sol momento tutti i prodotti del genio italiano.
Egli spendea danaro per corrompere i più accreditati giornali d’Italia: faceva scrivere articoli virulenti contro le più lodate dipinture degli artisti italiani: egli stesso non si facea scrupolo di farsi il proprio elogiatore. Ma le lodi comprate non fruttano gloria, siccome la satira calunniosa non può che per un momento offuscare il vero merito. Il pubblico condanna le bugiarde voci de’ giornali, e dispensa l’encomio o il biasimo nella bilancia della giustizia.
Dopo qualche mese della sua dimora in Pisa, Federico avea conosciuto il suo degno compatriotta Giacomo Paillard. Ogni mattina quegli traeva a casa di costui, e vi s’intrattenea alquante ore. Il Paillard era informato di tutta la cronaca del paese; sapeva i fatti più segreti delle famiglie, facea baratto di quadri con tutto il resto d’Italia. Egli aveva alcune superficiali cognizioni di pittura, ma conosceva da professore la storia sul merito, sull’autore, sulla data e sulla scuola d’un quadro. Il Paillard ritoccava, ristaurava, impastava, imbrogliava, vendea lucciole per lanterne; dava del nuovo per vecchio; improvvisava celebrità; dava dei fratelli all’Urbinate, al Tiziano, al Coreggio; prodigalizzava e toglieva il genio a suo pieno piacimento: facea di tutto insomma per carpir quattrini dalle tasche de’ merlotti, siccome soglion fare questi francesi che vengono a speculare in Italia.
Non potevano meglio riscontrarsi due arnesi della stampa di Federico e del sig. Paillard: l’avarizia e l’invidia si erano abbracciate in un solo intento, la morte del genio.
Federico avea veduti i quadri di Ugo Ferraretti ed era rimasto colpito dalla straordinaria bellezza di que’ dipinti: erasi tosto informato del loro autore, e la sua gioia fu grande quando seppe che il Ferraretti vivea nella più squallida miseria. L’Addolorata, la Vergine Assunta e la Natività del Signore erano tre quadretti inapprezzabili: era in essi qualche cosa del bel secolo di Leone X. Federico non potea saziarsi di ammirare la finezza, il colorito, il partito di pieghe, l’espressione e la soavità de’ volti. Benchè il rivendugliolo gli avesse detto che que’ quadretti eran copie e ne avesse additato gli originali, Federico trovava in quelli l’impronta del genio. Egli aveva già veduto a Firenze l’originale della Natività del Signore: ed era convinto che la copia del Ferraretti valea più del dipinto del Naldini.
Federico comprò i due quadri dal Paillard, ed avrebbe anche comprata l’Addolorata, se questa non fosse stata già venduta, per contratto, alla Casa Righetti di Livorno. Il Lennois avea il suo proponimento: avvicinarsi al Ferraretti, cattivarsi l’amicizia col fare mostra di generosità, e trar profitto dalla miseria di lui comprandone il pennello. Federico volea far servire il Ferraretti come istrumento della gloria, i quadri di Ugo avrebbero un giorno portato il nome di Ducastel.
Federico non indugiò a mandare ad effetto il suo disegno, e noi l’abbiamo veduto presentarsi alla Casa di Satana e divenire in un momento l’amico del Ferraretti, il quale non potea giammai supporre quale anima si nascondesse sotto le avvenenti forme del Francese.
È facile il comprendere come esultasse il cuore del perfido Federico nel vedere il quadro la Preghiera, e nell’udire dalla bocca del suo autore che nissun occhio mortale aveva affisato quella dipintura.
Le ardenti parole pronunziate dal Ferraretti quando gli si parlò di gloria davano chiaramente a divedere com’ei lavorasse dietro l’impulso di questo fervidissimo desiderio: laonde era impossibile di ottenere da lui, per qualsivoglia somma di danaro, la compra di quella creazione, la quale non potea mancare di eccitare il più grande entusiasmo e di procacciare al suo autore una gloria non peritura. Però Federico non si fermò alla idea di comperarsi i dritti di autore; ma concepì il nero disegno di rubare il quadro del Ferraretti, come prima questi vi avesse dato le ultime pennellate. L’idea del furto congiungeasi naturalmente all’idea della morte di Ugo, la quale, per la gracilissima salute di lui, non parea mica distante.
Noi oseremo spingere il nostro sguardo nelle profonde latebre del cuor di Federico per leggervi tutta la perversità che vi si ascondeva. Egli aveva fatto il seguente crudelissimo disegno:
Non abbandonar mai Ugo Ferraretti e stargli d’accanto in tutti i giorni, in sino a che avesse terminato il suo quadro. Vegliare attentamente sulla sua salute: non fargli patir difetto di niente; circondarlo di allettamenti fino al termine del quadro. Badare con ogni circospezione a tener nascosto quel dipinto ad ogni anima viva, per modo che, morto il Ferraretti, nissuno al mondo avesse potuto dire che quel quadro era del giovine artista Pisano. Mostrarsi amico sviscerato del Ferraretti per poter avere accesso in sua casa ad ogni ora del giorno e della notte. Allontanare dalla Casa di Satana qualunque persona la quale, venuta in intrinsechezza, avesse potuto discoprire l’esistenza del quadro, e finalmente, data l’ultima pennellata alla grande opera, porre ad arte tutti i mezzi infernali per accelerare la fine del giovin pittore senza commettere un aperto assassinio!
Era questo il diabolico proponimento del Lennois, e tutto sembrò sorridere alle sue speranze; tutto corrispose fatalmente alla sua aspettativa.
In poco tempo la più stretta intrinsechezza fu tra i due giovani artisti. Federico non sapea dividersi da Ugo, e questi contava i momenti quando l’amico non era al suo fianco. Federico si sedeva da costa al Ferraretti allorchè costui lavorava al suo quadro; gli preparava la tavolozza, gli approntava i pennelli, gli stemperava i colori, gli riscaldava il caffè col latte, solita colezione del giovinetto artista. E, quando questi avea dipinto per due o tre ore, il Lennois facea chiudere il quadro in luogo riposto, e seco menava il suo amico a spasso nella città, a pranzo in qualche elegante osteria o in altri luoghi di diporto e di svagamento. Ugo sembrava più rimesso in salute, e la piccola tosse che solea tormentarlo era sparita. Ma la tristezza non era scemata in lui, alimentata da un amore infelice e da sinistri presentimenti.
Ugo avea giurato a Luigia Aldinelli (che ne lo avea richiesto, per ragioni che diremo in appresso) di non rivelare ad alcuno l’affetto che avvinceva, nella massima purità, i loro cuori; epperò il giovinetto si era sempre astenuto di aprire il suo animo all’amico e disvelargli le angosce di un amore senza speranze. In ogni cinque o sei giorni, Ugo diceva al Lennois ch’ei si recava in campagna per far visita a un suo parente; e coloriva a tal modo le sue gite alla Cascina, dov’egli attingeva novelle ispirazioni pel quadro sublime della Preghiera, e dove ei beveva a gran sorsi il veleno di un amore tanto più infelice quanto più puro e incontaminato. Le soavissime e care sembianze di Luigia Aldinelli lasciavano la loro impronta incancellabile nella mente del giovine artista, il quale riproducevale in tutta la loro purezza sulla tela.
Ugo avea fatto un mistero a Luigia Aldinelli del quadro ch’ei stava facendo, però che egli voleva, a suo tempo, procurarle una dolce sorpresa. Era in quel quadro tutto il cuore dell’artista, colle sue fervide speranze nel Cielo, col suo amore straziante, colle sue solitarie passioni.
Circondando il malinconico giovinetto con tutti gli allettamenti della vita Federico volea fargli prendere a poco a poco il gusto e l’abito dei piaceri, per poterlo indi spingere ad ogni eccesso, quando giungeva il tempo di spingerlo alla tomba. Era questo il pensiero del perfido Lennois. Profittare della debil salute di Ugo Ferraretti per ammazzarlo cogli stessi piaceri della vita.
Ugo si era dato con trasporto a questo nuovo genere di vita. Il poveretto avea diciotto anni, avea sensibilità eccessiva, un cuore amantissimo, ed aveva la fibra di un tisico, vale a dire estremamente pieghevole agli accessi ed alle commozioni di ogni sorta. D’altra parte, fino a quell’età, l’infelice non avea provato che le sole torture della vita; è facile dunque immaginarsi con quale ardore ei si lanciasse in quella nuova esistenza ricolma di tanti piaceri. Oltre a ciò Ugo sentiva il bisogno di distrarsi dal pensiero di un amore che gli rodeva lentamente il cuore. È noto eziandio che coloro i quali portano nel loro petto il germe fatale della tisi, sono più facili degli altri ad abbandonarsi a’ piaceri; quasi che un presentimento segreto gli avverta che debbono affrettarsi a godere, essendo ben corta la loro carriera.