Parte Prima (continued 2)
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— Esso non sarà mai pronunziato da noi, signore, se questo è il vostro piacere.
— Grazie, Mistress Horms, grazie, rispose Federico baciando la mano di Lucia: questo tratto della vostra amicizia sarà per me un sacro titolo di eterna gratitudine.
A quel bacio sulla mano Lucia sentì scorrersi per le vene un gelo mortale.
Federico aveva fissato i suoi occhi sul volto della giovine moglie di sir Eduardo, e sembrò abbandonarsi ai suoi pensieri.
— Voi ignoravate il mio matrimonio? dimandò Eduardo.
— Interamente. E Mistress Horms è inglese?
— No, ella è napolitana.
— Napolitana! Oh davvero! napolitana! Ella è nata in Napoli! Forse in questa città d’Italia l’avete sposata, non è vero Eduardo?
— Verissimo.
— Da quanto tempo?
— Non son che due settimane.
— Ah! voi dunque siete nella vostra luna di miele! siete nel tempio della felicità!
Ci era nell’accento con cui queste parole furono pronunziate, qualche cosa di sinistro e di lugubre: l’invidia, che spesso alligna ne’ francesi, trapelava quasi visibilmente nel Lennois.
— Sì, rispose Eduardo assorto nel pensiero della propria felicità, io sono veramente contento e felice della mia scelta. Lucia è un angelo di bontà, e queste care creature che mi circondano sono la mia gioia, la mia consolazione...
Dopo alcuni momenti di silenzio, Eduardo riprese:
— Siete stato in Napoli, fratello?
— Certamente; ci fui nell’anno 1825... Città incantevole, paradiso del mondo! Sotto quel cielo posi per poco in obblio le mie sventure. Ivi soltanto io sono stato meno infelice. Quando la sera io traeva a passeggiare su la riviera di Mergellina, e fissava i miei sguardi su quell’anfiteatro di colline su cui la luna gittava le sue onde di candidissima luce: quando nel silenzio della sera, venivano a colpir le mie orecchie i canti dei marinai che sposavano le loro malinconiche melodie al mormorio della spiaggia, la quale sembrava raccogliere nel suo grembo acque di argento: quanto, in sull’alba, schiudendo il balconcino della mia terrazza a Mergellina, una luce purissima, un’aura ricca di odori inebbrianti mi circondavano allargando i miei polmoni e tutta l’anima mia; oh... in quei momenti io era felice, nè saprei dirvi quel che sentiva il cuore!... Ma, quando la società mi attorniava coi suoi rumori, quando cessavano le voci della natura, e cominciavano quelle degli uomini; la tristezza e l’esasperazione si impadronivano di me, ed io malediceva i nomi di coloro che, in sull’aurora della mia esistenza, avvelenarono l’anima mia.
A quelle rimembranze della sua patria, gli occhi di Lucia si erano bagnati di lacrime: le parole di Federico avevano fatto su lei un’effetto singolare. Ella non guardava più con sospetto il giovine artista... e questo era ciò che bramava Federico Lennois, il quale con uno sguardo aveva indovinato la tempera di animo della moglie di Eduardo, e di botto avea trovato le armi onde investirla. Scuotere l’ardente fantasia di lei, muoverne la sensibilità; eran questi i mezzi onde guadagnar la stima della napolitana, e Federico adottò un linguaggio di poesia per commuoverla. Egli avea bisogno di cacciar dall’animo di lei il sospetto che naturalmente avea dovuto nascervi dal cangiamento di nome onde egli le si era per la prima volta presentato.
— È ormai tempo di parlar di affari, disse Eduardo porgendo una sedia a Federico, e sedendosi di fronte a lui.
— Parliam di affari, rispose Federico, senza staccar gli occhi dal volto di Lucia.
— Noi ci siamo trovati esattissimi al nostro convegno, mio caro... Ducastel, n’è vero?
— Ducastel, ripetè Federico, guardando questa volta fissamente negli occhi a Eduardo.
— Oggi siamo al 28 Giugno, continuò questi, e noi ci avevamo scambievolmente promesso di vederci in questa città non più tardi della fine di questo mese.
— E ci siamo: io sono a Parigi da oltre 15 giorni: vi aspettava con impazienza; ma non ho neppure per un istante dubitato della vostra lealtà. La parola di un Inglese è proverbiale per l’esattezza; e quella del banchiere Horms è nota per la sua rigorosa puntualità.
— Il quadro? dimandò Eduardo con ansietà.
— È pronto rispose Federico; alla fine dell’entrante mese è vostro.
Gli occhi dello scozzese scintillarono di gioia.
— Vorreste permettere a Mistress Horms e sua sorella di ammirare il vostro capolavoro innanzi che il presentiate all’Esposizione?
— Ben volentieri... Ma il tempo stringe, però che pel primo di luglio prossimo debbo consegnare il quadro alla commissione incaricata di ricevere le opere di arte... Vi aspetto dunque domani all’albergo Mirabeau, alle undici del mattino.
— Opera maravigliosa! Stupendo lavoro!! esclamava Eduardo, rapito al ricordo delle bellezze del dipinto.
— Mio marito non si sazia di levare al cielo il vostro lavoro, signor Ducastel: comprenderete però e scuserete la nostra natural bramosia di ammirarlo, prima che gli occhi di tutta Parigi si fissino sovr’esso.
— Ascrivo a sommo onore cotesta vostra brama di vedere il mio debil lavoro, Mistress Horms.
Eduardo erasi intanto recato ad uno scrigno, e ne avea tratte alcune cambiali.
— Eccovi una parte del prezzo del vostro quadro: sono dieci banconote su la casa Dufresne di Parigi del valore di cinquemila franchi ognuna.
Federico tolse nelle sue mani le cambiali, le scorse con avidi occhi, e disse:
— Sono in perfetta regola.
Eduardo gli presentò l’occorrente da scrivere.
— È ben giusto.
Federico si sedè e scrisse:
«Ho ricevuto da sir Eduardo Horms, di Glascovia, la somma di cinquantamila franchi, metà del prezzo convenuto del mio quadro rappresentante La Preghiera a lui venduto, quello stesso che verrà tra giorni da me esibito alla Grande Esposizione di questa città. Io mi obbligo di consegnargli il detto quadro non sì tosto cessata la pubblica mostra di Belle Arti. —
Parigi 28 giugno 1829.
Ferdinando Ducastel.»
Eduardo gittò gli occhi sulla scritta di Federico, e stette qualche tempo a considerarvi sopra. Federico si affrettò a dire:
— Non abbiate alcun dubbio per la diversità del nome. Il mio quadro porterà all’Esposizione il nome di Ferdinando Ducastel... Federico Lennois più non è.... L’autore del quadro la preghiera non è Federico Lennois.
Eduardo intascò la ricevuta di Federico, e sembrò al tutto sicuro della lealtà di suo fratello e della validità dell’obbligazione da lui fattagli.
La conversazione si raggirò sovra altri soggetti, ai quali presero parte eziandio Lucia e Marietta.
— Ho letto testè nel Dèbats, disse Eduardo, che S. M. il Re Carlo X è venuto da S. Cloud in questa capitale per vedere nel palazzo del Louvre il dipinto del suo primo pittore, il Barone Gèrard, nel quale questo artista ha rappresentata l’epoca memoranda della incoronazione del Re nella Cattedrale di Reims. Avete veduto questo quadro?
— Sì, rispose freddamente Federico, è un bel lavoro.
— Oh! son così rare in Francia le belle dipinture! esclamò Eduardo. Io sono sicuro che quando Parigi contemplerà l’opera vostra, andrà superba del vostro nome; ma sono anche sicuro che voi non avreste fatta quella magnifica creazione, se non vi foste ispirato al cielo d’Italia: non è vero, Ducastel?
— Verissimo: quel quadro è un lavoro italiano, disse cupamente il Francese.
— Oh come sono felice di esserne il possessore! esclamò Eduardo: conto tra i più be’ giorni della mia vita quello in cui venni a visitarvi a Pisa.
— Ed io tra i più fortunati.
Federico si alzò per accommiatarsi da quella famiglia.
— A domani adunque, Mistress Horms; vi aspetto alle undici allo Albergo Mirabeau, strada della Pace.
— Non mancherò di procacciarmi il piacere di ammirare il parto del vostro sublime pennello, sig. Ducastel.
Lucia porse la sua destra all’artista, il quale strinsela nella sua.
— A rivederci, Mistress Horms; addio felice Eduardo.
— Addio, fratello: per l’ultima volta permetti che io ti abbracci come Federico Lennois.
L’artista portò l’indice della destra alle labbra, significando che quel nome avesse a tacersi per sempre; indi s’inchinò alle due donne, e partì, gittando su Lucia uno sguardo onde costei fu scossa e rabbrividì.
— Com’è pallido! disse Marietta... Ho capito ben poco di quanto avete detto fra voi. Maledetta lingua francese che non vuole entrarmi in testa!
Avvicinatasi poscia alla sorella, e mettendole un braccio sul collo, le disse:
— Ci è del Daniele in quell’uomo; or me ne sono accorta, e son sicura di non ingannarmi. Sarà un grande artista, ma non sarebbe un buon marito, n’è vero, illustre sorella?
Lucia era rimasta pensosa, e non rispose che sorridendo sbadatamente alla fanciulla.
Eduardo che avea accompagnato il Lennois fino all’uscio del salotto, ritornò stropiccicandosi le mani, come chi è contentissimo del fatto suo; e venne a sedersi tra i tre suoi cognati per prender parte a’ loro innocenti sollazzi.
VII. LE DUE NAPOLETANE
Il dì vegnente, Federico Lennois stava solo nella sua camera dell’Albergo Mirabeau. Erano le dieci del mattino; ed egli si era alzato da oltre un’ora, e si era messo a fumare una pipa d’ambra, seduto vicino ad una finestra aperta donde si godeva la vista della bella strada della Pace, e in distanza, la strada trasversale di Sant’Agostino, la piazza Vendome, la strada di Tivoli, e parte de’ cancelli del Giardino delle Tuillerie.
Una ricca veste di camera di leggerissima stoffa copriva interamente la sua persona, non lasciando scoperte che le due estremità delle gambe, su cui aderivano perfettamente i calzoni color violetta ritenuti da due corte staffe.
Egli avea due stanze al secondo piano e sul dinanzi dell’albergo, l’una delle quali gli serviva da camera da letto, e l’altra da studio e da salotto di ricevimento. Quest’ultima era fornita di tutto ciò che la moda e l’eleganza comandano che si tenga in una stanza da conversare: poco o nulla traspariva dell’artista; molto del gentiluomo. Ed infatti un artista si sarebbe tenuto contento di alloggiare nella parte interna dell’Albergo, la quale riesce su vasto e bel cortile. Presso ad una delle finestre del suo salotto, Federico si stava dunque seduto quella mattina, e facea vagar lo sguardo nella strada e i buffi di tabacco nel sereno cielo di està.
Non ci arrischiamo a indovinare i pensieri che si aggiravano in quel capo; ma ben possiamo asserire che non erano concepimenti artistici o morali meditazioni quelle che facevano piegare a un tristo sogghigno le labbra di questo giovine. L’ora di solitudine del perverso è l’ora più trista per la società: più tardi, quell’ora sarà feconda di mali innumerabili: la Giustizia di Dio la segna nel libro incancellabile.
Tre passioni terribili eran nel fondo del cuor di Federico Lennois: tre passioni, di cui una sola basterebbe a distruggere l’esistenza di un uomo; l’ambizione, la vendetta, l’invidia: l’ambizione che di nulla si sazia, che tutto calpesta per aggiungere una meta che sempre più si allontana; che pone una benda innanzi agli occhi e un’angue al cuore; che spegne ogni buon sentimento e vive nella tortura; e che, a guisa di fiamma repressa, incendia e divora tutti gli ostacoli per salire in alto: la vendetta, che si pasce nei pensieri di sangue e di morte; che tiene un occhio fisso all’offesa passata e un altro alla rivincita futura; e che si esagera sempre la prima per esagerarsi la seconda; e che si adopera giorno e notte a scavare una tomba, in cui dee precipitare un’esistenza aborrita: l’invidia, lurida, schifosa, strisciante, che ritien per offese personali gli altrui meriti e grandezze; che macera sè medesima e gitta la bava del suo veleno su tutto ciò che la circonda; e che adotta il linguaggio del serpe per trarre a morte i figli di Eva.
Il pensiero della vendetta era quello che occupava in preferenza da qualche tempo il nero animo di Federico Lennois. Egli avea giurata la perdita di Giustino Victor e di Augusto d’Orbeil; ma l’odio suo era ormai tutto concentrato sul primo; e perchè era costui vicino a toccar l’apice dell’umana felicità sposando la donna che amava, e perchè il secondo avea fatto una specie di ammenda del suo passato, allorchè, presso al platano della mendica a Auteuil, avea proferite quelle parole di compassione per Federico Lennois, redarguendo la codardia di Giustino.
Federico Lennois avea fatto a Auteuil il ritratto dei due sposi. Mentre il pennello riproduceva sulla tela quelle due vaghe sembianze giovanili e felici, la mente dell’artista covava i più tenebrosi disegni. Quanto più sorridenti eran quei volti, tanto più metteano la rabbia ed il livore nel petto di lui. La mano dell’artista dava novella esistenza a que’ bellissimi volti, e il suo pensiero ne meditava la distruzione. Per malaugurata fortuna, que’ due ritratti riuscirono rassomigliantissimi. La famiglia d’Orbeil non si saziava di profondere ringraziamenti ed elogi al giovine pittore, manifestandogli in pari tempo i più cordiali sentimenti di amicizia e le proteste di una riconoscenza, di cui il pregavano di volersi valere. Federico ricusò l’offerta di un prezioso gioiello onde il Visconte d’Orbeil volea ricompensare l’opera del valente artista.
Giustino e Isalina erano più felici dacchè possedevano ciascheduno l’immagine dell’oggetto amato: eglino amavano l’artista per questo dono inapprezzabile che ne aveano ricevuto, e con ogni maniera di preghiere aveano ottenuto la sua promessa di assistere al loro prossimo matrimonio che doveva celebrarsi nel mese di settembre a Parigi negli appartamenti della Marchesa di Beauchamps, in casa della quale gli sposi dovean rimanere per qualche tempo. L’ammiraglio di Rigny avea promesso al giovine uffiziale di marina di fargli ottenere un avanzamento pel coraggio e pel valore onde erasi comportato in un incontro avvenuto nel Mar di Candia, contro un brigantino turco, e per lo zelo con cui aveva servito nel tempo della spedizione di Morea. Il ministro della marina Hyde de Neuville, e il ministro della guerra, Visconte di Gaux, aveano, con lettere ripiene dei più lusinghieri elogi, significato il loro compiacimento al giovine Victor, e gli avean dato le più belle speranze di vicine promozioni.
Giustino Victor più non avea che desiderare; tutt’i suoi voti erano sul punto di essere appagati: la felicità lo circondava e gli sorridea da ogni parte: la natura, gli uomini e gli eventi lo favorivano. Ma, guai all’uomo che nel mezzo della sua felicità e quando l’anima sua è ricolma di contento, non leva uno sguardo al cielo in rendimento di grazie, e non ha sulle labbra una prece e una parola di consolazione per coloro che soffrono: LA SUA FELICITÀ SI CONSUMA E PASSA QUAL NUBE.
Giustino Victor derideva i sofferenti, scherniva gli infelici, e si abbandonava con fiducia alla giovinezza, all’amicizia, all’amore: egli aveva il malvezzo di metter tutto in ridicolo, abito deplorabile che hanno la maggior parte dei Francesi, nella opinione de’ quali il buon successo giustifica tutto.
Noi spesso siamo maravigliati e atterriti d’un colpo improvviso che abbatte a vespero un’esistenza sfolgorante di giovinezza il mattino; accusiamo il destino di una tanta ingiustizia, e gittiamo uno sguardo scoraggiante sulle sorti dell’umanità. Ma quel colpo ha le sue profonde ed arcane ragioni che sfuggono alla vista degli uomini, e il cui segreto è negl’immortali disegni di Dio, dalla cui onnipotenza ogni parola proferita sulla terra è pesata, ogni pensiero è scrutato, ogni azione è giudicata.
Federico Lennois pensava al modo onde vendicarsi di Giustino Victor, la cui felicità era per lui un continuo insulto. Da oltre un mese Federico avea riveduto l’uffiziale di marina; erano stati assieme e sotto il medesimo tetto le intere giornate, e non avea ancora trovato una vendetta fredda e sicura; quando una luce infernale balenò nel suo cervello; con un colpo egli appagava la sua sete di vendetta, e rendeva misere tre famiglie, che ei detestava appunto perchè troppo felici.
«Questo mezzo è sublime, mormorava tra sè il perverso: la loro insultante felicità sarà dissipata; l’abborrito Giustino cadrà forse per altra mano che la mia; la bella Isalina perderà l’amante adorato: piangerà la famiglia di Orbeil, piangeranno i parenti di Giustino; piangerà la Napoletana, e quel felice mio fratello che compra per centomila franchi un poco di tela. Lagrime dapertutto ov’era il sorriso; ecco la mia gioia, la mia vita, la mia missione. Bel pensiero è questo che mi è venuto; ma fa d’uopo diportarsi con prudenza e circospezione. Prima di tutto, è necessario avvicinar l’uno all’altra; epperò bisogna che Giustino Victor sia presentato a Mistress Horms...»
Non aveva egli finito di dire a sè medesimo queste parole, che la porta del salotto si aprì di repente, e Giustino Victor in compagnia di Augusto d’Orbeil corsero ad abbracciare l’artista, che non potè nascondere un movimento di grandissima gioia nel vederli, e che quei due presero per uno slancio di tenera amicizia.
— Eccolo, il nostro caro Ducastel! sclamò Giustino, stringendogli la mano con effusione grandissima di cuore.
— Abbiam l’onore di riabbracciare l’insigne artista, disse Augusto, stringendogli l’altra mano.
— Io vi aspettava, o signori, e non potevate giungere in miglior momento, si contentò di dire il Lennois con bieco sorriso.
Soggiunse indi per dare un pretesto a quello che avea detto:
— Un altro giorno che aveste indugiato, avrei avuto il rammarico di non potervi far vedere il mio quadro che all’Esposizione.
— Epperò ci siamo affrettati a procurarci questo piacere, disse Giustino: era un secolo che non ci vedevamo.
— Sedici giorni, io credo, rispose Federico.
— Tuttavia ci avevate promesso di venire a trovarci a Auteuil in una delle scorse domeniche, disse Augusto, sedendo sovra un esimio sofà.
Il suo esempio fu imitato dagli altri due giovani.
— È vero rispose Federico, ma che volete? Io mancava da una pezza da Parigi, e ho avuto molte faccende per le mani. Quando si ha la sventura di non essere nati ricchi come voi altri, il tempo è tutto il capitale; e fa mestieri di bene impiegarlo. Noi altri poveri artisti dobbiam lavorare per vivere.
— E la gloria? esclamò Giustino.
— Fumo, mio caro signor Victor, fumo e non altro. A proposito di fumo mi fo ardito di prendere la mia pipa, e offrirvi in pari tempo due saporosi avana di prima qualità.
— Da bravo! questo è quello che ti avremmo chiesto, se tu non ci avessi pensato.
I tre giovani si posero a fumare. In un momento il salotto diventò annebbiato come la fucina di un fabbro.
— Ma sai, cospetto, disse Giustino dopo aver mandato via dalla bocca una colonna vorticosa di fumo, sai che questo tuo salotto è qualche cosa di gentile e di principesco?
— Miserie, signor Victor, miserie!... D’altra parte, ben sapete che questa roba non è mia; appartiene allo albergo.
— Sia comunque: pochi artisti possono alloggiare in un albergo di questa sfera, alla strada della Pace... Ma quando si vende un quadro per centomila franchi, è cosa naturalissima il trinciarla da gran signore.
Ci era qualche cosa di sardonico e d’irrisorio in queste parole di Giustino, come se avessero posto in canzone il prezzo esagerato, pel quale Federico aveva detto di aver venduto il quadro la Preghiera. A Federico non isfuggì il sottil sarcasmo di Giustino.
— I quadri che si pagano centomila franchi, egli rispose misurando le parole e calcandole con la voce, come se avesse voluto sottolinearle, non sono della specie più comune: essi sono rarissimi come gli artisti che li creano e costano sudori di morte. Se poi aveste il minimo dubbio, signor Victor, sulla verità del prezzo che mi si paga pel quadro la Preghiera, tra poco ve ne convincerete del tutto, perocchè sarà forse qui a momenti il compratore.
— Mi guardi il cielo di dubitare delle tue parole, mio caro Ducastel: ho avuto una puova evidentissima del tuo valore nell’arte ne’ due ritratti che hai avuto la cortesia di fare a Isalina ed a me; però non ho bisogno della conferma di chicchessia per credere alla lettera il prezzo che si da ai tuoi lavori.
— Ma perché maggiormente indugiare a farci ammirare il vostro quadro? disse Augusto; potremo discorrere a nostro bell’aggio dopo che avremo contemplato il dipinto.
— Bisogna aver riguardi pel bel sesso, disse Federico; avremo questa mattina due graziose e ragguardevoli forestiere che vengono per vedere il quadro, la galanteria vuol che si aspetti: ma la pena dell’indugio vi sarà ricompensata dal piacere di trovarvi in compagnia di queste dame, alle quali intendo presentarvi.
— Chi sono queste dame? dimandò Augusto in aria di semplice curiosità e senza dare alcuna importanza alle parole dell’artista.
— La moglie e la cognata di sir Eduardo Horms, il compratore del mio quadro.
— Son belle, eh? disse Giustino.
— Son nate in Italia, rispose Federico; hanno negli occhi loro l’incanto di quel cielo.
— Italiane! E di qual paese d’Italia?
— Di Napoli.
— Di Napoli? Ah... ah... ah... la terra del Vesuvio, dei lazzaroni e dei virtuosi... E anche delle belle donne, non è vero, mio caro artista?
E Giustino si pose a bufonchiare tra i denti i versi di La Fontaine:
«C’est de tout temps qu’ à Naples on a vu Règner l’amour et la galanterie. De beaux objets cet ètat est pourvu Mieux que pas un qui soit en Italie.»
— Or vedremo se La Fontaine ha ragione o torto, disse Augusto.
— Belle forse, ma goffe e impacciate, n’è vero, Ducastel?
— Non voglio influire nel vostro giudizio, disse Federico; ne giudicherete secondo l’impressione che faranno in voi. Per me, mi limito a dirvi che le trovo adorabilissime. Le Napolitane! oh, voi altri che non siete stati giammai laggiù, non vi farete giammai un’idea di quel che sono le Napolitane, care figlie del sole... Queste donne sono la perfetta immagine del loro vulcano; coperte di neve all’esterno, ripiene di fuoco nell’interno.
— In verità che mi sa mille anni di vedere coteste due immaginette del Vesuvio, disse ridendo Giustino; a che ora verranno?
— Alle undici rispose Federico, e die’ una occhiata al suo oriuolo; sono le dieci e trentacinque minuti. Avete fretta signori?
— No, propriamente, disse Augusto, e ancorchè avessimo fretta, ora vogliamo positivamente esser presentati a queste signore.
— Badate per altro, amici, osservò Federico che il marito è geloso, a quanto mi sembra.
— Tanto meglio, esclamò Giustino, avremo il piacere di farlo un poco arrabbiare.
— Badate che egli è Scozzese.
— Ci ho gran diletto; è come se fosse un John Bull[2], ed io non mi diverto mai tanto quanto a tormentare i figli del Regno Unito. Ho avuto in Grecia un piccolo affare con uno di essi, ed ebbi il piacere di spedirlo lassù con un colpo di pistola, pel quale ricevetti gli encomii di tutt’i miei camerati.
— L’ammazzaste? dimandò Federico.
— No, solamente il pregai di recare un messaggio a mio nonno.
Federico sorrise, e disse cupamente tra sè.
— Fra qualche giorno forse GLIEL RECHERAI TU STESSO.
— E che uomo è cotesto Sir Eduardo Horms? dimandò Augusto alquanto distratto.
— Ce n’est pas un homme, c’est un mari, rispose col suo solito sorrisuccio di scherno il Victor.
— Riflettete, signor Giustino, che tra pochi mesi anche voi sarete marito disse Federico.
— E che però? Fin qua, nol sono ancora; e quando il sarò, non rappresenterò certamente l’Otello, come fanno questi arrabbiati Britanni. Ma dimmi, Ducastel, è molto geloso cotesto isolano di Horms?
— Tal lo credo estremamente, e così lo dicono tutti.
— Allora io m’impegno di farlo disperare. Che ne dici, Augusto?
— Ben pensato; ed io mi attengo alla sorella minore; alla cognata del selvaggio. Va bene?
— Bravo! Ora le due napolitane son nostre, intendo dire, nostre per mezz’ora.
— Ed io vi prendo in parola, signori, disse Federico, e darò solenne baia a quello dei due che farà fiasco.
I parlari seguitarono in su questo tenore per altro quarto d’ora all’incirca, e Federico non cessò un momento di stimolare i due giovani ad attener la loro parola, rialzando con ogni sottile artifizio il valore dell’impresa.
Le undici erano passate da pochi minuti, quando un domestico dell’Albergo annunziò la visita della famiglia Horms.
I tre giovani si alzarono e andarono a ricevere le dame.
Lucia entrò appoggiata al braccio dello sposo; Marietta si appoggiava al braccio della sorella.
Nel veder apparire la giovine forestiera, Giustino e Augusto rimasero attoniti e muti.
Non mai parigina vestì con più finezza di gusto e con più ricercatezza, come vestiva la napolitana Lucia Horms. La semplicità si sposava alla grazia, l’eleganza del taglio alla perfetta scelta dei colori. All’infuora di questo, Lucia, essendo di persona alta e ben formata, spiccava con nobiltà di disegno attraverso le graziose pieghe del suo scialletto bianco. Un cappello di paglia di Italia senz’alcun ornamento ombreggiava le sue dilicate sembianze.
Marietta era, al pari della sorella, vestita con perfetto buon gusto; ma, comechè più bella di Lucia, non ne aveva il gentilesco e grazioso portamento, nè la cara malinconia. Qualche cosa di sbrigliato e di troppo gaio era nel viso di questa fanciulla, che le toglieva gran parte dell’effetto che avrebbe prodotto la sua avvenenza più composta e più seria. Ella avea nel suo tutto, quel che si chiama una salute insultante.
Eduardo Horms e le due giovanette salutarono i circostanti e strinsero la mano di Federico Lennois, il quale fu prodigo verso di loro di distinte cerimonie e convenevoli.
La brigata si sedè in circolo in fondo al salotto. Federico chiese il permesso di andare a porre in giusta luce il quadro, e ritirossi nella stanza contigua, dopo di aver presentato i due suoi amici a sir Eduardo e alle damine.
Eduardo serrò colla sua solita cordialità la mano ai due Francesi, e aprì la conversazione sul suo tema favorito, le belle arti. Ma i due giovani scambiarono, per convenienza, poche frasi col marito, e rivolsero poscia i loro discorsi, ciascuno alla donna, vicino a cui si era allogato.
Giustino era seduto a fianco di Lucia, e Augusto d’accanto a Marietta.
Eduardo rimase segregato. Benchè per la seconda volta ei si trovasse a Parigi, era poco avvezzo alla vita parigina e ai costumi singolari di questa gente; non sapea che, nei crocchi, il bel sesso è tutto, e che un uomo il quale ha la qualità di padre, di marito o di fratello è un’ombra e non altro, e qualche volta un’ombra importuna. Così, per altro, non la pensava Eduardo, accostumato a maggior rispetto della società in generale e a nessuna affettazione di modo e di linguaggio.
Giustino era sorpreso e trasportato udendo a parlare la signora. Egli, senza darsi verun pensiero del marito presente, scaricava negli orecchi di Lucia un fiume di elogi alla finezza del linguaggio di lei, al senno onde ragionava di cose le quali sogliono essere affette per la mente di una donna, e alla irreprensibile pronunzia che ella aveva acquistata dell’idioma francese. A questo assalto di lodi, dal quale Lucia si schermiva il meglio che poteva e senz’alcuna affettata esagerazione di modestia, seguitava un torrente d’interiezioni ampollose, e di avverbii stravaganti, solite forme d’una lingua povera e svenevole che si sostiene su le più iperboliche figure.
È incomprensibile come la lingua francese, così schifa e inceppata nella sua costruzione, così monca e zoppa nel suo andamento, così stentata e ridicola nella sua pronunzia, così poco atta ai grandi pensieri, è incomprensibile come questa civettuola abbia ottenuto in Europa una specie di universalità, e venga dai più tenuta in concetto di vaga e dolce favella.
Augusto era men verboso verso Marietta, perocchè costei, non conoscendo il francese, non rispondeva che con monosillabi, per lo più affermativi.
Eduardo intanto cominciava ad impazientarsi, e forse avrebbe rotto bruscamente una conversazione a cui lo avean fatto straniero e che però non gli andava più a sangue, quando per buona ventura, Federico invitò la brigata a passare nella stanza contigua, dov’era il quadro.
Giustino s’impadronì del braccio di Lucia, e Augusto di quello di Marietta.
Eduardo era corso il primo a rigustar la gioia di affissare i suoi occhi sul gran dipinto.
Uscendo i cinque personaggi dalla stanza dove era il quadro, la maraviglia e l’ammirazione erano su’ loro volti. Eglino erano rimasti atterrati dalla possanza del genio.
Eduardo era pallidissimo; ma il suo estremo pallore non era tutto effetto di ammirazione: il suo nobil cuore avea ricevuto un colpo mortale.
Lo sguardo di Federico scintillava di un doppio trionfo.
VIII. GELOSIA
Alcuna spiegazione è necessaria di quanto era avvenuto nella camera di Federico, nel tempo che quelle cinque persone erano ivi per ammirare il sublime dipinto, il quale doveva avere il suo posto alla Grande Esposizione del Louvre.
Mentre l’appassionato giovine scozzese figgeva, rapito in cielo, gli avidi sguardi sulla tela del Lennois, questi iva ravvolgendo per l’animo i più sinistri pensieri.
Lucia, per non mancare a’ precetti della più semplice creanza, sorrideva alle ampollose ciance di Giustino, e parea compiacersene, o almeno fingea che le gradissero. Questo attentamente osservava il Lennois, e, colpendo il momento in cui Lucia bisbigliava alcune parole quasi nell’orecchio dell’uffiziale di marina (ella facea notargli come la Marietta erasi fatta rossa e sembrava sconcertata oltremodo per non capire quello che le spiattellava il galante), il Lennois avea chiamata l’attenzione di Eduardo su la moglie e su Giustino e a fior di labbra gli avea detto:
— È mestieri che vi guardate da quello scostumato giovinotto, il quale è un fatuo insolente capace d’infangare ogni onesta riputazione di donna.
A queste parole lo Scozzese lanciò sull’uffiziale di marina un’occhiata di sdegno, e dal cuor suo sprizzò una scintilla di quegli odii che non perdonano mai. La significazione di quello sguardo non iscappò a Federico: onde, per non far morire e spegnersi quella favilla di odio, lasciò cadere sul cuor di Eduardo piuttosto che nelle orecchie di lui queste altre parole, che vi sgocciolarono come stille di vetro arroventato:
— Badate, Sir Eduardo; colui è capace di riempir tutta Parigi colla voce d’una immaginaria conquista; e non sarebbe improbabile che andasse quest’oggi spacciando e trombando su i boulevards, nelle botteghe da caffè e nelle sale de’ bettolieri e bozzolari alla moda, che egli è l’avventurato amante della vaga napolitana dell’Albergo des Princes. Io sono tanto più persuaso di questo che dico, quanto più veggo vostra moglie in confidenza con quel pessimo garzone.
A grandissima pena Eduardo si tenne dal prorompere in un violento scoppio di collera: il suo animo schietto e ardente, non assuefatto a dissimulare i propri sentimenti, era vicino ad infiammar que’ nervi e quei muscoli, facendo divampare un incendio, che avrebbe avuto funesti e terribili effetti. Ma Federico antivide questo scoppio inopportuno che avrebbe ruinato tutto il suo disegno, e si diè fretta a dileguarlo.
— Or gli parlerò come va fatta, ei disse al sospettoso marito: or gli dirò qualche cosa di pesante a cotesto zerbinaccio di Victor, e vedremo se, dopo le mie ammonizioni, perdura tuttavia a fare lo sdolcinato con la signora.
Detto ciò, si scostò per poco dal fianco dello Scozzese; trasse alla volta di Giustino, il tirò un tantino in disparte e gli mormorò nell’orecchio:
— Il marito è sulle furie; badate a voi; ma non abbandonate l’impresa, che è onorevole e degna. Pensate a non far fiasco.
Congedandosi dall’artista, Eduardo sperava di sbarazzarsi finalmente da que’ due insolenti; ma qual fu la sua sorpresa e il suo dolore nel veder Lucia accettare, con amabile sorriso, il braccio del Francese, per andar via! Egli era stato in procinto di colpire la guancia del giovine uffiziale; ma ormai la sua collera era volta contro la moglie, la quale sembrava sì compiaciuta dei modi e del linguaggio del Parigino.
Pur si contenne; divorò in silenzio il proprio dolore, e maledisse tra sè quella falsa e sciocca civiltà francese che impone tanti inutili e vergognosi sacrificii.
Arrivati nel gran cortile dell’Albergo, un’altra spina era riserbata al cuore del povero Eduardo. Egli volea far salire la moglie e la cognata nel cocchio che li avea attesi; ma Lucia gli significò il desiderio di andare a piedi insino al Piccolo Lussemburgo, dov’ella dovea fare alcune compere tra gli oggetti lavorati dalle dame di Parigi, ed esposti in vendita in benefizio dei poveri.
Indarno Eduardo fece osservare a sua moglie che la distanza era molta, ed eccessivi il caldo e la polvere a quell’ora. I due galanti non abbandonarono le braccia delle due donne, e, poi ch’ebbero risposto alquante parole di opposizione al parere dello Scozzese, strascinarono quasi le dame, ridendo in corpo della vessazione che pativa il marito.
Eduardo seguitò le due coppie quasi a rimorchio: egli era pallido come un morto: la gelosia, tormento delle anime sensitive, lo gittava per la prima volta in un’angoscia che gl’inceppava il respiro. Ei camminava a sghembo, dava la vista di essere un ebbro morto: qualche cosa gli frullava negli orecchi si che più nulla udiva: e il rumor di Parigi, a mezzodì, nell’ora della maggiore operosità, il colpiva tardo e smorto, come un frastuono lontano e poco sensibile. Giù per la vista gli scendeva una frastagliata di oggetti e di colori che l’annebbiavano per forma ch’ei non discerneva neanche più sua moglie e il costei cavaliere.
Lucia si era avveduta del contraggenio onde pareva esser preso il marito; ma non seppe esser forte abbastanza da attirarsi la taccia di goffa o di malcreata per non dar dispiacere al consorte.
Gli è una giusta e curiosa osservazione a fare, che le donne le quali sono generalmente capaci de’ più inauditi sacrificii per gli oggetti del loro amore, sono in pari tempo così fiacche contro gli assalti della vanità. Dite a una madre che si butti nel fuoco per salvare il figliuolo, non tituberà un momento a buttarsi: ma se le dite di turarsi gli orecchi al serpe che la innalza con le lodi al cielo, ella li aprirà maggiormente, ancorchè un’esistenza a lei cara dovesse pericolare in quelle allettatrici lusinghe.
Fu una ben trista ora per Eduardo Horms quella che passò con quei forzosi compagni. Arrivati al Piccolo Lussemburgo, egli era come un uomo stordito da un poderoso colpo di mazza sul capo: più non capiva ciò che si mormorava attorno a lui. Lucia lo interrogò su la scelta degli oggetti che doveva comprare, e non ottenne che risposte vaghe e senza sentimento. Quando si trattò del donativo, che Lucia intendeva di fare ad Emma Barkley, indarno si chiese il piacere e il gusto del marito, il quale era alienato dai suoi pensieri di gelosia. Si differì ad altro giorno la compera del dono ad Emma.
Giunti all’Albergo des Princes, Giustino Victor, nel tor commiato da Lucia, accostò la destra di lei alle sue labbra e vi pose un bacio.
Eduardo era stanco di sofferenze.
— Basta ormai, disse scuotendo con furore il braccio dell’uffiziale, sono stanco e stomacato delle vostre effeminatezze che non mi vanno per nulla a sangue. Ritiratevi in buon’ora signor profumatuzzo uffizialetto dall’acqua di colonia, e guardatevi di parlar di mia moglie in qualsivoglia luogo, se vi è cara la vita. Per ora vi proibisco di venire a visitarci per qualunque pretesto.
Uno scoppio di risa sgangherate tenne dietro a queste violenti parole di Eduardo. Giustino e Augusto si tenevano i fianchi per le risa, e seguitarono cogli occhi, insino alla prima branca delle scale Eduardo, il quale afferrato il braccio della moglie e della cognata, le menava seco quasi a corsa battuta su pe’ gradini, senza volger loro nè lo sguardo nè la parola.
— Voi siete un fanciullo, disse con certo dispetto Lucia arrivata nella sua camera; e, gittato lo sciallo sul letto, lasciò solo il marito.
Eduardo si abbandonò sovra una sedia mormorando tra sè:
— È questa la vantata città dell’incivilimento! la Capitale modello d’ogni squisitezza di modi e di favella! Questa la Parigi che detta leggi di buon vivere e di perfetta educazione! Impostura! Impostura! La più meschina e povera città d’Italia ne sa più, in fatto di civiltà, che questa vanitosa ciarliera che vi abbraccia, vi abbaglia e vi strangola. Qui tutto è simulato, tutto finzione; l’intonaco e il belletto coprono i volti come gli animi: indarno ti sforzi di trovare qui l’uomo; non vi trovi che il parigino: tutto qui ha una veste accattata, un colore non proprio: l’aria stessa non è naturale! Oh suolo della mia Glascovia, ed oh terra d’Italia! Estreme e opposte contrade di Europa, voi vi rassomigliate nella purezza de’ vostri costumi! In Inghilterra e in Italia la moglie appartiene al marito; ma in Francia!!! Qui hanno inventata una parola che si chiama IL RIDICOLO!... Ogni cosa è qui sottoposta al governo di questo terribile despota, il quale si compiace a fulminare il suo anatema sulle cose più sante e rispettabili... Oggi io ho sofferto tanto, e son sembrato ridicolo agli occhi di quei due giovinastri! Oh! sento che non rimarrò lungo tempo a Parigi. Non sì tosto finito il tempo dell’Esposizione, e messomi in possesso del quadro del Lennois, abbandonerò questa terra, per non più riporvi il piede. La virtuosa indole di mia moglie non sarebbe certamente bastante a salvarla: fa d’uopo allontanarsi e subito. Lucia mi ha chiamato fanciullo! Ma dunque ella non sa quanto ho sofferto questa mattina! Oh! io amo questa donna con tal passione di cui io stesso non mi sarei sentito capace... Se questa donna un giorno mi tradisse, io l’ucciderei...
«Ma Lucia mi ama; sì, ella mi ama, ne son sicuro, e bisogna ormai cacciar dall’animo ogni ombra di sospetto offensivo alla virtù di lei. Eppure, che cosa hannosi detto tra loro per oltre un’ora? Perchè spesso ridevano tra loro? Mi è parso che ella si appoggiasse con un certo abbandono sul braccio di lui... Ma che! Son io demente da foggiarmi simiglianti fantasmi! Lucia, la virtù più pura, il cuore più candido, ingannar me! Ancorchè il vedessi cogli stessi occhi miei, nol dovrei credere. Via, ripigliamo il nostro buon temperamento e scacciamo questi pensieri nemici della mia pace.
Marietta entrò nella camera di lui. La fanciulla non era ilare e spensierata secondo il consueto.
— Signor cognato, ella disse con istizza, accostandosi alla finestra, e mettendosi quasi di spalle a lui, la bella cosa che avete fatta! Lucia è là che piange...
— Piange! E perchè?
— Perchè questa mattina siete stato di un umore insopportabile; avete detto un sacco di villanie a quei due compitissimi giovani che noi proteggevamo, e che in fin dei conti non vi aveano certamente guardato alla storta.
— Lucia piange! parlava tra sè pallido e alienato il giovin marito.
— E torniam da capo, ripigliava la fanciulla; ella non sa ch’io sono venuto a dirvelo; non vuole che sappiate ch’ella ha molto sofferto per la vostra ruvidezza. Che diascine! Siete un geloso matto, e questa mattina siete stato d’un grugno il più truculento; non vi ho visto mai così!... Licenziar con modi così selvaggi quei due che aveano avuto la cortesia di accompagnarci fin qui... Non ho capito propriamente quello che avete detto loro perchè questa maledetta lingua francese non è così chiara come l’italiana; ma sonomi accorta che avete dovuto dire di famose scioccherie da eccitare il riso di quelli carissimi nostri cavalieri, giovani di tanto brio. Meno male che han riso!... Che ne sarebbe avvenuto se avessero preso le cose in sul serio? Lucia è in collera, ed io particolarmente, signor cognato garbatissimo, non so perdonarvi di avermi maltrattato il mio cavaliere: egli era così avvenente, così gentile, così buono per me, m’ha sembiante di così onesto! Mi dicea certe cose che mi faceano ridere così saporitamente! È vero che io non intendeva sillaba di quello che affastellava con quella fregola di lingua che mi sembrava un passarino che cinguetti; ma, alla fin fine, doveano certamente essere cose inzuccherate quelle che mi diceva, e vi ripeto che io non so perdonarvi di avervelo inimicato... Con lui avrei così presto imparata la lingua francese. E che cosa è quello che fate adesso? Anche voi piangete? Ma voi siete matti tutti e due; non ne capisco niente.
Mentre la giovinetta arroncigliava le frasi e i ragionamenti a suo modo, Eduardo, concentrato in una sinistra idea che se gli era affacciata al cervello, aveva abbandonato il capo sulle due mani, e poco stante erasi messo a singhiozzare come un fanciullo. La sinistra idea era che sua moglie piangesse perchè più non doveva incontrarsi con Giustino Victor. La gelosia è madre delle più stravaganti fantasticherie, ed è ingegnosa a trovar pretesti e fomite onde alimentarsi.
Marietta, cogli occhi già rossi di lagrime, si era avvicinata a Eduardo, e colla destra mano cercava di rialzar la fronte di lui.
— Via mo, Eduardo, mi sembrate un bambino! Che vuol dir questo? Venite da vostra moglie, abbracciatela, e tutto sarà finito.
Ella non avea terminato di profferir queste parole che Lucia era alla soglia dell’uscio. Udendo a piangere il marito, ella si era slanciata verso di lui, e l’aveva chiamato per nome.
Al suono di quella cara voce, Eduardo balzò dalla sedia, levò il capo.
Marito e moglie eran nelle braccia l’uno dell’altra; e tutto era perdonato, tutto era posto in obblio, tutto era come prima.
Il resto della giornata passò nella gioia più schietta. Eduardo e Lucia non si lasciarono per un momento: la felicitò raggiava negli occhi loro. Anche Marietta, vedendo felice la sorella e il cognato, avea dimenticato Augusto d’Orbeil, e si era di bel nuovo abbandonata alla cara giovialità del suo naturale.
Il pranzo della famiglia fu lietissimo. Si parlò molto di Maurizio Barkley e di Emma, del dono che si dovea fare a questa dolcissima amica, degli stupendi lavori che erano esposti al Piccolo Lussemburgo, e da ultimo, Eduardo cadde ne’ suoi trasporti di ammirazione pel quadro del Lennois, trasporti a’ quali questa volta si univano anche le due donne che lo aveano veduto. Eduardo fece in inglese un vivo brindisi alla Italia, di cui era innamorato, e per la cui libertà e indipendenza ei faceva caldissimi voti: fece quindi un altro brindisi alle belle arti, al genio e alla salute di Federico Lennois.
Ma questo nome, non sappiam perchè, ruppe in un istante l’ilarità del desinare, come quando si nomina in un cerchio d’amici una persona di sinistro augurio.
La sera si andò a passeggiare in carrozza: tutta la famiglia fu della partita. Un bel chiaro di luna illuminava Parigi.
Dappresso al teatro delle Variétés, un bel carrozzino tratto da superbo cavallo sauro fermò il cammino al cocchio della famiglia Horms.
— Ducastel! sclamò Eduardo, salutando la persona che era nel carrozzino.
— Ducastel! ripeterono le donne e i fanciulli, levandosi per vederlo.
Ferdinando Ducastel era intanto smontato dal suo carrozzino e si era avvicinato allo spaccio de’ biglietti.
Ritornati all’Albergo, e smontati dalla carrozza, Eduardo e la famiglia di sua moglie si accingevano a salir le scale, quando il guardaportone consegnò nelle mani dello Scozzese due biglietti di visita. Eduardo vi gittò gli occhi e impallidì di rabbia.
Quelle due cartelline portavano i nomi di Giustino Victor e Augusto d’Orbeil.
IX. IL 7 LUGLIO
Parecchi giorni sono scorsi. Federico Lennois avea presentato il suo quadro alla Commissione incaricata di raccogliere e distribuire le opere di arte nelle sale dell’Esposizione, la quale aprivasi al 15 luglio nelle Gallerie del Louvre.
Nessun incidente era venuto a turbare la quiete che si godeva a Auteuil. Giustino Victor era sempre l’idolo della famiglia d’Orbeil. Isalina lo amava sempre con tenerezza, con passione, con illimitata fiducia. Si appressava il tempo della loro sospirata unione, per la quale si andavano facendo i necessari preparativi. Giustino si era astenuto dal raccontare alla sua fidanzata le scappatelle di Parigi, la conoscenza che avea fatta delle due signore napolitane all’Albergo Mirabeau, nello studio di Ferdinando Ducastel, e l’avventura col marito scozzese: anzi, avea pregato l’amico Augusto non toccasse questo discorso al cospetto della sorella; imperciocchè se Isalina avesse tutto ciò saputo, avrebbene al certo sentito dispiacimento, ed avrebbe potuto impedire che eglino fossero novellamente tornati a Parigi. Augusto, complice de’ divertimenti del suo futuro cognato, avea promesso di serbare il segreto.
Giustino abitava a Auteuil in un piccolo casinetto attiguo al castel d’Orbeil, per modo che si considerava quasi dimorare in casa del Visconte. E nel fatto, tutto il dì egli era nel castello, in compagnia di Augusto: prendeva la colazione e il pranzo colla famiglia della sua fidanzata; e solamente la notte ritraevasi nel suo casinetto, dov’era aspettato da un veterano, che era stato al servizio del colonnello Victor, suo padre.
Dal suo ritorno in Francia, una sola volta Giustino erasi recato a Parigi in compagnia di Augusto, ad oggetto di ammirare il quadro di Ducastel. La sera stessa del giorno in cui i due giovani aveano tormentato di gelosia Eduardo Horms, erano tornati a Auteuil, dopo aver consegnate, per lo Scozzese, le loro cartelline di visita al portinaio dell’Albergo des Princes, e dopo aver raccontato tutto l’accaduto a Ferdinando Ducastel, al quale erano andati a fare altra visita.
Una mattina (qualche settimana dopo la visita a Ducastel) Giustino Victor era ancora in letto, nel suo casino a Auteuil, e il suo veterano gli consegnò una lettera che avea recata un corriere particolare da Parigi.
Giustino l’apri con gran curiosità, gittò lo sguardo sulla firma e rimase attonito leggendo il nome di Lucia Horms. La sua maraviglia si accrebbe a mille doppi, allorchè divorò le seguenti righe.
«Signore — Per quanto strana e inconveniente sembrar possa la mia condotta, una ragione, che non posso confidare alla carta, mi fa ardimentosa a segno d’invitarvi a volervi trovare questa sera, verso le nove, e mezzo, al primo piano della casa n. 8, strada D., dov’io sarò immancabilmente e sola. La tirannia di un marito geloso e barbaro mi costringe a tal passo, che per altro sarà scusato dalla vostra anima generosa e discreta, quando saprete i motivi che mi hanno indotta. Le offensive parole che scagliò contro voi mio marito alla porta dell’Albergo des Princes mi stanno sul cuore, ed ho bisogno che voi stesso mi assicuriate di averle perdonate. È superfluo raccomandarvi la maggior segretezza su questa faccenda, di cui non direte motto neanche al vostro amico d’Orbeil. Comprenderete la mia delicata posizione: rimandatemi però questa lettera con una vostra parola. Addio — Parigi 7 luglio 1829 —
Lucia Horms.»
Giustino lesse e rilesse cento volte questa strana lettera fermandosi un minuto su ciascheduna riga. Era la prima volta che un’avventura di questo genere solleticava il suo amor proprio... Quella lettera gl’incendiava il cervello; e tosto gli ricorrevano alla mente il Faublas e i Racconti di La Fontaine, libri che non mancano mai di esser divorati dai collegiali, non ostante la severa oculatezza che si pone perchè questi libri non vengano a loro mani... Giustino aveva un batticuore che gli toglieva il sospiro.
Dopo aver bene letta e considerata la lettera della Napolitana, in sino a mandarsela a memoria, Giustino chiamò il suo domestico; si fece recare in letto l’occorrente da scrivere, e sotto la lettera di Lucia pose queste semplici parole:
«Questa sera, alle nove e mezzo, io sarò immancabilmente al primo piano della casa N. 8, strada D... Verrò solo; e giuro che nessuno al mondo saprà quanto io sono felice di avervi ispirato, bella straniera, questa per me lusinghiera confidenza. G. V.».
La lettera fu consegnata al messo che l’avea portata, il quale partì a corsa battuta.
Giustino intanto, abbandonato il capo su i cuscini del suo letto, si piaceva di trasportare il pensiero alla gioia che lo aspettava. Gli parea che da questo giorno ei cominciasse a diventar uomo.
L’idea che quella lettera fosse un agguato non si presentò neppure per un istante al suo pensiero; e, avvegnachè vi avesse pensato, le particolarità menzionate nella lettera erano tali da allontanare ogni dubbiezza.
Dopo un quarto d’ora, Giustino, che ormai avea addosso la febbre della prima buona fortuna, siccome si addimandano in Francia le turpitudini, gli adulterii ed altre scostumatezze di questo genere, si gittò dal letto, si vestì e si pose a spasseggiare in lungo e in largo per la sua camera, pensando al modo che dovea tenere per colorare con un pretesto agli occhi d’Isalina e d’Augusto la sua gita a Parigi.
Giustino non si fermò a verun proponimento per sottrarsi alle interrogazioni della sua fidanzata e della famiglia d’Orbeil. Soltanto egli avea fermato di svignarsela dopo il pranzo, adducendo per pretesto una chiamata frettolosa del suo Ammiraglio che era tuttavia a Parigi.
E nel fatto, non sì tosto, verso le sei fu finito il pranzo, il domestico di Giustino, che avea ricevuto l’ordine di ciò fare, venne ad annunziargli che un uomo, espressamente venuto da Parigi, lo aspettava al casino, dovendo dirgli cose della massima urgenza. Giustino dimandò il permesso di allontanarsi per un momento, e, dopo un quarto d’ora tornò e disse che il suo Ammiraglio lo aspettava in quella sera stessa a Parigi, e che però gli era forza di volare, senza perdere un minuto, alla capitale. Fu messo in ordine un buon cavallo. Augusto si offrì di accompagnarlo; ma Giustino si scusò dicendo che egli sarebbe giunto a Parigi prima che annottasse, e che però era affatto inutile, per lui Augusto, di darsi il fastidio di accompagnarlo.
Questa inaspettata chiamata dell’Ammiraglio faceva presagire il prossimo avanzamento di Giustino; onde i voti e gli augurii della famiglia d’Orbeil lo seguitarono.
Giustino si partì, non senza un piccolo rimorso di aver ingannata la sua cara Isalina, la quale avealo accompagnato collo sguardo lunghesso il viale dei nocciuoli. Il giovine sentì una pena nell’anima ch’ei non seppe spiegarsi, e provò un momento di tristezza cupa e profonda; ma tosto il pensiero della felicità che lo aspettava dissipò quella nube dalla sua fronte.
Al cader delle prime ombre, Giustino era a Parigi.
Mentre Giustino leggeva a Auteuil la lettera che abbiam posto sotto gli occhi dei nostri lettori, un’altra lettera era consegnata a Eduardo Horms, a Parigi. Questi usciva per sue faccende, quando il portinaio dell’Albergo des Princes pose tra le sue mani il biglietto pocanzi arrecato da un commissionario.
La lettera consegnata a Eduardo conteneva queste poche parole:
«Signore — Un amico dei più leali e affezionati alla vostra persona, tenerissimo dell’onor vostro, vi avverte che questa sera, alle nove e mezzo, vostra moglie si troverà con Giustino Victor, al primo piano della casa n. 8, strada D... Se volete sorprenderli, sappiate che alle spalle di questa casa ci è un albereto, e che una delle finestre, a cui si abbarbica un grande albero, è dischiusa.»
Lasciamo immaginare l’effetto che produsse questa scritta sull’animo dello Scozzese. Vi sono dolori che per la loro estrema violenza cagionano una specie di stordimento: dapprima par che l’animo non voglia prestarci fede. E in fatto, cinque minuti rimase Eduardo colla carta tra le mani, quasi colpito da idiotaggine. Sulle prime, egli tenne quale infame calunnia la scritta, dimandò al portinaio chi l’avesse recata, e, questi gli ebbe risposto di bel nuovo averla ricevuta da un fanciullo commissionario, il quale non avea indicato donde veniva. Eduardo die’ in accesso orribile di collera, e ruppe in due una bella mazza d’India che avea nelle mani.
Ebbe poscia l’idea di risalir sul suo appartamento, mostrar la lettera alla moglie, e, dalla impressione che le avrebbe fatta, scorgere la verità. Oh! se avesse seguitato questo impulso del suo cuore! Ma il demone della gelosia gli aveva acciuffato il cervello e lo strascinava in sua maledetta balia.
Eduardo si persuase che quel foglio contenesse il vero: uscì, senza dare alcuna direzione ai suoi passi: la testa gli girava come una trottola; le orecchie gli zufolavano; la vista perdeasi: le gambe gli tremavano.
Eduardo era pallido come un cadavere; correva per le strade di Parigi, urtava nei passeggieri, si cacciava tra le carrozze, non ostante le grida dei cocchieri; poco mancò non rimanesse pestato dai cavalli; e correva... correva... correva come un corpo senz’anima, spinto da un soffio violento, tratto da una mano inesorabile.
Eppure quel corpo aveva un’anima troppo bella, troppo nobile, troppo generosa, un’anima che ora venia gittata nella più crudele disperazione, quella della virtù!
Eduardo corse per oltre un’ora lunghesso i boulevards. Le immagini di Lucia, di Marietta, dei suoi cognatini, le ricordanze dei pochi dì passati a fianco della virtuosa consorte, se gli presentavano alla mente come sogni di un’antica felicità ch’ei non doveva più rigustare, come larve adorate le quali ora erano armate di un ghigno laido e feroce.
Eduardo, arrivato sul Ponte Nuovo, si fermò e si lasciò cadere sopra una pietra: egli era spossato, affranto, fulminato dal suo dolore più che dalla corsa disperata che avea fatta. Durante la febbrile agitazione del cammino, egli non aveva avuto, per così dire, una chiara coscienza della orribile crisi che lo colpiva: ma, cessato il movimento, lo stato suo se gli mostrò in tutta la spaventevole sua nudità.
Eduardo avea tenuto sempre stretta convulsivamente nella mano la funesta lettera che divorava il più nobil dei cuori. Egli ritornò a leggerla con quella feroce voluttà, onde un infermo di cangrèna gode a scoprire e a guardar la piaga che lo tragge a inevitabil morte. Ogni parola di quella scritta fatale era un colpo di pugnale vibrato nelle più calde visceri del cuore: ciò non ostante, mille volte quella lettera fu letta, insino a tanto che macchinalmente il poveretto la ripeteva tra i denti, senza più guardare sulla carta.
Eduardo ebbe dunque un momento lucidissimo, in cui tutta la propria situazione presentossegli nella orridezza della sua verità. Allora quel nobil cuore, così vulnerato e tradito nei suoi affetti e nella sua ardente fede alla virtù, sentì torcersi e convellersi e schiantarsi; allora il misero abbandonò il capo sulle mani e diè sfogo alle lagrime che sin a quel momento gli aveano pesato sul petto come un mare di piombo. E pensava tra sè: — Qualche ora fa, io era felice, il più felice degli uomini: avevo una moglie amante e virtuosa; le nostre labbra si sono incontrate prima che io fossi uscito; i suoi occhi erano bagnati di tenerezza e di amore per me; tutto ciò era finzione, tradimento, infamia. Questa donna era già adultera nel suo pensiero.
A queste idee Eduardo vedea tinto di rosso il biglietto che avea tra le mani, e la vendetta dava al suo cuore la più violenta reazione.
Eduardo avrebbe dato il resto della sua vita, la quale gli era omai un inutile fardello, perchè si fossero consumate qual polvere al fuoco le ore che lo allontanavano per poco ancora dal momento della vendetta. Egli aveva ormai concentrato tutto il sentimento della vita in questo istante.
Aspettò sul Ponte Nuovo che passasse quella eterna giornata di luglio. Il sole, a perpendicolo sulla sua testa, gli aveva bruciato il corpo; ma egli era freddo, però che la sua anima bruciava di più.
Quando il sole tramontò, Eduardo si mosse dal sito ov’era stato per sì lunghe ore; gittò un’ultima occhiata sul rosso cupo onde si era rivestito l’estremo occidente, e sorrise a questa perfetta immagine dei suoi pensieri. Egli s’incamminò alla fabbrica d’armi di un inglese suo corrispondente; dette al proprio aspetto la maggior serenità che potè, e chiese una delle migliori pistole a due colpi che ci fosse nella fabbrica: pregò non si badasse al prezzo! ne fece cinque o sei volte la pruova; finse di tirare al bersaglio, così per divertimento, e da ultimo, veduto che la pistola non fallava, caricolla solidamente con buone palle, e l’intascò, gittando un pugno d’oro all’armiere.
Le nove suonavano a tutti gli orologi di Parigi. Eduardo s’incamminò alla strada D....
Erano le nove e venticinque minuti, quando il marito si trovò alla casa num. 8. Studiò la posizione dell’edificio, e si accorse in fatti che un albereto era a ridosso della casa. Le tenebre non erano siffattamente dense da non lasciare una trasparenza all’occhio linceo della gelosia.
Tutte le particolarità menzionate nella lettera erano vere; una finestra dischiusa sosteneva quasi in sulla sua soglia un grande albero che vi si abbracciava tra le pannocchie dell’ellera che copriva tutto quel muro scalcinato. Eduardo, a mo’ di ladro, al favor delle ombre, arrampicossi ai rami dell’albero; giunse col capo all’altezza della finestra; diè un’occhiata nella stanza, ma nulla scorse, interamente soffusa di tenebre, non pertanto ei spiccò un salto, e fu colà entro: il suo petto balzava con un urto terribile.
Guidato da un filo di luce che gli veniva dal cielo sereno di una bella sera di està, quasi a tentoni e in punta di piedi avanzossi nelle interne stanze: dappertutto era solitudine e squallore: nessun mobile dava impaccio agl’incerti passi dello Scozzese.
Per un momento, nell’animo di Eduardo si affacciò la speranza che egli fosse stato ingannato, e che la lettera non fosse altro che un’amara burla. Eduardo fermossi a mezzo del suo sospettoso cammino, temendo che un rumore qualunque, un raggio di luce in qualche stanza venisse a dileguare così cara speranza. Ma poco stante, ei dette altri passi..., un debol lume gli colpì la vista. Eduardo fremè!
Quel lume partiva da una stanza non molto discosta.... Pochi altri passi, e tutta la orrenda verità era per discoprirsi!
Eduardo impugnò la pistola; tenne la mano sinistra sul cuore, e s’incamminò alla volta di quella stanza...
Udì la voce di Giustino... e quindi una voce di donna, ma sì fioca... che appena toccava l’orecchio.
Il lume non era situato propriamente nella stanza dove udivansi le voci....
Eduardo si trovò all’uscio della camera donde sentivasi a parlare.
Egli vide Giustino e.... Lucia! Ma, non appena l’ombra sua si era proiettata sul suolo, la donna mise un gran grido e fuggì, udivasi lo scoppio della pistola...
Un altro grido era messo... grido di morte.
Giustino Victor, ferito al cuore, cadeva immerso nel proprio sangue!
Eduardo si era immantinente involato allo spettacolo della spirata sua vittima; e gittatosi in una carrozza, disse distrattamente al cocchiere: all’Albergo des Princes.
Una voce intanto risuonava sul capo del moribondo ed infelice Victor.
Quella voce dicea lentamente:
— Giustino Victor, oggi è il 7 luglio! Ricordati di Federico Lennois, del monello di Auteuil... Tu ammazzasti in Grecia con un colpo di pistola un Inglese, pregandolo di recare un messaggio a tuo nonno; oggi, con un colpo di pistola, uno Scozzese ti prega di recare un messaggio a suo nonno!
Giustino Victor chiese a Dio perdono... e perdonò anch’egli.
Il lampo della Giustizia di Dio balenò sull’anima del moriente e rischiarò un oceano sterminato di luce: la Misericordia di Dio.
Giustino spirava!!
Eduardo intanto, pallidissimo e stralunato, entrava senza pensarvi, nel cortile dell’Albergo des Princes, e saliva le scale, senz’accorgersi di quel che facesse.
Avea posto il piede sulla prima branca della scalinata, quando una donna che avea pianto assai, corse all’incontro di lui, lo abbracciò piangendo ancora, e teneramente gli disse:
— Star fuori di casa una giornata intiera e senza prevenirmelo! Che è stato? Oh come sei pallido! Eduardo, Eduardo mio, che fu?
Quella donna era Lucia.
Una benda fatale cadde dagli occhi dello sventurato marito.