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Della peste e della pubblica amministrazione sanitaria

PREFAZIONE (continued 2)

Reading edition

Allorchè saranno più generalmente conosciute in Europa le opinioni del nuovo professore dell'Egitto intorno la peste e la sua comunicabilità, è supponibile che esse offriranno soggetto a molte osservazioni e disquisizioni dei dotti Medici di Europa, le quali valeranno, io spero, a spargere più chiara luce sopra questo argomento, ed a frenare in tale proposito quella certa fatale tendenza, quella sciaurata passione dei giovani Medici per tutto quello che odora di novità di sistema o di singolarità d'opinione, ed impedire che non abbraccino in così grave ed importante argomento false dottrine, erronee opinioni, onde affascinati da esse non avventurino di divenire in circostanze di peste strumenti fatali di distruzione per la società, anzi che ministri benefici di salute e di pace; e serviranno a disingannarli, affinchè preoccupati dalla falsa idea dell'assoluta innocuità del contatto con persone infette di peste non si espongano pazzamente a restar vittime dell'erronea dottrina, come avvenne nell'ultima peste dell'Egitto del 1834-35 di parecchi giovani Medici stranieri ottimamente istituiti e delle più belle speranze, e di altre persone utili, che perirono miseramente dalla peste in Alessandria, vittime delle nuove dottrine anticontagioniste.(Torna al testo)

(e) Il Governo Francese nell'anno scorso (1838) ha indirizzato a tutti i suoi Agenti Consolari residenti nel Levante il seguente quesito:

«Quelle est l'opinion des médecins du pays et des personnes éclairés sur la durée de l'incubation de la peste, sur son importation par telles ou telles marchandises, par des hardes et objets quelconques? Sur quels faits cette opinion est-elle fondée?»

Questa domanda, non v'ha dubbio, ha uno scopo legislativo. Essa tende a conoscere, se sopra la base di una più lunga e più illuminata esperienza, acquistata nei luoghi stessi del Levante, nei quali la peste è più familiare e più conosciuta, e sopra fatti meglio constatati, si potrebbe adottare senza pericolo una riforma negli attuali sistemi di contumacia, che fosse adattata alla maggior estesa dei nostri rapporti commerciali col Levante e più corrispondente agl'interessi delle popolazioni di Europa. Io non saprei dire quali sieno state le opinioni che il Governo Francese abbia ottenuto in riscontro dai suoi Agenti Consolari del Levante, nè se sieno state esse fra loro concordi, del che ne dubito. Qualunque però si fossero, convengo coll'opinione del Dottor Bulard, che non condurranno mai ad alcun utile risultamento, e ne andrà per esse fallito lo scopo.

Nell'anno scorso avendo avuto la fortunata occasione e l'onore di trattenermi in discorso sopra questo grande argomento con personaggio ragguardevolissimo, uno dei più grand'uomini di Stato viventi, ebbe Egli ad esternare bellissime idee, parto di sublime e limpidissima mente solita a penetrare d'un tratto nel midollo delle quistioni e scorgerle sotto il vero punto di vista. Si degnò Egli di farmi avvertito, che sarebbe forse stato meglio dividere la questione promossa dal Governo Francese in due parti e trattarle separatamente. Cercar di conoscere cioè;

1.º Per quanto tempo il germe pestilenziale, o l'elemento contagioso, il principio riproduttore della peste può restare latente ed inoperoso nel corpo umano vivente senza alterare l'armonia delle funzioni e senza dar segni sensibili dell'esistenza sua.

2.º Per quanto tempo lo stesso germe pestilenziale può restar attaccato e nascosto entro ai corpi inanimati (mercanzie, bagagli, vestiti ecc.) senza perdere la sua attività o forza riproduttiva, senza venir alterato e scomposto, mantenendosi in istato tale, che posto a contatto col corpo dell'uomo vivo, sotto date circostanze favorevoli, possa sviluppare la stessa terribile malattia.

Divisa per tal modo la quistione, riuscirebbe, non v'ha dubbio, più agevole svilupparla, ed i risultamenti o conclusioni della scienza sanitaria e dell'esperienza verrebbero di conseguenza molto più utili ai grandi interessi sociali.

Ed in vero, per quanto risguarda la prima parte della quistione, ove dietro le dette investigazioni e disquisizioni di valenti Medici, e persone dell'arte abili e sperimentate; colla scorta dei principii della scienza, e sull'appoggio di un'estesa ed illuminata esperienza, si arrivasse a dimostrare e provare che, ammesso anche come fatto positivo lo stadio d'incubazione della peste, questo non possa essere in verun caso di lunga durata, e che l'elemento morbifico o germe riproduttore della peste, qualunque sia la sua natura, non possa restare lungamente latente, innocuo ed inoperoso nel corpo dell'uomo vivo senza dar segni sensibili dell'esistenza sua, ed offrir qualche traccia della sua presenza ed attività, si avrebbe allora di conseguenza dimostrato e provato l'inutilità delle lunghe quarantene per gli uomini, e la necessità di riformare questa parte importante della pubblica amministrazione sanitaria, sollevando così la navigazione ed il commercio da inutili pesi, promovendo vieppiù le nostre relazioni coi paesi d'Oriente, ed i movimenti commerciali in ogni miglior modo facilitando.

Il Dott. Bulard negli ultimi numeri del suo Giornale La Peste parlando intorno alla sopraccennata quistione promossa dal Governo Francese, giustamente avverte;

a) «siccome la scienza nello studio della peste sia impotente a riconoscere gli agenti esterni, che indipendentemente da noi e senza che ce ne avvediamo, esercitano la loro influenza sopra i nostri organi; sia che si consideri la malattia come effetto accidentale di una causa atmosferica, sia che se ne rapporti la propagazione ad una ragion di contatto»;

b) «che qualunque sia l'origine e la natura dell'elemento morbifico della peste, la manifestazione nell'economia animale di un'influenza specifica non è negata da alcuno; e non è se non sulla causa di questa manifestazione che esiste la divergenza delle opinioni di quelli che hanno scritto sopra tale materia».

Dalle quali considerazioni ed avvertenze si viene indirettamente a concludere che, sia che si ammetta il contagio, sia che se 'l neghi e si riconosca solamente una propagazione per infezione; sia che si ritenga che l'uno e l'altra possano sussistere simultaneamente e costituire così una duplice via patogenica per la più estesa diffusione del morbo; sia che si voglia ammettere la necessità dei miasmi (che sarebbero secondo alcuni il risultato della decomposizione delle materie animali e vegetabili, e secondo altri il prodotto di una causa sconosciuta, materiale, suscettibile di perpetuarsi sotto certe condizioni locali favorevoli, e di moltiplicarsi per il solo fatto di un'attitudine individuale posta sotto l'influenza climaterica di certi mezzi favorevoli al morboso sviluppo), ovveramente tale necessità non piaccia adottare; qualunque sieno queste diverse opinioni e la causa che ammetter si voglia produttrice della malattia, non si potrà mai negare l'esistenza di un agente esterno, di un principio morboso sui generis, qualunque esser possa la di lui natura, di un ente sconosciuto e invisibile, che sfugge ai nostri sensi, e che come il fluido elettrico non è percettibile che pei suoi effetti.

A fin che meglio si giunga a conoscere l'opinione del Dottor Bulard sopra questo argomento, ed eziandio com'egli la pensi intorno alla comunicabilità della peste, riporterò un altro breve estratto dello stesso Foglio.

«L'apprezzamento di siffatte teorie ed il convincimento che ci somministrano i fatti da noi religiosamente osservati, ci hanno condotto a considerare la peste come una malattia di cui la causa specifica primordiale, estranea alla sua origine (qualunque sia la parte da cui essa venga), riveste ben tosto per un puro fenomeno di elaborazione un nuovo carattere di specificità esclusivamente individuale, come lo dimostrano la sua contagiosità e l'innocuità sua col mezzo dell'isolamento, nella stessa maniera che la pustola maligna, la rabbia, ed il vajuolo che nascono primieramente dalle influenze esterne, si trasformano in seguito di tal maniera, ch'esse non sono più suscettibili di propagarsi se non in ragione di una causa specifica puramente individuale».

«Considerando la peste come contagiosa, non vogliamo già dire ch'essa lo sia in una maniera assoluta; al contrario crediamo che questa proprietà sia sempre limitata nella sua attività da diverse circostanze che ne modificano la durata, l'intensità ed i risultati».

Ammesse le quali idee, e posto come principio inopponibile, che a produrre la malattia della peste sia necessaria l'azione di una causa esterna o agente estraindividuale, di un elemento morbifico, che introdotto nel corpo dell'uomo vivo subisca un'elaborazione, cadono in acconcio le seguenti riflessioni:

L'agente esterno o principio morbifico della peste, qualunque esser si voglia la di lui origine e natura, sia che venga assorbito per mezzo dell'organo cutaneo, sia che s'insinui per la via de' vasi polmonari, o per qualsivoglia altra via s'introduca nel corpo dell'uomo vivo, allorchè trova nell'individuo la necessaria attitudine o suscettività e le condizioni climateriche favorevoli al suo sviluppo, deve necessariamente esercitare un'azione, un'influenza sull'economia animale dell'uomo, sullo stato e condizione del suo organismo, come qualunque altro ente materiale estraneo atto a produrre un effetto, che venga introdotto nel corpo dell'uomo vivo. Detta azione o influenza non si può concepire senza ritenere nel tempo medesimo una mutazione nella maniera di esistere, un deviamento o alterazione nello stato e andamento ordinario delle funzioni. Il fenomeno di elaborazione, considerato necessario per sviluppare la malattia, di cui la causa primordiale estranea ha bisogno a fine di acquistare quel carattere di specificità individuale che la rende comunicabile, non si può egualmente concepire senza ammettere una manifestazione proporzionata all'attività del principio che la occasiona e la mantiene. Dal che, viene ad essere in qualche modo dimostrato e provato, che l'elemento morbifico della peste, così infesto all'uomo, l'ente sconosciuto, invisibile, la cui azione è necessaria a produrre la malattia, non può restare per molti e molti giorni di seguito latente, inoperoso nel corpo dell'uomo vivo, senza alterar l'armonia delle di lui funzioni, senza offrir traccia e dar segni dell'esistenza sua, della sua influenza ed attività; quindi risulta dimostrato e provato che il periodo d'incubazione della peste non può essere in verun caso di lunga durata, e di conseguenza che la pratica attuale delle lunghe quarantene per gli uomini è da ritenersi esagerata, irragionevole e suscettibile di modificazione; senza che da tale riforma s'abbia a temere alcun pericolo o pregiudizio per la pubblica incolumità.

Giova considerare in oltre essere inconcepibile l'idea, che il principio morboso della peste, il germe o ente organico impercettibile, qualunque sia la sua natura, possa rimanere immutabile per molti e molti giorni di seguito entro al corpo dell'uomo vivo, senza venir alterato e scomposto ne' suoi elementi costitutivi, malgrado l'influenza o l'azione dell'aria, dell'acqua, del calorico, della luce e degli altri agenti esterni; a malgrado il giornaliero e continuo movimento o circolazion degli umori, l'ordinario processo delle varie funzioni vitali e naturali, l'azione dei cibi e delle bevande, la loro elaborazione, il trasporto e movimento per la via dei linfatici, la loro azione d'inalamento, di esalamento, le secrezioni ed escrezioni, ecc.; è inconcepibile, dicesi, come detto principio morboso estraneo, detto germe o ente sconosciuto invisibile sia il solo che in mezzo a tanti movimenti, mutazioni, elaborazioni, all'azione di tanti agenti esterni abbia a mantenersi illeso, indecomposto, immutabile, conservare tutta la sua attività per molti e molti giorni di seguito, e conservarla così integralmente da essere in istato di sviluppare dopo venti o trenta giorni, sotto date favorevoli circostanze, la stessa funesta malattia della peste con tutto il terribile apparato de' suoi sintomi. Questa idea non è concepibile. Tale supposizione non regge all'analisi, alla critica della ragione, al severo esame della scienza. Vediamo ora come regger possa al confronto dell'osservazione e dell'esperienza.

Percorrendo la storia delle varie pestilenze che afflissero l'umanità, non mi è riuscito di rinvenire alcun fatto da cui si possa dedurre con qualche fondamento, esser possibile che il germe pestilenziale o l'elemento morbifico della peste sia rimasto latente ed inoperoso nel corpo dell'uomo vivo, prima di produrre la relativa manifestazione, oltre il periodo di dodici giorni; e quantunque sia impossibile di precisare in una maniera assoluta la durata del così detto stadio d'incubazione del prefato germe o elemento riproduttore della malattia, pure non mi sono note osservazioni capaci di provare in modo attendibile, e nemmeno a far supporre ch'esso abbia durato oltre l'indicato periodo. Che se qualche rarissimo caso trovasi indicato dagli autori che taluno sia caduto malato e morto dopo 15 o 20 giorni dall'ultima comunicazione avuta con persone o robbe infette, queste osservazioni vaghe ed affatto incomplete non provano punto che a tanto possa esser protratto il periodo d'incubazione del germe pestifero; dappoichè detti rarissimi casi sono stati raccolti in tempi di peste, nelle famiglie dove poco prima erano morti degli altri pestiferati, in mezzo al centro di attività della malattia, sotto l'influenza delle cause generali morbose, e speciali di circostanza, alle quali poteva egualmente essere attribuito lo sviluppo della malattia stessa senza riportarsi all'ultimo contatto più lontano. — Per esempio — M.r Bulard volendo attenersi alla lettera della quistione; ammessa l'introduzione di un principio patogenico nell'individuo, e tentando di fissare il tempo che passa tra l'azione primitiva del detto principio sopra l'economia animale e l'invasione della malattia a cui ha dato luogo, riporta alcune sue osservazioni raccolte al Cairo ed a Smirne, fra le quali è notabile la seconda così concepita

2.e Observation

(17 jours d'incubation)

Caire, 1.er Janvier 1835.

«M. Giglio, sujet anglais, meurt de peste le 3 janvier après trois jours de maladie; le 17 un de ses frères habitant la même maison est attaqué et succombe le 20».

Primieramente, i due fratelli Giglio che abitavano la stessa casa sotto l'influenza delle medesime cause generali morbose, potevano aver contratto la malattia l'uno dall'altro per contatto immediato o mediato. Poteva essersi trovato il secondo entro la sfera di attività del contagio preparata dal primo, ed averlo preso, successivamente al Cairo nella stessa casa ove decombeva malato il fratello, nè àvvi alcuna ragione per dover stabilire che tutti e due abbiano presa la malattia in Alessandria nel medesimo tempo, e che giunti al Cairo, in uno siasi sviluppata subito, nell'altro diciassette giorni più tardi. Poteva nel secondo fratello mancare in sulle prime l'attitudine individuale necessaria a contrarre la malattia ed averla acquistata successivamente, cioè alcuni giorni dopo. Poteva il seminio contagioso essere rimasto attaccato e indecomposto per un tempo più o meno lungo alli stessi vestiti o ad altri oggetti d'uso di quell'individuo, e quindi germogliare dopo alcuni giorni per l'effetto di un più immediato e ripetuto contatto, per un cambiamento nelle condizioni atmosferiche favorevole al morboso sviluppo, per una maggior predisposizione individuale acquistata; per essersi esposto soltanto dopo la morte del fratello nell'ambiente da lui abitato ad una potente influenza entro il raggio di un'atmosfera contagiosa, e cose simili. Quindi il fatto non è che un'osservazione vaga e incompleta che nulla prova in contrario al mio assunto, e che non può neppur servire di appoggio ad una supposizione che a tanto possa protrarsi il periodo d'incubazione del principio pestilenziale. Tanto meno l'accennato fatto può servire di prova, quanto che fra le tante osservazioni riportate dal Dottor Bulard questa è l'unica in cui egli accenni avere lo stadio d'incubazione oltrepassato i dodici giorni. Che anzi asserisce (Fog. N.º 19, 22 Giugno 1838), che nella peste di Smirne del 1837, dal 12 Maggio al 1.º Luglio, il periodo scorso fra il primo e l'ultimo attacco di peste da cui vennero colti individui della stessa famiglia, o abitanti la medesima casa, vale a dire la supponibile durata del periodo d'incubazione, sopra 180 individui è stato il seguente:

9 volte di 1 giorno

10 volte di 2 giorni

15 volte di 3 giorni

54 volte di 4 giorni

38 volte di 5 giorni

42 volte di 6 giorni

8 volte di 8 giorni

4 volte di 12 giorni.

Questi dati, sebbene incompleti ed insufficienti a provare in una maniera assoluta la precisa durata del periodo d'incubazione della peste, pure possono sparger qualche lume sopra questo argomento. Essi però valgono a confermare l'opinione che il detto stadio d'incubazione della peste non arriva mai ad oltrepassare l'indicato periodo di dodici giorni, e che quasi sempre l'elemento morboso riproduttore del contagio introdotto nel corpo dell'uomo vivo, allorchè trovi attitudine individuale ed un concorso di circostanze atmosferiche telluriche favorevole al suo sviluppo, suole manifestare in un termine più breve i micidiali di lui effetti.

Sicchè, non pei principii della scienza, non pei dettami della ragione, nè sull'appoggio dell'esperienza dovendosi ritenere possibile che il detto principio pestilenziale o germe contagioso resti per lungo tempo latente ed inoperoso nel corpo umano vivente senza manifestare la sua azione e dar segni sensibili dell'esistenza sua; resterà di conseguenza dimostrata e provata l'inutilità delle attuali lunghe quarantene per gli uomini, e la necessità di regolare questa parte della pubblica amministrazione.

Che se in seguito alle surriferite dimostrazioni, e sull'appoggio della ragione e di un'illuminata esperienza si perverrà a stabilire d'accordo un sistema comune meno esagerato e cauto egualmente, e delle massime di ragionevoli facilitazioni nel trattamento sanitario contumaciale, sarà certamente uno dei più grandi servigi che la politica e la scienza sanitaria riunite al medesimo scopo abbiano mai recato all'umanità e all'interesse delle nazioni. Se si determinerà di abbreviare soltanto di pochi giorni gli attuali periodi di quarantena per gli uomini, riconosciuto inutile ed esagerato il rigore attuale, la navigazione e il commercio dei varii Stati di Europa ne risentiranno sommi vantaggi; si risparmieranno gravose spese, danni, ed un tempo prezioso per tutti, ma specialmente per le classi de' commercianti e naviganti, e saranno menomati altresì i pericoli a cui è esposta la salute de' contumacianti per una lunga reclusione in istato d'inerzia entro ad un Lazzeretto o sopra un bastimento, e tolte delle pratiche esagerate, irragionevoli, che contrastano mostruosamente coi progressi della scienza, collo spirito del secolo, colle provvide cure e col zelo da cui sono animati i Governi pel bene e la prosperità delle suddite popolazioni, e coi grandi miglioramenti che si operano tuttodì negli altri rami dell'economia pubblica.

Relativamente poi alla seconda parte della quistione — per quanto tempo, cioè, il principio pestilenziale o germe del contagio può restar latente ed inoperoso ne' corpi inanimati, per esempio, nelle mercanzie, nei vestiti, bagagli ecc., senza perdere la sua facoltà di svilupparsi e riprodursi appena che favorevoli se ne presentino le circostanze; lo stesso ragguardevolissimo personaggio nella sopraccennata conferenza graziosamente accordatami il dì 14 Ottobre 1838, mi fece osservare, siccome la quistione così concepita diventava inutile affatto, e che il versare su di essa non avrebbe mai condotto ad alcun utile risultamento per lo scopo legislativo. In fatti, il problema così concepito sarà sempre di un'assai difficile ed incerta soluzione, ed anzi non si perverrà mai a scioglierlo; mentre non si giungerà mai a riconoscere e stabilire con fondamento bastante, per quanto tempo i germi del contagio, sottratti all'azione dell'aria libera e della luce, possano restare annidati entro ai corpi inanimati suscettibili di ritenerli, conservando integra la loro facoltà di svilupparsi e riprodursi appena che si presentino favorevoli circostanze. Mercanzie suscettibili di ogni sorte stivate in balle o riposte in casse, vestiti di ogni genere e specialmente le pellicce ed altri oggetti suscettibili conservati in bauli od altri recipienti chiusi, ove manchi l'azione dell'ossigeno atmosferico, possono tener in sè occulto e custodito il contagio per un tempo assai lungo, riportarlo a grandi distanze, comunicarlo a quelli che primi li maneggiano o li toccano, anche dopo alcuni anni più o meno secondo le circostanze; ma questo tempo sarà sempre per noi un mistero, nè i tentativi per determinarlo arriveranno mai ad ottenere risultamenti che soddisfacciano, a malgrado i più costanti e coraggiosi sforzi.

Da parecchi scrittori, tanto antichi che moderni, sono riportati casi di robbe infette che dopo molti mesi ed anche dopo molti anni, tirate in luce e toccate, infettarono le persone. Tra i moderni, racconta il Dott. Bulard, che in una peste che distrusse quasi tutta la popolazione di Smirne, un giovane, dopo aver sepolto tutti gl'individui della sua famiglia ed esser rimasto solo possessore della sostanza di essi, depose nella cavità di un grosso albero parecchi effetti de' quali non amava disfarsi; indi, ricoperta ogni cosa con diligenza, passò in Europa per vivervi più tranquillo. Dopo circa trent'anni fu preso dalla smania di rivedere il suo paese natio. Ritornò a Smirne, e pensando al suo deposito, la curiosità e l'interesse lo spinsero a farne ricerca. Lo trovò. Ma ebbe a pagar cara la sua imprudenza. Quegli effetti avevano conservato il germe della peste. Ne fu attaccato e morì. Per tal modo la peste soleva rinnovarsi spesso a Costantinopoli.

Non sono molti anni dacchè la peste essendo penetrata nel convento de' Missionarii Lazzaristi di S. Giovanni d'Acri, furono messi in casse gli archivii del convento, e riposti in un magazzino che si tenne rigorosamente chiuso. Quattro anni dopo, il Superiore del convento volle trar fuori dai cassoni i registri e riporli al loro sito. Per far ciò si servì da prima delle pinzette, ma stancato dalla lentezza con cui procedeva l'operazione, le lasciò, e prese i registri colle mani. Lo stesso giorno fu attaccato dalla peste e morì. Altri frati e persone del convento vennero attaccati poco appresso e morirono egualmente. Abdala-Bascià fece segregare tosto il convento e lo assoggettò a rigorosa quarantena. La città venne preservata dal flagello. E per parlar degli esempii riportati dagli autori antichi, basterà forse ricordare quello riferito da Senerlo (de feb. lib. 3, cap. 4) di un lenzuolo che conservò in sè annidato il germe dell'infezione per quattordici anni; mentre dopo questo periodo di tempo il detto lenzuolo essendo stato spiegato e maneggiato servì a spargere a Breslavia nella Slesia il reo seme pestilenziale nel 1542; e per cui nello spazio di ventidue settimane morirono di peste in quella città quattromila novecento persone, e si diffuse poi in parecchie altre della Germania (V. pag. 358); come pure l'altro accaduto egualmente in Costantinopoli e riportato dal P. Maurizio da Tolone e da altri Autori da' quali il buon Padre lo tolse, delle funi cioè, che in una circostanza di gravissima pestilenza servirono a portare gli infermi ai destinati ricoveri ed i morti ai sepolcri, e le quali, allorchè di esse non s'ebbe più bisogno per tali ufficii, vennero gittate dietro una cassa ed ivi dimenticate stettero senza esser mosse più di 20 anni; ma ripigliate dopo detta epoca da un servo, costui s'infermò poco dopo di peste e morì, e da lui in altri il rio seme essendosi propagato, perirono in quella Capitale in conseguenza di detta causa, oltre dieci mila persone.

Parecchi altri esempii di questo genere sono riportati dal Fracastoro, da Giorgio Garnero, dall'Hunzer, da Alessandro Benedetto, da Erasmo Heden e da altri scrittori, che provano siccome effetti suscettibili, o nascosti o per altra ragione posti fuori della possibilità di esser penetrati e purgati dall'azione dell'aria e della luce, conservarono in sè annidato per molti anni di seguito il rio germe pestilenziale, il quale si è poi comunicato altrui per contatto, e valse a produrre e propagare sotto l'influenza dell'opportunità individuale e del favorevole concorso di circostanze atmosferiche telluriche, la stessa terribile malattia.

Sicchè, essendo difficilissimo, anzi impossibile, conoscere e determinare il tempo durante il quale i germi del contagio possono restar latenti nei corpi inanimati, negli effetti suscettibili (mercanzie, vestiti, masserizie, robbe ecc.), senza perdere la loro facoltà e forza riproduttiva appena si presentino circostanze favorevoli al loro sviluppo; dappoichè la soluzione di questo problema che dipende da un'infinità di circostanze diverse, le quali non possono essere nè conosciute nè determinate, non potrà mai ottenersi in modo attendibile per la scienza, nè utile e soddisfacente per lo scopo legislativo, sarà di conseguenza molto meglio ammettere come principio, come fatto positivo e generale, che tutte le robbe ed effetti suscettibili (mercanzie, bagagli, vestiti ecc.) provenienti dai luoghi infetti o sospetti, sia dal Levante o dalle altre parti dove regna o suol regnare la peste, debbano essere considerate come se effettivamente fossero già infette di contagio: e, posto ciò, cercar di conoscere e determinare quali siano i mezzi, quale il metodo più sicuro, più sollecito e più conveniente per espurgarli, avendo in vista principalmente di conciliare, per quanto è possibile, gli eminenti riguardi della sicurezza pubblica con la convenienza de' privati, e cogl'interessi della navigazione e del commercio.

Instituite che si avranno siffatte investigazioni, bene analizzati i sistemi attuali di disinfettazione e di espurgo, e dietro li più accurati e diligenti esami praticati colla scorta delle più estese cognizioni e scoperte della chimica moderna e di una più illuminata esperienza, riconosciuti e determinati i metodi migliori, quelli cioè che mentre soddisfanno a tutte le viste della sicurezza pubblica, sono atti a darci li richiesti risultamenti per la Sanità col minor dispendio di tempo e col minor danno della navigazione e del commercio, e a conciliare meglio che oggidì non si fa tutti i grandi interessi sanitarii politico-commerciali, allora sì che si potrà dire di aver fatto nella pubblica Amministrazione Sanitaria felicemente alcun passo, e colti que' vantaggi per la sicurezza e prosperità nazionale cui ebbe in mira ne' suoi atti ufficiali l'illuminata politica degli Stati di Europa nell'intromettersi in questo grande argomento.

Se non m'inganno, è assai probabile che dalla soluzione di questo secondo quesito si colgano vantaggi ancora maggiori e più considerevoli che dalla soluzione del primo; pervenendo a riconoscere l'inutilità, l'inconvenienza e perfino il ridicolo di alcune pratiche di espurgo usate attualmente nei Lazzeretti di Europa, la necessità di riformare questa parte importantissima di economia sanitario-commerciale, e stabilire d'accordo metodi di disinfezione più semplici, più regolari, più ragionevoli, più spicciativi; ma nello stesso tempo egualmente cauti e sicuri, concretandosi sui mezzi di un'applicazione utile ed immediata; e sopprimendo tanti irragionevoli, indebiti ed esagerati rigori, vincoli, ritardi e dispendii che gravitano senza ragion sufficiente sul commercio e paralizzano parte considerevole dell'utile che da questo rapido distributore delle ricchezze conviene attendersi per l'incremento della prosperità nazionale.

Se nelle congiunture di peste scoppiata o appena cessata in una città o paese ecc., vengono spurgati in pochi giorni quantità di effetti che hanno servito ad uso dei pestiferati, lordi ancora di sanie, di sangue, di escrementi, e maneggiati successivamente e indossati da persone sane, senza che per ciò ne segua alcuna nuova infezione[4]; se si espurgano tuttogiorno in pochi minuti le lettere, i dispacci, le carte che vengono da luoghi infetti o sospetti, ponendole immediatamente in libera circolazione; se una quantità infinita di esperimenti ci hanno già da tanti anni dimostrato, che oggetti infetti immersi nell'acqua, o esposti all'azione dell'aria libera, della luce o del calorico portato ad un grado forte, vennero dai detti agenti perfettamente spurgati in un breve tempo; come pure da altri dati mezzi disinfettanti sono stati egualmente distrutti o scomposti in breve tempo e con sicurezza i germi pestilenziali che ragionevolmente ritener si dovevano in quegli oggetti annidati; perchè sarà tuttora necessario tener le merci chiuse in un Lazzeretto quaranta giorni e continuar ad esporre a pericolo la vita di tanti uomini, obbligarli a mettersi con quelle merci a contatto due volte al giorno (il così detto espurgo di prova) per chiarirsi se vi sia o no la peste, e continuare in varie altre antiche pratiche irragionevoli con un completo indifferentismo e senza alcun altro esame?

Nelle pratiche di espurgo delle varie merci sospette di peste, nei mezzi usati e nella durata dei periodi contumaciali o d'aspettazione che sono in vigore nei varii Lazzeretti di Europa, sussistono delle anomalie e differenze considerevoli in guisa, che sembra che dette misure disciplinari preservative non abbiano per base principii solidi, massime generali dettate dalla ragione, dalla scienza e dall'esperienza, ma unicamente il capriccio od un cieco empirismo. Le stesse merci e persone della medesima provenienza sono soggette in un Lazzeretto a 10 giorni di contumacia, in un altro a 14, in un terzo ora a 21 ora a 28, in un quarto a 40. In alcuni Lazzeretti si espurga col cloro e coll'aria, in altri coll'aria sola, in altri col calorico, in altri finalmente si usa l'espurgo di prova, e via discorrendo. Per esempio, al Lazzeretto di Orsova, limitrofo alla Turchia, al punto dove si riuniscono le frontiere dell'Austria, della Valacchia e della Servia, la contumacia è di soli dieci giorni senza alcuna disinfettazione; a Odessa, che non è che tre giorni distante da Costantinopoli, si fanno quattordici giorni di contumacia, fumigazioni di cloro e spoglio; in Valacchia quattordici giorni ed una fumigazione di zolfo; in Egitto sette giorni; in Grecia quindici giorni; a Malta e negli altri porti Europei del Mediterraneo, dell'Oceano e dell'Adriatico, distanti da Costantinopoli da cinque giorni a due mesi, si esige una contumacia di vent'uno, vent'otto e fino quaranta giorni, senza che si conosca su qual base, sopra quali osservazioni ed esperienze sieno fondate nè l'esagerata severità degli uni, nè la maggiore facilitazione degli altri. Così in alcuni Stati di Europa li Colli di mercanzie che provengono da un paese sano e sono diretti ad altro paese egualmente sano, ancorchè nell'effettuare il tragitto sieno stati obbligati a passare per paese sospetto o infetto, arrivati alla loro destinazione, non sono sottoposti ad alcuna contumacia o riserva, e con grande utilità del commercio vengono messi immediatamente in libera circolazione, perchè le Autorità Sanitarie del luogo della partenza hanno il dovere di sigillare detti Colli di merci col sigillo della Sanità e con quello del rispettivo Console, scortarli con relativo Processo Verbale, in cui dev'essere constatata la qualità dei suggelli e la loro integrità, e munito ciascun Collo di un forte involucro a doppio strato, che si chiama coperta di sanità, farli proseguire così senza più alla loro destinazione, accompagnati dalla relativa Fede o certificato Sanitario. Giunti che sieno al luogo al quale sono destinati, dopo un tragitto più o meno lungo pel paese infetto, vengono depositati al Lazzeretto, dove non si fa che spogliarli degl'involucri esterni o coperte di Sanità; indi, verificata l'integrità dei suggelli, e colla scorta del relativo Processo Verbale riconosciuto esser integro il Collo ed essere stata rispettata la sua inviolabilità, sono posti immediatamente a libera pratica, trattenute soltanto al Lazzeretto le coperte che vengono con ogni diligenza spurgate, indi consegnate a chi di diritto per gli usi e bisogni ulteriori, senza altri aggravii e formalità; mentre invece in altri paesi le stesse merci, per la sola ragion del passaggio attraverso il paese sospetto o infetto, sono trattate nello stesso modo come se direttamente procedessero da luogo infetto, ed assoggettate alla stessa rigorosa quarantena.

Biasima il Dott. Bulard, e a ragione, siffatta disarmonia, tanta varietà di pratiche sanitarie o di mezzi impiegati per respingere ed annientare la peste. A ragione egli dice essere ormai tempo che questa grande quistione economico-politica fissi l'attenzione dei varii Governi di Europa, e che si cerchi di mettersi d'accordo intorno ai varii sistemi sanitarii di aspettazione, manipolazione, od espurgo; procurando di conciliare per quanto è possibile con una saggia legislazione la sicurezza pubblica coi bisogni del commercio e di una navigazione ognor più crescente ed estesa in Oriente dove suol regnare la peste, senza che pratiche sanitarie esagerate ed inconvenienti pongano indebiti ostacoli ai progressi dei nostri rapporti commerciali e giungano a falcidiare una parte dell'utile e dei beneficii, che le popolazioni di Europa hanno ragione di attendersi da queste ampie sorgenti di ricchezza e di prosperità nazionale. E non sarà questo un bell'argomento di utile pubblico da prendersi in disamina dal Congresso sanitario Europeo, senza bisogno ch'egli si occupi prima di tutto, come propone il Dott. Bulard, ad instituire nuovi esperimenti a fine di provare la contagiosità della peste, servendosi a tal uopo dei delinquenti che la legge ha condannati alla pena capitale; poi, qualora ciò non corrispondesse alle vedute del legislatore, appellarsi al coraggio e alla filantropia dei Medici membri del Congresso, invitandoli a subire detti terribili sperimenti, e ad incontrare una gloriosa morte? Come mai sperare che tale idea strana potesse venire bene accolta in Europa? È bensì vero e giusto il principio che il Dottor Bulard allega ad appoggio della sua proposizione; quello cioè «che una disposizione legislativa non può essere basata che sopra la perfetta conoscenza del fatto al quale essa si adatta»; ma non è giusta la sua applicazione, nè la conclusione che da tale principio generale egli intende tirarne. A' nostri giorni, e dopo che una funesta esperienza di molti secoli ha posto fuori di ogni quistione e di dubbio la contagiosità della peste, non v'ha più bisogno di nuovi sperimenti per provare questa verità di universale accettazione, e su cui oltre l'esperienza di secoli, esistono moltissime cognizioni tradizionali ed infinite e sempre costanti osservazioni antiche e moderne di tutti i tempi, di tutti i paesi, in modo tale che non vi ha più chi ne dubiti, e non si può dire di non avere di questo fatto piena conoscenza.

Tutti li nuovi esperimenti, tutte le nuove osservazioni che, servendo all'opinione del Dottor Bulard, si potrebbero fare dai signori Medici componenti il Congresso, menerebbero alla conclusione che la peste è contagiosa. Ma questo già lo sappiamo. Questo quesito interessante, che il Dott. Bulard propone doversi sciogliere dal Congresso prima di passare alla decisione del problema amministrativo, è già sciolto da secoli. Il carattere contagioso della peste non è più per l'Europa un problema. È un fatto già riconosciuto, che non ha più bisogno di prova e sul quale tutti i dotti e sperimentati Medici, non escluso lo stesso Dott. Bulard, tutti i Magistrati Sanitarii, tutti i Governi e le persone più illuminate e imparziali di tutti i tempi, di tutti i paesi sono già perfettamente d'accordo. Giova sperimentare qualunque volta v'abbia penuria di fatti, quando si abbiano buone ragioni per dubitare, e la quistione penda incerta, irresoluta; ma allorquando i fatti abbondano, allorchè sono tutti concordi nè sussistono fondate ragioni per dubitare, e la quistione è stata già risolta da molto tempo in guisa che la soluzione del problema è divenuta un fatto certo, invariabile, ammesso dal generale consentimento, a che pro scandalezzare il genere umano col produrre ora in campo siffatta quistione?

Intorno poi alla qualità degl'individui sui quali si propone di fare detti sperimenti, lasciando da parte gl'immensi imbarazzi, difficoltà e pericoli cui sarebbero esposti i Signori del Congresso per ottenere e mantenere sempre pronte al sacrificio le indicate vittime infelici; convien riflettere, che essendo il pubblico esempio il principale scopo cui mira la legge nel punire il delitto, ed il terribile castigo inflitto al delinquente innanzi agli occhi di tutti, essendo diretto non a vendicare la società, ma a servir di freno ai malvagi mal intenzionati, onde impedire la rinnovazione della colpa; commutando la pena capitale in un esperimento di peste, verrebbe a mancare lo scopo salutar della legge, e si tradirebbero con ciò i più grandi interessi della società. Relativamente ad alcuni Stati converrebbe poi ricercare, chi si crederà in diritto di fare tali commutazioni, come rispetto ad altri, chi sarà quello che le farà? E qualora anche queste commutazioni venissero fatte, i Signori Medici componenti il Congresso si crederanno poi in diritto di attentare alla vita dei loro simili? Saranno poi essi disposti a fare, sebbene in altro modo e con altro mezzo, quello che senza la commutazione sopraccennata avrebbe spettato all'esecutor di giustizia? E se mancheranno i delinquenti per le preaccennate esperienze, come supporre che i Signori Medici chiamati a formar parte del ridetto Congresso vengano presi dalla vocazione di morire di peste, e si offrano spontanei, in luogo dei delinquenti condannati alla pena capitale, a subire sì terribili e funesti sperimenti per provare la contagiosità della peste, la di lei essenza patologica, ed il trattamento curativo che le conviene, ecc.?

Allorchè il Dott. Bulard concepì quest'idea, e scrisse e sostenne con tanta fermezza che per poter basare un'irrevocabile (!!) legislazione sanitaria, prima di tutto, e prima d'introdurre alcuna modificazione o riforma negli attuali sistemi sanitarii, e fare alcun cangiamento nell'attuale legislazione di contumacie, Lazzeretti ecc., fosse necessario decidere la quistione scientifica col mezzo di esperimenti, onde eruire la verità del contagio pestilenziale (!!) convien dire che venisse sedotto dalla fervida sua fantasia, dalla nobile sua passione di raccogliere più estese cognizioni ed esperienze in un argomento in cui diede tante prove di sublime carità e di coraggio, mentre non s'avvide, che i nuovi esperimenti in tale proposito istituiti, e così com'egli li propone, renderebbero sì lunghe, imbrogliate e difficili le operazioni del Congresso, che bisognerebbe aspettare mezzo secolo almeno prima di poter sperare la desiderata riforma degli attuali sistemi di contumacia, e che alcun utile cangiamento avesse luogo. Sicchè i felici risultamenti e le conclusioni di questo Congresso Sanitario Europeo non sarebbero più per noi, ma per le generazioni future, che sole sperar potrebbero di godere il frutto di tanta scienza sanitaria riunita, fusa al crogiuolo della propria sperienza; ed i Signori Medici ed altre persone dotte e sperimentate chiamate a comporlo, prima di partire per l'isola che si pensa assegnar loro a quartiere e porsi all'opera, pensar dovrebbero seriamente a mettere in buon assetto tutte le cose loro, perchè non si tratterebbe niente meno che di una definitiva traslocazione; giacchè «il preziosissimo albero che recar deve gli attesi benefici frutti per tutto il mondo» non può crescere sì presto, nè dare speranza di frutto che dopo cinquanta o sessanta anni. Sedotto dall'ardente suo zelo l'onorevole collega non fece riflesso che ove, per un'illimitata deferenza alle di lui opinioni e proposizioni, i Governi di Europa avessero la bontà di ordinare ai loro commissarii Medici, che prima di tutto occupar si dovessero della contagiosità della peste, ciò che non è probabile, mettendo in dubbio le osservazioni costanti ed i fatti di tanti secoli, si arrischierebbe per ciò appunto di trovarsi nel bujo più fitto che mai sopra questa materia; mentre intraprendendo le proposte sperienze sopra i delinquenti o sopra i Medici del Congresso, chi ci assicura che sarebbe per combinarsi in essi la suscettività o attitudine individuale necessaria a contrarre la malattia, quella che il Dott. Bulard chiama organisme impressionable par les circonstances prédisposantes, e non piuttosto trovare in essi quella certa impassibilità o inattitudine individuale al contagio, sia idiosincrasica, sia artificiale; quello stato o condizione dell'organismo per cui le vie d'assorbimento divengono refrattarie all'influenza morbifica di certe cause patogeniche; quella immunità che si osserva spessissimo in circostanze di peste e che tutti i Medici pratici, compreso lo stesso Dott. Bulard, hanno riconosciuta ed accennata; ovveramente, che per mancanza dell'influenza o concorso delle circostanze atmosferico-telluriche opportune al morboso sviluppo non avesse luogo la malattia, a malgrado l'attitudine individuale e l'introduzione dei principii di secrezione morbifica sia per inoculazione, sia per assorbimento, sia per ingestione o applicazione endermica; giacchè, per quanto attivo sia il seme, per quanto fertile e adattato il terreno che lo riceve e ricco di principii favorevoli al sollecito suo sviluppo, ove manchi l'aria, l'acqua, l'opportuno grado di calorico, la luce, quelle condizioni in somma atmosferico-telluriche che sono indispensabili alla sua elaborazione e sviluppo, il germe non si svolgerà, non pullulerà, non darà alcun prodotto, ma indecomposto ed inerte resterà a marcire entro quel corpo medesimo che doveva prestargli vita e alimento. Allora sì che i signori Medici oppugnatori della contagiosità della peste, i grandi agitatori e fabbricatori di nuovi sistemi comparirebbero schierati in battaglia con armi e bagaglio a cantar vittoria, ed in vece che sciogliere la quistione la si avrebbe avviluppata, resa difficile e incerta. Sicchè coi nostri pericolosi sperimenti avremmo reso un cattivo servigio all'umanità.

Senza immergerci in nuove quistioni scientifiche, delle quali già ne abbiamo abbastanza, che terminerebbero come tante altre senza nulla concludere e lascierebbero in statu quo le già radicate opinioni intorno alla peste; in vece di prender la cosa dalla creazione del mondo, non sarebbe forse meglio e più utile ammettere la comunicabilità della peste come un fatto certo e positivo di generale accettazione, una verità già dimostrata e provata, cercar di profittare del passato e delle esperienze ed osservazioni che già possediamo copiosissime su questa materia, nonchè dei progressi fatti dalle scienze fisiche pei nostri bisogni presenti e futuri, ed a fine di cogliere il contemplato scopo della sicurezza e prosperità pubblica con una saggia legislazione meglio corrispondente ai nostri bisogni ed ai nostri interessi? Ciò sarebbe, a mio credere, molto più saggio e più conveniente, senza dover protrarre di molti anni una riforma già riconosciuta utile e sommamente importante agl'interessi della società, per la sola ragione di occuparsi a combattere le capricciose opinioni contrarie di qualche scienziato invaso dalla smania di singolarizzarsi e rendersi celebre nella via del progresso, o di tal altro saputello del facile sentenziare, schierato materialmente sotto le bandiere di qualche ardito innovatore e propagator di sistemi, senza obbligar il Congresso ad entrare nel caos di siffatte quistioni, dalle quali, come si è detto di sopra, non si possono sperare risultamenti decisivi, e soltanto v'ha la grande probabilità di suscitare nuove quistioni e render più tarda, più difficile la riforma cui mira l'illuminata politica dei Governi di Europa.

Lo stesso Dott. Bulard non avendo ora più bisogno di convincere sopra questo argomento alcuni Medici dell'Egitto coi quali ebbe delle discrepanze, e di provare per la via esperimentale l'assurdità delle loro opinioni anticontagioniste; e d'altronde conoscendo ora un po' meglio come la pensino su tale argomento i Medici ed i Governi di Europa, è probabile che fosse per convenire spontaneo sulla superfluità di promuovere siffatta quistione e sull'inopportunità dei proposti sperimenti. Ciò tanto più facilmente è credibile, quanto che essendo egli già pienamente convinto e persuaso del carattere contagioso della peste, non si sa concepire come possa cotanto insistere per provare un fatto di cui egli stesso ha l'intimo convincimento. Ch'egli così la pensi intorno alla contagiosità della peste, li seguenti brani tratti dalli stessi suoi scritti serviranno sempre più a dimostrarlo.

Economie Sanitaire

Etiologie.

«Quoique cette cause soit complétement inconnue (la cause prochaine et essentielle de la peste) on sait qu'elle est essentiellement contagieuse, c'est-à-dire qu'elle ne peut se propager que par une voie individuelle, soit qu'on se mette en rapport direct avec les pestiférés, ou avec des individus soupçonnés de l'être, soit qu'on touche des effets à leur usage ou considérés comme dépositaires du principe pestilentiel, soit seulement qu'on se trouve dans la sphère d'activité d'un pestiféré. Dans tous les cas, il y a eu rapport et la maladie peut se communiquer, mais non pas nécessairement; au contraire, ses effets sont toujours circonscrits et toujours subordonnés à certaines circonstances qui paraissaient provoquer les causes prédisposantes.»

A. B.

(Supplément au N.º 305 du Journal de Smyrne N.º 2)

«Dans les circonstances remarquables qui font l'objet de ce rapport et des quelles nous avons été témoin, la transmission du principe de la maladie ne peut nécessairement s'expliquer que par une cause tout individuelle, toute déduite d'une raison de contact ou de la sphère d'activité des malades, qui n'est elle-même qu'une forme de contact; elle ne saurait être rapportée ni à une cause locale ni à une influence accidentelle d'atmosphère, car pas un seul cas de peste n'existait en Egypte depuis 1824».

«Tel était l'état sanitaire d'Alexandrie et de toute l'Egypte à cette époque. Il n'y avait de pestiférés que dans le Lazaret où les accidents finissent toujours par s'éteindre sans que jamais d'autres cas de peste surgissent simultanément au dehors et puissent faire croire à une influence pathogénique endémique.»

«Rendons-nous donc à l'évidence des chiffres, au matérialisme des faits, et convenons que la raison d'effets si différents gît, toute, dans des causes individuelles si différentes aussi; que la différence des résultats est nécessairement déduite de la différence d'action, en un mot, qu'ici l'isolement sauve, et que là la libre pratique tue.»

(A. Bulard, De la Peste Orientale, Paris 1839, pag. 18 e 40).

Osserverò in oltre, siccome il Dott. Bulard, mentre richiede un Congresso Sanitario Europeo perchè occupar si debba ad istabilire un sistema sanitario uniforme in tutti i paesi, atto a guarentire la sicurezza pubblica, provvedere convenientemente agli interessi della navigazione e del commercio delle nazioni, ed a riconoscere in qual modo distruggere con sicurezza e nel più breve tempo possibile i germi del contagio pestilenziale che possono trovarsi annidati negli oggetti e nelle merci che vengono d'Oriente; mentre egli stesso avverte, che questo Congresso composto di Medici dotti ed esperimentati e di uomini di Stato, dovrebbe occuparsi dei grandi problemi di economia politica e commerciale per una radicale riforma sanitaria, non riserva poi alle deliberazioni e conclusioni del Congresso dette grandi quistioni politico-amministrative riferibili alla radicale riforma sopraccennata, da che le decide egli stesso anticipatamente; e quello che pare lo interessi maggiormente si è, che i detti signori Medici ed uomini di Stato componenti il Congresso faccian la parte di testimonii competenti onde convalidare gli esperimenti e servire alla conferma ed al sostegno delle di lui opinioni; ed abbiano a prestarsi in particolare alla ripetuta applicazione del rimedio la cui scoperta il Dott. Bulard riserva per sè. (V. Omodei. Annali Univ. di Medicina Fascic. Febbrajo e Marzo 1839 fac. 455. Dott. Beer Gesundheits-Zeitung 3 Dicembre 1838 N.º 97).

Ed in vero; prima ancora che sia stato dai Governi deliberato sulla massima se il detto Congresso debba aver luogo o no, egli ha già deciso ed annunciato;

«Che detto Congresso di dotti dovrà radunarsi sopra un'Isola del Mediterraneo e precisamente a Malta (Op. cit. pag. 451);

Che il primo atto del Congresso dovrà essere la redazione delle proprie ricerche, sperienze e discussioni (ivi);

Che dopo finito questo lavoro preparatorio dovrà passare immediatamente ai fatti della medicina sperimentale (ivi);

Che i sperimenti da farsi dal Congresso dovranno precisare se la peste si propaghi per contatto immediato o mediato; se in distanza, cioè per la sfera d'influenza dei malati, ovvero per innesto (pag. 452).

Ed acciocchè questi sperimenti possano condurre a risultati pratici vantaggiosi alle legislazioni, 1.º che debbano istituirsi fuori delle località di peste, indi nel loro centro, durante l'influenza del morbo e dopo cessato lo stesso, come pure ne' suoi diversi rapporti di tempo e di luogo; 2.º che le esperienze debbano eseguirsi sopra stranieri ed indigeni, sani e malati, vaccinati e non vaccinati; avanti e dopo il vajuolo naturale, con e senza fonticoli ed altri esterni rivelenti, avanti e dopo superata la peste, ed in persone che non ebbero relazione alcuna con effetti infetti e che non si trovarono mai nel mezzo della sfera dell'influenza del male ecc. ecc. (ivi).

(Ci vuol altro che mezzo secolo per poter combinare tutte queste circostanze onde mandar ad effetto tutte le indicate specie di esperimenti. Occorreranno ben altro che soli delinquenti, vaccinati e non vaccinati, per eseguirli, per mettere in pratica tutte le indicate diverse specie di esperienze, ed i signori Membri componenti il Congresso dovranno fare parecchie passeggiate in corpo fuori dell'Isola per eseguire le loro esperienze nelle località ove abbia fatto centro la peste, poi dove essa avesse appena cessato, e ne' suoi diversi rapporti di tempo e di luogo).

Non riserva, dissi, la soluzione delle sopraccennate grandi quistioni al Congresso, giacchè anticipatamente ha deciso ed annunciato:

Che tutti i Lazzeretti Europei contro la peste possono essere rimpiazzati da un solo Lazzeretto centrale, e che questo debba essere a Malta (pag. 455);

Che 24 ore per le merci, e 7-8 giorni per le persone sarebbero l'estremo termine che in qualunque caso e sotto ogni rapporto potrebbero offrire la più sicura guarentigia di Lazzeretto (pag. 455);

Che tutti i profumi di espurgo sono empirici e riescono affatto superflui (ivi); e cose simili.

Ma ancora più rimarcabile si è, che il ridetto signor Dottor Bulard pubblica le sue opinioni, pianta le sue proposizioni con tuono assoluto e franco senza darsi poi la pena di provarle, sicchè pare che esiga una cieca deferenza per esse. Il perchè, quelle opinioni e proposizioni non potrebbero esser poste a calcolo nella scelta delle misure per il nostro ben essere. Non basta accennare una verità, bisogna provarla. Chi vuol essere creduto e seguito, se anche non può sperar di convincere, deve cercar almeno di persuadere. Non basta invocare la scienza, convien dimostrare ed appoggiare alla scienza ciò che si propone e si dice. Convien ragionare, ed ai fatti contrapporre dei fatti e non parole e vaghe asserzioni; res non verba.

E tanto meno disposti saranno forse i Medici ed i Governi di Europa a deferire ciecamente alle di lui proposizioni, quanto che in esse s'incontrano non di rado delle contraddizioni; per esempio: —

Il Dott. Bulard ha ripetutamente e vivamente rappresentato tanto nelle sue Memorie lette alle Società Mediche della Germania, quanto nella sua Opera ultimamente pubblicata a Parigi, la necessità che il Congresso, prima di tutto e prima d'intraprendere alcuna riforma degli attuali sistemi sanitarii, debba occuparsi a provare col mezzo di esperimenti la contagiosità della peste come ho accennato di sopra, giacchè, dice egli, una disposizione legislativa non può essere basata che sopra la perfetta conoscenza del fatto al quale essa si applica.

È però osservabile, siccome alcuni mesi prima, cioè in Marzo 1838, aveva detto e pubblicato a Costantinopoli quanto segue:

«La contagion de la peste est aujourd'hui un fait qui, dans l'esprit du legislateur, n'a plus besoin du demonstration; l'observation médicale, d'une part, et l'immunité des mesures sanitaires de l'autre, sont trop affirmatives de cette vérité pour qu'il puisse subsister le moindre doute à cet egard. En effet, avant l'erection des Lazarets, l'Europe, toute entière fut plusieurs fois envahie par les pestes les plus meurtrières; l'Angleterre, la France, l'Italie, l'Allemagne, la Russie, furent successivement le théâtre des plus affreux ravages. Mais depuis que de mesures répulsives ont étè appliquées aux frontiéres de ces differens états, ils en ont été constamment préservés, et si quelquefois des rares accidens y ont eclaté après l'arrivée des navires infectes, ils ont été aussitôt combattus, anéantis, et n'ont ainsi servi qu'à mieux prouver encore que la peste est réellement importée et que les mesures sanitaires en empêchent toujours l'extension.»

A. B.

(Vedi Supplément au N.º 310 du Journal de Smyrne N.º 7, 31 Mars 1838)

Così pure nello stesso discorso tenuto sulla peste del Levante addì 16 Novembre 1838 all'I. R. Società Medica di Vienna, in quello stesso col quale accennò siccome egli intendeva preparare le generazioni avvenire pel completo scioglimento del quesito sulla peste, dare a detto quesito la maggiore pubblicità, e richiamare la mente del legislatore e degl'intelligenti sulla importanza della loro cooperazione per l'eseguimento di misure che renderebbonsi atte a fare della storia della peste un libro morto (!!), nello stesso discorso, dicesi, in cui espose che il Congresso dovrà eruire la verità del contagio pestilenziale col mezzo degli esperimenti, e indicò le svariate forme e specie di essi, da farsi dal Congresso, per provare la contagiosità della peste, soggiunge poco dopo quanto segue: —

1.º «La contagiosità della peste è una cosa di fatto, dimostrata dall'osservazione Medica e dall'immunità che ne risulta dall'isolamento.»

2.º «I vantaggi di rigorose quarantene sono immensi per le popolazioni, amministrazione industria, commercio, agricoltura, politica, interessi pubblici e privati.»

E se i vantaggi di una rigorosa quarantena sono immensi, non si saprebbe poi come sole 24 ore di contumacia e di espurgo per qualunque merce, in qualunque caso e sotto qualunque rapporto, possano bastare per la più sicura guarentigia della salute pubblica.

Egli ha detto (pag. 455, Op. cit.) che «tutti i Lazzeretti Europei ponno essere rimpiazzati da un solo Lazzeretto Centrale;» e poco appresso «propose Malta come luogo pel solo Lazzaretto Centrale» giacchè «la sola Malta (dic'egli) riunisce quasi tutti i vantaggi de' Lazzeretti Europei.» Indi accortosi che così facendo sarebbe rendere un cattivo servigio a quelle provenienze d'Oriente che sono dirette pei porti dell'Adriatico, soggiunge che si potrà riparare all'inconveniente «facendo sopra qualche isola dell'Adriatico un secondo Lazzeretto destinato al commercio di questo mare.» Ma nella pagina precedente (454) aveva già annunciato, siccome «riteneva per sommamente necessaria una nuova visita dello stato attuale degli Stabilimenti sanitarii in Europa, tanto riguardo alla loro costruzione ed alle pratiche nel medesimo osservate, quanto al tempo delle contumacie ecc.»

Ora, se tutti i Lazzeretti di Europa devono andar soppressi, e venir rimpiazzati da un solo a Malta, o tutto al più da due, a che perdere inutilmente il tempo e l'opera nell'analizzarli ed esaminare la loro costruzione?

Finalmente sopra questo argomento riporterò alcune giuste e saggie osservazioni del Dott. Cervelleri, che si leggono nelle Effemeridi di Medicina e Chirurgia ecc. di Napoli.

«Riuniscasi il Congresso in Malta, sia qui eretto un Lazzeretto generale per gli oggetti provenienti d'Oriente, s'attenda massimamente alle misure più salutari per conseguire il grande oggetto di tale riunione, ma si travagli attivamente a tanta opera, senza intrattenersi in episodii teorici, senza occuparsi in esperimenti difficili, e di dubbia risultanza. Si può profittare dei molti fatti, e delle esperienze da altri raccolte: i materiali che esistono congiuntamente ad altri fatti che in breve periodo il congresso sanitario sarebbe in grado di raccogliere, potrebbero fornir bastevoli elementi alla parte del lavoro risguardante il più sicuro ed uniforme accordo di leggi sanitarie. Ogni altro minuto esame potrebbe esser tacciato di troppa sottigliezza teorica, e sarebbe da riserbarsi a miglior tempo.»

«La quistione della estinzione della peste dovrebbe poi risolversi in Egitto, mentre essendo ivi l'antica sua sede ed origine, ivi dovrebbe il Congresso esaminar tutte le condizioni, le influenze che promuovono lo sviluppamento del contagio, e proporre i mezzi come distruggerlo; opera questa difficoltosa oltre ogni dire, alla quale non si potrà pervenire che dopo lunghissimi studii. Da ciò si vede, che se questo quesito dovesse occupare in prima l'attenzione del Congresso, l'affare diverrebbe sempre più complicato, e lo scioglimento più difficoltoso e lontano.»

«Dopo avere il Dott. Bulard richiesto un Congresso Sanitario Europeo, ed indicato ne' modi i più generali e spesso esagerati gli argomenti de' quali tal Congresso dovrà occuparsi, dice esistere nelle sue mani i materiali scientifici, ed amministrativi necessarii alla facile soluzione de' proposti quesiti. Qui sembraci incorso in evidente contraddizione il dotto nostro collega. Se i materiali necessarii alla soluzione de' proposti quesiti esistono in sue mani, perchè proporre al Congresso tanti problemi, come se la peste fosse malattia nuova, e bisognasse ora studiarla per la prima volta? Perchè non pubblicar con franchezza e lealtà quei materiali scientifici? Qual ragione potè indurre il valente autore a serbarli ignorati sino all'epoca della riunione del Congresso, o rivelarli a richiesta de' Governi? Fa dunque mestieri che gli si faccia una petizione diplomatica perchè egli renda di pubblica ragione le sue scoperte? Mentre che si propone ai Governi un Congresso Sanitario Europeo, mentre si propongono le molte difficili quistioni, delle quali dovrà tal Congresso occuparsi, nonchè i moltiplici sperimenti creduti necessarii allo scioglimento degl'ideali quesiti, si annuncia esser pronti i materiali scientifici per la soluzione facile dei proposti quesiti, e, ciocchè fa più meraviglia, s'indicano di già le conseguenze pratiche alle quali menano! Qui il dilemma è chiarissimo: o i materiali scientifici ed amministrativi esistono, o debbono ancora raccorsi; o il Congresso Sanitario è chiamato ad esaminare e sanzionare i materiali scientifici raccolti dal Dott. Bulard, o dovrà procedere, come se quest'argomento della peste sia oscuro ed affatto ignorato; o il problema è risoluto, o è da risolvere. Nel primo caso, perchè proporre inumani e perigliosi esperimenti, perchè domandar la riunione di un Congresso scientifico? Perchè esporre come dubbio o problema in teoria ciocchè si è esposto come fatto nelle applicazioni? Vi sarebbero forse conseguenze senza premesse, effetti senza cagioni? Per un uomo, come il Dott. Bulard, che a proprio rischio ha studiato la peste sul teatro delle sue stragi, e che si è fatto ammirare pel suo filantropico zelo, è grave torto il farsi richiedere per manifestare i risultamenti della propria esperienza, ovvero attendere un'epoca indeterminata per produrli.»

«La stessa e più forte censura è da apporglisi pel segreto che vuol serbare circa il rimedio per la cura della peste, ch'Ei dice aver ritrovato. Adunque tutti gli uomini che morranno di peste sino alla riunione dell'ancor problematico Congresso saran vittime del misterioso silenzio del Dott. Bulard. Noi non vogliam tacciarlo di ciarlatanismo, ma certo ha egli contratto col mondo intiero un obbligo, del quale è giuoco forza isdebitarsi. Ogni uomo ha il diritto di domandargli la rivelazion del ritrovato rimedio. E se il Congresso non si convocherà; e se veruna formale petizione verrà fatta al Dott. Bulard, indugierà egli a pubblicare i suoi materiali scientifici col pericolo di violare i diritti più sacri dell'umanità? Egli ha eccitato per tutta Europa un desiderio vivissimo, e non dovrebbe tardare a soddisfarlo. Non sarebbe poi gran male, che pubblicasse i suoi materiali scientifici prima della riunion del proposto Congresso sanitario. Potrebbero anzi per tal modo i dotti valutarli innanzi tempo e farvi quelle aggiunzioni, delle quali naturalmente abbisognano progetti siffatti. I componenti il Congresso trarrebbero così profitto dalle cognizioni del Dott. Bulard, e dalle proprie non solo, ma eziandio da quelle de' molti dotti, i quali certamente prenderebbero a disamina il proprio argomento.»

«Dobbiamo in fine notare, che, sceverato dalle speculazioni metafisiche, che costituiscono una utopia e non già un piano facilmente, rapidamente e generalmente adottabile, il progetto del Dott. Bulard sembraci utilissimo e di universale interesse.»

Ciò intorno ai pensamenti e proposizioni del Dott. Bulard nel detto Congresso, il quale, come egli dice «deve confluire possentemente sopra il morale delle popolazioni d'Oriente e sulla legislazione di Europa.»

«Con una riforma sanitaria radicale e razionale saranno effettivamente armonizzati gl'interessi delle contrade elettive della peste, e di quelle che ne sono garantite. Con questo mezzo l'Oriente e l'Occidente saranno definitivamente chiamati ad una comunione franca ed intera. Ma a fin che si realizzino prontamente e sicuramente i beneficii dipendenti da questa innovazione, conviene che l'Europa intera vi concorra in un Congresso Sanitario di dotti, di cui l'alta missione sia esaminare e riconoscere tutto ciò che vi ha di reale e di utile, o di esagerato in questo progetto.»

Che se per amore di verità, per interesse del pubblico bene ho creduto dover avvisare a quel poco di strano o d'irragionevole che mi parve poter notare nei pensamenti e proposizioni del Dott. Bulard relativamente al Congresso, dalla cui troppo franca esposizione ove si fosse egli prudentemente astenuto è probabile che avrebbe più facilmente raggiunto il suo scopo, debbo però per giustizia dichiarare, esser egli meritevole di grandissima lode pel coraggio, per l'ammirabile intrepidezza e perseveranza con cui intraprese lo studio della peste e si espose per tanti anni di seguito a privazioni, a disagi, all'immediato pericolo di un'infezione pestilenziale, e di perder per essa la vita, mosso dal più sublime sentimento di carità e dall'amor della scienza. Meritevoli certamente di memoria e di encomio sono le belle e dotte sue osservazioni sulla peste, nelle quali s'incontrano quelle grandi verità pratiche che invano si cercherebbero in un gran numero di opere voluminose sullo stesso argomento. Molti articoli del suo Giornale La Peste, e della sua Opera sopra il medesimo subietto, specialmente nella parte pratica, meriterebbero di esser attentamente studiati e conosciuti da tutti quelli che amano di acquistare chiare e precise conoscenze sopra la peste, e di non trovarsi nell'imbarazzo all'occasione di qualche insorgenza di contagio e nel pericolo di render palese la loro vergognosa nudità. Il Dott. Bulard ha poi il grandissimo merito di essere stato quello che ha dato il più valido impulso all'introduzione delle istituzioni sanitarie a Costantinopoli ed in varie provincie dell'Impero Ottomano.

Essendo questo un argomento di grande utilità pubblica, l'argomento del giorno, che ha meritato di destar l'attenzione dei Governi di Europa, e di cui hanno parlato e parlano molti Giornali delle varie nazioni, ho creduto non dover defraudare di tali notizie i benevoli leggitori di questa mia Opera. E sebbene il soggetto fosse tale da non doversi trattare in una Nota, e la Nota risultar dovesse necessariamente troppo lunga, pure, non potendosi combinare altrimenti, pensai che fosse meglio fare così che far niente. E giacchè sono sul parlar delle quistioni promosse dai Governi di Europa ai Medici dell'Oriente sopra questo medesimo grande argomento, spero non sarà discaro a' miei lettori di conoscere il tenore dello quistioni indirizzate dal Governo Inglese ai Medici dell'Oriente sulla natura contagiosa della peste. Alle quali quistioni il professore Clot-Bey, Ispettore della Sanità dell'Egitto, avendo risposto e comunicate le date risposte, al Dott. Raffaele Zarlenga, si trovano e gli uni e le altre diligentemente riportati nei due Fascicoli Agosto e Settembre-Ottobre e Novembre 1839 del Giornale Italiano Medico-Chirurgico Il Severino, nell'ultimo de' quali viene dato pure il ritratto del Sig. Dott. Clot-Bey, già elevato dal Vice-Re dell'Egitto nel 1835 al grado di Bey di primo ordine, ultimamente promosso dal Governo Francese ad ufficiale della legion d'onore, da Sua Santità a Cavaliere di S. Gregorio Magno, da S. M. il Re di Napoli a Commendatore del real ordine di Francesco I. e da S. M. l'Imperatore di tutte le Russie decorato eziandio dell'ordine di s. Alessandro Newsky per le sue benemerenze verso il Governo Egizio, dove si è dedicato alla direzione del grande Stabilimento d'istruzion pubblica pochi anni sono trasportato a Kassel-En, nella qual direzione come nella parte dell'istruzione venne ora rimpiazzato da altri. Dice il Dott. Zarlenga, che il ridetto Professore (Clot-Bey) si propone «di pubblicare quanto prima il risultato delle sue osservazioni sulla peste.»

Quistioni proposte dal Governo Inglese ai Medici dell'Oriente col mezzo de' suoi Agenti Consolari nel Levante Ottomano.

1.º La peste si comunica per contagio?

2.º La peste si comunica per contagio o per qualche altro mezzo, ed in questo caso per quale?

3.º Il contatto con una persona infetta è necessario per produrre la peste, o pure basta solo il semplice avvicinamento di una persona infetta?

4.º I corpi stati in contatto con una persona infetta possono comunicare la peste, e, potendolo, quali sono queste sostanze?

5.º Quanto tempo può l'infezione della peste restar nascosta in un individuo infetto prima di appalesarsi per segni evidenti?

6.º Per quanto tempo la materia contagiosa della peste nascosta nei corpi inerti può conservare il suo potere contagioso?

7.º Quali sono i mezzi per i quali i corpi contenenti la materia contagiosa della peste potrebbero essere purificati?

Queste sono le quistioni indirizzate dal Nobile Lord Ministro degli affari esteri di S. M. la Regina d'Inghilterra ai Medici dell'Oriente sulla natura contagiosa della peste, e che il Dott. Zarlenga ha pubblicate nei fascicoli 92, 93, 94, 95 del Giornale sopraccitato, indicando essergliele state offerte ed inviate dallo stesso professore Clot-Bey.

Intorno alle risposte date dal ridetto professore Clot-Bey alle sopraenunciate quistioni ho già detto nella Nota precedente (lettera d) quanto forse poteva occorrere che fosse conosciuto. Ivi ho anche esposto francamente il mio sentimento sopra quelle risposte. Credo superfluo intrattenere ulteriormente su di esse i miei lettori. Quelli che amassero di conoscerle per esteso potranno leggerle nello stesso Giornale Il Severino nei fascicoli sopraccitati, dove vi son riportate. Lo stesso Dott. Zarlenga redattor dell'articolo accenna il suo divisamento di pubblicare in peculiar memoria l'originale francese dell'autore contenente le soluzioni dei detti quesiti con le sue osservazioni.

Prima di chiudere quest'articolo mi permetterò di presentare al pubblico una mia idea, perchè presa in esame, vi dia quel peso che può meritare.

Giacchè sembra che il progetto del Dott. Bulard sul Congresso Sanitario Europeo sia stato aggiornato a tempo indeterminato; giacchè con saggio divisamento e per puro amore di scienza si tiene ogni anno, ora in una ora nell'altra delle principali città di Europa un Congresso di dotti a cui intervengono per ordinario uomini distintissimi per talenti per esperienza e per dottrina, sì nazionali che stranieri, e la sezione de' Medici si osserva per solito essere la più numerosa; giacchè i progressi della scienza, l'utile pubblico, e specialmente la salute del popolo costituiscono il principalissimo scopo di tali riunioni scientifiche, le quali dall'illuminata politica de' Sovrani di Europa vengono con ogni specie di modi e favori incoraggiate e protette; giacchè in esse, pei profondi studii di tanti uomini celebri, per la vicendevole comunicazione dei lumi e della particolare sperienza, le più difficili quistioni scientifiche vengono trattate e maestrevolmente svolte; dappoichè la società ha ragion di sperare sempre maggiore profitto dagli sforzi riuniti di tanti uomini sommi nell'arte, sì favoriti e protetti da possenti mezzi e dalle Sovrane provvidissime disposizioni sorretti; perchè non potrebbonsi in queste annue adunanze di savii e maestri di scienze salutari le sopraccennate grandi quistioni politico-sanitarie di generale interesse utilmente agitare? Qual'altra quistione scientifica potrebbesi mai presentare ad una dotta adunanza che avesse un più grande interesse per l'umanità e che fosse di un maggior utile pubblico, più generale e più riconosciuto? I riconoscimenti e le conclusioni di una società così colta e rispettabile, di soggetti distinti per talenti, per esperienza e per dottrina, non potrebbero mancare di esercitare una possente influenza sulle opinioni dei Magistrati e dei Governi delle varie nazioni d'Europa, e di cooperare per tal mezzo a quell'utile riforma dei Sanitarii sistemi, che si riconosce necessaria e che incessantemente viene reclamata dai più grandi interessi di tutte le nazioni. In tal guisa que' dotti sperar potrebbero di esser nel caso di retribuire in qualche modo alla generosa ospitalità ed al favore de' Principi che con tanta magnanimità e cortesia li accolgono, e lasciar onorevoli traccie dei loro nobili sforzi ed una grata memoria impressa nella riconoscenza de' popoli.

L'imparziale giudizio di un Consesso di dotti delle varie nazioni sopra alcune grandi verità pratiche di utile pubblico, apprezzando i fatti al suo giusto valore, e concedendo al merito il dovuto onore, ovviare forse potrebbe eziandio, almeno in parte, alle fatalissime conseguenze che dipendono da quelle picciole gelosie di mestiere, da quella sciaurata meschina rivalità mascherata con finissima arte sotto ogni specie d'ipocrisia, per cui tanti uomini abili e delle più felici disposizioni, anzichè venire incoraggiati e protetti, giacciono nell'avvilimento e nell'impotenza di alcuna cosa operare a vantaggio della società, vittima di odiosi secreti maneggi.

In vece che limitare a soli 15 giorni la durata delle sopraccennate dotte adunanze, ove nulla ostasse alla massima, si potrebbe protrarla a 20, dedicando esclusivamente gli ultimi cinque giorni al trattamento e discussione di que' subbietti che risguardano le malattie popolari a contagio specifico, e principalmente la peste orientale.

E dappoichè sento che nei due anni successivi 1840, 1841 la riunione di dotti avrà luogo, il primo anno in Torino, il secondo forse a Firenze, sarà soddisfacente il veder partire d'Italia questo generoso appello alla scienza per un'utile riforma de' sanitarii sistemi, reclamata dagl'interessi di tutte le nazioni, che corrisponda egualmente ai progressi delle scienze, alle voci dell'umanità, e alla natura delle attuali relazioni fra l'Oriente e l'Occidente; partire da quel paese medesimo che vanta la gloria delle prime istituzioni sanitarie, e di saggie e provvidissime leggi a difesa della pubblica salute, e che fu il primo benemerito della diffusione fra gli altri popoli di conoscenze utili sopra questa materia, per l'attivazione di misure repulsive e preservatrici contro il flagello più grande e più devastatore della specie umana.

Ed ove per una più chiara dimostrazione dei fatti, per ragionamenti convincentissimi venisse dato alle sopraccennate dotte adunanze di ridestare sopra questo grande argomento l'attenzione de' Principi e dei Governi che tengono in mano il freno regolatore della prosperità de' popoli, e riescir potesse determinarli definitivamente ad abbracciare d'accordo il grande progetto di sanitaria riforma e mandarlo ad effetto, l'illustre Consesso avrebbe colto felicemente il suo scopo, aggiunto nuovo splendore alla gloria d'Italia, e recato un grande beneficio agl'interessi di tutte le nazioni commerciali marittime che mantengono più o meno estese relazioni coi paesi d'Oriente. (Torna al testo)

(f) Fra le malattie contagiose a tipo epidemico, la peste è una delle più difficili a conoscersi al suo primo apparire. Nessun'altra presenta tanta diversità, quantità e gravità di sintomi in un tempo più breve e con maggiore rapidità; e siccome per ordinario suol comparire sotto mentite sembianze ed inattesamente, così facilmente s'insinua sconosciuta e confusa con altre malattie, delle quali, ingannando, usa assumere l'aspetto. La peste è quella malattia che in tutti i tempi ha dato luogo ad un maggior numero di dispareri e discussioni fra i medici, di controversie, di bizzarre teorie e contraddizioni fra gli autori. Fra le malattie antiche che affliggono ancora la specie umana è quella in cui la scienza ha fatto i minori progressi, in cui la parte diagnostica è tuttora la più difficile, l'etiologica la più sconosciuta, la terapeutica la meno efficace, ed in cui tutte le investigazioni ed i tentativi finora intrapresi hanno avuto i minori risultamenti. S'inganna d'assai chi crede che la peste sia una malattia facilmente riconoscibile, che i segni di essa abbiano una tale uniformità da poter facilmente essere contraddistinti. Per convincersi di questa verità basterà consultare la storia, e si vedrà per essa, siccome in un gran numero di casi, medici riputatissimi chiamati a dar giudizio non la riconobbero, e sono incorsi in gravissimi sbagli fecondi delle più funeste conseguenze.

Senza parlar delle pestilenze dei remoti tempi, di una delle quali (la celebre peste di Atene) narrando Tucidide, così si esprime «I medici non sapevano trovarvi rimedio, e nel principio non s'accorsono che malattia che la si fusse; ma essi tanto più erano i primi a morire, quanto eglino più che gli altri s'approssimavano» (Tucid. lib. II. cap.48, traduzione dello Strozzi), farò alcuni cenni intorno a quelle che si riferiscono a questi ultimi secoli.

Nella peste di Venezia del 1555-56 Nicolò Massa, medico a que' tempi riputatissimo, incorse in grave errore, da che chiamato a dare giudizio sulla natura del male non ebbe a riconoscerla, ed attribuì a vizio dell'aria quelle infermità.

Più grave ancora fu lo sbaglio commesso dai medici nella celebre successiva peste della stessa città di Venezia degli anni 1575-76, e specialmente dei due rinomati professori di Padova Mercuriale e Capodivacca, chiamati espressamente a Venezia dalla Repubblica per riconoscere la vera natura del morbo, il quale per peste non riconobbero, per cui i Magistrati essendosi abbandonati con soverchia fiducia a quelle opinioni, furono trascurate le necessarie precauzioni di sanità, e Venezia ebbe a soffrire per quella pestilenza la perdita di circa sessantamila persone (V. facc. 365).

Il medesimo errore venne commesso dal celebre Ingrassia (Filippo), Protomedico della Sicilia, nella peste di Palermo degli stessi anni 1576-76.

Le acerrime quistioni insorte fra i medici sull'indole della malattia nella peste di Montpellier del 1629 furono pur cagione di gravissime sventure; da che, mentre i medici nelle loro dispute s'incalzavano l'un l'altro con sillogismi, mentre i Magistrati attendevano la decision della lite, la peste estendeva tacitamente le sue conquiste, in guisa che non fu più possibile di arrestarla, e Montpellier perdette da quella pestilenza circa la metà de' suoi abitanti, di quelli cioè ch'eran rimasti in città (pag. 384-86).

Nella peste che afflisse l'Italia agli anni 1629-30-31, la parte settentrionale del Milanese ebbe pur molto a soffrire dipendentemente da questa causa, cioè per non essere stata la malattia riconosciuta se non quando avea già fatto di molti progressi, nè v'era più tempo di arrestarla (V. facc. 393).

Nella stessa Milano a quel medesimo tempo alcuni medici e chirurghi essendosi ostinati a sostenere che quel male non fosse peste, contro l'autorità di molti altri, dotti e sperimentati che l'affermavano, furono eziandio cagione che il contagio ampliasse le sue conquiste; e finalmente la morte abbattendo a visiera alzata gran numero di vittime, disingannò gl'increduli e diede fine alla lite (facc. 394).

Nella peste di Verona del 1630, a malgrado le ferme dichiarazioni di alcuni dotti e sperimentati medici, a malgrado la gravissima mortalità e la più chiara evidenza dei fatti, non mancarono medici e chirurghi che mettessero in dubbio l'esistenza della peste; quelle subite moltiplicate morti chi a vermini attribuendo, chi a maligne febbri ma non pestilenti, negando fermamente che in Verona peste vi fosse (facc. 404).

Ancor di peggio avvenne nel- l'ultima memorabile peste di Venezia degli anni 1630-31, giacchè ad onta di tre conformi giudizii medici, da' quali venne concordemente dichiarato che que' morbi che incutevano tanto timore pur troppo vera peste si fossero, avendo il Senato con poco sano consiglio ordinato che si convocassero trentasei medici per sapere col fondamento delle loro opinioni la qualità di essi mali e i rimedii proprii a medicarli, codesti trentasei medici, com'era da prevedersi, si divisero in due contrarie opinioni, gli uni sostenendo che fosse peste e che in conseguenza si dovessero prendere le più severe precauzioni, e gli altri negandolo. A favore di ciascuna essendosi dichiarato un forte partito, gravi quistioni si suscitarono. Ed in tanto, mentre i medici acremente disputavano fra loro, mentre i Magistrati in sì grave incertezza se ne stavano inoperosi attendendo la decisione della medica controversia, la peste estendeva le sue conquiste, e non essendo stato più possibile di arrestare il corso al contagio, orrendo strazio fece di quegli abitanti, a tale che in 11 mesi uccise circa 94000 persone (V. pag. 416-418).

La medesima cosa a un di presso avvenne a Firenze nello stesso anno 1630, quando il micidiale contagio recatovi da Bologna serpeggiò occulto per qualche tempo (Rondinelli, Relazione del contagio stato in Firenze l'anno 1630 e 1633. V. facc. 430).

Nella terribile peste di Napoli del 1656 avvenne all'incirca lo stesso. I medici in sulle prime non la riconobbero. Di essa nei principii i perniciosi effetti ascrivevano «chi a febbri maligne, chi ad apoplessie, chi ad altri mali. Non mancò ad ogni modo chi, per più accurata osservazione fattane, riputasse il morbo pestilenziale; ma pervenuto all'orecchie del Vicerè, che costui andava pubblicando il male essere contagioso, fu il medico posto in oscuro carcere, dove ammalatosi ottenne per sommo favore d'andar a morire in sua casa; donde gli altri medici fatti accorti, proseguirono ad occultare la qualità del male (Giannone, Storia Civile del Regno di Napoli. V. p. 467-68).»

A quegli stessi anni 1656 lo stesso accadde anche a Genova. Ivi in sulle prime invalse l'opinione che quel morbo fosse mal comune; e si continuò a regolarsi alla cieca, secondo che comportava l'opportunità ed a tenore degli argomenti che all'improvviso accadevano. Ma nello spazio di pochi giorni accresciutasi a dismisura la mortalità fra quella popolazione, ogni dubbio si cambiò in certezza, e si cercò, ma invano, di por riparo con ogni diligenza alla piena dello struggitore contagio. In poco più di sei mesi ne sono perite pressochè settantamila persone.

A Malta egualmente nella funestissima peste del 1676, i gravi dispareri insorti tra i medici sulla vera natura del morbo, lasciarono al contagio aperto il campo ad una fatale irreparabile propagazione, e quell'Isola da detta pestilenza venne pressochè interamente deserta (facc. 497-98).

A Vienna parimenti nel 1712 nei primi malati la peste non fu conosciuta. Il contagio serpeggiò occulto per qualche tempo fra le puerpere del civico spedale, senza che si sospettasse della natura del morbo; ed anche quando vennero trasportate tutte le puerpere e le gravide dal civico spedale in un apposito Lazzeretto fuori della città, insorse grave discrepanza d'opinione fra i medici sulla natura del male, e le discipline e provvedimenti da opporsi ai di lui progressi vennero per sì fatti contrasti ritardati per qualche tempo (V. facc. 513-15).

Troppo note sono le scandalose quistioni, i gravi dispareri insorti fra i medici al tempo della peste di Marsiglia del 1720-21, i quali diedero occasione alle immense sciagure e rovine a cui fu soggetta quella città, ed al profluvio di opere e di scritture che abbiamo sopra quella pestilenza, non essendo, ch'io sappia, sopra alcun'altra stato scritto altrettanto.

Questa fu la circostanza in cui i due professori di Montpellier Chicoaneau e Verny, invitati dalla Corte Sovrana a dare un definitivo giudizio sulla natura dei mali che recavano a Marsiglia tante stragi e rovine, presero un grossolano errore, e non li riconobbero per peste, a malgrado ch'essa si mostrasse co' suoi più manifesti segnali e fosse giunta a tale da escludere qualunque dubbio anche fra le persone che non eran dell'arte. Ciò ch'ebbe a recare ancora più meraviglia si fu, che M.r Chirac, medico del Reggente, che godeva allora di molta riputazione, appoggiò con una Memoria le false opinioni dei detti due professori (facc. 522, 547-48).

Anche nella città di Messina la peste nel 1743 s'introdusse incognita e mal appresa. Il Capitano del bastimento proveniente da Missolongi, con carico di lana ed altri effetti, che portò il contagio in quella città, infermato e morto al Lazzeretto, fu giudicato dai medici esser morto da resipola retrocessa. Le febbri accompagnate da bubboni e da altri sintomi pestilenziali, che dopo circa due mesi si erano manifestate in un quartiere della città, vennero dichiarate bensì malattie epidemiali, ma in conto alcuno nè contagiose nè pestifere. Per le quali dichiarazioni essendosi i Magistrati abbandonati ad una cieca fiducia, vennero trascurate le più opportune precauzioni.

Egualmente in questo corso di pestilenza, come in altri casi, vi fu pur uno fra i medici che vide chiaro e che sostenne esser que' morbi peste effettivamente. Ma detta opinione così isolata e vivamente combattuta dagli altri, non prevalse. Moltiplicatosi però poco appresso in modo spaventevole il numero de' malati e dei morti, i medici ed i Magistrati si accorsero del loro errore, ma troppo tardi. Si ordinarono delle misure di difesa, ma pur troppo queste non corrisposero perchè applicate fuori di tempo, e Messina per l'ignoranza de' medici, per l'improvvida credulità de' Magistrati, fu ridotta a tali e sì crudeli estremità di sventure da non aversi parole sufficienti a descrivere. Di circa quarantamila abitanti essa ne perdette più che ventottomila (facc. 623 e seg.).

A Kiovia città della piccola Russia, allorchè nel 1770 dalla Podolia s'è introdotto il contagio, successe all'incirca la medesima cosa, si mossero le stesse incertezze, le medesime quistioni. La peste da principio fu messa in dubbio, e non se n'è ravvisato il pericolo se non allorquando, la mortalità divenuta assai grande, alla cieca fidanza successero il terrore, la confusione ed un fatale abbandono (facc. 787).

A Jassy e a Cozim a detta epoca avvenne a un di presso lo stesso.

Anche nella memorabil peste di Mosca degli anni 1770-71-72 si è osservato avverarsi siffatto destino, che viene affermato dalla storia aver luogo in quasi tutte le pesti, cioè l'errore di alcuni medici nella diagnosi della malattia, la loro ostinazione nel continuare a negarla, a malgrado la più chiara evidenza dei fatti, e l'opinione di altri dotti e sperimentati che costantemente l'affermano. Avvenne in fatti in quella terribile pestilenza, che, scoppiata la malattia in Novembre 1770 nel grande Ospedale militare di Mosca ed in alcune separate casuccie ad esso vicine, ove abitavano i custodi colle loro famiglie, e morte circa venti persone con manifesti indizj di peste, tanto il primario medico di quell'Ospedale, Dott. Schafonshy, che altri undici medici chiamati a consiglio, non esitarono a dichiarare che quei morbi erano vera peste pur troppo. A questa opinione però si è opposto il primo fisico della città, Dott. Rinder, il quale ad appoggio della sua incredulità non dubitò di accampare il solito falso argomento — che se peste fossero stati que' morbi, ne sarebbero senz'altro già andate infette molte altre persone, e segnatamente i medici che assistettero i malati, i serventi e i circostanti coi quali vissero in comunicazione, quando invece essi tutti si mantenevano sani. — La qual'opinione, sebbene in sulle prime non abbia prevalso, e l'Ospedale fosse stato tosto circondato da guardie ed accuratamente segregato dalla città; pure per fatalissima combinazione essendosi minorato il numero degli ammalati sospetti nell'Ospedale, e scorse sei settimane senza che si sentisse parlare di peste nella città, al primo spavento successe fatalmente una piena sicurezza; e l'opinione del fisico della città, sostenuta non solo dal volgo, solito a giudicare le cose dagli effetti che lo colpiscono, ma eziandio da un gran numero di notabili di quella capitale, prevalse così, che vennero trascurate tutte le cautele di sanità e lasciato libero il campo all'insidioso contagio, il quale, manifestatosi in Marzo 1771 nell'amplissima casa ad uso di fabbrica di panni situata nel centro della città ed abitata da circa tremila operai, non tardò molto a divampare in incendio, in guisa che non fu più possibile di arrestarlo, e Mosca perdette per quella pestilenza circa centotredicimila persone (Vedi Mertens De peste, Oreus, Semoilowitz, ecc.).

Nella peste di Spalatro del 1784 si à verificato eziandio il medesimo scandalo. Morto essendo in uno dei sobborghi della città un individuo, che aveva servito nel Lazzeretto al maneggio di alcune merci sospette provenienti dalla vicina Turchia, e ch'era uscito poco prima dal detto Stabilimento e morti in appresso parecchi altri individui, egualmente che il primo dopo breve decubito e con manifesti segnali di peste, alcuni medici, e tra questi fatalmente uno per l'ufficio suo molto influente, non la riconobbero, e continuarono ostinatamente a negarla, a malgrado la contraria opinione di altri abili e sperimentati (tra' quali il riputatissimo Dott. Bajamonti) che per tale fermamente la dichiararono. Sicchè, trascurati que' provvedimenti, che opportunamente attivati avrebbero impedita la dilatazione del contagio e salvate quelle popolazioni, venne in vece, per soverchia credulità de' Magistrati a quelle false opinioni, lasciato aperto il campo ad una fatale irreparabile propagazione, che ridusse la città di Spalatro alle più grandi estremità di sventure; di poco o nessun giovamento essendo riuscite le misure sanitarie prese con molta fretta allorchè moltiplicate le morti ebbero queste a dissipare i dubbii sulla natura del male; e la città di Spalatro perdette per quella pestilenza più di un terzo de' suoi abitanti, e molti pure ne perdettero i luoghi vicini (Vedi Bajamonti Storia della peste di Spalatro degli anni 1783-84. P. Fedele da Zara Cappuccino. Della peste di Spalatro Op. ined.).

Anche nell'ultima peste di Malta del 1813 le opinioni de' medici furono discordi sopra la qualità della malattia, che si ritenne generalmente essere stata introdotta in quell'Isola da un bastimento inglese proveniente da Alessandria d'Egitto con carico di merci suscettibili, sul quale erano morti di peste per via parecchi uomini dell'equipaggio. I medici inglesi affermavano che fosse peste: i maltesi negavanlo ostinatamente (tranne alcuni pochi), sostenendo che fosse in vece una malattia maligna propria di quelle località. Il perchè, il popolo di Malta lusingato da quelle false opinioni, non volle credere all'esistenza del contagio se non allorquando s'era già molto avanzato. Continuava ad ammassarsi nelle Chiese, far processioni, i parenti e gli amici continuavano a visitare i malati senza scrupolo e senza precauzioni, si nascondevano per quanto potevasi alla vigilanza della polizia le vittime del contagio che si andava ogni dì più estendendo, non solo nella città capitale detta La-Vallette; ma eziandio nella maggior parte dei villaggi vicini, prima che una possente autorità protettrice avesse potuto opporsi ai di lui progressi.

Quel Comitato di Sanità, di concerto col Lord Alto Commissario Governatore civile dell'Isola, conoscendo quanto fosse fatale quello stato d'incertezza e d'indecisione, pubblicò un Avviso, col quale venne dichiarato essere stato positivamente riconosciuto dal Collegio medico nella sua sessione del giorno 12 Maggio di quell'anno, che le malattie correnti erano vera peste, e che sarebbe stato severamente punito chiunque avesse tentato di far credere diversamente, cioè quelle non esser peste; e veniva promesso un generoso premio in denaro a quelli che avessero indicati gli autori di tali voci contrarie al fatto. Nel medesimo senso il Governatore emanò un'altra Notificazione in data 24 Maggio, nella quale era riportato il voto medico sulla natura di que' mali, sottoscritto dal protomedico del luogo, Dott. Luigi Caruana, e da altri dodici medici maltesi e tre inglesi; e nessuna controversia ebbe luogo dappoi. Frattanto però il contagio aveva avuto il tempo di dilatarsi e moltiplicare le sue conquiste in modo che non fu più possibile di circoscriverlo a malgrado le più saggie e provvide cure di quelle autorità. Si estese fino a Gozzo, e l'Isola di Malta venne per più mesi desolata da questo flagello, che le fece soffrire la perdita di circa ottomila de' suoi abitanti, avendo attaccato segnatamente gl'indigeni. I turchi, i greci che abitavano nella capitale, vennero risparmiati, e più particolarmente ancora ne andarono esenti gl'inglesi, ciò che era per gli abitanti un incomprensibile mistero (Skiner Joseph. On the Late Plague ecc. Rapporto del Prefetto del Mediterraneo al Ministro dell'Interno 11 Giugno 1813).

I medesimi errori, la stessa imperizia medica nel conoscere la malattia ebbero luogo anche nella peste di Bukarest agli stessi anni 1813-14. Introdotta, per quanto sembra, da Costantinopoli nella Valacchia col mezzo dei greci ch'erano del numeroso seguito del principe Caradscha, il quale proveniente da Costantinopoli giunse a Bukarest in Febbrajo 1813, ed essendo morti per via alcuni di essi ne' Casali posti sulla strada che conduce a Bukarest, la peste vi serpeggiò occulta e sconosciuta per qualche tempo. Di tratto in tratto al giungere di avvisi allarmanti di malattie sospette che regnavano nei dintorni della capitale, venivano spediti dei medici nei villaggi vicini ad oggetto di riconoscere la natura di essi mali, che sotto il nome di febbri maligne traevano al sepolcro molte persone. Detti medici però al loro ritorno riferivano, che si trattava di una febbre maligna, ovveramente di una malattia particolare a cui non sapevano qual nome potersi attribuire. In Giugno di quell'anno scoppiò la peste nella stessa città di Bukarest. Ivi pure non fu conosciuta e si ebbe a commettere dai medici lo stesso errore, il medesimo sbaglio nella diagnosi. Uno di essi (Dott. Mesitsch) che vide il vero, e che per più accurata osservazione fatta ebbe a dichiarare que' morbi essere vera peste, non fu creduto, e nessun peso si diede alle di lui opinioni. Non fu riconosciuto esservi la peste nella città se non allorquando il micidiale contagio aveva già attaccato quasi contemporaneamente un gran numero di famiglie, s'era mostrato in tutto il suo formidabile aspetto, ed aveva ucciso moltissime persone. Di ottantamila abitanti che componevano la popolazione di Bukarest, ne sono morti per quella pestilenza in undici mesi, cioè da Giugno 1813 a Maggio 1814, da venticinque a trentamila, senza contare quelli che sono periti nei villaggi vicini (V. Grohmann Beobachtungen ueber die im Jahr 1813 Herschende Pest zu Bucharest).

Lo stesso finalmente avvenne nella peste di Noja (città del Regno di Napoli a quattro leghe da Bari) nel 1815. Ai primi di Dicembre di quell'anno (1815) morti a Noja quasi contemporaneamente alcuni individui con petecchie e piccioli tumoretti all'inguinaja, quelle autorità si sono messe tosto in allarme. Ond'è, che convocati i medici del luogo e fatti venire da Bari alcuni altri dei più accreditati, si tenne consiglio per conoscere col fondamento delle loro opinioni la natura di quelle malattie. Fu assicurato da quel consiglio non trattarsi che di un tifo o febbre putrida esantematica che non diveniva mortale se non per la miseria delle persone affette, e che non vi aveva alcun fondamento per temere di peste. Queste assicurazioni però non tranquillizzarono interamente le autorità; molto più che d'altra parte pervenivano ad esse avvisi, che a Noja si era sviluppato un contagio con buboni. Si convocarono quindi di nuovo i medici, coll'intervento anche di un chirurgo, e fatti venire da Bari li stessi due professori che primi avevano dato giudizio sulla natura di que' mali divenuti ancor più sospetti, vennero invitati a meglio esaminarli e dare su di essi un definitivo giudizio. Ma fatalmente dopo molti dialoghi ed inutili digressioni sui sintomi e sull'andamento della malattia, proposero, fosse pubblicato in Noja che la malattia altro non era che una febbre maligna contagiosa prodotta dalla miseria e dai cattivi alimenti. Questa relazione vaga ed incompleta, mentre da un lato servì ad inspirare al popolo una fatale fidanza, per cui credette poter impunemente trascurare le necessarie precauzioni e cautele di sanità, accrebbe dall'altro i dubbii concepiti dalle autorità; le quali avendo fatto riflesso, che «i primi rapporti in fatto di peste sono sempre dubbii o equivoci, per effetto dell'astuzia del morbo, o dell'imperizia dei medici nel ravvisarlo, non già per mancanza di abilità o per mal talento, ma per non aver avuto l'opportunità di vederla altra volta, e della lusinga che concepisce il paese infetto nel crederla piuttosto di altra natura»; che quella medica relazione, mentre lasciava tuttavia incerte le autorità sulla vera natura del male, ondeggianti in una fatale incertezza, impediva loro di prendere quegli energici provvedimenti, che per tutelare la pubblica salute ed ovviare ai maggiori mali avrebbero potuto esser creduti necessarii nel caso di vera pestilenza; che siffatto ordine di cose poteva compromettere la loro responsabilità e nuocere sommamente agl'interessi di quella popolazione ed alla salute del Regno, decisero d'invitare i medici a rispondere brevemente ed immediatamente se la malattia da essi osservata in Noja fosse o no peste, prevenendoli, che qualunque risposta estranea a questo dilemma militare, sarebbe stata inutile, ed avrebbe impegnata la personale loro responsabilità. — Dopo seria discussione, fu dai medici conchiuso trattarsi di febbre pestilenziale, e se ne espose il parere in iscritto, scusandosi di non averla chiamata tale nel principio per non confermare l'allarme prima di assicurarsene all'evidenza. Dietro ciò sono state prese indilatamente e con molta fretta tutte quelle altre più rigorose misure e precauzioni di sanità che potevano essere suggerite dalla circostanza, sì per impedire la dilatazione del contagio negli altri paesi del Regno, e sì per arrestarlo nel comune di Noja ed a sollievo degl'infelici Nojani. Ma fatalmente era omai troppo tardi perchè sperar si potesse di ottenere da que' provvedimenti vantaggi decisivi, i quali si sarebbero probabilmente conseguiti ove misure pronte ed efficaci fossero state attivate. Ma nessun freno essendo stato posto in sulle prime al contagio, egli aveva già avuto fatalmente il tempo di propagarsi in un gran numero di famiglie, ed allorchè fu riconosciuto e dichiarato dai medici, non era più possibile di circoscriverlo ed estinguerlo con pochi danni. Di 5300 abitanti che costituivano la popolazione di Noja, nello spazio di sei mesi la peste ne colpì 938, dei quali sono morti 716 e 212 sono guariti (V. Morèa Vitangelo Storia della peste di Noja. Napoli 1817).

Questi fatti storici, nella maggior parte già descritti a suo luogo, allorchè ebbi a far menzione delle varie pestilenze a cui si riferiscono, ho creduto di dover qui riportare uniti e presentarli alla vista e alle meditazioni del saggio, raccolti come in un quadro, onde i Magistrati e i Governi cui incombe il dovere della tutela della pubblica salute, possano averli presenti nelle gravi e difficili circostanze di peste e di altre malattie popolari a contagio specifico, a dovuto lume e regola delle lor direzioni, perchè non abbiano a lasciarsi illudere per soverchia deferenza alle opinioni di que' medici che ne' casi dubbii di peste si sollevano a paladini oppugnatori del contagio, e non trascurino di prendere quelle caute precauzioni che valgano a guarentire la pubblica sicurezza restando inoperosi per attendere la decisione delle mediche controversie, le quali, come ho già soprattocco, per un fatale destino s'incontrano quasi sempre nei casi di peste, specialmente nelle città, e furon pur troppo tante volte cagione d'inenarrabili sciagure, d'irreparabili danni e perdite dolorosissime alla misera umanità. Sicchè fatti accorti dall'esperienza; sieno al caso di evitare cautamente quegli errori fatali di soverchia credulità, d'inoperosa incertezza, i quali impressero indelebili macchie alle più belle pagine della storia di Magistrati d'altronde riputatissimi e delle migliori intenzioni, di uomini illustri e per ogni altro riguardo stimabilissimi.

Mi si chiederà forse; — donde deriva questo singolare fenomeno, quasi costante nelle congiunture di peste; questo sì frequente ingannarsi de' medici nel riconoscere quella malattia; tante ostinate quistioni, tanta insistenza nel negarla a malgrado la più chiara evidenza dei fatti, tante acerrime liti e contese allorchè si tratta di dar un concreto giudizio sulla vera natura di morbi resi sospetti di peste, e determinare ai primi attacchi l'indole loro, il loro carattere: in somma, qual è la vera causa di questo fatalissimo destino che non si osserva in alcun'altra malattia ed in vece ha luogo quasi sempre allorchè si tratta della peste? Come mai può ciò avverarsi, mentre sono già i primi medici di ciascun paese, i più accreditati, quelli che per tali riconoscimenti vengono chiamati a consiglio?

Se della massima importanza e sommamente decisivo è il pronto riconoscere e l'esatto determinare l'esistenza di questo fierissimo morbo, della peste cioè, ed il leale e franco dichiararlo alle autorità allorchè viene riconosciuto, onde non siano ritardati gli opportuni provvedimenti e quelle robuste e saggie misure sanitarie che sole possono salvare il paese, altrettanto difficile (è forza confessarlo) riesce tale riconoscimento specialmente nei primi attacchi, sì perchè la peste è una malattia insidiosissima e suol presentarsi per lo più sotto ingannevole aspetto, procede con rapido corso, nè dà tempo di bene esaminarla, sì perchè, subdola e proteiforme di sua natura, mente d'ordinario nel principio un'altra malattia, e più comunemente suol comparire sotto le sembianze di tifo o febbre maligna, nervosa, ovvero con sintomi che molto alla febbre nervosa o tifoidea si assomigliano, ed in qualche raro caso eziandio sotto le apparenze di una febbre intermittente perniciosa subcontinua; e comunque dotto ed istrutto sia il medico, è assai facile che resti ingannato e prenda abbaglio nella diagnosi della peste, specialmente se non l'ha mai veduta coi proprii occhi e non fu mai al caso d'instituire confronti, fare su di essa osservazioni od esperienze, e deve parlare, scrivere e dar giudizio su ciò che non ha mai veduto se non cogli occhi degli altri, se non dietro conoscenze imprestate dagli altri, imbrattate forse dalla pece di sistema, dettate dall'entusiasmo o dalla prevenzione.

Ed il più delle volte nemmen questo sta in soccorso del medico, mentre fra tanti diligenti e studiosi giovani che frequentarono assidui e frequentano le Università, non saprei dire se vi sia alcuno che abbia inteso un corso regolare di lezioni sulla peste, ed abbia potuto formarsi per esse un'idea giusta di questa terribile malattia. Ed è pur doloroso il dover osservare, che in generale anche dai più studiosi e dotti medici pratici si coltiva assai poco questa partita, quasi fosse uno studio a parte nè occorresse occuparsene, come di cosa lontana che non può gran fatto interessarli, giacchè ravvisano assai remoto il pericolo e quasi ipotetico.

Ma ciò ch'è ancor più doloroso a pensare e può riescire una volta o l'altra grandemente fatale, si è, che nemmen tutti quelli cui per l'officio loro incombe di essere bene istrutti di questa materia e coltivarne assiduamente e premurosamente lo studio, se ne occupano abbastanza, e all'occasione sono costretti mostrarsi così vergognosamente ignari e nudi da destare pietà; fatale imperizia, atta a compromettere più di qualunque altra la sicurezza delle suddite popolazioni, ed alla quale per mala sorte non vi si dà gran pensiero!

Sotto questo punto di vista non posso che sommamente applaudire all'opinione del chiarissimo collega Sig. Consigliere Protomedico Knolz esternata nella sessione della grande società medica di Vienna del 2 Febbrajo 1838, di cui ho parlato disopra, quella cioè di spedire alcuni medici nei paesi del Levante a studiare la peste ed istituire su di essa le più diligenti ricerche, non già come il mezzo più certo, per isciogliere i quesiti più importanti sulla peste e dimostrare siccome le proposizioni del Dott. Bulard non possono servir di base per una riforma, ma, secondo il mio modo di vedere, col solo oggetto di studiare la peste, istruirsi in quella malattia, farne la pratica, vederla cogli occhi proprii, vedere e trattare i pestiferati, fare esperienze, e ritornare in Europa con un buon capitale di cognizioni utili sopra della materia, delle quali i Magistrati e i Governi poter giovarsene all'evenienza de' casi con minor pericolo di compromettere i più preziosi interessi dell'umanità, ed a fin che il giudizio medico da cui le autorità sogliono prender norma e consiglio per basare le loro determinazioni e stabilire i provvedimenti necessarii, aver possa, oltre i suffragi della scienza quelli eziandio di un'illuminata esperienza.

È osservabile che mentre si esigono lunghi studii ed una pratica assidua ed accurata in appositi Stabilimenti scientifici per bene istituire ì giovani medici nella conoscenza e trattamento delle diverse altre malattie, nelle quali, ancorchè pericolose e contagiose, gli errori diagnostici non potrebbero decidere che della vita di pochi, si trascurino poi interamente qualunque pratica, qualunque istituzione ed esperienza riguardo alla malattia che fra tutte le altre è la più difficile a conoscersi, la più pericolosa, ed in cui gli errori diagnostici (ciò che non è di verun'altra) possono riescir fatali ad intere popolazioni, l'incolumità, la prosperità compromettere delle più floride città e d'intere provincie.

Che se per imperizia, per inesperienza o per quelle difficoltà ed incertezze che sono proprie dell'arte, accade che alcuni medici abbiano la mala sorte di commettere simili sbagli e pronunciare un falso giudizio in fatto di peste, non è a sorprendersi se insistono e cercano con tutti i sforzi di sostenere la già esternata opinione a malgrado l'evidenza dei fatti, e quantunque siensi in seguito avveduti del loro errore, in guisa che volontieri tornerebbero indietro se potessero farlo senza vergogna. La nostra superbia c'impedisce di mostrare di esserci ingannati, ed anzichè confessare generosamente di aver torto, cerchiamo sovente di occultare l'errore fino a noi medesimi. Per ciò appunto alcune volte si grida alto per far tacere fino il sentimento della propria coscienza e trarre gli altri in inganno sul conto nostro. Per saper tornar indietro e non lasciarsi intimidire dai riguardi occorrono una certa forza e superiorità di carattere, un intimo amore di verità e di giustizia; ciò che non è che di pochi.

Vi sono poi anche degli ostinati e duri, che non sono capaci nè di conoscere i proprii errori, nè di pentirsi, nè di tornar indietro.

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