LIBRO SESTO
Gastone Cavalieri translation
Forse è la Morte? o due forse ven sono? Morte è compagna a quella donna forse? Terrea nel volto e d'un color simile A quel che il viso de i lebbrosi imbianca l'incubo ell'era tra vita e tra morte che il sangue all'uom di lento gelo agghiaccia. Coleridge. Il vecchio marinaio.
CAPITOLO I.
Gli avvenimenti che adesso narreremo avvennero tre giorni dopo dalla notte in cui Ben Hur lasciò Antiochia per recarsi collo sceicco Ilderim nel deserto.
Un grande avvenimento — grande almeno rispetto alle sorti del nostro eroe — è accaduto: a Valerio Grato è subentrato Ponzio Pilato.
La destituzione, rammentiamolo, costò a Simonide cinque talenti in denaro romano, pagati a Seiano che allora era all'apogeo della sua potenza come favorito imperiale; lo scopo del tentativo era quello di diminuire i pericoli di Ben Hur durante la sua permanenza in Gerusalemme e nei suoi dintorni, permanenza dovuta alla ricerca della famiglia. A questo pietoso fine il servo metteva a disposizione i guadagni di Druso e de' suoi compagni, i quali, avendo pagate le loro scommesse, divennero tosto — com'è logico — i nemici di Messala, la cui riputazione in Roma non aveva ancor ricuperata l'antica fama. Pur essendo breve il tempo dal quale erano a Gerusalemme i Romani, gli Ebrei sapevano che il cambio non poteva, così provvisorio, esser di un gran vantaggio per sè.
Le coorti mandate a sostituire la guarnigione d'Antiochia facevano la loro entrata in città verso sera; il mattino seguente il primo spettacolo che s'offrì al popolo fu quello delle mura dell'Antica Torre ornate di insegne militari che consistevano in busti degli imperatori adorni di aquile e di sfere rappresentanti il mondo. Una moltitudine di gente si pose in marcia per recarsi a Cesarea dove Pilato indugiava e lo supplicò di togliere quelle immagini detestate. Cinque giorni e cinque notti circondò le porte del suo palazzo; finalmente egli stabilì di avere un colloquio coi capi, nel Circo. Quando essi si adunarono là, egli li attorniò di soldati, ma, invece di incontrare resistenza, trovò umiliazioni e profferte di vite; vinto da questo nuovo metodo, concesse quel che gli avevano chiesto. Fece riportare le imagini e le insegne a Cesarea, dove Grato, con giusta riflessione, aveva tenuti celati tali abbominii durante gli undici anni del suo comando.
Anche gli uomini malvagi, ogni tanto, frammettono delle buone azioni alle loro malvagità. Pilato ordinò di fatti una ispezione di tutte le prigioni della Giudea e un elenco di nomi delle persone carcerate, con una relazione sui delitti dei quali eran state accusate. Senza dubbio il motivo era quello così comune agli ufficiali appena entrati in carica: il timore della responsabilità che erano per incontrare; il popolo, nondimeno, pensando al bene che poteva derivarne, lo elogiava, e, per un po' di tempo, fu rallegrato e confortato dal fatto. Avvenivano scoperte stupefacenti nelle inchieste eseguite. Centinaia di persone vennero liberate perchè incatenate senz'accusa; altre, ritenute per molti anni per morte, ritornavano a goder la luce della quale in tristi segrete eran state private; e, peggio ancora, furon trovate prigioni sotterranee di cui non v'era sentore e di cui le stesse autorità carcerarie si erano dimenticate. Appunto su una di queste prigioni ignorate di Gerusalemme, richiamiamo l'attenzione del lettore.
La Torre d'Antonia, che è bene rammentare come occupasse i due terzi dell'area sacra nel monte Moriah, era, in origine, un castello fabbricato dai Macedoni. Più tardi, Giovanni Ircano, ridusse il palazzo ad una fortezza per la difesa del Tempio, ed in quell'epoca esso era considerato come inespugnabile. Quando però venne Erode, col suo genio ardito, ne rinforzò le mura e le estese, lasciando un vasto fabbricato a racchiudere tutte le dipendenze necessarie alla fortezza, vale a dire scuderia, capanne, armerie, magazzeni, cisterne, e, non ultime per importanza, prigioni d'ogni qualità. Egli appianò la rupe massiccia e la forò per porvi le fondamenta di un fabbricato, unendolo con un enorme colonnato al Tempio, dal tetto del quale si poteva guardare sopra le corti dell'edificio sacro. In tali condizioni la Torre cadde alfine dalle sue mani in quella dei Romani che furono pronti ad intuirne i vantaggi e a convertirla ad usi più degni. Mentre comandava Grato era una cittadella fortificata e una prigione sotterranea pei rivoluzionari. Guai se le truppe uscivano da quelle porte per reprimere un disordine! Guai se un Ebreo v'entrava come arrestato! Ma, dopo questa piccola divagazione, ci affrettiamo a riprendere il filo della nostra storia.
L'ordine del nuovo Procuratore, che richiedeva il rapporto delle persone imprigionate, fu ricevuto alla Torre d'Antonia, e sollecitamente eseguito; due giorni eran passati dacchè l'ultimo prigioniero era stato condotto su negli uffici per essere interrogato. Il rapporto, pronto per esser spedito, giaceva sul tavolo del tribuno; fra cinque minuti sarebbe stato rimesso a Pilato che abitava il palazzo sul monte Sion.
L'ufficio del tribuno era spazioso e fresco, ammobiliato in uno stile atto alla dignità di un comandante investito d'una carica così importante. Il tribuno sembrava stanco ed impaziente; allorchè gli fosse giunto il rapporto sarebbe andato sulla terrazza del colonnato per respirare e per muoversi divertendosi ad osservar gli Ebrei giù nelle corti del Tempio. I suoi dipendenti e i suoi servi dividevan la sua impazienza. Mentre attendeva apparve un uomo sulla porta. Egli faceva risuonare un mazzo di chiavi, ognuna pesante come un martello, e riuscì così ad attrarre l'attenzione del tribuno.
— «Ah! Gesio! entra pure» — egli gli disse.
Mentre il nuovo venuto s'avvicinava al tavolo dietro al quale il Capo sedeva in una poltrona a bracciuoli, tutti i presenti lo guardarono, e, avendo osservata una certa espressione di spavento e di mortificazione sul suo viso, divennero silenziosi per poter udire ciò che egli avesse a narrare.
— «O tribuno» — cominciò egli, facendo un profondo inchino — «ho paura di spiacerti dicendo ciò che dovrò dire.» —
— «Un altro errore commesso, eh, Gesio? Una condanna ingiusta?» —
— «Se potessi persuadermi che non fosse che un semplice errore non avrei una tal paura.......» —
— «Un delitto allora? oppure una trasgressione a qualche ordine impartito? tu puoi offendere Cesare e maledire gli Dei, e vivere, ma non così se l'offesa si riferisce alle aquile.... ah tu sai, Gesio!..., ma, prosegui!...» —
— «Son ormai otto anni dacchè Valerio Grato mi scelse come custode dei prigionieri, qui, nella torre» — disse l'uomo, calmo — «Rammento ancora il giorno in cui entrai in servizio. V'era stato un tumulto il dì innanzi ed erano accadute delle zuffe per via. Noi uccidemmo parecchi Ebrei ed avemmo vittime per parte nostra. Il baccano avvenne, così almeno mi dissero, per un tentato assassinio contro Grato, ch'era caduto da cavallo a cagione di una tegola gettatagli addosso da un tetto. Io trovai Grato seduto dove precisamente siedi tu, o tribuno, con la testa fasciata. Egli mi comunicò la mia nomina e mi diede queste chiavi, numerate in corrispondenza delle celle; erano i distintivi del mio ufficio e non avrei mai dovuto abbandonarli. Sul tavolo v'era un rotolo di pergamena. Chiamandomi a sè, egli aprì il rotolo. — «Qui vi son le piante delle celle» — disse. Ve ne erano raffigurate tre. — «Questa — proseguì — mostra la disposizione dell'ultimo piano; questa vi da a comprendere come sia fatto il secondo piano, e quest'altra è quella del primo. Ve le affido.» — Io le presi. — Egli continuò:
— «Ora avete le chiavi e le piante; andate subito e famigliarizzatevi di tutto l'ordinamento delle carceri; visitate ogni cella ed osservate in che condizioni essa si trovi. Quando occorra qualche riparo, per assicurarvi meglio del prigioniero, ordinate secondo quel che meglio vi sembra, poichè, finch'io comanderò, sarete il capo delle prigioni e niun altro in esse avrà l'autorità vostra.» —
Io lo salutai e mi volsi per andarmene, ma fui richiamato addietro.
— «Ah, mi dimenticavo — soggiunse — datemi la pianta del secondo piano.» —
Gliela diedi ed egli la distese sul tavolo.
— «Qui, Gesio, vedete una cella» — e pose il dito su quella segnata col numero V.
— «In essa vi son tre uomini, di carattere rivoluzionario. Impadronitisi di un segreto di Stato, scontano ora la propria curiosità, la quale — e mi guardò severamente — è, in casi come questi, peggiore di un delitto. In pena della colpa commessa son stati resi ciechi e muti e dovranno rimanere tali per la vita. Non dovranno ricevere che cibo e bevande attraverso un buco che troverete nel muro. Comprendete, Gesio?» —
Gli risposi di aver capito.
— «Sta bene» — continuò — «un'altra cosa non dovete dimenticare» — e mi fissò con cipiglio minaccioso — «la porta della loro cella — cella numero V sul medesimo piano — questa qui, Gesio — » e mise il dito sopra il disegno della cella perchè mi rimanesse impressa — «non dovrà mai esser aperta per qualsivoglia motivo, nè per lasciar entrare o sortire alcuno, neppur voi stesso.» —
— «Ma se essi muoiono?» — chiesi. —
— «Se muoiono — rispose — la cella sarà la loro tomba. La cella è infetta di lebbra. Capite?» —
Detto ciò, mi congedò.
Gesio tacque e dalla sua tunica estrasse tre pergamene tutte ingiallite dal tempo e dall'uso; scegliendone una la stese sul tavolo innanzi al tribuno dicendo semplicemente:
— «Questo è il primo piano.» —
Tutti quelli che eran lì presenti osservarono la pianta:

— «Questa è, precisamente, o tribuno, la pianta così quale la ricevetti da Grato. — Guarda: qui è la cella numero V» — disse Gesio. —
— «Vedo,» — rispose il tribuno — «Prosegui. La cella è infetta di lebbra....» —
— «Desidererei chiederti una cosa» — interruppe il carceriere.
Il tribuno fece un segno d'incoraggiamento.
— «Non avevo io il diritto, date le affermazioni fattemi, di presumere che la pianta fosse esatta?» —
— «Non potevi credere diversamente.» —
— «Ebbene: la pianta non è esatta.» —
Il Tribuno lo guardò sorpreso.
— «Non è esatta — ripigliò il custode. — Non parla che di cinque celle esistenti in quel piano, mentre ve ne sono sei.» —
— «Sei, dici?» —
— «Vi mostrerò il piano com'è realmente — o come credo ch'esso sia. Sopra una pagina del suo taccuino disegnò la pianta che segue e la offrì da osservare al tribuno:

— «Tu hai fatto bene — disse il tribuno esaminando il disegno e credendo che la narrazione fosse finita. — «Farò correggere la pianta, o, meglio ancora, ne farò fare una nuova da dare a te. Vieni a prenderla domattina.» —
Così dicendo s'alzò.
— «Odimi ancora, o tribuno.» —
— «Domani, Gesio, domani.» —
— «Ciò che ho ancora da dirti è urgente.» —
Il tribuno riprese con bonarietà il suo posto.
— «Mi sbrigherò» — disse il custode umilmente — «solo lascia che ti domandi ancora una cosa. Non avevo il diritto di credere a Grato riguardo a quanto mi disse intorno ai prigionieri della cella numero V?» —
— «Sì, era tuo dovere di credere che vi fossero tre prigionieri nella cella — prigionieri di Stato — ciechi e muti.» —
— «Ebbene» — disse il carceriere — «neppur quello era vero.» —
— «No?» — interruppe il tribuno con interessamento.
— «Senti e giudica tu stesso, o tribuno. Come mi hai ordinato, visitai tutte le celle incominciando da quelle dell'ultimo piano e terminando con quelle del primo. L'ordine che la porta del V. non venisse aperta era stato rispettato; durante tutti gli otto anni, cibi e bevande per tre uomini erano stati passati attraverso al buco esistente nel muro. Ieri andai ad aprir la porta curioso di veder i miserabili che, contro ogni previsione, eran vissuti così a lungo. La chiave non entrava nella toppa. Spingemmo un po', e la porta cadde arrugginita sui cardini. Entrando, non trovai che un uomo, vecchio, cieco, muto, e nudo. I suoi capelli cadevano in disordine oltre la vita. La sua pelle era indurita come pergamena. Tendendo le mani mostrava le sue unghie lunghe ed attorcigliate come gli artigli di un uccello. Gli chiesi ove fossero i suoi compagni: egli scosse il capo in segno di diniego. Credendo di trovare gli altri frugammo per la cella. Il pavimento e le mura erano nude. Se tre uomini fosser stati rinchiusi là dentro, e due di essi fossero morti, almeno le loro ossa si sarebbero trovate.» —
— «Perciò tu credi...» —
— «Credo, o tribuno, che un solo prigioniero sia stato là per otto anni.» —
Il tribuno guardò il carceriere scrutandolo profondamente e disse:
— «Bada; tu accusi Valerio Grato di qualche cosa più che d'una menzogna.» —
Gesio s'inchinò ma disse:
— «Egli potrebbe essersi sbagliato.» —
— «No; egli aveva ragione» — replicò il tribuno vivamente. — «Ciò risulta dal tuo stesso rapporto. Non hai tu detto or ora, che, per otto anni, furono somministrati cibi e bevande per tre uomini?» —
Gli astanti approvarono l'avvedutezza del loro capo: tuttavia Gesio non sembrò darsi per vinto.
— «Tu non hai udito neppur la metà del mio racconto, o tribuno. Allorchè l'avrai udito per intero sarai del mio stesso parere. Vuoi sapere che feci di quell'uomo? Gli feci fare un bagno, lo feci calzare e vestire e poi lo condussi alla porta della torre e gli diedi la libertà. Credevo di essermene sbrigato. Oggi invece egli tornò indietro e fu condotto da me. Con cenni e lagrime finì per farmi comprendere che desiderava far ritorno nella sua cella e gliene diedi il permesso.
Mentre stavano per condurlo via, egli si liberò un momento, mi baciò i piedi, poi, con una pietosa e muta preghiera, insistette perchè andassi con lui. Accondiscesi. Il mistero dei tre uomini era tuttavia impresso nella mia mente. Ero insoddisfatto di non esserne venuto a capo. Ora son contento di aver ceduto alla preghiera di quel cieco.» —
Tutti i presenti si fecero silenziosi.
— «Allorchè fummo nella cella ed il prigioniero lo seppe, prese la mia mano premurosamente e mi condusse vicino ad un buco simile a quello attraverso al quale noi passavamo il cibo dal corridoio. Sebbene avesse la grandezza d'un elmo, ieri m'era sfuggito. Sempre tenendo la mia mano nella sua egli accostò il viso al buco e diede in un grido simile a quello di una belva. Una voce debole rispose. Io ne fui stupito e chiamai forte: — «Olà!» — a tutta prima non ebbi nessuna risposta. Chiamai di nuovo e udii queste parole: — «Che tu sia benedetto, o mio Dio!» — Ancor più sorprendente, o tribuno, la voce era quella di una donna. Ed io chiesi:
— «Chi siete?» — ed ebbi in risposta:
— «Una donna d'Israele sepolta qui con sua figlia. Aiutateci presto o morremo!» —
Dissi loro di star di buon animo e corsi qui per saper la tua volontà.
Il tribuno si alzò frettolosamente.
— «Avevi ragione, Gesio;» — diss'egli, — «e adesso capisco. La pianta era falsa e bugiarda era pure la storia dei tre uomini. Vi sono stati dei Romani migliori di Valerio Grato.» —
— «Sì, disse il carceriere, poichè seppi dal prigioniero che aveva regolarmente dato alla donna i cibi e le bevande che aveva ricevuti.» —
— «Il perchè ne è chiaro» — disse il tribuno, e osservando il contegno degli amici e riflettendo che avrebbe fatto bene l'avere dei testimoni, soggiunse:
— «Salviamo quelle donne. Venite tutti.» —
Gesio era raggiante.
— «Bisognerà che foriamo la parete» — egli disse: — «Io potrei trovare il posto ove era la porta, ma essa è stata murata con pietre e calcina.» —
Il tribuno si fermò per dire al suo scrivano:
— «Manda degli uomini dietro a me cogli utensili necessari. Fa presto, e conserva la pianta che dev'essere corretta.» —
Poco dopo essi erano partiti alla volta del carcere.
CAPITOLO II.
Per comprendere quale fosse la vita della madre e della figlia durante questi otto anni dobbiamo rammentare la raffinatezza e la coltura dell'ambiente in cui erano abituate a vivere. Le condizioni ci sono piacevoli o dolorose a seconda delle nostre abitudini e delle nostre sensibilità. Non sarebbe un paradosso l'affermare che se avvenisse un improvviso esodo di tutti gli uomini dal mondo verso il Paradiso, tal quale com'è raffigurato dalla dottrina cristiana, esso non sarebbe un paradiso per i più, e, d'altra parte, le sofferenze dell'inferno non toccherebbero tutti con la medesima intensità. È appunto per dar un'idea adeguata delle torture morali che attendevano le due donne nel carcere della torre d'Antonia che noi, al principio del nostro racconto, ci siamo dilungati nel descrivere il palazzo dei Hur con tanta ricchezza di particolari, e la scena svoltasi tra Giuda e la madre sul terrazzo di esso. La compassione e la simpatia del lettore saranno tanto maggiori, quanto più astraendo dai semplici dolori fisici potrà immaginare i patimenti morali e intellettuali delle due donne. Ricordiamo il discorso tra madre e figlio, in cui essa gli parlava di Dio, del suo popolo prediletto, degli Eroi, ora con la dottrina di un filosofo, ora con l'ispirazione di un poeta, sempre però col cuore di madre; e in preda a tali pensieri scendiamo nella loro cella.
— «Una donna d'Israele qui sepolta con sua figlia. Aiutateci presto o morremo.» —
Tale fu la risposta che Gesio, il custode, udì dalla cella, la sesta, come appariva dal disegno da lui consegnato al tribuno. Il lettore riconoscerà dalla risposta chi fossero le infelici ed esclamerà senza dubbio: — «Ecco alla fine la madre e la sorella di Ben Hur!» —
Difatti erano esse.
Otto anni prima, la mattina della loro cattura, erano state condotte alla torre dove Grato aveva destinato che fossero rinchiuse. Egli aveva scelto quel luogo perchè era quello che rimaneva sotto la sua più immediata sorveglianza e, in esso, la sesta cella, perchè era lontana dalle altre, e perchè era infetta dalla lebbra, volendo così che le prigioniere si trovassero rinchiuse non in un carcere sicuro e sano ma in una vera tomba. Esse vi furono perciò condotte da schiavi, in un momento in cui non vi potessero essere testimoni, poi, a compimento del proposito crudele, gli stessi schiavi, murata la porta, furon fatti scomparire, nè di loro si seppe più nulla. Perchè le vittime potessero avere un martirio più prolungato, Grato collocò in una cella vicina ad esse un condannato cieco e muto ond'egli passasse loro il nutrimento attraverso ad un foro. Il pover'uomo non avrebbe potuto, in nessuna circostanza raccontare la sua storia, riconoscere le prigioniere o i loro giudici.
Così, con un'astuzia dovuta in parte a Messala, il Romano, sotto pretesto di punire una banda d'assassini, trovò modo di confiscare i beni dei Hur, dei quali nulla pervenne agli scrigni imperiali. Come compimento dell'ultima parte del suo progetto, Grato licenziò il vecchio custode delle prigioni, non per timore che fosse a giorno dell'accaduto, perchè in realtà nulla poteva saperne, ma perchè, pratico dei sotterranei com'egli era, sarebbe stato impossibile il nasconderglielo a lungo; con sorprendente abilità il Procuratore fece disegnare delle nuove carte topografiche omettendo, come vedemmo, la sesta cella: le infelici prigioniere potevano considerarsi sepolte per sempre.
La sesta cella corrispondeva a quella che Gesio aveva disegnata. Non si son potute avere informazioni esatte sulle sue dimensioni; solo si sa ch'essa era ristretta, rustica, dal terreno e dalle pareti fatte a guisa di roccie.
In origine il Castello dei Macedoni era separato dal tempio da una stretta rupe. Gli operai, desiderosi di fabbricare un certo numero di camere, incominciarono a forare la facciata al nord di questa rupe e s'inoltrarono lasciando un soffitto naturale di pietra; poi continuarono a costruire le celle V, IV, III, II, I, senza nessuna comunicazione col numero VI. La sola cella numero V aveva un foro comunicante con essa. Fabbricarono poi il corridoio e la scala che doveva condurre al piano superiore.
I lavori furono eseguiti nel medesimo modo in cui furono intagliate le tombe dei Re, visibili anch'oggi a poca distanza di Gerusalemme, solo che, finiti gli scavi, la VI cella fu chiusa dalla parte esteriore con un muro in cui si aprivano delle feritoie per il passaggio dell'aria. Quando Erode s'impadronì del Tempio e della torre, fece ricostruire queste mura più solidamente e chiuse tutte le feritoie meno una, la quale, pure immettendo un po' d'aria libera e un po' di luce, lasciava la cella nella più desolante oscurità.
Le due donne erano rannicchiate vicino alla feritoia, l'una seduta, l'altra mezza sdraiata, appoggiandosi alla nuda roccia. Esse erano completamente prive di vesti e la luce, penetrando dall'alto, dava loro un aspetto spettrale. Il loro reciproco affetto, ancor vivo, ci è rivelato dal vederle l'una nelle braccia dell'altra. La ricchezza, i conforti, e le speranze, spariscono, ma l'amore rimane. L'amore è eterno.
Il terreno sul quale le due donne stavano accovacciate, era completamente levigato. Chi avrebbe potuto dire, per quanto tempo, durante gli otto anni, esse eran rimaste sedute davanti all'unica feritoia dalla quale un timido, ma amichevole raggio di luce ravvivava le loro speranze?
Quando la luce faceva capolino esse comprendevano che albeggiava, quando svaniva, capivano che scendeva la notte, in nessun altro luogo così lunga e buia come laggiù!... Il mondo?... Attraverso a quella fessura, come se essa fosse stata larga ed alta al pari della porta di un palazzo reale, esse vagavano pel mondo con la fantasia, cercando l'una il figlio, l'altra il fratello. Esse lo pensavano navigante sul mare o sbarcato nelle isole; oggi in quella, domani in un'altra città, ma sempre viaggiando, senza tregua, giacchè, come esse vivevano attendendolo, egli doveva certo vivere cercandole. Quante volte, pur essendo lontane, esse s'incontravan con lui col pensiero! Era una così dolce lusinga per esse dirsi l'una coll'altra. — «Finchè egli vivrà non saremo dimenticate, finchè egli si rammenterà di noi ci sarà speranza!» — Chi può comprendere, se non dopo averlo provato, che un nonnulla basta per incuter coraggio? Il ricordo di quei giorni trascorsi così miseramente ci impone il rispetto; le loro sofferenze le rivestono ai nostri occhi di santità. Anche senz'avvicinarci troppo alla prigione ci accorgiamo ch'esse hanno subìto un gran mutamento, non dovuto al tempo od alla prigionia. La madre era bella come donna, la figlia bella come giovinetta. Neppur una persona amica avrebbe potuto dire di loro ora la stessa cosa. I loro capelli erano lunghi, arruffati, e completamente bianchi; e da tutta la loro persona spirava un'aria di ribrezzo che avrebbe arrestato il più coraggioso visitatore. Forse soffrivano per l'aria malsana, per le torture della fame e della sete non avendo avuto di che sfamarsi dopo che il loro servo, il forzato cieco e muto, era stato allontanato. Tirzah, lamentandosi, si appoggiò alla madre e le cinse il collo dandole un bacio.
— «Quietati, Tirzah, verranno: Dio è buono. Noi ci siamo sempre ricordati di lui e non ci siamo mai dimenticate di pregarlo ogni qualvolta udivamo il suono delle trombe nel Tempio. Vedi, è ancora chiaro e il sole splende, non possono esser che le sette. Qualcuno verrà. Ne ho fede. Dio è buono!» —
Così parlò la madre.
Le sue parole erano semplici e persuasive, quantunque Tirzah, che aveva appena compiuti i tredici anni quando noi le vedemmo per l'ultima volta, ora, aggiungendole gli otto anni di carcere, non fosse più una bambina.
— «Proverò ad esser forte, mamma,» — disse ella. — «Le tue sofferenze devono essere grandi quanto le mie ed io voglio assolutamente vivere per te e per mio fratello! Ma mi sento ardere la lingua e le labbra!... Chissà dove si trova egli ora, chissà se riescirà mai a salvarci!» —
Le loro voci impressionavano stranamente: eran dure, pungenti, d'un suono metallico.
La madre avvicinò a sè la figlia e disse:
— «La notte scorsa ho sognato, Tirzah, e l'ho visto da vicino come vedo te, ora. Dobbiamo credere nei sogni perchè anche i nostri padri ci credevano.
Il nostro Signore parlò loro così parecchie volte. Mi sembrava che ci trovassimo alla Porta delle Donne proprio di fronte alla Porta Magnifica, in compagnia di molte persone, quando Giuda entrò guardando di qua e di là; lo vidi ritto all'ombra della Porta. Il mio cuore palpitò forte forte. M'accorsi ch'egli ci cercava, e gli corsi incontro aprendogli le braccia e chiamandolo per nome. Egli m'udì, mi scorse, ma non mi riconobbe. Dopo un attimo la visione scomparve.» —
— «Non accadrebbe forse così, mamma, se noi lo avessimo realmente ad incontrare? Siamo assai cambiate. Chissà se ci riconoscerebbe!» —
— «Potrebbe darsi che non ci riconoscesse, ma...» — e la madre chinò il capo: il suo viso si rannuvolò come s'essa fosse colpita da un gran dolore, poi riprendendo la parola, ella disse: — «.... ma potremmo anche farci riconoscere!» —
Tirzah alzò le braccia al cielo e supplicò, lamentandosi:
— «Dammi dell'acqua, mamma, un po' d'acqua! Anche una goccia sola mi basterebbe!» —
La madre si guardò attorno confusa ed impotente a soddisfarla.
Ella aveva nominato Dio così spesso; aveva promesso in nome suo, ed ora le sembrava che il ripetere la preghiera sarebbe stato uno scherno.
Un'ombra passò davanti alla feritoia, oscurandole la luce fioca, ed ella pensò alla morte che si avvicinava sempre più e l'attendeva mentre la sua fede andava man mano scemando.
Inconscia delle sue azioni, parlando come un automa perchè essa doveva parlare per confortar la figlia, disse di nuovo:
— «Abbi pazienza, Tirzah; vengono; son quasi qui.» —
Le parve di udire un rumore proveniente dalla cella vicina, la loro unica comunicazione col mondo esterno. Infatti non s'era sbagliata.
Dopo un minuto o due il grido del forzato risuonò attraverso la cella.
Anche Tirzah lo sentì ed entrambe si alzarono tenendosi per mano.
— «Sia ringraziato per sempre il Signore!» — esclamò la madre col fervore di una persona che avesse ricuperata la fede e la speranza.
— «Olà» — sentirono gridare, e poi: — «Chi siete?» —
La voce era sconosciuta. Che cosa accadeva? Eccettuate le parole scambiate con Tirzah queste eran le prime e le sole che essa avesse udito in otto anni. Che gran salto — dalla morte alla vita — e che salto repentino!
— «Una donna d'Israele, qui sepolta con sua figlia. Aiutateci presto o morremo.» —
— «Fatevi animo. Ritornerò.» —
Le donne ruppero in forti singhiozzi. Erano state trovate e si veniva in loro aiuto.
Di desiderio in desiderio le loro speranze volavano veloci, come le rondini.
Poichè si sapeva dov'esse erano, verrebbero anche liberate. Avrebbero ricuperato tutto ciò che avevano perduto: casa, amici, possedimenti, libertà, figlio e fratello! La scarsa luce celava loro ancora le bellezze del giorno, ma, immemori delle sofferenze, della sete e della fame, del pericolo continuo di morte, le due donne caddero per terra piangenti, tenendosi strette l'una all'altra.
Non aspettarono a lungo; Gesio si sbrigò in due parole e il tribuno era un uomo d'azione.
— «O voi là dentro — gridò il tribuno dall'apertura — dove siete?» —
— «Qui» — rispose la madre alzandosi.
Subito essa sentì un rumore proveniente da un'altra parte come di colpi battuti contro il muro, colpi rapidi, sonori, dati da un'arma di ferro.
Madre e figlia non apersero bocca sapendo bene il significato di tutto ciò; — una via di libertà si apriva loro d'innanzi.
Come uomini sepolti da lungo tempo nelle profonde miniere odon l'arrivo dei loro salvatori annunciati dal martello e dal colpo del piccone, esse sentivan i loro cuori palpitar più velocemente e i loro occhi si fissavano sul punto donde procedevano i colpi.
Le braccia che lavoravano al di fuori erano forti; le mani abili, e la buona volontà non mancava di certo.
I colpi si facevano ogni minuto più vigorosi; di quando in quando, un pezzo di mattone cadeva con fracasso, e la libertà s'avvicinava sempre più. Si udivano le voci degli operai.
E.... o gioia! — Un bagliore di luce rossa, luce di torcia, faceva capolino attraverso un crepaccio rompendo l'oscurità con un bagliore intenso, bello come i primi raggi del mattino.
— «È lui, mamma, è lui! Egli ci ha finalmente trovate!» — gridò Tirzah colla vivacità della giovinezza.
Ma la madre rispose dolcemente: — «Dio è buono!» —
Una pietra cadde nell'interno della cella, poi un'altra, poi un'ammasso intero, e la porta si aprì. Entrò un uomo sfigurato dalla polvere e dalla calcina, sollevando al disopra della propria testa una torcia, e si fermò. Altri due o tre lo seguirono con parecchie torcie e si posero in disparte per lasciar entrare il tribuno.
Il rispetto per le donne non è del tutto una cosa convenzionale, ma un naturale omaggio al loro sesso.
Il tribuno si fermò perchè esse fuggivano in un angolo, non pel timore ma per la vergogna: e, o lettore, non solo per la vergogna!
Dall'oscurità ov'esse s'erano mezze nascoste s'udirono queste parole, le più strazianti, le più tristi, le più disperate:
— «Non avvicinatevi! siamo infette! siamo infette!» —
Gli uomini guardandosi nel viso alzarono le loro torcie.
— «Siamo infette! Siamo infette!» — ripeterono le donne con un lungo gemito.
Con un tal grido possiamo immaginare uno spirito che sia fuggito dalla porta del Paradiso, e che si volga indietro a guardare la vita.
La vedova e la madre fecero il loro dovere, ma, purtroppo, si convinsero che la libertà per cui esse avevan tanto sognato e pregato, non l'avrebbero mai ricuperata intera, non avrebbero mai potuto avvicinare quel frutto d'oro che vedevano da lontano.
Essa e Tirzah erano lebbrose!
Forse il lettore non sa completamente ciò che significa questa parola. La consideri in rapporto alla durezza della legge del tempo di poco modificata nel nostro.
— «Quattro disgrazie rendono gli uomini dei paria — la cecità, la lebbra, la povertà, e la sterilità» — disse il Talmud.
Essere lebbrosi significa essere trattati come morti, allontanati dalla città, dai parenti, obbligati a parlare solo ad una gran distanza con quelli che ci sono più cari al mondo, obbligati a rimaner sempre coi lebbrosi; maltrattati, respinti dalle cerimonie del Tempio o della Sinagoga; ed obbligati a starsene in vesti logore, colle bocche coperte tranne che per gridare: — «Siamo infetti, siamo infetti!» — di trovar forse ricovero in un luogo selvaggio od in una tomba, di divenire come spettri, d'esser di peso agli altri più che a se stessi, di vivere sperando solo nella morte.
Una volta, ma la madre non si ricorda nè il giorno nè l'anno, perchè in quella cella di tortura non potevano aver un'idea del tempo, essa sentì come una piaga asciutta nella palma della sua mano destra, e cercò di lavarla. La piaga si allargò, ciò nonostante per tutta la mano, ma la donna non disse nulla fino a che Tirzah si lamentò del medesimo male. L'acqua era scarsa, ma esse cercavano di risparmiarne per usarne come un rimedio. La mano fu a poco a poco interamente inferma, la pelle si ruppe, e le unghie si distaccarono completamente dalle dita. Con tuttociò non sentivano un gran dolore ma un continuo e crescente malessere. Le loro labbra incominciarono a bruciare ed a screpolarsi. Un giorno la madre, amante della pulizia, pensando che forse il male dipendesse dalle condizioni della prigione e temendo che il viso di Tirzah fosse invaso dal terribile nemico ravvicinò alla luce e la guardò spaventata; le sopracciglia della ragazza erano bianche come la neve.
Oh! quale angoscia a tale certezza!
La madre rimase per qualche tempo muta, immobile, coll'animo paralizzato e capace di un sol pensiero: — «Lebbrose, lebbrose!» —
Quando riacquistò un poco di padronanza la madre non pensò a sè stessa, ma alla figliuola; la sua tenerezza le infuse coraggio e la preparò all'ultimo ed eroico sacrificio. Essa seppellì nel suo cuore la triste scoperta, raddoppiò di devozioni per Tirzah, e, con meravigliosa ed inesauribile costanza continuò a tenerla all'oscuro di quanto le circondava, cercando di infonderle la speranza che non fosse nulla di grave. Ripetè i suoi scherzi, raccontò le solite storie, ne inventò anche di nuove, ascoltò con immenso piacere i canti di Tirzah: giacchè, sulle sue labbra, i salmi del Re Cantore raddolcivano la solitudine e mantenevano desto in entrambe il ricordo di Dio, e del mondo che sembrava le avesse dimenticate.
Lentamente, costantemente, con orribile certezza, l'infezione si propagava, imbiancando le loro teste, rodendo le labbra, le palpebre, coprendo i corpi di piaghe; quindi le assalì alla gola, rendendo le loro voci tremanti e prese pure le loro giunture, indurendo i tessuti e le cartilagini. La madre era ben sicura che, alla fine, anche i polmoni, le arterie e le ossa sarebbero state corrose rendendo ad ogni progresso del male sempre più ributtanti le inferme, e continuando così fino alla morte che poteva farsi attendere per anni ed anni.
Venne alfine un altro dei giorni tanto temuti dalla madre, il giorno cioè in cui il dovere le impose di rivelare a Tirzah il nome della terribile malattia; e, atterrite dalla tremenda agonìa che loro si preparava, pregarono insieme perchè la morte venisse presto a liberarle.
Vennero anche i giorni in cui le poverette parlavano ed osservavano con calma la ripugnante trasfigurazione delle loro persone amando di nuovo la vita. Un vincolo le legava ancora alla terra. Cercavano di mantenere alto il morale e dimenticare la loro solitudine parlando e pensando di Ben Hur. Lusingandosi a vicenda di rivederlo, e non dubitando ch'egli si sarebbe sempre mantenuto religioso e sarebbe stato felice di riabbracciarle, trovavano piacere nel torcere e ritorcere questo tenue filo di speranza. Fu proprio in uno di questi momenti che Gesio venne in loro soccorso dopo dodici ore di digiuno.
Le torcie fiammeggiarono attraverso la prigione; la liberazione era giunta. — «Dio è buono?» — gridò la vedova.
Il tribuno entrò immediatamente. Un senso di dovere scosse la più vecchia delle donne e dall'angolo ove erasi essa rifugiata gridò: — «Allontanatevi! siamo infette!» —
Quale angoscia costò alla madre il compiere il proprio dovere! Ma la gioia della liberazione non le impedì di misurare tutte le conseguenze della prossima libertà. La vita felice d'un tempo non ritornerebbe mai più! Se per caso fossero passate presso la loro casa sarebbe stato solo per avvicinarsi al cancello pronunciando il consueto grido! Esse avrebbero proseguito la loro via coll'ardente desiderio d'un amore più vivo che mai, più ineffabile perchè non sarebbe mai stato ricambiato. Anche il figlio, a cui la madre aveva costantemente pensato, incontrandola, avrebbe dovuto schivarla. Se egli le avesse porta la mano chiamando: — «Mamma, mamma!» — ella avrebbe dovuto rispondergli col vero amore di una madre: — «Allontanati! sono infetta!» — E quest'altra figlia che ella cercava di ricoprire colla sua folta e bianca capigliatura, doveva dividere la sua miserabile compagna della sorte unica, maledetta vita che le rimaneva! La coraggiosa donna accettò il destino e fece risuonare quel grido che, da tempo immemorabile, era caratteristico dei lebbrosi: — «Siamo infette, siamo infette!» —
Il tribuno l'udì con un fremito, ma non si mosse.
— «Chi siete?» — domandò.
— «Due donne morenti di fame e di sete. Ma» — non esitò a dire la madre — «non avvicinatevi, non toccate nè il pavimento nè le pareti: tutto è infetto, infetto!» —
— «Raccontami la tua storia, o donna, dimmi il tuo nome, dimmi quando, per che ragione e per opera di chi, tu fosti qui rinchiusa!» —
— «Una volta v'era in questa città di Gerusalemme un principe, chiamato Ben Hur, l'amico dei generosi Romani; aveva Cesare per suo amico. Io sono la sua vedova, e questa è la sua figlia. Come posso dirti la ragione per cui fummo qui rinchiuse quando io stessa non ne so nulla, se non perchè siamo ricche? Valerio Grato vi potrà dire chi era il nostro nemico, e quando cominciò la nostra prigionia. Io non posso. Guardate allo stato in cui siamo ridotte: abbiate pietà di noi!» —
L'aria era diventata pesante causa l'odore ed il fumo delle torcie, ma il Romano chiamò a sè uno dei portatori e scrisse la risposta, parola per parola. Essa era chiara e comprensibile, e conteneva insieme una storia, un'accusa, una preghiera. Una persona comune non avrebbe potuto farne una uguale, ed egli non poteva fare a meno di crederle ed averne pietà.
— «Tu sarai aiutata, donna» — disse, chiudendo la sua tavoletta. — «Ti manderò del cibo e delle bevande.» —
— «E dei vestiti, dell'acqua pura, ve ne preghiamo, o generoso Romano.» —
— «Come desiderate.» — rispose egli.
— «Dio è buono!» — disse la donna singhiozzando — «Possa la sua pace esser con voi!» —
— «Ma» — egli aggiunse» — io non posso rivedervi. Fate i vostri preparativi, e questa sera vi farò accompagnare alla porta della torre e vi libererò. Voi conoscete la legge, addio.» —
Diede gli ordini agli uomini ed uscì.
Poco dopo altri schiavi entrarono nella cella con un gran recipiente d'acqua, un catino, dei tovagliuoli ed un piatto con pane e carne. Portarono pure degli abiti affinchè le donne li potessero indossare, e li posarono per terra ove le prigioniere avrebbero potuto facilmente prenderli allontanandosi subito.
Le due donne furono condotte alla porta e poi lasciate sulla strada, verso la metà della prima veglia. Così il Romano se ne liberò ed esse furono ancora una volta padrone di sè nella città dei loro padri.
Esse guardarono le stelle, belle e lucenti come per lo passato, e si domandarono a vicenda:
— «Cosa accadrà ora? e dove anderemo?» —
CAPITOLO III.
Mentre Gesio, il custode, si presentava al tribuno nella Torre di Antonia, un uomo saliva il declivio orientale del monte degli Ulivi. La strada era scabrosa e polverosa, e la vegetazione all'intorno era bruciata dal sole d'estate. Il viaggiatore poteva dirsi fortunato, non solo perchè era giovane e vigoroso, ma anche per gli abiti leggeri che indossava.
Procedeva lentamente, guardandosi intorno non con l'occhio cauto e ansioso di chi non è ben sicuro del suo cammino, ma piuttosto coll'espressione di colui, che, dopo una lunga assenza, rivede antiche conoscenze, espressione piacevole, che sembrava dire: — «Sono contento di trovarmi ancora con voi, lasciatemi vedere quanto siete cambiate.» —
Ogni tanto s'arrestava per la salita volgendo lo sguardo indietro sullo splendido panorama che gli si offriva e che era chiuso dalle montagne del Moab; però, mano mano che egli s'avvicinava alla vetta, affrettava sempre più il passo, dimentico della fatica.
Per arrivare alla sommità, piegò a sinistra della strada un giorno assai frequentata. Si fermò all'improvviso, come se una mano invisibile lo avesse arrestato. Dando una rapida occhiata allo splendido paesaggio che gli si presentava dinanzi, i suoi occhi si dilatarono, le guancie s'imporporarono, ed il respiro gli si fece più rapido.
Il viaggiatore era Ben Hur, il luogo Gerusalemme.
Non la Città Santa d'oggi, ma la Città Santa tale e quale fu lasciata da Erode, la Città Santa di Cristo. Se essa, veduta dal vecchio Monte degli Ulivi, è ancora bella al giorno d'oggi, che cosa doveva sembrare a lui?
Ben Hur si assise sopra una pietra, e, liberandosi dal fazzoletto bianco che gli copriva il capo, si mise ad osservare minutamente. Molti altri hanno guardato Gerusalemme da quella sommità in epoche diverse. Il figlio di Vespasiano, il Saraceno, il Crociato, tutti conquistatori, e molti pellegrini d'ogni parte del mondo, ma, probabilmente, nessuno di essi avrà mai osservato il panorama con sentimenti più tristi e più amari di quelli di Ben Hur. Eran ricordi dei tempi passati, della famiglia, dei discorsi tenuti nell'infanzia, delle proprie vicende, che gli affollavano la mente. La città coi suoi fabbricati, era un testimonio vivente ed eterno dei delitti, della devozione, delle debolezze, del genio e della religione del suo popolo. Sebbene conoscesse Roma, Ben Hur rimase incantato. Quella vista lo avrebbe inebriato di vanagloria, se non avesse pensato che quel principesco dominio non apparteneva più ai suoi compatrioti, che l'adorazione nel Tempio ora dipendeva dal beneplacito di stranieri, che la collina dove Davide s'era fermato era sede di un palazzo marmoreo, donde emanavano gli editti i crudeli dominatori, i quali con essi perseguitavano i servi della fede. Ma questi erano piaceri e dolori comuni a tutti gli Ebrei di quel tempo: Ben Hur vi aggiungeva poi riflessioni tutte personali, ricordi che non avrebbe mai potuto dimenticare e che la vista della patria richiamavan con più viva intensità.
Un paesaggio di colline subisce pochi cambiamenti; quando poi le colline sono rocciose non ne subisce affatto. Lo spettacolo che la natura offriva a Ben Hur era uguale a quello che la natura di quei luoghi offre oggi, tranne il panorama della città, che è, naturalmente, variato, per l'opera alacre dell'uomo sempre più incivilito.
Il sole riscaldava il versante occidentale del Monte degli Ulivi più di quello orientale, e, naturalmente, gli uomini davano a quello la loro preferenza. I vigneti, di cui il monte era parzialmente rivestito, ed i pochi alberi sparsi, per la maggior parte fichi e vecchi ulivi selvatici, erano verdeggianti. In fondo, presso l'asciutto letto del Cedron, la verzura si faceva più bella e più piacevole alla vista; là terminava il Monte degli Ulivi e cominciava il Moriah, baldanzoso, bianco come la neve, fabbricato da Salomone e completato da Erode. Gli occhi salivano poi di mano in mano sulle poderose roccie, fino alla porta di Salomone; che formava il piedestallo del monumento di cui la collina era lo zoccolo; gli occhi risalivano alla Corte dei Gentili, a quella degli Israeliti, poi alla Corte delle Donne, insieme a quella dei Sacerdoti, ciascuna delle quali era una mole di bianche colonne di marmo, sovrapposte l'una all'altra come tante terrazze in cima delle quali, formando la corona di questa superba mole, infinitamente sacri, belli, maestosi, sfolgoranti d'oro, ecco il Padiglione, il Tabernacolo, ed il Santo dei Santi!
L'Arca non era là, ma Jeova viveva nella fede dei figli d'Israele. In nessun altro luogo si sarebbe trovato un tempio, un monumento che pareggiasse questo edificio straordinario. E di tutto ciò ora non rimane neppure una pietra. Chi lo rifarà? Quando ricomincierà la ricostruzione? Così si domanda ogni pellegrino che si ferma al posto occupato adesso da Ben Hur, ben sapendo che la risposta non può venire che da Dio, che custodisce gelosamente i suoi segreti.
Ed ancora gli occhi di Ben Hur osservavano i tetti del tempio, la collina di Sion piena di sacre memorie. Egli sapeva che la vallata, da Fermaggiai, si stendeva lassù profondamente incassata fra il Moriah e il Sion, e attraversata dallo Xisto; ricca di giardini e di palazzi, ma sopratutto egli fissava con sguardi avidi il paesaggio maestoso per edifici che incoronava la collina reale; la casa di Caifa; la Sinagoga centrale, il Pretorio romano, l'Hippico, e i tristi ma superbi cenotafi — Faselo e Marianna — sorgenti sullo sfondo del Gareb, rosseggiante in lontananza. E quando, fra tutti, riconobbe il palazzo d'Erode, potè forse pensare ad altro che al Re che doveva venire, sovrano cui egli stesso si professava devoto, il cui cammino voleva spianare? La sua fantasia corse veloce al giorno nel quale il nuovo Re sarebbe stato proclamato e avrebbe preso possesso del Moriah, del sacro Tempio, di Sion e delle sue torri e dei suoi palazzi, di Antonia minacciosa, alla destra del Tempio, della nuova città di Bezetha, ancor priva di mura, accolto da milioni di Israeliti acclamanti con palme e con bandiere, cantando inni festosi perchè il Signore aveva vinto e li aveva fatti signori del mondo.
Si dice che il sognare sia un fenomeno non del giorno ma della notte. Se si studiasse meglio si vedrebbe che quasi tutti i propositi si nutrirono in una specie di dormiveglia. Sognare è il premio di chi lavora, è il vino che sostiene le nostre forze, che ci rende cara la fatica perchè la stanchezza ch'ess'ingenera è propizia al sonno. Vivere è sognare. Solo dopo morti non si sogna. Nessuno rida dunque di Ben Hur per le sue fantasticherie, perchè chiunque si fosse trovato in quel luogo ed in quelle condizioni di animo, avrebbe fatto altrettanto.
Il sole stava per tramontare. Per un momento il fiammeggiante disco sembrava accovacciarsi sulle lontane vette delle montagne dell'ovest, tingendo il cielo, sopra alla città, di un color di rame e indorando le mura e le torri. Poi scomparve. Nella calma della sera, i pensieri di Ben Hur si indirizzavano verso la casa paterna. Egli fissava i suoi sguardi in un punto del cielo, un po' a nord dell'incomparabile facciata del Santo dei Santi. Sotto di esso, proprio nella direzione del filo a piombo, sorgeva la casa di suo padre, se pure ancora esisteva.
La dolce influenza di quell'ora inteneriva i suoi sentimenti, e, mettendo da parte le sue ambizioni, egli pensò al dovere che lo conduceva a Gerusalemme.
Una sera mentre si trovava con Ilderim sul deserto esaminando il terreno con occhio di soldato, in cerca di luoghi atti alla battaglia, giunse un messaggero colla notizia che Grato era stato rimosso e Ponzio Pilato ne prendeva il posto.
Messala, ridotto all'impotenza, credeva morto Ben Hur. Grato non aveva più alcun potere; perchè avrebbe dovuto Ben Hur differire più oltre la ricerca della madre e della sorella? Non v'era più nulla da temere, ora. S'egli non poteva cercare le due donne personalmente nelle prigioni della Giudea altri poteva farlo per lui. Se le due perdute si fossero trovate, Pilato non poteva aver ragioni per trattenerle, e se ne avesse avute, sarebbero state tali da cedere davanti al denaro. Una volta trovate, egli le avrebbe portate in luogo sicuro, poi, con la mente più calma, la coscienza tranquilla per aver compiuto questo primo dovere, si sarebbe dedicato intieramente al Re atteso. La sua risoluzione fu subito presa. Quella notte egli si consigliò con Ilderim ed ottenne il suo assenso. Tre Arabi lo accompagnarono a Gerico, dove egli li lasciò coi cavalli e procedette solo ed a piedi. Malluch doveva incontrarlo a Gerusalemme. I disegni di Ben Hur erano molto vaghi. Egli cercava di tenersi, in vista del futuro, nascosto alle autorità, specialmente Romane. Malluch era un uomo astuto e fidato, proprio quello che ci voleva per dirigere le ricerche.
Dove cominciare? Questo era il problema. Egli non ne aveva un'idea chiara. Avrebbe desiderato di cominciare dalla Torre di Antonia. La tradizione che non si poteva resistere a lungo negli oscuri labirinti delle tristi celle, metteva il terrore nella mente degli Ebrei, più che la forte guarnigione che custodiva il castello. Potevano benissimo essere sepolte laggiù. Inoltre l'istinto c'insegna di cominciare le ricerche nel posto dove le ultime vestigia si perdettero di vista, ed egli non poteva dimenticare che l'ultimo sguardo che aveva ricevuto dalle sue care perdute, era stato appunto mentre le guardie le spingevano in direzione della Torre. Se non vi erano più, ma vi erano state, rimarrebbe certamente qualche ricordo del fatto, qualche traccia da seguire.
Oltre all'istinto anche una speranza lo spingeva.
Aveva saputo da Simonide che Amrah, la nutrice Egiziana, era ancora in vita. Il lettore si ricorderà senza dubbio che la fedele creatura, la mattina in cui la sventura piombò sugli Hur, sfuggì alle guardie, e ritornò al palazzo, dove rimase rinchiusa.
Simonide la mantenne durante gli anni seguenti, cosicchè essa si trovava ancora là, sola ad occupare la gran casa che Grato non era riuscito a vendere ad onta di tutte le sue esibizioni.
La storia dei suoi legittimi proprietari bastava ad allontanare sia i compratori che i semplici affittuarî. Passando davanti alla casa la gente mormorava e diceva ch'essa era invasa dagli spiriti. Tale diceria derivava probabilmente dalle apparizioni della povera e vecchia Amrah talvolta sul tetto, tal'altra ad una finestra dietro le grate. Certamente nessun altro spirito vi avrebbe potuto abitare con maggior costanza e nessun'altra casa si prestava meglio di quella, alla secretezza, al mistero della sua vita ritirata.
Ben Hur si immaginava che potendo raggiungere la vecchia, questa gli sarebbe stata d'aiuto nelle indagini che stava per intraprendere.
In ogni modo il vederla in quel posto così pieno di cari ricordi sarebbe stato per lui un lieto pronostico per la ricerca della sua famiglia.
Così prima di tutto egli voleva dirigersi alla casa paterna in cerca di Amrah.
Presa questa decisione, si alzò poco dopo il tramonto del sole, e cominciò la discesa del monte per la strada che dalla vetta piega a nord-est. In fondo, quasi al piede di esso, vicino al letto del Cedron, la strada s'incontrava con quella che conduceva al villaggio di Siloam ed allo stagno dello stesso nome. Là egli s'imbattè con un pastore il quale conduceva alcune pecore al mercato. Gli parlò, ed in sua compagnia, passando da Getsemani, entrò nella città per la Porta dei Pesci.
CAPITOLO IV.
S'era fatto scuro allorchè, separandosi dal mandriano, davanti alla porta, Ben Hur voltò in un vicolo che conduceva verso sud. Le poche persone ch'egli incontrò, lo salutarono. I ciottoli del lastricato eran pungenti; le case, da entrambi i lati, eran basse, oscure, melanconiche; le porte eran chiuse; dai tetti egli udiva, di tanto in tanto, voci di donne che cantavano ai loro bambini. L'isolamento in cui si trovava, la notte, l'incertezza che circondava lo scopo della sua venuta, tutto ciò contribuiva a renderlo triste. Camminando sopra pensiero pervenne ad un profondo serbatoio d'acqua, conosciuto ora sotto il nome di stagno di Betesda, nel quale il cielo si specchiava tranquillamente. Guardando in su egli scorse la muraglia a settentrione della Torre d'Antonia, un masso minaccioso che spiccava nel cielo torbido e grigio. Egli si fermò come al comando imperioso di una sentinella. La Torre era così alta e poderosa, sorgeva sopra basi così sicure, da sembrare una nube gigantesca nell'oscurità, ed egli fu costretto a riconoscere che, se sua madre fosse stata colà rinchiusa, egli sarebbe stato impotente a salvarla.
Che cosa avrebbe potuto fare per liberarla da quella tomba? Nulla. Un esercito avrebbe percossa invano quella facciata di pietra con baliste ed arieti. La gran torre di sud est lo sembrava guardare con aria di rude disprezzo ed egli pensò che le forze umane son ben deboli e che Dio è l'ultima speranza dei miseri. Ma Iddio è spesso, per motivi imperscrutabili, lento ad agire!
Oppresso dal dubbio e dal presentimento, prese la via di fronte alla torre e la seguì lentamente, mantenendosi all'ovest.
In Bezetha egli sapeva esservi un Khan ove avrebbe potuto trovar alloggio durante il suo soggiorno in città, ma adesso non poteva resistere al desiderio di rivedere la sua casa. Il suo cuore lo conduceva da quella parte.
Il vecchio saluto solenne ch'egli riceveva da quelle poche persone che incontrava non gli era mai sembrato così piacevole. Di lì a poco tutta la parte ad oriente del cielo cominciò a inargentarsi e a brillare. Cose prima invisibili, specie le alte torri sul Monte Sion s'illuminarono d'un chiarore spettrale sembrando castelli librantisi in aria.
Egli giunse alfine alla casa di suo padre. Fra quelli che leggono queste pagine vi sarà chi indovinerà i sentimenti dai quali era invaso il giovane. Alcuni avranno avuto case nelle quali vissero felici nella loro gioventù, paradisi donde partiron con gioia infantile colle lagrime agli occhi, e cui tornerebbero: luoghi di risa e di canti, di amicizie più care di tutti i trionfi della vita.
Alla porta settentrionale della vecchia casa Ben Hur si fermò.
La ceralacca adoperata per sigillare l'uscio si vedeva ancora, e attraverso le imposte v'era un asse con scritto:
PROPRIETÀ DELL'IMPERATORE
Nessuno vi era uscito od entrato dal giorno terribile della separazione. Doveva egli bussare come per l'addietro? Era inutile, egli lo sapeva; pure non poteva resistere alla tentazione. Amrah potrebbe udire, e guardare da una di quelle finestre o da qualche porta. Prendendo un ciottolo, montò sul largo gradino di pietra e picchiò tre volte. Un eco lenta rispose. Egli picchiò una seconda volta più forte di prima; e poi ancora, fermandosi ogni volta per ascoltare. Nessun suono ruppe il silenzio. Ritornando sulla strada egli guardò attentamente le finestre; anch'esse erano mute e senza vita. Il parapetto del tetto spiccava chiaramente nel cielo illuminato; nulla avrebbe potuto muoversi senza che egli se ne fosse accorto, e nulla realmente si mosse.
Dal lato settentrionale egli passò all'ovest, ove s'aprivano quattro finestre che guardò a lungo ed ansiosamente, ma con lo stesso risultato. Certe volte il suo cuore si gonfiava di desiderî impotenti; certe altre tremava innanzi alle illusioni della sua fantasia. Amrah non fece alcun cenno; neppure un fantasma si mosse.
Silenziosamente, allora, egli si avvicinò alla facciata meridionale. Anche là la porta era sugellata e recava la medesima soprascritta. L'armonioso splendore della luna di agosto, apparendo sulla cresta dell'Oliveto, poi chiamato Monte dell'Offesa, faceva risaltare le parole, ed egli le lesse, in preda a un'ira muta e impotente. Tutto ciò che egli poteva fare, era di strappare l'asse dall'inchiodatura, e di lanciarla nel fosso; poi si sedette sul gradino, e pregò Dio affinchè affrettasse la venuta del nuovo Re. Questo sfogo lo rese più calmo; a poco, a poco cedette alle fatiche del lungo viaggio, compiuto sotto la sferza del sole; chinò la testa lentamente e si addormentò di un sonno profondo.
Poco dopo, due donne discesero la strada nella direzione della Torre di Antonia, avvicinandosi alla casa dei Hur. Esse avanzavano furtivamente, con passi timidi, fermandosi ogni tanto per ascoltare. All'angolo del fabbricato una si rivolse all'altra, e disse a bassa voce:
— «Eccoci, Tirzah.» —
E Tirzah, dopo aver guardato intorno a sè, afferrò la mano della madre, e vi si appoggiò pesantemente, singhiozzando, senza profferire una parola.
— «Andiamo innanzi, figlia mia, perchè....» — la madre esitò e tremò; poi sforzandosi d'essere calma, continuò — «perchè quando spunterà il giorno, ci cacceranno dalle porte della città che si chiuderanno per sempre dietro di noi.» —
Tirzah si lasciò cadere sulle pietre.
— «Ah, sì!» — ella disse fra i singhiozzi; — «Dimenticavo. Credevo di andare a casa. Ma siamo lebbrosi, e non abbiamo casa; apparteniamo ai morti!» —
La madre si abbassò e la sollevò teneramente, dicendo:
— «Non abbiamo nulla a temere. Andiamo avanti.» —
E in verità, alzando semplicemente le loro mani, esse avrebbero messo in fuga una intera legione.
Avanzandosi pian piano, rasente alla muraglia, procedettero come due fantasmi, sinchè arrivarono alla porta, davanti alla quale esse pure si fermarono. Vedendo l'asse, montarono sul gradino, e lessero la scritta:
Questa è proprietà dell'Imperatore
Allora la madre giunse le mani, e con gli occhi rivolti al Cielo, gemette con indicibile angoscia.
— «Che cosa c'è mamma? Tu mi spaventi!» —
Lentamente essa rispose: — «Oh! Tirzah, i poveri muoiono! Egli è morto!» —
— «Chi, mamma?» —
— «Tuo fratello! Tutto gli fu tolto — tutto — perfino questa casa!» —
— «Povero!» — disse Tirzah con sguardo smarrito — «Egli non potrà mai aiutarci.» —
— «E allora, mamma?» —
— «Domani, domani, figlia mia, troveremo un posto presso la strada, e chiederemo l'elemosina come fanno i lebbrosi; mendicheremo.» —
Tirzah si appoggiò di nuovo alla madre e con voce fioca bisbigliò:
— «Morire, morire!» —
— «No!» — disse la madre con prontezza. — «Iddio ha fissata la nostra ora, e noi siamo credenti in Dio. Lo rispetteremo anche in questo. Andiamo.» —
Ella afferrò la mano di Tirzah mentre parlava e insieme voltarono l'angolo ovest della casa, sempre rasentando il muro. Non trovando alcuno proseguirono fino all'altro angolo sfuggendo il chiaro di luna, che illuminava tutta la facciata meridionale e parte della strada.
Ma il desiderio della madre era forte. Lanciando uno sguardo indietro ed in alto verso le finestre, entrò nell'area illuminata attirando seco Tirzah; allora apparve in tutto il suo orrore la loro afflizione — le labbra e le gote screpolate, gli occhi cisposi, le mani scarne; le ciocche di capelli indurite da una materia ripugnante, e, come le loro ciglia, spaventosamente bianche. Nè era possibile il poter dire quale fosse la madre, e quale la figlia; ambedue sembravano vecchie e cadenti.
— «Zitto!» — fece la madre — «V'è qualcuno coricato sul gradino — un uomo. Facciamo il giro e avviciniamoci.» — Esse attraversarono la strada, rapidamente, e tenendosi nell'ombra, proseguirono fin davanti alla porta, ove si fermarono.
— «Egli dorme, Tirzah!» —
L'uomo rimaneva immobile.
— «Rimani qui, mentr'io tenterò d'aprire la porta.» —
Così dicendo la madre s'avvicinò cautamente, senza far rumore, e toccò l'uscio. Non ebbe il tempo d'accertarsi se avrebbe ceduto, perchè, in quel momento, l'uomo sospirò, e, voltandosi inquietamente, mosse il fazzoletto che gli avvolgeva il capo, scoprendo il suo viso che apparve chiaramente illuminato dai raggi della luna. Ella lo guardò e trasalì; guardò di nuovo, curvandosi lievemente, e giunse le mani e alzò gli occhi al cielo, in muto appello. Rimase un istante così, poi corse da Tirzah.
— «Come è vero che esiste Dio, quell'uomo è mio figlio, è tuo fratello!» — sussurrò sommessamente.
— «Mio fratello? Giuda?» —
La madre le afferrò la mano con veemenza.
— «Vieni» — ella disse, sempre a voce bassa e concitata: — «andiamo a guardarlo insieme — ancora una volta, una volta sola — poi, o Dio, aiuta i tuoi servi!» —
Esse attraversarono la strada, tenendosi per mano, leste silenziose come fantasmi.
Quando le loro ombre si proiettarono sopra di lui, le donne si fermarono. Una delle sue mani giaceva sul gradino col palmo rivolto in alto. Tirzah cadde in ginocchio e lo avrebbe baciato, ma la madre la trasse indietro.
— «No, se ti è cara la sua vita, non toccarlo! Siamo infette! siamo infette!» — ella sussurrò.
Tirzah si ritrasse come se egli fosse il lebbroso.
Ben Hur era bello: d'una bellezza maschia. Le guancie e la fronte erano abbronzate dal sole e dall'aria del deserto; sotto ai baffi biondi apparivano le labbra rosse e fresche, e i denti bianchissimi; la morbida barba non celava la piena rotondità del mento e della gola. Come appariva bello agli occhi della madre! Quale immensa brama la struggeva di gettargli le braccia al collo, di stringergli il capo al suo petto e di baciarlo come soleva fare nella sua fanciullezza! Dove trovò ella la forza per resistere all'impulso? Dall'amor suo, o lettore! dal suo amore materno, che, se tu poni ben mente, in questo differisce da ogni altro affetto: che, tenero per l'oggetto, può essere infinitamente tirannico per se stesso; di qui tutta la infinita forza del sacrificio. Neppure se avesse potuto ricuperare la salute e la fortuna, per nessuna benedizione di questa vita, non per la vita medesima, avrebbe permesso che il suo bacio infetto posasse sulla di lui guancia! Eppure ella deve toccarlo; in quell'istante che l'ha trovato, deve rinunciare a lui per sempre! Fate che un'altra madre vi dica l'amarezza di quel pensiero! Essa cadde in ginocchio, e, strisciando fino ai suoi piedi, accostò le labbra alla suola di un sandalo, la toccò una volta e poi un'altra ancora, e infuse tutta l'anima sua in quei baci.
Egli si mosse, ed agitò la mano. Esse fecero un passo indietro, e l'udirono mormorare in sogno:
— «Dov'è la mamma, Amrah?» —
E di nuovo ricadde in un sonno profondo. Tirzah lo divorava cogli occhi ardenti. La madre nascose il viso nella polvere cercando di soffocare un singhiozzo così profondo e così forte che le sembrava il suo cuore scoppiasse. Quasi desiderava ch'egli si svegliasse.
Egli aveva chiesto di lei; ella non era dimenticata; fin nel sonno pensava a lei. Non era abbastanza? La madre fece un cenno a Tirzah, si alzò, e, gettando sull'assopito ancora un ultimo sguardo, come per stamparne eternamente in cuore l'immagine, riattraversò lentamente la strada. Là, nascoste dall'ombra del muro, si fermarono, e, fissandolo in ginocchio, aspettarono ch'egli si svegliasse. Aspettavano qualche miracolo: non sapevano quale. A noi non è dato misurare la pazienza di un amore come il loro.
Di lì a poco, mentre egli dormiva ancora, un'altra donna apparve sull'angolo del palazzo. Le due lebbrose, accovacciate nell'ombra, la scorsero perfettamente, illuminata come era dalla luna; una figura piccola, curva, scura di carnagione, grigia di capelli, vestita decentemente alla foggia di una serva, e portando un cesto pieno di verdura.
Alla vista dell'uomo coricato sul gradino, la nuova venuta si fermò; poi, come se avesse presa una risoluzione, continuò la su strada camminando in punta di piedi. Passò vicina al dormiente, s'appressò alla porta, aprì facilmente lo sportello e mise la mano nell'apertura. Una delle larghe assi formanti l'imposta sinistra, girò su se stessa senza far rumore. Ella depose nell'interno il canestro, e stava per entrare essa medesima, quando, cedendo alla curiosità, si piegò per dare un'occhiata al forestiero, il viso del quale poteva benissimo vedersi.
Le spettatrici dall'altra parte della strada udirono un'esclamazione soffocata e videro la donna fregarsi gli occhi come per rinnovare in loro la forza; piegarsi di nuovo, giungere le mani, guardare storditamente intorno, e poi chinarsi ancora, sul dormiente, prendergli la mano e baciarla teneramente. Ah! ciò ch'esse bramavano tanto di fare e che non osavano! Svegliato da quell'atto, Ben Hur, istintivamente ritirò la mano, e così facendo i suoi occhi incontrarono quelli della donna.
— «Amrah! O Amrah! sei tu?» — egli disse.
La vecchia non potè rispondere a parole, ma gli cadde al collo piangendo di gioia.
Con delicatezza egli si svincolò dal suo braccio; sollevando il vecchio viso rugoso della serva, tutto bagnato di lagrime lo baciò, con una gioia non meno intensa di quella da lei dimostrata.
Poi le due ascoltatrici dalla strada l'udirono esclamare:
— «Mamma... Tirzah.... dimmi che è successo di loro, parla; ti prego.» —
Amrah diede in un nuovo scoppio di pianto.
— «Tu le hai vedute, Amrah. Tu sai dove sono: Dimmi che sono qui in casa.» —
Tirzah si mosse come per slanciarsi verso di lui, ma la madre, indovinando il suo intento, l'afferrò per la mano sussurrando:
— «No; no, per la tua vita. Noi siamo infette, noi siamo infette!»
Il suo amore era tirannico nella sua magnanimità.
Sebbene i loro cuori fossero straziati, egli non avrebbe dovuto diventare, per colpa della madre e della sorella, lebbroso com'esse.
Perciò l'amore vinse.
Intanto Amrah, cui si rivolgevano le suppliche di Ben Hur, piangeva sempre più.
— «Stavi per entrare,» — egli continuò vedendo che il battente era aperto. Andiamo allora, io verrò con te. E così dicendo si alzò. — «I Romani — la maledizione di Dio cada su di loro, — i Romani mentirono. La casa è mia, alzati Amrah, ed entriamo.» —
Un momento dopo essi erano spariti, lasciando le due donne sole nell'oscurità.
Esse tenevano gli occhi fissi sulla porta la quale non si sarebbe mai più spalancata per loro, e si strinsero sempre più l'una all'altra. Avevano fatto il loro dovere, il loro amore era stato messo alla prova ed avevano vinto. Il giorno seguente furono trovate dalle guardie e cacciate dalla città a sassate.
— «Via di qua, voi siete morte pel mondo, via!» —
Con questa sentenza che risonava minacciosa alle loro orecchie, uscirono dalla città.
CAPITOLO V.
Al giorno d'oggi i viaggiatori in Terra Santa, che cercano il bellissimo Giardino Reale, discendono il letto del Cedron, o proseguono per la curva di Gihon fino ad arrivare alla vecchia fontana di En-rogel. Qui sostano, bevono un sorso dell'acqua freschissima e dolce, osservano le grandi pietre che circondano l'orlo del pozzo, chiedono la sua profondità, sorridono forse del modo primitivo di attinger l'acqua, e dopo aver dato qualche soldo al povero diavolo che presiede a quella funzione, si rivolgono indietro. È allora che il panorama di Gerusalemme appare più maestoso che mai ai loro sguardi.
Qui i monti di Moriah e di Sion, degradante in lene pendio verso l'antica città di Davide; là, sulla cima dei colli appaiono le rovine dei palazzi reali, il duomo elegante dell'Haram, i poderosi avanzi dell'Ippico, minaccioso ancora nelle sue rovine.
A destra è il Monte dell'Offesa, solitario e roccioso, a sinistra il Colle del Cattivo Consiglio, che le leggende rabbiniche e monastiche hanno circondato di una fama così misteriosa e terribile.
La sua base infatti, secondo la tradizione, copre l'entrata dell'inferno, il Gehenna della religione Ebraica. Sul fianco orientale fronteggiante la città si aprono caverne e sorgono innumerevoli tombe, che, al tempo di cui scriviamo, erano abitate dai lebbrosi, non singolarmente, ma formanti un'intera colonia.
Quello era il loro dominio, quivi avevano fondato una città, e vi dimoravano da soli, fuggiti da tutti, come quelli su cui la maledizione di Dio aveva visibilmente impresso il suo segno.
La seconda mattina dopo gli avvenimenti descritti nel precedente capitolo, Amrah si avvicinò al pozzo di En-rogel, e sedette sopra un macigno.
All'apparenza la si sarebbe presa per la domestica di una agiata famiglia.
Aveva recato un anfora ed un cesto, coperto da un bianco tovagliolo, ch'ella aveva deposto in terra presso di sè. Si tolse lo scialle dal capo, intrecciò le mani sopra le ginocchia, e fissando gli sguardi in direzione del burrone di Aceldama, rimase in posizione di chi aspetta.
Era di buon mattino, ed ella fu la prima ad arrivare al pozzo.
Tuttavia, poco dopo, venne un uomo portando una corda ed una secchia di cuoio. Salutando la piccola donna dalla faccia scura, egli slegò la corda, l'attaccò alla secchia, ed aspettò gli avventori.
Amrah sedeva silenziosa, senza far parola. Vista l'anfora, l'uomo domandò, dopo qualche tempo, se desiderava che la si riempisse; ella rispose civilmente: — «Non adesso;» — Allora egli non si occupò più di lei. Quando il sole apparve sopra il monte Oliveto, gli avventori arrivarono a frotte.
Per tutto questo tempo ella mantenne il suo posto, volgendo tratto tratto gli sguardi alla sommità delle colline, nè si mosse, quando, il sole, sorgendo, cominciò a scottare. Mentre essa aspetta, parliamo del suo scopo.
La sua abitudine era di recarsi al mercato a notte fatta. Scappando di casa inosservata, ella cercava i negozi nel Tiropeo, o quelli presso alla Porta dei Pesci, faceva le sue compere di carne e di verdure, e ritornava rinchiudendosi nuovamente in casa.
Il piacere che provò dalla presenza di Ben Hur nel vecchio palazzo si può facilmente immaginare. Ella non aveva nulla a dirgli riguardo alla padrona od a Tirzah — nulla.
Egli avrebbe voluto condurla in un luogo meno malinconico; essa rifiutò.
Ella gli avrebbe voluto dare ancora la sua stanza, rimasta tale e quale come l'aveva lasciata; ma il pericolo d'essere scoperto era troppo grande, ed egli desiderava sopra tutto di evitare inchieste.
Egli verrebbe a trovarla più spesso che gli sarebbe possibile. Sarebbe andato e tornato di notte. Ella dovette starsi contenta di questa decisione; soddisfatta, subito si occupò di cercare ogni mezzo per rendergli piacevoli queste visite di sfuggita.
Non le passava per la testa che egli era già un uomo, e i suoi gusti giovanili si sarebbero potuti cambiare.
Si ricordava che da bambino era appassionatissimo dei dolci, e decise di prepararne varie qualità e averle sempre pronte ogni volta che egli veniva.
Non era una idea felice forse? Così la sera seguente, più presto del solito, ella uscì, col suo cesto, ed andò al mercato della Porta dei Pesci.
Girando di qua e di là, in cerca del miglior miele, le accadde di udire un uomo raccontare una storia.
Quale era questa storia, il lettore si potrà facilmente immaginare quando sappia che il narratore era uno degli uomini che avevano tenuto le torcie per il comandante della Torre di Antonia, allorchè fu demolita la porta della cella numero VI.
Ella udì tutti i particolari della scoperta e insieme i nomi dei prigionieri.
Ascoltò il racconto trattenendo il fiato, temendo di perdere una parola.
Terminate le sue compere, ritornò a casa, credendo di sognare. Quale felicità poteva procurare al suo protetto! Aveva trovata sua madre!
Ella pose in un canto il canestro, ora ridendo, ora piangendo. Tutto ad un tratto si fermò e pensò. Il sentirsi dire che sua madre e Tirzah erano infette dalla lebbra, lo avrebbe esposto alla morte. Egli si sarebbe recato nell'orrenda città sopra la collina del Cattivo Consiglio, bussando alla porta di ogni tomba infetta, senza pace, domandando di loro, e la malattia avrebbe colto anche lui; il loro destino sarebbe stato anche il suo.
Ella si torse le mani. Che cosa doveva fare?
Come tanti prima di lei, e tanti fecero dopo, traendo dall'intensità dell'affetto ispirazione, se non saggezza, venne ad una conclusione singolare.
I lebbrosi, ella lo sapeva, solevano ogni mattina discendere dalle loro sepolcrali dimore sulla collina, e prendere una provvista d'acqua per la giornata, dal pozzo En-rogel.
Portavano le loro anfore, le appoggiavano per terra ed aspettavano, stando lontano, finchè fossero riempite. A quel pozzo la sua padrona e Tirzah dovevano venire; poichè la legge era inesorabile, e non ammetteva alcuna distinzione. Un ricco lebbroso non era trattato meglio di uno povero.
Così Amrah decise di non parlare a Ben Hur della storia che aveva udito, ma di andare sola al pozzo ad aspettare. La fame e la sete vi spingerebbero gli sventurati, ed essa credeva di poterle riconoscere a prima vista. Ad ogni modo sarebbe stata da loro riconosciuta.
Intanto arrivò Ben Hur e chiacchierarono a lungo insieme. L'indomani doveva venire Malluch; e la ricerca sarebbe subito incominciata. Egli era impaziente. Per distrarsi, durante l'attesa, voleva visitare i luoghi sacri del vicinato. Quantunque il segreto pesasse sulla coscienza della donna e le sue labbra ardessero dal desiderio di svelarlo, essa si mantenne calma.
Quando se ne fu andato, ella si affaccendò a preparargli una buona colazione che lo sfamasse al suo ritorno. E sul far dell'alba riempì il canestro, si provvide di un'anfora e prese la via che conduce a En-rogel, sortendo per la Porta dei Pesci, che era una delle prime ad aprirsi. Poco dopo il levar del sole quando la gente si affollava maggiormente intorno al pozzo una mezza dozzina di secchie erano in moto nello stesso tempo, ognuno volendo andarsene finchè durava il fresco del mattino; gli abitatori della triste collina incominciarono a far capolino e a muoversi fra le loro tombe. Un po' più tardi apparvero a gruppi, formati in parte da fanciulli, alcuni in tenera età. Altri venivano furtivamente allo svolto della rupe — donne con anfore sopra le loro spalle, uomini vecchi, zoppicanti, sorretti da bastoni e da gruccie. Alcuni si appoggiavano sulle spalle dei compagni, altri, totalmente impotenti, si lasciavano trasportare dagli amici sopra lettighe.
Anche quel dolore, comune a tanti esseri che si amavano nella sventura, trovava un po' di sollievo in questo reciproco conforto.
Dal suo posto presso il pozzo, Amrah teneva d'occhio quei gruppi spettrali. Più d'una volta essa credette di riconoscere le infelici delle quali andava in cerca. Non dubitava che esse fossero sulla collina e che dovessero venire al pozzo: forse aspettavano solo che tutti gli altri si fossero serviti.
Quasi alla base della rupe, vi era una tomba che più d'una volta aveva attratta l'attenzione di Amrah per l'ampiezza della sua entrata. Una pietra di grandi dimensioni stava vicina all'ingresso. Il sole penetrava liberamente nelle ore più calde, e pareva che fosse deserta a meno che non servisse di rifugio a qualche cane di ritorno dalle consuete scorrerie.
Con sorpresa, la paziente Egiziana vide uscire di là due donne, una delle quali a metà sosteneva e a metà conduceva l'altra; avevano entrambe i capelli bianchi, sembravano vecchie, ma le loro vesti non erano stracciate e si guardavano attorno, come se la località fosse loro nuova. Amrah credette di vederle anche indietreggiare davanti allo spettacolo della ripugnante compagnia della quale facevano parte. Il suo cuore battè più veloce, ed essa osservò le due donne con crescente attenzione. Per qualche tempo esse rimasero immobili presso la tomba, poi si mossero lentamente, trascinandosi con pena e s'avvicinarono al pozzo. Parecchie voci le avvertirono d'arrestarsi; tuttavia esse proseguirono: l'uomo che attingeva l'acqua raccolse alcuni ciottoli, per scagliarli loro addosso. Tutta la gente che si trovava là attorno le maledisse, e la schiera dei lebbrosi numerosa sulla collina gridò, ammonendole, con voce stridula:
— «Siete infette, siete infette!» —
— «Certamente,» — pensò Amrah, — «quelle due creature sono nuove agli usi dei lebbrosi.» —
Si alzò ed andò ad incontrarle, prendendo con sè il canestro e l'anfora. L'allarme al pozzo scemò subitamente.
— «Che sciocca,» — disse una ridendo, — «che sciocca, dare del buon pane ai lebbrosi!» —
— «E pensare che è venuta fin qui a bella posta, — osservò un'altro, — io almeno avrei aspettato d'imbattermi in loro casualmente davanti alla porta.» —
Amrah animata da più elevati sentimenti, procedette. Se si fosse sbagliata! E più si avvicinava, più sentiva un nodo stringerle la gola, e diventava confusa ed esitante. A quattro o cinque passi dal luogo ov'erano le donne, si fermò. Dio! era dunque quella la padrona ch'ella amava? la mano della quale ella aveva baciato così spesso in segno di gratitudine? La sua immagine era un giorno per lei il più puro tipo di bellezza matronale, tipo ch'ella serbava fedelmente nella memoria! e quella Tirzah ch'ella aveva allevata da bambina, della quale aveva calmati i dolori, aveva divisi i passatempi infantili, era mai quella la sorridente, la dolce Tirzah, il conforto della casa, la benedizione promessa alla sua vecchiaia? La sua padrona, il suo tesoro? L'anima della donna trasalì a quella vista.
— «Queste sono vecchie,» — ella disse tra sè. — «Io non le ho mai vedute. Tornerò indietro.» —
E si voltò.
— «Amrah!» — disse una delle lebbrose.
L'Egiziana, lasciò cadere l'anfora, e guardò indietro, tremando.
— «Chi mi chiama?» — domandò ella.
— «Amrah!» —
Gli occhi pieni di meraviglia della serva si posarono sul viso delle donne.
— «Chi siete?» — ella gridò.
— «Noi siamo quelle che tu cerchi.» —
Amrah cadde sulle sue ginocchia.
— «O padrona mia, padrona mia! Sia lodato Iddio che mi condusse a voi!» —
E la povera creatura sopraffatta dall'emozione, incominciò a farsi avanti.
— «Sta lì, Amrah! Non ti accostare di più! Siamo infette! Siamo infette!» —
Quelle parole bastarono. Amrah cadde a terra colla faccia fra le mani, singhiozzando così forte che la gente al pozzo la udì. Tutta ad un tratto essa si alzò di nuovo sulle ginocchia.
— «O padrona mia, dov'è Tirzah?» —
— «Son qui, Amrah, son qui! Vuoi portarmi un po' d'acqua?» —
L'istinto d'ubbidienza della serva riprese il sopravvento. Tirando indietro i capelli che le erano caduti sul viso, Amrah si alzò, andò vicino al cesto e lo scoprì.
— «Guardate» — ella disse — «qui v'è pane e carne.» —
Ella avrebbe disteso per terra il tovagliuolo, ma la padrona le si rivolse di nuovo.
— «Non fare così. Amrah. Quelli laggiù ti possono gettare delle pietre, e rifiutare di darci da bere. Lascia il cesto, prendi l'anfora, riempila e riportala qui. Per oggi ci avrai reso il più gran servizio che ti sia concesso di prestarci. Presto, Amrah.» —
La gente, sotto agli occhi della quale tutto ciò era accaduto, fece strada alla serva, e l'aiutò a riempire l'anfora, commossa dal dolore che traspariva dal suo aspetto.
— «Chi sono esse?» — domandò una donna.
Amrah sommessamente rispose;
— «Esse furono una volta molto buone con me!» —
Alzando l'anfora sopra le spalle, si affrettò a tornare indietro. Per dimenticanza, ella sarebbe andata sin dov'eran esse, ma il grido: «Infette, infette! All'erta!» l'arrestò. Mettendo l'acqua vicino al cesto, fece qualche passo indietro, e si fermò.
— «Grazie, Amrah,» — disse la padrona impadronendosi delle provviste. — «Cuor d'oro!» —
— «Non v'è altro ch'io possa fare per voi?» — domandò Amrah.
Lo mano della inferma era sopra l'anfora, e la donna ardeva dalla sete; tuttavia si fermò, ed alzandosi disse con fermezza:
— «Sì, io so che Giuda è tornato a casa. Lo vidi l'altra sera alla porta, addormentato presso il gradino, e tu lo facesti alzare di là.» —
Amrah giunse le mani.
— «O signora mia! Voi vedeste tutto ciò, e non siete accorsa!» —
— «Sarebbe stato un volerlo uccidere. Io non posso più prenderlo fra le mie braccia. Non posso più baciarlo. O Amrah, Amrah, tu l'ami, lo so!» —
— «Sì,» — disse essa con effusione, scoppiando di nuovo in lagrime, ed inginocchiandosi. — «Io morirei per lui!» —
— «Dammi una prova di quanto tu dici, Amrah.» —
— «Sono pronta.» —
— «Non gli dirai dove siamo e che ci hai vedute. Non dirgli nulla, Amrah.» —
— «Ma egli vi sta cercando. È venuto da lontano per trovarvi.» —
— «Egli non deve trovarci. Non deve diventare ciò che siamo noi. Ascolta Amrah. Tu ci servirai come hai fatto oggi. Ci porterai quel poco che ci abbisogna. Ora va. Tornerai la mattina e la sera, d'ora innanzi, e...» — e la voce tremò, poichè la ferrea volontà stava per abbandonarla — e tu ci parlerai di lui, Amrah; ma a lui non dire una parola. Hai capito?» —
— «Oh! sarà così duro il sentirlo discorrere di voi, e vederlo girare in cerca di voi — di comprendere il suo dolore e non dirgli almeno che voi vivete!» —
— «Puoi dirgli che stiamo bene, Amrah.» —
La serva abbassò il capo silenziosa.
— «No» — continuò la padrona; — «è meglio che tu taccia completamente. Va adesso e ritorna questa sera, noi ti aspetteremo. Intanto, addio!» —
— «Il fardello sarà pesante a sostenersi signora mia» — disse Amrah colle mani davanti al viso.
— «Quanto più duro sarebbe il veder lui nello stato in cui siamo ridotte!» — rispose la madre, dando il cesto a Tirzah. — «Torna ancora stasera» — ripetè, prendendo l'anfora ed avviandosi verso il rifugio.
Amrah attese, in ginocchio, che scomparissero, poi riprese la via del ritorno.
La sera essa venne ancora, e d'allora in poi fu suo pensiero costante il servirle mattina e sera, e non lasciarle mancar di nulla. La tomba, benchè così nuda e deserta, era meno triste, per le sventurate, della cella nella torre. La porta di essa lasciava, quand'era socchiusa, passar la luce, e dinanzi ad esse si stendeva un panorama pieno di vita, quantunque lontano e inarrivabile. Così era meno duro attendere la morte.
CAPITOLO VI.
La mattina del primo giorno del settimo mese, — Tishri in Ebraico, ottobre in italiano — Ben Hur si alzò dal letticciuolo nel Khan, di pessimo umore. Dopo l'arrivo di Malluch poco tempo era stato perduto in chiacchiere. Egli aveva cominciate le sue ricerche alla Torre di Antonia, andando audacemente, per via diretta, al tribuno. Gli spiegò la storia dei Hur e i particolari dell'accidente toccato a Grato, facendo risaltar l'innocenza dei condannati.
Scopo della ricerca era di scoprire se alcuno della disgraziata famiglia fosse vivo e di portare una supplica a Cesare, pregandolo di restituire ai superstiti i beni e i diritti civili. Tale supplica, Malluch non ne dubitava, avrebbe determinata un'inchiesta per ordine imperiale, dalla quale gli amici della famiglia non avevan ragione di temere. In risposta, il tribuno espose, con tutti i ragguagli, come avesse scoperta la prigione delle due donne nella Torre, e lesse il verbale che egli aveva fatto stendere intorno all'accaduto.
Malluch ottenne che se ne facesse una copia e quindi corse con essa da Ben Hur.
Sarebbe vano descrivere l'effetto che produsse la terribile storia nel giovine. Il suo dolore non si sfogò in lagrime o in grida; era troppo profondo per prorompere in manifestazioni rumorose. Egli rimase seduto e silenzioso per un pezzo, col viso pallido ed il cuore affranto da pensieri che lo torturavano e che ogni tanto si esprimevano con parole tronche e dette sotto voce.
— «Son lebbrose! son lebbrose! — Esse — mia madre — Tirzah — sono lebbrose! mio Dio!» —
Era in preda allo strazio più vivo; quindi prese il sopravento l'idea della vendetta.
Si alzò e disse frettolosamente:
— «Debbo andar in cerca di loro. Potrebbero esser moribonde.» —
— «Dove andrai a cercarle?» —
— «In un solo posto esse possono essere!» —
Malluch s'interpose ed ottenne, dopo molti sforzi, che la direzione delle ricerche fosse affidata a lui. Andarono insieme alla Porta davanti alla Collina del Cattivo Consiglio, dove mendicavano i lebbrosi. Là essi stettero tutto il giorno facendo elemosine, e così continuarono per tutto il resto del quinto mese e per tutto il sesto sempre infruttuosamente. La spaventevole città sulla collina fu frugata in ogni angolo dai lebbrosi eccitati dalle laute ricompense offerte. Anche la vecchia tomba fu invasa e i suoi ospiti furono assaliti di domande, ma essi si guardarono bene dal rivelare il proprio segreto.
Il tentativo di Ben Hur quindi fallì. E finalmente, la mattina del primo giorno del settimo mese giunse informazione che, poco tempo prima, due donne, infette di lebbra, eran state scacciate e sospinte fuor della città, alla Porta dei Pesci, dalle guardie. Proseguendo nelle indagini e facendo confronto di date, Ben Hur s'accertò che le due infelici eran proprio quelle cercate da lui. Una triste conclusione derivò da questa sicurezza. Ove si trovavan adesso le sventurate? Che era avvenuto di loro?
Non bastava che fossero lebbrose — pensava il figlio con quell'amarezza che il lettore può immaginare — non bastava! Erano anche state scacciate dalla città natìa! Sua madre era morta! morta abbandonata!
Tirzah era morta! Egli solo era in vita. E perchè? Per quanto ancora, o Dio, per quanto ancora sarebbe durata questa Roma?
Pieno d'ira, senza speranza, ardente del desiderio di vendetta, entrò nella corte del Khan e la trovò piena di gente arrivata durante la notte. Mentre faceva la sua prima colazione ascoltò i discorsi dei vicini, ed in ispecie quelli di alcuni giovani, forti e robusti, che il modo di discorrere rivelava provinciali. L'aspetto maschio e vigoroso, del loro viso, la posa del capo, lo sguardo dell'occhio, rivelavano una vivacità ed una tenacia che non eran comuni al basso popolo di Gerusalemme. Traspariva nei loro modi un brio che, secondo alcuni, era l'effetto di una vita sana condotta in paesi montuosi, ma che potremmo attribuire, con più sicurezza, al regime di libertà che godevano. Erano Galilei venuti in città per varie ragioni, ma, in primo luogo, per prendere parte alla Festa della Tomba, fissata per quel giorno. Essi divennero tosto per lui oggetti di interesse, perchè provenivano da una regione in cui sperava di trovar pronto appoggio al compito che stava per assumersi.
Mentre li stava osservando, la sua mente riandava velocemente le imprese eroiche possibili ad una legione composta di tali soldati, addestrati nella severa disciplina Romana, un uomo entrò nella corte. Aveva il viso rosso come per fuoco, e gli occhi scintillanti rivelavano una certa agitazione.
— «Che cosa fate» — chiese ai Galilei. — «I Rabbini e i principali fra i nostri vanno al Tempio a veder Pilato. Venite. Fate presto. Andremo anche noi con loro.» —
Subito tutti lo circondarono.
— «A veder Pilato? E che cosa farà Pilato?» —
— «Hanno scoperto una congiura. Il nuovo acquedotto di Pilato deve venir pagato col denaro del Tempio.» —
— «Come? Col tesoro sacro?» —
Ripeterono in coro la domanda con gli occhi pieni d'ira.
— «È il Corban — denaro di Dio — Ah! il barbaro tocchi un siclo di quel denaro, se osa!» —
— «Venite! — gridò il messaggiero. — La processione sta attraversando il ponte. Tutta la città la segue. Posson aver bisogno di noi. Fate presto!» —
In un batter d'occhio tutti furono pronti. Col capo scoperto e le corte tuniche senza maniche, presentavan l'aspetto caratteristico dei mietitori e dei braccianti del loro paese. Stringendo alla vita le cintole per assettare le vesti essi fecero per uscire dal Khan.
Allora Ben Hur si fece avanti e disse loro:
— «Uomini della Galilea. Io son un figlio di Giuda. Volete prendermi con voi?» —
— «Ma forse ci batteremo!» — risposero.
— «Io non sarò il primo a fuggire, nel caso!» —
La risposta li mise di buon umore, ed il messo disse:
— «Hai l'aria abbastanza robusta. Vieni con noi.» —
Ben Hur si gettò il mantello sulle spalle.
— «Voi prevedete una lotta?» — chiese calmo, nello stringersi la cintura alla vita.
— «Sì.» —
— «Con chi?» —
— «Con il corpo di guardia Romano.» —
— «Sono legionari?» —
— «E di chi potrebbe fidarsi un Romano?» —
— «Che cosa adopererete per battervi?» —
Essi lo guardarono tacendo.
— «Ebbene — egli disse — bisognerà fare quello che si potrà, ma non sarebbe meglio eleggere un capo? I legionari hanno sempre uno che loro comanda, ed è così che possono agire come se fossero mossi da una sola volontà.» —
I Galilei lo fissarono curiosamente che, quasi, l'idea tornasse loro nuova.
— «Rimaniamo almeno d'accordo di non dividerci e di restare vicini. — egli soggiunse. — Adesso son pronto e voi?» —
— «Lo siamo. Avanti.» —
Il Khan, rammentiamolo, era in Bezetha, la nuova città, e per arrivare al Pretorio, come i Romani chiamavano il palazzo di Erode sul Monte Sion, i Galilei dovevano percorrere la pianura a nord-ovest del Tempio. Per viottoli e scorciatoie attraversarono rapidamente il distretto di Akra, giungendo alla Torre di Marianna, donde, in pochi passi, si arrivava alla porta della fortezza. Per via essi incontrarono molta gente che, come loro, andava a chieder notizie della nuova empietà commessa dai Romani. Finalmente arrivarono alle mura del Pretorium, dove la processione degli anziani e dei Rabbini era già entrata, con gran seguito, lasciando dietro sè una folla immensa e clamorosa. Un centurione stava alla porta con un corpo di guardie completamente armato, schierato sotto alle magnifiche mura di marmo.
Il sole si rifletteva sugli elmi e sugli scudi dei soldati, ma essi erano ugualmente indifferenti al suo splendore e alle grida e agli insulti della plebaglia. Attraverso alle porte di bronzo una corrente di cittadini continuava ad entrare mentre un'altra, più esigua, sortiva.
— «Che succede?» — domandò un Galileo a uno di quelli che uscivano.
— «Nulla — fu la risposta — i Rabbini son davanti alla porta del palazzo e chiedono di veder Pilato. Egli rifiutò di accordare udienza, ed essi gli mandarono a dire che non se ne sarebbero andati finchè non fossero stati ascoltati. Ora stanno aspettando.» —
— «Entriamo» — disse Ben Hur tranquillamente prevedendo ciò che probabilmente i suoi compagni non avrebbero preveduto — e cioè che un dissidio era sorto fra i pretendenti e il governatore, dissidio facile a tramutarsi in un tentativo serio di ribellione.
Dentro alla Porta vi eran molti alberi che formavano un doppio filare; essi eran coperti di foglie e ombreggiavano dei sedili fatti di assi inchiodate alla meglio.
La gente, tanto entrando che sortendo, evitava cautamente l'ombra degli alberi, poichè, — e potrà parer davvero strano, — un ordine dato dai Rabbini e che pretendeva esser tratto dalla legge divina, proibiva che entro alle mura di Gerusalemme crescesse alcun che di verde. Si dice che perfino il Re Sapiente, il quale desiderava un giardino per la sua moglie Egiziana, fu costretto a cercarselo nel crocicchio delle valli al di là di En-rogel.
Attraverso le cime degli alberi si vedeva la facciata del palazzo. Voltando a destra, la compagnia penetrò in una piazza larga, a sinistra della quale sorgeva l'abitazione del governatore. Una moltitudine eccitata riempiva la piazza. Tutti guardavano verso un porticato sotto al quale appariva una gran porta chiusa, davanti alla quale stazionava un'altra schiera di legionari.
La folla era così fitta che gli amici non avrebbero potuto avanzarsi, se tale fosse stato il loro desiderio; rimasero perciò indietro, osservando ciò che succedeva. Vicino al portico potevano vedere gli alti turbanti dei Rabbini, l'impazienza dei quali si comunicava a volte alla folla dietro di essi. Spesso si udiva un grido: — «Pilato se sei il governatore, fatti avanti, fatti avanti!» —
Dopo un po' un uomo si spinse tra la folla: il suo viso era rosso dalla collera.
— «Israele non ha più voce in capitolo!» — egli disse a voce alta. — «Su questa terra santa siamo cani di Roma.» —
— «Credete voi ch'egli uscirà?» —
— «Uscire? Non ha egli rifiutato tre volte?» —
— «Che cosa faranno i Rabbini?» —
— «Come a Cesarea — rimarranno qui, sinchè darà loro udienza.» —
— «Non oserà toccare il tesoro, nevvero?» — domandò uno dei Galilei.
— «Chi lo sa? Un Romano, non profanò il Santo dei Santi? V'è nulla di sacro per essi.» —
Un'ora trascorse, e, sebbene Pilato non si fosse degnato di rispondere, i Rabbini e la folla non si mossero. Venne mezzogiorno, portando un acquazzone, che si rovesciò sul capo degli aspettanti, ma senza recare alcun cambiamento nella situazione, tranne che la folla, se era possibile, era aumentata e rumoreggiava di più. Il gridìo era quasi continuo: — «Vieni fuori, vieni fuori!» — Certe volte erano varianti poco rispettose. Ben Hur teneva riuniti i suoi amici. Egli giudicava che l'orgoglioso Romano si sarebbe stancato, e che la fine del dramma non poteva esser molto lontana. Pilato non aspettava altro che il popolo gli offrisse un pretesto per ricorrere alla violenza.
E la fine venne. In mezzo alla confusione si udì un rumore di colpi, seguito da grida di dolore e di rabbia. Gli uomini venerabili davanti al portico si voltarono spaventati. La gente che stava di dietro si spinse avanti. Quelli nel centro si sforzavan di uscire dal parapiglia; e per un istante, la pressione delle forze contrarie fu terribile. Mille voci si alzarono per rispondere, la sorpresa si mutò rapidamente in panico.
Ben Hur si mantenne calmo.
— «Puoi vedere?» — egli disse ad uno dei Galilei.
— «No.» —
— «Ti alzerò.» —
Prese l'uomo per la vita e lo alzò di peso.
— «Che cosa c'è?» —
— «Ora vedo,» — disse l'uomo. — «Vi sono alcuni armati di bastoni, che stanno battendo la gente. Sono vestiti come gli Ebrei.» —
— «Chi sono?» —
— «Romani, com'è vero che esiste Dio! Romani truccati da Ebrei. I loro bastoni volano, e non rispettano nulla. Ecco un Rabbino che cade! — Vili!» —
Ben Hur pose l'uomo a terra.
— «Uomini della Galilea,» — egli disse, — «è un tiro di Pilato. Ora, farete ciò che vi dico: andremo contro gli uomini dai bastoni.» —
I Galilei si animarono.
— «Sì, sì,» — essi risposero.
— «Torniamo indietro vicino agli alberi presso alla porta, e troveremo che l'idea di Erode, quantunque contraria alla legge, non è senza la sua utilità. Venite.» —
Ritornarono sui loro passi più presto che fu loro possibile, e afferrando i rami con tutta forza, li staccarono dai tronchi. In breve furon armati di nodosi bastoni. Al ritorno incontrarono la folla che si slanciava verso la Porta, mentre dietro ad essa il clamore continuava, in un coro di strilli, di lamenti, di maledizioni.
— «Al muro!» — gridò Ben Hur — «e lasciate passare la turba!» —
Così, stando fermi, rasenti alla muraglia alla propria destra, potevano lasciar passare la folla, che, altrimenti, li avrebbe travolti nella sua pazza corsa verso la piazza.
— «Uniti, ora, e seguitemi!» —
Gli ordini di Ben Hur ormai erano osservati alla lettera, e mentre egli si spingeva tra la folla, i suoi compagni lo seguivano compatti. Quando i Romani, bastonando la gente e canzonandola, si trovarono di faccia ai Galilei, smaniosi di combattere, ed armati delle stesse armi, rimasero assai sorpresi. Lo schiamazzo si accrebbe. I bastoni s'incontrarono con colpi secchi e micidiali: l'odio lungamente represso dei Galilei si scatenò con tutto l'impeto della loro natura focosa. Niuno eseguì la sua parte meglio di Ben Hur la cui maestria e disciplina servirono mirabilmente in quest'occasione, perchè non solo egli sapeva colpire e parare, ma la lunghezza del suo braccio, l'azione perfetta e la forza meravigliosa, gli assicuravano la vittoria in ogni conflitto. Egli era, nel medesimo tempo, soldato e capitano. Il bastone che maneggiava era poderoso, e bastava un colpo per il medesimo avversario. Il suo sguardo vigilava tutti i particolari della lotta, e colla voce e l'esempio animava i compagni alla mischia.
Se il suo grido incoraggiava quelli del suo partito sgomentava i nemici. Sorpresi in tal guisa, i Romani dapprima si ritirarono in buon ordine, poi voltarono le spalle e fuggirono verso il porticato. Gl'impetuosi Galilei avrebbero voluto inseguirli fin sui gradini, ma Ben Hur ragionevolmente li trattenne.
— «Fermi!» — egli disse. — «Il centurione laggiù sta per sopraggiungere con la guardia. Essi hanno spade e scudi; noi non possiamo misurarci con loro. Abbiamo fatto tutto il possibile. Ritorniamo verso la porta.» —
Essi ubbidirono, benchè a malincuore, poichè la vista dei loro compaesani, giacenti per terra là dov'erano stati abbattuti, alcuni contorcendosi e gemendo, altri chiedendo aiuto, altri muti come morti, destava continuamente la loro ira. Ma non tutti i caduti erano Ebrei. Questa era una consolazione.
— «Cani d'Israele, fermatevi!» — gridò dietro loro il centurione mentre si ritiravano.
Ben Hur gli rise in faccia e rispose nella sua lingua: — «Se noi siamo cani d'Israele, voi siete sciacalli di Roma. Resta qui: torneremo un'altra volta.» —
I Galilei, schiamazzando e ridendo, proseguirono la loro via.
Fuori della porta si agitava una moltitudine di cui Ben Hur non aveva mai veduta l'uguale, neppure nel circo di Antiochia. Le cime delle case, le strade, tutto il versante della collina, erano gremiti di gente che si lamentava e piangeva. L'aria risuonava delle loro grida ed imprecazioni. La compagnia venne lasciata passare senza ostacolo dalla guardia. Ma non appena fu uscita, il centurione, prima di guardia sotto il porticato, si presentò alla porta, e voltosi a Ben Hur:
— «Olà, insolente! Sei un Romano od un Ebreo?» —
Ben Hur rispose: — «Sono un figlio di Giuda, nativo di qui. Che vuoi da me?» —
— «Rimani e combatti!» —
— «Uno per volta?» —
— «Come vuoi!» —
Ben Hur rise.
— «O valoroso Quirite! Degno figlio del bastardo Giove Romano! Io non ho armi.» —
— «Avrai le mie,» — rispose il centurione. — «Io me le farò prestare qui dalla guardia.» —
La gente, intorno udendo il colloquio, divenne silenziosa; e da essa il silenzio si propagò alle file più lontane.
Ultimamente Ben Hur aveva battuto un Romano sotto gli sguardi di Antiochia e del lontano Oriente. Se ora egli avesse potuto umiliarne un altro sotto gli occhi di Gerusalemme, l'onore che gliene sarebbe venuto poteva essere di grande utilità alla causa del Nuovo Re. Egli non esitò. Andando direttamente dal centurione, disse: — «Sono pronto. Prestami la tua spada e lo scudo.» —
— «E l'elmo e la corazza?» — domandò il Romano.
— «Tienili. Non potrebbero calzarmi bene.» —
Le armi furono consegnate, ed il centurione si mise in posizione.
I soldati, schierati sotto alla porta, rimasero immobili, come semplici spettatori. Dall'altra parte stava la folla, inquieta, e con mille bocche si ripeteva la domanda:
— «Chi è? Come si chiama?» —
Nessuno lo sapeva.
La supremazia delle armi romane consisteva in tre cose — sottomissione alla disciplina, l'ordinamento delle legioni in battaglia, e una singolare abilità nel maneggio della spada. Nella lotta essi non colpivano mai col filo della spada ma giuocavano di punta, sia avanzando che ritirandosi, e generalmente miravano al volto del nemico. Tutto ciò era noto a Ben Hur. Mentre stavano per attaccare egli disse:
— «Sono un figlio di Giuda ma non ti ho detto che son stato a scuola da un lanista di Roma. Difenditi!» — All'ultima parola Ben Hur fece un passo verso l'avversario.
Per un istante si fissarono reciprocamente, ognuno guardando l'altro di sopra all'orlo del proprio scudo. Poi il Romano avanzò la spada e fece una finta al petto. L'Ebreo gli rise in faccia. L'altro gli tirò una stoccata al viso. Ben Hur fece un passo a sinistra, rapido come il lampo, e si spinse addosso all'avversario sollevando col proprio scudo il braccio del nemico. Fece un passo di fronte e un altro a sinistra lasciando il lato destro del Romano completamente scoperto. Il centurione, colpito dall'arma di Ben Hur, cadde pesantemente in avanti, facendo risuonare di un suono cupo il lastricato. L'Ebreo aveva vinto. Col piede sulle spalle del nemico egli alzò lo scudo sopra il proprio capo, secondo l'uso dei gladiatori, e salutò i soldati fermi presso la porta.
Quando il popolo comprese che la vittoria era di Ben Hur divenne quasi pazzo dalla gioia. Di bocca in bocca fino al lontano Xysto, rapido come la folgore si sparse la novella, e dappertutto era un agitare di scialli, e di fazzoletti, un ridere e un vociare; se Ben Hur avesse consentito, i Galilei lo avrebbero portato in trionfo sulle loro spalle.