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Ben Hur

LIBRO OTTAVO (continued 2)

Gastone Cavalieri translation

E subito, come in un sogno, quasi a scherno, gli apparve l'uomo di Nazareth.

La dolorosa, quasi femminile immagine di Cristo, lo accompagnò, mentre attraversò la terrazza fin sopra alla via a settentrione della casa. In quel volto non appariva segno di guerra; ma piuttosto la calma e la rassegnazione di un tranquillo cielo lunare, provocando di nuovo la vecchia angosciosa domanda: — «Che sorta di uomo è egli mai?» —

Ben Hur diede uno sguardo sopra il parapetto, e poi si volse meccanicamente verso il Padiglione.

— «Facciano il loro peggio;» — egli disse, camminando a passi lenti — «io non perdonerò al Romano. Io non dividerò la sua sorte, e neppure fuggirò da questa città de' miei padri. Farò appello alla Galilea e di là comincierò la battaglia. Con la fama di gesta eroiche chiamerò tutte le tribù dalla mia parte. Quegli che diede Davide e Mosè, ci troverà un condottiero, e se non sarà il Nazareno, sarà un altro dei molti che anelano di morire per la libertà.» —

L'interno del padiglione, verso il quale moveva Ben Hur era scarsamente illuminato, e le colonne del lato occidentale gettavano lunghe ombre sul pavimento. La poltrona solitamente occupata da Simonide era vicino alla finestra dalla quale si godeva la più ampia vista della città in direzione del Mercato.

La poltrona era occupata. — «Il buon uomo è ritornato» — pensò, — «Gli parlerò, se non dorme.» —

Entrò, e con passo leggiero si avvicinò alla poltrona. Chinandosi sopra la spalliera, vide Ester, addormentata e ravvolta nello scialle del padre. I capelli sciolti e disordinati piovevano sopra il suo volto. Il suo respiro era irregolare e affannoso: Un lungo sospiro terminante in un singhiozzo rompeva tratto tratto dal suo petto. Qualchecosa — la solitudine forse, o quei sospiri — diedero a Ben Hur l'idea che quel sonno fosse piuttosto il riposo del dolore più che il ristoro dopo la fatica. La natura manda questo sollievo ai fanciulli, ed egli era solito considerare Ester come quasi una bambina. Appoggiò le braccia alla spalliera e pensò:

— «Io non voglio svegliarla. Non ho nulla da dirle — nulla — se non ch'io la amo. Essa è figlia di Giuda, bella, e come diversa dall'Egiziana! Quella è tutta vanità, ambizione, egoismo; questa è tutta verità, dovere, abnegazione. No, il problema non è se io l'ami — ma se essa ama me. Sul principio mi era amica. Quella notte sul terrazzo ad Antiochia, con quale infantile ardore mi pregò di non inimicarmi Roma, e di parlarle della villa di Miseno, e della mia vita tranquilla colà! Io la baciai allora. Può essa aver scordato quel bacio? Io non l'ho dimenticato. Io l'amo. — Nessuno sa in città che ho ritrovato la mia famiglia. Non l'ho detto all'Egiziana; ma questa piccina si rallegrerà della mia gioia e darà loro il benvenuto con la mano e col cuore. Essa sarà un'altra figlia per mia madre, e una sorella per Tirzah. Io vorrei svegliarla e dirle tutte queste cose, ma — o maledetta maga d'Egitto! — come potrei avere il coraggio di parlare a lei? Io andrò via, aspetterò un'occasione migliore. Dormi in pace Ester, figlia amorosa, fiore di Giuda!» —

E, in silenzio, camminando in punta di piedi, si ritirò.

CAPITOLO VIII.

Le vie e i ritrovi pubblici della città rigurgitavano di gente, che andava e veniva, attorniava cantando e felice i grandi fuochi, e mirava i pezzi di carne che giravano allo spiedo.

L'aria era impregnata dell'odor di carne abbruciata e del fumo del legno di cedro. Era questa l'occasione in cui ogni figlio d'Israele era fratello ad ogni figlio d'Israele, e l'ospitalità non conosceva limiti; da ogni parte sorgevano grida verso Ben Hur. — «Fermati e godi con noi. Siamo tutti fratelli nell'affetto del Signore!» — Ringraziando con la voce e col gesto, egli continuava frettolosamente la sua strada verso il Khan, con l'intenzione di montar subito a cavallo e raggiungere le tende del Cedron.

Il suo cammino lo condusse ad attraversare la via che doveva diventare così mestamente celebre nel mondo cristiano. Anche qui fervevano le liete cerimonie. Guardando su per la strada, vide le fiamme di alcune torcie in movimento, svolazzanti al vento come pennoni; ed osservò che dove passavano le torcie, i canti e le risa tacevano. La sua meraviglia raggiunse il colmo però, quando, attraverso il fumo e le scintille turbinanti, scorse il luccichio di lancie e di corazze, rivelanti la presenza di soldati Romani. Che cosa facevano essi, i beffardi legionari, in mezzo ad una processione Ebrea?

Era una cosa inaudita, ed egli si arrestò, fremendo.

La luna brillava; ma, come se la sua luce e quella delle torcie, e il bagliore dei fuochi nella strada non bastassero, alcuni della processione recavano lanterne. Pensando che in questo fatto avrebbe potuto trovare una spiegazione dell'enigma, Ben Hur si avanzò nella via in modo da poter osservare da vicino i componenti la processione. Le torcie e le lanterne erano portate da schiavi ciascuno armato con mazze ferrate e giavellotti. Il compito di questi mazzieri sembrava esser quello di rischiarare la strada e di indicare gli ostacoli ad alcuni dignitari che li seguivano — sacerdoti e dottori, rabbini dalle lunghe barbe, fitte sopraciglie e nasi a becco, personaggi influenti nei consigli di Hannas e Caifa. Dove potevano andare? Non al Tempio certamente, perchè la via da Sion, donde questi sembravano venire, alla sacra casa, conduceva lungo lo Xisto. E il loro scopo? Non pacifico — altrimenti, perchè la presenza dei soldati?

Mentre la processione passava, l'attenzione di Ben Hur era specialmente attratta da tre uomini, camminanti l'uno vicino all'altro, alla testa del corteo, immediatamente preceduti dai lampadofori, i quali sembravano usar loro speciale deferenza. Nel personaggio a sinistra del gruppo egli riconobbe il capo dei custodi del Tempio: quello a destra era un sacerdote; l'uomo nel mezzo non era così facilmente classificabile, poichè camminava pesantemente, appoggiandosi alle spalle degli altri due, con la testa piegata innanzi sul petto. La sua apparenza era quella di un prigioniero non ancora rinvenuto dallo spavento dell'arresto, o che veniva condotto a qualche cosa di terribile — la tortura, o la morte. I due dignitari a destra e a sinistra lo aiutavano premurosamente, rivelando che, s'egli non era il personaggio principale della processione, aveva certamente rapporti importanti con essa — forse era un testimonio o una guida — forse un delatore.

Con perfetta disinvoltura Ben Hur si insinuò nel corteo, camminando a fianco del sacerdote. Se soltanto l'uomo avesse sollevato la testa? E dopo qualche passo il suo desiderio fu esaudito. La testa si alzò, rivelando, alla luce delle lanterne, un volto pallido, magro, contratto dal terrore; la barba arruffata; gli occhi velati, infossati, portanti l'espressione della disperazione. Seguendo davvicino il Nazareno, Ben Hur aveva imparato a conoscere i discepoli, come il Maestro; ed ora, vedendo quel triste volto, esclamò:

— «L'Iscariota!» —

Lentamente l'uomo girò il capo verso di lui, fissandolo con i grandi occhi sbarrati, e le labbra si mossero, come per pronunciare qualche parola; ma il sacerdote si interpose.

— «Chi sei tu? Va per i fatti tuoi!» — disse a Ben Hur, sospingendolo con violenza.

Il giovine prese lo spintone di buon umore, e aspettando l'occasione, si frammischiò nuovamente al corteo. In questo modo percorse tutta la lunghezza della via, l'affollata pianura fra la collina di Bezetha e il Castello di Antonia, fino alla Porta delle Pecore. Dappertutto s'incontravano gruppi di persone, intente a celebrare riti religiosi.

Essendo la notte di Pasqua, i battenti della Porta erano spalancati. I custodi se n'erano andati e la processione passò liberamente. Davanti ad essa si stendeva il profondo burrone del Cedron, ombreggiato dal Monte Oliveto, coi suoi boschi di cedro e di ulivi, neri, e spiccanti sinistramente contro il cielo illuminato dalla luna. Due strade s'incrociavano davanti alla Porta, una a nord ovest, e l'altra verso Bethania. Prima che Ben Hur avesse tempo di capire se la processione si fermerebbe, o, proseguendo, quale delle due strade avrebbe preso, fu spinto da essa giù verso la vallata. Nessun indizio rivelava lo scopo della marcia misteriosa.

Giù nel burrone e sopra il ponte, passò la comitiva, con le torce fiammeggianti e le mazze ferrate calpestando rumorosamente il terreno; poi piegò a sinistra, nella direzione di un orto d'ulivi, chiuso da un muro bianco. Ben Hur sapeva che quel luogo era deserto, tranne per alcuni tronchi nodosi e un grande triangolo di pietra, usato dai contadini per schiacciare l'olio dalle bacche. Mentre stava pensando, pieno di meraviglia, che cosa potesse cercare la comitiva in un tal luogo, tutti si fermarono. Si udirono voci concitate partire dalla testa della processione; un fremito corse di uomo in uomo; vi fu una confusione e un rinculare generale; solo i soldati rimasero fermi al loro posto.

In un attimo Ben Hur si liberò dalla folla, e corse innanzi. Si trovò davanti a una porta di cui il cancello era stato abbattuto, e con uno sguardo dominò tutta la scena.

In mezzo all'orto stava un uomo, in bianche vesti, il capo scoperto, le mani incrociate sul petto — una figura esile e curva, coi lunghi capelli e il volto scarno — in atto di rassegnazione e di attesa.

Era il Nazareno!

Dietro di lui, in gruppo, stavano i discepoli. Essi sembravano in preda ad una grande agitazione. Egli invece appariva assai calmo. La luce delle torcie illuminava il suo volto e dava ai suoi capelli una tinta più rossa del naturale; ma l'espressione del volto, era come sempre, piena di bontà e di compassione.

Davanti a questa mite apparizione stava la plebaglia, muta, umiliata, atterrita — pronta al primo segno d'ira a voltare le spalle e fuggire. Da quella a lui, da lui a Giuda Iscariota, Ben Hur guardò con rapido sguardo. E comprese.

Là era il traditore, qua il tradito; e questi schiavi, con torcie e mazze, e questi legionarî, dovevano eseguire l'arresto.

Un uomo non può sempre dire in precedenza ciò che farà in una data circostanza. Questa era l'occasione che Ben Hur aveva atteso, per cui s'era da tanti anni preparato. L'uomo, la cui causa egli aveva sposata, e sulla cui vita aveva costruito un tanto edificio, era in pericolo: pure egli stette dubbioso. Tali contraddizioni esistono nella natura umana! Inoltre quella stessa calma con la quale l'essere misterioso fronteggiava la turba e la teneva in soggezione, persuadeva Ben Hur della presenza di una forza superiore e secreta, sulla quale il tradito poteva fare affidamento. Pace ed amore e abnegazione avevano formato il substrato delle dottrine del Nazareno; avrebbe messo in pratica i suoi insegnamenti? Egli era padrone della vita, poteva toglierla e ridarla a piacimento: quale uso avrebbe fatto di questa forza? Difendersi? E come? Una parola, un respiro, un pensiero bastavano. Nella sicura fiducia che egli stava per assistere ad una manifestazione stupefacente di questa forza, Ben Hur attese immobile. E in tutto questo, egli non pensava al Maestro che come a un uomo, e lo misurava alla stregua dei propri sentimenti.

Chiara e distinta si levò la voce di Cristo.

— «Chi cercate?» —

— «Cristo di Nazareth» — rispose il sacerdote.

— «Io sono quegli.» —

A queste semplici parole, pronunciate senza passione o paura, la turba si ritrasse di parecchi passi, e i più timidi fra essa si gettarono a terra tremando. Forse lo avrebbero lasciato stare e sarebbero partiti, se Giuda non si fosse avvicinato a lui.

— «Salve, Maestro!» —

E con questo saluto amichevole, lo baciò.

— «Giuda!» — disse il Nazareno con mitezza, — «tradisci tu il Figlio dell'uomo con un bacio? Perchè sei tu, venuto?» —

Non ricevendo risposta, il Maestro si volse nuovamente verso la folla:

— «Chi cercate?» —

— «Cristo di Nazareth.» —

— «Vi ho detto ch'io sono colui. Se mi cercate, lasciate dunque che questi partano in pace.» —

A quelle parole i Rabbini si avanzarono, e indovinando il loro scopo, alcuni dei discepoli, pei quali Egli aveva supplicato, balzarono innanzi a lui: uno di essi troncò l'orecchio ad un assalitore, senza per questo salvare il Maestro. E Ben Hur non si mosse! No. Neppure quando gli ufficiali apprestarono le corde per legare il Nazareno, e questi compì l'atto sublime di carità, ahimè! uno degli ultimi della sua vita.

— «Non soffrire più oltre» — egli disse all'uomo ferito, e lo guarì col contatto della sua mano.

Amici e nemici si guardarono stupefatti — gli uni che egli potesse fare un tale atto, gli altri ch'egli lo facesse in tali circostanze.

— «Certamente egli non si lascierà legare!» —

Così pensò Ben Hur.

— «Deponi la tua spada; la coppa che mio Padre mi tende, non dovrò io vuotarla?» — Dal suo seguace il Nazareno si volse agli assalitori. — «Perchè siete venuti incontro a me come contro un ladro, con spade e bastoni? Io fui con voi tutti i giorni nel Tempio, e non m'avete arrestato; ma questa forse è l'ora vostra e della potenza delle tenebre.» —

La pattuglia riprese coraggio e lo circondò; e quando Ben Hur girò gli occhi in cerca dei fedeli — essi erano spariti, — non uno rimaneva.

Intorno all'uomo abbandonato si agitava la folla, rumorosa, affaccendata. Di tanto, in tanto fra le torcie, e il fumo, e il mare di teste ondeggianti, egli intravvedeva il prigioniero, e una grande pietà gli stringeva il cuore per quell'uomo senza amici e derelitto. Ma pure egli pensava — quell'uomo avrebbe potuto difendersi, avrebbe potuto uccidere con uno sguardo i suoi avversari, e non aveva voluto. Qual'era questa coppa che suo padre gli aveva dato da vuotare? E qual'era il padre al quale si doveva una tale obbedienza? Mistero sopra mistero.

Appena la plebaglia si volse per tornare in città, i soldati si misero alla testa della comitiva. Ben Hur era irrequieto, malcontento di sè stesso. Egli sapeva che dove le torcie erano più fitte, là si trovava il Nazareno. Lo avrebbe ricercato, gli avrebbe fatto una domanda.

Spogliandosi della lunga sopraveste e del fazzoletto da capo, che gettò sopra il muro dell'orto, egli rincorse la processione e si mescolò con essa. Facendosi strada faticosamente fra la calca, pervenne alla fine presso all'uomo che teneva i capi della corda con cui il prigioniero era legato.

Il Nazareno camminava lentamente, con la testa piegata, le mani annodate dietro la schiena; i capelli piovevano con disordine sopra il suo viso, e la curva delle spalle era più accentuata del solito. Apparentemente era inconscio di quanto avveniva intorno a lui. Lo precedevano, di pochi passi, sacerdoti e patriarchi, che discorrevano animatamente fra loro e di tanto in tanto si voltavano indietro. Quando arrivarono sul ponte sopra la gora, Ben Hur prese la corda di mano allo schiavo, e si avvicinò al Nazareno.

— «Maestro, maestro!» — egli sussurrò frettolosamente. — «M'odi, Maestro? Una parola — una parola. — Parla!» —

L'uomo della corda la pretendeva violentemente.

— «Dimmi,» — continuò Ben Hur — «vai tu con questi uomini di tua libera volontà?» —

Il popolo lo attorniava iracondo e gli urlava nelle orecchie:

— «Chi sei tu? Che cosa vuoi?» —

— «O Maestro» — proseguì Ben Hur, con voce piena di angoscia. — «Io sono un tuo amico e seguace. Dimmi, ti supplico: se io ti porto aiuto, lo accetterai?» —

Il Nazareno non alzò il capo, nè diede alcun segno di avere inteso. Ma una voce sussurrava a Ben Hur giustificando questo silenzio: — «Lascialo stare» — essa sembrava dirgli. — «I suoi amici lo hanno abbandonato; il mondo lo ha rinnegato; nell'amarezza del suo cuore egli ha detto addio agli uomini; egli va verso un destino ignoto, e non gli importa di conoscerlo. Lascialo stare.» —

Ben Hur dovette desistere. Una ventina di pugni erano tesi contro di lui da ogni parte. La plebaglia urlava: — «Egli è uno dei suoi amici! Ammazzatelo! — a morte, a morte!» —

L'ira accrebbe forza a Ben Hur, il quale liberandosi con violenza dalle mani che lo afferravano, giuocò vigorosamente di mulinello col pugno e riuscì a farsi strada attraverso la turba che lo stringeva da ogni banda. Con la tunica a brandelli, quasi nudo, e grondante di sudore dalla fatica riuscì finalmente a fuggire nel burrone, che nascondendolo con le sue ombre amiche gli offrì temporaneo asilo e salvezza.

Quando il pericolo fu sparito, Ben Hur riprese la veste che aveva lasciata sul muro dell'orto e rientrò in città, al suo Khan, donde, fattosi sellare il cavallo, partì alla volta delle tende presso la tomba dei Re.

Cavalcando, egli si promise di rivedere il Nazareno all'indomani. Lo promise, non sapendo che il povero derelitto era stato condotto immediatamente in casa di Hannas, per essere giudicato quella stessa notte.

Il cuore del giovane era pesante, e quando egli si distese sopra il suo giaciglio, non potè per lungo tempo prender sonno; perchè ora veramente questo rinnovellato regno Giudeo si risolveva nella sua vera essenza, ed appariva un sogno. È terribile vedere gli edifici che la nostra speranza innalza, precipitare l'uno dopo l'altro, senza dar tempo all'anima di riaversi, all'orecchio di dimenticare il frastuono della prima ruina; ma quando tutti quanti precipitano insieme — come navi che affondano, — come case che crollano in un terremoto — lo spirito che sa sopportare il disastro con calma, è dotato di una tempra superiore alla comune — e Ben Hur non era di quelli. Fissando gli sguardi nell'avvenire egli cominciò a intravvedere i brani di una vita serenamente bella, con un tranquillo focolare invece di un palazzo reale, e con Ester sua sposa. Più volte nel lento volgere delle ore notturne, egli pensò alla villa di Miseno, immaginando la figura della sua bella compagna aggirantesi in quei superbi atri Romani, per quei sentieri fioriti, per la spiaggia di quel mare così azzurro, sotto alla volta del bel cielo Napoletano.

In altre parole una nuova crisi sconvolgeva Ben Hur, crisi che solo l'incontro col Nazareno all'indomani, poteva risolvere.

CAPITOLO IX.

La mattina appresso, circa all'ora seconda, due uomini giunsero di galoppo alla tenda di Ben Hur, e, smontando, chiesero di parlargli. Egli non era ancora alzato, ma ordinò che fossero subito ammessi.

— «Pace a voi, fratelli» — egli disse, poichè erano dei suoi Galilei, ufficiali fidati. — «Sedete.» —

— «No» — disse il più anziano bruscamente, — «sedersi e fare il proprio comodo significa lasciar morire il Nazareno. Alzati, figlio di Giuda, e vieni con noi. Il giudizio è stato pronunciato. L'albero della croce è già pronto sul Golgota.» —

Ben Hur sbarrò gli occhi.

— «La croce!» — era tutto quanto potè dire al momento.

— «Lo presero ieri notte e lo processarono» — continuò l'uomo. — «All'alba lo condussero davanti a Pilato. Due volte il Romano negò la sua colpa; due volte si rifiutò di condannarlo. Finalmente se ne lavò le mani, e disse: — «La responsabilità sia vostra.» — Ed essi risposero...»

— «Chi rispose?» —

— «Essi — i sacerdoti ed il popolo — «Il suo sangue cada su di noi e sopra i nostri figli.» —

— «Santo padre Abramo!» — esclamò Ben Hur. — «Un Romano più benigno con un Israelita che i suoi compaesani? E se — ah, se egli fosse veramente il figlio di Dio, chi laverà mai da quel sangue i loro figliuoli? Non deve essere — è tempo di combattere!» —

Il suo volto assunse un'espressione di risolutezza, ed egli battè le mani.

— «I cavalli — presto!» — gridò all'Arabo che si presentò a quel segnale. — «E di' ad Amrah di mandarmi abiti nuovi, e di portarmi la mia spada! È tempo di morire per Israele, amici. Aspettatemi di fuori.» —

Mangiò un tozzo di pane, trangugiò una ciotola di latte, ed uscì.

— «Dove vuoi andare?» — chiese il Galileo.

— «A raccogliere le legioni!» —

— «Ahimè!» — rispose l'uomo, giungendo le mani.

— «Che cosa è successo?» —

— «Maestro» — l'uomo disse vergognosamente — «io ed il mio amico siamo i soli rimasti fedeli. Gli altri hanno seguito i sacerdoti.» —

— «Perchè?» — chiese Ben Hur, arrestando il cavallo.

— «Per ucciderlo.» —

— «Il Nazareno?» —

— «Hai detto.» —

Ben Hur guardò lentamente dall'uno all'altro. Gli sembrava di udire le parole della notte scorsa: — «La coppa che mio Padre mi ha dato, non dovrò io vuotarla?» —

Ed egli ripeteva di nuovo nell'orecchio al Nazareno: — «Dimmi, se io ti porto aiuto, lo accetterai?» — Allora vide chiaro dinanzi agli occhi.

La sua morte era decisa. Quell'uomo l'aveva preveduta e le era andato incontro con piena coscienza, dal primo giorno della sua missione.

Essa gli era imposta da Dio, ed egli l'aveva spontaneamente accettata: che cosa potevano fare gli uomini per impedirla?

Con infinita amarezza pensò alla rovina del suo disegno, al tradimento dei Galilei. Strano che dovesse capitare proprio quella mattina!

Un senso di paura lo colse.

Era possibile che tutto il suo lavoro, i tesori profusi, le sofferenze patite, non fossero stati che un empio contendere con la volontà divina?

Quando raccolse le redini, e disse — «Andiamo avanti, fratelli» — egli non scorgeva innanzi a sè che dubbio ed incertezza. Le sue facoltà s'erano ottuse, e non sapeva prendere una risoluzione.

— «Andiamo fratelli; andiamo sul Golgota.» —

Passarono attraverso gruppi di persone eccitate che traevano come essi verso sud. In tutta la parte occidentale della città regnavano insolito subbuglio e agitazione.

Avendo udito che la processione con il condannato sarebbe passata in prossimità alle grandi torri bianche costruite da Erode, i tre amici volsero i cavalli in quella direzione, passando a sud ovest di Akra. Nella valle sotto lo stagno di Ezechia, la moltitudine era così densa, che essi, non potendo farsi strada, dovettero smontare e rifugiarsi dietro all'angolo di una casa.

Sembrava loro di trovarsi sulle sponde d'un fiume, ad osservare la corrente che passava; tale era il flusso continuo del popolo.

Vi sono alcuni capitoli nel Primo Libro di questo racconto, che furono scritti con l'intenzione di dare al lettore un'idea degli elementi che componevano la nazione Ebraica ai tempi di Cristo.

Furono anche scritti in previsione di questa scena, e chi li ha letti attentamente, può immaginarsi lo spettacolo che si offriva a Ben Hur — lo spettacolo di tutto un popolo che accompagnava un uomo alla morte.

Per mezz'ora, la corrente passò davanti a Ben Hur ed ai suoi compagni, incessante, varia, agitata. Alla fine di quel tempo egli avrebbe potuto dire: — «Io ho veduto tutte le caste di Gerusalemme, tutte le sette della Giudea, tutte le tribù d'Israele, tutte le nazionalità della terra! Ebrei della Libia, Ebrei d'Egitto, Ebrei d'Antiochia e del Reno, di tutti i paesi dell'Oriente e dell'Occidente, sfilavano, senza posa; a piedi, a cavallo, sopra cammelli, in lettighe, su cocchi, con tutta la infinita varietà di costumi, e, allo stesso tempo, con quella meravigliosa rassomiglianza di fisionomia che ancor oggi è caratteristica ai figli d'Israele, sparsi come sono in tutte le regioni del mondo, sotto climi, e in ambienti diversi; sfilavano, parlando ogni lingua conosciuta, in fretta, ansiosi, pigiandosi — e tutti per veder morire il povero Nazareno, crocefisso come un malfattore.

Ma non tutti erano Ebrei. Ad ingrossare la folla venivano migliaia di Greci, Romani, Arabi, Siri, Africani, Egiziani, Persiani. Cosicchè, studiando quella massa, sembrava che tutto il mondo vi fosse rappresentato, e volesse assistere alla crocifissione.

La turba era stranamente tranquilla. Il calpestìo di qualche cavallo, il rumore delle ruote e qualche grido, erano i soli suoni che si distinguevano sopra il sordo fruscio di quella immensa massa in moto.

I volti di tutti portavano l'impressione di uomini che si affrettavano a vedere un terribile spettacolo, qualche improvvisa rovina, una ignota calamità. E da questi segni Ben Hur giudicò che si trattasse di forestieri venuti per Pasqua in città, estranei alla condanna del Nazareno, possibilmente suoi amici.

Finalmente, nella direzione delle grandi torri, Ben Hur udì, dapprima fievole per la distanza, poi più distinto, il clamore di molti uomini.

— «Attenti! Essi vengono!» — disse uno dei Galilei.

Il popolo nella via si fermò ad ascoltare, ma, quando quelle grida furono vicine, ognuno si guardò in volto atterrito, e tremando proseguì la sua strada.

Il vociare cresceva di minuto in minuto, e tutta l'aria ne risuonava, quando Ben Hur vide i servitori di Simonide avanzare col loro padrone in portantina, ed Ester che gli camminava al fianco.

Li seguiva una lettiga coperta.

— «Pace a te, o Simonide — e a te, Ester» — disse Ben Hur, andando loro incontro. — «Se siete diretti al Golgota, fermatevi finchè passa la processione, ed io vi accompagnerò. Qui all'ombra della casa potete riposare.» —

Il capo del negoziante era chino sul petto. — «Parla a Balthasar» — rispose, — «la sua volontà sarà la mia. Egli è nella lettiga.» —

Ben Hur si affrettò ad alzare le cortine. L'Egiziano vi giaceva dentro, col volto così sparuto e pallido come quello di un cadavere.

La proposta gli fu comunicata.

— «Possiamo vederlo?» — chiese con un fil di voce.

— «Il Nazareno? sì; egli deve passare a pochi passi da noi.» —

— «O Signore» — esclamò il vecchio con ardore. — «Mi sia dato di vederlo una sol volta, una sol volta ancora! Oh qual giorno terribile per il mondo!» —

Poco dopo, tutta la comitiva aspettava dietro all'angolo della casa.

Poche parole furono scambiate. Balthasar uscì a stento dalla lettiga, e rimase in piedi, sorretto da un servitore. Ester e Ben Hur si strinsero intorno a Simonide.

Intanto la sfilata continuava, se possibile, più fitta di prima. Le grida risuonavano vicine, alte, crudeli, beffarde. Finalmente giunse la processione.

— «Guarda!» — disse Ben Hur con amarezza. — «Questa gente che viene adesso rappresenta Gerusalemme!» —

Alla testa della processione veniva un esercito di ragazzi urlando e schiamazzando: — «Il Re degli Ebrei! Largo, largo per il Re degli Ebrei!» —

Simonide li osservò, e con voce grave, disse: — «Quando questi saranno uomini, figlio di Hur, che sventura per la città di Salomone!» —

Una schiera di legionari, in armature scintillanti, seguì in file serrate, stolidi e indifferenti.

Poi venne il NAZARENO!

Era quasi morto. Ad ogni passo barcollava come se volesse cadere. Una veste macchiata e a brandelli pendeva dalle sue spalle, sopra la semplice tunica grigia.

I piedi nudi lasciavano chiazze di sangue sul lastricato. Un'iscrizione sopra un asse era appesa al suo collo, e una corona di spine era stata calcata sulle sue tempie, producendo crudeli ferite, dalle quali il sangue era uscito a rigagnoli, ed ora coagulato e secco gli imbrattava il viso e il collo.

La pelle, dove appariva, aveva un pallore spettrale.

Le sue mani erano legate.

Un contadino portava la sbarra trasversale della croce, sotto il peso della quale egli era caduto poco prima. Quattro soldati lo accompagnavano quale guardia contro la plebaglia, che, ciò non ostante, di tanto in tanto si rompeva un passaggio fino a lui e lo percuoteva con bastoni e gli sputava addosso.

Non un suono sfuggiva dalle sue labbra, nè d'ira, nè di lamento.

Quando passò davanti a Ben Hur e la sua compagnia egli alzò gli occhi.

Ester si aggrappò al padre; ed egli stesso tremò. Balthasar cadde a terra senza una parola.

Anche Ben Hur gridò: — «O mio Dio, mio Dio!» — Allora, come se intuisse i loro sentimenti o avesse udito l'esclamazione, il Nazareno voltò la sua faccia sparuta verso di essi, e girò gli occhi lentamente dall'uno all'altro. Quello sguardo rimase scolpito nel loro cuore per tutta la vita. Essi vedevano ch'egli pensava a loro, non a sè, ed i suoi occhi moribondi esprimevano la benedizione che le sue labbra non potevano profferire.

Simonide si scosse: — «Dove sono le tue legioni, figlio di Hur?» —

— «Chiedilo ad Hannas; egli potrà risponderti meglio di me.» —

— «Chè? Infedeli?» —

— «Tutti, tranne questi due.» —

— «Allora tutto è perduto e il buon uomo deve morire!» —

Il volto del negoziante si contrasse nervosamente, e il capo gli ricadde sul petto. Egli aveva compiuto la sua parte nell'opera di Ben Hur, e, come quegli, provava tutta l'angoscia davanti alla ruina del comune edificio.

Due altri uomini seguivano il Nazareno, ciascuno con le sbarre della loro croce.

— «Chi sono questi?» — chiese Ben Hur ai Galilei.

— «Ladri, condannati a morire col Nazareno» — risposero essi.

Poi veniva un personaggio, nei ricchi abbigliamenti di Primo Sacerdote, con la mitra sul capo, circondato dai custodi del Tempio; e dopo di lui, in gruppi, venivano i membri del Sinedrio, e un lungo corteo di sacerdoti, in semplici vestaglie bianche, e mantelli variopinti.

— «Il genero di Hannas,» — mormorò Ben Hur.

— «Caifa? L'ho veduto» — rispose Simonide, aggiungendo, dopo una pausa, in cui aveva esaminato l'orgoglioso pontefice. — «Ed ora sono convinto. Con la sicurezza che scaturisce dalla coscienza illuminata, con assoluta certezza — ora so, che Colui che precede gli altri, è ciò che l'iscrizione intorno al suo collo lo proclama — RE DEGLI EBREI. — Un uomo volgare, un impostore, un malfattore non fu mai scortato alla morte da un tale corteo. Perchè guarda! Qui sono le nazioni — Gerusalemme, Israele. Qui è l'efodo, qui l'azzurro mantello con l'orlo d'oro, e gli ornamenti non mai visti in istrada dal giorno che Jaddua andò incontro al Macedone — tutte prove che il Nazareno è Re. O se potessi alzarmi e seguirlo!» —

Ben Hur lo ascoltò meravigliato; e subito Simonide continuò impazientito: — «Parla a Balthasar, ti prego, e andiamo. Ora viene la feccia di Gerusalemme.» —

Allora Ester parlò:

— «Io vedo alcune donne che si avanzano piangendo. Chi sono esse?» —

Seguendo la direzione della sua mano, essi videro quattro donne in lacrime; una di esse si appoggiava al braccio di un uomo, d'apparenza non dissimile al Nazareno. Ben Hur diede risposta:

— «Quell'uomo è il discepolo favorito del Nazareno. Colei che si appoggia al suo braccio è Maria, madre del Maestro, e le altre sono donne amiche, della Galilea.» —

Ester seguì il triste gruppo con gli occhi pieni di lacrime, finchè la folla glielo nascose.

Il lettore non deve immaginare che questi discorsi venissero profferiti in mezzo alla quiete; al contrario, le parole venivano gridate ad alta voce, come da gente che parla in alto mare, quando i marosi si scagliano spumeggiando contro gli scogli. Solo a questo frastuono si può paragonare il clamore della folla.

La dimostrazione era il prodromo di quei tumulti, che trent'anni più tardi, sotto il dominio delle fazioni, dovevano dilaniare la Città Sacra; era numerosa al pari di quelli, e i suoi elementi più clamorosi erano i medesimi — schiavi, guidatori di cammelli, custodi, carrettieri, venditori ambulanti, vinajoli, proseliti, e forastieri non proseliti, guardiani, e operai del Tempio, ladri, predoni, e quelle centinaia di persone non appartenenti a nessuna professione stabile, lecita od illecita, che ingrossano sempre una folla come questa, gente uscita non si sa da dove, affamata, spirante il tanfo di tombe e di caverne; miserabili seminudi, dai capelli arruffati, dai volti sinistri, con bocche spalancate da cui uscivano urli selvaggi come ruggiti di belve. Alcuni erano armati di spade; la maggior parte brandiva lancie e giavellotti, mentre non mancavano armi d'altro genere, mazze, bastoni, pugnali, frombe. Fra questa massa abbietta, apparivano di tanto in tanto personaggi di alto bordo, — scribi, dottori, rabbini, Farisei austeri, Sadducei in ricchi vestiti, che pel momento sembravano essere i capi e i direttori della plebaglia. — Se una gola si stancava d'un grido, essi ne inventavano uno nuovo; se qualche polmone di bronzo cessava di urlare, erano essi che lo stimolavano a nuovi sforzi; eppure, quel clamore, così terribile e assordante era prodotto dalla ripetizione di poche sillabe: — «Re degli Ebrei! — Largo al Re degli Ebrei! Abbasso il contaminatore del Tempio! Alla Croce, alla Croce!» — Quest'ultimo era il grido più alto e più comune come quello che meglio esprimeva l'odio del popolo contro il Nazareno.

— «Vieni,» — disse Simonide, quando Balthasar fu pronto — «Vieni, continuiamo.» —

Ben Hur non udì l'appello. L'aspetto di quella parte di processione che allora passava, la sua brutalità, la sua sete di sangue, gli ricordavano il Nazareno — la sua mitezza, i molti atti di carità ch'egli aveva veduto compiere da lui per gli infelici e per i sofferenti. Di pensiero in pensiero, egli si ricordò il proprio debito di riconoscenza verso quell'uomo; la volta ch'egli medesimo, giovinetto, scortato da soldati Romani, era condotto ad un supplizio ch'egli supponeva non meno certo e terribile di questo della croce; il sorso d'acqua alla fonte di Nazareth, e la divina espressione del volto di colui che gliela offrì; più tardi, il miracolo della domenica delle Palme. Di fronte a questi ricordi, la propria impotenza di rendere aiuto al suo benefattore lo punse amaramente, ed egli si fece mille accuse. Egli non aveva fatto tutto quanto gli era stato possibile; avrebbe potuto vigilare i suoi Galilei, mantenerli fedeli e pronti; e questo — ah! questo era il momento di colpire! Una carica bene eseguita in questo momento, non avrebbe soltanto disperso la plebaglia e liberato il Nazareno: sarebbe stata la fanfara che chiamava a raccolta Israele, e avrebbe precipitato quella sognata guerra d'indipendenza, da troppo tempo differita. L'occasione stava svanendo; i minuti volavano, e una volta perduta.... — Dio d'Abramo! Non c'era nulla da fare — nulla?

In quella il suo occhio scorse un gruppo dei suoi Galilei. Egli si gettò attraverso la folla, e li raggiunse.

— «Seguitemi,» — egli disse — «ho bisogno di parlarvi.» —

Gli uomini obbedirono, e quando furono sotto l'asilo della casa, egli disse.

— «Voi siete di quelli che presero le mie spade, e giuraste con me di combattere per la libertà e per il Re che doveva venire. Ora avete le spade, e il tempo di usarle è giunto. Andate, cercate dappertutto, chiamate a raccolta i vostri fratelli, e dite loro di trovarsi all'albero della croce, che stanno apprestando pel Nazareno. Presto, andate! Il Nazareno è il Re, e la libertà muore con lui.» —

Essi lo guardarono rispettosamente, ma non si mossero.

— «Avete inteso?» — egli gridò.

Uno di essi rispose:

— «Figlio di Giuda» — sotto questo nome essi lo conoscevano — «Figlio di Giuda, tu sei stato ingannato, con noi e i nostri fratelli, che abbiamo le tue spade. Il Nazareno non è il Re, e non ha l'animo di un Re. Noi eravamo con lui il giorno che entrò in Gerusalemme; lo vedemmo nel Tempio, ed egli ha mancato a sè, a noi, ad Israele; alla Porta Magnifica egli voltò le spalle a Dio, e rifiutò il trono di Davide. Egli non è Re, e la Galilea non è con lui. Ch'egli muoia. Ma odimi, figlio di Giuda. Noi abbiamo le tue spade, e siamo pronti a sfoderarle per la causa della libertà! Noi ti aspetteremo sotto l'albero della croce.» —

Ben Hur sentiva che questo era il momento supremo della sua vita. Se egli avesse accettato quest'offerta, e detto una parola, la storia della Giudea e forse quella del mondo sarebbero state diverse; ma sarebbe stata storia fatta dagli uomini, e non ordinata da Dio, una cosa che non poteva essere, nè sarà mai. Un insolito turbamento lo assalì, di cui egli non seppe allora spiegare la ragione, ma che più tardi attribuì al Nazareno; perchè, quando il Nazareno era risorto, egli comprese come la sua morte fosse stata necessaria per la fede della risurrezione, senza la quale la religione Cristiana sarebbe ancor oggi una vuota parola. Questo turbamento lo privò della facoltà di raccogliere i suoi pensieri, di prendere una decisione; — egli si sentì inetto e debole, quasi senza parola. Coprendosi il volto con le mani, egli tremò, mentre l'animo suo era dilaniato, combattuto fra il desiderio di accettare la proposta del Galileo, e la forza occulta che ne lo distoglieva.

— «Vieni; noi ti aspettiamo» — disse Simonide per la quarta volta.

Meccanicamente egli si mosse e seguì la portantina e la lettiga. Ester camminava presso di lui. Come Balthasar e i suoi amici, il giorno in cui i tre saggi movevano all'appuntamento nel deserto, una mano ignota lo guidava.

CAPITOLO X.

Quando la comitiva — Balthasar, Simonide, Ben Hur, Ester e i due fedeli Galilei — giunse sul luogo della crocifissione, Ben Hur ne era alla testa e la guidava. Come aveva potuto farsi strada attraverso la densa calca del popolo agitato, egli non seppe mai; e neppure seppe quale strada avesse seguito. Camminava in uno stato di completa incoscienza, senza vedere, senza udire, senza un pensiero per ciò che avveniva intorno a lui, senza la minima traccia di un proposito nella sua mente.

Un fanciullo non avrebbe potuto fare di meno per impedire il terribile delitto a cui egli doveva assistere. Le intenzioni di Dio ci sono sempre oscure e spesso incomprensibili, e tali sono i mezzi con cui sono messi in attuazione.

Ben Hur si arrestò; coloro che lo seguivano fecero lo stesso. Come si alza il sipario davanti agli spettatori, così la malìa di quel dormiveglia lo abbandonò, ed egli riebbe la chiara percezione delle cose.

Sulla sommità della collina, arrotondata come un teschio, era uno spazio aperto, arido, polveroso, senza traccia di vegetazione. Limitava questa radura una fitta siepe umana, urtata di dietro da una folla tumultuante e curiosa. Una schiera di soldati Romani, disposti in quadrato, teneva a distanza questo muro esterno. Un centurione vegliava sui soldati.

Contro a questo muro rigido Ben Hur era stato sospinto, ed ora sostava, col viso rivolto ad occidente. Quella collina era il Golgota degli antichi Caldei, Calvario in latino e in italiano.

Il suo pendìo, con tutti gli avallamenti e tutte le sporgenze del suolo presentavano uno strano spettacolo. Dovunque Ben Hur girava gli occhi, non un palmo di terra, non una roccia, non un filo d'erba, ma solo un mare sterminato di visi umani. Erano i volti di tre milioni d'uomini, e tre milioni di cuori battevano nei loro petti. Ogni occhio era rivolto con appassionato interessamento verso la scena che si svolgeva sulla collina. Indifferenti, quanto ai ladri, tutti erano intenti alla figura del Nazareno, oggetto di odio, di paura e di curiosità. — Egli che tutti li abbracciava col suo affetto e che stava per morire per essi. —

Lo spettacolo di una grande assemblea di persone ha lo stesso fascino straordinario che esercita su di noi il mare agitato; ma Ben Hur degnò la folla di un solo sguardo passeggiero, tutta la sua attenzione essendo attratta a ciò che avveniva nello spazio vuoto prima descritto.

Sulla collina, più alto del muro vivente che lo circondava, attorniato da un gruppo di dignitari, stava il primo sacerdote, distinto dagli altri per la sua mitra, le sue ricche vestimenta e il portamento orgoglioso. Più alto ancora, si scorgeva il Nazareno, curvo e sofferente, ma silenzioso. Una guardia beffarda aggiungendo l'ironia alla corona di spine, gli aveva messo in mano una verga, a guisa di scettro. Il clamore di quelle miriadi di persone giungeva a lui come fiotti di mare che si abbattono ad uno scoglio. Risa, urla, maledizioni, piovevano da ogni parte, e tutti gli occhi erano rivolti a lui.

Fosse la pietà che lo commoveva, o un altro sentimento, Ben Hur si avvide che un mutamento avveniva nel suo interno. Più chiara e più nitida di mano in mano che vi pensava, cominciava ad albeggiare nella sua mente la percezione di qualche cosa di più grande e migliore di questa vita, di qualche cosa di tanto elevato, che poteva dare ad un corpo debole la forza di sopportare le maggiori agonie sì morali che fisiche, e tali da rendere fine la morte accetta — forse un'altra vita più pura di questa, forse quella vita spirituale a cui Balthasar credeva. Questo concetto si faceva strada in lui, insieme all'altro suo corollario, che, dopo tutto, la missione del Nazareno era quella di una guida attraverso il confine che separava i suoi fedeli dal regno celeste. Allora, come un ricordo che sorga indistinto da dimenticate profondità, gli parve di udire nell'aria il detto del Nazareno.

— «IO SONO LA RESURREZIONE E LA VITA.» —

Queste parole continuavano a ripetersi nelle sue orecchie, prendevano forma e consistenza, ed assumevano un nuovo significato. E come gli uomini ripetono una domanda per meglio afferrare e fissarne la portata, egli chiese, guardando la figura sulla collina, curva sotto il peso della croce: — «Chi è la Resurrezione? Chi è la Vita?» —

— «IO LO SONO,» —

sembrava rispondergli la figura — e subito una ineffabile pace gli si diffuse nel cuore, una pace ch'egli non aveva mai provato — la pace che segna il termine e lo svanire di ogni dubbio e di ogni mistero, e il principio di una fede nuova, di una più limpida conoscenza.

Da questo stato di estasi Ben Hur fu destato dal rumore di colpi di martello. Sul vertice del colle egli osservò ciò che prima gli era sfuggito: — alcuni soldati ed operai che preparavano le croci. I buchi per affondare gli alberi erano pronti, ed ora stavano inchiodando le travi orizzontali.

— «Ordina a quegli uomini di spicciarsi» — disse il Primo Sacerdote al centurione. — «Questi» — indicando al Nazareno — «deve esser morto e seppellito prima del tramonto, affinchè la terra non sia profanata. Così dice la legge.» —

Preso da un senso di compassione, un soldato si avvicinò al Nazareno e gli offrì da bere, ma egli rifiutò la coppa. Quindi un altro andò a lui e gli tolse dal collo l'asse con l'iscrizione, e la inchiodò all'albero della croce. I preparativi erano completi.

— «Le croci sono pronte» — disse il centurione al pontefice, che con un gesto della mano rispose:

— «Venga prima il bestemmiatore. Il figlio di Dio dovrebbe esser capace di salvarsi. Vedremo.» —

Il popolo, al quale i preparativi erano chiaramente visibili, e che fin qui aveva assalito il colle con un clamore continuo di urli e di fischi, tacque.

La parte più terribile del supplizio stava per cominciare — gli uomini dovevano venire inchiodati sulle croci. Quando i soldati afferrarono il Nazareno a questo scopo, un fremito corse nella folla, e i più abbrutiti provarono un senso di terrore. Alcuni dissero poi che l'aria era diventata più gelida e li aveva fatti tremare.

— «Come tutto è tranquillo!» — disse Ester, cingendo il collo del padre con le sue braccia.

Ricordando la tortura che egli stesso aveva sofferto, il vecchio si strinse al petto la figliuola, dicendo con voce tremante:

— «Non guardare, Ester, non guardare! Forse tutti noi, spettatori di questa scena, gli innocenti come i rei, saremo maledetti da quest'ora.» —

Balthasar cadde in ginocchio.

— «Figlio di Hur» — disse Simonide con crescente agitazione — «figlio di Hur, se Jeova non s'affretta a stendere la sua mano, Israele, tutti noi siamo perduti.» —

Ben Hur rispose con calma: — «Simonide, io mi sono destato da un lungo sonno, e, come in sogno, mi sono apparse le ragioni per cui questo si compie, e si deve compiere. È la volontà del Nazareno, è la volontà di Dio. Seguiamo l'esempio del buon Egiziano, e preghiamo in silenzio.» —

E quando sollevò gli occhi verso la collina, di nuovo gli giunsero, attraverso l'aria tranquilla, le parole:

IO SONO LA RESURREZIONE E LA VITA.

Ed egli chinò il capo riverente, come davanti ad uno che gli parlasse.

Intanto sulla sommità del poggio il lavoro continuava. Una guardia tolse le vesti al Nazareno, dimodochè rimase nudo al cospetto dei milioni di spettatori assiepati sul Golgota. I segni della flagellazione che aveva ricevuto quella mattina rosseggiavano sanguigni sulla sua schiena; nondimeno fu brutalmente gettato a terra e disteso sulla croce, e le braccia aperte sulla sbarra trasversale; i chiodi erano acuti, e in pochi colpi furono cacciati attraverso le scarne palme; quindi gli alzarono le ginocchia fin che le piante dei piedi riposavano sull'albero della croce, indi sovrapposero un piede all'altro, e con un chiodo li fissarono entrambi al legno. Il sordo rumore dei martelli si udiva a grande distanza, in quel terribile silenzio, e anche coloro che non l'intesero ma vedevano il martello sollevarsi e cadere, ebbero un brivido di paura. E con tutto ciò non un grido, non un lamento, non una parola d'ira o di dolore sfuggì al paziente; nulla per cui un nemico potesse beffeggiarlo, nulla che un suo fedele potesse rimpiangere.

— «Da che parte vuoi che lo si rivolga?» — chiese un soldato bruscamente. — «Verso il Tempio» — rispose il pontefice. — «Ch'egli veda morendo la santa casa che egli ha voluto profanare.» —

Gli operai sollevarono la croce e la portarono di peso sul luogo dove doveva esser piantata. Ad un cenno del pontefice, la lasciarono cadere nella buca; e il corpo del Nazareno cadde anch'egli pesantemente, e rimase appeso alle mani sanguinanti. Ma neppure allora gli sfuggì un grido, solo la frase sublime:

— «Padre, perdona ad essi, perchè non sanno quello che fanno.» —

La croce, innalzata sopra tutti gli altri oggetti vicini, risaltava nera contro lo sfondo del cielo, e al suo apparire fu accolta con un urlo di gioia selvaggia. Tutti quelli che potevano vedere e leggere l'inscrizione sull'asse, sopra il capo del Nazareno, la ripetevano ad alta voce, e passando di bocca in bocca fino agli estremi confini della folla, tosto, tutta l'aria risuonò del grido beffardo e fatidico — «Re degli Ebrei! Salve, Re degli Ebrei!» —

Il pontefice, con più fine intuito, comprese quale significato si sarebbe potuto dare all'iscrizione, e protestò affinchè la levassero, ma invano. Così il Re, col titolo che gli era dovuto, guardò con gli occhi moribondi la città dei suoi padri, tranquillamente stesa ai suoi piedi, essa — che con tanta ignominia lo aveva cacciato e rinnegato.

Il sole era già alto in cielo, e i suoi raggi ardenti tingevano d'oro le sommità delle colline, e di porpora le vette delle montagne lontane. Nella città, i templi, i palazzi, le torri, le guglie ed i pinnacoli sembravano sollevarsi orgogliosamente verso il cielo, consci del loro splendore e della loro inarrivabile magnificenza. Improvvisamente un leggiero velo sembrò scendere dall'alto e avviluppare la terra, dapprima come un impercettibile svanire del giorno, indi come un crepuscolo precoce; poi si fece più denso e cominciò ad attirare l'attenzione degli spettatori, sì che tacquero le grida e si spensero le risa, e gli uomini, dubitando dei loro sensi, si fissavano in viso l'un l'altro; poi guardarono di nuovo il sole, poi le montagne che sembravano allontanarsi, e il cielo che l'ombra cominciava a coprire, poi la collina dove si svolgeva il triste dramma. Dall'uno all'altro oggetto si volgevano i loro sguardi, attoniti, pieni di una ignota paura.

— «Non è che un po' di nebbia, o una nube passeggiera» — disse Simonide, cercando di calmare Ester, che s'era spaventata. — «Passerà quanto prima.» —

Ben Hur la pensava diversamente.

— «Non è nebbia, nè una nuvola» — egli disse. — «Gli spiriti dell'aria, i santi ed i profeti, cercano di nascondere l'obbrobrio di questa scena. Io ti dico, o Simonide, che com'è vero che esiste Dio, quello che pende colà è il figlio di Dio.» —

E mentre Simonide rifletteva, stupito, sopra quelle parole, Ben Hur si avvicinò a Balthasar, inginocchiato lì presso, e gli pose una mano sulla spalla.

— «O saggio Egiziano, ascolta! Tu solo avevi ragione! Il Nazareno è davvero il Figlio di Dio.» —

Balthasar rispose con voce fioca: — «Io lo vidi tenero fanciullo nella greppia; non è strano ch'io l'abbia riconosciuto prima di te. Ma perchè doveva io vedere questo giorno? Oh se fossi morto come i miei compagni! Felice Melchiorre! Felice Gaspare!» —

— «Ti conforta!» — disse Ben Hur. — «Senza dubbio anch'essi sono qui.» —

L'oscurità si faceva d'istante in istante più fitta, senza che perciò il lavoro sul poggio venisse interrotto. Uno dopo l'altro, i due ladri vennero inchiodati sulle loro croci, e queste infisse nel terreno. Quindi la guardia si ritirò, e il popolo, come un'onda che salga e converga da tutte le parti, si spinse fin sotto le croci. Risa di scherno e motteggi beffardi salivano contro il Nazareno.

— «Ah, ah! Salvati, se sei Re degli Ebrei!» — gridò un soldato.

— «Sì» — disse un sacerdote — «se egli discenderà ora, noi gli crederemo.» —

Altri crollarono il capo sapientemente, dicendo: — «Egli potrebbe distruggete il Tempio e riedificarlo in tre giorni, ma non può salvar sè stesso.» —

Nessuno ha mai saputo valutare l'oscura potenza del pregiudizio. Il Nazareno non aveva mai fatto male al popolo, anzi lo aveva aiutato in più d'un caso; molti lo vedevano allora per la prima volta, eppure, strana contraddizione! lo colmavano di insulti e di maledizioni, e compiangevano invece i due ladri.

Le tenebre, che scendevano sempre più dense, spaventarono Ester, come atterrivano le altre migliaia di spettatori, più coraggiosi e più forti di lei.

— «Andiamo a casa» — essa supplicò due, tre, volte. — «Questa è la minaccia di Dio, padre. Chi sa che terribili cose potranno accadere? Io ho paura.» —

Simonide era ostinato. Parlava poco, ma appariva assai agitato. Osservando che sulla fine della prima ora la calca intorno alle croci era alquanto diminuita, suggerì che la comitiva si avvicinasse alla sommità. Ben Hur offrì il braccio a Balthasar, ma l'Egiziano compì la salita senza difficoltà. Dalla loro nuova posizione, il Nazareno non era chiaramente visibile, scorgendosi solo un'indistinta figura sospesa. Ma lo potevano udire, udivano i suoi sospiri che rivelavano un esaurimento maggiore che non quello dei suoi compagni, i quali di tanto in tanto riempivano l'aria di lunghi gemiti ed urli.

La second'ora passò come la prima. Per il Nazareno furono ore di contumelie, di provocazione e di lenta morte. Egli non parlò che una sola volta in questo intervallo. Alcune donne vennero ad inginocchiarsi ai piedi della sua croce. Fra di esse egli riconobbe sua madre in compagnia del proprio discepolo favorito.

— «Donna,» — egli disse alzando il capo — «guarda tuo figlio!» — E al discepolo: — «Guarda tua madre!» —

Giunse la terza ora e ancora il popolo s'assiepava intorno al colle, attratto da una forza misteriosa. Ma era più tranquillo ora; solo ad intervalli si udiva nell'oscurità qualche grido. Avvicinandosi al Nazareno passavano in silenzio, e in silenzio lo fissavano negli occhi. Questo cambiamento s'era esteso anche alle guardie, che solo poco tempo prima avevano giuocato a sorte le vesti del crocifisso; soldati ed ufficiali stavano ora in un piccolo gruppo in disparte, vigili più di quell'uno condannato, che non di tutta la moltitudine; se un sospiro gli sfuggiva dalle labbra, se in un parossismo di dolore, moveva la testa, erano subito all'erta. Più meraviglioso di tutti era il mutato portamento del Primo Sacerdote e del suo seguito, i dottori che lo avevano assistito nel giudizio notturno ed erano stati i più zelanti persecutori della vittima. Quando cadde l'oscurità, cominciarono a smarrirsi d'animo. V'erano fra essi alcuni, profondamente versati in astronomia e famigliari coi fenomeni celesti in quei tempi così terribili alle masse; gran parte della loro scienza era ad essi discesa dai loro padri remoti, vissuti prima ancora della Cattività, e nel servizio del Tempio avevano avuto spesso occasione di applicarla. Questi, quando il sole cominciò a spegnersi e le montagne ed i colli si dileguarono alla vista, si raccolsero in gruppo intorno al Pontefice, discutendo sul fenomeno. — «La luna è piena,» — dicevano — «e questa non può essere un eclissi.» — Poi, non potendo nessuno rispondere alla domanda che tutti li agitava, non riuscendo nessuno a spiegare la crescente oscurità, nel secreto dei loro cuori cominciarono a connetterla col Nazareno, e un grande terrore li prese. Rannicchiati dietro ai soldati, intenti ad ogni movimento e spiando ogni parola del Nazareno, dicevano a bassa voce: — «Quell'uomo potrebbe essere il Messia, e allora...» —

Nel frattempo, Ben Hur, cui quel nuovo sentimento di pace non aveva abbandonato, pregava a che la fine si accelerasse. Egli comprendeva lo stato d'animo di Simonide, in cui la fede lottava col dubbio; vedeva la grande fronte corrugata nello sforzo del pensiero, lo vedeva gettare sguardi interrogativi al sole, come se cercasse la ragione di quelle tenebre. E neppure gli sfuggiva la sollecitudine con cui Ester lo guardava, cercando di soffocare i suoi timori per accondiscendere ai desideri del padre.

— «Non aver paura» — diceva Simonide a lei, — «ma sta attenta con me. Tu potrai vivere due volte la durata della mia vita, ma tu non vedrai mai una meraviglia maggiore. Fermiamoci sino alla fine, forse verranno altre rivelazioni.» —

Quando la terza ora era trascorsa a metà, alcuni uomini, miserabili della più bassa specie, abitatori delle tombe fuori della città, vennero a piantarsi davanti alla croce centrale.

— «Eccolo» — disse uno — «ecco il nuovo Re degli Ebrei.» —

Gli altri gridarono, ridendo: — «Salve, salve, Re degli Ebrei!» —

— «Se tu sei veramente Re dei Giudei, o Figlio di Dio, discendi» — dissero ad alta voce.

Al che uno dei ladri cessò di lamentarsi, e gridò al Nazareno: — «Sì, se tu sei Cristo, salva te stesso e noi.» —

Il popolo rise ed applaudì; ma mentre aspettavano la risposta, si udì l'altro malfattore dire al primo: — «Non temi tu Dio? Noi abbiamo ricevuto il giusto castigo dei nostri misfatti; ma quest'uomo non ha fatto nulla di male.» —

Gli spettatori rimasero stupiti, e nel silenzio che seguì, il secondo malfattore parlò ancora, rivolgendosi al Nazareno:

— «O Signore,» — egli disse — «ricordati di me quando entrerai nel tuo regno!» —

Simonide trasalì. — «Quando entrerai nel tuo regno!» — Era proprio questo il dubbio che angosciava la sua mente in quell'istante, il dubbio di cui tanto aveva discusso con Balthasar.

— «Hai udito?» — gli disse Ben Hur. — «Il regno non può essere di questa terra. Quel testimonio, sulla soglia della tomba, affermò che il Re prenderà possesso del suo regno, e lo stesso ho udito io nei miei sogni.» —

— «Silenzio!» — disse Simonide, con tono imperioso. — «Taci, ti prego! Se il Nazareno rispondesse...» —

E mentre parlava, il Nazareno rispose, e con voce chiara e limpida disse:

— «Veramente io ti dico che tu oggi sarai con me in Paradiso.» —

Simonide giunse le mani e disse: — «Non più, non più, mio Dio! Le tenebre sono disperse; io vedo con altri occhi — come Balthasar, vedo con gli occhi della vera fede!» —

Finalmente il vecchio servitore aveva conseguito la meritata ricompensa. Il suo corpo rotto dalla tortura non sarebbe mai più guarito, e la memoria delle passate sofferenze rimarrebbe incancellabile; ma improvvisamente una nuova vita gli appariva, più bella di questa terrena — e il suo nome era: Paradiso. Là egli avrebbe trovato il Regno che sognava, e il Re per cui aveva lavorato. Una grande pace lo invase.

Ma fra i dottori e i sacerdoti ai piedi della croce regnava la costernazione e lo spavento. Essi avevano condannato il Nazareno per aver predicato in tutto il paese che egli era il Messia; ed ecco, che sulla croce, con maggior sicurezza che mai, non solo egli aveva riaffermato la sua missione, ma prometteva il godimento del suo regno ad un malfattore. Essi tremarono davanti alle conseguenze del loro atto. Lo stesso superbo pontefice ebbe paura. Donde traeva quell'uomo la sua convinzione se non dalla verità! E da chi la verità se non da Dio?

Il respiro del Nazareno diventava più affannoso: i suoi sospiri erano rantoli. Solo tre ore sulla croce, e stava già per morire!

La notizia corse di bocca in bocca e tutti tacquero; il vento cessò di soffiare, un'afa soffocante era nell'aria e si aggiungeva all'oscurità.

Nessuno che non lo avesse saputo, avrebbe detto che sul pendio di quella collina vi erano tre milioni di persone atterrite — così tranquille se ne stavano.

Attraverso le tenebre, sopra il capo ai più vicini, venne il grido di disperazione, se non di rimprovero del moribondo:

— «Mio Dio! Mio Dio! Perchè mi hai tu abbandonato?» —

La voce fece trasalire quanti la udirono, Ben Hur ne fu irresistibilmente commosso.

I soldati avevano portato con se un recipiente di vino e di acqua, e lo avevano collocato a poca distanza dalla croce. Con una spugna immersa nel liquido, e attaccata all'estremità di un bastone, essi potevano inumidire la lingua dei torturati. Ben Hur pensò al sorso d'acqua ch'egli aveva ricevuto alla fontana di Nazareth; un'impulso lo assalì; afferrando la spugna, la tuffò nel recipiente, e corse verso la croce.

— «Lascialo stare» — gridò il popolo con collera — «lascialo stare!» —

Senza badare alle grida, egli continuò, e bagnò le labbra al Nazareno.

Troppo tardi, troppo tardi!

Tuttavia il volto, chiaramente visibile a Ben Hur, bruttato com'era dal sangue e dalla polvere, si illuminò di un subito sorriso; gli occhi si spalancarono, e si fissarono su un punto che essi soltanto vedevano lontano nel cielo; e un grido di gioia, di trionfo quasi, sfuggì dalle labbra della vittima.

— «È finito! È finito!» —

Così un eroe, morendo, celebra con un ultimo urrà l'estrema impresa.

La luce degli occhi si spense; lentamente la testa incoronata cadde sul petto ansante. Ben Hur credette che tutto fosse finito; ma la grande anima si raccolse in un ultimo sforzo; sicchè egli, e quelli che gli stavano vicino poterono udire le parole estreme, pronunciate a bassa voce, come ad uno che stesse ad ascoltarle lì presso:

— «Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito.» —

Un fremito scosse le membra martirizzate; vi fu un grido di terribile angoscia, e la sua missione, e la sua vita erano terminate. Il suo gran cuore, così traboccante d'affetto, s'era spezzato. Perchè di questo o lettore, quell'uomo morì!

Ben Hur ritornò presso gli amici e disse semplicemente: — «È finito. Egli è morto.» —

In un attimo la moltitudine seppe la nuova; ma nessuno la ripetè ad alta voce; non si sentì che un lungo sommesso mormorio che si propagò in ogni direzione: — «Egli è morto! Egli è morto!» — La volontà del popolo era fatta; il Nazareno era morto; ma ogni viso guardava il suo vicino con terrore. Il sangue di lui ricadrebbe sul loro capo! E mentre essi si fissavano l'un l'altro, il suolo cominciò a tremare, e un urlo di spavento uscì da ogni bocca. Tosto l'oscurità si dissipò, e alla chiara luce del sole ricomparso, ognuno col medesimo sguardo vide le croci vacillare sotto la scossa del terremoto. Quella di mezzo sembrava inalzarsi gigante sopra le altre, come volesse sollevare il suo peso verso il cielo. E tutti coloro che avevano vilipeso il Nazareno, tutti quelli che lo avevano battuto, tutti quelli che lo avevano condannato alla croce, tutti quelli che nel profondo del cuore lo volevano morto, si sentivano personalmente additati all'ira Divina, e minacciati dal cielo.

Allora cominciò una pazza fuga di uomini, a piedi, a cavallo, su cammelli e su cocchi; e, come se la natura fosse adirata contro di essi, e volesse essa medesima assumere la difesa e la vendetta della vittima innocente, l'onda del terremoto li inseguì, facendo traballare la terra sotto i loro piedi, gettandoli l'uno contro l'altro, urlanti per folle terrore. Il suo sangue ricadeva sul loro capo! Cittadini e forestieri, sacerdoti e laici, mendicanti, Sadducei, Farisei si urtavano, si percotevano nella loro corsa disperata. Se essi imploravano il nome di Dio, la terra, rispondeva all'oltraggio con nuovi scoppi di furore, colpendo tutti senza distinzione. Il gran Sacerdote fu gettato a terra come gli altri, le sue splendide vesti imbrattate, la sua bocca riempita di polvere. Egli e il suo popolo erano uguali in una cosa almeno: Il sangue del Nazareno era sul capo di entrambi.

Quando il sole riapparve sulla scena della crocefissione, la madre del Nazareno, il discepolo e le donne di Galilea, il centurione coi suoi soldati, e Ben Hur e la sua compagnia, erano i soli rimasti sulla collina. Essi non avevano badato alla fuga generale, troppo occupati nel provvedere alla propria salvezza.

— «Siediti qui» — disse Ben Hur ad Ester, obbligandola a sedere ai piedi del padre. — «Ora copriti gli occhi, e non guardare; ma poni tutta la tua fiducia in Dio — e nell'anima dell'uomo, così ingiustamente assassinato.» —

— «No,» — disse Simonide con riverenza. — «D'ora innanzi parliamo di lui come del Cristo.» —

— «Sia» — disse Ben Hur.

In questa un onda di terremoto urtò la collina. Le urla dei ladri sulle croci barcollanti erano terribili. Quantunque stordito dai movimenti del suolo, Ben Hur trovò tempo di dare uno sguardo a Balthasar, e lo vide disteso a terra e immobile. Egli si piegò su di lui, lo chiamò — non rispose. Il buon uomo era morto! Allora Ben Hur si ricordò di aver udito un grido, quasi in risposta all'estremo appello del Nazareno; egli non s'era voltato per veder d'onde procedesse; ma, fino all'ultimo giorno di sua vita serbò la convinzione che lo spirito dell'Egiziano avesse accompagnato il suo Maestro alla soglia del Regno Promesso. Quest'idea non riposava soltanto sul grido che aveva udito. Se la fede fu meritata ricompensa nella persona di Gaspare, e l'amore in quella di Melchiorre, era giusto che colui che nella sua vita così nobilmente aveva compenetrato ed illustrato le tre virtù riunite — Fede, Amore e Buone opere, fosse stato prescelto per un premio maggiore.

I servitori di Balthasar avevano abbandonato il loro padrone; e, quando tutto fu finito, i due Galilei riportarono alla città il vecchio nella sua lettiga, come in una bara.

Era una triste processione quella che entrò nella porta meridionale del palazzo dei Hur, al tramonto di quella memorabile giornata. Circa alla stessa ora il corpo di Cristo fu levato dalla croce.

Le spoglie di Balthasar furono deposte nella stanza degli ospiti.

Tutti i servitori lo attorniarono piangendo, perchè tutti lo avevano amato in vita; ma quando videro il suo viso composto ad un sorriso di ineffabile beatitudine, asciugarono le lacrime e dissero: — «Sta bene — Egli è più felice stasera, che non lo fosse quando uscì stamattina.» —

Ben Hur non volle confidare ad un domestico il compito di partecipare ad Iras la morte del padre. Andò egli stesso per condurla presso il cadavere. Egli s'immaginava il dolore della giovane, lasciata ormai sola nel mondo; era questo un momento di oblìo e di perdono.

Si ricordò che non aveva chiesto perchè essa non aveva fatto parte della comitiva quel mattino, e dove fosse; si ricordò che non aveva nemmeno pensato a lei, e riflettendo con rimorso a questa dimenticanza, era disposto a far pace, anche in vista del grande dolore che veniva ad arrecarle.

Egli scosse le tende della sua porta; e quantunque udisse il tintinnire dei campanelli, nell'interno, non ebbe nessuna risposta; la chiamò per nome, ad alta voce — nessuno rispose. Sospinse la portiera, ed entrò nella stanza. Essa non c'era. Salì rapidamente sul terrazzo, ma non la trovò. Interrogati i domestici, seppe che non era stata veduta in tutta la giornata.

Dopo avere invano frugato in ogni angolo della casa, Ben Hur ritornò nella stanza degli ospiti e prese il posto che sarebbe spettato alla figlia, vicino al corpo del genitore. Il suo cuore era pieno della bontà di Cristo, che sulla soglia del paradiso aveva voluto chiamare a sè l'anima del suo vecchio e fedele servitore.

Quando il lutto del funerale era già quasi dissipato, al nono giorno della guarigione, come prescriveva la legge, Ben Hur ricondusse a casa la madre e Tirzah; e da quel giorno, i due maggiori nomi che la lingua umana sappia pronunciare, furono sempre riverentemente accoppiati,

— «DIO PADRE E CRISTO FIGLIO» —

················

Cinque anni erano trascorsi dal giorno della crocefissione, ed Ester, la moglie di Ben Hur, sedeva nella sua stanza nella bellissima villa di Miseno. Era un caldo pomeriggio di primavera e il sole d'Italia splendeva fervido sopra i mirti e le rose del giardino. Tutto quanto l'appartamento era Romano, solo l'abbigliamento di Ester era di foggia Ebraica. Tirzah e due fanciulli, che giocavano sopra una pelle di leone sul pavimento, le tenevano compagnia, e non si aveva che ad osservare con quale cura essa vegliava sopra i piccini, per conoscere che quelli erano suoi figli.

Il tempo era stato generoso con essa, e gli anni non avevano diminuita la sua bellezza. Nel diventare padrona della villa, aveva attuato uno dei suoi sogni più cari.

Ad interrompere questa semplice scena domestica, un servitore apparve sull'uscio e disse:

— «Una donna nell'atrio desidera di parlare con la padrona.» —

— «Lasciala entrare. La riceverò qui.» —

Dopo pochi istanti comparve la straniera. Nel vederla, l'Ebrea si alzò e stava per parlare; poi esitò, cambiò colore, e finalmente disse, tirandosi indietro: — «Mi pare di riconoscervi, buona donna — siete....» —

— «Iras, la figlia di Balthasar.» —

Ester celò la sua sorpresa, ed ordinò al domestico di portare una sedia.

— «No,» — disse Iras, freddamente — «parto subito.» —

Le due donne si guardarono in viso. Sappiamo ciò che fosse Ester — una bellissima donna, una madre felice, una sposa contenta. D'altra parte era chiaro che la sorte non aveva trattato con egual favore la sua antica rivale. La figura alta e slanciata riteneva ancora parte della sua grazia; ma una vita cattiva aveva impresso le sue traccie su tutta la persona. Il viso s'era fatto volgare; i grandi occhi erano rossi, e gonfie le palpebre; le guancie erano pallide ed infossate, le labbra dure e ciniche, e la generale trascuratezza la invecchiarono anzi tempo. La veste era laida e bruttata dal fango della via. Iras ruppe per prima il silenzio penoso.

— «Sono questi i tuoi bimbi?» —

Ester li guardò e sorrise.

— «Si. Vuoi parlare con essi?» —

— «Li spaventerei» — rispose Iras. Poi si avvicinò ad Ester, e vedendola indietreggiare lievemente, disse, — «Non aver paura. Io reco un messaggio per tuo marito. Digli che il suo nemico è morto, e che, per la miseria che mi ha fatto soffrire, io l'uccisi.» —

— «Il suo nemico?» —

— «Messala. Digli inoltre, che per il male che io gli ho voluto sono stata punita così amaramente, che anch'egli ne avrebbe compassione.» —

Le lacrime spuntarono negli occhi di Ester, ed essa voleva parlare.

— «No» — disse Iras. — «Io non voglio nè pietà nè lacrime. Digli in ultimo che ho fatto la scoperta che l'essere Romano equivale ad essere bruto. Addio.» — Essa fece per andarsene. Ester la trattenne:

— «Fermati, e parla con mio marito. Egli non nutre rancore contro di te. Egli sarà tuo amico. — Noi siamo Cristiani.» —

L'altra rimase ferma.

— «No; io sono ciò che ho voluto essere. Fra breve tutto sarà terminato.» —

— «Ma...» — disse Ester, esitando — «Non possiamo... Non c'è nulla che desidereresti... nulla che...» —

Il volto dell'Egiziana tradì la sua commozione, e l'ombra di un sorriso le sfiorò le labbra. Essa guardò i fanciulli sul pavimento.

— «Vi è qualche cosa» — disse.

Ester seguì la direzione del suo sguardo, e con rapido intuito, comprese, e disse:

— «Puoi farlo.» —

Iras si avvicinò ad essi, e inginocchiandosi sulla pelle di leone, li baciò entrambi. Alzandosi lentamente, li guardò ancora; poi andò verso la porta ed uscì, e senza una parola d'addio, camminando rapidamente, prima che Ester si decidesse a seguirla, era sparita.

Ben Hur, quando intese della visita, ebbe la prova di ciò che aveva sospettato da lungo tempo, che cioè il giorno della crocefissione, Iras aveva abbandonato suo padre per gettarsi nelle braccia di Messala. Ciò non ostante, egli uscì subito coi suoi servi e frugò la contrada, in cerca di lei, ma invano. La baia azzurra che ride così innocente sotto i baci del sole, cela oscuri segreti. Se potesse parlare, ci saprebbe narrare la fine dell'Egiziana.

················

Simonide visse fino a tarda età. Nel decimo anno del regno di Nerone, egli abbandonò la direzione della sua colossale azienda di Antiochia. Fino all'ultimo il suo commercio fu prosperoso.

Una sera di quell'anno, egli sedeva nella sua poltrona sul terrazzo del magazzeno. Ben Hur ed Ester coi loro tre bambini erano con lui. L'ultima delle sue navi galleggiava nella rada del fiume; tutte le altre erano state vendute. Dall'epoca della crocefissione, un solo grande dolore aveva turbato la calma serenità della loro vita, — il giorno che morì la madre di Ben Hur; ed anche allora il lutto sarebbe stato maggiore, senza il conforto della loro fede Cristiana.

La nave menzionata era arrivata il giorno precedente da Roma, recando la notizia delle persecuzioni dei Cristiani cominciate da Nerone nella capitale, e il crocchio sopra il terrazzo stava discutendo la nuova, quando Malluch, che si trovava ancora al loro servizio, si avvicinò, presentando un plico a Ben Hur.

— «Chi lo porta?» — chiese Ben Hur, dopo aver letto.

— «Un Arabo.» —

— «Dov'è?» —

— «È partito subito.» —

— «Ascolta!» — disse Ben Hur a Simonide.

E lesse la seguente lettera.

— «Io, Ilderim, figlio di Ilderim il Generoso, e sceicco della tribù di Ilderim, a Giuda, figlio di Hur.

Sappi, o amico di mio padre, quanto mio padre ti amava. Leggi lo scritto che io t'accludo, e saprai. La sua volontà è la mia; quindi ciò ch'egli ti diede, è tuo.

Tutto quanto i Parti gli tolsero nella grande battaglia in cui lo uccisero, io ho ripreso — questo scritto fra le altre cose, e la vendetta, e tutta la discendenza di quella Mira, che ai suoi tempi fu madre di altrettante stelle.

Pace sia con te e coi tuoi.

La voce del deserto è la voce di

ILDERIM, Sceicco.» —

Ben Hur svolse un rotolo di papiro ingiallito come un'avvizzita foglia di gelso, e lo spiegò con la massima cura. Poi lesse:

— «Ilderim, chiamato il Generoso, sceicco della tribù di Ilderim, al mio figlio e successore.

Tutto ciò ch'io posseggo, o mio figlio, sarà tuo, al giorno della mia morte, eccettuata la proprietà presso Antiochia, conosciuta sotto il nome di Orto delle Palme. Questa io lascio al figlio di Hur che tanta gloria ci procurò nel Circo — a lui ed ai suoi in eterno.

Non disonorare tuo padre.

ILDERIM il GENEROSO, Sceicco.» —

— «Che ne dici?» — chiese Ben Hur a Simonide.

Ester prese con gioia le carte, e le rilesse a bassa voce. Simonide rimase silenzioso. I suoi occhi erano fissi sulla nave, ed egli stava pensando. Finalmente parlò. — «Figlio di Hur» — egli disse con gravità. — «Il signore è stato molto buono con te in questi ultimi anni, e tu gli devi profonda riconoscenza. Non è giunto il tempo finalmente di decidere a quale scopo dobbiamo volgere la grande fortuna che la sua bontà ha voluto accumulare nelle tue mani?» —

— «Io l'ho deciso da molto tempo. La fortuna fu concessa perchè servisse a chi la diede; non una parte di essa, Simonide, ma tutta. Il problema sta soltanto in questi termini: Qual'è il miglior modo di metterla a profitto della nostra causa? Consigliami, ti prego.» —

Simonide rispose:

— «Io posso attestare alle ingenti somme che tu hai largito alla Chiesa qui in Antiochia. Ora, quasi contemporaneamente al dono del generoso sceicco, arriva la notizia delle persecuzioni dei nostri fratelli in Roma. Un nuovo orizzonte ci si schiude dinanzi. La luce non deve spegnersi nella capitale.» —

— «Dimmi che cosa devo fare per ravvivarla.» —

— «Te lo dirò. I Romani, anche questo Nerone, tengono due cose per sacre — le sole che io sappia. — Esse sono le ceneri dei morti, ed i sepolcri. — Se non puoi costruire templi pel Signore sopra il suolo, fabbricali sotto terra, e per salvarli dalla profanazione, sepellisci in essi i cadaveri di tutti coloro che muoiono nella vera fede.» —

Ben Hur balzò in piedi, ed esclamò commosso:

— «È un'idea grandiosa! Non porrò tempo in mezzo per attuarla. La necessità è urgente. La nave che recò la notizia dei patimenti dei nostri confratelli, mi porterà a Roma. Io partirò domani.» —

Si rivolse a Malluch.

— «Attendi all'allestimento della galera, e fa ch'essa sia pronta per domattina. Tu m'accompagnerai.» —

— «Sta bene» — disse Simonide.

— «E tu, Ester, che ne dici?» — chiese Ben Hur.

Ester gli si strinse al fianco, e pose una mano sulla sua spalla.

— «Questo è il miglior modo per servir Cristo. O mio marito, io non ti voglio essere di ostacolo, ma lasciami partire con te, onde ti aiuti.» —

················

Se qualcheduno dei miei lettori, di passaggio a Roma, visiterà le Catacombe di San Calisto, che sono più antiche di quelle di San Sebastiano, egli vedrà ciò che avvenne della fortuna di Ben Hur, e lo ringrazierà. Da quella vasta tomba uscì il Cristianesimo a soppiantare i Cesari.

Fine dell'ottavo ed ultimo libro.

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