LIBRO QUINTO (continued 2)
Gastone Cavalieri translation
Ilderim, felicissimo, annuì subito, e Simonide, intento agli affari soggiunse. — «Va bene, padrone; quest'indugio mi darà agio di renderti un servigio. Tu parlasti di un'eredità lasciata da Arrio. Consiste essa in beni?» —
— «Una villa a Miseno e alcune case in Roma.» —
— «Io propongo che siano vendute, e i guadagni depositati in luogo sicuro. Dammi l'autorizzazione e io manderò subito un agente. Per questa volta almeno preverremo gli imperiali predoni.» —
— «Domani avrai la nota e la procura.» —
— «Allora se non v'è altro, il lavoro, per questa notte è terminato» — disse Simonide. Ilderim si lisciò la barba con compiacenza dicendo — «E ben terminato» —
— «Ester, offri il vino e il pane» — continuò Simonide. — «Lo sceicco Ilderim ci onorerà con la sua presenza questa notte, e domani; e tu mio padrone?» —
— «Fa sellare i cavalli» — disse Ben Hur. — «Io ritorno all'Orto. Il nemico non mi scoprirà se vado ora, e» — diede uno sguardo ad Ilderim — «i quattro saranno contenti di vedermi.» —
Ai primi albori del giorno, egli e Malluch smontarono davanti alla porta della tenda.
CAPITOLO IX.
La notte successiva, intorno all'ora quarta, Ben Hur stava sul terrazzo del grande magazzeno, al fianco di Ester. Sotto di essi si agitava la medesima folla rumorosa di operai, marinai, facchini, che lavorando al lume delle torcie avevano l'aspetto di genii di qualche fantastica favola orientale. Si stava caricando una galera che doveva partire sul far del giorno. Simonide non era ancora tornato dal suo ufficio, nel quale, all'ultimo momento, avrebbe consegnato al capitano del vascello l'ordine di procedere direttamente fino al Porto d'Ostia, sbarcarvi un passeggero, e continuare, con suo comodo, per Valenza, sulla costa di Spagna.
Il passeggero è un agente di Simonide e si reca a Roma per vendere i fondi lasciati dal duumviro Arrio. Quando la nave avrà levata l'ancora, e la sua prua sarà vôlta ad occidente, Ben Hur sarà irrevocabilmente astretto all'impresa di cui si è parlato la notte prima. Se egli vuol mutare pensiero, se egli si pente dell'accordo conchiuso con Ilderim, egli è ancora in tempo di revocarlo. Egli è il padrone, e non ha che a dire una parola.
Tali erano i suoi pensieri mentre dall'alto della terrazza, con le braccia incrociate, guardava fisso dinanzi a sè, come un uomo agitato dal dubbio. Giovine, bello, ricco, abituato ai circoli più aristocratici di Roma, con quante voci eloquenti le tentazioni del mondo gli lanciavano i loro appelli seducenti! Come gravosa doveva sembrargli la vita di sacrifici e di pericoli ch'egli stava per abbracciare! Possiamo immaginare anche gli argomenti che lo incalzavano: L'impresa disperata di una lotta con Cesare, l'incertezza che velava la venuta del Re, e tutto ciò che a lui si riferiva; gli agi, gli onori, l'autorità, che le ricchezze gli potevano procurare; e sopra tutto la vita tranquilla fra i nuovi amici che egli aveva trovato. Soltanto coloro che per anni hanno pellegrinato soli e desolati di paese in paese, possono apprezzare la forza di questo ultimo appello. Aggiungiamo a questi argomenti la voce del mondo, astuta, carezzevole, che sempre mormora al debole: — «Fermati: non ti muovere da dove stai bene,» — presentando sempre i lati più attraenti della vita, la voce del mondo era in questo caso aiutata da quella d'una donna.
— «Sei mai stata a Roma?» — egli chiese alla sua compagna.
— «No» — rispose Ester.
— «Ti piacerebbe andarvi?» —
— «Non credo.» —
— «Perchè?» —
— «Ho paura di Roma.» — Essa disse, con un lieve tremore nella voce.
Egli guardò la piccola figura di bimba al suo lato. Nella penombra non poteva discernere il suo volto; le sue stesse forme erano indistinte. L'immagine di Tirzah gli si ripresentò alla mente, e una grande tenerezza lo prese. Così la sorellina perduta stava con lui sopra il tetto della casa, quella mattina fatale dell'accidente di Grato. Povera Tirzah! Dov'era essa? Ester gli diventò quasi santa a quel mesto ricordo. Egli non avrebbe mai potuto considerarla come sua schiava, e, se lo era legalmente, questo lo avrebbe anzi spronato ad usarle la massima cortesia e rispetto.
— «Io non posso pensare a Roma» — essa esclamò con voce calma, e parlando con quel suo dolce fare di donna. — «Io non posso pensare a Roma come una città di templi e palazzi, affollata di abitanti; per me essa è un mostro che stende le sue spire in tutte le terre, che affascina gli uomini col magico splendore dei suoi occhi verdi e cattivi, e li trae alla loro rovina, un mostro non mai sazio di sangue. Perchè....» —
Essa esitò, abbassò gli occhi, e si fermò.
— «Continua» — disse Ben Hur, rassicurandola.
Essa si fece più presso a lui e alzò il viso verso il suo. — «Perchè vuoi fartene una nemica? Perchè non rimanere in pace con essa e vivere tranquillo? Tu hai avuto molti dolori; hai sopravvissuto alle insidie dei tuoi avversari; hai penato tutta la tua gioventù; perchè non dare al piacere gli anni che ti rimangono?» —
Il volto della fanciulla gli sembrava diventar più pallido e avvicinarsi sempre più, mentre la sua preghiera lo incalzava. Egli si chinò sopra di lei e chiese, sommessamente:
— Che cosa vorresti ch'io facessi, Ester?» —
Essa ebbe un momento di esitazione, e poi chiese a sua volta:
— «È molto bella la tua villa presso Roma?» —
— «È bellissima, un palazzo in mezzo a giardini e boschi, con fontane, statue, colline coperte di vigneti; in vista del Vesuvio e di Napoli, col suo mare azzurro popolato da bianche vele irrequiete. Cesare possiede una villa lì vicino, ma a Roma dicono che la vecchia villa di Arrio è più bella.» —
— «E la vita vi è tranquilla?» —
— «Mai giorno d'estate o notte di plenilunio era più tranquillo del soggiorno in essa, tranne quando venivano visite. Ora che il vecchio padrone è morto, e la proprietà è mia, non v'è nulla che ne interrompa il silenzio, se non il mormorio dei ruscelli, e delle fontane o il canto degli uccelli. Giorno succede a giorno. I fiori sbocciano, sfoggiano al sole i loro mille colori, poi avvizziscono, e danno luogo a nuovi bocci e a frutti. Il cielo è sempre eguale, sereno, interrotto qua e là da qualche cirro candido, passeggero. Era una vita troppo calma, Ester; che mi rendeva inquieto, collerico, persuadendomi in un sentimento della mia inutilità ed infingardaggine, — a me, che tanto aveva da fare! —
Essa guardò lontano sul fiume.
— «Perchè hai chiesto?» — egli domandò.
— «Mio buon padrone....» —
— «No, Ester; non così. Chiamami amico, fratello, se vuoi: io non sono il tuo padrone, e non voglio esserlo; Chiamami fratello,» —
Egli non potè vedere il rossore che le tinse le guancie e il lampo di gioia che le brillò negli occhi.
— «Io non posso comprendere» — essa continuò — «come tu possa preferire una vita come questa, una....» —
— «Una vita di violenza e forse di sangue» egli rispose completando il periodo.
— «Sì, preferire una tal vita alla lieta esistenza in quella bellissima villa.» —
— «Ester, tu sbagli. Non si tratta di preferenza. Ahimè! Il Romano non mi lascia la scelta. Io vado perchè è necessario; s'io resto mi aspetta la morte nel pugnale di un sicario, in una tazza avvelenata, nella sentenza di un magistrato corrotto e comprato. Messala e il procuratore Valerio Grato, sono ricchi col bottino dei miei beni paterni, e la paura di perdere i loro guadagni li spingerà ad ogni eccesso. Un accordo pacifico con essi è impossibile, e anche se potessi comperare la loro amicizia, Ester, non so se lo farei. Io non sono nato per la pace, e l'irrequietezza ch'io provava sotto gli archi marmorei della mia villa mi perseguiterebbe dappertutto. Eppoi, non ho io il sacro compito di cercare i miei cari? Se li trovo, non è mio dovere vendicarmi sopra coloro che li hanno fatti soffrire; se sono morti, devo lasciar fuggire i loro assassini? No, il più santo affetto non potrebbe conciliarmi il sonno della pace, quando la mia coscienza mi pungesse col rimorso di aver mancato al mio dovere.» —
— «Dunque tutto, tutto è invano?» — essa chiese con voce querula.
Ben Hur prese la sua mano.
— «La mia felicità ti è dunque di tanto momento?» —
— «Si» — essa rispose semplicemente.
La mano era tiepida e piccola, e tremava nella sua palma. Allora l'immagine dell'Egiziana gli balenò davanti; così slanciata, così audace, con la sua adulazione sagace, il suo spirito pronto, con la sua meravigliosa bellezza. Egli portò la mano alle sue labbra e disse:
— «Tu sarai una seconda Tirzah per me, Ester.» —
— «Chi è Tirzah?» —
— «La sorellina che il predone Romano mi rubò e che io devo ritrovare.» —
In quella un fascio di luce si proiettò sul terrazzo. Si voltarono, e videro Simonide avvicinarsi nella sua poltrona, spinta da un domestico. Dalla porta aperta si scorgeva la stanza illuminata.
Allo stesso tempo la galera nel fiume alzò le ancore, girò su sè stessa, e fra un lungo urlo dei marinai e un confuso agitarsi di torce, si avviò verso l'alto mare — lasciando Ben Hur avvinto alla causa del Re che doveva venire.
CAPITOLO X.
Il giorno prima dei giuochi, durante il pomeriggio, tutti i beni mobili di Ilderim furono trasportati in città e depositati in un Khan vicino al Circo. I suoi servitori, vassalli armati, cavalli, buoi, pecore, cammelli formavano una lunga processione pittoresca e rumorosa, che destò l'ilarità di quante persone la incontrarono per via. D'altra parte lo sceicco, di solito così irascibile, accoglieva queste dimostrazioni con la massima equanimità e buon umore. Egli pensava infatti, che se, come aveva ragione di credere, egli si trovasse sotto sorveglianza, le spie Romane avrebbero descritto alle autorità, la pompa semi-barbarica con cui era venuto alle corse. I Romani avrebbero riso, la città si sarebbe divertita, e i sospetti si sarebbero acquetati. Il giorno dopo, tutta questa moltitudine di uomini e di animali si troverebbe sulla via del deserto, non lasciando indietro che il solo necessario per il buon esito della gara. Ilderim, con altre parole, stava per partire; le sue tende erano piegate, il dovar era sciolto; in dodici ore ogni cosa poteva mettersi in salvo. Così il vecchio Arabo preparavasi ad un eventuale colpo da parte di Messala.
Nè Ben Hur da parte sua deprezzava l'influenza del suo nemico, quantunque fosse d'opinione che nessun atto d'ostilità sarebbe avvenuto prima del giorno delle corse. Se Messala vi rimanesse sconfitto, allora c'era d'aspettarsi il peggio. Probabilmente non avrebbe neppure atteso le istruzioni di Grato.
Preparati ad ogni evento, cavalcavano l'uno di fianco all'altro sulla strada per Antiochia. Per via incontrarono Malluch, il quale nè con un segno nè con una parola diede a vedere di conoscere le nuove relazioni sorte fra Simonide e Ben Hur, e dell'accordo fra questi due ed Ilderim. Scambiati i saluti d'uso, estrasse una carta, dicendo allo sceicco:
— «Ecco il programma delle corse, appena uscito; troverai i tuoi cavalli e l'ordine della partenza. Senza attendere, io mi congratulo, ottimo sceicco, della tua vittoria.» —
Volgendosi poi a Ben Hur. — «Anche a te figlio di Arrio le mie congratulazioni. Tutti i preliminari sono stati osservati, ed ora nulla ti impedisce di misurarti con Messala.» —
— «Io ti ringrazio Malluch» — disse Ben Hur.
Malluch continuò:
— «Il tuo colore è bianco, quello di Messala porpora ed oro. I ragazzi li vendono nelle strade, e domani ogni Arabo ed ogni Ebreo porterà il tuo distintivo. Vedrai che nel Circo il bianco ed il rosso si divideranno la gradinata.» —
— «La gradinata — ma non la tribuna sulla Porta Pompae.» —
— «No; lo scarlatto ed il rosso vi domineranno. Ma se noi vinciamo» — Malluch si struggeva tutto dalla gioia — «se vinciamo, come tremeranno quei signori! Essi scommetteranno tutti per Messala naturalmente, e nel loro disprezzo per tutto ciò che non è Romano, lo quoteranno a due, a tre, a cinque, perchè egli è uno di loro.» — Abbassando la voce continuò. — «Non è bene che un Ebreo di buona fama nel Tempio prenda parte alle scommesse; ma, in confidenza, io avrò, un amico dietro il posto del console, il quale accetterà le loro offerte a due, a cinque, a dieci — la loro pazzia potrà salire fino a questo. Ho messo a sua disposizione seimila sicli.» —
— «No, Malluch» — disse Ben Hur. — «Un Romano non scommette che nella sua moneta. Se trovi il tuo amico questa sera, metti a suo credito quanti sesterzi vuoi. E bada, Malluch — digli di concludere scommesse con Messala ed i suoi amici. I quattro di Ilderim, contro quelli di Messala.» —
Malluch pensò un momento.
— «Il risultato sarà di concentrare tutto l'interesse della corsa sopra voi due.» —
— «È proprio quello che desidero, Malluch.» —
— «Vedo, vedo.» —
— «Sì, Malluch, se vuoi aiutarmi, cerca di fissare l'attenzione del pubblico sulla nostra corsa — quella di Messala e la mia.» —
— «C'è un modo» — disse Malluch con vivacità.
— «Sia fatto» — rispose Ben Hur.
— «Somme enormi offerte in scommesse contro di lui richiamerebbero l'attenzione di tutta la città. Se sono accettate tanto meglio.» — Così dicendo Malluch scrutò attentamente il volto di Ben Hur.
— «Non dovrei io ricuperare parte dei beni di cui mi spogliarono?» — disse Ben Hur quasi fra sè. — «Forse un'altra occasione non si presenterà. E se potessi infrangere il suo orgoglio e rovinarlo nella fortuna, il nostro padre Giacobbe potrebbe aversene a male?» —
Un fermo proposito si disegnò nei suoi maschi lineamenti, e accentuando le parole, continuò: — «Sì, Malluch. Sia così. Non rinculare da qualunque offerta. Se non bastano i sestersi, talenti. Cinque, dieci, venti talenti, se trovi chi li accetta; anche cinquanta, purchè la scommessa sia con Messala.» —
— «È una somma ingente» — disse Malluch. — «Devo avere garanzia.» —
— «L'avrai. Va da Simonide, e digli che voglio si faccia così, che voglio rovinare il mio nemico, e che una simile occasione non potrà forse offrirsi mai più. — Va, Malluch. Il Signore dei nostri padri è con noi.» —
E Malluch, felicissimo, dopo averlo salutato, fece per andarsene, ma, poi, ravvedendosi, tornò indietro.
— Un'altra cosa volevo dirti, figlio di Arrio. Io non ho potuto avvicinarmi in persona al cocchio di Messala, ma lo ho fatto misurare da un altro. Il mozzo della ruota è un palmo più alto da terra che non il tuo.» —
— «Un palmo! Tanto?» — gridò Ben Hur con gioia.
Poi si chinò verso Malluch.
— «Se tu sei figlio di Giuda, Malluch, e fedele alla tua gente, prendi posto nella gradinata sopra la Porta del Trionfo, di faccia ai pilastri, e osserva bene quando facciamo le voltate; osserva bene, perchè se la fortuna mi favorisce, io — No, Malluch, è meglio non parlarne! Soltanto assicurati un posto, e sta attento.» —
In quella un grido sfuggì dalla bocca di Ilderim.
— «Ah, per lo splendore di Dio, che cosa significa ciò?» —
Si avvicinò a Ben Hur indicando il programma.
— «Leggi» — disse Ben Hur.
— «No, leggi tu.» —
Ben Hur prese il foglio, firmato dal prefetto della provincia, quale datore dei giuochi. — Avvertiva il pubblico che in primo luogo vi sarebbe stata una grandiosa processione, e che dopo i consueti sacrifici al dio Conso avrebbero avuto principio i giuochi; corse a piedi, salti, lotta, ciascuno nell'ordine in cui dovevano seguirsi. — L'elenco conteneva i nomi dei competitori, le loro nazionalità, le scuole donde uscivano, le gare cui avevano preso parte, i premi già vinti, e i premi offerti ora. Questi erano vistosi e scritti in grandi lettere illuminate, testimoniando il tempo trascorso e i costumi mutati da quando la semplice corona di alloro o di pino, bastava al vincitore, assetato più di gloria che di ricchezze.
Su questa parte del programma Ben Hur sorvolò rapidamente finchè arrivò all'annuncio della corsa. Lesse con attenzione. Il colto pubblico era informato che Antiochia avrebbe allestito uno spettacolo non mai uguagliato nella storia. Le feste erano date in onore del Console. Centomila sesterzii e una corona d'alloro formavano il premio. Poi seguivano i particolari. I competitori erano sei, tutte quadrighe, e dovevan partire contemporaneamente.
Eccone la descrizione:
I. Una quadriglia di Lisippo di Corinto — due grigi, un bajo, un morello. Iscritti l'anno precedente in Alessandria e Corinto, entrambe le volte vincitori. Auriga, Lisippo. Colore, giallo.
II. Una quadriglia di Messala di Roma — due bianchi, due morelli; vincitori del Premio Circense nel Circo Massimo. Auriga, Messala. Colore, scarlatto ed oro.
III. Una quadriglia di Cleante Ateniese — tre grigi, un bajo; vincitori nei giuochi Istmici l'anno precedente. Cleante, auriga. Colore, verde.
IV. Una quadriglia di Diceo Bizantino, due morelli, un grigio, un bianco; vincitori l'anno scorso a Bisanzio. Auriga, Diceo. Colore, nero.
V. Una quadriglia di Admeto da Sidone — tutti grigi. Tre volte vincitori nello stadio di Cesarea. Admeto, auriga. Colore, azzurro.
VI. Una quadriglia di Ilderim, sceicco del deserto — Tutti baj; prima corsa. Ben Hur, Ebreo, auriga. Colore, bianco.
Ben Hur, Ebreo, auriga!
Perchè quel nome invece di Arrio? Ben Hur alzò gli occhi a quelli di Ilderim. Era stata questa la causa dell'esclamazione dell'Arabo. La medesima idea balenò al cervello di entrambi.
Quella era la mano di Messala!
CAPITOLO XI.
Non era quasi caduta la sera, che già l'Omfalo, il centro della città, rigurgitava di una folla clamorosa e festante, che si versava in due correnti, al Ninfeo, ad Oriente, e lungo i colonnati di Erode verso Occidente. Nessuna cornice più grandiosa e più adatta a questo gaio e spensierato spettacolo poteva immaginarsi, di queste meravigliose strade fiancheggiate da porticati marmorei, doni di Principi e Re, alla città regina d'Oriente. L'oscurità era bandita come la malinconia. Fiaccole e bracieri illuminavano la massa ondeggiante del popolo, che, cantando, ridendo, e gridando si abbandonava ai piaceri di Apollo e di Bacco.
Le molte nazionalità rappresentate, se avrebbero stupito un forestiero, non erano cosa nuova per Antiochia. Una delle missioni del grande Impero sembra esser stata la fusione degli uomini e il ravvicinamento dei popoli lontani. E dove era un centro d'autorità Romana, come a Roma affluivano i rappresentanti dei diversi paesi, con le loro divinità e con le loro costumanze.
Un particolare però non avrebbe potuto sfuggire all'osservatore quella sera in Antiochia. Quasi ogni persona portava i colori di una delle quadrighe annunciate nelle corse di domani. Ora era un nastro, ora un distintivo, uno scialle, una piuma, significanti la preferenza e spesso la nazionalità del portatore: così il verde indicava gli amici di Cleante, l'Ateniese, il nero quelli del Bizantino. Costume questo antichissimo, che datava probabilmente fin dalle prime gare ai tempi di Oreste, e proficuo tema di studio a chi voglia indagare fino a qual punto di follìa gli uomini possono lasciarsi trascinare. Un esame superficiale avrebbe dimostrato che i colori predominanti erano tre — verde, bianco, e misto porpora ed oro.
Ma abbandoniamo la via e rechiamoci nel palazzo sopra l'isola.
I cinque grandi candelabri della gran sala sono accesi di fresco. La compagnia è quella identica a cui abbiamo già presentato il lettore. Il divano geme sotto il solito peso dei dormienti e di vestaglie gettatevi alla rinfusa, e dai tavoli sorge il medesimo rumore di dadi.
Ma questa volta la maggioranza non è occupata al giuoco. I giovani passeggiano in su e in giù, a due, a tre, o si fermano in crocchi a discorrere. Molti sbadigliano; gli argomenti sono futili: Che tempo farà domani? I preparativi pei giuochi sono terminati? Le leggi del Circo di Antiochia sono come quelle di Roma? A dire il vero, i giovani patrizi soffrono di una noia terribile. Il gravoso lavoro della giornata è finito; vale a dire, se potessimo dare un'occhiata alle loro tavolette, le vedremmo coperte di annotazioni e di scommesse, — scommesse su tutti i capi del programma, sulle corse pedestri, la lotta, il pugilato, — tutto, tranne sulla corsa dei cocchi.
E perchè non su quella?
Buon lettore, essi non possono trovare un'anima che voglia arrischiare un denario contro Messala.
Nella sala non vi sono altri colori dei suoi.
Nessuno pensa alla sua sconfitta.
La sua abilità e destrezza non sono esse conosciute? Non fu egli educato da un lanista Imperiale? I suoi cavalli non vinsero il Gran Premio nel Circo Massimo? E poi — ah sì! non è egli Romano?
In un angolo, adagiato comodamente sopra il divano, sta Messala medesimo.
Intorno a lui, in piedi o seduti, i suoi cortigiani lo tempestano di domande.
Naturalmente l'argomento è uno solo.
Entrano Cecilo e Druso.
— «Ah!» — esclama il giovine principe, lasciandosi cadere sul divano ai piedi di Messala: — «Ah, per Bacco, sono stanco!» —
— «Dove sei stato?» — chiede Messala.
— «Nelle vie, fino all'Omfalo, e più in là. Fiumi di gente, ti dico. La città non è mai stata così affollata. Dicono che tutto il mondo sarà domani nel Circo.» —
Messala rise con disprezzo.
— «Idioti! Non hanno mai veduto i giuochi Circensi, sotto la direzione di Cesare medesimo. Ma dimmi, mio Druso, che cosa hai trovato?» —
— «Nulla.» —
— «Cioè — Non ti ricordi?» — disse Cecilo.
— «Che cosa?» — fece Druso.
— «La processione di bianchi.» —
— «Meraviglioso!» — esclamò Druso. — «Abbiamo incontrato un gruppo di bianchi, con uno stendardo. Ma — ah, ah, ah!» —
Ricadde indietro ridendo.
— «Crudele Druso, perchè non continuare?» — disse Messala.
— «Feccia del deserto, erano, o Messala, e spazzini del Tempio di Gerusalemme. Che cosa avevano da vedere con me?» —
— «No,» — disse Cecilio — «Druso ha paura che ridiate alle sue spese. Ma io non temo, o Messala.» —
— «Parla tu, allora.» —
— «Dunque, abbiamo fermato la processione, e....» —
— «Abbiamo loro offerto una scommessa» — disse Druso, interrompendo, e togliendo le parole di bocca al suo parassita. — «Un piccolo individuo tutto rugoso uscì dalla fila ed accettò. Io estrassi le mie tavolette. — «Chi è il tuo campione?» — gli chiesi. — «Ben Hur, l'Ebreo,» — egli rispose. Io gli faccio: — «La posta? Quanto?» — Egli rispose. — «Un.... un....» — Scusami Messala, ma pel fulmine di Giove, non posso continuare dal gran ridere! Ah, ah, ah!» —
Gli ascoltatori si volsero verso Cecilio. Messala lo guardò.
— «Un siclo!» — disse questi.
— «Un siclo! Un siclo!» —
Uno scoppio di risa tenne dietro alla risposta.
— «E che cosa fece Druso?» — chiese Messala.
In questo momento un grande rumore si levò presso la porta e i giovani si precipitarono in quella direzione. Crescendo il frastuono, anche Cecilio si strappò dal divano, solo volgendosi per dire: — «Il nobile Druso, o Messala, intascò le sue tavolette, e rinunciò al siclo.» —
— «Un bianco! Un bianco!» —
— «Per di qui, per di qui!» —
Queste ed altre esclamazioni echeggiarono nella sala coprendo ogni altra parola. I giuocatori abbandonarono i bossoli; gli addormentati si svegliarono, si stropicciarono gli occhi, tirarono fuori le loro tavolette, e si unirono al gruppo.
— «Io scommetto....» —
— «Ed io....» —
— «Anch'io.» —
La persona fatta segno a questa calorosa accoglienza era il rispettabile Ebreo di cui facemmo conoscenza insieme a Ben Hur, a bordo della nave che lo portava da Cipro ad Antiochia.
Il suo portamento era grave, cortese, vigile. La veste era bianchissima come pure il turbante che gli cingeva il capo. Inchinandosi e sorridendo, si avvicinò lentamente al tavolo centrale. Arrivatovi, raccolse con un gesto dignitoso le pieghe della toga, si sedette, e alzò la mano. Lo scintillare di un gioiello sull'anulare, contribuì non poco al silenzio che seguì.
— «Romani — illustri Romani — Vi saluto!» — egli disse.
— «Mi piace la sua disinvoltura, per Giove! Chi è?» — chiese Druso.
— «Un cane d'Israele — Samballat di nome — fornitore dell'esercito; domiciliato in Roma, immensamente ricco; diventato tale defraudando i Romani. Una testa fina, che ti sa tessere trame più sottili di quelle dei ragni. Andiamo, per la zona di Venere! Vediamo se possiamo spillargli denari.» —
Così dicendo, Messala si alzò e con Druso raggiunse la folla che accerchiava l'Ebreo.
— «Ho saputo in istrada» — egli diceva, tirando fuori le sue tavolette e collocandole aperte sopra il tavolo, — «che la disperazione regnava nel palazzo, perchè non si trovava chi accettasse scommesse contro Messala. Gli Dei, sapete, richiedono sacrifici, ed eccomi pronto. Vedete il mio colore. Passiamo agli affari. Prima le quotazioni, poi le somme. A cosa mi date Messala?» —
La sua audacia sembrava sbalordire i suoi ascoltatori.
— «Presto!» — egli disse. — «Ho un appuntamento col Console.» —
Lo stimolo sortì il suo effetto.
— «A due!» — gridò una mezza dozzina di voci.
— «Che?» — esclamò il fornitore, stupito. — «Soltanto a due, un Romano!» —
— «Tre, allora.»
— «Tre, soltanto tre? — e il mio favorito non è che un cane d'un Ebreo! Datemi quattro.» —
— «Quattro sia!» — esclamò un ragazzo, punto dallo scherno.
— «Cinque — datemi cinque» — disse subito il fornitore.
Un profondo silenzio cadde sopra l'assemblea.
— «Il Console, padrone mio e vostro, mi attende.» —
Il silenzio parve oltraggioso a molti.
— «Datemi cinque — per l'onore di Roma, cinque.» —
— «Cinque sia» — esclamò una voce.
Un clamoroso urrà accolse le parole. Vi fu un movimento nella folla che si spartì a destra e sinistra, e Messala apparve.
— «Cinque siano» — egli disse.
E Samballat, sorridendo, si preparò a scrivere.
— «Se Cesare morisse domani, Roma non sarebbe del tutto derelitta. Vi è almeno uno degno di prendere il suo posto. Dammi sei.» —
— «Siano sei» — rispose Messala.
Vi fu un altro urlo più forte del primo.
— «Sei siano» — ripetè Messala. — «Sei contro uno — la differenza fra un Romano e un Giudeo. Ed ora che l'hai scoperta, o protettore della carne suina, passiamo alla posta. — La somma, presto. Il console potrebbe mandarti a chiamare e noi resteremmo privi della tua presenza.» —
Samballat prese in buona parte la risata che tenne dietro a queste parole, e scrisse tranquillamente, poi offrì le tavolette a Messala.
— «Leggi, leggi!» — gridarono tutti.
E Messala lesse:
— «Mem.» — Corsa di cocchi. Messala di Roma, scommette con Samballat pure di Roma, dicendo che batterà l'Ebreo Ben Hur. Posta, venti talenti. Quotazione di Messala, uno contro sei.
Testimoni. Samballat.
Non una parola, non un respiro turbò il profondo silenzio della sala.
Nessuno si mosse.
Messala fissava le tavolette, mentre gli occhi del fornitore fissavano lui.
Egli sentì quello sguardo, e pensò rapidamente. Da questo posto egli aveva dettata la legge ai suoi compagni. Essi lo avrebbero ricordato. Se egli si rifiutava di firmare, la sua superiorità era sparita per sempre. Eppure egli non poteva firmare, non possedeva la somma di cento talenti; neppure un quinto di essa. La sua mente si oscurò. La lingua si rifiutò di parlare, le guancie impallidirono. Un istante rimase in questo stato, poi gli venne un'idea.
— «Cane di un Ebreo!» — egli disse. — «Dove hai tu venti talenti? falli vedere.» —
Il sorriso provocante di Samballat si accentuò.
— «Ecco» — disse offrendo un foglio a Messala.
— «Leggi, leggi!» — risuonò tutto all'intorno.
Messala lesse:
— «Antiochia — Tamuz, 16 giorno.
Il portatore, Samballat di Roma, è accreditato presso di me per la somma di cinquanta talenti, moneta Romana.
Simonide.» —
— «Cinquanta talenti! Cinquanta talenti!» — vociferò la folla, stupìta.
Druso battè il piede per terra.
— «Per Ercole!» — egli gridò — «il foglio mente, e l'Ebreo è un bugiardo. Chi, se non Cesare, ha cinquanta talenti all'ordine? Abbasso il bianco insolente!» —
L'urlo era furioso, e fu ripetuto da venti gole; ma Samballat rimase tranquillamente seduto, col medesimo sorriso provocante sulle labbra. Finalmente Messala parlò.
— «Silenzio! Uno contro uno, con cittadini — uno contro uno, per l'amore del nostro bel nome Romano.» —
Il suo intervento opportuno salvò la sua dignità e gli riconquistò la vacillante supremazia.
— «O cane circonciso!» — egli continuò verso Samballat. — «Tu dicesti sei contro uno, nevvero?» —
— «Sì» — rispose tranquillamente l'Ebreo.
— «Allora lasciami scegliere la posta.» —
— «Come vuoi, a condizione, se è una bagatella, di rifiutarla.» —
— «Scrivi cinque in luogo di venti.» —
— «Possiedi tanto?» —
— «Per la madre degli Dei, ti mostrerò le ricevute.» —
— «No, no. Basta la parola di un così illustre Romano. Soltanto facciamo una cifra pari. Scrivo sei talenti?» —
— «Scrivi.» —
Si scambiarono le scritture.
Samballat si alzò e con un ghigno di scherno in luogo del sorriso di prima, misurò l'assemblea. Egli conosceva con chi aveva da fare.
— «Romani,» — egli disse, — «un'altra scommessa, se osate. Io punto cinque talenti contro cinque, sulla vittoria del bianco. Vi lancio una sfida collettiva.» —
Di nuovo tutti stupirono.
— «Ecchè?» — egli gridò, a voce più alta. — «Dovranno dire domani nel circo che un cane d'Israele è penetrato in una sala piena di patrizii Romani, e fra questi un parente di Cesare, ed ha offerto loro cinque talenti, alla pari, ed essi non hanno avuto il coraggio di accettare?» —
L'offesa era terribile.
— «Cessa, o insolente!» — disse Druso. — «Scrivi la scommessa e lasciala sul tavolo. Domani, se avremo trovato che tu possiedi veramente tanto denaro da buttar via, io, Druso, ti prometto che sarà accettata.» —
Samballat scrisse nuovamente, e alzandosi, disse, con inalterabile calma:
— «Ecco, Druso. Io ti lascio l'offerta; quando è firmata, mandamela prima che incominci la corsa. Mi troverai vicino al Console nella tribuna sopra la Porta Pompae. Pace a te; pace a voi tutti.» —
Egli fece un inchino e partì, senza badare all'urlo che lo accompagnò fino alla porta.
Quella notte la storia della scommessa prodigiosa volò di bocca in bocca per tutte le vie e piazze di Antiochia; e Ben Hur, vegliando presso i suoi quattro cavalli, la udì raccontare, e seppe anche che tutta la sostanza di Messala era impegnata in essa.
E si addormentò sorridendo.
CAPITOLO XII.
Il Circo di Antiochia sorgeva sulla sponda destra del fiume, quasi dirimpetto al Palazzo e non differiva sostanzialmente da tutti gli altri edifici del genere.
I giuochi erano, nel vero senso della parola, un dono fatto al popolo; l'entrata era quindi libera a tutti, e, vasta com'era la capacità dell'anfiteatro, la gente ebbe tanta paura di non ottenervi un posto, che, fin dalle prime ore del giorno precedente ai giuochi, aveva occupato tutte le adiacenze del Circo, le quali presentavano l'aspetto di un grande attendamento militare.
A mezzanotte furono spalancati i cancelli, e la plebaglia si gettò attraverso le porte occupando rapidamente i posti a lei assegnati. Solo un terremoto o l'assalto di un esercito avrebbe potuto smuoverla di là. Passò la notte dormendo sulle gradinate, fece colazione su di esse, e aspettò pazientemente il principio dello spettacolo.
Verso la prima ora del giorno cominciarono ad arrivare i borghesi più agiati, che avevano posti numerizzati, i più ricchi e più nobili fra di essi a cavallo o portati in lettiga con seguiti di domestici in livrea.
All'ora seconda, la via conducente dalla città al Circo presentava l'aspetto di un vero fiume di persone.
Quando l'indice dell'orologio a sole nella cittadella segnava trascorsa la prima metà dell'ora seconda, la legione in grande tenuta, con tutti i suoi stendardi ed insegne, discese dal monte Sulpio, e, quando l'ultima fila dell'ultima coorte sparì dall'altra parte del ponte, Antiochia si poteva dire letteralmente abbandonata; non già che il Circo potesse contenere tutta la moltitudine, ma ciò non ostante tutta la moltitudine era andata al Circo.
Una galera riccamente addobbata andò a prendere il Console nell'isola, e quando il grande personaggio discese allo scalo, e la legione presentò le armi, per un istante la pompa militare fece dimenticare agli spettatori la maggiore attrattiva del Circo.
All'ora terza l'Anfiteatro poteva dirsi completamente riempito; uno squillo di fanfara ordinò il silenzio, e tosto gli sguardi di oltre centomila persone si fissarono sopra un edificio del lato orientale dello stadio. Quivi sorgeva la celebre Porta Pompae, un arco poderoso che reggeva la tribuna consolare, magnificamente adorna di vessilli e di fiori, dove, circondato dalle insegne della legione, siedeva il console Massenzio. A destra e sinistra dell'arco, a livello del suolo, si aprivano i carceres, o stalli, ciascuno difeso da un proprio cancello. Sopra gli stalli correva una cornice, coronata da una bassa balaustrata; quindi si alzavano, una sopra l'altra, le ampie gradinate di marmo, occupate da una splendida folla di alti dignitari militari e borghesi. Questa mole occupava tutta la larghezza dell'edificio del Circo, ed era fiancheggiata da torri, le quali, pure aggiungendo grazia all'architettura dell'edificio, servivano di punto d'appoggio ai velaria, o grandi tende purpuree, tese dall'una all'altra di esse, e che gettavano un'ombra piacevolissima sopra l'augusta assemblea della tribuna.
S'immagini ora il lettore di appartenere ai favoriti che siedono in questo posto privilegiato. A destra e a sinistra, sotto le due torri, vedrà le due entrate principali. Immediatamente sotto di lui si stende l'arena, coperta di sabbia finissima e bianca. Nel centro dell'arena corre un muro largo dieci o dodici piedi, alto cinque o sei, e lungo precisamente cento ottanta metri, o uno stadio Olimpico. Ad entrambi i capi di questo muro, lasciando solo un breve intervallo occupato da un altare, sorgono sopra piedestalli di marmo tre tozzi pilastri conici di pietra grigia, riccamente scolpiti. Queste sono le due méte, intorno alle quali gireranno i contendenti. I corridori entreranno sulla pista alla destra della mèta più vicina, e avranno il muro sempre alla loro sinistra. Principio e termine della gara hanno luogo di faccia alla tribuna Consolare, e per questa ragione quelli sono i posti più ricercati del Circo.
Il limite esteriore della pista è segnato da un muro liscio, solido, dell'altezza di circa quindici piedi, terminato da una balaustrata come quella sopra i carceres. Se seguiamo la curva di questo balcone, la troveremo interrotta in tre punti, dove si aprono altrettante porte, due a nord, ed una ad ovest; quest'ultima adorna di magnifiche sculture e bassorilievi, è chiamata la Porta del Trionfo, perchè, a giuochi finiti, i vincitori passeranno sotto il suo arco, il capo coronato di lauro, e accompagnati da un corteo trionfale.
Immediatamente dietro alla balaustrata laterale ascendono in lunghe file parallele, e sovrapposte l'una all'altra, i banchi degli spettatori, offrendo uno spettacolo curioso ed imponente, quello di una smisurata massa di popolo, in vesti diverse e variopinte. Erano questi i posti popolari, non coperti da alcuna tenda, privilegio esclusivo della tribuna.
Avendo ora sott'occhio tutto il complesso del Circo, s'immagini il lettore il profondo silenzio tenuto dietro allo squillo delle trombe, doppiamente avvertibile dopo il vocìo e il frastuono che lo avevano preceduto, durante il quale gli sguardi della moltitudine erano concentrati tutti quanti sulla Porta Pompae.
Da questa procede un suono di voci e di strumenti, e subito appare il coro della processione con la quale s'apre lo spettacolo. Prima il prefetto e le autorità civiche, padrone della festa, in ampie vesti e con ghirlande sul capo; poi le immagini degli Dei, alcune su piattaforme portate sulle spalle da schiavi, altre su grandi carri, splendidamente addobbati; poi ancora i contendenti nei singoli giuochi, ciascuno nel suo costume caratteristico.
Attraversando lentamente l'Arena, la processione comincia a fare il giro del circuito. Lo spettacolo è magnifico, imponente. Come un'onda che s'ingrossa a mano a mano, la precede un coro di esclamazioni, esprimenti curiosità e ammirazione. Se i fantocci di carta rappresentanti gli Dei se ne stanno impassibili e silenziosi, il direttore dei giuochi e le autorità non si mostrano insensibili alla voce del plauso popolare. Sorridono e si inchinano a destra e a sinistra.
Gli atleti sono ricevuti con favore ancora più rumoroso, perchè non v'è uno fra i centosettantamila spettatori che non abbia scommesso un siclo od un denario sopra uno dei campioni. I nomi dei favoriti corrono di labbro in labbro, e ghirlande e fiori sciolti piovono dalla tribuna e dalle gradinate. Ma se gli atleti sono ricevuti con tali testimonianze d'ammirazione, che dire dell'ovazione fatta all'apparire delle quadriglie? allo splendore dei cocchi, alla grazia e alla bellezza dei cavalli, i guidatori aggiungono il fascino personale della loro apparenza. Le loro tuniche, corte, senza maniche, sono dei colori prescritti. Un cavaliere accompagna ogni cocchio, tranne quello di Ben Hur, che ha rifiutato questo onore — forse per diffidenza. Così pure gli altri hanno elmi sul capo; egli ha la testa scoperta. Al loro appressarsi gli spettatori si alzano in piedi sopra i banchi, e il clamore si fa altissimo, assordante; allo stesso tempo la pioggia dei fiori dalla balaustrata diventa un diluvio, e copre gli uomini, i cocchi, i cavalli. Ben presto appare evidente che alcuni dei guidatori sono più favoriti di altri, e a questa rivelazione tiene dietro l'altra, che ogni individuo del pubblico, uomini, donne, e fanciulli è fregiato dei colori di uno dei contendenti, più spesso in forma di nastro sul petto o nei capelli; ora il nastro è verde, ora giallo, ora azzurro, ma esaminando attentamente la moltitudine, si vede che i colori dominanti sono due: il bianco, e il misto porpora ed oro.
In una gara moderna, e in una assemblea come questa, che ha giuocato somme enormi sui singoli concorrenti, la preferenza sarebbe determinata dalla qualità dei cavalli e dalla abilità conosciuta dei guidatori; qui invece la nazionalità dettava le norme.
Se il Bizantino ed il Sidonio non avevano che un esiguo numero di aderenti, la ragione era da ricercarsi nel fatto che le loro città erano scarsamente rappresentate sui banchi. D'altra parte i Greci, quantunque assai numerosi, erano divisi fra il Corinzio e l'Ateniese, facendo uno sfoggio relativamente povero di colori verdi e gialli. Lo scarlatto ed oro di Messala non avrebbe avuto sorte migliore, se i cittadini di Antiochia, proverbialmente una razza di cortigiani e di parassiti, non avessero concesso il favore del loro appoggio ai Romani, adottando il colore da quelli preferito. Rimanevano la popolazione del contado, gli Ebrei, i Siri, gli Arabi, e questi, per solidarietà con Ben Hur ed Ilderim, per la fiducia che nutrivano nei cavalli dello sceicco, ma massimamente in odio al Romano, che essi speravano di vedere battuto ed umiliato, portavano il color bianco, e formavano il partito più rumoroso se non il più numeroso di tutti.
A mano a mano che i cocchi procedono sopra il percorso, l'eccitamento si accresce; alla seconda mèta, specialmente nelle gallerie, dove il bianco è il colore dominante, le grida del pubblico scrosciano altissime e i fiori piovono più fitti.
— «Messala! Messala!» —
— «Ben Hur! Ben Hur!» —
Tali sono le grida.
Passata la processione, le persone riprendono i loro posti e continuano i discorsi.
— «Ah, per Bacco! com'era bello!» — esclama una donna che il nastro nei capelli proclama del partito Romano.
— «E come è magnifico il suo cocchio!» — risponde un vicino del medesimo partito.
— «È tutto oro ed avorio. Giove gli conceda la vittoria!» —
Sul banco di dietro le opinioni erano diverse.
— «Cento sicli sopra l'Ebreo!» — gridò una voce stridula.
— «Non esser troppo temerario» — gli sussurra un amico. — «Questi giuochi sono vietati dalla legge e la maledizione del Signore potrebbe cadere sul figlio d'Israele.» —
— «È vero; ma hai tu veduto mai un portamento più sicuro o più disinvolto? E che braccio è il suo!» —
— «E che cavalli!» — dice un terzo.
— «E dicono ch'egli conosca tutti gli accorgimenti dei Romani» — aggiunge un quarto.
Una donna completa l'elogio:
— «Sì, ed egli è ancora più bello del Romano!» —
Incoraggiato da queste testimonianze l'uomo grida nuovamente: — «Cento sicli sopra l'Ebreo!» —
— «Cretino!» — gli grida un cittadino di Antiochia, dalla sicura distanza di parecchi banchi. — «Non sai che cinquanta talenti sono giuocati contro di lui, uno contro sei, su Messala. Nascondi i tuoi sicli se non vuoi che Abramo ti fulmini.» —
— «O asino di Antiochia! cessa di ragliare. Non sai tu che Messala ha scommesso contro se stesso?» —
Tale la risposta, astutamente bugiarda.
E così di banco in banco si moltiplicavano il vociare e le contese, non tutte pacifiche.
Quando finalmente la marcia fu terminata, e la Porta Pompae si chiuse sull'ultimo vessillifero, Ben Hur sapeva che il suo desiderio era esaudito.
Gli sguardi dell'Oriente erano fissati sopra la sua gara con Messala.
CAPITOLO XIII.
Circa alle ore quindici, per parlare in stile moderno, la prima parte del programma era esaurita, non rimanendo che la gara dei cocchi. Il direttore scelse questo momento per fare una breve sosta. I vomitoria furono spalancati, e, tutti coloro che poterono, uscirono sotto il porticato esterno dove era disposto un servizio di rinfreschi. Quelli che rimanevano sbadigliavano, chiacchieravano, consultavano le loro tavolette, e liquidavano le scommesse; ogni distinzione di classe era dimenticata; la moltitudine era divisa in due grandi categorie; dei vincitori, allegri e rumorosi, e dei perdenti, accigliati e taciturni.
In questo mentre però una terza classe di spettatori, formata da cittadini desiderosi soltanto di vedere la corsa dei cocchi, approfittò dell'intervallo per entrare nel Circo ed occupare i suoi posti riservati, credendo in questo modo di sfuggire all'attenzione del pubblico. Fra questi erano Simonide e la sua compagnia, che cercavano i loro posti nella tribuna sul lato settentrionale, di faccia a quella consolare.
Quattro servitori portavano il negoziante nella sua sedia su per le scale, destando la viva curiosità degli spettatori. Qualcuno disse il suo nome. I vicini lo intesero e lo ripeterono di bocca in bocca. I più lontani si arrampicarono sui banchi per dare un occhiata all'uomo intorno al quale la diceria popolare aveva tessuto un romanzo miracoloso.
Ilderim pure fu accolto calorosamente; ma nessuno conosceva Balthasar e le due donne che lo seguivano, gelosamente velate.
La gente fece largo rispettosamente alla comitiva, e gli uscieri del Circo le assegnarono alcuni posti vicino alla balaustra, sui quali avevano fatto collocare scialli e cuscini.
Le donne erano Iras ed Ester.
Quest'ultima, appena seduta, diede uno sguardo spaventato intorno al Circo e si ravvolse ancor più dentro al velo; mentre l'Egiziana, lasciando scivolare il velo sopra le spalle, si offrì liberamente agli sguardi del pubblico, con la disinvoltura che solitamente è frutto di lunghe abitudini sociali.
I nuovi venuti erano ancora occupati nell'esame generale del magnifico spettacolo che si offriva dinanzi a loro, a principiare dal console e dai suoi vicini, quando alcuni uomini nella livrea del Circo, cominciarono a stendere una corda ingessata da balcone a balcone in faccia ai pilastri della prima mèta.
Allo stesso tempo sei uomini uscirono dalla Porta Pompae, e si fermarono davanti ai carceres, uno per ciascun stallo; al che un lungo mormorìo corse per la folla.
— «Guarda, guarda! Il verde ha il numero quattro a destra; quello è l'Ateniese.» —
— «E Messala... — sì, egli ha il numero due.» —
— «Il Corinzio.» —
— «Guarda il bianco! Egli si ferma, al numero uno, a sinistra.» —
— «No, è il nero che si è fermato; il bianco è il numero due.» —
— «È vero.» —
Dobbiamo avvertire che ciascuno dei sei uomini indossava una tunica di color eguale a quello dei guidatori; cosicchè, quando essi si fermavano davanti ai cancelli, il popolo sapeva subito qual'era lo stallo del suo favorito.
— «Hai tu mai veduto Messala?» — chiese l'Egiziana, ad Ester.
L'Ebrea ebbe un tremito, e rispose di no. Egli era il nemico di suo padre, e di Ben Hur.
— «Egli è bello come Apollo.» —
Mentre Iras parlava i suoi grandi occhi scintillavano e il ventaglio si agitava violentemente. Ester la guardò, pensando:
— «Sarà egli più bello di Ben Hur?» —
Poi udì Ilderim dire a suo padre;
— «Si, il suo stallo è il numero due, a sinistra della Porta Pompae;» — e credendo che egli parlasse di Ben Hur, essa guardò da quella parte. Una preghiera le sfiorò le labbra.
Di lì a poco sopraggiunse Samballat.
— «Vengo or ora dagli stalli, o sceicco,» — egli disse facendo un inchino grave ad Ilderim, il quale si lisciava la barba nervosamente, e lo osservava con sguardo interrogativo. — «I cavalli sono in perfetto stato.» —
Ilderim rispose semplicemente: — «Se sono battuti, prego Iddio che lo siano da qualchedun'altro e non da Messala.» —
Volgendosi a Simonide, ed estraendo una tavoletta, Samballat proseguì: — «Ti porto qualche cosa che ti interesserà. Ti ricorderai che, quando ieri sera ti recai la scrittura della prima scommessa, ti dissi che ne avevo lasciata un'altra sul tavolo del Palazzo, la quale, se, accettata, doveva venirmi consegnata prima della corsa. Eccola.» —
Simonide prese la tavoletta e lesse attentamente l'annotazione.
— «Lo so» — egli disse. — «Un loro emissario venne oggi da me chiedendo se tu fossi accreditato per una tal somma presso di me. Conserva bene la tavoletta. Se perdi, sai dove prendere il denaro; se vinci...» — le sue ciglia si corrugarono con una espressione di grande risolutezza — «se vinci, amico, bada, che nessuno ti sfugga, che paghino fino all'ultimo siclo. Questo si è quanto farebbero gli altri con noi.» —
— «Fidati in me.» — disse il fornitore.
— «Non vuoi sederti presso di noi?» — chiese Simonide.
— «Ti ringrazio» — rispose l'altro, — «ma se lascio il Console, chi frenerà i bollori della giovine Roma, là in fondo? La pace sia con te, e con voi tutti.» —
Alcuni squilli di tromba risuonarono nel circo, annunciando la ripresa dello spettacolo, e chiamando gli assenti ai loro posti. Allo stesso tempo alcuni inservienti apparvero nell'arena, e arrampicandosi sopra il muro di divisione, infissero sopra i pali vicino alla meta occidentale sette sfere di legno indorato; poi, ritornando alla prima meta, vi misero altrettanti pezzi di legno scolpiti in forma di delfino.
— «Che cosa fanno con le sfere ed i pesci, o sceicco?» — chiese Balthasar.
— «Non hai mai assistito ad una corsa?» —
— «Mai.» —
— «Ebbene, essi servono per contare il numero dei giri; alla fine di ogni giro, una palla ed un pesce verranno tolti.» —
I preparativi erano terminati, e di lì a poco un trombettiere in uniforme vistosa si collocò presso il direttore, pronto ad un cenno di questi a dare il segnale. Subito l'agitarsi della moltitudine si acquetò, ed il vocìo ristette come per incanto. Ogni viso era rivolto ad oriente, ed ogni occhio si fissò sopra i sei stalli che racchiudevano i competitori.
Il rossore insolito che coprì le pallide guancie di Simonide rivelava che anch'egli condivideva l'eccitazione generale.
— «Attenti al Romano;» — disse la bella Egiziana ad Ester, che non la udì, perchè col cuore palpitante e gli occhi fissi aspettava Ben Hur.
Dobbiamo ricordare che l'edificio contenente gli stalli aveva la forma di un segmento di cerchio, e si protendeva innanzi a destra della prima mèta, segnato dalla corda gessata, di cui parlammo.
La tromba diede uno squillo acuto e prolungato. Gli starters, come li potremmo chiamare in linguaggio sportivo moderno, si schierarono sotto i pilastri della mèta, pronti ad aiutare i cocchieri nel caso che uno dei cavalli si spaventasse.
Un secondo squillo risuonò, e i custodi spalancarono i cancelli. Dapprima uscirono a cavallo i servitori, addetti ai cocchi, cinque in tutto, perchè Ben Hur aveva rifiutato il suo. La corda gessata fu lasciata cadere per dar loro il passo, poi rialzata. Quantunque splendidamente vestiti, nessuno badò a loro, perchè, dietro ad essi, negli stalli, il calpestìo dei cavalli e le voci dei cocchieri, attiravan tutti gli sguardi verso i cancelli spalancati.
Un terzo squillo risuonò nel circo.
Gli uscieri sulle gradinate agitarono le mani, e gridarono: — «Seduti! seduti!» —
Parlavano al vento.
Come proiettili, uscenti dalla bocca di giganteschi cannoni, si scagliarono le sei quadrighe, e tutta l'immensa moltitudine balzò in piedi come un sol uomo, riempiendo il Circo di un unico urlo. Per questo aveva atteso pazientemente tante ore! Questo era il momento supremo, sogno delle sue notti e argomento dei suoi discorsi dal giorno della proclamazione dei giuochi!
— «Eccolo, eccolo! guarda!» — esclamò Iras, indicando Messala.
— «Lo vedo.» — rispose Ester guardando Ben Hur.
Il velo era caduto; per un istante la piccola Ebrea si sentì coraggiosa. Essa comprese la voluttà di compiere un'azione eroica sotto agli occhi della moltitudine, e come in tali casi sia possibile che gli uomini ridano in faccia alla morte.
I competitori erano ora visibili da tutte le parti del Circo, ma la corsa non era ancora cominciata; dovevano prima passare la corda.
Questa aveva lo scopo di pareggiare le condizioni della partenza.
Se i corridori vi si fossero scagliati addosso impetuosamente, cocchiere e cavalli, impigliati in essa, potevano uscirne malconci; se d'altra parte si fossero avvicinati timidamente, correvano il rischio di rimaner distanziati già sull'inizio della corsa, e, in ogni modo, perdevano la possibilità di conquistare il lato interno della pista, oggetto dell'ambizione comune.
La difficoltà di quest'impresa, i suoi pericoli e le sue conseguenze, erano ben note agli spettatori. La vittoria doveva sorridere al più abile.
Dunque, o mio caro, Tutti richiama al cor gli accorgimenti, Se vuoi che il premio di tue man non sfugga: L'arte, più che la forza, al fabbro, è buona.
Tale il consiglio di Nestore al figlio Archiloco, consegnandogli le redini, prima della corsa, consiglio che poteva utilmente essere richiamato da ciascuno degli auriga.
Ogni guidatore guardava per prima cosa la corda, poi il muro interno. Dimodochè, mirando al medesimo punto, e correndo a gran carriera, uno scontro sembrava inevitabile. Non solo. Se il direttore, all'ultimo momento, malcontento della partenza, non desse il segnale di lasciar cader la corda? O se non lo desse in tempo?
Lo spazio intermedio era di circa duecentocinquanta piedi in lunghezza. Guai se, suggestionato dagli sguardi delle migliaia di spettatori o attratto dall'esclamazione insidiosa di un avversario, o dal grido animatore, ma non meno pericoloso, di qualche amico, l'auriga avesse alzati gli occhi un istante! Fermo il polso, le pupille fisse, i guidatori avanzavano.
Il tocco divino che dà l'ultima perfezione alla bellezza, è l'animazione.
Che il lettore tenti di immaginarsi quello spettacolo, al quale i nostri tempi moderni non saprebbero contrapporre nulla di eguale: guardi dapprima l'arena, immensa distesa luccicante di sabbia bianca, chiusa nella sua cornice di mura grigie; veda su questo campo perfetto i sei cocchi leggeri, graziosi, rilucenti, — quello di Messala splendido di oro e d'avorio; guardi i guidatori, il loro corpo eretto, rigido, le membra nude e abbronzate; nella destra i lunghi flagelli, nella sinistra, accuratamente separate, le redini, tese fino all'estremità dei timoni; osservi i cavalli scelti per bellezza come per velocità, le criniere al vento, i corpi distesi, le narici tumide, le gambe fine ma robuste come verghe di ferro, ogni muscolo dei loro splendidi corpi, pieno di vita, ora teso, ora contratto, giustificando il mondo che ha preso da essi la sua unità di forza; veda le ombre, che accompagnando cocchi, auriga e cavalli, radono la terra; veda, con l'occhio della mente, tutto questo, e potrà comprendere il piacere e il delirio che invadeva la folla per la quale questo spettacolo non era vana creazione di fantasia, ma vera, palpitante realtà.
Tutte e sei le quadrighe correvano per la strada più breve verso il medesimo punto; il muro; cedere sarebbe stato come rinunciare alla vittoria. E chi avrebbe deviato in mezzo a quella pazza carriera, con le grida della moltitudine che gli tuonavano nell'orecchio come il rombo del mare in burrasca?
Il trombettiere presso il direttore diede uno squillo poderoso. — A venti passi di distanza nessuno lo udì. Ma vedendo l'atto, i giudici di campo lasciarono cadere la corda a pena in tempo per evitare il cocchio di Messala, nell'abbassarla, e toccarono lo zoccolo del suo primo cavallo. L'impavido Romano, agitò il flagello, che si snodò sibilando nell'aria, allentò le redini, tese il corpo in avanti, e con un grido di trionfo conquistò il muro.
— «Giove è con noi! Giove è con noi!» — urlò tutta la fazione Romana, in un delirio di entusiasmo.
Alla voltata, la testa di leone, con cui terminava il mozzo della sua ruota, urtò la gamba anteriore del cavallo dell'Ateniese, gettando l'animale spaventato addosso al suo vicino di giogo. Entrambi vacillarono, s'impennarono. I custodi balzarono innanzi e li afferrarono per le briglie. Le migliaia di persone sulle gradinate trattennero il respiro, attente; solo dalla tribuna consolare continuavano le grida e il clamore.
— «Giove è con noi!» — urlò Druso.
— «Egli vince! Giove è con noi!» — echeggiarono i suoi compagni, vedendo Messala alla testa del gruppo.
Samballat, con le sue tavolette in mano, si rivolse a loro. Un frastuono, seguito da grida strazianti lo obbligò a guardare nuovamente nell'arena. Messala essendo passato, il Corinzio era il solo che rimanesse alla destra dell'Ateniese, e in quella direzione quest'ultimo cercò di piegare la sua quadriglia spaventata; proprio in quel momento sventura volle che la ruota del Bizantino, suo vicino di destra, incontrasse di fianco il suo cocchio sbalzando l'auriga per terra. Con un urlo di rabbia e di terrore il misero Cleante cadde sotto le zampe dei propri cavalli; orribile spettacolo davanti al quale Ester si coprì gli occhi.
Il Corinzio, il Bizantino, il Sidonio passarono avanti.
Samballat diede uno sguardo a Ben Hur, e si volse nuovamente a Druso e ai suoi compagni.
— «Cento sesterzi sopra l'Ebreo!» — esclamò.
— «Accettato!» — rispose Druso.
— «Altri cento sull'Ebreo!» — gridò Samballat.
Nessuno gli badava. Gridò nuovamente; lo spettacolo dell'Arena assorbiva tutta la loro attenzione, ed essi erano troppo occupati ad urlare: — «Messala! Messala! Giove è con noi!» —
Quando Ester osò guardare nuovamente, alcuni servitori stavano rimovendo i cavalli e il carro frantumato, mentre altri portavano via l'auriga; da ogni banco su cui sedeva un Greco partivano urli di rabbia e preghiere di vendetta.
Essa giunse le mani per la felicità: Ben Hur, incolume volava al pari col Romano! Dietro a loro, in gruppo, venivano il Sidonio, il Corinzio e il Bizantino.
La corsa era incominciata. La moltitudine tratteneva il respiro.
CAPITOLO XIV.
Ben Hur, come abbiamo veduto, si trovava all'estrema sinistra dei sei. Per un momento, come gli altri, fu quasi abbagliato dalla viva luce dell'arena. Pure riuscì a distinguere i suoi avversari e ne indovinò l'intento. Diede uno sguardo scrutatore a Messala. Il freddo orgoglio del patrizio Romano riposava, come d'usato, sul bellissimo volto, alle cui fattezze l'elmo accresceva maestà; ma, fosse giuoco di fantasia o effetto dell'ombra bronzea che copriva il suo viso, in quell'istante l'Ebreo credette di vedere tutta l'anima dell'uomo trasparire attraverso la venustà di quel corpo, un'anima crudele, scaltra, vigile e risoluta.
In pari tempo lo spirito di Ben Hur s'irrigidì in un poderoso sforzo di volontà.
A qualunque costo, a qualunque rischio, egli avrebbe umiliato il suo nemico!
Premio, amici, scommesse, onori, tutto spariva davanti a quell'unico deliberato proposito! Neppure la morte lo avrebbe trattenuto!
Con tutto ciò, nessuna passione gli ardeva nel petto; il sangue non affrettò la sua corsa dal cuore al cervello, dal cervello al cuore; non provava nessun impulso di gettarsi alla cieca in braccio alla Fortuna, poichè egli non credeva alla Fortuna. Fidava in sè, nel disegno da lunga mano preparato, e chiamò a raccolta tutte le forze del suo corpo, tutte le energie della sua intelligenza, per poter attuare il suo piano.
A metà percorso egli si avvide che l'impeto di Messala, lo avrebbe, nel caso che non fosse successo alcuno scontro e la corda fosse caduta, infallibilmente condotto a rasentare il muro interno; e come un lampo gli venne il pensiero che Messala sapesse che la corda doveva cadere all'ultimo momento. Un accordo col direttore avrebbe potuto facilmente stabilire questo; e l'accordo era abbastanza probabile, quando si pensi che il prefetto era Romano, e all'interesse che poteva avere nella vittoria del suo concittadino, il quale, oltre al godere tanta popolarità, aveva una somma così ingente a repentaglio.
Nessun'altra ragione poteva spiegare la fiducia con cui Messala spingeva innanzi la sua quadriglia, proprio nell'istante che gli altri competitori cercavano di frenare le proprie, nessun'altra ragione, tranne la pazzìa.
Ma vedere una cosa e approfittarne sono due cose diverse.
Pel momento Ben Hur rinunciò al muro.
La corda cadde, e tutte le quadriglie, meno la sua, balzarono sulla pista, sotto il doppio impulso dei flagelli e delle voci.
Egli piegò a destra, e con tutta la velocità de' suoi Arabi, tagliò obliquamente la strada ai suoi avversari; dimodochè, mentre la moltitudine fremeva davanti all'infortunio dell'Ateniese, e il Sidonio, il Bizantino, e il Corinzio, cercavano con tutta destrezza di sfuggire alla rovina del compagno, Ben Hur passò loro davanti come una freccia, e procedette ruota a ruota col cocchio di Messala, ma dalla parte esterna.
La meravigliosa abilità dimostrata nel portarsi, in questa guisa, dall'estrema sinistra a destra, non sfuggì ai vigili sguardi delle gradinate; il Circo minacciò di crollare sotto lo scroscio degli applausi.
Allora Ester battè le mani; allora Samballat, sorridendo, offrì di nuovo i suoi cento sesterzi, senza ottenere risposta; e allora, per la prima volta, i Romani ebbero il dubbio che forse Messala avesse trovato il suo pari, forse anche il suo superiore, e questi in un Israelita!
L'uno di fianco all'altro, separati da un intervallo quasi impercettibile, i due cocchi si avvicinavano alla prima mèta.
Il plinto su cui s'ergevano i tre pilastri, veduto da ovest, presentava l'aspetto di un muro, in forma di semi cerchio, offrendo la convessità della curva agli spettatori, parallela all'opposta concavità del balcone di faccia. Questa voltata costituiva la prova di fuoco dei guidatori; Oreste medesimo vi aveva fallito. Un generale silenzio regnante nell'assemblea testimoniava l'interessamento con cui il pubblico seguiva questa fase.
Il calpestìo dei cavalli ed il rumor delle ruote erano distintamente avvertibili.
Allora, per la prima volta, sembrò che Messala si avvedesse della presenza di Ben Hur; e subito tutta l'audacia dell'uomo si manifestò in un modo sorprendente.
— «Abbasso Eros, evviva Marte!» — egli gridò, brandendo il flagello. — «Abbasso Eros, evviva Marte!» — egli ripetè, assestando sulla schiena degli Arabi di Ben Hur, una sferzata, quale essi non avevano mai ricevuto.
Il colpo era stato veduto da ogni settore, e lo stupore fu generale.
Il silenzio divenne terribile nella sua intensità; sugli scranni intorno al Console i più coraggiosi trattennero il respiro, aspettando con gli occhi sbarrati. Solo un istante durò la tensione, poi, come rombo di tuono, scoppiò l'indignazione del pubblico.
I quattro cavalli trasalirono dallo spavento e balzarono innanzi. Nessuno li aveva mai toccati, se non in segno di affetto; erano cresciuti accarezzati come bambini, e la loro fiducia negli uomini era commovente.
Che cosa dovevano fare quelle delicate creature se non slanciarsi avanti come pazze?
Il carro traballò.
Non v'ha dubbio che ogni esperienza ci è utile nella vita. Donde trasse Ben Hur, in questo momento, il suo braccio vigoroso e il suo pugno di ferro? Donde, se non dai lunghi anni passati al remo? E che cos'era il sobbalzare del carro in confronto al rullìo improvviso della nave battuta dall'ebbro furore dei flutti? Egli mantenne il suo posto, allentò le redini sul capo ai cavalli, parlando loro con voce carezzevole, cercando unicamente di guidarli incolumi intorno all'angolo pericoloso; e prima ancora che l'agitazione del pubblico si fosse sedata, aveva riconquistata la padronanza su di essi.
Non solo: nell'avvicinarsi alla seconda mèta egli si trovò nuovamente al fianco di Messala, seguìto dalla simpatia e dai voti di tutti gli spettatori non Romani. Questo sentimento appariva così evidente, che Messala, con tutta la sua audacia, non stimò opportuno scherzare più oltre.
Mentre i carri passavano la mèta, Ester vide il volto di Ben Hur — un po' pallido, un po' rialzato — ma calmo, risoluto.
Subito un uomo si arrampicò sull'estremità occidentale del muro di divisione, e levò una delle sfere. In pari tempo fu tolto un delfino dall'altra parte.
Nello stesso modo, scomparvero la seconda sfera e il secondo delfino.
Poi la terza sfera e il terzo delfino.
Tre giri erano stati compiuti; Messala occupava ancora l'interno della pista; Ben Hur galoppava all'esterno. La corsa assumeva l'aspetto di una di quelle gare doppie così popolari nel secondo periodo dell'età imperiale. — Nella prima Messala e Ben Hur; il Sidonio, il Corinzio, il Bizantino, seconda.
Intanto gli uscieri avevano ottenuto di far sedere la moltitudine, quantunque il clamore continuasse, precedendo i corridori.
Al quinto giro il Sidonio riuscì a portarsi all'altezza di Ben Hur, ma perdette subito il vantaggio.
Il sesto giro cominciò senza recare un spostamento nelle posizioni relative.
Gradatamente la velocità era aumentata; a poco a poco il sangue dei guidatori si riscaldava. Uomini e cavalli sembravano sapere che la crisi finale si avvicinava.
L'interessamento che, sul principio della gara, s'era concentrato nella lotta fra Messala e Ben Hur, accompagnato dall'universale simpatia per quest'ultimo, si mutò in ansietà e paura per lui. Su tutti i banchi gli spettatori tendevano gli occhi, seguendo silenziosi e immobili i cavalli dei due competitori.
Ilderim cessò di lisciarsi la barba, ed Ester dimenticò la sua timidezza.
— «Cento sesterzii sull'Ebreo!» — gridò Samballat ai Romani sotto alla tenda consolare.
Nessuno rispose.
— «Un talento — cinque talenti, — dieci, se volete!» —
Agitò le tavolette in atto di sfida.
— «Io vincerò i tuoi sesterzii» — disse un giovine Romano, preparandosi a scrivere.
— «Non farlo» — lo ammonì un amico.
— «Perchè?» —
— «Messala ha raggiunta la sua massima velocità. Guarda come si piega sopra l'orlo del cocchio, e libera le redini, ed ora osserva l'Ebreo.» —
L'altro guardò.
— «Per Ercole!» — egli esclamò impallidendo. — «Il cane fa ogni sforzo per trattenerli. Lo vedo, lo vedo! Se gli Dei non aiutano il nostro amico, egli sarà battuto dall'Israelita. — Ma no, non ancora. Guarda! Giove è con noi, Giove è con noi!» —
Questo grido, che uscì simultaneamente da ogni gola Romana, fece tremare il velario sopra la testa del Console. Se era vero che Messala aveva raggiunta la sua massima velocità, il risultato corrispondeva allo sforzo. Lentamente, ma distintamente, egli guadagnava terreno. I suoi cavalli correvano con le teste chinate e i colli tesi; dal balcone sembrava che radessero il suolo: le loro narici parevano schizzar sangue; gli occhi uscire dalle orbite. Certamente i buoni cavalli facevano tutto il possibile! Ma per quanto tempo avrebbero potuto mantenere quel passo? Era il principio del sesto giro soltanto. Volavano. Nel voltare la seconda mèta i cavalli di Ben Hur piegarono dietro il cocchio del Romano.
La gioia dei partigiani di Messala non ebbe limiti: gridavano, urlavano, gettavano per aria i cappelli; e Samballat riempì le tavolette con le scommesse che essi offrivano. Malluch nella tribuna sopra la Porta del Trionfo potè a stento frenare le sue lacrime. Egli aveva fatto tesoro della allusione di Ben Hur, secondo la quale «qualche cosa» doveva avvenire allo svolto delle colonne occidentali. Era il quinto giro, il qualche cosa non era ancora avvenuto; ed egli s'era detto fra sè: — «Aspettiamo il sesto.» — Il sesto era venuto e Ben Hur galoppava in coda al cocchio nemico.
Nella tribuna orientale, la compagnia di Simonide taceva. La testa del negoziante era chinata sul petto. Ilderim si tirava la barba, e corrugava le ciglia quasi a coprirne gli occhi. Ester respirava appena. Solo Iras sembrava contenta.
Per la penultima volta i cocchi facevano il giro dell'arena. — Messala alla testa, dietro di lui Ben Hur. Era la vecchia corsa di Omero:
Innanzi a tutti Le puledre volavano veloci Del Fereziade Eumelo; e dopo queste, Ma di poco intervallo, i corridori Di Troe, guidati dal Titide, e tanto Imminenti che ognor parean sul carro Montar d'Eumelo, a cui coi flati ardenti Già scaldano le spalle, e già le toccano Colle fervide teste.
Così arrivarono alla prima mèta e la girarono. Messala, temendo di perdere il vantaggio conseguito, andò rasente al muro, sino quasi a toccarlo; un palmo più a sinistra e cocchio ed auriga sarebbero stati travolti; pure, quando la voltata fu fatta, nessuno, osservando le carreggiate dei due cocchi, avrebbe potuto dire: — «qui passò Messala, qui l'Ebreo.» — Uno solo era il solco lasciato dai due.
Ester vide di nuovo il volto di Ben Hur, e le parve più pallido di prima.
Simonide, più acuto osservatore di Ester, sussurrò nell'orecchio di Ilderim:
— «Sceicco, io non sono buon giudice, ma credo che Ben Hur covi un progetto nella sua mente. Il suo viso me lo dice.» —
Al che Ilderim rispose: — «Hai veduto come i cavalli erano freschi e lucidi? Per lo splendore di Dio, amico, non sembra che abbiano corso! Ma ora, attento!» —
Una sola sfera e un solo delfino rimanevano; e tutto il popolo respirò, sapendo che il principio della fine era giunto.
Il Sidonio lasciò cadere le correggie del suo flagello sulla schiena dei suoi cavalli, e, quasi pazzi dal dolore e dalla paura, i nobili animali si slanciarono innanzi disperatamente, minacciando di prendere il primo posto. Ma lo sforzo si esaurì nella promessa. Il Bizantino ed il Corinzio fecero il medesimo tentativo, con lo stesso risultato, e d'allora in poi essi si poterono considerare fuori giuoco. Con una prontezza facilmente spiegabile; tutte le fazioni meno la Romana accentrarono i loro voti su Ben Hur, animandolo con grida selvagge.
— «Ben Hur! Ben Hur!» — urlarono, e il rombo di migliaia di voci arrivò come un'onda sino alla tribuna consolare.
— «Avanti, Ebreo!» —
— «Al muro, al muro!» —
— «Forza, Arabi! Frusta e redini!» —
— «Ora o mai!» —
Sull'orlo della balconata si piegavano mille corpi, tendendo le mani verso di lui.
Forse non udì, forse non potè far di più; in ogni modo l'ultimo giro era mezzo percorso senza che fosse avvenuto alcun mutamento!
Ed ora per fare l'ultima voltata, Messala cominciò a raccogliere le redini dei cavalli di sinistra, movimento che necessariamente rallentò la sua velocità. Il suo cuore batteva in anticipazione della vicina vittoria. Più d'un altare avevano arricchito i suoi doni. Il genio Romano doveva prevalere. Sui tre pilastri, a seicento piedi di distanza, erano fama, fortuna, onori, e un trionfo che l'odio rendeva ineffabilmente dolce. Tutto ciò l'attendeva! In quell'istante Malluch, dalla gradinata, vide Ben Hur piegarsi innanzi sull'orlo del cocchio, e rallentare le redini sulla schiena dei suoi Arabi. Le cinghie del flagello si snodarono nell'aria, con un lungo sibilo di serpenti. Non caddero, ma la minaccia di quel suono, sortì il medesimo effetto. Nel passare dalla sua posizione, rigida e calma, a questa rapidità di azione, il volto dell'uomo si imporporò, gli occhi scintillarono; sembrava che la sua volontà, correndo lungo le redini, si comunicasse ai cavalli, i quali, come animati dal medesimo impulso, risposero con uno scatto che li portò al fianco del carro Romano. Messala, presso alla perigliosa voltata della mèta, udì, ma non osò volgere la testa. Dal pubblico non ricevette alcun avvertimento. Nel profondo silenzio dell'arena non si udivano che il rumore dei cocchi e la voce di Ben Hur, che, in pura lingua Amarica, come lo sceicco medesimo, parlava ai cavalli.
— «Su, Atair! Su, Rigel! Avanti, Antares! Vorresti forse indugiare, Aldebran, nobile cuore? Io li sento cantare nel deserto; io sento le donne e i fanciulli cantare la canzone delle stelle: Atair, Antares, Rigel, Aldebran, vittoria! — e quel canto durerà eterno. Avanti, cavalli! Domani vi accoglieranno le tende paterne! Avanti, Antares! La tribù ci aspetta, e il padrone ci guarda! Vittoria, vittoria! E, fatto, è fatto! Ah, ah! L'orgoglioso è umiliato! La mano che ci colpì è nella polvere! Nostra la gloria! Ah, ah! — fermi! La fatica è compiuta! — Adagio — alt!» —
Nulla di più semplice, nulla di più istantaneo.
Nel momento scelto per lo scatto finale, Messala stava girando intorno alla mèta. Per sorpassarlo, Ben Hur doveva tagliargli la strada, e, precisamente percorrendo il medesimo cerchio, con un raggio di poco maggiore. Le migliaia di persone assiepate sopra le gradinate compresero tutto: videro il segnale dato da Ben Hur; la magnifica risposta; i quattro cavalli di fianco al cocchio di Messala, la ruota interna del cocchio di Ben Hur, dietro il carro del Romano, tutto ciò videro e compresero. Poi udirono un colpo secco che fece fremere tutto il Circo, e videro una pioggia di scheggie bianche cadere sulla pista. Il carro del Romano traballò e si piegò sopra il lato destro, urtando con l'estremità della sala la terra. Due volte rimbalzò, poi tutto il cocchio andò in frantumi, e Messala, avviluppato nelle redini, fu precipitato a capo fitto fra i propri cavalli.
Per accrescere l'orrore dello spettacolo, il Sidonio, che rasentava il muro dietro Messala, non potè arrestarsi o deviare. Con tutta velocità piombò addosso ai resti del cocchio Romano, in mezzo ai cavalli di questo, quasi pazzi di terrore. Poco dopo, attraverso la nube di polvere, che velò per un istante la scena, egli fu visto trascinarsi carponi, mentre il Corinzio ed il Bizantino seguivano come freccie il cocchio di Ben Hur. Gli spettatori balzarono in piedi sui banchi con un lungo grido. Alcuni videro Messala sotto gli zoccoli dei cavalli tumultuanti e i rottami dei due carri. Non si muoveva; sembrava morto. Ma la maggior parte non aveva occhio che per Ben Hur. Era loro sfuggita l'abile mossa, per cui, piegando un poco verso sinistra, egli aveva urtata la delicata ruota di Messala con la ferrea punta del proprio mozzo, frantumandola; ma avevano veduto il mutamento avvenuto in lui. Essi medesimi si sentivano compenetrati dalla subita fiamma del suo spirito, dall'eroica risoluzione, dalla furiosa energìa, con cui, nel gesto, nello sguardo, nella voce, aveva improvvisamente inspirato i suoi Arabi. Correvano essi? O non erano piuttosto i lunghi salti di leoni aggiogati? Se non fosse stato pel carro pesante, si sarebbe detto che volassero. Quando il Bizantino ed il Corinzio erano ancora a metà percorso, Ben Hur voltava l'ultima mèta.
E la corsa era vinta!
Il console si alzò, il pubblico gridò con quanta voce aveva in gola; il direttore discese dal suo scranno incontro ai vincitori.
Il fortunato vincitore del pugilato era un gigantesco Sassone dai capelli flavi, e con un volto così brutale, da attirare l'attenzione di Ben Hur, che riconobbe in lui il suo antico maestro in Roma, di cui era stato l'alunno favorito. Poi alzò gli occhi verso il balcone di Simonide. La compagnia gli tese le mani. Ester rimase seduta; ma Iras si alzò e con un grazioso gesto del ventaglio gli mandò un bacio — favore non meno inebbriante, perchè noi sappiamo, o lettore, che sarebbe toccato a Messala, se a questi avesse arriso la vittoria.
La processione, salutata da un nuovo scoppio di applausi, attraversò lentamente la Porta Trionfale.
CAPITOLO XV.
Ben Hur ed Ilderim dovevano, come d'accordo, partire a mezzanotte dello stesso giorno, e seguire la strada battuta dalla carovana, che li aveva preceduti di trenta ore.
Lo sceicco era felice; aveva offerto doni principeschi, ma Ben Hur rifiutò ogni cosa, insistendo che gli bastava l'umiliazione inflitta al nemico.
La disputa generosa continuò a lungo.
— «Pensa» — diceva lo sceicco — «a quanto tu hai fatto per me. In ogni tenda nera, dall'Akaba all'Oceano, e attraverso le terre dell'Eufrate fino al mare degli Sciti, volerà la fama della mia Mira e dei suoi figli; e quelli che canteranno di loro, mi esalteranno, e dimenticheranno ch'io sono sul declinar dell'età. Tutte le nomadi lancie del deserto verranno a me, e mi riconosceranno sceicco. Tu non sai che cosa significhi il dominio che ora terrò sul deserto. Principi e commercianti mi pagheranno innumerevoli tributi. Sì, per la spada di Salomone, Cesare stesso dovrà piegarsi innanzi a me! E tu non vuoi nulla — nulla?» —
E Ben Hur rispondeva:
— «No, sceicco; non sono io forse amato da te e non ho il tuo aiuto? L'incremento della tua potenza potrà servire al Re che verrà. Chi può dire che non ti fu concessa a questo scopo? Nell'opera ch'io intraprendo avrò bisogno di te. Rifiutando oggi, potrò chiedere più apertamente in seguito.» —
Mentre essi disputavano con tanta vivacità arrivarono due messaggeri — Malluch ed uno sconosciuto. Il primo ebbe naturalmente la precedenza. Dopo aver nuovamente espresso la sua gioia per gli eventi della giornata, venne allo scopo della sua visita.
— «Simonide mi manda a dirvi, che, terminati i giuochi, alcuni Romani si affrettarono a reclamare contro il pagamento del premio.» —
Ilderim balzò in piedi, gridando colla sua voce più acuta.
— «Per la potenza di Dio, l'Oriente deciderà se la corsa fu lealmente guadagnata!» —
— «No, buon sceicco,» — disse Malluch — «Il direttore ha pagato.» —
— «Sta bene.» —
— «Quando dissero che Ben Hur urtò la ruota di Messala, il direttore rise e rammentò loro la sferzata ricevuta dagli Arabi in principio della corsa.» —
— «E l'Ateniese?» —
— «È morto.» —
— «Morto!» — esclamò Ben Hur.
— «Morto!» — ripetè Ilderim. — «Solo quei mostri Romani hanno tutte le fortune. Messala scampò.» —
— «Scampò, — sì, o sceicco, con la vita; ma essa gli sarà di peso. I medici dicono che vivrà, ma che non potrà mai più camminare.» —
Ben Hur alzò gli occhi al cielo, in silenzio. Ebbe la visione di Messala, inchiodato alla sua sedia come Simonide, e come lui portato in giro sopra le spalle degli schiavi. L'infermità dei buoni è facile a sopportarsi; ma che sarebbe di costui col suo orgoglio e la sua ambizione?
— «Simonide vi fa sapere inoltre» — continuò Malluch — «che Samballat ha dei fastidii. Druso e quelli che hanno firmato con lui, hanno appellato al console Massenzio circa il pagamento dei cinque talenti perduti, e il Console ha rimandata la decisione a Cesare. Anche Messala si rifiuta di pagare, e Samballat, seguendo l'esempio di Druso, ha portato l'affare davanti al console. I migliori Romani dicono che coloro che protestano dovranno pagare, e tutti i partiti avversarii si schierano con loro. In città non si parla che dello scandalo.» —
— «E che dice Simonide?» — chiese Ben Hur.
— «Il padrone ride, ed è contento. Se il Romano paga, è rovinato; se si rifiuta, è disonorato. La politica imperiale deciderà. Offendere l'Oriente sarebbe un brutto principio nella campagna coi Parti; offendere lo sceicco Ilderim, significherebbe inimicarsi il Deserto, attraverso il quale corrono tutte le linee di operazione di Massenzio. Quindi Simonide vi esorta a star di buon animo: Messala pagherà.» —
Il volto di Ilderim si rasserenò subito.
— «Ed ora andiamo» — egli esclamò, stropicciandosi le mani. Simonide ha in mano la cosa, ed essa non può andar male. Intanto la gloria è nostra. Ordinerò che siano approntati i cavalli.» —
— «Fermati,» — disse Malluch. — «Ho lasciato là fuori un messaggero. Vuoi vederlo?» —
— «Per lo splendore di Dio! l'avevo dimenticato!» —
Malluch si ritirò, lasciando il passo ad un giovinetto di delicata apparenza, e modi cortesi, il quale, piegatosi sopra un ginocchio fece la sua ambasciata.
— «Iras, figlia di Balthasar, manda allo sceicco Ilderim saluti e felicitazioni per la vittoria ottenuta.» —
— «La figlia del mio amico è assai gentile,» — disse Ilderim con gli occhi scintillanti. — «Portale questo gioiello in segno della mia riconoscenza.» —
Così dicendo si tolse un anello dal dito.
— «Farò come tu dici, o sceicco» — continuò il paggio — «La figlia dell'Egiziano mi ha dato anche un'altra commissione. Essa prega il buon sceicco Ilderim, di far noto al giovine Ben Hur, che suo padre dimora attualmente nel palazzo di Idernee, dove essa riceverà il giovine, domani, dopo l'ora quarta. E se, con le sue congratulazioni, lo sceicco Ilderim vorrà accettare anche la sua gratitudine per questo secondo favore, essa sarà felicissima.» —
Lo sceicco guardò Ben Hur, che arrossì di gioia.
— «Che devo rispondere?» — chiese.
— «Se permetti, o sceicco, andrò a trovare la bella Egiziana.» —
Ilderim rise e disse: — «La gioventù non viene che una volta sola; non deve l'uomo approffittarne?» —
Ben Hur si volse al messaggero.
— «Dirai a colei che ti inviò, che io, Ben Hur, sarò felice di vederla domani al pomeriggio, nel palazzo di Idernee, dovunque esso si trovi.» —
Il giovinetto si alzò e, con un profondo inchino, partì.
A mezzanotte Ilderim si mise in cammino, lasciando indietro un cavallo e una guida per Ben Hur che doveva seguirlo.
E Ben Hur rimase solo in Antiochia.
CAPITOLO XVI.
Il giorno appresso, una buona mezz'ora prima del tempo fissato per l'appuntamento, Ben Hur, lasciato l'Omfalo, che era nel cuore della città, ed attraversati i Colonnati di Erode, arrivò al palazzo di Idernee.
Dalla strada penetrò dapprima in un vestibolo, dai lati del quale si partivano due scalinate conducenti a una galleria superiore. Leoni alati fiancheggiavano la scala; nel centro una gigantesca gru in mezzo a un bacino di marmo lasciava zampillar l'acqua dal becco. I leoni, la gru, le scale ricordavano l'Egitto. Le pareti e pavimenti, la volta, la rampa della scala erano di pietra grigia. Sopra il vestibolo, sul pianerottolo della scala, sorgeva un porticato, così leggero, di tale grazia, e di così squisite proporzioni, quali solo uno scalpello Greco avrebbe potuto eseguire. Colonne ed archi di marmo bianchissimo, spiccavano come gigli sopra il grigio della pietra.
Ben Hur si fermò all'ombra del porticato, per ammirarne la finitezza del disegno e la purezza del marmo; quindi entrò nel palazzo. L'ampio portone era spalancato per riceverlo. Il corridoio in cui penetrò, era alto, ma stretto, pavimentato di mattoni rossi, con le pareti di egual colore; ma questa stessa semplicità avvertiva e preparava l'animo alle bellezze che dovevano venire di poi.
Egli camminava lentamente assaporando la quiete signorile del luogo e pensando al vicino colloquio con Iras. Essa lo aspettava, lo aspettava col suo canto e i suoi racconti, con la vivacità del suo spirito, con la sua voce voluttuosamente sommessa e suggestiva. Lo aveva mandato a chiamare la sera, sul lago, all'Orto delle Palme; ora lo aveva invitato di nuovo, — nel suo magnifico palazzo di Idernee. Egli procedeva come in un sogno felice.
Il corridoio lo condusse ad una porta chiusa davanti alla quale egli si fermò; in quella gli ampî battenti si spalancarono da soli, senza stridore, silenziosamente. Nessuna chiave era girata nella toppa; nessuna mano aveva sospinto l'uscio. La singolarità del caso gli passò inavvertita davanti allo spettacolo che gli si offrì.
Attraverso il vano della porta egli vide il vasto atrio di una casa Romana, e di una ricchezza e di una magnificenza favolosa.
Era impossibile dire l'ampiezza della sala, mirabilmente celata dall'armonia delle proporzioni. Abbassando gli occhi, s'avvide d'essere in piedi sul petto di una Leda che accarezzava il collo di un cigno, guardando più in là, vide che tutto il pavimento era un grande mosaico rappresentante soggetti mitologici. Intorno alle pareti, sparsi in artistico disordine per la sala, erano sedie e sgabelli di squisita fattura, ciascuno secondo un proprio disegno, e tavoli, meravigliosamente scolpiti, e giacigli coperti di soffici pelliccie che invitavano ad adagiarvisi sopra lunghi distesi. Tutti questi oggetti di mobiglio, insieme alle sculture e ai bassorilievi delle pareti, si riflettevano sul lucido pavimento, e sembravano quasi galleggiare sulla trasparente superficie di uno stagno.
Il soffitto era a volta e si incurvava verso il centro, donde attraverso una grande apertura pioveva la luce del giorno e traspariva l'azzurro del cielo; l'impluvium, sotto l'apertura, era circondato da grate di bronzo; i pilastri dorati che sopportavano la volta intorno all'orlo dell'apertura, corruscavano di viva fiamma là dove erano toccati dal sole, e i loro riflessi sul pavimento sembravano prolungarsi a profondità infinite.
Strani candelabri pendevano dall'alto, o si partivano in fantastiche curve dalle pareti, alternandosi con statue e vasellami; il tutto formando una sala degna della villa sul Palatino che Cicerone comperò da Crasso, o di quell'altra ancora più celebre per la sua stravagante magnificenza, la villa Tusculana di Scauro.
Assorto nell'ammirazione di quanto vedeva, Ben Hur girava per la sala, aspettando. Non era impaziente. Quando Iras sarebbe stata pronta, sarebbe venuta o l'avrebbe mandato a chiamare. In ogni casa Romana l'atrio era la sala di ricevimento degli ospiti.
Due, tre volte, fece il giro delle pareti; poi si fermò sotto all'apertura a contemplare con lo sguardo l'azzurra immensità del cielo sopra il suo capo; poi ancora, appoggiato contro una colonna, studiò gli effetti di luce e di ombra. E non veniva nessuno!
L'attesa cominciò a pesargli, e principiò pensare sulle possibili ragioni del ritardo di Iras. Esaminò di nuovo i disegni del pavimento, ma ne trasse minore diletto di prima e vi scoprì parecchi difetti. Di tanto in tanto si fermava ad ascoltare. L'impazienza cominciava a pungerlo, e il silenzio che lo circondava si fece opprimente. Una vaga inquietudine lo prese, e cercò invano di soffocarla:
— «Starà dandosi un'ultima pennellata alle sopracciglia, o, forse, starà facendo una ghirlanda per me; cercherà d'esser più bella onde farsi perdonare il ritardo!» — Con tali riflessioni tentò di cacciare la noia e la febbre dell'attesa.
Si sedette per ammirare un candelabro — un plinto di bronzo scorrente sopra rotelle; all'estremità si elevava lo stelo di una palma, dall'altra la figura di una donna inginocchiata dinanzi ad un'ara; le lampade pendevano in guisa di frutti fra le fronde dell'albero; — un capolavoro del suo genere. Ma l'ansia di quel silenzio non cedeva davanti alla contemplazione del bellissimo oggetto. Egli tendeva l'orecchio, ma non si udiva un suono; il palazzo era muto come una tomba.
Forse vi era stato un errore. No: il messaggiero veniva da parte dell'Egiziana, e questo era il palazzo di Idernee. Poi si rammentò che la porta si era aperta in modo misterioso, da sola, senza chiasso. Andrebbe ad accertarsi!
Mosse verso la porta. Quantunque si sforzasse di camminare in punta di piedi, i suoi passi risuonarono sgradevolmente, ed egli ne ebbe quasi paura. Diventò nervoso. Il pesante chiavistello romano resistette al primo tentativo fatto per smuoverlo; provò una seconda volta — il sangue gli si agghiacciò nelle vene — finalmente diede uno strappo alla serratura con tutte le sue forze: invano — la porta non si mosse neppure. Un senso di timore lo prese, e per un momento rimase irresoluto.
Chi, in Antiochia, aveva motivo di fargli del male?
Messala!
E questo palazzo di Idernee? Aveva veduto l'Egitto nel vestibolo, Atene nel candido porticato; ma, qui, nell'atrio, era Roma; tutto quanto, all'ingiro, tradiva l'appartenenza Romana. È vero, il palazzo era in una delle strade più popolose della città; ma, per questa cagione appunto, poteva esser stato scelto dal genio audace del suo nemico.
L'atrio subì una metamorfosi; con tutta la sua eleganza e bellezza, non era che una trappola. Il timore dipinge tutto in nero.
L'idea d'essere stato colto come un uccello nella pania irritava Ben Hur.
Molte porte apparivano a destra e a sinistra dell'atrio, conducenti probabilmente alle camere da letto; cercò di aprirle ma senza riuscirvi. Forse bussando avrebbe chiamato gente; ma vergognoso di far rumore, si gettò sopra un giaciglio e raccolse i suoi pensieri.
Evidentemente egli era prigioniero; ma a che scopo? e di chi?
Era opera di Messala? Egli si alzò, girò gli occhi attorno, atteggiò le labbra a un sorriso di scherno. Armi pendevano dalle pareti, e giacevano sui tavoli; avrebbe saputo difendersi. La fame? Uccelli erano morti di inedia in gabbie d'oro! ma egli non sarebbe morto là. Le statue di bronzo ed i mobili gli avrebbero servito da arieti, e la sua forza, triplicata dall'ira e dalla disperazione, avrebbe sfondata qualunque porta.
Messala non sarebbe venuto. Egli non poteva muoversi dal letto. Era paralizzato come Simonide; pure avrebbe potuto mandare altri sicari, comperati e pronti a qualunque delitto. Ben Hur si alzò ed esaminò nuovamente le porte. Chiamò una volta; ma il suono della sua voce lo spaventò. Decise di aspettare con calma qualche tempo, prima di fare un tentativo estremo.
In simili situazioni la mente ha i suoi flussi e riflussi, con intervalli di tranquillità fra l'uno e l'altro. Finalmente, dopo matura riflessione, concluse che dovesse esser successo un errore o un accidente. Il palazzo doveva appartenere a qualcheduno. Doveva avere almeno un custode, e questi sarebbe venuto ad aprirgli — fra un ora — fra due ore. Pazienza.
Così, pensando, attese.
Passò mezz'ora — a Ben Hur essa sembrò assai lunga — quando la porta per cui era entrato, si aprì e si rinchiuse silenziosamente, senza che egli se ne avvedesse, seduto com'era dalla parte opposta della sala.
Il rumore dei passi lo fece trasalire.
— «Ecco Iras!» — egli pensò con un fremito di sollievo e di gioia.
I passi erano pesanti e accompagnati dallo stropiccio di rozzi sandali.
Egli si alzò, e, silenziosamente, si appostò dietro le colonne dorate nel centro della sala. Di lì a poco intese voci — voci di uomini, ma non potè, comprendere ciò che dicevano, perchè parlavano un linguaggio sconosciuto all'oriente.
Dopo un esame superficiale della stanza gli stranieri si avanzarono a sinistra, e Ben Hur li vide: erano due uomini, uno grasso, entrambi alti di statura, abbigliati con tuniche succinte. Non avevano l'aria nè di padroni nè di domestici della casa. Tutto ciò che vedevano destava la loro meraviglia, e si fermavano spesso a toccare gli oggetti con una curiosità animalesca. Erano due tipi volgari, che sembravano profanare l'atrio con la loro presenza. D'altra parte la loro aria sicura e disinvolta rivelava un intento preciso. Quale?
Chiacchierando vivacemente, e arrestandosi ora qui ora lì, si avvicinarono alla colonna dietro alla quale stava Ben Hur. Un fascio di luce pioveva sul pavimento, a poca distanza, illuminando un mosaico, ad osservare il quale essi si fermarono di nuovo, permettendo a Ben Hur di esaminarli dettagliatamente.
Il lungo silenzio e l'aria di mistero che dominavano sul palazzo avevano reso Ben Hur alquanto nervoso, e un fremito di paura gli attraversò ogni fibra, quando riconobbe, nel primo e più grasso degli stranieri, quel Germano ch'egli aveva conosciuto in Roma, e che aveva veduto il giorno prima al Circo, vincitore del premio al pugilato; il volto abbronzato dell'uomo, deturpato dalle cicatrici di molte battaglie e dalle impronte di vizi brutali; le membra colossali, vere meraviglie di quanto l'esercizio e la disciplina della palestra possono produrre, spiravano una minaccia, che era impossibile disconoscere. L'istinto gli disse che il momento per un assassinio era troppo ben scelto per essere il frutto di un caso.
Posò lo sguardo ansioso sul compagno del gigante: un giovine, dagli occhi neri, e dai capelli scuri, Ebreo all'apparenza; osservò che entrambi indossavano i costumi dell'Arena. Sommando queste diverse circostanze, Ben Hur non potè che dedurne una conclusione: Egli era caduto in un trabocchetto. Lontano da ogni aiuto, in questo splendido carcere, doveva morire!
Dubbioso ed incerto, guardava ora l'uno ora l'altro dei due uomini, mentre, nella sua mente, si svolgeva quell'ultimo miracolo della memoria in procinto di oscurarsi per sempre, la quale richiama alla coscienza del moribondo tutta quanta la vita passata e gli fa sfilare dinanzi agli occhi ogni minimo dettaglio della sua vita trascorsa, con tutta l'evidenza della realtà. Sino a pochi giorni fa egli era il perseguitato, l'agnello. Da poco era avvenuto il grande mutamento della sua vita che lo avrebbe dovuto rendere aggressore, e che lo avrebbe avviato a quel grande sogno di vendetta e di gloria, di cui la giornata di ieri era stato il primo, importantissimo passo. Ieri aveva trovata la prima sua vittima! Ad uno spirito puramente Cristiano, questa immagine avrebbe portata la debolezza del rimorso. Non così con Ben Hur; l'anima sua era stata modellata sulle dottrine del grande legislatore del suo popolo. Il castigo di Messala era meritato, era giusto! Iddio stesso gli aveva concessa la vittoria, e questo pensiero gli accrebbe fiducia.
Non solo. Gli era stato detto, e le circostanze lo avevano concordemente confermato, che il Cielo lo aveva scelto per una missione santa, come era santo il Re che doveva venire, — una missione che rendeva legittima e sacra anche la vendetta, perchè necessaria. Doveva egli, sulla soglia appena del suo grande compito, temere e disperarsi?
Disfece il nodo della fascia che gli stringeva la vita, e lasciò scivolare a terra l'ampia vestaglia bianca, che portava, alla foggia degli Ebrei, rimanendo in una tunica succinta non dissimile da quelle degli avversari. Incrociando le braccia sul petto, ed appoggiando le spalle alla colonna, aspettò tranquillamente.
L'esame del mosaico fu breve.
Tosto il Germano si voltò, e disse qualche cosa al compagno; entrambi guardarono Ben Hur. Scambiate poche altre parole nella loro lingua, avanzarono verso di lui.
— «Chi siete!» — chiese Ben Hur.
Il Germano sorrise, senza che quest'atto giovasse ad attenuare la feroce bruttezza del suo volto, e rispose:
— «Barbari.» —
— «Questo è il palazzo di Idernee. Che cosa cercate? Fermatevi e rispondete.» — La voce era calma ma imperiosa. I due si fermarono, e, a sua volta, il Germano domandò:
— «Chi sei tu?» —
— «Un Romano.» —
Il gigante rovesciò il capo all'indietro e spalancando la bocca rise:
— «Ah, ah! Ho udito dire che un Dio nacque da una vacca per aver leccato una pietra salata; ma neanche un Dio può fare Romano un Giudeo.» —
Poi parlò di nuovo al compagno e i due si avvicinarono.
— «Fermi!» — disse Ben Hur, abbandonando la colonna. — «Una parola.» —
Si fermarono nuovamente.
— «Una parola?» — ripetè il Sassone, incrociando le braccia poderose sopra il petto. — «Una parola? Parla.» —
— «Tu sei Thord, il Germano.» —
Gli occhi azzurri del gigante si spalancarono per la sorpresa.
— «Fosti lanista in Roma.» —
Thord accennò di sì.
— «Io fui tuo scolaro.» —
— «No» — disse Thord, crollando il capo. — «Per la barba d'Irmino, non ho mai avuto nelle mie mani un Ebreo.» —
— «Io posso provare il mio asserto.» —
— «Come?» —
— «Voi veniste qui per uccidermi.» —
— «Questo è vero.» —
— «Allora lascia che quest'uomo lotti con me, da solo, ed io ti fornirò la prova sopra il suo corpo.» —
Un lampo d'allegrìa scintillò negli occhi del Germano. Disse due parole al compagno, il quale gli rispose; poi, volgendosi a Ben Hur, disse con la compiacenza di un fanciullo che si diverte:
— «Aspettate il mio segnale. Poi cominciate.» —
Con ripetuti calci avvicinò uno dei giacigli, e, con tutta tranquillità, vi si distese sopra comodamente; poi disse semplicemente:
— «Ora cominciate.» —
Senza preamboli, Ben Hur avanzò sopra il suo avversario.
— «Difenditi» — gli disse.
L'avversario alzò le mani e si mise in posizione.
Stando così, l'uno di fronte all'altro, non presentavano nessuna apparente disparità; al contrario, si rassomigliavano come due fratelli.
Lo straniero aveva sulle labbra un sorriso fiducioso, mentre il volto di Ben Hur esprimeva una serietà ed una risoluzione, che avrebbero suonato avvertimento e minaccia a chi avesse meglio conosciuto la sua abilità.
Entrambi sapevano che il combattimento era mortale.
Ben Hur fece una finta con la mano destra. Lo straniero parò, avanzando leggermente il braccio sinistro. Prima ch'egli potesse ritornare alla posizione di guardia, Ben Hur gli afferrò il polso con una stretta che gli anni passati al remo avevano reso terribile come una morsa. La sorpresa fu completa.
Scagliarsi innanzi, spingere il braccio imprigionato sotto il mento dell'avversario, e sopra la spalla destra, quindi far girare l'uomo in modo che presentasse il fianco sinistro senza difesa, assestargli un pugno — un pugno solo — sul collo nudo, sotto l'orecchio, — fu l'affare di pochi secondi. Il sicario precipitò a terra, pesantemente, senza un grido, e giacque immobile.
Ben Hur si volse a Thord.
— «Ah! Che? Per la barba d'Irmino!» — gridò questi, attonito, alzandosi. Poi rise.
— «Ah, ah, ah! Non avrei potuto farlo meglio io stesso.» —
Egli osservò Ben Hur tranquillamente dalla testa ai piedi, e lo fronteggiò con aperta ammirazione.
— «È il mio colpo — il colpo che per dieci anni praticai nelle scuole di Roma. — Tu non sei Ebreo. Chi sei?» —
— «Conoscesti Arrio, il duumviro?» —
— «Quinto Arrio? Sì, egli era mio patrono.» —
— «Egli aveva un figlio.» —
— «Sì,» — disse Thord, mentre il suo volto abbrutito fu illuminato da un lampo di gioia. — «Io conobbi il ragazzo; egli sarebbe diventato il Re dei gladiatori. Cesare gli offerse il suo favore. Io gl'insegnai quello stesso colpo che tu hai eseguito su costui, — un colpo impossibile tranne ad un pugno e ad un braccio come i miei. Mi ha valso più d'una corona.» —
— «Io sono il figlio di Arrio.» —
Thord si avvicinò, e lo esaminò con attenzione; poi i suoi occhi azzurri sfavillarono di schietta compiacenza, e, ridendo, gli tese la mano.
— «Ah, ah, ah! Egli mi disse che troverei un Giudeo — un cane di un Giudeo — ammazzando il quale avrei servito gli Dei!» —
— «Chi te lo disse?» — chiese Ben Hur, stringendogli la mano.
— «Egli — Messala — ah, ah!» —
— «Quando, Thord?»
— «Ieri notte.» —
— «Credevo che fosse malconcio.» —
— «Egli non camminerà mai più. Mi parlò dal suo letto, tra spasimi ed urli.» —
Era un quadro vivo, disegnato in pochi tratti; e Ben Hur capì che il Romano, se fosse sopravvissuto, avrebbe covato un odio inestinguibile, e gli sarebbe stato sempre pericoloso. Solo la vendetta gli rimaneva per addolcire la sua vita rovinata; donde quel suo convulso aggrapparsi alla fortuna, perduta nella scommessa con Samballat.
Ben Hur fissò gli sguardi nel futuro, e vide in quante guise il suo nemico avrebbe potuto nuocere ai suoi disegni, intralciare la grande opera intrapresa pel servizio del Re.
Perchè non ricorrere ai metodi del Romano? Questo uomo, prezzolato per assassinarlo, si poteva comperare per uccidere Messala.
Egli poteva offrirgli un prezzo maggiore.
La tentazione era forte; e, quasi in procinto di cedere, i suoi occhi incontrarono per caso il cadavere del suo avversario, col pallido volto scoperto, così simile al suo.
Gli balenò un'idea e chiese:
— «Thord, quanto ti ha dato Messala per uccidermi?» —
— «Mille sesterzii.» —
— «Tu li avrai; e purchè tu eseguisca a puntino i miei ordini, ne aggiungerò altri tremila dei miei.» —
Il gigante espresse il suo pensiero ad alta voce:
— «Ieri ho vinto cinquemila sesterzii; dal Romano mille — fanno seimila. Dammene quattro, buon Arrio, — quattro altri — e io t'aiuterò, quand'anche Thord, il mio divino omonimo, mi dovesse fulminare col suo martello. Dammene quattro, e, ad una tua parola, ti freddo quel bugiardo patrizio; ho solo da coprire la sua bocca con la mia mano — così.» —
Il gesto che accompagnò queste parole era suggestivo.
— «Capisco» — disse Ben Hur: — «diecimila sesterzii sono una fortuna. Ti permetteranno di andare a Roma e di aprire un nuovo negozio di vino in prossimità al Circo Massimo, e vivere come si addice al primo dei lanisti.» —
Persino le vecchie cicatrici sul viso del gigante raggiarono di gioia.
— «Io ti darò quattromila sesterzii» — continuò Ben Hur — «e non ti chiederò di versar sangue. Ascolta. Quel tuo compagno non aveva una accentuata rassomiglianza con me?» —
— «Vi avrei detto due mele dello stesso albero.» —
— «Ebbene, se io indosso la stessa tunica, e vesto lui coi miei panni, noi due possiamo andarcene tranquillamente, e tu ricevere ugualmente i tuoi sesterzii da Messala. Non hai che da dargli ad intendere che il morto sono io.» —
Thord rise fino alle lacrime.
— «Ah, ah, ah! Diecimila sesterzii in due giorni, guadagnati così facilmente! E un negozio di vino presso il Circo! tutto per una bugia, senza una goccia di sangue. Ah, ah, ah! Dammi la tua mano, o figlio di Arrio. Se mai vieni a Roma, non dimenticarti di visitare la bettola di Thord, il Germano. Per la barba di Irmino, ti darò il miglior Cecubo di Roma, dovessi andarlo a rubare nelle cantine di Cesare!» —