LIBRO SECONDO
Reading edition
Non mi chiamate Noemi (cioè bella), ma chiamatemi Mara (cioè amara), perchè l'Onnipotente m'ha ricolmata di grandi amarezze.
Nel libro di Ruth.
I. ALTRO TEMPO, ALTRA VITA.
Ecco Milano, la bella e ricca Milano! I larghi viali suburbani, che ornati d'una doppia fila d'alti platani, la circondano, come delle verdi ombre d'un giardino; i suoi lieti bastioni, le sue porte, che ora ti figurano la superba idea dell'arte romana studiata da' compassi dell'arte moderna, e ora ti presentano l'umile ingresso d'una borgata; i suoi corsi larghi, lisci ed asciutti, le sue variate vie fiancheggiate di modesti palazzi e di case belle e recenti dalla fronte allegra, dalle spesse e diritte finestre; tutto ti farebbe creder quasi d'essere in una città sorta ieri, se le belle cupole, e i campanili delle vecchie sue chiese, e quelle superbe colonne cadenti di San Lorenzo, unico avanzo della nostra grandezza a' migliori giorni di Roma, e più di tutto la mole sublime e gigantesca del Duomo con le cento sue guglie aeree, non sorgessero a ricordarti che i secoli passati hanno ancora le loro grandi vestigia, e signoreggiano, direi quasi, con l'armonia della loro maestà vetusta su d'un vasto anfiteatro di case, che la mediocrità costruì in compagnia del comodo, del risparmio e della convenienza.
Ma non cercare gli avanzi delle nostre glorie municipali; son pochi e inutili per noi, e furono sepolti dai secoli, o dispersi dagli uomini. Non aprire i volumi della storia, che adesso non è il tempo; essa ha delle pagine scritte col sangue, pagine terribili che fanno fremere e lagrimare; e altre ne ha, ornate delle più belle glorie italiane, pagine sante, che sono l'entusiasmo e la speranza di chiunque si ricordi ancora di portare il nome de' suoi antichi. — Milano è la città del gran signore e dell'onesto privato, del mercatante e dell'ozioso, del filosofo e del povero galantuomo; è la città semplice e colta, generosa e ospitale, la patria della bella vita e del buon cuore. Tutto il mondo è paese, dice il proverbio; ma i proverbi, massime gli antichi, non han più ragione.
Eppure colui che per la prima volta abbandona l'aria pura della campagna e la solitudine d'una terra ignota, non può trovar nella città quel soggiorno di delizie e di fortuna, che forse prima aveva sognato, nè quella pace oscura che nessuno al mondo invidia, tranne chi l'ha perduta.
V' è una certa tristezza nella consueta tranquillità cittadina, una certa monotonia nella quotidiana vicenda delle sue costumanze, una noia negli spassi, un'inerzia nella vita, che talvolta ti par quasi di trovarti solo e abbandonato in mezzo alla frequenza della gente, e ti stanchi di vedere il malcontento in seno della ricchezza, e da una parte l'orgoglio, e il disprezzo dall'altra, e dappertutto l'abitudine e l'indifferenza per quanto ti s'agita o muta d'intorno. Al principio dell'inverno poi, quando il cielo non ha sole, e la terra non ha altro che nebbie e fumo, la è una scena a cui l'anima immalinconisce e si fa grave e noiosa.
Le vie spesseggiano di popolo, ma son taciturne; è un andare e venire, un mischiarsi, un incontrarsi da ogni parte; ma ciascuno cammina per le faccende sue, o, se non ha faccende, s'accontenta di badare a quello che altri fa e dice. La scena poi è sempre la stessa: è il fanciullo che ora a ritroso, or saltelloni s'avvia alla scuola col fascetto de' libri sur una spalla, e il pigro servo o la fante brianzuola che gli tien dietro; è l'onesto impiegato che col suo lento passo usato s'incammina all'ufficio per la strada da vent'anni battuta, chiuso nel suo pastrano di panno turchino e col fido ombrello sotto l'ascella; il solito gruppo de' lettori d'affissi alle cantonate, il fattorino che torna zufolando alla bottega, la femminetta divota o la vecchia dama, seguita dal servitore in livrea e con l'astuccio degli occhiali e due grossi libri fra mano, le quali spesseggiando i passi se ne vanno alla messa della parrocchia; è l'ozioso che girando a zonzo arresta tutti gli amici e i conoscenti ne' quali s'imbatte, o dà gli occhi entro ogni bottega, o numera le finestre d'ogni nuova fabbrica; è il giovine signore, che dall'alto suo cocchio inglese balza su le soglie del palazzo di qualche eletta contessa, lasciando al valletto di dieci anni le briglie de' focosi puledri.
Nondimeno nella città è un bel vivere per tutti. Ben so che spesso bisogna vedere e tacere, e mordersi la lingua o far orecchie di mercante; so che bisogna sorridere a tanti amici di cappello, accarezzare quelli che ti stanno di sopra, e quelli stessi che t'invidiano, e guardar confuso nella folla il traino cortigiano dell'ignoranza, e tremare talvolta perfino d'una segreta stretta di mano dell'uomo sincero; so che bisogna fremere e arrossire, se non per te, per altrui; e chinar la testa alle opinioni che, al pari di tanti piccoli tirannelli, si cozzano, e voglion regnare insieme... Ma finchè nella patria troverai un amico che ti dica una buona parola, finchè avrai nella tua casa alcuno che t'ami, alcuno da amare, oh! terrai sempre caro il nome della tua città, come quello di tua madre!
La famiglia de' Leslie, venuta a Milano, aveva preso dimora in una bella e comoda casa, situata in una delle più popolose vie della città. La casa apparteneva a una vedova dama, la quale, alla morte del marito, s'era ritirato nel secondo piano, per nascondervi il suo lutto e i suoi quarant'anni, e per cedere a qualche ricco pigionale il quartiere del piano nobile, come qui si chiama.
Le damigelle, non avendo altri pensieri che di gioia, s'addomesticarono in pochi dì con la vita cittadina e co' novi piaceri, e dimenticarono il lago e i suoi pacifici ozii. Ma così non era di Maria. Essa non aveva creduto da prima, che così presto si sarebbe trovata sola sola; e già s'accorgeva che le mancava qualche cosa, e non sapeva che pensare a sua madre, e pensare a suo fratello.
Pure ne' primi giorni, la novità di tutto quello che la circondava, le cure divise con le compagne per mettere in ordine la nuova casa, e assettare ogni cosa nella piccola stanza che ciascuna d'esse aveva scelto per sè, fu una sollecitudine, un pensiero. Ma poi, quel trovarsi chiusa sempre tra le pareti d'una sala, quantunque tappezzata da lucenti arazzi e sfavillante d'oro e di cristalline lumiere, quel correre alle finestre, e non veder che tetti e case, a traverso l'aria greve e fosca, e cercare invano con l'occhio la linea serpeggiante delle montagne, e i noti paesetti su l'opposta riva, e l'incerta lontananza dell'acqua: tutto ciò la faceva ben sovente muta, incresciosa a sè stessa, e le aveva rapito quell'aria di freschezza e di sorriso, ond'era prima così bella e serena.
Arnoldo e le sue sorelle impiegarono que' primi dì nel visitare a parte a parte le nostre chiese più antiche e famose, i pochi monumenti dell'arti, le molte fabbriche degne d'esser vedute. Il giovine era stato a Milano in altri tempi, e aveva conosciuta la città; egli si faceva dunque compagno delle fanciulle in quegli utili diporti della mattina, e dava loro la spiegazione di tutto, meglio che non l'avrebbe fatto un facondo cicerone di piazza.
Ma elleno non potevano mai persuader Maria ad accompagnarle. Maria temeva di farsi vedere con esse in mezzo a tanta gente; e s'ella da prima non aveva pensato mai alla gran distanza che separava l'oscura fanciulla dalle nobili damigelle, quest'idea dolorosa cominciò allora a tormentarla con un assiduo rimprovero.
Quand'era sola poi, rifletteva a quello strano mutamento della sua povera sorte, domandava a sè stessa perchè mai avesse acconsentito a seguire una famiglia che non era la sua, e come la si potesse abbandonar così, anima e cuore, a quella vita tutta nuova per lei, e a che fine la sarebbe venuta. Tutto le pareva un sogno; ma il turbamento che le s'era messo nel cuore, era vero. Allora sentiva il desiderio d'una consolazione lontana, ignota, che nessuna cosa al mondo le avrebbe potuto dare, nemmeno il ritorno alla sua casa, alle braccia di sua madre. Per la prima volta, ella pensava a sè stessa, a sè sola; all'avvenire, ai suoi timori, alle sue speranze. Oh! perchè tutte quelle angustie, perchè quelle inquietudini e quel rammarico si quietavano nel suo cuore, quando Elisa o Vittorina correva a scuoterla da' suoi mesti pensieri con l'ingenuo bacio d'una sorella, o quando sentiva soltanto pronunziar fra loro il nome d'Arnoldo, o sostava al suono della sua voce, a quello de' suoi passi?
Lord Leslie intanto, giunto appena in città, ripigliò la sua vita altera e dispettosa, com'è costume de' vecchi, che senton oggi il tedio di quel che jeri bramarono. Lo strepito della città gli ricordava il tumulto della sua vita passata, i lunghi anni travagliati dalle cure della grandezza e dall'inimicizia della sorte. Egli dunque tornò a starsene chiuso e solitario, a non voler vedere anima viva; e alternava le lunghe ore della sua giornata fra il tè, le gazzette inglesi e la corrispondenza epistolare de' suoi agenti di Londra e de' gentiluomini della sua parte.
Arnoldo amava passar la più gran parte del giorno in compagnia delle sorelle; chè la dimestichezza d'una vita modesta e uguale, le consuetudini quotidiane, quella sì cara onestà del costume di Maria, e quella sua semplice bellezza, tutto s'univa per fargli più prezioso un amor puro e segreto. Nè Elisa e Vittorina ne' loro cuori ingenui n'avevano ancora il più lontano sospetto; e lord Leslie stesso, anzi che a codesto affetto d'Arnoldo, avrebbe creduto alla prossima rovina della superba aristocrazia del suo paese.
Era in quel torno capitato a Milano tra i molti inglesi che passar vi sogliono nell'inverno, un baronetto, antico amico de' Leslie, il quale trattenutosi pochi dì, venne a portar loro le fresche notizie della patria; e fu il solo che il lord acconsentisse di vedere. Era un uomo di mezz'età, con un falso e ricciutello toppè d'un biondo rossigno; volto di tinta accesa, ma sincero; cravatta e corpettino bianchi; abito di color verde inglese, soppannato di velluto, a larghe rivolte e larghi quarti; un occhialetto d'oro pendente al collo, e manichini increspati su' guanti gialli; insomma, lo scapolo elegante, il dandy di quarant'anni.
Costui sedeva, una sera, in mezzo al piccolo circolo delle due damigelle, d'Arnoldo e della nostra fanciulla. Fosse l'aria vivida d'Italia che l'animasse più del solito, fosse la leggiadria delle giovinette, fatto è che quella sera egli faceva le spese della conversazione; sfoggiava quegli scherzosi nonnulla, per cui nel bel mondo anche il dappoco diventa fior di senno; ciarlava, rideva per tutti, chè non pareva fosse nato al di là della Manica; e, com'era stato gran viaggiatore, ripezzava il suo parlare or della lingua nativa, or della nostra e or della francese. Ad Elisa, in men di mezz'ora, egli aveva già ricordato a una a una le amiche damigelle che l'aspettavano nella contea, e le s'era fatto vicino per bisbigliarle all'orecchio che un giovine poeta italiano errava sempre intorno al deserto castello de' Leslie; e poi aveva presa la piccioletta mano di Vittorina, e le aveva descritte a parte a parte le splendide feste, i passeggi, le danze, le corse de' cavalli, le compagne fatte spose.
— Oh perchè non son giovine anch'io come voi! seguitava il brioso baronetto. Per voi è l'aurora, per me il mezzodì, per voi splende il sole della bella Italia, per me quello del nord; pure non sono malcontento di me stesso... I' ho fatto più lunghi viaggi, che non Colombo, Marco Polo, Vasco de Gama e il capitano Cook, tutt'insieme! Ho veduto il mondo; ma lo darei tutto, se fosse mio, per un anno solo de' vostri... L'amore è la più bella parola di tutte le lingue; domandatelo, miss Elisa, al vostro poeta, e voi, miss Vittorina, al vostro cuore!...
— Voi siete molto gaio, sir Edwin, l'interruppe Arnoldo; e la vostra vita, se alcuno la scrivesse mai, dovrebb'essere un bel romanzo.
— O amico mio, pensate! press'a poco come quello di Gil Blas de Santillana. Anch'io sono sempre stato di buon umore, a jolly fellow... E poi? non credete forse che la vita di qualunque uomo, fra i venti e i cinquant'anni almeno, sia un romanzo?... Quella d'una giovinetta poi, quella d'una bella donna!... Oh delicious! delicious!
— Aimè! disse ridendo Vittorina, io non ho tocca ancora l'età del romanzo.
— Sì, sì! per un volto e per un cuore come il vostro, il romanzo comincia a quindici anni. Ma per me... la mia stella tramonta! ah! ah! l'ipoteca dell'età pesa anche su lo spirito! eh! eh!
— Via, via, sir Edwin, soggiunse Elisa, consolatevi, chè lo spirito è un genio bizzarro che non ha paura del tempo!... Ma lasciam le follie; e voi continuate a darci le novelle de' nostri amici di Londra. Non ci avete ancora detto nulla d'Elena nostra cugina? l'avete veduta?...
— Miss Davison? Essa è l'ultimo angelo of our merry England, che mi sorrise prima della mia partenza. Essa è sempre più bella, una maga, una divinità! I nostri dandys le fanno corona sempre e da per tutto; è il sospiro di tutti, l'idolo che tutti adorano. Ma nessuno trionferà, perchè noi la serbiamo per l'amico nostro Arnoldo. Non va bene?...
— V'assicuro, rispose Arnoldo, ch'io non fo di questi aurei sogni. Io vorrei piuttosto amare, che adorare...
— Che c'è di novo? voi siete così mesto e circospetto, ch'io non vi riconosco più. Ma, a proposito, come riusciste a far pace con vostro padre, dopo quel terribile scacco?... A lui, non ebbi cuor di parlarne. Oh se sapeste! il nobile duca era uscito de' gangheri... le vostre superbe zie, la marchesa... la viscontessa, facevano un commèrage; tutta Londra lo seppe; se ne parlò a Bath, Brighton, Chelthenham... E quella povera miss? così giovine, così ricca e così bella? Ma essa si consolerà! ah! ah!.. Eppure, lasciate che io le dica, sir Arnoldo, ell'era fatta per voi!...
Arnoldo non potè più sopportare l'insipido cicaleccio del baronetto; e poi, Maria era presente. Costui aveva toccato una corda, che in quel punto risvegliava un ricordo doloroso nel suo cuore; quindi troncò a mezzo il discorso, alzandosi bruscamente, e preso il cappello, uscì. Sir Edwin non s'avvide, o finse di non s'avvedere di quel mal garbo; si rivolse ancora alle fanciulle, e continuò le sue vôte facezie. Maria, nascosta quasi in un canto della sala, era stata silenziosa e indifferente per tutta la sera; se non che, alle ultime parole del baronetto, rivolse un momento gli occhi ad Arnoldo, e sentì ferirsi nel cuore, come d'una punta mortale.
Alcuni giorni appresso, ell'era sola nella sua camera; le due damigelle, col padre e con Arnoldo, se n'erano ite a un ritrovo, in casa d'un gran personaggio. Mentre frugava nel suo armadietto, le era venuta sott'occhio l'ultima lettera del vicecurato, quella con cui le aveva concesso di partir di casa sua. Essa l'aprì, la meditò lungamente, china la fronte, e fissi gli occhi, che lasciavano cadere involontarie lagrime su le smorte sue guance: e quelle parole, che la prima volta l'avevano appena commossa, allora la fecero tremare. Alla fine, abbandonò la mano che teneva il foglio, e appoggiò l'altra dolorosamente sul cuore, come cercando di soffocarne il palpitar crescente. Allora proruppe in un pianger dirotto.
Essa aveva letto nel proprio cuore. Ciò che fino a quel dì era stato un segreto, un mistero per lei, le apparve lucido e schietto al pensiero, divenne una certezza, una verità, che la riempì di confusione e quasi di spavento.
— Oh Signore! ella diceva in mezzo alle lagrime, osando appena esprimere con un lamento l'angoscia del cuore. È possibile che sia così?... Ch'io mi lasci andare a pensar sempre a lui, anche senza volerlo, a lui, più che a mio fratello, più che a mia madre?... Oh! cosa son io a confronto di lui?... Povera mamma! perchè l'ho abbandonata?... Essa crede ancora ch'io sia innocente come un angelo, essa che mi diceva tante volte: Io t'ho messo il nome di Angiola, perchè tu sii sempre il mio angelo; te ne ricorda!... Ed egli?.. Oh se avesse a pensare ch'io sia venuta qui, qui in casa sua, con le sue sorelle, perchè gli voglia bene! Ah povero me! che abisso!... Come è avvenuta una cosa sì terribile?... Me l'aveva pur detto mio fratello, che in questa famiglia non credono come noi, e che per ciò appunto io dovessi esser tanto più buona e pia... E ora? sento che il cuore mi dice ch'io son rea!... No, no, non è possibile! È un sogno ch'io fo, è la mia fantasia ammalata; io tremo, e parmi quasi d'avere i brividi della febbre.
E intanto ch'essa con voce fioca diceva queste parole, s'era abbandonata sur una seggiola, accanto del suo letto, e lasciava cader sul seno la testa. Ma pensava ancora. — Io fuggirò di qui, pensava; domani, subito, io dovrei lasciar questa casa! Ma come mai lo potrò fare?... Oh Signore! quest'è forse un castigo... Pure, che colpa è stata la mia per meritarlo? Ah toglietemi voi da questa angustia!... Io sono infelice sì! ma è poi vero, ch'io faccia tanto male ad amarlo? Perchè veniva egli così spesso, lassù, in casa nostra? perchè anche mio fratello l'amava? perchè mi parve così degno d'esser amato da tutti, così onesto e cortese?... Egli voleva tanto bene a mia madre! Il suo cuore è sì buono! E come si compiaceva di sedere all'ombra della vite, sui nostri scanni di paglia, di parlar con noi, di raccontarci tante cose! Ma io non gli ho detto mai nemmeno una parola, che potesse far credere a lui... No, no... Se io non ardisco nè anche guardarlo, quand'è presso di me! Oh se mai egli venisse ad averne il più piccolo sospetto, credo che ne morirei di vergogna!...
Qui tornava a sollevarsi, e appoggiando il viso su le palme, e i gomiti alle ginocchia, gemeva in silenzio. I suoi bei capegli, nell'agitarsi ch'ella faceva sotto il peso di quel dolore, s'erano snodati, e le si spargevano giù sulle spalle e sul grembo, a somiglianza d'un nero velo. Ma poi continuava a martoriarsi ne' suoi terrori: — Gran Dio! cosa sarà di me?... Quand'anche io cercassi di tornare a casa mia, la mamma non vorrà più vedermi; e io pur sento che adesso non avrei coraggio d'andare a gettarmi nel suo seno. E le due damigelle, esse che m'han voluto un sì gran bene, che per tanto tempo mi tennero quasi come una sorella?... Ah no! Se io non le avessi conosciute, non sarei a quest'ora ridotta a piangere così!... Ed egli? E suo padre, quell'uomo così severo, che non dice mai una buona parola, nemmeno a' suoi figliuoli?... Io credo che se avesse a saperlo m'ucciderebbe forse con un solo di que' suoi sguardi!... Oh misera ch'io sono! io vedo che quest'amore sarà la mia morte!...
Così ella, che fin allora aveva indirizzata tutta la sua mente a quella candida affezione e che altro più non sapeva desiderar nè cercare, adesso ne rifuggiva con terrore; e per la prima volta che s'accorgeva di amare, gustava tutto l'assenzio che si mesce all'amore. L'idea della sua pace perduta, il dubbio e la vergogna, la memoria de' suoi, il dolore della sua povera sorte, i pensieri di Dio e della sua fede innocente, e, insieme a questi affanni, anche la sola nascosta speranza che nutriva, di poter pure essere amata, tutto le pesava sul cuore già debole e stanco; e una folla di nuove e tremende immagini le accerchiava la mente smarrita.
E già si sentiva venir meno a poco a poco; i suoi pensieri si mischiavano, si confondevano, più rapidi, agitati, cocenti; poi le pareva si facessero cupi, gravi, un peso insopportabile; ella perdette la conoscenza, e abbandonò la testa su gli scomposti cuscini del letto.
La sua fronte appoggiavasi grave e lenta sopra il braccio manco; e la sua faccia appariva d'una bianchezza muta, al par delle lenzuola su cui riposava. Nella dolorosa inquietezza di quell'oppressura, la semplice e linda vesticciuola che le stringeva la persona, s'era slacciata allo sparato del collaretto; e sul candore del suo collo e d'una spalla seminuda spiccava la nera striscia d'un nastrino, dal quale pendeva una piccola crocetta d'argento, un dono fattole dalla sua nonna, fin da quando essa non aveva che sette anni.
Arnoldo aveva abbandonata prima della mezzanotte la splendida festa; e per le vie mute, solitarie della città, ritornava a casa, in compagnia de' suoi pensieri torbidi e malcontenti. L'allegria del ballo, la pompa della bellezza, e lo sfoggio dell'onore e dei tesori più non potevano scuotere da quell'anima giovine e malata l'inerzia che la spossava, nè domarne la noia che innanzi tempo vi s'era messa, la noia, questa dura fatica d'una vita che non è feconda.
Allorchè Arnoldo, rientrato in casa, passò lungo il corritoio, su cui s'apriva la camera di Maria, ne vide l'uscio socchiuso; il poco lume che n'usciva, era quel bagliore morente che tremola nell'ombra, come un augurio sinistro. Egli passò, ma il suono d'un gemito profondo, affannoso, lo fece sostare un istante, l'agghiacciò d'improvviso. Tese l'orecchio, stette ondeggiando fra due pensieri, un brivido ignoto gli sopraprese; poi aperse cautamente l'uscio, ed entrò nella cameretta.
Maria posava come prima sulla seggiola, abbandonato il capo sul letto, e il viso coperto d'un pallore mortale; se non che aveva le braccia raccolte sul seno, e le mani congiunte insieme, in atto di preghiera.
Arnoldo, appena si fece innanzi, sentì darsi una stretta al cuore, così lo sbigottì l'aspetto della fanciulla immota e giacente come persona morta. S'avvicinò tremando; ma il leggero sospirare a cui si schiudevano appena le labbra di Maria, l'assicurò ch'essa era immersa in languido sonno.
Egli prese la lucerna, e velandone il raggio con una mano, sì che tutto il chiarore si raccolse sull'angelico viso della sopita, stette attento e senza moto a contemplarla lungamente. Arnoldo non aveva veduta mai creatura più bella.
Una vampa improvvisa gli arse nell'intelletto, gli corse per le vene; un funesto riso gli stava su le labbra, e una luce fosca gli splendeva negli occhi; il suo cuore batteva violento... Ma non era un palpito di gioia, era un fremito d'ebbrezza. E in quell'istante, un pensiero d'inferno gli attraversò, come un fulmine, la mente.
— No! no! egli disse: io credo che se osassi toccarle un dito, la maledizione del cielo cadrebbe sul mio capo! Ah! perchè mai è così grande la magia della bellezza nel dolore?... No, io non devo restar qui! O santa memoria di mia madre, aiutami!... Bisogna ch'io fugga!... ma come potrei io lasciarla così? Ella non riposa, ella soffre e addolora. O Maria, tu hai mutato il mio cuore, tu mi facesti credere alla virtù, risorgere nella speranza, amar la vita! Il mondo, gli amici si ridono di me... Che importa? Egli è perchè non hanno altre armi contro il cuore che l'ironia e il disprezzo! Ma tu, Maria, tu mi benedirai!... Ella mi ama, sì!... e forse avrebbe la forza di morire, prima di confessarlo una volta sola.
Queste parole sommesse, agitate del giovine, e l'ardente suo sospiro risvegliarono d'improvviso la fanciulla. Ella aperse gli occhi, e vide Arnoldo; e vederlo, e dar un grido, e balzare in piedi precipitosa per fuggir della camera, fu tutt'una cosa. Ma il giovine le si pose dinanzi, la trattenne, e poi ritraendosi d'un passo, — Ah! restate, Maria, disse, restate e perdonatemi! Io passava di qui, intesi un lamento, entrai, pensando che aveste bisogno di soccorso. Io v'amo troppo, e non dovete aver timore di me!
— Oh per amor del cielo, tacete! Io non so nulla, lasciatemi, lasciatemi partire!...
— No, ascoltate, Maria!... Voi m'avete ridonata la vita, per voi ho ancora gustato giorni d'una felicità, ch'io credeva impossibile! Voi, senza saperlo, avete fatto puro il mio cuore: e io ritrovai tanti anni perduti!...
— Oh dio! dio! lasciatemi andare!... non vedete quanto male mi fanno le vostre parole?...
E la fanciulla s'inginocchiava innanzi a lui, giungendo le mani, supplichevole e affannata.
— Maria! rispos'egli, chinandosi verso di lei, in atto di sollevarla; ascoltami, Maria, te ne scongiuro, o dimmi almeno che mi perdoni!
— Oh! io non ho nulla con voi! Cosa m'avete fatto?... Io voglio ritornare al mio paese, io voglio mia madre! Ah! non l'avessi abbandonata, non sarei adesso una povera infelice!
— Sì? dunque è vero, dunque è vero che m'ami?... Oh! io lo so, il tuo segreto è mio! Maria! Maria, amami! io non cerco che il tuo amore innocente!...
Maria non fece motto, non rispose che con un gemito. S'alzò, fece alcuni passi, tentò ancora di fuggire; ma l'impeto di tanti e contrarii affetti, che tutti in una volta avevano oppresso il suo cuore, le tolse ogni lena: il piede non la sostenne più, e sarebbe caduta sul terreno, se non era Arnoldo a reggerla con le sue braccia.
Egli la contemplò ancora; e il vedere ch'essa andava mancando e respirava a pena, lo riscosse, gli mise nell'anima ignoto terrore... Non sapeva che fare, e chiamò alcuno che venisse a soccorrere la svenuta. Ma nessuno comparve. Allora chinò il suo viso su quello della fanciulla, e le baciò la bocca, con un bacio timido, furtivo, quasi sperando di poter con esso richiamarla alla vita.... Ma il tocco di quelle labbra fredde e semiaperte gli destò in cuore il ribrezzo, lo sgomento di chi commette un delitto. Allora chiamò di nuovo; e, sendo accorsa una fantesca, confidò la fanciulla alle sue cure, e usci in silenzio.
Dopo quel giorno, Maria fu sempre pallida e taciturna. Ella aveva perduto il suo sorriso e il suo bel colore, come l'ultima rosa dell'autunno.
II. ORE DI TRISTEZZA.
La fanciullesca amicizia ch'era nata tra le due figlie del signore inglese e Maria non doveva certamente durare più che un passatempo di campagna, un giovenile capriccio. Tra l'una e l'altre v'era troppa distanza, perchè potessero vivere insieme nella concordia de' pensieri e del costume, rallegrarsi delle stesse speranze, senza invidia nè gelosia, e vagheggiar lo stesso avvenire: la buona, la semplice amicizia ha bisogno di cuori che abbiano sempre la stessa fede, le stesse speranze, lo stesso amore. Era quello in vece un bel sogno, un sogno dorato ma passeggero. Un anno ancora, e forse le figliuole del lord, cercate da ricchi e illustri sposi, avrebbero dimenticata la loro amica, la compagna di pochi dì, alla quale non sarebbe rimasto altro che tornar più povera di prima, e infelice, dove prima non era, alla deserta casa del suo villaggio.
Eppure Vittorina ed Elisa non pensavano che doveva esser così; perchè sentivano ancora come sia dolce l'amare con quell'incerto desiderio e quella serenità modesta, che sono il più bel dono della giovinezza, fino a tanto che il soffio gelido del mondo, e le piccole superbie della società non hanno appannato i sinceri affetti del cuore.
E Maria anch'essa, la quale appena sapeva che cosa fosse la vita, s'abbandonava alla malía di quel sentimento che subito c'incatena, quando vediamo d'essere accarezzati, amati. Ma il soggiorno della città e le abitudini del mondo signorile dovevano presto rivelarle il vero, e farle sentire il molto amaro di che era mista la poca gioia gustata per breve stagione.
Non andò gran tempo che gl'inviti a splendidi festini, a nobili brigate, e le visite fatte e ricevute, come impone la schizzinosa cerimonia, e i circoli dei forestieri, divezzarono lord Leslie dalla solitudine a cui pareva si fosse condannato. Le buone novelle politiche venute dallo straniero l'avevano riconciliato con le sue speranze d'una volta; egli frequentava le più illustri case, conduceva sempre con sè le figliuole, e voleva che Arnoldo le accompagnasse. Nel cuore dell'inverno, le armonie de' nostri teatri e l'allegria delle veglie e de' balli, chiamarono ad altri pensieri, ad altre premure le due giovinette; le quali prima avevano menata una vita troppo modesta e casalinga per non piacersi, come suole avvenire, di que' variati sollazzi che per loro avevano ancora la seducente lusinga della novità.
Intanto Maria in tutto quel tempo, e furono due lunghi mesi, visse quasi sempre abbandonata e solitaria, in mezzo al tumulto della città, fra il continovo sentir ricordare le feste del dì passato e il vedere apparecchiarsi a' piaceri della domane, feste e piaceri che non erano per lei! E oh! quante volte allora desiderava di trovarsi a casa sua, al fianco di sua madre, accanto del suo arcolaio; e sentiva in sè stessa un accoramento di vedersi così negletta; e divorava in segreto le lagrime dell'amore e dell'abbandono.
Quand'essa rimaneva in casa, in quelle lunghe sere invernali, che sembrano eterne a chi nella solitudine ha de' dolori a cui meditare; quando altro non le giungeva all'orecchio fuor di quel lontano mormorare, ch'è l'indizio della vita notturna d'una città, e pensava che nessuno poneva mente allo sfogo del suo dolore; allora, dopo d'aver tentato inutilmente d'occuparsi nell'una o nell'altra cosa, per disviar gli assidui pensieri che le stavano in cuore, rimembrava la pace che non avrebbe trovata mai più, e cercava di persuadersi della stoltezza di quell'amore che l'aveva fatta smarrire, e della vita inutile e desolata, che ormai le restava a compiere.
Nelle prove del dolore quell'anima fiduciosa e pura aveva trovato la forza di conoscer la vita e la funesta sua realtà; perchè pare pur troppo, che la conquista d'una ferma ragione valga il prezzo dell'innocenza e del disinganno: così bisogna che l'albero perda i suoi fiori, perchè si fecondi il frutto. Maria, che non aveva veduto il mondo, che non aveva trovato sul suo cammino se non persone amiche e liete di poterla amare, Maria, in quell'ore di solitaria tristezza, era divenuta una creatura nova. Allora la vita, che un tempo si dipingeva dinanzi e lei così serena e bella, spogliavasi di tutta la sua magìa; anch'essa la timida fanciulla sentiva nel cuore una pena ignota, muta, indistinta, e poi la puntura segreta del primo rimorso; anch'essa aveva una parola, un'acerba parola per domandare al Signore con che ragione l'avesse resa infelice! E non le parevano più cosa impossibile la malizia degli uomini e la fortuna de' cattivi; per la prima volta, l'amaro sorriso dell'odio aveva sfiorato la sua bocca: ella pure sentiva d'avere una forza intima, potente, la forza di disprezzare chi le aveva fatto del male.
In que' momenti angosciosi, si metteva a scrivere al fratello di ben lunghe lettere, nelle quali effondeva tutta l'amarezza del cuor suo e il compianto del suo misero destino. Ed eran fogli sparsi più di lagrime che di parole; era la pietosa confessione d'un'anima che non sa reggere al primo colpo del dolore. E poi lacerava, bruciava ciò che aveva scritto; si sforzava d'esser tranquilla, e, raccolti i pensieri, toglieva fuori, e ponevasi a leggere con voce commossa il suo libro delle preghiere.
Così passavano per lei i giorni e le settimane di quel tristissimo inverno. Ella vide che sarebbe stato una follia il domandare alle amiche perchè non la conducessero con loro, dopo ch'ella stessa s'era tante volte mostrata ritrosa a accompagnarle; e le fanciulle non ebber più cuore di pregarnela, quando si furono accorte che il padre repugnava all'intima confidenza da loro messa in Maria.
La giovinetta dunque soffocava il suo affanno; e tremando sempre che una parola, un gesto, un'occhiata potesse tradire quel segreto, il primo ch'ella avesse avuto mai, e che avrebbe voluto nascondere anche a sè medesima, cercava d'ingannar chiunque appena le volgesse uno sguardo; cercava di parer lieta, quando il suo cuore non era pieno che d'una sola malinconica idea. Egli era pur doloroso il veder sempre un mesto pallore sulla sua fronte, e un sorriso di gioia sulle sue labbra!
Ma in quel tempo, il segreto turbamento d'altri e più gravi pensieri agitava la mente di Arnoldo. La quiete della meditazione, che fa nascere la necessità di conoscere e di sapere; la libertà dell'anima, che conduce allo studio di quanto v'ha di più riposto nella vita, e che in mezzo al tumulto degli uomini è così facilmente dimenticato e perduto; la volontà non più tentata dall'esterne apparenze e scevra d'ira o di timore: tutto ciò aveva fatto maturo l'intelletto del giovine a uno studio nuovo e più severo della vita. Troppo spesso la sana mente e la fredda ragione sono umiliate da una specie di vago abbattimento, da un amaro disgusto delle cose, perchè possano essere capaci di grandi e virtuose risoluzioni. La coscienza del dovere, senza l'alito segreto dell'affetto, non è virtù; perchè la virtù viva nel cuore, non basta la persuasione indotta dalia muta esperienza del fatto; è forza che al fatto si trovi una spiegazione, un principio sovrano: il misterioso legame dell'anima con la vita.
Arnoldo aveva conosciuto nella nostra città uno di quegli uomini di semplici costumi e d'animo incorrotto, i quali in mezzo del mondo sieguono con passo sicuro una via negletta e taciturna, la via dell'onesta saggezza. Gli applausi e la gloria non sono per loro, anime grandi e oscure; ma sono per loro la tranquillità dell'uomo modesto e la forza del giusto; essi vengono sulla terra ignoti, dimenticati, e se ne vanno del pari; ma il frutto delle parole e dell'esempio loro sopravvive, e non può andar perduto.
Quest'uomo del quale io non dirò il nome, perchè i buoni non cercano lode nè invidia nel mondo, paghi dell'amore dei pochi, nel piccolo cerchio di coloro che si ricordano del bene avuto; quest'uomo, con la dolcezza dei consigli e con la forza mite d'un senno angelico e consapevole del cuore umano, indirizzò e sostenne i pensieri di Arnoldo a quel fine a cui l'anima sua da tanto tempo anelava. Egli lo preparava a' gravi studi, lo nutriva di ferventi meditazioni e di calda volontà, accendeva il suo coraggio, rinfrancava la sua vigilanza, gli prometteva la vittoria dopo la battaglia, e dopo la fatica il sospirato riposo.
Alle severe lezioni di lui Arnoldo consacrava allora la più gran parte del suo tempo; ond'avveniva ch'egli si rimanesse, talvolta anche per gli intieri giorni, lontano dalla sua casa e dall'amata giovinetta. E poi, quando ritornava, quasi sempre appariva mesto, chiuso nel suo pensiero; non parlava, e passava lunghe ore intento a nuove e severe letture, con l'animo combattuto da strane ed inquiete fantasie. Non di meno, con gran cautela, egli tenne sempre nascosta a tutti la ragione di quelle sue assenze quotidiane, di quell'assidua e muta preoccupazione. Maria soltanto se n'era accorta, ma taceva; e per il suo cuore era un tormento di più.
Pure in mezzo a quest'ignota cura d'Arnoldo, vi era de' giorni ne' quali l'amore, che pareva quasi divenuto in lui una quieta abitudine, si faceva più forte del suo proposito, più grande della sua virtù. Allora egli s'abbandonava a' suoi sogni antichi, a quei fallaci disegni che fa sempre l'incauta giovinezza, persuasa che la scusa dell'amore renda tutto facile e giusto. Allora la leggiadra immagine di Maria non rallegrava più come prima tutti i suoi pensieri; il suo cuore era ardente, oppresso; egli la cercava sovente, e poi quando le era vicino sentiva conturbarsi; voleva parlarle, spiegarle l'amor suo, ma non sapeva con che parole. E se mai avveniva che i timidi occhi della fanciulla s'incontrassero per un momento ne' suoi, essa era colta da un terrore nascosto, non mai provato.
Una mattina — era in febbraio — le due sorelle e Maria sedevano silenziose presso un tavolino di lavoro, non lungi dalla finestra, da cui penetrava una luce fosca, attraverso i cristalli che la gelata nebbia notturna aveva indorato dei più bizzarri rabeschi. Arnoldo, appoggiato alla spalla del camino, volgeva senza attenzione le pagine d'un volume che teneva fra le mani. Poco di poi, essendo venuta una mercantessa di mode, le due sorelle uscirono; e Arnoldo rimase solo con la fanciulla.
Tacevano entrambi, e Maria non osava levare gli occhi dal lavoro, al quale pareva intenta. Arnoldo aveva posto giù il libro, e la rimirava, tutt'occupato nella sola idea dell'amore. Alla fine se le avvicinò, e con voce rapida e commossa, — Maria! le disse, è tanto tempo ch'io devo parlarvi, e voi...
Maria taceva; ma il suo cuore era tremante, e batteva rapido e forte.
— Maria, ascoltami, te ne scongiuro!
— Pensi signore! io non posso, non devo...
— No! Maria, bisogna che tu m'ascolti. Lo so, lo vedo, tu mi fuggi sempre, temi pur anche un mio sguardo, eviti di rispondermi una parola. Ma la tua timidezza, la tua angustia ti fanno più cara, più celeste al mio cuore!... Oh non mi respingere, Maria! Il mio amore ha bisogno del tuo!
— Deh! non parli così! rispose la fanciulla. Io non ho nulla a questo mondo, e lei vorrà farmi più infelice di quel ch'io sono?...
— Io non ho altra speranza che l'amor tuo! Dal primo giorno che ti vidi ti ho amata, e la tua felicità è l'unico mio voto... Oh se potessi spiegarti quanta dolcezza tu spargesti nella mia vita!... Ma no, io ti chiedo solo una parola!... Dimmi che mi ami, e io son pronto a far qualunque cosa per te! Mio padre potrà maledirmi, ma togliermi al tuo cuore giammai!... Noi fuggiremo di qui, andremo sotto un altro cielo bello e beato, come il cielo del tuo lago! E tua madre, la buona tua madre ci benedirà... Essa verrà e starà sempre con noi. Ah! dimmi una parola, e domani, quest'oggi ancora...
— Ah no, no! per carità, non si prenda così amaro giuoco di me! Io non so che cosa lei voglia dire!...
— O Maria, tu sei la creatura più santa ch'io trovai sulla terra! Perchè non vuoi credere al tuo cuore, perchè non a me stesso? Io non ho mentito mai! non temere... Tu non mi rispondi? non mi guardi nemmeno?
Maria si coperse il viso con tutt'e due le mani.
In quel momento rientrarono le due sorelle, tutte festevoli, recando ciascuna un bell'abito di velo trapunto; ch'era destinato per il ballo del domani. Entrambe corsero verso di Maria, e le mostrarono quei graziosi vestili: e mentr'ella li ammirava, nascondendo il suo turbamento sotto un menzognero sorriso, Arnoldo fissò sopra di lei uno sguardo ardente, uno sguardo che voleva dire tutta la sua speranza d'amore; e quando s'avvide che la fanciulla l'aveva compreso, s'allontanò.
Quel giorno, Maria non fu più veduta, nè all'ora consueta del pranzo, nè a quella del tè. Ella s'era chiusa nella sua camera; e, dopo lunghi pensieri e lungo affannarsi, aveva scritto una lettera, come se in quel foglio fosse l'ultimo consiglio della sua pover'anima perduta; lo suggellò, e vi mise sopra il nome di suo fratello.
Poi, di nascosto, sola e frettolosa, era uscita. Ella stessa, Maria, volle da nessuno veduta portar quella lettera, perchè temeva che qualunque altro, a cui l'affidasse, avrebbe indovinato ciò che v'era scritto dentro. Attraversò alla ventura due o tre vie, dubitando al volgere d'ogni contrada, e tutta paurosa, benchè fosse coperta nel suo velo e quasi nascosta in esso. Più d'una volta pensò d'arrestare qualche passeggiero, perchè le indicasse dov'era la posta delle lettere; ma sempre si pentiva e seguitava innanzi. Alla fine, avvenutasi in un vecchio, che aveva veduto levarsi il cappello nel passare sotto un'immagine della Madonna, gli s'accostò, e confusa gli fece la sua domanda; il galantuomo la guardò, fece un certo atto di maraviglia, poi sorrise e le insegnò la via. Ed ella vi corse quasi volando, e lasciata cadere la lettera nella cassetta della posta, tornò a casa, con più rapido passo e con l'anima più tremante di prima.
III. UN COLLOQUIO.
Passò quel giorno, e il dì appresso, e l'altro ancora. Maria non voleva abbandonare la sua solitaria cameretta; e una muta malinconia s'era messa nel suo cuore, in luogo dell'amore e del pianto. Le due sorelle la credevano ammalata. Vittorina la guardava mestamente, le diceva che non era più quella, nè sapeva che pensare; ma Elisa, più tenera e dotata di più squisito senso, non fu tardata sospettare la cagione di quel segreto tormento, quantunque non avesse l'animo di parlarne a Maria; la quale intanto languiva, e si teneva per sè tutto il suo dolore.
In quelle due o tre notti, che sogni, che sogni terribili e confusi avevan turbato i pochi, interrotti riposi della povera innocente! Era stato il delirio, il primo spavento d'un'anima vergine e angosciosa.
Sognava le cime delle sue montagne, i temporali del lago, il fulmine che incendiava la casa di sua madre; sognava d'essere trasportata attraverso a un turbine di polvere, in una carrozza trascinata da cavalli coperti di schiuma, e si vedeva seder vicino un giovine, vestito di nero, pallido e muto, che la guardava con occhi immoti, ardenti... Ella voleva dar un grido, ma la voce le moriva soffocata nel seno; sentiva un gran peso sul cuore, un fuoco in ogni vena, e il cocchio fuggiva, volava, senza calpestìo di cavalli, senza strepito di ruote, e per l'aria morta non si sentiva un soffio di vento; ai lati, di fronte passavano, sparivano come per magìa, selve, case, rupi, rovine; e quel giovine era sempre al suo fianco, immobile, e sorrideva con un sorriso che la faceva abbrividire... Voleva essa gettarsi dalla carrozza, ma l'impeto del balzo che arrischiava, non finiva mai, e le toglieva il respiro, ed era come un'agonia eterna. — Poi la scena mutavasi... Le pareva di trovarsi nella camera in cui era nata, nella camera del suo povero padre. Avvicinavasi allo scomposto letto, sul quale giaceva addormentata la madre sua; s'inginocchiava a lato del capezzale, pregando in silenzio, aspettando ch'ella si risvegliasse; poi sollevava la testa, tendeva l'orecchio, ma non udiva nè respiro nè anelito; quel sonno era dunque sì grave?... Levavasi allora, stringeva tra le sue mani la destra della dormente: quella destra era fredda fredda! Si chinava per baciar la fronte materna... Ahi! sua madre era morta! — Ma quell'affanno non bastava; altro era il luogo del sogno, altri i terrori. Era la chiesa del suo paesello, era il confessionale del vecchio paroco; ella si metteva in ginocchioni presso la piccola grata, tentava di parlare e non poteva... Alla fine, mormorò una parola sola, e la voce del confessore proferì sul suo capo la maledizione del Signore e la dannazione eterna... Gran Dio! era quella la voce del fratel suo! Allora la poveretta cadde all'indietro tramortita sul pavimento della chiesa....
E risvegliavasi coperta d'un freddo sudore, senza conoscenza del dove si trovasse, senza saper quasi di tornare alla vita; tremava di raccapriccio, sentiva uno spasimo, una contrattura in ogni fibra, le si oscuravano gli occhi, la sua mente si smarriva; e le pareva che il dolore e lo spavento fossero per finire con la sua vita. Poi ricadde assonnata, e nulla più seppe.
Alla tarda mattina, nel ridestarsi, trovossi fra le braccia della buona Elisa. E l'Elisa solamente aveva qualche parola di conforto per la sua povera amica. Oh! come volontieri Maria avrebbe versato nel seno di lei il suo caro e penoso segreto. Ma troppo essa temeva che nessuno avrebbe voluto credere mai alla sua pura intenzione.
Finalmente, passato il terrore di quella notte, e riavutasi un poco, lasciò il letto, dicendo di sentirsi bene, ma di non essere ancora in istato d'abbandonar la sua camera. Si mise a lavorare, ma quasi le sue dita non potevano adoperar l'ago, nè tenere le cesoìne, e la sua mano tremante cadeva spesso sul grembo. Traevasi lenta presso alla finestra, e stava talvolta per lunghe ore a guardare il cielo cenerognolo e i tetti coperti di neve delle case dirimpetto, e le persone che passavano per la strada e che apparivano al suo sguardo appannato come ombre indifferenti.
Pure, dopo quella muta quiete, v'era dei momenti in cui l'anima sua s'apriva ancora alla gioia d'una candida speranza, ai pensieri del suo affetto virtuoso. Quand'essa tornava col cuore a' quei dì felici del passato autunno, ne' quali ancora non sapeva d'amare; quando dimenticava sè stessa, e l'assenza di lui faceva per un istante più ardita la sua timida fiamma, allora il suo bel sorriso di prima rasserenava ancora il suo volto, e il sospiro d'una segreta dolcezza scopriva involontariamente la fiducia del suo povero cuore.
Erano quattr'ore dopo mezzodì, quell'ora in cui la nostra città è così malinconica e tetra nell'inverno, dopo che un breve saluto del sole, apparso a consolar la fredda mattina, è già fuggito, e quando la nebbia bassa, densa, umidiccia nasconde tutto il nostro bel cielo lombardo. Erano dunque quattr'ore, allorchè una fanciulla ravvolta in una mantellina di seta oscura, e chiusa nel velo nero di che aveva coperto il suo cappellino modesto, attraversava il ponte, che dalla via dov'era la casa dei Leslie mette presso alla piccola chiesa di San ***.
Ella entrava nella chiesa, dopo d'aver più d'una volta lasciato sfuggire indietro uno sguardo, quasi che temesse d'esser veduta o seguita. Chi in quel momento le fosse stato vicino, si sarebbe accorto che la giovinetta camminava incerta e paurosa, avrebbe dubitato ch'ella entrasse nel luogo santo, non già per deporre a' piedi del Signore una preghiera consueta, ma per cercare un ricovero, un luogo qualunque, dove le fosse concesso d'adagiarsi e riposare; perchè pareva veramente ch'ella a stento potesse reggersi su la persona.
La chiesetta era vôta; solo una povera donnicciuola stava pregando ginocchione sui gradini della balaustrata dell'altare, e il susurrío delle sue orazioni interrompeva la solennità di quel sacro silenzio. Faceva già buio all'intorno; e la luce moribonda del giorno si spargeva appena nell'alto della nuda vôlta. Il vecchio sagrestano, uscito del piccolo coro, veniva a versar novo olio nelle lampane dell'altare; e poi, attraversata la chiesa, andava ad accendere un cero innanzi a un'immagine dell'Angelo custode, in una cappella a fianco dell'altare. Rientrato ch'egli fu nella sagrestia, s'intesero indi a poco alcuni rintocchi lenti, malinconici della campana. Era il primo segno della benedizione della sera.
La giovinetta si collocava in un canto della chiesa, sur una panca ch'era presso la parete, e poco lungi dalla cappella dell'Angelo custode. Sedette in quell'angolo oscuro, dove le pareva di starsene all'ombra del Signore; e assorta in un sacro raccoglimento, tentò di superare il terrore segreto, che l'agitava. Perchè mai era venuta sola, a un'ora sì tarda, e che grazia voleva domandar al Signore?... Essa nol sapeva; cercava un momento di pace, aveva bisogno di respirare un'aria benedetta, di piangere, non veduta che da Colui, il quale può consolare tutte le afflizioni.
Sollevò all'altare vicino gli occhi, che s'arrestarono su quel sacro quadro rischiarato da fioco lume; e vide la celeste figura dell'Angelo, che in quel momento la illuse proprio come fosse viva, poichè, rivolta la testa al cielo e alzata la destra, pareva in atto di ricordarle che soltanto lassù è il tesoro della misericordia e della pace d'ogni cuore. Allora ella fece per inginocchiarsi, ma il rumore d'alcuno ch'entrava in quel punto nella chiesa, la riscosse subitamente.
Soprastette, e guardò da quella parte. Ah! il suo timore non era stato dunque vano! Essa riconobbe il giovine che poco prima l'aveva seguita per tutta la via... Egli era là, vicino a lei, e la chiamava sotto voce per nome.
La fanciulla non rispose, nè si rivolse a lui; ma cadendo su le ginocchia e nascondendo il volto nelle mani tremanti, effuse l'anima sua nella più calda e pietosa preghiera che mai l'innocenza abbia innalzata al Signore. Era un voto timido, celestiale; era una parola profferita dal cuore, col più puro palpito dell'amore e della fede; una parola che il labbro non avrebbe potuto articolare. Essa dimandò al Signore che la salvasse da quella tentazione, che le concedesse di morir presto, anche lontana da tutto ciò che aveva di più caro al mondo, lontana da sua madre, piuttosto che abbandonarla alla passione di quel giovine, di cui, senz'esser rea, non poteva ascoltar le parole.
Ma Arnoldo le s'era fatto più accosto, e con voce di sommessa preghiera, — O Maria, diceva, non aver nessuna tema, se ho voluto parlarti, se l'ho voluto qui, in questo luogo santo. Io rispetto il tuo cuore e la tua onestà; ma sappi che nessuno deve conoscere l'amore che ci unisce. E poi, egli è qui che ho pensato di confidarti un altro segreto, un segreto, il quale non può essere inteso che da te e da Dio.... Dio, spero, lo benedirà!...
Maria tacque ancora.
— Tu tremi, povera e buona fanciulla! continuava il giovine. Forse in questo momento l'anima tua mi respinge, e ha terrore delle mie parole; tu forse mi credi un uomo senza cuore, senza pietà. Ma rassicurati! Tu non sai, nè puoi immaginare quanto bene m'abbia fatto il conoscerti, l'esserti vicino, l'amarti...
— Oh cosa dice mai? ardì rispondere allora con accento languido la giovinetta. Non profferisca queste parole! Noi siamo in faccia al Signore, in chiesa. Almeno, abbia compassione di me... Anche lei ha una religione, anche lei ha bisogno di Dio!
— Ascoltami, Maria!... Io sto per metterti a parte d'un gran segreto; la tua anima pura sarà la prima che lo riceva, la sola che per ora possa saperlo. Verrà tempo, e forse non è lontano, che si farà noto a tutti questo mistero, la cui conoscenza adesso sarebbe forse causa della mia e della tua perdita.
Maria non replicò, ma levando il capo rivolse al giovine un'occhiata, in cui appariva tutta l'angoscia del dubbio e del sospetto.
— Io sono cattolico, o Maria, riprese Arnoldo con voce grave e commossa; la tua religione è la mia! Il mio cuore ha conosciuto errori antichi e fatali, e ormai io sento d'esser rinato a una nova vita. Dio che t'ha fatto bella come l'anima tua, Egli che ha voluto ch'io t'amassi, ebbe finalmente pietà delle lunghe battaglie sofferte dal mio cuore, delle inutili speranze dalle quali fui agitato per tanto tempo! Chi, se non Egli, mandò sul mio cammino, incontro a me, quell'anima forte e credente del fratel tuo? Chi, se non Egli stesso, da tanti anni mi tormenta con questa smania ch'io provo di riposare in una fede, in una verità, che non mi riuscì di trovar mai in nessuna cosa mortale?... Tu col candido affetto che m'inspirasti, hai cominciata l'opera pietosa della mia conversione; tuo fratello, in quel tempo d'una felice e tranquilla amicizia, la indirizzò; un altro giusto, un uomo oscuro e sapiente ch'io aveva conosciuto in questa stessa città, or son tre anni, e che adesso mi rivide, e m'accolse come un suo figlio perduto, ha persuaso il mio cuore, ha vinto e mutato del tutto la mia mente!
Queste parole penetravano fino al fondo l'anima di Maria. Un turbamento sconosciuto, misterioso, la riscosse tutta; ella riguardò incerta il giovine con un'espressione impossibile a dirsi. Ed egli tacque, e prostratosi a canto di lei, stette per qualche tempo in una mesta meditazione.
Poi si levò, e in atto più rispettoso e sicuro ripigliò: — Maria, ora tu lo vedi: non può essere che io t'abbandoni; ora sai quanto sia grande il bene che tu m'hai fatto, e conosci che il Signore non vorrà punirmi, se venni qui ad aprirti il mio cuore, se qui, innanzi a Lui, io voglio giurarti...
— Ah no! non dica di più, la fanciulla l'interruppe, sostenuta da un'occulta forza della sua virtù. Io benedico il Signore, perchè ha esaudita la più ardente delle mie preghiere; ma altro io non posso fare che questo!... No, no! da qui innanzi, oh! non pensi più a me... Io sono abbastanza felice!
— Di che parli tu mai? la tua virtù, la tua innocenza meritano ben altro premio e maggiore di quello ch'io ti posso dare. Ma tu forse dubiti ancora, tu pensi che io non ti dica la verità!... Oh credilo, Maria, io non potrei mentire con te! la sola cosa che m'affanni, è il dovere aspettar tanto ancora a far palese a tutti il mio cuore. Tu non conosci il mondo e le sue opinioni più dure d'ogni legge; e io non ne ho mai sentito il peso, come in questo momento. Bisogna ch'io taccia e nasconda a tutti, e più che ad ogni altro a mio padre, questo segreto che confidai a te sola. Qual ch'essa sia la mente d'un padre, dev'esser venerata, temuta. E io non avrei forza adesso per andare incontro a tutto il suo sdegno, e più che allo sdegno al suo dolore; ma presto verrà un momento più propizio per rivelargli l'animo mio... Tu vedesti, Maria, com'egli pensa e come vive; ma non sai che una risoluzione come la mia è per lui un delitto, una vergogna da non esser perdonata mai più ad un uomo; tu non sai ch'egli potrebbe fors'anche gettar sopra di me la sua maledizione!
— Oh! che dura prova dunque le toccherà di sostenere! rispondeva la fanciulla con atto pietoso. Ma Dio le ha fatto conoscere la verità, ed egli le donerà anche la sua grazia.
— Se tu lo preghi per me, o Maria, egli lo farà!... Ma intanto, ah! non costringere il tuo cuore a rifiutarmi!
— No, no! sento ch'è impossibile! io devo abbandonarla, io devo tornare presso a mia madre.
— Giammai, giammai!... Consolati, o Maria, e spera!
In quel mezzo, entravano alcuni buoni fedeli. Arnoldo s'allontanò dalla fanciulla, e maravigliato quasi di quel severo senso di rispetto ch'essa, con le sue poche parole, aveva saputo destargli nel cuore, turbato e incerto uscì della chiesa.
Maria restava tuttavia inginocchiata. S'udì il secondo, poi il terzo tocco della campana; e il sagrestano ricomparve, e accese le lampane e i ceri dell'altare. Il piccolo tempio a poco a poco s'affollò di modesta e buona gente, venuta dalle soffitte, dalle botteghe, dalle cure casalinghe, dal lavoro, a ringraziare il Signore; anime contente e semplici, a cui la fede non manca mai, perchè è necessaria alla loro vita, come la fatica delle braccia. Echeggiò la vôlta della chiesa delle sacre litanie, e il fumo dell'incenso avvolse con l'odorosa sua nube l'altare. Il popolo era d'ogni parte divotamente inginocchiato sul nudo terreno; la sua orazione fu breve e rozza, ma sincera; e il sacerdote la benedisse in nome del Signore.
Tutti se n'andarono; la chiesa tornò vôta e oscura, e Maria era ancora prostrata nella sua umile e fervida preghiera. L'anima sua, nella pace di quelle sante pareti, aveva abbandonata la memoria de' giorni dolorosi ch'eran passati, e quella stessa timida e vereconda speranza che faceva l'unico suo bene su questa terra: domandò a Dio di viver pura e senza rimorso com'era stata fin allora, e nelle sue mani pose le propria vita e tutti gli affanni che a Lui fosse piaciuto di mandare sopra di essa. E poi fece le sue orazioni della sera, con quell'ardente affetto, con che le ripeteva nei primi anni della sua fanciullezza; e non dimenticò il nome della sua povera madre lontana, nè l'anima benedetta del padre suo.
Una fiducia mesta, ma pur soave, e una consolazione che non era di questa terra, mitigarono, come benefica rugiada, il cordoglio di quella vita debole e combattuta, la sollevarono, e la fecero ritornare alla pace della sua virtù mansueta.
Quando si rialzò, s'accorse che era sola nella chiesa; e in quella, il sagrestano le s'accostò per avvertirla che l'ora di chiudere la porta era venuta. — Allora uscì chetamente, ma appena trovossi in mezzo della via, in quell'ora insolita, e intese il noioso frastono ch'empie le strade al cominciar della notte, si smarrì tra l'ombre fitte che le pareva di vedere agitarsi, e tra lo smorto chiarore delle lanterne che tremolava in mezzo alla nebbia; sicchè quasi non sapeva a qual parte indirizzarsi. Per buona ventura la casa non era lontana, ed essa raddoppiò i suoi passi e il suo coraggio. Ma il giovine amante che poco lontano l'aspettava, appena la scorse uscire della chiesa, le si mise dietro a breve distanza, e la accompagnò fino alla sua dimora. E Maria non se n'avvide; chè ell'era tutta ricreata da' suoi nuovi e tranquilli pensieri, e nella sua gioia nascosta si confidava di poter essere ancora felice.
IV. L'ONESTÀ DEL POVERO.
Il cameriere di lord Leslie apriva con cauto riguardo l'uscio della sala, in cui al consueto se ne stava ritirato il suo signore, e facendo una gran riverenza, annunziava che un prete, il quale già s'era presentato un'altra volta in quella mattina e che dicevasi l'abate ****, aspettava l'onore di poter parlare a Milord.
— A me? chi può esser costui? Io non ho mai conosciuto alcun prete italiano! rispose seccamente il vecchio signore, senza alzar gli occhi dalla tavola a cui sedeva, e su la quale erano spiegate e sparse molte lettere e carte.
Il cameriere non ardì far nessuna osservazione. Ma Elisa, che per avventura era là seduta in compagnia di suo padre, alzando i suoi begli occhi verso di lui, — Oh noi lo conosciamo, padre mio, disse; è il fratello della nostra Maria!
— A quest'ora non ricevo alcuno, lo sapete! soggiunse il lord, e ripigliò in mano il Morning-Chronicle.
— Deh lasciate ch'egli venga! Forse vorrà parlarne di sua sorella; e, voi non lo sapete... essa, già qualche tempo, non ha più bene....
— E dunque venga.
Era di fatto il fratello di Maria, il nostro vicecurato. Per la prima volta egli si trovava in faccia del padre dell'amico suo; e quell'aspetto immobile e superbo pareva l'impacciasse non poco. Il lord non gli disse di sedere; ed egli si faceva innanzi lento, tenendo in una mano il cappello, e tentando coll'altra i bottoni della sua lunga sopravveste di panno oscuro.
Don Carlo, se già non ve l'ho detto, toccava al più a' trent'anni; pure sul suo volto, ch'era simpatico e sereno, leggevasi l'incerta espressione d'una grave benchè velata amarezza, la traccia profonda del travaglio dell'anima. Le anticipate cure della giovinezza combattuta, avevano lasciato su la sua schietta e bella fisonomia le prime rughe di quel dolore segreto, il quale non si parte dal cuore che con la vita. Gli occhi suoi eran vivaci e intenti; appariva in essi l'ardor del pensiero temperato dal costume della meditazione e del patimento; la fronte alta, e assai calva, il sorriso fuggevole e sparso anch'esso d'un'ombra di malinconia; contegnoso nell'andare, ma alquanto chino della persona. Era un uomo che aveva molto studiato e molto dubitato; pure nella lunga guerra che sostenne contro sè stesso, e contro la sua fede, tra il passato e l'avvenire, tra la disperazione degli uomini e la coscienza di Dio, la sua energia, la sua volontà del bene non s'eran logorate o scemate; ma bensì rivolte al santissimo scopo di far migliori i suoi fratelli, e di risparmiare a molti di loro quelle crudeli prove per le quali egli aveva dovuto passare, prima di riposarsi nella sicurezza della virtù, prima di viver nella fede. Il suo nome, ch'era degno di chiarezza e di gratitudine, giacerà oscuro, non sarà ricordato tra gli uomini; nessuno forse parlerà mai della semplice sublimità della sua mente, della carità del suo cuore, del poco che potè fare, e del molto che sofferse; ma chi lo conobbe e amò, non potrà rifiutare una lagrima alla sua memoria.
Il vicecurato, facendo passare il suo cappello dall'una all'altra mano, non sapeva in qual modo chiamar sopra di sè l'attenzione del signore inglese, che non lo guardava, come s'egli non fosse là. Elisa, avvedutasi di quell'impaccio, ne fu tocca e volle parlare la prima. Ma il prete, che in quel momento di silenzio fu assediato da una folla di pensieri, e così fortemente conturbato che tutto s'accese d'un involontario rossore, fece un passo innanzi, fissò gli occhi sul vecchio, e disse con voce ferma e lenta: — Signore, io la prego, m'ascolti!
Il lord, scosso alquanto dalla serietà di quell'accento, levò il capo, e guardò il prete, senza parlare. Ma intanto, ripiegato il giornale, lo depose, e fece un gesto, come per significare: Parlate, ma spicciatevi presto.
— Signore, soggiunse allora il vicecurato, ciò che qui mi conduce, la è cosa per me di troppo alta importanza, perchè non m'arrischi a disturbarla un momento. Io sono una persona oscura, senza nome; ella, un signore illustre e potente. Ma, s'assicuri, io qui non venni a domandarle favori o protezioni, nè a inginocchiarmi dinanzi a lei, poichè a nessuno io son uso prostrarmi, fuorchè a Dio. Ella è uno di coloro che si chiamano grandi; e se questo nome vuol dire qualche cosa, ella deve aver caro l'onor suo, al par di quello dell'ultimo degli uomini. Dunque io mi presento a lei, a cercar giustizia per il nome mio ignoto, ma puro come il suo, per il nome mio calpestato nella virtù d'una infelice creatura, a me più cara dell'anima stessa... Ella m'intende, o signore....
— Io non intendo nulla, signor abate; e quello che so, gli è che non vi conosco, e che nessuno ha ardito mai parlarmi come voi adesso.
— Perchè vuole avvilirmi così? Cred'ella che l'abito di che sono vestito, mi proibisca di parlarle com'io fo?... Ella non sa chi io sia?
— Voi non siete certo nel vostro miglior senno, signor abate....
— Bene sta all'uomo ricco e potente di disprezzar colui che gli domanda la ragione del suo onore, schiacciarlo nel fango, ridere di lui come d'uno stolto!... O Signore, reggi il mio cuore, e dammi pazienza.
— Ma io vi ripeto che non so quel che diciate, come forse nol sapete voi stesso. E buon per voi, che non mi trovaste in cattivo momento... Pure, io son giusto; e se avete qualcosa con persona che m'appartenga, se alcuno de' miei v'avesse offeso, che so io... dite, spiegatevi chiaro; ma sopra tutto pensate innanzi a chi parlate.
Così rispondeva il lord con un'altera serietà; ma si sarebbe potuto indovinare, che le parole del prete e la persuasione ch'era in esse avevano suscitato nel cuore del vecchio un'ansietà inquieta, il sospetto di qualche cosa di grave.
— Dunque, o signore, ripigliò il prete, con voce fatta più umile, ella vuole ch'io arrossisca dinanzi a lei, nel ripetere una storia che copre di disonore la mia sfortunata sorella?... Ebbene, milord, io dirò tutto. All'onestà d'un'oscura famiglia non rimaneva altra protezione, fuorchè l'infelice che adesso le parla. Una madre amata e una sorella innocente, eran tutto il suo bene.... Vi fu un uomo che, allettato dalla bellezza di questa innocente, pose gli occhi sopra di lei; e vederla, e concepire il più nero tradimento che sia, fu per esso tutt'una cosa. S'infinse amico del sincero fratello, violò la santità d'una povera famiglia, ingannò la madre semplice e buona, ingannò la credula fanciulla, la sedusse con la promessa di farla sua sposa, la persuase a fuggire... Signore, quest'uomo vile, è suo figlio!... Oh non creda alle mie parole! In questa lettera è la confessione della misera tradita. Fu mia colpa, lo vedo, d'essere stato così cieco; fu nostro il danno, e sarà nostra ed eterna la vergogna! La madre che ne morirà, la figlia avvilita per sempre... oh non importa! Ora, il rimpiangere quel ch'è stato è inutile... Ma, per il nome di Dio, la si ricordi che anche l'onore del povero è sacro!...
— Avete finito?
— Non ancora. Voglio dirle ch'io non cerco nulla da lei; perchè a chi tutto ha perduto in terra, nulla più resta a domandare agli uomini. E quella infelice non avrà più consolazione in questa vita, che la speranza del perdono nell'altra... Io non vedrò il figliuol vostro; ma non vi chiedo se non ch'egli sappia per vostra bocca, e a mio nome, che il suo è più che un delitto, è un'infamia!... e che il cielo un giorno ne terrà conto!
— Orsù, le vostre parole mi stancano.... Nulla m'è noto di ciò che aveste l'ardimento di raccontare; e se avessi pensato mai, che quella giovine potesse levar gli occhi sul figliuol mio, l'avrei fatta, a quest'ora, cacciar di mia casa!
— Gran Dio! risparmiatemi almeno l'insulto... È una menzogna, uno scherno atroce! So pur troppo che non si conta per nulla la vita d'una povera creatura; so che i gran signori, come ora voi, ridon di queste cose, le chiamano capricci, passatempi, se pur non dicono essere per noi un onore, che voi, nobili, discendiate così basso, a portar la vergogna dov'è la miseria!... Ma, per carità, se non potete rendermi giustizia, compatitemi almeno!...
— Fate ciò che v'aggradisce: se pensate che sir Arnoldo abbia macchiato il vostro nome, parlatene con lui... Egli vi saprà rispondere, e vi metterà in pace... Io, per me, non ho altro a dirvi!
— Ch'io parli con lui?... No mai, mai! Una volta avevo pur creduto all'onestà, alla grandezza del suo cuore; povero ingannato ch'io m'era! Non l'ho cercato, nol vedrò più. La mia coscienza e quest'abito stesso, non mi farebbero forse dimenticare ch'io son uomo! Ma... venni a voi, perchè siete padre e vecchio! pensavo che almeno una parola di giustizia, una lagrima di compassione, non me l'avreste negate. Voi pure mi schernite?... Ma no! non siete voi, è il Signore che volle umiliarmi. S'adempiano i suoi giudizi!
— Adesso parlate come si deve! E mi dispiace di non potere far nulla per voi. Vorreste voi forse che comandassi a sir Arnoldo Leslie di sposar vostra sorella? Il rimedio sarebbe opportuno!...
— Ve lo ripeto, o signore; io nulla domando da voi! E volesse egli anche togliermi la creatura che mio padre m'ha consegnata, vi dichiaro ch'io la vedrei più volentieri morire, che sposarsi a tal uomo....
— Oh! in ciò siam d'accordo; vorrei anch'io lo stesso. Una contadina, che raccolsi per compassione... Ma, in verità, più vi penso, e più credo che tutto questo sia un vostro sogno; gli è impossibile che sir Arnoldo...
— Basta così: io son venuto per condur via da questa casa quella infelice, e nessuno me lo può vietare!... Il pane, ch'ella ha mangiato in casa vostra, lo piangerà per tutta la vita a lagrime cocenti; e così il cielo perdoni a voi la vostra durezza, come a lei la sua colpa! Di questo solamente vi prego, che vogliate dire al figliuol vostro, ch'egli ci ha rapito tutto, e ch'io gli ho perdonato! Sì, egli lo sappia, ma si guardi bene dal cercar me, dal cercare la sua vittima; essa è come morta per lui! Che se così non fosse, guai a lui e a me! Forse non sarei più quello che sono adesso, e il tradimento potrebbe fruttare la vendetta!
Benchè lord Leslie avesse dato orecchio alle parole del prete con una fredd'alterigia e con l'ironia d'un esteriore disprezzo, pure il tremito involontario delle sue labbra, e l'attenzione delle pupille sotto le ciglia ristrette in torvo atto, dimostravano l'interno suo sdegno. Mentre il vicecurato parlava, anche la fronte del superbo Inglese si faceva scura; e chi avesse potuto legger nell'animo suo, avrebbe conosciuto che cento diversi e rapidi sospetti gli passavano innanzi, come nuvole sinistre. — È egli possibile, domandava a sè stesso, che mio figlio si sia perduto in un amore così indegno di lui? Eh via, sarà stato il solletico d'un momento, e forse egli stesso ne ride a quest'ora! Ma se veramente l'amasse, se avesse promesso di sposarla... Che importa? son promesse che legano come i giuramenti dell'ubbriaco! Pure, Arnoldo... non posso credere che Arnoldo... Egli, ch'era diventato circospetto e severo, egli che sapeva d'aver a fare con un fratello così sdegnoso e audace... È impossibile! O fu un giuoco da parte sua, o una strana seduzione della fanciulla. Ma in ogni modo, il miglior partito è ch'essa vada subito al suo malanno, e che noi torniamo in patria... Sì, sì, è tempo oramai. Il momento è buono, l'orizzonte politico si rischiara per noi, e l'era d'operare è venuta; bisogna che sir Arnoldo esca in iscena una volta... altro che perdersi dietro a sogni puerili!
Eran questi press'a poco i pensieri che volgeva in mente il vecchio signore, all'udire i lamenti di don Cario. Ma intanto, qual era l'agitazione della compassionevole Elisa?... Essa voleva bene a Maria, e già da qualche tempo, turbata dal sospetto dell'amore d'Arnoldo, aveva veduto la fanciulla soffrire, senza poter confortarla! Sentì dunque stringersi il cuore, impallidì, quando intese le parole del prete, quando vide due lagrime agghiacciate su le ardenti sue guance, e pensò all'avvenire infelicissimo di Maria. Più d'una volta, essa volle gettarsi a' piedi del padre, pregarlo di non disprezzare con amare parole la sventura, di perdonare a un'ira giusta; ma un interno terrore la contenne suo malgrado, e rimase muta e sbigottita, testimonio innocente di quella scena.
— Or via, riprese il lord, alzandosi; andate, andate, e conducete con voi la vostra sorella. Ch'io più non la vegga, e sopratutto che sir Arnoldo non ne sappia nulla! Voi diceste anche di troppo, mi pare, e la mia pazienza...
— Non temete, o signore. Noi lasciamo questa casa senza maledirla; noi andiamo a nascondere nella solitudine la nostra disgrazia, a cercare alla misericordia di Colui che ha in mano il passato e l'avvenire il perdono del male che qui ci fu fatto!
Così disse, e premendo la destra sul cuore, in cui il dolore e lo sdegno si facevano guerra ancora, levò al cielo, con sublime rassegnazione, gli occhi; poi li chinò di nuovo, li rivolse senza senso all'intorno, e si mosse per uscir della stanza.
— Aspettate, se vi piace, soggiunse il lord richiamandolo. Ricevete questo leggiero compenso che vi offro, e scordatevi per sempre di noi! — E così dicendo, trasse fuori dalla cassetta della tavola una borsa, e gliela mise innanzi.
Il vicecurato, alla vista di quell'oro, arse di rossore, poi divenne smorto e sentì scorrere tutto il sangue al cuore: — Ripigliate il vostro danaro! L'oro può pagare l'infamia, ma non comprare la dimenticanza di quel che è stato! Voi potete disonorarmi per sempre, ma farmi vile non mai! Che questa viltà ricada sul vostro capo, o piuttosto... che Dio abbia compassione di voi!
Il prete era uscito, e lord Leslie l'accompagnava con un'occhiata indifferente, e con un sorriso sardonico: poi quando la porta fu richiusa tentennò il capo e susurrò: — Io non so come durassi a star cheto con quell'uomo ardito e superbo. E, tutto pensato, mi persuado sempre più che la cosa non sia così! Bisogna che mio figlio mi scopra... Si cerchi subito di lui. Intanto, sarà meglio partire prima che avvenga peggio... — Poi, rivolto a Elisa: — Lascio a te, figliuola mia, di disporre che tutto sia preparato per la nostra partenza fra pochi dì. Noi torneremo a Londra; è il tempo dell'elezioni, la stagione delle brighe, e gli è necessario ch'io non perda terreno. Dunque, hai inteso. Ma per ora non ne far parola con alcuno: voglio così.
Intanto don Carlo, chiesto a un servo dove fosse la camera di Maria, entrava in quella. La fanciulla, al vederlo così d'improvviso, proruppe in un grido soffocato; era un grido di gioia vera, ma repressa da occulto terrore. E balzò per corrergli incontro, per gettarsi nelle sue braccia; ma egli si ritirò d'un passo, volse la testa, e stese risoluto la destra, quasi per respingerla dal suo seno. Allora l'infelice si ritrasse anch'ella, si lasciò cadere sopra una seggiola, e, nascondendosi il viso, singhiozzava affannosa.
Il fratello la guardava e taceva.
— Gran Dio! dunque è vero?... proruppe egli dopo un breve momento. E le s'avvicinò, le prese affettuosamente una mano, e fissando sovr'essa un compassionevole sguardo: — Maria! che avete mai fatto?... Noi siamo stati incauti, gli è vero, ma voi, voi siete perduta per sempre!... Abbandoniamo questa casa disgraziata; oh così non v'aveste mai posto il piede! Non piangete, è tardi, è inutile!... Venite, venite con me! Che vostra madre almeno non sappia mai quel che è succeduto, ch'ella possa almeno morire in pace!... Perchè tremate?... perchè mi guardate così?...
— Oh come parlate, Carlo? Non sono io forse più vostra sorella?
— Sì! voi lo siete ancora; se non fosse per questo, sarei venuto a cercarvi? rispondeva il prete con amarezza. Ah! perchè non vi siete ricordata di me, quand'era tempo ancora!... Io v'amo anche adesso, perchè siete infelice, e voi... Oh sì, piangete pure, e sperate che il Signore avrà misericordia di voi...
— O mio Dio! rispose con voce debole la fanciulla. Io sono innocente, ve lo giuro, io sono innocente!... Ah, conducetemi, conducetemi da mia madre!
— Sì?... tu lo dici?... Ah! ripetimi che sei ancora virtuosa e pura, lo ripeti, perchè io ho bisogno di crederlo!... Dimmi ch'è proprio vero!...
— Sì, Carlo, io sono innocente, e ne chiamo in testimonio l'anima di nostro padre.
— Dio! te ne ringrazio... E la sua fronte si serenò, e un lampo d'indicibile gioia gli balenò negli occhi.
Allora egli la sollevò pietosamente, e con la destra abbracciandole la persona, spinto dal grande affetto, la baciò sulla fronte, e — Vieni, le disse con forza, finchè il cielo ti permette d'uscir di qui ancora onesta! Ritorniamo all'asilo della nostra montagna, alla nostra povera casa. Tua madre t'abbraccerà, oh con quanta contentezza! e tu potrai ritrovare presso di lei la tua consolazione, e non l'abbandonerai più. Vieni, o mia povera sorella! Tu non eri fatta per il rumore della città, per i vizi del bel mondo, per i piaceri d'un giorno di questi giovani eroi!... Non te ne rammaricare, ma benedici il tuo buon angelo, che a tempo ti salva!... Pochi dì ancora, e il tuo cuore sicuro e perdonato racquisterà le pace di prima; pochi dì ancora, e que' sogni che avevan turbata la tua vita e i tuoi verecondi pensieri, saranno svaniti. Non temer, no, di soffrire! Ma scaccia dal cuor tuo un amore, che t'avrebbe renduta per sempre infelice... Credilo a me! Il dolore nasce accanto al piacere, e dove adesso più si gode, è là che un'ora dopo si piangerà più forte... Oh! diamo con l'animo sereno un addio a questi luoghi d'amara ricordanza... alla miseria di queste gioie, alla voluttà di questi vili trionfi! un addio alle lucide pompe della città, a' suoi canti notturni, alle sue superbe case, alle sue povere officine, un addio a chi tripudia e s'inebbria, un addio e una lagrima a chi si martira e piange!
Racconsolata da queste amorose parole, la giovinetta sollevò le pupille, e riguardò il fratello, con una viva confidenza espressa nel viso, con tenere parole di gratitudine, parole di soavità non terrena, ma celeste. — Oh verrò con te, gli rispose, verrò con te, o Carlo, che m'hai salvata! Oh quando ti scrissi quella lettera, fu un'inspirazione del cielo! O mio fratello, mio padre, guidami tu! Fa ch'io riveda presto nostra madre, ch'io possa posare la mia testa sul suo seno, e stare con lei sempre, sempre!...
Così alternando le parole e le lagrime, Maria fece un involto del poco ch'era suo; e benchè le fosse amaro di partire, senza dar un ultimo saluto alle due buone giovinette, pure non fece motto, e seguitò i passi del fratello. Ma innanzi abbandonare quella stanza bella e modesta, dove essa aveva per la prima volta sognato la speranza e l'amore, non potè a meno di volgere ancora un mesto sguardo a quelle care pareti, a quegli arredi, a quei pochi libri che lasciava sopra la tavola...
L'addio della fanciulla non fu che un profondo e doloroso sospiro; ma con esso, Maria accompagnava una muta preghiera dell'anima, una preghiera per l'uomo che le aveva per sempre rapito la pace.
V. PARTENZA E MISTERO.
Una settimana appresso, due grandi e pesanti carrozze da viaggio, che su gli sportelli portavano dipinto un ampio stemma, e ciascuna delle quali era tirata da quattro cavalli da posta, avevano attraversato la città ed erano uscite per la porta Vercellina. I postiglioni toccavan di sproni alla spacciata, facevano scoppiar le fruste, e davano fiato alle rauche cornette.
Nell'interno della prima di quelle vetture sedevano un uomo vecchio e grave e un bel giovane; sul sedile di fronte stavano due gentili damigelle avvolte in mantelli eleganti e guerniti di pellicce. Nella seguente poi, che reggeva da tergo due larghi, neri bauli e parecchie grosse valigie, era sepolto in mezzo a un mucchio di fardelli il fedele cameriere del vecchio signore; due altri servitori stavano seduti a cassetta.
Il padre e il figlio tacevano, assorti in profondi e contrarii pensieri; le due fanciulle malcontente d'abbandonare così presto il nostro bel cielo, alternavano fra loro poche e interrotte parole. Esse ricordavano la lieta vita passata, la voluttà dell'aria che si respira nel cerchio dell'Alpi, su le rive dei laghi; e a mano a mano lasciavansi dietro con rincrescimento le colte campagne che già cominciavano a sentire il primo tepore della bella stagione. Alle parole che facevano si frammischiava sovente il nome della loro povera e semplice amica, accompagnato da un pensiero doloroso. Ma pur quel nome non portava con sè nessuna amarezza; perchè Elisa non poteva persuadere a sè stessa che l'anima pura di Maria fosse colpevole, come aveva sospettato il padre suo; e Vittorina non sognava neppure che la causa di tutti que' guai fosse l'amore, ignara qual era ancora che per amore si pianga e si soffra, come aveva fatto la fanciulla.
Ma ben altre erano le fantasie d'Arnoldo. Quel giorno che il vicecurato apparve d'improvviso per salvar la sorella e ricondurla con sè, volle il caso che Arnoldo rimanesse lontano; e, sul far della sera, quando tornò a casa, egli ignorava tuttavia ogni cosa. Vittorina fu la prima che gli corse incontro, e gli diede la trista novella. Com'egli fosse abbattuto dall'intendere che Maria era partita per sempre, e quanto patisse in quel momento solo il suo cuore lo seppe. S'era fatto pallido, cupo; l'ira, l'affanno, il sospetto erano entrati in un punto nell'anima sua; ma non si scoperse, non disse parola.
In quella medesima sera, lord Leslie gli aveva fatto dire che sentiva desiderio di parlargli; ed egli non indugiò a presentarsi a suo padre. Il vecchio gli venne incontro di subito, lo prese per mano, e senza accennare alla più lontana idea di ciò ch'era stato, gli mise innanzi con parole amichevoli e gravi le nuove urgenti circostanze che lo consigliavano a ritornare alla patria, senza por tempo in mezzo; gli spiegò sott'occhio lettere d'uomini potenti, che gli avevano disegnato l'andar delle cose e la gravezza del momento; gli parlò poi del debito di non tradir l'avvenire, i proprii diritti, la parte alla quale s'era legato, della necessità infine di giovarsi di quella congiuntura, per non essere avvantaggiato da altri, e racquistare almeno ciò che prima aveva perduto.
Arnoldo rimase confuso, annientato quasi dalle parole paterne. Il vecchio non imponeva, ma cercava consiglio, pregava; ond'egli che dapprima era stato pensoso, irresoluto, rompendo alla fine il silenzio, uscì a proporre al padre, che l'unico partito da seguitare era quello d'un sollecito ritorno in Inghilterra. L'accorto sguardo del lord aveva indovinata la via per arrivare al cuor generoso del figlio; la sua fina politica famigliare aveva trionfato.
Il giovine però sentiva il peso di quel dovere penoso che su le prime aveva accettato con volontà sincera. Accondisceso ch'egli ebbe, il pensiero di perder Maria gli tornò in cuore, gli si fece insopportabile; voleva parlar di nuovo a suo padre, scoprirgli ogni cosa; ma poi riflettè, e conobbe che sarebbe stato lo stesso che perdere tutto. E intanto sorse a consolarlo una nuova speranza, che forse, cedendo da principio, gli sarebbe stato agevole poi, nel volgere di qualche tempo, di preparar l'animo paterno a non porre più altro contrasto alla sua volontà; e vinto così l'antico pregiudizio dell'orgoglio domestico, egli sarebbe stato padrone della sua mente e del suo cuore. Allora per non saper trovare altra uscita, abbracciò il più facile consiglio a cui, per la fiducia del meglio, assai di sovente si appigliano gli animi incerti e miti, quello di tacere e di aspettare.
Ma pure egli era torbido e travagliato. Non poteva spiegare a sè stesso la causa di quell'improvviso fuggir della fanciulla, dopo tutto ciò ch'era stato; nè comprendere come il vicecurato fosse venuto e partito, senza cercare di lui, senza aspettare di vederlo. Ben gli nacque in mente l'idea, che Maria forse avesse confessato al fratello il segreto dell'amore che li univa; ma per ciò appunto si corrucciava di più, pensando al basso e falso concetto che l'amico doveva farsi di lui, non conoscendo ancora la purezza del suo proposito, il mutamento dell'anima sua. E desiderava di poter rivedere, innanzi partire, la giovinetta; e voleva parlarle almeno una volta, accertarla del suo ritorno dopo breve tempo, e ripeterle la già fatta promessa.
Allora, dopo ch'ebbe inutilmente tentato più d'una via per trovar nella città chi gli desse qualche contezza del luogo in cui il vicecurato potesse aver formato dimora, dopo ch'ebbe risoluto di trasferirsi segretamente, prima al paesello del lago, poi all'alpestre villaggio di Valtellina; pentito dell'una e dell'altra cosa s'abbandonò all'inutile rammarico, all'inquietudine, a disegni cupi e sdegnosi. Pensò anche di palesare il suo stato a quel saggio uomo che aveva avuto tanto potere su la sua vita e ch'egli venerava come secondo padre, onde lo sovvenisse di consiglio; pure, quando fu sul punto di farlo, non ardì aprirgli l'animo, o temette forse il giudizio del semplice ma austero vecchio.
Intanto il dì della partenza era venuto. Tutto quello ch'egli potè fare fu di scrivere una lunga lettera al vicecurato, nella quale n'acchiuse un'altra indirizzata a Maria; mandò queste lettere alla posta, e pregò il cielo che arrivassero al più presto al loro destino.
Dov'era allora la nostra fanciulla?
In certe povere stanzette, confinate nella soffitta deserta d'un antico palazzo, che appartenne un tempo alla famiglia del conte Francesco ****, viveva ancora la vedova del vecchio maggiordomo di quella casa. Dopo la morte degli ultimi padroni, il palazzo era stato venduto, spogliato delle sue tappezzerie di damasco e delle dorate suppellettili che l'adornavano da forse un secolo; e un negoziante, arricchito di fresco e non ancora ritirato dagli affari, l'aveva acquistato e fatto restaurar tutto alle fogge del gusto moderno, con le sue sete, co' lucidi arredi parigini, co' molli tappeti turchi.
Quella vedova era una buona vecchietta, servizievole, cicalona, tutt'amore del prossimo e de' poverelli, lodatrice eterna de' tempi suoi e de' suoi ottimi padroni, e massimamente della defunta signora contessa; la quale non l'aveva dimenticata nel testamento, e le aveva lasciato una provisioncella, vita sua durante, un trenta soldi al giorno e l'abitazione: era tutto quel che la povera donna possedeva quaggiù. Pure essa viveva contenta, e col suo sordo sogghignare, diceva bene spesso: Chi molto abbraccia, nulla stringe; ma chi sa contentarsi del poco, campa un pezzo e col cuor largo. — Quel negoziante, al quale certi lontani parenti della contessa, che ne furon gli eredi, avevano venduto il palazzo, dovette accettare tra gli altri patti anche la noia di tenersi in casa la vecchia vedova. E questa poi fu sempre ostinata a non voler abbandonare quella dimora dov'era vissuta per trent'anni; di modo che il novo padrone mise giù il pensiero di farla sloggiare con le buone, come aveva stimato facile, nella fiducia che la vecchia sarebbe presto ita a cercar posto nell'altro mondo.
A quest'antica conoscente, alla signora Giuditta, come in tutto il quartiere era chiamata, affidò dunque il vicecurato la sua afflitta sorella. Essa gli aveva tante volte portati su le sue braccia l'uno e l'altra in giorni più lieti, quand'erano ancora ragazzetti, che non se n'era dimenticata; ma non gli aveva veduti da tanto tempo, che quasi non lo credè vero, allorchè le si fecero conoscere. Pure li ricevette a braccia aperte, e dimandò loro del buon Andrea, della comare Caterina, del palazzo, di cent'altre cose e perfino del vecchio Azor; rammaricandosi di tutto quello che non era più, e benedicendo il cielo, che la sua vecchia amica si ricordasse ancora di lei.
Nell'ignota dimora della vedova Giuditta, don Carlo dunque pensò di nascondere Maria alle ricerche e alla persecuzione di colui, ch'egli credeva essere stato il suo seduttore; giacchè intendeva di fermarsi ancora per qualche giorno a Milano, e di ricondurre poi egli stesso la fanciulla a sua madre.
Maria, ne' primi dì, non sapeva accomodarsi a quella nova solitudine. Ignara di quel che fosse avvenuto, dopo che aveva abbandonato la casa de' Leslie, di quel che potesse fare Arnoldo per ritrovarla, e sedotta ancora da una lontana idea di rivederlo, di separarsi in pace da lui, idea che la sua virtù e l'affetto le richiamavan sempre, non come una colpa, ma come unica consolazione, ella passava le ore in una rassegnazione dolorosa. Non piangeva più, ma faceva ogni sforzo per ritornare più spesso che poteva alla memoria di sua madre; pure, qualche volta, in segreto, ripeteva ancora il nome di colui che per il primo le aveva promesso amore, e sentiva ch'essa non avrebbe più potuto amar nessuno, come aveva amato lui.
Ella non usciva mai, e stava sempre in compagnia della vedova, la quale non sapeva immaginare perchè una creatura, giovine e bella come Maria, fosse così tacita e mesta. Intanto il fratel suo consumava que' pochi giorni nel visitar gli amici che gli restavano ancora, antichi suoi compagni di scuola, alcuni de' quali erano allora parochi nella città, e altri procacciavan di guadagnarsi, con la penna e con gli studi, una vita stentata ma libera e onesta.
E nel rinnovarsi di quelle conoscenze, che avevano messa profonda radice ne' cuori, di quella corrispondenza di sentimenti e di simpatie, ch'è sì bella quando la sorgente ne sia virtuosa e schietta, e fedele la ricordanza, oh! come gli pareva di ringiovenire, di ritornare a quell'età d'affetto e di desiderio, in cui si crede che la buona volontà sia tutto, e nulla la difficoltà delle opinioni e del potere altrui; in cui è certa e giusta l'aspettativa, e santa l'energia della fede e del contraccambio!...
Con quali sinceri trasporti gli amici si rividero, s'abbracciarono! Con qual fratellanza di gioia e di dolore rinnovellarono le memorie della giovinezza! Come lagrimarono gli amici che non erano più, ch'eran mancati nell'ora migliore! Come compiansero a quelli che avevano tradito le speranze di loro concetto, un bell'avvenire, la vita intera!... E le promesse di star sempre uniti col cuore, se con le persone non potevano, d'adempiere insieme all'eterno dovere di render migliori gli altri, di non cader mai d'animo, nè per la tirannia de' pregiudizii e del tempo, nè per la cieca guerra delle passioni, e di servir liberamente alla causa della verità, preparando d'accordo, per quanta forza e per quanto cuore era in essi, il bene e la giustizia per tutti; queste altissime promesse si ripeteron più d'una volta ne' loro ragionari dolci e solenni, e furono santificate da' voti e dalle preghiere di que' giusti e generosi che amavano e che soffrivano.
Così alcuni di que' dì felici, che il buon prete non credeva di trovare più su la terra, e dietro a' quali l'anima sua aveva ben sovente sospirato nelle solitudini della campagna, in mezzo alla povertà e alla dura vita del contadino, o sotto gli umili archi della chiesa del suo villaggio, alcuni di que' dì felici sorgevano ancora per lui; e lo consolavano nel momento che, ferito nella più viva parte del cuore, s'era umiliato innanzi alla superbia degli uomini, all'ingiustizia delle cose. Ed egli se ne rallegrava con sè stesso, chè da tanto tempo aveva rinunciato all'allegrezza: nè alcun funesto presentimento venne a turbar la purità di quell'affetto antico e santo, e il felice presagio d'un'età migliore!... Ma troppo spesso le nostre più vive speranze son le più vane!
Un giorno — non eran passate più di due settimane da che Maria stava in casa della vedova — le due donne avevano apprestato un desinare assai modesto, e aspettavano il vicecurato.
È passato il mezzodì; passano una, due, tre ore, ed esse aspettano ancora, e il vicecurato non comparisce. Su le prime, non si dan pensiero di quel suo tardare, rassicurandosi nell'idea che forse qualche impreveduta circostanza ne lo trattenga. Ma poi all'abbassar del giorno, quando l'una e l'altra ebbero finito di ripetere le consuete scuse che si van cercando per ingannar l'angustia dell'aspettare invano, allora, con quel senso di tristezza che desta il veder farsi sera, crebbe il loro dubbio e l'inquietudine. E taciturne entrambe si pongono a sedere presso una delle finestre che dà sul cortile, s'interrogano a vicenda con gli occhi, e guardano ogni momento verso il cancello del palazzo, in attenzione curiosa d'ognuno ch'entri o passi.
Da quella finestra vedevasi, per il vano del portone, lungo tratto della frequentata corsìa. Si fece notte, le campane delle chiese erano già silenziose per tutta la città, e le donne aspettavano ancora. In ogni passeggero che attraversasse quel breve spazio, pareva loro di riconoscere il prete; ma nessuno mai s'arrestava, nessuno svoltava in quella porta. Maria ben cercava di persuadersi che nulla ci fosse di più naturale di quell'assenza, ma invano; un interno timore la vinceva, l'anima sua andava immaginando qualcosa di funesto, un pericolo, un tradimento, una sciagura improvvisa; e già, come una spina, le stava fitta in cuore l'angustia, che il suo Carlo non avesse a ritornare mai più!
La vedova, indispettita alla fine di quel lungo tedio, cominciò a sfogarsi, a brontolare fra sè e sè: — Vedete mo, che vezzo! Son già passate più di sei o sett'ore.... Ha ragione chi dice: aspettare e non venire, cosa da morire! Intanto voi siete ancora a digiuno, la mia tosa! Manco male, ch'io ho pensato meglio di voi... ma domani, il resto di quel pollo e di quella zuppa sarà roba da buttar via per la finestra... Che cosa crede d'esser poi quel vostro signor fratello? Non è all'osteria, e se qui c'è poco, c'è del cuore almeno! Ma, adesso che ci penso.... Scommetto che, senza dir nulla, avrà desinato altrove; e noi siamo state sì buone ad aspettarlo... Oh via, levatevi su, e peggio per lui! mangiate un po' anche voi, chè almanco non si consumi questa poca grazia di Dio....
— Ora non potrei, signora Giuditta, non potrei da vero... ho un gruppo qui, una cosa che m'opprime....
— Oibò, non mi fate smorfie! In questi dì, non avete mangiato mai, più che non mangi un piccione.... E poi, non dormite, avete una ciera che fa pietà.... Via! ecco quel che son divenute le nostre ragazze! vedete un po' quel che si guadagna a star nelle case de' grandi signori... La minestra di casa vostra vi fa schifo... Non dico così per voi, ma al giorno d'oggi, si vede, tutti vogliono stare in sul grande... Ebbene? sorridete un po'!... Che dirà vostra madre? Quella è una donna casalinga, sincera, alla mano... Che dirà, quando vi rivedrà con quel viso di panno lavato?...
La fanciulla taceva, pensava che sua madre non le aveva mai detto parole così amare; e quell'inutile conforto le parve più duro di qualunque rampogna.
Non era lontana la mezzanotte, quando s'intese un calpestio su per l'angusta scala che saliva a quelle stanze. Le strepito risvegliò l'attenzione della vedova, la quale, seduta accanto del focolare, recitava il rosario con accento basso e sonnacchioso, e fece palpitare il cuor della fanciulla, che s'era presso a lei raggruppata, trovando appena voce di rispondere all'avemarie.
— Siete voi, Carlo? domandò essa, con una gioia sicura, levandosi subitamente; siete voi una volta?... Oh sia ringraziato il cielo!
Nessuno rispose. Ma, poco stante, un bussare forte e strano all'uscio risonò nelle tre stanzette del povero quartiere.
— Ohe! che rumore di casa del diavolo, signor abate? gridò stizzosa la vecchia. Bella musica dopo averci fatto aspettare tutto il dì e tutta la notte!
Intanto Maria era corsa ad aprire.
Si presentaron due sconosciuti, col cappello basso su gli occhi, abbottonati fin sotto al mento in un palandrano nero. La fanciulla diede un grido, e balzò indietro atterrita; la vecchia spalancò tanto d'occhi, e facendosi ritta ritta su la persona, appuntò le braccia su l'anche, in atto di stupore e di dispetto.
Ma l'uno de' due sconosciuti, avanzatosi verso le donne, si pose l'indice della mano attraverso le labbra, e, — State zitte, disse loro, non v'inquietate, non gridate! Non veniamo per farvi nessun male, noi siamo impiegati, facciamo il nostro dovere; e non si cerca di voi. Ma, per amore, silenzio!
— Eh! ch'io non so niente, e qui non c'è nessuno, cominciò a gridare la vecchia. E... e...
— Silenzio, dico, adesso! ripetè colui; risponderete a quel che siamo per domandarvi. E voi, soggiunse voltandosi al compagno — una faccia lunga, scura e smorta, che gli stava sempre alle calcagna, come la sua ombra — ponetevi là, a quel tavolino, e scrivete!
E l'altro fece, senza dir nulla.
— Siete voi la vedova Giuditta ****? chiese allora l'uomo che parlava.
— Sì, son io! rispos'ella; ma perchè voi... perchè lui... perchè io...
— Voi, tacete! e la giovine qui presente è la nominata Angiola Maria ****?
— Son io quella, rispose alla sua volta la fanciulla, ma con voce debole e tremante.
— Bene! E si rivolse di nuovo alla vecchia: Abita in casa vostra il prete Carlo ****, fratello di questa giovine?
— Sì, ma è solamente da pochi dì, ch'io stessa gli ho fatto il piacere di tenerlo qui, con sua sorella; e l'ho fatto perchè siam vecchi amici, e se a questo mondo non ci fosse un po' di carità...
— Basta, tacete! Non ho domandato questo.
— Ma se non posso tacere! Sono una donna onesta, nè voglio che nessuno...
— Tacete! vi replico, e badate a me. Da quanto tempo quel prete abitava qui?
— Fanno giusto quindici giorni ieri...... fu un venerdì! Quando si dice!... Ecco che cosa vuol dire un venerdì!... In verità santa, è una cosa da non credere... Una storia simile non m'è capitata mai!
— Volete finirla con queste chiacchiere inutili? Ditemi piuttosto, dove tenete la roba del vostro ospite?
La Giuditta, inasprita più che mai, non sapendo comprendere la ragione di quell'interrogatorio, rispose alzando le spalle, e con un gesto indicò l'altra camera; poi si mise a guardare or l'una or l'altra di quelle due faccie, per vedere se le riuscisse di poter raccapezzare qualche cosa di così fatto garbuglio. Ma l'uno senza complimenti, preso un lume ch'era sulla tavola, l'accese, e passò nella vicina stanza, come fosse in casa sua; e l'altro intanto continuava a scrivere col muso duro, con gli occhi inchiodati sul suo scartafaccio.
Maria, tutta piena di spavento, non osava quasi respirare; essa aveva indovinato che il suo povero Carlo correva qualche gran pericolo, che coloro eran venuti per metter le mani sul fatto suo; e, resa ardita dal suo stesso terrore, si mosse per correr dietro a quell'uomo, e domandargli, per la pietà del cielo, che cosa fosse avvenuto del fratel suo. Ma colui, avendo trovato di là ciò che cercava, ricomparve su l'uscio, tenendo sotto il braccio un piccolo fascio di carte, e alcuni libri (erano le memorie, il breviario, il vecchio Dante e la Bibbia del buon prete). Pose il tutto su la tavola, rilegò con somma diligenza il fascio, e v'improntò, senz'altro dire, un gran suggello. Poi, volgendosi alla giovinetta, tolse fuori e le porse una lettera dicendo: — È di vostro fratello! Per quest'oggi la nostra incombenza è finita. Buona notte!... E fece un cenno al collega; il quale si levò, ripose via il grosso scartafaccio, e si chiuse di nuovo nel suo palandrano. E per dov'erano venuti, uscirono.
La fanciulla allora s'abbandonò su la seggiola ch'era più vicina, tenendo stretto fra le mani il foglio fatale, che non aveva cuore d'aprire. Ma quando la vecchia, strabiliata ancora di quant'era succeduto, fece per toglierle quella carta, allora Maria la riguardò in volto, corrucciata insieme e pietosa, poi chinò gli occhi, e lesse, che quasi le mancava la voce:
«Maria, mia cara sorella!
«Colui che ti consegnerà questa lettera, ti dirà anche ciò che sia di me. Il cuore mi piange di dover lasciarti sola per qualche tempo; ma rassicurati, non sarà che per pochi dì, forse per poche ore! Pure, te ne prego, fa in modo che nostra madre venga anch'essa al più presto a Milano. Povera donna!... Ma in quanto a me, non le dir altro per carità, se non che sono ammalato, che spero e ho bisogno di rivederla. Il cielo benedica te e lei. Di' ancora alla buona signora Giuditta, che mi compatisca e mi perdoni. — Tu intanto prega il Signore per me, e fatti cuore; io non ho nulla di che rimproverarmi in faccia agli uomini. Mia amata, mia infelice sorella! ricordati sempre, che quanto succede quaggiù, è tutto per volontà di Dio!...»