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Angiola Maria

LIBRO SECONDO (continued 3)

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Fu il giorno appresso che la fanciulla disparve, come già sappiamo. Arnoldo ne disperò quasi, ma Eugenio era là per consolarlo e dargli buona speranza; rassicurava esser quello un ghiribizzo, una delle solite furberie delle fanciulle, le quali vogliono vedersi correr dietro il poveraccio che abbia la disgrazia d'innamorarsene. — Pure molti dì eran passati, senza che uno o l'altro avessero potuto ancora saper la verità. Ben aveva tentato più volte l'Eugenio di far parlare la crestaia, spacciando grandi promesse a nome dell'amico, ma non n'era venuto a capo: la buona donna fu muta, ostinata a custodire il segreto; benchè il giovine pensasse ch'egli era piuttosto per malizia che per virtù scrupolosa. Arnoldo, perduta la fiducia di ritrovarla, si rimise alla vita indifferente e monotona di prima, a quella vita tediosa che coll'inerzia del di fuori ricopre l'interno cruccio. Così era venuto il dicembre.

— Eugenio! diceva adunque Arnoldo al suo nuovo amico, quella mattina in cui l'abbiamo trovato che passeggiava nella sala dell'albergo: Eugenio, sedete qui, accanto a me. Le prove d'amicizia che m'avete dato, il vostro onesto costume, la vostra premura, meritano ch'io metta in voi maggior confidenza. Voi mi conoscete appena, e poco sapendo di me forse mi giudicate male. Gli è giusto dunque ch'io vi spieghi il mistero che a voi ancora mi copre, gli è giusto che mi conosciate meglio: forse allora, se nel cuor vostro avete riso di me, mi compatirete!

Il tono severo di quest'esordio scosse un poco Eugenio: e poi, i colloqui serii non erano il suo forte; nondimeno, fatta all'amico una solenne protesta d'osservanza, si pose a giocar distrattamente con le molle fra le ceneri del focolare.

E l'altro prese a raccontargli la storia dell'amor suo, meglio che non abbiamo potuto far noi in queste pagine modeste; cosa ben naturale, era l'amante che parlava, e il suo cuore s'effondeva nelle parole, con una verità semplice, poetica. Ma Eugenio intanto pensava che l'amico suo era un bel pazzo, e ch'egli, se fosse stato ne' suoi panni, certo non avrebbe perduto il tempo in quelle malinconie, e a far all'amore alla romantica con una tapinella; mentre invece avrebbe potuto a suo capriccio fare il mestier del Michelaccio, quel beato mestiero che non s'insegna, e che tutti sanno e sapranno sempre.

— Dopo quel tempo d'una felicità ch'io quasi non credeva possibile, così continuava Arnoldo il suo racconto; dopo quel tempo, vennero per me i giorni dell'amarezza e dello sconforto. Ma qui, bisogna che vi confidi un'altra cosa che ancora non sapete, il vero mio nome. Voi mi conoscete per Arnoldo Randale; questo non è il mio casato, ma quello della famiglia di mia madre; e per segrete ragioni io lo presi al mio ritorno in Italia. Mio padre è lord Guglielmo Leslie.

L'amico Eugenio levò gli occhi con gran maraviglia a quella sonora parola di lord; e, poste giù le molle con che giocava, stette con più cheta attenzione ad ascoltarlo.

— Mio padre, seguitava Arnoldo, è un uomo severo, superbo del suo nome e dell'antica sua nobiltà, quant'altri mai; i suoi principii sul fatto e su la condizione sociale son quelli d'un vero Inglese, onore, orgoglio e fermezza; il motto dell'arme gentilizia de' Leslie sembrava appunto dettato per lui: Sempre salire!... Ma, fin dagli anni infantili, il mio cuore s'apriva in vece all'incanto delle miti virtù di mia madre, dolcezza e compassione, amicizia e amore. Io sento di non esser nato per quelle che chiamansi le grandi virtù del nostro secolo, una politica che si veste del fastoso nome di filantropia, e una civiltà che pesa tutto su le bilance dell'industria. Passai i prim'anni dell'adolescenza nella casa d'uno zio di mia madre, venerabile vecchio, di cuor giovine e caldo, uom generoso, soccorrevole e costante; egli era irlandese e cattolico, e aveva perduto il figlio, la nuora e i nipoti, tranne uno solo che formava le delizie dell'abbandonata sua vecchiaia..... Questo giovine cugino fu il mio primo amico! Ah! pochi anni appresso, anch'egli era morto...

— In quel tempo appunto, ripigliava il giovine dopo una pausa, nel nostro paese gli spiriti bollivano in quella famosa guerra d'opinioni e di parte, che tenne grandemente agitati tutti i giusti e i buoni, la controversia della emancipazione de' cattolici. Mio zio metteva in cima de' più cari suoi voti la sospirata legge, e ne procacciò il trionfo, per quanto potè e seppe. Parmi ancora vederlo scuotere la sua testa canuta, e volgere al cielo gli occhi accesi d'un insolito ardore di gioventù, dicendomi dover la giustizia trionfare una volta o l'altra anche su questa terra, e nessun sacrifizio esser poco, per guarire la patria d'una piaga che per tre secoli aveva fatto la vergogna della superba nostra civiltà!... Ma appena mio padre conobbe i nobili sforzi del suo parente e il mio entusiasmo a pro di questa causa generosa, mi rivolle presso di sè, caldo sostenitore, com'egli fu sempre, degli antichi rancori. E mi mandò a viaggiar sul continente, perchè la mia mente si spogliasse di queste fantasie, ch'egli chiamava la scorza del fanciullo, e imparasse a conoscer gli uomini e le cose. Ma era tardi. Io aveva già sposata la parte degli oppressi; io amava il culto solenne e maestoso della Chiesa a cui mi guidava fanciullo il mio vecchio zio, e dove univo le mie alle candide orazioni del mio povero cugino; l'arida e corrotta dottrina, e la troppo mutabil fede nel seno della quale io nacqui, non avevano parlato mai al mio cuore.

— Nel mio viaggio attraversai, come un uomo nuovo, quest'Italia così degna d'amore e di venerazione; di città in città, vidi le sue basiliche, le sue cupole, le sue chiese, nelle quali mi pareva che l'arte veramente divina traducesse all'anima il mistero della suprema bellezza; vidi i capilavori di Michelangiolo, di Raffaele, di Tiziano, di Guido, di cent'altri; tutto mi rapì, mi commosse; e questo, il posso dire, fu il principio della mia conversione. Conobbi molti uomini d'alto ingegno, di semplice probità, uomini di fede e di sapienza; conversai con essi, ritrovai in loro le virtù, le parole dello zio Randale; e finalmente, venuto in questa stessa vostra città, Dio mi fece incontrare con quel saggio che doveva rinverginar la mia mente, vincere il dubbio del mio cuore, sollevare la mia speranza e la forza del mio intelletto a una lieta novella. Fin d'allora io voleva abbandonar l'eresìa; pure quell'uomo, ch'io venerava come il mio salvatore, aveva letto nel mio cuore, e veduto che la mia deliberazione era più d'entusiasmo che di convincimento; e non assentì. Ma, congedandomi con lagrime di consolazione, mi disse di lasciar fare al Signore, che avrebbe condotta a' fine l'opera sua.

Intanto Eugenio, al quale il racconto riusciva nuovo e strano (egli che non aveva mai pensato sul serio a' paternostri e a' credo della sua nonna), diceva tra sè e sè che quel giovine aveva più del dottore che del lord, onde l'avrebbe indovinata meglio se fosse venuto al mondo a' bei tempi del bordone e delle cocolle: del resto, che le belle Madonne dipinte sui quadri l'avessero convertito, non lo capiva; chè per lui, tutte quelle belle sante color di rose e gigli, e quelle Maddalene penitenti che aveva veduto, gli avevan fatto frullare tutt'altri pensieri in capo.

— Dopo qualche tempo, riprese Arnoldo, mio padre mi richiamò a casa; ma avend'io rifiutato un illustre matrimonio al quale egli stesso mi destinava, s'inasprì contro di me; mi respinse, e venne con le mie sorelle in Italia, ov'io lo seguitai poco di poi. Ma qui, l'amore di Maria e l'amicizia del fratel suo, come già v'ho narrato, mi ricondussero a' più santi pensieri, alla religione... Tornato in patria, volli alfine adempire il proposito fatto, e andai a visitare il mio buon zio, il quale più nulla aveva saputo della mia sorte; quell'uom venerando, giunto nell'ultima vecchiezza, era divenuto cieco. Lo trovai inchiodato dagli anni su d'una seggiola antica, ma con la mente lucida e col cuore tranquillo. Egli pianse di gioia al racconto delle arcane vie per le quali la provvidenza aveva condotto l'opera della mia salute; e levando in atto solenne la nuda sua testa, e con le mani tremanti cercando la mia, mi benedisse, ed esclamò che oramai moriva contento, perchè il Signore lasciava nella sua famiglia l'eredità della fede. Alcun tempo appresso, egli si fece trasportare, quantunque cieco, nella chiesa in cui io feci la pubblica abbiura dell'eresía!... La memoria di quel dì non uscirà mai dal mio cuore!... Ma da quel dì stesso, non rividi mio padre, e forse nol vedrò più. Nessuno, ben che il fatto della mia conversione menasse qualche rumore della città, nessuno ebbe l'animo di farne motto con lui; talchè seppi poi ch'egli ne aveva letto la notizia sui fogli pubblici... Mi fu riferito che nell'impeto del suo sdegno egli m'abbia maledetto... Oh Dio! No, no, io non lo crederò mai; e tu, o Signore, non consenti che un padre maledica al figliuol suo!... Il vero è ch'io fuggii, come un colpevole, abbandonai famiglia, amici e patria; non avrei potuto vivere come uno straniero vicino alla mia casa, a' miei; e mutai nome e cielo. Poi, qui speravo di trovar quel riposo che sempre fugge dinanzi a me, e qui mi chiamavano ancora una promessa, un amore... Ah! sì, che almeno io ritrovi quella virtuosa fanciulla! Essa non mi respingerà più; ora, io non sono il giovine ricco e potente, sono il figliuol diseredato, il povero esigliato che domanda conforto, che ha bisogno di trovar alcuno che l'ami ancora.

— Ah! esclamò Eugenio, vi dico in coscienza che di certe cose io non ne so straccio! Ma se, per dio, non v'avessi intes'io a raccontare voi stesso la vostra storia, la crederei proprio, come se mi dicessero che il Gran Turco s'è fatto eremita. Un giovine come voi, un signore, un uomo d'ingegno, far questa fine... Scusate, sapete; ma, a me, questi miracoli non m'entrano in testa; sebbene, a dirvela com'è, tutto ciò m'abbia imbrogliato un po' le idee; m'avete tirato giù certe ragioni, certi scrupoli, a cui non ho mai pensato in vita mia.

Arnoldo taceva, e teneva fissi sopra il compagno gli occhi con un'aria tra mesta e grave.

— E vorrei veder adesso, soggiungeva Eugenio, che quella fortunata fanciulla volesse far la schizzinosa. È impossibile! e scommetto che il suo nascondersi è furberia bell'e buona per tirarvi meglio in trappola.

— Non è vero! Voi non la conoscete, rispose sdegnoso Arnoldo.

— Sarà, lo dite voi, sarà! Ma pur non vorrei che... E, con un tal maligno sorriso, Eugenio scoteva il capo.

— Ah! voi ridete, voi ridete, come gli altri che mi tengono per uno stolto!... Ma voi non sapete quel che si passa qui dentro, quel che si può perdere e sperare!

A queste parole dette con fuoco, l'altro tacque, si strinse nelle spalle, e conchiuse mentalmente: Non c'è da dire! bisogna persuadersi ch'egli pizzichi del matto.

Ma poco di poi, quando Arnoldo gli confidò che al domani partiva per andare in cerca di Maria, al paesello del lago o nel dintorno, e conchiuse pregandolo in nome dell'amicizia di tentar tutto, durante la sua assenza, per averne egli pure contezza, Eugenio aveva promesso di far l'impossibile: e si lasciarono, buoni amici come prima.

X. UN'ALTRA PROVA.

Una casa di gretta apparenza, con le muraglie dipinte del colore del tempo e scalcinate, con un ballatoio alla lunga a ciascuno de' suoi due piani e un'ampia gronda tarlata che si versa all'infuori, come la tesa d'un cappellaccio su la fronte d'un pitocco, guarda su d'una rimota piazzetta, in una parte lontana della città, presso a uno de' nostri abbandonati terraggi. Da un fianco, il murello d'un'ortaglia che fa gomito nell'attiguo chiassuolo, dall'altro una casipola lunga, bassa, bucata d'usci e finestre come un crivello, angusto ricovero di povera gente; e vicino, una vecchia siepe su d'un ciglione di terra, che risponde a una strada fangosa, bistorta, orlata d'un fossato. V'ha ancora pochi angoli della nostra bella e ringiovenita Milano, i quali presentino un aspetto così malandato e tristo, da parer veramente la casa delle streghe; e chi si volesse pigliar lo spasso di cercare quel gruppo d'abituri ch'io descrivo, non aspetti al domani; perchè forse, dov'è la casa del signor Cipriano, troverà un bel palazzetto dalla fronte allegra e linda e dalle gelosie verdi, e in vece del rozzo casamento da vicini col marcio fossato al piede, si vedrà sorgere dirimpetto una fabbrica bianca, recente, di cinque piani, da far invidia a chiunque abbia due spanne di terra al sole.

Il signor Cipriano era un antico fabbricatore di cioccolatte, il quale, avendo avanzate di buone migliaia di scudi, e non volendo morir sul mestiero, chiusa bottega, si ritirò a goder negli ultimi anni il frutto de' suoi sudori in santa libertà. Egli aveva dunque comperato quella casa a mezzo prezzo; ma poich'era assai taccagno e aveva spesa sempre la sua lira per venti soldi almeno, si ridusse a menar grama vita in quella topaia cadente, dove una volta aveva sognato di far il signorone. E parevagli di toccare il cielo col dito, allorchè sdraiato su d'una panchetta accanto al fuoco, col fido suo fiaschetto di vin d'Ossona al fianco, ruminava, tra l'una e l'altra mezzina, il conto degl'interessi de' suoi capitali, all'uno o al due per cento il mese. Quand'egli attraversava la piazzetta per entrar nella sua porta, andava tronfio, a lento passo, con le mani intrecciate sotto la schiena; e, levando il grosso ventre e il naso bernoccoluto, sbirciava su per le finestre e pe' terrazzini le più tonde e frescoccie comari del contorno: tutti lo conoscevano, e gli facevan di cappello, quasi al bassà del quartiere; perchè tutti supponevano che tenesse un bel morto sepolto in cantina.

Dal primo all'ultimo de' sessant'anni, a cui toccava allora, egli era stato schivo sempre d'ogni molestia e d'ogni cura; e se non volle mai tor moglie, fu per non avere il pensiero de' figliuoli e l'impaccio della donna, ch'egli soleva chiamare la più spallata mercanzia del mondo. Ma, poco tempo prima, s'era condotte in casa la signora Barbara, sua sorella, vedova d'un fallito, e la Savina figlia di lei, che sole di tutti i parenti gli eran rimaste, e che s'accontentarono di governare la casa e pagar la pigione; perchè l'idea di fare un dì o l'altro una grossa eredità era l'áncora della loro speranza. In casa però, il signor Cipriano aveva sempre tenuta la mestola a suo modo; e ben se lo sapeva quello zotico baccellone di Michele, ch'era l'unico famiglio, quando il padrone, dotato d'una memoria spilorcia da far fremere, gli faceva dar conto ogni dì, della croce dell'ultimo quattrino.

Nella casa di questo novello Arpagone noi troviamo adesso la nostra fanciulla, in qualità di cameriera della signora Barbara; la quale, incapricciata che la sua Savina diventasse una damigella e facesse un bel partito co' fiocchi, non voleva più vederla attendere alle meschine cure della famiglia.

Maria vi stava già da un mese. Abbandonata ch'ebbe la bottega della crestaia, si gettò nelle braccia dell'unica conoscente che le restava, la signora Giuditta; e pianse, raccontando il pericolo che correva, e la scongiurò che le procacciasse un altro ricovero, una casa onesta, dove potesse viver più sicura, e nascosta a tutti. Appunto alcuni dì prima, la signora Barbara s'era raccomandata alla Giuditta (da un pezzo si conoscevano) chè facesse di trovarle una brava e savia giovine, la quale, contenta di poco, s'allogasse presso di lei. Dunque, la cosa fu ben presto combinata; e Maria, altro non sospirando che un'esistenza casalinga e solitaria, ringraziò il cielo che le avesse conceduto quel ricovero.

Ell'era così docile e buona, che subito la signora Barbara prese a volerle bene; e il suo costume, le sue parole avevano un incanto così gentile e dolce, ch'essa pure la giovinetta Savina le pose molto amore, e volle subito che tra loro si dessero del tu. Maria le apparecchiava ogni mattina il più fresco e mondo vestito che pareva sempre del dì delle feste, un candido grembiule coll'orlo a traforo, e un bel collare a pieghette, e la cuffietta la più leggiadra, ch'era una grazia a vederla. E la madre si ringalluzziva tutta, nè capiva in sè della gioja, trovando sì bellina e compita d'ogni cosa la figliuola, che tutt'altra sembrava da quella di prima.

Tutta la casa poi, in quel breve tempo, risentiva già della presenza d'una sollecita regolatrice, a cui il buon ordine e la mondezza sono necessità e abitudine; i vecchi mobili polverosi, muffati, del signor Cipriano, le tende delle finestre e le cortine de' letti luride e cadenti, avevan ripigliato un'aria di giovinezza e di pretensione. Fino quel semplice di Michele, il famiglio, voleva farsi in quattro per ripulire e rassettar le camere, il salotto e la cucina; e lavorava a tutta schiena a rigovernar le pentole, le casseruole, le stoviglie, obbediente come un cagnolino a tutto quel che Maria gli dicesse; perchè glielo diceva con un far così benevolo, ch'egli, usato a ricever buone lavate di capo dal padrone per cose da nulla, sarebbe per essa ito nel fuoco. L'avaro era il solo che più di frequente brontolasse di quelle novità; nè ci voleva meno di tutto l'accorgimento e di tutta la pazienza della sorella a persuaderlo che un uomo della sua qualità, con venti mila lire buone di rendita, doveva tenersi in credito, e aver una casa da cristiano; ma la ragione che lo faceva star più cheto, era che non gli toccasse di far vedere la luce a un soldo di più.

Dopo che stava in quella casa, Maria non ne usciva mai, fuorchè la domenica di buon'ora, per andare alla messa nella chiesa più vicina. L'inverno si rabbruscava sempre più; il cielo era quasi sempre rannuvolato e piovoso, e le prime nevi avevan già messo nell'aria quella muta malinconia, che par s'acconci tanto bene a una vita rassegnata e oscura.

Sbrigate le faccende di casa, tutta la gioia di Maria era di potersi ritirare nel silenzio della sua camera. Allora rialzata una cortina del balcone che metteva su la ringhiera, sedeva assidua al suo lavoro, là presso, sotto la poca luce; e le pianticelle d'un vaso di garofani, ch'essa teneva su d'un vicino armadietto, lasciavan talvolta cadere sul suo grembo alcune secche fogliette. Quel piccolo vaso, senza un fiore, quell'arida pianticella, quegli steli d'un pallido verde, ricadenti su l'orlo del vaso, bastavano a risvegliar nell'anima sua il dolore del tempo passato, il mesto desiderio d'un avvenire più felice. Si ricordava che nella casa di suo padre, sovra la soglia della sua finestra verso il lago, ella soleva una volta educare una famigliuola de' fiori che più amava; e via via, di pensiero in pensiero, il suo cuore la rapiva... Essa non era più là, era con sua madre e con la vecchia Marta, era con suo fratello... e con un altro!

E dimenticava tutto, per ricordarsi solamente d'una appassionata canzoncina, che un giorno era tanto piaciuta all'amico suo:

ROSA. Chi è che vien sì lenta e sospirosa? Povera Rosa! Rosa innamorata! Era un raggio del ciel la sua sembianza; Ora è senza color, senza parola: Prima al canto d'amor, prima alla danza, Ed ora agli occhi di ciascun s'invola; E se ne va piangente, e tutta sola Lungo la riva di fiori smaltata. Su la bell'alba move, in vesta bianca, E par l'ultima stella del mattino; Tacita riede, quando il giorno manca, E pare il primo raggio vespertino; All'alba e al vespro, sempre a quel cammino Sen viene la fanciulla sconsolata. Perchè si volge sempre al ciel lontano? Qui non è cosa più che la conforta! Madre infelice! E tu la cerchi invano; D'un angelo la vita in terra è corta! Madre, non hai più figlia!... Ell'è già morta, E già rivola a Dio l'alma beata. Chi a pianger vien sul sasso ov'ella posa? Povera Rosa! Rosa innamorata!

Ma nella dolcezza del suo rapimento veniva a turbarla l'acuta voce della piccola Savina, la quale era inquieta, caparbia, un vero demonietto; e non la poteva star sola un'ora co' suoi pensieri di quindici anni, senz'annoiarsi. Allora essa correva dalla Maria, e saltellandole intorno, come un furetto, ora voleva che le acconciasse un riccio, ora che le stringesse la cintura, or una cosa, or un'altra. E poi, se le frullava il capriccio, Maria doveva porsi a giocar con lei; e pigliato un mazzo di carte, bisognava che la si facesse a indovinare, se la padroncina avrebbe avuto un amante, se giovine, ricco, bello e che so io. Maria paziente ne appagava i bizzarri ghiribizzi, le presagiva le più liete cose del mondo, tutto com'essa voleva; e la Savinetta allora le balzava al collo, le dava baci, le diceva ch'era tutta bella, e che appena divenuta una gran signora, essa l'avrebbe tenuta sempre con lei, e di più, che s'ella fosse stata un bel giovinotto co' baffi l'avrebbe sposata su' due piedi. Maria non si piaceva delle scioccherìe di quel farfarello; ma pur era bisogno che qualche volta mostrasse di sorridere, perchè non la facesse peggio.

Così ella provava quanta pena costi a un animo debole e piagato la lotta dell'interno dolore con le amare inezie della vita. E non aver nessuno a cui svelare i segreti della sua pena, nessuno che le dicesse una parola, che le desse un consiglio; e in vece dover sempre parer lieta, e sorridere quando altrui piaceva, tutto ciò logorava il cuor suo; come un succo velenoso che fa morire lo stelo d'un fiore, quando appena il primo germoglio comincia ad aprirsi al sole.

Pure, a poco a poco, l'aria dolce e l'ingenuità della fanciulla parevano aver fatto breccia perfino nello scabro cuore dell'avaro. Maria non se n'era accorta, ma il vecchio Arpagone non brontolava più come prima, non andava gironzando per la casa, le mani nelle tasche del giubbone, come soleva, e sguardando in cagnesco; fin al povero Michele non faceva più il viso arcigno, quando se lo faceva venir innanzi per saldare i conti, o comandar il desinare. Ond'era, che que' di casa e i vicini, i quali l'avevano sempre conosciuto per un sornione dannato, volevano sbattezzarsi per la maraviglia, non potendo capacitarsi di vedere il signor Cipriano rientrar in casa fuor dell'ore usate e con un'ariona allegra, della quale i suoi debitori del vicinato non avevan, da anni e anni, neppur sognato l'ombra.

Ma il più strano fu, quando venuta la domenica, egli fu veduto attraversar la piazzetta, vestito d'un pastrano nuovo color marrone e con un cappello rimberciato, che pareva volesse sfidar l'aria; a mano a mano ch'egli passava, l'ortolana, la pizzicagnola, la tabaccaia e l'altre comari del quartiere gli tenevan dietro con gli occhi, e poi si guardavan tra loro stupite, come per dire: — O la è vicina la fine del mondo, o il signor Cipriano vuol morire.

Nessuno l'avrebbe pensato, pure egli era vero, che da qualche tempo la graziosa figura di Maria trottava per il cervello del vecchio barbogio. Alla sera quand'egli seduto nel salotto, presso il camino, in cui ardevano due legni in croce, si traeva di tasca, e rileggeva la bisunta vacchetta del suo dare e avere (cosa ch'egli faceva tutti i santi giorni dell'anno, come un buon prete recita il suo breviario), gli occhi suoi piccoli e rossigni stoglievansi spesso dalle cifre arabiche ond'era tempestato quel libretto, per riposarsi sul leggiadro gruppo di Maria e della Savinetta che stavano poco lungi, accanto della tavola, l'una a cucire, l'altra a ridere ed a ciaramellare. Il dilicato aspetto di Maria, la sua testa vezzosa e coperta d'un bel pannolino bianco orlato d'azzurro che le si allacciava sotto al mento, i capegli scompartiti e lucidi, gli occhi grandi e modesti, quella faccia bella che cominciava a ripigliare il suo tenero incarnato, e quelle piccole e bianche mani inquiete sul lavoro, e lo schietto abbandono della snella persona, tutto aveva in lei una tale magia, che al signor Cipriano, a cui per le frequenti sorsate del suo pretto vin d'Ossona luceva un poco la vista e ballava la camera intorno, l'aerea figura della Maria era come l'apparizione d'un bellissimo sogno. Allora egli perdeva il filo de' suoi conti, il dare e l'avere gli andavano insieme sotto gli occhi, e scambiava numeri e parole; ogni zero gli pareva la bella testolina di Maria.

Così in quelle sere, mentre il vôtar de' bicchieri gli scaldava le vene e i polsi, la presenza della vezzosa creatura gli metteva nella fantasia il grillo dei vent'anni; e dimenticava i suoi capegli grigi e il naso bitorzoluto e il suo piatto viso color di vinacce. E che non avrebb'egli dimenticato, se lasciò perfino passar due giorni interi, senz'esigere dal Michele il rendiconto dello scudo rimastogli nelle mani per far le spese?

Allora, facendosi coraggio s'alzava, e, data una scosserella alle membra ingranchite, s'accostava pian piano, coll'andar del gatto, alla tavola dove sedevano le due giovinette, poco stante dalla signora Barbara. E appoggiati i gomiti alla spalliera della seggiola di Maria, contorceva il viso con una smorfia, che avrebbe dovuto essere un sorriso; e dondolando la testa or su l'una spalla, or su l'altra, domandava: — Che fate di bello. Maria?

— Sto ricamando un fazzoletto da collo per la signora Savina.

— Oh come sei brava! adoperi l'ago, ch'è una delizia vederti.

— Come mi starà bene quel collare, non è egli vero, zio? Voglio metterlo il dì del Natale! diceva la Savinetta; e intanto, non potendo star cheta, andava tagliuzzando con le cesoine le frange del grosso tappeto che copriva la tavola.

— Oh! ti starà bene anche di troppo, per quella maledetta smania di tua madre di spenderti intorno tutto il fatto tuo.

— Lasciate pensare a chi tocca, voi! rispondeva la madre, chè non sapete mai cosa vi diciate.

— Bene, bene, tal sia di voi! Ma tu, Maria, che sei così bellina, e sai far tante care cosette, perchè vai sempre con quel vestito povero, nè mai t'adorni di qualche ricamo delle tue belle manine?... E con quel suo strano vezzo dondolava sempre il capo, battendo con le dita il tamburo sull'appoggiatoio della scranna.

— Oh! per me non ci penso neppure, io sono povera! rispondeva Maria con un sospiro, senza levar gli occhi dal trapunto.

— Via, via, ripigliava il vecchio, non ti crucciare. Tu sei carina, buonina... e se non fosse... Oh sì, tu adesso sei della famiglia, e vorrei quasi... capisci? Io sono di cuor tenero, mi piace che tutti mi voglian bene... capisci? Però, non son ricco... è un babbuino chi lo crede; lo devo ben saper io, io che sono capo di casa: una famiglia costa gli occhi del capo, altro che baje!... Ma pure, vada!... per le feste del Natale, ti voglio regalare, sì regalare... uno scialle rosso, a fiori, magnifico, che ti ruberà gli occhi! E tu lo porterai per amor mio, non è vero?

— Ah no! signore, non faccia niente, io ne la prego! lo interrompeva Maria, arrossendo tutta.

— Tant'è! l'ho detto, e lo farò. E levandosi ritto, teneva fissi su lei gli occhi di bragia, la divorava con gli sguardi.

— Ecco qui, voi! gli dava allora sulla voce la sorella. Che idee vi girano in capo? Non avete mai in vita vostra regalato alla mia Savina, ch'è pur l'unica vostra nipote, nemmen la capocchia d'uno spillo, e adesso vi salta il capriccio di donar uno scialle alla serva?... Cosa credete che costi? non ve la cavate con manco d'un paio di luigi! avete capito?... Eh andate a letto, chè la testa vi gira, e non mettete così sossopra le figliuole! Maria è una brava fanciulla, e fa bene a dir no. Pensateci bene... due luigi! voi che gridate tanto di me, che per una settimana tempestate, s'io spendo mezzo scudo!... Andate, andate in letto, ch'è l'ora.

Per buona ventura quelle parole, due luigi! eran magiche sul vecchio spilorcio; il quale, pigliato un moccolo, obbediva, brontolando frasi scucite, e incamminavasi verso la sua camera, tentennando la grossa persona su le gambe mal ferme. Ma quand'era sull'uscio, rivolgevasi; e levando il lume alla dirittura de' suoi occhi lustri e accesi, salutava con la palma tesa la fanciulla, e lo diceva con una vocina stonata: — Buona notte, Marietta! buona notte, mia bella stella d'oro! ah! ah! eh! eh!... E, data una girivolta, imboccava nell'uscio e se n'andava.

Fino a quel dì, sull'anima candida di Maria non era caduta pur l'ombra d'un pensiero di tema: ella viveva sicura, e senza alcun sospetto che il suo padrone tenesse gli occhi sopra di lei. Era innocente, nè il suo cuore poteva concepire quanto d'abbietto e d'infame vi fosse nelle semplici e rotte frasi che il vecchio le indirizzava in quella sera. Abbandonata nella disgrazia, benchè avesse patito molto, essa ignorava ancora che sciagure più atroci e prove più dolorose sovrastano alla povera innocenza; ignorava che l'uomo sembra quasi compiacersi di gettar la contaminazione dov'è la miseria, come se questa possa esser la scusa della colpa.

Ma in quella sera, le si svegliò nell'anima un turbamento, un timor muto, del quale non sapeva spiegar la cagione. Quando si ritirò, sentiva un'inquietudine ne' pensieri, un raccapriccio in tutte le fibre, come il senso arcano d'una nuova sciagura; e ad ogni momento tremava di trovarsi tutta sola. Le risonavano ancora all'orecchio le parole che il vecchio le aveva dette, e ch'essa non intendeva; ancora le pareva di vedere il suo volto contraffatto dal ghignar di quella sua strana giovialità, i suoi guardi di fuoco, e gli atti schifi, e il maligno saluto. Quelle parole, quell'aspetto le somigliavano un terribile scherno, e le mettevano in cuore un gelo, un ribrezzo che non aveva provato mai.

Volgeva intorno gli occhi sbigottiti, e il viso sparso di freddo sudore; trattenendo il respiro, tendeva l'orecchio al più leggero strepito che si movesse nell'altre stanze. E, nel terrore dell'abbandono, domandava al cielo la grazia d'essere liberata da quell'affanno, che le pareva effetto d'una visione spaventosa.

A poco a poco tornata in pace, s'avvicinò al suo letto, e slacciando il fazzoletto che le copriva la testa, si sgruppò la bella treccia bruna, che le si diffuse tutta sulle spalle e sul seno...

In quel momento, le percosse d'improvviso l'orecchio un quieto strisciar di pianelle, come il passo d'alcuno che s'accostasse al suo uscio. Sollevò al cielo il volto supplichevole; e poi, serrando le braccia strettamente al seno, si raccolse come in sè stessa, e stette senza movimento e quasi senza vita. Così una giovinetta indiana, la quale, fuggita dalla sferza del sole, riposavasi all'ombra del fedele sicomòro, si risveglia con subitano balzo da' suoi sogni dorati, e rimane muta, fredda, tremante, sotto la malía degli accesi occhi del serpente, che vede trascinarsi col lubrico ventre su per la zolla di muschio, ov'essa poco dianzi dormiva.

Poi, quel cauto stropiccìo di passi le parve allontanarsi, e poco di poi cessar del tutto. Essa palpitava ancora, ma lo sgomento che l'aveva compresa divenne meno; diede un gran sospiro, e le si allargò il cuore. Pure, quando fece per ispogliarsi del suo modesto vestito, un segreto istinto di pudore, che le nacque nell'animo in quel momento come il gemito dell'innocenza, le persuase di coricarsi vestita com'era, senza quasi ch'ella osasse domandarne a sè medesima il perchè.

Si gettò dunque sul letto, ma per tutta la lunga notte non potè chiuder gli occhi al sonno, nè trovar un istante di quiete. A ogni poco, il più lontano suono la riscoteva; e balzando a sedere su la coltre, ascoltava, tremava. E que' risalti e quelle paure erano per nulla: una volta era lo stillare d'alcuni ghiacciuoli che staccatisi dalla grondaia battevano su la balconata; poi, era un gatto che saltando dall'abbaìno attraversava su pel lungo ballatoio della casa; poi, qualche povero diavolo, un di coloro che non han luogo nè fuoco, il quale cacciato fuor della porta del vicino tavernaio, se n'andava in ronda gagnolando qualche rozza canzone, e faceva scricchiolare sotto i suoi passi la neve gelata, camminando a sghembo, come si dipinge la saetta.

Oh come la fanciulla benedisse il ritorno della mattina! Ma gli ultimi giorni del dicembre, sotto l'umida coperta delle nebbie, nascono sì tardi su le tetre vie della città, e stillano i brividi della tristezza nel cuore. Nondimeno ella spalancò il balcone, e tutta consolata bevendo quell'aria cruda ma aperta, credette di tornare alla vita. Quando fu per uscire della sua camera, un dubbio inquieto le arrestava ancora il passo, perchè sopra ogni cosa temeva d'incontrarsi sola col vecchio padrone. In casa nessuno erasi levato, fuori di quel poveraccio del Michele: e Maria lo pregò con tal modo le desse una mano a rassettar le camere, che il buon uomo non sel fece dire due volte, e in manco di mezz'ora rimuginò e ripose tutte le masserizie, che si sarebbe potuto specchiarvisi.

Poi, per tutto il dì, Maria non si tolse mai dal fianco della sua padrona, schivando sempre, con uno o con un altro pretesto, d'abbandonar la camera ove stava con essa e con la figliuola. Ma il signor Cipriano era uscito di buon'ora, nè tornò fino al desinare; durante il quale, rimase sopra pensiero, non disse mai parola, non guardò a nessuno, e tenne un broncio duro che gli s'acconciava a meraviglia. Maria non poteva crederlo, ma pur non desiderava di più: la sorella e la nipote di lui non ci vedevan dentro chiaro.

Il dì dopo fu lo stesso, così che la fanciulla cominciò a rassicurarsi, a pensare che il suo timore fosse il giuoco d'un sogno cattivo; ella si persuase perfino, che il sospetto che l'aveva presa, fosse un reo pensiero dell'anima sua, una colpa di più... Povera innocente!

Intanto il dì del Natale era passato, e nella casa del vecchio avaro tutto camminava col solito andare. La mattina breve, ma pur tediosa, era appena ingannata dalle poche faccende della famiglia, e da qualche rara visita d'una comare del vicinato o d'alcuna delle amiche della padrona. La sera poi, al consueto, le tre donne sedevano presso la tavola; e il signor Cipriano se ne stava nel salotto, rincantucciato al focolare, in compagnia del suo fiasco di vin vecchio, e studiava sul fido libricciolo degli interessi il conto della fin dell'anno, quel conto fatale ai poveri debitori; e al saldar di ciascheduna partita, vôtava d'un fiato il colmo bicchiero, e lanciava un'occhiata lunga e maligna alla giovinetta pensosa; una somma, un buon bicchiero, e un'occhiata di traverso, e via con questo giuoco. A mezza sera le donne si ritiravano, e il padrone rimaneva ancora per un buon pezzo a succiare del suo boccale; e allargando le gambe a cavalcioni del fuoco, rintascato il libro nero, lasciava le briglie a' suoi pensieri, si deliziava ne' più bei castelli in aria che abbian mai ballonzato nel cervello d'un vecchio.

Una sera fra le altre — egli era solo, e bisogna che qualche strano ghiribizzo gli stuzzicasse la fantasia, perchè grattavasi le orecchie, e di tanto in tanto, sfregandosi le mani o facendosi scricchiolare le dita, borbottava strane e rotte parole, lasciava sfuggire certe mute risa, da disgradarne il don Bartolo della commedia; al quale somigliava, imbacuccato com'era in una grossa berretta di cotone e nell'emerita vestaccia da camera che aveva tutti i colori dell'iride.

— Tant'è! bisogna venirne a capo, o non sono io!... È oramai tempo! non posso proprio star più nella pelle — così borbottava il maligno vecchiardo. — Ho un fuoco qui dentro che mi brucia!... Mi par quasi di non aver più testa, e tutto mi balla in giro. Ecco! di tante belle cose ch'io aveva pensate da dirle, non ne so più un'acca. E sì, che quando mi ci metto, so parlare in punta di forchetta!... Maledette le parole! Basta, sarà quel ch'ha da essere. Quando la vedo, mi sento rimescolar tutto... Ma ella? se bastasse il promettere, manco male, le prometterei Roma e Toma... E qui pensava.

— A ogni buon conto, se la tristarella ha il cattivo uso di serrarsi in camera la notte, questa controchiave farà il fatto mio... Una volta ch'io ci sia, il resto vien di per sè. Vorrei vederla, che quel musetto avesse ad arricciare il naso alla vista di questo bel rotolo di ruspi nuovi!... E si toglieva di tasca un cartoccio, e lo contemplava con occhi di ramarro.

— Veramente, penso che dodici son troppi, e mi piange il cuore... perchè, se la fosse come tant'altre con qualche cencio e un par d'orecchini... e saltar tant'alto!... Eh! una volta, che tempi! Gli è vero che allora io era più fresco, e che quell'altre non tenevano soltanto a' miei soldi... E si ringalluzziva, poi guardandosi nell'antico specchiaccio ch'era sopra il camino, scoteva il capo e rannuvolavasi in volto. — Ma questa piagnolona non so come pigliarla. Se non fosse che le voglio un bene matto!... Eh via! chè il mio grimaldello apre qualunque uscio... E riponeva il rotoletto.

— E poi? vada todos! la sarà l'ultima questa, non ci casco più da vero, mi costa troppo caro: tant'e tanto, di questi dodici bei zecchinetti, mi ricatterò su quel piccolo prestito d'ieri... Ma basta, basta, non voglio arrischiar troppo, chè potrei far qualche marrone, e perder la testa. Dunque, zitto, zitto! Parmi che a quest'ora tutti debbano dormire... E levavasi, e camminando su le punte de' piedi andava a uno, poi all'altr'uscio della stanza, appostandosi alla toppa a origliare. — Oh non è niente!... mi pareva... è un'immaginazione! E poi, sono in casa mia e, alla peggio, tengo il coltello per il manico, io! Dirò che risvegliato dal rumore, m'è parso che alcuno entrasse in casa, che da buon padrone non voglio scandali, e... gliela farò pagar salata, la caccerò di casa mia... Ah! ah! sono un uomo io? Or che ci penso, potrei anche smagrire il rotolo, tirarne fuori uno o due di questi ruspi; un di più, un di manco, è lo stesso per lei; già non la starà a contarli. — E pigliato il piccolo cartoccio, ne traeva fuori uno zecchino, e se lo riponeva nel taschino del panciotto. Poi passeggiava per la stanza lentamente, con passi studiati, accorti, poi tornava a origliare. E solo, a ora a ora, susurrava: — Ah! mia speranzina, mio tesoro! che m'hai stregato, che m'hai rubato il cuore, che m'hai fatto diventar giovine di vent'anni!...

E il vecchio rimbarbogito s'avviò verso l'uscio del salotto. Ma n'andava di male gambe, chè tra il molto vino bevuto e una cotal segreta paura, adombravasi, sostava a ogni passo, quasi che alcuno lo spiasse; e si guardava le calcagna, come il lupo che sente le peste del villano.

Nel mentre che il reo babbaccio così andava mulinando l'infame suo tentativo, Michele, il dabben servitore, insospettito del perchè il padrone, a quell'ora così tarda, non si fosse coricato, si cacciava all'oscuro per il corridoio che conduceva alla camera di Maria; poi, cautamente avvicinatosi all'uscio ch'era chiuso, batteva un tocco leggero, dicendo sotto voce: — Maria, aprite, son io, sono Michele; aprite per carità!

L'uscio s'aprì, e la fanciulla comparve ansiosa, atterrita, tenendo il lume in una mano, e con l'altra raccogliendosi sul seno il giubboncino, del quale già stava per dispogliarsi.

— O Maria, disse Michele con accento rapido e sommesso; bo una cosa a dirvi, e in tutt'oggi non ho potuto mai trovar il momento...

— Oh! che c'è mai? per amor del cielo, parlate! esclamò la giovine, divenuta pallida pallida per il terrore che si faceva più grande.

— Egli è perchè siete così buona, e non mi dà l'animo di vedervi rovinata: ahi se potessi dir tutto quel che so... Ma no, vi basti, che non ci state bene voi, in questa casa; che il padrone v'ha messo gli occhi addosso; e voi non sapete che uomo sia, massime quando si lascia prender dal vino... Ah, per carità, pensateci e tremate! Non siete sicura, vi dico, e il Signore abbia compassione di voi...

— O mio Dio, mio Dio! Che cosa ho a fare?

— Fuggire, fuggir di qui, più presto ch'è possibile. Ah se sapeste, Maria, che lagrime ha fatto versare quell'uomo!... Se vi dicessi la storia d'un'altra poveretta... Domandate la vostra licenza, andate via, credete a me, che vi voglio bene, come se foste mia figliuola. Voi non potete dormir in pace nel vostro letto!

Maria ascoltava, come istupidita, queste parole, e cogli occhi immobili, e con le labbra gelide e semiaperte, muta e senza senso guardava Michele, quasi aspettando da lui una parola, un pensiero. Poi, vinta dal dolore, rompendo a uno schianto — Oh! perchè mai, disse, non m'avete parlato prima? Ora, abbiate voi compassione di me, salvatemi voi, fate ch'io fugga subito di questa casa!

— Oh è impossibile! Come volete ch'io faccia? è impossibile adesso! dove vorreste andare? Pensateci; e domani, o posdomani, qualche pretesto non vi mancherà.

No, domani, no! Adesso, vi dico, adesso... io sono nelle vostre mani, salvatemi, salvatemi! E piena di raccapriccio e di spavento, guatava per il buio del corridore, come se già temesse l'avvicinarsi dell'odioso padrone.

— Non sapete, ripigliava Michele, quel ch'arrischio solo per avervi avvisata? il mio pane per tutto il resto della vita; io sarei cacciato di qui: e dove trovare allora chi voglia di me, vecchio e gramo come sono?...

— Anche voi m'abbandonate, buon Michele? E bene, Dio mi darà forza; e dovessi anche gettarmi giù dalla finestra, domani non sarò più in questa casa!

— O mio Dio! Siete voi che parlate così, Maria? No, no, farò tutto, farò quel che volete. Sentite dunque...

— Oh il cielo vi benedica! ma ch'io fugga sul momento... Domani, questa notte... qui io sarei già morta!

— Sentite bene! raccogliete qualche cosa del vostro; poi, senza strepito, zitta e lenta, andate a basso, ch'io starò giù ad aspettarvi appiè della scala... Per una fortuna del cielo, ho qui una vecchia chiave dello sportello: vi metterò fuori e, se v'accontentate d'un povero cantuccio per questa notte, bussate a quella porticina qui poco lontano, la seconda voltato il canto: vi stanno una mia sorella e Brigida la mia figliuola; dite che vi mando io; v'apriranno, e sarete la ben venuta: domani poi, all'alba, verrò anch'io; e intanto il Signore v'inspirerà che cosa fare.

— Ch'Egli vi dia del bene! Non sarà mai che il mio cuore dimentichi un benefizio sì grande!... E stringeva con affetto le mani dell'onesto famiglio; e su quelle cadeva una sua lagrima, una lagrima di riconoscenza.

Questo colloquio agitato, sommesso, fu cosa d'un momento. Un momento dipoi, Michele era scomparso; e a tentone attraversando la stanza vicina e l'antisala, con gran cautela disserrò l'uscio che rispondeva sul pianerottolo della scala; lasciatolo socchiuso, discese, e si pose con animo inquieto ad aspettare, presso la porta di strada.

Maria intanto, tutta ancora smarrita e tremante, era rientrata nella sua camera, e non potendo sopportar l'angoscia che le toglieva quasi il respiro, abbandonavasi per poco su d'una seggiola, sentendo bisogno più che mai di racquistare tutto il suo coraggio. Poi, riscossa da quel letargo, al destarsi di nuovo spavento, si racconciò in fretta nella sua semplice vesta, e già s'era mossa per uscire, quando le sovvenne di pigliar seco il rosario benedetto che la madre le aveva confidato al suo letto di morte. Tornò indietro, lo cercò fra le cose sue, che aveva lasciate; e trovatolo, con un santo pensiero infantile, e non sapendo quasi quel che si facesse, se lo pose al collo.

In quella, apparve su l'entrata della camera la stupida, esosa figura del signor Cipriano. Egli aveva trovato schiuso l'uscio, e non volle di meglio; chè, vinto il primo passo, si teneva sicuro del fatto suo. S'avanzava pian piano, con un andar rotto, incerto; e sul volto acceso dal fuoco del vino, gli si leggeva il sinistro ghigno d'una compiacenza che aveva qualcosa di bestiale. Egli volle parlare, balbettò; ma, al primo vederlo, la fanciulla mise un disperato grido, un grido soffocato dal terrore, e corse a nascondersi nel più lontano angolo della stanza. Il vecchio continuava ad avvicinarsi tentennando, e sogghignava, e teneva sempre sovr'essa gli occhi intenti e bramosi.

Quando fu vicino alla debole sbigottita creatura, la quale, rannicchiata sul pavimento, tentava di farsi scudo delle braccia tremanti, nè osava di respirare, come se un respiro solo avesse potuto perderla, il vile vecchio distese la destra per sollevarla dal terreno, e chinossi lentamente sopra di lei.

Allora, inspirata dal suo verginale coraggio la giovinetta levò la testa, e con uno sguardo sublime, ardente di disprezzo e di vergogna, fissò gli occhi sicuri e innocenti su la delirante faccia del vecchio. Il quale, colto da involontaria tema, ristette scompigliato, e diede addietro due passi. Essa continuava a guardarlo, senza dire parola: quell'aspetto laido e ributtante, le suscitò nel cuore un fremito così doloroso che per salvarsi dall'orrore che l'agghiacciava, come se le fosse sorta dinanzi l'apparizione d'un demone, strinse con ambe le mani la sacra medaglietta del rosario che le pendeva sul seno, e la baciò. Quel bacio fu più che una preghiera, più che un voto.

Il vecchiardo, il quale, non aspettando quella scena, temeva quasi di vedersi fuggir di mano la sua preda, fece i due passi che lo dividevano da lei, e chiamandola a nome e ringhiando, allungò di nuovo le braccia per afferrarla; ma la fanciulla con un rapido balzo distaccossi da lui, e fuggendo corse verso l'uscio. Allora il reo vecchio, fatto più audace dall'impensata resistenza, le attraversò la via, brancicando qua e là, e dando pugni all'aria per trattenerla nella sua fuga; e sentendo la poveretta con dolorose grida invocar misericordia e soccorso, egli ruppe in maledizioni, e inseguendola d'ogni parte, giunse ad afferrarla per le mani; ma a quell'impuro tocco, poco mancò che Maria non cadesse svenuta.

Egli mischiava intanto preghiere e bestemmie con rauca voce, e ripeteva parole insensate, atroci; e serrando i denti per l'ira, e quasi schizzando fuoco dagli occhi grifagni, minacciava, minacciava d'ammazzarla se non tacesse.

In quel momento terribile, la fanciulla, raccolta la poca lena che ancor le restava, e sostenuta nel cuore da una virtù sovrumana, fremendo d'orrore in ogni sua fibra, fece sembiante di cedere alla brutale forza che la strascinava... Poi, con una improvvisa stratta, si sciolse del feroce abbracciamento del vecchio, e sorta di lancio, con quell'impeto che lo spavento aveva fatto più grande, lo respinse, lontano, gridando: — Lasciatemi, infame! il Signore vi punisca!... lasciatemi!

Il vecchio demente, mezzo ebbro e arrancato com'era, rinculò barcollando, vacillò, e cadde rovescioni sur una tavola; e traendo seco a ridosso la tavola, il lume e ogni altra cosa, stramazzò con gran tonfo sul terreno, nè potè più rialzarsi: ammaccato e malconcio, andava lamentandosi con un rantolo affogato, interrotto; finchè giacque immobile e riverso nel lurido sfinimento dell'ebbrezza.

Maria era fuggita.

XI. IL RITORNO.

Era un giorno freddo e oscuro, nel cuor di gennaio. Stendevasi per tutto il cielo un immenso, uniforme padiglione di nuvole cenericcie e cupe, non interrotte da nessuno screzio di sereno, nè pure distinte dalla lieve striscia di quel chiarore pallido, che sembra almeno rammentare esservi ancora sotto al malinconico manto dell'inverno il nostro sole. L'atmosfera, che la notte innanzi s'era irrigidita per lo spirare d'un acuto, gelido rovaio, pareva più greve nella sua morta quiete, come allorchè promette vicina la neve.

La strada era solitaria, le rive, le campagne si confondevano mute, nude, in tutta la squallidezza del l'inverno: le rotaie del cammino erano insudiciate d'un limaccio pesto, sdrucciolevole, e rotte a ogni tratto da fossatelli e da pozze. La natura intirizzita e moribonda, le piante aride e grame che lasciavano cadere qualche ramicello spezzato dal gelo, l'ultime foglie già morte; non un fiore, nè un fil d'erba che spuntasse di sotto la neve già vecchia e gelata, nè un passero che saltellasse fra i vizzi rami. In mezzo a quella scena, la quale t'avrebbe messo il freddo nell'ossa e nel cuore, erano solo indizio di vita i tocchi replicati e sordi del mezzodì, che venivano dal campanile d'un lontano paese. E la neve, già promessa dal rovaio della notte innanzi, cominciava a cadere fitta, quieta, a larghe falde; sì che ben presto tutta la campagna fu ricoperta d'una nuova veste biancastra, che lasciava appena indovinare giù per le avvallate costiere la pesta del cammino.

Già da molte ore continuava a nevicare a gran fiocchi; eppure su quella strada deserta un povero cavalluccio, con la groppa coperta d'un ruvido coltrone addoppiato, andava trascinando a fatica una di quelle carrette a due ruote, con le spallette armate di quattro legni ad arco, e sopravi tesa una grossa tela di canapa, che formava il tetto dello strabalzante traino. Sul davanti, era seduto, con le gambe penzoloni all'infuori d'una delle stanghe, un buon villano, il padrone della carriuola: egli aveva una berretta rossa e nera, tirata su gli orecchi, cadente da una banda e suvvi un vecchio cappellaccio sfondato; e invece di mantello, anch'esso, come la sua bestia, portava su le spalle un grosso boldrone di lana. Di tanto in tanto dava un buono scrollo alle briglie di corda che teneva fra le mani, e col mozzicone della frusta punzecchiava le anche del paziente ronzino, o co' più strani versacci l'aizzava a un impossibile trotto; perchè la povera bestia, con le zampe ingranchite dal gelo, sprofondava fin sopra al garretto nella neve già alta, e a stento vi rompeva una callaia, inciampando sovente, e levando il muso, sbuffante come un Rabicano.

— Uh! uh!... maledetta bestia! gridava il villano il quale, come gli eroi d'Omero, aveva costume di parlare col suo cavallo: uh! uh!.... e' pare che sia la prima volta che tu batti questa strada, e sì che, per dannata sorte, io potrei contarne gli alberi e i sassi... hop! hop! non c'è verso; è come se parlassi alla cavalla orba del mulino... Poveraccia! un po' di ragione l'hai anche tu; chè con una neve di questa fatta, non ci si può vedere più in là del naso... Ah! la è una vita ladra la vita della povera gente! Oh se almeno, arrivato che fossi a casa, mi aspettasse un po' di roba da cristiano sul tagliere, un bel fuoco allegro, e un buon letto!... Ma non c'è santi per noi!... La casa è aperta alla furia di questo tempo indemoniato, i miei due marmocchi a piangere sulla porta, e la mia donna a gridarmi dietro che non ho guadagnato una boccicata; e rotte le impannate delle finestre, e sul focolare morto una pentola screpolata!... E poi domani, andare in giù con quattro ceste d'erbaggi, e qualche fardello, se pur capita, e tornare in su il dì appresso con le ceste vôte, e le tasche magre... E poi da capo sempre la stessa vita, finchè sia venuta l'ora di tirar le calze... Oh! se qualche volta non si guardasse in su, di sopra ai tetti, sarebbe meglio vendere l'anima al diavolo che forse è più galantuomo di tante birbe di questo mondo!... Ah che giornata! che neve!... Eh! uh! trotta, che la mangiatoia t'aspetta con una buona bracciata di fieno; trotta, trotta, se non vuoi star digiuna come me, bestia dell'inferno!

Così andava brontolando il villano; mentre spingeva gli sguardi di sotto all'ale del cappellaccio, per vedere attraverso la folta neve se spuntasse l'acuta cima del campanile del suo paese.

In quel punto, un lungo sospiro, il gemer d'una voce soffocata, che uscivan del fondo della carretta, gli ruppero il filo dei pensieri; e allora rivolto indietro il capo si ricordò della giovine, alla quale partendo da Milano egli aveva avuta la carità di ceder quell'angolo; una poveretta che aveva incontrato, appena fuor delle porte della città, sola, tapina e malata. E per tutto il durar del viaggio, che certo avevano fatto un diecisette miglia, ell'era rimasta là, in quel fondo, come in un nascondiglio, accosciata, raccolta ne' suoi miseri panni, e coperta d'una vecchia mantellina nera, che nascondeva quasi del tutto il suo viso pallido e le sue bianche mani tremanti di freddo; nè lungo la via aveva detto mai una parola, ma era stata così cheta, che il buon cavallaro aveva già dimenticato la sua compagna di viaggio.

Pure quel nuovo gemito aveva un non so che di doloroso, che ruppe il cuor del buon uomo; il quale si pose a contemplar la giovinetta con quella compassione rozza ma schietta, che sì forte sentono i cuori di coloro, i quali, senza saperlo, fan vita domestica con la sventura. E vide l'infelice, benchè si tenesse tutta chiusa nella sua mantellina, agitata da frequenti brividi, tremante per tutta la persona con le labbra livide e semiaperte, e il viso scolorito e rigato di lagrime. Ella piangeva, soffriva, eppure soffocava il suo dolore.

— Ehi! cos'avete, quella giovine? vi vien male? dite su! mi fate una compassione...

— No, rispose con una voce debolissima che appena giunse all'orecchio del cavallaro; no, ho dei travagli...

— Eppure, voi dovete aver freddo, tremate come una foglia! Mi rincresce, sapete, che faccia un tempo così brusco, più per voi, che per la mia povera bestia e per me! Siete così bianca e sparuta, che non vorrei che questo vento gelato vi portasse via.... Maledetta neve! non n'è mai venuta tanta, come in quest'inverno; è proprio una Russia!... Ah! trotta, bestia poltrona!... Oh, guarda ch'io non ci aveva dato mente! prendete, la mia figliuola, prendete questo mio tabarro; è una grossa coperta di lana, ma tant'e tanto vi terrà un po' di caldo; e io, bestia! che non ci ho pensato prima!...

— Oh! no, brav'uomo, rispondeva la giovinetta; io sto bene, e poi siam vicini al vostro paese: non è vero?

— Eh! questa dannata strada non la finisce mai, come quella del paradiso; il campanile lungo, lungo del nostro Cantù è sempre là, nè mai ci s'arriva. Pigliate, via! pigliate la coperta; avreste ben potuto cercarmela voi, chè per me gli è tutt'uno, ci sono avvezzo a fare questa vita, e ho l'ossa dure... Mo, brava, siete buona, così! chiudetevi ben dentro che vi sentirete meglio, e tiratevi i piedi sotto... Oh! guardate, se una giornata come questa la doveva toccar proprio a noi, con questo vento che taglia la faccia, e questa neve che seguita allegramente. Brr! brr!...

— Vi ringrazio della vostra carità, disse la fanciulla, che ravviluppatasi nel boldrone del villano sentiva di tornare in vita, ed era tocca nel profondo del cuore dalle parole del galantuomo.

— Oh! riprese l'altro, fate conto davvero di tirar innanzi fino a Como, con questo tempaccio del diavolo?

— Sì: prima che ci arriviamo, il tempo può calmarsi: e poi se mai si facesse più cattivo, mi fermerò lungo la strada in qualche cascina; ma bisogna ch'io arrivi a Como prima di notte.

— Ma, perchè mai andate così sola? e come vi siete arrischiata?...

— Non ve l'ho detto? vo a casa mia, dove non ho più nessuno: e se non foste stato voi sì buono, che mi prendeste su in vostra compagnia, io già aveva risoluto, mi sarei messa in istrada tant'e tanto.

— Pover'anima, vi compatisco! perchè lo so anch'io che cos'è patire, e anch'io la mia parte di disgrazia l'ho avuta, vedete... Oh! gli è pur troppo vero che le disgrazie son come le ciliegie, lo sapete il proverbio... In pochi anni, me ne son capitate delle belle, che quasi non le potrei contare; e in verità santa, penso che a noi, povera gente, tocca proprio di vivere, se il vivere è portar fastidii... Con tutto questo, se sapeste, nella mia miseria c'è dei momenti che non invidio, di cuore, a tutti quei gran signoroni che ho conosciuti; perch'io, povero e ignorante tal qual mi vedete, so cos'è il mondo; e son certo che se avessi a metter su uno di que' loro vestiti foderati di seta e coi bottoni dorati, ci creperei dentro prima di sera... No, no! una minestra col lardo, un bicchier di vino, e un sonno duro tutte le notti — e viva i poveri diavoli! Vedete, sono già otto o dieci anni ch'io fo questa vita di trottare innanzi e indietro, due o tre volte la settimana, dal mio paese fino a Milano; e pure, ogni volta che lascio quel gran Milano là in fondo, e mi trovo all'aperto, io respiro largo, e mi sento battere il cuore più giusto... Ah!

A queste sincere parole, che il cavallaro diceva per confortar la fanciulla, essa non potè rispondere che con un sospiro, in cui era l'amarezza di tante ricordanze! Poi tacquero entrambi, finchè il ronzino, il quale, a malgrado de' sodi colpi che il padrone gli menava sulle schiene, mogio e stracco, tirava di lungo per il disagiato cammino, li ebbe strascinati fino all'entrata di Cantù.

Intanto il mal tempo cominciava a calmarsi, e la neve e il vento a poco a poco cessavano. A un crocicchio di strade, la carretta s'arrestò; e la giovine, per quanto il buon villano ne la pregasse, non consentì a nessun patto a fermarsi in casa sua, e discese.

Per dir tutto, il cavallaro non si disperò per questo, che già in cuor suo pensava al rabbuffo che poi avrebbe tocco dalla sua donna. — Via, dunque, disse, se dovete veramente andar innanzi, non voglio tenervi. Di qui a Como, c'è una buona camminata, un'ora e mezzo grossa... e la strada, la sapete?

— Oh sì! e poi, spero di trovare alcuno di qui, da far la via insieme.

— Può darsi; la strada è battuta, ma con tutto questo, non vi fidate troppo.

— E bene, sarà come Dio vuole! Egli, che m'ha aiutato sempre, non vorrà abbandonarmi adesso! E quanto a voi, io non potrò che ricordarmi sempre del servizio che mi avete fatto.

— Eh! m'è costato poco, la mia figliuola; che quasi m'ero dimenticato che c'eravate voi nel fondo della mia carretta. Oh! promettetemi almanco, che se aveste a passar ancor di qui, se tornaste un'altra volta a Milano, farete capitale di me; al caso, cercate conto di Battista il cavallaro; e tutti v'insegneranno.

— Ah no! colà io non ritornerò mai più; e così non vi fossi andata mai!... Addio dunque, buon Battista; ricordatevi qualche volta anche voi della povera orfanella.

Il buon villano pareva commosso, e: — Che almeno io sappia il vostro nome, riprese, perchè voglio che stasera la mia piccola Tecla dica un'avemaria per voi...

— Sì, la preghiera dell'innocenza mi farà del bene! ditele dunque che raccomandi la povera Angiola Maria.

Al momento di congedarsi, la giovinetta s'avvicinò al cavallaro, e traendo dalla taschetta del grembiale una moneta d'argento, fece prova di mettergliela nelle mani; ma egli, levata la destra in atto di malcontento, si fe' brusco in viso, e con un salto fu di nuovo al suo posto su la carretta; menò una buona sferzata al suo ronzino, il quale, come sentisse l'odore della stalla vicina, tirò innanzi di galoppo: un momento appresso, l'uomo e la carretta erano scomparsi; e la fanciulla si trovò sola, in mezzo alla strada deserta e nevosa.

Ma quella sicurezza ignara quasi del pericolo, quel semplice coraggio che la provvidenza ha messo nell'anime innocenti, in quel duro momento rinacque in essa. Ell'era sola, ma pensava che intanto sua madre in cielo pregava per lei; il cuor suo batteva tranquillo, nella fiducia che la risoluzione da lei presa le fosse stata inspirata di lassù; onde, senza nessun terrore, s'apparecchiava a incontrare la traversìa del cammino, il rigore della stagione e l'incertezza dell'avvenire.

Solo un pensiero di malinconia le chiamò in quell'ora una lagrima sugli occhi; era un involontario ritorno dell'anima al passato, il ricordarsi con che diverso augurio, con che lusinghiere speranze essa aveva attraversato, poco più d'un anno prima, quelle stesse strade, que' luoghi stessi, che voti erano stati i suoi, che incantesimo pareva la sua vita. E adesso, in poco tempo, qual funesto mutamento, qual lezione dolorosa!... Non più speranza nè amore, non più madre nè fratello, nè altra consolazione o promessa; dietro a sè lasciava il disinganno dell'innocenza, e l'orrore della malizia degli uomini; e nell'avvenire, non aveva più nulla, nulla, se non la fede nel Signore; la fede, che serbava sempre per essa lo stesso sorriso, ed era come quell'angolo di cielo azzurro, che ha una stella di pace nel mezzo, quando la notte è buia e l'aria carica di nubi nere.

Maria si mise per una viottola di traverso, che la guidò sul sagrato d'una antica chiesa, fuori dell'abitato, che quei del paese chiamano la Madonna de' miracoli. Per avventura la porta n'era aperta; ella entrò, e inginocchiata appiè dell'altare, innalzò a Dio dal fondo del cuore una preghiera pudica, ardente, segreta; una preghiera tutta d'amore, che nessuno le aveva insegnata, e ch'era così pura, così preziosa! La chiesa era vasta, deserta, oscura; un lumicino, sprizzando le ultime scintille, moriva a fianco dell'altare. In quella solitudine, in quel silenzio le risovvenne la sera, quando, sola del pari al cospetto di Dio e tutta tremante d'una gioia segreta, aveva ascoltate le calde parole del giovine straniero e ricevuta la promessa dell'amor suo.

Allora compresa da religioso spavento, quasi che le pesasse su l'anima, grave come la memoria d'un delitto, quell'importuno pensiero, posò la fronte ardente sul freddo marmo della balaustra dell'altare e con ferma voce proferì queste parole:

— O Signore, io aveva dimenticata la vita oscura e tranquilla, nella quale voi mi poneste; e la vostra mano s'è aggravata sopra di me. Io adoro il vostro giudizio; ma se il piangere che ho fatto, se le prove che voi mi mandaste, han potuto espiare in qualche modo la mia colpa, oh! salvatemi voi da questa memoria che mi perseguita, datemi il mio cuore di prima!... Io perdono a tutti quelli che m'hanno fatto soffrire, e voi perdonate a me! E perdonatemi ancora, se vi prego, o Signore, per lui! È soltanto perchè anche a lui apriate gli occhi della mente, onde vi conosca e v'adori nella grazia della fede. Io benedico il vostro santo nome; e voi guardate al breve cammino dell'orfanella su questa terra!...

Fatta questa preghiera, si levò con una tacita divozione; e togliendosi dal collo il rosario di sua madre, che ancora teneva nascosto in seno da quella notte fatale in cui era fuggita dalla casa del suo esoso padrone, appese quel dono povero ma prezioso accanto dell'altare, come un'offerta della cosa più cara ch'ella s'avesse; l'appese fra i molti voti d'altre infelici e afflitte creature, ond'era coronata quella santa immagine della Madre di Dio. E così, compito ch'ella ebbe l'ultimo sacrifizio del suo amore sulla terra, uscì della chiesa con l'anima piena d'una contentezza soave, di pensieri intemerati e tutti nuovi; e il cuor suo si sentì riposato in quella certezza che consola i più lunghi travagli, nella certezza che dal Signore le era perdonata la sua colpa.

Attraversato il borgo, allora taciturno e quasi deserto, si mise per la vecchia strada di Como, lungo quella bella costiera orlata dall'ultime cascine del paese; e con leggiero e spedito passo, benchè il terreno fosse molle e manchevole per la neve recente, camminava pronta e sicura; poichè, portando essa povere vesti e grossi zoccoli all'uso delle contadine, pensava che nessuno l'avrebbe osservata; e quasi le pareva fosse tornato quel tempo che, fanciulletta ancora, correva in libertà su per gli erti dossi della sua terra, a cercar pe' sentieruoli e sotto le più tarde nevi i cespi delle viole de' suoi monti.

Ma l'aria che prima s'era mitigata, si fece a poco a poco più cruda e tagliente. La fanciulla rivolgeva attorno per la campagna gli occhi attoniti e stanchi; e quell'uguale, infinita veste biancastra, che tutto ricopriva il piano e l'altura, le metteva ancora nell'anima certa mestizia, mentre la gelida brezza le feriva il viso dilicato, e le correva con un brivido per le membra infievolite. Ella tentò allora di seguitar con più rapido passo la via, chè sperava il camminare potesse ridarle animo e calore di vita; ma, essendo rimasta digiuna per tutto quel giorno, sentiva già languir le poche sue forze, perchè non era più avvezza a quell'aspra vita. E ben presto il suo non fu più camminare, ma uno strascinarsi lentamente su per la salita, che comincia a due miglia circa dal paese a cui aveva dato le spalle; e i passi le mancavano, e più d'una volta fu costretta di fermarsi e appoggiarsi al tronco d'un albero, a un masso della riva, per non cadere oppressa e sfinita. E nessuno v'era che potesse intendere il suo gemito, quel gemito che il durare del patimento avrebbe strappato alle anime ben più forti che la sua non fosse; ella avrebbe potuto venir manco e finire colà, senza che nessuno il sapesse: per tutta la strada non aveva incontrato anima viva.

Alla fine, di lontano, in mezzo alle nebbie che andavano sempre più raddensandosi, gli occhi abbagliati della fanciulla distinsero un mucchio di case, la piccola colonna di fumo nericcio, che fuggiva del comignolo d'un casolare poco discosto; poi le giunse all'orecchio l'abbaiare d'un cane; e le parve quasi il saluto d'un amico.

Allora, ripigliato un po' di lena, strascinò a stento i passi fino alla casupola che prima aveva scorta; e giunta all'entrata d'una morta siepe di pruni, che faceva cinta alla piccola aia dinanzi alla casa, vide quel cane che malinconiosamente uggiolava. Pure al suo avvicinarsi, il buon animale levò il muso e si tacque, come se l'aspetto d'una creatura sofferente l'avesse raumiliato. Ristette un momento la fanciulla, in forse d'entrare o d'andarne altrove a cercar qualche ristoro; ma il cane allora attraversò la corte saltellando verso la casa, e a ogni poco guardando indietro quasi che volesse invitare un ospite aspettato; e giunto all'uscio d'una stanza a terreno, con lo spingere del muso ne aperse le imposte, e la fanciulla gli tenne dietro.

Era la cucina umida, tetra del povero contadino: le pareti e le travi della soffitta nere di fumo e di fuliggine, una tavolaccia nel mezzo, dall'un canto una rastrelliera appiccata al muro, con sopravi in bell'ordine una mezza dozzina di tondi di peltro lucenti e poche mezzine di terra; gli altri canti della stanza tutti ingombri degli arnesi della campagna ammucchiati, disfatti e ancora polverosi, l'aratro, le marre, l'erpici, i coreggiati, le vanghe; in faccia poi l'ampio focolare, dove ardeva stridendo e sfavillando un bel fuoco di legne secche; e su la sporgente capanna del camino posavano il vecchio e lungo archibugio, per traverso su due grossi arpioni, il mortaio e la falce. Presso a quell'allegra fiamma, sedeva sur un rozzo ceppo un contadino attempato, ma vegeto e d'aspetto gioviale; e rimpetto a lui se ne stava, con la rocca assestata sotto l'ascella manca, la sua donna, la quale torcendo il fuso con preste dita filava alla distesa un grosso pennecchio di lino.

Maria s'accostò con peritanza; ma il contadino con quella schiettezza bonaria e serena, ch'è proprio tutta lombarda, fece la più onesta accoglienza alla giovinetta pellegrina; la quale, vinta quella prima tema, arrischiò di domandare per carità qualche po' di ristoro.

Quei contadini erano buona gente, marito e moglie, i quali menavano vita abbastanza contenta nella loro povertà; perchè il poco che avevano, era anche di soverchio per essi, dopo una recente disgrazia ond'erano stati colpiti, cioè quella d'aver veduto morir prima di loro l'unica figliuola avuta, una poverina di quindici anni. E appunto la memoria della perduta figliuola rinacque nello stesso momento in cuor dell'uno e dell'altra, appena Maria apparve loro innanzi. Il suo bianco volto, i suoi occhi grandi e intenti, il suo andare faticato, tutto fece quasi credere a quelle due buone creature che fosse l'anima della loro Margherita, la quale tornasse una volta a visitarle: era questa l'illusione d'un dolore ancor vivo; il ricordarsi ch'essa pure, la Margherita, soleva così in compagnia del vecchio cane tornarsene spesso dal vicino chioso, ov'era stata a far pascolare la sua fedele vaccherella.

La ricoverarono dunque, come fosse stata veramente la loro figliuola, e la fecero sedere nel canto del focolare; poi, intanto che il bravo compare le poneva innanzi una scodella di latte fresco e un bel pezzo di pan raffermo, dicendo ch'era tutto quanto restava loro per quel dì, la sua donna traeva di dosso alla fanciulla l'umido saione che le copriva la testa e le spalle; e, accarezzandole i neri capegli, li rasciugava dalle gelate goccie di che erano stillanti ancora. Quella premura affettuosa e quelle carezze furono un balsamo per il cuor di Maria.

Un'ora di poi, essa abbandonava la casupola ospitale, seguita dalla sincera compassione, dagli augurii di quelle due buone creature; e persuasa che il Signore, il quale l'aveva prima fatta incontrare coll'onesto cavallaro, e poi condotta alla casa del contadino dabbene, l'avrebbe accompagnata nel resto della via. E ben s'era anche il buon campagnuolo profferto di venirle dietro, per un tratto di cammino; ma essa, che già non sapeva come dimostrargli la sua riconoscenza, non volle a qualunque modo assentire, e si rimise sola per il suo sentiero. Pure, appena uscita, vide che il vecchio cane del casolare l'aveva preceduta; e giunta poi dove la strada faceva volta al basso, lo scorse ancora sopra un'altra ripa, ov'erasi fermato, e donde la seguì per gran tempo cogli occhi, finchè si fu dilungata.

La via s'avvallava, facendosi di tratto in tratto più lubrica e difficile; e fuor dalle gole dell'alture vicine soffiava cruda e sottile la tramontana; eppure, alla fanciulla, quell'aria spirava benedetta e salutare; perchè veniva dalla sua terra natale, e pareva dirle che dietro alle folte nebbie di che essa vedevasi circondata, erano le creste delle sue montagne, e le care acque nelle quali specchiavasi il suo paesello.

Al piede di quella scesa, attraversava un rustico ponte gittato a cavallo d'un torrente, che coll'onda grossa e limacciosa rodeva i margini della riva: un uomo era seduto a capo della sponda del ponte, sur un masso di tufo, che forse l'urto delle piene estive aveva rovesciato. Era un vecchio mendicante; portava la bisaccia vuota al collo e un giubbone di lana rattoppato, alla foggia dei montanari; e stringendo con le due mani un nodoso bastone, se lo teneva piantato, dinanzi e appoggiava al vertice di quello la testa contornata di radi e canuti capegli e d'una barba grigia e irta.

La fanciulla s'arrestò in faccia del vecchio, e con un sentimento di celeste compassione tolse fuori una moneta d'argento, l'unica a lei rimasta e che appena sarebbe bastata a procacciarle qualche soccorso lungo la via; e la lasciò cadere nella palma callosa e tremante che in quel momento il povero le tese. Egli fissò gli occhi con meraviglia su la moneta, poi li levò con una espressione indicibile sul volto della fanciulla, confuso e in atto di dubbio e d'inchiesta.

— Ditemi, buon vecchio, gli domandò allora Maria, è questa a mancina la buona strada per Como?

— Sì, tenete per di là, dopo un duecento passi vi troverete sulla strada maestra, poco lontana della Camerlata... Ma dite, quella buona giovine, non avete voi paura d'andar così sola a quest'ora, in una stagione di questa fatta?

— No! mi son messa alla volontà del cielo; e pregatelo anche voi per me...

— Oh pensate! anzi, se non fossi vecchio e stracco come sono, vorrei farvi compagnia; sono incamminato anch'io verso Como; ma fiacco e malato qual mi vedete, e dopo aver fatte venti lunghe miglia sotto la neve, appena potrò prima di notte tirar innanzi fino a quella cascina ch'è laggiù.

— Vi ringrazio della buona intenzione, ma io devo andare ancor molto lontano, e si fa tardi. Addio!

Ripigliò il cammino, e ben tosto trovossi all'imboccar della strada maestra. A mano a mano ch'essa progrediva, il nebbione si levava più denso e cupo, stillando i suoi umidi e crassi vapori nell'aere gelato. Già non era più di due miglia lontano della città: e qualche viandante povero come essa, e alcune carrette e calessi tenevano quella via. Sicchè essa allora si sentiva a battere il cuore più sicuro di prima, quando camminava sola per la strada di traverso.

Passò davanti al portone d'una vecchia taverna, che spiccava con le muraglie sgretolate e tutte nere di fumo sotto le tettoie biancastre per la neve caduta: il carro d'un mulattiere era sotto il portone, e dalle grate di legno delle finestre usciva a lampi il chiarore d'una gran fiamma rossiccia. S'udiva, ora distinto, ora confuso, uno strepito di molte voci, un alto e sonoro scrosciar di risa: la fanciulla tremava di freddo e continuava per la via, seguendo intanto con l'anima la storia de' suoi mesti pensieri.

Non molto dipoi, il suo orecchio fu percosso da un rumor di ruote e di cavalli; e quel carro, che aveva veduto sotto la porta dell'osteria, le passò vicino: lo conducevano due giovani e robusti mulattieri; uno de' quali seduto di traverso su la schiena d'un vigoroso mulo, cantava a piena gola, sur una rauca e strana solfa; e l'altro camminava a fianco del carico, traendo spesse boccate di fumo da una corta pipa di gesso che teneva inchiodata in un angolo delle labbra, e facendo agli orecchi delle bestie chioccare a grandi scoppii la sua grossa scuriada.

Quando i due ebbero adocchiato la fanciulla cominciarono un l'altro a parlarsi in un rozzo gergo, alternando fra loro certe risa sguaiate e certi atti misteriosi, che la giovinetta ne raccapriciò tutta, e più stretto si chiuse sul viso e sul seno il rozzo panno che la copriva, rallentando i passi per rimanere indietro. Ma un d'essi, mettendo fuori un aspro gorgheggio che somigliava all'urlo d'un mastino, attraversò d'un salto il fossatello che lo divideva dal sentiero dov'era Maria, e le si piantò dinanzi, ficcandole nella faccia gli occhi arditi e travolti. La fanciulla gelò, e arretrandosi con un involontario ribrezzo chinò la testa e si coperse il volto con le mani; l'altro allora, al quale era cosa nuova quella paurosa modestia, le si fece incontro più audace; e con un motto vergognoso, che ripetè con la buona intenzione di calmar gli scrupoli della giovinetta, le profferse di far la strada in compagnia.

Ella non rispose; ma d'improvviso volgendo le spalle allo sfacciato, cercò di salvarsi dalle sue mani col fuggire: il terrore le dava l'ale, ma il giovane la seguiva, la incalzava; e l'altro mulattiero, veduta la scena, balzava dalla groppa della sua cavalcatura, e correva anch'esso in aiuto del compagno.

Maria ansante, affannosa, fuggendo, guatava per ogni parte se alcuno giungesse, e nessuno si vedeva. Già i due le stavano sopra, e con avide braccia, come una colomba che due falchi si contendano, già l'abbrancavano; quand'ecco un uomo sbucar fuori da una viuzza della campagna: era il vecchio mendicante, che Maria aveva incontrato al ponticello del torrente. Costui la vide, corse, gettossi fra la fuggitiva e i due inseguenti; e strinse al suo seno la sbigottita fanciulla, con un braccio che l'ira fece ancor forte, nel tempo stesso che levò l'altro armato del nodoso bastone, minacciando di romper l'ossa al primo che si fosse avvicinato: tutto fu un istante.

I due compagni, sorpresi dall'imbarazzo si guardarono in faccia un l'altro; ma il vecchio, con ferma voce, gridò: — Non fate un passo, o scellerati, e tornate per la vostra strada! Io non ho paura di voi; e voi accopperete me, vecchio come sono, prima di toccare a questa fanciulla la punta d'un dito!

— Cos'ha mai questo demonio di vecchio? disse uno allora; e l'altro: — Malann'aggia il dannato che guasta il fatto nostro! E come c'entri tu, vecchia tramoggia dismessa? Vanne al diavolo che t'aspetta, o t'avrai a pentire!... E tutt'e due allora fecero per iscagliarsi sul mendicante, e strappargli di mano il bastone, ch'egli teneva ancora sollevato in atto di minaccia su le loro teste. La giovinetta aveva gettato le braccia al collo del suo difensore, e vi si teneva stretta, avvinghiata.

— Lasciatela stare, per dio! il vecchio riprese con accento disperato, lasciatela stare: ella è mia figlia!...

Queste parole fecero uno strano effetto sulle anime rozze ma schiette de' due garzonacci: e l'accorta menzogna, che la stretta del pericolo suggerì al pover'uomo, fu quella che salvò la fanciulla dallo scellerato insulto.

— Ella è mia figlia! replicò l'animoso vecchio, e la sua nuda fronte si corrugava, ardevano gli occhi, e tutte le sue membra per lo sdegno tremavano. I due giovani si trassero indietro, colti da un cotale istinto di vergogna che non sapevano spiegare a sè stessi; e sui loro volti foschi e fortemente scolpiti lo svergognato ardimento aveva ceduto il luogo a un insolito senso di compassione, che li faceva stupidi e muti.

Alla fine: — Andiamo, Anselmo! disse uno, questo non è pane per i nostri denti; e voi, galantuomo, perchè non l'avete detto alla prima, ch'ell'era vostra figlia?... Non avete a far con dei birboni; e vi sareste risparmiato a voi l'incomodo d'alzare il bastone, e a noi il rischio di rompervi le corna.

Ciò detto voltaron le spalle; e, pigliatosi a braccio un l'altro, se n'andarono zufolando di concerto, per correr dietro a' loro muli che avevano perduto di vista.

— Sia ringraziato il Signore! disse il mendicante, dopo che si furono allontanati, che m'abbia mandato l'inspirazione di continuar la strada: io son vecchio, gli è vero, ma mi ricordo d'altri anni e d'altri tempi... e, per dio! vi giuro, che a costo di questi quattro dì che mi restano di vita, quegl'infami non avrebbero ardito non solo di torcervi un capello, ma nemmeno di dirvi una parola di più... Or via! andiamo, io mi sento bene; la mia forza antica mi è tornata in corpo, e voglio venir con voi fino laggiù alla città.

La fanciulla lo guardava con una soave tenerezza, dalla quale traspariva tutta la gratitudine d'un'anima pura, che non sa trovar parole per esprimere quello che prova.

— Creatura del cielo! continuava il mendicante, voi avete stesa la mano al povero vecchio, voi avete spartito con lui forse l'ultimo vostro pane! Poco fa, quando là sul ponticello, vi siete fermata dinanzi a me e con atto di compassione m'avete guardato, io ho veduto spuntare una lagrima sugli occhi vostri; era tanto tempo che non incontravo una faccia pietosa!... Adesso, io sono infelice; ma anch'io sono stato un uomo e ho vissuto giorni ben diversi... oh! ma allora, in vece di questo giubbone, io portava la divisa gloriosa del soldato, io aveva veduto più di trenta battaglie, io odorava con gioia il fumo del cannone; e queste mani, che adesso vedete tremare, hanno piantato una delle bandiere di Napoleone, là sui tetti delle case di Smolensko, in mezzo ai ghiacci della Russia!... ma, ora tutto è finito da tanto tempo; e nessuno sa più nè manco ch'io mi sia... Voi sola m'avete consolato con un'occhiata d'amore; siate dunque benedetta!

Maria s'era appoggiata al braccio del vecchio; e alternando parole di conforto al racconto delle loro vicende così diverse, ma dolorose del paro, continuarono a camminare in compagnia, fino a che giunsero presso alla città. Qui si fermarono e si separarono: Maria, con un senso di riverenza e d'affetto strinse la mano della sua guida, quella mano arsa e callosa che poco prima s'era levata in sua difesa, e a malincuore si congedò dal vecchio mendicante, che più non doveva rivedere.

Battevano le quattr'ore di sera sulla torre d'una chiesa del sobborgo di Sant'Agostino, quando la giovinetta, sola un'altra volta e sostenuta dal suo cuore, l'unico fedele che rimanga agli infelici, prendeva la via della montagna, sperando pure di potere almeno arrivare presso al suo paese, prima che la notte fosse venuta. Pensava che le sarebbe stato impossibile il trovare in quell'ora una barca che ve la tragitasse, tanto più che non l'era nemmeno avanzato di che pagarne il nolo; e poi, il timore d'esser conosciuta, e la ripugnanza che sentiva a mettersi di nuovo in mezzo alla gente per le vie oscure ed anguste della città, le accrescevano la sicurezza di poter giungere egualmente da parte di terra al termine del suo viaggio: era quella la strada del suo terreno nativo, e l'aveva trascorsa più già d'una volta fin da fanciulla, in compagnia del padre suo.

L'alpestre cammino era disagiato e rotto, ma i passi della fanciulla eran rapidi e sicuri; un segreto coraggio la sosteneva, dicendole che dopo un'ora di via ella sarebbe finalmente giunta al luogo della sua pace, a quel ricovero così sospirato e pianto, dove oramai aveva poste le sue poche speranze, tutta la sua vita. La poveretta si pasceva, camminando, di queste pure idee consolatrici: e mentre continuava la sua via su per la difficile erta, pareva che la ricordanza de' suoi mali recenti andasse dietro a lei fuggendo, svanendo a poco a poco, come l'angustia di un pericolo già passato. Domandava a sè medesima, se la vecchia Marta fosse ancor viva, se l'aspettasse ancora, se l'avrebbe stretta nelle sue braccia, se le avrebbe perdonato e tenuto luogo di madre. In mezzo a queste immagini, la cui amarezza era temperata dalla fiducia, Maria non s'accorgeva dell'asprezza della strada, e le sue gracili membra portavano con alacrità l'insolita fatica.

Di poche e rade tracce umane eran tocche le nevi di quelle dirupate rive; il fianco della montagna, tagliato a mezzo della via che conduce da uno all'altro di que' sette miserabili e oscuri villaggi, i quali si chiamano con superbo nome le sette città di Blevio, presentava in tutta la sua nudità lo squallore dell'inverno, che aveva fatto quasi impraticabile i sentieri e le coste. Macigni rovinati di recente, e ricoperti tutti dallo stesso manto di neve; alberi conquassati dagli eterni rovai, e minaccianti di rovesciar su la strada, co' rami più annosi squarciati, che crepitavano al più leggiero soffiare del vento; e gore d'acqua putrida, ghiacciata, dov'era rotta o fessa la terra; e giù giù, per il dosso della montagna, boscaglie nude, stecchite e rigagnoli di nevi squagliate: vecchi torrenti che trascinavansi dietro ceppaie sbarbicate e lembi di terreno lacerati dall'impeto del gorgo, poi con fracasso si dividevano, si moltiplicavano saltando per le rapide balze e rovinando per entro le scoscenditure e le frane con uno scrosciare dirotto, il solo strepito che sturbasse la sepolta natura; e al basso, in fondo, spiccando col suo cupo colore, sotto il cielo torbido e bruno e sotto ai monti tutti bianchi, la verde e muta acqua del lago.

Intanto era sopraggiunta la notte; e, dopo molti pericoli e molto terrore, Maria aveva attraversato l'ultimo di que' sette villaggi. Passando, non aveva veduto che il riflesso di qualche tardo lume, dietro il pertugio ingraticolato d'una casipola; non aveva incontrato che due o tre montanari, i quali, senza badare a lei, s'erano perduti per le tenebrose callaie del paese. Cominciava a spirar di nuovo la tramontana e a fioccar più larga e più folta la neve, sbattuta dal vento, che fischiava rompendosi contro ai dirupi e sollevava ne' suoi vortici quella già caduta.

Più d'una volta la fanciulla, la quale infiacchita, affranta dal crudele viaggio, oramai reggevasi a stento, sentì mancarsi sotto i piedi il terreno, e alzò uno strido di spavento, uno strido che quella stessa orrida solitudine lasciava senza risposta; più d'una volta con disperato sforzo si mise a correre a tutta lena su la perigliosa via, a fianco de' precipizii, sul margine degli sdrucciolevoli massi, come per salvarsi dal turbine che pareva inseguirla; e poi affannosa, anelante e credendo veramente di morire, s'avvinghiava con le deboli braccia al tronco d'un albero, alle punte d'uno scoglio. E il vento quasi si facesse giuoco della misera creatura, come d'una gracile canna, or la incalzava e or la respingeva infuriando; nella foga del correre contro l'impeto dell'uragano, essa aveva perduto la mantellina che la copriva: e, a ogni buffa del vento, le sue trecce sciolte le sferzavano sul candido collo e sul viso livido e agghiacciato. Poi tornava a camminare, e sollevando di sopra il capo le mani strettamente intrecciate, sembrava tra l'orror dello spavento e il gemere della preghiera domandasse al cielo la morte come una grazia; stanca la vista le si appannava, le si confondevano nella mente gli stessi pensieri di terrore, e già più non sapeva dove ella fosse.

Alla fine, il sentiero cominciava a calar al basso; e in mezzo al fosco della notte e allo smorto biancheggiar delle nevi, parve a Maria di vedere un filare d'alberi, un muro, una casa...

A tentone seguitava la guida di quel muro, e trovavasi in faccia d'un cancello chiuso fra due cadenti pilastri. Appoggiò la fronte alle fredde aste del cancello... e riconobbe ch'era il campo santo del suo paese; e credè perfino discernere il mucchio di terra dov'era sepolto suo padre e la croce coperta di neve che lo proteggeva.

Allora si mise devotamente inginocchioni su l'entrata del sacro terreno; e da quella scena di morte richiamata d'improvviso ai pensieri della vita, pregò, pregò a lungo... Ma il disagio patito, la dolorosa via, l'angoscia e il rimorso, tutto le piombò in quel punto su l'anima, la quale forse più non era attaccata che per un filo all'esistenza. Ella abbrividiva, si sentiva sfinire, ardeva, gelava nel momento stesso... Non ebbe più forza di tenersi al cancello che aveva abbracciato, e lasciandosi cader giù lentamente su l'agghiacciato terreno, giacque come morta.

Un'ora di poi lo scalpitar d'un cavallo turbava il silenzio mortale di quella desolata riva. La notte era già alta, l'uragano cessato; e solo testimonio di vita era il fremito indistinto del lago, che si rompeva alla sponda col monotono spumeggiar del fiotto.

Il giovin cavaliero, ravvolto nel suo corto mantello, pareva disprezzare tutto il rigore della stagione, e consolarsi quasi nel respirar l'aria asprissima della montagna. Egli aveva abbandonato le redini sul collo del suo cavallo, che con passo lento e stanco discendeva per la china.

Allorchè giunse presso al campo santo, il suo sguardo cadde a caso sopra qualche cosa d'opaco che spiccava sul bianco terreno. Raccolte le briglie, volse il cavallo da quella banda, e curvandosi sulla sella vide al debole chiaror della neve onde appariva coperta ogni cosa all'intorno, una misera creatura la quale pareva svenuta o estinta; e pensò ch'era forse colà venuta dal paese a pregare per i suoi morti, e che la crudezza del freddo o l'imperversar dell'uragano l'avevano ridotta a quegli estremi.

Il cuore gli tremava forte; fermò il cavallo, scese di sella; e poi chinatosi sul terreno presso quella salma assiderata, riconobbe ch'era una povera giovinetta; e sorreggendola sulle sue braccia la sollevò alquanto e la sostenne, inginocchiato com'era, sì che la testa grave e cadente dell'estinta si rovesciò su la sua spalla. Allora egli avvicinò il suo volto alla bocca della infelice, per conoscere se un alito leggero di vita scaldasse ancora le sue membra immobili, fissò gli occhi sovr'essa; ma al primo guardare, nulla vide, nulla distinse, quasi che l'anima sua non avesse più senso... Tornò a fissar quella fronte, que' labbri, que' cigli, ogni fattezza... e un brivido gli corse per tutte le vene, e si sentì passar attraverso al cuore come la fredda lama d'un pugnale... Arnoldo l'aveva riconosciuta.

XII. SAGRIFICIO.

Chi non vide la bottega del signor Samuele, il nostro speziale, in quella notte, non penserà forse ch'io possa,

«Credendo e non credendo, dicer vero.»

Fu un agitarsi, un andar e venire, una faccenda, un tramestío, che a memoria d'uomo non s'era mai veduto il simile in quelle quattro mura; i novellieri del paese n'ebbero a cianciar per lungo tempo, e a farne le più belle e strane conghietture del mondo.

Nel mezzo della stanza, sopra il seggiolone ch'era là, solito trono d'ogni sera del signor curato, giaceva coricata e sostenuta da alcuni guanciali, la povera giovinetta, la quale non dava più nessun segno di vita. Erane il viso bianco e smunto, e solo al contorno degli occhi infossati e delle labbra sottili appariva dipinto d'un rossor livido, cupo e morente nel pallidissimo colore della fronte e delle gote; ma gli occhi eran chiusi, le braccia al lungo del fianco distese, irrigidite; e tutta la bella persona immota, raggruppata, per così dire, in sè medesima e co' ruvidi panni raccolti d'intorno, che s'informavano dalle dilicate membra, era stesa nella grave, abbandonata positura d'un cadavere.

Presso a lei, curvo sopra uno de' bracciuoli della seggiola, stava il giovine inglese, muto e smorto esso pure, quasi come la svenuta; e le sue pupille senza moto non si staccavano mai dalla faccia di Maria; la quale posava con la testa arrovesciata all'indietro, come se l'anima di lei avesse già abbandonata quella sua verginale dimora. Nè altra cosa rivelava la vita in quella strana immobilità del giovine, fuorchè il leggero mover delle labbra, quasi che pronunziassero parole senza suono, e tremassero commosse dall'incerto e sublime sorriso che fu dato solamente al dolore, quando ancora non abbia perduta tutta la speranza.

Con le faccie lunghe, curiose, guardandosi di sottecchi a ogni momento, uno in atto d'interrogare come la sarebbe ita, e l'altro di rispondere che non lo sapeva, se ne stavano il signor curato e il deputato politico, dietro il seggiolone, presso d'un tavolino; sul quale vedevasi lo scacchiere abbandonato, con le pedine sparsevi sopra: e da certe occhiate, che i due lasciavan cadere su quello a ora a ora, s'indovinava in essi il rammarico della partita intralasciata. In mezzo a loro allungava il collo, come il solitario cappone dalla stia, l'agente comunale, quotidiano testimonio e giudice delle sette disfide de' due campioni a dama.

Colui che dall'altra parte gesticolava con gran foga nel parlar sottovoce al dottore, era quel vecchio galantuomo del signor Gaspero; egli, ragionando, spiegazzava la gazzetta che ancor teneva fra le mani, l'ultima capitata al paese in quel dì stesso. E qui, torna bene che conosciate la prudenza del curato; il quale, dopo il brusco esempio di quel disgraziato don Carlo, aveva smesso non poco del suo ardore politico; e, ceduto il diritto della lettura al signor Gaspero, si era rassegnato alla parte d'ascoltatore, accontentandosi durante la sessione parlamentaria in casa dello speziale, di scrollare il capo, fregarsi le mani, o d'andar traendo lunghi sospironi, o di sogghignar fra sè e sè; il qual diplomatico suo vezzo faceva allora il termometro infallibile della politica del paese.

Intanto lo speziale e il dottore s'affaccendavano a gara intorno alla tramortita fanciulla, con una sollecitudine e un'umanità degne veramente del secol nostro; e mettevano alle prove la dottrina e l'arte per richiamarla alla vita, e per conoscere se mai un palpito ancora poteva essere suscitato in quel cuore che più non batteva. Lo speziale, rimboccato un lembo del suo grembiule di tela roana scura, e inforcato il naso con gli occhiali, davasi attorno con una premura, un affanno da non dire, e rimestava le cassette, gli armadii e le scansìe, le quali dalle spalancate vetriere presentavano la tremenda falange de' vasi e delle boccie di polveri e manteche, d'olii e di sali, di succhi e quintessenze, da disgradarne Avicenna e Hanhemann. Il dottore aveva già invano sperimentato di stropicciar le tempie, la fronte e i polsi della giovinetta con essenze spiritose, e metteva giù con dispetto le inutili ampolle; invano le aveva posto sopra il seno de' pannilini riscaldati, e di grosse coperte le aveva ravvolte le insensibili membra. Tutti volevano dir e fare; proponevano, discutevano, parlavano tutti in una volta; era un trambusto, un frastornío, che avrebbe potuto risvegliare i sette dormienti della leggenda. — E quella gran gara era l'effetto di due sole parole, pronunziate dal nostro giovine eroe allorchè, entrato nella bottega, con infinito stupore e maraviglia di tutti, recandosi su le braccia la svenuta fanciulla, depose sul seggiolone il caro suo peso, e disse: — Tutto quanto io posseggo a chi salva questa giovine!

Ma poichè il mio racconto, con vostra buona pazienza, cammina a rilento, non v'incresca di volgere indietro un'altra occhiata.

Era passato più d'un mese dal dì che Arnoldo abbandonava Milano, per venire in traccia della perduta Maria. Se vi ricorda, quando seppe ch'essa non era più nella bottega della crestaia, nè potè averne in altra maniera notizia alcuna, si mise in mente che la si fosse ricoverata al suo paese, presso alcun parente; e partì con questa certezza. Venuto fino a ****, prese a pigione una parte dell'antico palazzotto, ove suo padre aveva prima dimorato; ma quant'egli fece per trovar qualche traccia della giovine orfana, fu tutto vano. Queste ricerche replicate e sempre perdute gli facevano scorrere nell'affanno e nel dubbio i tristi giorni dell'inverno; e un mese così passò.

C'erano pure alcuni dì, ne' quali sentiva ancora di vivere: eran quelli, in cui salito in sella d'un giovine cavallo, che da un pacifico Comasco aveva in quel torno comperato, s'arrischiava su per le rotte strade delle montagne, sfidando l'aspreggiare della stagione, e la traversìa de' venti. Quelle corse selvagge lungo i margini dell'acque e sopra i fianchi de' dirupi, gli ricordavano la sua patria, il suo cielo, le nebbie del mare, il castello del buon zio, la combattuta sua giovinezza; tutta la prima, la vera poesia dell'anima vergine e ardente. Poi succedevano de' giorni, ne' quali gli tornava incresciosa la vita, e gli pareva che al suo soffrire non restasse altro conforto che un novello soffrire. Allora se ne stava, le ore intere, appoggiato alla finestra della sua stanza, guardando il lago, e si sprofondava nella meditazione e nel passato: un volume, suo fedele amico, un bello Shakspeare, ch'era un ricordo del cugino Randale, del compagno de' suoi prim'anni, gli stava aperto dinanzi; e gli uomini disegnati da quel gran pittore dell'anima e della vita pigliavano agli occhi suoi figura e movimento. Vedeva sè stesso nello sfortunato Edgardo, il figliuolo di Glocester; piangeva al sublime delirio, alle cocenti lagrime di Lear, fremeva a' soliloquii di Macbeth, e pensava a suo padre; per lui, la tenera Cordelia, l'innamorata Desdémona, la dolente Caterina, eran sempre Maria. Altre volte, e il più sovente, camminava di buon mattino fino alla casetta d'Andrea, che la vecchia Marta abitava ancora, quanto solitaria e grama, lo pensate! E' vi restava per tutta la giornata, seduto in un canto del focolare, poco lontano dalla vecchierella; la quale non faceva che parlargli di quella cara tosa. Era la meschina dimora unico avanzo del bene della fanciulla; e senza il buon signor Gaspero, che aveva salvato per miracolo dagli artigli dell'esattore comunale la casa e la vigna, tutto sarebbe stato perduto. Egli poi lo fece perchè, a dirvela in confidenza, sentiva ancora il batticore per la giovinetta, che si ricordava d'aver le tante volte fatto ballonzare piccina su le sue ginocchia.

Arnoldo dunque contemplava, con l'anima tremante e con lo sguardo fisso, atterrito, immobile, la faccia della fanciulla; e stava spiando, se in mezzo a' tormenti, con che il dottore e lo speziale straziavano quella bianca e dilicata creatura, il cuore e le labbra di lei si riaprissero al gemito dell'esistenza. Con ambe le mani e' le strinse la destra agghiacciata, e avvicinandola alle sue labbra, con quell'affetto che solo può essere consacrato dalla terribile idea della morte, v'impresse un lungo ardente bacio d'amore, delirando quasi che con quel bacio gli fosse dato restituirle la vita; come Romeo, quando venne alla tomba di Giulietta.

La baciò di nuovo, la contemplò... soprastette... E poi, balzando d'improvviso, con un accento soffocato dall'impeto della gioja, proruppe: — Ella vive ancora!...

Non era una vana illusione; quella fredda mano aveva risposto al premer delle sue con un bàttito leggero, fuggitivo. Era il tornar della vita; egli allora, tutto tremante di speranza e di terrore, le posò la destra sopra il seno, e quel leggier risalto si ripetè: era il cuore che ripigliava il suo palpitare.

Nè molto andò ch'essa riaperse e lasciò errar debilmente all'intorno gli occhi estatici e muti; e fece come un grande sforzo per sollevare la testa; poi gli occhi si richiusero, e la testa ricadde. Arnoldo sentì di nuovo la crudele stretta dell'angoscia, e il suo volto si ricoperse di mortale pallidezza. Allora afferrò per un braccio lo scompigliato dottore che gli era vicino, e fortemente scuotendolo, — Mi rispondete voi della sua vita? domandava con alto spavento. Ed esso, sotto la tortura di quelle valide stratte, balbettava: — Rispondo, rispondo io... Non tema; mi lasci, mi lasci andare!...

— Ma questo letargo mi spaventa! replicava il giovine, dando un altro e più fiero squasso al braccio del povero dottore.

— Non tema, questi rispondeva, è un semplice sopore, è una cosa naturale... Io me l'aspettavo... bisogna che sia così!

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