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Angiola Maria

LIBRO SECONDO (continued 2)

Reading edition

Misera giovinetta! — Che cuore fosse il suo allora, di quale spavento, di quali fantasmi fosse agitata e piena per essa la notte che seguì quel terribile giorno, nessuno il potrebbe immaginare, non che dirlo. Aimè! tutto l'affanno che può versarsi in cuore umano, era versato nel suo; e per maggior dolore, la sorgente di questa nuova sciagura era un mistero per lei!

VI. IL FRATELLO E LA MADRE.

La mattina del dì appresso, la signora Giuditta che aveva la mente intorbidata dalle conghietture più strane, e si sentiva morir della voglia di sfogarsi con qualcheduno, mise sossopra la casa e il vicinato, e raccontò a tutti il suo gran caso. A credere a lei, si trattava di cose straordinarie; e com'ella non ci poteva veder dentro chiaro, così s'era ficcato in capo di trovare il bandolo della matassa.

Dunque, in manco d'un'ora, aveva narrato la strana avventura della notte alla portinaia della casa, alla moglie dello speziale dirimpetto, perfino alla fruttaiuola e alla lattivendola del contorno; ma nessuna di queste comari, com'è naturale, ne sapeva niente; e quando le avevano risposto con un:.. Oh!..» Bontà divina!... o che so altro, avevan finito.

La signora Giuditta stava per tornarsene e casa, con la sua pettegola curiosità in corpo, quando la sorte la fece incontrare col signor Giosuè, uomo di un certo conto, e priore della dottrina cristiana nella parrocchia, il quale era tutto cosa sua. A costui dunque, come bene pensate, ella ricantò la sua storia, non gli facendo grazia del più piccolo particolare.

Ed egli allora, ch'era un di coloro che sanno o credono di sapere tutto quello che succede e non succede, tirandola in disparte con un'aria cupa, — Cara signora Giuditta, le disse col sussiego di chi dà un gran parere, io so come va il mondo! Tutti i salmi finiscono in gloria, e una donna come voi... non so se mi spieghi... Basta, avete fatto male a impicciarvi con certa gente...

— Ma lei ne sa dunque qualcosa?

— E dàlle! volete voi venirle a contare a me? Sentite mo. Jeri mattina, giusto alle dieci ore, io mi trovava nella sagrestìa, intanto che quel prete stava dicendo messa. Veggo entrare due signori, che vengono dritto verso di me, mi pigliano in mezzo, così alla buona come fossero miei amici da vent'anni, e mi domandano il nome e cognome del prete... Io mo ne sono subito addato...

— Sì! sì! ebbene?

— Risposi loro con pulitezza; ed essi, senza cerimonie, si misero a sedere, uno da una parte, l'altro dall'altra, parlandosi fra loro con certe occhiate di traverso... finchè la messa finì. E pensare, che io quel momento fui tanto sciocco d'interrogarli che cosa volessero!... L'uno mi fissò gli occhi addosso e non rispose, l'altro brontolò fra' denti: La non è cosa che la riguardi; e mi voltò le spalle.

— Son quelli, scommetterei che son quelli stessi: dica, dica su...

— Insomma, finita che fu la messa, e tornato il prete nella sagrestia, quei due signori s'alzarono, gli andarono incontro in atto di rispetto, ed egli a loro... bisogna che si conoscessero! E l'un d'essi gli disse alcune poche parole, ch'io non intesi... Il prete allora impallidì, diventò bianco come il camice che aveva appena posto giù, poi rosso come bragia, guardò intorno, sospirò e disse chiaro: Sono pronto, vengo con loro!... Io restai di sasso e, non so perchè, sentivo le gambe barcollarmi sotto... Egli in vece, credereste? passandomi vicino mi rivolse uno sguardo tranquillo, e disse: Caro signor Giosuè, a rivederci!

— Oh la cosa non è dunque tanto seria, com'io credeva!...

— Non m'interrompete adesso! Una carrozza era fuori della chiesa ad aspettare. Nel porre il piede sul predellino, egli si fece il segno della croce, poi si mise dentro, e quei due dietro a lui. E io, alla lontana, così come n'andassi per i fatti miei, tenni dietro alla carrozza... Ma quando la vidi svoltar la cantonata, e compresi dove l'andava a riuscire... ho detto dentro di me: Tutti i salmi finiscono in gloria! Ci siamo, è fatta!... e presi un'altra strada.

— Tutto va bene, ma fin qui non ci capisco ancora il perchè...

— Il perchè? il perchè? ci son certi perchè al mondo, così serii, che non bisogna cercar di sapere, o quando mai per disgrazia si sanno, tacerli!... Con voi però, che siete donna prudente, posso dire una parola. Sappiate dunque che quel prete s'è trovato in un grosso guaio con un gran signore forestiero; che, pochi dì fa, dev'essere fra loro avvenuta una scena scandalosa, per causa d'una giovine, d'una fuga, d'un rapimento, d'un intrigo... cose, cose che mettono in compromesso la coscienza e qualche cosa di più. Dunque tutto è spiegato. E poi, quand'uno se la prende contro i pesci grossi, gli è raro che n'esca netto... So quel che dico, lo so di buon luogo, e l'affare è chiaro! Voi però non ve ne impacciate. E, per carità, abbiate giudizio con chi che sia!... Già ve l'ho pur detto, la prudenza non è stata messa per niente tra le virtù cardinali.

— O signor Giosuè, si figuri! Solo mi dispiace per quella povera giovine...

— Sopra tutto non state ad aprir bocca con lei! Non ci mancherebb'altro!

— Bene, tacerò... le prometto che tacerò.

— Si, sarà meglio, chè mi pento quasi di aver parlato io! Oh, signora Giuditta, a rivederci.

— Un momento, dica... senta...

Il priore della dottrina cristiana gli aveva voltato il tergo, e se n'era ito.

La signora Giuditta, con la fantasia agitata, in un mar di pensieri, combattuta fra il desiderio di spiegarsi con Maria (la quale, secondo lei, era la colpa di tutto) e la promessa data di tacere, trovò appena la strada di casa sua.

Quando entrò, la fanciulla le venne incontro interrogandola con gli occhi, se mai le recasse qualche buona novella; e in quel suo sguardo, in quella sembianza, leggevasi tutto l'affanno d'un'anima che non crede a una sventura e non ha la forza per sostenerla. La vedova, a cui pizzicava la voglia di parlare e di dire alla poveretta: Tutto è stato causa vostra anch'essa ne fu veramente tocca; e la compassione le suggerì qualche parola d'amicizia e di conforto. Al che la fanciulla rispose con lo stringere e baciare le mani di lei, in atto di viva gratitudine e di dolore, sforzandosi di parer tranquilla.

Rilessero insieme la lettera del vicecurato; conghietturavano, dicevano dieci volte le stesse ragioni, ma non sapevano che ben fare. Alla fine fu stabilito fra di loro, che prima di scrivere alla mamma Caterina, come raccomandava la lettera, o d'andare a prenderla al paese, come voleva Maria, avrebbero aspettato fino al posdomani, affidate che potesse in quel mezzo ritornare don Carlo.

Ma il posdomani passò, e non comparve persona, e non venne parola. Perduta quella poca speranza che per i cuori buoni ha sempre qualche sorriso, benchè mesto e solitario come un fil di luce, Maria cominciò a pentirsi di non esser subito partita a cercare sua madre; e, d'una in altra fantasia, andava creando le più funeste cose del mondo. E quantunque la vedova fosse stata prudente, forse per la prima volta in vita sua, e le avesse taciuto i sospetti di quella sparizione; pure, fra gli altri dolorosi pensieri, venne in mente a Maria anche questo che quant'era avvenuto poteva essere una vendetta dell'uomo potente con cui il fratel suo aveva ardito cozzare per salvarla. Ma tal pensiero era così grave e terribile, che al suo cuore mancava la forza di sopportarlo.

Così abbandonavasi alle sue dolenti illusioni, alle sue inquiete paure. Intanto la vedova aveva trovato modo, per via d'un ex-procuratore del suo antico padrone, di far sapere ogni cosa alla mamma Caterina, affinchè, il più presto che poteva, affrettasse di trasferirsi a Milano: a dir quel ch'era, tutto il trambusto di que' giorni non le dava poco pensiero; nè si sarebbe accomodata, in caso di qualche cosa di grave, a tenersi in casa per un pezzo quella giovine, ch'era stata la pietra dello scandalo e che in fin dei conti non le apparteneva.

Per consolare Maria, le annunziò dunque che fra due o tre giorni, alla più lunga, sarebbe venuta sua madre, ch'ella stessa s'era per ciò raccomandata a una persona di proposito, e che non occorreva la si pigliasse altro fastidio. Questa novella e l'idea di trovarsi presto nelle braccia della madre, rasserenarono per quel giorno l'anima e la fronte della giovinetta; e una consolazione le ne promise vicina un'altra, quella di poter finalmente rivedere anche il fratello.

Passati tre giorni, un biroccio s'arrestava alla porta del palazzo. Era dessa, la comare Caterina, venuta a Milano in compagnia del signor Gaspero, quel vecchio possidente che abbiamo incontrato più d'una volta in questa storia semplice e nostrale. Costui aveva ricevuta una lettera del procuratore al quale la signora Giuditta s'era raccomandata: e, inteso di che si trattava, senz'indugio persuase alla Caterina quel piccolo viaggio, la condusse con sè a Como; e qui noleggiata una vettura, l'accompagnò egli stesso a Milano, dove per abitudine capitava sempre una volta all'anno.

Maria era accorsa alla piccola finestra del cortile. Ella guardò, vide di lontano la madre che si congedava dal suo compagno di viaggio, ne intese la voce, e dimenticò tutto. Pochi momenti appresso, Caterina stringeva tra le braccia la sua povera figlia, e Maria nascondeva sul seno materno il viso, che solo per un istante si tinse ancora del suo vivo colore.

Senza piangere, senza parlare, stettero così in quel dolce e prolungato abbracciamento; e pareva che la fanciulla non volesse distaccarsene più.

— Maria, mia buona e cara figliuola, disse alla fine la madre. Oh! perchè m'hai tu abbandonata? questi sei mesi sono stati sei anni per me! Oh Madonna santa! come ti sei cambiata, povera tosa! Non ti riconosco più!... Ma com'è mai che ti trovo qui? Non sei più nella casa di quel signore inglese?... E voi, signora Giuditta, e mio figlio... è qui don Carlo? ma perchè non ho io saputo niente fin adesso?... M' hanno detto ch'era ammalato... io voglio vederlo! dov'è egli?... Ditelo dunque, non mi fate penare!...

Queste molte inchieste, che alla misera suggeriva tutto in un punto il materno suo cuore, posero nell'impaccio la vedova; la quale s'era bene accorta che la vecchia comare era al buio di tutto. Maria non aveva coraggio di dire una parola; e guardava, guardava la madre, senza togliere mai gli occhi da quell'amato volto, in cui la solitudine ed il dolore avevano in poco tempo solcate più profonde le rughe dell'età. Ma, atteggiata com'ella era, in muta e affannosa contemplazione, la sua celeste figura suscitava nell'anima una pietà mista a terrore.

Alla fine la Giuditta, fatta la faccia tosta e il cuor duro, pensò: Qui è meglio parlare; un momento o l'altro, bisogna pur ch'ella sappia tutto...

— Cara la mia Caterina, prese dunque a dire, non vi crucciate così: fatevi un po' di coraggio!

— Oh misericordia! che male c'è di nuovo?...

— Già lo sapete, a questo mondo dei cattivi ce n'è anche troppi! E son sempre gli stracci che vanno all'aria, come dice il proverbio... E tocca spesso ai buoni a portare la pena dei tristi...

— Oh santa pazienza! parlate, non mi tenete qui su le spine...

— Eh! ognuno ha la sua croce, e c'è chi deve portarla anche per gli altri... E già si sa, bisogna star preparati sempre...

— A che? ma dite su una volta! parla tu, Maria; chè in questo modo ben più mi spaventate e mi fate morire! Mio figlio sta forse male? forse...

— No, no, egli sta bene, ma...

— Signore, datemi cuore! ma che?...

Per tutta risposta, Maria non fece che gettarsi un'altra volta nelle braccia di sua madre. E la vedova raccontò tutto quel che sapeva, tacendone però la cagione, per la pietà di Maria. La povera donna non volle credere a nulla; il colpo era troppo forte, e l'anima sua semplice e piena d'amore non lo sostenne. Ella non pensò nemmeno a chiedere il perchè di quella rovina; non poteva dubitare che il figlio non fosse innocente; il nome di suo figlio era sempre stato per lei come quello d'un santo. Stanca degli anni e sola, ella metteva in lui tutto il suo cuore, tutto il suo tenero orgoglio di madre: aveva speranza e vita nell'unico amato, il quale dopo la morte del suo pover'uomo, com'essa diceva, doveva essere il padre della sua Maria.

La buona donna! Nella solitudine della sua dimora, un tempo rallegrata dalla presenza e dall'affetto de' suoi cari e poi rimasta vòta, deserta, come un sepolcro, ella si consolava e si pasceva dell'idea, che l'uno o l'altra avrebbero sortito una modesta e onorevole condizione su la terra, e che un giorno forse ne' suoi più tardi anni, l'avrebbero circondata di cure e d'amore, e a larga mano compensata de' sacrifizii fatti, e della vita tediosa che trascinava. Non si rammaricava mai che sola compagnia le restasse la vecchia Marta, perchè conosceva il cuore de' figli suoi, e le pareva quasi d'abitar con loro, di viver con loro, quantunque lontani; l'unico desiderio che nutrisse, era di poterli di tanto in tanto rivedere; e ogni dì si teneva certa di presto abbracciarli, in questa certezza essendo tutta la sua gioia. Seduta sovente, al tepido sole delle mattine d'inverno, sotto la nuda pergola della casa, con la sua conocchia fedele, la buona madre pensava alla povertà, alla pace, raccontava la storia d'altri anni, raccontava quella dell'avvenire; ed era felice quando parlava della sua bella Maria o del suo curato alla Maria che le sedeva rimpetto, pettinando la matassine del lino. E allora, senz'avvedersene, le due comari s'arrestavano dal lavoro; all'una spezzavasi il filo della conocchia o cadeva di mano il fuso; all'altra si perdeva il lino nelle punte del pettine. Ma entrambe, in que' momenti, sollevavano al cielo gli occhi e il cuore, con un pensiero più santo d'ogni preghiera, e del pari benedetto.

Ma ora che diversi pensieri, che mutamento!

La mamma Caterina, per tutto quel dì e per molti altri ancora, non volle ascoltare ragione, nè consolazione, nè speranza; non domandava che suo figlio, non voleva che vederlo. Ed essa pure, come prima aveva fatto Maria, si figurava alla mente angustie e spaventi, s'abbandonava ai più tristi presagi, non porgeva più orecchio a nulla, nemmeno al piangere della sua figliuola.

Fu allora che l'amorosa fanciulla, la quale innanzi alla venuta della madre credeva di dover ben presto finire nell'affanno di que' giorni, si sentì maggiore di sè stessa. Una virtù, ignota a lei fino allora, la costanza nel soffrire raddoppiò il suo debole coraggio; ma la sua fermezza, la calma delle parole e degli atti avrebbero dimostrato ben più crudele il martirio dell'anima a chi avesse potuto vedere il suo segreto. Ella soffogava le lagrime; ed era ne' momenti del maggior dolore, che la sua voce si faceva più sicura e più affettuosa. E sorrideva; era un riso malinconico il suo, ma era un riso celeste.

In que' giorni che sempre da uno stesso travaglio misurati fanno parer eterna la vita, così Maria con l'amor suo procacciava d'ingannare a sua madre le ore contate dall'afflizione; essa ragionava di tante cose passate, della loro casa, della vigna su la costa, della vecchia Marta, degli altri amici del paese. E ringraziava il cielo con tutta l'anima, quando vedeva che le sue parole avevano temperata per poco l'amarezza della sciagura presente. Ella nascose nel fondo del proprio cuore tutta la sua parte d'affanni; ella comprese e tolse sopra di sè quel dolore inesprimibile, che solamente pel cuor delle madri non è un mistero; quell'angoscia, la quale non trovava parole nè lagrime, perchè ha de' segreti che a umano orecchio non possono confidarsi e che il cuore altrui non ha mai conosciuto.

Non v'è piaga quaggiù che il tempo non sani; l'abitudine stessa del soffrire può talvolta diventar quasi cara e necessaria; l'amore, l'ambizione, la vendetta, il rimorso, lascieranno pur una volta in pace l'anima di cui han fatto strazio; ma la ferita che porta il cuor d'una madre per amore de' figli suoi, non v'ha balsamo che la medichi, non felicità nè tempo che vi spargano sopra la mesta consolazione dell'obblio.

Così, abbandonate e senza saper nulla mai di quel loro caro, Caterina e Maria trascinavano i dì, le settimane, in casa della vedova; la quale non aveva potuto far di meno di tenerle con sè per qualche tempo ancora, quand'esse, deliberate d'aspettare che fosse decisa la sorte del prete, ne la pregarono, a patto di pagarle trenta soldi al giorno, per le spese. Ciò veramente andava poco a' versi alla Giuditta, causa la paura di cert'altre visite della specie di quella prima che non aveva ancora dimenticata; ma poi, per amor di bene, non seppe dir di no.

Una mattina, erano uscite di buon'ora le due donne per andare insieme a vendere a qualche mercante di mode un velo nero trapunto dalla Maria, in que' dì solitari e mesti: era dessa, che col lavoro delle sue mani sostentava anche la madre. Essendo a caso capitate presso la piccola chiesa di S.***, la Caterina, la quale non lasciava passar giorno che non andasse a pregare il Signore per il suo povero figliuolo e per sè stessa, si volse a quella parte e fece per entrar nella chiesa. Ma d'improvviso la fanciulla, tutta compresa dal terrore d'una funesta ricordanza, le si strinse al braccio, la trattenne, e con voce segreta e supplichevole: — Oh no! madre mia, non andiamo in questa chiesa; io non devo, non posso entrarvi più.

— Perchè, Maria, perchè?... Che hai? tu tremi, diventi smorta! ti senti male?

— No! madre mia, è un segreto.... un segreto che nessuno doveva conoscere! Ah se sapeste che in questa chiesa.... O mio Dio! toglietene per sempre dal mio cuore la memoria!

— Maria! che mistero è questo? parla, dimmi...

— Qui no, no, cara madre!... Torniamo a casa, ve ne prego, e vi dirò tutto. Oh povera me, oh povero mio fratello!

E tornarono a casa. In quel giorno Maria non trovò parola che potesse spargere un po' di serenità su l'addolorata fronte di sua madre. Attendeva taciturna a' suoi lavori, s'appartava soletta a ricamare al telaio, per nascondere la viva angoscia che l'opprimeva; ma più d'una volta un leggero gemito, un volger degli occhi al cielo, un giunger le mani inquietamente, scoprivano il patimento del suo cuore. Invano la madre la stimolava a confidarle quel segreto. — Oggi non potrei, rispondeva; domani, mamma, domani saprai tutto! Oh dimmi prima che mi perdonerai!

Pure, venuta la sera, quand'esse rimasero sole, in tempo che la vedova era discesa dalla portinaia della casa a pescar le novità, ch'erano poi sempre le solite, la fanciulla non potè resistere più alla materna preghiera; e con molte parole, spesso interrotte da lacrime e da scuse, raccontò l'amor suo, la promessa, il giuramento che quel giovine le aveva fatto, i dubbii, il timore che le avevano persuaso di ricorrere al fratello, e tutto ciò ch'era avvenuto di poi; e in fine non tacque nemmeno ch'ella si teneva certa di non essere stata tradita, e aveva la persuasione che la disgrazia del suo povero fratello non era avvenuta per causa sua.

La buona Caterina amava tanto la figliuola che non ebbe pure il pensiero di farle il più piccolo rimprovero, perchè si fosse abbandonata ad un innocente sì, ma incauto affetto. In vece le compativa, e procurava ella stessa di consolar quella fede e quell'ingenua aspettativa, ch'erano la vita della sua Maria. Così la conoscenza di quel segreto, se non valse a scemare, parve almeno far più leggero, col disviarlo, il dolore delle due disgraziate: poichè sembra che un'arcana pietà del cielo nutra il conforto della fiducia nel momento più grave dell'affanno, e rivolga a consolazione d'un cuore travagliato quelle stesse memorie che a un cuore libero sarebbero di troppo molesto peso.

E così forse il Signore le preparava a poco a poco a una più tremenda, inaspettata disavventura.

In quella stessa sera, la madre e la figlia sentivano nell'anima una confidenza cara quasi al pari della certezza; e quantunque fosse riuscito vano il poco che avevano potuto tentare a fine di rivedere il loro Carlo, o di sapere almeno qualche cosa di quell'unica vita in cui s'eran raccolte tutte le loro speranze, tutti i loro timori, pure non avevan creduto mai come allora a un buon presentimento.

Maria, seduta accanto del tavolino, stava leggendo una pagina d'un suo libricciolo alla madre e alla vedova amica; le quali, composte a religiosa attenzione, pendevano dalle labbra di lei; quel libro era l'ultimo ricordo donatole dal fratello, era l'aureo volumetto dell'Imitazione di Cristo. Essa leggeva, e l'incerto raggio del lume che le ardeva vicino, sembrava quasi circondare la sua candida fronte di quell'aureola, che si suol vedere dipinta intorno alla testa de' santi.

«Non si turbi dunque il tuo cuore, e non abbia paura.

«Abbi fede in me, e nella mia misericordia ti fida.

«Quando tu pensi d'essermi più lontano, allora è spesse volte ch'io ti son più vicino.

«Quando tu credi quasi perduta ogni cosa, allora le più volte tu hai in mano maggior materia di merito.

«Non è tutto gittato, perchè alcuna cosa ti sia avvenuta sinistramente.

«Non dêi tu giudicar delle cose secondo il presente tuo sentimento, nè per alcuna disavventura, onde che ella ti avvenga, scorarti tanto perdutamente, nè in modo riceverla, come se ogni speranza ti fosse tolta di dovertene rilevare mai più.

«Non volerti credere derelitto del tutto, se per alcun tempo io ti mandi alcuna tribolazione, oppure io ti ritolga la bramata consolazione; essendo che per tal via si va al regno de' cieli....

«Quello che ti ho dato, il mi posso ritogliere, e rendertelo quando mi piaccia.

«Quando alcuna cosa ti do, ella è mia: quando me la riprendo, non prendo del tuo; poichè mio è ogni bene e ogni dono perfetto.

«Se io ti lascio venire gravezza alcuna o avversità, non isdegnartene, nè cader di animo; io posso rilevartene prestamente e cambiarti in gaudio ogni noia.

«Ma non pertanto io son giusto, e da commendare altamente, quando io fo questo con te!...»

La fanciulla leggeva queste schiette e sublimi parole con tanta verità e dolcezza, che parvero alle due donne un consiglio venuto dal cielo.

— O mia madre! disse poi Maria, il libretto che vedete è un dono che m'ha fatto, gli è poco tempo, il nostro Carlo! E queste parole mi sembran le sue... Io mi ricordo ch'egli stesso me le fece leggere un giorno, quel primo giorno che venne lassù a visitarci, dopo la morte di nostro padre. E ogni volta ch'io ne rileggo solo una pagina, non so come, mi sento più forte, più in pace.... Oh! egli è buono, egli è un'anima santa, il nostro Carlo, e il Signore avrà pietà di lui e di noi!

Caterina abbracciò sua figlia con gran tenerezza, e poi staccossi da lei, per andare a coricarsi.

La fanciulla, rimasta sola, riaperse a caso il libro, e le cadde sott'occhio un foglietto scritto dalla mano di suo fratello, e forse dimenticato là entro: eran gli ultimi versi ch'egli aveva dettati.

IL CALICE DEL DOLORE. O Signor, s'egli è decreto Che il tuo servo a te ritorni, Pria che pieni egli abbia i giorni, Io t'adoro umíle e lieto! Vegga alcun di me più degno Il meriggio del tuo regno. Sento anch'io, che s'avvicina La stagione a me suprema; Pure ondeggia, e spera, e trema L'alma schiava e pellegrina; Come indomito nemico, Sorge ancora il dubbio antico. Tu che il puoi, Tu la tempesta Della vita, o Dio, m'acqueta! Del tuo raggio almen fa lieta La brev'ora che mi resta. Quanto io piansi, e quanto amai, O mio Dio, Tu solo il sai! Nella polve a Te prostrato, Bevvi al calice del duolo: Ebbi un voto, un grido solo, Sotto il pondo del mio fato! Ma la voce dell'eletto I fratelli han maledetto. O mia patria antica e bella, O mio sole, io vi saluto! E tu, madre, e tu, sorella, Ond'è mai quel pianger muto? Ogni stilla è in ciel raccolta: Ah pregate! Iddio v'ascolta. Deh! se il figlio t'abbandona Tutta sola in questa terra, Al dolor della sua guerra, Pensa, o madre, e gli perdona! La sua vece è omai compiuta, L'ora santa è già venuta. Apri, o Dio, la ferrea stanza, Che non s'apre al mio lamento; Scendi a me nel gran momento, Mi rinnova la speranza; Su la bocca scolorita Posa l'ostia della vita! Prega allor, mia dolce suora, Fior che il cielo in terra mise, Che le nostre alme divise Ricongiunga l'ultim'ora! Prega, e riedi alla tua sfera; Patria questa a noi non era!

La fanciulla lasciò cadere una calda lagrima su gli amati caratteri, i quali, mentre leggeva, le si offuscavano, le si confondevano sotto gli occhi... Ma il terrore ristagnò il pianto, un arcano terrore più grande d'ogni angoscia. Dio buono! quelle parole eran dolorose, come il lamento d'un uomo vicino a morire. Allora la poveretta perdè il cuore, e volle, ma non potè piangere.

Batteva la mezzanotte. Que' rintocchi sordi, prolungati dell'ore le rispondevano fino all'anima, come il suono lento della campana dell'agonia. Era sola, in mezzo a una luce fioca, moribonda, a quella luce stanca, ondeggiante della candela vicina a spegnersi; i suoi pensieri erravano dietro le incerte larve della fantasia, si facevan tutti d'un fosco colore; una tema assidua, indefinita, uno stringimento al cuore, strano, non provato mai, eran più forti del suo coraggio. Ella fece pochi passi per accostarsi al suo letto, ch'era in un canto di quella camera; ma non n'ebbe la lena, e sedette di nuovo allo stesso luogo. Allentò su la tavola le braccia in croce l'uno sopra l'altro, e su vi lasciò cadere il capo oppresso e stanco. Allora fu la pietà del cielo che diffuse nelle gracili sue membra quel profondo sopore che somiglia al sonno, e che, se non conforta, interrompe almeno la fatica d'un gran dolore. E la misera ne aveva tanto bisogno!

Il dì seguente, si mormorò da alcuni, e la terribile nuova giunse pure alle sventuratissime due donne, che in quella stessa notte, colto da sùbita e crudel malattia in poche ore, il povero don Carlo era morto. Fu un rumore sordo, occulto, ben presto soffocato e ben presto dimenticato.

Ma passati due mesi, nessuno seppe, nessuno raccontò che la disgraziata sua madre finisse anch'essa di crepacuore e di miseria in un letto dell'ospedale. La morte d'una madre è cosa troppo santa e pietosa; a me mancan le parole per raccontarla, e la fanciulla anch'essa non confidò il segreto di questo suo dolore a nessuno.... Ella non aveva più nè fratello, nè madre. Povera Maria abbandonata!

VII. IL PANE ALTRUI.

Ditemi dove sia chi ricordi le gioie e i dolori del povero, chi ne racconti l'amore schietto e vero, come la sua povertà, la buon'amicizia, la generosità che ignora sè stessa; ditemi dove sia chi dipinga la sua virtù, più feconda di quella de' sapienti, la sua fede sincera, la sua speranza nell'altra vita?

E chi volete che ripeta le rozze canzoni del povero, la sua spensierata ilarità, che numeri le sue dure giornate e i figli suoi, che rammenti il suo nome, di padre in figlio; se, quando battè stanco del cammino alla porta altrui, nessuno gli aperse, se nessuno sa che egli era vivo, e che poi è morto?

Eppure le catapecchie aperte al sole e al vento sorgono accanto de' bei palazzi, e al piede delle ville superbe stanno i tugurii co' loro spenti focolari. Per le strade e pe' corsi, la carrozza del signore urta e sperde la folla; e vedi il funerale del povero andar rasente la muraglia della via, quasi messo in fuga, mentre la turba curiosa s'arresta a contemplare un cocchio vòto e due livree listate d'oro, alla porta d'un antico palazzo.

Ma la provvidenza non dimentica i poveri che sopportano la fatica, che non chiedono altra consolazione, tranne quella di guadagnare il pane pe' loro figliuoli. Essa sola può rendere il bene fecondo per tutti, essa che dalla debolezza suscita, quando che sia, il coraggio e la forza, essa che fa nascere dalle lagrime la gioia, e apparecchia la pace a coloro che han sostenuto lunghe prove; quella gioia che si ravviva a ogni lieta benchè piccola vicenda, e quella pace che s'acquista quando il cuore senza viltà può benedire altrui. Il povero che divide col fratello più infelice di lui la mercede prima numerata con avara brama, si getta la notte sul suo stramazzo, forse più tranquillo e pago che non il milionario, quando si riposa in letto sprimacciato, su' gonfi guanciali, protetto dal baldacchino di velo frangiato, dopo avere aperta una scuola, o fondato un ospedale, dove gli par già di vedere, su la fronte della porta, scolpito in pietra il suo nome e i suoi titoli superbi, pagati coll'oro, o con la viltà.

E poi nessuno v'è che poco o assai non viva per la domane. Se a ogni passo trovi chi bestemmia la povertà ne' giorni numerati sempre dagli stenti, i balzelli che non ristanno, il pane che rincara, trovi pure chi maledice alle noie della vita, al piacere marcito dall'abitudine, alla grandezza che fugge sempre, all'anima stessa che non si riposa mai. E lo scontento agita gli uni e gli altri: colui che vanta un gran nome e un gran censo, che ha sempre pranzi e ville, donne, cavalli e teatri, sen va felice d'essere invidiato; ma egli stesso ben sovente invidia la ruvida indifferenza, la credula mente, e la dura libertà del povero.

Intanto gli anni passano per tutti, il sole nasce e tramonta su le prosperità e su le disavventure umane, la natura spoglia e riveste la sua bellezza; ma l'età perde i suoi fiori, e non si rinnova più! E l'uomo, quest'essere così fiacco insieme e forte, così timido e così audace, l'uomo non sente venir meno la vita, e cedere quasi sotto ai piedi la terra; non s'accorge che, a una a una, sfumano innanzi a lui le più gentili e care illusioni, che la sua memoria ha l'ale corte, che il suo cuore si va sempre più stancando di battere..... Oh quant'è più felice colui, il quale, nell'allegrezza e nel dolore, non sa che credere, sperare e amare!

Sul cadere di una malinconica giornata di novembre — era appunto il dì de' morti — un'orfanella, in povero ma decente vestito bruno, e coperta d'un velo, se n'andava, assorta in profondi pensieri, verso il campo santo suburbano di Porta Tosa. Il sole non era tramontato ancora; ma si nascondeva innanzi tempo dietro una gran fascia cenerognola di nuvole; e pareva negare il mesto e poetico saluto dell'ultimo suo raggio a quella vasta e sacra campagna, tutta seminata di basse croci, e a quella gente buona e fedele, venuta a consacrare un'ora alla memoria e alla preghiera, nel soggiorno de' trapassati.

L'orfanella entrava anch'essa nel campo santo, in mezzo a una processione di povere donne, delle quali parecchie venivano traendosi dietro due o tre figliuoletti, alcune si recavano un bambino su le braccia, altre camminavan sole e taciturne; e quale se ne andava pregando in compagnia, e quale piangeva, e quale si fermava in un compunto raccoglimento. Essa attraversava que' nudi sentieri; e lasciava dietro a sè alcuni buoni vecchi, che, tenendo il bastoncello in una mano e il rosario nell'altra, recitavano con mesta cantilena quelle orazioni che presto dovevano esser ripetute sul proprio loro capo. Vedeva, qua e là, al piede della bassa muraglia, all'angolo di qualche cippo, mendicanti accosciati sul terreno, appena coperti dagli ultimi cenci e portanti su le ginocchia le stampelle incrocicchiate, andar invocando lamentevolmente la pietà di chi era men povero di loro: vedeva più d'una madre infelice, circondata dalla miserabile corona di tre o quattro bambini, l'uno lattante, piangenti gli altri, sollevar la testa e con gli sguardi muti e l'estenuato aspetto raccomandarsi alla carità del passeggiero, nel nome di Quella che fu chiamata la Madre de' dolori; e da lontano e da presso, d'intorno a lei, in ogni canto, spargersi in pietosa ricerca, entro per quella folta selva delle croci, intere famiglie; e poi, a mano a mano, ciascuna di queste raccogliersi vicino a una croce nota, inginocchiarvisi all'intorno, rispondere insieme alla stessa preghiera; da un'altra parte, un vecchio già curvo insegnare al figlio adolescente, sul cui braccio s'appoggiava, dove riposasse suo padre e dove la madre sua; e qui, una donna starsene solitaria e muta presso una lapida recente; e là, al piede d'un'altra, due giovanette pari d'età e di sembianza, che sembravan gemelle, spargere pochi fiori e piangere senza ritegno.

Maria, la nostra orfanella, s'aggirava anch'essa nel sacro terreno; ma non cercava una croce, perchè questo santo segno non era stato posto per distinguer dall'altre la fossa della povera sua madre. Pure, essa conosceva quella zolla, ignota a tutti, cara a lei sola; essa aveva veduto scavar quella terra, l'aveva visitata, quando nessuno era passato ancora a calpestarla; e di poi, quando un'erba verde e fresca la ricoperse, era tornata spesso a pregare colà; ell'amava quel breve palmo di terra, e amava le bianche pratelline che lo smaltavano.

In quel dì solenne, Maria aveva speso i piccoli risparmi del suo guadagno per far celebrare una messa di suffragio per l'anima di sua madre; e poi era venuta a visitare un'altra volta quell'angolo santo, a ripetere una di quelle orazioni, delle quali non è parola che non salga nel cielo. Era là, in ginocchio, con la persona abbandonata mollemente e come stanca; e lasciando cadere sul grembo le mani intrecciate, rivolgeva al cielo la faccia, in quel soavissimo atto in che il Bartolini ha scolpito la sua divina statua della Fiducia in Dio. Affissandosi alla lontana dimora de' cieli, le pareva che l'anima di sua madre potesse di lassù vederla, e che ancora le benedicesse; e in fondo del suo cuore, mista alla dolcezza di quel sacro dovere, si risvegliava una segreta fidanza, una virtù tranquilla, che il Signore non l'avrebbe abbandonata mai. Il solo pensiero che in quell'ora dolorosa le fosse grave era quello di non sapere in qual altro canto di terra avessero portato a riposare per sempre lo sventurato suo fratello, di non potere almeno spargere qualche lagrima là, dove forse nessuno mai aveva detto un requiem.

Così, benchè sola al mondo, la povera orfana ritrovava ancora la pace nel sentimento religioso dell'innocenza e nella memoria de' pochi che l'amarono! Così, il ricordarsi di quel primo affetto, che sull'alba della vita era stato per essa un amaro disinganno, non la turbava più; non era che un'idea di tranquilla rassegnazione, o un sospiro di timida speranza! Anche il pensiero, che spesso l'assaliva, d'esser predestinata a morir giovine, allora non aveva più spavento per lei; era anzi come la mesta aspettazione di chi non vede l'ora che sia adempita una promessa. Essa aveva già assaggiata l'amarezza d'altri contrasti e d'altre angustie, in quel breve tempo ch'era passato dopo la misera morte del fratello e della madre; e nessun legame più l'univa alla terra.

Angiola Maria, dopo perduta la madre, restò per qualche settimana ancora nella casa della signora Giuditta la vedova del maggiordomo; e visse colà abbandonata, ma paga almeno di poter nascondere a tutti il travaglio del suo cuore. Ma quando, a poco a poco, il dolore si fece un po' quieto, e la mente tornò a' pensieri della vita e dell'avvenire, allora conobbe che anche troppo a lungo la vedova s'era pigliato carico di lei, e ch'ella, giovine e fresca com'era, doveva oramai cercare altrove di che vivere con la fatica delle sue mani. Sulle prime deliberava di tornarsene al paese, dove confidava di poter ancora compire onestamente i suoi pochi dì. Ma poi, non ebbe cuore di abbandonar così presto quel luogo dove suo fratello e sua madre eran morti, e dov'essa aveva amato e sofferto.

Una mattina dunque, prese il buon punto che la sua vedova amica, la quale, come sapete, era una donna piena di buona volontà per il prossimo, doveva andarsene non so dove, per certa raccomandazione; e arrossendo con una vezzosa modestia: — Ho a pregarla anch'io di una cosa, signora Giuditta, ho a dirle....

— Cosa volete? dite pur su col cuore in mano, la mia figliuola!.... Così la vedova, dopo la morte di Caterina, era solita di nominar l'orfanella, come una pietà segreta le suggeriva.

— Ecco qui, diceva Maria, lei ha fatto anche troppo per me; e io vedo in vece di non essere al mondo altro che un peso a quelli che m'han voluto bene... Ah sì, di quanto disturbo, di quant'angustia le siamo state causa noi, la mia povera mamma, e io massimamente! Oh così potessi almanco fare anch'io qualcosa per lei!... Ma pur troppo; non posso altro che tenermi nel cuore il bene ch'ella m'ha fatto, e pregare il Signore, che a lei ne renda altrettanto....

— Oh! non istate a dir così, poverina, chè avete sofferto anche troppo; e io non ho potuto far niente per voi....

— Lo può far adesso, signora Giuditta. Gli è un pezzo che ci penso, e capisco ch'è una vergogna... Buona come sono a guadagnarmi quel poco che mi può bastar a vivere, non devo star qui, come fin adesso, d'incomodo a lei e di bene a nessuno... È ben vero che fuori di lei non ho più chi pensi a me, non ho più a cui pensare: ma, tant'e tanto, ho risoluto d'allogarmi in qualche maniera, di mettermi a qualche servizio. Dica lei stessa, se non è vero che così fo bene?...

— Sì, la mia figliuola! avete un cuore, che dirlo è poco; ma v'andate cruciando a torto, e dovete star con me.

— No, no: è già troppo gran tempo, le ripeto; o non bisogna da vero che la vada così, perchè n'avrei sempre rimorso in cuore....

— Ma cosa pensate dunque di fare?

— Le dirò: prima volevo quasi tornarmene al mio paese, chè là forse potrei ancora trovar qualcheduno che si ricordasse di me; ma poi, venuta al punto di dir addio per sempre a questo luogo, dove avrei dovuto lasciare tutto quanto io aveva di caro, non ebbi forza di farlo; chè quasi mi pareva di perdere per la seconda volta la madre mia. Oh la mi compatisca, signora Giuditta! chè, in verità, c'è de' momenti, ne' quali non so nemmen io perchè sia ancor qui! Ho pochi anni, è vero... ma, adesso, che ho a fare a questo mondo?...

— Oh vi compatisco sì, ma certe cose non bisogna poi prenderle tanto sul serio, perchè staremmo freschi allora! Già lo so che avete la testina un po' guasta.... È stata una gran benedetta signora quella nostra padrona! e coll'avervi tenuto con sè ne' vostri primi anni e fatto imparar a leggere e scrivere troppo presto.... Vedete, certe idee che avete voi, io non le ho mai avute, nè anche in sogno.

— Ma, lei è buona, e non m'abbandonerà così! Per carità dunque, lei che conosce tante brave persone, mi raccomandi a qualcheduna: chè mi trovino un posto qualunque, un luogo, un servizio, tanto che mi dia come poter campare questi dì che m'avanzano; io cerco poco, e purchè, come le ho detto, non abbia a darle più questa noia, io m'accontento.

— Lo farò, Maria, se voi lo volete, lo farò: oh vivesse ancora la buon'anima di mio marito! quello era un uomo di proposito; ha servito sempre delle eccellenze..... ah! ma saran quasi vent'anni ch'è morto!...

— O signora Giuditta! una buona parola soltanto, a qualche pia dama, a qualche signora.... può valer molto; e io la terrò come un nuovo benefizio.

— Bene, sì! parlerò, vi prometto, lasciate pensare a me... Andrò questa mattina stessa dal signor canonico ****, ch'è un bravo, un sant'uomo, e che conosce tutti gli ottimi signori di Milano.... Ma, non credeste mai che non vi volessi più in casa mia!...

— Oh perchè, dopo tutto il bene che m'ha fatto, mi vuol dare questa mortificazione? No, no! l'assicuro, signora Giuditta, quel che le ho detto è il più vivo desiderio che mi sta in cuore!

— Dunque farò come volete, e quando prometto io... — E fattole una carezza, se n'andò.

Benchè la Giuditta fosse una donnicciuola sincera, e avesse, per dir vero, fatto qualche bene alla nostra fanciulla e a sua madre, nella passata loro strettezza, pure non intendeva di prendersi sopra di sè il peso di quella giovine; la quale, secondo lei, aveva mani e braccia come tutte l'altre, e non era che un po' ammalata di testa. E poi, siccom'essa era sempre stata avvezza a quel monotono andare di vita, a quel piccolo inerte egoismo d'una vecchia governante pensionata, così quel gran guai ch'era sopravvenuto al povero vicecurato, le era parso un pensier del malanno, un garbuglio, un finimondo. Far del bene al prossimo, sì — pensava la Giuditta — quando per l'altrui bene non ci vada il nostro, la salvezza dell'anima, come andrebbe qui; perchè la cosa è seria e brusca.... E se la Caterina era una buona donna, e se la Maria è una tosa d'oro, c'è però di mezzo quella storia scura del prete, che non ho mai potuto capire, e di cui ho fatto bene a tacer sempre, come m'aveva saviamente consigliato il signor Giosuè.

Ella dunque non lasciò fuggir l'occasione: la stessa mattina, appena la fanciulla le ebbe spiegato il suo cuore, trottò diritto alla casa del signor canonico; e, trovato il modo di parlargli, narrò la disgrazia dell'orfana, e lo scongiurò, con una litania di lamenti, che la pigliasse sotto la sua protezione. Egli le promise di far qualche cosa, e durò gran fatica a rinviarla, chè la non finiva più di piagnucolare.

Passati alcuni dì, la vedova ritornava alla porta del canonico, il quale non era in casa; ma essa, con la pazienza di chi vuol ottenere a qual si sia costo, l'aspettò due lunghe ore. Alla fine il canonico comparve, e veduta che l'ebbe farsegli vicino e attaccarsegli alla zimarra, — Siete una benedetta donna, le disse, ve l'avevo pur detto d'aspettare che vi facessi avvertir io stesso! Ma via, poi che la vi preme tanto, dite a questa vostra giovine che la si presenti, domani, verso mezzodì, alla signora marchesa ****, alla quale ho già parlato di lei; vedrò d'esserci anch'io, e faremo di trovarle un destino. Domani.... a mezzodì.... avete inteso?

— Oh quanta carità, signor canonico! Lei fa da vero un'opera santa! — E si chinò per baciargli la mano, ch'egli, per modestia, nascose nelle pieghe della zimarra.

— Sì, sì: andate, la mia donna, e ringraziate Dio che ci sieno ancora al mondo persone caritatevoli. — E passò innanzi.

Non è a dire quanto lieta tornasse a casa la vecchia Giuditta, con questa novella; lieta, perchè nel riuscirle di metter via, com'essa diceva, una giovine onesta, le era pur concesso alfine di racconciarsi nella sua pace casalinga, salvando l'opinione della pietà. Appena pose il piede sul suo limitare, non potè trattenersi dall'abbracciar la giovinetta, dicendole: Lo sapevo ben io, che quel brav'uomo del signor canonico non promette per niente! Non ve l'ho detto, ch'egli avrebbe subito trovato dove allogarvi?.... Ebbene, la cosa è fatta: domattina vi presenteremo alla marchesa ****, ch'è una gran signora, una dama che ce n'è poche come lei, una di quelle sul far della mia povera padrona, delle quali pur troppo s'è quasi perduta la stampa; mettetevi nelle sue mani, e al resto non pensate; è il caso vostro, e ne son contenta per voi!....

— O signora Giuditta, quanto le devo mai! Queste sue parole danno la vita, e io ne la ringrazierò e benedirò sempre.

E Maria passò quella giornata nel rassettare il suo miglior vestito, apparecchiata da quel momento a mettersi per la via che la volontà del Signore le destinasse.

Il giorno seguente, al primo tocco del mezzodì, le due donne si trovavano alla casa della marchesa, poichè la Giuditta s'era messo in capo di volere ella stessa presentarla a quella dama. Entrarono in uno di que' vecchi palazzi, che portano un nome storico, e de' quali pochi avanzano nella nostra città; uno di que' palazzi che, in mezzo alle nostre moderne case dalla fronte gretta e linda, dalle molte finestre e da' leggeri terrazzini, mostrano ancora la pesante e soda struttura d'un secolo e mezzo fa, il gran frontone della porta, i muri intonacati di sasso nericcio, i radi e ampii finestroni con le loro fosche invetriate e gli enormi davanzali: appunto come appare talvolta, in mezzo a gaia gioventù, uno di que' zazzeroni sessagenari che non si sono ancora emancipati dalla coda e dalla polvere di Cipri, nè dalle grosse fibbie d'argento alle scarpe, nè dai due tondi orologi di Bordier con le catenelle d'acciaio a pendaglio sotto la giubba larga e quadrata.

Per uno scalone, che pareva il vestibolo d'una chiesa, salirono al quartier della dama. Un vecchio servitore, infagottato in una livrea orlata di passamano turchino, ricevette le due donne in una vasta anticamera; e le fece di là passare nell'attigua galleria lunga e buia, dove stettero ad aspettare il buon momento di presentarsi alla signora marchesa. E passata una mezz'ora, che a loro parve eterna, una gran scampanellata destò gli echi di tutti que' cameroni, e fece batter più forte il cuore delle due donne, avvertendole che il buon momento era venuto. Quello stesso vecchio servitore attraversò la galleria, borbottando fra le gengive, e scomparve dietro una porta rivestita di flanella verde; ma indi a poco tornò, e tenendo aperto l'usciale che metteva alle stanze interne, fece segno alla giovine che lo seguisse; e lasciò la vecchia, dispettosa di quel complimento, a contemplare a suo grado i seggioloni d'alta spalliera che fiancheggiavan le pareti, le facce torve e barbute di que' quadri neri e le soffitte di legno di noce a cassettoni dell'antica galleria.

Benchè il passo della fanciulla fosse tremante, e più tremante il suo cuore, nell'attraversar le due sale che conducevano al gabinetto della sconosciuta dama, pure rassicuravasi pensando, che quella signora, s'era vero ciò che la vedova le aveva detto, doveva esser buona e pietosa; e rammentava la prima sua benefattrice, la contessa Anna; ma tanto aveva sofferto la poveretta, che non confidava più di trovar chi potesse amarla adesso, com'era amata allora.

Quando il servitore ebbe aperto l'usciuolo del gabinetto, s'intese di là entro una voce: — Venite pure, quella giovine, venite; la signora marchesa ha la degnazione di ricevervi.

Ella entrò, in atto rispettoso, fece alcuni passi, e modestamente sollevò gli occhi. La marchesa era seduta sur un canapè rivestito d'una copertura di seta gialla, scendente fino al suolo e foggiata a guisa di cortine; tutto il gabinetto e il rimanente della suppellettile era pure tappezzato d'una stoffa gialla, a grandi screzii e fiorami, riquadrata entro cornici sottili, dorate, adorne de' più bizzarri fregi, intagli e ghirigori, che avrebber fatto la maraviglia de' nostri moderni amatori dell'arredare antico. Parea e malinconica penetrava la luce per l'unica finestra del gabinetto, di sotto a' lembi semiaperti di due tende di damasco verde, rischiarando a pena un quadro sacro di fresca data, che pendeva su l'opposta parete, in una gran cornice nera a trafori; il ritratto d'una santa vergine e martire.

La signora marchesa mostrava nell'aspetto la dignità d'un buon mezzo secolo compiuto; e benchè altri non fosse con lei che il signor canonico, suo direttore spirituale e amico di casa, pure la si teneva ritta e dura su la persona, con la faccia secca, grinzosa, e acuto il mento, e le braccia strette a' fianchi e distese sul grembo, come si disegnano le sfingi. Una cuffia bianca di ricchi merletti a cannoncini le s'impadiglionava su la testa e proteggeva due ciocche di capegli biondi artificiali; uno scialle nero le copriva le spalle magre e la persona; e i suoi piccoli piedi, che forse erano stati la disperazione de' ballerini dell'aristocratico minuetto, spuntavano appena dal lembo della sua sottana color di nocciuolo, per appoggiarsi sur uno sgabelletto di cannucce. Sul tavolino che le stava dinanzi, era un monticello di libri co' dossi e fogli dorati, volumi superbi al di fuori ma umili e pietosi al di dentro, un calamaio di cristallo co' becchi del pennaiuolo d'argento, posato su d'un fascio di lettere e carte, e un vassoio d'eguale fattura.

Il canonico, che le sedeva a lato, finiva allora di succhiar la consueta cioccolata sul dipinto labbro della chicchera, e per una sua vecchia abitudine ne risciacquava il fondo coll'acqua cedrata: egli era in veste talare, secondo il suo costume per le visite della mattina; delle quali la prima era appunto per il buon cioccolate della marchesa.

Due lunghe, uguali e scrutatrici occhiate, della marchesa, vo' dire, e del canonico, furono il primo interrogatorio che subì la fanciulla; e bastarono a rapire al suo cuore la poca fiducia con che veniva, e ad agghiacciarle su gli occhi una lagrima di gratitudine, che già v'era spuntata. Essa cercava invano sul volto bianco e arcigno della severa dama un ricordo della simpatia e del sorriso della buona e mite contessa, ch'era stata la sua seconda madre. Gli occhi piccoli e bigi della marchesa, e le sue labbra sottili senza colore, e compresse in uno stentato risetto, davano alla sua fisonomia un non so che di stranamente pietoso, un'apparenza di compassata bontà. E bisogna dire che l'esame di quelle occhiate non fosse molto propizio alla nostra Maria, se le prime parole che la dama le rivolse, furon queste: — M'avevano detto che una povera giovine cercava di raccomandarsi alla nostra compassione; ma siete voi? vestita così come venite, m'avete aria d'una damigella!

— Signora marchesa, mi perdoni! Io porto ancora questo vestito nero, perchè ho perduto mia madre; nè mi pare ch'esso disdica alla mia umile condizione.

— Però quel color nero fa spiccar la vostra fisonomia; siete un po' pallida, ma bellina.

— Oh! mia signora, non mi mortifichi così!

— Via, non arrossite!... Ma lasciamo andar questo per ora, e veniamo al sodo. Dunque, lei, signor canonico... E così dicendo volgevasi verso di lui con un chinar del capo — lei, m'assicura da vero.... Perchè, aggiunse fissando di nuovo gli occhi su la fanciulla lo dovete alla sua raccomandazione, se acconsento a far qualche cosa per voi....

— Oh signora marchesa!... la prego, la prego... disse in atto d'umiltà e di riverenza il canonico; già è la nostra parte, di noi altri preti, quella di procurar il bene de' poveri. E quando s'ha la fortuna d'aver a fare con dame illustri e pie, come lei, signora marchesa....

— Il male è, ripigliò questa, che pur troppo la nostra carità il più delle volte è sterile: è il grano che cade in terreno sassoso, come dice il Vangelo. Ma, parlando di questa giovine, spero che n'avremo bene.... Dunque voi vi chiamate?...

— Angiola Maria ****. I miei parenti erano poveri, ma onesti.... e adesso sono morti....

— Sì, sì, la solita storia; tutte dicono così! ma prima, spiegatevi: v'adattereste a servire?

— Ah! rispose Maria con un profondo sospiro; non mi rimane altro destino, bisogna ch'io sia pur rassegnata a questo.

— Eh! mi pare che abbiate il vostro piccolo orgoglio anche voi....

— Bisogna compatirla, mormorò il signor canonico; era usa a star bene, e m'han detto che passò qualche tempo in una casa di signori inglesi....

— Ah sì?... domandò strabiliando la marchesa; veramente, questa è una circostanza che non mi piace niente affatto.... Ma chi vi mise in quella casa forestiera?

— È stata una fortuna.... il caso.... io era la compagna delle damigelle di quel signore; stetti alcuni mesi con esse, dopo che io le ebbi conosciute sul lago; e fu il mio povero fratello....

— Vostro fratello? dunque voi avete un fratello?

— Io l'ho avuto.... Anch'egli è morto, signora. E qui non potè stare di nascondere fra le mani il volto e le lagrime che quelle memorie le chiamavano su gli occhi.

— E questo vostro fratello che cos'era? Così, con la freddezza di un giudice che processa, continuava la marchesa il suo interrogatorio.

— Era vicecurato in un piccolo paese, a ***.

— Come?... come?... interruppe allora il canonico; e battendo la tavola con una palmata, che fece sobbalzare a un punto il calamaio, il vassoio, la tazza e i libri: sarebb'esso mai questo vostro fratello, il prete Carlo ***?

— Egli stesso! proferì con fioca voce la sbigottita giovinetta, e chinò subito sul seno la faccia, lasciando in quell'atto cadere il velo, che prima aveva sollevato.

— Possibile?... oh vergogna!... scandalo!... orrore!... Signora marchesa, signora marchesa, non ne facciamo niente.... io ritiro la mia raccomandazione..... Non si può, la mia ragazza, non si può! So ben che ci canzonate!

— Che cos'è mai? per amor del cielo! dica, signor canonico, si spieghi, ch'io mi sento già venir fredda!... E la marchesa, sbarrando con ispavento i suoi piccoli occhi, scuoteva la cuffia a gran rischio di scompigliare le bionde sue ciocche.

Il canonico si levò in piedi, e delle braccia fatto arco su la tavola, si chinò all'orecchio della marchesa, sfiorando quasi con le labbra i merletti della preziosa cuffia; e le susurrò, in poche parole, non so che mistero.

Ma quelle sue parole furono come un tocco di folgore. La marchesa balzò in piedi anch'essa, con una ciera sdegnosa e stralunata; lanciò alla povera tosa un'occhiata fulminea; ma poi, a poco a poco, si ricompose nella prima dignità, e mutato lo sguardo dell'ira in quello della gelida compassione: — Andate, povera giovine, le disse, andate! Io ne sono proprio accorata, ma non posso far niente per voi... la cosa è troppo seria. Voi forse non ne avete colpa, ma le leggi, il governo, la religione, e la quiete della mia coscienza voglion così; è impossibile, impossibile!....

Ciascuna di queste dure parole apriva nel cuore di Maria una nuova ferita. Una maledizione le era dunque caduta sul capo, una maledizione terribile, immeritata, che faceva altrui delitto la pietà verso l'infelice orfanella? Era dunque l'infamia che pesava sopra il nome del suo fratello, sopra quel nome innocente e caro? Essa tremava come se fosse veramente colpevole; la sua mente si smarriva, nè so qual forza la sostenesse in quella difficile prova. Ella s'avanzò con sommessione, com'era venuta, verso la sdegnata marchesa; e timida arrischiò un passo e tentò di baciar la mano di lei, per chiederle perdono d'averla sturbata. Ma la pia e superba dama ritirò la mano, e la congedò dicendo: — Mi rincresce, la mia ragazza, ma, per ora, non m'è concesso assolutamente di potervi far del bene. Chi sa che col tempo.... Piuttosto, cercate ricovero in qualche casa oscura, in uno stabilimento di carità, in un ritiro.... sarà meglio! E intanto tener lontano i pensieri mondani, avvezzarsi alla modestia, al raccoglimento.... e sopra tutto poi, alla rassegnazione. Quanto a me, vi prometto, che se m'avverrà, spenderò forse per voi qualche buona parola anch'io.... ma dipenderà dalla vostra buona condotta.

E così detto, si volse al suo fedele consigliero, e si mise a parlargli in segreto e con gran calore.

Maria trovò nella galleria la vecchia Giuditta; la quale, rassegnata ad aspettarla, erasi a tutto bell'agio accovacciata entro un gran seggiolone del seicento, sotto i piè d'uno degli antenati della marchesa; uno di que' cinquanta ritratti, con irti mustacchi, gorgiera spagnuola, cappa bruna e brache gonfie e listate. E, come vide Maria, le venne incontro con volto sereno, che voleva dire: E così? siete contenta?

Ma la fanciulla, tutt'ancora confusa, le prese tremando la mano, e stringendosi a lei vicino: — Andiamo, le disse, andiamo via! Oh lei, signora Giuditta, è più buona di loro: lasciamo per carità questa casa, le dirò tutto poi. — E partirono.

Fu dopo questo, e dopo un novello inutile tentativo appresso d'un'altra caritatevole signora, la quale trovò Maria d'età troppo fresca per poter far da cameriera a una sua figliuola che doveva andare a marito, fu allora che la povera giovine accettava di collocarsi, come ricamatrice, nella bottega d'una crestaia, una delle cento amicizie antiche della signora Giuditta. E si tenne abbastanza fortunata, chè almeno in quell'oscura vita nessuno le avrebbe rimproverato il suo dolore e la sua misera condizione; nessuno sarebbe venuto ancora a ripeterle all'orecchio una maledizione all'infelice fratel suo.

Così aveva passato già sei mesi nella povertà e nel lavoro, paziente e tranquilla. Era come s'ella fosse morta per tutti; nessuno che domandasse il suo nome, nessuno che le dicesse una parola amorosa, o le avesse chiesto mai il perchè della sua tristezza. Anche la signora Giuditta, da prima così premurosa, così affannona, pareva averla dimenticata; poichè, appena le venne fatto d'appoggiare altrove la fanciulla, non si lasciò più vedere. Non già ch'ella fosse senza cuore, ma voleva respirare da quel gran trambusto avuto in poco tempo, chè non s'era figurato mai potesse succeder tanto al mondo a una donna. Maria però era venuta più d'una volta a visitarla, perchè essa non avrebbe potuto dimenticar mai il più piccolo bene a lei fatto; e poi, quella dimora era stato l'ultimo asilo della madre sua, innanzi che l'avessero portata via, all'ospedale; era là, che il suo Carlo l'aveva condotta in un giorno di fatale disinganno; era là, che essa l'aveva veduto l'ultima volta.

L'onesta crestaia la teneva in casa sua, e le aveva destinata una cameretta buia, a mezzo la scala, che prima serviva all'uso di ripostiglio, e che rispondeva sur un cortiletto angusto e uggioso. In quel bugigattolo altro non c'era che un cassettone, un letto povero e basso, o piuttosto una grama materassa gettata su due panche nane, e un piccolo scanno nella stradetta fra il letto e la parete. Una luce morta, chiusa dal colore oscuro delle tettoie all'intorno, calando a traverso de' piccoli vetri verdognoli della finestra ferrata, dava a quell'umide pareti un aspetto più tristo ancora, e quasi di carcere.

Eppure la buona orfanella, allorchè si trovava nel misero asilo, dove poteva pensare o piangere non veduta, credeva ancora d'esser libera; essa, che un tempo temeva di restarsene sola, allora cercava, amava il silenzio e l'ora solitaria. E quando, dopo l'assiduo lavoro della giornata, ritornava alla tarda sera nell'abbandonata cameretta; e quando in ginocchio a fianco del suo letto, chino il viso su le povere coltri, offeriva al Signore il giorno ch'era passato; il Signore allora spirava in quell'anima vergine l'alito della rassegnazione e della pace. E poi, ella coricavasi col cuor libero e con la mente serena, dormiva ancora i soavi sonni dell'infanzia. E l'angelo custode vegliava certamente nella sua nube sopra il capezzale dell'innocente.

Così dunque Maria aveva passato sei mesi. E nel giorno de' morti era venuta su la fossa della madre, fra i poveri e i buoni, a portare anch'essa il tributo della sua orazione a quel Dio, che benedice al dolore prezioso de' piccoli, e rasciuga le loro lagrime.

VIII. LE ALUNNE DELLA CRESTAIA.

Se mai, al tramontar d'un bel giorno, quando, o miei giovani amici, andate a zonzo per le vie della città, lasciando vagar la fantasia dietro gli scherzosi buffi di fumo del vostro cigarro, vi siete fermati presso la porta invetriata della bottega d'una crestaia; se mai vi piacque d'andare sbirciando, con un'occhiata curiosa, la lieta scena che presentano le giovinette operaie in quel laboratorio della moda, io vo' scommettere che con un sorriso su le labbra e con un grillo nella mente avete detto: — Oh il bel cespuglio di rose che paiono aspettare chi primo le colga!... E poi forse, appoggiati alla spalla della muraglia, dietro il prisma di que' tersi cristalli, vi sarete fermati a rallegrarvi gli occhi nell'affaccendato crocchio delle belle fanciulle. — E via col fumo del cigarretto, i più matti pensieri vi avran fatto girare il capo, e sarete rimasti inchiodati là, senz'accorgervi forse neppure degli urtoni e degli sgambetti di qualche frettoloso passeggiero.

Un banco lucido, incorniciato, attraversa per il lungo quell'elegante officina, coperto e ingombro tutto di scatolone aperte, di cartoni e di cassette; sopra le quali sfoggiano spiegate le più aeree stoffe, i più graziosi trapunti: i veli, i nastri, i mussolini, le sete danno al luogo un non so che di fantastico, di nebuloso, come si dipingerebbe il misterioso gabinetto d'una sultana delle Mille e una notti. Entro per le scansie, che nascondono tutto il giro della parete, vedi pendere in bell'ordine da lucidi piuoli le cuffie, le trine, i cappellini, le berrette, le gorgierine increspate, i cappucci, e l'altre cento maniere d'ornamenti che inventò l'arte capricciosa della donnesca civetteria. In mezzo a quell'onda trasparente di veli e di tessuti, spicca la sollecita figura della maestra crestaia, che mentre attende a foggiare il merletto d'una cuffia, o il bizzarro galano dell'ultimo cappello, leggiadra creazione delle sue cesoie, non perde però d'occhio l'inquieto gruppo delle giovani alunne; le quali, sedute in giro alla tavola de' lavori, sotto lo splendore d'una bella lampana di cristallo, si van raccontando una all'altra in segreto le lor piccole confidenze, i loro novi amoretti, e alternano intanto facili risa, motteggi e baie.

Sono sei o sette fanciulle, vispe, sollazzevoli, accorte una più dell'altra, che tra l'agucchiare e il ricamare lasciano scappar certe loro rapide e loquaci occhiate verso l'entrata; e poi, sorridendo e guardandosi fra loro di nascosto, dan di gomito alla vicina, quando alcuna arrossendo d'improvviso abbassi il capo sul suo lavoro, sia che con la coda dell'occhio abbia veduto passar lungo la via il suo giovine innamorato, o sentito il picchiar del suo bastone su lo scalino della bottega, oppure distinto fra il continuo strepito del di fuori il noto zufolare della sua arietta.

Una sola di quelle fanciulle se ne stava modesta e silenziosa, tutta intenta al collaretto già mezzo ricamato che teneva fra le dita; e mentre che le testoline irrequiete delle gaie compagne si volgevano di qua, di là a ogni momento, ne' più leggiadri e furbetti modi, quell'una s'inchinava in atto tranquillo e pensoso, quasi che fosse straniera al sommesso cicaleccio dell'altre, a quel sì frequente scoppiar di risa mal trattenute. Se non che gli occhi talvolta riposava, come incantati, sul suo gentil ricamo; e allora essa non cuciva più, e la mano che teneva l'ago, posava oziosa su le ginocchia. Bensì, di tanto in tanto, le compagne le dicevano qualche lieta parola, o le facevano qualche malignuzza domanda; ma essa non rispondeva che sollevando i suoi begli occhi, aprendo appena le labbra a un leggero sorriso. E certo le amiche non le avrebbero perdonato quella sua malinconica ritrosia; ma sapevan tutte, che alla poverina non restava più nè padre, nè madre; e che non aveva saputo ancora trovarsi un innamorato: per questo la compativano, e la chiamavano Maria la novizia.

— Senti, Ghita! diceva alla sua vicina con segreto susurrio, la più tristarella di quel gruppo, una piccola brunetta, che aveva un par d'occhi di fuoco, e le guance paffutelle e colorite, come lo spicchio di una melagrana. Senti, ma non dirlo nemmeno all'aria, per carità! Gli è un pezzo che volevo parlarti di una cosa.... perchè, devi sapere che sono stufa di non aver nessuno che mi guardi a me! Tu, o Ghita, e Rosina, e Stella, avete pure il vostro amoroso; e me, non c'è anima che mi cerchi...

La Ghita rideva a questa sincera confessione, e — Che vuoi che ti faccia io? rispondeva sotto voce anch'essa....

E l'altra: — St! st! chè la maestra guarda verso di noi, e ne fa gli occhiacci, che par quasi la ci voglia mangiare.

Pure, di lì a poco, si chinò ancora all'orecchio della compagna, e ripigliò: — Dunque.... tu sei felice, Ghita! tu che la sera, appena fuori di qui, trovi l'Eugenio, lì su' due piedi, che t'aspetta; e subito gli dai di braccio, e ve n'andate in santa pace; ma io...

— Tu sei ancora una ragazza, o Luisa, rispondeva l'amica; hai quindici anni appena, e non è più di tre mesi, che sei qui con noi.

— Che importa mai? Se son giovine, tanto meglio! Credo poi di non esser così brutta che m'abbiano a metter in un canto come un cencio; e non sono poi nè smorta come la Maria, nè losca come quella superba di Carlotta....

— Abbi un po' di pazienza, che la capiterà presto anche per te la fortuna; se non è venuta, vuol dire che non è adesso la tua ora.

— E io sento in vece che l'ora è questa... Ma ascolta una buona volta, qual sia il piacere che mi devi fare....

— Gran segreti fra la Luisa e la Ghita! disse allora, battendo sul tombolo la spoletta del suo ricamo, la Carlotta, che sedeva in faccia a loro.

— Niente del tutto! E poi, che ne vuole saper lei, signora pretendente? rispose la prima, indispettita.

— Oh! oh! come la ti fuma subito! Non si può dirti nulla! soggiunse Stella, la sua vicina.

— Lasciatemi un po' stare, replicò Luisa più corrucciata ancora; e in quella piccola ira, alzava con sgarbo le sue tonde spallucce: le compagne la guardavano di sottecchi, e sogghignavan fra loro. — E voglio dire e fare quel che mi piace, riprese poi, cogliendo il buon punto, che la maestra dal suo banco stava mostrando ad una merciaia del vicinato non so che fazzoletti di mussolino. — E se voi altre non mi lascerete stare, ve ne dirò tante da farvi diventar rosse di vergogna, dalla prima all'ultima, da farvi scappare!...

Tutte ridevano; Maria soltanto, con un'aria di dolce compassione, levò gli occhi sopra di Luisa; ma questa, ostinata nel suo capriccio, si trasse con la sua seggioletta più vicino alla fedel Ghita, e continuò: — Ascoltami tu, che sei buona; voglio proprio dirti tutto, a marcio dispetto di queste grazie sgarbate. Sappi dunque, che stamane ho veduto passare di qui, più di due o tre volte, il tuo Eugenio, in compagnia d'un altro; quest'altro io non lo conosco, ma mi ricordo d'averlo veduto, e dev'esser suo amico.... Bene, questo bel giovine, perchè è un bel giovine, sai?... mi pareva che mi guardasse me.... oh anzi, ne son certa! E se tu fossi capace stasera di domandargli, all'Eugenio, chi sia quel suo amico.... oh! ti vorrei far mille baci. Senti, mi dice il cuore, che quel giovine passa di qui proprio per me. Egli è di bella statura, ha una fisonomia così cara, ha certi baffetti biondi.... e poi, un bel fare.... Oh! gli è sicuro un signore, e io muoio di voglia di sapere se è per me.... se è lui.... Oh cara Ghita, lo farai a me questo piacere, di', lo farai?...

— Sì, sì, ma se poi non fosse che un riscaldarti la testa!...

— Oh Ghita! tu non gli hai dato mente, perchè guardi sempre il tuo Eugenio; ma io... Sai? gli è perchè mia nonna, non contenta di recitar tutto il dì la corona, che in fine non è lei che m'ha fatto, non ha voluto mai lasciarmi andar sola per le vie, e manda sempre ad accompagnarmi, innanzi e indietro, quello stupido del mio fratello minore, che fa il copista da un avvocato: se non fosse così, oh me la spasserei ben alle spalle di queste cattive, che adesso ridon di me! Quel bel giovine, che tu sai, m'avrebbe già parlato, e vorrei farne crepar molte dall'invidia... Oh sì! vedi, perchè non son degni di stargli a confronto nè il Colombo, quel malcreato che fa all'amore con la Carlotta, nè il signor Antonio che parla alla Rosalia, e che avrà i suoi buoni cinquant'anni... No, no, io nol vorrei cambiare il mio amoroso, nè col Pietro della Clarina, proprio degno di lei, un giovine di bottega; nè col contino pitocco di cui si vanta tanto la Stella, e nemmeno quasi col tuo Eugenio; sebbene, bisogna dirlo, Eugenio li valga tutti insieme. E io, credilo, io sarò sempre la tua vera amica....

— Senti, Luisa, rispondeva la Ghita a quell'inquieto cicaleccio: di malizie n'hai da vendere, ma tant'è, io ti voglio bene, perchè sei sincera; e gli domanderò....

— Sì, ma stasera, stasera. Lascia poi fare a me... Domani, quando mio fratello verrà a prendermi, gli dirò che voglio accompagnarti a casa: andremo insieme, e tu troverai l'Eugenio, e ci sarà anche l'altro... Oh che bene! che allegria! non posso star cheta, solo a pensarci. — E la tristarella rideva di cuore. Ma quel suo ridere risvegliò ancora il motteggiar delle compagne.

— Oh! la è lunga stasera!... diceva una; e le altre: — Già, lei è sempre la disturbatrice!

— Qualche gran mistero!

— Oh lo sapremo anche noi! la Ghita ne lo dirà.

— Sei pur buona tu, Ghita, a darle ascolto.

— Che si faccia sposa la Luisa? oh, oh!

— E chi volete che la tolga?...

Ma queste amare baie ferivano il cuore della Luisa, che girò una lenta e torva occhiata su le compagne. E voleva rispondere, ribatter quelle parole nemiche con più acerbi rimbrotti; ma ella arrossiva, e le sue mani tremavano: allora lasciando cadere il collaretto increspato, a cui avrebbe dovuto lavorare, appoggiò stizzita la sua piccola testa su la tavola, e ruppe in un improvviso scoppio di pianto.

Maria, che sola era stata sempre silenziosa, sentì pietà della Luisa; e quando questa, non trovando più armi contro la sorda guerra delle pazzerelle amiche, finì a rispondere col pianto, ella s'alzò, le si fece accosto, le strinse con affetto una mano; indi, rivolta alle compagne, — Via, disse, siate buone! non vedete che vi riuscì di farla piangere? sareste mo contente d'esser ne' suoi panni?... E poi, che v'ha fatto mai, poverina? Su dunque lasciatela in pace, e fate vedere che avete buon cuore. E tu, Luisa, non piangere! ti vogliamo bene tutte, vedi! la è stata una burla; non àbbilo per male, o pensa piuttosto che non c'è rosa senza spine, e che tu sei ancora felice di non aver altri guai! Oh tu non conosci che si ha a sopportare a questo mondo di ben più grandi travagli!

Ma la buona intenzione di Maria, e le sue miti parole fecero peggio; perchè le fanciulle, dispettose del sentirsi ammonire da una che poco amavano — Oh vedi! bisbigliarono fra loro, vedi un po' questa che vuol far la dottoressa!

— E perchè se n'impiccia ella adesso?

— Eh la santarella! sentitela, che fa la dottrina cristiana....

— Taci, taci, Maria; si conta di belle cose anche di te, e non ci far parlare.

Così la tempesta, che prima minacciava la Luisa, scoppiò in vece su la buona Maria; la quale mortificata essa pure, tornava mutola a sedere. Ed essendo in quel punto la crestaia scomparsa dietro l'uscio interno della bottega, per salir alle sue stanze di sopra, quelle mordaci cervelline non si tennero più, e si voltaron tutte contro di Maria.

In quella, s'intese il battere delle otto. Allora fu un cinguettio, uno scoppiar di risa e di scherzi, un coro di vocine stridule e gaie, una furia di smettere i lavori alla rinfusa, di gettar su la tavola i guancialetti, le spole, le cuffie disfatte, i ricami su disegni incartocciati, le cesoie, i ditali. E ciascuna delle fanciulle correva a pigliare il suo cappellino di seta e lo scialle a scacchi o a quadretti, e tutte in una volta assediavano la povera Maria, che sola fra tutte era rimasta al lavoro. Pareva quel confuso cicalio che fanno le passerette d'una colombaia, sul vespro d'un bel dì d'estate.

Diceva una: — Senti, Maria! tu, in fondo, non sei una cattiva pasta di ragazza, ma vuoi far la gatta morta, e non ti sta bene.

E l'altra: — Non le guardate, ch'è marcia invidia che la fa parlare.

E una terza: — No, no; scommetto che sa fare anche lei il fatto suo, e voi la chiamate la novizia! andate là, povere sciocche!... Chi diceva così era la Carlotta, la più sguaiatella e la più brutta, alla quale tutte si strinsero intorno, pressandola con cento interrogazioni.

— Ah sì, dici? anche lei, con quella faccia compunta? Ma contane dunque qualcosetta, se ne sai!

— Ah! ah! son proprio contenta! Non l'avrei mai creduto; e come?... e dove?...

— Sì, dilla su, com'è stata? dunque l'ha avuto anche lei il suo bello, eh? altro che prediche, che amor del prossimo!

— Ah! l'ha avuto anche lei l'amoroso? Egli l'avrà piantata, e per questo arrabbia che noi ce lo teniamo!... Oh conta, conta su!

— Ma io non so altro... ma non posso dire... E poi io nol fo per vendetta, perchè io le voglio bene alla Maria... Così, ma inutilmente rispondeva la maligna Carlotta, mentre tutte le eran d'intorno, e chi per un braccio la pigliava, e chi le scuoteva un lembo dello scialle, e chi le tirava i nastri del cappellino: pareva quasi giocassero a gatta cieca.

Maria rivolse alle compagne uno sguardo in cui appariva più la preghiera che il compatimento; ma quelle continuavano a ridere, a chiacchiere con gran bisbiglio; e non vi fu che la Luisa, la quale, forse per gratitudine, fattosele vicina, le disse all'orecchio: — Buona Maria, scusami se tutto è per cagion mia!... E le diede un bacio di cuore.

Certamente, il giuoco avrebbe preso mala piega, se in quel punto non ricompariva la crestaia. La quale, veduta quella confusione, e intesa quella strana armonia di risa e di voci, si fermò nel bel mezzo della bottega, e girando un'occhiata lunga e severa sul crocchietto delle inquiete alunne, che alla sua presenza s'eran ricomposte in silenzio, umili, quatte e stupite, fece loro una solenne gridata, ch'egli era un pezzo che non toccavano la compagna; e con questa le congedò una dopo l'altra, che non vedevano l'ora d'andarsene.

La piccola Luisa fu l'ultima, poi che dovette aspettar che venisse il caro suo fratello; e n'aveva tanto corruccio che dispettosa batteva i piedi. Ma appena lo vide metter il capo dentro la porta invetriata della bottega, strisciò una goffa riverenza alla maestra crestaia, e poi subito scappò via, come un uccello.

Chi avesse avuto il capriccio di tener dietro a quelle farfalline, n'avrebbe veduta una, appena fuor dell'uscio, pigliarsi al braccio del bel giovinotto che stava ad aspettarla, avvolto, come il conte d'Almaviva, nel suo mantello; un'altra andar sola sola, rasente la muraglia, e via dilungarsi in mezzo della gente; un'altra poi, giunta a capo della via, arrestarsi, e guardar con ansietà di su, di giù, per ogni parte, in atto di chi cerca alcuno che non compaia; e questa stringersi presso la compagna, raccontare cammin facendo i suoi gelosi misteri d'amore; e quella dare una scrollatina di spalle e raddoppiare i passi, se avveniva che qualche mal capitato zerbino le augurasse la buona notte o le stendesse la mano indiscreta; in somma, una di quelle scene tra il chiaro e l'oscuro, così deliziose a' nostri giovani eroi che vanno in volta per la città, paladini notturni, in traccia d'amorose venture, come i bracchi dietro l'acceggia.

In quella sera, quando si ritirò nella sua camera abbandonata, Maria benedisse il cielo di poter finalmente lasciar libero sfogo a' suoi sospiri. La sua mente era più che mai agitata da mille immagini dolorose; ma soprattutto l'angustiava un dubbio, un sospetto, un pensiero spaventoso, ch'ella non osava confessare al suo cuore.

Si pose a sedere; meditava a sè stessa, alla sua vita, e le pupille le si gonfiavano di lagrime. La folle allegria delle compagne, i loro ghiribizzi, que' motti, que' consigli facili e maliziosi, non rispondevano al suo costume timido e dolce, alle sue dolenti ricordanze; ella si accuorava di dover tacere sempre, di vedersi negletta, perchè non aveva il cuore come l'altre; pativa di non esser amata, e pur pensava ch'essa non avrebbe potuto confidarsi a nessuno. Ma tutto questo era ancora nulla; il peso della sua vita essa l'aveva portato in silenzio e con rassegnazione fino a quel dì; e in quel dì appunto, un'improvvisa circostanza bastò a risvegliare nel suo cuore appena riposato un'antica e terribil guerra. — Quella stessa mattina, un giovane era passato più d'una volta dinanzi la bottega (se vi ricordate, i furbi occhietti della Luisa l'avevano ben notato), e Maria, nel gettare uno sguardo involontario su la via, lo vide anch'essa, lo conobbe... Era desso, era il suo Arnoldo! — Le parve ch'egli pure la conoscesse; le parve che gli occhi di lui si fossero scontrati ne' suoi... E poi non si ricordava più di nulla; essa non l'aveva più veduto.

Fu un sogno, un'illusione?... No, no, l'anima sua era troppo in pace nel punto ch'egli passò, perchè quella vista fosse un inganno de' suoi pensieri. Già il rivederlo aveva rinnovato tutti i dolori della sua vita, e vinto il suo cuore; il rivederlo sola una volta bastava a rapirle di nuovo la calma e la forza in tutto quel tempo riavute, la memoria stessa di sua madre, e quella di tutto il pianger che aveva fatto... Ella ebbe ancora un momento, un solo momento di speranza e di gioia! — Ma come si trovava egli qui?... E perchè tornava, e che voleva da lei? Dunque non era tutto finito fra loro, non erano come morti l'uno per l'altro? Non era dessa la povera orfana, alla quale non restava più nulla in questa terra, più nulla fuorchè la virtù?

Questo segreto patimento, che solo un'anima pura e addolorata può intendere, tolse a Maria il sonno di quella notte. Ma al mattino, quando appena per le fessure delle imposte il primo chiarore penetrò nella misera stanza, essa, lasciato il suo letto, fece una preghiera più fervida dell'usato; e quando si levò di terra, la sua deliberazione era già presa. Salì serena e composta, come soleva, alle camere della crestaia; e quando la seppe levata, bussò leggermente all'uscio di lei. La buona donna aveva preso ad amarla; cosicchè, sentita appena la sua voce, la fece venire a sè e le dimandò che volesse, dandole animo a parlare. La fanciulla rispose aver un segreto a scoprirle e una grazia a chiederle; si trattenne un pezzo con lei e le aperse tutto il suo cuore.

Quella mattina, ella non discese nella bottega, e la sua seggiolina rimase vòta: le compagne n'ebbero gran maraviglia e bisbigliarono fra loro mille congetture di quest'improvvisa assenza: per tutto il dì non parlarono d'altro, nemmeno de' loro amorosi. Poi, la mattina appresso, la crestaia annunziava alle curiose alunne che Maria era partita di casa sua; ma per tentare che facesse or l'una or l'altra, affine di aver la chiave di quel segreto, non riuscirono a nulla; la brava donna mantenne a Maria il silenzio promesso.

Alla fine, quando fu venuta la sera, le fanciulle, prima del rintocco delle sospirate ott'ore, svolazzarono fuor della bottega; e ciascuna ebbe a raccontare al suo fedele la storia della scena del dì passato e della compagna scomparsa.

Noi lasceremo le altre, e terrem dietro con passo leggiero alla Ghita, la quale camminando stretta stretta al braccio del suo Eugenio, gli parlava con quell'ingenuo cicaleccio che nelle giovani crestaie ha pur il suo vezzo. Perchè, se nol pensaste, la Ghita era una buona ragazza, fresca come un botton di rosa, un po' capricciosetta ma savia; essa, quantunque alunna d'una crestaia, era graziosa e onesta; e le piaceva ch'Eugenio l'accompagnasse, perchè, poverina! aveva tanta paura di correr sola le vie; nè il suo innamorato poteva ancora vantarsi d'averle mai carpito un sol bacio. Egli poi, l'Eugenio, era un giovine come ce n'è tanti, allegro, buon tempone, ma di cuor mite e sincero; e benchè facesse all'amore per non saper fare di meglio, pur egli credeva ancora all'amore. Unico figlio d'un vecchio impiegato di scarse fortune, egli era scritturale in una buona casa di commercio. Una mattina, stando solo al terrazzino gli venne veduta, al terzo piano della casa dirimpetto, una giovine, la quale inaffiava due vasetti di fiori su la sua finestruola; stette a contemplarla lungamente, e gli parve bella: era Ghita. E poi, quando la fanciulla uscì, le si mise dietro, la seguitò come la sua ombra fedele, e così fece per un mese. Passato il quale, essa non ebbe cuore di far la ritrosa, chè se n'era accorta; un giorno, rispose al saluto del suo bel vicino, il giorno appresso gli concesse un'occhiata e un bel sorriso; poi venne una buona parola, e poi se n'andarono in compagnia; sicchè il povero giovine, a poco a poco, s'innamorò da vero della fedele sua dea del terzo piano.

— Senti, mio caro! diceva in quella sera Ghita all'amico. L'altro dì, tu m'hai raccontata la storia d'un bel giovine forestiero, quello... del nome non mi ricordo più... quel bravo giovine con cui t'ho veduto passar più d'una volta. Tu m'hai pur detto ch'egli voleva sposar la mia compagna, la Maria, che gli piaceva tanto da un pezzo; ma che poi tutto era ito a monte, e non s'erano più veduti, e...

— Sì, rispondeva il giovine, or bene? avresti forse detto alla tua compagna, che l'amico suo è qui e che a qualunque costo vuol parlar con essa?

— No, no; t'avevo promesso di tacere, e ho taciuto.... benchè avessi una tentazione, a dirtela schietta, di mostrare che sapevo tutto anch'io, e di farla arrossire un po' quella Maria, ch'è un'acqua morta, e fa l'innocentina...

— Via, che vuoi dirmi dunque, che mi fai gli occhietti?

— Io voleva dirti che tu non mi vuoi bene, che sei un cattivo arnese, e non avresti cuor di fare come quel tuo bravo amico, che vuole un ben dell'anima alla Maria...

— Di far che, maliziosa?

— Di sposarmi, signorino! gli susurrò all'orecchio, con una graziosa moina. Tu non m'hai promesso ancora, ma lo farai, non è vero? quando sarai padrone del fatto tuo; perchè adesso sei un buon giovine, e null'altro, com'io una buona tosa...

— Tu sei una matterella, e appena fuor del guscio, pensi già...

— Oh se tu mettessi un po' di giudizio, mi sposeresti...

— Non mi parlar di malinconie, o ch'io ti pianto qui su' due piedi. Dimmi piuttosto, che c'è di nuovo di Maria, perchè mi preme di sapere...

— Oh vedi! una certa idea me l'aveva fatta già dimenticare. Maria dunque, Maria non c'è più!

— Come non c'è più? dici da vero?

— Se n'è andata, e non si sa come, nè dove...

— È fuggita?...

— Chi lo sa? Certo, la cosa non è chiara; ma io credo ch'essa non ne voglia saper altro di quel tuo amico; perchè io ci vedo, sai? Oh la è così; essa l'avrà riconosciuto, quando passava con te per la via; e per paura di far dire, e per non voler anche lei adattarsi come tutte l'altre, avrà pensato di schivar l'occasione e di fuggire...

— È impossibile! e perchè dunque? e dove mai?

— Io la conosco quella giovine; ha le idee storte, certe fantasie, ch'io non so propio quel che la si peschi. Figurati, non fa che pensare o piangere; se parla, se ride, è un miracolo... Io per me, la compatisco, poveretta! così giovine, e non aver più nessuno; ma, suo danno, se la è così semplice da scappar via quando c'è chi l'ama, la cerca... e di più la vuole sposare! Non è egli vero, ch'è peggio per lei?

— Sì, sì! Ma intanto, come farò a dirlo a lui? Non so, da vero, come si possa esser matto, incocciato così per una come lei; e venir apposta d'Inghilterra e star un mese a cercarla... Io per me, a quest'ora l'avrei già mandata... dio sa dove!

Ma essi, allo svoltar della via, si guardano indietro, camminano con passi così presti e spessi, e si parlan così davvicino, ch'è impossibile seguitarli ancora e rubar loro le parole... E poi, il più ladro mestiero della terra!

Lasciamo dunque che la giovine coppia se ne vada in pace per la sua via.

IX. SPERANZA E DUBBIO.

Nel salotto d'un modesto albergo della città, un giovine passeggiava su e giù, coll'andar lento, interrotto di chi è preoccupato da profondi e importuni pensieri. Nel camino ardeva scintillando un fuoco vivo, un di que' cari fuochi così salutari che ti sciolgon le membra da' brividi de' primi freddi del dicembre; eppure, benchè un nebbione fitto fitto impregnasse l'aria e le vie de' suoi vapori, la finestra della stanza era aperta, spalancata; come si suol fare a' primi soli d'aprile. Il giovine teneva le braccia incrociate sul petto e gli occhi fissi all'angusto spazio di terreno che misurava co' passi; e in mezzo a' pensieri lasciavasi sfuggir di bocca ora un lamento, ora una parola di dispetto, secondo che lo vincesse impazienza o dolore. E poi, quasi per togliersi a quell'ostinato meditare, s'avvicinava alla finestra, e appoggiato alla soglia se ne stava a contemplare con occhio muto la gente, le strade, le case e il sole biancastro e senza raggi attraverso a quel velame di nebbia, che gli somigliava alla scena d'un sogno.

— Eccomi solo! egli pensava: solo, abbandonato a ventitrè anni, tristo come un colpevole, inutile ad altrui, a me stesso!... Povera mia vita, povero mio cuore, che siete mai? È questa la felicità ch'io cercava, la verità, la pace di cui tanto aveva sete l'anima mia?... Benchè giovine, la vita mi costò a quest'ora troppo duro saggio; ma, a questo mondo, ciò che patisce il cuore soltanto, non si conta per nulla, l'ho perduto tutto, tutto; e non mi resta nemmeno il ricordarmi del passato senza sgomento e senza rimorso. È egli possibile che mio padre, il vecchio mio padre m'abbia maledetto?... Gran Dio! sostieni l'anima mia, dammi la virtù, di soffrire, o ch'io mi perdo!...

— E gli uomini?... essi che non credono e non vivono che per il fatto, eterni schernitori d'ogni entusiasmo, d'ogni sacrifizio, d'ogni patimento dell'anima, mi volgon le spalle, mi tengono a vile, mi chiamano stolido, e fors'anche infame!... No, no! io fui, io sono più forte di voi tutti! Sia ciò che vuole, la voce della coscienza, la necessità dell'avvenire, l'infinito desiderio della verità gridan più alto di voi; e io vi disprezzo. Ho ben già fatto ancor più; a questa immensa speranza della verità ho sacrificato la canizie di mio padre, il pianto delle mie sorelle, il mio nome, la gloria e gli agi che il mondo m'aveva promesso, tutto, la religione stessa della mia famiglia!... Pure, per gli altri, io sono un uom fiacco, uno spirito vile, un imbecille. E qual è la mia colpa? Quella d'aver osato confessare apertamente, in faccia a tutti, di credere!... A che mi valse dunque la lotta lunga, penosa del dubbio? E se fu un martirio, perchè non ne ho io trionfato ancora?... Io sono cattolico! l'ho detto, e gli amici miei risero; ho creduto alla fede che m'insegnarono la semplice eloquenza d'un santo, l'amicizia d'un giusto, l'amore d'un angelo; ed essi risero!... Oh dolore, in cui v'ha di che maledir l'intelletto, e di sospirar di finire!

— Io aveva tanto bisogno di riposo, eppur sento che il mio cuore sostiene ancora una fiera guerra. Se ritorno coll'anima su la vita passata, mi ricordo che a quindici anni io contava già amari giorni; che talvolta io mancava sotto il peso della noia, e tal altra la mia mente perdevasi nell'infinito. Ma almeno allora io poteva piangere... Oh perchè la povera mia madre mi fu tolta sì presto! Io avrei vissuto dell'amor suo, dell'amor suo, unica virtù di tutta la mia vita! Oh perchè mio padre fu sempre così avido di grandezze, e io così indifferente a ciò che chiamasi gloria e fortuna?... Se una passione cieca, violenta m'avesse trascinato, come tant'altri ch'io vidi e conobbi, sarei forse meno infelice che adesso non sono. Io non so qual condanna s'aggravi sul mio capo; ma so che ho sofferto, ho veduto piangere e soffrire quei pochi che mi amarono... No, no! gli è meglio ch'io discacci questi dolorosi pensieri...

E tornava a passeggiare, e l'anima cupa gli si leggeva su la fronte sdegnosa; i suoi passi erano più concitati, e gli occhi torbidi e irrequieti, segno della tempesta che dentro sopportava. Alia fine rimase per qualche tempo immobile, come se i suoi pensieri tacessero; poi si gettò sopra una seggiola, abbandonò gravemente il capo fra le mani, appoggiandosi alla tavola ch'era presso il camino; e di nuovo s'immerse nelle più scure fantasie.

— È impossibile! il mio cuore non ha più che un'illusione sola... Quell'oscura fanciulla, l'unica che, io abbia amato coll'anima mia, l'unica che non abbia ardito confidare il suo al mio affetto, e che pure mi ha amato, anch'essa m'abbandonò, non è più qui! Dunque non la vedrò più, io che sperava di trovar vicino a lei una pace che per breve tempo ho pur gustata, in que' pochi giorni fuggitivi, i soli giorni che con dolcezza io richiami!...

— Buona e povera Maria! anche tu hai portato il peso del dolore, ma pure fosti meno sventurata di me. Non sono io sulla terra solo, al pari di te? ma tu vivi ancora la tua vita pura e tranquilla, non hai il cuore turbato dalle tempeste che agitano il mio; l'affanno t'ha oppressa, ma le tue lagrime sono silenziose e care, sono le lagrime della virtù e della rassegnazione: io in vece non posso piangere, e se piango, non son lagrime di conforto, ma di disperazione!... Oh le mie notti! le ore terribili della notte così gravi e mute, e piene di fantasmi! È allora che la mia mente va farneticando nelle tenebre, che l'anima mia si dibatte, come in un mare senza confini. Tenebre dappertutto, nel dì e nella notte, su la terra e nel cielo, tenebre il passato e l'avvenire, la vita e la morte!... O Signore! questa è la fede che tu m'hai data?... Eppure, io credeva!... e quando pregai d'essere ricevuto nel grembo della tua Chiesa, allora il cuor mio era sincero, era sicuro e forte. Deh! come in allora, ponmi al fianco, o Signore, alcuno che mi ami, e mi ricordi sempre che questa fede non è un sogno dell'anima, ma la vera, l'unica consolazione della vita!

— Oh! che sarà mai intanto di Maria, di quell'innocente creatura, che per l'amor mio è fatta infelice? Io devo cercarla, ridonarle la pace che le ho tolta, e, quantunque io non possa più restituirle nè madre nè fratello, potrò almeno, se il cielo consente, e s'ella mi crede ancora, tenere il mio giuramento. E Dio che l'ha benedetta, benedirà me pure!

Di lì a poco, alcuno bussò leggermente all'uscio della stanza. Era un giovine di bell'aspetto e di modi cortesi, un tale che noi conosciamo da poco in qua; era Eugenio, l'amico della graziosa alunna crestaia.

Com'egli avesse fatto la conoscenza d'Arnoldo Leslie, perchè si fossero poi legati, io ve lo dirò adesso, se vi piace.

Il giovine inglese era tornato in Italia due mesi prima, nell'ottobre; e, come ben lo pensate, col disegno di trovar Maria, la quale gli stava sempre nel cuore; era stato il primo amor suo, era il solo anello che ancora lo attaccasse alla vita.

Attraversata Francia e Svizzera, poi venuto a Como, s'era fatto trasportare senza indugio al paesello di Maria. La prima gioia che gustasse, dopo tanto tempo, fu al salutare la bella riva e quella conosciuta e amata dimora; egli pensava di trovar colà, nella loro pace di prima, Maria e sua madre... Balzò dalla barca, cercò impaziente con gli occhi la casetta: le finestre eran tutte chiuse; solo vide semiaperta un'imposta della porticella di strada, e seduta a capo degli scalini la vecchia Marta.

Essa non lo riconobbe; ma quando e' le disse il proprio nome, — Oh santissima Vergine! esclamò, cosa viene a far qui adesso lei? Non sa che non c'è più nessuno? Non sa che sono tutti morti?... cioè, la Caterina e don Carlo... e che di Maria non s'ebbe più nuova nè imbasciata, dopo la gran disgrazia...

Arnoldo non chiese, non volle sapere di più. Ma il dì seguente, tornò muto e lento a quella casa deserta; rivide la Marta, domandò e conobbe la breve storia della sventurata famiglia, o almeno quel tanto che n'era noto alla vecchia; e pianse con lei.

Di là poi, se n'era venuto a Milano. Presentatosi con note commendatizie a quella casa di commercio, nella quale Eugenio trascinava il suo meschino noviziato, egli s'avvenne in questo giovine, che gli sembrò dabbene e sincero; e com'ebbe più d'una volta occasione di trattar con lui, quando andava a riscuotere qualche somma di proprio credito (perchè, per buona o cattiva fortuna, a questo mondo non si vive soltanto d'amore e di fantasie); così, non di rado accadeva che se ne tornassero in compagnia, senza esser per questo i più grandi amici del mondo.

Arnoldo, d'altro non sollecito che di saper la sorte di Maria, aveva inutilmente tentato ogni mezzo di trovarne traccia. Solitario per costume, e divenuto poi più diffidente, non volle aprire a nessuno l'animo suo; ma visse ritirato e malinconico nell'albergo poco noto, dove aveva preso stanza e dove altri non capitava che quel buon giovine dell'Eugenio; il quale talvolta, e quasi per forza, lo trascinava seco a diporto, per guarirlo dalla sua cupa tristezza, dicendogli che lo spleen l'avrebbe presto fatto finir tisico.

Per questo, Eugenio non conduceva l'amico nè lungo le monotone strade di circonvallazione, nè sotto i castani già brulli e nudi delle nostre solitarie mura, ma se lo traeva dietro per le corsìe più liete e frequenti di popolo; e tenendosi al braccio del compagno, sapeva, in quelle passeggiate, trovar fuori l'ora opportuna di venire verso la nota bottega, dove sedeva a ridere e a lavorare la sua Ghita; e questa ne lo ringraziava con una lunga occhiata, con un sorriso. Ma una volta fra l'altre, mentre al solito passavano appunto presso l'entrata della bottega, Arnoldo a caso rivolse gli occhi da quella parte, e vide, o gli parve vedere, la sua Maria che sedeva occupata al ricamo, vicina alla vetriera della porta... Si fermò, riguardolla ancora... era proprio dessa. Poco mancò che non gli sfuggisse un grido di gioia improvvisa. Ma la fanciulla non s'era distratta dal lavorio, non lo aveva riconosciuto. Egli allora, sforzandosi di parer indifferente, chiese all'amico se fosse stato mai in quella bottega; ed Eugenio, pensando che l'altro avesse indovinato il suo segreto, lo guardò sogghignando, e rispose che sì; poi, da buon figliuolo com'era, gli confidò il suo amoretto con la Ghita.

Arnoldo l'aveva appena ascoltato; colmo l'animo del contento d'aver riveduta Maria, egli abbandonavasi alla soavità dell'antico affetto, alla voluttà della speranza adempita. Il suo volto s'era fatto sereno, il suo cuore leggiero e aperto; parlò e rise, sì ch'Eugenio ne strabiliò, pensò fosse effetto della sua medicina, di darsi un po' di bel tempone, e poco stette che non lo consigliasse allora, da bravo amico, a far come lui, e pigliarsi dett'e fatto una bell'amorosa, gaja, alla buona, che certamente gli avrebbe cacciato la mattana. Ma si pentì e restò intraddue; quando, prima che si lasciassero, Arnoldo gli strinse forte una mano, dicendogli seriamente: — Ho un servigio a chiedervi: venite domattina da me, ch'io devo confidare al vostro onore una cosa che mi preme.

— Ben fortunato di potervi servire, gli aveva risposto Eugenio; di me potete viver sicuro, io vi stimo troppo, e... Ma non finì il complimento, e se n'andò pensando: Che vorrà mai quest'originale? O ch'egli è matto, o ch'io non ci vedo.

La mattina vegnente, non mancò all'ora data; e Arnoldo, con gran mistero, gli scoperse la promessa che lo legava alla nostra fanciulla, per la quale soltanto era tornato in Italia; e soggiunse che, dopo molte vane ricerche, il caso gliela aveva fatta incontrare nella modesta bottega d'una mercantessa; in quella appunto, a cui eran passati vicino il dì innanzi in compagnia.

Eugenio maravigliò e rise, chè gli pareva un sogno; ma l'altro prese sul serio la cosa, e fattogli giurare di non dir nulla, volle da lui la promessa di far di tutto, perch'egli potesse in qualche modo parlare alla giovine amata. Eugenio disse che non pensava l'affare molto scabroso; e prima di sera aveva già messo a parte del suo segreto l'amica, poichè non avrebbe potuto tenerlo intero per sè, a malgrado di tutte le promesse del mondo. Ma, saputo ch'egli ebbe dalla compagna che Maria era una giovine un po' diversa dall'altre, e che faceva la ritrosa e la santoccia, s'avvide non essere la cosa sì facile, e non seppe più dir nè fare.

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