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Angiola Maria

LIBRO PRIMO. (continued 2)

Reading edition

— Ma, caro signor curato, la si calmi!...

— Ma lei ha ragione! ma sarà come vuole...

E, così dicendo, lo speziale e l'agente a stento lo trattenevano nel suo seggiolone, chè già stava per alzarsi sdegnosamente, e aveva ripigliato la canna e il cappello per andarsene. Nè poco ci volle per farlo rimanere; andava borbottando che già erasi fatto troppo tardo, e ch'egli aveva la testa a ben altre cose che a quelle bazzecole: e così mulinando fra sè stesso, tirava fuori a ogni momento dal taschino de' calzoni il suo grosso oriuolo d'argento, e studiava le ore e i minuti.

Il signor Gaspero, che dal canto suo ben sapeva d'aver ragione, trascinandosi la seggiola dietro, aveva voltate le spalle al curato, e susurrava anch'egli: Che ignorante ostinato! Sicuro, quest'oggi ha fatto una cattiva digestione.

E forse la cosa non sarebbe finita così, se in quel momento non foss'entrato nella bottega, con un far frettoloso e straordinario, e con una ciera tutta nuova il signor dottore.

— Gran novità, signori! una cosa che non m'è capitata mai: indovinate mo, signor Samuele, donde vengo?

— Che so io? da un'avventura galante.

— Eh! non ho di questi belli spassi! E lei, signor Gaspero?

— Ma... non saprei! forse da una vincita a tarocchi?

— Eh via! tutt'altro.

— Ma dunque da che? domandarono a una volta l'agente e lo speziale.

E il dottore con voce seria, bassa, come rivelasse un mistero: — Vengo in questo punto dalla villa ****, dove fui chiamato, per visitar quel signore inglese, quel lord, ch'è venuto a starvi due mesi fa, e che adesso minaccia di lasciar qui le ossa!

— Oh!... sclamarono a coro, lo speziale, l'agente, il curato e il signor Gaspero.

— Se la è così, soggiunse poi il primo d'essi, voi gli avrete dunque parlato, a quest'uomo così ricco e così arrabbiato, che nessuno ancora ha veduto ch'è tampoco, perchè se ne sta sempre chiuso laggiù nel palazzotto, come l'orso nella sua tana.

— Dite, l'avete veduto?

— Veduto? no, veduto veramente, no!

— Come? bravo dottore! disse ridendo sonoramente il signor Gaspero. Ma che razza di visita gli avete fatto?

— Dirò, ecco qui cosa fu. Io me n'andava stasera solo e quieto a casa mia, al batter delle nove, e stavo per metter la chiave nella toppa della porta, quando mi si fa incontro, e mi ferma, tagliando l'aria con un gesto, un uomo alto, vestito di nero, meglio ch'io non sia. Domando che cosa voglia; non risponde, toglie fuor di tasca una letterina, e me la consegna. Io non poteva leggerla al chiaror di luna; dunque entro in casa, e invitato colui a salire, gli domando se aspetti risposta; egli mi fa segno col capo di no, e si pianta ritto, là, presso la porta. Salgo le scale, chiamo mia sorella Cecilia, che corra col lume: era al buio ancora la stordita! Basta, quando Dio volle, ella comparve col candeliere, e io, che morivo di voglia d'uscir del dubbio, apersi la lettera; era linda, lucida, e scritta d'un caratterino d'amore, bello da baciare...

— O dottore, lei torna giovine di vent'anni! disse il signor Gaspero.

— Eh! confesso che alla prima la credetti una dichiarazione amorosa... Era firmata Elisa Leslie... ma lessi! non dicev'altro, se non che subito, e in segreto, dovessi andare alla villa, dietro il latore del biglietto, per la premura d'un malato. Discesi dunque, e dicendo: Son qua, seguitai l'uomo nero e muto, che poi seppi essere un cameriere del lord. Mi fece entrar nel palazzo per una porta nascosta e per un andito nella cucina; di là, salita una scaletta torta e buia, mi mise, dentro un salotto, dove mi disse d'aspettare, e mi piantò solo. Alla fine comparve una bella giovine, una delle figliuole del lord... Non vi ricordate d'averle vedute talvolta a diporto giù per il lago?... Bene, era la più grande, la più smorta delle due; essa mi salutò con grazia, e mi disse, tutta affannosa, e pregandomi di non parlare con anima viva, che l'ammalato era suo padre; che da lungo tempo una tetra malinconia lo travagliava, e che pochi giorni innanzi, al ricevere non so che cattive notizie d'Inghilterra, aveva avuto un accesso di forti convulsioni, che risvegliarono una tosse sanguigna; che nella mattina poi, le convulsioni e la tosse avevano spiegata una spaventosa violenza: la povera giovinetta parlava e insieme piangeva, e mi scongiurava che salvassi suo padre. Fu allora che, fatto un passo, domandai di veder l'ammalato; e la fanciulla: Oh gli è impossibile, disse, trattenendomi; mio padre non vuol vedere nessuno, nessuno fuor di me e di mia sorella; l'ha giurato! nè, per quanto noi l'abbiam pregato, non ci permise mai di chiamar un medico; egli non fa altro che ripetere di voler morire!... E bene, che avrei dovuto fare? come vedere, conoscere, ponderare?... Io avevo un bel replicare: Senza la diàgnosi, cosa si fa? la fanciulla tornava da capo a pregare, a piangere. Era un impiccio nuovo per me!... Pensai, studiai, diedi un'occhiata mentale a tutta la mia teoria, perchè pratica sui lord non ne ho mai fatta... infine, scrissi queste pozioni e quest'empiastro, che faranno o no, come Dio vuole. E ora, a voi, signor Samuele! Spedite le ricette; premura e attenzione, che ci avrete il vostro conto!

E gittò sulla tavola dello speziale due lunghe indicifrabili scritture, che preparavano sa il cielo quali cose! Il signor Samuele si piantò gli occhiali sulla gobba del naso, e si mise a studiarle.

— Ora viene il buono, continuava il dottore; io aveva raccomandato alla signorina una rigorosa cura morale e uno scrupoloso trattamento dietetico dell'ammalato, ed essa mi congedava col miglior garbo del mondo, ringraziandomi mille volte — manco male! Partita lei, tornò quel cameriere, e cavandosi con atto di singolar rispetto il cappello, mi mise nelle mani un cartoccetto, e m'accompagnò fino alla porticina. Io presi la via inverso il paese; e cammin facendo, il raggio della luna, che stasera è sì bella e tonda, mi fece naturalmente pensare di guardar nella cartolina: l'apersi, guardai... mi pareva e non mi pareva una moneta piccola, gialla... oh! oh! foss'oro! Il cuore mi battè subito, e qui giunto, entrai nel primo uscio, dove vidi lume... dite mo? era un luigi d'oro, un buon luigi doppio, perchè gl'inglesi non contan che luigi e ghinee... Ecco qui — e tolse fuori la moneta ancora incartocciata — non è vero, signor Gaspero, lei che n'avrà vedute di questa razza, non è genuino, di peso?... Che bel curare i lord! La è un'avventura questa? vi pare?... Qui non ci son baie.

— Ma bravo dottore! queste sono visite di nuova stampa per voi, disse il signor Gaspero.

— Oh sì! proprio, nè sarà l'ultima, spero.

— Bravo, bravo! ma quel lord! chi sa mai quel che ci cova qui sotto? soggiunse l'agente.

Lo speziale intanto aveva messo sossopra la sua officina, e ingombrata la tavola d'una folla di boccie, vasi e fiaschetti. Rimboccate le maniche della giubba fino al gomito, stava stemperando e mescolando unguenti, siroppi e giulebbi, con uno scrupolo di scienza, degno di que' due barbuti figuroni, onde un vecchio pittore comasco aveva istoriate le grosse imposte della sua bottega, e che volean dire Ippocrate e Galeno.

VII. SCENA DI FAMIGLIA.

In una stanza solitaria, abbandonata del palazzo, lord Leslie nascondeva sè stesso e la sua cupa tristezza allo sguardo di tutti. Nessuno v'aveva mai messo piede, fuori delle sue figliuole e d'un antico famigliare, favorito del padrone, come son que' buoni vecchi che contan più di quarant'anni di servigio in una casa.

La stanza non guardava al lago, ma al fianco della montagna, e solo la rischiaravano verso sera i pallidi riflessi del sole cadente. Un letto di foggia antica e chiuso da verdi cortine di seta, era collocato nell'alcova che s'apriva nel fondo: allato, un gran seggiolone a bracciuoli coperto di velluto damascato, una tavola con le gambe a rabeschi, e sopravi una guantiera con tazze di cristallo e vaselli d'argento. Pendevano dalle pareti gli antichi ritratti di famiglia, quell'ultime memorie de' nostri vecchi, che oramai non hanno altro rifugio che i cameroni e gli anditi buj delle ville deserte, se pur non albergano capovolti, in mucchio, su le soffitte o ne' soppalchi delle nostre case, o non sono dagli stessi figli e nipoti, come succede, mandati all'incanto su pe' muricciuoli. — Un armadio di legno nero intarsiato, uno scrittoio ingombro di carte e libri alla rinfusa, e poche seggiole rivestite di coperture di saja verde, compivano la suppellettile di quella trista dimora.

Già da venti lunghi giorni il lord era là, inchiodato nel suo letto dall'improvviso malore che l'aveva colto; era là, con la sola compagnia de' suoi foschi pensieri e delle sue speranze antiche, richiamate con un accoramento febbrile, assaporate quasi per crucciarsi l'animo con la loro memoria.

Le sue figliuole, que' due angioli che il Signore gli aveva mandato, perchè fossero la sua più fedele consolazione nella vôta esistenza, pareva che gli venissero in uggia anch'esse. Quand'erano a fianco del suo letto, sedute insieme nell'ampio seggiolone, con le leggiadre lor teste abbandonate su gli stessi origlieri che lo sorreggevano; quando venivano a confortarlo con quelle parole che a' figli nessuno insegna, e ch'essi soli sanno trovar sì bene, egli non sentiva l'armonia delle care voci, che avrebbero versato sul suo cuore ferito il balsamo dell'amore. Assorto ne' pensieri che lo facevan dispettoso d'ogni altra cosa, egli voltavasi bruscamente dall'altro lato, se una d'esse lo chiamava teneramente col nome di padre; e poi le congedava con mal piglio, dicendo di volere star solo e di non aver bisogno delle lor fanciullesche carezze.

Piangevan silenziosamente le buone giovinette al suo duro parlare, e se n'andavano mute e lente; ma, uscite appena, compativano insieme al povero padre, chè il suo male l'avesse fatto inquieto ed aspro; e si confortavano a vicenda ad aver pazienza, chè forse, con l'amorose loro sollecitudini, avrebbero medicato il dolore di lui, e vinta la sua ostinata tristezza. E si fermavano nella vicina stanza, origliando a ogni più lieve rumore; e riscosse, appena che uno sfogo improvviso di tosse turbasse il caro ammalato, accorrevan di novo al suo fianco; e lo pregavano, col pianto sugli occhi, che per amor loro bevesse alcuna delle pozioni che gli apprestavano per temperare quella sua angoscia convulsiva. Ma non gli svelarono mai che un medico le avesse ordinate; sarebbe stato lo stesso che dirgli di spezzarne le boccie contro la parete; bensì, con pietoso inganno, rassicuravano sempre ch'eran semplici calmanti da esse loro apparecchiati.

Ma le innocenti non sapevano che la principal cagione di quel male fosse l'ira dell'egoismo ingannato che lo rodeva, fosse l'estrema rovina delle sue lunghe fatiche, l'ultimo crollo d'un edifizio a cui per tutta la vita aveva lavorato, l'edifizio della sua grandezza! Le novelle a lui venute d'Inghilterra per lettere e per gazzette, e confermate pur troppo presto, avevano rivelato a lord Leslie che tutto il suo credito, un tempo così potente, era perduto, che le sue mene politiche cagionavano la caduta della sua stessa fazione; e che le nuove elezioni della sua contea, ultima speranza a lui rimasta, erano cadute sopra individui della parte opposta, e, fra quelli, sul più conosciuto suo civile nemico. E di più, gli toccò perfino di legger ne' giornali la storia della sua rottura col figlio, travolta, esagerata, come si suole, commentata per suo discredito, quasi fosse stata una domestica tirannide. Tutto ciò, e anche meno sarebbe certo bastato, finì a suscitare nella sua logora vita un subitano rovescio; la malattia che da lungo tempo covava, si spiegò violenta; e senza l'amore e la paziente attenzione di quelle soavi creature d'Elisa e Vittorina, lord Leslie avrebbe forse dovuto soggiacere a quell'ultima offesa dell'orgoglio già vulnerato.

Non era la mattina, ed Elisa, a passo cauto, leggero, entrava nella camera del padre ammalato; il suo cuore batteva di speranza e di segreto timore. Ella rimosse con mano tremante la verde cortina dell'alcova, si sollevò lieve su la persona, e guardò. — Suo padre pareva dormire d'un sonno tranquillo; perchè il respirar di lui non era più sì affannoso, e la calva sua fronte, che ombravano due ciocche di grigi capegli, era pallida e serena.

La buona figlia sentì allargarsi il cuore, levò al cielo gli occhi, domandò una benedizione all'anima di sua madre, perchè le dèsse forza di compiere il generoso proposito, per cui quel giorno ell'era venuta così di buon'ora nella stanza paterna. E poi lenta avanzando, s'adagiò cheta cheta nella seggiola, accanto al capezzale di suo padre; e abbandonata a' pensieri ond'era pieno il suo animo verginale, si perdette ne' sogni dell'avvenire, in quell'estasi che un'intemerata speranza dipinge come d'un'iride di felicità.

Intanto, senza ch'ella se ne fosse accorta, il padre s'era svegliato; e il primo oggetto che gli appariva, era l'amorosa fanciulla sedutagli accanto, era quella sembianza angelica e pura, che la faceva parere cosa non mortale. Egli, senza pur muoversi, la guardava, ned ella s'era ancora riscossa; la guardava, non l'aveva creduta mai così bella. — Povero padre! quel pensiero d'innocente orgoglio nasceva nel suo cuore forse per la prima volta! Continuava a contemplarla, e sentiva un piacere mite, segreto, che non aveva provato mai.

Allora trasse una mano fuor delle coltri, e strinse con dolce forza il braccio della figlia, ch'essa pianamente aveva poggiato su la sponda del letto. Elisa a un tratto si risentì, e le parve che il padre leggesse ne' suoi pensieri, che quello sguardo la penetrasse sino in fondo al cuore... I suoi sogni eran sì belli! Arrossendo per subitanea tema, si chinò verso di lui, e disse: — O mio padre! io era venuta a spiare il momento che vi sareste svegliato, e intanto i miei pensieri m'avevano rapita lontano lontano, ch'io quasi vi dimenticava; o mio caro povero padre!

— Buona Elisa! tu mi vuoi bene, lo so! tu mi sei cara, adesso più che mai! rispondeva l'ammalato con tale accento di mitezza insolita, che la figlia non credette quasi a sè stessa.

— E potrei non amarvi? Ma ditemi prima che avete passato una notte quieta, e che state meglio di jeri...

— Sì, sì! Sto bene, bene da vero.

— Corro dunque a dirlo a Vittorina, che aspetta qui fuori questa buona novella. Pure, siete assai pallido, e la vostra mano arde e trema...

— Non importa, io sto bene! perchè, sappi, il mio male è qui, qui dentro!... E con la destra si premeva il cuore.

— O padre mio! che pena mi danno le vostre parole! Oh non dite così; dite che noi possiam consolarvi, poichè nostra è una parte del vostro dolore! Deh fatevi cuore, siate giusto con voi medesimo! E se troppo vi pesa, come dite voi, la cattiveria degli uomini, oh copriteli di disprezzo e d'obblio! E guardate a noi, pensate alle vostre due figlie, e anche al vostro... sì, al povero... Ma s'arrestò d'improvviso, e chinò gli occhi a terra, sbigottita da uno sguardo terribile di suo padre.

— Finite! Che cosa volevate dire? chiese il lord con tono severo, ma fatto più dolce in viso.

— Oh nulla! Elisa rispondeva. Io non so, io parlava come il cuore mi suggeriva... mi compatite?

— No! voi lo sapete pure, che non si deve pronunziar quel nome dinanzi a me: bisogna dimenticarlo!

— Dimenticarlo?... non lo potrei. È mio fratello!

— Egli non è più mio figlio, e io non lo vedrò mai più! Ho già cancellato dalla memoria anche il suo nome.

— Dio! s'io fossi quell'infelice, ne sarei morta!

— Tu, buona fanciulla, non m'avresti fatto il male ch'egli mi fece!

— Ma se ora ne piangesse, se non parlasse che di voi, se non avesse altra speranza che del vostro perdono, che di vedervi una volta?

— Egli? oh come t'inganni! Tu non conosci gli uomini, tu non sai come certi cuori son fatti! V'ha de' figli che calpesterebbero il cadavere del padre, se fosse messo a traverso della loro via!...

— Ah non parlate così! Egli... era buono; e forse, se il vostro sdegno...

— Eh non sai tu, che quell'uomo ha rovesciata la mia più lieta fortuna, l'opera di tutta la mia vita? È lui, che ha gettato nel fango la canizie di suo padre, lui che mi lima i giorni, che mi precipita prima del tempo nella fossa! — E il lord s'era levato su la persona, e il suo volto ardeva di tutto l'antico sdegno: ma, indi a poco, raccolse le coltri, e s'abbandonò, come oppresso, sugli origlieri, dicendo con voce mutata: — Via! non parliam più di lui! non affrettiamo con un impeto inutile l'ora fatale che non tarderà a venire! Povera Elisa! tu sola mi resti, tu che intendi cosa sia il segreto dolore di tuo padre. Tua sorella è troppo giovinetta, è ingenua, spensierata; essa vede le rughe della mia fronte, ma non la ferita del mio cuore.

— O padre mio, se sapeste, non io sola, ma tutti piangiamo per voi... Oh! ricordatevi che l'ultimo voto di nostra madre fu la felicità e la pace di noi tutti... e che invece!... perchè, anche lui...

— Lui! sempre lui! Sa egli forse ch'io son qui, presso a morire, in terra straniera, e per sua colpa? Io giuro che se il sa, ne ride!

— Gran Dio!... proruppe la figlia, e si coperse con le mani il volto già bagnato di lagrime. No, non è vero! oh se sapeste!...

— Ma voi, che sapete di colui?... dov'è? dite... dite! rispondete a vostro padre.

— È qui!... balbettò allora con voce timida e sommessa la giovinetta; qui, ne' dintorni. No, egli non era partito, come voi avete creduto. Son due mesi che se ne sta in una povera casa, non lontano di noi, nascondendosi a tutti, e a voi più che a tutti, perchè l'avete con sì gran collera scacciato. Era questo il nostro gran segreto!... Oh perdonateci! Quante volte egli volle tornare, gettarsi dinanzi a voi, stringer le vostre ginocchia, e giurare di sagrificar tutto al più piccolo vostro volere!...

— Che sento? Egli è qui? Ha dunque dimenticato che nulla v'è più di comune fra noi? E perchè non è partito, perchè non lascia ch'io sopporti in pace questo male?

— Egli aspetta il vostro perdono...

— E intanto che aspetta... io qui languisco, dimenticato da tutti... Oh! aspetti, aspetti pure, ch'io morirò ben presto, e porterò con me nella fossa il nome di mio padre!... Aimè, che ho vissuto infelice per morire infelice! Oh s'egli non avesse spezzato ogni legame fra noi, se venisse a sostenere il mio capo, a dirmi una parola di compassione!... Ma no! egli non verrà. Il suo cuore non è impastato che di bassezza e d'egoismo. Se fosse qui, mi lascerebbe languire, finire così, senza cercar di vedermi?

— Ah signore, voi lo dite? ah ditelo un'altra volta, e lo vedrete inginocchiarsi a' piedi del vostro letto, piangere, domandarvi la vostra benedizione! Ricordatevi, padre mio, ricordatevi che voi l'avete respinto dal vostro seno! Dite adesso una pietosa parola. Ma, voi l'avete già detta!... e Arnoldo, ah! lasciate ch'io vi confidi tutto, Arnoldo è là che v'ascolta, che piange nelle braccia di Vittorina... E così parlando con inesprimibile dolcezza d'amore, ella correva affannosa all'uscio della stanza, e — Vieni, diceva, mio povero Arnoldo, vieni! tuo padre ti perdona! ah ringraziane Dio!...

Entrava Arnoldo, pallido, sommesso, e fatto umile dal gran dolore. Il vedere suo padre così mutato, così invecchiato in due mesi, gli spezzò il cuore d'affanno. In quel momento, egli sentiva la forza di rinunziar per lui a ogni speranza, a ogni volere. Oh! nulla avrebb'egli osato negare a quel vecchio, che per la prima volta vedeva giacere oppresso sotto la muta sentenza d'una morte aspettata.

S'avanzava lentamente, s'avvicinava al letto, china al terreno la testa, coprendosi d'una mano gli occhi; piangeva, nè sapeva trovar parole a spiegar la piena degli affetti, che sì forte in quel momento lo conturbavano. Egli rivedeva suo padre, lo rivedeva più mite e meno ingiusto; e la speranza di consolarci giorni travagliati di quell'uomo caduto, gli faceva parer men dura la parola d'accusa che stava per pronunziare contro sè stesso. L'immagine di un padre prostrato in una prematura vecchiezza, portante il peso d'una sciagura quantunque voluta, lo ferì nel più vivo del cuore. Egli cadde in ginocchio a' piedi del letto di lui.

Lord Leslie sentivasi, pur non sapendo come, trascinato da un'angoscia segreta a perdonare, a dimenticare il passato, a rivivere come un tempo nell'unico suo figlio. Sollevossi allora sul letto; e alzando la sua testa calva e superba, nell'impeto d'un prepotente pensiero, stese la destra ad Arnoldo; il quale con rispetto la strinse, chinando su di essa la fronte. Ma il lord non disse una parola; il suo volto non fu rischiarato dal sorriso, il suo sguardo non si levò al cielo.

Fu una pace gelida, incerta. Pareva che un destino, col quale entrambi avessero tentato di lottare invano, li riunisse in quel momento. Nel cuore del figlio, l'interno contento era temperato da un grave dolore, ma nel suo volto, più che gioja e dolore, leggevansi timidezza e rispetto: in vece l'impassibile e severa fronte del padre non era da nessun affetto rasserenata; le rughe, che da tanto tempo la solcavano, non erano scomparse, gli occhi suoi non furon bagnati d'una lagrima, il suo sguardo fu lucido e fisso. — Era lo strano e fiero contrasto di due cuori concitati e diversi; e quasi faceva terrore la verità di quella scena semplice e muta!

Ma le due giovinette eran tutte commosse. Elisa, piena di gioja, perchè quella pace era stata opera sua, nascondeva nel seno di sua sorella il volto e le lagrime della tenerezza. E Vittorina teneva fissi gli occhi sopra di lei, e col sorriso d'un gaudio celeste la baciava in fronte.

VIII. AMICIZIA.

In quel mezzo, dopo il primo incontro d'Arnoldo e di don Carlo lungo il solitario sentiero della montagna, la conoscenza loro s'era fatta non solamente più fidata e più stretta, ma, grazie al costume, all'alterna stima, e allo stesso giovenile entusiasmo del cuore, era divenuta oramai una vita compagnevole e intima.

Il giovine inglese non ebbe a male quella prima peritosa accoglienza del vicecurato; e il giorno dopo il loro incontro, come gli aveva permesso, venne a visitarlo, e seppe con maniere riverenti e modeste cattivarsene l'attenzione e la fiducia.

Quella stessa mattina, quando nel partire attraversò il salotto a terreno della casa, il giovine rivide le due donne che aveva notate nella chiesa, la domenica innanzi; e il prete, accompagnandolo fino alla porta, gli disse ch'erano sua madre e sua sorella. La prima, al suo passare, aveva fatta una riverenza; ma la fanciulla non aveva sollevato la testa dal lavoro al quale stava intesa.

Don Carlo, tornando col pensiero al novello colloquio avuto con Arnoldo, conobbe che l'anima di questo giovine non era solo dilicata e onesta, ma degna ancora di studio, e di raro pregio. Si persuase che Arnoldo non era uno di quegli scioperati che viaggian per paesi, di cui non sanno che il nome, d'altro non solleciti che degli agi e piaceri che abbandonarono in casa loro. Poco gli bastò per intendere che l'anima di lui era calda di nobili affetti e di volontà generosa, che lo spettacolo di tante cose nuove vedute e cercate aveva messo nel suo cuore, non logorato ancora da impetuose speranze, nè da violente passioni, un'incerta tristezza di pensieri, un'involontaria e immatura dubbiezza di tutto. Era la timidità d'una mente degna di miglior sorte; era l'inerzia d'una vita giovine e negletta che ripiegasi, per dir così, sopra sè stessa, nell'indifferenza delle cose che la circondano; era l'uomo che s'abbandona per non si rialzar forse mai, se la sventura nol trascini alla disperazione, o l'ebbrezza della fortuna non l'acciechi con un delirio.

Arnoldo aveva cuore schietto e ardente. Egli non era creato per le compassate e meschine passioni, che nella nostra società trovano sempre la loro nicchia: ma a lui mancava quella costante energia del volere, che sola dà forza per trionfare delle grette apparenze di virtù che il mondo accarezza, e per non farsi reo di quelle piccole infamie, con cui si pensa bene spesso di guadagnar la stima degli altri. Benchè nato in quella casta privilegiata, che di per sè stessa chiamasi il gran mondo, egli cercava un'aria men corrotta; ma volle, per dir così, venire a transazione co' suoi affetti, con la sua coscienza; e non seppe più vivere nè d'illusioni, nè di dolori. Anzi non potè gettarsi di dosso la noja che gli si fece compagna, quando vide andarsene in fumo tutte le felicità, tutte le virtù che aveva amate; quand'egli, che si credeva così esperto della vita, conobbe che il mondo era ben diverso da' suoi sogni, e confessò d'esser novizio.

Allora ritornò alla memoria de' suoi primi anni; tornò fanciullo nel grembo di sua madre, alla meditazione di quell'ore felici, quando ignorava che cosa fossero la gloria, la felicità, l'amore, nè d'altro si nutriva che delle belle speranze dell'avvenire, educato dalle sante parole dell'affetto materno e da' semplici consigli della sapienza. Ma, aimè! quello fu l'ultimo incanto della giovinezza; sentì di non poter più riposare nel passato, si trovò solo.

Eppure l'anima sua era sempre travagliata dal desiderio della vita e del riposo, perchè in essa il fuoco della virtù non era spento; e viveva tuttavia, benchè negletto, in un angolo del suo cuore, un barlume di fede. Le vicende de' rapidi e diversi viaggi, che sovente trascinano al cinismo e alla noja, conciliarono in vece l'anima d'Arnoldo all'amor della pace e della solitudine. Da quel tempo, una tinta di non so quale malinconia fu sparsa in tutti i suoi pensieri.

Rifece allora gli studii della adolescenza, amò la semplice verità, e si persuase che la miglior felicità che sia lecito sperar quaggiù, consiste in una vita libera e operosa, in una vita spesa a profitto altrui nell'onestà di tranquilla fortuna, senz'aspettare di esser dagli uomini ricambiati del bene che facciamo, ma con l'intima fede che il bene di per sè stesso produrrà lieti frutti quando che sia. Pure per lungo tempo, abbandonato com'egli era, nulla meditò, nulla fece; e la coscienza della virtù non era altro ancora che un bel voto de' suoi pensieri. Alla sua vita mancava tuttavia l'alito primo, il conforto dell'amore e dell'esempio, che dà il coraggio dell'azione. E giunto a quell'ora, in cui è forza lottare fra il disinganno e la speranza, l'anima sua o si giaceva prostrata nell'inazione, o gemeva della sua inutilità, come sotto il peso d'un vecchio rimorso.

Lo sguardo cauto e sagace del vicecurato aveva indovinata la vita di quel giovine, che non era fatto per un destino infelice, e pareva volerlo. Il loro colloquio gli spiegò ben presto tutto il profondo d'un cuore, che a caro prezzo comprava l'amara lezione dell'esistenza. Ma egli, a cui era toccato d'assaggiare innanzi tempo di ben più fieri dolori, egli che nella sua ora aveva, come un uom disperato, combattuto e vinto, sentì allora una segreta e dolce compassione di quell'abbandonata giovinezza, e si compiacque nella fiducia di consolarla e di sostenerla.

Così, dopo pochi amichevoli ragionamenti, l'uno e l'altro furon lieti di quella fortuita conoscenza; e s'erano raccontati a vicenda que' riposti segreti che apprezza e serba la sola amicizia. Intanto Arnoldo tenne per gran ventura che il vicecurato, per alcune domestiche ragioni e pel ritardo messo della pretura di **** a regolar la tutela della giovine Maria, dovesse rimanere più a lungo che prima non pensasse. E, dal canto suo, don Carlo divideva di buon grado col giovine forestiero le ore di libertà.

Essi furono veramenti amici. E in que' luoghi pieni di vita, nella tranquillità di quelle rive sempre liete e sempre nuove, i loro cuori sentivano più forte il bisogno di rallegrarsi nella concordia de' pensieri, nell'adorazione della bellezza, e più di tutto di gustare il sublime del desiderio e il dolce del compianto. — Allorchè il tumulto del mondo non disturba la maestà della natura, oh come il cuore si versa nel contraccambio delle più intime virtù consigliate dalla religiosa estasi della contemplazione! oh come è bello e grande il credere e lo sperare insieme!

Un giorno, abbandonati all'inquieto corso d'una barca leggera, quand'era il lago conturbato a più rapito ondeggiamento, sotto lo spirare del tivàno dell'Alpi, essi confidavano i liberi pensieri, i voti misteriosi d'una più lieta aspettativa al cielo schietto e azzurro, e nell'alterna vicenda del remigare vedevano fuggirsi a fianco le rive, i palazzi, le ville; poi, quando il vento taceva e il lago tornava quieto, miravano l'acqua disotto ripetere, come un'instabile interminata scena, il bel paese, e disopra le nubi abbracciarsi e ravvolgersi sorvolando i vertici della montagna — come se l'anima arcana della natura tutta si risentisse in un'armonica commozione di vita.

Un altro giorno invece, seguivano le viottole più erte e dirupate della costiera, e su su pel monte a lungo inerpicandosi salivano con una gioia selvaggia di libertà; contenti di trovarsi soli e dimenticati su le più ardue vette, di guardare di là, per ogni parte, fin dove l'occhio poteva, l'ampio orizzonte delle pianure, de' laghi, delle Alpi e del cielo, come un immenso oceano di luce e di colori! — E là, su quelle cime, sedevano su la dispersa rovina d'un casolare sfasciato dall'acque montane, o sul tronco d'un vecchio albero sradicato dal fulmine e marcito dal tempo; e disopra i loro capi non vedevano sollevarsi che qualche rado cucuzzolo di monte, con la sua veste di neve agghiacciata, o qualche rozza croce di legno, piantata nel crepaccio d'un masso forse da un povero pastore, chi sa da quant'anni.

E più d'una volta cercavano nuovi sentieri sui fianchi dell'alpe dove il terreno, scemo d'umori e di fecondità, cessa d'esser ricoperto d'erba e ombreggiato di piante, dove non altro s'incontra che qualche rara segreta sorgente col suo fresco zampillo d'un fil d'acqua, o un'ampia zolla rivestita di muscosa verzura, o d'un rosato tappeto di ciclamini. E, su per que' dossi, il giovine Arnoldo andava cercando con mano paziente l'erbe più rare e le pianticelle mirabili e sconosciute, che pare l'aria vi cresca con più facile germoglio, solo per la pastura d'un branco errante di capre. Perchè egli aveva messo studio e amore a quella cara scienza dell'erbe e delle piante, che ama e intende la natura, e insegna con solitaria consolazione che in ogni angolo della terra v'è una virtù misteriosa, una bellezza.

Una mattina, Arnoldo e don Carlo sedevano sur uno degli alti terrazzi della malinconica e deserta Pliniana.

Il cielo era cinericcio e nebbioso; e i loro pensieri sentivano di quella solenne quiete della natura, che pare più muta e mesta, s'è una giornata avversa della sua più bella stagione. Arnoldo tenevasi spiegato sulle ginocchia il suo albo, e disegnava lo schizzo della veduta che gli s'apriva dinanzi — quella fuga di monti dietro un monotono velo di nebbia; lo spumoso torrente che si rovescia da un'erta cima a fianco del vetusto palagio; quel cielo bigio, uniforme, che gli richiamava al pensiero il cielo della patria, una delle scene della sua mesta e cara contrada, quel sacro cantuccio di terra, in cui riposavano le ossa di sua madre. Don Carlo, poco lontano di lui, meditava scrivendo sopra un foglietto, che appoggiato a un volume della Bibbia e' si teneva fra mano.

Quando Arnoldo ebbe finito il suo disegno, s'avvicinò all'amico, e gli si mise accanto, in atto d'aspettare: ma quegli non si riscosse, e continuava a scrivere.

— Che scrivete, don Carlo? domandò Arnoldo.

— Amico mio, sono pensieri ch'io vo gettando su questa carta, tali quali m'ardono in cuore, schietti, nudi; egli è un ritorno innocente alla giovinezza già passata per me, la quale non m'è più che una memoria. Che volete? Noi italiani, noi figli di questo cielo e di questa terra, oh no! non possiam distaccarlo dal cuor nostro l'amore della poesia, che succhiamo forse col latte delle nostre madri, che beviamo coll'aria del nostro paese... L'armonia del canto è la più pura voce dell'anima!.. E io, vedete, qui, in quest'ora di solitudine, in questo luogo sublime, sento risvegliarmisi nel pensiero i miei sogni d'una volta, parmi ancora d'esser giovine, italiano, poeta!...

— Oh il vostro sentire è nobile e bello! ditemi, ve ne prego, leggetemi il vostro canto: chè anche il cuore di chi nacque di là dell'Alpi sente e batte più forte, se la parola della bellezza lo scuote.

— Deh! che volete mai ch'io pensi e scriva? Non è, ve l'ho detto, che la tarda rimembranza d'un tempo che non torna più. Ora, la mia sorte è certa e tranquilla, e il mio cuore contento. Fare a' miei fratelli quel poco di bene che per me si possa, nella condizione in che mi pose la provvidenza, questo fu il primo mio voto, e sarà l'ultimo.

— Ma come potete voi col cuore sì caldo, con la mente fatta pura dal fuoco dell'ingegno?... lo interruppe Arnoldo.

— Dimenticate l'uomo, e non guardate in me che il povero prete. Io sono un nulla agli occhi del mondo, ma c'è delle anime che non mi disprezzano. Sono que' pochi miei fratelli che vedono in me il loro unico protettore; per essi, io sono il mediatore fra i travagli di questa terra e la consolazione del Signore. Io parlo loro di semplici e sublimi verità, ed essi m'ascoltano; io raccolgo la confessione della loro debolezza, e li conforto al meglio; me li veggo inginocchiati ai piedi, e fo sopra d'essi il segno della croce, il segno del perdono; io battezzo i lor bambini, e seggo accanto del loro letto di morte, e le anime n'accompagno al Creatore, benedicendole... Che altra umana felicità poss'io invidiare?.. Oh! chi intende la grandezza di questa divina missione, e la compie con quella forza, che sola la fede può dare, non ha altro affetto quaggiù, non ha altro voto, se non che sia fatta la volontà del Signore sulla terra come nel cielo!

— Queste son cose sublimi, e il vostro proposito è grande, come la virtù ch'è necessaria per adempirlo. Ma io credo, amico, che il dir addio alla gloria della scienza, alla dolcezza della vita, all'onore della patria stessa, vi debba esser costato un gran sacrifizio! e forse...

— Deh! chi mi assicurava che sarei venuto in fama, che avrei trovato nella gloria il compenso della vita spesa per la sapienza? e ciò foss'anche, gli è poi vero che sia questa una felicità, o almeno un riposo de' nostri desiderii?... Ah! credetelo a me! io, dimenticato nella mia oscurità, vivo più contento di voi... E la sola cosa che adesso sparga di mestizia i miei giorni è il pensiero di mia madre e di mia sorella. Povere e buone creature! esse non avranno l'appoggio che di me aspettavano...

— Ma che cosa potreste far di più per loro? Nel tempo che siete qui, non avete voi preparata loro una condizione onesta e sicura?...

— Sì; ma io dovrò abbandonarle. Pochi giorni ancora, e tornerò dove mi chiama il mio debito sacro, che già per troppo tempo l'ho dimenticato. Oh! Dio mi conceda ch'io possa una volta vederle tutte e due vicine a me, sotto il mio tetto, ch'io viva con loro, sì... perchè io le amo, vedete! sono i soli legami che mi uniscono alla terra: mia madre, la donna amorevole e pietosa! mia sorella, l'angiolo della modestia e della pazienza!...

— Non v'affliggete per loro; la virtù che si nasconde è sempre felice. Su via, aprite l'animo a più lieti pensieri; e se non è troppo esiger da voi, leggetemi ciò che avete scritto stamane, ve ne prego!

Il vicecurato stette alquanto a guardar taciturno il suo giovine amico; e poi levatosi lesse:

LA VOCE DELLA FEDE. I Perchè il mesto a la terra estremo vale, Anima mia, ti rinovella il pianto? — Poni giù il peso del dolor mortale, Pensa che solo il sagrifizio è santo! E tu, Signor, della speranza l'ale Dona al sospiro dell'ultimo canto; E tu l'adempi, se nel ciel non muore, La preghiera del pianto e dell'amore! II Quando, de' miei prim'anni in sul sentiero, Sparsa di fior la terra a me s'aprío, Con volo incauto il giovenil pensiero I fantasmi seguì d'ogni desio! Era un sogno la vita! il vel leggiero D'un'iri circonfusa la vestío; E 'l sol le rise di sua luce blanda, E amor la cinse de la sua ghirlanda. III O mia terra! o miei voti! — Io vi credea Il supremo confin d'ogni speranza: Altra prece il mio labbro non avea, Il mio cor non ardea d'altra fidanza; Io cantava di voi, di voi piangea, E appena un'ombra muta ora m'avanza; Quasi memoria di perduta voce, Quasi in terra deserta unica croce! — IV O Verità! quando tremante e anelo Del tuo regno alle sfere il guardo alzai, E quando all'infinita eco del cielo Il mio profondo gemito affidai, Perchè dal grembo dell'immobil velo, Mandato un raggio, un raggio tuo non m'hai? Perchè tace al mio cuor la luce eterna Dello spirto d'amor che ti governa? V Oh! il divino tuo sol ch'arde e non pare, Riluca al declinar degli anni rei! Se l'alme sofferenti ha Dio più care, Spargi di duolo tutti i giorni miei! Tu la solinga lampa dell'altare, Tu del martirio la corona sei! L'angelo dell'estrema dipartita, Il primo dì della seconda vita. — VI O Verità! ti credo anch'io, ti sento! E il verbo adoro de la gran promessa, Che il tuo libro mi schiuse in novo accento, Retaggio eterno d'una prole oppressa! Tu il ciel m'additi, e tempri il mio lamento, Tu splendi, e l'ombra arcana ha luce anch'essa! Già spira il tuo divin soffio sull'alma, Che ne deliba la siderea calma. VII Benedetta quell'ora, e benedetto L'astro che mi snebbiò la fosca via! Più non sorge dal cor mortale affetto; Altro è il fonte che l'anima sitía. La fè diemmi l'amor dell'intelletto, D'un secolo cadente all'agonia! Ed io baciai come un terreno santo Il suol che bevve de' fratelli il pianto. VIII Adempi, o Dio, la mia speranza, e scenda Del tuo servo nel cor l'alta parola; Sì che a' fratelli la virtude ei renda, Che l'opre edúca, ed il patir consola. Dammi l'accento che il perdono apprenda, Dammi l'amor che a nova età sia scola! All'avvenir promesso il cor nutrica, Apri il volume de la grazia antica! — IX Ecco il tempio e l'altare, ecco la Croce! Oh! ch'io mi prostri su la sacra pietra. Signor, questa ch'io sento è la tua voce! La tua voce è la fè che mi penétra. Stanco è lo spirto della pugna atroce; Geme, e la pace de' tuoi santi impetra; Contempla il fin d'ogni creata cosa, E nell'amplesso dell'Uom-Dio riposa. X Addio, sogni mortali! E tu fugace Ne le mie notti ombra evocata, addio! Qui nel sacro ricinto, ove si tace Dell'alma sconsolata ogni desio, Assiso al raggio dell'eterna face, L'aurora invoco del tuo regno, o Dio! Che renda all'uom di tua promessa erede Un amore, una patria ed una fede!

Lesse questo canto con voce grave e commossa il giovin prete; poi sollevò gli occhi e li tenne lungamente fissi nella faccia china e pensosa del suo ascoltatore. Ma su la corrugata fronte di lui, nell'obliqua e muta guardatura, egli vide balenare un ascoso pensiero; su quella fisonomia indovinò una segreta ironia, un'intenzione amara, che mal suo grado s'appalesava.

Tacquero entrambi un poco; poi Arnoldo, come facesse forza a sè medesimo, — Amico, interrogava, parlatemi di cuore: quanto avete qui scritto, lo sentite voi veramente? Crederò che il vostro cuore abbia per sempre trovato, come voi lo dite, quel riposo, quella rassegnazione ch'è un'incredibile virtù, e fa sì che la fede divenga coscienza in voi?

— O amico, rispose l'altro, fin adesso noi non abbiamo mai seriamente discorso intorno a sì gravi cose; ma io ben conobbi tutta la vostra vita dal primo giorno che m'incontrai con voi: io ho penetrato il cuor vostro e la sua piaga!... Lasciate che io la scopra a voi stesso; è la mancanza d'una fede!... Povero giovine, io vi compiango!

— Oh sì! proruppe l'altro, dopo una solenne pausa, compiangetemi! Non so dir che tumulto s'agiti qui dentro talvolta! Non so dir con quale ardore cercassi anch'io questa che voi chiamate virtù, certezza e verità, la fede! — ma non la trovai. Tutto calpestato, tutto diseccato e morto! Io penso che la fede non sia più che il rifugio dell'anime semplici, ingenue, fiacche: in quanto a me, non la vidi che in una povera chiesa di montagna, in un'officina, in un tugurio... e, anche là, fu un mistero per me! Ma voi... ma chi ha dubitato una volta, chi ha pianto per la sete della scienza, chi ha numerato in un cuore i bàttiti della virtù, e le convulsioni del delitto... Oh io vi credeva di tempra più forte e disdegnosa!

— Uomo ingannato! tu non sai quanto ti costi la tua illusione, o che debolezza sia questa che tu stimi forza! Tu non vedi con quell'occhio di pace con cui io guardo agli uomini, alle cose, per ascendere fino a Colui che gli uni e le altre ha fatto. Ma forse, verrà qualche momento nella tua vita...

— Eh! lasciamo un proposito del quale non possiamo convenire, e non sia questo che turbi la nostra amicizia... Ma l'ora è tarda, e non vorrei che il cattivo tempo ne cogliesse. Seguitiamo per quella via, se così vi piace, e torniamo a casa dalla parte di terra.

L'altro si mosse senza far nuove parole; ma nel resto del cammino fin al paese, il loro ragionare fu più contegnoso e più cauto del solito.

IX. AMORE.

Ma in quell'amicizia, che il giovine forestiero aveva cercata con tanto studio, non si nascondeva un'altra cura più gelosa e segreta, un pensiero più intimo, più ardente, il primo pensiero dell'amore, l'imagine di Maria?

Il giovine non può esser mesto a vent'anni: egli non vuole allora la malinconia e la meditazione, ma ha bisogno d'un affetto più potente che l'aiuti, che gli faccia sentire il fremito della vita; sia l'amore o l'ambizione, la gloria o la scienza, sia l'avvenire o la fede che lo commuova, gli è forza che il suo entusiasmo si nutra e viva. Guai a colui che a vent'anni ha il fiele dell'amarezza nel cuore, e il ghigno del disprezzo sul labbro!

È nella solitudine, nella pace della campagna, che il giovine è più inchinevole alla dolcezza d'un affetto. Nel seno d'una bella e tranquilla natura, noi siamo, o almeno ne par d'essere, più virtuosi; crediam più facilmente all'amicizia, ascoltiamo il consiglio della benevolenza, gustiamo la pietà, cerchiamo l'amore. Non tutti pensano che sia così, ma non conta: non sono io il primo che così pensi e creda.

Arnoldo fra gli altri così credeva. Nella vita solinga, abbandonata che menava in quel villaggio, presso a suo padre, alla sua famiglia, e costretto a nascondersi, a divorare in segreto il suo cordoglio, aspettando pur con fiducia che qualche raggio amico lo riconducesse nel seno de' suoi, la coscienza del giovine e saggio vicecurato era stata una gioia, una felicità per lui. Trovandosi solo, egli sentiva la necessità di cercar un amico che temperasse il suo sconforto, e lo compatisse. E questa sì cara amichevole servitù nessuno gli avrebbe potuto prestare meglio che don Carlo, il quale de' dolori di questa terra aveva abbastanza veduto per poterli prendere sul serio.

Qui Arnoldo gli scoperse perchè ruppe col padre suo; e di quella domestica guerra di cui molti avrebber riso, egli vide e conobbe tutta l'acerbità e il disgusto. E non solo ne patì per l'amico, ma gli consigliò di tornare in pace a ogni patto, dicendogli che la collera del padre non poteva esser vinta che dall'amore delle sue sorelle.

Ma quando Arnoldo si rallegrava con sè stesso dell'amico acquistato, una memoria più cara gli si risvegliava nell'anima. Si ricordava di quel giorno in cui aveva ascoltata la predica del vicecurato, là nella chiesa del paese. Pensava a quella bellissima e modesta creatura, che aveva veduto pregare, inginocchiata presso la madre, a quella sembianza malinconica e pur così serena nel dolore, a quel volto candido sotto il nero zendado. Egli aveva accompagnato con la sua la preghiera che allora faceva l'anima sofferente della fanciulla. Poi si ricordava che il dì appresso, quand'egli era ito a visitare il prete nella sua casetta, aveva riveduta la fanciulla, e al rivederla s'era turbato: ella invece non aveva sollevato gli occhi, non s'era quasi accorta di lui; e la piccola scortesia gli era dispiaciuta.

Questa memoria ei la serbava come un segreto; ma non ardiva ancora d'interrogare il proprio cuore, quantunque il dubbio, in cui egli era, gli fosse assai penoso. Ma poi, di volta in volta ch'egli tornava alla casetta del lago, e quando, fatto più dimestico con le due donne, vide la semplice bonarietà della madre dell'amico suo, e scoperse l'anima delicata e sensitiva della sorella di lui, allora provò una gioia tranquilla e solitaria, una consolazione che non aveva gustata da tanto tempo. Respinto dalla sua, parevagli quasi d'aver trovato un'altra famiglia; i suoi pensieri, che prima erano agitati da un gran tumulto di cose, i dubbii cocenti che sempre lo travagliavano, le speranze incerte, le visioni che disturbavano i suoi sonni e la sua solitudine, tutto il cuor suo si faceva sereno, si riposava, appena egli passasse il limitare di quell'umile casa — dove non era nessun rumore, fuorchè il lento batter del fiotto al basso del muricciolo dell'angusto cortile; dove non era nessun'ombra fuorchè quella della verde tettoia formata dalla vecchia vite che saliva bistorta accanto all'uscio della casa.

Al primo avvicinarsi a Maria, egli non poco si maravigliò, chè gli parve di trovare in essa una rara modestia, una riserbatezza semplice insieme e sicura, insomma una soavità di costume che, alla prima, annunziava non solo la bellezza nativa del cuore, ma anche lo studio e la squisitezza de' modi. Il suo portamento era timido, ma aveva non so qual vezzo; il sorriso rado e quieto, il parlare assai modesto, ma vero; e quel che più toccava il cuore, era il suono dolcissimo della sua voce. Ella portava sempre un vestitino schietto, semplicissimo, ch'era povero ma mondo, e fatto dalle stesse sue mani; i suoi bei capegli eran pettinati con gran cura; le sue mani bianche, come quelle d'una damigella. Ben vedevasi ch'ella conosceva d'esser nata in umile stato; ma che pur non aveva dimenticata ancora la gentilezza delle consuetudini d'una volta, la più eletta educazione della sua prima età.

Arnoldo trovava Maria spesso taciturna e pensierosa. Egli non le aveva parlato quasi mai, quantunque la vedesse sovente; perchè ben di rado ella e sua madre discendevano nel salottino a terreno, quando il giovine vi si trovava in compagnia del vicecurato. Quindi Arnoldo ardeva del desiderio di conoscere i pensieri di quell'anima pudica e ritrosa, che pareva chiudere in sè stessa un tesoro di dolcezza e d'amore. E cominciò a pensare che la giovinetta doveva sentir con dolore la povertà della sua condizione, perchè il suo cuore era stato un giorno accarezzato dalle grazie della vita; a pensare ch'ella aveva la virtù d'esser felice ancora nell'oscura sua tranquillità, e che forse sentiva più forti que' nobili affetti di che il fratel suo gli ragionava sempre con tanto ardore. Arnoldo aveva egli potuto legger nel cuore di Maria?... O era il suo un incauto sospetto, un fumo che appannava il limpido specchio di quell'anima pura?...

L'idea che Maria fosse degna di miglior sorte, la fiducia di sollevarla, di darle una vita novella, lo sedusse, lo vinse: il suo pensiero non corse più in là. Egli dunque s'abbandonò a quelle nuove e gentili illusioni. Un amore poetico, misterioso, un amore non rivelato, e tranquillo ancora nella sua purezza, gli suscitò nel cuore sogni tutti novi, che gli promettevan tuttavia qualche cosa di celeste in terra.

Questo amore era il suo più prezioso segreto; uno sguardo, una parola non l'avevano tradito ancora. Dopo molto esitare e molto pentirsi, risolvette di tacersi e aspettare, con la sola speranza, che la simpatia di quell'anima candida nascesse spontanea per lui.... Nel principio dell'amore il giovine, non pensa che al suo cuore sol basterà per poco quella solitaria delizia; ch'egli ben presto cercherà, vorrà corrispondenza d'affetto: egli non pensa che tranquillo può essere il sorriso della virtù, non quello della passione, e che, sparita la prima aurora dell'amore, esso non gli dipingerà più la vita co' suoi bei colori; ma l'abitudine l'avrà circondata della muta sua nebbia! e allora verrà il tempo del disinganno, e fors'anche del rimorso.

E non era la prima volta che Arnoldo amasse. Ma erano stati amori d'ebbrezza e di delirio; amori di un giorno, d'un'ora: visioni fugaci e lusinghiere di donne bianche e rosee, di semidive trasparenti sotto i ben foggiati merletti, fra l'onda delle trine e dei veli, ne' molli velluti, o nelle pelliccie profumate; erano stati capricci di facili seduzioni, usurpate dolcezze, e misteriosi ritrovi; gioie sparse di fiele e sfuggenti più rapide che non fosser venute, lasciandosi dietro un torpore, un tedio, se pur non era affanno e dispetto. Fino allora, dell'amore egli s'era fatto giuoco, come le donne s'eran fatto giuoco di lui: le grandi, le infelici passioni, colle quali si pretende di dare una tempra così romanzesca alla nostra società, egli soleva chiamarle le passioni a buon mercato. Si può perdonargli, perchè quando amò per la prima volta, credeva che l'amore fosse tutt'altra cosa!

Ma ora quel cruccio e quell'amarezza avevano ceduto il luogo ad altri voti, ad altri pensieri. Egli non credeva ancora all'amore, ma pur credeva all'incanto della bellezza; e già si sentiva migliore, da quel punto in cui una povera fanciulla, che nol cercava, che non lo guardava, era divenuta, per dir così, la forma ideale delle sue fantasie. E non sapeva che quel divino soffio che spira la vita alla bellezza, è amore!

Già eran passati alcuni giorni da che Arnoldo era tornato in grazia del padre; e non avendo in quel tempo riveduto l'amico, lasciò la villa e prese il sentiero lungo il lago che conduceva alla casetta. L'acqua era quietissima; la sera bella, ma senza luna; ed egli pensieroso più dell'usato.

Bussò. Chi venne ad aprirgli fu Marta, la vedova d'un pescatore, che Caterina, dopo la morte di suo marito, aveva fatto venire in casa sua per le bisogne domestiche, e per non rimaner tutta sola con la figliuola, quando don Carlo fosse partito.

La Marta, che già conosceva il giovine, — Non c'è nessuno, signore! disse, restando su la porta. Don Carlo è dal signor curato di qui, e Caterina e Maria sono ite in chiesa al rosario; nè son tornate ancora.

— Dunque me n'andrò! disse Arnoldo, col cuor malcontento.

— Ma, se volesse fermarsi, possono tardar poco...

— Oh non importa!... Ma sì, aspetterò, bisogna ch'io parli a don Carlo. — E seguendo la donna, attraversò le due stanze a terreno, e per la scala che riusciva in un canto del salotto, ascese nella camera dell'amico. Marta pose giù sur uno scrittoio il lume, e se n'andò.

Poco stante, egli s'accorse che le due donne eran tornate a casa, intese la voce di Maria che cercava di Marta, quella voce che gli era sì cara. Poi rispondersi, bisbigliare fra loro, e non far zitto... Certo Marta aveva detto alle donne ch'egli era là, ed esse s'eran ritirate nell'ultima cameretta, dall'altra parte della casa.

Intanto Arnoldo aspettava. E lo sguardo suo errava distratto su le carte e su' pochi libri, de' quali era sparso lo scrittoio del prete: un volume delle OPERE DI SANT'AGOSTINO, un TOMMASO DA KEMPIS, un DANTE di vecchia edizione, il BREVIARIO e la BIBBIA; e qua e là, fra que' volumi, vide gettati a caso alcuni fogli e quaderni manoscritti. Ne prese uno, l'aperse e lo guardò. Eran pensieri scritti in uno o in altro giorno, nel tempo della solitudine, in ore di tristezza o di meditazione. Egli lesse in que' fogli amare parole, parole di sconforto e di sdegno, dettate, senza dubbio, da una potente e gelosa cura, e poi temperate da un voto di pace, da un ricordo di pietà o di rassegnazione, da un augurio di virtuosa coscienza.

Una pagina, ch'egli scorse con rapido sguardo, diceva:

A' 30 d'aprile 18..

«Il mio povero padre è morto! — E io non lo vidi nella sua ultima ora, io non ebbi il conforto di bagnar del mio pianto la sua testa moribonda! — Oh che lagrime io avrei sparse, e con che fervide parole pregato!.... Ma no: anche questa misera speranza doveva esser vana. — È un'altra prova che il Signore mi ha mandata!...»

A' 2 di maggio.

«.... Le lagrime di mia madre, il dolore tacito e rassegnato della mia dolce sorella, hanno umiliata l'anima mia. E a me tocca di consolarle, a me di sorridere, col cuore serrato dall'affanno! Datemi forza, o Signore; e benedite, benedite sempre a quelle pietose e cristiane creature!

E più sotto, a caratteri rapidi, intralciati, che mostravan la foga dello scrivere:

«.... Perchè il cielo è così sereno, e la natura così feconda e lieta? — Una storia di secoli di sangue, inutile insegnamento a' miei fratelli — una contrada senza nome e senza avvenire — un'età grave a sè stessa — uomini vili e ciechi, che non sanno se vivano e perchè...! Non è uno scherno della provvidenza?... O forse è la pena d'un eterno peccato, la dimenticanza della prima virtù che Dio ci ha data, la virtù del volere?... No! no! via da me questi mortali e terribili pensieri! — Non ho madre e sorella, a cui preparare una sorte migliore, non ho tanti poveretti a' quali un dovere più sacro della vita e della morte mi lega per sempre?............

Volse la pagina e continuò:

«— Jeri ho incontrato quel giovine straniero. Non so perchè egli brami sì forte di conoscermi e di leggermi in cuore. Pure, l'anima sua mi pare schietta e nobile; vorrei rivederlo, perchè mi sarebbe dolce lo spargere qualche consolazione in un cuor ben fatto, in una vita giovine e capace di bene. — Stasera, quando raccontai a mia madre l'impensato incontro, Maria mi disse d'aver veduto più d'una volta quel solitario giovine, che da qualche tempo dimora in questi contorni; e avend'io soggiunto ch'era un gentiluomo inglese, si maravigliò che cercasse di farsi amico mio. — Buona fanciulla, le dissi, tu non sai di quali oscuri mezzi talvolta si valga il Signore per il nostro bene! Chi sa che quell'anima traviata e deserta non trovi nella calma delle mie parole, e nella povera virtù d'un uomo ignoto, com'io sono, un occulto consiglio, un nuovo conforto a miglior meta, la prima parola forse d'una verità aspettata, e non pur conosciuta!... Allora, io ben m'avvidi, il puro intelletto dell'ingenua fanciulla comprese d'un lampo il mio segreto proposito. Oh la purezza del cuore e del costume sono la più vera luce del pensiero!... —

«— Buona e infelice Maria! Io penso bene spesso a te, e ti compiango, perchè l'anima tua parmi destinata a sofferir molto quaggiù. Il tuo cuore sente troppo, e troppo di buon'ora tu hai gustato i piaceri dell'anima, per viver contenta nella tua meschina sorte.... Ecco a che si riduce la benevolenza del ricco! — Con te, io non ho mai fatto parola di ciò... Ma oggi bastò una lagrima che ti cadde dagli occhi ad agghiacciarmi il cuore. Ella mi parlava del giovine forestiero. Oh! con qual accento, con qual sorriso celeste mi disse: Egli dev'esser buono, e pare infelice! E tu devi consolarlo, o fratello: oh se le tue parole gli toccassero il cuore!... Io non potrei sopportare il pensiero ch'esso abbia ad andar perduto in questo mondo e nell'altro!..........

Arnoldo non lesse più innanzi. Gettò dispettoso il libro, un amaro sogghigno errava su le sue labbra. Egli ristette, lo sguardo fisso, le braccia serrate al petto, con un brivido nel cuore e uno strano tumulto ne' pensieri.

Dopo alcun tempo don Carlo, tornato a casa, salì nella stanza; e, veduto l'amico in atto di sì profonda occupazione, che non s'accorse del venir suo, lentamente gli s'avvicinò.

— Arnoldo, voi m'avete aspettato, non è vero?

— Siete voi? rispose, riscotendosi, il giovine. Sì, venni a cercarvi. Da alcuni giorni io non vi ho veduto; e temevo quasi non foste partito.

— Converrà bene ch'io vi lasci presto; e forse non resterò qui oltre domani...

— Come?

— Gli è già parecchie settimane ch'io son qui. Oramai, le poche brighe che domandavano la mia presenza, sono finite. Jeri mi fu consegnata la tutela di mia sorella, e di quel poco ben di Dio che le tocca, e quest'oggi ho riscossa porzione d'un vecchio credito, che mio padre teneva verso un tale di Lecco. Adesso, mi richiama altrove un dovere assai più sacro.

— V'assicuro che mi sa male che voi partiate. Ma, vel prometto, verrò a trovarvi, e vi scriverò. Il vostro nome non è di quelli che si dimenticano sì presto; e la conoscenza nostra, io spero, non morrà, come tante che profanano la virtù e la fiducia dell'amicizia.

— Dio il voglia! E quanto a me, vi confesso che una certa tristezza m'assale nel lasciar questa mia povera casa, e mia madre, e Maria... Esse qui resteranno, con la compagnia di molti travagli; e io non potrò, solo e lontano di loro...

— Oh non pensate! finchè io starò qui, verrò di frequente a visitare la buona vostra madre; e poi condurrò meco le mie sorelle, e farò conoscer loro Maria. Ed esse s'ameranno certo, perchè anche Elisa e Vittorina sono due amorose fanciulle... Oh voi noi sapete ancora! Ho seguito il vostro consiglio; e furon esse che calmarono lo sdegno di mio padre, che m'han condotto nel suo seno... Da che non ci siam veduti, la pace fu fatta: io domandai perdono a mio padre d'una colpa non mia; ma lo feci di cuore, perchè da tanto tempo non avevo inteso la sua voce!

— È dunque vero? Oh voi siete felice! Il cuor vostro gusterà una di quelle gioie non concesse che alla virtù cristiana d'umiliarsi.

Don Carlo ringraziò l'amico per quella sua cortese promessa; e poi, prima di prender commiato, volle dirla anche a sua madre. Usciti di là e passati per un piccolo corridore, vennero nella stanza dov'erano le donne, le quali non aspettavano quella visita.

Era la cameretta di Maria.

La parete ignuda e bianca; da un lato un letticciuolo, a capo del quale pendeva un quadretto dipinto, l'immagine della Madonna addolorata; e più sotto, una candela benedetta e un crocifisso d'argento. Il letticciuolo coperto d'una coltre di color cilestro; e le lenzuola ripiegate sovr'essa eran sì candide, che non parevano ancor tocche. Da un altro lato, una piccola finestra che guardava nel cortile verso il lago, mezzo nascosta da una tendetta bianca. Qualche seggiole di paglia, un rozzo tavolino, suvvi una piccola spera, e un vecchio armadio in un canto, compivano la suppellettile della cameretta.

Arnoldo sentì una tacita gioia in cuore, quando il suo sguardo s'arrestò su quella scena modesta e casalinga.

I raggi pallidi, che fuggivan di sotto il coperchio della lucerna, mandavano una quieta luce su l'angelica faccia della fanciulla, e su le piccole sue mani intese a lavorar di maglie; i suoi bruni capegli rilucevan lisci e spartiti su la fronte, e le ricadevan dietro le orecchie in folte e facili anella, fino a toccarle il seno, china come ell'era; una veste semplice di percallo cenerino, e un nero fazzoletto appuntato nella cintura aggiungevano una grazia pudica al contorno della sua leggiadra persona. La madre sedeva anch'ella presso la tavola, occupata a rimendar con l'ago alcuni suoi lini; e la vecchia Marta più addietro, presso la parete e sur un trespolo, era attenta all'arcolaio, e dipanava. — Il lume della lucerna, che disegnava con varia movenza d'ombre e di chiarore quel gruppo sì raccolto, dava all'umile scena un incanto di quiete e d'armonia: pareva uno di quei cari quadretti fiamminghi, così semplici, così veri.

— Sapete, madre mia? disse don Carlo entrando; bisogna ch'io parta domani: ho deciso.

— Come? io non ne sapevo nulla: gli è propio vero? domani, doman mattina?... dimandò con turbato accento Maria, e sollevò la faccia. E voleva dir di più, ma s'accorse che con suo fratello anche un altro era là; chinò il capo, e ristette tra pentita e peritosa di quella domanda, che le era uscita del cuore.

— È necessario, rispose il prete; chè io restai qui con voi più ancora che non avrei dovuto.

E Caterina intanto scuoteva la testa, in atto di rassegnazione malcontenta, e mormorava piano: Già son avvezza a mandar giù di più amari bocconi... dunque pazienza!

— Sì! abbiate pazienza anche stavolta, mamma Caterina, la confortava Arnoldo. La speranza del rivedersi è intanto qualche cosa: io poi vi darò spesso notizie del figliuol vostro, perchè gli ho promesso d'andare a visitarlo a ****.

— Lei è propio un buon signore! rispose, facendo le sue grazie, là madre.

— Oh sì! aggiunse Maria con una voce soave, ma così timida e fioca, che Arnoldo l'intese appena.

— Fatevi pur cuore, nè fate star di malanimo anche me. Già bisogna ch'egli sia così! diceva don Carlo.

— Ma crediate, amico, riprese Arnoldo, ch'io m'ero assuefatto così bene a passare i dì con voi, in questa contrada! Errando con voi da qualsiasi banda, ogni paesello, ogni villa aveva la sua storia, ogni montagna, ogni rupe il suo nome; e temo che mi costerà il divezzarmi...

— Lei è un signore, soggiungeva Caterina, e non vorrà pensare a noi...

— Che dite? anzi, se non me lo negate, voglio far conoscere le mie sorelle a voi e a vostra figlia, che siete così amorevoli e buone.

— Oh Signore! noi avremo vergogna, rispose la madre.

— No, non può essere, ve n'assicuro.

— Oh noi desideriamo tanto di conoscerle, soggiunse vivamente e arrossendo alcun poco Maria; noi le ameremo!

Quella sera, l'ultima che don Carlo passava presso de' suoi, chi sa per quanto tempo, egli rimase fino ad ora tarda con le donne, le quali a malincuore pensavano al domani. Anche Arnoldo stette un buon pezzo in quella modesta compagnia, in mezzo a' que' dolci colloqui familiari, in cui si ripetono tante lievi e care cose, e s'avvicendan parole, di consiglio, di ricordo, d'aspettazione. L'animo suo era pieno d'una pura contentezza; e quando, salutato di novo l'amico, tornò per la riva del lago alla villa, egli ripensava alla buona famiglia, e gli pareva che il suo cuore rimanesse là, in quell'angusta cameretta.

X. LE TRE FANCIULLE.

Al domani, il vicecurato si mise in via per la sua parrocchia. Caterina non potè trattenere alcune lagrime, mentre ch'esso, facendo per montar nel biroccio, le prese una mano, e le disse: — Addio dunque, mamma; state bene, e tenetevi su allegra!

Maria invece non pianse, e se ne stava, indifferente quasi, a guardar il fratello che partiva. Se non che, quand'egli si distaccò da loro, la fanciulla se gli avvicinò, e appoggiate le mani alla spalla di lui, e lasciando cadere su quelle la testa, con voce sommessa gli disse: — Non crediate già, Carlo, che non m'incresca il vedervi andar via; ma, se anche non vi dico niente, pensate che vi tengo sempre nel cuore. E voi? Oh vi ricorderete di me; non è vero? e qualche volta anche mi scriverete, perchè le vostre parole fanno la mia vita... Ah voi, adesso, o Carlo, siete per me padre, fratello e tutto!

Il fratello la guardò con tenerezza, ma non seppe rispondere. Le strinse la mano con amore; e poi montò nel calessino che partì.

Passarono quindici giorni. E la vita di Caterina e della figliuola, non segnata d'altro avvenimento, che dall'alternarsi della domestica giornata, volgeva silenziosa e solitaria; perchè la lontananza del vicecurato, il quale per alcun tempo aveva mitigato alle due donne l'amarezza della vita, lasciava allora un altro vuoto ne' loro pensieri, e faceva quasi parer inutili quelle quotidiane cure, che prima eran per esse un'abitudine, una necessità.

Intanto credevano che anche Arnoldo le avesse dimenticate; egli non era più ritornato a quella povera dimora; e una volta Caterina scappò a dire: Fidatevi delle parole de' signori! per me, non ci credo più! — Ben le aveva soggiunto Maria: Che volete, mamma, che venga a far qui da noi quel signore? Egli avrà ben altre cose da pensare! — Ma la vecchia replicava che quel giovine s'era fatto amico del suo don Carlo, e che appunto per ciò doveva essere un po' diverso dagli altri; e poi, che nessuno gli aveva cercato di venirle a trovare; e ch'esse, infin de' conti, avrebbero tanto e tanto mangiato con lo stesso appetito la loro minestra.

— Avete ragione, mamma! aveva risposto Maria mestamente: noi siamo poveri, ed egli non verrà più!

Appunto la mattina di quel giorno, ch'ebbero menzionato fra loro per la prima volta il nome del giovine forestiero, Maria, sedendo presso il murettino del lago a guardar le barche che radevano la riva, intese un vicino rumore di voci nuove e allegre. Si levò curiosa per correre alla porta; e, in quella, vide entrar nel cortiletto le due damigelle inglesi, accompagnate da Arnoldo.

Ella rimase d'improvviso interdetta, muta, e sentì un tremito segreto; ma poi ripigliò cuore, e mosse verso le gentili visitatrici: era sopravvenuta intanto anche sua madre.

Entraron nella saletta, e Arnoldo presentò alla buona comare e a Maria le sorelle, dicendo: — Elisa e Vittorina desiderano di conoscervi; voi sarete amiche, perchè i cuori, come i vostri, s'intendono sempre!

Maria arrossì, e non sapeva che dire; ma ritirandosi un poco susurrò: — Oh questo sarà uno de' più bei giorni per me!

— Sì, sì, esclamò allegramente Vittorina. Voglio che stiamo insieme; voi verrete sul lago nella nostra barchetta; voi c'insegnerete le belle canzoni delle montagne, sarete la nostra guida sui sentieri dell'alpe. Ah sì! dobbiamo passar di belle ore in compagnia.

Anche Elisa avvicinavasi a Maria, e la pigliava con affetto per mano, dicendole: — Noi ci vorremo bene, come vostro fratello e Arnoldo, non è vero? Egli, sapete, ci parlò sovente con tanto amore di lui, di vostra madre e di voi. Non abbiate soggezione di noi; la vostra fisonomia è tanto dolce e bella!

— Non mi mortificate così: io sono una povera fanciulla, e voi...

— Noi, riprese l'Elisa, siamo ben liete di conoscervi; e se vostra madre è sì buona per non dirne di no, torneremo domani, per condurvi con noi alla villa; e sarà una giornata di contentezza.

— E vi mostreremo, aggiunse Vittorina, cento cose belle; i nostri anelli, gli smanigli, le collane, le ciarpette e tant'altri vezzi, che sono una maraviglia a vederli. E ne daremo anche a voi, pensate! ch'e' devono stare pur bene a quel vostro collo, sì sottile e bianco!

— Tu se' proprio uno spiritello! disse Arnoldo, mentre Maria alle parole della giovinetta chinava la faccia sul seno, e di novo arrossiva. Allora Vittorina, in atto di tenerezza infantile, le gettò le braccia al collo, e col suo pronto sorriso:

— Perdonami, o Maria! ho creduto di farti piacere col dirti che sei bella!

— Tu verrai, Maria, aggiunse Elisa, non è vero? dillo! vogliam raccontarci tante cose! Perchè, sai, adesso noi possiamo godere in pace questo tempo sì allegro, questo cielo sì bello! Adesso, noi non tremiamo più per la vita di nostro padre; egli era ammalato, ammalato assai, ma dopo che Arnoldo tornò, sta molto meglio.

— Buona Caterina, riprese Arnoldo allora, fu appunto per causa di mio padre che non venni prima a trovarvi; ma son contento, chè vi veggo di buona ciera e serena.

— Graziadio! rispose la vecchia.

— Voi avrete forse pensato ch'io v'avessi dimenticata?

— Nemmen per sogno!

E Caterina fu presta ad acconsentire alla graziosa premura che le due damigelle le avevano fatta. Era un grand'onore per lei vedere la sua figliuola cercata da due signorine così leggiadre e buone, e il suo amor proprio non n'era poco lusingato; perchè pensava che in ogni maniera non poteva esser che una fortuna quella conoscenza.

Ben presto le tre giovinette divennero amiche, come se già da un anno si fossero conosciute. E quasi ogni giorno, Elisa e Vittorina venivano a cercar di Maria, e con essa dividevano l'allegrezza di tutte l'ore. Bene spesso le avresti vedute seder in crocchio sul terrazzo della villa, intese allo studio de' loro disegni e lavori, al canto di care e semplici melodie, o abbandonate a fanciulleschi e sinceri colloqui. E talvolta anche il vecchio lord, che oramai era convalescente, sedendosi nel suo seggiolone in un angolo del terrazzo, contemplava in atto di segreta gioia quelle tre testoline giovani e aeree, che si chinavano e si levavano con un tripudio irrequieto, con un sorriso più eloquente d'ogni parola; e l'ampio foglio del Times, ch'egli si teneva spiegato sotto gli occhi, cadeva allora dimenticato su le sue ginocchia; e nel suo cuore l'arida politica cedeva il posto alla dolcezza d'un senso affatto novo.

Più sovente le fanciulle andavano a diporto per i paesi della riva, o facevano una corsa su la montagna, e Arnoldo veniva con esse in compagnia. Era un alternar di risa schiette e d'allegri modi, un dolce motteggiare, un mescersi di voci argute e soavi, una corrispondenza di gioia e d'affetto.

Alcuna volta invece, al levar della luna, essendo il tempo chiarissimo, e l'aria consolata dalla freschezza della sera, le tre fanciulle discendevano di nascosto nel giardino della villa, e sen venivano all'ombra per la riva bruna del lago. Poi calate chetamente nella loro fida barchetta, davano a gran lena ne' remi, e pigliavano il largo. La luna si rifletteva bellissima nel lago, come in uno specchio; ma, a ora a ora, l'acqua commossa da uno spirar di vento leggero pareva tutta risplendente di tremole scagliette d'argento. Quel fianco delle montagne, su cui spargevasi il pieno chiarore della luna, pareva circonfuso dalla vaporosa luce d'un incantesimo, e ne spiccavano i seni e i dossi, i paesetti e le case; l'opposto fianco invece si perdeva in un'ombra uguale e fitta, che nulla interrompeva, tranne il luccicare di qualche picciol lume, qua e là, dal balcone d'una villa, o dalla porta d'un casolare. E la barca delle giovinette fuggiva rapida su l'onde, come se avesse l'ale, e portasse le fate abitatrici di quella poetica contrada.

Poi, quando tornavano alla riva, vedevasi quella barchetta fermarsi al piede dell'alto terrazzo; e l'aria taciturna risonava dell'armonia d'una prediletta canzone.

UN CHIAROR DI LUNA. INSIEME Sei cheta, o notte, ma non sei mesta, Quando riluce sereno il ciel! L'ora beata d'amore è questa, Questa è del canto l'ora fedel! Andiam compagne! La notte è bella; Stacchiam dal lido la navicella. Aura di sera — spira leggiera; Geme alla sponda — l'onda che muor. La luna è chiara, splendon le stelle; Le tre sorelle — cantan d'amor! La luna è chiara, Cantan d'amor! VITTORINA Io sono lieta, non ho pensieri; Tutto è sorriso d'amor per me! L'oggi è fuggito, fuggito è l'ieri; Oltre il domani speme non v'è. Ma quando l'alma brilla contenta, Oh! perchè l'ora non va più lenta? Odi una stanca — voce che manca? Di veglia è grido, che dà il pastor. Ve' il lume errante d'una facella, La barca è quella — del pescator; Canta, o sorella, Canta d'amor! ELISA Lieta è dell'ore l'aerea danza, La vita a un roseo vespro è simíl; E il dïadema della speranza È della sera l'astro gentil, La cui tranquilla luce amorosa Sulla mia fronte lieve riposa. Per l'aure lente — l'arpa gemente Diffonde un suono che cerca il cor! Vedi alla bruna sua finestrella La damigella — china sui fior! Canta, o sorella, Canta d'amor!

Fra l'una e l'altra canzone era una pausa; e le ultime voci s'andavan perdendo a poco a poco nell'aria silenziosa della notte, sì che quasi non poteva dirsi se il canto fosse venuto dalla terra, o dal cielo. E pareva che ciascuna delle due sorelle volesse all'accento confidare il segreto del proprio pensiero. Quando poi toccava a Maria a cantare, essa che non aveva avuto altro maestro che il cuore, e che solo col fino senso dell'orecchio misurava l'armonia, sapeva esprimere tutta la soavità, tutta la malinconia dell'anima sua nelle fresche e semplici note della sua voce.

MARIA Nel ciel romito ho un astro anch'io, Che nessun vide, nessuno amò! Pudico raggio, deh splendi al mio Povero core che ti trovò!... Io t'amo, o stella, che sempre vegli, Ed amo l'onda dove ti spegli. De' giorni il fiore — s'inchina e muore, Breve è l'affanno, sacro il dolor: Dal basso esilio, l'alma più bella Alla sua stella — ritorna ancor. Canta, o sorella, Canta d'amor! INSIEME O cielo amico, ciel di zaffiro, Ah ne risplendi sempre così! Senza una nube, senza un sospiro Di nostra vita trapassi il dì; Nè rio pensiero mai turbi il core, Che solo cerca silenzio e amore! Aura di sera — spira leggiera, Geme alla sponda — l'onda che muor. La luna è chiara, splendon le stelle: Le tre sorelle — cantan d'amor. La luna è chiara, Cantan d'amor!

Il più sovente, venuta la sera, le due damigelle accompagnavano Maria alla casa di sua madre; e là s'intrattenevano alquanto a frascheggiare con la vecchia Marta, e a raccontare la lieta giornata alla buona mamma Caterina, come già la chiamavano. E la buona mamma Caterina quasi ne piangeva di consolazione.

In questa dolce e sollazzevole amicizia corsero così due mesi, i due mesi dell'estate: e su quella felicissima riva, dove gli ardori del sirio e del sollione sono temperati dalla freschezza dell'acque, e dal respiro quotidiano de' venti della pianura e dell'alpe, e ristorati dall'ombra delle montagne e dal silenzio perenne della natura, le tre fanciulle gustavano una contentezza così serena, che non avrebbero cercato di più. Quando la gioia è vera il cuore crede ch'essa durerà sempre!

Anche Arnoldo non era mai stato lieto come allora, e quasi gli pareva un sogno la sua felicità. In quel tempo d'una confidente esistenza, in que' giorni fuggevoli e uguali, egli lasciava che l'anima sua errasse in balìa di facili illusioni; i suoi pensieri non eran più quelli d'una volta; egli trovava in essi una quiete insolita; e diceva che una stella nova e più pura era comparsa nel suo cielo. Arnoldo amava la povera Maria, e l'amava sinceramente. Eppure spesso, quand'era solo e domandava a sè stesso, se Maria, nella sua innocenza, avesse potuto indovinar quel segreto ch'egli aveva sì caro; un sospetto sorgeva a turbarlo con voce importuna, dipingendogli alla mente quell'angiolo come una povera creatura, ch'egli voleva far sua vittima per abbandonarla poi nella sciagura. Allora l'amor suo gli pareva una menzogna, le sue parole uno scherno crudele, ogni suo sguardo furtivo un'infame seduzione. Ma quand'essa era là, in mezzo alle sue sorelle, folleggiante e graziosa come Vittorina, tenera e meditabonda come Elisa; quando, con quella pura sua voce, gli cercava l'anima dolcemente, o la rapiva con la magia d'una sua canzone montanina, allora le fosche fantasie acchetavansi; egli credeva all'amore, credeva al suo cuore e a Dio.

E la fanciulla? — Povera innocente! tu ancora non sai che sia l'amore d'un uomo! Nessuno ha gettato mai sopra di te un solo di quegli sguardi che consumano come fiamma, e lasciano un solco nel cuore; nessuno t'ha detto una parola, per rivelarti che l'abbandono del cuore e del pensiero ci può costar tante lagrime e tanto sacrifizio. Tu non ami che tua madre, il fratel tuo, Dio, il cielo, il tuo villaggio e i tuoi fiori!... Oh guardati, e ti salva dall'amore, finchè hai tempo ancora! L'anima tua è tuttavia pura e soave; essa trema, come una rosa tocca dal primo vento. Perchè abbandonasti il cantuccio della stanza di tua madre, e la tua piccola finestra incoronata di fiori? Aimè! gli occhi di chi non conosce l'amarezza del pianto che si versa quando l'innocenza è morta, guardano al futuro attraverso il prisma ingannevole del presente; e il cuore, se non è ferito, non crede al dolore! — Povera Maria! oh come tu benediresti a quella voce che ti dicesse: Tu se' troppo ingenua, tu se' troppo sicura di te stessa!

XI. SULLA BASS'ORA.

La Malizia, questa losca sorella della Bugia, questa fata capricciosa e segreta, la quale, sebben zoppichi su le sue grucce ineguali, pur tanto cammina che bene spesso vince della mano la Verità; la Malizia, ospite vecchia del nostro mondo, è stata sempre, per quanto si faccia o si dica, la regina delle cose, e ha codice, ragione e diritto; perchè forse la provvidenza le permise d'attecchire, crescere e moltiplicarsi, come la gramigna nel campo, di spiegarsi e regnare, come le nubi nel cielo. La Malizia passeggia sotto le vôlte dipinte delle case de' grandi, vestita d'un giubba trapunta di frastagli d'oro o d'uno splendido saio, siede alle mense e ne' circoli del bel mondo, coperta le spalle di màrtora o d'ermellino, di sete indiane, di veli aerei; trotta per le vie sotto l'abito modesto del cittadino; studia, medita, scribacchia anch'essa, come il più grave filosofo; ha il suo scanno nel cantuccio del focolare del borghigiano, e la rozza panca di legno sotto la tettoia del contadino; s'adagia a sua posta nel caffè, nella bottega, nel palchetto del teatro; sbircia, sogghigna, ciancia, gracchia, trincia a destra, a sinistra; e a sentirla, gli è sempre per amor del bene, o per onor del vero. — Nessuno dunque maraviglierà, cred'io, ch'ella avesse culto e alunni anche su quella beata riva del lago, tra le poche case del nostro paesetto.

Su la bass'ora d'un bel dì, il signor curato passeggiava nella piccola spianata che si stendeva dinanzi la sua casa, in compagnia di quel signor Gaspero, il vecchio signorotto, del quale abbiam già fatta la conoscenza; e discorrevano fra loro a tutto bell'agio. Benchè costoro, come vedemmo, non fossero i migliori amici del mondo, e l'uno non andasse molto a sangue all'altro, pure lo star insieme e la necessità di tenersi in credito, facevano che si cercassero come due vecchi colleghi, o piuttosto come due gelose potestà rivali. E poi, don Gioachino non era uomo da legarsela al dito per qualche motto lanciato alla sua pretensione politica o letteraria, chè anzi piccavasi di non se ne far gran caso, come se si fosse trattato d'un complimento.

— Ehi! signor Gaspero, diceva il curato, se foste venuto mezz'ora fa, v'avrei fatto sedere alla mia tavola tale e qual era; ne vengo or ora. Eh! un desinarino da povero curato, ma da galantuomo; poco ma buono! è il mio assioma.... ah! ah!

— Oh lo so per esperienza! si mangia bene da voi....

— Non fo per dire, ma la mia Sabina sa il fatto suo: da un par d'anni poi ne son contentone. Quest'oggi, vedete, m'ha regalato un bel pezzo di stufato fumante, con certe cipollette in sugo, che parevan perle; e poi una fricasséa di polli, che valeva un Perù!...

— Corbezzoli! la è una dottorona la vostra serva; scommetto ch'ella sa a menadito tutto il Cuoco Piemontese, e che la vi corregge anche i testi latini delle vostre prediche.

— Ah! ah! sempre di buon umore il nostro signor Gaspero!

— Che volete, curato? Se non si cerca di passare, il meno mal che si possa, questi quattr'anni di vita che ci avanzano....

— Buon per voi, che sul vostro non tempesta mai!... Ma per me, v'assicuro ch'io conto delle giornate brusche, e che qualche volta mi tocca di roder catene.

— Canzonate, o dite da vero? Chi fa mai più beata vita della vostra?

— Voi volete parlare, ma non le pigliate su voi quelle che mi toccano, proprio a me, che doverle inghiottire, la è dura! Ma, ma!... è meglio non pensarci, chè basterebbe a farmi far cattiva digestione.

— Ma via! che avete? dite su: non son forse vostro amico, io?

— Sì! voi siete un galantuomo, ma a questo mondo c'è dei birbanti. Io che non ho mai avuti impicci, sentite mo che cosa mi capita! — La settimana passata, fo una giterella a Como, per non so che miei interessi.... certo poco danaro, che ho messo da parte in tant'anni, e che ho voluto portare io stesso, in confidenza, ad un legale di là, un po' mio parente, perchè me ne cavi una cinquantina di lire d'interesse... Mo, vedete! Eran sei anni che non mettevo il piede in quella maladetta città; e sta, che quell'unica volta che ci casco, trovo un avviso che mi chiama, là.... da... (E qui gli bisbigliò a mezza voce un bel nome tondo.) Mi capite? Così è... proprio da lui! Bisognò dunque trottar subito... là dov'ero aspettato. Non vi dico nulla!.... Cose grosse, cose di fuoco; mi voglion mettere in compromesso, mi vogliono giuocare sicuro, io che non ho mai fatto nè detto male a nessuno...

— Ma che diamine mai?...

— Lo sapete voi? lo so anch'io. Fu un serio e lungo interrogatorio di lui, di lui stesso... capite? — E vi dico la verità, che la flemma delle sue domande mi faceva sudare, nello stesso tempo che la serietà delle sue occhiate mi metteva i brividi. E tutto, indovinate mo?... per amor di quel sapientaccio presontuoso di don Carlo.

— Oh!...

— Che so io de' garbugli che può avere colui?... E bene, sul conto suo, mi domandò più di cento cose; e ch'io sapevo, e che dovevo sapere... che quel prete era nativo di qui; ch'io conoscevo quali corrispondenze avesse, perchè quest'estate passasse qui tre mesi, e che ci doveva essere la sua buona ragione; che discorsi, che vita facesse, e che so io... Vi dico che avevo tanto di testa! Cercava ben io di rimbeccar quelle antifone alla meglio, ma era peggio! Io aveva bel dire, la responsabilità è sempre del povero paroco... E poi, sentite questa! — Non è la prima volta, conchius'egli infine nel congedarmi, che voi date serii motivi di censura!... sue precise parole. Figuratevi che condizione fosse la mia, a questi schietti complimenti!

— Ma non siete arrivato a capire?...

— Poco o niente. Furono avvertimenti sordi, misteriosi, consigli dati a mezz'aria, lasciati indovinare; ma, se non fallo, qui ci cova sotto qualche cosa di...

— Di che?

— Eh signor Gaspero! penso ch'io sono una bestia a ciarlar tanto di queste materie così gravi: lasciamo andare, lasciamo andare....

— Ehi, m'offendete! dite su! Credete ch'io sia un bamboccio o un birbone? Parlate!

— Ma! ma! ma!... voi non sapete che brutto rischio si corre....

— Ditelo, che lo saprò.

— In somma, in somma! volete propio saperlo?... Io credo che ci sia in aria qualcosa di torbido, di marcio, cioè di... rrrr... E nell'orecchio dello strabiliato compagno finì una terribile parola.

— Bah!...

E qui tacquero tutt'e due, e si guardarono in faccia un pezzo l'un l'altro, senza batter palpebra. Poi il signor curato, levando lentamente una mano, e mettendo l' indice a traverso le labbra, diede all'amico un'occhiata di gran significazione, come per dirgli: Silenzio, per amor del cielo!

E l'altro, facendosi piccino e stringendosi nelle spalle, rispose con la stessa smorfia.

In quel mezzo, altri capitavano su la spianata, e camminando sbadatamente andavan di lungo pe' fatti loro; se non che, due d'essi, veduti ch'ebbero don Gioachino e il signor Gaspero, attraversarono la strada, e vennero difilati alla volta loro. Erano il dottore e il deputato politico del paese. I quattro fecero tra loro le solite scambievoli cortesie, con una sberrettata che rese l'uno all'altro in aristocratica solennità, a grand'edificazione de' villani che di là passavano. La conversazione interrotta si rannodò; e fu lo stesso curato che per il primo pigliò la parola, sollecito di mutar l'argomento, e pauroso non fosse mai per iscappare al signor Gaspero qualche allusione alla confidenza fattagli.

— Dunque, che c'è di nuovo, signor Mauro? disse, voltandosi al deputato politico.

— Eh! che vuol mai ch'io sappia, io! rispose quegli. Lei, don Gioachino, lei che sa di politica, che vive di giornali, me le racconterà le notizie.

— Oh sant'iddio! L'ho detto tante volte, caro mio signor Mauro, ch'io non m'impaccio di faccende mondane! Io vivo in questa tana, come un tasso di montagna... Io non c'entro, io non c'entro, lo dico e lo protesto! io dormo all'ombra del mio campanile, e di queste cose che bruciano, me ne lavo le mani.

Questa protesta, che non sarebbe certo uscita di bocca al curato in altro tempo, gli fu allora suggerita dalla fresca tema di vedersi a qualche brutto giuoco, per la maledetta smania che aveva di pesare su la sua bilancia i destini d'Europa. Il buon uomo s'era ingannato: nessuno badava, più che agli abitatori della luna, alla congrega dottrinaria dello speziale; ma allora la paura era entrata in corpo al povero don Gioachino, e per lui era lo stesso che se l'avessero tenuto per un Robespierre in saio nero.

— Dunque, mutiam discorso, seguitò, perchè vedete bene!... Già, non è bisogno dirne di più;..

Gli astanti capirono, o credettero di capire, quella reticenza. E il signor Gaspero, che aveva la chiave del mistero, — Or via, disse, volete che ce n'andiamo in compagnia giù fino alla riva? Non può star molto, che passi il Vapore...

— Andiamo! risposero.

— E anche lei, signor curato, soggiunse il deputato politico; via! venga, non si faccia pregare.

Cammin facendo cianciarono, al solito, di cose inutili. Ma poco stante, il dottore, additando una barchetta che prendeva il largo: — Guardate! disse, non è quella laggiù la barchetta delle nostre damine inglesi, qui della villa?

— Ah si! è proprio quella! già si sa, il dottore ha buoni occhi, e conosce le belle fanciulle un miglio lontano.

— Via, signor Gaspero! So ben che lei scherza: non me n'intendo io.

— Eh voi siete un giovinotto, signor Paolino, un dottore di primo pelo! Caspita, che su' trent'anni, come voi adesso, ne feci anch'io delle belle, e qui e via di qui; ma era il secolo passato, amico, quel tempo di cui adesso si ride.. povera gente!

— Buon pro le facciano, padron mio, ma le ripeto, lei s'inganna a partito!

— Andate là, volpone dottorato, che avete buon gusto. Già lo sappiamo anche noi; è quella dagli occhi cilestri, dall'aria sentimentale! ah! ah!... diceva il deputato.

— Anche voi volete spassarvi alle mie spalle, signor Mauro?

— Via, confessate, signor Paolino, non è così? non è quella del bigliettino color di rosa, quella del luigi doppio? L'avete pur raccontata voi la storiella.

— Oh andate al malanno, ch'io vi mando! rispose piccato il dottore.

— Ehi! la vi pizzica? ripetè l'altro, dunque è segno ch'è vero!

— Ah! ah! quest'è bella, è nuova di conio. Il dottore muore dietro all'Inglesina! oh me la godo proprio... E il signor Gaspero, con quella sua ciera piacente, rideva, rideva di gusto.

— Ma via, finitela! lasciatelo stare quel povero figliuolo, se non volete che gli salti la mosca, continuando così come fate a dargli la soia, soggiunse il curato.

— Se voglion pigliarsi il bel tempo, lasciateli dire. Magàri la fosse così!

Intanto eran giunti alla strada che fiancheggia la riva. La barchetta, ch'era stata la cagione innocente di quel cicaleccio, passava rapida, alla distanza d'un trar di pietra; ond'è ch'essi videro le due giovinette e Maria, che guardavano verso di loro, ridendo e motteggiando con una sì schietta allegria, ch'era un'invidia. Arnoldo remava, e Vittorina, seduta su la poppa, governava il timone, a ogni momento volgendone l'ala a suo capriccio, sicchè il battello vogava in isbieco, come per obliqua via, lasciandosi dietro su l'onda un lungo solco schiumoso e serpeggiante.

— E quella martorella, scappò fuori a dire il curato, levando con la punta dirizzata verso la barca la sua lunga canna dal pome d'osso bianco; la tosa d'Andrea, ch'è divenuta damigella delle due milordine, eh! che ve ne pare?

— Quella giovine sa il suo conto! disse il dottore.

— Oh sì, da vero, il curato ripigliò; ma questa sua confidenza io non l'approvo, son cose fuori di posto: una ragazza, una contadina, un'ignorantella, vedetela là, che vuol fare la burbanzosa, la superbetta, mettere il gonnellino di moda, capricci! e far pensare intanto, e far dire... No, non va bene! causa quella testa matta di suo fratello prete, che anch'esso ha la sua vena di dolce! vuol comparir filosofo, politico, romantico... Oh la vedrà bella anch'esso, la vedrà bella!...

— Ma, lei non è il curato? dimandò il signor Mauro; non tocca a lei a dare una buona rammanzina alla ragazza, un'altra a sua madre, e ricondurre all'ovile la pecorella smarrita, come lor signori dicono in pulpito tante volte?

— Ehi son parole: ci vuol altri che me! È l'ingordigia, la sete di far quattrini. La vecchia tale e quale la conoscete, fa la bigotta, ma le premono i comodi e la cucina; e poi, vuol mettere da parte, per que' pochi dì che le restano a campare... e la figlia è la sua insegna!

— Oibò! oibò! che dite mai, curato? l'interruppe il signor Gaspero, queste son cose...

— Cose da non credere, ma che son vere! Pensate forse ch'io sia qui, come si suol dire, il bastone della scopa? So, vedo e conosco!

— Ma non basta, bisogna...

— Bisogna che questi villani non sieno teste di scoglio, come sono. Ma che ci posso far io? e' la sarebbe come se volessi asciugar il lago col mio cappello. Non hanno badato mai alle parole del loro paroco! il qual paroco non ha più di due polmoni, che, una volta asciutti, non possono riempirsi di fiato, come una tinozza di vino!

— Ah! ah! ma che v'importa a voi, che la giovine, la quale è poi savia e buona, vada con quei signori?

— A me, come me, certo che no! ma se, per causa sua, avessi de' pasticci? Io ci vedo da lontano... Quel vecchio milord, che sarà luterano, puritano, manicheo, o qualche cosa di simile, fa una strana vita, la vita del mistero... Il suo signor figlio poi...

— Dite un po': è forse quello che aveva fatta tant'amicizia col vicecurato?

— Giusto! E colui, poteva far di peggio? Pensate! un prete, che deve sempre guardar bene a tutto quel che fa e che dice, un prete, com'è lui, viaggiar su per i monti, andar giù per il lago, in compagnia d'un forestiero libertino, d'un... dio sa che cosa? Già, è sempre stato un bel capo colui!... E mi ci voglion tirar dentro per i capegli, me? Oh se la sbagliano! Io me ne lavo le mani, non ne voglio saper nulla, faccian loro! Son pazzo a pensarci su... Non è egli vero, che non tocca a me?

— Del prete, rispondeva sempre il signor Gaspero, del prete io non parlo! Siete l'autorità ecclesiastica del paese, la prima! Ma della giovine, chi vi può dir nulla? Eh via! chiudete un occhio, e lasciate che l'acqua vada in giù; perchè alla fine, non è essa padrona del suo? E potendo far la sua fortuna, la sarebbe una baggea a star lì, sempre appiccicata alla sottana di sua madre!

— Bravo il nostro signor Gasperino! dicevagli il deputato, nel dargli d'una palma su la spalla: già l'ho sempre sentito far l'avvocato delle belle donne! Ora poi, che si tratta della graziosa figliuola d'Andrea... ch'è veramente un bel fiore di primavera, un fiore che, scommetto, vorrebbe trapiantar volentieri nel suo giardino!

— Ehi, Mauro, che spropositi mi dite? cosa volete ch'io faccia, co' miei sessantacinque anni, col mio peso e con la mia mezza parrucca?... Ho altre fantasie; sono stato giovine anch'io, e al mio tempo, non fo per dire, era un giovinotto un po' più vivo di quelli del dì d'oggi... non so se mi capite! Ho avuti i miei grilli, e me la sono spassata alla buon'ora! E ho fatto anch'io, come si dice, le mie campagne, sono stato attore anch'io, ma adesso mi conviene accontentarmi della parte di spettatore; e ridere, quando c'è da ridere, della commedia che il mondo mi fa d'intorno.

— Non faccia troppo il filosofo, caro signor Gaspero, soggiunse il dottore, contento, a dir poco, di rendergli di rimbalzo le parole che motteggiando gli aveva dette a principio della via. Anche sul suo conto, se ne sa qualcosa. E ne so una io... e se non me l'avesse raccontata quel brav'uomo d'Andrea, non la direi... I suoi sessantacinque anni? Non gli credete, al signor Gaspero, quando dice che gli pesano; ha i suoi capricci ancora, un grillo che gli mette il prurito da un pezzo; e se non fosse che...

— Via è matto il dottore, disse l'allegro vecchio.

— Matto io? sarà; ma nol fu già lei, signor mio, quando sottomano, alla sorda, lasciò sentire al padre della Maria, che cosa penserebbe se mai fosse capitato un partito alla sua povera figliuola, un partito come va; e se saprebbe farglielo parer buono; un uomo un po' sugli anni sì, ma vegeto, sano; e poi, persona di credito, particolare danaroso... Ehi, dica: non è così, signor Gaspero?

— Che bravo poetai che rima! crollando il capo quegli diceva.

— Altro che poeta! Lo so ben io! Se non fosse stato il buon galantuomo a rispondere, come pochi pur troppo rispondono in questi casi: Ma, io non ho che questa tosa, e ch'ella se lo trovi il marito, e sia contenta. Sono un povero diavolo, gli è vero; ma è meglio pochi stracci e cuor contento, che non abbondanza di fuori, e cuor voto di dentro... Non è così?

— Pigliatelo, vi dico, il dottore! tenetelo saldo, ch'è matto, matto da legare!

— E che mal ci sarebbe se la fosse come lui dice? soggiunse il deputato.

— Ma sì, che mal ci sarebbe? ripetè il signor Gaspero.

— Bene, dico io!... Ma sapete, conchiudeva il curato, che le nostre sono ciance da far ridere i morti? E mi pare che tutti siate un po' in cimberli, a chiacchierar così in pubblico di donnette e d'amori, come fanno i giovinotti della città al caffè! Oh finiamola, ch'è tempo! Ecco appunto il signor Samuele, che viene a questa volta. Ehi, ehi! signor Samuele, venite qua! Non vi pare che sia il Vapore quello laggiù in fondo, sotto la punta di Laglio?... Ohe, non vi dicon niente i vostri occhiali?

— Mi pare e non mi pare; lo speziale rispose, levando il naso, e mettendo il rovescio della mano alla fronte, a mo' di visiera.

Ed esso e gli altri s'aggrupparono sur un monticello della riva, per aspettare, con la loro quotidiana curiosità, il passaggio di quella barca che da pochi anni aveva segnato un nuovo e grave avvenimento nella loro vita. E là, su quel pianerottolo, figuravano un crocchietto degno del vivace pennello del nostro Migliara.

XII. ADDIO AL LAGO.

O terra solitaria e ridente, che il lago da tutt'e due i lati viene ad abbracciare col suo limpido specchio, o paesello che siedi su la china del promontorio, incoronato d'alberi d'ombra perenne e rallegrato da un misto digradar di sparsi colori, il verde dell'erbe freschissime, il rosso e il gialliccio delle foglie che cominciano ad appassire, il cupo del pino, dell'elce, e dell'abete, e il roseo degli odorosi ciclamini che tutto l'anno rivestono la tua bella pendice, addio!.. Noi lasciamo le tue ore tranquille, l'innocente allegria de' tuoi passatempi, l'aria tua sincera e salubre, i lieti diporti su l'acque, i sentieri serpeggianti su per la montagna; noi abbandoniamo la casìpola che un'annosa vite ombreggia, la remota dàrsena con le sue barche pescherecce, la scoscesa costiera del lido, la chiesa antica e modesta, la cappelletta al crocicchio del bosco... Addio!

Ma la memoria de' luoghi, che un tempo avemmo cari, dove passammo gli anni giovenili in libertà e in pace, questa memoria, che si nasconde nel cuore, ma non si cancella mai, verrà con noi, cara e segreta compagnia. E quando sorgeranno, nel mezzo della vita, i giorni delle lunghe prove e della tradita fatica, quando fra il rumore del mondo e l'angustia del futuro, volgeremo indietro uno sguardo al tempo che prometteva la felicità, allora ci sarà dolce il tornare, almeno col cuore, a riposarci in que' luoghi, dove la solitudine è piena de' nostri primi amori e di tante piccole storie da fanciulli; dove conosciamo ogni palmo di terra, ogni albero, ogni cespuglio; dove ne pare ancora dover esser meno amaro il ricordarsi del dolore sofferto.

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