PARTE TERZA
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CAPITOLO PRIMO
E per rendersi ben orribili questi provinciali non parlano che della corruzione delle grandi città.
Stendhal.
Che cosa è una città di provincia? Ecco un problema non meno difficile dell'altro: che cosa è una donna? e che aspetta ancora da un grand'uomo la propria soluzione; ma l'autore incredibilmente modesto di questo romanzo lo ha qui posto invano per non essere oggi in tanta folla di grandi scambiato per tale. Come il vento sfoglia la rosa e si sforza inutilmente di aprire la pigna, gli spiriti del filosofo e del poeta si sono affaticati intorno alla donna, poco più fortunati del vento: seppero assai cose meravigliose e più assai ne ignorarono, seppero i mari ed i cieli, svelarono la creatura e il creatore, scrutarono la vita e la morte, ma quando il pensiero stanco di tante sconfitte e di tante vittorie volle riposarsi sopra una fronte femminile, come un insetto si riposa dal volo fra i petali di un fiore — il fiore era odoroso ma chiuso, offriva il riposo non l'ospitalità. Indarno il pensiero incalzato dal sole tentò colle fini zampe di schiudere la tenue corolla — i delicati tessuti resisterono a tutti gli sforzi, mentre l'olezzo che li eccitava gli rammolliva pure l'energia: il fiore rimase chiuso, l'insetto sulla sua cima, e così dura tuttora, ed è probabile che duri per un pezzo. Nel fondo del vaso di Pandora rimase la speranza, e fu bene, giacchè i mali involatisene sarebbero in breve cessati per mancanza di uomini; sulla fronte della donna sta il mistero, ed è meglio, altrimenti il nostro pensiero nell'ora della stanchezza non saprebbe ove raccogliere il volo: così la provvidenza è davvero piena di buon senso e occorre tutta la sfacciataggine del genio per osare di negarlo.
La donna è un problema, che ogni giorno si ritenta; e una città di provincia, mi disse un amico passabilmente spiritoso, è una donna borghese. Rabbrividii: il paragone poteva essere oscuro per chi non intendesse la parola borghese, ma lo trovai spaventoso di esattezza. In amendue la medesima disgustosa difettosità, una piccolezza di forma rattrapita dalla rachitide, una vita inanime, una maschera d'impertinente vanità sopra un'anima schizzinosamente imbecille. Un illustre scrittore si è provato ad indicare spicciolatamente i caratteri della donna onesta non virtuosa, e malgrado l'acume profondo e lo spirito vivace vi è appena riuscito: ma sarebbe infinitamente più difficile dire che cosa sia una donna borghese. Nessuna fantasia, per quanto atrocemente buffona, da Aristofane il padre ad Heine il figlio, avrebbe creato simile tipo diventato il trionfale aborto della nostra civiltà, il capolavoro del nostro buon senso cristiano e della nostra saggezza economica, del filosofismo liberale e delle rivoluzioni medioevali e francesi.
Fuori di Europa, e l'America è europea di spirito, la donna è o un bruto o una poesia; in Europa invece è una prosa e, se invece di Europa avessi detto Italia, aggiungerei, una prosa di pedante moderno imitata sopra una mediocrità trecentista.
A questo corpo spesso bello tempi cattivi comunicarono uno spirito peggiore, una composizione d'inconscie pieghevolezze e di assennate abbiezioni, di fetide velenosità e d'insofferenti inettitudini. Quando una donna è abbastanza ricca per essere oziosa e colta per non essere più brutale; quando la sua grazia arriva a contraffare l'eleganza e il suo pensiero a camuffarsi da idea; quando la sua mente parla di ideali e il suo cuore di sentimenti, come un sordo di musica o un giornalista di arte; quando si estasia con paradisiaca facilità in contemplazioni morali spesso colorate di tinte romantiche, o nega senza comprenderle tutte le aristocrazie d'intelletto e di cuore, o ammettendole le dileggia; quando insudicia colla bava del suo buon senso tutte le bellezze della poesia; quando i suoi vizi e le sue virtù rassomigliano a vizi e a virtù come la carogna di un leone a un leone; quando la sua anima vibra sotto le dita dell'amore come una corda da bucato ai colpi di uno dei pali che la sostengono; quando il suo intelletto è generoso quanto la bilancia di un mercante... questa donna è una borghese. Se Dante l'avesse conosciuta, certo se ne sarebbe servito contro i dannati del suo inferno; se il padre Kircher, che nella propria credulità scientifica trovava ieri 6561 prove della esistenza di Dio l'avesse sospettata avrebbe potuto da essa cavarne un'altra e la più irresistibile della sapienza divina, nell'aver dato alla società moderna, la più incredula, la donna borghese, affinchè l'uomo si staccasse noiato dalla terra e pensasse al cielo.
La donna si divide in tre classi: popolana, bellezza bruta; borghese, deformità sociale; aristocratica, bellezza artistica; ma queste tre classi sono confuse nell'altre, proletari, borghesi e signori. E come della donna è così delle città: vi è il villaggio, il capoluogo, mi si perdoni l'orribile parola moderna in favore della sua facile intelligenza, e la capitale — nel primo una vivacità auroreale, nel secondo un fermento paludoso, nella terza una attività di creazione: gli uomini del villaggio sono semplici, quelli del capoluogo pedanti, quelli della capitale intelligenti: abbandoniamo, direbbe Kant, la tesi e la sintesi per studiare l'antitesi — una città di provincia, per esempio come Bologna.
Guai se la donna borghese sia ricca, poichè la ricchezza è allora il sole che batte sullo stagno e ne centuplica la bruttezza e i pericoli! Guai se una città provinciale vanti un passato qualche volta storico, una ricchezza di possidenti, una coltura di università; se la sua aristocrazia voglia vivere di una vita artistica o elegante, se il suo popolo si consideri un gran popolo e il suo municipio un governo mondiale! Allora per chi vi abiti, e non vi appartenga, non rimangono che due vie, ridere o fuggire; o meglio una sola, ridere e poi fuggire. In una città di provincia tutto è, non piccolo, ma meschino: i palazzi e chi li abita, ciò che vi si dice e ciò che vi si fa: i caffè ove si annoiano sempre le stesse persone, i giardini pubblici che si annoiano sempre senza pubblico e più la domenica quando ne hanno troppo: le calessi dei ricchi sempre addietro della moda, gli abiti degli uomini oltre la moda, quelli delle donne al disotto della moda — tutto è meschino, la borsa ove si stringono i contratti e i saloni ove s'intrecciano gli amori: là una borghesia che ritorna plebe, qua una borghesia che scimmieggia l'aristocrazia: i circoli ove una partita a domino è un fatto della più alta importanza, i club dove si manipolano i regni e le repubbliche colla più sublime indifferenza.
E ogni città di provincia ha il suo centro elegante, un portico o una strada, ove nelle ore più eleganti gli eleganti di ambo i sessi convengono per ammirarsi a vicenda o lasciarsi bonariamente ammirare dalla gente brutta; vi è il barbiere dei giovanotti e la sartrice delle donne, che si ricambiano un fuoco non interrotto di storielle, di aneddoti sempre gli stessi come i fatti diversi nei giornali — là un cavallo, qua una acconciatura; un marito ingannato abilmente, una ragazza che anche più abilmente si è lasciata ingannare forniscono conversazioni più lunghe e noiose di un discorso accademico: si enumerano i debiti e le fortune delle persone più in voga e per esserlo basta volerlo, perchè mai l'aforisma stoltamente vantato — volere è potere — trova più splendida conferma. Basta perder qualche centinaio di lire al gioco per sentirsi guardare come un grande epicureo, o indossare un abito nuovo non avendolo magari pagato e fare un giro nel centro elegante per impararne subito il prezzo.
La borghesia di una città di provincia è la maggiormente borghese di tutte, e sarebbe il quadro più grottesco e più bello per chi sapesse farlo, ma l'autore vi rinuncia — basti che gli uomini sentano come parlano e le donne come si abbigliano: date una mano di bianco alle rovine di un castello feudale o mettete un gibus sulla testa del primo carrattiere, cui vi imbattete, e avrete un'idea della borghesia di provincia. I Greci inventarono la città nel senso morale e politico; noi maggiori di loro abbiamo la borghesia: e così ci andiamo perfezionando e i posteri non tradiranno, speriamo, nè le nostre speranze, nè le nostre tradizioni.
Ogni grande città di provincia ha i suoi circoli, politico, elegante, artistico, dotto, che si rassomigliano tutti nella importanza come i gobbi nella schiena: e ogni circolo ha i suoi grandi, una razza che nessun naturalista ha ancora anatomizzata e che non cresce se non in provincia, come i pomidoro non spuntano che sul concime — persone quasi tutte che rifulsero al ginnasio, si appannarono al liceo, fecero alcune lustre all'università e finalmente abbagliarono, oratori e segretari di ogni comitato, che si radunava a sciogliere davvero le grandi questioni sociali.
Fuori delle sacre mura della città nessuno li conosce, ma che importa? I cittadini, che lo sanno, raddoppiano la loro intelligente ammirazione, ed eglino per riconoscenza la stima di sè stessi: se non compierono grandi cose, nacquero disgraziatamente in un teatro troppo piccolo; se non scrissero grandi opere e poche ne lessero, i grandi negozi rubarono loro il tempo, però prima di morire si assicureranno la immortalità; infatti, se uno di loro muoia, ecco subito un altro di loro a dichiarare sul feretro con una seguenza di frasi rimbombanti e vuote quanto un tamburo: che il morto non è morto, perchè tali uomini non muoiono.
I grandi uomini di provincia, che hanno tanto divertito Balzac, egli veramente un grande nato in provincia, se del partito così detto progressista si riconoscono alla insipida audacia dei discorsi, se del partito conservatore alla melensa serietà dei sentimenti; superbi di sè medesimi che stimano e del paese che disprezzano, si combattono con maggiore accanimento degli Orazii e Curiazii della antica leggenda e s'incensano col rispetto dei preti cantando la messa. E ai Marat e ai Metternich del consiglio comunale fanno riscontro i grandi artisti e i grandi eleganti: poeti che hanno costruito sull'Italia più canzoni che il suo governo non abbia commesso errori, o lanciarono poemetti, i quali cadendo sul selciato della critica fecero meno rumore della neve, o scrissero una novella che i lettori provinciali guardarono inebbriati per sè, cosicchè niuno dopo di essi conobbe; critici che dicono male di tutto ciò che non intendono, quindi di tutto, specialmente se presente, forse nella idea che alcuno per reazione dica bene di loro; filosofi, che ebbero l'immenso merito, e questa volta sul serio, di non alzare sistemi e si limitano ad annoiare coloro, che già si annoiano nei club e nelle conversazioni: pittori divenuti caricaturisti senza accorgersene; scultori generalmente da chiese, che scolpiscono brutti santi, forse per insegnarci che la virtù sola guadagna il paradiso o qualche brutta Venere per toglierci l'amore della bellezza, che si dice, lo faccia perdere.
Ma gli eleganti sono ancora in maggior numero e tutti uguali malgrado le differenze di fortuna, anzi i più ricchi peggiori. Alla capitale si è eleganti, in provincia si fa l'elegante, distinzione suprema che tutti i satrapi della moda mi ammetteranno, e nella quale sta il segreto dell'amabile magnificenza dei saloni di Roma e della opulenza sgrammaticata dei saloni, per esempio, di Bologna. Là l'eleganza è una originalità e un'abitudine, qui una imitazione e uno sforzo: una signora di Roma è sempre elegante sebbene le sue vesti non lo gridino mai, una signora di Bologna non lo è mai benchè la sua acconciatura lo strilli sempre: quella odorerà come un mazzo di fiori, questa come una bottega da profumiere; la prima farà della ricchezza una graziosa cornice a un quadro spesso mediocre, la seconda una chiassosa insegna a una osteria spesso infrequentata: l'una sarà divinamente incantevole nella propria leggerezza come le fantasime che si formano in cielo coi vapori, l'altra faticosamente leggera come la polvere che il vento alza sulla strada.
Per una signora della capitale un abito è una novità, per una signora di provincia è un avvenimento commentato spesso non senza frutto e spesso consegnato nelle mani della tradizione. A Roma una festa, nella quale si spende la rendita di un milionario provinciale e convengono centinaia di bellezze e di grandezze, è una guarnizione di brillanti lavorata da un grande orefice: a Bologna una festa, che costa meno di una scatola di sigari avanesi e ove brillano fra pochi nobili di data così vecchia, che il loro nome non brilla piucchè nel passato, i deputati di giovani botteghe e di più giovani ed apocrife fortune, per l'artistico dell'aspetto rassomiglia a una di quelle guarnizioni di reliquari di cuori d'argento e di coralli, che attirano l'attenzione dei devoti e degli increduli sul petto delle madonne miracolose.
Una signora della capitale sarà insipida se parla, una signora della provincia lo è anche se tace; e come a questa non trovate mai un abito da mattina, a quella lo spirito grettamente famigliare, che nella signora tradisce la massaia: a Roma tutte le signore hanno la carrozza, a Bologna la maggior parte vanta il comodo dei portici, che le rende assolutamente inutili per chi non può assolutamente averle: ma una signora senza carrozza è come un re senza trono, oggetto mezzo di compassione e mezzo di scherno: è peggio che senza amanti, peggio che senza spirito — è una contraddizione più dolorosa delle contraddizioni economiche studiate da Proudhon, delle antitesi critiche rivelate da Ferrari.
E per finire questo sublime parallelo, oggi sono alla moda, di due sublimità: una signora della capitale sta ad una signora di provincia come una gran signora ad una borghese, un artista ad un artigiano, un attore ad una scimmia, una donna ad una femmina, un uomo ad un prete. Domandate a quella, la gran signora, quanto si può chiedere ad una donna, la sostanza dei profumi, l'amabilità del nulla, la poesia del vuoto e l'avrete: non chiedete nulla alla seconda, la borghese, perchè avvicinandola avrete tutto, il lezzo della materia, la prosa del silenzio, la vacuità del deserto; guardate la prima come un bel ricamo di seta, di oro falso, di perle finte; la seconda come il suo rovescio di nodi e di bioccoli: amate l'una e fuggite l'altra, ecco il consiglio di tale, che si stima buon consigliere, poichè non siede in nessun consiglio comunale.
Ma gli uomini sono peggiori delle donne perchè l'uomo, generalmente meno bello, è sempre più inestetico della donna. Nullameno il loro vestito, per quanto affettato, è più vicino alla moda; un taglio più audace, colori più vivi, stoffe più appariscenti, una maggiore quantità di abiti e una massima alternanza nell'indossarli, ecco i caratteri esteriori dell'elegante di provincia; e se vi aggiungete una pettinatura impossibile, un portamento estremamente pago di sè stesso, un enorme spaccio di profumi e di francese, una insulsaggine di ballerino con una vanità di grand'uomo, avrete un ritratto abbastanza somigliante e mal fatto. Mentre i giovani serii, speranze provinciali della patria, rifanno nei giornali della provincia gli articoli dei maggiori giornali delle capitali, e commettono discorsi nelle più ritrose circostanze, superbi di capitanare una confraternita di cuochi o di barbieri, gente che vuol camminare dietro loro sulla grande via del progresso seminata di grandi monumenti e di grandi morti; questi trovano la filosofia di un corpetto liscio o a stola, le affinità elettive dei colori, la rettorica di una cravatta, la ragione della moda e quindi della loro esistenza; entrambi meschini: i primi contraffazione dell'arte, i secondi della scienza: gli uni soffiano sulla loro vita, mozzicone di sigaro, nella superba speranza che se ne sviluppi un incendio visibile a tutto il mondo: gli altri si lasciano vivere, ma non si lascerebbero abbigliare da altro senno che il loro, felici quando morranno di aver molto vestito: in coloro l'anima inacetisce, in costoro imputridisce, epperò si rassomigliano. Talora pure s'incontrano alle feste di beneficenza, nuovo e più sanguinoso insulto lanciato alla miseria ed alla pazienza dei lavoratori, nelle quali i giovani gravi rappresentano la muffa, gli eleganti le frondi, le eleganti i fiori della pianta borghesia — e i primi fanno ridere, i secondi ridono, le terze sorridono ad entrambi, mentre quelli sono ancora meno spiritosi di questi, che parlano come le altre sono vestite.
Mettete assieme uno o due presidenti di una qualunque associazione inspirata a grandi principii, come una Lega per la istruzione del popolo o una società ippica o carnevalesca, un segretario di venti comitati che furono e di più ancora che saranno, una dama delle solite collette per le inondazioni, una patronessa di opere pie, come una casa di educazione per le povere donne che pericolarono un po' troppo e vogliono ricominciare la loro santa missione di armonia e di amore: ascoltateli discutere un invito o una protesta a nome della morale e, se vi resistete, gettate in mezzo ad essi una grande idea o una abbietta insinuazione contro un grande uomo o una donna superiore, e vi prometto uno spettacolo assai più bello delle loro serate filodrammatiche e filarmoniche coi dilettanti.
In una grande città gli scandali, in una mezzana i pettegolezzi: tutto è pettegolo nel capoluogo, perfino quelli che tacciono, perchè non possono a meno di ascoltare: ognuno vive dei fatti altrui, spia le altrui disgrazie, le novera, ne fa un poema; tutti conoscono quelle di tutti e ne godono, sviluppando così il divino principio della fratellanza.
Entrate in un villaggio, e non si parla che di caccia o di pesca; in una capitale, e una corrente di idee vi solleva; entrate in un capoluogo, e non si fanno che pettegolezzi; ogni cosa vi si impicciolisce, perfino la politica, che diviene lotta di ministri piuttosto che di idee e di nazioni. Invano le case chiudono porte e finestre contro tutti gli sguardi, che le penetrano egualmente e più invano i provinciali lo sanno, giacchè non possono guardarsi l'uno dall'altro: si conosce il ricolto dei vostri campi, delle vostre scappate e più ancora di quelle di vostra moglie se ne fa: si ha la topografia del vostro appartamento, l'inventario dei vostri debiti e dei vostri progetti; la vostra rovina, se siete dissestato, è calcolata infallibilmente ad ogni ora; se la vostra fortuna invece è in rialzo potete studiarne la scala sulla faccia dei vostri concittadini, come si guarda il termometro per sapere i gradi del calore; la cacciata di un impiegato preoccupa quanto la caduta di una dinastia, il matrimonio di un conte piucchè la scoperta di una seconda America.
Una indefinibile astiosità regna in tutte le relazioni, giacchè quegli uomini senza concetti e senza orizzonti pare si litighino una meta stessa tanto studiano d'incepparsi. Le grandi idee passano sulle città come le nubi, e forse uno appena fra tutti, astronomo solitario e deriso, le avvertirà. Che se il vapore ha stretto con una catena di ferro tutte le città in una sola, come cantano i poeti nei giornali, rasenta nullameno invano la città di provincia; vi deposita la merce, non lo spirito della civiltà, o se qualche poco ve ne lascia, è una fondiglia che evaporerà in un fermento mal odoroso. Veramente sarebbe difficile dire di che cosa viva una città di provincia spesso senza industria nè commercio nè università; possidenti oziosi per elezione, operai troppo spesso oziosi per necessità, merciai che si nutrono dei bisogni di questi e dei prodotti di altri paesi: in nessuno nemmeno il dubbio che la vita debba essere una marcia ascensionale, che fuori della città si viva e si cammini davvero; ma se odono la musica della marcia, si mettono spiritosamente alla finestra, attendendo qualcuno cui accodarsi; mentre poi, se passa, non se ne avveggono.
La città di provincia ha pure la sua morale, diversa che nel villaggio e nella capitale. In questi, poichè gli estremi si toccano, uno dei pochi proverbi non sbagliati, evvi una rilassatezza ingenua o una tolleranza filosofica per i peccati della carne, che lascia alle peccatrici godersi in pace la vita, e se non aumenta, non scema loro le simpatie del pubblico: le vergini vi sono più rare che altrove, ma i matrimoni non meno frequenti per questo; invece nelle città di provincia guai alla donna che non sa farsi perdonare l'amante a forza di ipocrisie! Tutti si rivoltano disgustati alla immoralità: persone coll'anima così fangosa da convincere della sua materialità il più esaltato spiritualista, si velano come Timante la fronte all'osceno spettacolo e maledicono: poi coll'istinto olfattivamente feroce della iena fiutano le peste degli amanti, li seguono in istrada, in casa: li guardano in tutte le pose, contano i baci, le carezze, le ire, le paci e vanno al caffè per farne la somma, che trovano sempre modo di mostrare al padre o al marito. Nè per essere ipocrita quanto un gesuita, nessuna donna speri salvarsi, giacchè l'oziosità provinciale sempre sollecitata dal pungolo della maldicenza, e costretta ad esercitarsi su piccole cose, crea quotidianamente capolavori giapponesi di cattiveria e di pazienza.
Il sentimento dell'onore, ha detto Montesquieu giustamente, è proprio delle monarchie e quindi delle grandi città: in provincia nessun carattere veramente aristocratico; nè alterezza, nè fragilità: o arroganza o abbiezione: molte ingiurie e pochi duelli — la ricchezza unica causa di stima, perciò molti ricchi e nessun signore: l'amore, nè galanteria nè passione: l'ambizione, una invidia malevola: il lusso una pomposità: la virtù un galantomismo passivo o uno studio cristiano: mai uno slancio o un baleno: tutto deforme, meschino, meno la terra e il sole che durano a sorridersi, forse per dimenticare di sostenere e d'illuminare tali disgustosi formicai.
Ma la moralità provinciale scoppia specialmente in teatro ogni qualvolta si rappresenti una commedia francese: i padri temono per le figlie il fascino di quello spirito, che nè essi, nè elleno intendono se non colle orecchie: quelle scene potenti di vita sollevano di casto orrore il cuore delle mogli, che non seppero avere o conservare gli amanti, e Mio Dio! esclamano: le parigine... che immoralità! trasportare sulla scena donne come Margherita, Bianca, Fernanda, queste vergogne del nostro sesso, vergogna! E la platea, intelligente quanto le signore, fischia quasi sempre e un uragano di insolenti recriminazioni investe quei tipi di passione e di dolore.
Immoralità l'amore che ama il sole invece delle tenebre, che sorvola all'interesse, che accetta il sacrificio: immoralità ogni grandezza, ogni sincerità, ogni audacia! Le lumache che sbavano anatema alle rondini perchè invece di strisciare per terra strisciano pel cielo; le civette che stridono anatema alle aquile, perchè si posano sulle rupi vergini di orme plebee invece di appollaiarsi sui camini delle case: le mule che ragliano anatema alle zebre, perchè preferiscono i pericoli del deserto alle sante voluttà della greppia e della soma! Anatema all'artista, che non è borghese e non mutila i suoi tipi e le sue verità nella forma della borghesia e non tratta amori noiosamente ignobili come Goldoni, insipidamente immacolati come Marenco, predicatoriamente falsi come Ferrari — anatema a colui che lo approva fra la disapprovazione di tutti gli onesti, anatema agli scrittori francesi che hanno tutto quanto manca agli italiani, incominciando dal pubblico. Quindi in provincia Aleardi è un genio e Carducci solamente un ubbriacone: povero il poeta di quelle donne e gli siano lievi quegli applausi onestamente imbecilli!
Quante belle educande uscite di convento coll'anima calda d'entusiasmo e di grandezza hanno dovuto assiderarsi, imbruttirsi nell'umido freddo di una città di provincia! Quanti studenti ritornati dall'Università colla testa tumultuante di idee si putrefecero come vino generoso in una padulosa cantina! Quanti depressi fra quei piccoli, quanti deformati fra quei deformi! Nè un grand'uomo, nè una gran signora, nè una grande idea possono vivere in provincia: o un villaggio o una capitale; i fiori crescono al sole o nelle serre, non in cucina. Negli ospedali anche gli infermieri, generalmente così robusti, diventano gialli quanto i malati a cagione dell'aria impura; ma in provincia l'aria è anche più infetta dalle esalazioni di tante passioni limacciose, di tanti cuori incarogniti, di tanti cervelli evaporati, di tante rivalità velenose, di tante putride vanità, di tanti cadaveri insepolti.
Ecco la città di provincia: però queste pagine anzichè pretendere di esserne il quadro, sono appena un fondo scuro, sul quale l'autore muoverà i suoi burattini, che gli altri chiamano per ironia o per vanità i loro personaggi.
CAPITOLO II
Ohimè! neppure il mio specchio mi riconosce più!
Scene della Boemia. — Murger.
«Al fiore che muore sul mattino la rugiada; all'anima, che muore sul mattino, l'arsura divorante del meriggio!
«Il mio cuore era come una vallata alpina, bella di rupi e di abeti; adesso è un campo deserto, pel quale il cacciatore erra tormentando con feroce ingordigia i pochi virgulti e le messi malaticcie. Perchè l'uragano non avvalla dalle cime azzurrine della montagna a sperdervi questo ultimo aspetto di vita?
«Oggi pure ho pianto.
« == La palma, dice un proverbio arabo, deve avere il piede nell'acqua e la testa nel sole == così la palma fiorisce: anch'io ho i piedi nel pantano e il fuoco nella testa, ma invece avvizzisco: non ho più odori pel vento, non ho più rugiade, non ho più un uccello che mi addormenti col suo canto... non ho più nulla, perchè ho un amante!
«Dove andarono i miei sogni di fanciulla, i miei dolori di sposa? Una volta ero una vergine dall'anima ancora più candida del corpo, dalle innocenti fantasie, dagli affetti ingenui e delicati: suor Maria era il vento che scherzava col mio bottone di rosa; era l'angelo custode che mi ratteneva un istante sulla soglia del mondo col fascino del suo sguardo... E io l'amai, prima senza sapere il perchè, dopo non volendolo sapere: era bella, era buona!
«Sola nella mia celletta, la notte pensavo a lei ravvolgendomi nel suo amore, come in una coperta bianca senza ricami e senza frangia — le nostre non erano che carezze, cicalecci sommessi e prolungati: la sua mano che mi errava sul petto, la mia che se le insinuava fra le bende a scherzare coi capelli, uno sguardo che si spegneva in un sorriso, un sospiro che finiva in un soffio scherzoso... e lì abbracciate sopra una sedia, io sulle sue ginocchia, colla fronte calma appoggiata al suo seno tumultuante, un braccio intorno alla sua cintura; lì abbracciate finchè non mi addormentassi... Che cosa sarà adesso di suor Maria? Forse la santa infelice mi ama tuttavia e pensa alla sua infedele Mimetta! Dio mi ha giustamente punita di avervi obliato, suor Maria! Non sono più la vostra bella ed immacolata Mimy: se i miei capelli sono ancora biondi, la mia fronte ha un pallore più spento, le mie labbra sono impallidite più della mia fronte e il sorriso le ha abbandonate, come un'amica fastosa abbandona l'amica caduta nella a povertà.
«Gettatemi addosso una coperta di fango, voi che mi avete uccisa, e lasciatemi dimenticare nel sonno della morte i dolori della vita...
«Perchè vivere ancora quando non si crede più a sè stessi? Non credo più a me medesima, non sono più degna di amare: il matrimonio mi aveva macchiato il corpo, l'adulterio mi ha infangata l'anima. Dopo la brutalità di Carlo, la frenesia di Giorgio! Se le sue labbra fossero di fuoco e mi imprimessero sulle guance lo stigma di una tanaglia sarei meno repugnante ai suoi baci; ma sentire che fremo, che palpito malgrado il ribrezzo dell'anima, che le mie labbra si tendono per rendere il bacio... è un martirio troppo crudele. Mi dibatto come un naufrago nell'onda di quella impura voluttà e mi vi annego: prostituta! Perchè egli, così stravagante, non pensò mai a gettarmi uno scudo nel grembiale? eppure me lo sono guadagnato! Se quella notte fatale avessi pensato di cadere tanto basso, avrei chiamato Carlo arrischiando piuttosto di morire. La vita è più spaventosa della morte in certi casi. Oh! ella mi amava, ne sono certa: ella una donna più grande di tanti grandi che hanno monumenti per le piazze, si compiaceva in me povera fanciulla (come mi chiamerebbe adesso?) e voleva forse educarmi per sollevarmi fino a lei...
«Povera e ingrata Mimy, hai preferito l'ostricone alla perla, un cardo a una rosa!
«Mi è impossibile pensare a lei: penso meglio a suor Maria.»
E appoggiando i gomiti sul tavolo stette col viso nelle palme: piangeva sommessamente, difficilmente, quasi avesse già esaurito il tesoro delle lagrime.
Poi risollevò il capo e, senza tergersi gli occhi imperlati come una viola dalla rugiada, rilesse un foglio.
A. Mimy.
Hier couché à tes pieds je reposais la tête sur le doux coussin de tes genoux, et savourant ton beau sein mes yeux se baignaient de volupté et de douleur.
················
Les tresses blondes des cheveux se tenaient immobiles sur ton cou, et l'envie me rongeait le cœur. J'aurait payé leur place avec des jours de jeunesse pour enfouir mes regardes dans les bouffes de ton collet, blanc comme ta peau et aussi parfumé.
················
Mimy, tu es belle, mais les statues des tombeaux sont aussi belles et sans cœur: ta froideur me glace la vie dans le veines, et ma pauvre ame se meurt dans l'atroce delice de tes baisers sans amour.
················
Mimy, tu es belle, mais la jeunesse galoppe et la poussiere de la route retombe blanche sur ses cheveux: aimons jeunes et vivons d'amour comme la fleur de soleil et l'abeille des fleurs.
················
— Galoppi, galoppi, mormorò con accento di profonda tristezza: quando sarò vecchia avrò cessato di amare e di soffrire.
E seguitò leggendo.
«Ieri notte mi parve di incontrare il raggio di quella stella, che amai bambina. Oh! la brillante amica aveva ancora il suo fulgido sorriso, ma la povera Mimy non potrebbe più ricambiarglielo. Bella nel suo azzurro, fra il suo popolo di stelle, eternamente, immutabilmente bella, il suo pallido viso, mi pareva proprio che avesse un viso, mi cercava con affetto di amica: i suoi capelli di una luce pallidamente bionda tremavano come agitati dal vento... Oh! la mia stella, non guardarmi neppur tu, perchè tu pure non mi riconosceresti... «Ciò che potrei dirti adesso è troppo diverso da quanto altre volte ti dissi nelle mie notti verginali, la tua luce è troppo pura per i pensieri che mi affaticano la mente; il tuo sorriso non può riposarsi sulla fronte di un'adultera. Solo quando sarò morta e il mio corpo ridiverrà puro divenendo cadavere, quando chiusa nella cassa di abete non potrò più rivederti... allora ripensa alla fanciulla, che un giorno ti amava e vieni a visitare la sua tomba — non sentirò più la pietà del tuo raggio, non importa! vieni egualmente, riposati sul mio sasso e compiangimi.
«Dio, perdonami l'audacia del lamento, ma fu errore farmi nascere donna! Perchè creare un giglio e riempirne il calice di profumi e di rugiade per satollarne il grifo dei porci? Perchè macchiare di tinte così belle il dosso della mosca e darle un'anima così allegra per perderla poi nella rete del ragno?
«Povera la mia bellezza, il solo amore che mi consolava! Talora vorrei quasi avvolgermi le treccie al collo e strangolarmi... rendermi almeno orribile, schiacciandomi il viso, e invece il dolore, spietato come un uomo, mi fa più bella. Se domani mi levassi brutta come Carlo, la marchesa proverebbe un fiero dolore, ma si consolerebbe perchè nulla più della bruttezza toglie la poesia al dolore e non si può essere più fedele a un mostro che ad un cadavere; si consolerebbe con un'altra fanciulla più bella, e nel fondo della mia miseria potrei confortarmi della sua felicità. Invece se apprenderà che l'ho tradita per Giorgio, posponendo lei bella come deve esserlo Dio per contentare i propri angeli, ad un uomo il quale malgrado ogni orgoglio le si confessa inferiore: che la ho tradita dopo essermele tacitamente promessa... nella giusta amarezza del suo amore dovrà maledirmi... e le avrò aperto nel cuore una piaga insanabile.»
Si arrestò pensierosa: sulla fronte contratta le passò una nuvola bruna.
Era sola nel suo gabinetto, vestita di un'ampia vesta azzurra, coi cordoni pendenti sui fianchi, senza nè orlature, nè ricami: così la pallidezza del suo viso e il biondo de' suoi capelli parevano più vivi. Sembrava molto più bella ed afflitta che al tempo della villeggiatura.
Entrò Giulietta annunciando la marchesa di Monero.
— Non è possibile!
— Ma oggi è giorno di ricevimento! rispose la cameriera meravigliata di quella meraviglia e del rossore, che le aveva colorate improvvisamente le smorte guance.
È necessario sapere che a Bologna ogni famiglia borghese e anche qualcuna che non lo è, consacra un giorno della settimana al ricevimento, magnifica parola che odora di corte; e quindi la padrona si veste colla massima eleganza, accende la stufa nell'inverno, socchiude le imposte nell'estate e aspetta seduta nella sua poltrona coll'indolenza di un dio indiano gli omaggi e le dissertazioni degli avventori sull'ultima neve, sul caldo insopportabile, sul prezzo di un abito alla moda comprato da una signora o sopra un voto del consiglio comunale circa le scuole o la nettezza pubblica, se la signora si occupi di alta politica.
— La marchesa! ripetè Mimy levandosi; ma in quella la marchesa presentavasi sulla soglia dietro Giulietta, che si ritirò per lasciarla passare.
Si mossero incontro; Mimy sempre arrossendo s'imbarazzava sino a dimenticare i più volgari convenevoli; ma la marchesa parve non avvertire quel disordine e, sedendosi sul divano, obbligò Mimy a seguirla.
— Vi ricordate l'ultima volta che sono venuta? le chiese colla sua voce più limpida.
— Un mese oggi.
— Avete un'eccellente memoria; e la guardava fisa, ma il suo sguardo, nel quale un fino osservatore avrebbe distinto una certa durezza mal definibile, s'intenerì a quel pallore tanto spento e allo sguardo di quegli occhi cerulei, ai quali un tenue cerchio turchino accresceva il fascino melanconico.
— Forse che sareste ammalata o lo foste?
— No.
— Eppure vi trovo deperita.
— Può darsi, mormorò lentamente.
— Che cosa pensereste, riprese la marchesa, se fossi venuta a dirvi che parto?
— Quando?!
— Forse a giorni.
— Partite...
— Vi pare strano?
— Oh! a me... Impallidì ancora più e le cadde la testa sul petto, senza moto.
— E va bene, disse poi sordamente, alzandosi quasi per dissimulare l'emozione. Le tese la mano.
— Mi salutate! Avete dunque fretta che parta?
A queste parole piuttosto scherzose che ironiche Mimy accennò di svenire: una nube le passò sulla fronte, socchiuse gli occhi e sarebbe caduta se la marchesa non la reggeva per la mano: però fu un lampo: con uno sforzo violento si rimise e liberandosi la mano:
— Io sarò forse deperita, ma voi, signora marchesa, siete diventata cattiva.
La marchesa fe' un gesto di trionfo, che l'altra non vide essendosi rivolta alla finestra per nascondere una lagrima.
Un impaccio stravagante pesava sul loro dialogo, come fossero ognuna malcontenta dell'altra o temessero di passar oltre scendendo alle confidenze: parlavano ad intervalli e a stento: ogni parola era una allusione, un baleno che sfuggiva ad una nuvola carica di elettrico. La conversazione si riappiccò, o meglio la marchesa cominciò a parlare colla solita disinvoltura, ma i discorsi le venivano suo malgrado malinconici: sorrideva e non finiva il sorriso, e dopo qualche minuto ancora di sforzi le parole si fecero più rare e più scure.
— Non ritornerete mai più, le rispose Mimy a una domanda sul vicino carnevale.
— E se ciò fosse, credete che molte persone mi faranno la medesima domanda o la ripeteranno quando sarò partita? Bologna è una città ben brutta, sebbene il signor Thiers dica che è ben costruita, e le sue donne sono degne della città: vi ha certo qualche eccezione, la principessa di San Marciano, la marchesina Del Pino, ma Bologna è una città che si può lasciare senza rammarico, quando nessuno in essa vi ricordi.
— Nessuno: ne siete sicura?
— Mio Dio, no: certo si parlerà un pezzo di me, de' miei equipaggi, della mia mora: si pretenderà di conoscere la mia vita, s'inventeranno forse romanzi sul mio conto, poi un altro scandalo, perchè qui io sono uno scandalo, verrà a rubarmi l'attenzione degli oziosi: sarò una ricordanza che si richiama per un paragone, per un frizzo... poi non sarò più nulla.
Mimy si strinse la fronte.
— Avete ragione, e accentuava singolarmente le sillabe: è una follia pretendere di fare sopra un'anima, per quanto grande, tale impressione che solo la morte la cancelli... eppure è una ingiustizia! Che siamo passeggiere sulla terra, poco importa; il mondo non è abbastanza bello per inspirare il desiderio della immortalità, ma che le passioni siano in noi passeggiere, che nella vita non possiamo attaccarci solidamente a un amore, a una speranza...; ma allora spiegatemelo voi, — insisteva con una esaltazione crescente, — voi, signora marchesa, che siete una donna superiore, perchè il cuore crede alle passioni che sente e adora quelle che desta, se queste morranno assai prima di quelle?
— Non so.
Poi si levò lentamente andando al tavolo sul quale era rimasto il manoscritto, lo prese senza che l'altra assorta se ne avvedesse: e leggendo ove prima le caddero gli occhi, pronunciò ad alta voce:
«Se un angelo venisse in una delle mie notti insonni a dirmi: Vuoi tu amare sulla terra, e il tuo amore lo vuoi felice o infelice? Credo che esiterei lungo tempo prima di rispondere, e forse non mi deciderei nè per l'uno, nè per l'altro: vorrei che il mio amore fosse molto la felicità della persona amata e quasi altrettanto la mia infelicità, perchè nessuna passione deve essere più voluttuosa di soffrire e sentirsi morire inebbriando l'amante.»
— È vostro questo pensiero? è pur delicato! e proseguì:
«Vorrei morire di questa passione, morire giovane, morire lentamente, ma sopratutto morire bella, perchè l'amore dell'amante non si affievolisse colla mia vita e consolasse il mio tramonto primaverile col voluttuoso tepore del suo meriggio — vorrei morire innamorata per non sopravvivere al mio amore e per farmi del suo il lenzuolo da riposarvi mollemente tutta l'eternità. Moribonda, sorriderei fissandomi nel suo volto, come un fiore s'incanta nel sole che lo ha ucciso a forza di baci. Bianca sopra un letto tutto bianco, un po' scarna, i capelli un po' in disordine, la mano secca e nervosa serrata nella sua: morire un vespero senza nessun altro nella camera, nè rumori al di fuori, nè raggi di sole che insultassero colla pompa del loro splendore alla calma di quel silenzio e di quella ombria: morire per avere troppo amato, per aver fatto troppo godere, per avere troppo goduto, non trovando modo di espanderla la voluttà del vostro cuore: morire per seppellire seco tutti i tesori di bellezza e di passione, per assaporare nella stanca impotenza del senso la voluttà della morte dallo strazio dissimulato dell'amante....»
Durante la lettura Mimy aveva più volte mutato di aspetto: il pallore più spento, il rossore più vivo le si erano avvicendati fuggevolmente sul viso; più d'una volta aveva dovuto mettersi una mano sul cuore per frenarne i battiti troppo violenti ed impedire alla vita di smarrirsi: anelante, esterrefatta seguiva cogli occhi gli occhi della marchesa, tremando sempre che all'incontro di una parola si rivolgessero verso di lei e l'interrogassero. Avrebbe sofferto non so cosa per distruggere quel manoscritto, incauto confidente de' suoi dolori, ma la commozione troppo violenta non le lasciava forza di strapparlo di mano alla marchesa, nè tampoco di chiederglielo.
In quell'ansia Mimy perdeva la ragione, e ciò era tanto più spaventoso, che nella faccia pareva calma, attonita nella marchesa.
Questa si rivolse, e abbassando il manoscritto con atto di scoraggiamento:
— E dire, mormorò, chè un uomo avrà inspirato tanta poesia e tanta passione ad un cuore di donna!
— Un uomo! ripetè scattando dal divano e accostandosele con passo quasi di belva senza perdere di vista il manoscritto.
— Mi sarei ingannata, o sarei troppo indiscreta chiedendovi il suo nome? Deve essere un uomo molto bello, perchè questa morte vagheggiata tenendolo per mano non somigli ridicolmente a una morte volgare con un marito o un prete al capezzale. Vorrei essere la vostra migliore amica per sapere il suo nome.
— Il signor conte De-Vinci, rispose Giulietta affacciandosi dopo aver bussato inutilmente alla porta.
Le due donne si scambiarono un'occhiata luminosa: la marchesa di rimprovero, Mimy di disperazione.
— Non sono in casa per nessuno: mi pare che ve ne avevo avvisata.
E mentiva ingenuamente: quel giorno era di ricevimento.
— Scusi, signora, si scusò impaurita all'insolita maniera la fanciulla, ma il signor conte è arrivato col signor Carlo, e mi hanno ordinato di annunziarli.
Mimy abbassò il capo.
CAPITOLO III
Josè, repondit-elle, tu me demandes l'impossible: je ne t'aime plus, tu m'aimes encore... Je pourrais bien encore te faire quelque mensonge, mais je ne veux pas m'en donner la peine.
Carmen. — Merimée.
— Il mio giornale! esclamò udendo rumore nell'anticamera.
— Il vostro giornale... ripetè la marchesa, fissandola con occhio scrutatore.
— Datemelo, datemelo! insisteva torcendosi le mani con aria di sì pietosa desolazione, che lo ottenne; ma quasi troppo tardi, che potè appena insinuarlo nel cassetto, mentre Carlo e Giorgio scostavano il cortinaggio della porta.
Si avanzarono sorridenti, Giorgio verso Mimy e Carlo verso la marchesa.
— V'ingannate, questa gli rispose ad un complimento susurratole a bassa voce: ero venuta dalla signora Mimy, e la guardò che rimaneva seria al saluto allegro e leggermente trionfale di Giorgio.
Vi fu d'ambo le parti uno scambio di insipidezze, e finalmente Elisa si levò.
— Mi lasciate? le disse Mimy, accostandosele cogli occhi sbarrati.
— Sì: debbo provare una romanza giuntami stamane da Parigi: ritorno a casa; d'altronde, sono stanca.
— Di me?
— Oh! non sono vostro marito, nè un avvocato io per stancarmi di una persona così bella quando la possedessi.
E così parlando si riadattava il cappellino elegantissimo con una orlatura di martora su velluto nero.
— Mi permettete di accompagnarvi? le chiese Carlo intanto che Mimy andava a prenderle il manicotto da una poltroncina: ve ne prego, aggiungeva sommessamente.
— Quando la signora Mimy lo permetta, e la fissò; ma la povera fanciulla non sostenne l'occhiata e abbassò gli occhi accarezzando il manicotto.
Carlo e la marchesa si mossero.
— Ringraziatemi, le disse questa sorridendole un ultimo addio: non vi lascio sola.
Mimy rimase colla tenda in mano e seguitò a guardare per la porta, che l'altra era già scomparsa. Allora Giorgio, rimasto estraneo a questa scena così indifferente d'aspetto e viva d'interesse, le si avvicinò sulle punte dei piedi e abbracciandola strettamente per la cintura:
— Sola! ripetè, come l'eco dell'ultima parola della marchesa, della quale s'intese la carrozza rotolare sordamente sulla strada nevosa.
Ella lo guardò senza rispondere.
Giorgio e Mimy erano dunque due amanti, poichè si avevano l'uno e l'altra, e il mondo che incredibilmente vecchio è da lungo tempo positivo, li avrebbe, conoscendoli, giudicati per tali — li conosceva e così li giudicava: amanti non importa se di anima o solamente di corpo. Ma in fatto Mimy non amava Giorgio, almeno come credeva che avrebbe amato amando: ed egli invece l'amava meglio che non lo pensasse e dicesse malgrado l'esaltazione di certe lettere ad Anselmo, che sentivano la smania di autore. Quella donna era troppo delicata per abbandonarsi con voluttà all'uragano di un amore maschile: la quercia si rialza con sibilo beffardo sotto il soffio dell'aquilone, mentre la rosa invece vi si sfoglia: la cavalla di razza s'inpenna superba sotto lo sprone del cavaliere, ma l'agnella si accascierebbe se il pastore volesse montarla: Giorgio in questo caso era il pastore.
Ella soffriva ancora più di questo secondo amore di Giorgio, che del primo amore con Carlo.
Giorgio, essa lo ammetteva, era bello per un uomo: ingegno di filosofo, cuore di poeta, eleganza di artista, una scioperataggine di epicureo, una vita tempestosa sibbene vuota di avvenimenti: una agitazione febbrile in tutte le azioni, una superiorità aristocratica su tutte le persone, una disperazione latente che si scopriva tratto tratto in uno slancio lirico: tutte queste qualità e questi difetti lo rendevano un amante ideale e quasi da romanzo, molto più che a Bologna era il re della moda e tutte le signore dell'alta società si disputavano la sua corte o almeno un suo elogio — era bello nell'anima e anche nel corpo, nonostante la mediocre purezza delle sue forme vaghe di quella inesprimibile eleganza, che l'arte non ha saputo ancora rendere ed è la più irresistibile di tutte le seduzioni: era bello e non lo amava: anzi si dibatteva nel suo amore senza la forza di liberarsene.
Quella passione egualmente sfrenata nella voluttà che eccelsa nel sentimento la commoveva a suo dispetto: il vento la investiva sollevandola in alto in alto, ma appena quietava, ella ridiscendeva in sè medesima e la coscienza la rimordeva di essere lo zimbello e il carnefice di una passione non contraccambiata, dopo di aver tradito un uomo per un altro uomo. Allora la bella infelice scoppiava in pianto, o aprendo il giornale, di cui già leggemmo qualche pagina, cedeva al prestigio del suo eterno pensiero di amore, e scriveva.
Nè a Giorgio, poeta e uomo di spirito, era sfuggita quella inquieta preoccupazione.
— Mimy, le disse un giorno, che la sorprese in lagrime, Carlo ti rende infelice: vuoi abbandonarlo? Andremo in Svizzera, starai sempre meco.
Senonchè Mimy per risposta si era sforzata a rattenere le lagrime e non si era più mostrata piangendo.
Ma Giorgio non si appagò; stranamente infelice egli medesimo, ovunque sospettasse un dolore nascosto lo perseguiva forse per una misteriosa affinità, forse per l'egoismo di non essere solo a patire: e questa volta la lusinga era tanto maggiore che, per servirci di una sua espressione, quel dolore era un velo, dietro il quale si celava la parte migliore di Mimy. Quindi le era sempre intorno per indovinarla, ma ella se ne accorgeva, si schermiva, e come donna vinceva. Tutto era vano; generalmente Mimy finiva col sorridere mestamente al suo armeggio, e quando lo vedeva stanco, gli stringeva la mano per compenso e si lasciava baciare.
Una volta egli toccò della marchesa, dicendole che ne era innamorata: Mimy vi convenne troppo facilmente, ed egli non vi pensò altro.
In questa guisa durava da qualche tempo; il carnevale era vicino. La marchesa veniva raramente da Mimy; Giorgio quasi ogni giorno e più di una volta; Carlo non si accorgeva di nulla come marito e come innamorato di Elisa, che lo teneva al guinzaglio come un orso, facendolo ballare con un complimento o un epigramma. Ma già cominciava a susurrarsi di questa simpatia dei due cugini, e poichè Mimy era molto bella e Giorgio il re della moda, signore ed eleganti vi si interessavano mordendo così, che con tutto il suo spirito egli stentava non poco a fronteggiare quell'armata di calunnie e di pettegolezzi.
Ella non usciva più dal suo appartamento. Lo aveva tutto rinnovato con gusto abbastanza artistico per la modica somma e una città come Bologna: le pareti erano in mussoline persiane, le tende in lana, i mobili di acajou e in seta, gli intagli non dorati; aveva un gabinetto color di rosa, soffice, femminilmente soave, e una camera da letto di un azzurro cupo e severo — ecco tutto: passava spesso le intere giornate nella camera da letto seduta sopra una lunga poltrona ricamando, leggendo o meditando.
Ogni giorno si faceva più pallida e più bella: molle della persona come una Ondina, dimagrando insensibilmente perdeva in mollezza e guadagnava in sentimento: e poichè l'istinto del bello e della civetteria è inestinguibile nella donna, aveva cangiata pettinatura accomodandosi i capelli lisci sulla fronte come le madonne e lasciandone cadere sulla spalla un riccio mal inanellato o una treccia incompiuta.
In quella camera riceveva Giorgio. Aveva fermamente rifiutato i convegni in un'altra casina, come sogliono usare gli amanti, perchè mettere all'amore l'orario e il domicilio, le sarebbe parsa l'ultima degradazione.
— Perchè non tieni qualche vaso di fiori? li ami tanto e ti somigliano tanto! le aveva dimandato un giorno, che ella era più triste.
— Forse per vederli appassire con me?
— Sei troppa afflitta: non mi ami più.
— Avete pur detto che amo i fiori, e lo guarda con un sorriso, di cui lo scherzo nascondeva male l'ironia.
— Non mi ami, aveva ripetuto, ed era uscito.
Quel giorno invece Giorgio era più allegro e innamorato del solito: la teneva abbracciata sul divano e, coprendola di carezze palpitanti, si fermava di quando in quando a guardarla come un artista: ma ella inquieta non gli badava, anzi, ritraendosi troppo bruscamente ad un suo atto, gli fe' battere la testa sul dosso del divano.
— Mimy! esclamò stupito.
Poi, lasciandosi scivolare, le si accovacciò a' piedi.
— Vediamo se hai cuore di respingermi; ti converrà farlo col piede, e prendendogliene uno nel pugno, le trasse la pantofola di velluto cremisi cogli orli di seta rossa e se la mise al di sopra della spalla sul cuore. Non mi vuoi bene? non importa: ti amo per me e per te, e se il tuo cuore è più piccolo del tuo piede, il tuo piede è così bello che mi compenserà del tuo cuore. Cattiva! te lo leggo negli occhi — adesso, se non mi odii, mi disprezzi: vuoi provare una voluttà veramente femminile? calpestami. Sei abbastanza bella, così pettinata, per sembrare una madonna: io farò da dragone. Calpestami: ti giuro che non proverò minore voluttà di te: anche l'abbiezione, sai, ha la sua ebbrezza...
— Ma, Giorgio! mormorava cercando di ritrarre il piede.
— No.
— Sii ragionevole.
— O il piede o tutto.
— Il piede dunque, e le sfuggì un gesto di dispetto.
Giorgio si levò sulle ginocchia.
— Ma è proprio vero che non mi ami?
Mimy rivolse lo sguardo.
Giorgio si era fatto cupo, Mimy grave: le sedette a fianco, e con sforzo visibile per parlare cominciò lentamente:
— Non mi avete dunque mai amato... è dunque vero? Qualche volta ne ho dubitato, ma era un dubbio troppo atroce per potermivi fermare. Siate almeno generosa... ditemi qual è il vostro ideale e vi prometto di raggiungerlo. Ma queste parole sono stupide: voi, che non mi amate, ne ignorate voi stessa il perchè. Lo so che sono brutto, senza gloria, che non posso offrire nessuna corona alla vostra vanità — che siete troppo bella per me... Mi amate! esclamò improvvisamente; non è vero che mi amate?
E prendendole le mani la forzava a rispondere.
— Giorgio....
— Io voglio essere amato: lo esigo. Badate: mi attaccherò al vostro amore come un naufrago: vi farò affondare meco se non mi amate.
— Questa la credete una minaccia?
Giorgio indietreggiò: lo sguardo di Mimy aveva una strana limpidezza.
— Spieghiamoci, disse dopo una pausa. Non mi amate?
— È vero.
— Che! e si cacciò le mani nei capelli spingendole il volto sotto il volto.
Mimy resistette. Allora si levò e mosse qualche passo su e giù per la stanza tutto sconvolto. La donna lo seguiva cogli occhi nè spaventata, nè intenerita da quella esaltazione vicina alla follia. Poi egli si calmò, almeno in apparenza, ed arrestandosele innanzi:
— Tutto sarà finito?
— Tutto.
— Impossibile!
— Questa volta vi sfido.
— E se mostrassi le vostre lettere a Carlo? è un'infamia, ma ne sarò capace per conservarvi: mi siete indispensabile più della vita, più dell'onore.
— Le ho firmate appositamente.
— Non mi sferzate: sarò capace di tutto se mi abbandonate.
— Minacciate?... riprese Mimy pigliando forza dalla resistenza. Tanto meglio! mostrategliele quelle lettere, proseguiva con voce sibilante, e aspettate a mostrargliele in un giorno di cattivo umore: egli non avrà il coraggio di uccidermi, nè voi quello del suicidio, quando non sarete più il mio amante.
— E chi lo sarà in vece mia?
— Nessuno.
— Non amate?
— Amo.
— Chi? il suo nome? parola di gentiluomo giuro di rispettare il segreto.
— Amo una donna, e scoppiò a ridere nervosamente, abbandonandosi sul divano col viso nelle palme.
A questa scappata, che suppose una beffa, così il riso l'accompagnava, Giorgio fe' un atto di disperazione.
— Non insultate, Mimy; perchè mi uccidete.
— Senza farvi morire. Voi parlate sempre di morire e siccome avete ingegno ne parlate bene, ma avete più senno e non ne fate nulla. Andate là che non mi avete mai amata e non soffrirete molto: vi lamentate troppo per essere infelice: il dolore è muto.
Mimy era sfinita da questa scena, la più violenta della sua vita, e si accasciò sopra sè stessa.
Era meravigliata della propria energia.
— Ah! non vi amo, ruggì Giorgio: datemi un bacio.
— No.
— Datemelo... ebbene, aspettate: corse alla stufa, ne apri lo sportello, vi mise dentro la mano guantata, e afferrando un carbone acceso se lo pose sull'altra palma: poi ritornando a lei, spaventata da quella nuova pazzia:
— Il bacio! esclamò pallido di passione e forse anche di spasimo: vi prometto di lasciarmi spegnere questo carbone sulla mano: e il guanto riarso lasciava già scoperta la pelle.
Mimy si levò per farglielo gittare, ma egli cingendola col braccio libero ed allontanando l'altro le impresse un bacio sulla bocca, lungo, disperato; le carni fumavano senza che vi badasse, e Mimy commossa da quella prova di amore s'imbiancava in volto, socchiudendo gli occhi.
— Mi amerai?
— No.
— Lo voglio,
— No.
— Guarda: e riafferrando il carbone, che ardeva tuttora sul tappeto: guarda, ripetè, e se lo insinuò nel corpetto: adesso vienimi sul petto e schiacciamelo nelle carni: ti lascerò quando sarà spento: e accompagnando le parole col fatto le gittò improvvisamente le braccia alla cintura e strappando robustamente la rovesciò sul tappeto.
— Cavati quel carbone.
— No: se non cedi.
— Giorgio!
— T'amo.
— Giorgio!
Senonchè il dolore fu più forte della volontà, e pigliando il carbone al di sopra del corpetto dovette soffocarlo, mentre Mimy anelante, vinta, cessava di resistere.
Dieci minuti dopo ella gli prestava il fazzoletto di battista finamente ricamato per fasciare una piaga nerastra al costato sinistro e apriva le finestre, perchè esalasse il puzzo di bruciato.
Giorgio pareva un cadavere.
— Addio, le disse tendendole la mano in un abbattimento mortale.
— Addio...
Egli uscì tenendosi una mano sulla ferita: ella rimase in mezzo al gabinetto.
— Partirà, mormorò cacciandosi le mani nei capelli; poi abbassando la voce quasi per non udirla essa medesima:
— Vile! un altro spergiuro.
CAPITOLO IV
Perchè le vedove sono più belle delle fanciulle? Si è detto: l'amor vi passò: Michelet corregge: l'amore vi è rimasto — ne l'uno, nè l'altro. La superiorità della vedova sulla fanciulla è la stessa che del libertino sul collegiale, giacchè l'ingenuità per quanto vezzosa non vale lo spirito: e la vedova conosce sè medesima e il mondo: è dotta nella galanteria, artista nella voluttà. Passando per tutti gli stadii della vita, la sua personalità si fece perfetta e adesso lusinga maggiormente l'orgoglio della conquista. Una fanciulla si prenderà forse per sorpresa, una vedova bisogna pigliarla di assalto: onde se la battaglia è per l'uomo una necessità e una passione, val meglio conquistare nella vedova una città opulenta, che nella vergine un villaggio alpestre e primitivo.
La Donna, Opere inedite. Ottone di Banzole.
Dappertutto l'amore è sempre l'amore: voce o eco, fiore o fronda, fiamma o bracia, voluttà di sensi o voluttà di fantasia, passione di testa o passione di cuore; dappertutto l'amore è sempre amore. Se la vita è un sentiero, vi batte come ombra o come sole; e seduti o in cammino, distratti o attenti, l'amore ci avviluppa e ci penetra — le sue vampe saranno più o meno ardenti, la sua frescura più o meno viva, ma finchè la nostra fronte può alzarsi verso il cielo non le evita, e nullameno quelle non hanno fecondità, nè queste ristoro. I suoi raggi accendono la febbre e offuscano gli occhi; le sue ombre addormentano la ragione e intirizziscono la volontà: e l'amore diffuso intorno a noi come l'aria e la noia, è necessario quanto l'una a mantenere la vita, quanto l'altra ad irritarla.
Nulla al mondo, dacchè la intelligenza vi apparve e la parola vi suonò, è stato più lodato dell'amore; la fantasia che prima lo adorava nel senso lo prestò alle adorazioni della ragione; questa più matura lo respinse e allora l'altra fattasi arte lo reimpose e vinse.
E dovunque l'amore, sempre l'amore — ieri come oggi, oggi come domani.
Statua di cristallo, che il sole fa luccicare, poichè luccica pare più preziosa che di marmo, ma col tramonto del sole perde ogni seduzione: eterna antinomia dell'amore, che non esiste se non stimandosi divino e non è più nulla se cessi di essere voluttuoso! Togliete l'amore all'anima, e le spegnete ogni luce; abbandonate l'anima all'amore, e la sua vita invece di essere un cammino di conquista sulla terra, diviene una gita inutile entro una gondola sulla corrente di un fiume — giovani, amate coll'entusiasmo confidente del mattino; maturi, col torrido ardore del meriggio: vecchi, colla tremula mestizia del vespero... e poi? Le braccia che strinsero trepidanti lo stupendo fantasma si stringeranno vuote al petto: avrete amato invano, invano goduto, invano sofferto, e sedendovi sul margine della fossa che vi aspetta, mormorerete un'altra parola egualmente vuota ed incomprensibile dell'amore — nulla! Povero ed immutabile destino...
Ebbene, non importa — amate, amate tutto ciò che brilla, che sorride, che canta: amate l'idea che s'invola, il fiore che odora, il vino che freme, la donna che mente: amate il sole che vi matura per la tomba, amate la natura che vi si ringiovanisce dintorno mentre invecchiate, amate la bellezza che vi inebbria e non vi soddisfa, amate la vita che vi fugge, amate la morte che vi cerca. Ah! amate, perchè l'amore è oblio, e quando la tempesta imperversa e la nave scricchiola prossima a scompaginarsi, piucchè una tavola cui rattenersi, sarebbe il sonno un dono inestimabile.
Forse l'amore non sarà che illusione, ma l'orizzonte esso pure non è bello se non perchè una illusione — e l'illusione si deve contemplare, non studiare! Non per nulla il poeta ci disse: che Dio ci vegliava dietro le cortine del cielo: tutto che seduce è mistero, tutto che veramente sublime è invisibile... — Perchè l'inno che incominciò col singulto della beffa finisce adesso coi fremiti dell'entusiasmo? poeta, poeta, la tua lira è più incostante della donna, e invece di tormentarla colle dita convulse ti converrebbe assai meglio farne un guanciale alla testa pazza e dormire...
La carrozza della marchesa era tappezzata di seta azzurra; la sua atmosfera e il suo colore contrastavano così voluttuosamente col bianco e col freddo della neve che l'avvocato assorto nel piacere di essere vicino a quella donna non pensava quasi più. E siccome la neve consigliava al passo le cavalle meklemburghesi, la lentezza del procedere sembrava aumentare il significato di quel silenzio: la marchesa stava rannicchiata in un angolo con una mano nel manicotto e coll'altra sguantata accarezzandone il pelo.
— Ma signor Carlo, esclamò, m'impazientite!
Egli si scosse dalla sua posa volgare.
— Non sapete che tacere; forse per un avvocato sarà un merito singolare, ma con una donna è noioso.
Carlo la guardò negli occhi per meglio comprendere, ma la luce fosforescente di quelle pupille nella penombra lo abbagliò.
— È vero: vicino a voi, signora marchesa, mi riesce più facile tacere che parlare.
— Forse tacendo mi sentireste meglio?
— Forse...
La marchesa si rizzò allora indolentemente sul busto ed appressandogli il volto al volto lo fissò con intraducibile espressione. Carlo fremette ed ella socchiudendo gli occhi, quasi le sfuggissero le parole:
— Forse! avreste dunque altrettanto cuore che ingegno?
— Ah! e voleva prenderle una mano, ma la marchesa erasi precipitata allo sportello chiamando col dito un giovane signore, mentre coll'altra mano tirava il cordone della livrea al cocchiere.
All'avvocato sfuggì una smorfia di dispetto.
— Signor marchese, ella diceva al giovanotto, cui aveva già dato la mano senza pensare a ritirarla: a quando la nostra trottata?
— A quando vorrete, ma con questo tempo...
— Riuscirà più bella: romperemo la neve; l'avete pur rotta a piedi per venire fin qui: e osservò la sua traccia.
Il giovane sorrise colla grazia di una donna e, voltandosi egli pure, le accostò maggiormente il viso e le susurrò basso basso, che Carlo non potè intenderlo.
— Mi romperei anche la testa per voi.
— Avreste torto, è troppo bella.
Indi:
— A domani mattina!
— L'ora?
— Sulle dieci.
— Verrò al vostro palazzo.
— No: ci troveremo fuori di porta Castiglione.
Il giovane le strinse la mano visibilmente lieto e si allontanò.
La marchesa si rigettò nel fondo della carrozza e il cocchiere spinse le vigorose cavalle a un trotto serrato. Passarono sulla fronte del Pavaglione, dal quale molti eleganti, che si annoiavano elegantemente in quell'ora, salutarono con altrettanta affettazione che premura; quindi voltarono pel Mercato di Mezzo, una specie di vicolo, e sfiancando dalle due torri infilarono via San Vitale fino al palazzo Fantuzzi: un palazzo, che non ha se non la facciata e barocca. Pochi saprebbero dire a quale scuola appartenga la sua architettura, piccola e pesante: le finestre vi sono quasi maggiori delle porte; sopra le finestre spiccano rilevati varii elefanti grandi come un maiale colla solita torre sulla schiena; il muro è scannellato, a quadroni come le colonne, e un cornicione quasi leggiero e molti scudi qua e là non effigiati coronano il tetto.
Salirono lo scalone signorile nell'ampiezza e pieno di statue di gesso; quindi la marchesa fe' accompagnare l'avvocato da una cameriera nella gran sala, dicendogli che tarderebbe poco a raggiungerlo. Egli traversò due anticamere arredate con gusto molto antico e si fermò nella sala, vasto stanzone del seicento ammobiliato con un lusso e una severità, che il nostro secolo non conosce più. Il soffitto ad intagli ancora vivamente dorati e seminati di rosoni s'apriva nel mezzo a nicchia per accogliere una donna dorata, che sosteneva con braccio forse troppo esile per sì enorme fatica un grosso lampadario di Murano; molti mobili di quercia intagliati s'appoggiavano alle pareti o sorgevano nel mezzo: mobili che avevano sfidato trionfalmente più di un secolo e più di una moda — e trionfavano ancora, massime un divano, che sembrava guardare compassionevolmente due piccole poltrone moderne di velluto: sui vasti tavoli si alzavano più vasti e limpidissimi specchi riflettendo vasi e statue di bronzo, ma fra tutti quei ricchi oggetti il più stupendo era un orologio di ottone a torre fra molte copie in marmi rari delle rovine del foro romano. Molti ritratti più preziosi nella cornice che nella tela pendevano dalle pareti, e un gran camino di marmo nero si apriva di contro alla porta, fra due finestre colle tende di damasco rosso e una gran sedia da un lato più simile a un trono che a una cattedra. Il salone ricco severo doveva diventare quasi fosco quando le tende abbassate vi rabbuiavano la luce già scarsa.
Carlo, che vi era stato molte volte, non si guardò nemmeno attorno: attese sfogliando un album.
Sentì entrare la marchesa e le mosse incontro.
— Non andrete a quel convegno? le domandò con ansia.
— Quale?
— Col marchese Del Pino.
— Ci andrò: una magnifica passeggiata sulla neve ancora vergine delle vostre colline. Poi Del Pino ha spirito e, permettetemi, ciò a Bologna è abbastanza raro perchè possa interessare.
— E se vi supplicassi di non andarci?
— Voi!...
L'avvocato trasalì.
— Vi offro un altro spettacolo; domani ho una bella causa all'Assise, un mistero; una donna che adorava suo marito e che lo ha ucciso. L'accusata è giovane, quasi ancor bella: è un gran carattere, perchè ha ricusato di narrare la più piccola circostanza, e alle mie rimostranze, che il silenzio poteva perderla, si è stretta nelle spalle. Io difendo la sua testa: venite a sentirmi.
— Sperate di vincere?
— Sì, se venite.
— Fanciullo!
— Venite e vi giuro di essere eloquente. Quella donna è vittima di una grande passione; non vi è più delitto dove entra la passione. Io svilupperò questa tesi, e i giurati, che sono uomini e non giudici, mi daranno forse ragione. E si fermò quasi per afferrare i capi da svolgere nella difesa. Se venite, forse le salverete la vita.
— Potrebbe essere un triste regalo.
— Del Pino, mormorò Carlo con uno scoraggiamento, nel quale sentivasi tuttavia molto orgoglio, avrà dunque più spirito che io non abbia ingegno!
La marchesa non rispose e si accomodò un riccio sulla fronte.
Chiusa nell'abito di velluto nero, la sua persona forse un po' pingue, un difetto che avrebbe rapito di ammirazione Tiziano e Rubens, aveva in quella attitudine una sveltezza assolutamente nuova, che la ringiovaniva senza farle perdere i pregi della maturità: un collo stupendo, il seno gonfio, la forma di un braccio che si disegnava, un piccolo piede che spuntava dalla veste, e due mani così morbide e nervose, che promettevano carezze insopportabili nella voluttà — e dal volto una espressione di saffica poesia, che le pioveva sul corpo avvolgendolo come in una luce... Era impossibile guardarla, esserle vicino, toccare colle pupille l'opaco pallore di quelle carni, sfiorare il turgore di quel seno, contemplare quella faccia così nobile e così cortigiana e non amarla subito, irresistibilmente... Forse un osservatore abbastanza vecchio per mantenersi calmo avrebbe sorpreso qualche civetteria nella posa e qualche studio nella espressione, ma erano egualmente irresistibili e bisognava sentirle anche non credendovi.
Carlo invece credeva.
Le prese audacemente una mano:
— Non lo amate, no?
— Amate! ripetè quasi svegliandosi da un sogno. Chi parla di amore? siete voi!
— Sì: non lo amate?
— Amate! quale strana domanda! forse che nel mondo si vive e si muore di amore? Si coglie un fiore, si odora, si gitta — ecco tutto, e voi parlate di amore...
— Non lo amate? insisteva.
— E voi? gli rispose con un sorriso, nel quale lo scherzo non vinceva la spossatezza voluttuosa.
Si fermarono.
— Io vi amo, soggiunse timidamente.
— Lo so.
— Non mi crederete?
— Mai.
La sua voce vibrò possente pronunciando questa parola, ma gli occhi non l'imitarono.
— Sapete perchè sono venuta dalla signora Mimy? per dirle che parto a giorni e che tornerò ad abbracciarla prima di lasciarci per sempre.
— Partite...
— Ebbene: suggeritemi dunque un altro partito invece di meravigliarvene; che cosa debbo fare a Bologna? Del Pino mi ha detto: andate a Parigi, e voi? voi, lo interruppe, mi dite per antitesi: restate. Che cosa farò a Bologna, ove non vi è che un salone, quello della principessa di San Marciano, la quale partirà probabilmente ella pure per Roma? Qui sono uno scandalo: la mia bellezza, oramai me ne avete persuasa, il mio lusso, la mia mora, tutto scandalizza... poi mi annoio. Quando l'anima è vuota, bisogna distrarla: occorrono divertimenti, quando non si hanno più passioni.
— Però Del Pino vi piace.
— È bello.
— Potreste amarlo? tornò ad insistere con voce tremula per l'emozione.
— Non lo credo.
— Non ci andrete dunque domattina?
— Vi ho già detto che andrò.
— Sola!
— Sola.
— E se si dicesse che siete la sua amante?
— Ciò potrebbe accadere; Del Pino è molto bello.
L'avvocato fe' un gesto violento.
— Non vi capisco, ruggì soffocatamente stringendosi la fronte nelle mani come per impedire alla propria ragione di rovesciarsi.
Quella donna gli dava le vertigini. Chi amava dunque questa bella che coglieva un uomo come un fiore? Mal dotto nello studio del cuore, l'avvocato si chinava su quell'anima come sopra una voragine dal fondo della quale saliva misto ad un fracasso di torrente un acre profumo di fiori. Quella donna partirebbe dunque per sempre! Il mistero dileguerebbe misteriosamente...
E Del Pino l'avrebbe forse posseduta: che importa se innamorata o fredda, quando la possedesse? Questo pensiero era anche più terribile dell'altro.
— Perchè non mi amate? le domandò colla ingenuità delle grandi passioni.
— Ma perchè voi medesimo non mi amate, sebbene crediate sinceramente il contrario. Volete che vi riveli a voi stesso? Vi servirà di consolazione nei primi giorni della mia assenza; dopo non ne avrete più bisogno. Oh! non protestate, non interrompete: l'eloquenza a domani. Voi credete di amarmi perchè non avete mai amato, perchè nato con uno spirito pratico e positivo, con minore fantasia di un aritmetico, avete sempre vissuto di studio e di sensi: perchè la vostra vita fino ad oggi era come il corso di un gran fiume per una grande pianura, calmo e maestoso... e io sono venuta a turbarlo. Io sono tutto quello che voi non siete: sono pallida, sono aristocratica, sono splendida: ho più cuore che voi non abbiate ingegno, più ingegno che non abbiate mai supposto in una testa femminile. Voi mi amate perchè vi siete detto: con questa donna la sazietà è impossibile — amore di uomo, amore di egoista. Siate sincero: nei vostri sogni, nei vostri progetti sulla marchesa di Monero avete mai pensato a ciò, che potreste offrirle in cambio di ciò che ella vi darebbe.
Carlo era attonito.
— Ho dunque ragione, ella proseguì melodiando la voce: credete adesso che io possa amarvi conoscendovi? La vostra passione è una illusione, che vi ho prodotto; forse conoscendomi meglio chi sa se non si dissiperebbe... Siete già un uomo illustre, fra un anno potete essere un grand'uomo: il Parlamento vi aspetta. La donna, che fosse vostra amante, avrebbe cento ragioni d'insuperbire: conterebbe i vostri trionfi, si farebbe della vostra gloria una toeletta più splendida delle più splendide, che arrivano da Parigi... Sperate: siete ancora giovane; le donne amano ancora gli uomini.
— No: poichè non mi amate.
— Siete sicuro se io sia una donna come tutte le altre? Se la vostra qualità di marito non sia un ostacolo, e non ricusi di amarvi per non deporre i miei baci sui baci di un'altra donna.
— Sareste gelosa di Mimy?... Non mi ha mai amato.
La marchesa raggiò.
— E voi siete in grado di dire altrettanto?
— Io... e si sconcertava sotto il suo sguardo. È impossibile, ella seguitò rammollendosi della persona, che l'abbiate compresa, ma la gracile delicatezza di quella donna deve avervi commosso a qualche ora; l'avrete amata: l'amereste ancora?
Questa domanda indiscreta era mossa con una curiosità così aristocratica, che l'avvocato arrossiva come un fanciullo.
— Non arrossite ancora, perchè v'inseguirò più avanti nel vostro segreto: dal giorno che mi amaste mi avete mai tradita? Non vi provate a mentire: vi leggerei la verità negli occhi e nella voce.
Egli fe' un gesto meravigliato e la marchesa, coprendosi il volto come dalla gioia, lasciò sfuggirsi:
— Mai?!
Carlo respirò.
— Partite, gli disse alzandosi tuttavia turbata: così che illudendosi come tutti gli innamorati, egli suppose che lo scacciasse pel timore di cedergli.
— Promettetemi di non andare con Del Pino, e me ne vado.
— Sono dunque bloccata, che mi si dettino le condizioni? Andate, andate: il vostro amore ha avuto oggi un bel giorno; siate una volta poeta, contentatevene; vorreste chiedere il meriggio al mattino?
— Perchè no? Partirete da Bologna?
— Chi sa.
— Prima d'amarmi?...
— Chi sa.
Si levarono.
— Come siete bella! mormorò quasi pallido quanto lei, ma di un brutto pallore.
Ella gli tese la mano, che afferrò con impeto: si mossero verso la porta. Tacevano. Egli le sbirciava il seno agitato dalla tempesta.
Passando dinanzi ad uno specchio vi si guardarono insieme e sorrisero di questa muta e significativa intelligenza da innamorati: la marchesa arrossì leggermente come sorpresa.
Si strinsero la mano.
— Ci andrete?
— Sì.
— Vi aspetto egualmente all'Assise: la seduta comincerà alle undici.
— Superbo!
— Sia: voglio costringervi ad applaudirmi; sarò meno brutto allora, aggiunse con malinconia.
E, saettandole un ultimo sguardo, fuggì.
— Zisa! chiamò la marchesa aprendo un usciuolo invisibile nella tappezzeria.
Comparve la mora.
— Fa preparare il bagno: quest'oggi è festa.
La schiava le cadde davanti in ginocchio.
— Dì? sono bella?
— Troppo...
— Oh! voglio essere amata: voglio ubbriacarmi d'amore. Tu pure sei bella... vuoi amarmi?
La voce le si affievolì, mentre ella cadeva sopra una sedia. Pareva sfinita, gli occhi le nuotavano in un umidore iridato, le labbra sempre rosse sembravano asperse di rugiada. La schiava le si trascinò ai piedi come un cane ed abbracciandole le ginocchia colle pupille fiammanti come due carbonchi:
— Io... io... sola! susurrò.
La marchesa volle chinarsi a baciare quella fronte più nera della sedia di quercia, ma Zisa l'afferrò a mezzo la vita e sollevandola con singolare robustezza fuggì per l'usciolo della sala.
CAPITOLO V
Se la lagrima della innocenza moribonda sulla gota della vergine esalta meglio del vino più generoso, il sudore che la febbre del peccato trae sulla fronte della adultera esalta ancora più di quella lagrima.
L'Amore, Opere inedite — Ottone di Banzole.
L'avvocato era uscito ebbro di quella prima speranza e di quel primo insulto alla sua gelosia. Sino allora aveva sperato e taciuto come tutti gli innamorati: la marchesa era bella, grande, forse anche facile: pensava a lei tutto il giorno, ma ogni qualvolta l'incontrava tutto lo spirito gli svaniva a un tratto. Quel giorno invece aveva osato ripetere la semplice ed eterna dichiarazione: vi amo; s'era mostrato geloso e la gelosia era passata senza contrasti: aveva quindi riconquistato la propria superiorità di uomo, e con quell'invito alle Assisie forse anche decisa la vittoria. Quella causa bella e grave aveva l'interesse di un romanzo e si prestava a tutte le dichiarazioni filosofiche e sentimentali; una causa fatta a posta per sedurre una donna, poichè una donna n'era l'eroina e l'amore la ragione: egli contava di brillarvi insolitamente, di vincere sè stesso, e qualunque ne fosse l'esito, strappasse o no quella testa al carnefice, tutti i cuori sarebbero dalla sua parte. L'accusata era una di quelle romantiche figure, che paiono nate solamente per tessere un dramma e perirvi.
Domani era dunque il giorno più importante della sua vita, ma poichè la vittoria dipendeva dall'ingegno e dalla dottrina, era superbo di battersi con tali armi: così venti anni di solitudine studiosa, rimpianti nelle ore di malinconia, passati quasi fuori del mondo in un ambiente luminoso ma freddo, produrrebbero un giorno di vera apoteosi; alla luce della gloria si mescerebbe il calore della passione, mentre le porte di quel mondo epicureo, che aveva sempre condannato senza conoscerlo nemmeno nelle irruenze giovanili, si aprirebbero d'improvviso scoprendo la marchesa sulla soglia.
Esisteva dunque un'altra vita, un altro amore, un altro vizio diversi da quelli che aveva fino allora creduti?
Corse diffilato a casa per lavorare sino al domani, ma come si allontanava dal palazzo Fantuzzi l'esaltazione sensuale gli si mutava in una febbre di gelosia. Quell'ostinato appuntamento col marchese Del Pino era un nuvolone, che gli copriva il sole delle ultime parole e degli ultimi sorrisi della marchesa. Carlo raccapricciava al pensiero di essere amato e tradito nel medesimo giorno. Come la marchesa gli aveva detto con tanta audacia, egli era un uomo vergine e sensuale, di molto ingegno e di poco cuore. Impetuoso di carattere e di istinti, aveva domato collo studio e colle cure della professione la forza leonina della propria natura, arrivando a quarant'anni per una vita vuota di affetti e di avvenimenti, uniforme di luce e di calore.
Delle donne fino dal primo palpito virile non aveva amato che il sesso col trasporto del bevitore pel vino, dimenticandolo appena assaporato: purchè la forma fosse appariscente, poco importa se corretta, il contrario di Giorgio; molta carne, molta salute, molta lascivia — le qualità del vino: la polpa, l'odore, la spuma, — ecco la donna. Il cuore non era mai stato invitato ai banchetti rumorosi di quelle voluttà, la fantasia non aveva mai offerto per essi le sue sale meravigliose; solo il senso v'interveniva, potente, ubbriacone, spensierato; poi si addormentava, e la mente, vecchia e severa quanto una badessa, ripigliava la matassa difficile dei processi. Così a vent'anni, così a trenta, così ancora a quaranta.
Non aveva mai letto una donna o un romanzo; d'altronde non li avrebbe capiti: aveva inteso parlare d'amore come dell'Africa senza invogliarsene, o lo aveva studiato sugli innamorati delle Assisie come un caso di medicina legale. Le sue passioni erano lavorare, guadagnare, bere: quella la più carezzata, questa la più intensa, l'ultima la sola che dovesse frenare, e la frenava; forte quanto un Ercole, brutto come un Fauno, felice al pari del borghese, che dopo cinque lustri di drogheria arriva a comprarsi una villa o a sedere in un consiglio comunale — intelligente come pochi avvocati, ma nulla più di un avvocato. Però con tale tempra d'ingegno da simulare all'occasione molto sentimento nell'esame di una passione con osservazioni fini o distinzioni profonde; ma simile ai grandi casuisti del Rinascimento, che ci hanno lasciato i più stupendi e i più aridi trattati di psicologia, la comprendeva solamente colla testa.
Viveva borghesemente, se non che tratto tratto, forse per fisica influenza, si faceva tristo e pensava che la sua felicità non era poi gran cosa: mediocri le ricchezze, mediocre la fama, mediocri i piaceri: che era solo ed invecchierebbe con un domani eguale all'ieri; ma questi insulti di malinconia erano poco più efficaci degli schiaffi del vento sul granito: l'avvocato ripigliava il sopravvento sull'uomo alle prime migliaia di lire da guadagnare o al primo onore provinciale da cogliere.
Finalmente incontrò la marchesa, conobbe la donna e quel giorno si perdette. La filosofica uniformità della sua vita gli parve una monotonia insopportabile, la sua magnifica posizione borghese una miserabilità di fronte all'alterezza di quella donna aristocratica. Quindi apprese di non essere stato fino allora che un servitore del pubblico, mentre gli scandali della marchesa sempre al di sopra degli applausi e dei fischi, gli davano le prime vertigini della grandezza: e forte si appassionò di quella forza, s'innamorò di quella bellezza, fu preso da quella eleganza ed amò. Alla prima coscienza dell'amore temè di sè stesso, tanto si conobbe trasfigurato; poi temè della marchesa sentendosele inferiore: ma l'orgoglio arse sull'altare dell'amore, la gelosia soffiò e l'avvocato bruciò tutto come il mistico roveto di Mosè.
L'azalea fa prima il fiore poi le foglie: egli fu prima adultero che amante e marito. Infatti, i due coniugi non avevano famiglia. Carlo viveva nel suo studio, Mimy nel suo appartamento; amabili e rispettosi come due stranieri accomunatisi per qualche giorno; però in pubblico egli faceva le viste di marito e parlava acremente dell'adulterio, giurando seco stesso di punirlo se la moglie v'incappasse, meno ancora per sentimento di marito che di conservatore. Carlo era a Bologna un capo di questo partito.
Si chiuse dunque nello studio, ma aveva appena slegato il fascicolo del processo e disposti alcuni libri, che la smania lo vinse e dovette levarsi e camminare. La passeggiata della marchesa lo angosciava. Uso a considerare la donna nelle solite categorie di vergine, di sposa o di madre, l'anomalia della marchesa lo sconcertava — quella castità di cuore quasi straniera a ogni capriccio della carne, quell'alta concezione dell'amore, quella facile inconsideratezza e insieme quella inaccessibile superiorità gli passavano davanti al pensiero come figure di lanterna magica agli occhi di un fanciullo. Come cedere ad un uomo senza amarlo e confessarlo poi ad un altro, che vi ama ed è profondamente geloso? Chi era costei che passava sul fango senza macchiarsi la veste? Quali seduzioni usarle? Da qual parte insidiarle lo spirito o i sensi? Quella donna era capace di una grande passione e forse come Diogene la cercava colla lanterna dello scandalo. Carlo vaneggiava: povero falco innamorato di un'aquila, si smarriva nel cielo guardando lei che saliva sempre sublime, e guardando la roccia sulla quale la superba gli era passata dappresso volando.
— Del Pino! Del Pino! mormorava a denti stretti camminando su e giù per lo studio, e quel nome lo irritava come una frustata: si dirupava sul bel giovane biondo, lo frantumava, lo pestava, passava, ripassava su lui, tremendo, rabbioso... ed ecco ancora Del Pino ed Elisa, bianchi come la neve, che salivano un poggio tenendosi per mano colla distrazione degli innamorati: il vento sollevava le criniere dei cavalli e i ricci sulla fronte di lei; il vento era gelido e non lo sentivano... Come erano belli! come si sorridevano!
Non volle vedere, negò a sè stesso la verità di quell'appuntamento, li raggiunse anch'egli a cavallo, sebbene non ne avesse in tutta la sua vita inforcato un solo, e rovesciando furiosamente il bel giovine ne prese il posto: ma Elisa ve lo intirizziva con quel suo sguardo fiso, metallico... No, non ci andrà, verrà all'Assisie: venga a sentirmi in questo processo d'amore, poi mi paragoni con lui e scelga il più bello: accetto. Così parlando si rimetteva allo scrittoio tutto infervorato, ma se ne toglieva ancora: andava, veniva, bestemmiava, sorrideva; sogni e sentimenti gli si urtavano nella testa e nel cuore, si struggeva di miseria e di beatitudine, più della prima che della seconda. Invano forte di una lunga abitudine volle ostinarsi a studiare; il pensiero più indocile di un ragazzo divagava quinci e quindi: più invano volle credere quella passeggiata un appuntamento amoroso o un puro capriccio — la febbre gelosa gli impediva ambe le spiegazioni e il dolore del disinganno non gli era in quel punto meno necessario dell'entusiasmo della confidenza.
Finalmente Giulietta venne ad avvisarlo pel pranzo: oramai annottava.
Mimy era già nel tinello estremamente abbattuta nell'aspetto: sedettero e si disposero a mangiare; non ne poterono nulla.
Mimy si arrovesciò sulla sedia.
— Non mangi?
— Non ho fame.
— Nemmeno io.
Marito e moglie innamorati della stessa persona, entrambi senza appetito!
Carlo si sentiva scoppiare.
— Dunque la marchesa parte?
Mimy alzò vivamente la testa.
— Ti dispiacerà, non è vero? È tanto tua amica! Perdio! bisogna convenirne, è una gran donna; non ne ho mai incontrate di simili... Ma è un capriccio incomprensibile, prendere in affitto un palazzo per un anno, farvi mille spese e abbandonarlo dopo due mesi. Capisco che è una gran signora... E l'altra di domattina? Fuori di Castiglione col marchese Del Pino, loro due soli a rompere la neve coi cavalli — Ti stupisce? Non lo sapevi? è cosa da insensati.
E si vuotava il bicchiere: Mimy aveva sbarrati gli occhi.
— Loro due soli; confessa che di peggiori non se ne può inventare. A proposito: domani va la mia causa all'Assisie. Vuoi venirci, Mimy? L'accusata è molto simpatica e ti piacerà: avevo anche invitata la marchesa, ma pare che quella gita le stia molto a cuore, e non verrà. Dovresti andare a trovarla e condurla teco: ti prometto uno spettacolo bello.
Carlo, felice di questa idea, si fece superlativamente amabile: giovarsi della moglie per impedire all'amante un tradimento, era uno stratagemma degno di un uomo avvezzo da lungo tempo alle Assisie! Senonchè Mimy, già afflitta della scena precedente, cedette a questo nuovo colpo. Comprendeva benissimo l'intenzione del marito, ma pur soffrendone nella delicatezza del suo cuore innamorato non volle secondarla. Elisa amerebbe il pallido marchesino: non era ella stata l'amante di Giorgio! Certo nelle più dolorose malinconie non aveva mai sospettato la possibilità di un simile strazio; caduta disperatamente nel fango, poteva levare lo sguardo alla immagine puramente radiosa della sua amata... adesso il fango rimbalzava su quella immagine. Non importa — ti sei cacciata nel pantano? vi muori e teco vi affoghino tutti gli ideali che ti sorridevano: nessun dolore deve esser risparmiato a colei che mentì al proprio amore, nessuna condanna è troppo severa per l'adultera donna...
Mimy taceva; Carlo l'incalzava.
Giulietta li sorprese portando l'arrosto.
— Va fuori: non abbiamo fame, egli le si rivolse brutalmente, e appena uscita la fanciulla avvilita da quell'ordine, appressò la sedia a Mimy per prenderle la mano. Ella lo guardò fiso negli occhi: Carlo le abbandonò la mano.
— Verrai domani alle Assisie?
— Sapete pure che certe scene mi fanno male.
— Sai, farò una bella difesa.
— Vi credo.
— Vieni colla marchesa se temi di annoiarti: vi saranno tante signore.
— La marchesa!
— Saresti gelosa? ribattè sorridendo goffamente.
Mimy soffocava: volle alzarsi.
— Fermati.
— Tu le vuoi bene, soggiunse con lieve rossore: impediscile questa passeggiata, che la renderà lo zimbello della maldicenza. In provincia certe cose non sono permesse. Ho ragione, Mimy? Ella è tua amica: devi salvarla.
Questa insistenza sfacciata non la commosse. Del Pino ed Elisa, un appuntamento amoroso, una vendetta di lei per punirla della sua viltà con Giorgio — ecco la calamita che le attraeva irresistibilmente l'animo in quel punto. Aver tanto amato, tanto sofferto e sentirsi di un colpo frangere tra le mani la corda delle speranze ritorta di tanti sogni e di tanti dolori! Non essere più nulla, ricadere nella volgarità della vita maritale, non essere, per tutta l'esistenza, che la moglie di Carlo l'avvocato!..
Tentò invano di resistere a quel flusso di amarezze, ne fu travolta, scoppiò in pianto torcendosi le mani nella più straziante disperazione. Piangeva così impetuosamente che i singhiozzi le facevano groppo alla gola: respirava a stento. Volle levarsi per fuggire, ma le mancarono le forze, e allora appoggiando la fronte sul tavolo se la cinse col braccio.
Carlo sbigottì stimandosi scoperto, e per riparare il mal fatto le appressò ancor più la sedia:
— Ma Mimy, sei proprio pazza per affliggertene così: non credevo di offenderti... Tu sei la sua amica e potevi giovarle; del resto, quella donna non l'amo e non l'ho mai amata. Dio! non piangere, sarò sempre il tuo Carlo, e tu sei la mia Mimy: non è vero che ci vogliamo bene? E cercava di tirarsela contro. Vada pure a spasso col marchese, s'innamorino, a me non ne importa nulla.
— Lo so, balbettò inintelligibilmente levando il volto rosso dalle lagrime: andate, andate.
— Via, non piangere, non l'ho fatto apposta.
— Andate, ripeteva esacerbata dal ridicolo di quella situazione, e poichè egli non capiva si alzò risolutamente e lo respinse; egli cedette finalmente, e Mimy ricadde sulla sedia.
Rimase così lungo tempo e pianse, pianse... Poi si terse gli occhi colla triste rassegnazione dell'abbattimento, passò per tutti i gradi della rassegnazione, assaporò tutti gli spasimi della gelosia che si conosce senza diritti, si punse a tutte le spine del disinganno: tradita, delusa! perdere anche Elisa. Pianse nuovamente, inconsolabilmente: pensò le cose più bizzarre, divagò nelle astrazioni più lontane, ma sempre ritornava alla marchesa e le lagrime le si riaffacciavano agli occhi.
Volgendo attonitamente intorno la faccia si accorse di non essere sola: Giulietta la spiava da molto tempo, colla fisonomia piangente.
— Vieni qui, esclamò impetuosamente: non è vero che dovrei morire? Se mi vuoi bene, rispondimi di sì. Morire! ripeteva colla immobilità della follia negli occhi: perchè vivere? Se Dio avesse cuore dovrebbe fulminarmi.
Questo sforzo la spossò.
Giulietta le si accostò timidamente e mettendosele in ginocchio le nascose il volto negli abiti. Stettero così in silenzio, ma il dolore della buona fanciulla fu un balsamo a quella passione esasperata; a poco a poco Mimy cessò di singhiozzare, ed accarezzando distrattamente quella testa, il pensiero le si calmò. Mimy si era quetata nella prostrazione di ogni forza.
Carlo stava rinchiuso nello studio più triste di prima, poichè colle sue opinioni sul matrimonio la scena accaduta teneva del peccato ancora più che della imprudenza. La moglie, secondo lui, non aveva mai a sospettare del marito, e se l'adulterio, solamente dall'uscio del marito poteva entrare nella famiglia, almeno doveva passarvi inosservato: l'impuro serpe non doveva lasciare traccia di sito o di vischio sull'altarino del Lare. Certo questo culto del Lare rimaneva per lui alquanto nella astrazione, e la pratica della sua vita non aveva sempre rivelata l'immanenza della teorica; però la professava sinceramente avendola, sebbene capo del partito conservatore, succhiata da Mazzini e da Michelet e difesa sempre nei tribunali come superiore ad ogni altra con calore eloquente e sincero. Si era dunque tradito con Mimy, offendendola nel suo decoro di moglie fino a farla piangere.
Se come coniugi non si amavano, l'amabilità del vicendevole rispetto ne faceva quasi le viste a loro medesimi: l'amore poteva sospettarsi addormentato nel languore delle legittime voluttà intanto che l'indifferenza faceva da governante: adesso invece l'indifferenza doveva cedere allo sdegno: Mimy, era stata insultata. Le donne non perdonano, come non perdonano i preti, non perdonano i vecchi, come nessun debole perdona: ma se una donna poteva in un momento di bontà perdonare ad un uomo di averla posposta ad un'altra, non poteva certo perdonare d'essere stata essa medesima impiegata al proprio scorno: la vanità non transige coll'umiliazione, perchè il circolo non può transigere col quadrato.
Carlo s'inabissava sempre più: e se Mimy avesse pensato ella pure a tradirlo? Se gli avesse impedita la corte alla marchesa scoprendolo come un uomo senza cuore e chiedendole di partire subito da Bologna? Di che non sono capaci le donne?...
Stava immerso da due ore in questi pensieri quando fu bussato alla porta ed entrò Giorgio, anch'egli triste in sembianza.
— Ah! sei tu.
Giorgio si buttò sopra una sedia.
— Che cosa vuoi? ero venuto per invitarti a teatro. Questa sera è la beneficiata della prima donna: una folla immensa, tutti i palchi pieni.
— Allora....
— C'è il mio.
— Grazie: non vengo.
— Fai malissimo, perchè se vieni soffrirai come un dannato: è la consolazione di chi ama. Del Pino accompagna la marchesa.
Carlo impallidì.
— C'è mezz'ora: va ad avvisare Mimy, giacchè io ho già avvisato il cocchiere: andremo insieme.
— Impossibile. Ho avuto ora una scena tale con Mimy a proposito della marchesa, che ella ha pianto: non mi arrischio di rammentargliela. Va, se la persuadi, perdio! sei un grand'uomo.
Giorgio stette un momento pensieroso.
— Accetti? esclamò Carlo; se vinci ti do un bacio.
— Bacio di Giuda.
Giorgio andò da Mimy: si parlarono abbastanza disinvolti, ella annuì e si chiuse nel suo gabinetto per farsi bella.
Au moment ou la parure commence, l'amant n'est plus que un mari et le bal seul devient l'amant: ha già osservato finamente De Maistre — e fedele alla sua natura di donna, Mimy dimenticò sino il dolore di poco prima per farsi bella. Forse alla naturale vanità della bellezza si mesceva una sommessa speranza di amore, di vincere nell'animo della marchesa la simpatia per Del Pino. Indossò quel famoso abito bianco, si cinse il collo con un nastrino di velluto nero sospendendovi una perla grossa quanto una delle sue lagrime allora allora versate, insinuò fra le treccie cadenti sulle spalle una catenella di gramigna stupendamente imitata, e pallida, bianca non ebbe d'uopo di polvere per procurarsi la smorta bianchezza che commuove tanto e che la moda, questa volta artista, esige. La toeletta semplicissima fu lunga ed accurata: ogni piega della veste, ogni errore dei capelli fu calcolato; calcolato lo splendore che il pianto aveva messo negli occhi; calcolata la bianchezza delle mani che rimasero senza guanti per conservare la loro nervosa ed aristocratica seduzione. Poi si avvolse in una pelliccia di ermellino foderata di raso bianco, e venne nel salottino, ove Giorgio l'attendeva.
Vedendola entrare così bianca che aveva quasi del fantasma egli fremette.
— Bianca come la neve ed egualmente fredda!
— Egualmente effimera, rispose tristamente.
Sopraggiunse Carlo e partirono.
Quella sera la sala del Bibbiena vivamente illuminata era magnifica allo sguardo. Dalla platea al loggione non un palco vuoto, tutto il pubblico elegante, una platea molto densa e qua e là nei palchi molti mazzi di fiori coi nastri pendenti: l'architettura un po' pesante in quella luce e con quella folla sembrava perdere alquanto del suo carattere. Fortunate le signore se avessero potuto fare altrettanto, diventando belle! Però vi si erano sforzate e la lodevole ostinazione della loro impotenza avrebbe dovuto redimere qualche cosa della scorrettezza o della soverchia maturità delle forme: molte portavano intrepidamente abiti scollacciati, tutte vestivano riccamente, e le perle cingevano loro i colli e i diamanti scintillavano loro fra i capelli, ma le loro pose mancavano di aristocrazia e i loro colori di armonia.
Tutti quei palchi sporgenti parevano gabbie, e quelle donne così vestite piuttosto assistenti a una mostra che a una rappresentazione. Le signore dell'alta società, poche, poco belle, poco giovani, occupavano i palchi dei due primi ordini; l'alta borghesia erasi insinuata fra questi, e il resto occupava il resto. Disseminati nella platea o nelle barcaccie gli eroi della moda mostravano le bianche camicie, si accomodavano i capelli, disponendosi coscienziosamente ad attaccare col cannocchiale qualche metà di qualche marito dabbene. Un non so che regnava nella sala e l'animava visibilmente.
Si rappresentavano gli Ugonotti, il capolavoro di Meyerbeer.
Giorgio, Carlo e Mimy entrarono sulla fine del primo atto.
Al rumore che fece aprendosi l'uscio del palchetto, molte persone si volsero, e Mimy si vide di fronte la marchesa che la guardava. Sedè. Giorgio si mise in faccia a lei. Carlo in un angolo spiava attentamente la marchesa e il marchesino.
La marchesa splendeva: era vestita di un abito di moerro nero, serrato alla vita e aperto sul petto alla Maria Stuarda; un alto pizzo bianco le montava dietro fino alla nuca, sulla quale i capelli si raccoglievano capricciosamente in un mazzo coronato da un grosso corallo brillantato. Le maniche molto strette consentivano le braccia magnifiche e lasciavano sfuggire le mani sguantate fra delicatissime trine: nessuna ricercatezza, nessun ornamento, ma la sua pallida e vigorosa sembianza spiccava singolarmente in quella toeletta. La sua testa aveva, come già osservammo, del romantico, quasi del fatale, se la parola non fosse ella stessa romantica: gli occhi erano grandi e nerissimi, il naso aquilino, la bocca di un carattere byroniano; ma l'ovale del volto era di una delicatezza infinita e la parte del collo scoperta ancora più voluttuosa. Del Pino le sedeva di contro: schizziamolo rapidamente. Biondo, gracile, gentile, di una pallidezza incredibilmente cerea, di una aristocrazia ineffabilmente tenue: somigliava in certo modo alla marchesa — lo stesso naso, però meno vigoroso, gli stessi occhi, ma azzurri, una bocca freschissima con denti di porcellana e una barba adolescente di un biondo slavato ed elegantissimo. Michelangiolo incontrandolo si sarebbe stretto sdegnosamente nelle spalle, Delacroix se ne sarebbe forse innamorato; era un maschio femmineo, un sorriso di donna vestito da uomo.
La gente dei palchi e della platea guardava spesso verso di loro.
Erano soli; parlavano vivamente, anzi il marchesino se le chinava così sul volto che i loro aliti dovevano confondersi. Carlo dal suo angolo imitava il bracco sulla beccaccia. Mimy li guardava per sottrarsi allo sguardo di Giorgio, che le si dimenticava spesso in volto. La marchesa non badava loro.
Finì il primo atto: il marchesino chiacchierando sempre le prese la punta del ventaglio e la ritenne: ella ascoltandolo abbassava insensibilmente la faccia verso la sua: parlavano ancora, poi tacquero; si guardavano: magnifico gruppo per un artista! Giorgio lo considerò.
— Come si guardano! mormorò a Mimy.
Ella non rispose.
Quei due s'erano dimenticati del teatro: ormai le loro faccie si toccavano, quando il marchesino piegando forse sotto il fascino di quelle grandi pupille nere, si gettò indietro e subito dopo, sempre colla punta del ventaglio fra le mani, le si sedette accanto colla massima imprudenza.
Carlo scappò sbattendo l'uscio.
Giorgio e Mimy si voltarono meravigliati.
— Va dalla marchesa, sciagurato! disse Giorgio.
La fronte di Mimy, sino allora bruna, s'illuminò di un baleno.
— Carlo è innamorato.
Non gli badò.
In quel punto egli entrava nel palchetto della marchesa.
Questa gli tese cordialmente la mano e tutta la violenza di lui cadde per incanto: si trovò lì dentro come senza saperlo, s'imbarazzò, si fe' più goffo del solito, e malgrado una insistenza poco cavalleresca dovette lasciare a Del Pino il suo posto e sedersi in faccia al pubblico. Girò intorno gli occhi e incontrò quelli di sua moglie. Se la distanza gli avesse permesso di leggervi sarebbe stato ancora più imbarazzato, perchè erano carezzevoli. Mimy cessò di guardare in quel palco e appoggiando il gomito al parapetto si accomodò nel suo atteggiamento favorito.
— Vi divertite? le domandò Giorgio, che nel dolore della passione aveva perduto lo spirito.
— Divertirmi?
— Giudicando dal volto sembrerebbe di sì.
— Il volto è una maschera.
— Dunque soffrite e mentite?
— Credete che menta il fiore seguitando a odorare anche dopo reciso? E volse un'occhiata al palco di Elisa: v'entravano molte persone.
La marchesa sempre sorridente sembrava farsi più allegra, Carlo diveniva cupo. Evidentemente parlava, reggeva, ella sola la conversazione, non senza grave fatica; Del Pino si era chiuso nel silenzio e gli altri eleganti erano quasi tutti analfabeti dello spirito.
Quindi l'avvocato dovette suo malgrado uscire per la folla delle troppe visite, ma andandosene non ebbe il coraggio di ripetere l'invito alle Assisie.
Nel corridoio s'imbattè col suo collega della difesa.
— Ero venuto a casa tua e mi hanno detto che eri a teatro; ma è per domani! non ci siamo ancora bene concertati, e la causa parmi discretamente difficile. Andiamo a studiare: avremo tutta Bologna alle Assisie.