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Al di là

PARTE SECONDA

Reading edition

Ugo ad Anselmo

Caro Anselmo,

Di villa, 5 agosto 1871.

Soffia un vento indiavolato che scompone la campagna dalla lieta serenità: gli alberi sibilano furibondi mentre i campi di canepa ondeggiano come laghi verdeggianti. Tale tempesta col cielo sereno e l'aria secca somiglia a quelle che talora si scatenano nell'anima e la scuotono senza offuscarne la lucidezza, nè toccarne la profondità — tutto trema, ma alla superficie; il muggito delle passioni si perde in un fracasso uniforme, onde il pensiero ne è più sbattuto che impaurito. Tale bufera m'imperversa adesso nel cuore. Certo sopportai nel passato ben altri uragani, ma pochi così mi tormentarono, giacchè la maretta mi è sempre dispiaciuta più della burrasca e non ho mai provato maggiore spasimo della mediocrità del piacere e del dolore.

Forse mi esprimo male che non riescirai a comprendermi; non so meglio esprimermi. Studiando noi stessi siamo come pescatore, che da una rupe si chini sopra un limpido lago a gittarvi le reti; e vorremmo pescare il segreto che ci commuove: scorgiamo laggiù un'immagine, l'avvolgiamo, tiriamo la corda, ma l'immagine è quella del nostro volto — l'altra dell'anima è rimasta nel fondo. I più dotti psicologi non fecero mai pesca migliore, o riuscendo a decifrare qualche carattere sopra una porta si vantarono indarno di esservi entrati. L'anima chi l'ha spiata? Talora ci sale al cervello un profumo inebbriante, ma dove sorridono i fiori che lo esalano? Mistero: l'idea è un mistero per l'idea, il sentimento pel sentimento, perchè la logica che li unisce non li spiega, e la coscienza, avvertendoli, è come una strada polverosa che conserva le orme dei passeggeri, non le fisonomie.

Sono agitato, caro Anselmo, da un gran vento di collera. Sento in me lamentarsi un ferito, cui bene non distinguo se orgoglio, senso o sentimento; la mia ragione è irritata da questo dolore. Mi permetterai di sfogarmi teco confessandomi? Mi sei amico, sei curioso come filosofo: ecco due eccellenti pretesti che me lo consigliano e te lo impongono. Nella mia dell'altro ieri ti parlai di una donna sorpresa nuda allo specchio amoreggiando sè stessa e del mio progetto di sedurla, meno ancora per esserne innamorato che per distrarre la noia dolorosa del mio spirito in questo tempo. Non val meglio sfogliare un cuore mediocre che un mediocre romanzo? Ti assicuro che il pensare sempre di sè stessi è pure il triste pensiero e che colei che me ne liberasse meriterebbe davvero una riconoscenza infinita! Avevo pensato, mi ero deciso. Ebbene, caro Anselmo, sono stato respinto malgrado l'impeto della mia passione, in quel momento sincera, e la simpatia di una vecchia amicizia. Virtù! Vorrai tu dire? Ma t'inganneresti perchè Mimy non ha nulla di quel sentimento, strano volgarmente nelle donne, chiamato con tal nome e che consiste nel conservare il loro corpo solamente pel marito, mentre non lo amano; e se vuoi convincerti che Mimy non è una borghese virtuosa, io le faccio la corte, io che non la farò mai ad una donna la quale intanto che le parli di amore pensi alle pene dell'inferno o si aggiri fra i metafisici aforismi di Kant come una pescivendola fra le rovine del foro romano. Perchè dunque fui respinto? La ho vista nuda e la sua nudità era allora terribilmente lasciva...; invece calma, gelida mi guardava colle grandi pupille azzurre, inesplicabilmente curiose, mentre singhiozzavo ieri alle sue ginocchia di amore e di dolore. Oh! è uno spasimo senza nome quello di aprire in delirio le braccia per stringere la voluttà e non abbracciare invece che un cadavere; di essere lì, anelante, ai piedi di una donna, voi artista, re dei mondi ideali e dirle: t'amo, soffia il vento, partiamo sovr'esso come Paolo e Francesca di Schaeffer: t'amo divina... ed ella fredda e stupida, senza nulla comprendere e nulla sentire — e voi che dovete chiudervi colla mano la bocca per soffocare l'incendio che vi divora il petto, chiudere le orecchie per non udire le arpe dei misteriosi paradisi, chiudere gli occhi per non vedere i misteri dei dilatati orizzonti, ricadendo dall'altezza del sogno sulla strada della realtà, sicchè alla caduta vi scoppiano per aria i polmoni, vi si frantumano le membra sui ciottoli... e non morire e veder lei che vi guarda fredda, stupida, senza nulla comprendere, nulla sentire...

Sono stato respinto, ma non sono ancor vinto; anzi la guerra non fu nemmeno dichiarata. Posso quindi vantarmi di essere fra non molto vincitore — sono troppo orgoglioso per cedere, troppo gentiluomo per avere degli scrupoli — fors'anco riuscirò ad innamorarmi in qualche giorno, e allora ella stessa sarà contenta di me. So quello che tu, nobile puritano, potrai dirmi a dissuasione della impresa, ma so che sarebbe inutile e voglio risparmiartene la fatica.

Ecco la mia morale: condanna, ma ascolta.

La società è una lotta di tutti contro tutti, nella quale ognuno predica il sacrificio per farne suo pro: la moralità è una barriera mobile alzata da interessi timidi che vogliono agire nascosamente, saltata dai forti, rispettata dai deboli: tutti gli uomini s'ingannano a vicenda, le donne gli uomini: la virtù consiste nella forza, la grandezza nell'abbassamento dei vicini. La felicità di uno nasce dal dolore dell'altro, quindi odio di tutti verso tutti, necessariamente unito ad una simpatia di tutti per tutti, a cagione della nostra vita socievole e dell'interesse che rattiene l'individuo all'individuo. Al di là del mondo umano nè speranze, nè timori; e nel mondo la necessità in ognuno di impadronirsi di quanto gli giova — l'amicizia è un'alleanza, l'amore un'aderenza di forze: guai ai fiacchi! Che una donna mi piaccia, caro Anselmo, e me la prendo ed ho ragione; il marito me la contende ed ha egualmente ragione; ci battiamo ed abbiamo tuttavia ragione, e tutta la giustizia sta in questo, che qualunque sia il risultato della lotta il vincitore acquista il possesso, non un diritto sull'oggetto conquistato — la lotta può sempre ricominciare, sempre giusta, sempre uguale la ragione nei combattenti.

Mimy è bella, dunque cerco di impadronirmene, libera di resistermi, se ne ha la forza morale: Carlo suo marito non saprà nulla per legge di guerra, e se per caso lo saprà, a noi due la battaglia, e guai al vinto!

Adesso condannami e rimanimi amico, perchè la nostra alleanza non ti grava in questa mia impresa: solamente, ti manderò il bollettino della campagna.

Vale et me ama.

5 agosto.

Venite et videte si est dolor sicut dolor meus.

Ti ho letto, ma non ti ringrazio: hai troppa ragione. Forse che io cangierò? Pur troppo ne dubito. Organismo robusto ed armonico, che nella tua superiorità non puoi intendere la mia debolezza, mi tratti senza pietà perchè non approvi se non ciò che capisci, e non capisci se non ciò che è logico. Malattia! esclami rimproverandomi la compiacenza onde ti descrivo le mie contraddizioni; ma dimentichi dunque che anche la malattia ha la sua voluttà, e che nello spasimo vi è spesso un prurito, che lo rende quasi caro? Quando il vaiuolo si essica, l'infermo è incessante a scrostarne i grumi e vi si tortura e vi si inebbria — tu dirai: ha torto due volte: e cosa credi di avergli provato con ciò?

Nessuno può mutare sè stesso: Ego sum qui sum, come il Dio di Mosè: però conserva la tua generosa intenzione, e io rifiuto la cura. Parmi di averti scritto altra volta che nella mia anima erano due grandi passioni, la bellezza e la forza, e m'ingannavo, perchè non due, ma tutte. Qualunque sia l'oggetto o l'idea, o non mi tocca o se mi appassiona mi vi porto con tutta l'anima, mi vi perdo e nullameno me ne distolgo colla massima facilità. Poeta e filosofo, classico e romantico, austero e dissoluto, passo prontamente per tutti i gradi del termometro e le antitesi dei sistemi, uniformandomi a tutti; materialista, ho l'entusiasmo della forma; spiritualista, la febbre dell'ideale, e una stravagante potenza di attenzione e di distrazione.

Talora parlando con una donna, se le sfugge una parola o un'idea la inseguo senza badare più ad altro: invano ella mi vorrebbe richiamare, non respiro più che per quell'idea, e finchè non l'abbia raggiunta non ritorno in me stesso: talora m'incanto invece a guardare una donna, ed ella potrebbe parlare come un genio che non l'ascolterei: studio qualche cosa della sua fisonomia, onde a poco a poco la cangio, la trasfiguro — -è lei, non è più lei, è una conoscenza di altri mondi, una mia creazione, divento pazzo, e due volte perdetti così due signore molto amabili. Quindi al pari dello spirito ho variabile l'amore: ho lo spirito nei sensi e i sensi nello spirito.

Ho torto ancora?

Poeta, l'inno è la mia forma e mi sprizza dall'anima come un getto di fiamme: invece di ballonzolare come l'allodola sul prato, scatto dal suolo, mi innalzo, dileguo stringendo fra gli artigli l'immagine che mi ha commosso, e là solo nell'azzurro, senza via, senza limite al mio volo, volando sempre, ignorando se mi fermerò, se dovrò o vorrò fermarmi.

Ma fin qui sono osservazioni confuse: seguimi giù nelle bolge del cuore, e chi sa se nel fondo non vi troverai, come Dante, un satana mostruoso o una perla come il palombaro. Debbo confessartelo? il mondo interno mi seduce più dell'esterno, forse per la vanità di essere solo e più facilmente grande. I suoi confini indeterminati si allargano e si rasserenano a seconda della luce: il suo aspetto è estremamente cangevole: ora mestamente monotono come quello del mare o del cielo, ora vario e intricato quanto un paesaggio alpino, ora ridente come un mattino di Grecia, ora nebbioso come un vespero scandinavo: qualche volta un deserto, qualche volta un'oasi, qualche volta un isolotto. Io vi sto come un anacoreta assorto nella contemplazione, vi passeggio come un epicureo per un giardino, vi erro come un pastore che si compiace della natura, vi passo come un guerriero fuggiasco, lo traverso come un viaggiatore curioso, lo studio colla curiosità di un dotto. Tutto mi attira, i fiori delicati quanto i sinistri, quelli con le urne fragranti e quelli con le velenose: tento le sabbie e le terre per scoprirvi diamanti o serpenti, monto sugli alberi, interrogo le pietre, imploro spiegazioni dalle poche figure di abitanti che rare mi passano innanzi e dileguano. In questo mondo tutto mio, mi regalo le scene più opposte, i panorami più splendidi, gli orrori più terribili: simile a un Dio creo ed annullo con un atto del pensiero: intreccio e separo le forze: sollevo l'uragano e lo acqueto, offusco il sereno e lo purifico, confondo le stagioni e i colori; in questo mondo mi faccio una vita e un impero. E fra questo e il mondo umano vorrei gettare il ponte dell'arte, ma non vi riesco — ecco la mia infelicità. Humboldt ha detto, che passando successivamente dal polo all'equatore si morrebbe in pochi istanti; ed ha ragione anche nel mio caso.

Il mio ideale di felicità è un sogno impossibile, la mia passione pel dolore peggio che un sogno, una follia. Talvolta ne' miei giorni più foschi mi piglio il cuore fra le mani e stringendolo convulsivamente, ne spremo poche goccie, che mi porto alle labbra colla avidità di un febbricitante. Tutto quindi mi si fa lugubre agli occhi e al pensiero; da ogni oggetto mi giungono ferite, in ogni voce è un lamento, in ogni minuto è uno spasimo, che mi affina e mi accresce la vita. Allora mi ravvolgo nel dolore, come in un cupo mantello, e pallido di orgoglio guardo sogghignando la ignobile folla dei felici... senonchè troppo spesso agli urti dei loro gomiti mi casca il mantello, e rimango seminudo alla puntura degli insetti e delle beffe... Ma lasciamo le miserie del dolore, perchè, se lo spettacolo della malattia è più orribile che quello della morte, e possiamo ripetere il grido dell'animo nel parossismo dello strazio, nulla può rendere il suo continuo e difficile lamentio. Il genio stesso non trovò nulla per esprimere il tedio, questa miseria più comune del dolore. La Grecia scolpì la disperazione che lotta nel Laocoonte, spossata nella Niobe; l'Italia l'amarezza inconsolabile nella Madonna, la desolazione delirante in Maddalena, il contrasto di uno spasimo insopportabile e di una rassegnazione divina nell'Ecce Homo; ma chi potè raffigurare l'irritazione di Leopardi o la febbre di Byron? dolori senza espressione, dolori di artista, di uomo deforme nella sua superiorità, con più sentimento e fantasia che ragione. E anch'io sono artista: ne ho gli entusiasmi fulgidi ed improvvisi, le passioni deliranti, il sonnambulismo nervoso; per me non vi è aria respirabile che sulle cime alle quali tiene l'occhio la storia costeggiando le rive del passato, non luce che avvolgendomi in un raggio di sole, non profumi che abitando il calice di un fiore. Non vivo, non godo, non soffro che per me: tutto il mio studio sta nello svilupparmi, tutta la mia fatica nel costruirmi un palazzo. Egoista! mi dirai; ti risponderò: artista, e avremo entrambi ragione. Napoleone invade la Germania, abbatte eserciti e città, rovescia il vecchio impero e Goethe, assorto nella concezione del Faust, volge appena il capo al rumore della grande caduta e guardando fra il fumo dei cannoni e delle macerie l'immane carneficina, mormora indifferente: schiavi contro schiavi! Ecco per la patria. Uno scolaro di Donatello è agonizzante; il prete che lo consola gli offre un Cristo a baciare: ed egli parla ancora per chiedere un Cristo del suo gran maestro. Ecco per la religione.

Egoista che assorbe tutto in sè medesimo, deve essere grande per rendere nell'opera quanto ha assorbito, e guai all'artista che è piccolo, che non può essere immortale. Io, artista, morrò. La comprendi tu questa parola e hai riflettuto come l'arte sola dia l'immortalità, perchè mentre di Annibale non rimane che il nome di una battaglia, di Euclide la ragione nei suoi poligoni, di Aristotile l'intelletto nella Repubblica, di Eschilo, di Dante, di Raffaello rimane tutta l'anima nel Prometeo, nella Divina Commedia, nella Trasfigurazione?

Talora credo sentirmi improvvisamente la potenza della creazione: afferro la penna o il pennello e mi accingo, ma alle prime righe mi cessa il coraggio e mi veggo innanzi il mio Mefistofele, che sogghigna spietatamente. Oh! Anselmo, quando nei tuoi studi non tocchi la meta, non la vedi — io invece ho sempre sotto mano il mio titolo all'immortalità e non posso impadronirmene. Se prendo in mano la creta e mi provo a plasmare soffro ancora una più tremenda tortura: vorrei copiare la bellezza che mi sorride nella fantasia, e copio invece una faccia che m'insulta colla sua trivialità: i lineamenti mi si sformano sotto le dita, gli occhi non guardano, la bocca non trema, le carni non palpitano; insomma la creta non vive, eppure in quella creta vi è la mia forma divina, come dentro un astuccio.

L'antichità ha espresso magnificamente colla favola di Tantalo questo supplizio dell'artista. Quindi gettando la penna o la creta, corro nel mio gabinetto: piango, folleggio: torno a' miei sogni, alle mie appassionate contemplazioni, povero muto dell'arte, povero mendicante della immortalità... e tu vieni a dirmi: esci dal labirinto e risplendi! Non sai che vi sono dentro nudo, e che il labirinto è di spini, e che più volte, la persona insanguinata, urlando di rabbia e di dolore ho tentato invano di evadere? Ho pensato anche a morire, ma non ne ebbi la ragionevolezza o l'imbecillità: non voglio morire perchè sono degno della vita; mi ucciderò solamente quando m'accorga di essere un volgare... Allora addio, sole innamorato, poeta della natura! Adesso nella mia impotenza trovo tuttavia un argomento di superiorità.

Da fanciullo m'immaginavo la strada della gloria come la via Appia, fiancheggiata da sepolcri; e immaginavo di esservi io pure, diritto sopra un cippo, con una ghirlanda sui capelli, ricevendo il saluto della gente: sentivo montarmi intorno l'anelito di migliaia e migliaia di anime innamorate, sorridevo, e il mio sorriso era per loro un raggio di sole. La gente non cessava di passare, e noi sempre ritti, eternamente belli, eternamente venerati; invece mi seppelliranno come un cane! la mia vita sarà come non fosse stata, come la traccia della neve sul mare, dell'uomo nella donna. Vedi il torrente che trabalza da quella costiera?... il torrente è la vita, noi le impercettibili gocce che, sbalzando in aria, incontrano un raggio di sole e vi brillano un istante — l'iride dei colori è l'iride dei nostri giorni mesti o lieti; ma quel sorriso di luce svanisce, e la goccia si scioglie... Potesse invece irrigidirsi in diamante e fra i sassi della costiera parlare eternamente co' suoi raggi ai raggi del sole...

Ti parrà soverchiamente lunga questa lettera! Avresti torto, perchè non sono ancora a mezzo, e la tua conversazione mi diverte.

Pascal domanda: che cosa sarebbe stato di Roma se Cleopatra aveva il naso più lungo? Avrei mai fantasticato di Mimy non sorprendendola nuda allo specchio? — nullameno ci vantiamo ragionevoli. Domani andrò da quella donna, e mi sia lusinghiera o ritrosa, proverò gioie o dolori sinceri, profondi: ieri no, oggi sì, posdomani forse no. Di qual filo è dunque questo laccio che si stringe e si scioglie improvviso ed è infrangibile? Ma supponi ancora che ella mi ami, che Carlo ci sorprenda: ecco forse tre cadaveri, tre vittime per avere sorpreso una donna senza camicia: e tale catastrofe, che può accadere domani, andrò freddamente a sfidarla. Bada, Anselmo, che non scorgo in ciò un delitto, come forse tu moralista pretendi: noto solo la facilità di conseguenze sanguinose da un sorriso, e la vanità del nostro spirito di accettarle, conoscendole — mistero della passione, la quale generata da un nonnulla cresce subito immane, quasi stilla che il vento scuota dall'albero e toccando la terra si gonfii in torrente...

In questo punto ricevo un biglietto di Carlo, che m'invita per domani: manca dunque ogni scusa, e Dio lo vuole! come strillavano, molti secoli fa, gl'ingenui delle crociate.

Adulterio! scrivo questa armoniosa parola, che mi accarezza l'orecchio come una musica altra volta intensamente gustata. Se ti dicessi, Anselmo, che questa è per me la forma sublime dell'amore? Paradosso? No, tutto al più errore, perchè io credo a quello che dico. Amo l'adultera. Questa donna giovane e bella, che comprata dal marito innanzi al sindaco, freme schiava nella casa maritale; che educata unicamente al matrimonio colle lusinghe della virtù e il terrore di minacce umane e divine, concepisce di romperlo arrischiando tutto per un uomo, cui appena conosce e che andrà forse la sera del primo appuntamento a dirlo nel club fra una questione di cavalli e una partita al faraone: che di lui solo innamorata, cura le proprie bellezze divorando spasimi indicibili quando il marito le manomette, che nelle convulsioni delle voluttà deve conservare tutta la lucidezza del pensiero, affinchè non le sfugga il nome adorato e non si rinnovi la tragedia di Parisina: questa donna che una sera apre tremando l'uscio dell'appartamento lasciandovi dietro il lume, scende le scale per le quali un vicino può incontrarla e perderla, traversa l'andito, arriva alla porta, tira il saliscendi, piglia un uomo per la mano... gliela bacia, lo tira, lo strascina su nell'anticamera, nella sala, nel gabinetto e anelante, spaurita, inebbriata cade sopra una poltrona... oh ti amo!... Ah! vi è qualche eroismo in questa scena. Ma se il marito, che ha promesso di ritornare a mezzanotte, si ravveda ed entri adesso... egli ha facoltà di ucciderla, la legge glielo consente, la società approva, Dumas stesso, il caro romanziere, gli grida: tue-la? Non importa. Ma i figli che resteranno senza madre, i genitori senza figlia, ella medesima senza l'avvenire vagheggiato nelle deliranti meditazioni — morta, cadavere, così bella, così felice? Non importa. Ma se il marito non l'ammazzerà condannandola al disonore, chiudendole tutte le porte delle amiche e dei saloni, ove sfolgorò tanto bella... poi l'amante l'abbandonerà per un'altra: più nulla, la miseria, l'infamia, l'isolamento? Non importa: ella ama. Questo amore è un'angoscia inesprimibile, perchè la sua coscienza educata al culto della legalità si dibatte contro la passione e si morde come un maniaco... Tutti i pericoli e i mali le passano e ripassano vertiginosamente nella idea: sa che, solo le tenebre la proteggono, ma che nelle tenebre errano spesso fiaccole, e basta un raggio per scoprirla all'insolenza spietata del mondo. — Mio Dio! che cosa ho mai fatto! Le viene alle labbra, ma l'amante appressa il volto, e invece di aprirle a balbettare la paurosa esclamazione essa le tende smaniosa respingendola nella strozza. Il bacio l'accende, il brivido di una carezza vagabonda la scuote... Dio! s'egli tornasse! E sia: ti amo: mio marito è un mostro: amo te solo, sarò tua, la tua adultera che non potrai neppure sposare volendo, che dandoti tutta sè stessa non potrà aggrappartisi agli abiti quando l'abbandonerai... Oh non pensiamoci: non è vero che mi ami? Vedi: io ti amo più della mia vita, de' miei bambini — ti chiedo solo di amarmi...

Anselmo, che ti pare di questa donna? quale cortigiana, quale moglie, quale vergine può con la fulgida impudenza, col sereno trasporto, con la delicata ingenuità rapirci alla sua passione?

Ti ripeto: amo l'adultera.

Quando il piacere diviene intenso, il dolore vi si mesce; quando il dolore infierisce, il piacere gli passa vicino toccandogli il gomito come un amico obliato e lo conforta di un sorriso: egli è che la vita si compone di molte cose, e la felicità di molti elementi. Vivere è sentire: onde più si sente più si vive. Non ho quindi mai capito la beatitudine del paradiso cristiano, di essere là sopra una poltrona di nuvoli contemplando la faccia di Dio immota fra una orchestra di angeli sbuffanti nelle trombe, là sempre contento di guardare e di ascoltare senza l'ansia di slanciarsi ad un bacio, l'anelito della voluttà la vertigine del desiderio, il languore della stanchezza. Questa felicità di inerte e fredda contemplazione, frutto di una vacua teologia, mi pare l'ideale più opposto al vero umano, alla nostra vita di espansione continua; nè mi stupisce che la maggiorità dei cristiani ne sia così poco innamorata da godersi viziosamente la terra, arrischiando l'inferno — nè più mi soddisfa, malgrado la sua volgarità saturnale, il cielo di Maometto colle Peri alle porte e le Uris nelle sale, perchè questo è una festa da ballo e quello un concerto. No, la felicità non deriva unicamente nè dal bene o dal male; distinzioni vane se si pretendono assolute, nè dal bello nè dal brutto, nè dall'anima nè dal corpo: multiplo il mondo, multipla la vita, deve esser multipla la felicità: bisogna unire tutti i colori in un prisma, tutti i fiori in un mazzo, tutti i ritmi in una musica; ogni senso deve esserne saturo, la ragione invasa, la fantasia accesa: bisogna che in noi goda l'uomo e il fanciullo, l'animalità più bruta e lo spiritualismo più oltramondano: bisogna conservare il fremito della lotta quando la lotta è finita, che nell'armonia vi siano note scordate; nell'ebbrezza un po' di convulsione, nelle carezze un po' di solletico; bisogna che la vita senta la morte, come la primavera sente sotto i piedi gli ultimi brividi dell'inverno e sulla testa i primi baci dell'estate.

Gli Egizii tenevano uno scheletro nelle sale del banchetto, ed avevano ragione. Il bene e il male, due forme intimamente inesplicabili dell'essere, hanno a concorrere nella felicità, o l'anima non è commossa che a metà e la pienezza manca alla sua vita. Al di sopra di Satana e di Dio che si disputano il suo cuore, l'uomo riassume le loro due nature: ritto sopra il suo scoglio intende lo sguardo alla immacolata serenità del cielo e l'orecchio al rumoreggiare maestosamente perverso del mare: il pensiero gli vola lieve per gli spazii tremoli di armonie e di pianeti, e si culla sulle onde del mare pallide di spume e di minacce: egli sente tutto, deve tutto sentire, ma perdendosi nel cielo o nel mare perde il suo trono sublime. Così è dell'amore. La Grecia, fanciulla d'ingenuo genio, lo dipinse bambino alato e cieco: io lo concepisco invece, e se ne avessi la forza vorrei dipingerlo, vestito a bruno come un Amleto: le calze fino a mezzo la coscia, i calzoncini a sbuffi, il giustacuore e la mantellina ricamata di perle nere, e una collana di voluttuosi coralli al collo; gli darei una persona alta e slanciata, un viso ovale, capelli lunghi, un profilo minaccioso, sulle labbra un sorriso lascivo e negli occhi una vampa fatale. L'amore deve aver provato tutte le gioie e tutti i dolori: il suo aspetto essere quello di un dio maledetto.

Provasti mai la voluttà del male? Ma hai letto il Caino? Veduto piangerti sotto il petto una vergine sacrificandola? Non ti sovviene il grido della Sulamitide nel delirio della passione? oh! fossi tu mio fratello: ecco il letto dove fu corrotta tua madre! Il poeta di quel canto insuperabile doveva essere ben profondamente uomo, se coglieva la natura nel più intimo segreto.

Il male, amico, ha pure la sua bellezza e il suo fascino: mortali se vuoi, ma inebrianti. Leonida alle Termopili sulla fronte del suo battaglione non ci commove più di Nerone sulla cima della sua torre, colla cetra in mano, illuminato dai riverberi di Roma incendiata: l'occhio della gazzella ammalia come quello del serpente, il sangue ubbriaca come il vino. Ricordi quell'aneddoto nel pomposo e vano quaresimale del Segneri, di un peccatore moribondo, che incalzato dal prete a rinunciare all'amante, rispondeva smaniando non posso, non posso, e moriva con questa parola sulle labbra? Io la comprendo questa voluttuosa agonia nel male: l'inferno è lì spalancato, immensa voragine di fuoco e di fiamme: vi cadrò se non mi pento, se non rinuncio al piacere della lascivia ora che il senso è impotente: ebbene, no! l'amo ancora questa donna che appena morto mi tradirà, se non mi ha già tradito; mi rivolgo ancora alla memoria dei suoi amplessi, e tu puoi ben coprirti la fronte, povero angelo custode; tu, Dio, corrugare i grigi sopraccigli; tu, Satana, illuminarti di ebbrezza feroce: piuttosto dannarmi che cedere: io muoio intrepido col sorriso dell'orgia sulle labbra e la sfida dell'empio negli occhi.

— Male, sii tu mio unico bene, rugge il Satana di Milton, levando la fronte minacciosa alle porte chiuse del cielo.

— Padre, perdona, perchè non sanno ciò che si facciano, geme Cristo sulla croce, ed entrambe queste esclamazioni sono vere.

Ma ritorniamo all'adultera.

Perchè entro a notte nella casa dell'amico per violargli la moglie che ama, la quale gli ha dato due figli e tre sarebbero troppi?

Che cosa mi ha fatto quest'uomo perchè lo assassini nell'anima e nella discendenza? divise meco le sue prime gioie, i suoi primi dolori: mi giovò di consigli, mi confortò di sollecitudini... non importa: lo tratterò peggio del mio nemico, chiudendolo, se mi scopra, in questo dilemma, o suicidarsi o uccidere l'amico, la moglie, la madre de' suoi bambini. È un'infamia? Eppure tutti la commettono inebriandovisi, e io come gli altri — perchè? Domanda al pesco perchè il succo de' suoi frutti sia tanto delizioso e quello delle sue foglie tanto mortale: se ti risponde, faccio altrettanto. Solo posso dirti che l'amore dell'adultera è il più bello, perchè il più appassionato: l'ingiuria fatta all'amico vi rende più care le carezze, il peccato punzecchia il desiderio, il delitto profuma la voluttà; sentite che toccando quella mano accettate la vostra sentenza di morte, e il brivido della paura mescendosi a quello della concupiscenza, raddoppia la scossa nervosa. Per sedurre questa donna quanta fatica, quanti dolori, quanti pericoli! Ho lottato con me stesso, con lei, col marito: ho calpestato la confidenza, la gratitudine; legato dalle catene dei costumi e delle leggi, le ho spezzate lanciando a Dio e alla società il guanto del duello. Adesso striscio come il serpente, domani mi batterò come un leone; adesso la mia arma è il sorriso, quando vorrete le pistole... e a te, donna, depongo ai piedi le catene rotte, il cuore lacerato, la mente ribelle: Due Giuda, il nostro bacio è il prezzo del nostro tradimento, prezzo inestimabile: due maledetti ci stringiamo seno contro seno, e la folgore, che ci brontola sul capo, stringe più forte il nostro amplesso. Oh! coraggio, donna: bastiamo a noi stessi. Senti come è dolce l'olezzo di questo fiore sepolcrale? rifugiati pure nel mio cuore — ma credi che vi saresti penetrata così avanti, se il rimorso non ti incalzava?

Ecco il linguaggio dell'adulterio, stupendo connubio della lirica colla drammatica.

Mi ripeto ancora; amo l'adultera.

Vedi, il matrimonio e la vecchiezza si rassomigliano spaventosamente. Sulla soglia di questa si fermano speranze e sogni, sulla soglia di quello si ferma l'amore come un ateo alla porta di una chiesa. Lì seduto pensa alla fanciulla rapitagli e si consuma nel rammarico. Come sei bello nel tuo dolore e nella tua fantasticaggine! O superbo mendico, ateo sublime, io ti saluto.

E saluto te pure, Anselmo.

9 agosto.

Mimy è lievemente ammalata. Ieri quando giunsi al suo casino il sole tramontava. Le finestre erano chiuse, sul prato nessuno. Mi fermai a guardare il sole e mi sovvennero le parole di Moor, commoventi di mesta grandezza: — Così cade un eroe! — Quando ero fanciullo il mio pensiero fu di nascere e di morire come il sole. Un pensiero di fanciullo! — Pensiero di re, Moor, e io l'ebbi teco. Ma pur, di coloro che splendettero nel meriggio, quanti ebbero un tramonto come il sole? Un imperatore romano, mediocre in tutto fuori che nell'orgoglio, si levò moribondo da letto: un re muore in piedi! Menzogna. La vecchiaia deturpa l'eroismo e la gloria: ci spegniamo nebbiosi invece di tramontare. Vivere e morire come il sole, ecco un destino! Prorompere splendido al mattino, abbagliare nel meriggio, e al vespero gettarsi sul capo un lembo della clamide e lento, lento, come il leone ripara all'antro, allontanarsi nell'infinito...

Nell'andito incontrai Carlo, che mi domandò subito della marchesa.

— Dove è Mimy? lo interruppi.

— A letto, non si sente bene.

— Infame! e non me lo hai detto subito?

— Ma senti...

Siccome avevo sentito abbastanza, corsi alla camera di lei e mi arrestai sulla soglia; non avevo incontrato nessun servo, dentro non udivo rumore. Un pensiero orgoglioso m'illuminò; che siasi ammalata per me! però ebbi il buon senso di non fermarmici su, e m'appressai piano piano alla porta: busso o non busso? non bussai.

Stava appoggiata a una bica di cuscini, i capelli entro una cuffietta bianca, il capo sopra una spalla.

Scambiammo poche parole.

— Questi fiori sono appassiti! notai pigliando dal tavolo un mazzetto di amorini. I vostri fiori prediletti! li avete colti voi stessa?

— No: mi furono regalati dalla marchesa.

Com'era bellina in quel costume d'inferma!

— È venuto il medico?

— Sì.

— Come vi ha trovata?

— Debole, e mi ha ordinato un po' di moto.

— Obbedirete?

— Mi ci proverò.

— Allora, se me lo permettete, domani vengo coi cavalli; li monteremo per una piccola passeggiata al passo.

— Vi ringrazio.

— Eppure la marchesa, se fosse qui, mi darebbe ragione! Del resto, se la mia offerta vi dispiace, sia come non fatta.

— Adesso vi offendete...

— Perchè? avrei torto! Che cosa sono per voi da farvi accettare i miei consigli? Siamo cugini, ma al mondo siamo tutti più o meno cugini e ci siamo, nullameno, stranieri.

È entrato Carlo recando una lettera.

— Leggi: è della marchesa. Ho riconosciuto il carattere. Indi con ansia mal dissimulata: non c'è niente per noi?

— Leggete; e gli tendeva la carta.

Erano poche parole: «Se domani sul vespro passassi dal vostro casino colla carrozza, potrei sperare che mi accompagnereste? Faremo qualche giro per la campagna; sono sicura che ci divertiremo: siate tanto amabile.»

— Andrete colla marchesa? le ho chiesto con malumore.

— Quando non vi dispiaccia.

— E per me ci sarà un posto? dimandava Carlo.

— Potrebbe darsi, ma il biglietto non ne parla; e un sorriso, che mi è parso di trionfo, le ha sfiorato le labbra.

Povero Carlo! se non innamora la marchesa, sua moglie non è certo innamorata.

Adesso che ti ho dipinta la scena ti manderei quasi la romanza, che ho scritta per Mimy appena ritornato e che le manderò dimani. È in versetti biblici, la forma di Michiewitz, il grande polacco, ma non mi piace, e ti risparmio. Non so che cosa mi pagassi in questo momento perchè la romanza fosse degna di Musset e per dirle: Mimy, ti getto un fiore immortale, dammi un bacio. Invece le regalerò un fiore di zucca.

Un'ora sola, Anselmo, un'ora sola di genio e acconsento a gettarmi dalla finestra. Si è paragonata la vita a molte cose, a un grido, a un pellegrinaggio, a un'ombra, a una foglia, ma nessuna immagine è forse più giusta di quella di un naufragio. Non m'importa di morire, ma vorrei chiudere un foglio con pochi versi entro un'ampolla, e lanciarlo in mare prima di affogare: l'ampolla sarebbe raccolta da altre imbarcazioni e quando i vascelli non solcassero più l'oceano, vi errerebbe eternamente, conchiglia immortale di perla divina. Ad altri di me più forti la gloria affannosa dei grandi poemi, dei segreti carpiti alla natura, delle leggi adagiate nella società: mi basta un nonnulla, una novella, una romanza, un cartone; la dimensione non monta, purchè il genio l'abbia toccato... Ma ritorniamo a Mimy.

Non l'ho vista mai più bella che a letto. Dumas ha profondamente ragione mostrandoci l'amore appoggiato come un angelo dietro il letto di una inferma. Nessun fascino insolente di meriggio regge al malinconico prestigio del vespero, e se la modestia o l'audacia possono talora rendere più acre lo stimolo della voluttà, l'impotenza che nasce dal dolore la rende sempre più intensa. Se Carlo non fosse entrato nella camera sarei rimasto fino a sera, fino a notte presso il letto a guardarla negli occhi aspettando di udirla gemere per mormorarle all'orecchio: Soffri, Mimy! Ella è malinconica: avremmo forse pianto insieme a qualche mesta parola inebbriandoci del nostro dolore come il poeta coll'entusiasmo, il trionfatore coll'orgoglio. Il corsetto da notte nella sua casta semplicità aveva maggiori seduzioni dell'abito più scollacciato: avrei preferito la religiosa trepidazione di girare per la camera in punta di piedi fremendo allo scricchiolio delle scarpe, o di rialzare una tenda perchè il lume crepuscolare si abbattesse sulla sua faccia altrettanto smorta... noi due soli, muti... al più ricco tumulto di una festa da ballo.

Ridi, Anselmo? Hai ragione, perchè questi sentimenti li provo adesso nel mio gabinetto e non li ho provati nella sua camera. Forse che la farfalla dell'amore romperebbe solamente adesso il suo involucro e batterebbe l'ali nel raggio del sole? Ti rammenti la stupenda pagina di Herder sulla crisalide? Egli ne ha poche di uguali e con lui pochi scrittori di simili. Di Herder fu giudicato assai bene, è una poesia e non un poeta: e questa definizione dolorosa, che mi si addice ancora meglio che a lui mi dispera, giacchè la poesia senza essere poeta è come la bellezza senza il dono della simpatia, la superiorità senza la grandezza. Les delicats sont malheureux, non è vero, La Fontaine? La delicatezza non è il fondo della poesia, mentre il genio ne è la forza e lo splendore?

11 agosto.

Ho ventotto anni. La gioventù mi abbandona senza nemmeno rivolgere il capo colla leggerezza di una donna: la veggo allontanarsi istupidito, contemplando la civetteria del suo passo e la vivacità de' suoi movimenti... giacchè al mio braccio camminava sempre mesta e per correre aveva d'uopo di ubbriacarsi. Ventotto anni, Anselmo! ormai la metà della vita, e come trascorsa! Se mi rivolgo, nessun segno attesta il mio passaggio sulla strada. Se guardo innanzi, essa si perde in una steppa muta e monotona come una strada ferrata, per la quale non passa viandante e non s'incontra orma che vi favelli; ho rimorso di aver vissuto. Al principio colsi alcuni fiori sugli orli dei fossi, ma il loro profumo non mi consolò la stanchezza del viaggio; qualche tempo le illusioni mi accompagnarono, precedendomi in aria come uno stormo di uccelli, ma il loro canto così gaio non mi commosse il cuore, anzi dimenticando l'invocazione di Valmichi nel Ramayana — o cacciatore, possa la tua anima non essere mai glorificata per tutte le vite avvenire, poichè colpisci l'uccello nel sacro momento dell'amore — mentre fra loro s'innamoravano, sparai a più riprese, esaltandomi ferocemente nel raccogliermi ai piedi i cadaveri insanguinati. Adesso i fiori sono scomparsi, cessato il canto, tutti gli uccelli morti, e la gioventù, che procedeva al mio braccio, mi abbandona con freddo sorriso.

Mi lamento, mi lamenterò ancora, e se avrò torto, sarà un'altra ragione di lamentarmi.

Sono fuori della vita, non ho famiglia, non gloria, non fede, non amore. Vero nomade attraverso i paesi senza affezionarmivi, mi accompagno e mi divido dagli uomini senza salutarli fratelli. Nato in Italia, non sono italiano nè di mente nè di cuore: cristiano, non appartengo ad alcuna religione e potrei assistere impassibile alla caduta della nuova monarchia savoiarda tanto contrastata per tanti secoli, come all'incendio di tutti gli altari di Cristo. A che giova la mia esistenza? Perchè andrò più oltre persuaso di non arrivare ad una meta? Queste domande non le movo per vezzo romantico, ma per un intimo incessante rodimento dell'anima. Oscillo nel vuoto. Qualunque cosa imprenda, sono sicuro che non approderà, perchè la mia vita non ha basi e sono inetto a gettarle. L'ozio mi è insopportabile, la fatica impossibile: non mi trovo attorno un piacere. Credi che si possa durare un pezzo a questo modo? So quello che mi risponderai: Rompi il cerchio incantato, metti a capo della tua strada una idea. — Troppo bene, amico! Dimentichi dunque che sono un artista impotente e che il dirmi: suscita in fondo alla tua via un fantasma, che ti attiri e ti guidi, gli è come dire ad un cieco: metti una lanterna per dove passerai, se non vuoi inciampare?

A che debbo rattenermi? Il danaro non mi affascina e non ammetto altro mercato che il gioco: non sono ricco, cosicchè mangiando capitale e rendita, i miei due milioni non mi danno un lusso abbastanza poetico per affezionarmi alla vita. Non ho scampo, sono solo: il mio mondo interno è una prigione, immensa sì, ma una prigione; l'arte una smania di paralitico, gli intrighi della galanteria, le orgie dei sensi consolazioni di un'ora e nulla più. Che farò? Viaggiare? Anzitutto questo non può essere uno stato, poi conosco tutta l'Europa, sono sceso in Africa, salito a Gerusalemme, e poichè non scriverò un altro Child Herold, non voglio sopportare altrimenti tempeste in mare, alberghi in terra. Ammogliarmi tanto per cambiare? Rimedio peggiore del male — consigliare il matrimonio a un annoiato è come ordinare un bagno a uno che si anneghi: d'altronde il matrimonio è una brutta cornice pel quadro della donna. La politica? col mio cervello d'artista e col mio cuore di aristocratico una ridicolaggine e una impossibilità...

Vedi, Anselmo, che il problema è forse più difficile di quanto sospettavi; dubito assai che col tuo ingegno mi trovi una soluzione.

Senti. Ieri sera sedendo allo scrittoio mi venne aperto sovrappensieri un cassetto, ove fra altre carte erano rimescolati biglietti e lettere amorose; li radunai, e sebbene non li conti a migliaia, come il famoso maresciallo di Richelieu, ti so dire ch'erano parecchi — le donne scrivono molto, ma in compenso scrivono male. Cominciai scorrendone alcuni prima indifferente, poi interessandomi, seguitando senza ordine, facendo spesso succedere all'invito di un primo appuntamento una lettera di congedo illimitato. Non so quanto durassi così, infine mi accorsi di aver freddo. Non ero più io che leggeva, ma un altro, un altro Giorgio vecchio, coi capelli bianchi, cogli occhi indeboliti; quelle lettere della mia giovinezza mi destavano un senso orribile: mi pareva che fosser trascorsi secoli da quel tempo e che il mondo, nel quale avevo vissuto, si fosse disfatto... Ero solo, con quelle lettere, pochi avanzi del mio naufragio. Le loro calde espressioni mi riuscivano mezzo inesplicabili, le voluttà ricordate come una cosa di cui dura nella memoria una debole eco, spentone nell'anima il senso. Fra l'altre mi capitò alle mani una mia, ironica, briosa che finì di sconvolgermi. Io aveva scritto quella lettera? quando? Io avevo riso, avevo vissuto?...

Ebbi una scossa, mi destai col sudore del raccapriccio.

Questa fantasticheria o sogno mi ha seriamente afflitto — è la mia vita reale guardata a traverso un vetro nero; le tinte sono più fosche, ma anche senza vetro il paesaggio sarebbe tristo.

E la solitudine, rimedio di antica riputazione, inasprisce i miei mali — Seul a un sinonime: mort. Sinonimo fiacco, indegno di Victor Hugo, perchè la solitudine non è già nel cimitero o nella Tebaide, sibbene in un deserto di uomini, quando nella folla che vi circonda non sorge grido che vi scuota, non spicca fisonomia che vi commuova; quando gli edifizii che vi rovinano intorno non hanno più forza di farvi rivolgere il capo, quando la morte che vi ammazza dappresso non vi dà nè piacere nè dolore; quando in questo oceano umano le onde si accavallano senza sollevarvi o si appianano senza rivelarvi nulla, quando niente e nessuno vi tocca e vi si associa.

E allora che la ragione sia presa da questa vertigine del vuoto, afferratela e gettatela nel cuore: poi ritornate fra un'ora a vedere se è tuttavia ragionevole. Le passioni l'afferreranno come maniaci e: spiegaci, ruggiranno, il perchè della nostra condanna: i desiderii moribondi di fame le si strascineranno ai piedi e tirandola per la veste: spiegaci, spiegaci, singhiozzeranno, il mistero della nostra condanna; le speranze deliranti di febbre le si accosteranno livide all'orecchio e: spiegaci, sibilleranno, il perchè della nostra condanna: spiegaci, spiegaci, — e se la ragione impaurita si proverà a mormorare una spiegazione: menzogna! la interromperanno. Abbiamo fame, trova tu modo di saziarci: tu, superba, hai il mondo delle idee e vi ti perdi e vi ti divinizzi; noi del mondo terreno siamo chiuse in un ergastolo, vogliamo godere, aprici dunque le porte, tu che sei la regina. Che cosa volete che risponda la povera ragione? Impazzirà, se non vi affrettate a liberarla.

Come vedi, Anselmo, la mia è già impazzita, e se nella tua bontà di amico ne dubitassi, ti mando questa lettera come prova.

Fare well.

PS. Questa sera vado da Mimy. La sua è una bellezza assai rara, segreta, come si esprime De Mère.

12 agosto.

L'oceano è in tale tempesta che le sponde tremano di fatica e di spavento. Le onde ruggono, si frangono, si addossano, si attorniano, si sormontano, salgono, salgono ancora, urlando e nell'urlo del trionfo ripiombano nell'abisso. Ritta sul lido una moltitudine contempla il feroce spettacolo coll'occhio sbarrato e il pensiero fuggiasco: il cielo è nuvoloso, ma il vento ha lacerato le cortine delle nubi e fra esse traluce profondamente sereno l'azzurro dello spazio. Un pallone e una barca lo solcano: sopra loro nè oggetti nè limiti, la vasta monotonia dell'infinito: al di sotto il mare. Come apparirà la tempesta allo sguardo dell'ardito areonauta?

L'oceano è immobile con appena alcune rughe: ecco i cavalloni.

Così l'anima. Talora l'uragano la squassa scombuiandola dal fondo: dolori, speranze, immagini, memorie tutto trabalza e si sfracella, il petto si apre quasi all'urto dei marosi; ma sul volto non appare che una ruga, così che la gente passandovi vicino la distingue come l'areonauta e tira via. Non la notasse almeno e non vi gettasse l'insulto della sua curiosa parola! Che cosa ho quest'oggi?! Non mi capireste, se pure mi spiegassi! La ruga che mi solca la fronte vi sembra piccola, perchè non sapete che è l'opera di centinaia di dolori, come un sentiero è l'opera di centinaia di orme...

Ieri sera mi avviavo al casino di Mimy in questa triste disposizione di spirito. La sera non era mai stata più insopportabilmente bella. Le stelle ridevano nel cielo come tante candele accese in un tempio per persuadere alla gente l'esistenza di un Dio: ridevano qua e là i lumi per le case: rideva il sereno, ridevano le foglie del granturco pei campi, rideva qualche lucciola per le siepi. Tutto mi rideva in faccia; a mezza strada s'aggiunse il vento.

Io ruggiva di collera, e la natura mi sghignazzava intorno come un'ubbriaca: mi posi quasi a correre.

A pochi passi dal cancello mi percosse una musica di ballo; le finestre della sala erano aperte e ne sgorgava un gran lume. Una festa di vicini! Carlo aveva avuto la generosità di non invitarmi e io ci venivo...

Quando entrai nella sala una dozzina di coppie ballavano un valzer di Strauss; mi convenne fermarmi sulla porta. A te pure, Anselmo, saranno accadute disgrazie di simili feste e vedrai, senza che mi affanni a dipingertela, la goffaggine di quegli uomini e di quelle donne. Ballavano così vertiginosamente che mi pareva ballassero con loro anche i mobili. Era un'illusione, ma avrebbero potuto essere vero senza far perdere al ballo il suo carattere. Si divertivano. Ecco ciò che non perdono a quella gente, di essere così ignobilmente beati, mentre io sono stato tanto infelice. Ranocchie, che stimano un lago la loro pozzanghera e il loro gracidìo una musica.

Non vidi nè Carlo, nè Mimy, nè la marchesa di Monero. La festa era dunque, per la loro assenza, una festa come nella classica notte di Valburga? La musica cessò, stavo per cacciarmi in un angolo, quando molte persone mi furono addosso.

— Come, tanto tardi? Sempre annoiato? Così triste!

— Ma che cosa le manca dunque, signor conte? mi chiedeva la moglie di un mercante, la quale mi fa la corte da un pezzo, innamorata del mio titolo e della mia superbia.

— Molte cose, signora.

— Me ne dica qualcuna, e mi si appoggiava così al braccio, che dovetti offrirglielo.

Ci allontanammo dal gruppo.

— Sentiamo: che cosa le manca?

— Molte cose; per esempio, la potenza di desiderare: adesso non desidero più nulla, nemmeno di essere il vostro amante.

— E se lo desiderassi io invece?

— Sareste ancor più disgraziata di me.

Un rumore nella sala, e forse anche, queste risposte, mi liberarono il braccio prigioniero: ma dopo le donne vennero gli uomini. È inconcepibile quanto duri nei borghesi il prestigio della nobiltà, la mia è tutt'altro che storica, e come cangiandosi in invidia diventi in essi disgustoso l'odio selvaggio che ci portano con tanta ragione i miserabili. Mi corteggiano e mi dispettano, pronti ad umiliarmi domani se fossi povero e ad insuperbire per un complimento che loro rivolga.

Nella sala erano una trentina di persone, quasi tutti vicini, che dal più al meno amici di Carlo mi conoscevano abbastanza, perchè fossero inevitabili saluti e discorsi. Se fossero stati tanto villani da non avvertirmi, li avrei in compenso battezzati gentiluomini.

— Ah ci divertiamo stasera! Balla anche lei? Balli anche tu? una bella società. Poh! che aria: ma perchè così accigliato? si direbbe quasi che posi; mi interpellava uno dei più intimi.

— Vedrai che ci divertiremo: guarda che belle signore.

— Belle?

— Belle! ripetè un marito della luna di miele, guardando in un angolo la propria metà.

— Dite piano, signore: se vi sentissero, sarebbero capaci di credervi e le avreste turpemente ingannate.

— Sei intrattabile, mio piccolo Byron!

— Che ne sai tu di Byron?

— Quanto gli altri che lo hanno letto.

— E ne sanno come del polo, cui non sono mai stati?

— Vieni che ti presento a quelle signore, entrava in mezzo un prudente.

Cercavo inutilmente Mimy.

Mi sentivo soffocare. Quella plebe mi studiava; nulla le sfuggiva dalla mia cravatta a' miei guanti, e si ammiccavano impercettibilmente fra loro come persone che, avendo finalmente misurato un uomo superiore, lo hanno impicciolito alla loro statura.

Mi sono arreso alla presentazione, ma passando innanzi a una finestra ho piantato l'amico.

La collera mi si era cresciuta colla gaiezza di quella gente.

— Mimy! ho chiamato, vedendola passare davanti alla tenda. Dove eravate, che non vi ho veduta entrando?

— Fuori, questa festa mi soffoca.

— Scommetto che è stata un'idea di Carlo di invitare tutta questa gente?

— Sì.

— Per avere la marchesa. Oh! non vengono che a lui certe idee. Però la marchesa non c'è. Come ha rifiutato l'invito?

— Semplicissimamente: ha detto che non verrebbe.

— E non l'avete pregata?

— A questa festa? non ne ho avuto il coraggio.

Così chiacchierando ci eravamo appoggiati alla finestra: nella sala incominciava un altro valzer.

— Mi sembrate ammalato: ella mi ha detto considerandomi.

— È vero: però non supponevo che ve ne accorgereste. Ero venuto qui per sollevarmi, e càpito fra una canaglia che tripudia. Voi almeno non vi divertite: datemi la mano.

Invece gliela prendevo, ma era così inanime che mi è mancato la forza di stringerla. Siamo rimasti alcuni minuti senza parlarci, nè guardarci. Il vento susurrava fra gli alberi, io non pensavo più a nulla; non ero più in collera: la sua mano nella mia, mi perdevo in una calma stravagante.

— Te ne vai? e le davo del tu la prima volta dopo quella scena sciagurata. Allora scendiamo in giardino.

— In giardino?!

— Avresti paura?

— E la festa...?

— La festa ti soffoca, lo hai pur detto; quindi prendendola risolutamente pel braccio la trascinavo: traversammo a stento le coppie vorticose: la scala era deserta e mezzo buia.

Ci avviammo verso il giardino illuminato dalla luna.

— Se qualcuno s'affacciasse alla finestra potrebbe vederci. Vuoi fumare? le dissi; ma cercando l'astuccio delle sigarette, trovai invece la romanza.

— No.

— Leggere?

— Che cosa?

Le presentai la romanza facendole lume con un zolfanello.

— Ti piace?

— No.

— Allora conservala: ti servirà nei giorni di cattivo umore: è bene avere qualcuno da disprezzare quando non si è contenti di sè medesimi.

Così entrammo nel giardino.

— Ma di grazia, che cosa facciamo qui?

— Passeggiamo. Non vorrai già farmi credere che ti divertissi più in sala. La romanza non ti piace? nemmeno a me. Ti ricordi la scena dopo il pranzo della marchesa?

— Giorgio...

— Eh via! lasciamela ricordare, perchè sono io che vi faccio la parte peggiore. Se credi che l'abbia dimenticata, t'inganni: quando dico a una donna: vi amo! non mento e voglio essere amato.

— Proprio!...

Mi guardò sbalordita.

— Ti stupisce. Sentiamo: che cosa hai da opporre al mio amore? Ti sono antipatico? non è vero. Valgo meno di Carlo? non è vero. Non hai bisogno di amare? non è vero. La tua onestà? non è vero: tu non sei onesta.

— Oh! m'insultate?

— No, mia bella, non esageriamo; voi non siete onesta e, anzi tutto, l'onestà non è una virtù. O amate realmente un uomo e il preferirlo a tutti è appunto la ragione e la sostanza del vostro amore; o non l'amate, come nel vostro caso con Carlo, e perchè l'essergli materialmente fedele sarebbe una virtù? E badate che, non amandolo, dovete detestarlo, perchè non voglio insultarvi, supponendo che possiate essere indifferente fra le braccia di un uomo. Se non avete un ideale verso il quale slanciarvi siete solamente una femmina, se lo avete e lo abbandonate per una minaccia umana o divina siete come la cortigiana: questa cede all'avarizia, voi alla paura; la medesima prostituzione, la menzogna nella voluttà, il piacere senza la passione. Volete essere virtuosa? siate forte: passate per dove le altre indietreggiano, salite più alto coi piedi che esse non veggano cogli occhi, abbiate il coraggio della vostra passione, e pel primo vi dirò: Mimy, siete virtuosa; ma finchè verrete a dirmi: fin qui non ho accarezzato che mio marito, vi risponderò che la mia Diana non ha mai leccato altri che Turco: perchè dovrei stimarvi di più? Ma Carlo, voi non l'avete mai amato, voi povera vittima! Voi non credete come le donne volgari a questa onestà, e vi amo per questo. Il vostro spirito è già un ribelle, il vostro cuore ha la febbre della passione e della grandezza...

— Che cosa ne sapete?

— Lo so: vedi, la vita la rassomiglio ad un sentiero fra burroni e frane: i forti lo passano a piedi, i deboli si fanno legare sul mulo della legge e chiamano virtù la loro paura, delitto il nostro coraggio, e sia! A loro l'inerzia e la sicurtà, a noi l'ebbrezza della libertà e del pericolo. Mi amerai: adesso sorridi.

— È il meno che posso fare.

— Meno sciocco vuoi dire.

— Giorgio!...

— Non cercare d'impormi o di fuggire, perchè parola da gentiluomo t'insegno e nasce uno scandalo. Ascoltami: siamo troppo affini per non amarci: ti comprendo come forse appena ti comprendi tu stessa, so le immagini che ti visitano la notte, i sogni che ti seducono nel giorno; entro ne' castelli che ti fabbrichi e li giro tutti, sono simili ai miei: tu idolatri la bellezza, il lusso, l'epicureismo divino del poeta; io posso darti tutto ciò. Ti amerò col genio che Shakespeare ha messo nei suoi drammi: ti costringerò ad amarmi almeno quella mezz'ora che ti starò presso, e sarà il mio trionfo.

Ella fece un moto colle spalle.

— Accetti la sfida?

— Insolente!

— Ora rimontiamo in sala: badiamo a Carlo.

Ritornammo verso la porta. Mimy era pensierosa.

— Guardate: la nostra guerra è già cominciata, il prossimo ha aperto il fuoco. Quelle due signore, che ci osservano dalla finestra, dicono a quest'ora che siete la mia amante.

— Ma non lo sono.

— Domani lo ripeteranno e, siccome Carlo è un uomo di merito, saranno facilmente credute. La vostra onestà non vi garantirebbe dalle calunnie: avreste il danno senza il vantaggio.

Entrammo nell'andito deserto.

— Un momento. Fin qui siam stati amici, d'ora innanzi o amanti o nemici: o vi trasfonderò la mia passione, o soccomberò nello sforzo — il genio non riesce sempre, perchè l'amore sarebbe più fortunato? Salutiamoci dunque; datemi la vostra mano che la baci amicamente.

Non rispose.

Quelle due signore ci attendevano sulla porta, ci squadrarono come due carabinieri. Mimy trasalì alla loro occhiata e mi lasciò bruscamente.

— Bella sera, mi si rivolse la signora Agnese, quella mercantessa mia innamorata: bella come lei! e collo sguardo m'indicava Mimy già lontana.

— Non ci siete, di più ancora: come voi.

— Mentitore!

— Lo so, ma perchè dirmelo in faccia?

Carlo sopraggiungendo imbronciato troncò il nostro alterco. Mi confessò subito la sua idea della festa con tanto cordoglio, che non ebbi il coraggio di riderne.

La festa durò ancora un paio d'ore crescendo di rumore, e se fosse stato possibile, calando di spirito, giacchè venuti a noia i balli, s'impresero i così detti giuochi di società, una costumanza che i naturalisti hanno ingiustamente dimenticata come prova che l'uomo è una scimmia irragionevole. Tutti vi concorsero scambiando motti e complimenti. I ritratti delle quattro stagioni appesi alle pareti si guardavano annoiati.

Io mi annoiavo più delle quattro stagioni.

Finalmente i più vecchi cominciarono a reclamare per il loro sonno: si pestò l'ultima polka, si rise, si parlò più fragorosamente e tra un mormorio di baci e di saluti si dispose la partenza.

— Esce con noi, signor conte? mi domandava la signora Agnese.

— Aspetto ancora.

— Colla signora Mimy.

— Pur troppo no.

— Innamorato!

— Da che lo indovinate?

— Da tutto e da nulla... ho dell'esperienza io.

— Lo credo.

Ella si morse le labbra.

— Sono dunque molto vecchia?

— Bisognerebbe essere vostro marito o il vostro amante per saperlo.

— Il mio amante: ma questi sono insulti, signor conte.

— Non ne avete? perdono: credevo che sarei stato più insolente non supponendovene.

— Vuole proprio schiacciare una povera donna.

Io le tesi la mano, che ella afferrò con impeto molto seduttore.

Eravamo rimasti in sala io, Carlo e Mimy egualmente indispettiti della festa. Non riuscivamo a parlarci.

— Ma allora me ne vado: davvero che questa conversazione è peggiore della festa.

— E vattene... ma a proposito: t'aspetto domani.

— A pranzo, Mimy?

— A pranzo.

Mentre cercavo il cappello, Carlo usciva dalla sala.

— Mimy...

— Non vi accostate o scappo.

— T'amo.

— Non è vero.

— Adesso te lo provo. Feci un passo, ma ella, sospettando sul serio, mi sfuggì per la porta chiudendosela dietro con impeto; vi rimasi contro col naso come uno sciocco. Però uscendo dal casino mi venne l'idea di andarmene dietro pel bosco, come la prima volta della scoperta; speravo che Mimy fosse alla finestra. V'era infatti.

Wal light through yonder window breaks? It is the east, and Iuliet is the sun. Arise, fair sun.

Le dissi a mezza voce avanzandomi sotto la finestra.

— Ah! rispose impaurita.

— Vorrei finire come Romeo se tu potessi essere Giulietta per me.

— È un complimento o un sarcasmo?

— Una dichiarazione. Senti, e arrampicandomi sulla inferriata della sottoposta finestra, me le accostai. Vorrei essere il sogno che verrà nel tuo letto... non chiudere per Dio! non vorrei essere nè più indiscreto, nè più pesante del sogno: vorrei solo farti sospirare per avvolgermi nel tuo respiro come nella esalazione di un fiore. Tu non lo credi, ma io ti amo, Mimy.

Ella mi guardava.

— Ti amo.

— Commedia!

— Che! gridai allungandomi: ella volle ritirarsi, ma vedendo che mettevo un piede sulla cimasa della ferriata, così che sollevandomi non avevo altro appoggio che il muro con gran pericolo di cadere, si fermò.

Ero in una difficile positura: salito il primo piede, non mi veniva fatto di levare il secondo, poco giovandomi le mani: un momento fui per cadere, ella soffocò un grido.

— Smetti: ma cadrai!...

— Se hai paura, gettami una treccia. Ero montato.

— Scherzi sempre.

— No, ti amo davvero! Dammi la mano.

— Buona notte.

— Dammi la mano! insistei. Ella si ritraeva, io restava ritto contro il muro, un braccio levato in un'attitudine ridicola.

Una vampa di sdegno m'irruppe nel cuore.

— Ah!... e finsi di pericolare.

Ella si precipitò al davanzale protendendo ambe le braccia; ma in quel punto perdetti davvero l'equilibrio e mi convenne spiccare un salto per non tombolare. Caddi così sciaguratamente che Mimy scoppiò a ridere.

M'allontanai che intendevo sempre il suo riso.

20 agosto.

Ho incontrato la marchesa per la strada di Casalecchio, sola su Bothaina.

— Avete un buonissimo cavallo, mi ha detto considerandolo con occhio intelligente.

— Non quanto Bothaina.

— Le donne sono sempre più belle degli uomini: è un compenso dato loro dalla natura.

— Agli uomini o alle donne?

— Alle donne: sono tanto infelici a cagione degli uomini, e sorrideva, che hanno ben d'uopo di potersi tratto tratto raccogliere nel mesto orgoglio della propria bellezza e sognare.

— Ci siete sempre così avversa! Ma allora...

— Allora!... prorompeva.

— Gli uomini vi avranno fatto soffrire.

— È vero.

— Avete amato? mi è fuggito sventatamente.

— Amato? Chi? E voi, signor conte?

Non ci siamo risposto. La strada faceva un gomito e appariva il ponte di Casalecchio.

Non so, Anselmo, se nei tuoi brevi soggiorni a Bologna ti sia mai spinto fino a Casalecchio per vederne la chiusa; se non lo hai fatto, vieni che ne vale la pena. È uno stupendo paesaggio, che mi ha fatto sospirare cento volte il pennello di Corot per renderne la bellezza latente e melanconica. Il fiume la crea mostrandovisi appena, perchè svolta immediatamente al di sopra della chiusa e al di sotto del ponte; a destra è fiancheggiato da una collina, che venuta lungo la strada di Bologna fa angolo sul ponte spingendosi verso l'Appennino lontano ed azzurrognolo: a sinistra da un'alta pianura, della quale non si veggono i confini — e il fiume sembra avere egli aperto quel vano per il quale passa luminosamente magnifico. La prima collina coperta di boschetti cedui è piuttosto bassa e povera, ma, prolungandosi, si congiunge ad altre più poetiche di forme e di vegetazione, ed altre ancora più remote si allineano tinte di un aereo violetto, ed altre simili a nebbie fiottano in fondo sfumando i colori e le angolosità di tutta la catena. Nessuna altra, delle tante che formano l'Appennino, o per l'armonia delle tinte o per la trasparenza dell'aria o per l'incanto della prospettiva, ha una più meravigliosa leggerezza, che fa pensare ai quadri più belli del Ghirlandaio, il primo che abbia sentito questa musica degli orizzonti e sia riuscito a scriverla sulla tela. E lo sguardo volgendosi alla pianura dilaga nella verde indifferenza dei campi o abbassandosi entra nel fiume, che si accosta per una lunga curva alla chiusa e la cala. Non aspettarti che te lo descriva: nessun pittore lo potrebbe, perchè il bianco, tutta la luce della pittura, non può rendere il vibrante raggiare dell'acqua al sole, e questa volta la tela dovrebbe essere unicamente di raggi e di baleni... E se fallirebbe il pennello, immagina come riuscirebbe la penna! Immagina che guardando dal ponte, il fiume immoto non ondula, non riverbera, ma toccando il ciglio del primo gradino il suo vasto lenzuolo scivola spiegazzandosi, mentre per tutta la linea di quello prorompono migliaia di pennacchi sfolgoranti; sono i raggi del sole che rimbalzano spezzati e figurano come le batterie di una immensa ribalta; e l'acqua cala unita, trasparente, ondulosa, talora svolgendosi come una tela, talora rincrespandosi come una vesta, talora rigandosi di solchi indecisi, torcendosi in pieghe che si aprono prima che strette. Cola sempre uguale, infinitamente varia nella monotonia: la luce è sotto essa, in essa, sovr'essa: la luce è acqua, l'acqua è luce: cola coperta d'infiniti sorrisi, armoniosa d'infiniti suoni, vaga d'infinite apparenze, finchè sull'ultimo gradino rimbalza, si addensa, si arrotola quasi, e svolgendosi in una frangia bruna di colore e bianca di spuma, casca, mormora, si calma, si perde nell'altra del letto, e quando passa sotto il ponte non somiglia più a sè stessa, nè a quella che argentea, diafana, radiante si stende sulla magica china.

D'ambo i lati sorgono gruppi di case; a destra un mulino difeso da un muraglione, donde irrompono due grossi getti d'acqua, che rugge di dolore sfuggendo fra i congegni delle macine: sopra il mulino si uguaglia uno stretto piano, dal quale s'erge il poggio di una villa bella, forse la più bella di Bologna; e al di sopra ancora, come un elmo bizzarro, il bizzarro tempio di San Luca.

Andavamo di così gran trotto, che Allah stentava a pareggiare Bothaina guidata con rara maestria.

— Bella! esclamò la marchesa scorgendo la cascata, e spinse Bothaina oltre il fosso, la siepe, su di un praticello che finiva alla ripa del fiume. La seguii saltando così male, che n'ebbi quasi stracciato un calzone.

— Che direste di un abito tagliato in quel drappo? mi si rivolse.

— Assai comodo per chi volesse vestirsi rimanendo nudo.

— L'ideale deve essere così.

E mi guardò con evidente disprezzo.

Mi levai rispettosamente il cappello:

— Signora marchesa, siete la prima donna che incontro nella vita e m'inchino: non credevo che ne esistessero.

— È un bel complimento, quand'anche non sincero, giacchè voi siete un uomo.

— E quest'uomo potrebbe essere amato?

— Giacchè lo dite per voi, sarò sincera: no.

— Li sdegnate dunque tutti?

— E se così fosse! Vi pare strano? Eppure non veggo perchè ameremmo gli uomini più brutti e infinitamente più brutali di noi. Che direste voi, artista se, entrando in un ospedale di vaiuolosi, vedeste una madonna del Coreggio spiccarsi dalla sua tela per pendersi al braccio di un ributtante convalescente e trascinarlo fuori della folla? So bene che l'antichità si è compiaciuta negli amori dei Satiri colle Ninfe, delle deformità colle bellezze; ma uomini composero tali quadri, e dubito se fossero più insolenti verso sè medesimi dipingendosi con tanta verità, o verso di noi accusandoci di un gusto così cattivo.

Povero Carlo!

— Perdono, ma parmi trattiate singolarmente l'antichità. Per Pane amato da Pitide o da Teo, vi sono Cefalo ed Aurora, Endimione e Diana, due fra i gruppi più belli dell'arte umana; e se avete veduto a Roma quello di Apollo e di Dafne del Bernini, forse avrete supposto, come io, che Dafne avesse altre ragioni per fuggire che la bellezza di Apollo. Lady Morgan, una donna che non rinnegherete, sosteneva che aveva torto.

— Statue! e le statue valgono più degli uomini e meno delle donne. Non ho mai incontrati uomini belli come il Meleagro, ma ho veduto molte donne più belle della Venere, sebbene diversamente. Due uomini, Alessi e Virgilio, Antinoo e Adriano, Stesileo e Temistocle sono orribili: componete le tre Grazie come meglio vi piace e saranno sempre divine. Non vi pare che l'ode di Saffo a Dorica valga tutti i versi maschili da quelli di Meleagro a quelli di Orazio.

Che cosa ti sembra, Anselmo, di una donna che arrischia tale conversazione? Sono rimasto interdetto. Pronunciando queste ultime parole il suo occhio era di una serenità quasi insultante, mentre le sue labbra contratte dolorosamente parevano soffrire ancora di quanto avevano detto.

Quale è dunque l'ideale di quest'anima forte?

Forse profittando del mio silenzio la marchesa rivolse la briglia e saltò sulla strada.

— Pensate alle mie parole? mi chiese dopo alcuni passi.

— Ebbene, sì; non posso comprendere...

— L'audacia della mia erudizione?

— No, ma la ragione del vostro odio. Ho inteso molte donne sparlare di noi, ma nessuna colla vostra potenza, nè dal vostro punto di vista. Avete sofferto più di loro, diversamente da loro? Quale è dunque il vostro ideale? Accettate l'Apollo, se rifiutate lo scultore?

— Come siete aggressivo, signor conte! dovrò farvi un discorso per rispondere a tutto; e per cominciare non ho detto di odiare gli uomini, ma che ci sono inferiori nella bellezza e nel sentimento. Che cosa è l'amore per voialtri? un episodio, e per noi tutto un poema. A quindici anni la desiderate questa donna, a venti l'amate (sono generosa, dico amate), a trenta non la ricordate più, mentre ella non ha che una risorsa, l'amore; una occupazione, l'amore; una passione, l'amore. Debole e delicata, rimane sola a divorare il proprio dolore, uccidendo gli stessi sogni che la fanno vivere, guardandosi tristamente invecchiare e morire. Voialtri, che passate la vita negli affari, non potete rispondere a un amore di donna, che le assorbe tutta la vita e in continuo sviluppo si è perfezionato attraverso i secoli come il vostro ingegno; siete indegni di godere le bellezze che non gustate; siete i brutti della voluttà e noi ne siamo le intelligenze. E se una donna osasse sentire in sè stessa tutto il dolore delle martiri, che il vostro amore ha fatto solamente nei tempi della nostra civiltà e che voi non sapreste neppure calcolare; se rifiutasse di amare gli uomini, credete che sarebbe pazza od ingiusta?

— No, ma a questa donna superiore dimanderei: chi amerete? Gli uomini sono incapaci e indegni, vi rivolgereste mai a Dio?

— Dio! non è che l'ombra dell'uomo, più lunga e più deforme?

— Dunque! rompete l'Apollo, ma Venere rimane spaiata.

— Può darsi.

— Dunque?

— Conte, siete molto curioso. Andiamo dalla signora Mimy a chiederle la mia risposta.

— Andiamo.

Abbiamo slanciati i cavalli. La polvere ci avvolgeva in una nuvola, mentre correvamo curvi sulla sella cogli occhi socchiusi e la bocca fremente, quasi invisibili sulla strada e quasi senza vederla. In quella polvere mi pareva di sentire come un profumo della sua persona: ero commosso.

Dopo venti minuti di quella furia infilavamo il cancello della villa: Mimy nel prato si cullava sopra una poltrona americana; si alzò vivamente. La marchesa arrestò di botto la cavalla e saltò a terra, mentre io stentavo frenare Allah tutto bianco di spuma.

— Scendi dunque, mi gridava Carlo dalla finestra malignamente.

La marchesa aveva diggià infilato il braccio di Mimy.

— Chi è più bello, io o il signor conte?

— Puoi permettere che si discuta? interloquì Carlo sopraggiungendo.

— Non domando un complimento e quindi non interrogo un uomo. Così, mia bella, avete riflettuto?

— Non ce n'è bisogno, parmi.

— Eccovi la mia risposta.

Decisamente ero battuto: ella mi ha gettato un sorriso come un'elemosina.

— Questa volta è toccato a Venere il fare da Paride e Paride ha perduto.

— Vi risponderò come Antonio ad Augusto: è una sconfitta che non umilia.

Carlo e Mimy ci guardavano interrogando.

Ahimè! la marchesa ha ragione: è più bella di me, e l'amore è la musica della bellezza!

22 agosto 1871.

Ho scritto a Mimy una lunga lettera; che cosa ne risulterà? Ero così commosso scrivendola che ella sarà più fredda del marmo e più imbecille di cinquanta borghesi moltiplicate l'una per l'altra, non commovendosi nel leggerla. Sono umile e delicato: però la voluttà freme sotto quelle frasi modeste, e sollevandone talora un lembo sorride e scompare.

2 settembre.

È troppo: le permettevo di non rispondere, di non capire magari la mia lettera, ma partire senza avvisarmi, come se fossi un estraneo, è una brutalità. E Carlo, che mi deve tanti consigli sul suo amore, si porta via la moglie, quasi che io non le facessi la corte! Cosa faranno a Bologna? È partita per evitarmi o per pungermi? Per provarmi che mi disprezza, che non vuole più oltre sopportarmi?

Comunque sia, badi questa donna che osa troppo se pretende davvero di lottare con me. Far soffrire è forse maggiore voluttà che far godere: badi questa donna, che in ogni poeta vi è una tigre, e guai se si desta...

PS. Povero Allah! ecco ciò che si guadagna ad amarmi...

Sono caduto a cento passi dal mio casino correndo sfrenatamente: avrei dovuto sfracellarmi, e invece solo Allah si è rotto una gamba.

L'ho aiutato ad alzarsi... povero Allah: mi è venuto da piangere quando guardandomi col suo grande occhio ha capito il mio dolore e mi ha perdonato...

Come avrebbe sorriso la marchesa!

L'aveva incontrata forse dieci minuti prima, che correva verso Bologna.

— Dove correte con tanto impeto? mi ha domandato trattenendo la cavalla.

— Non lo so, e voi, marchesa?

— Torno a Bologna.

— Anche voi! Ritorno da villa Contarina: sono partiti tutti per Bologna; andate a raggiungerli?

— Non mi prestereste la vostra intenzione?

— Io! se galoppo dal lato opposto.

— Volete scortarmi?

— Siete troppo bella: mi esporrei a troppi pericoli.

Mi sentivo addosso una smania feroce. Spronavo me stesso e il cavallo divorando la strada e la bizza. Già prima aveva interrotto questa lettera in un eccesso di furore per sellare da me stesso Allah. Bisognava che incontrassi la marchesa per diventare pazzo. Carlo ha ragione benchè avvocato: quella donna è un enigma, non arrossisce mai; il suo sogghigno fa sull'animo l'effetto di uno stridore di lima sugli orecchi. I suoi occhi hanno una luce fredda come il pallore del suo volto, sul quale si frangono osservazioni e desiderî. Quando penso che Carlo vuol sedurla, mi sembra di vedere un bull-dog affrontare una pantera.

Sento nitrire Allah.

Il mio amico morrà! Ancora un filo che si rompe.

8 settembre.

Avevo scritto ad Agnese — ti ho raccontato come sono stato il suo amante? — di portarmi la sua persona, e mi ha mandato invece una lettera di uno stile anche peggiore. Immaginati, che si offende del mio capriccio, perchè s'invitano così le cortigiane e non le signore.

Non comprendo la differenza: per me la virtù sta nella bellezza, e una cortigiana può essere bella di corpo e di anima quanto una gran signora. Del resto, se la voluttà è un vino singolare che invecchiando peggiora, per la forma del vaso Agnese rassomiglia fino all'equivoco ad una antica boraccia di Faenza e Mimy ad un giglio. Bere in un fiore, ecco la psicologia e la storia dell'amore!

Voler bere in un fiore perchè fatto a calice e tutto umido di rugiada, quando la sete della felicità ci tormenta, bella e dolorosa follia! Certo le labbra del calice sorridono e quelle gocce, forse lagrime cadute dagli occhi d'oro delle stelle, parlano una infinità di cose nel loro linguaggio di iridi, ma la sete non può spegnersi con così poco. Ad un'altra coppa ci bisognerebbe sospenderci; all'anfora, dalla quale trabocca eternamente l'onda della vita, e sulla quale Dio riposa il gomito dal giorno della creazione!

8 settembre.

Non è tornata. Se non fosse un errore di strategia, anderei a Bologna. Forse mi aspetta laggiù e ridendo del mio dispetto e ascoltando anticipatamente il canzoniere de' miei lamenti: si sarà ingannata: sto in campagna, e quando ritornerà, sarò freddo come ne' miei giorni migliori.

Non conosci la donna, o tu che stimi Vincerne il cuore coi sospir, col pianto.

Canta Aroldo il selvaggio e profondo libertino. Non piangete mai davanti ad una donna, se non volete che si faccia una collana delle vostre lagrime, e del vostro dolore un cappellino alla propria vanità.

Che cosa farà a Bologna? Non vi ha amanti; Mimy è una vergine, che ha forse sognato quanto Messalina ha compito, ma serbandosi vergine. Quali chimere sognano dietro quella sua fronte unita ed opaca? Quali desideri hanno fatto il nido in quella testolina e colle ali sfolgoranti ne sollevano a quando a quando i capelli d'oro? Non lo so: non s'indovina il suono per vedere l'istrumento.

Ho bisogno di tutta quella donna, del suo corpo e della sua anima: il suo corpo è uno splendido palazzo, ma la sua anima ne è la fata che deve offrirmi, per me solo, un festino degno di Balthasar: voglio un giorno e una notte con lei come il sole e la luna non ne hanno ancora illuminato.

Intanto il palazzo è chiuso e la fata invisibile...

Senti: Mimy è pazza del suo canerino: se lo imitassi nella mia corte, poichè la maschera dell'aquila sembra mediocremente gustata? Non saranno quindi che gorgheggi, quintessenze di pensierini, seduzioni delicate come le carezze del sole invernale all'alicanto; la mia passione dovrà svolazzarle intorno per comunicarle col tremito delle ali la sua atroce e dolorosa trepidazione, lambirle tutti i sensi ad ogni vampa di calore, tutti i pensieri ad ogni sussulto di poesia, tutto il cuore ad ogni ribrezzo di solitudine.

— Che ne dici? mi faccio onesto.

PS. Ti mando questo pensiero.

«Baciare una mano è caro, una fronte è puro, una idea è sublime ed è bacio di uomo; baciare una bocca è voluttuoso, ma è bacio d'animale.»

Che te ne pare per un principiante di onestà? Se non mi rispondi subito, dichiaro che di onestà non sei nemmeno principiante.

13 settembre.

Esco in questo punto da Mimy, tornata sola.

Carlo è rimasto a Bologna colla marchesa.

— Non siete gelosa? le ho chiesto.

— Perchè?

— Badate: la bruttezza inspira amori più della bellezza: i romanzi di Hugo sono lì per provarlo. La marchesa, che è donna superiore, non s'innamorerà forse di Carlo, ma chi vi garantisce che non lo prenda come una rarità per compiere la collezione dei proprii amanti?

— Che cosa ne sapete, ribatteva con calore di amica, se la marchesa abbia avuto degli amanti? Tutti eguali voialtri: perchè una povera donna in un momento di debolezza vi avrà invocato e ne sarà stata pagata come voi soli sapete pagare, tutte le donne hanno una collezione di amanti... Parola di spirito e sopratutto generosa!

— Siete veramente bella quando vi stizzite.

— Andate là che i vostri complimenti non m'illudono.

— Chi tenta d'illudervi? però mi avete compreso a rovescio. Non sono di coloro che negano ad una donna il diritto di avere un amante, mentre poi vorrebbero diventarlo: ammetto anzi che possa ingannarsi più volte nella scelta: che ami non solo il bello ma il brutto, il grande ma l'ignobile, perchè entro un boccale di maiolica vi può essere un vino migliore che in una bottiglia di cristallo. Non disprezzo se non due sorta di donne: quelle che non sentono amore, o sentendolo non ne hanno il coraggio.

— Disprezzate le martiri?!

— V'ingannate ancora, Mimy: non è una martire colei che soffoca il proprio amore per non soffrirne i pericoli, piucchè non sia una buona madre colei che abbandona il bambino per nascondere la propria maternità. Quando si ama si osa. Che cosa importano le calunnie e le minacce? Lasciatela imperversare la tempesta, lasciate che il fulmine voli attorno al vostro palazzo come il leone di cui parla San Pietro; l'anima assopita nel proprio gabinetto di madreperla sopra una amaca d'argento non sentirà quei ruggiti, li sentisse tutto il mondo. Mi capite, Mimy? Sapete un nome per la donna che rinnega il proprio amore, e mentre il cuore le si allarga generosamente nel petto chiama la paura a soffocarla colle sue mani di spettro, o mentre l'anima apre le ali chiama ancora la paura a mozzicargliele coi suoi denti corrosi di scheletro? Se lo sapete ditemelo, perchè deve essere un nome tremendo.

Così parlando me le era appressato e le avevo preso un capo della sciarpa: ad un suo gesto ne sciolsi il nodo.

— Ve la pigliate col mio nastro adesso?

Mi alzai con violenza e apersi la finestra: non una stella o una nuvola; un fosco color di piombo, un cielo tetro come la mia anima.

— Perchè non mi avete risposto? Non mi dite che a certe lettere non si risponde: è una frase vecchia ed imbecille: quando un uomo vi offre la propria vita bisogna accettare o rifiutare: il silenzio non sarebbe che stupida superbia o brutale insensibilità, scegliete.

— Non scelgo.

— Dunque tutt'e due.

— Insolente! e mi guardò con aria di sfida.

Mi esaltai.

— Mimy! esclamai afferrandola per un braccio.

— Minacciate...

— Sì.

— Chiamo Giulietta.

— È inutile: badate, Mimy: abusate singolarmente della vostra posizione di donna: badate, la vittima non è sempre paziente nè ben legata, e anche il carnefice può passare un tristo quarto d'ora. Oh! non sorridete... il sorriso è uno sprone di cui non ho bisogno per far perdere le staffe alla vostra virtù. Volete la guerra: tanto meglio... Quando ritorna Carlo?

— Sarebbe il giorno della battaglia?

— Sarò un romano antico: ebbene, sì.

— Sabato.

— A sabato.

— E fino allora tregua....

— Delle visite volete dire. Non v'importunerò prima di sabato, ma sabato mi riceverete alla presenza di vostro marito: sono gentiluomo, non farò scene.

— Addio, Mimy: le stesi la mano, ma ella, mettendovi la sua, mi mise pure negli occhi uno sguardo melanconico e meravigliato: gliela strinsi e uscii precipitosamente.

Ti ho scritto una lettera o una scena?

15 settembre.

Indovina come mi sono distratto. Due anni fa ti mostrai Namouna, la mia mendicante del Cairo — non ti ho ancora scritto, che si è innamorata di me e che non le bado?

L'altra notte sono andato nella sua camera: dormiva colla testa penzoloni dai cuscini e col gattino favorito sul tappeto presso una sua lunga treccia mezzo disciolta. Il lume da notte rischiarava misteriosamente la camera.

La ho destata.

— Vieni con me.

— Debbo vestirmi?

— No: mettiti questo scialle invece della camicia.

Poi sono tornato nel gabinetto azzurro, le ho fatto accendere tutte le candele e l'ho mandata per una bottiglia di Falerno. L'attendevo sdraiato sul divano in una posa eccessivamente sultanica. Ella rientrava poco dopo colla bottiglia stappata e un bicchiere, seminuda entro quello scialle nero, orlato di tenui ricami rossi...

— Beviti quella bottiglia; ma siediti prima, qui.

— Tutta?

— Tutta.

— Mi ubbriacherò: e si versava subito un bicchiere bevendolo d'un fiato.

— Brava! un bacio per bicchiere. Namouna, mi vuoi bene?

Invece di rispondere, ella si alzò.

— Dove vai adesso?

— A prendere uno di quei bicchieri.

— Da rosolio!

— Ci sta anche il vino.

Scelse il calice più piccino e tornò ad accovacciarmisi ai piedi. Lo scialle vestivala tutta. Io la guardava pensando a una Orientale di Hugo, mentre ella non osava versarsi il Falerno, cogli occhi intenti nel mio volto come Turco il mio mastino. A poco a poco l'immobilità del suo sguardo mi attrasse, e considerai quella bella testa di tipo armeno abbruciata dal sole africano lievemente colorata da un inconscio desiderio, con ammirazione d'artista. Namouna è bella, ancora vergine nel corpo e nell'anima come nessuna ragazza della nostra vecchia Europa, poichè la raccolsi moribonda per una via del Cairo, che non conosceva nè Dio, nè vizi, nè virtù, e educandola non le ho insegnato il senso di queste parole. Veramente io non lo so, nè tu, molto maggiore filosofo, sapresti forse rispondere quando ella te lo chiedesse. Namouna ha quindici anni, una soavità di forme, che si fa ogni giorno più splendida: ma nella fisonomia non ha espressione di intelligenza; sarebbe una bestia sublime se non fosse una donna.

Giocarellando colla sua treccia, mi sono accorto che l'acconciatura di quello scialle era molto graziosa, e le ho comandato di spogliarmi: a mano a mano che perdevo gli abiti, Namouna tremava, curva su di me quasi a sfiorarmi il petto col petto; anzi nel liberarmi il bottone della camicia perdette così l'equilibrio che mi appoggiò una mano sulla bocca per non cadere — avevamo uno scialle in due.

— Dammelo: e tu infilati la mia vesta.

Ella se la gettò invece sulle spalle legandosi con civetteria i cordoni ai fianchi.

La pipa nel suo grembo, la testa appoggiata ad un cuscino io fumavo turcamente.

— Bevi dunque, esclamai, e getta via la bottiglia, come dovrei fare io colla mia vita ancora più vuota.

Mi prese in parola e vuotandone il resto di un fiato la scagliò così energicamente, che le sue gambe ne seguirono quasi l'impeto: e mi cascò sul petto. Cominciava ad essere ubbriaca.

Le soffiai una boccata di fumo nei capelli.

— M'esce il fumo dalla testa.

— Che cosa ci resta allora?

— Il fuoco.

— Namouna, mi vuoi bene?

— Io adoro... e a me chi mi vuol bene? Al Cairo morivo di fame e di caldo... qui è lo stesso.

— Adorami dunque; vediamo che cosa sai fare.

Mi fissò un momento colla faccia attonita, mise un lampo dagli occhi e si alzò barcollando. La vesta dalle spalle rovesciandosele capricciosamente sui fianchi, costretta dai cordoni finse il più bizzarro costume. Così andò in giro a tutte le poltrone, e pigliandone i cuscini me li adattava sotto il dosso in una enorme bica senza che lavorandomi intorno si accorgesse di essere seminuda; due volte la sua treccia mi sferzò il volto senza che pensassi ad afferrarla: poi ella uscì e tornò recando alcuni vasi cinesi dalla sua camera, che dispose intorno al divano, quasi intorno ad un altare o ad una aiuola della quale io fossi il fiore principale, e quando ebbe composta la sua scena, guardandola con soddisfazione d'infantile vanità, uscì ancora e rientrò con una ghirlanda di rose così bene imitate, che posandomela sul capo gliela strappai per odorarle.

— Fiori di seta, affetti di donna!

Ci guardammo.

Ella era ubbriaca: io dubitavo di esserlo.

Quella vergine mascherata da baccante e quella passione tuttavia bambinesca nella violenza mi facevano sullo spirito l'effetto della spuma dello sciampagna sul palato, mentre l'odore delle candele e dei vasi mi avvolgeva e Namouna si disponeva ad adorarmi come un Dio.

Infatti mi accomodò la ghirlanda sulla testa, distese una piega dello scialle e s'inginocchiò. Non fumavo più: la pipa si era spenta quasi per non tradire la mia parte di divinità. Tacevo; ella parlava in silenzio cogli occhi supplicandomi senza sapere forse di che cosa: le sue pupille sorridevano languenti ed ingenue, mentre la sua bocca tremante in un ansia di confetto e insieme di bacio non poteva più muoversi. Il suo linguaggio si accentuava in un palpito, si smorzava in un sospiro, svaniva in un pallore: aveva tutta l'eloquenza delle parole e il fascino del silenzio. Come lo comprendevo!... Al di sopra della giustizia vi è l'equità, al di sopra della forza la bellezza, al di sopra della bellezza la voluttà, al di sopra della voluttà la gloria, al di sopra della gloria l'amore, al di sopra dell'amare l'essere amato: lasciarsi amare, ecco il divino dei piaceri, che i grandi bugiardi inventori dei paradisi hanno scordato.

Mi lasciavo adorare: l'orgoglio, come una serpe ai primi raggi del sole, mi cresceva dentro al petto per cento lubriche spire: un calore mi saliva per tutte le vene, mi sentivo la corona sul capo, mi vedevo una donna ai piedi; non era il mio sogno? Se le foglie delle rose si fossero convertite in foglie di alloro, se Namouna si fosse mutata in una regina, quel gabinetto moderno in una sala antica, quel divano di palissandro in un divano di corallo, quello scialle di Milano in una clamide greca, il mio corpo secco e peloso in quello bianco e levigato di una statua... il sogno si compiva per sempre! Nullameno, una donna mi adorava ginocchioni, e potevo così sfogare su lei il senso doloroso di questa manchevolezza. Ad un tratto questo senso mi si acuì, una rigidezza indefinibile mi stirò le membra e fissai la fanciulla con uno sguardo così duro che non lo sostenne: si velò gli occhi colle palpebre, e lasciandosi andare come una Maddalena sulla gamba che mi penzolava dal divano, se la strinse convulsivamente contro la fronte infiammata.

A proposito, il gabinetto non era eccessivamente caldo.

Avrei voluto calpestarla, ma non osai chiederglielo: posare il piede sulla bocca fremente di una vergine, ecco quello che tu filosofo non potrai mai capire, nè io più disgraziato ottenere!

Poi sollevò il capo e sospendendosi colle treccie la mia gamba al collo, me la mangiava dai baci.

— Namouna, qui. Se ti amassi, che cosa mi daresti?

— Sono povera io.

— Sei donna... Vuoi amarmi, povera ubbriaca, vuoi?

— Sì.

— Da quando mi ami?

— Sempre.

— Molto?

— Così! e apriva le braccia.

— Allora alzati e vattene.

Mi guardò trasognata.

— Debbo ripeterlo?

La poveretta si alzò veramente ubbriaca barcollando. La lunga vesta le strisciava dietro sul tappeto sotto la magnifica nudità del suo torso.

Era affranta: la grazia del suo passo scomposto mi rendeva più acre il piacere della ripulsa e la lascivia degli sguardi coi quali lambivo la sua nudità verginale. Alla porta ella rivolse la testa con atto disperato e scoppiò in singhiozzi.

— Namouna, prima di andartene spegni le candele e porta via i fiori.

Era l'ultima sferzata, non la sostenne.

Domani dovrò ricordarmi di comperarle un abito per questa sua prima disobbedienza.

Forse nel domare la carne vi è più epicureismo che mortificazione, giacchè la violenza nella castità genera quasi sempre un misticismo più voluttuoso di tutti i libertinaggi. Le ballerine di Sibari inaffiavano le rose dei loro vasi col Falerno; le monache inaffiano quelle della loro anima colle lagrime, e le ottengono di un odore più acuto e delicato. — Se le pareti delle celle avessero ritenute le parole sfuggite al petto dei santi nelle loro estasi, quanti inni leggeremmo adesso più belli dei più belli di Hugo, e come dovremmo impallidire di vergogna, noi che ci vantiamo di saper vivere davanti all'orgie sentimentali dei grandi, che la Chiesa ha giustamente alzati sugli altari!

Da Casalecchio.

Domani è sabato.

Si dice che Alessandro dormisse alla vigilia di Arbella, Condè a quella di Rocroy, ed è caro crederlo per la grandezza del carattere umano: però ne dubito. Io non dormirò questa notte.

— Addio, Anselmo: ci parleremo dopo Filippi, e possa tu ripetere nella tua malinconia di onesto uomo: virtù, non sei che un nome vano! Sulla porta di un cimitero di giustiziati sta questa iscrizione:

Deus vitam, lex necem, pietas sepulcrum.

Sulla porta dell'anima di Mimy voglio scrivere:

Da Dio l'essere, dalla legge il sepolcro, dall'amore la vita.

20 settembre.

«Ci parleremo dopo Filippi» ti avevo scritto: adesso vuoi una lettera o una scena? Ti scriverò da amante, da artista o da uomo di spirito, poichè fino ad un certo punto posso pretendere a tutti questi nomi? È la prima volta che scrivendoti mi trema la mano. Perchè? Pur troppo abbiamo in noi sentimenti che non ci sappiamo spiegare come quelle maschere che in un ballo scompaiono tra la folla dopo susurratoci un incomprensibile discorso: invano vorremmo indovinare chi sotto di esse si celi: ci sono note ed ignote; epperò fuggenti non possiamo seguirle, nè perdute ritrovarle. Si era vissuto trent'anni e questi sentimenti non avevano traversato la nostra coscienza, si vivrà altri trent'anni e non la traverseranno forse più... Incomprensibili ore di vita, che il tempo sembra aver rubato ad un'altra e che passano nella nostra, come un uccello dell'equatore per una contrada nebbiosa d'Inghilterra: inestimabili diamanti travolti nei ciottoli di un ruscello montanaro!

Nello Ecclesiaste è scritto che ogni cosa ha la sua ora, la nascita e la morte, la gioia ed il dolore; ma il grande di quei proverbi immortali saprebbe dirmi: che cosa occupi questa mia ora? V'è l'ora del dubbio anelante, della lotta convulsa, della trepida vittoria, del languore crepuscolare — poi il languore si dissipa... oh ditemi dunque il nome di questa ultima ora!

Ma è ora che ti conti sul serio qualcosa.

Vieni, Anselmo, ritorniamo pei sentieri di questa notte. Veramente ne sono uscito solo da troppo poco, perchè ripassarvi in due cercando dove mi arrestai fremendo ad ascoltare il silenzio, o bevvi tra l'ombra un raggio di luna, sia dolce della malinconia religiosa del passato; ma ho premesso di condurti meco e dovesse la tua onesta compagnia profanare quei nascosti sentieri, vieni, li rifaremo. Ti dirò tutto, ma se nel mio racconto ti appaiano vani o contraddizioni, tu filosofo non te ne offendere: sarà forse una circostanza che il cuore commosso tenta nascondere allo sguardo freddo della ragione; una immagine, che arrivata questa notte dalle regioni della poesia si è gettata il mantello sul capo e si è stancamente assopita; sarà un sentimento, che nel delirio della voluttà perdette la parola, o un pensiero che ricredutosi nega di mostrarsi e si appiatta dietro i neonati gelsomini... Non potrò, non vorrò forse dirlo, e tu credine ciò che meglio ti piace, ma non ti lagnare.

Vedesti mai le capre inerpicarsi pei greppi a divorare le buccie degli sterpi incarogniti dal vento? Notasti con quanta destrezza profittano delle asperità del terreno montando e arrestandosi indifferenti ed insieme convulse? Così adesso le mie idee si sospendono alle roccie della memoria e del linguaggio per brucare una parola: come le capre sono bianche e nere, giovani e vecchie; alcune belano un saluto al mattino, altre paiono non vedere, non sentire la festa del giorno.

A questo punto un magnifico insetto, pallidamente verde, mi si posa sulla carta: lo conosco di vista; è uno di quei grandi signori che hanno per palazzo una rosa. La sua persona è tanto gracile che sembra camminare con fatica sulla carta levigata; eppure le mie labbra, non ha guari, erravano su carni più morbide delle rose e egualmente profumate!

Sabato mattina Namouna m'entrò in camera, che ero tuttavia a letto, recando una lettera di Carlo — ti aspetto a pranzo. — Io risposi: non vengo: a stasera. Mi alzai, presi un bagno, e, fattomi bello con più cura e minor successo della natura nel farmi brutto, mi chiusi nello studio. Avevo lo spirito coraggioso, lessi, mi posi davanti al mio quadro. Ho dipinto per due ore — è una donna che medita — tu più pessimista di me non gridare: al paradosso! Volevo esprimere il pensiero della sua meditazione e vi sono quasi riuscito, poi una piega dell'abito mi ha costretto a gettare furiosamente il pennello.

Era l'ora del pranzo. Mi sono fatto servire da Namouna. L'ingenua ammirazione delle sue occhiate avrebbe potuto pagarmi di tutti gli immani studi di toeletta, ma lo spirito mi si veniva facendo sempre più grave, talchè finii molto più a bere che a mangiare. Non giovò: come l'ombra si allunga invincibilmente al cadere del sole, la malinconia mi si stendeva sull'anima. Sellai io stesso Lina. È tutta bianca come il seno di una monaca, ha una testina più intelligente della mia e due occhi, che molte signore si augurerebbero; poi sono salito pei più deserti sentieri fino a San Luca. Il sole era curvo sull'Appennino quando mi arrestavo sulla spianata dinanzi al tempio. Mi sovvennero i bei versi del Carducci:

Sol di settembre, tu nel mezzo stai, Come l'uom che i migliori anni finì E guarda triste innanzi.

Triste il sole di settembre: triste l'ora, che perduta l'ardente poesia del giorno non ha ancora quella immaginosa del vespero, triste come il volto di donna che fu divinamente bella e perdendo la bellezza della gioventù non prese ancora quella della vecchiaia!

Come la criniera e le redini sul collo di Lina, mi ondeggiavano i pensieri nella mente. Andavo verso il casino di Mimy, quasi indifferente, e sentivo troppo questa indifferenza per crederci.

Il sole calava raccogliendo mano mano i suoi raggi e l'ombra saliva per le falde dei colli: io e Lina inoltravamo a testa bassa.

Avevano lasciato Giulietta ad aspettarmi. Carlo era serio fino alla tetraggine: la sua pelle dal colore dell'avorio ingiallito era passata all'altro dell'oliva acerba, mentre i suoi capelli ammutinati trionfalmente sotto il cilindro sembravano un manipolo di spighe sotto uno staio; Mimy ne rideva dondolandosi al suo braccio come un uccello sopra una fronda.

— Che c'è di nuovo a Bologna? gli ho chiesto ammiccando.

— È scappata la contessa Rina.

— Con chi!

— Coll'ultimo amante.

— Brava! ecco una donna che ha almeno la virtù dello scandalo: andrei quasi a Bologna per vedere l'aria trionfante di tutte quelle borghesi e quelle devote, le quali non troveranno mai un peccatore, che le faccia scappare.

— Così tu approvi.

— No, per due grandi ragioni: prima l'amante è brutto.

— Più del marito.

— Zitto! un marito è fuori della legge del bello: e Bologna è un paese anche più brutto. La Rina rimetterà difficilmente il piede nei saloni, perchè la Rina è bella e tutte le signore, che umiliava colla bellezza, la respingeranno come si respingeva Mirabeau dal ministero strillando immoralità! Rina tratta la galanteria da gran signora, che non teme disapprovazione; e ciò è troppo forte, perchè i deboli non la condannino per non condannare sè stessi.

Mimy mi ringraziò con un'occhiata.

— Me lo aspettavo che approvassi! Sei di una immoralità rivoltante. Una donna, prorompeva sdegnosamente, per una sordida sete di scandalo fugge coll'amante, infama il marito, disonora la vecchiaia de' suoi genitori, rovina due famiglie... e tu applaudi! Non poteva contentarsi dell'amante senza lo scandalo?

— Ecco la grande distinzione: hai troppo ingegno per non riconoscere al fatto la legittimità della natura, ma la franchezza della forma ti ripugna, mentre in essa sarebbe la redenzione del fatto, se fosse colpevole. E che ne sai tu avvocato, di questa sordida sete di scandalo, che spinse la Rina a rovinarsi invece di godersi quietamente e palesemente l'amante come le sue oneste amiche? Lo sai se non soffriva nella casa maritale? Quali passioni violente si agitavano nel suo corpicino delicato? Se prima del triste passo non abbia pesato tutte le tue ragioni ed altre ancora e nullameno si sia decisa? Rispettiamo un po' più lo spirito delle donne e non lanciamo una sentenza di morte contro un mistero. Vuoi che ti dica perchè sei tanto arrabbiato contro la contessa?

— Perchè?

— Perchè a Bologna hai fatto fiasco colla marchesa: gli susurrai all'orecchio.

Egli mi scagliò una occhiata velenosa dandomi nel gomito.

— Che faresti nel caso del marito? insistei guardando Mimy.

— Mi vendicherei.

— Battendoti?

— Meglio: non sono gentiluomo io: battendo.

— Cioè assassinando.

— Mio Dio! che discorsi! interloquì Mimy visibilmente in pena.

— Hai ragione; per quanto generoso, il duello questa volta è ridicolo: l'amante può trionfare del marito come della moglie. Quando un amico vi uccide bisogna ucciderlo: dente per dente, occhio per occhio — afferrarlo per la schiena e piantargli un pugnale nel cuore. È la sola soddisfazione che rende possibile ancora il matrimonio. Dumas ha torto: il grido della giustizia non è tue-la, ma tue-le; la donna è innocente e corruttibile, noi corrotti e corruttori.

A queste parole pronunciate con certa esaltazione Carlo sorrise: gli accarezzavano l'intimo corruccio e mi approvava col cuore se non colla testa.

Quindi si alzò dicendomi con accento secco:

— Vieni.

Ci chiudemmo a chiave nel suo studio.

— Sono geloso, ruggì appena sicuro di non essere inteso. Quella donna è una infame civetta.

— La marchesa di Monero?

— Sì.

— Impazzisci: te lo avevo predetto. Non sei di forza a lottare con quella donna: e poi non ti ama.

— Chi te lo dice?

— Allora ti ama e sei geloso di te stesso: per un avvocato ragioni passabilmente.

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