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Al di là

PARTE TERZA (continued 3)

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La fanciulla lo guardava malinconicamente pensando forse al pericolo che lo minacciava.

— Avete ragione, rispose tetro; Amleto non può essere compreso da Ofelia, perchè la tortora non può comprendere l'avoltoio.

E proseguì; aveva scorto Mimy al braccio della principessa. Ofelia lo seguì con un lungo sguardo.

Passò vicino alle due donne, si fermò indifferentemente e legarono il discorso senza parlare del duello; ma la principessa sentì che egli aveva d'uopo di restar solo con Mimy, e cogliendo il destro con disinvoltura di gran signora si ritirò.

— Ho bisogno di parlarvi, fu la prima parola di Giorgio; venite.

Si girò gli occhi attorno,

— Andiamo nella anticamera: vi è meno gente.

Infatti v'erano poche persone che rientravano nel salone alle prime note di un ballo: in breve fu deserta. Ella rabbrividì, mentre la baronessa non veduta spiava in uno specchio tutti i loro movimenti. Giorgio si vide presso la porta socchiusa, mascherata da un graticcio di ginestre, del gabinetto destinato alle dame per le raccomodature della toeletta: era illuminato, pieno di specchi; dentro nessuno.

— Venite, saremo più ritirati.

— Mai! e lo fissò in faccia rimproverandolo.

Egli sogghignò mestamente.

— Sapevo che non mi amavate, poichè me lo avete detto più volte, ed avrete forse ragione, ma avete torto di non suppormi abbastanza gentiluomo per rispettarvi in casa d'altri. Venite, ho bisogno di parlarvi: sono forse le ultime parole che vi dirò; le ultime parole di un moribondo dovrebbero essere sacre per una donna.

Mimy fu intenerita: conosceva Giorgio coraggioso, e quell'allusione al pericolo di essere ucciso domani non veniva certo da affettazione romantica o da teatrale jattanza.

La porta era a due passi, il gabinetto esso pure destinato alla festa: Giorgio instava, poteva morire domani... Mimy cedette.

Entrarono rapidamente, cautamente senza chiudere il graticcio, ma egli che voleva un colloquio assolutamente libero, vedutasi innanzi un'altra porta afferrò un candelliere, e profittando del movimento repentino di Mimy la spinse innanzi, aperse la porta, fu nell'altra stanza e prima che ella avesse tempo di riaversi aveva diggià rinchiuso a chiave.

— Mimy, le disse appressandosele, abbiamo pochi momenti: domani mi batto per te; non è un rimprovero, sono contento di battermi per te.

— Giorgio! mormorava sottraendosi ancora incerta di sè medesima e della situazione.

— Oh! ti rispetterò, non temere; Mimy, ti amo, ti amo sempre, più di quando ero il tuo amante; mi è d'uopo ridiventarlo o morire. Più volte hai riso di questa parola: ebbene, mi batto, e se non giuri adesso di amarmi... no, è troppo, di lasciarti amare, ti giuro che mi lascio ammazzare.

Il suo aspetto era così appassionato, gli tremavano così la voce e gli sguardi, che bisognava credergli questa funesta risoluzione.

— Mi amerai?

— Non lo posso, rispondeva addolcendo la voce: non lo posso, Giorgio, e voi non meritate d'essere ingannato... Ma usciamo.

— Non mi amerai? mi lascerai piuttosto morire?

— Giorgio, siate ragionevole: ma perchè vi piaccio tanto? vi sono altre donne, che valgono ben più di me!

— Taci! ruggì infiammandosi; non rendere almeno volgare il rifiuto, non mutare il pugnale in coltello. E io che ti amo tanto! Avere più fiamma nel cuore che il sole non ne abbia sulla fronte, e doverla spegnere nel sepolcro! Povera donna! se tu conoscessi il cuore che rifiuti...

Ma l'esaltazione, che pareva ammorzatasi nella tristezza, fiammeggiò ancora: si strinse violentemente il capo e con atto anche più violento scuotendolo, ne svelse un pugno di capelli. Mimy, impaurita, guardò la porta come per tentare di fuggire, ma egli che se ne accorse le sbarrò il passo.

In quel punto s'intese rumore nel gabinetto. Mimy gelò. Attesero due o tre secondi senza respiro: furono bussati due colpi alla porta.

— Siamo in casa d'altri: non facciamo scandali, si udiva susurrare la baronessa.

— Perduti! pianse Mimy accasciandosi sotto questa nuova ruina, e sarebbe caduta se Giorgio non la sorreggeva.

La situazione non poteva essere peggiore. Con un moto di belva sorpresa, Giorgio si guardò attorno per fuggire; non v'era scampo. Avventò un'orrenda bestemmia, alla quale Mimy rispose con un singulto.

— Mimy! proruppe sordamente inginocchiandosele innanzi; tanto meglio! Carlo non può assassinarci qui: dovrà battersi meco, ti prometto di ammazzarlo. Amami: non hai che me per salvarti, e ti salverò.

Mimy era fuori di sè, lo fissava con occhio istupidito non comprendendo il senso di quelle parole.

Furono bussati altri due colpi e s'intese come l'appoggiarsi di una spalla alla porta per forzare la serratura.

— Coraggio, Mimy, apro: dammi un bacio. Così inginocchiato se la prese contro il petto, indi si levò risoluto, ma ella gli si lanciò al collo e rimasero abbracciati.

Giorgio tentava di liberarsi.

— Fermatevi! udirono dietro una voce e videro la marchesa orribilmente pallida sulla soglia di un usciuolo nascosto dalla tappezzeria: si avanzò lentamente cogli occhi su Mimy.

— Uscite, le disse, e andate subito in sala a raggiungere la San Marciano, che vi salverà col suo spirito.

E accompagnò questa parola con un gesto così solenne che Giorgio ne fu colpito, e l'altra uscì macchinalmente quasi quel gesto la spingesse: però uscendo si dimenticò di chiudere l'usciuolo. Gli altri non se ne avvidero, entrambi avevano abbassata la testa.

La marchesa si riebbe prontamente, e poichè la porta era sempre violentata, accennò a Giorgio di aprirla: poi infilandogli il braccio compose il volto a una fredda alterigia. La porta cedette e Carlo, che si spingeva, restò percosso sulla soglia.

— Ci permetterete almeno di passare? gli disse la marchesa con voce stridula, schiacciandolo sotto uno sguardo di disprezzo.

— Voi! esclamò indietreggiando.

— Forse che la baronessa vi avrebbe fatto sperare altri incontri?

Questa si fe' rossa nel volto come nel naso.

— Andiamo, signor conte, sento la musica che ricomincia. E passò in mezzo a loro con una inesprimibile maestà di portamento.

In quell'istante Mimy passava per l'anticamera al braccio della principessa.

— Avete voluto ingannarmi e rendermi per giunta ridicolo: mormorò Carlo sordamente stringendo il braccio della baronessa; badate a non pentirvi un giorno di questo ignobile scherzo.

— Scherzo! ribattè: venite meco e vi prometto di trovare l'uscio per dove l'ha fatta evadere. È una vecchia commedia: non mi ci piglieranno.

Però molta gente ingombrava l'anticamera, e quel colloquio soverchiamente animato attirava l'attenzione, di guisa che non si poteva decentemente entrare colà dentro. Sulema comparve in quell'istante e rinchiuse la porta a chiave.

La baronessa si morse le labbra: anche questa volta Mimy aveva vinto.

Tutto cotesto tramestìo non era passato senza nota: le donne, che non corteggiate cercavano distrarsi spiando gli altrui amori, avevano osservato l'alterazione del volto della marchesa e degli altri, onde la baronessa ritornando in sala non ebbe che a lanciare una favilla per destare l'incendio. Elisa passeggiava al braccio di Giorgio, che già tutti parlavano della sua avventura guardandola curiosamente; se ne avvide, ma giuocando di audacia non volle lasciare il cavaliere e si sforzò di attaccare discorso.

Del Pino le si fe' incontro quasi stravolto: aveva in mano una rosa e la sfogliava.

— Perchè stracciate questa bella rosa?

— Perchè la bellezza è una maschera, il profumo una menzogna e un uomo può ben stracciare una rosa quando una donna straccia in una volta più di un cuore.

— E quando l'avrete stracciata? rispose colla massima calma: le rose non cesseranno di essere belle, odorose e le donne...

— Si serviranno della bellezza per attrarre e dello spirito per uccidere.

— Ecco una massima che potrebbe essere un'offesa, interloquì Giorgio.

— E allora?

— Oh! fra nostri pari...

La marchesa li considerò un momento senza che la ruga della fronte le si spianasse. Era ancora più livida che pallida; il suo occhio aveva uno sguardo feroce. Vide passare Ofelia e se le accompagnò, ma aveva mutati appena due passi, che ecco Sulema farle un segno.

Carlo, Mimy e la baronessa si disponevano a partire.

Ella mosse loro incontro e accettò senza obbiezioni il pretesto inventato per giustificare quella troppo pronta ritirata: li accompagnò alquanto e offrendo il braccio a Mimy:

— Dunque addio, signora... siate felice.

Stavano sul limitare dell'anticamera; Carlo e la baronessa erano innanzi pei mantelli.

— Eppure se mi avessero detto, questa non è la donna che cerchi, avrei giuocata la testa che non mi ero ingannata. Voi... la coperse di uno sguardo sfolgorante di mille passioni: maledetta! esclamò respingendola brutalmente dalla porta e tornò fuggendo nel salone.

— Mi fate quasi paura, disse Ofelia imbattendosele daccapo e non sapendo ancora nulla dello scandalo del gabinetto.

Ristette: poi afferrandole il braccio con impeto repentino:

— Volete un consiglio da chi ha vissuto troppo e può darvelo? proruppe sordamente. Guardatevi dall'amore voi che siete bella, come dal vaiuolo. Se guardando un quadro, se leggendo un libro, se ascoltando un uomo o una donna vi sentite gonfiare il cuore... soffocatelo, sarà ancora ventura. Diffidate di tutto, del sole, del cielo che vi sorride, della terra che vi fiorisce intorno: diffidate degli uomini che sono bruti, delle donne che sono maschere — innamoratevi di voi stessa: ecco il mio consiglio e respingete sino l'idea di un altro amore.

Ma pronunciando queste ultime parole scoppiò in un riso convulso.

Ofelia la osservò incantata e mezzo sbigottita.

— Vi ho fatto proprio paura, segui accorgendosi, malgrado la tempesta nell'anima, di aver trasceso. Ma sapete, Ofelia, che i vostri capelli neri sono magnifici! Che bel lenzuolo per chi suicidandosi potesse avvolgervisi e cadere nel sepolcro... Belli! e le accarezzava un riccio sul collo: neri come un panno mortuale.

— Che brutte idee!

— Brutta la morte! aspettate, fanciulla, di conoscere la vita.

Quindi piantandola bruscamente come l'aveva afferrata, s'insinuò fra la folla.

CAPITOLO XI

Si quelque chose peut encore me persuader que je fus homme et j'eus de la pieté, c'est le spectacle d'une belle douleur, qui se noie dans une sale volupté.

Lettere ad Alberani — Ottone di Banzole.

Mimy era quasi svenuta alla maledizione. Carlo ritornando colla pelliccia la trovò languidamente appoggiata al muro con Sulema, che la reggeva: le fu premurosamente attorno, ma ella, che aveva chiusi gli occhi, li aperse vivamente e riconosciutolo si sforzò a dominare l'emozione.

Per istrada non dissero una parola, a casa ognuno si ritirò nella propria camera; Mimy traversando il gabinetto roseo cadde sfinita sopra una sedia. Era così abbattuta nel volto, che Giulietta soffocò un grido di spavento sostenendole la fronte che si piegava quasi morta.

— Mio Dio! esclamò: brucia!

— Se tu potessi mettere una mano qui dentro..., e le indicò il cuore.

Giulietta le si inginocchiò innanzi, ella le abbracciò il collo e nascondendole la testa nelle spalle pianse. Le lagrime prima rare e grosse come i goccioloni che precedono i temporali, scesero poco a poco meno difficili, continue, senza un singhiozzo — lagrime mute di un dolore nel quale colla speranza era cessata la facoltà del lamento; lagrime di amore sventurato e innocente, che la natura non volle si potessero mai cristallizzare perchè le stelle non fuggissero disperate d'invidia e la notte incombesse buia buia...

E quel pianto mesto le accarezzava colla sua armonia quel dolore, perchè vi è una ineffabile armonia nel pianto muto: tutti quei lamenti che muoiono prima di aver vagito, quei sospiri che cadono a mezzo la via, quei rari aneliti che paiono il soffio d'una voce estintasi nello sforzo inutile di voler gridare, quei brividi dell'affanno che si dibatte senza muoversi come un cacciatore nelle spire di un serpente... fanno una musica senza nome, la quale passa sull'anima come un vento e la trasporta... Il cielo è bruno, il vento è freddo e l'anima è trasportata sempre più in alto, lontano... il mondo è rimasto laggiù che non si vede e non si ode: nessun astro sorride, ma il vento non si stanca, e l'anima, che si sente rapita, vi batte l'ali convulsa quasi per farsene un appoggio e non cadere.

Mimy piangeva abbandonata al pianto, come una barca, cui si rompa il canapo, alla corrente di un fiume: e le pareva che il pianto la trascinasse lungi dal suo dolore — meravigliosa previdenza della natura, che ha dato il pianto al dolore per lasciargli più lungamente la vittima. Giulietta commossa da quelle lagrime si obliava in quel affanno non suo.

Poi come negli uragani, quando l'acqua scema infierisce il vento, il pianto imperversò: Mimy alzò il capo scoppiando in singhiozzi.

— Mio Dio! che cosa è stato? supplicò affettuosamente la fanciulla.

L'altra la guardò come se la domanda fosse strana.

Il mondo non aveva dunque sentito la tempesta che l'aveva schiantata!

Si levò con impeto e respingendola mosse qualche passo per la stanza: era fuori di sè.

— Cosa è stato eh? urlò fermandosele innanzi. È stato: oh ma è impossibile! è Dio che mi perseguita: che cosa gli ho fatto io!

Giulietta taceva e piangeva. Mai la sua padrona era stata così angosciata; la buona fanciulla s'affliggeva di non poterla soccorrere. Se si fosse trattato di un sacrificio, di soffrire lei... volentieri! ma quel dolore non lo comprendeva e si trovava come sulla sponda del canale, entro cui l'altra annegava senza poterle allungare abbastanza la mano perchè vi si rattenesse.

Poi anche i singhiozzi cessarono e Mimy cadde in una immobilità di statua: Giulietta non osò di chiamarla. Attese un pezzo, ma come l'altra non rinveniva finse di ritirarsi, lo stratagemma riuscì; Mimy si destò di soprassalto e riconoscendola:

— Va a letto, mormorò, deve essere tardi.

— Mi lasci qui nella sua camera: starò vicino al suo letto, se avrà bisogno...

— Buona! rispose considerandola con malinconica tenerezza: va, poveretta. Non voglio che tu soffra per me; soffro io per tutti.

— No, vada là: non le domanderò più nulla. Questa notte può sentirsi male; io sarò lì.

— Ma che cosa farai fino a giorno?

— Starò in un angolo dietro la tenda, se non mi vuol vedere.

Questa prova di amore fece bene a Mimy, ma ancora troppo sconvolta per abbandonarvisi aveva bisogno di essere sola, di non essere più nel mondo. Giulietta dovè ritirarsi: uscì lentamente e sulla porta si rivolse con un'ultima speranza. Mimy la attirò con un gesto:

— Dammi un bacio, Giulietta.

Mimy la baciò sulla fronte e entrò quasi tragicamente nella sua camera. Il suicidio le aveva gettato improvvisamente la propria ombra sull'anima.

Morire!

Profondarsi nelle tenebre e nel silenzio... Dall'orlo estremo della roccia, sulla quale già irrompeva la lava in onde di fumo e di fuoco, spiccare un salto e giù nell'abisso: più nulla, eternamente più nulla. L'anima inseguita s'affacciava alla roccia e si arretrava affascinata dalla calma infinità di quel vuoto. Perchè attendere l'onda fiammeggiante, sentirsi ardere i piedi, gli stinchi, i ginocchi, non avendo più nello spasimo la forza di gridare e conoscendo che ogni grido sarebbe perduto? No, meglio laggiù: spiccare un salto, e nella rapidità della caduta il vento vi spoglia di ogni veste e l'anima si perde atomo bruno nell'immensità della tenebra.

Appena nella camera, Mimy ritrasse le cortine dal letto e lo considerò.

— Morta!

Si assise sulla sponda pensando.

Quella idea del suicidio, travoltale nella mente dalla fiumana del dolore, ella l'aveva afferrata colla disperazione del naufrago. Adesso si sentiva più calma, non piangeva, non singhiozzava più: morire... tacere per sempre. In quella sfinitezza pregustava già la quiete ineffabile del sepolcro. Le pareva quasi di essere morta, poi di morire ancora avanzando per le regioni della morte solo per sentirsi sulla fronte la blanda frescura del loro tacito vento. Era vestita di nero, camminava per una landa; il vento le respingeva le vesti e i capelli, camminava sospinta da una forza muta...

Così di fantasia in fantasia perdeva la coscienza della realtà e la placidezza dell'anima trasfondendosi nei sensi ne calmava i nervi torturati. Divagò, si allontanò oltre ogni confine, ogni paese e finalmente si ritrovò dinanzi al mondo, dal quale si era precipitata, senonchè questa volta le parve meno terribile: quindi il suo pensiero risalì la roccia. Il vulcano fumava ancora, ma la lava si era indurita sul terreno. Colla mesta curiosità dell'esule guardò i siti abbandonati, mentre la memoria dei patimenti sofferti ripalpitava come un'eco; l'eco crebbe mano mano, più patetica, armoniosa, finchè una musica vi si confuse distendendovisi mollemente. Mimy ascoltò. Le parole non s'intendevano, ma le note si esprimevano meglio che le parole — quella musica la conosceva, era di Mariani e si doleva per lei. Mimy ascoltava. La musica si appressava: fremiti improvvisi le passavano quali colombe sulla fronte inseguiti da qualche nota acuta come gridi erompenti da quella ineffabile querela; poi la musica si abbassava simile ad un velo che la rugiada spruzzava di lagrime, s'abbassava più lenta... cadeva a lembi; Mimy pure abbassava il capo, i capelli le piovevano dalla fronte, non vedeva, non udiva più nulla... piangeva!

Si trovò che piangeva senza affanno; ma la realtà riapparve bruscamente e l'anima, che dianzi aveva imprecato, cadde sulle ginocchia e mormorò la preghiera della rassegnazione. Ma perchè piangere tanto su ciò che era irreparabile? Non lo sapeva che il fantasma della felicità era un fantasma di nebbia e doveva sciogliersi si levasse il vento o raggiasse il sole? Amare una donna e pretendere che questo errore di cuore e di sensi non avesse mai a dissiparsi! Certo ella aveva amato: aveva vissuto per amare, morirebbe d'amore — triste destino! Morire d'amore senza avere altrimenti amato che come l'infermo partecipa dalla finestra alla gioia di primavera folleggiante sui prati e sui colli...

Era rassegnata, ma sentiva tutto lo sconforto della rassegnazione. Fanciulla, aveva amato una stella: giovinetta, suor Maria; donna la marchesa, ed ora che l'anelito dell'amore le si era confuso coll'anelito della vita la stella non si vedeva più confusa nella folla scintillante del cielo, suor Maria, mistico fantasma, sognava prigioniero in una cella di Fognano e la marchesa si allontanava corruscante di bellezza e di maledizione come una cometa. Ma perchè la cometa fuggiva la vista del fiore, che chiuso ai soli dell'inverno e dell'estate non erasi aperto se non al suo raggio fatale?

Povero fiore... Aver sognato di morire nel bacio ardente di quell'astro vagabondo e morire invece nel putridume delle rugiade! Ma perchè mentre tutti i fiori vivevano contenti del sole, questi aveva atteso la cometa? Bizzarro destino! Una donna che ama una donna, un amore che nasce nell'identità di sesso, e la ragione invece di strapparlo lo feconda, la fantasia lo bacia, tutto gli sorride; il dolore gli fa velo perchè non muoia nel freddo dell'alba, la poesia lo scalda più del sole: appare l'astro in cielo, il fiore palpita, l'astro sorride, poi s'abbruna, getta un lampo e dilegua... E se ciò non fosse stato che un sogno? Se la marchesa avesse scherzato col suo cuore malato, come si scherza coi fanciulli intrattenendoli di fole? Eppure no: la marchesa l'aveva realmente amata. Che cosa era dunque questo amore?

Non lo sapeva, e lo sapeva perduto al momento di coglierlo.

Sentimento e ragione si confondevano in questi pensieri e l'anima naufragava. Morire innocente colla maledizione del colpevole... Innocente? lei, l'amante di Giorgio! no, no: bisognava morire perchè l'amore era morto, e Elisa potesse cercarsi un'altra donna più bella e più pura e in un giorno di felice voluttà ricordandosi della povera Mimy ordinare alla maledizione di allontanarsi dalla sua tomba — Maledetta no, piuttosto un altro inferno, piuttosto la maledizione di Dio...

Questa idea la fece torcersi spasmodicamente le mani, ma non piangeva più.

Stava forse da due ore sul letto quando l'uscio s'aperse discretamente e Carlo entrò in costume notturno da marito.

Mimy non lo vide, le cortine l'impedivano.

Camminava sulla punta dei piedi, s'appressò, prese un lembo della cortina. Mimy aveva i capelli in disordine, il viso quasi cadaverico, ma bella, poetica in quell'atteggiamento. Egli medesimo si commosse credendo d'indovinare in quel dolore una gelosa vanità di donna. Si chinò per sentirla respirare, ella aperse gli occhi e glieli sbarrò in faccia.

Egli!

Priapo e Lotide... Egli non sostenne la meraviglia di quell'occhiata e lasciando ricadere la tenda, sedè sulla sponda del letto. Perchè dopo tanti mesi di assenza i due coniugi s'incontravano ancora nel talamo? Chi può analizzare la logica di un marito e il sentimento di un avvocato? Respinto dalla marchesa voleva conservarsi Mimy, offrendole qualche compenso per lo scandalo della festa? O tornava a Mimy per fare oltraggio alla marchesa? O la marchesa fiammeggiavagli così nel pensiero, che avesse d'uopo di una donna e toccasse a Mimy di fare per lui tale ufficio in quell'istante.

Ecco alcune ipotesi discutibili, e se al lettore paiono poche le raddoppii, e risolva il problema che noi ci contentiamo di proporre.

Il letto era forse troppo largo per una sola persona, ma certamente troppo stretto per due, sicchè le loro teste s'appoggiavano sul medesimo cuscino: ella non aveva cangiato positura, cogli occhi bassi, pensava, non pensava più a nulla sentendosi sempre più invadere dal sentimento della morte. In quel punto era già fuori della vita, tutte le speranze erano morte, tutte le disgrazie esaurite, il mondo stesso dileguato... Non restavano che la marchesa e Mimy, ma ella stava sdraiata sul coperchio della propria tomba e l'altra svaniva come una meteora in fondo all'orizzonte. Come i suoi capelli neri lucevano sul terso azzurro del cielo! Come la sua fronte si rivolgeva terribilmente bianca! Mio Dio, essere una santa, essere Dio per chiamare quella meteora e dirle... oh mio Dio?

Le sfuggì un sospiro. Una mano le cadde leggiera leggiera sopra una spalla. Era Dio, che avendola intesa rispondeva? No, ma qualcuno che poteva somigliarvi. Carlo credendo di comprendere quel sospiro voleva consolarla. Una mano le si era appena appena posata sulla spalla, che un'altra le passò sotto il dosso, onde dolcemente sollevata venne a cadergli sul petto. Non capiva; il viso smorto non esprimeva che stanchezza: aveva bisogno di dormire — to die — to sleep, dormire, morire. Ella gli posò inconsciamente il capo sulla spalla, bada! e subito una bocca calda quanto un ferro da stirare le si incollò sulla fronte... Oh! la voluttà stava dunque ubbriaca sulla soglia della morte per impedire alla vita disperata di cercarvi un rifugio? Non sì udì che uno strido di fanciulla, cui l'acqua del canale travolge, uno strido di allodola sulla quale piomba il falco e risale già morta in cielo... poi un gorgoglio, un soffio come un batter d'ala di falco...

CAPITOLO XII

Les tempêtes de l'Océan ne sont rien pour celui qui connait les tempêtes da cœur — le marin qui s'aventure dans les unes n'a souvent le courage de l'artiste, qui veut peindre les autres et s'y élance seulement pour en être ballotté: mais si nulle terreur au monde n'égale la terreur d'une tempête en mer, nulle volupté n'est si enivrante que de contempler la tempête d'un cœur, lorsque le souffle de l'ouragan passe sur le vôtre.

Lettere a Ortolani — Ottone di Banzole.

Mimy era seduta sulla sponda del letto: un rossore febbrile le svaniva sul volto.

Al pendolo suonarono le due e tre quarti.

— Sola! mormorò levandosi. L'espressione di quella calma desolata era scomparsa e le rughe le si sollevavano e spianavano sulla fronte, come le onde in mare al vento: sedè a un grazioso tavolino di lacca e reclinando la testa sulla palma cadde in profonda meditazione. Si sentiva ancora più agitata che al ritorno dalla festa, quando lacerandosi il cuore coll'unghie del rimorso, piegava mal rassegnata alla sorte, ma convinta di meritarla. Adesso era ben altra la tempesta. Carlo l'aveva sollevata.

Morire senza aver nulla goduto, frangere la tazza, nella quale fuma il vino di una vita olimpica nell'atto di recarla alle labbra... Sì, e mentre pentita eroicamente di una colpa non propria si compie il sacrificio, un uomo vi tende colla insolente famigliarità del marito un lurido boccale di birra... Non era forse presto per morire? lei, che la marchesa aveva amata e che sentivasi, malgrado ogni rimorso, ancora degna di amore, morire... Non era possibile: la voluttà ridestata si aggrappava al dolore e gli contendeva l'arma omicida.

Ma perchè non vi sarebbe un rimedio? Tutto fuorchè morire, fuorchè perdere la bellezza, scendere laggiù nel sepolcro così gelido e così buio... Morire, farsi fredda, brutta: l'occhio cerulo smorto che pare di vetro colorato, la bocca livida, le mani, oh! le mani del cadavere stecchite che non si possono toccare dal ribrezzo: poi essere spogliata di quello stupendo costume alla Margherita, lasciata in camicia: poi i becchini, la cassa. No era troppo giovane ancora, troppo bella per finire così...

Morire? Che ne penserebbe Elisa? Dove andrebbe questa grande infelice?

Si fermò: la marchesa non le avrebbe creduto, se le avesse spiegato il mistero di quella scena? Certamente si erano sempre stimate e nessuna di loro avrebbe mentito in simile caso; ma bisognava presentarsi, avere tanto coraggio di raccontarle ogni cosa per filo e per segno: dirle non sono morta di vergogna, perdonatemi, perchè non ho il coraggio di morire: una nuova bassezza per redimerne un'altra!

Certo la marchesa si sarebbe alzata coll'espressione del disgusto sul volto. Mimy indietreggiò: non era più una fanciulla che piegava atterrita dall'uragano, ma una pantera, che chiusa nel vallo ad ogni modo vuole uscire e spicca balzi, tenta le porte, scruta le fessure e se non urla, l'anelito glielo impedisce. Non voleva morire senza vedere Elisa, non voleva perderla. Cercò o meglio ancora le parve cercare: sarebbe corsa da lei sopra una strada selciata con frantumi di vetro se glielo avessero ordinato.

Tornò a passeggiare arrestandosi allo specchio. La candela sul tavolo non splendeva abbastanza per illuminarlo perchè potesse vedersi bene nella lastra: pensò a Giorgio. Anch'egli era in pericolo di morte per lei, sciagurato! La mamma doveva essere afflitta di essere stata invano perversa; tutti infelici quella notte, meno Carlo. Oh, per lui non esistevano certi dolori!

Il pensiero di Carlo la respinse nuovamente verso sè medesima. Vedeva la propria orribile vita, accettando di vivere una volta partita la marchesa. Era impossibile che la mamma non arrivasse ad indovinare la generosità di Elisa e a divulgarla con tutti: Carlo, che non sapeva ancora del duello di Giorgio, lo saprebbe e si stimerebbe tradito: altri scandali. Poi la mamma che entrerebbe a difenderla per inasprire la contesa, poi Giorgio innamorato e cavalleresco che guasterebbe ogni cosa; nel miglior caso, inevitabile una separazione, e allora la società la respingerebbe. Non un mezzo per liberarsi dall'amante come dal marito. Giorgio l'assedierebbe, si batterebbe per lei, la costringerebbe a riceverlo; quindi bisognerebbe fuggire da Bologna dietro un uomo innamorato, ma capace di morire oggi per lei come di piantarla domani... Poi l'abbandono, la solitudine, la degradazione dopo la vergogna... A che rattenersi sopra una tale china di ghiaccio? Così la fanciulla che aveva amato una stella, che aveva pianto sulla propria verginità, che era rimasta pura nell'adulterio, veniva mano mano infangandosi e finiva come tante sciagurate del popolo. Allora non era meglio morire?

Lo credette: ma bisognava pure risolversi, perchè la marchesa partiva domani e il domani era già arrivato. Stava per decidere di tutta la vita. Come incalzava furioso il tempo!

Sentì mancarsi il respiro, così la colse inavvertita la necessità di risolversi subito: guardò l'orologio. Le tre e mezzo; fra tre ore il giorno imbiancherebbe.

— Mio Dio! mio Dio! esclamò nascondendosi il volto nelle palme, e cadde sulle ginocchia. Nelle circostanze scabrose i fanciulli piangono, le donne pregano, gli uomini bestemmiano — tre partiti ugualmente naturali e vani. Mimy pregò, forse non sapendo chi, per qual cosa: ma la preghiera è un trionfo del sentimento sulla ragione, e si levò più calma. Aveva risoluto: tornò al tavolo e scrisse con mano febbrile:

«Signore,

«Questo stato mi opprime: non posso più lungamente durarlo. La marchesa è innocente, è una donna sublime, che avete ragione di amare. Io era in quel gabinetto, io che vi inganno da tre mesi, ma che non vi ingannerò più. Non vi racconto la mia caduta, perchè mia madre ve l'ha raccontata; non cerco scusarmi. Io medesima non mi comprendo e scrivendovi non so bene quello che mi dica.

«Siate più felice di me: dimenticatemi. Amandone un'altra non vi sarà difficile; così non avrò almeno il dispiacere di affliggervi allontanandomi per sempre.

«Vi raccomando Giulietta.

«Non mi cercate; fra noi tutto deve essere finito. Forse il mio avvenire è più fosco del vostro, ma avrò il coraggio di compierlo sola; voi sarete sempre un uomo illustre, io sarò un'infelice di più fra i colpevoli, e sia! La vita non può essere eterna.

«Addio, signore. Se le mie ultime parole potessero non dispiacervi, vi auguro tutta la felicità che non avrei mai potuto darvi e non vi chieggo che l'oblio. Oh! gettatelo sulla mia memoria questo mantello dei morti e, seppellendomi in un angolo del vostro passato, proseguite sicuro ed avventurato. Io dormirò nella mia tomba: vi prometto di non uscirne mai più, mai più!

«Addio.

«Mimy.»

Piegata e suggellata la lettera, mise un gran sospiro.

Un nuovo pensiero la turbò? scriverebbe anche a Giorgio? Il suo buon cuore lo avrebbe voluto, ma la ragione si rifiutò. Perchè scrivergli? Che cosa dirgli? Sospirò.

Colla trepida foga della passione che si sente incalzata dalla ragione e teme di essere raggiunta precipitò i preparativi della partenza: cominciò a svestirsi, e slacciandosi l'abito arrossì di trovarsi sul seno molti bottoni aperti; lo rigettò, si sciolse le trecce e riallacciandole con febbrile prestezza le acconciò in mazzo. Aveva fretta, forse anche freddo perchè la stufa si era spenta da un pezzo. Aperse quindi lo sportello dell'armadio a specchio, e ne trasse fra molti un abito nero: se ne vesti in un batter d'occhio. Tornò ad acconciarsi i capelli. Quei ricciolini avevano l'indisciplinatezza dei ragazzi e sembravano godersi alle carezze delle sue mani delicate... poi si arresero, e benchè il loro tumulto non fosse al tutto sedato, potè coprirlo con un cappellino egualmente nero, guarnito d'un sì fitto velo da togliere ogni fisonomia al volto. Il nuovo abbigliamento era così elegante che Mimy, respingendo sui fianchi la vesta, non potè non accorgersene; ma si avvide ancora, che aveva le scarpette bianche, e le mutò.

Era smorta e patita nella faccia.

— Povera Mimy! esclamò passandosi il fazzoletto sugli occhi ancora gonfi di pianto.

Si guardò attorno: era dunque vero che fuggiva?

Non ci volle pensare.

Aveva paura di rifletterci: pensò invece a mille cose. Ah! prima di tutto il suo giornale: voleva pigliarlo seco, era una parte di se stessa, la coppa nella quale aveva raccolte tutte le sue lagrime e gittati i suoi pochi sorrisi. Andò ad uno stipetto e ne trasse un cassettino, nel quale, premendo una molla, scoprì un doppio fondo. Tutto il giornale consisteva in cinque o sei fascicoli legati ognuno con una cordicella di seta nera: perchè nera? Li prese, ne fe' un rotolo e lo mise nel manicotto. E poi?... Mille idee, mille oggetti le ritornavano alla memoria: scappò nel gabinetto, ove dalla finestra pendeva fra le tende il suo canarino.

Il grazioso animaluccio dormiva colla testa nascosa sotto un'ala. Che cosa sognava mai quella creaturina dalle penne d'oro e dal canto melodioso, adesso che la padrona veniva a salutarlo per l'ultima volta? Mimy riparò il lume colla mano, perchè la vivezza di un raggio non avesse a destarlo. Quanta calma in quel sonno! perchè noi stessi non siamo buoni come i canarini e non possiamo vivere contenti di una gabbia? Quel sonno l'affascinava... Ella dove andava? Dove?...

Le fu d'uopo di uno sforzo per sormontare la corrente dei pensieri, che minacciava trascinarla, ma vi riuscì. A passo lento e sospeso per non fare rumore, sempre colla mano riparando il lume, rientrò nella camera. Ah! s'era dimenticata: tornò allo stipo, aperse un altro cassetto e cavandone un cofano se ne cercò addosso la chiave: non l'aveva. Era d'oro e pendeva come ciondolo dalla catena dell'orologio obliato. Era il cofanetto delle gioie. Ne levò una ad una le diverse guarnizioni cercando nel fondo un pugnaletto col fodero di velluto e il manico di agata. Lo aveva comprato per un costume da ballo, ma la lama era di Lollini. Se lo mise in seno. Quando il cofano fu vuoto lo rovesciò e coll'ugna ne cavò la lastra: sotto stavano tutte le lettere della marchesa; le intascò. E allora? Quelle gemme erano troppe per portarsele via e non avevano pregio per l'anima: pensò di regalarle a Giulietta, la sola creatura che non le avesse mai recato un dolore. Quindi le rinchiuse nel cofanetto, lasciandovi la chiave, e scrisse un altro biglietto per la fanciulla.

«Buona Giulietta,

«La tua padrona ti regala queste gioie; le terrai coi coralli della mamma. Non piangere se non ci vedremo più, ed amala sempre la tua padrona.

«Mimy.»

La malinconia dell'ultima frase la vinse così che due lagrime le appannarono gli occhi. Ora che tutto era disposto per la fuga, quella piena di sentimenti e di idee svaniva per incanto: si guardò attorno. Quel disordine quasi drammatico le strinse tanto il cuore, che dovette ripetersi di non volerci pensare per soffocare l'emozione.

Interrogò l'orologio; appena le quattro e mezzo: due ore prima di giorno. Il tempo che prima incalzava, adesso sembrava andare adagio per godersi la sua tortura. Due ore lì vestita, pronta sempre a fuggire, erano troppo lunghe: doveva star seduta in quel freddo, agghiacciarsi i piedi, agghiacciarsi l'anima, riflettere ancora sulla risoluzione presa, pesarne l'audacia, scrutarne tutti i dubbi, noverarne tutti i pericoli... Non si dava forse al mondo un coraggio capace di tanto.

La candela era meno che mezza. Se si fosse spenta prima dell'alba? Nel gabinetto se ne trovavano altre, ma bisognava cercarle, e ciò aveva mille imbarazzi; in certi momenti ogni cosa, ogni atto acquista un significato incomprensibilmente fantastico. Si sentiva venir freddo; quindi per muoversi andò all'armadio e ne trasse la pelliccia di martora. Vi si ravvoltolò e si rimise a sedere come prima sulla poltrona. Cominciò ad attendere: non erano trascorsi cinque minuti che le sembrò di avere già troppo atteso e dovette alzarsi per camminare. Una smania indefinibile l'agitava; temeva di pensare e non lo avrebbe potuto in quel convulso di ogni fibra: quasi quasi vi si provò. Passeggiò, si guardò nello specchio, studiò le pieghe dell'abito e indispettita di queste frivolezze in tanta solennità di momenti rilesse il biglietto di Giulietta, riaperse quasi il cofano e si pentì a mezzo.

— Mio Dio! attendere ancora due ore.

Rigironzolò, trovò un libro e lesse:

Ma dimmi, altro è l'amore Che lagrime e dolor?

— Altro! rispose e seguitò leggendo, senonchè la mente non teneva dietro agli occhi e gittò il libro.

Quella domanda di Japhet a Aholibama le era entrata così profondamente nell'anima che se la ripetè parecchie volte. L'amore non è che lagrime e dolore: i fiori della sua corona nascono in cielo, ma per farli vivere sulla terra un giorno bisogna inaffiarli col pianto, e forse muoiono egualmente. L'amore è un angelo allontanatosi dal paradiso per la noia della sua festa perenne, e Dio lo maledì; allora rimase sulla terra, e oggi pure tutti quelli che amano sono maledetti e piangono...

Mimy si accorse di piangere questa volta senza amarezza: pensava con malinconica confusione all'amore e piangeva. Ebbene, perchè non piangere? Ogni lagrima che stilla dagli occhi è forse un'idea dolorosa che esce dal cervello. Si avvolse più strettamente nella pelliccia, si buttò sul letto e tirandosi un lembo del lenzuolo sul volto chiuse gli occhi.

Il tempo allungava il passo.

Che cosa meditavano in quell'ora Giorgio e la marchesa?

Quali tempeste imperversavano in quelle anime più vaste dell'oceano e infinitamente più profonde?

Non cerchiamo saperlo: come tutti gli spettacoli, anche quello del dolore annoia alla lunga e non tutti i lettori avranno atteso a quello di Mimy senza provare alle ganascie il prurito dello sbadiglio... Avanti, la strada è oramai breve se triste: pochi fiori per le siepi, pochi uccelli per l'aria, poca varietà nel paesaggio... Affrettiamoci al casino, che domina quella vetta; là, in mancanza di meglio, avremo la voluttà di separarci.

CAPITOLO XIII

La vita rassomiglia ad una fuga di stanze cogli usci chiusi: ogni volta che ci tocca aprirne uno ci sentiamo rimescolare o pel timore che sia l'ultimo o per l'ansia di che cosa nasconda.

Lettera a Conti. — Ottone di Banzole.

La candela si spegneva che già tra le persiane s'insinuava il bianco dell'alba.

Mimy levossi sentoni: bisognava partire. Come accade sempre, anche ai caratteri forti, nel momento di eseguire una risoluzione capitale, tutte le riflessioni e i dubbi che ci lacerarono e si dispersero quando sorse, riappaiono in tumulto urtandola d'ogni parte. L'anima ricade nella agonia delle prime incertezze, ma se allora fu lunga e dolorosa, adesso è affrettata e spasmodica. Si pensa con incredibile fretta, con più fretta ancora si percorre ognuna delle vie che ci si aprono innanzi, si procede, si indietreggia come una goccia d'acqua sopra un piano mobile.

Fuggire!

Quando la tempesta si placa, il marinaio lungi dal calmarsi tiene l'occhio al mare con maggior trepidazione, poichè teme le ultime onde, sempre le più terribili forse perchè le più libere; nelle tempeste delle passioni non avviene altrimenti, e l'anima, che resistè allo imperversare della burrasca, è spesso sprofondata nelle sue estreme convulsioni.

Mimy stava immobile, poi balzò di letto: un'ultima onda la sospinse in alto mare.

Prese il manicotto, si assicurò che non vi mancasse il giornale, guardò la lettera per Carlo, il biglietto per Giulietta, li pose sopra il cofano delle gioie, girò attorno un ultimo sguardo e soffocando un sospiro, come il marinaio soffocherebbe volentieri il vento della tempesta che vuole soffiare ancora quando questa è ormai quietata, si mosse davvero fuggendo; ma nel gabinetto frenò il passo. L'uscio aveva fatto rumore: proseguì. Il canarino le gittò uno dei soliti gorgheggi senza finirlo; poveretto! la padrona non udì nemmeno quel saluto. Aprì cautamente la porta della sala, sempre sulla punta dei piedi e col cuore che palpitava da scoppiarle giunse all'altra dell'appartamento. Tirandone il catenaccio, che non stridè, le parve di cadere... C'era ancor tempo per retrocedere: dove andava? Fece un ultimo sforzo, il più faticoso in quella sfinitezza, oltrepassò la soglia e giù per le scale a furia. Per fortuna la casa non aveva portinaio, uno dei pochi comodi delle case di Bologna, e così non ebbe a fingere una andatura più calma dinanzi a questo personaggio inventato dai borghesi. Al medio evo la sentinella, adesso il portinaio.

Per strada girava ancora poca gente, niuno le badò; ma col moto l'interna agitazione le si venne calmando. S'avvide di camminare con soverchia bizzarria: si abbassò il velo sul volto e, componendo la persona alla solita eleganza, proseguì come se invece di fuggire passeggiasse.

Mimy abitava in via San Felice, onde nel passare dinanzi all'Hôtel Brun vide uscirne una folla chiassosa, e tremò. Aveva riconosciuto la principessa di San Marciano con tre altre signore e molti giovani tutti ancora in costume da ballo. Bisognava che avessero fatta baldoria tutta la notte e fossero alquanto avvinazzati per permettersi in provincia una simile scappata.

Mimy allungò il passo, ma s'intese dietro chiamare da una voce.

Si fermò.

— Come mai a quest'ora e con questo abito? esclamò gaiamente la principessa sollevandole il velo e accomodandoglielo sul cappellino.

— Mi pare che dovrei farla io questa domanda.

— Mi annoiavo, non sgridarmi, e ho pregata questi signori di divertirmi.

— Spero che ci saremo riusciti, interloquì spiritosamente uno di loro.

— V'ingannate. Vuoi venire con me? dopo aver cenato all'Hôtel Brun, andiamo a far colazione dal mio giardiniere in campagna: lo metteremo alla disperazione.

La risposta fu accolta con un hurrà.

— Grazie, balbettò.

— Non vieni! ma sentiamo, dove vai? l'abito nero... andresti in chiesa a pregare per qualcuno?

— Che fosse in pericolo, aggiunse cortesemente una signora.

Tutti risero, ma la principessa si dolse della domanda indiscreta; senonchè era già troppo tardi per respingere la cattiveria sguinzagliata da quella allusione.

Mimy si sentì raccapricciare fra quel riso e per disgrazia arrossì abbassando il capo come il condannato sul ceppo: attese. Quell'abbattimento le giovò più del migliore spirito, perchè la gente ne fu tocca e la principessa profittando del momento fe' cenno ad un signore di chiamare i fiaccheri.

— Addio, Mimy; e accompagnandosele per pochi passi tanto per liberarla dal gruppo: Dio ti salvi da incontri peggiori.

Ella non rispose, proseguì senza rivoltarsi, e fu bene, perchè avrebbe veduto quegli allegri, che ridevano guardandole dietro.

La via non era lunga dall'Hôtel Brun a San Vitale, ma non ne poteva più; le mancavano le ginocchia.

Cominciava a patire gli inconvenienti della sua risoluzione. Che cosa avrebbe detto il mondo sapendo che si recava dalla marchesa, invece che da Giorgio? La stravaganza della propria passione le apparve allora in una luce così abbagliante che la acciecò. Non vide, non capì più: era fra tenebre lacerate da baleni.

Fece tuttavia qualche passo vacillando. Per buona sorte si trovò presso una chiesa; vi entrò.

Era deserta e piccina. Una lampada ardeva dinanzi all'altar maggiore, un'altra più piccola sotto a una Madonna addolorata dalla rotella di argento in capo, un manto d'argento addosso e sette spade nel petto dai pomi luccicanti tratto tratto. Due vecchie pregavano inginocchiate presso la panca, sulla quale s'assise; lo scaccino spazzava nell'ombra. Nella chiesa durava un denso crepuscolo. Mimy aveva le vertigini.

La gente entrava nella chiesa e colla gente anche la luce. Due altre vecchie vennero ad inginocchiarsi dietro la sua panca; poco dopo ne arrivò una terza.

— Don Ignazio è uscito?

— Non ancora.

— Sapete la nuova? La Tuda è morta.

— Che! esclamarono ad un tempo le altre due.

— Sì: stamattina l'hanno trovata morta avvelenata nel letto: si è ammazzata per quel bel mobile.

In quel punto suonò il campanello della messa.

— Beppe! colui che aveva comprato l'oratorio per farci una stalla?

— Ah! don Ignazio.

— Eh?

— Ah! dicevo: ammazzarsi perchè l'aveva piantata... invece di ringraziare la Madonna della grazia. Figuratevi quella poveretta di sua madre: i pianti stamattina. Voleva gettarsi dalla finestra. Già alla Tuda ci voleva bene, perchè ti ricordi, Teresa? la Tuda non era mica figlia del marito. Basta, povera Tuda! bisognerà dire tre paternostri per la sua anima. Dicono che fosse gravida; sarà stato forse per la vergogna che si è uccisa.

— Sì! bisognava vergognarsi prima: adesso si è dannata.

— Chi sa!

— Sfido io; andava sempre a spasso con lui. Una sera li trovai da San Rocco: sua madre non ci badava. Già anche lei sempre alla finestra a guardare l'oste.

Mimy ascoltava fremendo. Un'altra infelice che s'era uccisa per amore; dunque non era lei sola ad arrischiare la vita... Tutto il mondo avrebbe riso o parlato di lei come quelle tre vecchie, ma importavano ben poco quelle risa e quelle mormorazioni nell'ora del sagrificio, mentre l'abisso chiamava la vittima e la vittima chinandosi coraggiosamente a guardare nell'abisso vi si precipitava...

Forse quella fanciulla, uccisasi per l'uomo che l'aveva ingannata, era bella e pura. Calda l'anima di amore aveva aperto le braccia al primo che passava e se lo era stretto sul cuore per comprimerne i battiti troppo violenti, ma il brutale aveva odorati i fiori, poi rotto la ghirlanda che lo legava... ed ella invece di raccoglierla di terra aveva chiuso per sempre gli occhi. La morte non era dunque così brutta, se quella fanciulla aveva osato darle il suo ultimo bacio! Adesso era morta; era sul povero lettuccio e la folla passava sghignazzando sotto le finestre; ma i pochi cuori sensibili, che l'avevano conosciuta, pensavano forse con mesto rammarico al suo infelice destino e la seguivano peregrinando collo spirito per le fantastiche regioni della immortalità...

Le batteva il cuore; il suo coraggio si era finalmente desto. Se la vita era un retaggio di sventura e bisognava trascinarla nel fango per lasciarla ad un momento segnato cadere entro una fossa fiatosa, non era meglio prenderla a due mani e arderla come un incenso al Dio del proprio cuore? Che coloro, i quali nati nel pantano non potè scordarsene, camminino sempre colla testa bassa, raccogliendovi ad uno ad uno i loro giorni, come ciottoli... e sta bene. Ma gli altri usi a camminare colla fronte levata non possono distorsi da una stella per raccogliere un sasso, nè rammaricarsi quando la strada non prosegua oltre l'ultima orma che v'impressero cadendo... Che cosa era mai morire per la marchesa se Tuda, una fanciulla volgare, era morta per Beppe?

Intanto che si esaltava in questi pensieri, don Ignazio era uscito colla messa, e le vecchie erano andate ad inginocchiarsi alla piccola balaustra dell'altare. La gente cresceva: qualcuno cominciava ad osservare quella signora seduta indivotamente, mentre tutti stavano in ginocchio. Ella se ne accorse e già infastidita dal monotono borbottio del prete, e dallo stridente rispondere del chierico, uscì. Profondamente commossa, aveva bisogno di moto e più ancora di fretta. La mattinata era splendida, il cielo azzurro, l'aria tepida dallo scirocco: poca gente girava ancora.

Mimy si affrettò. A quest'ora Carlo poteva essere alzato e Giulietta discesa ad origliare alla camera della padrona... Se Carlo la raggiungesse tuttavia per strada!

Questa paura le fece ancora più studiare il passo. Sfiancando dalle due torri scorse subito il palazzo Fantuzzi. Pochi passi e sarebbe là dentro: un nuovo tumulto di fremiti e di idee la sconvolse.

Le finestre del primo piano erano tutte aperte: così presto! Forse che lì pure non avrebbero dormito?

Mimy camminava sotto il portico, ma discendendone i pochi gradini dirimpetto al palazzo ebbe quasi a cadere; v'entrò correndo; il portinaio non la vide. Allora collo stesso impeto si lanciò per lo scalone: i capi ne erano lunghi. Anelando, ansando giunse alla porta e vi si aggrappò per reggersi in piedi tirando il cordone. La porta si aperse quasi istantaneamente.

— Ah! e Sulema rimase incantata davanti a Mimy.

Questa si fe' rossa.

— La signora marchesa... E si fermò per trarre il respiro; la confusione le impediva le parole. Non sapeva più che cosa dire, nè perchè fosse venuta.

Sulema attese.

— La signora marchesa... è in casa?

— Sì.

— Potrei vederla un momento? disse a precipizio.

— Non so: ha ordinato di lasciarla sola e di non ricevere nessuno.

— Mio Dio!... e si mise una mano sul cuore.

— Ma forse per lei farà una eccezione: in ogni caso, se avrò disobbedito, spero di essere perdonata.

L'invitò ad entrare. Traversarono l'anticamera ridotta a capanna e Mimy tornò ad arrossire osservando la porta del fatale gabinetto; passarono pel salone ancora in disordine e si fermarono in un salottino assai elegante.

— Che cosa debbo dire alla signora marchesa?

Mimy si grattò il capo come un fanciullo: tremava a verga a verga.

— Aspettate, e traendosi di tasca il taccuino ne staccò un foglietto e colla matita, che le pendeva alla catenella dell'oriuolo, scrisse:

«Non sono innocente, però prima di condannarmi ascoltatemi: dirò tutto e poi farete di me quello che vi parrà... Ma se la mia colpa non è più grande del vostro cuore ascoltatemi.

«Mimy.»

Piegò il biglietto e glielo consegnò.

Sulema partiva.

— No: pigliate anche questo, e le diede dal manicotto il giornale.

L'araba uscì, ed ella cadde sospirando sopra una sedia.

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