PARTE QUARTA
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CAPITOLO PRIMO
Laura. L'amo come il fulgor del creato, Come l'aura che avviva il respir, Come il sogno celeste beato, Da che venne il mio primo sospir. Gioconda. Ed io l'amo siccome il leone Ama il sangue, ed il turbine il vol, E la folgor le vette, e l'alcione Le voragini, e l'aquila il vol. La Gioconda. — Arrigo Boito.
La marchesa era seduta sopra una lunga poltrona ai piedi del letto; Sulema si ritirò immediatamente, mentre Mimy entrava cogli occhi bassi e il passo incerto, arrestandosi poco oltre la soglia.
Elisa fe' un gesto e l'altra, attirata quasi a forza, le venne innanzi alla ottomana senza nemmeno vedere che la marchesa si era sollevata sul busto attendendo ansiosamente una parola.
Mimy non parlava: pareva vacillare.
— A che debbo mai, signora, la fortuna di questa visita mattutina? disse finalmente Elisa alzandosi.
Mimy, che aveva rifiutato l'invito di sedersi, fu percossa da questa fredda e semplice domanda: A che debbo mai? Non aveva dunque voluto leggere il suo bigliettino? La fissò un istante, poi gli sguardi le si appannarono e cadendole ai piedi le abbracciò le ginocchia in piantò dirotto.
— Perdono, perdono!
— Mimy! esclamò prendendole il volto nelle mani: mi tradivate dunque quando vi sorpresi?
— No.
— Giuratemelo.
— Ve lo giuro, e se mento Dio mi uccida prima che mi abbiate perdonato.
— Ah! ruggì la marchesa rialzandola robustamente e premendosela sul cuore. Mimy non singhiozzava più, ma piangeva ancora e i baci di Elisa le cadevano sulle gote più caldi e più frequenti, anzi l'abbraccio era così violento, che le mancò il respiro e le chinò il capo sulla spalla.
Soffocava dall'emozione.
— Mimy, Mimy.... O mio Dio! che cosa hai? sono la tua Elisa, diceva sentendosela svenire fra le braccia. L'adagiò teneramente sulla poltrona e alla sua volta inginocchiandosi.... Mimy, ripeteva, sono la tua Elisa.... guardami dunque....
Quello di Mimy non era che languore, ma s'infinse alle dolci carezze e tenne chiusi gli occhi per non mutare guanciale. Le riposava il capo sul seno: ma siccome l'altra seguitava a smaniare, li aperse languidamente e sorrise.
— Mia....
— Sempre.
— E mi ami?
— Più.... Mimy cercò un paragone... più che tu non mi ami.
La marchesa abbassò gli sguardi quasi umiliata da quella parola, ma risollevandoli prontamente le chiese agitata:
— Ma a casa tua?...
— Sono fuggita.
— Che! Se ti inseguisse? è un uomo geloso, vendicativo. Gli hai detto che venivi da me?
— No.
Respirò.
— Allora forse ti inseguirà.
Mimy comprese.
Tacquero un istante.
— Sempre con te.
— Sempre; la marchesa abbracciandola nuovamente le sentì una gonfiezza in una tasca: Che cosa hai?
— Guardaci, tutte le tue lettere, tutte. Le cavò con vanità bambinesca e gettandogliele in grembo: Vuoi che te ne reciti una? le so tutte a memoria.
— No, parlami piuttosto di te. Sei proprio fuggita? non volevi dunque più ritornare a casa?
— Certo. — E se non mi avessi trovata? Se ti avessi respinta?
— Cattiva! rispose con una smorfia.... Impossibile!
— Supponilo.
— Sarei morta.
— Come?
— Non lo so.
— Dunque non ci pensi più al passato?
— E nemmeno al futuro! mi basti tu.
La marchesa pure si senti vacillare nella stretta di quell'amore.
Così durarono chiacchierando, Mimy assorta nella felicità, l'altra trepidante di perderla ancora ad ogni momento. La fanciulla non si ricordava già più delle angosce della notte, nè della lunga agonia del mattino: il passato era veramente sparito. Elisa la teneva sulle ginocchia; che cosa era più tutto il resto? Nullameno la coscienza le si destava a volta a volta da quel voluttuoso languore come da un sogno, si assicurava di non sognare e tornava ad assopirsi. Allora Mimy guardava la marchesa, socchiudeva gli occhi e posandole il capo sul capo la baciava furtivamente.
A una di quelle occhiate:
— Hai pensato, Mimy, che cosa faremo?
Ella spalancò gli occhi.
— Cara bambina, non vorrai già restare a Bologna: tuo marito ti cercherebbe, sarebbe capace di rivolerti.
— Lo sfido.
— Non ti ci provare.
— Ecco, ti rispondo come mi hai risposto: parliamo di te. Tu che hai tanto ingegno mi dovresti parlare come mi scrivevi. La tua pallida fanciulla ti si è davvero intrecciata ai capelli, e vi si insinuava le dita scomponendoli, come un ramoscello spinoso, me la ricordo questa cattiva parola, ma non oserai strapparlo. Improvvisami un inno: gli uccelli li improvvisano pure al sole! scoppiò improvvisamente a dire.
— Di gioia, ma l'aquila, che sola lo ama, stride quando s'innalza verso lui. Non ti fidare alla passione che studia il ritmo. Quando essa scoppia davvero, è molto se ci resta la forza di un gemito, ma appena il vulcano cessa dall'eruzione la fantasia ritorna, raduna qualche carbone, vi soffia e ridesta in piccolo l'incendio che l'aveva fatta fuggire. Sai dove si leggono gl'inni?
— Nei libri.
— Negli occhi: ma se quelli dei libri esaltano, quelli degli occhi abbruciano.
— Ti ritrovo dunque, mia Saffo. Come sei bella e grande! Mai inni, mai poesie scritte: tu sarai il mio poeta. Già non ho mai capito come si possa gettare alla plebe le proprie emozioni. Tu sarai il mio poeta e canterai per me sola senza accorgertene: io raccoglierò le perle de' tuoi canti nell'urna del mio cuore e le seppellirò meco.
A quest'ultima parola di morte che conchiudeva un dialogo così fulgido di vita, la marchesa considerò con tristezza la bella testa di Mimy resa affascinante dalla gioia.
— Perchè parli di morte, fanciulla?
— Non lo so; tutte le volte che sono felice penso di morire.
Ed ella pure si fe' grave.
Stavano sempre nella stessa attitudine, Mimy sulle ginocchia di Elisa, entrambe con un braccio intorno alla cintura: quella vestita di nero colla luce dell'ebbrezza nel volto ancora macilento dalle passioni della notte e, in tale contrasto, stupendo; questa chiusa in una ricca vesta da camera bruna a bruni ricami, pallida, mal pettinata, con un cerchio turchino sotto gli occhi così terribilmente più vivi. Però quella carissima attitudine alla lunga doveva stancarle; Mimy, che se ne accorse la prima, si lasciò scivolare per terra e, sdraiandosele ai piedi, appoggiò la testa sui ginocchi dell'amica. Era accaduto un gran cambiamento nello spirito di Mimy, dianzi così timida e riservata e adesso così espansiva e folleggiante. Forse la vispa educanda di suor Maria, morta da qualche anno, risorgeva senza ricordi del tempo della morte e, mutata l'amante, sempre collo stesso spirito delicato e leggiero. Invano si sarebbe voluto riconoscere in quella donnina bizzarramente allungata sul tappeto la stessa, che poche ore prima stava attonita in un atroce abbattimento sulla sponda del proprio letto o si trascinava vacillante in chiesa. Ma la sua natura eccezionale, col cuore di un poeta e la fantasia di una vergine, costretta a svilupparsi inarmonicamente nella prima famiglia della madre e nella seconda del marito, aveva presa l'abitudine di una vita ideale, immaginosa. Così dopo essersi dibattuta angosciosamente nella tempesta, adesso gettata sulla riva s'incantava guardando le farfalle e i fiori senza più pensiero del mare: la donna dalle violenti passioni si era addormentata e la fanciulla dalle fantasie idilliache, quasi ne fosse il sogno, sorrideva e gioiva.
Forse la marchesa faceva queste riflessioni assaporando quel suo pazzo e bambinesco atteggiamento.
Mimy cessò dalle carezze.
— È proprio vero! se sapessi... quella maledizione. Me la sento ancora passare sulla testa e mi si rizzano i capelli: mi pare un sogno di essere in paradiso! Come ho pianto! Però ne sono contenta..». Soffrire per te, per starti sempre sulle ginocchia.
— Credi di essere stata sola a soffrire?
— Ti avrò afflitta... non me lo perdonerò mai, ma se Dio ha veduto il mio dolore, egli pure deve: essersene impietosito.
Una lagrima le sorrise fra le palpebre.
— Piangi ancora?
— No, no, rispose nascondendole la faccia fra le ginocchia.
— Mimy, le disse dopo una pausa e con tono quasi solenne la marchesa, il volto soffuso di rossore e gli occhi scintillanti: hai una religione? Ebbene, giurami pel tuo Dio che non mi tradirai e che se un giorno non ti piacerò più me lo dirai: ti renderò la tua libertà.
Si abbracciarono.
— E tu non mi fai promettere nulla?
— Io! non ne ho il diritto, non sono come te, sono una mendicante, che raccogli, e vuoi che patteggi? Guarda. Se adesso quella porta si aprisse e entrasse una donna infinitamente più bella di me e tu mi lasciassi per cadere ai suoi piedi... non mormorerei: mi avresti amata e basta. Se adesso mi trovassi brutta e dovessi cacciarmi.... uscirei, andrei a cercarmi un angolo isolato, nel quale raccogliermi a pensare che mi hai amata... Tu, proseguiva, obbligarti meco! Non voglio esser una tua pari, mi basta di essere l'ultima serva, ma la più innamorata. Ho pensato spesso, vedendo una farfalla sopra un fiore, a chi godeva più se la farfalla o il fiore, e ho sempre tenuto pel fiore. Sentirsi finalmente premere dalla farfalla, sentire che il seno si apre e che questa farfalla, per la quale si è tanto palpitato può d'istante in istante involarsi, deve essere la più intensa e la più delicata delle voluttà.
— Ma la farfalla morrà sul fiore prima di spiccarsene.
— Se il fiore non muoia prima di dolore, sentendosi avvizzire sotto il bacio della farfalla celeste...
CAPITOLO II
T'amo, Fernanda, t'amo come l'uccello ama l'aurora, il marinaio il mare, il poeta la gloria, come tu ami il denaro, come non potresti mai nè meritare, nè comprendere: e, se non mi amerai, comprerò la tua avarizia, e sarai mia come il cavallo che monto e la pipa nella quale fumo.
Ottone di Banzole.
Forse era trascorsa un'ora in quelle carezze, quando fu bussato alla porta e Sulema entrò sbigottita nel volto.
— Il signor avvocato! disse prevenendo l'interrogazione della marchesa e gettando un'occhiata a Mimy.
— Il signor avvocato, ripetè severamente la marchesa, e perchè l'avete introdotto?
— È entrato per forza; e le spiegò come si fosse cacciato quasi a furia nell'anticamera ordinandole imperiosamente di annunziarlo.
La marchesa taceva, ma nella calma del suo volto si sentiva la tempesta.
— Coraggio! è l'ultima burrasca, ma la supereremo, si volse a Mimy stringendole in fretta la mano.
Questa le corse dietro.
— E io?
— Tu aspettami qui.
Sembrava che Mimy volesse aggiungere qualche cosa, ma o si pentì o non ne ebbe la forza: però l'altra preoccupata non se ne accorse. Uscì, e rientrando subito con un foglio in mano:
— Leggi: ti passerà meglio il tempo. È una lettera che ti ho scritto stanotte.
Mimy era abbattuta, Elisa collo sguardo corruscante; al sito del cacciatore la leonessa si alzava squassando la criniera.
Mimy si riassise sulla poltrona e l'ansia di conoscere che cosa le scrivesse nella medesima ora d'agonia la vinse sull'ansia della caccia che Carlo le dava. Si strinse i fogli contro le labbra e lesse:
«Signora,
«Non so che cosa vi dirà il cuore quando questa lettera vi sarà presentata, non so nemmeno se l'aprirete o se gettandola da lato chiuderete la porta ai pensieri, che volessero parlarvi di me: ma il destino m'impone di scrivervi, e scrivo. Nella vita non ho traversato ora più terribile di questa, nè mai la penna mi ha tremato più convulsamente fra le dita. L'uragano m'imperversa con tale violenza nel cuore, che parmi quasi intendere d'istante in istante spalancarsi la finestra ed entrare la bufera. Di dove incominciare? Che cosa vi dirò adesso che il torrente è precipitato in mezzo a noi e ci separa? La sua piena, che svelle i massi e sradica i faggi, non può arrestarsi al cenno supplichevole o altero della mia mano, essa rugge più del leone, come il leone squassa a volta a volta la spumante criniera, pronta come il leone a divorare l'audace o lo sciagurato che vi cada... Non importa, mi vi debbo lanciare... e voi, che veggo bella e tenebrosa sull'altra sponda, se non avreste ascoltato le parole che vi avrei detto dalla mia, ascoltate il grido che vi mando travolta fra l'impeto e la minaccia delle acque.
«Adesso, lo so, siete nella vostra camera, sola e piangete... Oh, ve ne prego per la pietà di quanto nel mondo è bello e sventurato, non piangete. Le vostre lagrime sono come macigni che avvallino dalle cime delle Alpi e mi piombino addosso e mi sfracellino. Non piangete, ascoltatemi. Se nel passato venni mai a passeggiare pei boschi odorosi della vostra immaginazione; se il vostro pensiero ha mai seguito la traccia de' miei passi; se il vostro desiderio ha mai confuso il suo alito coll'alito del vento nei veli della mia fronte; se fra il sorriso dell'azzurro celeste e il sorriso più bello di migliaia di fiori vi apparvi mai bella; se qualcuno de' miei canti è passato mai sul vostro cuore e ne ha destato gli echi del cielo che dormivano; se mai vi piacqui un istante e scomparendo fra la folla degli altri fantasmi mi rammaricaste perduta — ascoltatemi adesso, e ordinando all'orgoglio, come ad un cane troppo ringhioso, di accovacciarvisi ai piedi, ascoltate il mio racconto come ascoltereste il racconto della fanciulla che Heine, il vostro grande poeta, osservava affascinato in fondo all'oceano, seduta alla finestruola della casuccia neerlandese.
«Avevo creduto che ci fossimo comprese senza troppe spiegazioni e mi sono ingannata; o Dio, geloso di un amore assai più grande della sua creazione, ha ingannato me e voi. Perchè un abisso si è sprofondato fra noi e, invece di camminare l'una al braccio dell'altra, stiamo nell'attitudine di due sentinelle nemiche sull'orlo dello stesso confine? Perchè i nostri cuori non battono più la stessa musica e le nostre idee fendono con volo disordinato il cielo verso punti contrari?
«Siamo solamente infelici, o siamo anche colpevoli?
«Osiamo essere franche.
«Comunque sia del nostro avvenire, l'amore è stato in mezzo a noi. Ci teneva ognuna con un braccio alla cintura e così sostenute abbiamo camminato qualche tempo colla leggerezza della nuvola. Ci siamo amate, perchè vicine i nostri cuori si intendevano sempre o nel silenzio o fra il vano cicalìo delle convenienze; perchè lontane i nostri pensieri s'incontravano sempre o volassero nel cielo della speranza come due colombe o nuotassero nell'oceano del dubbio siccome due naufraghi; ci siamo amate in ogni sentimento dell'anima, in ogni fibra del corpo, amate dappertutto, là negli splendidi paesaggi della fantasia, nelle calde oasi dei sensi, nelle valli poetiche del cuore.
«Se i nostri occhi cadevano sopra un quadro o sopra un fiore, trasalivano della stessa emozione: la musica ci rapiva sempre unite in un'onda, la poesia ci parlava il medesimo linguaggio e le rispondevano le medesime parole. Forse mai, dacchè il soffio di Dio accese il fuoco nel sole, due raggi se ne spiccarono e piovendo per lo spazio si riconfusero, come i nostri due spiriti nelle loro passeggiate pei giardini della passione...
«Vi ricordate il nostro primo incontro a Rimini, alla porta dello stabilimento, che dava sul mare? Voi arrossiste come una fanciulla al primo sguardo di un uomo, io palpitai come non avevo mai palpitato. Vi cercavo da cinque anni; vi avevo trovata. Come mi sembraste bella nell'ebbrezza del mio trionfo!
«Io che mi ero affannosamente costruita una diga intorno al cuore, perchè nessuno venisse a specchiarsi nel suo lago e a pescarvi; che avevo dovuto ogni giorno alzarne ed ingrossarne le muraglie, che avevo vissuto tanto tempo nello spasimo d'imprigionarvi le onde della vita temendo pur sempre che ne sfuggissero... allora colle mani tremanti di gioia rovesciai la diga, l'acque dilagarono trascinandomi e nessun naufragio fu più voluttuoso del mio, ma, ahimè! avrei dovuto morirvi. Vi amai e vi volli.
«Cercai di conoscervi. Anelavo di scoprire il vostro spirito, non perchè dubitassi di trovarlo meno bello della vostra persona, ma anelavo di conoscerlo come si anela di baciare la bocca che ci ha confessato l'amore. Ci parlammo... Una sera che la luna era limpida come lo splendore dei vostri occhi e che il mare si era addormentato in quel lume vi trascinai lungo il lido: vostro marito ci seguiva con un altro signore in distanza, potevamo quasi credere di essere sole. Vi feci sedere sulla mia mantellina e vi dipinsi col linguaggio indolente della fantasticaggine una fuga. Mi credetti compresa poichè vi vidi tremare: esultai. Una donna plebea avrebbe giudicato ridicolo il mio sogno: voi lo rammaricaste impossibile. Non avevo quindi che a procurarne le circostanze.
«Badate, signora, al racconto che vi faccio: non vi nascondo nulla, e se, leggendolo, immaginerete solo quanto soffro a scriverlo, avrete pietà di me.
«Vi feci quindi la corte, e vostro marito la fece a me. Ebbi torto di accettarla per servirmene a spronare il vostro affetto: donna, dovevo astenermi da una manovra resa oramai grottesca dall'abuso immemorabile che gli uomini ne hanno fatto; non dovevo io, che vi disputavo loro, usare le stesse maniere, e poichè il mio amore era più nobile e più delicato coprirlo di così abbiette apparenze. Ebbi torto e forse adesso ne sconto la pena. Ma se innamorata come donna non lo fu mai e capace delle audacie più perigliose come dei sagrifici più difficili, invece di circuirvi ignobilmente fossi un giorno venuta a dirvi: Mimy, siate la mia amante; che cosa mi avreste risposto? Non anticipiamo sulla fine. Vi ho offeso e vi domando perdono colla fronte, che non si era ancora piegata, stesa nella polvere.
«Sapendo che partireste a giorni per ritornare da Rimini alla vostra villa, partii prima di voi improvvisamente e così potei scrivervi. Quante cose si scrivono che non si dicono! Trovai un casino non molto lontano dal vostro, e là vi attesi. Veniste, vi chiesi un abboccamento misterioso e cominciarono i nostri colloqui. Quanta poesia in quelle brevi passeggiate del vespero su pel viale, che menava alla parrocchia! Voi fanciulla io donna tremavamo ad ogni stormire di fronda, ci guardavamo dietro, consultavamo le ombre e le svolte; i baccelli delle acacie urtandosi fra loro ci comunicavano ineffabili paure: perchè? Ci stringevamo la mano, poi ad una parola improvvisa i nostri due spiriti spiccavano il volo... e lungi, lungi. Molte volte fui tentata di sedurvi, ma resistei. Benchè lasciandomi corteggiare da vostro marito mi fossi cacciata per una falsa via, non ero così pervertita da correrla tutta. Sicura del vostro amore, volevo attendere che acquistasse la coscienza di sè e si interrogasse per interrogarlo alla mia volta.
«Mi amavate, concepivate che due donne potessero amarsi più di due uomini, ma che potessero romperla colle convenienze e colle istituzioni, romperla colla natura, diciamola questa parola che fa rabbrividire i pedanti, e unirsi in una sola vita... ignoravo se arrivaste fin lì. Vi osservavo abbandonarvi fidente alla simpatia che vi inspiravo; vi vedevo fremere alle audaci parole che vi andavo lanciando sulla condizione della donna, e nulla più. In un'anima infantile come la vostra, e m'ingannavo, la coscienza di un amore come il mio doveva produrre un immenso tumulto. Non vi scopersi il tumulto, non vi supposi questa coscienza e non volli con arte affrettarne lo sviluppo.
«Dio, fu detto, è paziente perchè è eterno: io ero paziente perchè ero innamorata.
«Ma soffrivo. Le carezze dei vostri sguardi, le moine della vostra voce, il vento di un vostro sospiro mi facevano battere il cuore colla violenza di un maglio sopra un'incudine. Mentre vi parlavo mi obliavo sognandovi: studiavo la purezza della vostra anca, indovinavo la forma del vostro seno, e dal piede salendo su per lo stinco mi perdeva nel buio e nella febbre... Se sapeste quante volte avrei voluto ricevere una ferita perchè voi mi spogliaste... Quella volta che vi appoggiai il capo sulla spalla, ero quasi vinta: l'aria era troppo ardente, voi troppo bella. Ma appena ero sola mi volgevo i più acerbi rimproveri, strapazzavo la mia anima fangosa come un negriero può in un eccesso di vino strapazzare uno schiavo, e tornavo a giurarmi che non vi sedurrei. O tutta mia e sempre mia, o nulla. Eravate la vita per me; o la vita o la morte, non agonia, non possesso diviso, non amore smezzato. Voi la mia amante e la moglie dell'avvocato! Questa idea mi pareva più assurda che l'altra di potere un giorno non vi amare. Aspettavo e fidavo.
«Vostro cugino ritornò da un viaggio. Quando lo ebbi conosciuto tremai. Era una grande natura. Non so perchè, voi gli piaceste allora la prima volta e cominciò a corteggiarvi per calcolo, finendo ad innamorarsi davvero. Mi ritirai. Avrei potuto disputarvi, perchè il mio spirito e il mio ingegno non erano minori del suo, e spesso la vanità mi spingeva alla lotta, ma l'amore trionfò della vanità. Indietreggiamo, mi dissi: ella mi conosce abbastanza, lasciamole la scelta; forse, costretta a discutere l'adulterio, apprenderà la coscienza del mio amore.
«Diradai quindi le mie visite, resistei a tutti gli sforzi dell'avvocato e mi allontanai, mentre egli diveniva ogni dì più assiduo. Sola nella mia villa pensavo a voi notte e giorno, immaginando che foste sempre sul punto di cedere. Nei giorni della passione la Madonna non ha sofferto la metà delle mie torture! Volevo sempre vedervi, facevo attaccare la carrozza, sellare i cavalli, poi tornavo in camera e mi vi serravo.
«Finalmente le forze mi si logorarono e partii per Bologna sperando di affrettare la catastrofe. Vostro marito mi aveva prevenuta mi vi aspettava con voi. Non vi dirò le mie pene per evitarvi: non volevo incontrarvi per non sillabarvi lentamente sul volto la mia sconfitta o la mia vittoria; era questa una pena umanamente insopportabile. Ritornaste in campagna, io dopo: avevo perduto. Il conte era stato veduto di notte a braccetto con un suo paggio; indovinai che foste voi, ebbi ancora la bassezza di spiarvi e vi riconobbi. Venni a visitarvi. Eravate triste, e il cuore mi disse che foste stata più soggiogata che sedotta. Ciò calmò la mia disperazione.
«Venimmo in città e mi confermai nel sospetto. Ogni dì vi facevate più pallida e più bella; eravate meco vergognosa, fra noi nessun ricordo di Rimini, dei primi convegni, delle passeggiate segrete. Non ridevate più: la vostra toeletta era trascurata, ancora più triste del vostro volto.
«Allora decisi di disputarvi; il resto lo sapete.
«Eppure, v'insisto, ci siamo amate. Benchè m'ingannassi non stimando nella vostra anima la profondità, che poi vi scopersi, non posso non credere al nostro amore: ci siamo amate, e se anche l'odio accendesse ora fra noi la sua fiaccola fosca non ci abbaglierebbe tanto da farci perdere lo splendore dei nostri sorrisi di un dì.
«Il passato è passato, asilo di conforto contro la collera di Dio e delle passioni! Come vi veggo, bella nella memoria! Perchè non posso ripetere la vostra immagine sopra una tela e metterla sopra un altare? Fanciulla, fanciulla, perchè siete mai così bella! Se la voce dell'amore fosse potente, come cantano i poeti, griderei adesso con tutte le forze chiamando le stelle dalle loro danze remote, e le pregherei di venir meco in processione ai vostri piedi ad implorarmi il perdono piangendo coi loro occhi immortali, che non conobbero mai che il sorriso... Chiamerei tutti i fiori, quelli che sorgono sulle nevi immacolate e quelli che si ergono fra le sabbie dei deserti, perchè vi circondassero amorevolmente e ognuno nella sua favella di odori vi parlasse di me...
«Amatemi, amatemi se il vostro spirito è grande, perchè il mio amore è un infinito e sarà vostro.
«Ma ditemi, voi, che siete trascorsa audace per gli oceani tenebrosi della passione a gettarvi la sonda e la rete, perchè mi avete amata? L'amore per una donna avete forse creduto che potesse nutrirsi sempre delle insipide erbe dell'amicizia e che tutta la sua vita dovesse passare nello studio di nascondersi a sè medesimo per non discutere il proprio problema? Se prima di conoscere l'amore con un uomo potevate, e non era così, non comprendere che l'amore con una donna dovesse essere altrettanto pieno nel possesso; dopo non più... E allora perchè lusingarmi, rinvigorirmi con una promessa la lena moribonda per voltarmi a un tratto le spalle e sospendervi al collo di lui? Che Dio trovi, egli cui dicono sì buono, nella sua infinità abbastanza misericordia per rimettervi il male che mi avete fatto!
«Se la bruttezza della loro forma, le oscenità del loro cuore, le dissimiglianze del loro carattere e delle loro attitudini, le asperità infine della natura degli uomini vi avevano spinta verso un ideale migliore; se neppure il genio e la passione del conte, gli debbo nemica queste lodi sincere, vi avevano nascosto i suoi difetti, e l'amore di una donna bella della vostra bellezza e del vostro cuore sorrideva ai vostri sogni di fanciulla e ai vostri dolori di donna...; se la donna cercava la donna, e io vi apparvi la donna ideale, perchè rifiutaste di fuggire quando vi condussi alla stazione? Non oso dirvi questa terribile parola e mi scivola mio malgrado dalla penna: Mimy sarebbe stata più piccola del suo amore, poichè Mimy amava?
«Non amavate vostro marito, non amavate vostro cugino, a chi dunque mi avete posposta? Che io lo sappia almeno il nome del mio rivale per dirgli di condensare la sua vita nel vostro amore e di morire per voi... Sarà pur bello, se vi piacque, e io cadrò ai suoi piedi, adorando questo maschio Iddio della bellezza, che passa la prima volta sulla terra! Ma allora vi converrà fuggire con lui: dove andrete? Da quando l'amate? Prima di conoscermi, o dopo? La testa mi si perde in queste congetture e sento che la ragione è sfinita di questa lotta di argomenti.
«Addio, signora. Comunque sia, mi avete respinto e la mia ultima prova di amore sarà di non importunarvi mai più. Napoleone perdendo l'impero del mondo conservò ancora uno scoglio, da cui guardare l'immane ruina ed essere dal mondo contemplato immane ruina egli stesso... Di lui più infelice avrò maggiormente perduto e non potrò più vedervi, nè essere veduta da voi. Non avevo che voi nella vita; per voi che non conoscevo ancora avevo reso bello collo studio il mio spirito; per voi educata la mia bellezza a tutti i vezzi della voluttà; per voi aveva cresciuto un amore, quale nessuna donna aveva mai offerto e nessun uomo goduto... voi sola, e mi fuggite! avrò invano vissuto. L'altare era coperto di fiori, splendevano i ceri, l'organo mormorava le sue commosse armonie e la fidanzata ha fuggito la fidanzata davanti all'altare... che il genio del male s'inebbrii dunque del suo trionfo e rovesci lo splendido tempio sul capo dei credenti. Tutto è finito; parola più amara di tutta l'amarezza dell'oceano condensata in una goccia... Ho vissuto e vivrò ancora, sia pure per poco... e perchè? Offro me stessa in premio a quel filosofo, che sappia dirmi adesso il perchè della mia vita.
«Ascoltatemi ancora qualche momento. Questa è la mia ultima lettera, la corda che mi tiene sospesa sull'abisso; non vi lagnate dunque se l'allungo di un palmo e ritardo così la caduta. Affacciatevi piuttosto una ultima volta sul mio abisso, così che guardandovi io non senta più il vuoto sotto i piedi e non vegga più finire la corda nelle mani della morte... Oh! io casco dal cielo, ma il sole mi splende indifferente sul capo e l'azzurro sorride, la natura esulta: io sola infelice, io sola colpevole... ah no, signora, credetelo, colpevole lo siete anche voi. Mi avete pure crudelmente trattata! Respingere il naufrago che aveva afferrata la riva, rinchiudere la cassa sul sepolto che l'aveva scoperchiata!
«Ascoltatemi.
«Poichè dovrò allontanarmi, non negate il tozzo di pane al povero, cui rifiutaste l'ospitalità, e ditemi: allorchè mi amaste, quale era il vostro sogno di vita? Ecco il problema che da sola non risolvo e nel quale si dibattono spasmodicamente il mio cuore e la mia ragione.
«Quando ero fanciulla, come voi, sognavo l'amore di una bella che bella solamente per me non patisse alcun lordo contatto, non avesse altro pensiero che d'essere bella e di amarmi. Nobile, bella, ricca io medesima, immaginavo che nulla potesse impedirmi di vivere per tale sogno e di ottenerlo. M'ingannavo: dovetti essere moglie, umiliare il mio ideale, prostituire i miei sensi sotto un uomo; senonchè la violenza non potè degradarmi, mi ribellai, riebbi l'indipendenza e fui vedova, doppiamente ricca di danaro, d'esperienza e di passione. Quindi cercai il mio sogno e non lo trovai.
«Intanto, nella speranza mi era preparato una specie di serraglio, compiacendomi a chiamare col nome di schiave le cameriere che mi idolatravano. Viaggiai mezza Europa, approdai in Oriente, rimontai l'Egitto e conobbi donne di rara bellezza, d'ingegno vivace, ma nessuna che rispondesse al mio cuore. Ero dunque pazza se cercavo la felicità in un'altra zona fuori della natura? Ma una voce segreta mi susurrava che esisteva, e mi sentivo troppo nobile di anima per stimare la mia passione una bestialità. Proseguii i vagabondi viaggi e finalmente stanca tornai in Sicilia, spendendovi un anno a adornare la villa per la mia incognita. Poi mi rimisi in cammino, e v'incontrai. Ma se meco aveste comuni le giovanili aspirazioni ed i sogni, e al pari di me non potevate amare che una donna, perchè il pensiero di vivere meco lungi dal mondo, al di sopra del mondo, non fu il primo della vostra mente, per non dire del vostro cuore?
«Se Dio esiste e la morte ci apre le porte del suo tribunale, io potrò sempre dirgli: la mia vita giusta o reproba è una, diritta, sempre fedele a sè stessa; non ho mai deviato volontariamente, non ho rallentato il passo, discussa la meta... Ma voi gli direte altrettanto? voi che avete ingannata e tradita voi stessa; voi che per paura di un urlo plebeo avete posto la mano sulla bocca dell'amore e soffocandolo gli avete detto: taci! Voi che avete stritolato un'anima grande come la vostra, perchè? ditemelo, signora; via ditemi come pensavate, come pensate adesso di vivere; ditemi, poichè la vita è un matrimonio, a che, a chi vi sposereste se non mi avete sposata?
«E noi saremmo state felici. Vi avevo già preparato un castello, un serraglio per voi la sultana. I miei milioni, perdonatemi la goffa particolarità, vi avrebbero circondata di un lusso quale solo la poesia può desiderarlo; voi sultana, regina, idolo, dio. Il mio amore si sarebbe steso ai piedi per rendervi più soffici i tappeti dei fiori o della Persia, si sarebbe addensato intorno alla vostra nudità per avvolgerla in una nube sfolgorante, o avrebbe soffiato sulle pieghe dei vostri abiti per renderle più lievi e più loquaci. Fuori alla campagna sarebbe stato il genio della solitudine e della natura, nelle sale del mio palazzo il mago dell'arte e della voluttà. Voi desta, avrebbe vegliato sulle ore che passavano perchè ognuna vi gettasse un sorriso o un piacere: voi addormentata, avrebbe composto la musica per i balli dei vostri sogni... Il mio amore sarebbe stato sempre con voi, dovunque; il mio amore avrebbe saputo uccidermi se glielo aveste ordinato...
«Che gli dirò adesso, al mio amore, adesso che lo avete abbandonato? Perchè vi ho mai rispettata nei primi convegni e debbo essere cacciata dalla fontana senza avervi pure bagnato il lembo della veste? Non vi ho dato che un bacio e non vi ho posato che una sola volta il capo sulla spalla... Ebbene, fanciulla, poichè vi sono dispiaciuta e mi rinnegate, venite a godervi la mia morte; andrò a sdraiarmi sul coperchio della mia tomba, quello sarà il letto e il veleno lo berrò alla tazza della vostra indifferenza... Ma lasciatemi amare, lasciate che vi spogli quel casto costume di Margherita, mentre spoglierò il mio tetro costume di Notte. Vi prometto di non violarvi, ma nuda vi sentirò nuda, vi bacierò solo i capelli, e così non sentirete i miei baci; ma nuda al vostro fianco, il seno presso il seno, l'anca nell'anca, il volto nel volto, la mano nella mano, così, almeno così... e quando sarò morta levatevi, signora, ma fate piano, perchè anche morta sentirò quest'ultimo abbandono e i fremiti del mio cadavere potrebbero spaventarvi...
«Oh, Mimy, ma è impossibile che ci lasciamo! Allora se ne vada il sole e seco se ne vada la terra, che non mi erano cari se non per voi!
«Ci penso e vaneggio: è impossibile che ci lasciamo. Avervi cercata cinque anni, essere cresciuta per voi, per voi divenuta una donna, e abbandonarvi, perdervi... perchè? Vi ripeto, è impossibile. Il naufrago, quando lo ha abbracciato, non lascia più il suo salvatore dovessero assieme annegare: naufragavo se non vi avessi incontrata, ed oramai dobbiamo essere unite per la vita e per la morte.
«Un grande poeta ha detto: che nessun dolore è maggiore del ricordarsi del tempo felice nella miseria, ma vi è un dolore più ineffabile, quello di vedere immiserito il proprio ideale. Non importa. Io che volevo vivere unicamente per voi, e che voi viveste unicamente per me; che nel nostro amore volevo riunite tutte le perfezioni e tutta la natura, che avrei voluto vedervi sempre nell'azzurro pura come esso e colla fronte più luminosa del sole... non importa, rinuncio all'ideale di voi e mi contento della Mimy dell'avvocato e del conte. Non sono più la donna che stimavate grande, sono una povera donna, che domanda l'elemosina. Amatemi come meglio vi piacerà, dalla vostra sfera sublime seguitate a scendere fin dove scendono le donne più intrepide al fango, e vi seguirò... sarò l'ultimo, il più ridicolo dei vostri amanti; amatemi in un'ora di noia, in un'ora di rabbia, non importa! Non vi disputo più, non dico più: o tutto o nulla... no, datemi quello che vorrete, ma datemi qualche cosa e chiedetemi qualunque sacrificio. Vendetemi ognuno dei vostri baci per un bacio che darò a vostro marito, al vostro domestico; quando mi vi inginocchierò ai piedi, percotetemi col tacco la gota, ma lasciatemi toccare la vostra veste. Ho bisogno di voi e vi voglio. Starò sempre alla vedetta, e quando vi vedrò più afflitta o più superba, stenderò la mano... Avremo ancora qualche appuntamento?!
«Se verrete una volta sul mio letto sarò consolata per sempre, perchè ad ogni tempesta di rammarichi mi vi andrò a sdraiare, e baciando i cuscini, dove affondò la vostra testa, mi sembrerà di baciarvi sulle labbra.
«Mi negherete anche questo? Lo so che vi offesi, che ho osato brutalmente respingervi, che vi ho maledetta; ma vi chieggo perdono, e vorrei che quelle empie parole fossero scorpioni che mi ritornassero in bocca e quella maledizione un serpente che mi stringesse la gola. Lo so che ho avuto torto, ma Napoleone mormorò nella caduta, ma Cristo gemè sulla croce, ma nemmeno voi siete innocente... Ah! perdono: non di voi, ma di me debbo parlarvi. Perdonatemi, signora, l'offesa villana, perdonatemi subito, perdonatemi tardi, ma perdonatemi. Se debbo espiare il mio peccato, datemi qualunque penitenza: la compirò col sorriso sulle labbra e nel cuore.
«Ma se non vorrete perdonarmi? Se non mi amaste? No, no, è impossibile: eppure siamo divise e sento l'aspide dello sconforto mordermi il cuore. Mimy, sono pur terribili queste ore, che tu dormi forse nell'ombra di un sogno innocente. Dormi, divina reietta, come dormono i fiori sotto al loro raggio di luna e i raggi della luna dormono sull'onde del lago. Io vorrei piuttosto dormire teco nel fondo di un sepolcro fra lividi cadaveri e candidi scheletri, che sfolgorare onnipotente sul trono di Semiramide.
«Perchè mai Courbet in un'ora di genio dipinse Venere e Psiche...? Tu dormi, bionda, e la bruna non può entrare nella tua camera a passi di lupo.
················»
CAPITOLO III
La follia vince spesso il genio, la fortuna il merito; l'uccello il serpente; il serpente il leone, perchè la donna non vincerebbe l'uomo?
Ottone di Banzole.
L'avvocato, che attendeva nel salone, s'impazientiva e aumentava quasi volontariamente la propria impazienza per sottrarsi a una segreta emozione.
Messo sulla traccia da una imprudente parola di Giulietta, era venuto a cercar la moglie fuggita presso la donna da lui amata pazzamente. Che cosa decidere ritrovandola? Perchè cercarla? Come chiederla a quella donna, alla quale aveva offerto tante volte il proprio amore, e che adesso, dopo l'eroico scandalo del gabinetto, amava e temeva maggiormente? Chi era dunque la maschera? Era folle? No: perchè?
Inciampava da mezz'ora in questi problemi e gli toccava sempre indietreggiare.
Finalmente intese il fruscìo di una veste di seta e vide la marchesa ferma fra il cortinaggio della porta, così che il rosso dell'abito fiammeggiando sul cremisi bruno della tappezzeria le faceva quasi un'aureola fantastica. Era vestita colla più aristocratica ed insolente semplicità. L'abito non aveva che un corsetto liscio con una finta scollacciatura ad angolo, segnata da un merletto bianco, e la sottana sull'anca attillata, a lungo strascico, velata come da un altro merletto. Invece della solita grossa treccia, che le percoteva a mezzo la vita come un anellone di battitoio, una pioggia di lunghi e disordinati ricci rimbalzandole vivamente sulla fronte le grondava pel collo e per le spalle.
Ella s'innoltrava lenta, lenta.
— Mia moglie è qui? egli le domandò per non sapere che dire.
— Vostra moglie! ripetè con accento di ironica meraviglia. Ah! siete venuto per lei? E proseguì verso il camino, che avvampava scoppiettando.
Sedè sull'altra poltrona.
— Potrei, disse Carlo, che avvicinatosi goffamente appoggiava i gomiti sulla spalliera di una sedia, aspettando che ella gli rivolgesse la parola, osservare senza indiscrezione alla signora marchesa, che non mi ha ancora risposto?
— Mi pareva, fece rivolgendosi con un moto pigro.
— Mi avete detto: non siete venuto che per lei!
— Avete ragione: questa non è una risposta. Ma sedete dunque, non sono una regina per avere diritto che mi si parli in piedi.
— Se la bellezza avesse troni...
La marchesa gli troncò con un sorriso indulgente il complimento, e l'avvocato arrossì.
Tacquero: il duello stava per cominciare.
— Mimy è qui?
— Ebbene?
— Voglio vederla.
— È impossibile.
— Perchè?
— Non lo so: ma è impossibile.
— Ma sapete voi tutto?
— So qualche cosa.
— Dunque?...
— Aspetto che mi diciate, poichè si tratta della signora Mimy, che cosa vi conduce qui.
A questa franca interrogazione, egli si fermò.
— La difendete ancora?
— Ancora, soggiunse con amarezza, e voi perchè la perseguitate ancora? Comprendo: Mimy vi fugge, l'inseguite. Istinto di cacciatore che insegue una lepre, ma istinto pure di lupo che insegue un'agnella.
— Così, sono io che ho torto!
— Infallibilmente, poichè siete voi il fuggito.
— Logica bizzarra! mormorò.
E dopo un istante:
— Dunque mi vi opponete: capisco... vorreste salvarla nuovamente.... So tutto. E le presentò la lettera di Mimy.
La marchesa s'illuminò in volto dalla gioia.
— Siete una nobile amica, ma badate, l'amicizia, essa pure, ha le sue frontiere. Ieri sera l'avete salvata con una generosità da romanzo, e adesso vi domando scusa del mio impeto villano e vi ammiro. Ma la scena è cambiata. Malgrado la vostra bella azione io so e il mondo sa tutto. Quella donna non può aver mancato impunemente a' suoi doveri... la reclamo.
— Come un giudice in tribunale, rispose stridulamente la marchesa.
— E sia pure, ribattè irritato dalla ridicolezza della sua posizione.
La marchesa si levò:
— Ebbene, no. Cedetemi vostra moglie: credo che in diritto romano si possa. Catone la dette pure ad Ortensio.
Questa scappata detta con inesprimibile grazia lo fece sorridere.
— Non importa: la mia citazione vi esilara, e così? insistè infilandogli il braccio.
— No, egli fe' resistendo: qualunque siano le vostre opinioni sul matrimonio, io ho le mie e il mondo ha le sue. Siete libera di ridere che Giorgio mi abbia miserabilmente ingannato, di offrire ricovero alla sua amante; siete libera in questo come nel trovarmi brutto, senza spirito, senza pregio, ma non senza onore. Non scherzo, signora. Mia moglie è qui e deve ritornare meco: voglio impedirle altri scandali. Se avete voluto trattenermi finchè mi calmi, parmi ormai d'essere abbastanza tranquillo per non destare seri timori.
— Che cosa farete di vostra moglie, che vi fugge?
— La legge mi lascia più di una strada.
— V'ingannate, per un gentiluomo non ve n'è che una sola: la separazione.
— Può essere.
— Separatevi. Che cosa può accordarvi il tribunale di più che ella non abbia perduto fuggendovi? Conosco il codice anche io. Mimy non vi disputa nulla, poichè vi abbandona tutto.
Non rispose, e l'altra stimando d'averlo scosso:
— Dimenticatevi quella donna: non vi eravate mai uniti, adesso vi separate. Lasciatela al suo destino. Ella perde più di voi, giacchè perde ciò che il mondo chiama onore, e scende dalla sfera della legalità per finire chi sa dove; mentre voi sarete sempre un grande avvocato, dovunque ricevuto, dovunque applaudito. Mimy era infelice con voi e lo sarà più senza di voi. Se desiderate la vendetta: tranquillatevi, l'avrete. È venuta da me, so tutto e l'ho raccolta giurando di proteggerla.
— Anche da Giorgio?
— Anche dal conte, replicò senza scomporsi: da tutti. Sono sola al mondo e rimarrò sempre sola. Mimy mi terrà compagnia e ci aiuteremo a vivere. Quella colpa, che a voi pare infame per ragioni di egoismo, non irrita me donna. Mimy è sempre per me la bella fanciulla di Rimini dal cuore delicato e dalla fantasia poetica, e ora, che mi chiede ospitalità fuggendo disgraziatamente dal mondo, sarei peggiore delle sue amiche, che domani la insulteranno, troppo vili per l'energia dello scandalo, se la rifiutassi. Mimy è pentita, addolorata, starà meco fuori del mondo: io veglierò su lei. Andate avanti per la vostra strada voi, che l'avete gloriosa, e non rivolgetevi a guardare a quale svolta si è perduta vostra moglie...
— Andrò innanzi solo...
— Non eravate solo anche prima, non lo sareste egualmente quando ella consentisse a ritornare con voi. Un abisso vi divide. La vostra vanità di uomo, i vostri progetti di marito soffriranno, ne convengo: ma ogni vita ha il suo dolore, come ogni lago il suo vortice.
Egli aveva chinato il capo. Quelle osservazioni erano troppo sensate per rispondervi prontamente, e per di più pronunciate con un accento, che molto ne leniva la durezza. Stava cogli occhi fissi sopra un fiore del tappeto e pensava, intanto che la marchesa, calma nella voce, l'osservava con mortale trepidazione.
— Signor Carlo, riprese ad un suo moto: siccome contavo di partire, partirò domani portando meco Mimy. Ve lo giuro sulla tomba di mia madre, finchè Mimy sarà meco non sarà di alcun uomo. Nessuno sa ancora della sua fuga e non se ne saprà, anche sospettandola, perchè il conte non sarebbe meno fuggito di voi. Direte che è partita meco per un viaggio, e se la baronessa vorrà saper quale, penserò io ad ingannarla. Accettate?
— Di perdere a un tempo una donna che amo ed una donna che odio: l'offerta è splendida.
— Di chi la colpa?
— Di voi. Ma perchè da quattro mesi vi trovo in ogni luogo della mia vita? Giorgio, uno dei pochi che amavo, mi tradisce; mia moglie mi vilipende e poi mi fugge lasciandomi solo e ridicolo in faccia al mondo e alla vecchiaia e, quasi la bevanda non fosse abbastanza amara, venite voi e vi gettate dentro il vostro amore. Così, quando penserò a voi, mi ricorderò di essere un marito come tutti; quando penserò a lei, mi ricorderò che avevo incontrato una donna ben più bella e che mi ha egualmente fuggito. Bisogna che ci sia un destino contro di noi, perchè i dispiaceri non saprebbero ordinarsi di per sè tanto atrocemente!
— Coraggio, non bisogna poi avvilirsi...
— Chi si avvilisce? Credete che rimpianga quella civetta? Ma è triste sentire a quarant'anni di non avere più nè famiglia, nè una passione di cui vivere. Voi partirete, andrete lontano, a Parigi, a Pietroburgo, a New-York, non lo so. Là sarete felici. Giovani, belle, ricche, tutto il mondo ai vostri piedi, mentre io starò in uno studio a distrigare dalla legge o da un altro avvocato qualche imbecille incappatovi. Per me tutto è finito. A Bologna non c'è un'altra donna come voi: non ho dove rivolgermi. Rimontando il passato, soffrirò ancora più, e voi ne riderete, e forse ritornando da una festa o preparandola vi domanderete: che cosa farà adesso quell'imbecille di Carlo? Mi pare di sentirvi.
— V'ingannate.
— No, non m'inganno, proruppe violentemente; i brutti sono ridicoli per i belli, i vecchi pei giovani, gl'ingannati per gl'ingannatori. A voi tutto e a me niente; è impossibile, non mi rassegno. Avete detto: ogni vita ha il suo dolore, come ogni lago il suo vortice. Bella frase e vera: ma ogni vita deve avere una felicità, come ogni lago ha un incanto. Io non l'ebbi ancora e la voglio, e se mia moglie non potè darmela, mi rivolgerò a qualche altra: se l'avrà, è mia. Vi pare che abbia ragione, signora marchesa?
Ella, che si aspettava da un pezzo questo colpo, non ne fu sbigottita.
— Veramente non mi pare. Avvicinatevi, soggiunse tendendogli amabilmente la mano, e ragioniamo.
— Sarà difficile: e gliela afferrava appassionatamente appressando una specie di sgabello alla poltrona.
Vi fu un altro silenzio: ella si colorò in volto.
— Mi amate?
— Sì.
— Se vi dicessi, e lo fissava audacemente negli occhi: offritemi un dono e sono vostra?
— Accetterei, dovessi restare sulla paglia.
— Siete più generoso di Assuero: egli non offriva che una provincia... Cercate.
Egli le baciò convulsivamente la mano, ma cercò inutilmente.
— Lo sapevo: se io l'avessi trovato?
— Voi!
— Rinunciatemi Mimy.
— Ah! e di seduto le scivolò in ginocchio.
— Non partirete?
— Partirò.
— Quando?
— Posdomani.
— Per sempre?
— Chi può dire questa parola superba? partirò.
Egli la contemplava istupidito. Gli pareva di sognare, mentre venuto a cercare sua moglie per vendicarsi, era adesso lungi dal primo disegno; ma la marchesa calda nel volto di un voluttuoso rossore e col seno ineffabilmente commosso lo abbagliava e l'incendiava. Si stavano tanto presso e in tale atteggiamento, che l'amplesso era quasi incominciato e scoppiando un bacio si compiva.
La marchesa sfinita si rigettò sulla spalliera della poltrona.
Carlo le passò un braccio alla cintura.
— E sia!
Ma ella balzò in piedi, e respingendolo, sembrò voler fuggire.
— Marchesa! gridò inseguendola: ma è una...
Non disse di più, perchè ella gli aveva chiusa la bocca con una mano.
— Adesso andate e stringiamoci la mano: io salvo una donna e voi ne perdete un'altra.
— Ma...
— A domani.
— Troppo tardi.
— Eppure sarà domani.
— E se non mi piegassi? Domani! Gittate un tizzone in un pagliaio e poi ditegli: ardi solo domani: non vi ubbidirà.
— Sì, altrimenti lo spegnerò.
Gli tese la mano, che l'altro strinse.
— Chi mi assicura che manterrete la promessa? scoppiò improvvisamente a dire.
Una nube passò sulla fronte della donna.
— Dubitate? e, accennandogli di attendere, sfuggì per la porta e ne ritornò subito con un astuccio in mano.
— È il diadema di mia madre. Regalandomelo, mi fece promettere che non me ne priverei per cosa al mondo. Prendetelo in pegno, e se domani mattina non mi troverete, andate e gettatelo nel Reno.
— Ma vale centomila franchi!
— Molto di più, corresse sorridendo ironicamente: andate.
L'accento di quest'ultima parola fu così imperioso che indietreggiò come un servo. Teneva l'astuccio aperto nelle mani, ritraendosi metà rivolto alla porta, metà a lei, immota nell'altero atteggiamento.
— Domani mattina a quest'ora! disse guardando l'orologio sul tavolo.
— A quest'ora.
Si avanzò di un passo e correndole incontro:
— Non lo posso credere: è una felicità troppo grande. Le prese un lembo della veste e fuori di sè dalla gioia glielo baciò.
— Lasciatemi, signore: se la fortezza ha abbassato la bandiera, non ha ancora aperto le porte. A voi il domani, ma l'oggi è ancora mio; però queste parole furono pronunciate con tale malinconia, che finì di persuaderlo.
Si ritrassero entrambi ad un tempo: l'avvocato andando verso la porta; la marchesa verso l'usciuolo del gabinetto. Vi giunse la prima, si fermò sulla soglia. Di rossa era divenuta pallida: ogni passo di lui sarebbesi detto le calpestasse il cuore. Egli camminava vivacemente e arrivando alla porta ne scostò in fretta il cortinaggio, fe' girare la maniglia, il cortinaggio ricadde quasi coprendolo. In quel punto intese un:
— Ah! che lo gelò.
Mise fuori il capo, non vide che lo strascico rosso della veste scomparire per la fessura dell'usciuolo.
Stette pensoso; si mirò attorno, fece due passi nel salone, gli occhi fissi sull'usciuolo fremendo incomprensibilmente: ma il domani gli rifiammeggiò così vivamente nel pensiero che stringendosi con un'occhiata suprema tutto quel salone sul petto, uscì sospirando un altro ah! diverso ma egualmente passionato.
Chi aveva vinto?
Chi aveva vinto alla battaglia di Mantinea? I Tebani che avevano sconfitto l'ala sinistra dei nemici rimanendo padroni del campo, o gli Spartani che avevano tagliato a pezzi lo squadrone sacro e ucciso Epaminonda?
CAPITOLO IV
A quoi rêver au bain? Helas! l'Oisivité s'endort laissant sa porte Ouverte — Entre l'Amour. Pour que la Raison en sort Il ne faut pas longtemps. Mardoche. — Alfred de Musset.
Ecco una sala da bagno. Una donna si rattiene la camicia sul ginocchio e chinandosi sull'orlo della vasca sorride alla bellezza della propria immagine sorridente fra il velo dell'acqua. I capelli ancora crespi dell'elegante acconciatura le ondulano sulle spalle marmoree a ogni moto del capo, come forse ad ogni guizzo del senso, desto dalla propria nudità, le fremono idee nella mente. La luce scende arcanamente velata non si sa dove e l'aria tiepida è satura di profumi. Le statue bianche immobili sembrano assaporare la voluttà dell'ambiente. Tutto tace; non un'immagine o un rumore del mondo, non una pianta che ricordi la natura, non un oggetto che ricordi la legge. Se la gloria ha i trofei e Dio le chiese, la voluttà ha le terme o almeno le ebbe un giorno, quando regnò sulla terra un popolo grande. Adesso la virtù cristiana ha cacciato dalla vita questo lusso poetico, e le donne si bagnano entro una ignobile tinozza in una più ignobile camera, come s'immerge il pollo nella catinella prima di arrostirlo. Le case non hanno più sale per la voluttà e non hanno più statue... Dimentichiamo e sogniamo...
La sala è rotonda. Nel pavimento lastricato di diaspro siciliano si profonda una vasca di alabastro degradando a scalinata; intorno girano dodici colonne di alabastro e nei loro vani appoggiate alle pareti attendono dodici statue. La donna ha lasciato il suo manto bianco sopra un cippo di marmo, e guarda. Le statue sorridono...
Io vi abbandono e seguo il mio racconto.
Il gabinetto, nel quale Mimy disponevasi al bagno, quantunque inferiore in magnificenza all'altro che la marchesa possedeva nel suo famoso castello di Sicilia, rivelava forse meglio la graziosa ricchezza della sua fantasia di poeta. Era una specie di capanna rustica senza forma alcuna. Le sue pareti e la vôlta formati di rami di quercia nemmeno sbucciati andavano per ogni lato e parevano cadere ad ogni istante; anzi la vôlta era rovinata in un angolo e fra le sue ruine sorgevano piantelle rampicanti ed erbe grasse.
In un altro angolo s'ammucchiavano molti canestri di fiori esotici, che usi a brillare nei gabinetti aristocratici, e quindi malcontenti del luogo, sembravano guardarsi in uno specchio, capricciosamente insinuato fra i rami, parlando fra loro coll'alterigia di un crocchio di eleganti a una festa di parrocchia in campagna. Non li curiamo ed esaminiamo questo canotto, che partito Dio sa da quali atroci spiaggie di antropofagi si è qui fermato troppo grave di acqua. È tutto di un pezzo, perchè l'artista selvaggio invece di correggere la deforme rotondità dell'albero non lo sbucciò nemmeno e non badò che a scavarlo profondamente nel mezzo per adagiarvisi sdraiato e vogare nascosto alle freccie dei nemici.
Mimy vi è dentro e ascolta fremendo le ultime parole di un canto di Zisa, che si smorza in una cadenza malinconica.
La voce si spense. Mimy, adagiandosi nel canotto, in uno specchio insinuato sì improvvisamente nella vôlta bizzarra che le rappresentò il suo bagno, si sorprese così bella in quel movimento di meraviglia, che non potè a meno di sorridersi.
L'acqua del canotto era tiepida e profumata come l'ambiente. Mimy era sola.
Si raccolse. Quanti avvenimenti in poche ore! Oh! erano troppi e non ci volle pensare. Si estasiò nella contemplazione di quel gabinetto, esaminò le pianticelle, i rami cadenti e che non cadevano forse rattenuti dalla volontà di Elisa che la proteggeva; tornò a guardarsi nello specchio, guardò i fiori che si specchiavano come lei, e li trovò belli. Tutto era bello in quel punto.
Si sentiva felice, tremava, fremeva, aveva voglia dì piangere e di ridere. Era in casa della marchesa, nel suo bagno, proprio nel suo bagno. Se ci fosse stata anche lei? Veramente in due non ci si poteva stare, ma l'acqua, lattiginosa per una infusione di odori, somigliava tanto ad una coperta, e in un letto per quanto piccino si cape sempre in due. Che bella cosa sognare nel bagno quando si sa, e si vuole ignorare che Elisa vi aspetta e vi sospira, e sognare, come si sognava una volta da fanciulla quando amore, dolore e voluttà erano effluvio di remote contrade, e adesso sognare meno indistintamente! no: folleggiare ancora così, folleggiare intorno alla verità, come i bambini girano intorno alla cassetta dei confetti, che la vecchia ha portato pel camino dopo mezzanotte....
Il bagno le blandiva sensi e sogni. E dopo il bagno?
Si alzò alquanto sul busto a guardare le statue: fiutò come una malizia nel loro sorriso e ruppe in un riso pazzo, infantile.
Ma la porta si aperse e Mimy si rituffò colla prontezza di una rannocchia, così che gli spruzzi dell'acqua le imperlarono i capelli. Un passo e un rumore di catene si appressava. Era Zisa nuda con un accappatoio sul braccio. Il bagno era finito. Mimy si drizzò mezzo vergognosa, ma la schiava afferrandola alla cintura la sollevò dal canotto, l'avvolse nell'accappatoio e la portò sul sedile coperto da una pelle di orso nero.
La mora era quasi mesta nel volto.
— Come siete bella! le disse Mimy, che l'osservava lasciandosi asciugare.
— Bella! rispose con accento malinconico; lo sono stata, ma non lo sarò più.
— Non lo sarete più?...
— Tu lo sei più di me, e liberandola improvvisamente dell'accappatoio indietreggiò per contemplarla.
Indi:
— Mi avevano detto che il diamante nero era la più bella fra le gemme... Inganno!
Mimy comprese l'amarezza di quel complimento, e se ne inebbriò; Zisa era forse la schiava prediletta della marchesa e confessava di essere meno bella. Per quanto buono, il suo cuore dovette esultare del trionfo.
Quindi la mora andò alla parete di contro e ne scostò un ramo scoprendo uno stipo meraviglioso, fornito di tutti gli oggettini che servono alla toeletta di una signora. Prese un vasetto d'oro, greco nello stile, e ritornando a Mimy la cosparse di una polvere candida e odorosa; poi cavò una veste di raso bianco dentro e fuori, tepida forse per la vicinanza di un calorifero nascosto, e gliela indossò. Quindi le si inginocchiò ai piedi per forbirli con uno scopettino e una lima di avorio.
Mimy fe' un movimento, così che Zisa inginocchiata sopra un ginocchio solo perdette l'equilibrio: ella la sostenne.
— Perdono!
Si guardarono.
— Mi amerete anche voi? Mimy le chiese con affettuosa timidezza.
La mora sorrise scoprendo due file di denti impareggiabili e scotendo il capo con un moto di leonessa:
— Amerei una iena se ella l'amasse! e accompagnò queste parole con una occhiata così sfolgorante che l'altra n'ebbe quasi paura.
La toeletta proseguì. Zisa le sciolse i capelli, e ravviatili lungamente col pettine, per togliere loro le pieghe artificiose dell'acconciatura, li spruzzò con un piccolo inaffiatoio, che si applicava alle labbra, di una essenza tenuemente odorosa: li lustrò con un fazzoletto di seta, e insinuandovi ambo le mani li disordinò col capriccio del vento. Poi le tolse la veste, che portò seco quasi tutta la polvere, le spazzolò ancora il corpo bianco con un fioco di seta pendente ad un bastoncino di corallo; trasse da un terzo cassetto un ampio mantello di lana finissima e una corona di rose. L'avvolse e la incoronò.
Mimy non si moveva.
Allora le pose un braccio sotto le reni, un altro sotto i ginocchi, e la sollevò distesa. Mimy si raccolse i capelli, che le toccavano terra.
— Andiamo.
— Dove?
La mora volle provarsi a sorridere, ma non potè.
Mimy le nascose la testa contro la spalla rabbrividendo.
CAPITOLO V
Fleur rouge de la volupté, fleur arrachée au soleil par Promethée, je n'aime que toi seule et seule je te cultive dans mon cœur. Ta corolle est rouge et ton parfum enivre bien autrement que le parfum de la fleur bleue de l'ideal. Chaque fois que mon ame saigne par ses innombrables blessures je la plonge dans ton calice, et le sang coule alors sans douleur.
Hymne à la Volupté... — Ottone di Banzole.
Entrarono nel gabinetto. Era ancora il medesimo con qualche miglioramento, a prima vista poco notevole. Anzitutto le finestre erano chiuse e invece del sole una grossa lampada, chiusa in una palla appannata e inghirlandata di fiori, spandeva una luce queta, quasi assopita su tutto quel violetto delle tende, che s'abbruniva come in certi vecchi quadri di grandi maestri, mentre le loro pieghe cadevano con una scura poesia.
Nessun mobile tranne il letto e un antico tripode nel mezzo, dal quale tenui profumi evaporavano intorno alla lampada, lambendola mollemente come talora i vapori fanno alla luna; ma nel salire s'insinuavano fra le crespe della tenda allargandosi mano mano fino a velarle, facendo quasi immaginare, se nel gabinetto si fosse trovata una donna nuda, che quella fosse nuvola che l'aveva accompagnata e l'attendeva per ripartire. Il letto di bronzo dorato, nascosto dalla coperta di raso violetto e riparato da un indescrivibile padiglione di merletti, antichi nel disegno e nella dubbiezza del candore, spioventi da un grande vaso di rose a capo del letto, era di un lusso semplice quanto costoso.
Zisa depose Mimy così avvoltolata sul letto e si ritirò quasi precipitosamente.
La prima cosa che Mimy vide nello specchio, che correva magnifico per tutta la lunghezza del letto, fu sè stessa e molti fiori buttati qua e là a mucchi. Due canestri di fiori le sorridevano sopra due mensole di malachite, sopra il capo aveva una vôlta di merletti, sopra i merletti una nube, sopra la nube una tenda, dinanzi un tripode fumante; un gabinetto vero ed impossibile. Si perdette. Solo una donna poteva avere alzato questo mobile tempio alla voluttà, perchè solo una donna poteva esserne la sacerdotessa. Il tripode fumava, ma perchè non dinanzi alla dea?
Colla fantasia già esaltata dai sogni del bagno, Mimy cercò la divinità, e la vide albeggiare dietro la nube azzurrognola dei profumi.
Era una figura bianca, nuda entro quella nuvola che le rendeva più leggiere e delicate le forme... Un'attitudine impossibile ad esprimersi nella sua poesia, una fronte luminosa, un sorriso più luminoso ancora. Un'irradiazione fulgente, ma attenuata dalla nube, le si diffondeva dalla persona e arrivando a Mimy le penetrava nel candido manto, strisciandole su tutto il corpo. Mimy si sentiva quasi sollevare, e sarebbe bastato un moto di quell'onda luminosa per comunicare colla dea.
Chiuse gli occhi: si accorgeva di vaneggiare e che non aveva più forza di vincersi.
Sospirò.
O il gabinetto fosse soverchiamente caldo, o le infiammasse il sangue, si portò le mani alle gote arrossite ed allentò il manto.
Ella, che pure aveva una fantasia ricca e delicata, non avrebbe mai immaginato quel gabinetto della marchesa. Questo nome fu un buffo di vento che le sperse tutti i pensieri; e di nuovo chiuse gli occhi. Non voleva vedere più. Quel gabinetto, quell'atmosfera, quei profumi l'opprimevano. Voleva assopirsi. Non contenta di avere chiuso gli occhi, li strinse; non paga ancora, li coperse con una mano: le pupille così compresse mandarono lampi e brevi e lucenti meteore solcarono quel buio. Si provò veramente a dormire, ma ogni sforzo fu inutile, finchè quella fatica l'illanguidì e l'ansia le si calmò. Non pensava più, come non nuota colui che allungandosi si lascia portare dalla corrente.
Un'altra donna entrò tacitamente; era la marchesa.
Aveva una diafana veste di velo bruno aperta come le camicie dei marinai sino a mezzo del seno e trattenuta sotto di esso da uno splendido fermaglio formato da un solo rubino: ma dinanzi le scendeva quasi a grembiule sino allo stinco, e dietro le si distendeva in strascico lunghissimo e leggero, lasciandole albeggiare ad ogni passo il profilo della gamba. Camminava scalza. Due nastrini di velluto le stringevano gli stinchi, due le braccia velate sino al gomito da una specie di piccola cappa, e uno il collo. I capelli su quel molto bianco delle carni rifulgevano ancora più neri e male pettinati forse nella fretta, poichè una lunga ciocca cadeva giù pel dosso fino ai ginocchi, e il resto legati da un filo di perle si attorcigliavano sulla nuca in un difficile arruffamento.
Era bella. Forse uno scultore le avrebbe trovato più di un difetto nelle forme troppo robuste, forse le reni, forse i fianchi sarebbero sconvenuti a una Venere; ma Tiziano non dipinse mai un collo, nè due spalle più voluttuose, ma il seno abilmente impicciolito dal velo aveva ancora un'ampiezza terribilmente lasciva; ma la statura, il portamento, l'imperiale maestà del volto appena appena commosso la facevano un tipo sublime e fantastico. Era la donna nel meriggio della propria giornata, bella di vita ancor più che di forme; la donna che ha vissuto, che ha goduto, che ha forse anco sofferto, che ha sviluppata tutta la propria bellezza e si ferma un istante prima di cominciare a perderla.
Avendo veduto Mimy in quell'atteggiamento camminava colla massima leggerezza, e si arrestò al letto contemplando.
Del volto di Mimy non si vedeva che la fronte e la bocca, la fronte pura e la bocca tremola di un nascente sorriso. Ella lo premè con uno sguardo inesprimibile, poi le corse su tutte le forme avvilluppate nel manto e risalì posandosele sulla bocca. Mimy non sentiva, immobile, col petto che si alzava nel respiro rivelando un delicato contorno, mentre i capelli distesi sotto il dosso le spuntavano in ciuffo dall'anca, su quel violetto della coperta di raso spiccando dorati come una criniera di leone o un raggio di sole.
La marchesa si chinò sulla assopita, quasi essendo un fiore ne volesse respirare il profumo, ma non osò chinarsi piucchè a mezzo e dilatando gli occhioni neri la cinse di un più avido sguardo. Un non so che di straordinario le brillava nella faccia. L'opaca e in certo modo possente pallidezza del viso le si era allividita, le pupille le fiammeggiavano fuori dell'orbita leggermente bistrata come dal segno di uno sforzo. Tutti i lineamenti le tremavano. Così china colle braccia mezzo aperte all'amplesso e un sorriso famelico e il petto anelante sembrava la statua Voluttà non nella calma come la sentivano gli antichi, ma nella passione come la sentiamo noi moderni. Era più bella di Mimy, se la vera bellezza sta nella vita, bella della bellezza fantastica, appassionata, peccatrice, tanto cara alla scuola romantica. Stupendo gruppo di Venere e Psiche, degno del pennello di Courbet!
Ma perchè la marchesa, che certo soffriva in quella penetrante contemplazione, non destava Mimy? Difficile dirlo. Forse non voleva toglierla all'assopimento, stimandolo conseguenza dei travagli della notte, forse l'amava in quell'atteggiamento capricciosamente infantile, forse, e il più probabile, s'inebbriava del proprio frenato rapimento. Ma la passione fosse più forte della volontà, o le mancassero le forze, dovette sedersi sulla sponda del letto; però lo fece con tale delicatezza che Mimy non diè un moto. Il letto essendo stretto le due donne si toccavano quasi.
— Oh! sospirò sommessamente, volgendo attorno lo sguardo per togliersi al fascino di quella assopita.
La lampada sospesa alla vôlta spandeva sempre la sua luce quieta, il tripode fumava, i fiori sparsi a mucchi sul tappeto e sulle pelli esalavano i loro acri profumi, mentre il fumo delle essenze arse movendosi per cento ondulazioni calava sul padiglione dei merletti. Nessun rumore, nessun testimonio; perfino il sole escluso, sebbene fuori scintillasse stupendo sul candore della neve. La temperatura dell'ambiente cresceva: la marchesa si vide nello specchio ansante di aspettazione.
Aspettava da cinque anni. Era tempo.
Si diè un'occhiata nello specchio, respinse lo strascico distendendolo sul tappeto, si acconciò il grembiule e si dispose. Mimy aprendo gli occhi doveva vederla di mezzo profilo, seduta, più bella in quell'atteggiamento, che le nascondeva la pesantezza, dei fianchi.
Allungando un braccio classico di forma e che terminava in una mano di piccolezza quasi eccessiva, prese quella che Mimy si teneva sul viso e la scostò. Questa spalancò gli occhi, li spalancò ancora e non disse una parola, non mise un'esclamazione.
— Dormivi?
— No: fe' scuotendo il capo.
— Mi sognavi dunque?
— Neppure.
— E allora?
— Non lo so, ma sono contenta di non aver sognato. Non avrei mai sognato così: e la guardò con una meraviglia mista di ammirazione e di amore. Senonchè abbassò gli occhi improvvisamente e, arrossendo appena appena, si trasse colla mano nascosa il manto sul collo e accennò di scostarsi.
L'altra sorrise e quel sorriso la fe' di nuovo arrossire.
— Il letto è troppo piccino. Aspetta; scivolò sul tappeto e cingendole con un braccio la vita l'attirò sulla sponda così vivamente che una gamba ne spenzolò.
Disgraziatamente, strisciando sulla coperta il manto di Mimy s'aperse.
— Ah! esclamarono ad un tempo. Mimy voleva ricoprirsi, ma Elisa più lesta si disciolse il nodo delle perle nei capelli, che caddero in una magnifica onda, e gettandogliela sul seno le adagiò il capo in grembo.
— Ho letto già di una fata, che aveva un origliere, sul quale potendo dormire si facevano sogni di paradiso e che la fata era obbligata a realizzare. Eppure non alzerei il capo per posarlo su quell'origliere! Mimy, sono bella?... non ti veggo così! Se tu potessi vederti... Oh! ti amo: e tu?
— Io!
Una lagrima le apparve nell'occhio cerulo, e staccandosi dalle palpebre scese lenta lenta per le guance.
— Piangi!
— Ho il cuore troppo pieno; piango con te!
E si alzò per pigliarle la testa, ma non vi sarebbe riuscita se Elisa non si spingeva oltre. Si incontrarono, si confusero in un bacio.
— Sempre con te!
— Sempre... così.
— Così.
— Sempre così abbracciate, coll'anima sulle labbra e baciandoci. Vogliamo morire così.
— Mimy!
— Elisa!
— E sono tua? tu mi ami? Senti come mi batte il cuore: mi pare di morire.
— Oh! non si muore di gioia.
Così parlavano guardandosi, la faccia nella faccia, l'una respirando il respiro dell'altra, ma la fanciulla indietreggiò e ricadde sul cuscino. Elisa la contemplò ancora un istante, le stese i capelli sul viso senza velarle gli occhi, le passò un braccio sotto l'anca e con una ciocca dei proprii le blandì lieve lieve il seno vergineo. A quella delicata carezza visibili fremiti le correvano sulle carni e umidi lampi le sprizzavano dagli occhi cerulei. Quindi le strappò di sotto il mantello e, chinandosele sul petto, lo corse smaniosa colle labbra. Ma ad ogni bacio cresceva la febbre, cresceva l'anelito e i respiri sfuggivano talora sibilando. Mimy velata dai capelli non la si vedeva arrossire, ma l'altra impallidiva e il seno le palpitava violentemente, mentre colla mano le saliva pel dosso alla testa. Ansava, tremava. Arrivò al volto, ne scostò i capelli e, guardatolo prima con indicibile rapimento, tornò al bacio infuocato delle labbra. Le labbra si premevano, si premevano i corpi, perchè la marchesa nello sforzo era salita sul letto, ma quel bacio, convulso non finiva, non lentava. Forse sentendosi entrambe soffocare si serravano colle braccia l'una contro l'altra per aiutarsi, ed invano. Infine la più forte vi si strappò; Elisa levò con atto febbrile il capo, mentre Mimy chiudeva gli occhi.
Una leonessa sopra una gazzella.
— Mimy! ruggì, e passandosi una mano dietro il collo si rigettò dinanzi tutto il volume dei capelli, così che ne rimasero ambedue coperte; poi si riaccostarono e ricominciò un dialogo tronco, sibilante, sommesso. Erano parole incomprensibili, non erano neppure parole. Erano non lo so: ma le teste si agitavano, scoppiava qualche grido e le braccia si davano una stretta.
— Uomo?! mormorò la marchesa.
— No: donna...
Poco dopo la tenda pei merletti ricadde e nascose tutto il letto.
················
Al mattino Carlo correva coll'astuccio in mano al palazzo Fantuzzi. Le finestre del piano nobile erano aperte, ma Elisa e Mimy se n'erano involate.
Non si è mai saputo se l'avvocato andasse al Reno per gettarvi il diadema, come gli aveva detto la marchesa.
DOPO
Da quella scena della Montagnola il giovane e la contessa si erano incontrati più volte senza più parlare del romanzo, quando un mattino s'imbatterono nel Pavaglione.
Il giovane aveva un fascio di carte in tasca.
— Ah! mi ricordo: e quel certo romanzo?
— Dorme da un mese.
— Il sonno dei morti?
— No, dei malati.
— E l'avete finito?
— Contessa, me lo chiedete sul serio?
Ella comprese e sorrise.
— Adesso che cosa fate?
— Ozieggio: è il solo mestiere che mi garbi e nel quale riesca quasi con onore. Bisogna aver avuto la mania dell'arte e della gloria per inebbriarsi del dolce far niente. Tutto vi sorride, dal sole che vi desta con discrezione a mezzogiorno al becco del gas, che vi augura la buona notte quando tornate a casa sull'alba. Nella giornata si va a spasso pel Pavaglione, s'incontrano alcune signore sempre brutte e vestite a un modo, mentre voi siete sempre bella e sempre vestita diversamente. E quelle signore vi sorridono, mostrandovi che han più denti in bocca che idee pel capo o amanti per la mano.
— Per carità, lo interruppe con gaio spavento: non cominciate adesso una delle solite tirate; è cosa da far scappare anche il sole.
Il giovane le offerse il braccio per risposta.
— Ma siete in ozio davvero? Non vi credo.
— Avete torto, perchè io vi credo sempre anche quando mi trovate ridicolo. Sono in isciopero da un mese, e mi darete ragione. Conto su' miei giorni di ozio per farmi perdonare quelli nei quali lavoro. Sono uno scrittore tanto immortale!
— Disgraziato!
Ma dovettero separarsi, perchè una zia di lei, più vecchia del proprio blasone, veniva loro incontro, pedinata da un servitore dell'altro secolo.
— Il signor Ottone di Banzole.
Annunziò una graziosa cameriera. Egli s'inoltrò per un gabinetto elegante verso la contessa, che si scaldava a un buon fuoco sopra una poltrona migliore.
Si strinsero la mano, quindi sedendosi sopra uno sgabello, che trasse vicino alla poltrona, di Banzole non disse parola.
— Così, mio caro autore, siete taciturno?
— Sì: sono a Bologna da tre mesi e mi vi annoio come se vi fossi stato sempre. E voi vi siete annoiata con quello scartafaccio? disse indicandoglielo sul camino.
— Poco.
— Sul serio?
— Quanto lo possiate desiderare.
— Contessa, non toccate la mia potenza di desiderio, perchè sono capace di dirvi che vi desidero subito e da un pezzo.
— Zitto, lo interruppe: mi direste una insolenza. Parliamo piuttosto del vostro romanzo. Ma sapete che il tema era difficile e forse seguiterà a parer tale, moralmente, anche dopo svolto? Vi confesso che mi aspettavo a qualche cosa di più semplice, perdonatemi la parola, di più volgare; invece mi fate veramente un romanzo di passione. La marchesa, Mimy, Giorgio e perfino l'avvocato sono tutte persone di una spiritualità quasi eccessiva, che mentre camminano per una palude infangandosi fino ai capelli, tengono ostinatamente gli occhi al cielo. Conosco poco l'arte, ma per accarezzare una simile contraddizione bisognava che l'artista avesse il genio della immortalità o la passione del vizio.
— Chi sa se non avete ragione?
— Mio Dio! mi fate rabbrividire colla vostra calma.
Invece sorrideva.
— Che cosa volete, contessa, non ho mai compreso bene il vizio e la virtù, ma ho sempre sentito intensamente la bellezza e la bruttezza, e ho conchiuso per farne i due poli della mia coscienza, l'ombra ed il sole della mia vita. Per me una signora è sempre virtuosa finchè è bella, e le sue passioni sono sempre legittime finchè animate dalla poesia e vestite dal lusso. Sono un pagano io, come Giorgio, dei tempi di Alcibiade e di Aspasia. D'altronde vi ringrazio della splendida frase — il genio della immoralità — ma sono desolato di non meritarla. Non ho sublimato a passione ciò, che altri chiamerà vizio, per renderlo più attraente, ma ho supposto ingenuamente che fosse una passione, e la ho dipinta. Il mio romanzo sarà certamente criticato, ricorderà a molte donne, dimentiche da un pezzo, di arrossire; scandalizzerà molte ragazze che l'avevano castamente sognato prima di leggerlo, mi creerà una riputazione orribilmente triste come un giorno di pioggia o il discorso di un professore per una distribuzione di premii, ma mi vi rassegnerò colla bonomia dello scettico, contento se qualche signora del vostro spirito e della vostra bellezza mi abbia compreso e gustato. Già ve lo dissi: scriverò per le signore sibaritiche.
— Non ve ne sono più.
— E voi?
— Io, sono di Bologna.
— Oh! esclamò: la risposta è profonda.
Chinò il capo e risollevandolo prontamente le appressò lo sgabello tanto da afferrarle fanciullescamente uno dei cordoni, che le scendevano sul fianco:
— Dove siamo adesso?
— Il problema non è molto difficile, qui.
— Qui in un gabinetto elegante, una signora voluttuosamente sdraiata sopra una poltrona di forma comodissima per sognare e ai suoi piedi un giovane, che per sognare non ha bisogno se non di fissarla un istante negli occhi turchini. Un magnifico candelabro di bronzo dorato illumina la scena. Ebbene, perchè non sogniamo? Sibari è ancora in piedi e noi siamo in uno dei suoi mille gabinetti. Se non abbiamo corone sul capo, i fiori ci olezzano nella fantasia e possiamo intrecciarcene. Non ho mai colto uno dei vostri fiori, ma debbono essere pure belli, se quelli che vi sorridono sulle labbra sono tanto voluttuosi.
La signora si agitò a queste ultime parole e il giovane proseguì incalzando.
— Sogniamo, contessa: è uno dei lussi più splendidi e meno costosi; mi vi abbandono spesso con passione. Guardate. Questo è un bel gabinetto e sarebbe una bella cornice per un quadro d'amore: la mia visita diviene un convegno, voi un'amante, io un artista innamorato che viene a sdraiarvisi ai piedi... scena di tutti i luoghi e di tutti i tempi. La gioventù, il lusso, la passione, il mistero... nulla manca.
— Proprio nulla? pensateci bene. Per esempio, precisando un po' più il sogno... supponete un po' di musica, un po' di cena.
Il giovane balzò vivamente in piedi.
— Contessa...
— Favorite di suonare quel campanello.
— Alice, ella si rivolse alla cameriera, che fu pronta a comparire: serviteci da cena.
Il giovane meravigliato guardava la contessa con sguardo voluttuoso e diffidente: ma ella non vi badava osservando le due cameriere, che entravano, come nelle commedie, portando un tavolino brillantemente apparecchiato. Lo posero dinanzi al camino e si ritirarono colla muta prontezza di due schiave.
La cena si componeva di un pasticcio, che esalava fumo ed odore, e di una beccaccia corazzata dei soliti crostini. Due bottiglie, una di Reno e l'altra di Sciampagna, fiancheggiavano una graziosa canestrina di fiori: i bicchieri e le posate erano d'oro. Si assisero. La pendola suonò le undici.
Il pasticcio fu aperto e dalla crosta uscirono in folla cappelletti, che impedirono per alcuni minuti alle parole di uscire di bocca: ma il dialogo riprese assai meno poetico. Erano complimenti ed epigrammi, una collana alternata come di perle e di coralli: poi le perle si fecero mano mano più rare e i coralli salirono dal roseo delicato al roseo vivo, indi al rosso, il voluttuoso color del sangue e del vino. Si parlava di amore. I motti scoppiettavano come razzi, i sensi trasalivano: alcune occhiate passavano attraverso quei razzi e perdendosi si risolvevano in un sorriso. Il giovane mangiava con evidente soddisfazione, la contessa tratto tratto lo sbirciava.
— Un inno allo sciampagna, gli disse prendendo ella stessa la bottiglia e sciogliendone le bende metalliche.
— Allo sciampagna, che spuma colla passeggiera facilità, onde la donna ama e l'artista si esalta.
La contessa si alzò ad empirgli il bicchiere.
Egli lo votò, lo tese ancora.
— L'inno?
— Eccolo:
Oh! m'empi il bicchiere E canto per te: Son povero, o donna, Di speme e di fè. Ma canto, e il mio inno È un raggio solar, Che come al moscino Mi basta a campar. Non credo, non spero. Ma godo talor... E godo col vino Col canto e l'amor...
Le ultime parole furono pronunciate con vibrazione così energica, che contrastò singolarmente col senso spensierato del brindisi.
— Bello! disse con ironico sorriso: ma è un inno per voi. Uomo! vi ripeterò colla marchesa di Monero.
Egli non rispose.
Seguitarono a cenare. La beccaccia fu disossata, i crostini scomparvero, il vino sparì e perfino la canestra dei fiori non si salvò. La contessa n'estrasse una camelia e mostrandogliela:
— Perchè mai la camelia, che non ha odore, è tanto stimata?
— Perchè somiglia alle donne volgarmente oneste; donna senza amore, fiore senza profumo.
— Il trionfo della insensibilità sulla passione.
— E voi per chi state? per il trionfatore in mezzo alla folla dei piccoli, o per il vinto, cui accompagna la simpatica ammirazione dei pochi grandi?
La cena era finita: ella si alzò senza replicare, ma l'altro fe' altrettanto, e si trovarono appoggiati al caminetto fissandosi nello specchio.
Il fuoco ardeva scoppiettando, il candelabro brillava, ma la tappezzeria bruna non ripercotendone la luce, il gabinetto rimaneva quasi buio e loro due in una zona di luce e di calore. Avevano i resti di una cena elegante a lato, un po' di mistero e forse anche di simpatia nello spirito, la poesia dello sciampagna nel cervello, il sentimento di una uguale superiorità aristocratica in cuore. Tutto animava e rendeva bella la scena.
Tacevano, ma erano troppo vicini, perchè il silenzio, prolungandosi, non diventasse pericoloso.
La donna se ne avvide e rivolse la faccia dallo specchio per riprendere il dialogo, senonchè nel medesimo tempo egli le pigliava una mano e considerandola col raccoglimento seduttore della fantasticaggine evitava il suo sguardo.
Da tempi immemorabili e prima assai che Sterne, poi Balzac e mille altri dessero analisi e consigli, il prendersi per la mano a certi punti o il lasciarsela prendere fu considerato una gran cosa: più di una donna cadde perchè un uomo allora la sostenne con una mano, più di un uomo fu cangiato in bestia, perchè una donna lo toccò con una mano — e l'incontro di due mani come quello di due mari ebbe infinite diversità e conseguenze.
Due dita che si stringono, ecco, direbbe un hegheliano, il primo momento dell'amore. E il secondo?
La contessa non resistette, ma sulle labbra le passò un sorriso, che, osservato, avrebbe tolto di Banzole alla sua fantasticaggine. Non lo vide, seguitò a considerare la mano e la presse come il tasto d'un pianoforte; il tasto cedette. Di Banzole rialzò il capo: stettero sospesi. Bastava un tremito per destare la nota. La contessa strinse vigorosamente all'inglese la mano del giovine.
— Che! proruppe come destandosi da un sogno.
Ella ripetè la stretta.
— Ma mi salutate?... avrei perduto?
— No, avete vinto: il romanzo è stupendo.
— Allora?
— Vi siete vinto voi stesso vincendo la causa.
E scoppiò a ridere.
Il giovane abbassò la testa impallidendo.
— Peggio di Mirabeau!
— No: egli non salvò la monarchia, come se ne era vantato, mentre voi salvate l'artista se l'uomo è perduto.
— E questa cena?
— Come il colloquio di Antonietta con Mirabeau.
— Ma potrebbe dirsi di voi ciò che si disse di Antonietta?
— Mirabeau e la storia non vi crederebbero, come non vi hanno creduto.
— La battaglia era perduta: bisognava salvare la ritirata.
— Mirabeau lasciando Antonietta le chiese la mano da baciare.
— Ebbene?
Le passò vivamente un braccio alla cintura e se la strinse contro il petto.
— Ah!
— Mirabeau non faceva che promettere e io ho in parte mantenuto: mi occorre di più.
Quindi giovandosi del modo, onde la teneva abbracciata, le diede un bacio sulla bocca.
— Contessa...
— Sempre buoni amici.
— Sempre: honny soit qui mal y pense.
Fine.