PARTE TERZA (continued 2)
Reading edition
— T'inganni, alle Assisie non ci sarà alcuno, rispose il povero innamorato.
L'altro l'osservò stupito.
— Vieni?
— No.
— E domani?
— Improvviserò, rispose con una indifferenza che avrebbe forse guadagnata la marchesa.
Scese nell'atrio e si mise a passeggiare.
Era abbattuto nell'aspetto. Quella collera violenta caduta al primo sguardo della marchesa era stata come l'albero, che nel rovesciarsi sconquassa il vascello. Perchè essere geloso di quella donna che gli sguizzava sempre di mano? Perchè impedire di essere amato a Del Pino, così bello e gentile, se egli brutto non poteva esserlo? Fra loro due, lo sentiva, egli doveva figurare come una insegna da osteria fra un quadro di Guido ed un altro di Hayez; eppure, così brutto aveva uno spirito abbastanza grande per meritare l'amore... Invece, giunto a quarant'anni senza amore, invecchierebbe e morirebbe senza amore! Che gli importava la sua splendida riputazione di avvocato, le ricchezze accumulate, la vasta intelligenza, la forza fisica e morale?... Carlo era in uno di quei momenti, nei quali l'anima scoraggiata si compiace del proprio abbattimento, e morte le speranze agonizzano i desideri; tutto quello che era nella luce o nell'ombra si confonde in una tenebria indecisa, — il passato è una nebbia, una nebbia l'avvenire e la vita vi fluttua in mezzo come una nuvola — Soffrire non volendo sapere il perchè, soffrire lentamente come cola una lagrima per la guancia: sdraiarsi nel dolore come in una tomba aspettando che ne ricada il coperchio, ecco l'estrema voluttà. Così si era persuaso d'essere indegno di amore, di non avere dritti alla gelosia, di non essere più geloso. La marchesa sarebbe l'amante di Del Pino, di altri, di tutti, fuorchè di lui: egli non sarebbe più nulla al mondo...
Il fruscìo di una veste di seta lo interruppe.
La marchesa usciva al braccio di Del Pino; lo spettacolo non era ancora a mezzo. Fu uno strappo violento. Così come si trovava le si cacciò dietro, ma si affacciava appunto sulla porta, che Del Pino rinchiudeva lo sportello della carrozza. Invece di buttarsi in un fiacchero, ordinando al vetturino di seguirla, corse alcuni passi lungo il portico del teatro; la carrozza gli sfiancò tanto presso, che se non era una colonna, quelli di dentro lo avrebbero scorto: la carrozza proseguiva rapidamente malgrado la neve piuttosto alta e perchè recentissima non ancora aperta. Carlo dietro a furia. La strada era deserta. Robustissimo, correva rapidamente colle scarpe di pelle lucida, a suola sottilissima e i calzoni che lasciavano penetrare la neve a bagnargli le gambe, ma i cavalli correvano anche più; la distanza cresceva ed egli raddoppiava di lena: si strinse in una mano le code dell'abito, e via spiccando balzi prodigiosi. Una volta scivolò e sarebbe caduto se non si fosse giovato della gran forza, ma si spinse più furiosamente, senonchè in quel punto la carrozza svoltava a sinistra della piazzetta che prende nome dal vecchio palazzo dei Bentivoglio. Fremette, ma non si smarrì.
— Non vanno dunque a casa? mormorò dandosi un pugno nella coscia come per sferzarsi, e proseguì la corsa disperata. Giunse all'angolo, e potè vedere ancora la carrozza piegare a sinistra del teatro Contavalli. La strada saliva, pure non si rallentò: ansante, trafelato arrivò in piazza San Martino: era deserta; riconobbe la carreggiata e non potè più correre perchè i calzoni inzuppati gli legavano le gambe e le scarpe scontortesi in quella ruina gli indolenzivano i piedi: aveva perduto un tacco; nei portici passava gente.
Si rimise il cappello e proseguì al passo dietro la carreggiata, infilò via Cavaliera, piegò verso le due Torri, sempre su quella traccia, distinguendola, riconoscendola fra le altre, si mise per via San Vitale: si fermò al palazzo Fantuzzi. Tardi! il portone era chiuso.
Del Pino era salito dalla marchesa o era partito dopo averla ricondotta? Tremendo problema, per un geloso.
Stette un momento in fra due se battesse, ma si conobbe sì strano in arnese, in abito nero, infangato fino agli occhi, i capelli grondanti di sudore, che non ne ebbe il coraggio. Interrogò il portone, guardò la carreggiata, studiò sulla neve l'orme dei piedi, ma erano troppe; spiò le finestre; in due brillava il lume, le ravvisò del gabinetto favorito.
— Saranno là dentro!
L'orologio della chiesa vicina suonò le undici.
Per la strada non passava anima viva: bianca, muta, sconsolata: egli solo in piedi, davanti a quel portone in costume da ballo! Intanto, cessato l'impeto della corsa, il sudore gli si gelava sulla fronte al vento notturno, perchè gli abiti troppo leggeri non lo difendevano che assai male: rabbrividì. Egli, l'avvocato più grave e più celebre di Bologna, in quella situazione appena condonabile ad un ragazzo da liceo! Se qualcuno passandolo riconoscesse... Però essi erano là dentro, in quel gabinetto elegante, seduti ad un buon fuoco, forse sulla stessa poltrona: il punch fumava e lo dimenticavano — egli la teneva fra le braccia e scherzandole colla frappa del corsetto rideva ricordandole la brusca apparizione dell'avvocato, quel suo goffo imbarazzo, il più goffo silenzio, la goffissima partenza: ella sorrideva accarezzando la tenue barba all'elegante favorito... l'ambiente era caldo, fiori sul camino, fiori nell'anima, fiori sulla bocca. Del Pino uscirebbe o passerebbe la notte con lei? Perchè abbandonare il teatro a mezzo la rappresentazione? Inutili domande, dolorosi enigmi... Mimy rimasta sola con Giorgio che cosa penserebbe di questa scappata dopo la scena a pranzo? Giorgio era poi un amico tanto sicuro da non profittare d'una cattiva disposizione di lei? Essere tradito a un tempo da ambe le parti era troppo anche per un avvocato...
Il freddo facevasi mano mano più acuto e la tramontana levandosi raggelava la neve: la notte si prometteva limpida, ma insopportabile, massime alle povere sentinelle. Carlo era una di esse. Si era diggià abbottonato la marsina calcandosi il gibus sulle orecchie, nullameno sentiva nelle carni una frigidezza dolorosa, mentre l'acqua penetratagli nelle scarpe gli intirizziva i piedi. Si ritrasse sotto il portico e fe' qualche passo per rianimarsi il calore; si fermò.
— Aspetterò, voglio vederlo uscire.
E dopo:
— Ma se non esce?
Il vento soffiava poderoso; per evitarlo si nascose nel vano di una porta, dalla quale poteva spiare le finestre illuminate e il portone chiuso. Attese; sempre triste l'attendere, allora poi tristissimo. Lo sciagurato si mise a pensare, e di pensiero in pensiero divagò lontano; pensò alla sua infanzia, all'adolescenza studiosa, alla più severa giovinezza: spigolò qua e là per le reminiscenze di quegli anni, e si lacerò ad obliati pruneti, respirò un'aura di obliate primavere: poi assistè alla morte di sua madre e le ripetè il giuramento di ammogliarsi, così che la vecchia moriva contenta e superba di lui, ma tutto ciò in confusione. Sposava Mimy, ed ecco la marchesa insinuarsi fra quei ricordi e scompigliarli. Egli, che non aveva amato nemmeno sua madre, s'innamorava perdutamente di lei: non più preoccupazioni di guadagni, avidità di reputazione; quella donna, solamente quella donna, essere l'amante di quella donna. Era bella, aristocratica, un'ideale, un romanzo. Se la vita non è un romanzo dove è la sua voluttà?... E la fantasia apriva al senso anelante la galleria de' suoi quadri centuplicati dagli specchi; e lo spirito si smarriva in mille scene tutte amorose e inebbrianti. Vivere con quella donna, aumentare ancora la propria fama; già molte volte Bologna gli aveva offerto la candidatura, ora accetterebbe, sarebbe deputato, forse ministro e dopo una lotta eroica alla tribuna si riposerebbe su quel seno pigliandovi un bagno di voluttà ignote a tutto il resto degli uomini. La vita e la morte di Mirabeau: allori e fiori, calici e baci.
Un accordo di pianoforte lo tolse a quel sogno, facendogli provare più vivamente i morsi del freddo.
Ascoltò: pareva un preludio. Una voce che non era quella della marchesa modulò qualche nota e tutto tacque.
Le finestre erano sempre illuminate, il portone chiuso. Guardò l'orologio: ormai il tocco.
— Tardi, susurrò pensando a Mimy, che certamente Giorgio aveva ricondotta a casa.
In questo tempo qualche persona era passata pel portico, ma egli celato nell'ombra della porta ne aveva evitato gli sguardi; senonchè l'immobilità gli accresceva il freddo di per sè insopportabile in quel costume e con quell'umidore alle gambe. Tornò a muoversi, gli occhi sempre nelle finestre, senza allontanarsi, proprio come una sentinella.
Che cosa non avrebbe dato per essere in quel gabinetto o almeno per vedervi dentro? Invece lì fuori, tremante di freddo, di gelosia, di vergogna, lì come una farfalla sorpresa dal gelo nelle ali cogli occhi fisi nel lume. Suonò un'ora, suonarono le due. Forsechè la marchesa e il marchesino si andrebbero a letto o il marchesino uscirebbe? Non vi erano ragioni per credere che uscisse a quell'ora, se fino a quell'ora aveva potuto rimanere. Ma le finestre si erano oscurate. Carlo saltò dal portico nella strada e si mise presso l'usciolo tagliato nel portone... A che scopo? Neppure egli lo sapeva, ma guai per l'altro, se fosse davvero uscito, colla smania di lotta che in quel punto agitava l'avvocato. Incollò l'orecchio ad una fessura e stette ascoltando; nulla: nemmeno un rumore di passi nell'appartamento superiore, nemmeno il martellare dello scrocco di un uscio: nulla, se non un'arietta che zufolando per la fessura gli indoloriva l'orecchio. Dunque non usciva? Si percosse violentemente la fronte e tornò sotto il portico. Le due finestre non si distinguevano più, tutte erano egualmente buie, indifferenti, impossibile fissarne una per cinque minuti ora che non avevano più espressione; il pensiero brancicandole scivolava come un caduto per la camicia di un pozzo. Bruno il palazzo, buie le finestre, e la strada bianca, fredda, deserta: la tramontana soffiava intirizzente; e non potersi distrarre, scaldare quasi al lume di quella finestra.
La notte era limpida, il freddo tagliente: che fare a quell'ora, sotto quel portico in faccia a quel palazzo muto?
— Resterò fino a domattina, masticò rabbiosamente fra i denti, e tornò a ripararsi sotto la porta.
Suonarono le due e tre quarti.
La strada era sempre bianca, fredda, deserta: le finestre non parlavano, ma invece i piedi gli spasimavano atrocemente e il fiato gli si congelava sulla barba: sentì mancarsi la risoluzione. Perchè quella guardia? O Del Pino era dalla marchesa e non ne uscirebbe che a giorno alto, ed era impossibile restare sotto il portico così abbigliato, quando la gente ricomincerebbe a circolare; ma quel lume non luceva più! A che pensare? In che divagarsi? A che rattenersi?
— Sono pur sciagurato! e si spiccò dalla porta per andarsene, ma la gelosia lo rimorse più acuta. E se Del Pino era là dentro?
Due grosse lagrime gli gocciolarono dagli occhi.
Erano le prime lagrime della sua vita, ma non gli furono un refrigerio alla maledetta arsura dell'anima: guardò ancora le finestre; poi finalmente se ne distolse imprecando. Povero Carlo! quelle poche ore gli avevano devastata la vita come un uragano devasta una bella pianura di orti e di vigneti, ma se la pianura ridiventa bella alla nuova stagione, egli forse non avrebbe mai più potuto dopo quella tempesta ritornare l'uomo calmo e forte di prima.
CAPITOLO VI
Quale influenza avrà un mazzo di fiori in un gabinetto, massimamente d'inverno, sopra una signora che respirandone il profumo senta l'uomo da lungo tempo simpatico parlarle d'amore? Certo queste due voluttà si mesceranno rinvigorendosi, e il linguaggio odoroso dei fiori servirà d'interprete al linguaggio dell'amore. Per me credo che la tappezzeria, i mobili, la luce, il lusso, la fisonomia di una stanza, un libro aperto, un periodo letto a metà, una immagine traveduta spiando lo specchio, un'eco raccolta in una parola, un'aria che si risveglia guardando il pianoforte entrino per assai nella seduzione di una donna. La pianta dell'amore non ispunta in terreno incolto, e perchè il cuore della donna sia fecondato bisogna che la rugiada lo bagni prima che soffi il vento e s'alzi il sole.
Ha ancora meno spirito di un marito l'amante che non conosce la propria insufficienza.
La donna è essenzialmente religiosa: tutto ciò che non è divino è nulla per lei — bisogna quindi crearle un mondo nel mondo ed esserne il Dio per imporle l'enorme sacrificio di amarvi.
Contro Isocrate. Avvertimenti morali a Demonio.
Ottone di Banzole.
La mattinata era bella.
La neve caduta come un immenso mantello, che si fosse rotto fra gli alberi e sulle siepi, dava alla campagna un aspetto di desolata uniformità. Le sue case più distanti in quell'abbandono e senza verde intorno diventavano come incomprensibili — perchè abitare in quel paesaggio senza vita? Appena qualche esile colonna di fumo uscendo dai camini tremolava lievemente sui tetti, mentre un altro vapore più denso e più grasso alitava dai concimi, e i pagliai di un giallo dorato, più vivo, tra tutto quel candore sembravano cedere sotto il peso del loro elmo d'argento. Nessun rumore, nessuna attività: tratto tratto un ramo aiutato dal sole invisibile si rialzava scrollando la neve, come un cane che esca dall'acqua, o un uccello passava pigolando per la fame, spaventato dallo scoppio di un archibugio lontano.
Tutto era bianco nella stretta pianura, all'infuori di un abete o di una spalliera di mortella intorno a qualche casino abbandonato; ma sulla collina di San Michele, antico e vasto convento, una folla d'alberi brulli e frondosi rompeva per largo tratto il niveo tappeto, facendovi come una macchia. Non un sentiero era scoperto sui monti.
Avvolto in un ampio mantello, che cadeva in bei panneggiamenti, e calzando grossi stivali, Carlo usciva da Porta Castiglione, che suonavano le nove: sulla soglia della porta la neve s'era disciolta in una limacciosa pozzanghera impressa di orme e rigata da rotaia, ma al di là della strada di circonvallazione, l'altra della collina non era aperta se non da una stretta pista che smarrivasi dopo un centinaio di passi in un solco sudicio su quel candore — l'orma degli uomini nella natura!
Perchè venire a piedi non invitato a quel convegno? Che cosa ne penserebbero gli altri due?
Non vi aveva riflettuto.
Levatosi di buon mattino, s'era vestito da campagna dimenticando la seduta dell'Assisie, e avvoltosi nel mantello, quasi per uscire immediatamente, aveva invece egli stesso acceso il caminetto. Si sentiva stanco.
Non osò presentarsi a Mimy, temendo egualmente le sue domande e il suo silenzio; colpevole in faccia a sè stesso ed a lei, gli parve gran cosa di evitarla per meglio dimenticare. Adesso andava ripensando la scena della notte.
Giunse presto ove la strada si biforcava, da una parte svoltando verso San Michele e dall'altra proseguendo in serpeggiamenti su per la collina. Si fermò: avevano a passare di lì.
Attese un pezzo, poi guardò l'orologio: le nove e tre quarti.
Cominciava quasi a pentirsi di essere venuto, ma per cansare possibilmente il ridicolo di aspettarli, si disse che vedendoli muoverebbe loro incontro, come di ritorno in città da una passeggiata — forse da questo buco non l'avrebbe scappata, ma una scappatoia c'era. Stava immobile guardando, ascoltando. L'anima gli tremava, mentre il pensiero ritornando, malgrado tutti gli sforzi della volontà, ai dolori della notte li ridestava uno ad uno. Aspettare, sempre aspettare, e aspettare forse inutilmente!
Aspettava da venti anni.
Un rumore di passi e di voci al di sopra lo fece voltare. Due contadini venivano sghignazzando.
Quando gli furono presso, uno esclamò:
— E quel zuccone innamorarsi a quarant'anni! va là, che con un'altra donna in casa si deve star bene...
— Le case vorrebbero essere rotonde con una donna per cantone.
— E a quelli che s'innamorano aguzzargli i pali sulla schiena e piantarglieli... — ma si arrestò per rispetto dell'avvocato; senonchè il dado era ormai tratto e scoppiò a ridere volgendosi al compagno.
Carlo, che aveva inteso, li guardò allontanarsi così allegri, e mormorò tristamente:
— Hanno ragione.
I due contadini erano scomparsi; Carlo rimase ancora solo. Come tutto era bianco e freddo! Attendeva sempre, ma l'anima in quella aspettazione gli si prostrava invece d'impazientirsi. Tutta la sua energia l'aveva consumata nella notte. Oramai si rassegnava ad essere venuto inutilmente: i contadini avevano proprio ragione: egli era stato un imbecille innamorandosi a quarant'anni la prima volta!
Vennero le dieci, e stanco di quell'immobilità ritornò sui propri passi alla curva della strada, dalla quale si vedeva fino quasi alle mura, e nessuno! Sospirò, risalì, si spinse per la strada di San Michele, tese l'orecchio, acuì lo sguardo. Allora fantasticò, disse che la marchesa mancherebbe all'appuntamento, che non amava Del Pino, che aveva negato di venire all'Assisie per metterlo alla prova; ma nel più bello di questa argomentazione trionfante una voce sorse dal fondo della coscienza e gridò: no. Si smarrì, divagò, suppose un'altra passeggiata a San Luca, alla Certosa: quei due erano così stravaganti! Suppose che non la facessero, che fossero tuttora a letto, languidi della notte... Fu una idea micidiale, che volle invano respingere e che gli ravvivò tutti i dolori sofferti... Intanto il tempo passava.
Le dieci ed un quarto, poi le dieci e mezzo: la seduta doveva cominciare alle undici.
Bisognava risolversi; a che?
L'anima gli si frantumava nella tempesta con quella natura intorno bianca ed inerte: l'opposizione di tale calma esteriore rese più violenta la tempesta e lo decise.
Si ravvolse nel mantello dandosi rabbiosamente un pugno nel petto, e ritornò a gran passi verso la città: alla porta s'imbattè nei due contadini, che lo guardarono guardandosi fra loro.
— Strada San Vitale, palazzo Fantuzzi! gridò ad un vetturino che passava, cacciandosi nel fiacre.
Il cavallo, che era una rozza, seguitò il suo passo, mentre il cocchiere si alitava sulle mani intirizzite. Non ci volle altro.
— E frusta, mascalzone! ruggì abbassando lo sportello: paga doppia, ma frusta.
E lo incitò tanto che, offeso da quella prima parola nel suo sacro orgoglio di cittadino, il mascalzone si decise a frustare, ma non così il cavallo a correre, impedito dalla neve che scemavagli le poche forze lasciategli dalla fame. L'avvocato, che quelle piccole contrarietà facevano infine prorompere, scagliò bestemmie su bestemmie. Tutto gli si opponeva, persino le strade in molti canti barricate così che bisognava prendere delle giravolte: egli sbuffava dal caldo cacciando ogni tanto la testa fuori dello sportello. Finalmente infilarono via San Vitale: suonavano le undici.
— Tardi! bestemmiò saltando dal predellino, che la carrozza si muoveva ancora.
— La marchesa? domandò precipitosamente al portinaio, che spazzava l'atrio.
— Che cosa?
— È in casa?
— Chi?
— La signora marchesa, imbecille!
— No, rispose più alla seconda che alla prima parte della domanda.
Gli cadde il cuore.
— È uscita a cavallo?
— Un'ora fa.
— Sola?
— Sola.
Quando entrò nella sala dell'Assisie la Corte era diggià seduta: il suo compagno della difesa cominciava a spaventarsi.
L'accusata, chiusa nella gabbia di ferro, sembrava non accorgersi del pubblico e sedeva sull'ignobile panca, la fronte nella mano. Il suo viso, ancora giovane ma patito, aveva una malinconica espressione, resa quasi fosca dai capelli nerissimi, che mal pettinati, in treccie e in riccioli l'incorniciavano: era scarno, livido. La veste ampia e smollata non consentiva le forme della persona: ma la testa era di un bel carattere, vigorosa, cogli occhi affossati e nerissimi, le labbra sottili: la mano era secca e nervosa, il piede che spuntava dalla veste assai piccolo.
Siccome all'entrare di Carlo sorse un mormorio negli spettatori, ella si rivolse, incontrò il suo sguardo e riabbassò indifferente gli occhi.
Il processo era grave: trattavasi della testa.
Arrivando al banco, Carlo cadde così abbattuto sulla sedia, che il compagno gli chiese sbigottito se si sentiva male.
— Peggio, rispose con scherno doloroso.
L'altro l'osservò stupito e non osò interrogarlo di più.
Incominciarono le formalità: Carlo si volse al pubblico osservando le signore in prima fila, convenute in gran numero pel nome dell'avvocato e l'importanza della causa e il sesso dell'accusata — una donna che ha ucciso il marito a sangue freddo e senza un motivo apparente, bella, che può essere condannata nel capo, eccitava anche troppo la curiosità femminile: bisognava venire all'Assisie per penetrare quella fisonomia e leggere meglio del giudice nelle risposte, cogliere a volo la passione. L'accusata avrebbe paura? Svenirebbe se condannata nel capo? Problemi divertenti per gli sfaccendati, ed era il caso. Poi vi è sempre una certa voluttà a sentirsi libero e sano in faccia ad un altro prigioniero e moribondo.
Carlo corse rapidamente tutte le signore collo sguardo senza fermarsi ad alcuna, sebbene più di due begli occhi cercassero di incontrarsi ne' suoi per vanità.
L'interrogatorio proseguiva: l'accusata rispondeva con voce franca ma velata, senza iattanza e senza paura: si era passata una mano sui capelli e composte le pieghe della veste. Confessò l'omicidio, ma quando il presidente volle spingersi oltre colle domande, gli lanciò un'occhiata breve breve e si chiuse nel silenzio.
Le circostanze erano atroci.
— Badate, egli le disse commosso da quella ostinazione: tacendo potete pregiudicarvi ed essere condannata nel capo.
— E poi?
Carlo la guardò: in quel punto era bella.
— Somiglia quasi alla marchesa, e si volse udendo aprirsi la porta delle signore: entrava la principessa di San Marciano: nuovo rumore nella sala.
Il còmpito del Pubblico Ministero questa volta era assai facile, giacchè la rea si era accusata di per sè quanto lo si potesse: però il coscienzioso magistrato non volle venir meno al suo carattere di sicario della legge e si scagliò contro la donna colla maggior collera artificiale. Il suo discorso, breve ma noioso, fu un continuo scoppiettio di razzi rettorici, di sentenze morali: a sentirlo, la società aveva bisogno di quella testa per reggersi sui cardini, o tutto era perduto, la morale, il matrimonio, la famiglia, il mondo, Dio e probabilmente ancora qualcunaltro.
L'accusata non si scosse, o avesse un cuore molto duro o una mente molto distratta.
Rispose primo e vantando la irresistibile eloquenza dell'accusa il compagno di Carlo, ma la sua difesa, basata unicamente sul fatto, somigliò all'altro discorso, come si rassomigliano quelle coppie di fantocci che ornano i caminetti, e avrebbe potuto passare inosservata anche con vantaggio dell'oratore. Venne la volta di Carlo.
Vi fu un leggero bisbiglio, poi un silenzio di statua.
Carlo si levò.
L'accusata lo guardò curiosamente: il difensore era più pallido della rea.
Stette un momento colle mani appoggiate sul banco e la testa china, poi l'alzò alteramente e con voce prima lenta, poi mano mano più sonora e concitata proruppe nel mezzo della questione. Il delitto era un delitto di amore, l'ostinazione della pallida accusata nel rifiutare ogni spiegazione il pudore della passione; e qui ebbe movimenti di vera eloquenza. S'indirizzò ai giurati, e cacciandosi nei laberinti di quell'anima, che non conosceva, li trasse seco frementi, li aggirò a lungo negli umidi sotterranei ove germinano le idee e i sentimenti: mostrò loro quelli che insinuandosi per i crepacci delle volte arrivavano all'aria aperta ed al sole, gli altri meno fortunati che strisciavano al suolo o si abbarbicavano alle pareti, talora giungendo ad abbracciare le radici delle piante felici e a soffocarle colla dolorosa vendetta del vinto. L'analisi era viva, colorata, sensibile a tutti malgrado la sua finezza; commosso commoveva, onde accorgendosene ad una pausa si spinse oltre all'attacco, e negò quella testa al carnefice, negò alla società il diritto di morte, negò infine la colpa alla passione: fu oratore, fu quasi poeta, fu potente. Come fosse la cima di un monte vi salse prima correndo, poi ridiscese e risalì indicando alla gente ove mettere il piede negli scoscendimenti delle roccie: la salita era terribile, massime per gente borghese, ma l'avvocato ascendeva colla fronte luminosa: la sua voce toccava, blandiva, sferzava — bisognava buono o malgrado seguirlo, senonchè riguadagnando per la terza volta l'aerea cima cadde stanco egli stesso e dovette chiedere al presidente qualche minuto di riposo fra uno scoppio spontaneo, irresistibile di applausi.
Tutti guardavano verso di lui e verso la rea, che ammaliata da quella potenza lo fissava immobile.
Carlo era ricaduto colla fronte nelle mani.
Si voltò alle signore e non vide la marchesa, bensì Del Pino.
— Crudele! mormorò fra i denti.
Ritornata dalla passeggiata, perchè non veniva alle Assisie?
Questa durezza incomprensibile lo prostrò: fino allora aveva sperato e spesso nel calore della improvvisazione, udendo schiudersi la porta, sbirciava.
Se ella fosse venuta, quella testa era forse salva!
Dovette proseguire: senonchè tutto era in lui cambiato, persino il gesto e la voce; al bello e temerario oratore succedeva un floscio avvocato, che invece di negare quella testa la mercanteggiava cogli articoli del codice: e il discorso durò un'altra ora interrompendosi per ripetersi zoppicante, snervato, disgustoso; e svanita nel giurì e nella gente la prima impressione, il delitto riapparve nella sua luce sanguigna; il carnefice ridistese verso la testa della accusata la mano dianzi ritirata con ispavento. Nè a Carlo questo sfuggiva: sentivasi realmente venir meno, non aveva altra voglia che di finire, ma come accade spesso la parola gli avea rubata la mano, ed egli andava innanzi senza pensiero, quasi inseguendola...
Finalmente tacque e al suo tacere sorse un bisbiglio di disapprovazione. Che cosa gli importava della folla? Degli applausi o dei fischi di chi non poteva apprezzare il suo ingegno nè attirare il suo cuore? Fischi ed applausi della moltitudine, aria percossa! In quella sala, peggio in quella folla, gli pareva di soffocare; sarebbe fuggito, se il compagno non lo distoglieva come da un atto indecente verso l'accusata, la quale lo guardava più intensamente di prima, quasi per leggergli in volto la passione, che lo aveva reso tanto dissimile da sè stesso in così breve lasso di tempo.
Il presidente le chiese se avesse altro da aggiungere in sua difesa.
— Nulla, rispose levandosi e lanciando al Pubblico Ministero un'occhiata di disprezzo; se non che pregare i miei giudici di accordare la mia testa a quel signore, purchè ritiri almeno la metà delle insolenze che mi ha prodigate con tanto coraggio.
Questa risposta fu una folgore e tutti ne rimasero interdetti, perfino il presidente, egli stesso tanto avvezzo a strapazzare gli accusati.
Il Pubblico Ministero, lo constatiamo con grande compiacenza, pregando ognuno dei nostri innumerevoli lettori di crederlo per quanto incredibile, fu ancora abbastanza uomo per arrossire di sè stesso. Oh! il rossore di tale che non vive se non perchè si uccida ed è stimato in proporzione delle vite immolate; che per mestiere odia i caduti e li calpesta, che cuccia il dito nelle piaghe e le lacera, e più trionfa, più la vittima si contorce nello spasimo, oh! il suo rossore consola, perchè ci rassicura della nostra spiritualità sempre viva nell'ombra e nel fango di ogni opera umana...
L'avvocato era sulle spine: sapeva di aver perduto la causa; ma troppo incallito nel mestiere per provarne rimorso, e troppo orgoglioso per avvilirsi di un insuccesso, non pensava che a correre subito dalla marchesa per domandarle una spiegazione. Da due giorni aveva il cuore così gonfio di opposti sentimenti, che non versandone parte in un colloquio gli pareva di scoppiare.
I giurati ritornarono dalla camera: il verdetto portava la condanna del capo.
L'accusata l'accolse in piedi in attitudine modesta ma impenetrabile: non una nube le oscurò la fronte, non ebbe una contrazione alle labbra, un palpito nel petto; guardava colui che leggeva, poi girò gli occhi sul pubblico e più di una fronte legalmente pura si abbassò dinanzi alla pallida fronte della moribonda.
II Pubblico Ministero non potè frenare un sorriso di trionfo, nè Carlo la propria smania, e fuggì.
Corse diffilato al palazzo Fantuzzi.
— La signora marchesa è in casa?
— Sì.
— Sola?
La donna lo fisò meravigliata e fe' una smorfia.
Comprese di aver detto una sciocchezza ed aggiunse:
— Potrà ricevermi? bisogna che mi riceva; annunziatemi, ve ne prego, — e senza darle il tempo di rispondere si spinse nell'anticamera; la donna lo condusse al salone e ve lo lasciò.
Era ancora più agitato: cominciava a sentire la difficoltà di una spiegazione non ridicola colla marchesa. Passeggiò su e giù pel salone fermandosi davanti al ritratto di una matrona, che nuda il seno malgrado il poco calore dell'ambiente, sembrava guardarlo sorridendo.
Quel ritratto gli deviò i pensieri.
Poco dopo intese da una stanza attigua un accordo di mandôla e la voce della mora, che cantava con accento melodico e appassionato:
Oh t'amo! il sol ti sfolgora Nelle pupille, t'amo... T'amo... ogni accento spirami Sui labbri smorti... t'amo! Non mi guardar — mi palpita Troppo violento il cor... Della fanciulla è gracile L'innamorato fior! Schiava, vorrei rivendermi Sol per lambirti il piè; Farti un guancial del vergine Seno e soffrir per te.
La romanza si smorzò così voluttuosamente, che l'avvocato si sentì correre al cuore un fremito di poesia e attese palpitando che ripigliasse.
Zisa riprese:
E amar ti lascia, o pallida Sultana del piacere... Schiava di te, m'innebrio Di schiava nel pensiere. Una catena argentea Mi serra il collo e il piè: Ad ogni anello un bacio E non invidio ai re, Nè le regine splendide, Nè le corone d'or, Le Urîs al cielo; un raggio Mi basta del tuo amor.
Tremavano ancora le ultime note della mandôla, che l'uscio segreto si aperse e comparve la cameriera della marchesa accennando all'avvocato di entrare. Questi cadde da una meraviglia in un'altra maggiore, perchè la fanciulla non aveva altra veste che un ampio mantello azzurro, sotto al quale si vedevano i piedi stretti in sandali colle corregge egualmente azzurre: era accesa nel viso e le treccie nerissime le cadevano disordinate sul manto.
Egli ubbidì al suo gesto grazioso e le passò innanzi senza osare uno sguardo, ma entrando nell'altra stanza si fermò percosso sulla soglia. Era uno spettacolo degno delle Mille ed una Notte! Quella stanza era una tenda di damasco violetto a fiori giallognoli, la quale cadeva in ampi panneggiamenti intorno a quattro colonne di bronzo sopra un tappeto certamente orientale, tanto era bizzarro nel disegno e splendido nel colore. Un canestro di filigrana d'argento sospeso alla vôlta e colmo di gaggie esalava un odore dolce e penetrante: sotto di esso quattro tartarughe sostenenti una grossa lastra di acciaio brunito formavano un tavolino cinto da cuscini neri ricamati d'oro: sul tavolino fumava ancora una tazza di caffè presso un enorme dente di elefante bucarellato da infinite sigarette; e in un canto, sovra un magnifico letto di bronzo, coi piedi a grinfe d'aquila in gran parte nascosti da una coperta di raso violetto, stava la marchesa sdraiata in un costume simile a quello della cameriera, ma tutto bianco e senza sandali ai piedi.
S'appoggiava a una bica di cuscini, nudo un braccio sotto il capo scoprendo un po' di spalla, ma il manto avvoltolato strettamente le disegnava tutto il corpo. Era appena colorata in viso, gli occhi le splendevano e le splendevano le labbra e i capelli ancora più neri dei cuscini. Da un lato del letto luccicavano la sua grande arpa d'oro e uno specchio; la mandôla era sul letto, e sulla sua cimasa sopra una mensola di malachite olezzava un altro canestrino di fiori. A piedi del letto nuda sopra una pelle d'orso bianco, stava Zisa la mora. Vedendo entrare l'avvocato Zisa si alzò e le sue catene d'argento, come aveva cantato, tintinnirono. Infatti un collare sfolgorantemente brunito le serrava il collo, un altro in forma di cinto le reni e due altri gli stinchi e due i polsi e due le braccia, ma congiunti fra loro con catene di un bianco appannato. I capelli sciolti e cresputi erano costretti sulla fronte da un diadema di coralli meno rossi delle sue labbra, come l'argento era meno candido dei suoi denti. Più alta e più svelta della marchesa, Zisa era ancora più robusta: le sue forme erano di una forza e di una delicatezza inesprimibili; l'anche e le spalle superbe; ineffabile il seno, più rotondo che nella Venere; il ventre piccolo e lustrato come di onice, le giunture stupendamente fini.
Una bella levriera le stava sdraiata ai piedi.
— Siete proprio voi? esclamò la marchesa senza scomporsi: avanzatevi dunque, si direbbe che vi faccio paura.
— Quasi! balbettò inoltrandosi e guardandosi intorno colla meraviglia del villano che entra la prima volta in un tempio.
— Sulema, disse la marchesa alla cameriera, ravvoltola il tuo manto e fanne un sedile: qui. Sulema, scostati. Sedete dunque; davvero che se durate ancora in questo stupore, mi farete pentire di avervi ricevuto nel mio gabinetto.
— Perchè non piuttosto nel vostro paradiso?
— Sentiamo: perchè venite con tanta premura a sorprendermi nell'ora del bagno? Avete qualche notizia importante o qualche nuovo rimprovero? A proposito, e la vostra bella rea?
— Condannata.
— Nel capo?
— Nel capo.
— Avete dunque perduto?
— E lo debbo a voi: voi mi avete insegnato a perdere le mie cause.
— Cosichè mi odierete ferocemente; e la bella donna volgendosi sul fianco veniva quasi a porgli il seno sul capo. Eppure non avete trovato finora una donna di me più generosa. Sono bella: vi permetto di dirmelo, di amarmi; mi lascio corteggiare, vi lascio essere geloso, vi ricevo come non ho mai ricevuto nessuno...
— Nemmeno Del Pino?
— Avvocato! ribattè con un ghigno adorabile a questa indiscreta interruzione: vi ricevo nel mio Sancta Sanctorum ed osate lagnarvi? E se vi dicessi che siete voi l'ingeneroso, che amandomi furiosamente da due o tre mesi non mi avete ancora offerto un piacere o un dolore per i tanti che vi ho prodigati?... Ma perdono, adesso vi umilio e dimentico che siete già un uomo illustre e che non vi manca forse se non una grande passione per divenire un grand'uomo.
L'avvocato non si riscosse nemmeno all'accento civettuolo di queste ultime parole. Quella scena lo stordiva ancora più che non l'ammaliasse. Che cosa era quel gabinetto per la marchesa? Quella donna nuda ed incatenata? Perchè riceverlo così? La mente gli si aggirava rapidissima per mille supposizioni. che svanivano, appena toccate, come bolle di sapone; intanto l'odore dei fiori e quelle nude bellezze gli pungevano i sensi lanciandoli sfrenati come i cavalli di una biga. Una fiamma gli ardeva così cuore e volto, che se la marchesa non gli avesse imposto rispetto, avrebbe nitrito come un cavallo. Ma l'ebbrezza soffocata gli si condensava sempre più nell'anima, scuotendogliela con tremoti di vulcano, e acciecandogliela col fumo.
Elisa, che lo guardava, vedendogli fare come un gesto sonnambulo:
— A che pensate? gli chiese.
— A voi! rispose in inglese, per evitare almeno nel dialogo la presenza della schiava.
— E ne pensate male, certamente!
— Ebbene, sì. Perchè ricevermi in questo gabinetto? Non siete una donna comune per amare lo scandalo, supponendo ch'io vada a ridire ciò che mi avete mostrato, e non volete sedurmi, perchè non mi amate. Ascoltatemi, signora marchesa: avete ragione; siete tutto ciò che io non sono, siete bella, nobile, splendida... e io non sono che un povero avvocato, un povero nulla: vi ho amato, vi amo per quanto può amare il mio cuore, ma perchè forse mi manca quella poesia di immagini e quella musica di parole del vostro discorso, stimate piccolo il mio cuore. E quando anche lo fosse? L'ovo è pieno e il fiume lascia qua e là scoperto il proprio letto. Potevate rifiutare il mio amore da gran signora, ma lacerarlo a colpi di spillo, come Fulvia la lingua di Cicerone, è vendetta di miserabile e non di potente!
E quanto erano più dure le parole, era più malinconico l'accento.
— Lo so che siete bella, continuò con crescente emozione, e non occorreva la splendida insolenza di questo manto per farmene accorto.
La marchesa corse allora sulle proprie forme collo sguardo, quasi per accertarsi di meritare il rimprovero: egli seguiva con gli occhi gli occhi di lei, e siccome la marchesa tardava a rivolgerglieli, le prese la mano libera sul letto e la strinse.
— Per carità spiegatevi.
— È troppo difficile.
— Temete che non vi comprenda? sono dunque imbecille?
— L'ingegno, chi ne dubita? ma il cuore...?
— L'ho, ve lo giuro.
Ella tacque e guardò il gruppo delle schiave, che distratte fra loro non parevano prestare alcuna attenzione a quel dialogo.
— Iela! si volse chiamando la bella levriera: dammi un bacio.
Alla voce della padrona l'animale fe' uno sbalzo e si mise tosto a lambirle la mano con tanto amore che gli si dovette imporre di cessare: poi la marchesa chiamò Zisa ripetendole lo stesso ordine e le tese un piede così impercettibilmente, che l'avvocato non accortosene, sorrise alla scelta della mora di baciare quel candido piedino: indi Sulema, e questa la baciò sulla bocca appoggiando una mano sul cuscino, così che egli sorprese fra i loro seni lo sfiorarsi delle loro labbra. Ambedue le schiave si muovevano con disinvoltura di donne perfettamente vestite.
— Adesso scegliete, gli si rivolse la marchesa: datemi un bacio.
L'avvocato strabiliò: ma ella lo fissava con tanta potenza, che si levò: non osava, ed ella fredda al pari di una statua non arrossiva, non trepidava, coll'occhio immobile del serpe attirandolo irresistibilmente. — Si curvò, si curvò lentamente, si curvò ancora su quel viso inerte, su quell'occhio luminoso, inflessibile... oh, era un bacio impossibile! Pure seguitò a curvarsi sulla bocca... non un alito, un fremito — allora chiuse gli occhi da disperato ed avventossi ad un bacio come chi si lanci nel vuoto.
Ma in tale positura gli mancò un piede e cadde quasi sulla marchesa: potè rattenersi, e volgendosi al rumore delle catene agitate si vide dietro Zisa pronta a sostenerlo o a strapparlo dal letto.
La mora aveva gli occhi fiammeggianti.
— Non avete cuore, gli disse la marchesa respingendo la schiava con un'occhiata; un bacio sulla bocca! e non avete capito che vi era infinitamente più amore nell'altro di Zisa sul piede, e che un innamorato posto così alla prova doveva preferire l'amarezza di non baciare alla volgarità di ripetere il bacio di altri? Non intendete la poesia del dolore e non sarete mai che un mediocre voluttuoso. Bisognava baciarmi cogli occhi, offrirmi una lagrima; temevate che non vi comprendessi?
Carlo spalancò gli occhi.
— Oh spieghiamoci, ella proseguiva animandosi: me lo avete chiesto con ragione. È impossibile, non sarete mai il mio amante: voi non siete che sensuale e io sono voluttuosa: io voglio la bellezza, le voluttà raffinate dei poeti, lo splendore del lusso, l'ebbrezza della febbre... Il mio amante dovrebbe offrirmi tutto ciò, incoronarmi di fiori e pungermi di spine, essere bello, genio, forse pazzo, forse anche cattivo, e voi non lo siete — ringraziatene il cielo. Le mie donne, guardatele; sono belle come statue greche: voi me le rimproverate: non ci intenderemo giammai. L'amore, come lo concepisco io, non ha nè oscenità nè pudore, perchè la sua voluttà purifica quanto il fuoco, e nella sua armonia si perde ogni dissonanza. Se amassi un uomo raddoppierei il numero delle mie donne e gliele offrirei come un mazzo di fiori, egualmente beata, si compiacesse egli nell'ultima ancella o nella prima sacerdotessa del tempio. Queste parole vi sembreranno pazze — e vi sembrino. Stranieri di due mondi, ci siamo incontrati a caso, abbiamo creduto di poterci accompagnare e invece ci dividiamo stranieri; però dividiamoci amici. Soffiate sui vostri sogni come sulla polvere caduta sopra un cameo e conservate netto il cameo della vostra ragione. Partirò, mi dimenticherete e tutto sarà finito.
— No.
— Illusioni!
— Vi amo.
— Parole di amore, aria ricamata!
— Addio, e gli tese la mano; perdonatemi di avervi ricevuto così.
— Questa è la freccia del Parto.
— Che non vi ucciderà.
Carlo non poteva rassegnarsi a partire. Più ella gli mostrava l'impossibilità del loro amore, più vi si ostinava colla testardaggine delle passioni, che attaccate di fronte raddoppiano le forze nella resistenza. In questa tirata sull'amore non aveva tutto capito, ma quell'idealismo della voluttà non gli era passato invano sull'anima. Solitario e robusto abete alpino sentendosi fra le frondi use ai veli ricamati della brina una folata di profumi involati ad una palma, gli sembrava di destarsi dalla propria vita gelata a non so quale altra vita.... Quei tiepidi ed incogniti olezzi erano pur deliziosi! Qual cielo sorrideva sul capo della pianta felice, che li esalava? Quali uccelli facevano il nido fra le sue foglie e vi si davano appuntamenti amorosi? L'abete palpitava, ma laggiù nel deserto la palma incoronata di sole, avvolta negli odori, non pensava che a sè stessa o ad un'altra palma....
Era oppresso, si sentiva mancare il respiro.
— Sir Charles.
— Milady.
— Mi perdonate? e la voluttuosa guardandolo languidamente stiravasi nel manto, come una leonessa al sole aspettando il leone.
— Dunque addio: egli dava la mano per invitarlo a sorgere.
Egli ubbidiva.
— Aspettate; si gittano fiori sulle tombe: voglio gettarne uno sulla fossa del vostro sogno.
Sorse seduta, cosichè il manto disciogliendosi le lasciò quasi nudo il seno: afferrò la mandola e passandosi prima una mano sulla fronte come per correggere un riccio o ghermire una idea, lo guatò con occhio corrusco e cantò:
Vola, fuggiasca rondine, Che vengo teco a vol; Tutto è qui morto, o rondine, Dove dirizzi il vol? Lontan, lontan ceruleo Sorride il ciel, sorride Più alto il sole; o rondine, Quale più ti sorride? Vola, fuggiasca rondine: Fuggiasca volerò... Tutto è qui morto, perdermi Lontan, lontano io vò!
— Lontan lontano io vò, ripetè abbandonando la mandola e coprendosi il volto leggermente arrossito.
— Dunque addio...
— Addio, mormorò stringendole la mano e contemplandole il seno, come il condannato contempla il cielo nel salire i gradini del patibolo: però non si spiccava, ed ella in atteggiamento fra il languido e il modesto non si muoveva sotto quegli occhi fiammeggianti.
L'avvocato ebbe una forte contrazione nella faccia: le si chinò improvvisamente sul volto.
— Mi provocate, brontolò sordamente: e se accettassi? Sono più forte di voi.
— Provate.
Egli non si mosse; stettero qualche secondo scontrandosi col lampo minaccioso delle pupille come colla lama di un fioretto, ma vinse la donna. Quegli occhioni avevano una luce intollerabile e dura quanto il riverbero al sole di uno scudo brunito.
L'avvocato dovette abbassare i suoi.
— Accompagnate il signore, gridò la marchesa a Zisa congedandolo con un gesto.
Egli uscì lentamente, macchinalmente senza comprendere, nè rivolgersi: e Zisa ritornando trovò la marchesa nella stessa attitudine, ancora torva in viso.
— Leonessa! esclamò, inginocchiandosi presso il letto: non vorrei che una tana e vivere sempre con te....
CAPITOLO VII
Le sceptique qui n'ose douter de sa mère c'est comme l'athée, qui rumine Dieu lorsque le tonnerre gronde — blague et faiblesse! Le rire de l'ironie ne convient qu'aux forts et si tout philosophe est cousin d'un athée, tout rieur est neveu d'un gladiateur.
Reponse à Lamennais: Paroles d'un incredule.
Opere inedite. — Ottone di Banzole.
Innamorato al di là delle proprie forze, dopo quella scena teatrale, Carlo non pensava più che alla marchesa; non studiava, non andava al foro.
In casa triste ed accigliato non s'incontrava con Mimy che a pranzo, ma evitava perfino di doverle parlare, quasi le odiasse il privilegio di piacere alla marchesa. E Mimy, delicata quanto una sensitiva, soffriva di queste maniere, ma non osava lagnarsi, pensando ai propri torti verso il marito, perchè Mimy credeva ancora l'adulterio una colpa, malgrado l'audacia di certe massime del suo giornale: e quelle acerbità ne erano come la pena.
Quindi, ritirata nel suo roseo gabinetto, tutto il giorno meditava e piangeva sulla sua triste vita e sul più triste avvenire, spesso consolandosi con Giulietta, che soave di anima e come donna incline alla cura degli infermi, riceveva quegli sfoghi di amarezza senza l'indiscrezione di volerli scrutare. Le due donne si amavano di profonda e tacita amicizia, e sebbene differenti di natura, perchè Mimy aristocratica nel senso più elevato della parola, e Giulietta plebea, armonizzavano tra loro come un bel fiore con una bella erba.
Giulietta sapeva della tresca col cugino e la disapprovava molto vedendone soffrire Mimy, ma entratavi complice rispettosa portando più di una lettera o vegliando più di un appuntamento, non le aveva mai fatto sentire nemmeno con uno sguardo tutta l'importanza del servigio: e adesso che Giorgio era stato respinto, le lettere arrivavano più frequenti per mano di Namouna. L'egiziana, che sapeva tutto parimenti, sulle prime aveva recalcitrato a far da corriere: poi per amore o per debolezza aveva dovuto cedere al padrone.
Quella notte che Carlo passò così malamente sotto le finestre della marchesa, Giorgio ricondusse Mimy nella propria carrozza. Per strada non dissero una parola, ma giunti a casa, invece di separarsi, Giorgio salì da lei.
Erano entrambi scontenti: sedettero guardando la fiamma. Giorgio si stancò presto di quel silenzio e volle ritentare la prova del mattino: usò ogni spirito per introdurre la conversazione, fu brioso, passionato, e non ne fece nulla. Mimy non lo ascoltava nemmeno; questa noncuranza lo esasperò.
— Ve l'ho già detto, gli rispose con dolcezza: voglio vivere sola i giorni che mi avanzano.
— Invecchierete presto.
— Lo spero.
Il suo accento era così sconsolato che Giorgio ne fu commosso.
Si levò, ella gli tese la mano.
— Perdonate, disse non badando all'impeto col quale gliela stringeva, se vi sono causa di dolore: so che mi amate più di quanto mi meriti, ma non posso amarvi e non voglio ingannarvi; lasciatemi questa ultima onestà.
Un singhiozzo le tagliò la voce.
— Mimy! gridò appressandosele.
— Oh! andate, ve ne prego, e lo spingeva dolcemente.
Egli indietreggiava sempre guardandole negli occhi tremoli di lagrime.
— Ditemi almeno perchè piangete, se vi debbo perdere; darei la metà della vita perchè piangeste per me.
— Cattivo! se lo sapeste... vi pentireste di questo desiderio.
L'indomani, nell'ora che Carlo entrava alle Assisie, egli ritornava da Mimy, ma Giulietta gli disse che la padrona era a letto indisposta e non riceveva visite: il volto della buona fanciulla era così triste che Giorgio non dubitò un momento della sua sincerità. Però insistette per essere ammesso, promettendo che si fermerebbe nel gabinetto a guardare nella camera dal buco della serratura, e le offerse per prezzo del favore un ricco anello che portava in dito — tutto fu inutile. La fanciulla, sebbene scossa un momento dallo splendore del dono, trovò nel suo affetto per la padrona abbastanza forza contro l'avarizia.
Giorgio dovette andarsene dopo avere scritto sopra una carta da visita questi due versi dell'Aroldo:
Ei che ama Delira. Amore è frenesia. Peggiore Però del male il risanare estimo.
Ritornò la sera e scelse l'ora del pranzo per eludere la consegna di Giulietta: infatti li trovò a tavola. Mimy lo salutò freddamente, Carlo gli fece appena un cenno col capo. Era burbero, l'altra languida e sofferente. Scambiarono qualche parola con fatica.
Appena finito il pranzo ella si ritirò.
Rimasti soli, Giorgio che sapeva di dominarlo malgrado la grande sproporzione di dottrina, affrontò risolutamente Carlo parlandogli della marchesa: ma questi esacerbato dalla scena poco prima subíta e inadatto a una guerricciuola di motti esplose, felice di avere qualcuno contro cui sfogare l'amarezza concepita contro sè stesso. Era come una rivolta di plebeo contro un nobile, e quindi senza misura. Carlo giunse fino alle insolenze. Se Giorgio non fosse stato buon gentiluomo e uomo di spirito chi sa come finiva; ma potè a stento troncare la scena e coprirsi la ritirata con un motto brillante come un razzo. Partì in modo che ritornare non era punto facile.
Così passarono più giorni. Il secondo era stato per Mimy giorno di ricevimento. Molte signore della ricca borghesia le si erano recate in visita. Già nella città vociferavasi degli amori di Carlo per la marchesa di Monero e di Giorgio per Mimy, cosichè il pettegolume vi ricamava sopra le più minute e false storielle, e siccome gli amanti erano tutte persone di levatura, si faceva loro l'onore di un più cieco accanimento, di una più acerba maldicenza.
Tutti gli oziosi, dei quali la vanità soffriva a contatto di ogni notorietà, si godevano alle calunnie propalate, come gente assiderata al sole: oramai nei club e nelle case non si parlava che delle stranezze del conte De Vinci, il quale già dissestato finiva di rovinarsi nei più pazzi capricci; e di Carlo, che geloso di Del Pino, il favorito della marchesa, non compariva più in tribunale o comparendovi vi commetteva, mal preparato o distratto spropositi da principiante.
Dal barbiere alla modista, dal pizzicagnolo al patrizio tutti erano occupati dello stesso soggetto, tutte le fantasie sbrigliate nel medesimo campo, tutte le malignità sguazzanti nel medesimo pantano — alcuni lioncelli della moda passavano dieci volte al giorno sotto le finestre dei nostri personaggi, quasi nella speranza di sorprendere una scena; e delusi la inventavano, conchiudendo forse per crederla a forza di ripeterla. I vicini del palazzo Fantuzzi e della casa Mimy stavano alle finestre colla costanza delle sentinelle: le borghesi s'invelenivano contro questi amori così forti da attirare tutti gli sguardi della città, le patrizie ingelosivano che Mimy, una borghese, fosse la principessa reale di Bologna e il più splendido degli eleganti ne andasse pazzo; gli avvocati e la gente seria dicevano cose orrende di Carlo, fingendo di compiangere il suo amore disgraziato per una donna, forse una avventuriera, di costumi insopportabili, che aveva ancora più amanti che cameriere. Si parlava di tutti loro come di un gruppo di soli discesi ad appollaiarsi sui merli della torre Asinelli.
Quindi ognuno di essi conosceva la mala parte che recitava in paese, ma nessuno ne soffriva più di Mimy: ella non comprendeva quelle velenose ed instancabili miserabilità; arrossiva, spasimava ad ogni puntura di zanzara come a una unghiata di tigre. E in quel giorno, essendo state sgombrate le strade dalla neve, si presentarono più signore del solito: Mimy riceveva nel gabinetto roseo. Cinque o sei signore e due giovanotti, belli quanto un figurino di mode, ma ancora più insipidi, la torturavano parlando di Giorgio e della marchesa di Monero. Colla ferocia delle donne, esse le chiedevano ingenuamente quale nuova passione rendesse così stravagante il conte, e la consigliavano a giovarsi di ogni mezzo per rimetterlo sulla buona via. Non si sapeva perchè quel povero giovanotto volesse stordirsi così: ieri sera aveva dato una cena mostruosa, poi scommesso col marchese Del Pino di andare e ritornare da Castelfranco in così poco tempo, che uno dei cavalli era morto ed egli s'era quasi accoppato nel cadere.
Mimy si schermiva alla meglio, ma dopo Giorgio entrava in scena la marchesa e le allusioni diventavano più fini, i morsi più atroci e gentili; si voleva offendere la donna e la moglie, mettere non solo il veleno, ma l'amaro in ogni parola e nullameno indorarla: nulla di più sorridente, un cicaleccio di squisitezza neroniana.
Giulietta entrò con un mazzo e una carta da visita. Era un dono di Giorgio.
«Mia bella cugina,
Essendo ammalato, non posso profittare del vostro giorno di ricevimento: vi mando un mazzo di fiori, che ho fatto comporre da Namouna e che vi prego di accettare. So che amate i fiori: io li invidio — nutrirsi di luce, parlare profumi, essere l'amore della gioventù, della bellezza e dell'amore... quale destino!
— Ah! il conte Giorgio De Vinci! esclamarono le signore in coro. Come sta? Guardate che bei fiori: sempre gentiluomo, sempre elegante!
E assediavano Mimy; si sarebbero lasciate strappare un occhio, e qualcuna ne aveva dei passabili, pur di strapparle quel biglietto. Leggere quel biglietto! certo v'era qualche parola di amore...
— Non sarà dunque gravemente ammalato se scrive: o ha fatto scrivere? domandava la moglie di un avvocato arricchitosi per tempo malgrado la notoria incapacità.
Mimy le tese il biglietto.
Questa lo prese con avidità mal dissimulata e lesse tanto prestamente che parve non comprendere; intanto le altre avrebbero voluto fare altrettanto o almeno leggerle al disopra delle spalle. Ella rilesse e restituì il biglietto con aria fra l'ebete e lo scontento.
Aveva sperato una dichiarazione d'amore e non l'aveva capita.
Vi fu un momento di silenzio. Mimy si sentiva sulle spine: quelle donne brutte, mal vestite, volgari, cattive le erano odiose: i loro discorsi maligni, la loro famigliarità senza abbandono e senza aristocrazia l'irritavano dolorosamente traendola alla mestizia. Le paragonò colla marchesa e il cozzo dei contrasti fu così violento che ne ebbe come le vertigini; ma a salvarla rientrò Giulietta annunziando:
— La principessa di San Marciano.
Tutte quelle borghesi scomparvero immediatamente nell'ombra e Mimy sola sostenne favorevolmente il paragone con lei, malgrado una evidente inferiorità di brio e di alterigia. Le due donne si rassomigliavano in certa guisa, entrambe pallide e gracili, ma la bellezza di Mimy era plastica e quella della San Marciano unicamente di espressione. Forse aveva la persona troppo slanciata, forse il collo sebbene flessuoso mancava di mollezza come tutte l'altre membra rivelate arditamente dall'abito: le scapole le sporgevano, la vita le si allungava soverchiamente, ma la sua figura con tutti questi difetti, e chi sa anche per questi difetti, aveva un vivace ed acre prestigio. Il viso estremamente piccolo e rotondo, appuntato nel mezzo, colpiva pel bianco spento e l'incredibile finezza della carne, quanto pel contrasto della bocca grandissima e di una soavità infantile col nasino, che spiccandosi abbastanza serio dalla fronte coperta d'una infinità di ricci, si rivolgeva gaiamente alla punta, interrompendosi come un epigramma troppo ardito. Gli occhi erano di quel colore, che laggiù in fondo all'orizzonte segna confondendoli i confini del mare e del cielo, e avevano una affascinante incertezza di espressione, mobili come il mare, sorridenti come il cielo, fulgidi colla volubilità delle onde e la trepidazione dell'azzurro.
Sebbene giovane, doveva aver molto vissuto. Una indefinibile esperienza della vita le si leggeva quindi nella gracilità quasi affaticata dei lineamenti, e a ogni reticenza del sorriso, a ogni guizzo dello sguardo si rivelavano mille misteriosità della sua anima, come in mare al gonfiarsi o allo sfasciarsi di un'onda variano e si centuplicano i fluttuanti paesaggi.
La principessa, che comprese la posizione di Mimy, volse appena un'occhiata al gruppo delle borghesi, che si sforzavano titanicamente di assumere un nobile contegno, e colla adorabile scortesia delle persone perfettamente aristocratiche si strinse con Mimy, quasi fossero sole, parlandole vivamente in inglese. Mimy si spaurì dell'audacia, le borghesi fremettero, ma nessuna si trovò tanto spirito da accettare la battaglia: susurrarono fra loro e decisero la ritirata in corpo.
In quella la principessa levavasi per prendere il mazzo di Giorgio e si rimetteva al fianco di Mimy, lodando i fiori e il disegno.
Fu il segnale della partenza. La principessa in piedi, una mano sul tavolino e la fronte alta ricevette i loro saluti piuttosto goffi, rispondendovi appena e seguendole collo sguardo fin sotto il cortinaggio della porta, e quando Mimy accommiatata l'ultima signora si rivolse, le mosse incontro, le strinse affettuosamente la mano e si riassisero senza un commento.
Chiacchierarono. Il vespero oramai imbruniva e l'ora del ricevimento passava. Mimy non temè di altre visite. La San Marciano molto gaia parlava di tutto: Mimy ascoltava a volta a volta sorridendo e ammirava l'amica: ma era deciso che quello fosse un giorno sciagurato e capitò la mamma a guastarle il colloquio.
La San Marciano si levò; aveva quella donna in antipatia forse pel suo carattere, forse anco pel naso così rosso, che sarebbesi detto vi si fosse rifugiato tutto il suo pudore e bloccato su quella punta estrema, arrossisse di vergogna.
— Quest'oggi, carina, pranzo da te, questa disse appena furono sole, slacciandosi la mantiglia e dandole un bacio.
Mimy, pensierosa, non glielo rese.
— Che bei fiori! chi te li ha mandati? Scommetto che sono della marchesa: quella donna è ben impudente.
— Impudente!
— Ma chi è questa signora da fare tanto chiasso a Bologna e che trova tutto brutto e ridicolo? La se ne vada e ci farà un gran piacere. Povera Mimy! tu sì buona la tratti da amica e non sai che ella ti rende la favola di Bologna.
Mimy la guardò strabiliando.
— Vieni qui, fanciulla mia; e sempre accarezzandola proseguì a spiegarle l'obbrobrioso contegno della marchesa, la quale le seduceva il marito mostrandosi tenerissima di lei; e tutta la città ne rideva. Una donna che in fondo non si sa chi sia: una avventuriera, che ostenta gli amanti e ha già guastato quel povero Del Pino, tanto bello! povero giovine... Hai parlato mai della marchesa con Giorgio? tienti a lui: quello è un uomo. Bisogna che Carlo sia ben... oramai lo dicevo, per posporti a lei, una donna che avrà quarant'anni — però, se tu non sai difenderti, c'è la mamma, sai?
— Ma...,
— Lascia fare alla tua mamma: ne ho della esperienza io. Senti: Carlo non ti merita e, se tu non lo avessi voluto, non te lo avrei dato. Ingannarti così villanamente! non sa egli che quando si è brutti a modo suo e si ha una moglie bella bisogna farle i punti d'oro? Giacchè è brutto, avesse almeno il cuore e lo spirito di Giorgio: ti piace Giorgio, Mimetta?
— Mio Dio, che cosa è? cosa intendete di fare?
— Nulla: mi sentirà; bisogna salvare la tua dignità di moglie. Quella donna non metterà più il piede in casa tua, e Carlo lascerà la tresca nella quale perde la sua e la tua riputazione.
Giulietta portò il lume ed avvisò che il signor Carlo era arrivato.
— Entri.
— Per carità, mamma...
— Arrivate solamente adesso? questa gli chiese, ch'era ancora sulla porta, coll'accento di un colonnello.
L'altro levò stupito la testa.
— Ritornerete già da casa della marchesa?
— Quale? ebbe lo spirito o l'ingenuità di rispondere.
Ella quietò Mimy con un sorriso di superiorità, ed avanzandosi verso di lui con passo solenne:
— Ho bisogno di parlarvi seriamente: concedetemi un quarto d'ora.
Carlo guardava la moglie, questa, per disimpacciarsi, i fiori.
La mamma lo trascinò nella stanza attigua chiudendone accuratamente ogni uscio.
— Che c'è?
— C'è... Oh l'affare è grave per me e per voi, per la madre e per il marito.
— Ma infine...
— La mia Mimy è infelice per colpa vostra: perchè innamorarvi della marchesa di Monero così che tutta Bologna lo sa? Mimy è più giovane, più bella, lo dico con orgoglio di madre, e l'abbandonate in un angolo. — Che cosa dovrà farsi della sua gioventù?
— La si diverta, è ricca: chi glielo impedisce? egli rispondeva scontento della piega del dialogo.
— Si diverta? bella! con chi? col marito no: il signor marito, è inutile! replicò ad un suo gesto di diniego, è innamorato della signora marchesa. La povera Mimy non voleva dirmelo, ma gliela ho strappata questa amara confessione, e ha pianto. Sapete che ci vuole un bel cuore a far piangere così una fanciulla! Mi ha confessato tutto: la trattate perfino male. So tutte le visite che fate alla marchesa, le ore che passate sotto le sue finestre, mentre gli altri sono dentro.
— Gli altri? chi!?
— Gli altri. Siete innamorato come un giovanetto: non sapete conquistare l'amante e perdete la moglie.
L'avvocato fremeva.
— So tutto io...
— Allora che cosa volete da me? Andatevene.
— Voglio darvi un consiglio, replicò quasi non avvertendo l'asprezza dell'ultima parola. Calmatevi: mio Dio! fate certi occhi che spaventano; come mai la marchesa vi resiste? e un maligno sorriso commentava l'insulto. Ascoltatemi. Io conosco Mimy meglio di voi: ha un'anima romantica, ha bisogno di amare, e voi la trascurate. Potreste ingannarvi; adesso non parlo al marito, perchè so che è geloso, ma all'avvocato: ho paura di Giorgio; si sono voluti bene fino da fanciulli. Giorgio è bello, è un elegante, ha tutte le qualità per piacere. Non vi siete ancora accorto che fa la corte a Mimy?... Oh non vi spaventate. Mimy è tuttora innocente, ma seguitate a tradirla palesemente ogni giorno, e poi lagnatevi dopo. Se voi non amate Mimy, l'amo io, e vi dico: guardatela, altrimenti ci guarderò io. Non voglio che si dica male di mia figlia. Non vi siete proprio mai accorto di nulla? ripeteva squadrandolo con aria di compassione.
— In nome di Dio, che cosa è? difendete vostra figlia o l'accusate?
— Eh?
— C'è da impazzire: e Giorgio...?
— Basta, basta.
Carlo si agitava a mano a mano che l'altra sembrava disposta a non andare oltre.
— Ditemi dunque qualche cosa. Si veggono? dove?
— Qui, in casa vostra; ma non vi scaldate: Mimy è una moglie onesta che non vi tradirà.
— Già!
— Dubitereste! voi suo marito: andiamo, venite di qua, Mimy potrebbe insospettirsi, e non è bene. Non venite?
— Certo si scriveranno... adesso ci penso. Giorgio veniva bene spesso al casino, per Dio!
— E voi andavate dalla marchesa: la partita sarebbe pari, ma non lo è.
Così dicendo sorrideva.
Egli l'avrebbe schiaffeggiata volentieri: sentiva tutta l'infamia del suo procedere, ma temeva che avesse ragione.
— Via andiamo.
— No.
— Ma ho promesso a Mimy di pranzare con lei.
— Andate pure, non ho fame, e le volse le spalle.
Ella rientrò nel salottino.
— La signora, le disse Giulietta, si è ritirata nella sua camera e mi ha lasciata a pregarla di pranzare col signor Carlo, perchè ella non si sente bene e vuole stare sola.
La baronessa fissò un momento la fanciulla, e un ghigno rabbioso le contrasse la bocca. S'avvide di essere giocata, ma troppo vecchia e cattiva per mancare di abilità, dissimulò l'ira: si fe' aiutare da Giulietta a rimettersi la mantiglia e partì raccomandandole ogni cura per Mimy e di correre subito ad avvertirla se il male peggiorasse.
— Mi sfidano: la vedremo.
Perchè?
La baronessa Clelia Carretti era la madre di Mimy, ma non sarebbesi potuto giurare che Mimy fosse figlia del marito di lei. Nata in una nobile famiglia decadente, un giorno la baronessa Clelia aveva sposato un ricco borghese; e quell'altro giorno lo aveva rovinato grazie a un lusso smodato e poco intelligente: quindi la moglie, che aveva accettato il marito ricco, lo trovò insopportabile povero: questi che l'aveva amata per la carne e per la vanità, la scoperse una donna molto imperfetta. Le liti scoppiarono prima rare e sommesse, poi violenti, solite, quotidiane seguendo l'aire dei debiti e delle ipoteche.
Mimy capitò in quella burrasca e nascendo non trovò più il padre andato alla Certosa prima di andare alla malora; ma uccise quasi la madre. Povera fanciullina! per punizione fu messa in campagna: nessuno andava a trovarla. La mamma aveva toccato a tempo una grossa eredità e di prodiga s'era fatta avara mantenendosi dissoluta. Quando Mimy fu grandicella la misero in convento, quando fu grande le fecero sposare Carlo senza dote: ma uno zio impietositosi ebbe la gentilezza di morire nominandola erede universale: un mezzo milione, e di colpo la figlia si trovò più ricca della madre. Allora scoppiò la rivolta. Mimy, che aveva sempre sopportato e taciuto nella casa materna, non volle più oltre il giogo della madre nella casa coniugale e mutò modi; la trattò freddamente, le disobbedì, non la ricevette, la costrinse ad indietreggiare senza dar luogo a scene malgrado il carattere della baronessa, un miscuglio di volgarità e di ferocia. Questa resistette tentando di appoggiarsi al marito, ma contento della eredità di Mimy quanto scontento della dote negata e di quell'intervento in casa propria, che Mimy con abilità donnesca faceva irritantemente risaltare, egli non le badò e la baronessa dovette ritirarsi.
Poco dopo uscita la baronessa dalla famiglia vi entrò la marchesa — perchè adesso colei voleva rientrarvi e a quella maniera? Perchè la mamma odiava la figlia? Il problema è difficile e non ardiremo darne la soluzione; solamente Mimy era bella, aveva il cuore buono, l'intelligenza lucente e la baronessa non era mai stata che plebeamente appetitosa e ora non lo era più: l'una brillava nel meriggio, l'altra si oscurava nel tramonto. Mimy aveva il dono di attrarre: la baronessa repelleva, del che accorgendosi peggiorava. Mentre Mimy era buona perchè amabile, l'altra era cattiva perchè scontenta di sè medesima: un raggio ed un'ombra, un sorriso e un sogghigno. La mamma aveva voluto sacrificare la figlia, e, non riuscitavi che a mezzo, l'offesa ritorcevasi adesso contro l'offensore. Mimy borghese fu accolta amabilmente dalle poche vere dame di Bologna, l'altra nobile era appena tollerata, e se voleva un amante doveva noleggiarlo; così l'agonia della vanità le si incrudeliva nell'agonia del sesso. Ma se la mamma odiava la figlia, questa analizzando sè stessa non aveva mai osato analizzare tale dolorosa avversione: la sentiva, l'evitava, se la nascondeva alle volte come camminando lungo un dirupo ove altri già pericolò, si rifiuta di guardare il ciglio fatale e si allunga il passo.
CAPITOLO VIII
Si la mer n'eût des tempêtes sa beauté diminuerait énormément: le doute est la tempête des passions, qui doublant leur force double aussi leurs attraits. Rien n'est si enivrant que la lutte de la lumière et de l'ombre, de l'espérance et du désespoir, du génie et de la folie. Le doute tant des fois calomnié vaut bien la foi, et son vertige micidial l'extase stupide.
Lettres à Barié. — Ottone di Banzole.
Mimy era da due ore nel suo gabinetto quando Giulietta introdusse Sulema, l'araba della marchesa, vestita con eleganza di grande signora.
Mimy diventò rossa, le tese la mano, quasi l'altra non fosse una cameriera; ella invece di stringerla se la portò rispettosamente alle labbra e:
— Permettete, signora: bacio per la signora marchesa, le disse dolcemente.
Mimy sempre più confusa voleva farla sedere, ma l'araba rimase in piedi e presentandole una lettera faceva atto di ritirarsi.
— Mi lasciate?
— La signora marchesa mi attende: verrà ella stessa per la risposta, però se ve ne fossero due potrei portarne una.
Mimy pensò un momento, poi andando ad aprire un piccolo scrigno sotto lo specchio ne trasse fra molte bazzecole e gioielli un medaglione, il suo ritratto da fanciullina, magnifica miniatura di Gordigiani montata in oro. Glielo diede. Sulema considerò meravigliata il ritratto poi l'originale, entrambi stupendi.
Però la fanciullina vinceva la donna: e poichè Mimy non le diceva altro, le offerse salutando un mazzetto di gelsomini.
— Ancora da parte della marchesa?
— No: da parte mia. Le arabe preferiscono il gelsomino a tutti i fiori... eppure vi sono fiori più belli, seguitò contemplandola con uno sguardo di ammirazione.
Mimy comprese.
Sorrisero.
La lettera della marchesa diceva:
«Perchè non ci scriviamo più? Crescendo in noi l'amicizia si è forse agghiacciato l'amore? Sarebbe troppo triste il crederlo, mentre lo è già fin troppo il domandarlo: questa sera rompo il velo del silenzio e vi appaio colla fede di essere ancora riconosciuta, perchè ho veramente bisogno di voi, e voi sola potete comprendermi.
«A giorni partirò da Bologna, forse per sempre, forse per fuggire da me stessa sulle traccie del mio sogno d'amore. Voi avete, fanciulla, il pallore dei sogni sulla fronte, come me ne soffrite e, credendoli solamente sogni, ve ne disperate — Eden terribile questo dei sogni, ove le serpi si nascondono tra i fiori e vi mordono quando allungate la mano per coglierli: ove l'ombra attira ed uccide, ove il sole accende sorrisi sopra tutte le cose mentendole, ove la musica delle piante ubbriaca e le farfalle seguendole guidano a perdizione... Eppure dover vivere di un sogno e doverne morire, perchè sempre un sogno, quale destino!
«Quale è il vostro sogno, fanciulla? Quale larva ha gittato la sua pallidezza sul vostro viso, quali baci hanno ammorzato il rosso delle vostre labbra, in quali abbracciamenti la vostra persona si fe' così gracile pur rimanendo così plastica?... Ditemi, fanciulla, di quale dolore vi siete innamorata, perchè l'ami io pure, lui che vi rese così bella.
«Se la sventura è una catena, forse lo stesso anello chiude i nostri polsi.... ma ecco che sogno ancora e dimentico che dovrò partire da Bologna e che voi non vorrete seguirmi! Che cosa farete quando io non sarò più per voi? Sempre bella, sempre moglie, sempre sola, sempre infelice: brillare come un diamante in una grotta, tacere come la cetra di un poeta sulla sua tomba di marmo.... Sarà questa la vostra sorte e la compirete rassegnata: lasciatemi quindi piangere con voi una lagrima sul vostro destino.
«Il sogno della vita non può essere che un sogno di amore; il mio era forse il sogno di un sogno. Sognavo l'amore di una bella più bella delle più belle fantasime dei pittori e dei poeti; al pari di me aveva sognato e patito: ci rivelavamo incontrandoci con uno sguardo; io rompevo la sua catena e c'involavamo lungi lungi, in un'immensa città o in una fiorita solitudine. Là ci amavamo. Il nostro palazzo era costruito come un tempio, alcune schiave belle come le muse degli antichi ci servivano; nessun triste spettacolo; arte e natura, musica e fiori, gemme e sete, giovinezza e voluttà, tutto ai nostri piedi, un mondo nel mondo e in esso noi due sole.
«Sognavo un amore divino e solitario, un corpo più gracile, un'anima più delicata della mia... Era una figura pallida e mesta coi capelli svolazzanti sulle spalle, una tunica bianca a ricami d'oro, un seno piccolo, forme vaporose... Leggiera come una nube la vedevo passarmi sul capo e viaggiare lontanamente pel cielo: mi compariva nel mio gabinetto, spesso entrando nella mia camera la trovavo seduta sulla sponda del letto, ma scorgendomi se ne andava... Sogni!
«Da lungo tempo giro il mondo sull'orme di quel fantasma col terrore di averlo incontrato e che non mi abbia riconosciuto... Oh! se la mia vita dovrà passare senza amore e dovrò cadere nella tomba cogli occhi fisi disperatamente dietro la sua tunica bianca... maledetta l'ora che nacqui, che la mente ebbe il primo pensiero e il cuore il primo palpito: maledetta la bellezza che mi aveva resa degna dell'amore e l'ingegno che me ne aveva rivelata la divinità! Avete un farmaco per questa piaga? Avete un origliere per riposarvi una testa morente di questo dolore?
«Mia pallida fanciulla, perchè ci siamo mai incontrate? Perchè i vostri capelli eran così biondi e il vostro abito così bianco come la tunica della mia Peri? Lontana da voi, il mio cuore verrà spesso a palpitare sul vostro abito bianco: sempre che la voluttà mi bisbigli all'orecchio le sue poesie, il vostro nome mi salirà alle labbra come guizza sulla bruna onda del mare un triglio gemmato; vi sentirò dappertutto, intorno a me, intrecciata ne' miei capelli come un ramoscello fiorito e spinoso. E voi che cosa farete? Dove andrete? A chi penserete? Chi amerete? Ah! misteriosa fanciulla, che mi comprendete e non potete amarmi, che legata al mio polso collo stesso anello non potete col braccio libero stringervi al mio braccio, voi tanto bella e infelice, addio! Addio, povera rosa, che le gramigne hanno soffocato nelle loro spire: addio, magnifica opale, che una lumaca ha chiusa nella propria casa... Addio!»
Mimy si strinse la lettera al cuore e si arrovesciò soffocata sul divano.
— M'ama, lei! mormorava baciando e ribaciando la carta... Mia... solamente... mia, e tendeva le labbra quasi per baciare la stessa parola, che pronunziava.
Tutti i suoi pensieri eran note di un inno, ma occorrerebbe una cetra intrecciata di raggi di stelle e di pistilli di fiori al poeta, che volesse ripeterlo. Certo sarebbe una gentile voluttà seguire il volo di questa bianca colomba per l'azzurro del nuovo cielo, mentre il sole ci tenderebbe sotto un raggio per impedirci di cadere, e là in alto qualche stella non ancora scomparsa ci getterebbe forse un saluto.... Ma la natura non concesse nè ai poeti nè ai falchi tali voli e li costrinse entrambi a volteggiare sulle rupi stridendone fisi il sole troppo alto.
Mimy ebbe l'ebbrezza, poi l'estasi, poi l'assopimento della felicità — la parola, la musica, l'eco: il sorriso, la danza, l'amplesso. Amava, era riamata, aveva tutto. In quei momenti inenarrabili Raffaello le avrebbe invano offerto per un bacio tutte le proprie vergini, invano Napoleone le avrebbe fatto una cintura della sua spada di conquistatore, invano Dio le avrebbe gettato un pugno di stelle come un pugno di brillanti.... Che le importava di tutto ciò? Amava, era riamata, aveva tutto!
Tornò ancora a rileggere la lettera, e penetrandone sempre più la profonda poesia si sentì scoppiare il cuore dalla gioia! Si ricordava bensì del marchese Del Pino, ma non aveva la forza di esserne gelosa, tanto nel suo amore era timida e grande. Poi la marchesa non lo amava, ne era sicura. A poco a poco le si aggravarono gli occhi e le parve di vaneggiare; un'aura blanda la molcea come agitata dall'ali di un sogno, incogniti profumi le esalavano intorno al capo, mentre il torpore, avvolgendola come in una tiepida coltrice, la rovesciava languidamente sul divano... Mimy era assopita.
Carlo entrando a caso nel gabinetto si fermò maravigliato sulla porta. Non aveva mai veduto la moglie così bella, ma le parole della baronessa lo rimorsero improvviso e, vedendole quella lettera sulle ginocchia, la suppose di Giorgio.
Un brivido d'ira gli corse al cuore: si avvicinò col passo del ladro.
— Quella lettera! esclamò, mentre lo scricchiolio delle scarpe aveva risvegliata Mimy, che tentò subito di nasconderla.
— Ma....
— Quella lettera, la voglio, datemi quella lettera!
— Che cosa volete farne? è mia: non vi è nulla che vi possa interessare.
— Davvero! ghignò. E così? La voglio.
— No.
Un lampo gli schizzò dagli occhi.
— Dunque è di Giorgio...: voi! e mosse un passo, ma il pericolo invece di sbigottirla rese a Mimy tutto il suo spirito.
— V'ingannate, ripetè freddamente, è della marchesa.
— Menzogna....
— V'ingannate.
— Oh! lo vedremo.
Ella gittò la lettera nel fuoco.
— Ah! ruggì slanciandosi per ritirarla, ma non trovò subito le molle e la fiamma la cingeva già di un velo intangibile.
Si guardarono: la lettera bruciò in un attimo e i fogli carbonizzati montarono per la canna del camino con un corteo di faville, come fossero le anime degli arsi pensieri.
— Perchè avete bruciata quella lettera? Se io sospettassi...?
— Avete già sospettato.
— Nè senza ragione.
— Allora decidete.
Egli fu scosso dalla risposta.
— Siete l'amante di Giorgio.
— La mamma vi ha male informato.
— Chi ve lo ha detto?
— Indovino: non mi ha ella detto che amate la marchesa, e non ha forse mentito...? Andate, proseguì con orgoglio, dalla signora marchesa e dimandatele se non mi ha mandato una lettera per Sulema mezz'ora fa. La marchesa non è un uomo per mentire, e non mentirebbe con voi. Non dico questo per giustificarmi: se mi sospettate, non aggiungo una sola parola per dissipare i vostri sospetti e ne accetto tutte le conseguenze.
Carlo era alla tortura: la franca indifferenza di Mimy gli cresceva colla gelosia i sospetti.
— Aspettate! gridò afferrandola pel braccio mentre si moveva per ritirarsi nella sua camera: giuratemi che Giorgio non è il vostro amante.
La domanda era così stravagantemente ingenua che Mimy, pur conoscendolo da un pezzo, non potè frenare un atto di sprezzante meraviglia; egli se ne avvide e la lasciò, ma quando scomparve dietro la porta, esclamò battendosi la fronte:
— Sono un imbecille! quella donna mi giuoca... come la marchesa!
CAPITOLO IX
La trepidazione della speranza è talvolta così violenta che basterebbe sola ad uccidere in pochi istanti, senonchè l'anima non la sopporta e dopo i primi fremiti prorompe fuggendo ad affermare o a negare. L'insetto si regge fermo sull'ali, non l'uomo più pesante e più debole.
Lettere a Caldesi. — Ottone di Banzole.
Due giorni dopo la marchesa, recandosi da Mimy, incontrava Carlo sulla porta dello studio.
— Venivate dunque da lei, egli le diceva avvertendola come non fosse in casa.
— E anche da voi: fra otto giorni dò una festa, venivo ad invitarla. Conto su lei e su voi. Ella sarà la più bella, voi il più illustre.
— Vorrei essere il più bello, rispose con malinconia.
— L'ingegno non è forse una bellezza?
— Non mi farete l'onore di entrare nel mio studio? Lo studio di un grande avvocato, e sorrideva sempre con malinconia, può essere una curiosità.
— Entriamo, altrimenti sareste capace di supporre che vi temo.
Lo studio era ricco e severo.
— Dunque la vostra festa...?
— È di addio: invito gli amici per lasciar loro, abbandonandoli, una buona impressione: dissero tanto male di me, che si meritano bene che li condanni a trovarmi amabile almeno l'ultima notte. Parto per Parigi.
— Per sempre?
— Per sempre: ma non ricominciamo, non mi parlate di amore. Sono così stanca di non poter amare, che oramai mi persuado dell'illusione dell'amore. Hanno ragione quelle donne, che mutano gli amanti come i guanti: se l'amore è un'illusione, l'amante deve essere un'ombra. Che importa il nome dell'albero quando vi protegga dal sole? Davvero non vale la pena di scegliere. Se nessuno di essi può darvi il tesoro che cercate, perchè rifiutare loro l'elemosina che domandano? Un bacio vale forse più di un soldo?
Carlo trasalì.
Ella si alzò.
— Uscirete senza avermi fatto l'elemosina? Siete una milionaria e negare un soldo ad un povero sarebbe lurida avarizia.
— Badate a non dovervene pentire — un bacio è un prologo: se vi fallisse la commedia?
— Avrei sempre il mio prologo: meglio poco che nulla.
— Uomo! meglio nulla che poco, massime in amore: allora datemi un bacio. E gli tese la mano, che egli si recò avidamente alle labbra.
— Attendete, le disse rattenendola. Siete la donna più bella, la sola donna grande che abbia visitato il mio studio; scrivetemi un pensiero su questo album, sul quale ne ho notato io stesso molti di autori.
Il complimento era lusinghiero, fors'anche meritato, e la marchesa lo accettò senza scuse volgari. Così in piedi, senza trarsi i guanti, prese una penna e, stata un momento meditando, scrisse:
Dio fece l'uomo, poi la donna: prima l'abbozzo, poi la statua.
— Avete ragione, ma facendo la statua bella si dimenticò di farle il cuore. Voltaire diceva: «Dio fece l'uomo frivolo per farlo meno misero;» e s'ingannava, doveva dire: «Dio fece la donna frivola per fare l'uomo più misero.» Se sapeste amare come sapete innamorare!
— Amo forse di più! ma non parliamo d'amore.
Gli strinse cordialmente la mano e fuggì così ratta, che egli non ebbe il tempo di offrirle il braccio, nè di dirle che Mimy era uscita colla San Marciano: non le corse dietro, ma cadde sopra una poltrona e tese l'orecchio al rumore della carrozza che si allontanava.
Era una giornata d'inverno stupenda anche pel cielo d'Italia: l'aria era tiepida, il sole scintillava, pareva una festa. Una insolita gente popolava le vie, e quelli che non potevano escire stavano alle finestre, le ragazze povere col lavoro o il caldanino in mano, ai balconi delle case ricche le signore in veste da camera o in toelette sfoggiate. Molti vasi di fiori si riaffacciavano sulle strade come spiando il tempo, sorridendo del vederlo sì bello, e i passeri venivano a domandar loro dove si fossero nascosti tanto tempo e recavano loro notizie dalla campagna sulla vicina primavera. Nella città non un lembo di neve: fuori la verzura aveva fatti larghi strappi nel bianco lenzuolo e ghignava maliziosamente un umido e luccicante sogghigno. Gli uccelli traversavano l'aria cantando e il sole sorrideva alla natura ancora misera, come un gran signore entrando in una festa di povera gente.
Che bel giorno per amare, escire in vettura alla campagna e gridare: evviva! come gli eroi di Auerbach!
La marchesa giunse in piazza del Paviglione; i cavalli procedevano al passo. Molte signore passeggiavano sotto il portico in abito nuovo, almeno giudicando dalle occhiate della gente al loro passaggio, e molti giovinotti deposti i mantelli si mostravano con insistente cortesia in bella vita. Le porte delle botteghe erano spalancate e gremite di gente che si estasiava guardando le ultime novità — stile commerciale.
Il magnifico equipaggio e la magnifica marchesa furono subito un avvenimento.
Mimy, che veniva con Giorgio, arrossì vedendo la marchesa scendere quasi precipitosamente ad incontrarli. Questa dimandò al conte della sua ferita, la quale non era stata grave malgrado il brutto cadere della carrozza; però egli usciva quel giorno la prima volta. Egli le chiese della festa d'addio, e qui il dialogo facendosi fra loro vivo e spiritoso, Mimy guardò Giorgio con deferenza.
Elisa sorprese quell'occhiata e fremè visibilmente: quindi la invitò seco in carrozza.
— Mi perdonate se vi rubo la dama? disse a Giorgio.
— No, egli rispose mascherando con un sorriso il dispetto.
— Non importa, purchè ella mi perdoni.
Giorgio era ancora allo sportello e sopravveniva Del Pino, quando la marchesa accennò al cocchiere di partire. Traversarono la città e si erano già dilungate alquanto da porta San Felice senza barattare una parola.
— Sareste gelosa amando? domandò la marchesa.
— Sì.
— Avete ragione: un amore senza gelosia è un leone senza ruggito. Sareste gelosa... di tutti?
— Di nessuno.
— Oh!
— Sarei gelosa di lei stessa: temerei che troppo bella mi accettasse senza amarmi... ma l'amerei egualmente.
— Sublime! esclamò afferrandole con impeto la mano, poi guardando l'orologio ordinò al cocchiere di volgere alla stazione.
— Manca tuttavia un quarto d'ora.
I cavalli volavano: Mimy teneva la testa bassa sentendo gli sguardi della marchesa.
— Scendiamo, questa le disse, che la carrozza non erasi ancora fermata sotto la tettoia di ferro.
— Ma chi parte?
— Noi: partite meco. Per dove? ma per dove volete, per Parigi, per l'America, per l'Oriente. Partiamo subito e, prima che ci si sospetti, abbiamo già lasciato l'Italia.
Mimy divenne pallida come un cadavere.
— Coraggio...
— Oh! mormorò rabbrividendo e colle lagrime agli occhi.
La marchesa rimontò in carrozza e non si parlarono più.
— Addio, le disse senza stringerle la mano, mentre Mimy scendeva alla propria casa e l'avvocato si affacciava ad una finestra.
— È una triste parola.
— Il saluto che si manda ai morti.
— Ma da chi spera.
— E voi sperate?
— Sempre.
— A rivederci, le gridò dietro, che fuggiva. Mimy si rivolse raggiante, fece un gesto inesprimibile e sparì.
CAPITOLO X
La speranza è come una barca; quando la fortuna o la passione la portano in alto ogni riga sul mare si fa un sorriso, e crediamo che potremo sempre spingerla fino al porto; ma se le è contrario il vento, quel sorriso diviene un sarcasmo.
Lettera a Fifi. — Ottone di Banzole.
La natura non ha spettacolo da paragonare con una festa da ballo: l'aurora più vezzosa non vale una signora mediocre, le più belle sinfonie dei rosignuoli sono come un rumorio di monelli a fronte di un valzer di Strauss e di Chopin. L'atmosfera di una festa da ballo non si trova che in una festa da ballo, ma occorrono polmoni giovani per respirarla: è inesplicabilmente composta di mille profumi, di carni e di fiori, di mille luci di sorrisi e di sguardi, di mille riverberi di capelli e di gemme, di mille calori di sensi e di parole: è indefinibile, è volubile — adesso calma come quella di una valle ignorata dai venti, poi agitata come sul cratere di un vulcano, ardente come sul meriggio di un sollione, soave come in una notte di primavera.
La festa era splendida quanto lo consentiva il palazzo e la città: anzi a Bologna non se ne erano mai vedute di simili. Il vasto scalone non si riconosceva quasi, vivamente illuminato da globi bianchi e con una moltitudine di vasi disposti in bell'ordine sulla balaustra e pei pianerottoli. Si entrava per un vasto stanzone dipinto goffamente di trofei antichi e col soffitto a grandi quadri di grossi travi, che punto modificato contrastava colla luce e la verzura profusa nell'atrio e nella seconda anticamera scomparsa dietro un'armatura, coperta di piante e di fiori, una immensa e fantastica capanna coi muri di frondi e il pavimento di aiuole — follia di prezzo e di gente aristocratica. Da questa si passava nel salone irriconoscibile. Spariti tutti quei mobili quasi funebri nella loro serietà, una cornice di semplici divani teneva luogo di loro tutti e lasciava nel mezzo uno spazio sufficiente per le danze di un gran numero di coppie. Il vecchio lampadario di Murano sfolgorava raddoppiando per migliaia di riverberi il lume delle candele; quattro immensi specchi riproducevano all'infinito la loro vacuità aspettando qualche scena che la riempisse. Due anticamere e un salone, una miseria di locale dissimulata dalla splendida improvvisazione degli addobbi.
Fuori nevicava, ma una gran gente di piccola borghesia e di plebe stava sotto il portico e i più intrepidi giù nella strada, fino sul portone, per riconoscere gli invitati e i loro costumi, perchè la festa era annunziata in costume — novità che aveva sollevati tutti gli animi e occupati tutti i discorsi della città nei pochi giorni che l'avevano preceduta. Ora i costumi comparivano e i reietti della festa volevano almeno vederne una volta i beati, non badando che questa invidiosa ammirazione faceva appunto i tre quarti della loro beatitudine. Gli invitati scendevano rapidamente e più rapidamente infilavano lo scalone, la notte essendo fredda e ventosa: ma giungevano infinitamente più fiaccheri che carrozze, triste augurio per la festa.
La veglia già animata andavasi mano mano gremendo. Sebbene fosse in costume, molti uomini passeggiavano però in abito nero e molte donne in abiti volgari. La marchesa faceva sola gli onori di casa in un magnifico costume di Notte. Una leggiera vesta di velo, quasi tessuta di fumo, le scendeva vaporosamente dalle spalle in strascico lungo, fluttuante, disegnandole appena la persona, che diventava quasi più alta e delicata: il voluttuoso ma troppo rubusto rilievo delle ànche scompariva nel panneggiamento, e il seno, tradendosi appena nella parte superiore s'impiccioliva. Un altro velo le avvolgeva indescrivibilmente la fronte, parte celando e parte scoprendo i capelli, e scendeva sull'alto della vesta e non finiva che allo strascico come un lembo di nuvola sopra una nuvola, che il vento respingesse con una intenzione di voluttà. Molte perle rotolate fra le pieghe dei veli imitavano la rugiada, e un grosso e unico brillante sulla fronte le brillava come stella. Nulla di bianco se non la faccia e le braccia che uscivano nude di sotto a veli bizzarramente, uniti alle spalle: non un lembo di camicia o di sottana, di trina o di merletto; il piede coperto da una calza nera e calzato da una pianella egualmente nera, trapunta di brillanti, si mostrava a quando a quando e spariva.
Quella sera la marchesa superava sè medesima, e se un difetto poteva rimproverarlesi, era un'aria di calda sensualità, temperata dal fantastico del costume; ma se ne era accorta e aveva migliorato il portamento, sempre audace, con una incertezza di moti e di gesti quasi originali.
Gli uomini l'ammiravano desiderandola, le donne tacendo.
La festa crebbe, arrivò l'aristocrazia e con essa i costumi. Abiti quasi tutti dell'ottocento negli uomini e nelle donne: qualche abate di Luigi XIV, qualche Maria Stuarda, qualche villanella romana: elegante solo la principessa di San Marciano, vestita come si dipinge la Pia de' Tolomei, e quasi somigliandole; la marchesina Del Pino, la più gracile e la più gentile, trasformata in Ofelia.
Le danze erano incominciate.
Dopo il primo valzer della marchesa con Del Pino, abbigliato graziosamente da Raffaello, giunsero Carlo, Mimy e la baronessa: il primo in abito nero, Mimy incantevolmente vestita da Margherita, la baronessa cammuffata da Aurora. Veramente l'Aurora si levava un po' tardi, ma rossa di veli, di sete e fino nel naso, che sotto una brinata di cipria arrossiva modestamente di questo ultimo trionfo della sua padrona.
— Nevica, disse all'orecchio di un'altra signora come ella senza costume, e forse senza costumi, quella Agnese già vicina di Mimy in villa e per una volta amante di Giorgio: guarda la baronessa, come le si è imbiancato il naso.
— Sarà per dare il buon esempio ai capelli che si ostinano a parer neri.
La Notte allora al braccio di Raffaello si spiccò udendo annunziare il nome di Mimy.
— Permettereste a me, o bella damigella, di darvi il braccio e di accompagnarvi?
— Non sono nè bella, nè damigella, ma accetto.
— Vedete Faust? chiese sommessamente la baronessa a Carlo: no, volevo dir Giorgio; quel costume di Margherita m'imbroglia.
Carlo si morse le labbra cercando Giorgio cogli occhi: non lo vide e per vendicarsi la piantò villanamente in mezzo della sala.
Del Pino passeggiava colla San Marciano, Ofelia era sospesa al braccio di un bel paggio del quattrocento, al secolo figlio di un droghiere, il quale viveva di rendite incognite e s'era infiltrato misteriosamente nell'aristocrazia comparendovi uno dei più belli e dei più imbecilli.
— Che graziosa capanna! diceva Mimy sempre al braccio della marchesa.
— Troppe frondi e troppo pochi fiori: ma il nostro amore...
Quella chinò il capo.
— Mimy, soggiungeva la marchesa abbassando la voce ma calcando sull'accento, una sola parola. Credete che due donne si possono amare almeno quanto un uomo e una donna? rispondete. Questa è forse l'ultima notte che ci parliamo. Io parto, ma prima di lasciarvi voglio sapere se mi sono ingannata su voi. Lo credete questo amore di due donne?
— Sì, balbettò impaurita dall'energia di quella voce sommessa.
— Sì? ripetetelo; affermate una gran cosa e udendovi tutte queste persone vi riderebbero in faccia. Ebbene, se lo credete, crederete anche a me. Io parto: voi restate?
Mimy non rispose.
— Pensate di restare? mi lascerete partire sola e passerete il resto della vostra vita come se non ci fossimo mai incontrate? Oh! vi amo, Mimy: non aspettate che vi dipinga il mio amore, voi stessa che mi amate sapete che non è possibile. Se nella testa mi nascesse un pensiero, che pretendesse descrivere uno dei fiori che mi avete fatto nascere nell'anima, vorrei aprirmi la testa per strapparmi quel brutto pensiero. Non vi parlerò del mio amore: i fiori li coglierete voi stessa, voi sola che li conoscete e sapete che non hanno nome. Venite meco; sarete mia moglie, la mia amante, la mia padrona; per voi sono pronta a rinunciare a tutte le mie donne, a tutti quei piaceri nei quali mi stordivo per dimenticarmi di non essere amata. Vivremo sempre insieme, non vivrò che per voi e quel giorno che mi accorgerò di non essere più abbastanza bella per appagare il vostro amore... lo giuro su voi medesima, che siete il mio Dio — quel giorno sarò morta.
Una specie di singulto le tagliò la voce.
Mimy si sentiva piegare sotto il vento di quelle infuocate parole.
— Aspettate, l'altra proseguiva quasi Mimy volesse parlare: non mi rispondete, voglio prima spiegarvi a voi stessa. Voi avete sognato l'amore femminile che adesso vi offro, me ne sono avveduta ai primi discorsi di Rimini. Non amate vostro marito, non amate un amante, Mimy alzò il capo, ma lo sguardo della marchesa era senza rimproveri, non amate che me, non potete essere felice che con me. Ma oltre l'amore v'inspiro anche ammirazione: mi avete discussa cento volte nel silenzio del vostro cuore e la sentenza mi fu sempre favorevole. Voi non credete agli amanti, che mi si attribuiscono...
Ella le strinse il braccio per risposta.
In quel punto s'udì il preludio di una polka.
L'avvocato e Del Pino si presentarono nel medesimo tempo, così che il marchesino dovette invitare Mimy, perchè il marito non ballasse colla moglie; ma la marchesa seppe tanto gentilmente schermirsi, che rimase con Mimy, e i due innamorati ritornarono nel salone.
L'anticamera era quasi deserta.
Le due donne tacquero qualche minuto senza guardarsi. Si sentivano sopra una china: in fondo s'apriva un burrone e sovra vi era gettato uno stretto ponte; ma scendendo a precipizio si poteva non fermarvi il piede, e allora si precipitava nell'abisso — miseranda caduta! Chiunque le avesse osservate si sarebbe stupito alla trepidazione dei loro volti; ma la marchesa, forse di carattere più violento, sembrava ancora più convulsa.
— Perchè rifiutate di fuggire? Avete paura?
— Fuggire, mormorò;... e il mondo...?
— Condanni; che importa? Badate, sono le mie ultime parole: domani parto da Bologna per sempre. Vi amo troppo per sopportarvi sotto i miei occhi moglie di Carlo, poichè se ho potuto fin qui per forza di civetteria distrarlo, si stancherà dello zimbello e ritornerà vostro marito. Cercherò di dimenticarvi sicura di non riuscirvi: porterò meco il mio dolore; lontana da voi potrò almeno idealizzarvi sognando. Questa festa l'ho data unicamente per voi; aspetterò la vostra risposta prima che usciate e, se mi ricuserete, vi dico addio adesso intanto che ne ho la forza... Siate tanto felice quanto io vivrò miserabile.
E stringendole convulsivamente la mano si allontanò. Mimy la seguì collo sguardo, la vide scomparire tra la folla: il ballo era finito.
— Sempre pensierosa! le disse sorprendendola la San Marciano.
— E voi sempre sorridente.
— È un rimprovero? avete torto di mostrarvi così: vi si supporrà infelice e se ne riderà. Nella dissimulazione vi è più virtù che non si pensi.
E la trascinò seco in sala.
La vivacità era cresciuta dopo le prime danze; ognuno trovato il proprio centro vi si moveva con libertà: i vecchi, i borghesi, l'aristocrazia si mescevano in gruppi e si divertivano canzonandosi scambievolmente: le donne sorridevano ai giovanotti: si discutevano i costumi; complimenti e sangue cominciavano ad infiammarsi, spiriti e lingue si scioglievano. Le più belle avevano naturalmente più folla, le più brutte lanciavano per compenso più frizzi, ma i più acuti scattavano dalle donne che troppo mature per essere amate smaniavano d'intorbidare la fontana, che anche curvandosi non potevano più toccare.
Finalmente entrò Giorgio, cupo nel cupo costume di Amleto: scoppiò un hurrà di applausi.
— Perchè questo lutto? gli domandò con un sorriso la principessa.
— Per me.
— Imitate Carlo V: vi anticipate il lutto invece del funerale.
— V'ingannate, principessa: ho un ucciso in me stesso, e lanciò un'occhiata a Mimy.
— Perchè non lo seppellite?
— Perchè spero che risusciti.
— Un miracolo!
— Forse che le donne avrebbero cessato di farne?
E volgendosi, dovè salutare tutti gli accorsi, ma quel trionfo di eleganza e di spirito non valse a rasserenarlo.
— Siete troppo tetro, mio principe, arrischiò la marchesina del Pino.
— Non vi dolga: Ofelia è troppo bella.
La delicata fanciulla fremè al complimento e si rivolse per nascondere il rossore, che le colorava le smorte guance.
Giorgio passò oltre, gironzolò pel salone, poi andò a sedersi in un angolo.
L'orchestra suonò una contraddanza e i gruppi dei ballerini si disposero con vivace disordine.
— Non ballate con noi, signor conte? l'interrogò passandogli innanzi quella tale Agnese al braccio del droghiere.
— Perchè non vestirti da Faust piuttosto? disse questi. L'epigramma della baronessa era sulle labbra di tutti.
— Da Faust? ripetè l'altra.
— E perchè? rispose Giorgio cogli occhi sfolgoranti d'ira.
— Ma per conservare il carattere di amante di Margherita.
E contento della facezia sorrise alla dama.
— Allora perchè non ti sei vestito da droghiere del quattrocento piuttosto che da paggio?
— Giorgio! esclamò impallidendo.
— Signore.
— Signor conte! spero che ritirerete questa parola o...
— Sentiamo l'alternativa.
— Ma via! s'intromise la signora.
— O ci batteremo.
Giorgio s'inchinò con freddo sorriso.
— Ed io spero, aggiunse, che risparmierete alla signora queste volgari particolarità; quindi salutando la dama si allontanò.
Qualcuno aveva ascoltato il diverbio e si seppe subito del duello. D'altronde il volto accigliato del paggio e lo sbigottito di Agnese lo lasciavano facilmente indovinare. Successe un bisbiglio, tutti vollero esserne informati: i cavalieri piantavano le dame e si stringevano intorno al droghiere premendolo d'interrogazioni, ma egli fingeva schermirsene pur confessandolo coi più intimi, onde in pochi secondi il segreto fu divulgato. Egli ed il conte si battevano alla pistola, a venti passi, a dieci, a cinque. Le versioni erano già molteplici: Giorgio si batteva per provare di non essere l'amante di Mimy, della quale andava pazzo: qui mille circostanze, mille aneddoti e tutti a guardare il paggio umile in tanta gloria, mentre il conte era passato nel salottino, ove i vecchi giuocavano il faraone.
Mimy intese e si fe' pallida: la marchesa si annuvolò.
La contraddanza parve lunghissima, tutti provavano il bisogno di serrarsi coi più amici sull'accaduto e di parlarne coi protagonisti: le signore osservavano Mimy che ballava nel gruppo della marchesa, gli uomini si ammiccavano fra loro. Finalmente la musica cessò e la folla potè sparpagliarsi. Mimy rimase colla San Marciano.
Ofelia entrò con una compagna nel salottino del giuoco; Carlo teneva il banco ignaro di tutto e Giorgio puntava cogli altri, così infelicemente che tutti ne facevano le meraviglie.
— Decisamente sono sfortunato! esclamò arrischiando l'ultima carta.
— Fortunato in amore non giuochi a carte, gli rispose un vecchietto.
— Fortunato! e si ritirò che la posta era perduta.
— Signor conte! lo fermò la marchesina tagliandogli la strada.
— Perchè non mi chiamate più mio principe?
— Non mi piace la figura di Amleto, è un personaggio troppo infelice e fatale.