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Villa Glori - Ricordi ed aneddoti dell'autunno 1867

XII. Nuovi tormenti e nuovi tormentati.

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— Madre superiora, noi ci presentiamo ancora una volta al venerabile arcispedale di Santo Spirito. Sia ringraziato Iddio benedetto! Per noi è andata abbastanza bene, ma le garantisco che fu un brutto affare, assai brutto.

Queste parole, colle quali uno dei medici, e precisamente quello eccentrico che ho più sopra descritto, salutava la Superiora delle suore entrando nella nostra sala dopo due giorni d'assenza, ci fecero intendere che qualche cosa di grave dovea essere accaduto.

Nulla, già lo dissi, a noi si lasciava trapelare di quanto avveniva fuori dell'ospedale. Dei fatti di Porta S. Paolo, del Campidoglio, di Casa Ajani, di Monte Rotondo noi non sapemmo nulla fino all'arrivo dei feriti di Mentana. Potemmo però comprendere chiaramente da quelle parole che un fatto d'armi era occorso e favorevole ai nostri. Infatti quel sanitario era reduce da Monterotondo.

Alla porta della sala c'era costantemente una sentinella che avea consegna di non lasciar passare se non le persone conosciute e quelle addette al servizio. In quella sera uno dei flebotomi che diceva essere stato sanitario al tempo della repubblica romana, mi confidò sottovoce e sotto sigillo che l'indomani Garibaldi avrebbe assalita Roma.

Questa notizia, ripetuta fra noi, ci riempì di gioia. La tristezza e la preoccupazione invece nell'ospedale si vedean dipinte in volto a tutti, militi, suore e prelati.

Aspettammo impazienti il domani, certi di sentire all'alba tuonare il cannone, invece...... nulla.

Le visite in quel giorno furono pochissime. Evidentemente gli animi erano tutti assorbiti da altri pensieri.

Scorsero così due giorni di penosa aspettativa, giorni lunghissimi, noiosi, insoffribili.

Ma alla sera del secondo giorno un prete molto ciarliero, già cappellano nell'armata francese e che veniva spesso ad annoiarci discutendo di politica con quella tracotanza che è tutta propria della sua nazione, venne a visitarci e quasi trionfante ci disse:

— Ora sarete contenti: le truppe francesi stanno sbarcando a Civitavecchia.

Infatti era vero.

Il giorno seguente parecchi ufficiali francesi vennero a visitare l'ospedale. Uno di costoro vedendo appesi ai nostri letti scapolari e medaglie (regali di monaci e suore) ci credette feriti papalini e si rallegrava con noi perchè la nostra devozione ci avea salvati dalla morte. L'equivoco ci fece ridere non poco ed ei rimase, a dir vero, un po' male quando se ne accorse.

Noi però ancora speravamo!

Ma al mattino del giorno 4 novembre d'improvviso la porta della nostra sala si spalancò e questa fu invasa da una turba di flebotomi ed infermieri. Poco dopo comparvero quattro soldati sostenendo un ferito, poi un altro, poi un terzo, un quarto. Alcuni potevano camminare, altri eran portati a braccia o sovra un materasso, molti gemevano, altri imprecavano, chi era ferito alla testa, chi alle braccia, chi al petto, e tutti erano trasportati in una stanza attigua alla nostra, ove erano stati adattati alcuni letti.

Erano i feriti di Mentana.

Uno scoramento indicibile ci prese allorchè potemmo apprendere la triste realtà dei fatti. Si deplorava vivamente l'accaduto, si narravano particolari dolorosissimi, s'imprecava al Governo che non avea dato aiuto, si gridava, si giurava la riscossa. I francesi si sarebbero fucilati, l'imperatore impiccato, il Governo italiano posto in istato d'accusa. L'irritazione era al colmo, perchè il disastro era grande, la catastrofe immensa. Si parlava di eletta gioventù sacrificata, si diceva la colonna Valzania distrutta, i carabinieri livornesi rimasti pochissimi, Garibaldi sconfitto per la prima volta in sua vita, soprafatto dal numero, dalle armi eccellenti, dalle truppe fresche; feriti parecchi graduati, Stallo, Bezzi, Ronco, e fra tutte queste narrazioni i gemiti affermanti la terribile realtà dei fatti, lo strazio dei moribondi, le chiamate, le grida, la disperazione, la morte!

Gli infermieri, le suore, i militi accorrevano al letto ora di questo ed ora di quello. I medici prestarono le prime indispensabili cure e per tutto quel giorno fu un tetro affaccendarsi a collocare feriti, a rifar letti, a moltiplicar giacigli.

Ma sventuratamente arrivavano sempre nuovi convogli. Le sale dell'ospedale di S. Spirito erano incapaci a tanti ricoverati. Perciò l'indomani si dovette pensare ad un provvedimento. Per quella notte però tutti furono adattati alla meglio in S. Spirito.

E fu una notte infernale. Nella nostra stanza ce n'erano stati collocati tre, uno dei quali gemette per lo spasimo dalla sera all'alba. Nella stanza attigua s'udivano grida interrotte, lamenti, urla, scoppi di pianto, imprecazioni, si sentiva chiamare gli infermieri, le suore, i medici; e tanto strazio durò tutta la notte quanto fu lunga!

Nel mattino passò e ripassò il cappellano militare recitando preci, e dietro a lui erano soldati che reggevano enormi involti in lenzuola chiazzate di sangue. Erano due individui portati all'ospedale già moribondi e vaneggianti, morti nella notte senza che se ne potesse sapere il nome! Forse erano padri di famiglia, forse i loro parenti li aspettano ancora, li crederanno dispersi, fuggiti; non avendo avuto nessun annunzio della loro fine, ancora spereranno!

Tra i feriti collocati nella nostra sala ce n'era uno, maestro elementare, cui una palla avea offeso il dito medio della mano diritta che si dovette disarticolare. Non potendo scrivere, mi creò suo segretario e mi dettò parecchie lettere da spedire a suoi parenti ed amici. Tutte su per giù aveano lo stesso stile e dicevan le medesime cose. Sembrava che n'avesse preso il modello da qualche epistolario.

Nel primo giorno dopo il loro arrivo tutti i feriti furono trasportati in un locale a due piani situato a piè della salita di S. Onofrio e appartenente a monsignor Ricci commendatore di Santo Spirito.

Due o tre giorni prima dei dolorosi avvenimenti di Mentana ebbi una lettera dalla mia buona mamma, la quale si struggeva perchè non poteva venire in mio aiuto, e mi pregava di dirle in qual modo mi avrebbe potuto spedire soccorsi. Se non temessi urtare la delicata sua riservatezza, la riporterei, perchè rispecchia al giusto i sentimenti d'una vera madre italiana.[20]

La lettera, come al solito, portava in fine il visto del general Zappi.

Prima ancora però che io rispondessi, venne incontro al desiderio di mia madre un nostro conoscente che avea qui in Roma qualche influente relazione. Una sera si presentò al mio letto un cappellano militare e mi fece scivolar tra mano venti scudi, dicendomi che questi me li mandava il professor Luccardi da parte di mia madre e che l'indomani sarebbe venuto in persona il detto professore con Sua Eccellenza il Ministro delle armi a consegnarmi il restante d'una somma che avea ordine di farmi tenere.

— Così pure, soggiunsemi, se anche il conte Colloredo avesse bisogno di qualche cosa, il professor Luccardi è dispostissimo in suo favore, essendo amico di suo padre, il conte Giuseppe.

Il Luccardi ed il Kanzler erano cognati perchè mariti alle signore Vannutelli, romane e parenti, se non erro, ai due monsignori, ora cardinali ed al pittore.

Partito il cappellano, comunicai la cosa al Mosettig. Ne fummo impensieriti. La scoperta del pseudo Colloredo in faccia al Ministro delle armi era inevitabile. Chi potea immaginarne le conseguenze? Al postutto però non si trattava che di una sostituzione. Si stabilì quindi che io alla meglio con segni e con gesti facessi intendere al Luccardi il mutamento di nome pregandolo a non tradirci. Il Luccardi però io non lo conosceva e quindi tornava non poco difficile il mio assunto.

All'indomani, alle dieci del mattino vennero infatti il generale ed il Luccardi colle rispettive signore, ma io non ebbi nè tempo nè modo di farmi intendere. Era del resto affatto superfluo, perchè il Luccardi, accostatosi al letto dell'ammalato che tentava celarsi:

— Ah ecco, esclamò, questi è Colloredo! già lo si ravvisa subito, è suo padre spiccicato; tale e quale, nè più nè meno!

Respirai, ed anche il Colloredo, preso coraggio, si scoperse il volto senza timore per poter dar campo al Luccardi di trovare nuove rassomiglianze. Infatti egli andava ripetendo:

— Tutto, tutto suo padre: eravamo tanto amici!

Quanto era viva la mia apprensione prima, altrettanto ridevo in cuor mio dipoi. La cosa infatti volgeva in burletta. Per comprendere la quale bisogna notare che il Luccardi dimorava qui in Roma da molti e molti anni e che se in passato avea conosciuto ed era amico dell'ottimo conte Giuseppe Colloredo, ora defunto, non conosceva però alcuno dei figli suoi o quanto meno li avea conosciuti piccini.

Questo professor Luccardi venne poscia altre volte a trovarmi. Era in complesso un buon uomo: non fu però buon italiano quando accettò da Pio IX l'incarico di fare il monumento commemorante i soldati pontifici a Mentana, monumento che, in omaggio alla politica tolleranza, si ammira ancora a Campo Verano.

Lo rividi poi nel 1870 e fui a visitare anche il suo studio, ma quantunque dovessi riconoscere il merito di taluno dei suoi lavori, pure quel monumento non glielo potetti mai perdonare. E poichè gli dissi l'animo mio francamente quando era vivo, posso ora liberamente ridirlo senza per questo che la sua fama venga offuscata o scemato il suo valore come artista. L'Ajace, uno dei primi suoi lavori, ebbe plausi ed onoranze, ed il Caino, il gruppo del Diluvio, il Raffaello e Fornarina gli procacciarono nuova fama. Il Diluvio anzi venne molto ammirato all'Esposizione mondiale di Parigi di quell'anno e gli fruttò la croce della Legion d'onore.

Fra gli altri pochi che spesso ci venivano a visitare, oltre a monsignor Stonor che ci recava frequenti notizie di Giovannino, vi era pure un monsignor Tizzani, uomo di molta coltura e intelligenza, ma per sua sventura vecchio e cieco. Era stato vescovo di Terni, poi avendo perduta la vista, venne creato vescovo in partibus di Nisibi. Campò ancora molto a lungo ed è morto solo da pochi anni.

La conversazione sua era molto piacevole, perchè aneddotica e perchè rivelava un uomo di scienza e di studio. Eppure anch'egli, parlandoci un giorno d'un suo cane da guardia affezionatissimo, lo chiamava Lutero! Piccinerie dell'intransigenza ed effetto d'ambiente che pur troppo talora subiscono anche gli spiriti elevati! S'intratteneva volentieri col Bassini ragionando di medicina, per la quale pare avesse una speciale inclinazione. Anzi ci portò un suo opuscolo stampato su alcuni casi di elefantiasi; non ci seccava mai nè colla confessione nè colle devozioni. Intendeva adempiere un dovere di carità visitandoci ed intrattenendosi con noi, e questo dovere si vedea che l'adempiva con vero sentimento e con profonda convinzione.

Non così potea dirsi d'un giovinotto vanitoso e scapato, quintessenza di sanfedismo sposata ad una donchisciottesca posa di crociato, un giovinotto, che venne un dì a visitarci appunto mentre stavamo conversando con monsignor Tizzani. Seppi dipoi che era un notissimo principe del patriziato romano. Questo signore, italiano pur troppo, baciata la mano al vescovo, prese a magnificare le fatiche ed i disagi da lui sostenuti in quei giorni per la difesa del papa, ossia nel dar la caccia ai nostri, e finiva coll'invitare il prelato ad ammirare l'abnegazione sua e dei suoi compagni i quali, mentre dai garibaldini non avevano avuto che sprezzi di ogni maniera e sputi in faccia (così diceva lui!), ora s'affaccendavano tra l'ospedale di Santo Spirito e quello di Sant'Agata a rendere male per bene ed a soccorrere i garibaldini.

Il vescovo gli rispose, e molto opportunamente, che di fronte alla sventura non vi sono partiti e che la carità, non facendo distinzioni di tal fatta, abbraccia tutti in un medesimo amplesso. E la risposta chiuse la bocca al petulante patrizio, il quale ora, fatto uomo e ripensando a quei giorni, troverà coll'esperienza acquistata per lo meno ridicole, se non deplorevoli, quelle giovanili sue smargiassate.

I feriti all'ospedale di Sant'Onofrio erano sistemati e tutto era organizzato il servizio medico dipendente dall'Ospedale civile di Santo Spirito, quando un bel giorno venne l'ordine di trasportare anche noi assieme agli altri. Provammo un vivissimo dolore all'idea di lasciare quel luogo, dove per le cure del capitano Galliani ricevevamo un'assistenza tutta speciale e dove si godeva d'una quiete per noi preziosa. Anche lui ne provò dispiacere intenso. Da alcune sue mezze frasi e da un leggiero tono di rancore mal celato potemmo comprendere che egli subiva una sopraffazione e che il nostro trasloco non doveva essere se non effetto delle attenzioni da lui usateci, riferite ad autorità superiori, facilmente esagerate e forse alterate.

L'ordine venuto alla mattina doveva eseguirsi subito. Fu ritardato di qualche ora in causa d'un avvenimento inatteso, la visita di Pio IX all'ospedale!

Le porte infatti furono spalancate a due battenti, la sentinella presentò l'arma in ginocchio, s'udirono grida di Evviva Pio IX, evviva il Papa-Re! poi una figura bianco vestita, piuttosto pingue, apparve sul limitare, benedicendo.

Un frate benedettino che seguiva il Papa più da vicino, lo condusse al letto del Mosettig per presentargli il conte Colloredo, di cui probabilmente a Pio IX si era in antecedenza discorso.

Il Papa si accostò al suo letto e sporse la mano destra all'infermo perchè la baciasse. Questi finse di non comprendere l'atto, simulandosi molto aggravato dai dolori, e non la baciò. Al Papa non isfuggì il rifiuto, ne conservò memoria in appresso; intanto anche sul momento volle, indispettito, rendergli la pariglia.

Chi conobbe da vicino Pio IX e la infantile sua vanità che lo rendeva tanto sensibile alle lustre ed alle compiacenze personali, potrà farsi giusta ragione di questa meschina vendetta.

— Soffrite molto? gli chiese.

— Si, rispose asciutto il Colloredo.

— Ebbene, pigliate questi dolori quale salutare penitenza dalla mano di Dio e chiedetegli perdono d'averlo offeso!

E suggellò l'amorevole conforto con l'apostolica benedizione!

Il padre benedettino che l'accompagnava e che, come seppi dipoi, era un Casareto di Genova, all'udire le parole del Papa s'intenerì e gli si mosse una commozione sì abbondante che egli si stemperava in lagrime di gioia le quali gocciavano a quattro a quattro, mentre egli andava esclamando:

— Ah, Santo Padre! ih, Santo Padre! quale degnazione, quanta bontà! e piangeva come un ragazzo.

Poco dopo, partito il pontefice, s'affrettò a rientrare per sentire da noi l'impressione di quell'avvenimento, che per noi doveva essere, secondo lui, veramente straordinario e da segnarsi albo lapillo. Era ancor tutto gongolante e badava a dirci:

— Eh, ci eravamo commossi, non è vero, alla visita del Santo Padre! non potevamo trattenere le lagrime! quanta bontà! quanta dolcezza! Siete pentiti, non è vero? Vero, Colloredo?

— Sì, rispose questi, di non averlo mandato a...

Sopravvennero in buon punto gli infermieri ad annunziarci che la carrozza e le barelle erano pronte, altrimenti la frase del Mosettig, se avesse avuto seguito, avrebbe senza meno essiccate al buon padre Casareto le fonti lacrimatorie tanto facili e copiose.

Notes in this chapter

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