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Villa Glori - Ricordi ed aneddoti dell'autunno 1867

X. L'indomani.

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Dormivo davvero quando un raggio di luce penetrò nella stanza a pianterreno. Destarmi e riconoscere subito la terribile realtà della situazione, fu cosa di un minuto. Non sognavo, no. Chi sogna dorme male ed io in quelle brevi ore avevo dormito profondamente. Tanto ero stanco!

Mi rizzai a sedere. La poca paglia su cui giacevo mi aveva mal difeso dall'umidità del pavimento e mi sentivo le ossa peste ed ammaccate come se mi avessero bastonato. Contemplai un istante la scena che mi circondava, poi uscii all'aria aperta. Avevo proprio bisogno di respirare liberamente.

L'orrore di quel luogo chiuso, barricato, pieno d'armi accatastate alla rinfusa, di cappotti, di borraccie, di vestiti abbandonati dai compagni per essere più lesti al cammino; l'aspetto di saccheggio e di devastazione che presentavano quei tavoli, quelle sedie rovesciate, le bottiglie fracassate, le stoviglie infrante, gli avanzi della cucina del giorno innanzi ancora sparsi sul pavimento e frammisti alla paglia, ai cappelli, alle bende, e tutto ciò chiazzato di macchie sanguigne; il gemito dei poveri miei compagni feriti, e nella stanza vicina, giacente a terra quasi a sbarrarne la porta, il cadavere del povero Enrico e l'altro più terribile del Mantovani, il quale pareva sfidasse ancora l'assassino che lo aveva morto a bajonettate sul terreno, formavano nell'insieme uno spettacolo raccapricciante.

Si soffocava: uscii, come ho detto.

Un magnifico sole cominciava ad indorare le foglie alle siepi ed agli alberelli che costeggiavano la stradicciuola di fronte alla casa. Di lontano giungeva il suono delle campane della città eterna, e ad ogni tratto un'archibugiata dei pacifici cacciatori onde abbonda la campagna romana, veniva a rompere la pace di quel luogo. Spettacolo di natura tanto tranquilla e sorridente che faceva vivo contrasto con la desolazione della villa, con la realtà del fatto, con l'amarissima incertezza della sorte nostra.

Pensavo... forse domani ci sottoporranno ad un Consiglio di guerra; forse.... e il pensiero inorridiva, mentre inavvertita dalla congiuntiva dell'occhio mi scendeva una lagrima... E la mamma?...

Levai il capo per cacciare i neri presentimenti e... mi vidi faccia a faccia con uno sconosciuto!... Dio mio! lo fisso. Era Giovannino! Giovannino Cairoli in persona!... Ma chi avrebbe potuto più ravvisarlo? Pallido in viso e macchiato orribilmente di sangue che era colato dalla testa fasciata con un cencio e coperta da un cappellaccio. Si reggeva su di un bastone e camminava a stento.

Anch'egli pativa per le ferite toccate nella schiena difendendo il fratello dopo che era caduto. Povero Giovanni! Avea lottato corpo a corpo, aveva veduto cadere il fratello in quel terribile attacco alla bajonetta, avea veduto i soldati precipitarglisi allora addosso, si era avventato colla rivoltella alle tempia di quegli aggressori; ma la rivoltella, arruginita, non aveva agito. Disperato l'aveva sbattuta sulla testa d'uno di quei miserabili colla furia della tigre ferita, e come tigre ferita era caduto poi rovescio, colpito da una palla che gli sfiorò il cranio. Si era gettato allora sul corpo del fratello esamine, colle mani, col petto facendogli scudo, e le bajonette nemiche avevano finito anche lui, che giacque spossato, sanguinante, svenuto accanto al suo Enrico!

E quanta vita, quant'anima in quel giovinetto, mentre mi raccontava sì orribile tragedia!

— Ah! lasciatemi vedere il mio Enrico! che io lo baci ancora una volta, una volta ancora!

Gli amici Campari, Colombi ed io pure tentamno in ogni modo di opporci, e lo assicurammo che più tardi gli avremmo concesso questo supremo sfogo di dolore. Fu fatto entrare in casa, ma uno di noi ebbe l'avvedutezza di andare innanzi e di chiudere la porta della stanza dove giaceva il fratello.

— Sentite, amici, disse poi risoluto ed appena entrato in casa, facciamo una cosa. Abbiamo ancora fucili, abbiamo rivoltelle; se vengono i soldati barrichiamoci in casa e vendiamo cara la nostra vita.

Eroico ardimento d'un cuore generoso e ferito.

Non ci volle molto però a farlo persuaso della impossibilità di tale progetto. I gemiti dei compagni pressochè moribondi avrebbero condannato qualunque tentativo temerario da parte di noi, feriti pur anco ed impotenti a qualsiasi resistenza.

Era prossimo il mezzogiorno. Una brezza leggiera piegava gli alberi, metteva un lieve senso di brivido nelle ossa indolenzite e faceva lentamente sventolare il bianco lenzuolo che, annodato a mo' di bandiera ad un bastone, avevamo issato da una finestra della casa.

Uno strepito confuso d'armi e di voci, lo scalpitar di cavalli ci fe' comprendere che s'avanzavano dei militi. Erano certamente venuti a levare i feriti.

Le guardie di Finanza da noi fatte prigioniere lungo il Tevere e liberate da noi quella mattina, avevano senza dubbio mosso il comando militare pontificio al soccorso dei nostri feriti.

Così pensavamo: ma non era così.

— I pochi della scaramuccia di ier sera non dovean essere che l'avanguardia. Di certo sui Monti Parioli ora ci deve essere il grosso della banda. La chiamata al soccorso dei feriti non può essere che un gherminella per tirarci lassù ed attaccarci.

Ecco quale certamente deve essere stato il ragionamento del ministro delle armi e generale delle truppe pontificie, poichè non è credibile che si venisse a levar feriti con tanto apparato di forze. Zuavi, antiboini, tiraioli, zampitti, dragoni, gendarmi, ogni arma era stata messa a contribuzione.

Al primo vederci puntarono le armi in atto di fuoco.

— Feriti, feriti, blessés! gridavamo noi. Si! era come dire al muro! non ne capivano d'italiano! Finalmente un tenentino dei dragoni si fe' avanti gridando loro:

— Ne faites pas de feu! pas de feu! e fatti alcuni passi verso la nostra casa, prima ci ordinò d'uscire, poi messici in fila tutti fuor della porta, con una sentinella cui graziosamente ordinò d'infilzarci tutti se ci fossimo mossi, entrò nella casa e la masnada intera lo seguì.

Descrivere il fracasso che fecero con quei poveri fucili, ferrivecchi della Guardia nazionale, è cosa da non potersi ridire! Ce n'erano moltissimi di carichi ed essi li prendevano per la canna e pestandoli contro il suolo o contro il muro, ne spaccavano il calcio.

E dire che non uno esplose loro nelle mani!

— Vous étiez venus ici avec de trés-bonnes intentions, ci disse il tenentino uscendo e portando in pugno una mezza dozzina di rivoltelle.

Ricordo ancora la faccia del Campari e la sua risposta. I buoni ambrosiani non dimenticano mai la loro parlata, talora francamente ingenua, anche nei momenti supremi della vita.

— Oh me par peu, rispose egli con un accento di bonaria persuasione, me par che voressen minga cojonà gnanca lor!

Dopo un'ora circa impiegata a distinguere i fucili, i vestiti e quanto trovarono, ripresero finalmente la loro strada e sembrava che avessero fretta. Chiedemmo loro dove andassero e perchè non trasportassero i feriti. Ci fu risposto che non ne avevano il tempo, perchè doveano inseguire le bande[17]! Credevan forse a pochi passi da noi di scovare Garibaldi in persona!

Un gendarme prima di montare a cavallo mi presentò una bottiglia, offerendomi da bere. Lo guardai in viso; non comprendevo così strana cortesia.

— Bevi, bevi, mi ripeteva.

— Ah è così che la credete? sclamai d'un tratto. Presi la bottiglia e tracannati tre o quattro sorsi, la lanciai contro lo stipite fracassandola in mille pezzi. Temevano che avessimo avvelenato il vino!

Imbruniva. Il povero Giovanni era riuscito ad ottenere da noi di poter dare l'ultimo bacio all'amato suo estinto. Ma lo trascinammo subito fuori dalla stanza, promettendogli che guarderemmo noi stessi la preziosa salma perchè nessuno la toccasse.

Pochi minuti dopo io ed il Campari gli consegnammo alcuni oggetti e ricordi tolti di dosso al glorioso eroe.

Un rumor sordo di carri ci avvertiva che finalmente qualcuno da Roma si era mosso in nostro aiuto.

Era ben ora. I feriti nostri languivano senza cibo da ventiquattr'ore e le ferite incrudivano coll'avvicinarsi della notte. Erano bare tirate da un cavallo e coperte da un saccone. In ciascuna fu adagiato alla meglio un ferito. Vi erano pure due carrozze. Il corteo era composto d'un medico, un cappellano, un capitano dei gendarmi e di quel tenentino della mattina. Costui al povero Giovanni che io pregava di usare riguardo nell'entrar dentro la stanza ov'era suo fratello morto, rispose cinico:

— Ebbene, se è morto, non posso certo fargli del male!

Anche nei momenti più tristi c'è sempre una nota amena. Ce la diede questa volta il cappellano, un grosso e corpulento prete belga con una faccia da cuor contento inesprimibile, il quale domandò a più d'uno dei nostri feriti se prima di battersi aveva fatto le devozioni sue: qualcuno gli rispose che sì, ed egli ne fu contento come una pasqua.

C'incaminammo. Si scendeva lentamente per la calata dell'Arco scuro, ma quando imboccammo lo stradone di Porta del Popolo si accelerò il passo. Io ero a cassetta ed il cocchiere mi andava infastidendo con rimproveri ed ammonimenti.

— Fate il vostro mestiere! gli dissi. E tacque.

Arrivammo a Porta del Popolo e il treno si arrestò. Una compagnia di truppa era in arme al limitare della porta. C'era una agitazione, una ressa indiavolata. Un capitano venne allo sportello della nostra carrozza e raccontò che in città avveniva un fatto d'arme: eran duecento, trecento, quattrocento insorti, c'eran morti, feriti, ecc.[18].

In quel mentre si udivano infatti parecchie fucilate.

— Oh Gesummaria! invocò il mio cocchiere.

— Niente paura, gridò il tenentino spavaldo, è qualcuno che... (lasciamo nella penna la parola). Avanti!

Uno squadrone di dragoni a cavallo ci si mise al fianco per iscorta e il corteo mosse di nuovo.

Tre cannoni erano puntati in Piazza del Popolo, uno contro il Corso, un altro verso il Babbuino, il terzo contro Ripetta. Noi prendemmo da questa parte. La via era deserta affatto, chiusi i negozi, le porte e le finestre. Il rumore delle ruote, lo scalpitar dei cavalli, il tintinnio delle sciabole dei dragoni in mezzo a quel sepolcrale silenzio aveano un che di sinistro. Appena vedevasi qualche imposta di finestra aprirsi un momento e far capolino qualche curioso attratto dall'insolito rumore, e poscia tosto rinchiudersi.

La traversata di Roma seguì senza inconvenienti.

Battevano le 8 di sera e noi arrivammo alle porte dell'ospedale di Santo Spirito incerti di nostra sorte, se prigionieri di guerra ovvero insorti sorpresi coll'armi alla mano, e quindi forse dannati nel capo per alto tradimento!

Notes in this chapter

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