Il canto del gemente Kaskias
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Torajas, il grande mago, Torajas, il celebre mago, Che rapì dal nostro paese il bottino E ci lasciò la fame, Per cui noi non mangiamo più E non abbiamo più alcuna preda (di caccia e di pesca) Egli ci prese tutto il nostro bottino E se lo portò al paese di Kitteli[31]. Ora noi non prendiam più pesci nell’acqua, Non più renne nei boschi, Nessuna preda mai più: Poichè vuote sono le alture del monte, Vuoti i boschi E vuote anche le acque. L’uomo cattivo portò La fame nella nostra bocca, E fu così perverso, Che tutte le nostre prede Portò via dal nostro paese. Non è ancor nato l’uomo, Nato nella nostra terra, Che le prede di nuovo Porti al nostro paese? — Ma ecco che già le porta, Il Dio ci riporta la preda Nelle acque e nei boschi. Grazie sien date al protettore della terra, Grazie al fondatore della terra, Grazie allo spirito protettore Molte migliaia di volte, Perchè Dio ci ha fatto grazia di nuovo, E ci ha riportato la preda. Onore e grazie insigni A te, o sovrano Iddio, Tu, che nell’acqua e sulla terra Riportasti la preda, Benchè l’uomo malvagio Portasse via la preda Il Dio sovrano la riportò Di nuovo a noi. Al buon Dio sieno grazie Molte migliaia di volte, A colui che portò la preda. Il cattivo uomo fu colui Che dalle acque, che dalla terra Ci rapì la preda. Torajas, il cattivo, il disutile uomo, Che il bottino portò via dal nostro paese E ci portò la fame. Torajas, l’uomo famoso Ci portò la fame. Egli mi picchiò mortalmente E sperò ch’io fossi morto. Ma io non morii E sono ancora in vita, Io non morii, Ma vivo ancora, In Dio io vivo ancora. In Dio è la mia vita, In Dio io dimoro Benchè l’uomo malvagio sperasse Che io fossi morto. Egli mi lanciò nell’acqua, Egli mi gettò nel fiume. Il luccio mi trovò, Ma io mi posi sotto il suo fegato. Il luccio mi prese in sua custodia, Egli mi pose sotto il suo fegato, Dove ci rimasi per un anno. Dopo però pose L’uomo malvagio le sue reti nell’acqua, Egli mi prese Ed io potei abitare una casa E in quella casa vissi tre anni. Dopo di ciò io andai a.....? Io venni a.....? Quando io giunsi a casa L’uomo malvagio mi uccise. Egli fece una cassa E mi pose dentro Ed io rimasi Tre anni nella cassa. S’incominciò allora A condurmi al cimitero. E tutti vennero, Anche il prete era presente, Io però parlai: — Non portatemi là, Io non sono morto ancora Benchè mi abbiano desiderato la morte. — E tutta la gente disse, Così come il prete: — Perchè un uomo vivo È stato messo nella bara? — Io risposi: — Non sono morto, Benchè mi abbian augurata la morte. L’uomo malvagio si rallegrò Che io fossi morto, Ma benchè egli sperasse Ch’io fossi morto, Io non lo sono Ed io vivo ancora, Ancora, ancora. Ah, se mio figlio venisse qui, Io non posso qui rimanere! — E il figlio venne subito, Venne volando come un gallo di montagna. Altri sarebbero venuti E avrebbero cotto mio figlio come un gallo di montagna, Ma egli disse: — Se io come un.....? fossi cotto Io non sarei morto. — E il padre si adirò assai, Ma il figlio si trasformò in un altro uomo. Il padre (propriamente il vecchio) disse: Mio figlio, perchè vieni tu In questa figura a me? — Il figlio replicò: — Se tu sei in collera, Quando io ti ho irritato, Io me ne ritorno Volando per la mia strada. — Egli incominciò a volar via, Ma il padre volò subito Dietro a lui in forma di un’anitra. Riportò il suo figlio indietro, E allora sedettero entrambi sulla terra.
Il padre:
Non venirmi innanzi in figura d’uccello.
Il figlio:
Io non sapeva, mio padre, Che tu mi avresti fatto cuocere. — E mentre essi così se la discorrevano fra di loro, Si diedero a leticare E ne nacque una discordia. Mentre essi così disputavano Il figlio si pose sopra un ramo d’albero E di là parlò così: — Tu ti sei dunque adirato con me, o padre? Dacchè tu sei tanto in collera con me, Io non ritorno più a te, Davvero, io non ritorno più a te.
Il padre:
Chi occuperà il tuo posto, Mio figlio, se te ne vai?
Il figlio:
Si occupi o no il mio posto, Io non ritorno più, Giammai, Giammai in questo mondo Ritornerò io a te. E così volò via il famoso figlio del mago E se n’andò, E il padre rimase solo. Perciò egli si adirò contro l’altro uomo, E l’uomo malvagio Portò via tutte le prede, Per cui noi non abbiamo più pesci nell’acqua, Non più renne nei boschi, Nessuna preda di sorta alcuna.
Il Donner nel darci il canto seguente, dice di aver omesso 160 versi, che avevano poco interesse. È una contesa fra alcuni coloni, che vogliono occupare un paese e l’antico possessore che è un mago. Le idee pagane vi dominano come nel canto precedente. Per essere un vero mago, bisogna innanzi tutto aver la forza di potersi trasformare in un animale.
Il ladro: Il mio Dio ora se ne è andato pellegrinando, Io ho preso i frutti della terra, Io ho raccolto l’erba e i frutti, Io mi son preso legno e pietre; Io non ho preso cosa alcuna che ad altri appartenga, Io ho preso solo sempre dei frutti della terra. Eppure un uomo venne a me E disse che io sono un ladro. Il mago: Tu non conosci i costumi del paese, Tu non sai che io son qui. Guarda le erbe e fa attenzione, Guarda i segni sugli alberi, Guarda anche l’erba in un’altra maniera. Il ladro: Qual uomo singolare sei tu, Non sei tu come gli altri uomini? O sei tu un Dio, Hai tu creato l’erba, Hai tu fatto gli alberi? Non sei tu polvere della terra? Tu strisci qual verme com’io faccio. L’erba non è tua, Le piante, le pietre non son nostre. Sii padrone delle cose tue. Buono è ciò che è buono, Ed io so ciò che tu sei Sulla terra, o nero mago. Rimani dunque sulla tua proprietà, Tienti l’erba, che tu hai piantato.
Qui il mago manifesta il desiderio di rimanere tranquillo sulla sua terra e fa delle minaccie, dicendo di essere un mago, a cui ubbidiscono anche le malattie. Il ladro allora gli tiene un lungo discorso, nel quale gli dice fra le altre cose: O povero mago, rendi i deboli debolissimi, ma non me. In figura di uno scoiattolo, io posso correre su e giù per gli alberi e tu non mi puoi ammazzare. Io faccio cadere un albero sopra di te e tu rimani preso, o mago; mentre io, che sono il ladro, divento padrone dell’erba e delle piante. Povero uomo, non farti un Dio sulla terra; nei nostri canti tu non figuri che come un falso Dio. Tu mi tieni per un ladro; ebbene il ladro ti cambierà in fumo(?). Allora il canto continua:
Il ladro e il mago lottano, Essi sen vanno Per fiumi e per laghi, Essi si arrampicano sugli alberi o sulle roccie. I vecchi hanno cantato I fatti singolari del mago. Il tempo viene, il tempo passa, I maghi sono seduttori, Essi allacciano insieme ricchi battezzati? Colle loro cattive azioni molestano, Nel tempo opportuno tacciono; Nel tempo di discorrere l’uno dice: Vieni anche tu vicino. L’altro se ne va, ritorna, Ma non può far nulla, Vien deriso come un prigioniero, Le sue dita sono diritte, immobili.
Il ladro allora gli dice motteggiando, che ora può egli prendersi l’erba, gli alberi e le pietre, dacchè egli se n’è dichiarato proprietario. Il mago replica:
Rimani, rimani tu stesso proprietario, O ladro, dacchè sei divenuto padrone Di questi alberi, di queste pietre, di questa vita; Ma tu però allontanati, Vanne, donde sei venuto. . . . . . . . . . . . . . . . . Io sono, io sono sempre al disopra di te, Io vado, io prendo, io depongo, Io getto, io ti opprimo. Il ladro: Tu ti affatichi indarno, o povero mago.
Il tamburo magico
Questo (tamburo) gli eroi di un tempo Gli estinti padri Hanno forse battuto, Quando essi spaurivano le renne. Da lontani paesi portarono essi Le renne a questo colle, E vennero renne bianche Ed anche di nere come la pece. Qui forse hanno grugnito le renne, Qui hanno sbuffato. Gli uomini si sono curvati (per mungerle), Qui han risuonato i tiri del fucile. Qui si sono ammazzate Grandi e grasse renne femmine, Qui si è fatto cuocere il grasso E se ne son fatte anche salciccie.
A chiarire ancor meglio la psicologia dei nostri lapponi, aggiungerò alcuni dei loro proverbii e dei loro indovinelli.
Proverbii lapponi (Sadnevajasak)
Adde bädnagi ja gula baha sanid. — Dà al cane e udrai cattive parole.
Buöreb lä cagar giedast, go buojde mäcest. — Meglio è una pellicola (il magro) in mano, che il grasso nel bosco.
Buöreb lä bitta njalmest, go havve oajvest. — Meglio è una screpolatura in bocca, che una ferita al capo.
Buöreb lä jode, go oro. — Meglio è andare che stare.
Dam olbmast läk ämbo juonak go suonak. — Quest’uomo ha più intrighi che tendini.
Dat, gäst gukkek läk dolgek, allagassi girda. — Chi ha lunghe penne, vola alto.
Galle gaddest visaj, go avest vahag sadda. — È facile avere sapienza sulla riva, quando in mare succede una disgrazia.
Garranasa bäsest matta gavdnujuvout majda njufcamoune. — Nel nido del corvo si possono avere anche uova di cigno.
Go ciegnalis lä caue, de lä rukkas, bodne. — Quando l’acqua è profonda, il fondo è limaccioso.
Havske guojbme vaned matke. — Un aggradevole compagno accorcia la via.
I goarpa goarpa ealmi cuokko. — Una cornacchia non becca gli occhi di un’altra.
I läk jakke jage viellja. — Un anno non è fratello dell’altro.
I sat häppad niära gaske. — La vergogna non morde più la propria guancia?
I sat oarre-gazza galloi baste. — L’unghia di uno scoiattolo non ferisce più la sua fronte. (Egli è fuori di sè per la gioia o l’affanno).
I bäjve nu gukke, atte igja i boade. — Per quanto lungo sia il giorno, viene però la notte.
Ik galga calmetes gaope dakkat. — Tu non devi comperare ad occhi chiusi.
Loge visasa äi nakas sanigujm ovta jalla sabmelazain. — Dieci sapienti non possono competerla a parole con uno stupido lappone.
Oapes bahha lä buöreb, go amas buörre. — Un cattivo amico è meglio che un buono sconosciuto.
Ovce visasa äi buvte buoddot ovta jalla. — Nove saggi non possono chiudere la bocca ad uno stolto.
Ai läk buok vielljak ovta ädne cizid njammam. — Non tutti i fratelli hanno succhiato il petto della stessa madre.
Indovinelli (Arvadusar)
Che cosa è più alto di tutti i monti e più basso dell’erica? Un viottolo.
Va sempre errando con un piccolo carico sulle spalle e non è mai stanco? La rôcca.
Prima che il padre sia mezzo pronto, il figlio è già nel bosco? Il fumo.
Di giorno in prigione, di notte in libertà? Le dita dei piedi.
Batte notte o giorno, ma non riceve spellature? Una campana, la campana del renne.
Volto all’insù, vuoto, volto all’ingiù, pieno? Il berretto.
Chi è il più saggio di questo mondo? La stadera.
Sta sulla cima colla radice insù, o colla cima ingiù e la radice insù? La coda della vacca.
Piede di pietra, fianchi di refe e testa di legno? La rete.
Il morto, che tira fuori i vivi dal bosco? Il pettine.
Una vergine, che siede sull’orlo della fontana col cappello sul capo? L’angelica (non ancora sbocciata).
Senza copertura e senza suolo, ma pure pieno di carne fresca? Il ditale.
Va di giorno, va di notte, ma non trova mai la porta? Un orologio.
Che cosa è, che entra in un buco, ma ad un tratto si mostra a tre buchi? Un uomo, che indossa un vestito lappone.
Che cosa può stare in una tana di sorcio e non può voltarsi in una stalla di bue? Un bastone.
Che cosa è che va al fiume per lavarsi e porta le viscere a casa? Un secchio.
Qual’è la creatura che sta più vicina all’uomo? Il pidocchio.
Erra nel bosco e nel bosco perde la coda? Un ago.
Mangia colla bocca e manda fuori colla nuca? La pialla.
Quattro sorelle guardano in un buco? Le punte delle stanghe della tenda.
Tu lo vedi, ma non lo puoi prendere? Il fumo.
Uno che guarda all’ingiù, mentre l’acqua va insù del colle? Un cavallo, che beve.
Un uomo batte, cadono le pellicole e nulla si ode? La neve.
Il davanti come una botticella, il mezzo come una tinozza, il didietro come una granata? Il cavallo.
Un uncino all’insù, un uncino all’ingiù e una piegatura nel mezzo? Gli uncini di ferro coi quali si appendono le pentole.
Un corvo marino che vola sul mare e dalle cui ali sgocciola il sangue? Una barca in cui si rema.
Un cavallo nero trotta giorno e notte, ma i suoi zoccoli non si muovono mai? Un fiume.
Un uomo di cent’anni e colla testa di una notte? Un tronco d’albero, sul quale è deposta neve fresca.
Piccolo come un uovo ma è impossibile vedervi il fondo? Il cuore dell’uomo.
Appena più grosso che il filo di una rete di salmoni, ma la luce del giorno non lo vede mai? Il midollo degli alberi.
Chiuderemo quest’antologia lapponica, dando alcune novelline tolte dal Frijs[32].
Il Gigante che aveva nascosta la sua vita nell’uovo di una Gallina (Da Utszok)
Una donna aveva un marito, che durante sette anni era stato in guerra con un gigante. Quella donna piaceva al gigante, il quale avrebbe volentieri levato di mezzo il marito per prendere la moglie per sè. Dopo sette anni riuscì finalmente al gigante di uccidere l’uomo. Ma questi aveva un figlio. Quando il figlio fu cresciuto, egli pensò al modo di vendicarsi del gigante, che aveva ucciso il suo padre e sposato la sua madre. Ma il giovane non poteva uccidere il gigante, qualunque cosa tentasse e facesse riesciva vana. Pareva proprio che non vi fosse vita nel gigante.
— Cara mamma — disse il ragazzo un giorno — sai tu forse dove il gigante nasconde la sua vita?
La madre non ne sapeva nulla, ma promise di domandarlo al gigante; ed un giorno che questi era di buon umore, gli domandò dove fosse la sua vita.
— Perchè mi chiedi ciò? — rispose il gigante.
— Perchè — disse la donna — se tu o io siamo in qualche pericolo, sarà una consolazione di sapere che la tua vita è ben difesa!
Il gigante, che non aveva nessun sospetto, fece il seguente racconto alla moglie:
— In mezzo ad un mare di fuoco vi è un’isola, sull’isola vi è un barile, nel barile vi è una pecora, nella pecora vi è una gallina, nella gallina vi è un uovo e nell’uovo sta la mia vita!
Il giorno seguente il ragazzo tornò dalla madre e domandò:
— Cara mamma, hai potuto sapere dove il gigante abbia nascosto la sua vita?
— Sì, mio caro figlio — rispose la madre — egli mi ha raccontato, che la sua vita si trova nascosta lungi di qua. In mezzo ad un mare di fuoco vi è un’isola, nell’isola vi è un barile, nel barile vi è una pecora, nella pecora vi è una gallina, nella gallina vi è un uovo e nell’uovo della gallina sta nascosta la vita del gigante.
— Allora — disse il figlio — io debbo cercarmi dei servitori, coi quali possa traversare il mare di fuoco!
Egli noleggiò un orso, un lupo, un falco ed un ymmer (un grande uccello di mare) e con questi partì. Egli stesso andò in mezzo al fuoco seduto sotto una tenda di ferro; prese con sè sotto la tenda il falco e l’ymmer, perchè non si bruciassero; ma fece remare l’orso ed il lupo.
Di lì viene che l’orso ha i peli bruno scuro, e che il lupo ha sul manto delle macchie brune; perchè entrambi hanno fatto un viaggio in mezzo ad un mare infuocato, le cui onde bruciavano come la fiamma.
Così arrivarono all’isola dove doveva essere la vita del gigante. Quando furono giunti all’isola ed ebbero trovato il barile, l’orso gli diede una zampata e lo sfondò. Dal barile saltò fuori una pecora. Ma il lupo inseguì la pecora, l’afferrò e la sbranò. Dalla pecora volò fuori una gallina. Il falco l’inseguì, l’afferrò cogli artigli e la fece a pezzi. Nella gallina vi era un uovo e l’uovo cadde nel mare ed affondò. L’ymmer volò e tuffò in cerca dell’uovo. La prima volta che tuffò, rimase molto tempo sotto, ma non potendo stare tanto tempo senza respirare ritornò alla superfice. Dopo aver ripreso fiato, si tuffò di nuovo, e rimase sotto più della prima volta, ma pure non trovò l’uovo. Tuffò per la terza volta e rimase sott’acqua più delle due volte precedenti e questa volta trovò l’uovo nel fondo del mare. Quando il giovane vide che l’ymmer aveva l’uovo nel suo becco fu pieno di gioia. L’ymmer portò l’uovo al giovane, questi raccolse delle legna e fece un gran fuoco sull’isola. Mise l’uovo in mezzo al fuoco per bruciarlo. Quando il fuoco fu ben acceso, egli tornò indietro. Egli aveva ottenuto quello per cui aveva intrapreso il viaggio. Tostochè fu giunto alla spiaggia dalla quale era partito, corse in casa, ed allora vide che il gigante stava bruciando come l’uovo sull’isola. La madre sua fu essa pure contenta, vedendo tornare il suo figlio dalla pericolosa spedizione.
— Grazie, caro figlio, perchè hai trionfato della vita del gigante!
Vi era ancora un poco di vita nel gigante, mentre la madre ed il figlio discorrevano insieme.
— Che follia fu la mia — esclamò il gigante — di lasciarmi indurre a raccontare il segreto della mia vita a quella malvagia donna!
Allora il gigante afferrò il suo tubo di ferro (col quale soleva succhiare il sangue della gente), ma la donna ne aveva messo una estremità sul fuoco. Egli allora aspirò fuoco e cenere e quindi bruciò di dentro come di fuori e tutte le parti del suo corpo, che poterono bruciare, vennero distrutte dal fuoco. Finalmente il fuoco si spense, e col fuoco si spense la vita del gigante.
La donna del mare (Avfruva) (Da Naessebegy)
Una bella notte di luna due fratelli andavano verso la spiaggia ad aspettare una volpe, che soleva andar lungo la spiaggia a mangiar pesci. Mentre stavano là seduti venne fuori dal mare una Havfrue (Sirena?) e sedette sopra uno scoglio poco distante dalla spiaggia. Il più giovane dei fratelli si preparò a tirarle, ma il maggiore lo impedì dicendo:
— Non tirare, potrebbe succederci disgrazia, se tu lo facessi.
Frattanto l’Havfrue sedeva sulla pietra, scioglieva i suoi lunghi capelli e li pettinava.
Il fratello più giovane volle di nuovo tirare, ma il maggiore lo sconsigliò, dicendo:
— A cosa pensi, non puoi lasciarla in pace: essa non ci fa nessun male, perchè vorresti tirarle?
Ma il giovane non si curò di quello che gli diceva il maggiore, egli alzò il cane e prese di mira la Havfrue.
Il maggiore vedendo ciò gridò:
— Guarda te, Havfrue, tu sei in pericolo!
Nel medesimo momento l’Havfrue saltò in mare, ma tornò fuori un po’ più distante e gridò al fratello maggiore, che l’aveva salvata:
— Vieni qui domani a quest’ora, che tu non te ne pentirai.
I due fratelli tornarono a casa, ma la sera seguente il maggiore escì solo e sedè là dove era seduto la sera avanti. Non era molto che stava là, quando giunse una volpe nera ed egli la uccise. Tosto dopo venne anche l’Havfrue dal mare, si sedette sul medesimo scoglio e gridò al giovane di venire anche esso.
— Non hai da temer nulla — aggiunse — non ti farò alcun male!
Il giovane fece come gli veniva comandato.
— Sediti ora sulle mie spalle — disse l’Havfrue — e nascondi il naso e la bocca sotto i miei capelli, affinchè tu non venga soffocato, mentre ti condurrò attraverso alla profondità del mare alla dimora di mio padre.
Il giovane fece così. Allora l’Havfrue tuffò nel mare col giovane, e quando furono giunti al fondo del mare, essa prese un’àncora e la diede al giovane e disse:
— Quando saremo arrivati nella casa di mio padre, questi vorrà provare la tua forza, ma egli è cieco e per questo non gli devi dare la mano, ma gli devi stendere l’àncora.
Essi arrivarono al luogo ove abitava l’Havfrue e lì non vi era nè l’acqua, nè buio; la luce vi era chiara come sulla terra e l’acqua stava al disopra di loro come una vôlta. Quando il giovane stese l’àncora e disse buon giorno, il padre dell’Havfrue la strinse con tanta forza che le branche si piegarono. Il padre e la figlia dettero al giovane un monte di argento e l’Havfrue vi aggiunse ancora una gran coppa d’oro, che una volta era stata sopra la tavola di un re. Essi quindi tornarono nel modo stesso che erano venuti fino al punto da dove erano partiti.
Il giovane diventò un uomo considerato ed ebbe sempre fortuna sul mare; il fratello minore che aveva voluto tirare all’Havfrue, appassì come un albero bacato. Tutto quello che intraprendeva e faceva gli riescì male e non ebbe più alcuna fortuna sulla terra.
Il ragazzo povero, il diavolo e la città d’oro (Da Karasjok)
Vi erano una volta un uomo povero ed un uomo ricco, che erano vicini; l’uomo povero era molto indebitato col ricco vicino. Un giorno andavano fuori entrambi in barca per pescare. Il ricco fu fortunato; in poco tempo riempì la sua barca di pesci e ritornò alla spiaggia. L’uomo povero rimase sul lago, ma non potè prendere un solo pesce; finalmente dovette tornare indietro esso pure, ma mentre remava, la barca incagliò e nello stesso momento sentì una voce sotto la barca che diceva: «Se tu mi prometti quello che la tua moglie porta sotto il cuore, diverrai ricco come il tuo vicino.» L’uomo lo promise. «Getta la lenza» disse di nuovo la voce. Così fece e tosto sentì mordere il pesce. Era molto pesante, ed a stento potè tirar su il pesce; ma quando l’ebbe avuto nella barca, escirono fuori dalla sua bocca una quantità di monete d’oro. L’uomo gettò di nuovo la lenza e prese subito un altro pesce. Da questo non escirono monete d’oro, ma in poche ore ebbe la barca piena di pesci, ed allora se ne tornò a casa. Quando entrò, vide la sua casa piena di oggetti di valore. Egli domandò alla moglie donde tuttociò era venuto, ma essa non ne sapeva nulla. Essa aveva dormito e quando si era svegliata aveva visto tutte quelle cose. L’uomo andò subito dal suo vicino e gli pagò in una volta tutto il suo debito. L’uomo ricco ebbe paura e pensò che quei denari dovevano essergli stati rubati. Egli cercò in tutti i suoi nascondigli, ma trovò che nulla gli mancava. Quando l’uomo tornò dalla sua moglie, questa gli disse che era incinta. L’uomo non lo sapeva, ma la cosa era così, e quando venne il tempo, venne al mondo il suo primogenito. Quando il ragazzo ebbe otto anni, fu mandato a scuola dal prete; il ragazzo era grande per la sua età, ed imparava con facilità. Il giorno che compì i suoi quindici anni, il diavolo arrivò in una barca, che somigliava ad una fiamma verde, per portar via il ragazzo. Quando videro arrivare la barca, il prete cominciò a scrivere una lettera che il ragazzo doveva portare con sè. Allora il ragazzo andò giù verso la spiaggia incontro al diavolo, e quando questi gli disse: — Vieni con me, ragazzo mio, vieni nella mia barca — il ragazzo stese la lettera al diavolo. Il diavolo non ardì toccarla; fintanto che teneva la lettera in mano, si grattava la testa ed era imbarazzato.
— La magagna sia del prete — disse il diavolo — che è causa che io non possa prendere il ragazzo! Prendi quella barca e vieni con me sul lago! Il prete stava a guardare.
— Prendi pure la barca e va con lui sul lago! — disse il prete.
Quando furono sul lago, venne un gran temporale, cosicchè il ragazzo dovette lasciar portare la barca dal vento. Il diavolo allora volle, che il ragazzo passasse nella sua barca, ma ogni volta che si avvicinava a lui, il ragazzo gli presentava la lettera. Finalmente il diavolo si arrabbiò tanto, che se ne ritornò di nuovo sotto forma di una fiamma verde da dove era venuto. Il ragazzo seguitò ad essere spinto dal vento e dalle onde. Finalmente arrivò ad un paese totalmente ignoto, ma sulla spiaggia era un palazzo reale che splendeva come l’oro. Il ragazzo entrò per una porta, sulla quale era una iscrizione in lettere d’oro, ed entrò in cucina. La ragazza di cucina gli disse di non parlar forte, perchè la padrona di casa era lì vicina e dormiva. Ma il ragazzo andò avanti e nella camera seguente trovò la cameriera. Questa gli proibì pure di parlar forte, perchè la sua padrona era nella camera attigua e dormiva. Il ragazzo però andò avanti fin nella camera della padrona stessa, e vide che questa era ancora più bella della cuoca e della serva. Essi parlarono insieme per un pezzo e s’intesero per sposarsi. Ma il ragazzo disse, che avanti di maritarsi doveva andare a visitare il suo padre e il suo padrino, il prete: — Se sapessi solamente — soggiunse — dove devo andare per trovarli.
— La cosa è facile — disse la sposa. — Qui al mio dito ho un anello col quale si può avere quello che si desidera e andare dove si vuole!
Il ragazzo prese l’anello della sua amorosa, se lo mise al dito ed espresse il desiderio di tornare da suo padre e dal prete. Nello stesso momento vi giunse. Egli raccontò tutto quello che gli era successo dal momento che li aveva lasciati, ma nessuno gli voleva credere. Egli mostrò l’anello che aveva al dito, ma pure non gli volevano credere. Finalmente la sera, quando ebbero cenato dal prete, il giovane non potè più tenersi, quantunque la sua amorosa glielo avesse severamente proibito, dicendogli: «Tu non mi devi desiderare la dove sei tu con i tuoi!» e disse: «Potesse essere qui la cuoca per sparecchiare la tavola!» Nel momento la cuoca comparve e portò via il piatto che stava davanti al ragazzo e sparì. Quando fu l’ora di andare a letto, il ragazzo disse di nuovo: «Potesse venire ora la cameriera a prepararmi il letto!» Essa arrivò tosto e gli rifece il letto. Il giovane andò a letto e formò il desiderio: «Potesse ora venir la mia fidanzata a riposare al mio fianco!» La sposa comparve all’istante, abbracciò il giovane e lo baciò. Ma al momento stesso gli prese dal dito l’anello, escì e non si vide più. Il giovane cominciò ben presto ad avere tal desiderio della sua amante, che abbandonò suo padre e suo padrino e si mise in viaggio in cerca della città d’oro. Egli arrivò da prima dal re dei pesci:
— Buon giorno, nonno — disse il ragazzo, — mi puoi forse dare qualche notizia sulla città d’oro?
— No! non ne so niente — disse il re dei pesci — ma radunerò i miei pesci, forse qualcuno di essi ne saprà qualche cosa!
Egli fischiò per radunare i pesci, ma nessun di questi seppe dar notizia della città d’oro. Lo Stenbiten (Anarrichas lupus) non era ancora venuto, ma finalmente arrivò anch’esso.
— Perchè arrivi tanto tardi? — domandò il re.
— La lontra mi aveva acchiappato — rispose lo Stenbiten, — fu a stento che mi potei liberare!
Ma lo Stenbiten non seppe dir niente neppur lui della città d’oro. Il giovane andò avanti ed arrivò al re degli uccelli.
— Buon giorno, vecchio nonno — disse il ragazzo, — mi puoi dare nessuna notizia della città d’oro?
— Non ne so nulla! — disse il re degli uccelli — ma chiamerò i miei sudditi!
Egli allora fischiando riunì tutti gli uccelli, ma nessuno potè dir nulla della città d’oro. Per ultimo venne il cigno.
Questi aveva deposte le uova e gli uomini avevano teso un laccio presso il suo nido, nel quale era rimasto preso. Ne era escito a stento, ma quando finalmente fu giunto non seppe dir nulla neanche lui della città d’oro. Il giovane seguitò la sua peregrinazione senza sapere dove andasse. Mentre camminava vide due figli di gigante che si battevano. Il ragazzo si avvicinò a loro e domandò:
— Perchè vi battete? Si direbbe che siete due fratelli, ma se è così, perchè vi battete?
— Sì, siamo due fratelli — risposero entrambi — e ci battiamo per un berretto ed un paio di scarpe, che abbiamo avuto in eredità da nostro padre.
Il ragazzo, che era accorto ed istruito, domandò cosa avessero di particolare il berretto e le scarpe. Gli fu risposto, che quando si avevano le scarpe, si poteva in un salto essere là dove si voleva e che quando si aveva in testa il berretto, si diventava invisibili.
— Prestatemeli un momento — chiese il ragazzo — che vi possa provare se è vero quanto mi dite!
I figli del gigante non vollero dapprima prestare la loro eredità al giovane che essi non conoscevano, ma infine si lasciarono persuadere, quando il giovane ebbe promesso di fare solamente due salti come prova. Ma appena il giovane ebbe messo le scarpe e il berretto, andò d’un salto alla città d’oro, e vide un gran bastimento dorato sul mare. Gli dissero che quel bastimento apparteneva ad un figlio di re, il quale era venuto a cercar moglie. Il giovane entrò senza essere veduto nella reggia e vide e sentì il figlio del re, che chiedeva la mano della sua amante. Egli rimase nascosto finchè venne l’ora di andare a letto. Quando la sua amante andò a letto, vi andò pure il figlio del re e si coricò al suo fianco. Nel momento che il figlio del re volle baciare la sua sposa, il giovane gli dette un calcio sulla bocca. Il figlio del re non potè capire cosa volesse significare un tal trattamento. Egli si offrì di nuovo, ma ricevette un secondo colpo del duro stivale di gigante che il giovane aveva nel piede.
— Perchè mi batti così? — domandò il figlio del re, meravigliato dei modi poco amabili della sua bella.
— Io non ti batto niente affatto — disse la figlia del re; ma il giovane che stava dietro alla sposa rideva per sè. Nello stesso momento diede un nuovo calcio al figlio del re, cosicchè questi arrabbiato, saltò su e ritornò al suo battello dorato. Aveva avuto abbastanza di quella ragazza, pensò, e ritornò al suo paese. Il giovane si alzò pure, escì e si levò gli abiti del gigante. Quindi tornò e cominciò così a parlare colla figlia del re:
— Chi era quel forestiero che venne qua mentre io ero via?
— Era un figlio di re, che veniva a sposarmi — rispose la sposa.
— E perchè non l’hai sposato?
— Oh l’avrei preso volentieri — disse la figlia del re — ma egli ebbe paura di me!
— E perchè ebbe paura di te?
— Non so donde viene, ma mentre eravamo accanto l’uno all’altro assicurò che io gli davo dei calci sulla bocca invece di baciarlo, si mise in collera e se ne andò. Io non lo seguii; sapevo di non avergli fatto il minimo torto.
Il giovane allora ricominciò la sua antica corte, furono fatte le nozze ed il ragazzo diventò padrone della reggia della città d’oro.