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Un viaggio in Lapponia coll'amico Stephen Sommier

Il canto della Sposa

Reading edition

Mi si è tolta la libera volontà, Mi si è preso teneramente il mio cuore, Mi si incatenò la mia giovine testolina, Mi si tennero fermi i miei ricci d’oro, Mi si trascinò per la punta delle dita? O mio padre, mio educatore, O mia madre, che ebbe cura di me, O fratello, coraggioso come il falco, O mia propria, o cara sorella, Fratello di mio padre, o buona cugina, Così voi avete già deciso Io devo abbandonare casa e cortile! Così io andai alle nozze Presi il calice ripieno E a tutti gli ospiti offersi il vino, Guardai a tutti i convenuti Attraverso le mie ciglia d’oro; Non lo prese però il buon fratello, Lungi egli è, il lieto falco Egli siede nella nera tundra[23] Nel seno dell’oscuro mare Sotto le alte rupi degli Urali. Accorri qui, o mio nobile fratello, Non odi: io son scacciata Dalle dorate regioni del mio paese Vieni, o vieni, mio caro fratello, Che giacesti sullo stesso seno della madre, Vieni e vedi come io parta! Scegli le renne dall’armento, Scegline sei, delle maggiori, Attaccale ad una slitta, Aggiogale ad una slitta, Legale solidamente con nere cinghie E corri rapido a casa! Spumeggin pure cento e venti fiumi, Irrompano selvaggi i torrenti di primavera, Frapponendosi sulla tua via, E tu innalzati leggero come il cigno O veloce come un’anitra. Venerato padre, cara madre, Io fui pur fedele, povera fanciulla, Sempre come un figlio prediletto, Perchè volete voi scacciare La fedele serva dalla vostra casa, Per darmi in cambio stranieri genitori, Sconosciuti fratelli e sorelle? Dovrò io diventar cento volte più saggia, O poveretta, dovrò io sempre Piegar la mia testolina Per trovar gioie presso di loro? Se il piacere non dimora presso di loro, Io penserò alla patria, E godrò la gioia passata Presso il padre e la madre.

Celebre è la poesia lapponica seguente, raccolta da Fjellner:

I figli del Sole

Un tempo gli uomini erano pochi E le fanciulle mancavano agli uomini. Un uomo aveva abbracciata la sua donna, Aveva mischiato il suo sangue con quello di lei, E la madre allatta il bimbo, Bagna e alimenta il fanciullo. Si dimena il fanciullo nella culla, Perchè egli aveva ricevuto dal suo genitore Tendini forti e solidi, E l’antenato diede l’ingegno Alla progenie del figlio di Kalla. Corre voce, così suona la leggenda: Dietro la stella legata (forse fissa) Ad occidente lontano dalla luna e dal sole Son le pietre oro e argento, Pietre del focolare, pietre delle reti. Scintilla l’argento, fiammeggia l’oro, Le rupi si specchiano nel mare. Anche i soli, le lune, le stelle, Luccicano, sorridono, specchiandosi risplendono. Il figlio del Sole stacca la sua barchetta, Prende con sè il meglio della sua gente. Il vento soffiando gonfia le vele, Lo spirito delle acque spinge la barchetta, L’onda trascina all’innanzi gli uomini. Il timone si drizza al disco E il vento d’oriente culla la barchetta. Onde non tocchi la luna, La luna e il sole diventarono Più piccoli della stella del nord. Sorge ora una luce d’un’altra specie E diventa più grande che il sole, Risplende in rosso e illumina gaiamente. Passano lunghi anni in mare. Finalmente, ecco alla fine del viaggio Si apre la spiaggia del gigante, Si fa orribile e s’innalza. E la giovane figlia del gigante, Essa, la cucitrice del vecchio cieco, Lava alla luce di una fiaccola gli abiti, Stropiccia e batte i vestiti con diligenza, Poi li risciacqua e li spreme, Li fa seccare e li ripulisce. Dando grazia al suo seno[24] Rivolge rapida i suoi sguardi, Guarda forte il giovane negli occhi; Parla, donde vieni? chi cerchi tu? Vieni tu al tavolo della morte Per nutrire il mio padre, Per dare a me un boccone da succhiare, Per ristorare il mio fratello stanco, Per dar parte al mio suocero?

Il figlio del Sole:

Sarakka[25] mi diede dal padre Tendini robusti, potenti forze Mischiando le forze dei due genitori. Uksa Aka col suo latte Mi versò nel capo l’ingegno. Io cerco colei che mi dia calma nella procella, Che freni l’ira, Che felicemente mi segua nella morte e nella vita, Una che mi freni nella fortuna, Che mi protegga nella sventura, Che mi conforti nei tormenti del cuore, Che nella fatica e nell’angoscia mi riposi, Che mi porti fortuna nella pesca, Che nella commozione mi dia pace, Che doni degli eredi alla mia razza.

La figlia del gigante:

Ogni goccia del mio sangue ribolle, Più alto si gonfia il seno della vergine, Tutti i miei sensi si sconvolgono. Mescoliamo il nostro sangue, Intrecciamo i nostri corpi, Mescoliamo gioie e dolori, Tu figlio di madre straniera. Al mio padre, al mio caro Voglio dire il mio desio, la mia aspirazione, Le mie amare lagrime chiamano La mia madre che giace lì nel profondo dell’arena e della scorza di betula.

Il gigante, che ha l’intenzione di mangiarlo, dice con sprezzo:

Vieni presto, o figlio del Sole! Mettiamo alla prova colla mano La piegatura delle nostre dita, Vediamo chi abbia le dita più pieghevoli, Chi abbia le dita più solide.

(La figlia porge al giovane un’àncora di ferro e il giovane la presenta al vecchio).

Davvero, sono abbastanza forti I tendini delle dita dell’eroe solare; Forte è la piegature delle dita del giovane.

Il figlio del Sole dà poi per consiglio della figlia al vecchio come doni:

Un barile d’olio di pesce come cibo di nozze, Un barile di catrame come bevanda di nozze, Un cavallo per pietanza.

Il gigante parla:

Dolce, dolce è la bevanda Del paese del sole: essa si beve volentieri. Forte è anche la bevanda Del figlio del Sole e fa smarrire i sensi. Eccellente pure è la pietanza. Ma ahimè, ecco ch’egli si ubriaca, E la sua dura testa si confonde, Il grasso del pesce e del legno Scendono al suo core e lo rammolliscono. Egli afferra l’àncora di ferro, Suda e si riscalda sempre più. E il vecchio cieco Li pone e dà posto ad ambedue Sulla pelle del dominatore delle acque (balena). Incide loro il mignolo E mischia il sangue di amendue, Congiunge le mani, unisce petto a petto, Allaccia anche i nodi dei baci, Mette da parte gli impedimenti, Scioglie le mani, scioglie i nodi, Si portano le pentole nuziali, poi si beve. Alla sua tessitrice, alla valente, Alla sua unica filatrice di tendini, Alla sua cucitrice, alla unica Sceglie egli i doni nuziali: Pezzi d’oro degli scogli della riva Fa egli rompere, fa egli portare, Portare sulle navi barre d’argento, E lo aiuta l’amante della vergine, Il giovane dai bei ricci, Nella barca dalle ali di canape, Colle vele floscie.

Il gigante domanda:

Vi è posto ancora nella tua barca, Può essa portare un peso maggiore? — Sì, vi è posto. — E si portano altri doni. (La sposa) Sì lascia cadere le scarpe virginali, Segue il servizio del fratello straniero, Alla guardia della suocera E riceve la chiave magica. Poi essa porta via dalla capanna Tre casse fatte di pino; Azzurra la prima, rossa la seconda, Bianca la terza; oltracciò tre nodi. (Le casse contengono): Guerra e pace, sangue e fuoco, Malattia, morte e pestilenze E i tre nodi del panno di bagno Di Sar, Uks e Madderakka. (Portano): Dolci zeffiri, vento e procelle. Si fanno i nodi della castità e si danno[26] In guardia di Madderakka. Allora ritornarono dalla pesca i figli, Dalla pesca della morsa, delle foche, delle balene E cercarono della sorella. — Dove è dessa? Dov’è la bellezza della capanna? Nulla rimane di essa fuorchè le orme, Il sudore di chi fu ad essa così simpatico, L’odore di chi ce l’ha sedotta? A chi ha essa dato la mano, Chi ebbe forza per conquistarla, Chi ha giuocato da uomo o da donna, Chi giuoca scherzando colla fanciulla? Chi ha forse picchiato alla porta di Uksakka?

Il gigante risponde:

Il figlio del Sole allargando le vele l’ha involata. — Vola in mare la barchetta dei fratelli Per inseguire e dare la caccia E restituire il poledro alla casa. Già si sente il batter dei remi, Più vicino si fa il rumor del timone E il muggire e l’infuriar delle onde. (La sposa) Scioglie per difendersi un nodo virginale, Un vento allora gonfia le vele, E la barchetta rompe le onde, Le getta da ambo le parti E i giganti rimangono addietro. Più forte abbrancano essi i remi, Il sudore goccia dai loro occhi, Si odono l’ira, il grido e le minaccie, Cuoce la bile e divampa il furore. E la sposa è pensierosa per lo sposo, Le brilla l’occhio e le batte il cuore, Pensa alle gioie delle nozze, E le si gonfian le vene E il sangue la inonda fortemente. Domanda allo sposo, facendogli riverenza: La tua barchetta può sopportare maggior vento? Solidi e forti sono l’alberatura e le sarte? Scioglie allora il secondo nodo sanguigno E il vento incomincia da occidente A sollevare i figli del mare (le onde), Gonfia e tende le vele E i fratelli rimangono molto addietro. Bolle il sangue, la vendetta ha sete, Ricorrono agli ultimi sforzi, Si asciugano il sudore sanguigno dal volto, Le mani si affrettano, i dorsi si piegano, I pugni si irrigidiscono sul remo. Poi diventan caldi e via corre la navicella Rompendo i flutti dell’aperto mare. Così vennero più vicini alla barchetta.

La sposa:

Sopporta la tua barchetta vento più gagliardo, Sopporta dessa più forte bufera? Scioglie allora il terzo nodo. Anche Ilma Razza montò in collera E il servo del dominatore del cielo. Il vento del nord dal mezzo del cielo Mandò la procella e piegò le antenne. Qua e là ondeggia la vela, Balza la barchetta e si piega sui fianchi. Anche la sposa si corica e si rintana Nel più profondo della navicella E nasconde le scintille dei suoi occhi Alla luce dell’aurora. Sullo scoglio andarono i fratelli Ambedue per cercar la sorella. Il Sole li disciolse E poi li indurì in due rupi. Si vedono anche oggi a Vake. Anche la loro cuprea navicella si mutò in rupe. Sulle pelli d’orso e di renne La sposa festeggiò le sue nozze, Diventò piccola come gli altri uomini. Con un’ascia tolta dalla sua cassa Si fa la porta, si fa più larga E s’ingrandiscono le camere. Essa partorì i figli del Sole, Essa partorì i figli di Kalla. Quando l’ultimo finì in Svezia L’ucciso, il celibe (Carlo XII), Un altro ramo andò a Karjel, Un altro ancora più al sud Dietro la Danimarca e l’Iutland[27].

Il figlio di Pissa Passa

Pissa, capo dei villaggi del paese del sole, Passa, la figlia del capo del paesi della notte, Nelle loro nozze avevano giurato Sulla pelle d’orso Non splenderà una scintilla del secondo mondo A colui, che rompe il giuramento; Ma ecco che uno stalu toglie la vita all’uomo E gli rapisce il suo tesoro come pure gli armenti. La moglie prende con sè una parte del gregge E via se ne fugge incinta. Là partorisce un figlio. Il figlio domanda: — Dove è mio padre? — Mio figlio, tu non hai padre. Il figlio ripete: — Il francolino ha il suo maschio, il gallo di montagna la sua gallina, La pernice delle nevi il suo compagno, la renna il suo renne, L’orsa ha il suo orso e l’alce il suo maschio. Anch’io non posso esser nato dalle pietre o dagli alberi! Il fanciullo cresce d’anno in anno, Diventa un uomo, va a caccia nel bosco, Importuna sua madre: — Chi è mio padre? Finalmente essa risponde: — Tuo padre porta l’alce vivo dietro la porta, Egli lo porta giù dal pascolo delle renne, Lo porta giù colle scarpe di neve. — Madre, madre, dimmi il nome di mio padre. — Il padre porta il pellegrino del bosco (l’orso) Che muggisce e brontola dietro la capanna. — Il fanciullo indossa il proprio vestito e si reca alla casa dove si riunisce il popolo. Se ne va di là e prende col laccio la madre dei boschi (l’orsa), La muggente, la brontolona, che si agita e sbalza di qua e di là. Egli la lascia muggire e brontolare e la trascina alla porta della capanna. Egli vi entra: — Mammina, mammina, fammi un pane. La madre fa un pane e lo cuoce sui roventi carboni. — Mammina, dammi il pane colla tua mano, Cara madre, dammi la tua mano. La madre gli porge la mano, il figlio La stringe col caldo pane: — Mammina, mammina, chi è mio padre? — Pissa Passa, mio figlio. — Dove andò egli? — Il vecchio della nera montagna lo ha ucciso segretamente. Ci prese gli armenti, ci prese il nascosto tesoro. Già da lungo tempo io ti ho ammonito Di non andare sugli alti monti splendenti, Non sui pendii e sulle rive di Baikkala.

Il figlio dice:

Gli uomini hanno tenuto la riunione della giustizia, Gli assistenti, i becchini E l’araldo sono riuniti. Mammuccia, Dammi il bastone di guerra di mio padre, Coprimi colla veste di guerra del padre e col suo elmo[28], Colle sue scarpe e coi suoi guanti.

La madre:

Allora io rimango abbandonata nei miei vecchi giorni, Nessuno si cura della mia vita, nessuno Mi seppellisce, quando morta, nella corteccia di betula e nell’arena. Il figlio benedice la madre, l’abbraccia e se ne va, Entra nell’ultima capanna della nera montagna E entrando dice: — Andate e dite ai vostri capi del villaggio, Che ora il capo dell’altro villaggio È divenuto capo di questo. Hures il servo tuona, Hureskutje lancia lampi, Ilmaratje, il più valente servo del dominatore del mondo, Lancia i suoi colpi, e versa giù torrenti di acqua. Un servo se ne va e racconta al vecchio: — È venuto ora il capo dell’altro villaggio.

Il vecchio:

Invitate il capo dell’altro villaggio Ad ospite di questo capo. Quale figura ha egli? — Egli è più alto di una testa che tutti gli altri, Lo copre l’elmo e i suoi denti e i suoi occhi risplendono, Ha il bastone di guerra in mano, I guanti e la veste di guerra lo difendono, Egli è largo di spalle, con forti gambe. Il tamburo magico rumoreggia, l’araldo grida, I tuoi e i suoi assistenti Errano d’ambo i lati dei colli, I seppellitori dei caduti stanno pronti.

Il vecchio:

Preparate il pranzo con un intiero vitello di renne, Portatemi la mia camicia di ferro (o di cuoio), Archi, freccie, aste e lancie. — Il giovane viene e vede un cranio appuntato Con serpenti velenosi avvinghiati, Dal quale i fanciulli prendono il veleno per le freccie. L’araldo grida il suo messaggio e dice: — Io lo sfido, io lo sfido (alla lotta) sulla superficie delle acque.

(Non si risponde).

Io lo sfido, lo sfido a tuffarsi!

(Non si parla).

Io lo sfido, lo sfido al pugilato, Io lo sfido, lo sfido alla lotta!

(Siccome nessuno risponde, dice il giovane):

Vecchio, vecchio, di chi è quel cranio? — È il cranio di Pissa Passa.

L’araldo:

Io lo sfido, lo sfido al tiro dell’arco! — Il vecchio tira una freccia fuori della finestra. Essa non trapassò. Il giovane la strappò e la gettò contro una pietra: — Vecchio, vecchio, Dove si spuntò la tua freccia? — Contro i denti di Pissa Passa.

Il giovane:

Veramente, i suoi denti avevano scalfiture.

L’araldo:

Io lo sfido, lo sfido alla balestra. — Il vecchio tira una balestra rovente col suo arco. Il giovane l’abbatte colla sua lancia, La prende, la batte contro una betula, poi la piega: — Dove si piegò la tua balestra? — Contro i denti di Pissa Passa.

L’araldo:

Lo sfido, lo sfido alla lotta colla lancia. — Coll’arco da piede lancia il vecchio fuori della finestra Una lancia avvelenata. Il giovane abbatte la lancia volante col suo bastone di guerra, La prende e la batte tra le pietre, La piega, la rompe e dice: — Padre, vecchietto, dove si ruppe la tua lancia? — Contro i denti di Pissa Passa.

Il giovane:

Aha! l’orso è chiuso nella sua tana!

Il vecchio:

Dove escirò io, nipotino, Dalla porta davanti o per quella di dietro? — O babbuccio, vieni giù per la porta di dietro. — Il vecchio sen viene armato, Il giovane lo riceve col bastone di guerra, Lo trascina a sè, prendendolo per le gote, Preme le penne della camicia di guerra Nel suo petto e le contorce.

Il vecchio:

Venite, venite in mio soccorso, Ora lottano i capi dei due villaggi fra di loro. Il servo più valente del dominatore del cielo Lancia i suoi lampi contro la capanna e li getta sulle pietanze che vanno cuocendo E ardono.

Il giovane:

Ora sarai tu cotto e lavato Nel brodo delle renne di Pissa Passa! — I servi vengono, l’uno colle legna, L’altro coll’ascia, il terzo coll’ago, Altri con altre cose. Il figlio di Pissa Passa abbatte il vecchio, Lo accarezza, poi lo spinge contro il suolo, Lo batte e gli dice: — Che cosa scegli tu, te ne vai da questo paese o diventi mio schiavo? Dov’è il tesoro nascosto di Pissa Passa, Dove sono i suoi armenti?

L’araldo:

Il lampo di Dio o annerisce il cuore O rischiara le anime. Che cosa sei tu, quando cessi di vivere, Quando tu getti via il cucchiaio, quando tu muori?

Il vecchio:

Gli occhi infuocati dell’ombra di Pissa Passa Scintillano come fuoco, mi bruciano, affascinano. Egli mi si affaccia irato, egli m’impedisce la via per l’altro mondo. Indarno io vorrei farlo sorgere colla vita, colle ossa, Col sangue, coi tendini.

Il giovane:

Che cosa scegli tu, te ne vai da questo paese o diventi mio schiavo?

Il vecchio:

Dove è un dono d’espiazione, che soddisfi Pissa Passa, Che mi conceda il suo perdono? Un’azione compiuta è come una freccia tirata, Chi può ammansare i morti?

L’araldo:

Dio solo può rimediare, Quando egli ha lanciato il suo fulmine, Quando ha dato i colori, quando ha rischiarato i falli, Quando ha tutto arso, tutto riscaldato. Egli solo lava, cancella, perdona, riunisce. Egli solo è egli stesso, egli non è come io e tu, Non è come tu ed io! Egli solo rischiara e perdona E volge tutto al meglio. Ma si deve riceverlo con gioia, Esso diviene il più prezioso tesoro, Il desio più ardente del cuore. Se tu non te ne curi, il fulmine ti annerirà, Ti guasterà, t’incanterà, ti trascinerà dalla cattiva parte. Le anime dell’altro mondo non hanno Ossa o carne, eppure esistono davvero. Esse non occupano spazio, le rupi non le arrestano, L’acqua non le rattiene, non le affoga. Esse sono come i pensieri e trapassano La terra, il sole, la luna e le stelle. Esse non hanno tempo, il tempo è passato dietro ad esse. In sogno Esse si mostrano a coloro Che sono pazzi o allucinati. Sono le anime sotterranee, che Ilmaracca ha risanato; Sono le ombre infelici, che son divenute nere (Che sono sudicie e impure), Si vedono ora, buone e cattive, Esse non prendono più alcun tempo, nè alcun spazio. Alcune hanno indossato il vestito del cielo, Quelle, che al contrario hanno messo il vestito al rovescio, son divenute brutte, Esse sono sempre in lotta, incessantemente, Esse non sono mai riscattate e congiunte. Incessantemente son sempre le une contro le altre. Il padre del cielo solo è egli stesso, Egli non è come noi e voi, voi e noi, Egli stesso governa il cielo, Egli solo signoreggia sull’altro mondo.

Il vecchio:

Io vedo, egli può lavare i peccati Può perdonarli e farli sparire, Calmare il cuore e dare il riposo all’infelice. Egli può temperare, può condurre alla concordia. Io dunque me n’andrò, Mi separerò dai tesori e dal loro possessore, Il possessore può prendere da sè i suoi armenti. Io mi alimenterò con un manipolo di essi Al lato orientale delle alte rupi, Nel paese dei monti e delle pietre, Nei Monti Reppe, il ramo più alto dell’Ammart. Io non domando altro Che gli argini da salmone alle rive del Läna, Ai luoghi di pesca dei monti del fagiano cedrone. — Il figlio di Pissa Passa Per mezzo del suo cane separò la metà degli armenti, E qui morì il vecchio gigante. Nella palude fra l’acqua e il fango fu egli sepolto, I becchini conservarono le sue ossa. Una parte della sua fortuna diede egli agli assistenti.

Il giovane:

La gente di casa del vecchio gli tenne dietro. Il sangue non fu versato. — Col cuore tranquillo rivolse egli la faccia ad occidente A sua madre. Egli aveva vinto la procella, Riconciliato l’un coll’altro i morti. Abbracciò sua madre, egli l’uomo eccellente Del mezzodì, del nord, della casa di riunione del popolo. E così egli rinnovò e innalzò Le pareti e la casa del proprio padre.

La vergine del Sole

In un giorno splendido di sole un uomo pigro Vide sotto un ammasso di rupi, che pendeva minaccioso, Sedere la vergine del Sole. Egli si avvicina a carpone adagio adagio e l’abbraccia. La vergine del Sole dice: — Sì, sì, io fui sorpresa. Guarda però, tu o omiciattolo, guarda, Lasciami stare. Bada bene, va dietro di me e spingi gli armenti Qualunque cosa tu ascolti, non guardare indietro. — Innanzi va la vergine del Sole, Dietro di lei cammina il gregge come guidato colle redini. Egli allora ascolta dietro di sè terribili minaccie, Lo si prende e lo si minaccia terribilmente, Lo si schiaccierà e lo si pugnalerà, Si tirerà dietro a lui; così egli ascolta E si guarda addietro. Nello stesso momento, in cui egli guardava all’indietro, Sparisce la parte del gregge che stava più addietro. La vergine del Sole dice: — Spingi, spingi sempre gli armenti, gridando. — Quando egli ode dietro a sè Gonfia e le renne di fianco corrono; — Va, va, spingile. — Quand’ecco che dietro a lui scoppiò una procella. Egli guardò di nuovo dietro a sè. E allora si smarrì anche il centro dell’armento E si cambiò in renne selvaggie, Altrimenti sarebbero divenute proprietà di quell’uomo pigro e malvagio. La vergine del Sole disse (con voce fioca): — Ora, ora l’uomo ha peccato di nuovo. — Mentre essi fabbricano la capanna o coprono il suolo di rami, essa così lo ammaestra: — Copri perbene tutti i buchi, In modo che non ne rimanga uno solo — Ora egli pensa e dice fra sè: Si deve chiuderli tutti esattamente e con molta cura. Allora preparò la vergine del Sole Un soffice e comodo letto. Quando essi si svegliarono molto per tempo Apparve il Sole attraverso un piccolo buco. E la vergine del Sole disse: — Ah! Io vedo gli occhi di nostro padre, di nostra madre; — Ed essa fuggì via rapidamente, Sparisce e dietro ad essa l’armento, Le renne si mutano in dure pietre E si sente raccapriccio nel guardarle.

L’uomo dalla grossa pelliccia o L’uomo stupido

Solevano i fanciulli, maschi e femmine, Giuocare e cantare, Saltellando correre e schiamazzare qua e là, E lasciare le traccie dei loro piedi al margine delle sorgenti. Lo Stalu preparò le sue trappole di ferro, Le apprestò nell’acqua, le nascose nel fango. Il vecchio lappone si accorse Delle nascoste trappole del mangiatore degli uomini, Si nascose nella sua stretta pelliccia, Si pose nella trappola dell’orso. Stalu visita le sue trappole: — Aha, haha! Il vecchio amico ha preso abbaglio, Egli è morto qui. — Lo stalu lo porta a casa e lo appicca Al tetto sopra il fumo. Il più giovane stalu dice: — Vedi, vedi Come egli piagnucola, com’egli grugnisce! — L’altro (il maggiore) figlio: — Tu stesso piagnucoli e grugnisci, Non già questo dono di Dio. — Il vecchio lappone pensa: — Di Dio sa anch’egli qualche cosa. — Stalu: — Sì, sì, egli incomincia già a dimoiare. — Dietro il colle egli spacca la legna per il truogolo, La recide, taglia i rami, spacca e taglia, La porta ad un truogolo presso la porta posteriore. Al più vecchio figlio: — Caro fanciullo, portami la scure (fuori dalla capanna). — Il vecchio lappone porta via la scure. Il più giovane stalu: — Padre, ora egli guarda in alto, ora egli si muove, Ora egli afferra anche la scure! — Stalu Si rallegra, canta e suona, Egli non ode cosa alcuna, non osserva cosa alcuna, non sa cosa alcuna. Il vecchio Percuote (il fanciullo maggiore) sul capo e lo uccide. Stalu Trova che egli tentenna, canta ed aspetta. Egli dice al figlio minore: — Portami la scure, affrettati, affrettati! — Il vecchio lappone Spaccò anche a questo il cranio, Ne prese fuori il cervello e Recise il canale dell’aria. Stalu (ascolta): — Essi girano per tutti gli angoli Dimenano teste ed occhi, Io stesso voglio prendere la scure. — Il vecchio Aspetta con cura coll’ascia dietro la porta e il possu, Aspetta e si muove qua e là. Egli calò un fendente sul capo dello spaventoso, Spaccò il largo cranio, Strappò gli occhi e il naso, Versò il sangue del divoratore degli uomini E il sangue schifoso colorì il suolo.

(Il vecchio lappone porta fuori il caduto, lo fa in pezzi e li getta l’uno dopo l’altro a Ludac[29], che in quel frattempo è venuta a casa).

Ludac batte sul suolo qua e là. Fiuta, annusa e si rallegra Di ciò che entra nel possu. Essa riprende la presa, La batte colle mani e grida in collera: — Gettami delle zampe di renne E non dei piedi coperti di calze!

(Essa continua, mentre va mangiando la suppa preparata dal marito e dai figli):

Come è buona: però Ha proprio il suo sapore!

(Il lappone prende gli occhi della donna, che giacciono sotto la porta, li arrostisce in una padella ed essa se n’accorge e domanda):

Che cosa scoppietta, crepita, sibila, Che cosa fischia sui carboni, Scoppia, scroscia, crocchia? Guardate, o occhi miei, Diventate chiari sotto la porta, Diventate chiari, o miei occhi, o mie scintille! Il lappone: Ha tuffato la carne di tuo marito, i tuoi occhi nel grasso e se li ha mangiati. Ludac: Nello stomaco sono i miei occhi, o mio marito, La mia piccola civetta, caro ragazzo, mio piccolo![30]

(L’uomo dalla grossa pelliccia, il lappone, se ne parte scherzando).

La bellezza della sposa

O sole, risplendi potente sul Lago di Orri! Io vorrei salire sulle cime dei pini, Sol ch’io sapessi di vedere il Lago di Orri, E dove esso si nasconde sotto le eriche. Io tagliai i rami, Che qui crescono di nuovo, Ed io taglierei tutti i ramoscelli, Che portano buone gemme verdiccie. Io seguirei il corso delle nubi, Che si dirigono al lago di Orri Se io vi potessi volare colle ali del corvo Ma mi mancano le ali, le ali dell’anitra, per volar colà Ed anche i piedi, i piedi dell’oca, i piedi della bella anatra, Coi quali io mi dirigerei sempre a te. Abbastanza a lungo hai tu aspettato, Con lunghi giorni, i tuoi più bei giorni, Il tuo occhio è simpatico, il tuo cuore soave. Se anche tu volessi volarmi via Ben presto ti raggiungerei. Che cosa può esser più forte Dei tendini e delle catene di ferro, Che stringon forte? Così ci allaccia il nostro capo (l’amore) E congiunge tutti i nostri pensieri. La volontà del fanciullo è volontà dello zefiro, I pensieri del giovane sono lunghi pensieri. Se io li volessi tutti ascoltare, Smarrirei la mia strada. Io ho preso una determinazione e la voglio seguire, Ben lo so, così io trovo dinanzi a me la strada migliore.

Al Renne

O Kulnasaz, piccolo renne, caro piccolo renne, siamo veloci, Corriamo, vogliamo essere qua e là, Le paludi sono ancora lontane E abbiamo quasi finite le nostre canzoni. Vedi là, io ti amo, o Lago di Kaiga, Ti saluto, o buon Lago di Kalloa, Mi palpita già il cuore Pensando al mio caro Lago Kaiga. Su, su, o caro piccolo renne, Vola, vola la tua corsa! Che presto saremo al nostro porto E ci rallegreremo del nostro lavoro. Tosto io vedrò i miei cari. Su, piccolo renne, vedi, vedi! Piccolo Kulnasaz, non li vedi già Là che si bagnano!

Notes in this chapter

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