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Tenda e castello

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Reading edition

R. SACCHETTI.

TENDA E CASTELLO

MILANO, LIBRERIA EDITRICE G. BRIGOLA. Corso Vittorio Emanuele, 26. 1878.

PROPRIETÀ LETTERARIA.

Milano, coi tipi di G. Bernardoni.

INDICE

TENDA E CASTELLO.

I.

Qualche anno fa, un inglese, che aveva sposato una zingara, divorziò con un processo scandaloso, e scrisse anche un libro di memorie, col quale riusciva a cangiare in interesse il ridicolo di cui la sposa l’aveva coperto.

Il processo e il libro fecero rumore grande. Tutti i giornali d’Europa, compresi i nostri, copiarono dai fogli inglesi dei riassunti dell’uno, degli estratti dell’altro, e li ammanirono, come novità mai più udite, ai loro lettori.

Ma il caso di un’unione così bizzarra non è nuovo. Qualcosa di simile, benchè in circostanze assai più gravi, è avvenuto parecchio tempo addietro, e se allora l’avventura non si divulgò con pari fortuna, gli è che nel nostro paese i gazzettieri sono meno solleciti nel ricercare lo scandalo e meno industri nello sfruttarlo.

Se andate nell’alto Vercellese tutti vi conteranno stringendosi nelle spalle, la grande pazzia del conte Emmanuele di Peveragno. Diffatti il suo matrimonio colla bella Luscià fu la pazzia di un cervello annoiato e di un cuor generoso.

Egli era l’uno e l’altro.

Un pio sentimento l’attirò verso la fanciulla, — e le si affezionò poi per stravaganza.

Curioso il come s’incontrarono.

Il conte la sorprese un giorno ginocchioni, davanti al ritratto di sua madre, che pregava fervidamente, come davanti ad un’immagine sacra.

Gli zingari di Nick avevano posto le tende in un prato sotto il giardino del castello, e Luscià colla indiscrezione soppiattona della sua gente, penetrata per una breccia del bastione, attraversato il boschetto dei nocciuoli, costeggiato il viale degli olmi dietro l’alta siepe di mortella, era sbucata innanzi alla casa. Salita la scala esterna e trovata la porta aperta, per il salotto d’estate e lo stanzino di toeletta, s’era spinta fin nella camera della fu contessa Adelaide.

La divota cura della famiglia dava a quel luogo, disabitato da oltre venti anni, un aspetto di melanconia soave e di religioso raccoglimento. L’ordine scrupoloso, la severità pomposa degli arredi, i damaschi rossi a fogliami d’argento delle pareti, la luce rossa che, trapelando dalle tende seriche, digradava in una colorita penombra; — un sentore di rinchiuso, un leggero, un misterioso profumo, un alito di freschezza come di chiesa, il silenzio profondo avevano piegato a súbita reverenza la curiosità petulante della fanciulla. Crescevano l’illusione le cortine dell’alcova socchiuse, come quelle di un santuario, fra cui luccicavano nell’ombra dorature invisibili; un candelabro di bronzo che sosteneva un alto cero pasquale miniato, un piccolo reliquiario d’ebano intarsiato d’avorio, un prezioso acquasantino d’alabastro sul quale s’incrociavano un ramo d’ulivo e una palma trecciata; l’alto inginocchiatoio coi cuscini di velluto e un gran libro di preghiere aperto sul davanzale.

Il piano del camino ricoperto di velluto cremisi, ricamato coll’insegne della casa, somigliava un piccolo altarino, onde, fiancheggiato da due candelieri d’oro e da due vasi di alabastro pieni di rose, s’ergeva, vero nume del luogo, oggetto di tutto quel culto, il ritratto a persona intera della contessa al tempo delle nozze.

Il suo sfarzoso abito di corte, di raso bianco a mazzolini di fiori, tutto nastri e gale; la sua alta pettinatura ad ala di colombo, gettavano in mezzo a quell’austera armonia di colori, delle note acute, profane. Ma la zingarella non era troppo schizzinosa; nelle sue migrazioni dal Volga al Manzanare aveva visto santi e madonne conciate in tante foggie che il suo sentimento religioso non si sgomentava così di leggieri.

Poi quel volto giovanile, più fanciulla che donna, bianco, delicato, nobile, fra il mesto e il sorridente, ispirava insieme il rispetto e la simpatia, temperava la fredda rigidezza del luogo, ravvivava l’aria morta, ne raddolciva l’impressione.

A Luscià era parsa la Vergine senz’altro e le faceva le proprie divozioni.

Il conte, nascosto dietro l’arazzo della porta, ascoltò quella strana preghiera in un linguaggio ignoto, armonioso; contemplò quella personcina bizzarra, pittorescamente cenciosa, quel visino dal profilo regolare, purissimo, della razza indostanica, bruno, pallido, lumeggiato dai riflessi dei damaschi di tinte calde, sfumate, quasi trasparenze alabastrine di un intimo fervore, di una passione intensa, — fu tocco di quella pietà ingenua, sincera, irrequieta, tutta vivacità spontanea e stravaganze leggiadre.

La giovinetta pareva presa da una grande commozione; si agitava, rizzava la persona, levava la testa, poi la piegava, quasi sopraffatta dalla piena dell’affetto, curvava la fronte sino a terra, sulle tavole lustre del pavimento, si stringeva la fronte, si picchiava il petto, si copriva gli occhi colle palme, incrociava le braccia, le alzava distese, le lasciava ricader penzoloni; somigliava una statua, somigliava una delirante, un’addolorata coi coltelli nel cuore; il suo sguardo prendeva tutte le espressioni dall’afflizione al tripudio, dallo sconforto alla speranza, tremava, si velava, era timido, era temerario, era compunto, era quasi irriverente; e la sua voce anch’essa saliva, scendeva, si smorzava in toni di una varietà infinita, diventava gutturale, profonda, rauca, poi aperta, poi sonora, acuta, argentina, lenta; si faceva concitata, poi fioca di nuovo, supplichevole, dolce, e pareva, secondo i momenti, preghiera, inno, lamento, singhiozzo, rampogna; tremula di tenerezza, di desiderio, piena di grazia, di vezzi infantili, di accenti caratteristici, originali, efficaci...

Quando ella fu uscita, il conte prese il suo posto e pianse. Quella voce singolare lo avea tutto rimescolato, gli aveva resuscitato nell’animo i sentimenti di fanciullo, l’amore di sua madre, l’angoscie d’averla perduta.

Da molti anni la sua vita non era che un fastidioso accumularsi di tedio; esigliato dalla corte, rimosso dagli affari, dall’esercito, per aver preso parte al sogno sublime di una certa notte di marzo al palazzo Carignano; sdegnoso di rientrarvi per la porticina della grazia, ora che, per l’avvenimento al trono del regale suo complice gli pareva di aver diritto a quella gran porta d’onore; tenuto lontano dal suo posto più dalla diffidenza propria che di quella che ispirava — egli non aveva vissuto — ma passato il suo tempo. I giorni lenti, monotoni, tristi, erano discesi l’un dopo l’altro nel suo spirito, come cade la goccia nell’acqua morta della cisterna abbandonata in mezzo al deserto. Non li aveva contati, li aveva lasciati scorrere senz’altra speranza che quella di vederli terminare una volta. Gli parevano innumerevoli; si credeva in buona fede decrepito a trentacinque anni...

II.

Luscià tornò nei dì seguenti.

Il conte spiava il suo passo leggero, la sentiva venire di lontano, distingueva fra i mille rumori della campagna il fruscio ch’ella faceva nelle frasche dei noccioli e delle mortelle. Era un soffio di vita che veniva a lui, a riscuoterlo dal travaglioso torpore della sua noia.

La sua giornata aveva oramai un punto luminoso, una mezz’ora di beatitudine; e lo seguiva una dolcezza sempre maggiore, sempre più lunga, che a poco a poco invadeva le tristissime meditazioni, compenetrava la sua solitudine.

Del resto egli non era invaghito di lei; appena ricordava i suoi lineamenti; non s’era mai chiesto, se fosse bella. Non la guardava, non la desiderava, la sentiva; e come qualcosa di sacro, di soprannaturale. Ella veniva in nome di un sentimento augusto; era quasi la personificazione della sua pietà figliale.

Erano due adorazioni che s’incontravano.

E finalmente una volta egli uscì dal suo nascondiglio, — si fe’ innanzi lento, riguardoso e venne a porsi alla sua destra sull’inginocchiatoio stemmato.

La giovinetta dapprima non lo avvertì quasi, gli diè appena un’occhiata distratta e indifferente, come si fa in chiesa con un ignoto che sopraggiunge.

Ma poi cominciò a guardarlo con curiosità, e subitamente fatta accorta del luogo dov’era, si alzò ed uscì frettolosa.

Il conte la seguì.

Ella si cacciò nelle macchie del parco; sgattaiolò nel più fitto dei rami incatricchiati senza far più rumore di un lepratto che fugge. Appena un leggiero ondeggiamento di fratte indicava il suo passaggio; qualche volta anche questo cessava, ella sembrava sparita sotto terra; ma il fruscio incominciava a una ventina di passi più in là.

Il conte le tenne dietro per svolte e sentieruoli; avrebbe voluto chiamarla, ma non sapeva come; la inseguiva per rassicurarla.

Questa caccia singolare durò più d’un quarto d’ora.

Il conte era arrivato al muro di cinta; aveva perduta la pesta; la zingarella era forse uscita da una delle numerose breccie del bastione. Si buttò disteso sopra un cespuglio di felci, tutto vergognoso di averla lasciata scappare, pensando ch’ella non sarebbe più tornata; si rammaricava della propria balordaggine, quando la fanciulla venne improvvisamente a passargli dappresso.

Il conte balzò in piedi, ed ella, come selvaggina sorpresa, si fermò di botto. Lo guatava cogli occhioni spalancati con una selvatichezza fra lo spaurito e il malizioso.

— Perchè scappate, figliuola? le domandò con dolcezza il conte.

Ella non rispose.

— Come vi chiamate?

— Luscià, figlia di Wanka, disse la zingarella.

— Avete ancora vostro padre?

— Padre no...

— E Wanka?

— Non so, mi dicono figlia di Wanka, ma è morto.

Parlava speditamente un italiano scucito; filza di parole più che altro, ma di parole esattissime.

— E vostra madre?

— Morta.

— Con chi state?

— Sto con Nick figlio di Peter; aiuto mami Nad, ella mi ha allevata.

— Chi è Nick?

— Nick è figlio di capo: il suo carro cammina alla testa degli altri.

— Nick è vostro parente?

Ella non capiva.

— Nick e voi siete della stessa famiglia?

Luscià fe’ cenno di sì, restò un po’ soprappensieri, poi soggiunse:

— Egli mi sposerà se Dan non vorrà darmi al suo Succeawa.

— Chi è Dan?

— Il padre Dan è il fratello di Peter, fratello di Wanka, — è il capo, egli segna la via.

— Succeawa è suo figlio?

— Sì.

— E dov’è Dan?

La fanciulla si volse dalla parte di mezzodì, stese la mano verso la grande pianura della Sesia e disse:

— Là al mare. Verrà l’altra luna e passeremo tutti le montagne.

— Dove andate?

— Al gran fiume, alla Donau a prender cavalli; là farò le nozze.

— E, disse il conte dopo un po’ d’esitazione, volete bene a Nick?

Ella lo guardò stupita.

— A Succeawa allora?

Rimase interdetta... non capiva...

— Chi volete sposare?

— Non so, disse ella candidamente.

Il conte arrossì.

— Quanti anni avete?

Diventò pensierosa; si raccolse un momento.

Poi sporse il pugno destro e, aprendolo tre volte colla sinistra, disse:

— Cinque e cinque e cinque.

Il suo aspetto ne dimostrava di più.

Il conte le stese la mano.

Ella la prese, la recò, fissandolo in volto, alle sue labbra, e la baciò.

Una gemma ch’egli teneva al dito mignolo fe’ brillare ne’ suoi occhi un lampo di cupidigia.

Al conte non isfuggì quell’occhiata.

— Vi piace?

E senz’altro, levato l’anello, glielo porse.

Luscià lo prese vivamente e lo nascose nel corsetto, dicendo:

— Mami Nad e Nick me lo piglierebbero.

Seguì una pausa.

Il conte sembrava assorto in profonde meditazioni.

La giovinetta s’era seduta sull’erba. Lo guardava sempre con quella sua aria di curiosità servile e provocante. Poco a poco, dalle sue pupille profonde, scattava un’espressione di viva meraviglia.

— Tu, bel rai, non vuoi nulla da me? domandò con voce gutturale, quasi roca.

Il conte, distratto, non rispose.

Ella si alzò.

Il conte le chiese:

— Luscià, tornerete?

Fe’ segno di sì.

— La mia casa è aperta; venite quando vorrete, egli soggiunse.

La giovinetta si allontanò.

Da quella parte erano cresciuti sul margine del bastione alcuni cespugli di alborno che protendevano i loro rami sulla fossa sottoposta, donde salivano ad aggrovigliarvisi coi loro viticci tenaci l’edere, le madreselve, e una petulante tribù di liane dalle bacche vermiglie, dai fiorellini bianchi, rosati, violetti, dai grappoli porporini.

La zingarella s’aggrappò ai rami del cespuglio, un momento, poi scivolò giù fra le liane, districandosi lestamente da quel fitto viluppo senza che un solo capello o un filo del corto gonnellino rimanessero impigliati.

Quando fu a terra spiccò la corsa giù per la china, gettando acuti gridolini festosi; l’erbe si curvavano appena sotto il suo piede, e le innumerevoli margherite si rialzavano, quand’era oltrepassata, come grand’occhi spalancati a contemplarla.

La fanciulla scendeva tagliando di sbieco la costa verso il poggetto dove stava accampata la sua gente. Le tende degli zingari rosseggiavano al sole cadente. I fuochi erano accesi nel circolo; il fumo denso, bianco, usciva dall’accampamento, e la brezza vespertina lo piegava al suolo, lo sparpagliava in fiocchi tremolanti.

Luscià scomparve come in un’aureola.

Tale fu il primo incontro del conte colla bella vagabonda, incontro di due destini infelici, di due esistenze reiette.

III.

Benchè il conte avesse dati gli ordini alla famiglia perchè la giovinetta si lasciasse venire in castello senza molestie, ella preferiva entrarci per le rovine del bastione. E il vecchio maggiordomo, d’altra parte, non poteva rassegnarsi a non tenerla d’occhio. Il poveretto non capiva il perchè si desse tanta libertà a quella mala semenza... Però egli doveva vederne ben altre: era cominciato tutto un ordine di cose per lui impossibile, assurdo.

La sua diffidenza era pur troppo giustificata. Non tardò ad averne la prova. Gli era venuto il sospetto che la zingarella avesse le mani pronte quanto i desiderj: parecchi oggetti, di poco valore a dir vero, piuttosto gingilli che altro, erano scomparsi dalle stanze dov’ella entrava. E un dì ch’era venuta più presto dell’usato, stando egli dalla finestra del proprio casotto, la vide che, salita su una sedia, staccava dal muro nel salotto una preziosa medaglia d’oro. Accorse, con tutta la premura che le sue vecchie gambe gli consentivano, per coglierla in flagrante. Non trovandola più nel salotto, tirò dritto alla camera della contessa, meta solita delle sue visite. Ma, quivi giunto, quale non fu la sua sorpresa di scoprire il padrone che teneva la mano della giovinetta in atto di amorevole confidenza! lasciò cadere l’arazzo, rimase un momento inchiodato là dallo stupore, poi fuggì colle mani nei capegli, convinto dalle parole che aveva inteso, senza volerlo, che il povero conte Emmanuele avesse finito coll’impazzire.

IV.

Il conte diceva a Luscià, indicandole il ritratto della madre:

— Vuoi prendere il suo posto? diventare, come era lei, la padrona di tutto ciò che la mia casa possiede? la signora di tutti, cominciando da me?

Egli era sereno; la sua voce seria, tranquilla, non esprimeva la passione, ma un proposito lungamente meditato.

Aveva tanto tempo cercato uno scopo alla sua vita desolata, una cura, un pensiero, colle quali riempire la sua triste solitudine: e fra tutti il disegno di farsi egli nobile, dovizioso, stanco, sgloriato, la provvidenza di qualche povera creatura, di dare alla propria ricchezza il valore nuovo del godimento altrui, gli era sempre parso il più seducente.

L’umile condizione di Luscià non era per lui un ostacolo, ma un’attrattiva di più, un raffinato aumento d’ideale; più ella veniva dal basso e più alto sarebbe stato il benefizio. Ella avrebbe dovuto salire per sua mano tutta la scala immensa dalla vita nomade alla civiltà, e, ad ogni gradino, il suo amor proprio avrebbe trovato una gioia, una compiacenza. Ma non era solo egoismo: le sue risoluzioni prendevano quasi l’aspetto di un dovere.

Le circostanze singolari dell’incontro colla Luscià avevano determinata la sua scelta, e la nobilitavano a’ suoi occhi. Il trovarla nella camera della madre, a quel posto sacro al suo dolore, non poteva sembrargli interamente casuale. Un’intima, una vaga superstizione del suo cuore solitario stabiliva dei rapporti fra l’adorazione della fanciulla e il ricordo della madre, dava alla zingarella qualcosa della dignità della contessa: la metteva quasi sotto la sua protezione. Non era un favore soltanto che egli le dava, era un diritto che le riconosceva: un destino misterioso l’aveva mandata colà nel santuario famigliare, nel cuore della sua casa — egli le dava il permesso di rimanervi — null’altro.

Perciò le diceva: — vuoi tu essere la signora? — come avrebbe offerto un omaggio dovuto o un’ospitalità obbligatoria.

E Luscià lo guardò stupita.

Il conte la condusse per mano fra tortuose scalette e misteriosi corridoi fino all’alta specola della torre quadrata, e quivi, affacciato al parapetto merlato, le indicò senza albagia, quasi senza compiacenza, come i suoi padri avrebbero rassegnato al sovrano i loro titoli di vassallo, le indicò le sue possessioni, che dalle pendici di Peveragno alle rive della Sesia offrivano allo sguardo folti boschi, numerose schiere di viti, gialli campi e bianche risaie: un piccolo regno dove un piccolo popolo lavorava per lui.

Ma Luscià restò indifferente. L’idea della proprietà non l’era mai venuta a quel modo. Quella verde distesa serviva forse ad altro che a pascolar i cavalli? Della terra ella ne aveva veduto sfilare tanta e tanta dinanzi ai suoi occhi sonnacchiosi stando accoccolata sul carro di Nick, al fianco di mami Nad, senza lasciare sulla strada percorsa l’ombra di un desiderio o di un rammarico: patria, dominio, erano nomi ignoti, vuoti di senso per lei.

La contea di Peveragno era appena un cantuccio del vasto mondo da lei attraversato da oriente a ponente sotto la sferza del sole.

Ella diede a tutto ciò un’occhiata distratta, stringendo con mano furtiva ed amorosa sul seno la medaglia, almanaccando per il proprio gingillo nascondiglio capace di sottrarlo all’occhio avido di Nick e di mami Nad.

Il conte le fece poi visitare il castello, la condusse, sempre tenendola per mano, per il vasto dedalo di sale, di androni, di bugigattoli, di ripostigli, in cui la sua stirpe s’era svolta orgogliosa, e poi a poco a poco inaridita.

Scesero dai solai al terzo piano, una volta dispensa e gineceo, dove stavano le donne e si tenevano le provviste per la casa, dove i grandi armadj della biancheria, in legno di quercia appena digrossato, coprivano i muri dal pavimento di nude assi al soffitto di travicelli; fra l’una all’altra stanza si aprivano dei piccoli ripostigli in cui si custodivano le conserve di frutti, di farine, di olii, di commestibili d’ogni maniera; piccoli tesori la cui chiave non abbandonava mai la cintura della padrona. Entrarono nella stanza di lavoro, locale immenso posto sul pianerottolo, nel mezzo dell’ala posteriore del castello, fra la dispensa e le camere delle donne, rischiarato da quattro alti finestroni grigliati, da cui la luce pioveva a fiotti e non apparivano altre distrazioni che le nuvole vaganti pel cielo e la vetta nevosa dell’Alpi lontane. Colà, dall’alto del seggiolone di legno, a dossale e bracciuoli uniti a foggia di tribuna, scendeva un tempo sul garrulo crocchio delle fantesche il vigile sguardo e la parola temuta della castellana; ed ora, inutile scettro di un regno deserto, la venerabile conocchia, sovrana dalle gretole dorate e dall’animella d’argento stemmata, dominava sopra una fila di arcolai sgangherati, di fusi tarlati, di zoppi scannetti, inerti ricordi di un’attività estinta, di una vita soffocata sotto l’alta polvere e i fitti ragnateli.

Attraversarono poi gli appartamenti signorili, al secondo piano, lunga fila di stanze fredde, deserte, quasi interamente sguarnite, dalle quali la famiglia s’era a poco a poco ritirata nella camera della torre quadrata, malinconico rifugio d’una grandezza decrepita; tabernacolo dove l’antica potenza sonnechiava negl’inutili e travagliosi rammarichi.

Sotto, invece della desolazione, una tristezza fastosa, una severa ricchezza di arredi, la galleria dei ritratti, l’armeria, la gran sala dei festini, l’antica sala di udienza, il tinello, le stanze del gineceo, di conversazione, e nel mezzo gli appartamenti degli ospiti. Camini alti dai ricchi stipiti di granito e di cipollino; i pavimenti di legno intarsiato, i muri dipinti, coperti di arazzi o di tappezzerie chinesi, soffitti a cassettoni, a medaglioni indorati, scolpiti, istoriati, vaste specchiere, sovrapporte dipinte dal Cignaroli, dal Moncalvo, dall’Aires; una strepitosa confusione di stili, in cui prevaleva il barocco colle sue fantasticherie pesanti, colle sue arditezze piene di sussiego. In una di quelle camere, dall’imperatore Ottone, autore della casa, a Napoleone, che aveva deliberato invano di distruggerla, col confiscarne i beni e regalarne il castello al Comune, molti sovrani avevano alloggiato: c’era stato Galezzo tornando colla sposa di Francia, e Luigi XII e lo Sforza e il Moro e Carlo VIII, seduttore infelice, da cui una Peveragno, rigida bellezza, aveva, caso raro, ricevuto omaggio senza dar compenso; poi una fila di sovrani sabaudi da Emanuele Filiberto in poi, una lunga fila di leggendarie figure, di follie, di superbie, di ambizioni, di alti concetti, di cupidigie fastose, di sovrane liberalità: e di tutti costoro, di tutto ciò rimaneva qualche cosa: uno stemma, una decorazione, un titolo, una pergamena, un gingillo, una spada rugginosa, una sciarpa sfilacciata, un elogio, una petulanza, una medaglia, un aneddoto, una parola, memorie moribonde di morte grandezze.

Luscià, più intimidita che ammirata di tutte quelle magnificenze patrizie, sbigottita da tutta quella tetraggine, da quel mondo incomprensibile, dai volti arcigni che pendevano ai muri, dai morioni che la guardavano per le vuote occhiaie, dallo scricchiolar dei pavimenti, dagli echi profondi, voci eloquenti del vuoto e dell’abbandono, si stringeva al fianco del conte; e neanco osava guardarlo in viso, perchè alla luce giallastra degli androni, fra le penombre degli anditi e delle scale, anche egli colla sua lunga barba rossa, con quella sua cera malinconica e squallida, coll’azzurra pupilla velata di pensieri, alto, stecchito, silenzioso, aveva quasi l’aria di un risuscitato.

Ella non capiva bene il perchè della lunga rassegna; sentiva un vivo desiderio di scappar fuori all’aria aperta, di correre al sole, di ritornare in mezzo al frastuono, al garrito dell’accampamento, di sentir l’allegro picchiare di martelli cadenzati di canzoni e di bestemmie. Ma si rasserenò ad un tratto quando, tornati alla fine nella camera della contessa, il conte levò da un armadio uno stipo, una maraviglia di ebano intarsiato d’avorio e di madreperla, istoriato di puttini e di rabeschi mirabili, l’aperse, e le disse:

— Sono i gioielli di mia madre, e saranno i vostri.

Luscià rise e saltellò con infantile tripudio innanzi a quel tesoro, ammucchiato di generazione in generazione trasmesso dall’una all’altra contessa di Peveragno, che narrava coi patrizii suggelli una lunga storia di blasoni, di parentadi illustri, di alleanze con le più alte famiglie d’Europa.

La zingarella non vedeva in tutto ciò che il lucciccar degli ori, il balenar sanguigno dei rubini, il marezzar dell’opale, dell’agate, delle perle, il glauco bagliore dei topazii e degli smeraldi. Una pazza ebbrezza le faceva balenar gli occhi, rabbrividiva di delizie ignote; l’istinto della vanità femminile si risvegliava possente nel suo cuore ignorante; avrebbe voluto mettersele addosso tutte in una volta, mostrarle a tutto il mondo e nasconderle perfino all’aria.

— Luscià, tu non mi hai ancora risposto.

— Tua romni, tua romni, bel rai! esclamò con impeto la zingara, battendo palma contro palma.

Prima di congedarla il conte disse a Luscià:

— Va e conducimi qualcuno della tua gente, perchè io tratti con esso della tua sorte.

E la giovinetta se n’andò questa volta lentamente, tutta pensosa della grande novella ch’ella recava alla sua gente.

Aveva promesso di tornare prima di sera; ma non venne.

Il conte l’aspettò per tre giorni di seguito, poi disse alla figlia del cuoco di prendere seco una torta e di andarne in traccia fin nelle tende.

La ragazza tornò dopo mezz’ora sola, colle mani vuote. L’offerta aveva incontrato il gradimento di tutti: il pasticcio era stato sequestrato e divorato in sua presenza. Ma Luscià era scomparsa dall’accampamento.

Nessuno degli zingari pareva saperne nulla: alle sue domande si stringevano nelle spalle, come si trattasse di cosa che non li riguardasse: un ragazzetto che la seguì un pezzo fuori delle tende, avevale detto che la giovane figlia di mami Nad era stata condotta al baro pani, al mare, ma non sapeva altro.

IV.

Il conte in tutte le cose preferiva la strada diritta. Mandò a chiamar Nick.

E Nick figlio di Peter venne l’indomani, scortato da due romes della sua squadra.

Quando si presentò alla porta del castello, Antonio, che a malincuore obbediva all’ordine ricevuto dal conte d’introdurlo, si sforzò invano di trattenere i due compagni.

Nick vi si oppose ostinatamente; giurò per tutti i suoi dewol che senza loro non avrebbe fatto un passo solo oltre la soglia.

Egli era un perfetto campione della sua razza; possedeva al più alto grado la servile scaltrezza e la spavalderia petulante, — le due caratteristiche accoppiate di quella plebaglia, che da tanti secoli trascina per il fango di tutto il mondo la sua primitiva abbiezione del Soudra indostanico.

Nick spiegava a perfezione l’una e l’altra di queste sue qualità, secondo i casi.

Girando per le case, per guadagnarsi il pane, quando non poteva azzaffarlo senza fatica, si mostrava umile, dimesso, insistente. Non c’era paiolo che, passando per le sue mani, non comparisse bucherato in più luoghi, e che egli, colle sue istanze, non riuscisse a farsi rilasciare per la rattoppatura.

Ma, all’occasione, nessuno sapeva far valere più alto di lui, al cospetto di un estraneo alle sue razze, a un gadchi qualunque la sua aristocratica qualità di Romnitschel, figlio della donna.

Gesù era «figlio dell’uomo;» — lo zingaro è «figlio della donna» e il suo me hom Romnitschel, vale, per lui, il civis romanus sum.

È il suo titolo nobiliare, il suo segno di riconoscimento, la sua protesta.

Lo zingaro, nella sua dispersione secolare, è la copia vile dell’Israelita; ma la stirpe di Abramo ha le tradizioni di Canaan, il suo Dio, il suo libro santo; lo zingaro non ha che quella formula sacramentale talismanica, in cui compendia il suo diritto di umanità; egli è figlio della donna; tutti gli altri non sono che figli di mannischi, di ghiromni, di femmine, — gadchi.

L’Israelita ha credenze comuni con le razze in mezzo alle quali va migrando; tutti riconoscono in lui il degenere rampollo di una stirpe illustre, santa.

Lo zingaro, il discendente del vecchio Soudra, dell’ilota indiano, senza patria, senza Dio, polvere umana calpestata da tutto il genere umano, è il nemico implacabile di tutte le razze; egli prende da loro la terra, il pane, le credenze, i costumi, e non conserva di proprio, che l’imprecazione con cui maledirle; egli è il parassita eterno, cosmopolita; egli strappa il suo alimento a tutti i popoli della terra, quando non può rubarlo lo froda, lo paga colle sue menzogne, colle sue infezioni, col suo putridume: combatte l’umanità, alla guisa del verme e dell’ácaro, rodendone le fibre e succhiandone il sangue.

Antonio dovette, suo malgrado, cedere — egli si mosse per avvertire il padrone — e gli altri lo seguirono.

Tutti insieme penetrarono nel castello, brontolando, bisticciandosi; gli zingari alzando tanto più la voce, quanto più Antonio abbassava la propria.

Il diverbio si riaccese alla porta dello scrittoio, dove essi vollero cacciarsi senza aspettare d’essere annunziati.

Il conte intervenne.

Nick capì a bella prima il suo vantaggio.

— Voi mi avete chiamato, diss’egli al conte, io sono venuto; sono venuto coi miei rome; essi sono la mia scorta e mi obbediscono; perchè voi non vi fate ascoltare dai vostri veleter? perchè si vieta ad Andrea ed Angheluzzà di accompagnare me, loro capo?

Il conte ordinò ad Antonio di lasciarli entrare e di mandar loro del vino.

E poichè Antonio, inquieto, occupato a guardare i due aiutanti, che giravano intorno alla stanza con certe arie sospette, indugiava ad uscire, Nick gli disse burbanzosamente:

— Veleto, il tuo derai ti ha comandato di portar da bere ai romes.

Poi sedette sulla sedia che il conte gli indicò, davanti alla scrivania, appoggiò le due palme al grosso pomo d’argento della propria mazza di tamburo maggiore e prese un’attitudine grave, maestosa, pari alla sua dignità e alla importanza del colloquio che presentiva.

Nick era un bel giovane, svelto, di buona statura, ben formato, il petto largo, le spalle aperte, il collo vigoroso ed elegante; il volume de’ suoi capelli neri, unti, lucenti, usciva di sotto allo stretto muschi gallonato d’argento, ricadeva in ciocche ricciute sul bavero ricamato dell’abito scuro, giù fino ai cordoni che gli attraversavano il petto. Il suo viso era bruno-pallido, incorniciato da una barba nascente su di un profilo purissimo, colla fronte liscia, e aveva nell’occhio nero, profondo, con dei subitanei baleni di vivacità arguta, l’espressione malinconica, quasi cupa, della sua razza.

Egli vestiva l’abito prediletto di un capo magiaro; i suoi compagni erano più dimessi; uno di essi teneva un cappellino tondo da contadino, e l’altro recava alla vita un vecchio panciotto coi bottoni d’argento, da cui uscivano le braccia, che la camicia a brandelli copriva solo imperfettamente.

Il conte domandò a Nick se sapeva quel che voleva dirgli, e se Luscià non l’aveva informato di nulla.

Nick rispose in italiano;

— Chi vuol parlare coi romes non manda le loro donne. Io non so nulla.

Il conte gli manifestò la sua intenzione di sposare Luscià.

Lo zingaro non mostrò meraviglia, non si mosse, tacque fissandolo in viso.

— Voi sapete, io sono ricco, soggiunse il conte, non ho fratelli, non ho parenti prossimi; tutto ciò ch’io posseggo sarà di vostra cugina, i miei beni, la mia casa, il mio nome, tutto...

In quella entrò il servo col vino: colmò il bicchiere a Nick, ad Angheluzzà, ad Andrea, e, ad un cenno del padrone, stava per andarsene; ma prima che uscisse, uno degli zingari gli prese di mano la bottiglia e il sottocoppa, facendogli un gesto comico di andarsene.

Il conte riprese:

— Io voglio fare a Luscià una sorte. Spero le permetterete di accettarla.

Nick aveva preso in mano un grazioso temperino di madreperla rilegato in oro e lo esaminava con grande attenzione.

— Sentite, diss’egli, come rispondesse al discorso del conte, se voleste darmi questo, io vi lascerei, in cambio, una pipa di vero schemnitz.

E la mostrò.

Il conte fe’ un gesto distratto di consenso; lo zingaro depose la pipa sull’orlo della tavola e ficcò, in pari tempo, il temperino nello sparato dell’abito.

Poi, risolto questo piccolo incidente, si rizzò di nuovo sulla persona con nobile sussiego.

— Voi volete sposare la figlia di Wanka, disse egli finalmente, dopo che il conte gli ebbe ripetuta la dimanda; ma la tschek è già fidanzata.

— Fidanzata con voi?

— Con Suceawa, il figlio di Dan il balubassa; egli è malato; se fra un anno non guarisce, Luscià sposerà me, che sono il suo secondo germano.

— E voi ci tenete a questo matrimonio?

— È la nostra usanza; le figlie sposano il parente più prossimo.

— E non v’importerebbe rinunziarvi?

Nick alzò le spalle.

— Dunque acconsentireste?

— Ciò dipende da Dan; egli è il nostro capo, il balubassa.

— E dov’è Dan?

Nick rispose come aveva fatto Luscià:

— Al mare.

— Verrà qui?

— Non so...

— Vi troverete insieme presto?

— Non so... egli comanda, io obbedisco.

— Non si potrebbe avvertirlo? disse il conte dopo una pausa.

Nick tese il bicchiere vuoto a uno dei compagni, che si affrettò a colmarglielo; poi egli lo sgocciolò lentamente sino all’ultima stilla.

— Volete avvertirlo? ripetè il conte.

Lo zingaro domandò:

— Voi, rai, non fumate?

E riprese la pipa sulla tavola, la caricò, l’accese, rasserenandosi in viso, come fosse liberato da una grave cura; i suoi occhi maliziosi lucevano di soddisfazione.

— Si può avvertire; ma bisogna mandare un uomo; io ho pochi cavalli e la strada è lunga.

— Non importa, mandatelo, penso io a spesarlo.

Il conte trasse alcuni marenghi e glieli porse.

— Siamo intesi?

— Sì, rai.

— E Luscià dov’è?... Domandò il conte dopo un po’ d’esitanza.

— Con Dan, rispose Nick, riponendo tranquillamente la sua pipa in tasca.

Il colloquio era finito. Il conte s’alzò, ed anche lo zingaro; però, prima di uscire, egli tornò indietro e disse:

— I miei romes accetterebbero volontieri un paio dei vostri calzoni.

Angheluzzà fe’ sparire rapidamente in tasca un oggetto, che aveva trovato di suo gusto, sovra una scansia, e soggiunse facendosi innanzi:

— Accetterei volontieri...

— Volontieri, ripetè Andrea, — ed anche un cappello.

Il conte chiamò il servo; gli ingiunse di condurli alla sua guardaroba e di dar loro quel che volevano.

Avuti i calzoni e il cappello, uscirono coll’incesso solenne di ambasciatori che hanno stabilito i preliminari di un trattato.

V.

Ma le cose non seguirono colla sollecitudine che il conte avrebbe desiderato. Nick lo teneva sulla corda; s’erano incontrate delle difficoltà; — la malattia di Suceawa, le usanze della loro gente, gli scrupoli di Dan, la lontananza; egli però inviava al balubassa dei messaggi continui, dei quali il conte faceva le spese.

Intanto l’accampamento invadeva il castello. Nick, sotto pretesto che sul poggetto delle quercie era esposto ai venti di tramontana, aveva trasportate le tende sullo spianato a fianco del portone.

Egli usava ed abusava della sua libertà d’ingresso; e il suo abuso serviva di titoli ai compagni. Egli veniva a tutte l’ore nello studio del conte, e raramente ne usciva a mani vote. In questo mentre la sua gente si ficcava nei cortili, nelle stalle; le donne irrompevano nelle cucine, gli uomini sui fienili, e i ragazzi nell’orto, nel giardino, dappertutto, mendicando, rubacchiando; umili, insolenti, beffardi; scacciati, ritornavano poco dopo alla preda, come i tafani.

Il maggiordomo era disperato, credeva d’impazzire. Qualche volta gli «sfuggiva» una qualche bastonata, o qualche pedata; ma il sollievo era poco in confronto del tormento. E gli bisognava usar prudenza, rispettare la volontà del padrone.

Il quale, più che mai infervorato nel suo progetto romanzesco, non vedeva nulla, non voleva sentir nulla, passava la giornata chiuso o galoppava per la campagna, ricamandolo coll’immaginazione di nuove delizie e di nuove finezze.

In una di queste sue corse essendosi dilungato di circa cinque o sei miglia da Peveragno, dalla parte di Santhià, incontrò una vecchia zingara che raccoglieva erbe sul margine d’un prato.

La donna parve riconoscerlo e lo salutò.

Il conte si fermò a guardarla — ed allora essa lo salutò di nuovo, gli venne incontro, e, guardandosi intorno per precauzione, gli disse:

— Se il derai regalasse la povera Nad, essa direbbe qualcosa.

Egli le buttò una moneta, e stava per allontanarsi, ma la vecchia riprese:

— Nick ingannatore, ingannatore.

— Perchè? domandò il conte.

— Egli non dir nulla, non far nulla, promettere, non mantenere.

E così, con questo linguaggio scucito, gli disse ch’era Nad la nonna di Luscià, gli contò come Nick avesse allontanata lei con la nipotina dall’accampamento di Peveragno per profittare più a lungo della sua bontà.

La vecchia abbassò la voce.

— Se voi volete vedere Luscià...

— È qui? dove?

La vecchia gli indicò il profilo di alcune tende che apparivano fra i salci.

— Volete?

Ella si allontanò frettolosamente, e il conte, smontato da cavallo, sedette contro la ripa della strada, le briglie in mano, ad aspettarla.

Poco dopo Luscià, sbucando da un vicino campo di granoturco, gli buttava le braccia al collo, sclamando:

— Bel rai, buon rai, sor lo rai, sei venuto vedere Luscià, Luscià t’aspettava, Luscià innamorata dei tuoi begl’occhi, che hai recato a Luscià, bel rai, buon rai?

Così tutto d’un fiato. Poi tacque, abbandonandosigli voluttuosamente sul petto e sulle ginocchia.

Aveva il viso acceso, gli occhi lucenti, i capelli vagamente scomposti e cosparsi di fioralisi; il suo corsetto celava a stento il seno precocemente turgido: era affascinante.

Il sole era alto, abbagliante, il cielo striato di sottili strisce bianche, l’aria grave, profumata di vapori ardenti; nei campi uno stormire leggero, un brivido soffocato; una cicala strideva ad intervalli e cresceva il silenzio.

Il conte, impacciato, si schermiva debolmente da quell’improvvisa festa della fanciulla.

E Luscià smetteva le sue tenerezze, si quetava ad un tratto, si rizzava in piedi, non intimidita, ma docile, indifferente.

Egli chiese di Nad.

La vecchia non era lontana; accorse prima che Luscià la chiamasse.

Il conte, avendole promesso ricompensa se riusciva ad avvertir il balubassa, ella lo condusse da Cihari, il capo della squadra colà accampata; il quale, lietissimo di supplantare Nick nelle trattative e nella senseria, si profuse in proteste di devozione, dichiarò che Dan non poteva tardare a passare per la Val Sesia, che sarebbe andato ad incontrarlo, e glielo avrebbe condotto a Peveragno. Così restarono.

VI.

Cihari fu di parola: prima che la settimana finisse venne dal conte e gli indicò una lunga carovana che saliva prestamente la china. Era il balubassa che arrivava.

Nick coi suoi uomini scendeva in gran fretta ad incontrarlo.

I nuovi venuti, giunti in cima alla collina, si fermarono aspettando il permesso del conte.

Essendo Cihari ridisceso a recarglielo, salirono dalla strada nel Ronco di San Nazario, terreno dissodato di fresco, ricchissimo di erba, che il proprietario aveva loro per speciale deferenza concesso.

Trassero i carri in circolo, staccarono i cavalli; tirarono le tende; e in meno di mezz’ora il villaggio primitivo sorse come per incanto; non vi mancava nulla: nè il gridìo dei ragazzi che schiamazzavano nei dintorni, nè l’affaccendarsi delle donne, nè le spire turchine di fumo dei focolari, nè la tranquilla beatitudine degli uomini che riposavano sul limitare.

Il conte Emanuele pensava con viva emozione ai suoi antichi padri, che dopo un lungo e travaglioso ramingare, erano venuti forse in quella stessa guisa, così poveri e cenciosi, a posarsi sul terreno concesso poi alla loro progenie.

Poco prima del tramonto il conte venne in persona a trovar Dan al Ronco di San Nazario.

Cihari l’introdusse.

L’accampamento era il doppio più grande di quello di Nick: lo formavano nove tende, quattro per banda ed una in fondo, rimpetto all’ingresso, raccolte in un cerchio elittico, aperte dalla parte interna, occupate quasi interamente dai carri, che servivano di letto pei bambini, di canterano e di guardaroba, pieni zeppi di ciarpe, di barattoli, di cose senza nome e senza colore, alla rifusa, a mucchi informi, donde spuntavano braccia nude e gambe calzate di lunghi stivali. Le donne, sedute, agucchiavano silenziose, e un brulichio di bambini seminudi ingombravano lo spazio nel mezzo.

Il balubassa, geloso della propria dignità, non si mosse punto all’arrivo del conte; l’aspettò seduto colle gambe incrociate innanzi alla sua tenda in fondo, la più alta, la più grande di tutte, — sul confine del doppio suo regno di padre e di capo.

Aveva l’aspetto d’un uomo molto innanzi negli anni, ma non decrepito: il suo volto pingue, un po’ floscio, rivelava una grande robustezza e serbava le traccie di una primitiva arditezza; due lunghi baffi bianchi gli scendevano giù sul petto. L’abito degli slavi danubiani mezzo greco, mezzo ungherese, il portamento maestoso, gli davano un’aria di re orientale. Fumava in una lunga pipa. Sdraiato alla sua destra un giovinetto macilento, smunto, guardava il conte con occhio cupo, malinconico; era il povero Suceawa, l’ultimo dei figli di Dan, moribondo superstite di una numerosa schiera di fratelli.

Dan parlò a Cihari sommessamente; — egli comprendeva perfettamente la lingua del paese, ma, per decoro, si serviva d’interprete.

Cihari disse al conte porgendogli un piccolo sgabello:

— Dan, figlio di Michel, nostro capo, fa augurio, o derai, che i vostri cavalli abbiano lunga vita, e vi prega di sedere e dirgli l’animo vostro.

Il conte rispose:

— Voi Cihari sapete ciò ch’io voglio; ditelo a Dan e riferitemi le sue intenzioni.

Dan gli fe’ dire da Cihari che la cosa non era regolare: ma che avrebbe acconsentito a patto che egli facesse alla tribù i doni che si convenivano alla stirpe della fanciulla.

Suceawa si contorse gemendo, e saettò al conte un’occhiata di odio ineffabile.

Cihari enumerò poi le pretese del balubassa.

Intanto il vecchio lisciava i suoi lunghi baffi bianchi e scrutava, coll’avidità di un mercante, il volto del conte.

Questi accettò le condizioni senza discuterle, avrebbe pagato in danaro la dote di Luscià, regalato un cavallo al balubassa e un abito nuovo a tutti i suoi capi squadra.

Dan fe’ recare una tazza colma di acqua, fe’ bere il conte, v’intinse egli le labbra, poi la infranse. — Così la strana alleanza fu suggellata; — e servirono d’augurio i sordi gemiti di Suceawa.

VII.

Il conte Emanuele non fece mistero del suo matrimonio: si sapeva ch’egli era la caparbietà in persona; nessuno più di lui meritava quella taccia di matto che il popolo ha dato alla vecchia nobiltà piemontese.

Il solo marchese di Nomis, osò dargli qualche indiretto avvertimento.

Quando il conte, ch’era un po’ suo parente e faceva gran caso della sua amicizia, venne ad annunziargli il proprio divisamento, l’illustre naturalista non si mostrò nè stupito, nè spiacente. Ma dopo desinare, passeggiando con lui nel giardino prese due margherite, una doppia, l’altra selvatica; e mostrandole all’amico:

— Sono certamente della stessa famiglia, gli disse, la varietà non è che effetto della diversa coltura e del diverso alimento: ma il piantare le due pianticelle sulla stessa zolla non basterebbe ancora a far sparire una differenza di forme che rappresenta il lento lavorìo di chissà quanti secoli.

Il conte non disse nulla, si rannuvolò e poco dopo prese commiato.

VIII.

Le nozze si fecero il giorno di San Giovanni.

Un’ora prima della cerimonia il conte Emanuele venne a trovar Luscià nella casa lasciata dalla contessa alla nutrice Brigida, dove Luscià dimorava da una settimana attorniata da un piccolo esercito di sarte, di crestaie e di cucitrici.

— Luscià — le disse commosso — noi vivremo d’ora innanzi sempre insieme: tu sarai la mia signora; e così tu possa essere contenta nella mia vecchia casa com’io desidero. Io farò sempre il tuo volere, e tu che farai per me?

— Non so, rispose la giovinetta ingenuamente.

Allora lo sposo la prese per mano, e, con una gravità piena di tenerezza, le parlò lungamente degli obblighi e dei diritti della nuova condizione, di questi più che di quelli, delle sue premure più che delle sue esigenze; — accennò ai riguardi dovuti al suo grado, non chiese nulla per sè stesso. Egli non cercava il piacere, non chiedeva la felicità, voleva darla.

La giovinetta non disse nulla; seria, immobile, gli fissava in volto uno sguardo vago, meditabondo.

Comprese ella la sua devozione?

Al conte parve di sì.

Dopo la benedizione nuziale nella cappella del castello, il conte condusse la sposa nel suo appartamento.

Quivi Luscià spiegò tutto il suo corredo, le sue vesti, i suoi gioielli, e fatte entrare le donne della sua gente, quante ce ne capivano, indossò l’una dopo l’altra innanzi a loro tutte quelle meraviglie; segno visibile e più invidiato della sua fortuna.

Le zingare la contemplavano a mani giunte, scoppiavano in grida d’ammirazione, di religioso entusiasmo.

La birichina, la compagna delle loro corse vagabonde, che aveva diviso i loro cenci, con la quale si erano cento volte accapigliate — si trasfigurava per quello sfolgorìo di colori e di splendori in qualcosa di rispettabile, di adorabile.

Al pranzo non assistettero che il sindaco e il dottore; i due testimoni del matrimonio. Il conte aveva pregato Dan di venire, ma egli preferì rimanersene re nella propria tenda: solo richiese un’enorme quantità di provvigioni per banchettar la sua gente.

Le nozze, malgrado l’assenza della nobiltà, cui la casa di Peveragno apparteneva, furono festeggiate in modo straordinario, colla munificenza rozza e strepitosa delle leggende orientali e delle saghe scandinave, compresi i banchetti colossali senza fine e le baruffe, gli alterchi di razza fra i paesani e gli ospiti.

Tutte le sparse squadre della tribù erano venute a raccogliersi intorno al loro vecchio capo. V’erano gli uomini di Cihari, quelli di Andrea, quelli di Gurka, di Barbà. Dal castello alle case del paese, fra i castagneti, ai due lati della strada, era tutto un accampamento; un vero e grande villaggio di tende, un formicolìo lurido e pittoresco, una gozzoviglia vivace, clamorosa, sterminata.

Dan convitò tutti i capi famiglia a San Nazario: i giovani, le donne, i ragazzi mangiarono, sdraiati sull’erba sui margini della strada, sparpagliati per la china a gruppi, a capannelli intorno alle marmitte, alle cucine, ai fornelli improvvisati.

Dopo il vespro gli sposi discesero al Ronco di San Nazario.

Luscià col suo abito di raso bianco a pagliuzze d’oro era sfolgorante, tutti i romes si alzarono per renderle omaggio. Il solo Nick rimase fermo sull’erba, col bicchiere fra le labbra: i suoi denti stritolarono il cristallo. Nessuno guardò il conte; appena Dan si degnò fargli dire da Cihari che il vino datogli era cattivo.

I capi si accosciarono di nuovo sull’erba e Luscià presentò loro la coppa del buon pronostico; ciascuno beveva e le faceva ad alta voce un augurio.

Quando venne la sua volta, Nick aggiunse al saluto d’obbligo alcune parole smozzicate fra i denti. La giovane balenò; uno spruzzo di vino cadde sulla sua veste nuziale e le fe’ una piccola macchia sanguigna.

Il giro, cominciato da Dan, si chiuse con lui: egli bevette il primo e tornò a bere per l’ultimo: egli aggiunse stavolta al complimento una piccola monetuzza d’argento che gettò nella coppa.

Ma Luscià notò che al suo fianco era vuoto il posto di Suceawa, il quale, come figlio del balubassa, aveva diritto di assidersi alla mensa d’onore.

Le libazioni più frequenti e numerose scomposero la gravità dell’assemblea. Luscià si scostò dal circolo: aveva visto Suceawa disteso al sole in mezzo al prato. Gli si avvicinò. L’infelice si dibatteva sotto il brivido della febbre.

Lo chiamò per nome carezzevolmente; e gli offerse la coppa che aveva riempita per lui.

Egli si voltò, la guardò stupita un momento: poi prese la coppa, vi accostò le labbra, — ma tosto la gettò come gli scottasse le labbra, e si ravvoltolò con un rantolo angoscioso sul terreno.

Luscià si chinò; gli prese la fronte tra le mani, e cominciò a parlargli: egli singhiozzava. Ma ad un tratto si adombrò, si contorse di nuovo, la respinse.

Ella tornò al Ronco.

Il convito era finito; l’orgia cominciava.

Nuovo vino era venuto dal castello, e questa volta Dan s’era degnato d’invitare il conte a sedere al suo fianco.

Il conte lo interrogava sugli antichi ricordi, sulle credenze, sulle sciagure della sua razza, e il vecchio giudice gli rispondeva:

— Le nostre donne pregano tutti i dewol della terra, e ciò non mi ha mai fruttato un solo para: l’importante è aver molti cavalli e che siano sani; ma tutti oramai chiudono i prati alle puledre dei romes, e l’erba dei fossi è insalubre.

Le più giovani della tribù danzavano il tanàna. Accosciate in semicerchio dicontro al capo, dondolavano a cadenza la persona tutte insieme, come steli di fiori ripiegati dalla brezza; il tuono lamentevole, dolce del moscalu, simile a quello di un’antica zampogna, accompagnava quei moti di una mistica malinconia.

Poi una si alzava, veniva innanzi e cominciava a girare con atto cauto e voluttuoso sulla punta de’ piedi; e la voce flautina dei naiu subentrava a quella della zampogna.

Poi anche il naiu taceva; dalle nove corde di una cobza scattavano strida acute, fieri accordi passionati, e un’altra danzatrice si lanciava nel mezzo e girellava vorticosamente, battendo le nacchere con frenesia d’ossessa, finchè cadeva sfinita.

Finalmente tutte l’altre s’alzavano e intrecciavano le mani, girando in cerchio da destra a manca e da manca a destra, come il coro greco. Poi la danza, composta ancora, diventava voluttuosa, poi concitata, furiosa, col frastuono e i contorcimenti di un trescone sfrenato.

La luna, vagando sopra le risaie della sottoposta pianura, dava alla scena il fantastico sfondo di qualche remota palude del Gange.

IX.

Il conte passeggiava solo nel parco.

La notte era oscura, i fuochi innumerevoli gittavano bagliori strani fra gli alberi; le danze e i canti continuavano, e la baldoria cresceva.

Il conte contemplava con una triste dolcezza il singolare spettacolo, e s’abbandonava alle utopie della sua magnanima generazione. Il suo cuore si faceva vasto per comprendervi tutto il genere umano, per stringerlo in una sola tenerezza.

Intanto avveniva nel castello una scena singolare. Luscià s’era ritirata con Nad nella camera nuziale; dritta davanti ai grandi specchi delle pareti si guardava con vivo piacere, mentre la vecchia la spogliava. I vezzi della bella persona spiccavano a poco a poco da quel gran viluppo di mussole, di pizzi, di trine candidissime, che le si ammucchiavano al suolo.

Ad un tratto, dietro a lei, spuntò un ceffo beffardo con due occhi scintillanti. Era Nick che usciva di dietro le cortine della finestra e si accostava alle sue spalle. Mormorò alcune parole in zingaresco, e rise ferocemente.

La giovine non si mosse, chinò il capo sul seno seminudo in atto di sommessione.

Nick ordinò alla vecchia di mettersi alla porta; ella obbedì senza fiatare, si sedette sulla soglia e accoccolò la testa sulle ginocchia. Ella udì di là le risa sarcastiche, le rampogne di Nick, i sospiri, i gemiti, i lamenti di Luscià. Ma il pensiero d’intromettersi non le venne nemmanco. E quando egli fu uscito ella riordinò, premurosa, la stanza per farne sparire le traccie...

Il conte passeggiava ancora in giardino e sognava ad occhi aperti e fantasticava della riconciliazione delle umane stirpi, della confederazione universale, tutte cose che erano di moda nella filosofia sociale di allora.

Egli notò quella sera che la sposa non aveva il braccialetto di brillanti, che egli stesso le aveva allacciato il mattino, e gliene chiese notizie.

Ella guardò tristamente il suo polso sinistro illividito dalla brutale stretta di Nick, ma disse che l’aveva perduto.

X.

Dopo una settimana la baldoria non era ancora finita; si ravvivava immancabilmente ogni sera e durava buona parte della notte; danze figurate, giochi, rappresentazioni di burattini, si succedevano con una varietà, che il genio fantastico e carnevalesco degli zingari rendeva inesauribile.

In una cosa erano pur troppo monotoni; nel mettere a contributo la liberalità del conte; in castello, dopo le nozze di Luscià, la loro petulanza non aveva più limiti, facevano come in casa loro; Antonio era caduto ammalato, s’era chiuso nella sua stanza e aveva detto ai suoi dipendenti di non venirlo a frastornare, finchè un solo zingaro rimaneva in Peveragno. — Dopo, quando, se Dio vorrà, saranno tutti partiti, se sarò vivo ancora, venitemelo a dire.

Le ruberie si stendevano anche alle case, agli orti del villaggio e specialmente alle cascine; colà gli zingari trovavano minore arrendevolezza; le busse cominciavano a spesseggiare, e chi le prendeva erano, invariabilmente, i figli delle donne; perchè, come osservò il sindaco, nell’arte del picchiare i figli dell’uomo valgono meglio.

I derubati assaltavano a caso il primo zingaro che capitava loro sottomano «la punizione non cascava ad ogni modo in terra, ma su autentiche spalle di ladro» — venivano nelle tende e vi mettevano tutto a soqquadro.

Ma ciò non serviva a correggerli; i fittaioli e i massai scelsero fra loro una commissione di notabili e la mandarono dal conte.

Essi, con licenza parlando, con tutto il rispetto dovuto ai parenti della signora Contessa, fecero le loro brave lagnanze e lo pregarono di dare lo sfratto a quella marmaglia, prima che accadesse qualche disgrazia.

— Non si può pretendere, disse arditamente Gervaso, che un pover’uomo, il quale ha sgobbato tutta l’annata per pagare puntualmente il fitto, le imposte, stia colle mani in tasca, a veder dissipare i suoi sudori sacrosanti.

Antonio, il fabbriciere dell’Annunziata, aggiunse che, oltre a tutto il resto, quella genìa dava, al paese, un tristissimo esempio.

— Le loro donne sono tutte di quelle, smaliziano i ragazzi e li spingono a rubare; poco più che si vada innanzi, anche i nostri servitori diventano zingari.

Il conte promise di contentarli; anch’egli cominciava ad essere impensierito.

Luscià, cangiando stato, non aveva punto cangiato modi e gusti; ella era continuamente fra le loro tende a far pompa degli abiti nuovi; tornando a casa, ella si tirava dietro, fin nella sua camera, una infezione di donne e di ragazzi, e giocava, con indiscrezione infantile, con loro tutto il giorno.

Con quella compagnia, ogni disegno di educazione diveniva impossibile.

Il conte aveva tentato di parlarle della diversità della sua condizione, ella non capiva.

Una volta ch’egli insistette, rispose francamente:

— Sono i miei compagni; abbiamo sempre vissuto insieme, mi hanno dato il loro pane, mi hanno tenuta sotto la loro tenda; perchè non dovrei più vederli? non mi hanno fatto male.

Il conte s’arrabbiava, non si raccapezzava, non era per questo verso ch’egli la voleva prendere, non era la superbia ch’egli voleva insegnarle, no davvero, le sue idee d’umanitario ci si opponevano, non si trattava che del riserbo; ma come farle comprendere la differenza?

Sconfitto alla prima, egli finiva sempre col darle ragione — col concederle tutti i capricci, ed arrivava sino a prevenirli.

La cosa era però giunta ad un punto che egli non fu malcontento di essere costretto a finirla.

Prese una risoluzione, chiamò Dan, gli accordò tutto ciò che volle, e lo indusse a partire l’indomani colla sua gente.

A Luscià non disse nulla; per evitarle le scene penose dell’addio, e per sottrarla alle plebee indiscrezioni degli zingari, la trattenne, quella sera, di discendere alle tende.

La portò con sè, in carrozza, a fare un lungo giro; per via cercò di prepararla, indirettamente, al distacco, che le disse esser vicino, ma inevitabile.

Ella trasalì, non fece una sola lagnanza, non mostrò alcun rincrescimento.

Tornarono a notte inoltrata. Passando presso al Ronco di San Nazario, volse uno sguardo malinconico alla tenda del balubassa. Una lagrima scese a rigarle la guancia. Si udivano dei lamenti soffocati.

— È Suceawa, ella mormorò.

Il conte si pentì di non averla avvertita; ma oramai era troppo tardi. L’accampamento era immerso nel sonno.

La ricondusse nel suo appartamento. Licenziò la cameriera, la spogliò egli stesso, come una bambina.

Poi sedette al capezzale.

— Sei afflitta? le domandò.

Ella fe’ cenno di no.

— Sei imbronciata con me?

Lo stesso gesto negativo.

— Lascia ch’io ti vegga negli occhi.

Spalancò le palpebre e lo guardò fiso nel volto.

— Ridi un poco, supplicò il conte.

Ella fe’ un sorriso a fior di labbro, fugace come un baleno.

— E non mi dici nulla? non mi dai la buona notte?

— Buona notte.

Il conte si alzò.

— Dormi, bambina, tu sei stanca.

Luscià chiuse gli occhi.

Egli stette qualche minuto a contemplarla, poi si chinò, la baciò sulla fronte; non si mosse, pareva addormentata profondamente.

Egli uscì.

Aveva appena socchiuso l’uscio, ch’ella gettò le coltri, balzò a sedere sul letto e stette ad origliare. Aveva inteso un lungo fischio.

Il conte discese per dare qualche ordine al cocchiere.

Attraversando il cortile, vide un’ombra sparire dietro il pozzo.

Era Nick; il conte non gli aveva parlato da un mese.

— Che volete? gli chiese severamente.

— Salutare Luscià, riprese sfrontato lo zingaro.

— È tardi, ella dorme.

E senz’altro, avviatosi alla porta, aperse egli stesso lo sportello e gli fe’ segno d’uscire.

Nick obbedì, ma, varcata ch’ebbe la soglia, si volse.

— Voi, rai, non avete fatto a Nick i doni che gli avevate promessi, non gli avete dato la mancia della partenza; avete torto, Nick è vostro amico.

Mosse per andare, poi si trattenne di nuovo.

— Non volete che saluti Luscià, soggiunse, non importa; era per darle dei buoni consigli. Luscià ha vissuto nella mia tenda con mami Nad; ella mi obbedisce, mi teme, e s’io le dico: rispetta il rai, ella lo rispetterà e lo servirà in ginocchio. Non volete, non importa, non importa...

E s’allontanò zufolando.

XI.

La notte era alta ancora, quando una bianca figura, rasentando il muro del giardino, salì sulla spianata e scomparve nella tenda di Nick; una vecchia cavalla, a cui passando sfiorò la groppa, nitrì festosamente, e, dai vicini accampamenti, tutte le altre bestie le risposero.

La campagna dormiva e russava nel canto vasto dei grilli e delle cavallette; appena impallidivano alcune stelle in scialbo orliccio, che profilava i ciglioni oltre la Sesia.

L’astro di Venere, al confine dell’orizzonte, ammiccava maliziosamente all’apparente quiete delle tende e a cento mani solerti, affaccendate all’ultime prede sulla collina di Peveragno.

Poco dopo il pianeta si tuffava nell’ombra dei boschi, e, come ad un segnale, gli accampamenti si ridestavano. Le tende si ripiegavano in fretta nei carri stipati di cenci, di sciarpe, di donne, di bambini, si disponevano in fila, scendevano sulla strada; la marcia si ordinava rapida, silenziosa.

Quando, verso l’alba, il conte si affacciò alla finestra della torre, la carovana era lontana parecchie miglia, si svolgeva come un lungo serpente nella pianura, si tuffava nei vapori densi delle risaie, spariva. Il torrente del destino aveva ripreso il suo limo.

Unica traccia della loro dimora, le cime scalvate dei colli, simili a lembi di deserto e di barbarie caduti in mezzo ai colti. Come dopo un temporale, nei vigneti e nei campi, i contadini verificavano i danni lasciati da quel flagello umano, e sorgeva un coro d’imprecazioni, consueta espressione dell’odio che la razza, maledetta per un arcano peccato originale, suscita sul suo cammino.

Il conte Emanuele, triste, oppresso dal pensiero di quella infinita sciagura, discese nell’appartamento di Luscià, povera rondinella che lo scirocco del destino aveva buttato sotto il suo antico tetto feudale...

Trovò la camera vuota: Luscià era scomparsa, portando seco le sue gioie e il suo abito da sposa.

Egli non smaniò, non fe’ ricerche; chiuse nell’anima questo disinganno cogli altri, e si rassegnò a portarlo.

Ma la sera, verso l’imbrunire, sotto il viale del parco, gli si presentò Nick, e indicandole Luscià che lo seguiva per mano di Nad, gli disse con uno scaltro sorriso:

— Vedete, se il Ronmitschel è di parola: io vi riconduco Luscià; ella è vostra, io ve la rendo.

— Io non voglio farle violenza, disse il conte tentennando il capo; ella è libera di seguire la sua gente.

— Violenza? interruppe lo zingaro meravigliato. Se un cavallo vi sfugge, lo lasciate andare?

— Noi facciamo una differenza fra le donne e i cavalli.

Nick divenne riflessivo.

Poi, pigliando un fare magnanimo:

— Voi l’avete pagata la dote; è vostra; sotto la mia tenda non c’è più posto per lei.

— Non voglio trattenerla per forza.

— Non è per forza, ella è giovine, non sa quel che si faccia, bisogna avvezzarla: io le ho detto che ella deve rimanere, ella mi obbedisce, e rimarrà, ne rispondo io. Se voi m’aveste lasciato parlare con lei iersera, ciò non sarebbe avvenuto. Luscià, tu rimarrai?

Luscià si fe’ innanzi premurosa, e disse in fretta baciando la mano al conte:

— Sì, sì!

La sua voce tremava.

— Vedete!... soggiunse Nick con un ghigno di trionfo. Pagherete almeno il mio servizio?

Il conte disse alla donna:

— Orsù, io non vi mando via, la mia casa è la vostra: stateci se volete; tenete con voi anche Nad. Voi siete la padrona di restare o di andarvene.

La vecchia voleva buttarsegli ai piedi; il conte la trattenne e le ordinò di seguir Luscià nella sua stanza.

Poi, quando ebbe aggiustati i conti con Nick, rientrò anch’egli, venne a cercar la sposa, e le parlò con una gran calma, una grande tristezza.

— Or che siamo soli, ti ripeto che sei libera di far quel che vuoi: se non ci stai volontieri, va che Dio ti benedica.

— No, no, sclamò Luscià.

— Hai paura di Nick? ti accompagnerò io da Dan, egli ti proteggerà.

— No, no, io resto con te.

Nad s’intromise:

— La galvay vi vuol bene; ella non è fuggita. Nick l’ha nascosta per ingannarvi. Voi non l’avete regalato — egli l’ha fatto per avere il pleisserdum.

Il conte si rasserenò.

Nad soggiunse umilmente:

— Mi tenete con voi? vi servirò bene.

— Ma sì, ma sì, buona mamma, sclamò il conte.

Poi, volto a Luscià:

— Hai inteso quel che ella ha detto... ed è vero?

La giovane fe’ cenno di sì.

Emanuele fu vinto. Riaperse l’animo alle sue care illusioni, si risentì felice.

Dopo il giorno delle nozze, fu quello per lui il primo momento di vera e schietta gioia.

Finalmente quel cuore e quell’esistenza gli appartenevano; egli n’era sicuro. S’udiva nella valle il galoppo di un cavallo che si allontanava.

Strinse quella bruna testolina sul petto, ve l’adagiò, la carezzò teneramente senza parlare, pensando ai tesori d’intelligenza e di affetto ch’ei vi avrebbe fatti sbocciare, alle sue candide meraviglie, alle dolci sorprese, ai tripudi infiniti...

Luscià s’era addormentata fra le sue braccia.

Egli sognava per lei.

XII.

Ma quella contentezza gli fu presto amareggiata.

Luscià pareva stordita; ella così vivace, così inquieta, passava delle ore immobile, silenziosa, incantata.

Emanuele pensò ch’ella avesse bisogno di svago, di conforto, per la lontananza della sua gente. E la condusse a fare un viaggio.

Percorsero mezza Italia: visitarono la Toscana, il Veneto, la Lombardia.

Luscià era stata già dappertutto colla sua tribù, che da tre anni dimorava di qua dalle Alpi. Emanuele scrutava le sue impressioni, le sue memorie, avido di scoprirvi la poesia selvaggia e robusta di un’anima vergine, di un sentimento ingenuo. Nulla di tutto ciò: ella non si ricordava di nulla, non si entusiasmava di nulla: era insensibile alle meraviglie dell’arte; le bellezze della campagna, del paesaggio la lasciavano fredda: non amava che il moto continuo; preferiva a tutto lo strepito delle grandi città; lo scarrozzare per le vie popolose, sui grandi corsi pieni di sfarzo, di lusso, la sera luccicanti di lumi.

Amava la folla, le brillanti riunioni: fosse in teatro, in chiesa, alla passeggiata, per lei era lo stesso.

Ci andava vestita in gran pompa; tutte le acconciature, dalle più severe alle più strambe, s’attagliavano a quella sua figura ricchissima di contrasti: seria, vivace, inquieta come una cutrettola, contegnosa come una regina.

Quando, al braccio del marito, attraversava la folla, gli uomini si voltavano mormorando d’ammirazione; ella si guardava attorno e rideva.

Qualche volta Emanuele la riprese con dolcezza.

— M’hanno detto che son bella, non è forse vero? domandava Luscià.

— Sì, lo sei, te lo dico anch’io sempre, sei bellissima... ma per me.

— E allora, perchè veniamo qui?

Tentennava il capo — non capiva.

Emanuele taceva, sconcertato dalla sua logica primitiva, ma più dai suoi occhi affascinanti.

Al postutto, non era questa che una civetteria innocente e tollerabilissima.

Se avesse potuto accorgersene, egli si sarebbe inquietato di ben altri segni.

La giovine sposa, se non alle idee e ai sentimenti della sua condizione, si avvezzava rapidamente alle mollezze e ai comodi materiali della civiltà: vi si grogiolava dentro con una delizia indicibile: la pigrizia e la ghiottoneria s’educavano in lei mirabilmente. Dopo il piacere chiassoso, rumoroso, nulla l’era più caro che l’ozio, l’ozio assoluto sdrajone degli animali domestici. Avrebbe passato in letto a rosicchiar confetti tutte le ore che non passava in carrozza. In poche settimane aveva contratti tutti i vizi di una cagnuola favorita. Ma era tanto graziosa! La sua personcina si torniva, il suo fare si aggraziava; le sue carezze senza slancio, senza spontaneità, senza calore, acquistavano una morbidezza fine, squisita; offrivano tutte le voluttà della femmina, senz’ombra delle esigenze della donna.

Spesso il conte, rientrando dalle sue passeggiate mattutine, che s’era rassegnato a fare da solo, trovava Luscià che dormiva ancora. Al rumore dei suoi passi ella si svegliava, gli buttava le braccia al collo, si accovacciava sulle sue ginocchia, gli strofinava il volto col suo musettino delicato, rovesciava sulla sua spalla la testolina leggiadramente scarmigliata, guardandolo attraverso le palpebre socchiuse con le pupille voluttuosamente sonnacchiose. Poi erano baci, risolini soffocati, gemiti, tortoreggiamenti innumerevoli. Tutto ciò finiva ad un tratto, se un segno d’impazienza balenava nello sguardo d’Emanuele. Luscià era un giocattolo intelligente; sapeva capire quando il momento del trastullo era finito. S’alzava seria, e si ritirava nel suo cantuccio a lisciarsi colle zampine gentili i ricciolini scomposti e a pulirsi i dentini d’avorio.

Emanuele, come tutti i caratteri timidi e seri, a cui la ritrosia, la verecondia sbarrano la via del piacere, nei primi giorni ne andava matto, si abbandonava alla facilità di quelle delizie nuove per lui, se ne inebbriava perdutamente. Il suo spirito riflessivo, fantasioso, aveva qualche volta adorato la donna, ideale alto, lontano, che svaniva quando egli cercava raggiungerlo; i suoi sensi si risvegliavano tardi ma prepotenti, e si contentavano della femmina.

In quel primo ardore la sua mente, il suo cuore erano sopraffatti; gli occhi, ammaliati dalle forme, non vedevano che le perfezioni esteriori esagerandole, non potevano avvertire i modi strani, in cui trasparivano i difetti dell’indole. E Luscià ne aveva molti, e tali che avrebbero dovuto impensierire il marito, se l’innamorato l’avesse permesso; tanto più ch’ella nella sua ignoranza non pensava punto a celarli.

Un giorno, a Firenze, Emanuele, entrando nella camera della sposa, assistette ad una scena singolare.

Luscià, in gonnella e veste scollata, colle braccia nude, si lavava le mani in un catino, che il cameriere dell’albergo le teneva, non avendo potuto deporlo sulla toeletta, ingombra di minuterie d’ogni sorta.

Il servo, inanimito dalla confidenza, divorandola cogli occhi, le teneva dei discorsi assai poco convenienti: ed ella sbellicava dalle risa, buttandogli manciate d’acqua nel viso.

Il conte impallidì: fe’ uscire lo sguaiato famiglio, il quale non gli risparmiò una mezza impertinenza; e per decoro bisognò tenersela. Alla moglie non disse nulla: — ella era tanto stupita dell’accaduto, che il conte attribuì il trascorso all’ingenuità e non si chiese allora se quest’ingenuità non significava mancanza di quell’istintivo pudore che nei paesi civili è la massima delle virtù muliebri.

Dimenticò la scena; la sua tenerezza era disposta a passar sopra a cose ben più gravi.

La sua gioventù soffocata in fondo al cuore dal dolore, dal dovere, gli montava al cervello: gli dava delle vertigini di imprudenza, di sregolatezza, e ridiventava fanciullo, diventava spensierato come non s’era sentito mai, neppure a diciott’anni.

Aveva sposata Luscià per il sentimento tutto paterno di farle da educatore, per elevarla al livello del proprio mondo aristocratico; ma invece la zingarella lo aveva di botto precipitato dal sommo della sua serietà patrizia nella vita vagabonda, e lo trascinava per mano, ammiccando cogli occhietti procaci e misteriosi, per sentieri ignoti, tortuosi, lubrici, a sensazioni nuove, a desideri strani, credulo, confidente, ammaliato.

Dava negli eccessi di uno studente birichino che fa la sua prima scappata; si buttava alle più stravaganti pazzie, con una foga di cui rideva egli stesso, incantato di trovarsi così vivace e brioso.

La loro vita era il rovescio dell’ordine, dell’abitudine; in cui tutte le convenzioni della giornata, dell’orario, andavano capovolte.

Giravano la notte per le vie remote, scorrazzavano per la campagna, irrompevano nelle osterie rustiche, si facevano imbandire una cena, mettevano tutto a soqquadro, vi improvvisavano un ballo, un festino, riddavano il trescone, poi, ad un tratto, buttando una manciata di monete in mezzo a quella folla che la loro follia aveva radunata, eccitata, raggirata, scappavano via di corsa, sparivano come folletti capricciosi. Emanuele portava di peso Luscià nella carrozza che aspettava nelle tenebre, ve la buttava ridendo come un matto e soffocandola di baci. Tornando tardi, picchiavano alla porta dei caffè del sobborgo, si facevano aprire per prendere un rinfresco, bevevano nello stesso bicchiere, si buttavano acqua in viso, ed uscivano lasciando un concetto assai poco onorevole di loro agli avventori, ai seri fannulloni, ai giocatori gravi e imbronciati, e uno ottimo al tavoleggiante che regalavano liberalmente.

In queste scapestrerie il più spinto era naturalmente Emanuele. Luscià ci si trovava nel suo elemento, e aveva in fondo tutta la calma dell’intenzione. Ma vi si mostrava insaziabile.

Egli aveva le idee più arrischiate, più bizzarre, ella i gusti più godiglioni. Egli si stordiva, si inebbriava, si stancava delle cose più stravaganti; ella invece se la spassava e trovava sempre l’agio di succhiarsi con quiete qualche leccornia prelibata: — Alternava i baci e le pastiglie: i baci per lui, le pastiglie per sè. Non partecipava ai trasporti del marito, ma sapeva però destramente sfruttarli: essa aveva in quei momenti sempre qualcosa da chiedergli, che bisognava assolutamente darle e senz’indugio.

Una volta, alla Spezia, erano usciti in barca per una gita a Porto Venere, ma Luscià era di malumore; attraversando la città s’era invaghita di un cappellino esposto in una vetrina, ed Emanuele non era stato pronto a soddisfare il suo desiderio. Ma, accortosi della sua dimenticanza, dalla cera rannuvolata di lei, quando già erano lontani qualche miglio da riva, fe’ voltar indietro la barca, corse dalla crestaia, comprò il cappellino. Ritornati in barca, un temporale li sorprese, cadde un grande acquazzone che sciupò il regalo, mandò a monte la gita, per cui egli aveva data parola a tanti amici suoi. A Luscià non rincrebbe nè l’una, nè l’altra cosa.

I suoi capricci, una volta soddisfatti, svanivano, ma non ammettevano replica. Oramai, senz’accorgersi, il conte comprava, si può ben dire, tutte le sue carezze; il desiderio di avere un sorriso, una smorfietta di più, lo spingeva a spese inutilissime; non tornava mai a mani vuote.

Quando usciva per città, tutto ciò che le dava nell’occhio Luscià lo voleva.

Fu a Firenze ancora che accadde un’altra scena spiacente. Erano stati a Ponte Vecchio da un orefice per una qualche compera. Contrattata la mercanzia ed usciti dalla bottega, a un cento passi più in là, li raggiunse un commesso tutto sconvolto e li pregò di guardare nel pacco se, per isbaglio, vi fosse entrato un anellino di brillanti, che stava sul banco del suo padrone. E intanto sbirciava, con sospettosa timidezza, la borsa ricamata che Luscià teneva al braccio, e finì col pregarla di guardare anche là. Il conte si risentì, strapazzò il ragazzo, gli diede il suo nome e il suo indirizzo e rientrò tutto indignato di quella petulanza. Alla sera Luscià, tirando dalla borsa il fazzoletto, fe’ cadere l’anellino. Non arrossì, non si sconcertò, non si mostrò sorpresa, e il conte, senza chieder di più, timoroso di approfondir la cosa, corse dall’orefice a pagargli il gioiello.

Nel ritorno si trattennero alcune settimane a Milano, che, più di tutti gli altri paesi visitati, piacque a Luscià per la grossa giocondità delle sue usanze.

Vi si apriva la stagione musicale d’autunno; in mancanza della società signorile, fuori a villeggiare, v’era il solito concorso di forastieri, di artisti teatrali, di virtuose, col loro codazzo di protettori, di patiti, di parassiti, di ricattatori, una folla allegra, chiassosa e crapulona, che cominciava a vivere alle sette di sera, all’ora dello spettacolo, e che, uscendo, invadeva tutti i caffè, tutte le osterie, le bettole della porta e vi menava baldoria sino alle prime ore del giorno.

Quel mondo somigliava, almeno per la vita vagabonda e sregolata, alla razza di Luscià. Le affinità non tardarono a manifestarsi.

Alla Scala fu ben presto avvertita quella strana personcina dagli sguardi sfolgoranti.

Quando si seppe che ell’era una donna di condizione, che quella perla di venturiera era legata in un vero ed autentico blasone, la curiosità non ebbe più limiti; attirò tutti gli sguardi verso di lei, e il suo palco, per l’intromissione di qualche amico, fu ben presto preso d’assalto dai galanti più in voga. Fu una processione di gilè bianchi, di cravatte enormi, di pettinature meravigliose, di vagheggini sfatati, di nobili venturieri e di venturieri arricchiti.

Emanuele sentiva, da principio, un po’ di ripugnanza per costoro; ma il gusto di primeggiare era così naturale in Luscià, così innocente, eppoi la rendeva così seducente, così bella, ch’egli non seppe negarglielo.

Quanto a lei, preferiva, fra i suoi corteggiatori, i meno ammodo, i più matti, i più vivaci e meno educati. Questi allontanavano gli altri, e travolgevano i due sposi in una baraonda di concerti improvvisati, di festicciuole scapigliate, di serenate, di veglie, di conversazioni, in cui non si discorreva — si strepitava, si rideva, si faceva baccano.

Il mezzo con cui tutta questa gente, uomini e donne, riusciva ad imporsi, era uno solo: una fervida, schietta ammirazione per Luscià.

Ella li attirava senza volerlo, poi, una volta fatte le relazioni, alle prime parole la dimestichezza nasceva una dimestichezza di giochi, di scherzi, di pettegolezzi, non profonda, ma invadente. Emanuele si trovò invischiato senza pur accorgersene. Al caffè, al teatro, nell’albergo, le conoscenze gli fioccavano intorno, come falene intorno alla fiammella; e la fiammella era quello stesso fascino, a cui il suo orgoglio patrizio s’era bruciacchiato l’ali per sempre.

XIII.

Finì, tuttavia, col disgustarsene.

Egli era in obbligo di fare una visita sul lago ad un generale, amico di suo padre, vecchio celibe, senza famiglia. Per risparmiare alla sposa una noia e salvare una quantità di convenienze, risolse d’andarci solo. Doveva trattenersi fuori una notte.

Luscià rimase colla cameriera, che il conte le aveva presa per la sua dimora in Milano. Costei, una specie di Suson, intrigante di professione, scaltra ingannatrice di mariti, non trovava il suo tornaconto nella tolleranza del conte, che rendeva inutili i suoi talenti.

Tanto per non perdere la mano, colse dunque al balzo quell’occasione per suggerire alla sua padrona, che — secondo il suo costume coi servi — le accordava una grande confidenza, uno dei suoi segretumi.

Sapendo che Luscià ammattiva per la coreografia, ella, che aveva un fratello o un cugino ballerino alla Scala, le propose di farlo venire con una squadra di compagni e di compagne, tutti in costume, ad eseguire, per lei, qualcuno dei passi che più incontravano nel ballo della stagione: La caduta di Missolungi.

A questo primo disegno, ella aggiunse poi la cena con degli inviti, — insomma una vera e completa baldoria; felice di completare la cosa coi suoi lucrosi ripieghi da mezzana, pensò ella stessa alla spesa, mettendo a pegno qualche gioiello della padrona.

A mezzanotte la compagnia era a tavola nel salotto quando capitò il conte.

Egli aveva trovato il generale infermo, perciò, fatta la sua visita, era, senz’altro, ritornato indietro.

Non rimase poco sorpreso; ma, da vero gentiluomo, dissimulò la contrarietà che ne sentiva, e pigliò la cosa con tanta buona grazia, da far credere che tutto fosse stabilito col suo consenso.

Luscià, benchè non troppo turbata, andò, per consiglio della cameriera, che amava il drammatico, a buttargli le braccia al collo e a chiedergli perdono.

Egli non la lasciò parlare, e le disse sottovoce, con atto rispettoso: — tu sei la padrona.

Poi l’aiutò egli stesso a far gli onori dell’ospitalità alla strana brigata, e volle che si compisse esattamente il programma concertato.

Il banchetto terminò allegramente, con un’infinità di brindisi burleschi, largamente inaffiati di sciampagna.

Il conte, per una liberalità eccessivamente scrupolosa, non aveva voluto far le cose a mezzo; i fattorini servivano gl’invitati senza discrezione.

Poi si levarono le tavole, i suonatori invitati trassero i loro strumenti, e, al suono della piccola orchestra improvvisata, i Clefti e le Albanesi e i Giannizzeri fecero i loro passi.

Terminata la lunga serie di capriole, di prilli, di scambietti, di catene, di intrecciamenti, tutta la compagnia si abbandonava alle danze, che si protrassero a lungo, tumultuose, senza ritegno.

Quella genìa irriverente, chiassona, inanimita dalla complicità della padrona, dalla condiscendenza del conte, dal vino tracannato a garganella, trascese a degli eccessi straordinari.

Il festino prese, bel bello, l’andamento dell’orgia.

Gli sposi occupavano cinque stanze al primo piano della Bella Venezia; il piccolo quartierino fu invaso da cima a fondo senza riguardo al mondo, messo nel più grande scompiglio.

Il conte, per la singolarità della sua posizione, ripugnandogli di far la parte di rustego di commedia, non volle adoprar altro freno che la dignità garbata del suo contegno, il quale da solo non serviva guari.

Egli stesso dovette, con bella maniera, schermirsi dai trasporti di ammirazione, di tenerezza, che la sua indulgenza destava nei cuori sensibili delle albanesi. Non poteva incantucciarsi un momento, senza che ne avesse una sulle spalle o sulle ginocchia, e senza sentirsi sotto il naso l’alito avvinazzato e ardente di una baccante inuzzolita.

Quanto a Luscià, riavutasi facilmente dal leggero sgomento, ci pigliava un gusto matto, rideva, saltellava di gioia, non stava ferma un minuto. La cameriera le aveva ben sussurrato il sospetto che il marito celasse la sua collera, per isfogarla poi a quattr’occhi; ma i suoi modi, il fare di lui l’avevano interamente rassicurata. Quando ella gli passava vicino, scrutandolo cogli occhi in viso, per scoprirvi le secrete intenzioni dell’animo, egli le stendeva amichevolmente la mano e le sorrideva bonario, premuroso, come al solito. Una volta anche le aveva fatto fare un giro di valzer, e nel ricondurla a sedere, stringendole il braccio, le aveva detto: — ti diverti? — come sempre usava quando la menava a qualche sollazzo.

Il baccano continuava intorno; egli non pareva aver occhi che per lei.

Del resto Luscià non faceva, come si dice, nulla di male; sfogava il suo talento naturale dello schiamazzare, il suo ardore infantile di muoversi, di sparnazzare, di scalmanarsi, null’altro...

Eppoi, sotto gli occhi del marito, nessuno le mancava di rispetto.

Però il conte, per quella notte, fece una gran prova di pazienza. E quando la brigata gli fe’ la grazia di andarsene, ed egli, data l’ultima stretta di mano, potè chiudere la porta dietro a quella mascherata fastidiosa, diè in un grande sospiro di sollievo.

Attraversò l’appartamento, corvettando fra le sedie rovesciate nell’ultimo congedarsi, e si ritirò nella camera.

Luscià s’era buttata, vestita, sopra il divano, stanca, pesta di fatica, non sazia, fantasticava cogli occhi spalancati, accesi, come fosse nella sua vecchia tenda, dopo i lascivi contorcimenti del tanâna. Intorno i segni del baccano che era penetrato fin là; i tappeti voltolati, spiegazzati, i cuscini buttati a terra; le cortine del letto aperte, attorcigliate sui bracciuoli, lasciavano intravedere il letto sconvolto, una sedia colle gambe in aria al posto dei guanciali, i guanciali rovesciati a mucchio nel corsetto, le coltri trascinate sul pavimento; profanazione ed oltraggio non casuale alla vereconda poesia del talamo.

Un lurido, ributtante disordine, un’atmosfera densa di polvere, di fumo, di moccolaia, un tanfo acuto di vino e di tinello.

Il conte socchiuse la finestra.

La brigata si spandeva cantando e sghignazzando nella strada; sull’angolo di San Fedele un gruppo di ballerini aveva preso d’assalto un fiacre, e altercava col cocchiere, che si opponeva al carico soverchio; correvano bestemmie grossolane, grida, minaccie, strilli acuti di donna.

Al lume tremulo di un lampione si vedevano gli alti cimieri e i turbanti ottomani, — le aste levate in alto facevano alla scherma colla frusta prosaica del fiaccheraio.

Il portinaio dell’albergo chiudeva brontolando.

Emanuele allibì; comprese l’eccesso cui era trascorso.

Non accusò che sè stesso, non si vergognò che di sè. — Egli, il suo sensualismo cieco, la sua foga intemperante di divertimenti, erano la causa di tutto.

Sentì un cocente rammarico del pericolo, delle sconvenienze cui esponeva la sua sposa, egli il suo custode, egli il suo educatore; — un vivo bisogno di farne una riparazione, di rialzarsi nella sua stima, di chiederle perdono.

Ella, augellino smarrito, gettato sopra un letamaio, vi si dibatteva; — povera innocente, ella avrebbe dovuto guardarsi dal male in cui lui, fanciullone di quarant’anni, la precipitava, con tutta la furia viziosa di una tarda giovinezza?

Riparò in fretta, con mano sdegnosa, il disordine, — spense i lumi, testimoni dell’orgia. Il crepuscolo discreto e tranquillo dell’alba, penetrando fra i pizzi delle cortine, ricondusse nella camera un soave candore di raccoglimento e di purezza.

Le pupille di Luscià lucevano nella penombra e lo seguivano inquiete.

Emanuele, quand’ebbe rifatto alla sua adorazione la sua nicchia casta, vereconda, si accostò al divano, si inginocchiò in silenzio.

Una mano s’insinuò, timida e molle, come un invito, entro i suoi capelli, e scese a carezzargli il collo; egli la prese, la baciò riverente, a fior di labbra; poi si alzò, attraversò riguardoso, in punta di piedi, la camera.

La cameriera, che origliava alla porta, spiando lo scoppio delle violenze presentite, lo vide, al fioco barlume mattutino, ritirarsi quetamente nel suo studio, stupì della sua calma, e sospettò fosse matto o peggio, — chissà cosa...

Ma quando, alcune ore dopo, fu congedata, e seppe che i padroni partivano alla volta del Piemonte, tornò a raccapezzarcisi a modo suo, andò intorno a spargere e commentare la notizia, a compiangere la contessina, la quale, povera vittima, si vedeva, partiva di mala voglia, e che feroce vendetta la attendesse, Dio vel dica; il marito era falso, brutale, un piemontese e basta.

XIV.

Gli sposi tornarono a Peveragno verso il fine di settembre.

Trovarono il castello queto, silenzioso, come lo avevano lasciato; solenne, ma non triste; il sole sfavillava nei vetri e avvivava i mille colori autunnali dell’eriche e dei muschi, temperava l’austera maestà dell’alte muraglie brune.

Emanuele era sereno, quasi ilare, ricuperava, nell’aria salubre del suo paese, i suoi pensieri, i suoi ideali, la parte migliore di sè stesso.

Egli pensava alla profonda credenza latina, che perpetuava l’anima di una famiglia in un campo e in una casa.

Così, mentre i suoi sensi scorazzavano, ignari di sè, il suo spirito, il buon lare di Peveragno, era rimasto là nel cuore del maniere feudale, nel viscere dell’antico torrione, ed ora gli dava il bene arrivato.

La carrozza saliva lentamente l’erta di San Nazario, e il conte, tenendo per mano la sposa, faceva i più bei sogni di domestica pace, di gioia onesta ed uguale. Egli le raccontava le vecchie usanze della sua casa, e vi ricamava su i suoi disegni d’avvenire.

Luscià, che per viaggio era stata sempre sonnacchiosa, diventava inquieta, nervosa.

Si guardava intorno impaziente.

— Siamo arrivati, sei contentai le chiese il conte. Ella rispose di sì, distratta.

Appena smontata dalla carrozza si buttò al collo di Nad, ch’era venuta ad incontrarla, la trascinò nella sua camera, si fe’ portar tutti i gingilli ch’ella recava seco dal viaggio, li sparpagliò per i mobili e fra lei e la vecchia seguì un lungo cicalìo in gergo.

Emanuele venne più volte all’uscio per vederla; il dialogo non finiva mai; Luscià rideva, sospirava, chiacchierava continuamente; egli non volle turbarle questo sfogo naturalissimo; — e sempre tornò indietro.

A cena ella si mostrò stanca. Si ritirò subito dopo.

Il conte discese in giardino.

La notte era tiepida, molle, tranquillissima. Dei vapori, leggere nuvolette, lambivano le falde della collina. Il cielo, coperto di una rada caligine, pareva un velo trapunto di diamanti.

A un tratto gli parve intravvedere una bianca figura, che filava dietro le piante, dove l’erba era più fitta, — spariva dietro le siepi e i filari, correva rapidissima.

Attraversando un lembo del prato, il suo profilo si disegnò un minuto sul nero cupo dell’erba.

Emanuele chiamò Luscià.

Ella si fermò... venne alla sua volta.

— Dove vai? le chiese.

Esitò un poco, poi rispose:

— Venivo a cercarti.

— Come sapevi ch’ero qui?

— Me l’ha detto Nad.

— Ma Nad non era coricata?

— L’ho fatta levare per mandarla a vedere.

Il conte non insistette.

Le prese il braccio: passeggiarono.

Nelle aiuole alcune rose esalavano l’ultimo loro profumo a quell’estremo sorriso della stagione: sulle siepi i grisantemi fioriti mettevano una nevicata precoce.

Il conte le parlava con una tenerezza grave del suo avvenire, delle sue speranze, del suo affetto.

Ella si penzolava a lui e sonnecchiava un poco.

Rientrarono; il conte l’accompagnò sino all’uscio della sua camera.

Si ritirò nel suo appartamento: non si sentiva di dormire. Spense il lume e si gettò vestito sopra un divano.

Dopo mezz’ora intese distintamente una leggera pedata attraversare la galleria attigua e scender giù per la scaletta.

Uscì, ridiscese, — trovò la porticina del giardino socchiusa.

Egli si rammentava ben d’averla serrata a doppia mandata: difatti la stanghetta sporgeva dalla toppa, ma il contrafforto era levato. Qualcuno aveva aperto di dentro, poi, uscendo, riaccostati i battenti.

Egli andò fuori, percorse smanioso i sentieruoli del giardino, s’inoltrò fra le macchie del parco, chiamò Luscià per nome.

Alla fine si vergognò; tornò indietro lentamente.

Era strano però!

Sedette sugli scalini dell’uscio: chi era uscito sarebbe rientrato...

Ma non era tranquillo, come avrebbe voluto; s’indispettiva del proprio dispetto. Voleva ridere di sè — e trovava il tempo enormemente lungo.

S’alzò venti volte, e tornò a sedere.

Poi tornò a passeggiare.

All’angolo del pergolato si trovò faccia a faccia con Luscià.

— Dove sei stata? le domandò.

Egli l’avea lasciata qualche ora prima sfinita, che cascava dal sonno: la rivedeva sveglia, ansante, accesa da una corsa precipitosa, coi capelli sciolti e le vesti scomposte.

— Dove sei stata? ripetè.

— In nessun luogo, rispose Luscià un po’ intimidita.

— Ma cos’hai? tu mi nascondi qualche cosa.

Ella rimase interdetta.

— Perchè sei uscita?

— Sentivo caldo.

Emanuele si rabbonì, — quel gigante aveva viscere d’indulgenza materna.

— Perchè non me l’hai detto? t’avrei fatto compagnia.

— Non osavo.

Il marito le prese la mano: era ghiacciata.

— Perchè non osavi?

Sedette, la tirò sulle ginocchia.

— Sai bene, che io voglio contentarti in tutto... Hai le pianelline infangate.

— È la rugiada.

— Guarda, tu sei andata sull’erba, — hai la veste tinta di verde.

— Sono caduta.

— Ti sei fatta male?

— No.

— Sì; il tuo braccio sanguina.

— È una spina che m’ha graffiata.

Emanuele riprese, intenerito, mezzo ridendo:

— Senti, carina, tu non mi fai mica de’ sotterfugi?

Ella sorrise.

Il conte sentì dileguare tutte le sue inquietudini ad un tratto: ell’era così tranquilla...

— Io mi dimenticavo, disse, che tu sei una piccola selvaggia, che hai bisogno di boschi, dell’aria aperta, della rugiada, — di correre, di saltellare sull’erba. Ma senti, — quando ti pigliano di questi gusti, dimmelo. Correremo insieme, salteremo insieme.

Ella fe’ cenno di sì, seria seria.

Emanuele rise della sua serietà, le raccontò come quand’era ragazzo, nella profonda malinconia del castello, egli s’annoiava e si rattristava. Mattina e sera, dicendo il paternostro, dopo aver chiesto al buon Dio il pane quotidiano, aggiungeva a mezza voce con un sospiro: — ed un camerata!

— Il camerata è venuto, un po’ tardi — ma faremo di riguadagnare il tempo perduto, disse prendendola sulle ginocchia con infantile vivacità e buon umore.

XV.

Così era sempre lui che discendeva al livello di lei.

Curioso però: questo fascino pareva in lei involontario; si prestava per compiacenza alle bizzarrie ch’ella ispirava senza quasi parteciparvi. Il conte non poteva restar tranquillo con lei — ella serbava sempre, sotto una vivacità superficiale, una grande padronanza di sè stessa, e anche una grande freddezza.

La sua stravaganza era natura, caparbietà, condiscendenza, non mai passione.

Tuttavia il conte cominciò nei dì seguenti a pensare davvero all’educazione di Luscià. Volle farle egli stesso da maestro, per non cedere ad alcuno le primizie della sua intelligenza.

Le diede con la massima gravità, tutte le mattine, lezione per un’ora o due, e si sforzava di conservare la sua gravità. Poi nel pomeriggio le teneva dei lunghi discorsi per farle intendere come dovesse comportarsi in casa e fuori.

Per questo egli aveva scelta la camera della madre, per dar una certa solennità alle proprie parole e sopratutto per essere sicuro della propria serietà. Le parlava della contessa, cercando nell’esempio di lei l’insegnamento per la sua Luscià: la memoria della madre, evocata come un angelo tutelare, gli ridava in quell’ora la dignità e la calma riflessiva del suo carattere. Ridiventava il protettore del primo loro incontro.

Ma ella non era più la piccola vagabonda riverente di allora. Quel luogo non le faceva più l’effetto di prima; ci s’era avvezzata e ci si annoiava: quella penombra malinconica le dava un sonno molesto, pesante, ostinato. Quanto al ritratto della signora, aveva perduto per lei il suo carattere soprannaturale dell’idolo; e tutte le apologie figliali di Emanuele non valevano a sostituirvi un’altra influenza: in fin dei conti era immagine d’una donna — per bellezza Luscià ne aveva incontrate di meglio, e del resto, della virtù, delle qualità morali già non si vedeva nulla — poi ella non doveva farne gran caso. Era ben vestita, ma ella poteva fare altrettanto.

Docile, obbediente, ella non si ribellava a quella noia di tutti i giorni — ma gli sbadigli sempre più frequenti delle sue labbruzze di carmino, la nervosa irrequietudine delle sue manine nelle frangie della sedia, i moti, gli scatti repentini della sua personcina rivelavano il suo supplizio.

Il conte faceva la vista di non accorgersene, felice della propria resistenza; della quale poi faceva ammenda colle condiscendenze meno ragionevoli.

Appena usciti di là si sprofondavano insieme nelle macchie del parco, nel più fitto dei cespugli, — ed egli, da quel grande ragazzo che era divenuto, era il primo a darle il segno della gazzarra. Egli stesso aveva, più di lei, bisogno di sfogo. La trascinava di corsa, la portava di peso sulle braccia, si abbandonava a dei matti trasporti. E la povera influenza che poteva aver guadagnato col suo contegno sfumava così ad un tratto.

Luscià faceva poco profitto delle lezioni. Aveva preso presto una vernice superficiale, — ma oltre a questo, null’altro. Una certa speditezza nel parlare era tutto per l’istruzione, una certa grazia chiassona nel vestire, una certa morbidezza di maniere, una certa pigrizia di gusti era tutto per l’educazione.

La zingarella era scomparsa, ma la dama non appariva.

Quei tre mesi l’avevano cambiata all’epidermide, — ma sotto, chi poteva vedere?

L’indole petulante erasi raccolta dentro ad una crisalide di seta: ne sarebbe uscita bruco o farfalla?

Il conte confidava nei primi tempi di trarne una buona, una affettuosa mogliuccia, una savia, un’adorabile damina.

Intanto però ella era qualcosa d’indefinibile; una specie di enigma; la sua stranezza meno farfallina aveva qualcosa di più intenso e di più profondo. Il suo viso, nel quale non traspariva mai l’ombra di un sentimento, si accentuava in un proposito tenace, ostinato, incomprensibile.

E il marito credeva leggervi delle disposizioni serie alla vita domestica.

Egli aveva voluto confidarle le chiavi della casa ma ella non era buona di trattar coi servi: il loro rispetto, il loro riserbo l’impacciava, le imponeva; ella non sapeva comandar loro nulla sul serio; volta a volta troppo impetuosa, troppo umile, troppo trascurata. Non fosse stata la tradizione severa della casa, li avrebbe guastati.

Poi quel materezzolo pesante le dava fastidio. Finì col darlo a Nad, la quale se ne valse per ficcare il suo naso dappertutto e satollarvi le sue ingordigie di mendica.

Ciò suscitò una seria tempesta e diede un serio impaccio al conte.

Aurelia la vecchia governante, avvezza da tanti anni al dominio reale della dispensa, della guardaroba, non potè rassegnarsi allo sperpero ghiotto che ne seguì: e se ne lagnò col conte.

Il quale si provò parlarne a Luscià.

— Tu devi tenere il governo della casa e non Nad.

— Vuoi dunque ch’io mi faccia tutto da me?

— No, ma tu devi ordinare, tu sola.

Finì coll’indurla a restituire le chiavi alla governante.

Ma da quel giorno Aurelia non ebbe più pace: — una guerra sorda cominciò fra essa e Nad, la quale, coprendosi della autorità della nipote, era infinitamente più forte di lei.

Luscià si lamentò col conte che la governante le faceva mancar tutto, che la maltrattava, che le voleva male.

Ciò era incredibile; il conte tentò di prendere le difese della povera donna; essa stessa, con tutto il riguardo della sua educazione, cercò di rabbonire la padrona, di persuaderla delle sue buone intenzioni, di dissipare rispettosamente le accuse che le si movevano.

Luscià sostenne, in presenza del conte, le sue lagnanze, ripetè con faccia franca che la malmenava, la faceva patire, trovò lì per lì dei fatti, delle prove, le colorì con la massima naturalezza.

E, si capisce, il torto rimase ad Aurelia; il conte le cedette l’uso di una piccola casetta in paese, ed ella dovette abbandonare, piangendo, colla morte nel cuore, il castello dov’era cresciuta, dov’era invecchiata, dove tutta la sua vita, onesta, laboriosa era trascorsa, lasciandovi tutte le sue abitudini, tutte le sue affezioni.

Nad era sempre l’unica confidente di Luscià.

Ella la vestiva, l’abbigliava, l’infronzoliva come una bambola; era, con lei, tenera, umile, servile ed anche esigente ed imperiosa; aveva l’autorità di esserle utile e necessaria.

Luscià non l’avrebbe lasciata un momento.

Ella non si affezionava punto nè alla casa, nè al paese.

Nel castello era sempre, come al primo giorno, un’ospite incomoda, non la signora; la zingara e il vecchio maniere non se l’intendevano punto, non si compenetravano.

Fra’ suoi istinti e quella veneranda chiocciola di una razza di potenti, v’era sempre la ripugnanza di due mondi diversi.

Non si sentiva bene che nella camera; e bisognava vederla quella camera! disordinata, piena di confusione come una tenda.

La giocondità grave e profonda della vendemmia si spandeva per le campagne; i vigneti, tinti di tutti i colori autunnali, gaia decrepitezza della verzura, erano pieni di canti, di operosità; dolci nenie la sera salivano il colle, accompagnate dallo stridere dei carri sopraccarichi di tinozze e di arbie ricolme.

Luscià non amava nulla di tutto ciò.

Il suo trattenimento favorito era di star seduta dinanzi allo specchio, ridendo con Nad o cantando sulla cobza, ch’ella e la nonna sonavano benissimo, le melodie imparate a Milano; le melodie facili, allegre, erano quelle che preferiva.

Qualche volta i suoi ghiribizzi da zingara la pigliavano. Ella scorazzava allora per la campagna, squarciando filari, strappando tralci, imperversando come un animale malefico, per involare un grappolo di uva, che mordeva furiosamente, assaporandovi la voluttà del furto riuscito.

Il conte, testimone di queste scene, ne rideva di gran cuore.

Dell’altre volte si vestiva di tutto punto, si copriva da capo a piedi di gingilli, di gale, di pizzi, di merletti, di nastri d’ogni colore, d’ori, di brillanti, e così attillata, mascherata, impennacchiata, ella montava in carrozza e si faceva menare, di galoppo, attraverso a sette od otto villaggi dei dintorni.

Lo scampanìo delle sonagliere della sua quadriglia, lo schioccar della frusta, lo scalpitar dei cavalli, spinti alla corsa sul ciottolato ineguale, invadevano, con violenza improvvisa, la pace sonnolenta, la morta quiete dell’abitato; tutti correvano all’uscio, alle finestre; le donne balzavano, con meraviglia paurosa, a schivar i bambini, facevano ala dalle due bande, atterrite, sgomente. E Luscià passava sdraiata nel suo cocchio, sorridente, superba, contenta.

Una sera alla cascina di Evasio, uno dei massai del conte, spannocchiavano il granturco. La famiglia ed i vicini sedevano in semicerchio dinanzi al portico, sulle pannocchie; i vecchi in mezzo sopra alcune sedie, dinanzi a loro la gente matura, poi più in là i giovani, come vanguardia in prima fila, e ai due lati in mezzo alle foglie i ragazzi. I vecchi sonnecchiavano un poco raccontando le cose d’una volta; gli uomini discorrevano di cose positive; qualcuno contava qualche storia ardita, suscitando fra le donne degli scoppi saltellanti di risa secche, di singhiozzi repressi.

I giovani cantavano:

L’ho trovata la fortuna Nel cantuccio dove batte Il chiarore della luna.

Poi il ritornello di voci stridule, infantili, lanciate a piena gola, si diffondeva:

E di pingoli, mingoli, ranplan, plan Chi n’ha poco, chi nulla, chi tan, tan, tan.

Le pannocchie intanto cadevano con ritmo affrettato e si ammucchiavano nel mezzo dell’aia. Un lumicino conficcato in una pilastrina del portico, col pretesto di rischiarare, lasciava nella dolce penombra le confidenze susurrate all’orecchio da due labbra carnose, i pizzicotti furtivi, le strette di mano sotto le foglie, gli sbagli di acchiappare un piede od un ginocchio in cambio di una pannocchia.

Il vinello andava in giro a inaffiare i soliti fichi secchi. Il silenzio e le tenebre profonde della campagna incorniciavano quella tranquilla giocondità rusticana.

Ad un tratto succede un tafferuglio; il lumicino, colpito, cade e scompare, le pannocchie volano alla cieca, all’impazzata, e, guarda alla testa! qualcuno irrompe in mezzo al crocchio, pesta gambe, rovescia petti; è un grande fruscìo, è uno scompiglio, un rifascio, una confusione da non dirsi. Poi, ad un tratto, silenzio, uno svolazzo di risatine che fuggono.

Cos’è nato? Chi si trova sepolto sotto un mucchio di foglie, chi una pannocchia in seno, chi col naso ammaccato; chi bestemmia, chi ride; si domandano spiegazioni, si accusano a vicenda; il diverbio si accende, ma finisce con una pronta riconciliazione, e coi soliti scappellotti di sicurezza ai ragazzi, — qualcuno cerca il lumicino per terra.

Doro, un grosso fanciullone di sedici anni, dice a Centino:

— Non hai inteso tu? mi è piombata alle spalle; fo per pararmi, mi volto, mi cade addosso faccia contro faccia, dei capelli lunghi mi cascano in bocca, negli occhi, e sento un odore, un odore buono! non hai sentito tu? l’ho ancora nel naso. Fo per tenerla, passo le mani alla vita, sento liscio come seta...

Ma lo zio Evasio piglia Doro pel collarino, lo leva di peso, e:

— Alla paglia, allocco, imparerai a far le chiassate...

Lo issa su per la scala a piuoli del fienile, suo appartamento notturno.

Quando l’ebbe visto ritirato, levò egli stesso la scala, per sicurezza, brontolando fra i denti:

— Diavolo di una contessina!

Una carrozza s’allontanava sullo stradone.

La prima quiete per quella sera non tornò più; i rabbuffi dei vecchi, gli scapellotti paterni non giovarono a rinfrenare quella ragazzaglia scatenata dalle gherminelle burlone; il vinello non puro, ma innocente da ogni male fatto, fu calunniato atrocemente. Una vena di umor birichino era entrata là in mezzo e vi accendeva razzi di monellerie infinite; soffocate qui, scoppiettavano più in là; le confidenze appioppate all’orecchio, le strette furtive, gli scambi nelle foglie furono innumerevoli...

Quando Evasio, alzandosi, prese il lume e pronunziò le parole d’uso: — grazie, a buon rendere, — Centino sfiorando il bordato di Agnese, fantasticava il liscio come seta, di cui Doro gli aveva parlato.

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