CASCINA E CASTELLO.
Reading edition
I.
Ad Ormeto e nei dintorni, parecchi si ricordano ancora di quando il castello, — uno dei più vistosi dell’Astigiana, — occupava tutta la spianata in cima alla collina e i suoi giardini scendevano giù a ripiani per le falde ed erano chiusi da un grosso bastione munito di barbacane, di spaldi e di guardiole che gli davano l’aspetto di una fortezza. — Costoro dicono che allora, proprio in faccia alla torricella esagonale, che difendeva la porta del bastione, a destra, sulla strada che da quella conduce al villaggio, giaceva una meschina casupola di contadini con una stalletta, un piccolo fienile e un po’ d’aia davanti: — si chiamava la Cascina della trena con voce del paese, che risponde alla toscana trapelo, perchè una volta, da tempo immemorabile, quelli che ci stavano avevano, con tanti altri obblighi, anche quello di venir colle loro bestie incontro ai veicoli del conte d’Ormeto giù nella valle, e quindi trainarli su per l’erta salita fin nei cortili interni del castello; la quale servitù, quantunque dichiarata nel 1771, con tutte l’altre feudali, redimibile da un decreto di re Carlo Emanuele III, aveva continuato ad esercitarsi, per avarizia o miseria dei gravati, fino all’epoca della conquista francese.
Finchè il castello mantenne intera la sua maestà, quell’abituro accosciato ai suoi piedi doveva far la figura del cane di san Rocco nelle immagini dei piloni rustici. Ma poi, poco alla volta, il castello era diventato una stamberga e la cascina un caseggiato vasto ed opulento.
La trasformazione aveva durato sessant’anni.
Quel che l’uno perdeva l’altra guadagnava. Era stata una lotta sorda, lenta, ma incessante, implacabile, a corpo a corpo.
La cascina aveva cominciato ad allargarsi quetamente fino ad occupare tutto il terreno che le rimaneva ai due lati; e s’alzò d’un piano.
Poi spinse innanzi due ali ai fianchi e attraversò la strada privata che girava tutto intorno sotto il bastione ed era una volta il fosso di questo, e venne ad appoggiarle al muro.
Poi, dopo un po’ di sosta, un bel giorno sfondò il bastione, squarciò il terrapieno che stava dietro e spianatone un buon tratto, chiuse il suo cortile con un gran portico che congiunse le due ali. La torricella del portone feudale, rimasta serrata in un angolo, nascose vergognosa i suoi merli sott’una gronda plebea e si mutò in piccionaia.
Poi la cascina diventò casa civile e gettò il rustico dietro le spalle, facendo per questo un’altra breccia nel muro e un altro squarcio nel terrapieno signorile.
Poi tutto il bastione fu levato e i suoi materiali servirono alla fabbricazione di un altro portico e d’un’altra stalla smisurata, che sorsero dal lato opposto della collina.
Allora la cascina si spinse arditamente innanzi dalle due bande e si strinse intorno al castello: poi prese a scalzarlo, a cacciarvisi sotto, a ficcarvisi dentro, a scavarne le fondamenta, a strappargli le viscere, a scrollarlo, ad abbatterlo.
La facciata e i due corpi laterali caddero ad un tratto lasciando aperto il cortile. E cadde con essi il grande terrazzo della facciata, rudere venerando dell’epoca longobarda, sul quale nelle solennità della famiglia si alzava lo stendardo stemmato; e al suo piede dalla parte di fuori s’appoggiava una volta la tribuna di pietra donde il signore amministrava la giustizia. — Sparirono allora il doppio portico a centine e i vasti cameroni del pian terreno.
Dopo qualche anno si misero le piccozze e le zappe nel fabbricato del fondo, corpo principale del castello, che mostrò le sue viscere lacerate, i suoi appartamenti storici, dove hanno alloggiato D. Ferrante Sanseverino principe di Salerno e Bernardo Tasso: — spaccati da cima a fondo i suoi anditi pieni di misteri e di tradizioni, le sue alcove ricche di memorie e di segreti: — le costruzioni di tanti secoli accatastate l’una sull’altra, sepolte l’una sotto l’altra, veri strati di una storia famigliare e patrizia, i macigni rozzi dell’età remote, gli edifizi semigotici della media, i barocchi dei tempi più vicini, le colonne tozze, senza base, dai capitelli mostruosi, i solai a modiglione, gli stretti fenestrelli binati, le lesene, gli stucchi, gli stipiti, le cornici dorate, i muri dipinti, vennero fuori ad un tratto per sparire insieme in un sol mucchio, per confondersi in un polveraccio comune, per diventare terra e macerie. Pareva venuto proprio l’ultimo giorno, per il vecchio maniere d’Ormeto. Ma ad un tratto, quando già metà della fabbrica era stata abbattuta, le picche si arrestarono come per incanto. — Si spazzò il terreno dai rottami, si puntellarono i muri rovesciati che ancora rimanevano in piedi, si turarono alla meglio le fessure. E sulla collina si fe’ silenzio.
Questa tregua dura da dieci anni.
La cascina si chiama ancora con questo nome, e i proprietari di essa sono ancora chiamati quei della trena.
II.
Al castello, nell’antica stanza matrimoniale, sta agonizzante la vecchia signora Maria Cristina Matilde di Roveglio, contessa vedova del conte d’Ormeto, di Ronco e di Valonghera, che fu dama d’onore della regina Maria Teresa.
Al suo capezzale, seduta colla testa nascosta fra i guanciali, v’è una giovine donna: — la contessina Maria. Ha poco più di ventun’anni ed è la terza volta che assiste ad una agonia; ha perduta la madre, poi il padre: se ora le muore la nonna, resterà sola al mondo.
A piè del letto v’è un omaccione membruto con abito fra il contadino e l’operaio; colle braccia conserte sul petto fissa, cogli occhi inebetiti dal dolore, la morente.
Gli arredi della stanza ricordano una grande ricchezza passata e rivelano una più grande angustia presente: il letto, vasto e pesante mobile del tempo dell’impero, ha perdute le sue dorature: il baldacchino rotondo di damasco violetto ha le cortine sfilacciate ed ha perdute le ghiande d’oro: le sedie hanno i cuscini pieni di strappi e di rimendature: il vasto specchio della console è tutto macchiato: le tende di velluto delle finestre sono sbiadite e corrose dalla polvere. Una meschina lucernetta ad olio gitta su quello squallore dei riflessi fiochi e sinistri.
Le ore vanno lente e pesanti: il silenzio profondo non è interrotto che dal respiro affannoso della contessa, la quale abbandona sul guanciale il viso smunto, emaciato, più bianco della trina che lo cinge.
Entra il pievano in punta di piedi, s’accosta riguardoso al letto, esamina la malata lungamente: la saluta, le susurra qualche parola di conforto. Poi si ritira presso all’uomo che è nella stanza e gli dice sottovoce:
— È molto tempo che è così?
— Da stamattina.
— Non parla più?
— No, quando la signorina le rivolge la parola, la guarda, sembra conoscerla, sembra capire quel che le dice, ma non risponde.
— Il medico è venuto?
— No, da tre giorni non s’è fatto veder più: sono stato a chiamarlo oggi e mi ha strapazzato: dice che non c’è più nulla da fare.
Il prete crolla il capo dolorosamente e dopo qualche minuto soggiunge:
— Sapete, Pasquale, cosa dovete fare? Qui sotto alla Cascina della trena è arrivato da ieri il sor medichino. Chiamatelo lui.
Pasquale s’incammina verso la porta e poi torna indietro.
— Debbo dirgli che è lei, che lo prega di venire?
— No, no; fate voi come voi.
Pasquale esita un po’, poi si dispone ad uscire; ma la contessa fa un gemito doloroso che lo arresta sulla porta: essa si agita, fa degli sforzi per parlare; il pievano e Pasquale accorrono presso di lei; la contessina alza il capo attonita.
— Che vuole? — chiedono tutti e tre in una volta.
La contessa raccoglie tutte le forze e con un filo di voce risponde:
— No... non... vo...glio colui!...
— Chi?... — domanda il pievano perplesso.
— Il medichino? — soggiunge Pasquale; egli ha indovinato perchè la contessa fa cenno di sì.
— Perchè non lo vuole? — entra a dire la contessina, — egli può ordinarle qualcosa che la sollevi, le faccia bene.
La vecchia le gitta uno sguardo imperioso, quasi collerico, e ripete boccheggiante: — ... non voglio.
Poi rovescia il capo da una parte, la bocca le si torce convulsa, le pupille le si nascondono sotto le palpebre: il rantolo si fa più stridulo e intermittente.
— Oh nonna, nonna mia, — grida la giovinetta. — Ella muore.
— No, forse non è che uno svenimento; s’è inquietata un poco... se aveste qualche cosa da darle... un po’ di vino... presto, Pasquale, un po’ di vino.
Pasquale rimane ancora perplesso: il suo volto vergognoso vuol dire che non v’è in casa una sola goccia di vino.
Però il vino non serve più. La contessa è proprio agli ultimi istanti della sua vita, le sue mani si irrigidiscono, il suo viso si scolora, la sua bocca si spalanca, il suo respiro si affievolisce rapidamente.
Il pievano dice a Pasquale: — Da basso c’è il figlio del mio massaio che è venuto a farmi lume per la strada, dite che corra dal sagrestano e faccia suonare l’agonia. — Poi estrae dalla tasca la stola e la pianeta, le infila prestamente al collo e al braccio e venuto presso il letto si curva sulla moribonda e le dice forte nell’orecchio: — Signora contessa: si faccia coraggio, si raccomandi al Signore, alla Vergine santa sua patrona; dica con me nel suo cuore: «Signore, sia fatta la vostra volontà, se volete lasciarmi ancora un poco quaggiù per servirvi, — e sia pur fatta, se volete chiamarmi a voi. — »
La contessina si slancia sul letto, getta le braccia intorno al capo della nonna e la bacia e la chiama e singhiozza miseramente.
Il prete la rimuove dicendole: — No, essa l’intende, e le fa pena. — E soggiunge nell’orecchio dell’ammalata: — Si raccomandi con tutta l’anima al Signore che le vuol bene, che vuol ricompensarla della sua sofferenza; dica: — «Gesù vi offro i miei dolori.»
Così continua a confortarla. Il vento autunnale soffia e stride per le commessure delle imposte e fa tremolar la fiammella fumosa della lucernetta: le tappezzerie mal ferme si incartocciano e gemono e i mobili scricchiolano dolorosamente.
La campanella della chiesa getta i rintocchi dell’agonia.
III.
I quali gocciolano giù ad uno ad uno entro la cascina, nel tinello dove sta raccolta la famiglia.
Il vecchio particolare Giacomo Bellardi della trena, che accasciato in un seggiolone di noce ricoperto di cuoio sonnecchia sui suoi ottantasette anni, dondola in cadenza il fiocco del berrettino nero.
Un giovane sul fior dell’età, d’aspetto e di abiti civili, che legge i giornali a un capo della tavola: Giulio Bellardi, nipote in linea retta del particolare. Egli ha lasciato lo stabilimento di Acquasana, di cui è direttore, e prima di ritirarsi a Torino, ove dimora, è venuto a passare alcuni giorni nella casa dei vecchi.
All’altro capo, la vecchia Martina, fantesca della casa, che fa la calza.
Seduto sullo scalino della stufa un omiciattolo, un figuro nero, tozzo, tarchiato, in camiciotto di maglia lordo di mosto, col suo bravo cappellaccio in testa e una pipa di gesso fra i denti.
La Martina interrompe la calza, tende l’orecchio, corruga la fronte e, come un orologio a cui si dà lo scatto, comincia a borbottare un deprofundis.
L’uomo della pipa se la leva di bocca, guarda Martina, e con uno strano sorriso domanda:
— È per lei?
— Fiant aures tuae intendentes in vocem deprecationis meae... sì.
— Oh stavolta il diavolo avrà il fatto suo, se ella non lo corbella.
— Speravit anima mea in Domino, — ha corbellato voi!...
— Peste! È qui Giacomo che fu troppo buono...
— E voi? bisognerebbe che avesse avuto a fare con me, la signora! — Quia apud Dominum misericordia...
— Se anche foste stata voi...
— Et nunc et semper et in secula seculorum. Amen... borbotta Martina; poi si leva gli occhiali e soggiunge con calma:
— Se fossi stata io quando Giacomo comprò da quello spiantato del contino il castello, avrei posto per condizione che la madre rinunziasse al suo usufrutto.
— E se questa non voleva?
— Eh! bastava tener duro; avrebbe voluto. Ma voi e Giacomo avevate una così gran furia...
— Sfido, c’era sotto il contratto anche il signor Tavella.
— Sì, per pigliar la roba a credito. Andate là; avete fatta una gran zappa. Almeno vi foste assicurati dei mobili!
— Oh, quanto a questi... non è uscito di là dentro un filo solo. Ho fatto buona guardia, io!
— Ah, buon cristiano! Altro che il filo e la tela! son andati le tovaglie di Fiandra, che ce n’erano dieci servizi; e le lenzuole quindici dozzine, tutte di quattro tele, nuove da far invidia... eppoi se ne è consumata ben più assai della roba... Maurizio, mettete un altro ceppo nella stufa.
Maurizio obbedisce premurosamente, e poi con il suo solito sorriso ripiglia a dire:
— Ma se si doveva lasciare che se ne servisse quella strega... che cosa volevate fare?
Martina gli volge un’occhiata di compassione e risponde:
— Se si doveva lasciare che se ne servisse, ecco io avrei detto: — Lei se ne servirà dei mobili, sì, ma prima si farà l’estimo e lei darà qualcuno di sicurtà che sia buono alla fine di risponderne. Eh? ve l’ho da insegnar io il modo? A voi che vi chiamano il Volpone? E lo siete in quel che vi riguarda.
Maurizio sputacchia sui tizzoni e china il capo sotto il rimprovero di Martina.
Ma questa non si accontenta di tal muto riconoscimento della propria superiorità, e ripiglia:
— Ho ragione sì e no?
Maurizio fa una smorfia come per inghiottire qualcosa che gli scotta la lingua, e poi con crescente condiscendenza risponde:
— Per dio, voi non dite mica male: ma chi allora pensava avesse a durar più la gatta del micino? Se voi me l’aveste detto...
— Allora non ero nulla qua dentro; erano in tanti a comandare!...
— Eh! lo so! Però chi la pensava giusto eravate voi.
Mentre essi parlano a mezza voce, il vecchio continua a sonnecchiare e il dottore rimane assorto nella sua lettura.
Il fuoco divampa e scoppietta allegramente nella stufa. L’Imperatore che sta sulla colonnetta dell’orologio, un Primo Console, che in una litografia del muro a sinistra è disperato di non poter passare il ponte d’Arcole, un altro Napoleone in faccia che è stufo di star seduto sopra una nuvola di cotone portata da due aquile, contemplano quella scena e sembrano impazienti di scender giù a scaldarsi anche loro.
Dopo una mezz’ora la campanella della chiesa squilla ancora più lugubremente.
— St? uno, due, — dice Martina, — è la passata, — è morta.
Maurizio cessa a un tratto di sorridere e di parlare.
Il dottore Giulio interrompe la lettura e domanda:
— Chi è morto?
— La contessa! risponde Martina, che sta già recitando il requiem.
Questa volta Maurizio non l’interrompe più.
— Povera donna! esclama il dottore ripiegando il giornale.
Il vecchio si sveglia di soprassalto e brontola:
— Ah!... finalmente... è morta... la vecchia!
Poi — cosa fa? — si alza barcollando, appoggiandosi al muro va ad un canterano, lo apre, ne leva un involto di carte.
Tutti lo guardano sorpresi. — Sembra uno scheletro gigante vestito alla foggia ridicola del secolo passato.
Egli ritorna barcollante al suo seggiolone, vi si lascia cadere, e, slegato l’involto con mano tremante, si pone a scartabellarlo.
Pare che non riesca a trovare quel che vuole, perchè s’impazienta e borbotta.
Allora il dottore gli viene accanto, e gli chiede:
— Nonno, cosa cercate?
— Un in...stro...mento.
— Aspettate, lo cercherò io. Ditemi qual è.
E il dottore prende il fascio di carte e si siede accanto al vecchio.
— Leggi...
Il dottore comincia dal primo che gli viene sottomano. — An huitième de la république: liberté, égalité, ecc. — È in francese, traduco: — «Rinunzia fatta dal cittadino Raimondo d’Ormeto al cittadino Giacomo Bellardi di un diritto di passaggio nell’aia di quest’ultimo. Per lire ottocento. — Non è mica questo?
— No.
— «1809 — 19 marzo. Cessione per lire seicento... L’illustrissimo signor conte Raimondo d’Ormeto cede al qui presente ed accettante Bellardi Giacomo il diritto di comunione del bastione prospiciente la costui casa con facoltà di fabbricarvi contro.» — C’è unita una procura con la data di Cagliari in Sardegna.
— Già... il sor... conte... era scapato col re in Sardegna... cedeva... per procura.
— Era agli sgoccioli, — osserva Maurizio.
— Continua, — dice Giacomo al nipote.
— Questi cosa sono? Atti di lite. — Atto di citazione innanzi alla prefettura d’Asti... l’anno 1816, addì 25 aprile. L’illustrissimo signor conte rappresenta come il Bellardi abbia demolito il bastione comune per tutta la lunghezza prospiciente la di lui casa... ecc. ecc....» Seguono molte comparse, ordinanze, e qui c’è la sentenza: — «La prefettura condanna Giacomo Bellardi a ricostruire il bastione e nelle spese.» — Era dunque vero?
— Eh! eh! guarda... — dice ghignando il nonno, — lì c’è l’atto d’appello al Senato.
— Sì, colla data del 9 giugno 1821... e con quella del 15 gennaio 1826 la sentenza del Senato di Torino... il quale... «ritenuto in fatto che dal complesso delle prove presentate a suffragio dell’attrice domanda non risulta un criterio di convinzione sufficiente, ecc.... ecc.... e che però si deve nel dubbio ritenere che il bastione sia rovinato per incuria di entrambe le parti... annulla la sentenza della Prefettura e dichiara tenute le parti a ricostruirlo a spese comuni, — spese per tre quarti a carico del conte di Ormeto e per il resto compensate.»
— Ah! non era vera la pretesa demolizione di cui vi si imputava, — esclamò il dottore, lanciando un lungo respiro di soddisfazione.
— Non avevano le prove! — dice Maurizio con una smorfia beffarda; — il dottore lo guarda inquieto, e pare volerlo interrogare, ma s’astiene.
— Egli continua ad esaminare le carte.
— Segue un atto di precetto per rimborso di spese giudiziali nella somma totale di lire 7776, e poi una corrispondente iscrizione ipotecaria sul podere di Ronco.
— E questa cos’è, una nuova lite? — «Denunzia di una nuova opera alla data del 3 luglio 1835, promossa nell’interesse del minore Rinaldo d’Ormeto.»
— Ah questo, glielo dirò io, perchè appunto in quell’anno io incominciai a fare gli affari di suo nonno, — dice Maurizio. — Il bastione, per cui si era tanto litigato, non fu mai ricostruito perchè ci volevano denari, e lassù cominciavano a discendere la china: le acque scolando dal giardino del conte allagavano l’aia; suo nonno fece più volte sollecitare il vecchio conte, ma senza frutto: poi egli lo fece avvertire che lo avrebbe ricostrutto a sue spese, ma che intendeva che la proprietà del muro nuovo restasse, come era giusto, tutta sua. — Lui, il conte a questa proposta voleva ammazzarci tutti: urlava, bestemmiava; un giorno venne sulla ripa del terrapieno con lo schioppo... è vero, Giacomo?
— Già, ei voleva sotterrarci, — risponde Giacomo.
— Ed è un pezzo che l’abbiamo sotterrato lui. Un bel dì quella carogna andò ai vermi: allora il suo nonno fece spazzare la frana del terrapieno, e in tre settimane fece alzare un bel portico, proprio qui, dove poi si fecero queste stanze.
— E i signori d’Ormeto? — chiese il dottore.
— Per un anno e mezzo restarono zitti; il vecchio conte aveva lasciato ai suoi eredi molta superbia e molti imbrogli; dopo, la vedova, la contessa Cristina, ora buon’anima, fece quella denuncia che lei ha in mano, ma la fabbrica era finita, e il giudice cantò chiaro al procuratore che in possessorio avevano torto, e che dovevano rivolgersi in petitorio per l’indennizzo.
— Cos’è sto pasticcio possessorio o petitorio? — domanda il dottore.
— Ah, lei non capisce. Ecco: sono due cose differenti, come in un coltello la lama ed il manico; chi abbranca la lama ci si taglia, ma chi impugna il manico arriva a tagliare. In definitiva, nel caso nostro, vuol dire che uno ad opera incompiuta può aver torto, ma a cose finite ha ragione o quasi.
Il dottore guarda Maurizio cogli occhi spalancati. Maurizio continua:
— Non avendo mezzi di ricominciare la causa innanzi al tribunale, si fece una transazione giudiziale, — guardi che la troverà, — una transazione per la quale quei del castello cedevano a suo nonno il terreno in cui erasi fabbricato il portico, e in compenso egli condonava al minore diverse annate di interessi che gli si dovevano per il credito ipotecario sul Ronco, che ha già veduto.
Il dottore rimane un po’ sopra pensiero, ma il vecchio gli fa cenno di proseguire: egli prende di malavoglia un’altra carta e dice: — «29 ottobre 1837, Torino: — vendita a termine di riscatto per tre anni fatta dal conte Rinaldo a Giacomo Bellardi.»
— È questo, nonno, l’instrumento che cercate?
Il vecchio fa segno di no.
— Ah! questo fu un bell’affare, — sclama Maurizio; — Martina, vi pare che allora abbia fatto il vantaggio di Giacomo? eh? il podere del Ronco; 35 giornate di terreno, e che terreno! servirebbe a concimare l’altro, tutto per sole lire 10,000 di cui 8,000 già pagate per l’ipoteca che avevamo messo su quei fondi.
— Ma come? non hanno pensato a riscattarlo?
— Ci hanno pensato, ma tardi: il figlio aveva venduto, la madre non sapeva nulla e il figlio non si curava di nulla; egli badava a batter moneta di quanto poteva, pur di scialarla a Torino, a Parigi; a lasciare un po’ di lana ad ogni rovo. Spiravano quasi i tre anni e la contessa, avvertita da quel birbo del notaio, mi fa chiamare, dicendo che vuol riscattare il podere: io rispondo che è padrona ma, peste! mi rincresceva di lasciar scappare quel boccone, e a voi, Giacomo?
— Per... Diana...
— Mancavano due giorni appena al termine, quando la vecchia mi fa dire di passar dal notaio per combinare l’istrumento; io ci vado colla procura di suo nonno: per la contessa c’era Falabrino, il fattore. Costui tira fuori il danaro; tante pezze di Genova, e fin d’allora di queste pezze ce n’erano già delle calanti. Io rispondo che quel danaro non lo voglio; che Giacomo aveva date al figlio tante savoie, che tante savoie si debbono restituire. Il notaio allora s’intromette e mi chiede se, fatta una certa riduzione... non so se di quattro o cinque soldi per pezza, io acconsentiva a prendere le pezze di Genova. Batti, e ribatti, io mi lascio persuadere a questo. Ma il Falabrino dice che non può far la riduzione senza parlare colla padrona; che in quel modo anche gli mancherebbe del danaro per la somma convenuta e mi chiede una dilazione di un giorno; io gli dico che vada al castello subito, che torni fra mezz’ora, che io non intendevo essere menato per il naso. Egli esce: io aspetto mezz’ora, poi esco di là, e me ne vo in campagna, alla Vallia, dove facevo atterrare delle piante. Il Falabrino viene a cercarmi nel pomeriggio, non mi trova e non trova neppure Giacomo che era andato ad Asti. Mi spediscono un ragazzo a chiamarmi, ma io rispondo che poichè avevano aspettato fino allora aspettassero ancora fino al domani mattina, che neanch’io volevo far contratto senza prima parlare a Giacomo. La sera, tornato a casa, mi dicono che il Falabrino se n’era andato su tutte le furie ed era tornato indietro gridando che con noi contratti alla buona non se ne farebbero più, che egli farebbe all’indomani deposito in mano al notaio, che la testa dura l’aveva anche lui e che noi avremmo pagate le spese. Sì, dico io, fra me, voi volete giuocare di corna e ve le romperemo ah! ah!...
— Questo deposito l’hanno poi fatto? — interrompe con voce malferma il dottore.
— Volevano farlo al domani; ma bisognava che ce ne avessero prima regolarmente notificato il tempo ed il luogo.
— Non l’hanno fatto?
— No, perchè per tutto quel dì l’usciere della giudicatura rimase fuori del paese: era andato a fare per conto mio una citazione fin sulle fini di Mombarone e non tornò che la sera dopo l’avemaria. Il domani non era più tempo per nulla e il Ronco era guadagnato.
Il giovane dà un’occhiata al factotum di suo nonno: gli occhi di costui esprimono una maliziosa soddisfazione, le labbra strette mostrano un uomo contento del fatto suo.
Il dottore piega l’istrumento che, durante il racconto di Maurizio, ha tenuto in mano; ne cade una carta d’un caratterino ingarbugliato: la prende e ci trova scritto: — «Io Rinaldo conte d’Ormeto dichiaro innanzi a questi testimonii ed affermo d’essere maggiore d’età. In fede mi sono sottoscritto.»
— A cosa serviva questa dichiarazione?
— Ah! ecco: quando il contino vendette il Ronco non aveva che vent’anni ed era minore d’età.
— Era minore!... ma allora non era necessario il riscatto: essi potevano impugnare la vendita di nullità.
— Sì, — dice Giacomo, — ma... io... avrei accusato il contino... di truffa...
— Perchè? — chiede il dottore.
— Per quella carta lì che lei tiene in mano, nella quale egli dichiarava una cosa falsa, — risponde Maurizio.
Il giovane li guarda entrambi attonito: egli impallidisce, la mano gli trema.
Dopo qualche momento di stupore egli fa scorrere gli altri documenti: ne legge i titoli frettoloso, come avesse paura di ricevere altre spiegazioni.
Passa così sovra due o tre altri contratti intercessi fra la sua famiglia e quella d’Ormeto. Il vecchio gli dice ogni volta: — avanti!
Giunge finalmente all’ultima carta: è l’atto col quale il conte Rinaldo, nel 1848, ha venduto al Bellardi tutte le sostanze paterne che gli rimanevano, compreso il castello; riservato, s’intende, l’usufrutto del quarto, che spettava, per legge, alla contessa madre.
— Leggi la descrizione dei mobili, — dice il nonno.
— C’è unita infatti una lista di mobili, il cui uso rimaneva alla contessa, stanza per stanza.
— Dim...mi quelli del salotto... ot..tago...nale.
— Quattro grandi arazzi di Francia... un trumeau... dodici sedie... quattro canapè coperti di damasco... due grandi specchi con cornice dorata... una scansia... un tappeto di Fiandra... una lumiera di vetro di Boemia... sei doppieri di bronzo dorato... cortine di velluto con frangie d’oro.
— Ah!... li ve...dremo, — esclama il vecchio, — e il suo volto manda raggi di contentezza, di gioia quasi infantile. — Li... vedremo...
Egli scambia qualche parola con Maurizio.
Il dottore sembra assorto in dolorose riflessioni. Egli si scuote, poi dice:
— Dunque tutto il castello è vostro...
Il vecchio fa cenno di sì.
— Fin d’ora...
Il vecchio si frega le mani.
— E a lei... alla contessina cosa resta?
Maurizio si stringe nelle spalle.
— La dote della madre?
— Ah... ah!... un bel paio d’occhi neri! la madre era una operante di teatro... non aveva nulla.
— La dote della nonna?
— Eh!... in questi ultimi dieci anni se l’è consumata la vecchia per vivere.
— Dunque... non ha più nulla.
— Eh... no.
Il vecchio s’alza e Maurizio l’accompagna a letto.
— Domani... voglio... andarci... voglio...
Anche la Martina s’alza, si ritira per svestire, secondo il solito, il vecchio Giacomo; nella quale bisogna è sempre aiutata da Maurizio, benchè questo servigio sia dalla Martina accolto colla maggior scortesia e ricambiato d’ingratitudine.
Il dottore è ricaduto nella sua meditazione... egli rimane solo col mucchio di carte spiegate davanti... Le fissa dolorosamente, per forza... pensa a tante cose... alla sua famiglia alla sua origine, all’umiltà sua d’una volta, alla sua ricchezza ora così imponente... Egli n’era orgoglioso come del frutto di un lungo ed onesto lavoro: di una tradizionale temperanza... i suoi vecchi gli erano sempre apparsi come rispettabili e venerande figure: come eroi dello Smiles. — E adesso?...
La loro storia eccola là innanzi a lui tutta quanta: in caratteri indelebili... infami!...
Dopo mezz’ora Maurizio ritorna nel tinello, si adagia tranquillamente nel seggiolone lasciato vuoto dal vecchio, e, riaccesa la pipa, contempla Giulio con aria di chi vorrebbe riappiccare il discorso. Egli non intende rinunziare alla seconda parte della sua serata, nella quale si trattiene a parlare col dottore di quel che si fa per il mondo; in quell’ore egli si degna concedere la sua indulgente attenzione alle bagattelle della politica: a Palmerston, a Metternich, a Russel, a Napoleone III; commisera Cavour e deplora da tre anni la spedizione di Crimea; trova che nel municipio d’Ormeto sotto l’amministrazione di Giacomo, di cui gl’avversari dell’altro partito dicono ch’egli è vice-sindaco, ed egli li lascia dire, gli affari vanno meglio che dappertutto e andrebbero come un orologio se non fossero gli inciampi della costituzione (lo Statuto del 47) che egli si compiace di chiamare costipazione. Le scuole sopratutto sono da dieci anni il suo rovello.
— Cosa pretendono insegnarci a noi? — egli esclama sovente; — i nostri interessi li sappiamo. Un maestruccolo che guadagna quattrocento lire l’anno vuol insegnarci a far di conto!
Maurizio si consola pensando che quello stato di cose assolutamente non può durare.
L’altre volte il dottore si sfiatava per fargli un po’ di lezione, ed entrava con lui in lunghe discussioni a tu per tu sulle questioni politiche del giorno.
Quella sera invece delle novelle gli dice asciutto:
— Andiamo a dormire.
Maurizio lo guarda stupito, poi senza scomporsi batte la pipa sulla pietra della stufa, ne scuote le ceneri, e, tratto un cartoccio di tabacco, si pone a riempirla riprendendo con tutta calma:
— A che cosa serve la fretta? a domattina ci arriveremo tutti insieme alla stessa ora.
E dopo una breve pausa domanda:
— E cosa dice la gazzetta?
Il dottore sembra non sentire: egli tace qualche minuto poi ad un tratto dice:
— Da quanti anni eri qui quando morì mio padre?
— Da quasi sette.
— Che uomo era?
— Ah! il sor notaio era uomo che sapeva il suo conto... ma non quanto Giacomo... non era avveduto come lui... era più molle... negli affari non aveva il suo spirito...
— Ah! meno male, — mormora il dottore a mezza voce.
— Però con quei del castello sapeva tener duro; quando morì il conte vecchio, fu lui che consigliò di spingere innanzi il portico; egli sapeva che il possessorio... stava dalla nostra. Una volta... egli era amico del giudice, aveva delle protezioni dalle braccia lunghe ed a quei signori gliene ha fatte ingoiare delle belle... Una volta...
Il dottore s’alza a questo punto e interrompe il racconto incominciato, dicendo:
— Non hai sonno, tu? Io sì... buona notte, — e scappa frettoloso dalla stanza... Ma pare che il sonno egli lo perdesse nel salire le scale, perchè passeggiò agitato per la stanza fino a notte molto inoltrata.
IV.
Comincia a far l’alba; un’alba di novembre: squallida, triste, proprio da funerale. Un nebbione pesante, viscido, acre, s’innalza dalla valle e avvolge il villaggio in una nuvola fitta che rasenta il suolo, si scompagina rompendosi lentamente in mille direzioni. Qualche debole raggio di luce penetra in quella massa grigia e vi pinge dei pallidi nimbi; poi una folata di nebbia lo nasconde, lo assorbe; poi il raggio ricompare di nuovo più chiaro e più diffuso; poi dispare ancora in un’altra folata più scura.
La campana della parrocchia suona l’avemaria con un far lento e di malavoglia, come se non fosse sveglia del tutto: i colpi accoppiati si succedono a intervalli sempre più lunghi; affievoliscono e terminano con alcuni rintocchi funebri.
La piccola campana dell’Annunziata e la campanella di Sant’Anna, due cappelle che stanno ai capi opposti del villaggio, le rispondono subito con alcuni rintocchi affrettati, quasi impazienti, e paiono rimbrottare la maggior sorella del suo ritardo.
Un quarto d’ora dopo due strupi, uno di umiliate, l’altro di battuti, vestiti del camice di tela, salgono rapidamente, come incalzantisi l’un l’altro, il sentieruolo del castello colle loro due croci; il rumore dei passi segna la misura ad un confuso borbottío di preghiere.
Due che hanno mancato al ritrovo seguono alla lontana e, col camice ripiegato sotto il braccio, discorrono tranquillamente di concimi, di sementi e del tempo che fa.
Le due confraternite, o almeno i rappresentanti di esse, arrivano sulla spianata della collina e del castello. Quivi li attende Pasquale, smorto come un dissotterrato.
Il priore dei battuti gli chiede:
— Il vice-curato è venuto?
— Non ancora, — risponde con voce rauca.
Poi conta con dolorosa meraviglia i sopravvenuti.
Sono nove umiliate e sette battuti: in tutto quindici persone.
— Così pochi?... — egli soggiunge in tono di rimprovero.
— Eh, — risponde il priore, — cattiva stagione per le sepolture; tutti hanno la sementa, guai se il tempo si guasta!
— Io, vedete, son venuto proprio per riguardo a voi, — ripiglia un altro battuto; — ho mandato i buoi innanzi col ragazzo e mi aspettano per seminare. Si parte subito?
— Quando viene il prete, — replica Pasquale; e li introduce tutti quanti in una vasta cucina al pianterreno, dai muri nudi, scrostati e corrosi dal nitro.
In mezzo, sopra una tavola, parata con un ricco tappeto, sta la bara: un operaio, aiutato dal becchino, sta per adattarle il coperchio.
— Volete vederla? — dice questi volgendosi a due donne che gli stanno vicino.
Le due donne, esitando, s’accostano alla bara: vi danno un’occhiata.
— Maria Verginei — esclama una di esse, — che lenzuolo!... tutto rammendato...
— Povera cristiana! — soggiunge l’altra, una vecchia con volto impietosito e gli occhi pieni di lagrime, — povera cristiana, ella non ne aveva più altri.
Pasquale si fa innanzi bruscamente, e con cipiglio garrisce i due uomini dicendo:
— Andiamo... cosa fate?... copritela.
Essi obbediscono, soprappongono il coperchio e il falegname comincia a inchiodarlo. I colpi di martello rintronano fragorosi, rimbombano cupi per le stanze vuote del pianterreno, vi destano echi profondi e paurosi. Tutto il castello, quella povera ruina deforme, rimasta in piedi per lo sforzo disperato della contessa, pare urli sulla sua bara e voglia sfasciarsi e crollare sovr’essa.
Un grido acuto, straziante, risponde dalle stanze del primo piano.
Pasquale abbrividisce e tosto dice con gran collera:
— Imbecille, avevi promesso di far piano.
— Hai paura che si risvegli? — risponde l’operaio.
Pasquale si lancia a chiudere le porte.
Poi ritorna barcollando e accostandosi ad un’altra tavola sotto la finestra dove stanno alcuni fasci di cera, li slega e comincia a distribuirli agli astanti.
Egli dà agli uomini un cero per uno e una candela a ciascuna donna.
— A me spetta un altro cero, — dice il priore.
E Pasquale:
— Eccovi il cero.
— E dite un po’, dove sono gli altri dodici per l’oblazione alla compagnia? — risponde il priore, vedendo che non ne rimangono sulla tavola che altri cinque.
— Come, altri dodici ce ne vogliono?
— Sicuro, non lo sapete?
— Ma se ve ne ho dato uno per uno, quanti ne volete?
— Ma quelli non si debbono adoperare.
— Ma se l’oblazione l’ho fatta ieri in danaro.
— Avete pagato solo ventiquattro lire; i ceri non sono compresi.
— Il vostro vice-priore mi disse che non occorreva altro...
— Ma egli non intendeva...
— Io gli ho parlato chiaro...
— Ma che! Suvvia! — gridano tutti in una volta.
In quella sopraggiunge il vice-curato, a cui si rimettono i contendenti.
Il prete dà ragione al priore.
— Allora Pasquale si rassegna e dice:
— Bene, prendete questi, gli altri ve li darò.
— Quando?
— Dopo la sepoltura.
— Ciò non è regolare, io non mi muovo se prima non li ho tutti quanti.
— Questa povera creatura, — dice Pasquale, quasi singhiozzando, mostrando la bara, — ha ella mai fatto torto ad alcuno d’un centesimo?
— Ma, caro mio, facciamo le cose come vanno fatte.
Pasquale capisce che le preghiere non giovano e manda pei ceri un suo ragazzo. Questi ritorna dicendo che lo speziale vuol essere pagato subito.
Il pover’uomo inghiotte le lagrime di rabbia e di dolore che gli vorrebbero sprizzare dagli occhi; poi esce, a furia corre a casa sua in paese e incontra la moglie che sta per avviarsi al castello.
— Torna indietro, — le dice, — dammi quei danari.
— La donna obbedisce, e mentre sta cavando le monete da un involto domanda timidamente:
— Sono per la sepoltura?
— Spicciati.
— Ma la contessa non ve li ha dati in conto del vostro servizio?
Dopo mezz’ora egli era di ritorno al castello coi ceri.
— Vuoi vedere che fa lui le spese di tutto? — dice un battuto.
— Che minchione! — risponde un altro.
Ogni difficoltà è rimossa: si accendono i candelotti che il priore per la solita saggia economia ha legati ai ceri ed alle candele; quattro battuti alzano il feretro sulle spalle, il vice-curato intona il Miserere, si formano le file; la sepoltura s’avvia.
Pasquale rimane l’ultimo sulla porta.
— Canaglia! — egli esclama, — una volta venivano qui a centinaia, ora anche a pagarli non si possono avere. — E rompe in uno scoppio di pianto. S’asciuga in fretta gli occhi, mette la giubba delle feste, il cappello delle occasioni solenni, poi chiude la porta e si avvia anche lui dietro la comitiva.
È giorno fatto. Una brezza acuta incalza la nebbia e scuote dai rami degli alberi i rabeschi della brina, li stritola e li sparpaglia per l’aria in un polvericcio bianco. L’orizzonte si allarga un po’, ma il cielo è color di cenere, cupo, basso, pesante.
V.
Intanto due altri montano al castello: Giacomo e Maurizio. Da un pezzo il vecchio non esce quasi più di casa; son parecchi anni che non è più stato lassù: cammina a stento sostenuto da Maurizio.
Il sentiero sale sull’antica traccia della strada signorile, la quale una volta, assiepata di mortella e tappezzata di muschio, partiva dalla porta della torretta esagonale, ora sull’angolo della cascina, e si svolgeva in curve graziose ed eleganti in mezzo ad una folta selvetta d’alberi — e ad un bellissimo frutteto piantato sul declivio occidentale della collina, dal ciglio dello spianato fino al bastione, da uno dei conti d’Ormeto nel lungo periodo di pace nel quale si chiude il regno di Vittorio Amedeo II e comincia quello di Carlo Emanuele III.
Ma il Bellardi, nell’ultimo decennio, dal 48 in poi, ha sradicato il frutteto sostituendogli una vigna rigogliosa; e lo stradale, rimendato delle curve, ha mutato prima in una stradicciuola ripida, poi in un sentieruolo più ripido ancora.
Il contino Rinaldo aveva venduto colla testa nel sacco e senza curarsi dei diritti della madre, con cui era in rotta pel suo matrimonio disparato e la sua vita stramba. La vecchia contessa Cristina, quando le venne assegnata la sua quota d’usofrutto, esasperata fino alla disperazione nel vedere dal figlio ceduta al suo nemico fin l’antica proprietà titolare, non aveva pensato a farsi assicurare nell’atto di divisione il diritto di passaggio sull’antico stradale; e anzi non se n’era riserbato alcuno.
Il Bellardi, costretto per legge a dare un passaggio qualunque, erasi arreso a farlo, ma, come dice il codice, nel modo più breve e meno dannoso ai fondi da lui acquistati, restringendo questo passaggio, man mano tutti gli anni con la perseverante tirchieria del contadino, fino a renderlo quasi impraticabile.
Per via, Maurizio mostra al vecchio le nuove piantagioni; spiega con eloquenza i mutamenti fatti di sua testa. Ma Giacomo, che per solito vuol saper tutto e sopravvegliare a tutto, quella mattina è distratto o piuttosto assorto in un pensiero fisso; le sue labbra sottili, ripiegate entro le gengive sdentate, si contraggono convulsivamente, i suoi occhi piccoli, infossati sotto fasci di rughe pelose, brillano e protestano contro l’intorpidimento delle membra. Ad ogni momento si ferma, stizzito della sua impotenza, ed alza il capo in alto per misurare l’altezza che rimane a salire.
A mezza costa, a mano destra del sentiero, s’allarga un piccolo ripiano, dov’era la cappella gentilizia dei signori d’Ormeto. Giacomo, che ha militato al tempo della Repubblica ed è stato in Francia, non ha scrupoli di religione, l’ha trasformata in un casotto di guardia per la stagione delle vendemmie; davanti alla porta, cadente per vetustà, è la pila dell’acqua santa capovolta. Quivi Giacomo si siede a riprender fiato.
In quella sopraggiunge il convoglio funebre, che porta il cadavere della contessa alla parrocchia. Il vecchio drizza il capo e guarda con una singolare aria di indifferenza. Maurizio si leva il cappello. Sbucano fuori di mezzo alle viti le umiliate, poi i battuti, di cui uno col fascio di ceri sotto l’ascella, poi il prete in camice e stola bianca listata di nero, poi il feretro, in fine tre o quattro donnicciuole. Vanno di trotto, a balzelloni, sbandati, alla rinfusa, come un branco di montoni cacciati dal mandriano, rimescolandosi, urtandosi, buttandosi l’un l’altro fuori del sentiero; le tre croci sbatacchiano i rami, dondolano, si dimenano, picchiano l’una contro l’altra; i portatori gridano, si rimbrottano; il secchiolino dell’acqua santa cigola, il prete canta un versetto del Miserere, tutti rispondono ansanti, masticando fra i denti le parole in furia, a contrattempo, discordemente.
Le tre campane suonano a distesa.
In un momento sono passati; il rumore dei passi affrettati, il salmodiare più affrettato ancora si allontana, discende giù per la china, un fracasso di canne spezzate l’accompagna.
— Maledetti! mi rovinano l’armatura dei filari! — sclama Giacomo.
Tutt’e due, l’uno a braccio dell’altro, riprendono la salita, giungono in cima. Maurizio batte alla porticina del castello; al suo picchio risoluto viene la moglie di Pasquale, e vedendoli rimane a bocca aperta. Essi entrano, vanno innanzi nella cucina, dove è rimasta la tavola parata, poi in un altro camerone vuoto, poi nell’androne che dal cortile una volta metteva al giardino dietro la casa. Quivi, dacchè lo scalone che dava accesso al piano superiore fu demolito dal Bellardi, s’è collocata una scala di legno tarlato, dagli scalini smossi, e che, per mezzo d’una trappola, mette capo nella galleria di sopra. Il vecchio e Maurizio salgono, e la donna dietro a loro. Maurizio esamina minutamente ogni cosa, ne giudica lo stato, e ne calcola il valore; appena giunto nella galleria egli spinge un uscio a destra, e gitta uno sguardo curioso entro la stanza, che è quella della contessina.
— Povera signora, — dice la donna a mezza voce, — non fa che disperarsi; è mezz’ora appena che ha chiusi gli occhi.
— Ih! le passerà, si queterà anche lei come fanno gli altri, — dice Maurizio ghignando e alzando le spalle.
— Volete che andiamo a vedere i mobili? — dice poi a Giacomo.
Il vecchio scuote la testa; — egli ha uno scopo. — Dov’è il salotto ottagonale?
— È qui, — risponde la donna; e fattasi innanzi apre loro un altro uscio in faccia, li fa attraversare un altro stanzino, una specie di grazioso tinello; quindi li introduce nel salotto ottagonale, che una volta separava o riuniva gli appartamenti delle due ali, ed era il luogo di ritrovo della famiglia, la scena discreta delle serate tranquille, monotone, eppur così care, così degne di ricordo; il rifugio dei confidenti ragionari, delle gioie e dei dolori verecondi. Quivi da qualche secolo tutti i casi lieti e tristi dei signori d’Ormeto hanno avuto un’eco, un riflesso, una memoria: quella stanza è il viscere che ha risposto a tutte le pulsazioni di una progenie, che ne ha alimentato, risentito, raccolto le febbri, le passioni, le superbie, le ambizioni e i patimenti. Delle otto pareti, una è occupata dall’invetriata del balcone, tre dalle porte orlate di stipiti e sormontate da frontoni con dipinti rappresentanti soggetti arcadici, stipiti e frontoni sovraccarichi di dorature, di vetri, di ornati, di rabeschi bizzarri, capricciosi, assurdi; fiori a foglie e viticci che arieggiano gole di draghi, spire serpentine, mostri grotteschi e mingherlini, prodotto di fantasie isteriche e leziose, decrepite e bambine; ghiribizzi, viluppi inestricabili che furono le prime impressioni e le prime ammirazioni dei fanciulli, e il malinconico passatempo dei vecchi sgloriati, stanchi della vita e del mondo, che venivano a cercarvi le speranze ed i sogni giovanili. Sulle altre pareti, fra l’una e l’altra porta, quattro grandi arazzi Gobelins, che rappresentano la leggenda del Cid. Li ha recati il conte Renato, reduce dall’ambasciata alla corte di Luigi XV; ed è anche lui, il conte Renato, che ha fatti porre colà gli altri mobili, tutti nello stile vistoso e manierato del suo tempo, tutti parlanti di lui maturo vagheggino, del suo fasto, della sua petulanza. Ma il tempo ha smorzati i colori troppo vivi, i toni chiassosi, i luccicori impertinenti, ha abbrunite le dorature smaglianti, ha reso le tinte più tranquille e simpatiche, ha steso sovra tutto un velo di famigliarità dignitosa, di malinconia profonda. Si capisce subito che là dentro le pompe, le mattìe, le svenevolezze sono cessate da un pezzo, che sono sparite insieme con le parrucche incipriate a aile de pigeon, insieme con le code lustre, gli scarpini scollati, i nodi carnovaleschi, le marsine variopinte, — e che in loro vece sono venuti i pensieri, le riflessioni, le inquietudini di una vita più modesta e più severa. Poi, una cert’aria di tristezza, di ordine scrupoloso, certi ninnoli mezzo infranti sul camino, rivelano il tedio, i dolori di un’anima solitaria, abbandonata fra quelle pareti di cui accarezza e conserva gelosamente i ricordi, richiamando il passato a conforto e ad oblio del presente. Poi certi strappi ai damaschi delle sedie, rimendati con cura, dissimulati, nascosti studiosamente negli angoli più oscuri della stanza, nelle penombre artifiziosamente ricercate; certi sdrusci ai piedi dei mobili, certe scranne zoppe e appoggiate al muro, dicono una terribile cosa, miseria, quella più penosa, quella che è posta accanto alle tradizioni, agli usi, alle mostre, al bisogno della ricchezza, quella che si vergogna, che vuol nascondersi, e non ci riesce in tutto, e diventa una tortura, una mortificazione di tutte l’ore, di tutti i minuti. — Un leggiero strato di polvere indica che da molti giorni la famiglia non è venuta nella sala: un ragno ha condotto i suoi fili dalla lumiera di cristallo alla candela di un doppiere, e corre sovr’essi trionfante; gli specchi si rimandano stupidi l’un l’altro l’immagine mostruosa, mai più veduta, dell’ospite nuovo, la moltiplicano all’infinito, come per dirsi che la desolazione è cominciata e che la distruzione è vicina; che il nemico il quale ha fatto screpolare quei muri, squassandoli di fuori, tanti anni fa, è alla porta, — sta per entrare.
Entrano Giacomo e Maurizio.
Il vecchio volge intorno uno sguardo di curiosità soddisfatta; poi, vedendo che Maurizio ha colle sue scarpaccie fangose lordato il tappeto,
— Somaro, — gli dice, — nettati le scarpe. Non sai che anche il vescovo su quell’uscio si levava la calotta che tiene fino in chiesa? e mostrava più rispetto per quei che stavano qui, che pei suoi santi? L’onore di penetrare fin qui non l’aveva che il conte Corsione, il marchese di Montafia, il conte di Castelleone, il marchese di Frinco, quello di Castellalfero... e tu dirai ch’io ci sono entrato... col cappello... in testa... da padrone!
Egli si rizza, con un prodigioso sforzo di volontà, sulla persona, e pare aver scosso dalle spalle curve una diecina d’anni; poi move due o tre passi, e viene a sedere nell’antico seggiolone damascato, con la civetta dei conti d’Ormeto nel mezzo alla spalliera; — chiude gli occhi, e mormora:
— Egli era qui.
— Chi? — domanda Maurizio un po’ stupito.
— Il conte Renato, il padre del conte Rinaldo.
— Quando?
— Settantasei anni fa: la sera del 6 gennaio 1782, sì, il giorno dell’Epifania... Quella sera io sono venuto qui per la prima ed unica volta... È una famosa storia, te la voglio contare:
— Il conte Renato aveva condotta a casa la sposa, una francese, con un nome più grosso del suo giudizio; l’accompagnavano signori e servi di tutti i colori; qui al castello era corte bandita: io era venuto ad aiutare lo stalliere... avevo undici anni. I parenti e gli amici condussero la sposa fin qui; io, curioso, mi cacciai in mezzo a loro; i corridoi erano scuri, i servi coi lumi andavano innanzi agli sposi; entrai, non visto, e mi nascosi, per vedere la sposa, dietro quella scansia là. Poco dopo tutti salutarono ed uscirono: il conte Renato stringeva loro le mani sulla porta; io non ho osato farmi innanzi. Poi il conte chiuse gli usci a chiave, e rimasero soli gli sposi; sedettero al fuoco. Il conte, frusto pei vizi, aveva sonno, sbadigliava, la sposa aveva paura; trovava che il castello era melanconico. Io, che stavo a disagio, mi mossi e feci tremolare certi barattoli che stavano sulla scansia.
« — Vi è qualcuno là dietro, — disse spaurita la sposa.
— «No, — disse il conte.
— «Si,» — essa ripetè.
— Il conte s’alzò, venne alla mia volta, mi vide, mi acciuffò per i cappelli... mi menò due terribili ceffoni che mi fecero uscire il sangue dal naso e dalla bocca, poi aperse l’uscio, mi lanciò fuori e mi sferrò un gran calcio, dicendo:
— «Un’altra volta ti ricorderai che il tuo posto è nella stalla.»
Maurizio dà in uno scoppio di risa.
— Egli rideva come te... la bestia... Ora il mio posto è qui, e i suoi pari... non hanno neppur più la stalla... Fra pochi giorni la unica sua discendente sarà in mezzo alla strada... ed io sarò...
Egli s’interrompe.
In faccia al verone, a un tiro di schioppo, è un poggetto sul quale sta il cimitero nuovo del villaggio; appunto in quella ci portano la vecchia contessa Cristina e s’ode il salmodiare della sepoltura.
················
— ... Io sarò ancora... qui, — dice Giacomo; poi alza il capo e guarda Maurizio... e Maurizio guarda lui: — non pare che abbiano avuto tutti due lo stesso pensiero? Maurizio ha in certi momenti un ghigno che fa paura.
— Fa freddo... qui... non ti pare?
— No, — risponde l’altro, — sono gli anni, Giacomo.
Giacomo fa inutili sforzi per rialzarsi in piedi; Maurizio lo lascia affannarsi un bel po’; poi colla sua flemma sinistra gli viene in aiuto:
— Perchè fare il valoroso, quando non si può più?
VI.
Quello stesso giorno Maurizio fa il giro delle poche possessioni dismesse dalla defunta: sono sette giornate in tutto di fondi spezzati, magri e danneggiati; dei cui frutti dimezzati col colono, trappolati dalle costui ruberie, decimati ogni anno dalle imposte e dalle riparazioni, la povera donna, per la riprovevole avventatezza del figlio, era stata ridotta a vivere parecchi anni Dio sa come.
Egli li conosce a fondo zolla per zolla; non ha cessato mai, finchè durò l’usufrutto della contessa, di visitarli di quando in quando e di fiscaleggiarvi i modi di coltura e del mantenimento: il colono, malgrado il divieto della contessa e la vigilanza di Pasquale, aveva per quei della trena, e per Maurizio specialmente, una riguardosa debolezza, prevedendo che un dì o l’altro egli avrebbe a far con loro. Ora quel giorno è venuto, e Maurizio spadroneggia dappertutto, e il colono gli corre dietro con umile condiscendenza, e cerca tutti i modi d’ingraziarselo.
Maurizio è affaccendato, impaziente di entrare in possesso di quella poca roba.
Incontrato Pasquale sull’uscio di casa sua, gli domanda:
— La signorina parte oggi?...
— Non so.
— Dille di sbrigarsi, e di sgombrare subito; siamo al San Martino quandochessia, e noi vogliamo affittarla.
Era l’uso già praticato da Giacomo cogli altri edifizi del castello: abbatterne subito tutto ciò che è ornamento, affittare l’abitabile finchè rimane in piedi, poi distruggere anche questo quando sia divenuto inservibile.
— Noi vogliamo affittarla, — ripete Maurizio.
Egli parla sempre alla prima persona plurale, e fa uso dei corrispondenti pronomi possessivi quando parla degli affari di Giacomo e della famiglia. — Cos’è Maurizio nella cascina? Non è parente, non è amico, perchè i contadini non hanno, nella loro classe, che dei cointeressati; — di servo non ha i modi; — è nulla, ed è tutto.
Una volta il dottore Giulio, a uno che gli aveva fatta la stessa domanda, rispose dicendo:
— È Maurizio, non so altro. A casa nostra non si fa niente senza di lui.
Fra la gente pratica della campagna hanno importanza le cose e non i nomi. — Maurizio è quel che è: un uomo indispensabile: lo sanno tutti là dentro, e lo sa egli pure. Martina sola non vuol saperne.
Quando il figlio di Giacomo, il notaio Giuseppe, affetto da malattia cronica, deplorava la sua morte vicina e prematura, egli lo consolava dicendo:
— Può morire tranquillo, sor Beppe, a suo figlio penserò io.
Bisogna ammettere che la ricchezza dei Bellardi s’era fra le sue mani quadruplicata.
Però egli ha sempre conservato la sua indipendenza. Non ha mai abitato alla cascina. — Prima stava a pigione; poi quando suo figlio, ch’era stato nell’esercito come surrogante, tornò al paese, e coi denari del cambio comprò una casa, Maurizio andò a stare con lui. Si osservava da alcuni, che gli affari di questo figlio camminavano negli ultimi anni con meravigliosa prosperità.
All’ordine crudele di Maurizio, Pasquale non replica nulla. Rientra in casa; poi esce ancora, sale al castello; poi ridiscende di nuovo e rincasa, accende un po’ di fuoco, vi siede vicino, e resta lì immobile, col mento sul petto, parecchie ore di seguito.
Finalmente, quando è notte fatta, si butta il pastrano sulle spalle ed esce; — prende la strada del castello, ma giunto a qualche passo dalla cascina si ferma irresoluto: poi torna indietro, si ferma ancora, alla fine entra arditamente, come chi ha preso una determinazione penosa, ma inevitabile. Attraversa il cortile, e, spingendo l’uscio del pianterreno, manda innanzi un — si può? — con voce rauca e malsicura.
Dalla cucina sbuca fuori la Martina, e guardandolo con occhio inquisitorio, sta aspettando che le dica quel che vuole.
— Giacomo è alzato ancora?
— Sì, perchè?
Maurizio, che fumava seduto sulla pietra del fuoco, si alza, e viene anche lui incontro a Pasquale, il quale riprende:
— Vorrei dirgli due parole, a Giacomo.
— Andate lì, nel tinello, — soggiunge bruscamente la donna, e gli volta le spalle.
Maurizio invece tien dietro a Pasquale, ed entra con lui nel tinello. Il vecchio è di malumore, lo si vede subito; è in piedi, ma le gambe lo sorreggono a stento, ed è costretto ad appoggiarsi con ambe le mani alla stufa. — Quando entrano, fa un moto per rizzarsi sulla persona, e aguzza gli occhi stracchi in volto a Pasquale, che sta sulla soglia pensoso, come inchiodato colà dalla ripugnanza che gli danno quell’uomo e quella stanza.
Il vecchio continua a fissarlo senza parlare.
Maurizio gli dice:
— Non lo riconoscete? — è Pasquale.
— Lo conosco benissimo, — brontola Giacomo; poi, volgendosi a Pasquale, soggiunge:
— È uscita... colei?
— La sora contessina, — spiega Maurizio in tono ironico.
Pasquale risponde a mezza voce:
— Non ancora...
— Cosa? — domanda Giacomo.
— Ha detto di no... — grida Maurizio.
— Ho già capito, — ribatte il vecchio stizzito. — E dimmi un po’, quando fa conto di andarsene?
Pasquale fa qualche passo avanti, e comincia:
— Abbiamo scritto a Torino, a’ suoi parenti...
— Quali parenti? — chiede Maurizio, — quelli di sua madre?
— Abbiamo scritto che vengano a prenderla, — ripiglia Pasquale parlando in fretta, come chi dice una bugia; — se siete contenti che stia ad aspettarli al castello... fra otto... o dieci giorni al più... qualcuno verrà.
— Quanti giorni? chiede Giacomo.
— Sette od otto, — risponde Pasquale, che ha capito d’aver chiesto un termine troppo lungo.
— Ventiquattr’ore... con...cedo, — ribatte il vecchio.
Pasquale rimane sconcertato.
Giacomo soggiunge:
— Domani... che prenda i suoi... stracci, e se ne vada.
— Là dentro, ci hanno ballato abbastanza, — dice Maurizio, — e non c’è più una sedia buona.
Pasquale si fa un po’ di coraggio, e dice:
— Dove volete che vada subito?
— Vada da’ suoi parenti, — risponde Maurizio ghignando.
Pasquale vorrebbe dire qualcosa a Maurizio, ma pensa alla signorina per cui è venuto, e per paura di nuocerle si contiene, e, rivolgendosi sempre al vecchio, continua con santa pazienza:
— Volete che vada a Torino da sola?
— Eh, sua madre ha girato il mondo da sola... e così è divenuta contessa, — dice Maurizio.
— Massime in questi momenti, — prorompe Pasquale, — essa non sta bene...
— Pretesti, — borbotta Giacomo fra i denti.
— A voi cosa fa... giorno più, giorno meno...
— Ho detto... ventiquattro ore.
Pasquale resta là confuso, sbalordito, come un condannato a cui hanno letto la sentenza; che vorrebbe protestare, e vede ch’è inutile il farlo, e non sa capacitarsene.
— Hai inteso? — riprende il vecchio imperiosamente, dopo qualche minuto di silenzio, e poi gli volta le spalle, con atto che significa: non seccarmi più, e vattene.
Pasquale si volge lentamente. Maurizio ride sempre, il Napoleone dell’orologio ha la sinistra nel cappotto, e coll’altro braccio gli intima anch’esso di uscire.
Egli esce, e quand’è fuori affretta il passo, come se il terreno gli scottasse i piedi. All’entrata del paese, incontra il suo ragazzo che correva alla sua volta; egli è già stato a casa, per dirgli che al castello è preso male alla contessina.
— Anche questa ci vuole, — geme Pasquale, e ritorna di trotto sulla strada percorsa.
VII.
Il dottor Giulio è uso a fare ogni sera, quando il tempo è buono, due passi sulla spianata del castello.
Il cielo si è rasserenato verso il tramonto, ed è limpido e chiaro: l’aria è fredda, ma tranquilla. Giulio passeggia col capo chino sulla stradicciuola erbosa che taglia obliquamente l’altura in mezzo ai filari sull’area degli edifizi abbattuti, fino all’incontro d’un angolo del corpo di fabbrica superstite. Quivi alza gli occhi e guarda il muro lacerato, pieno di screpolature, per le quali è cresciuta l’erba e si sono arrampicati il luppolo ed il rovo. Poi corruga dolorosamente la fronte, si volta, e, come per cacciare un pensiero molesto, gitta uno sguardo sull’orizzonte, su quelle curve moltiformi, innumerevoli, che paiono ondate d’un mare burrascoso fatto immobile per incanto, ad un tratto: i campanili che emergono nelle creste hanno l’aspetto di fari spenti.
È uno spettacolo mirabile, fantastico. Qua e là spiccano sull’azzurro pallido del cielo profili neri, bizzarri come di scogli sgretolati dai marosi.
Erano i castelli di Corsione, di Mirabella, di Albereto, e sono adesso mucchi di rottami, sfasciumi di muri cadenti. Sotto, a mezza costa appaiono nell’ombra caseggiati vasti, bassi, quadrati, deformi: le case dei ricchi.
Giulio china ancora gli occhi a terra; ritorna verso la casa della defunta contessa, e volge un altro sguardo al muro screpolato, pendente visibilmente infuori: pare abbia a crollargli addosso da un momento all’altro.
Rifà nuovamente la strada sino al ciglio della spianata; al suo piede si stende il villaggio d’Ormeto, come un’esse allungata: quante case! e chi porta il nome d’Ormeto non ha più una spanna di tetto!
Giulio continua la sua passeggiata innanzi indietro.
Dall’angolo del castello la stradicciuola rasenta, a sinistra, il giardino e scende alla cascina nuova, quella che suo nonno ha fatta edificare da circa quindici anni. Dopo molte giravolte, Giulio s’accosta alla chiudenda del giardino e guarda là dentro: sono ancora due brevi tronchi di viale ombreggiati da alberi centenari e in mezzo a quelli alcuni sedili di pietra; fra l’uno e l’altro albero vi sono siepi di mortella e macchie di arbusti.
A quindici anni, quando al collegio leggeva i primi romanzi, egli pensava a quel povero lembo di parco gentilizio, vi collocava le scene dei suoi libri favoriti, e la notte sognava vagare egli stesso nell’ombra di quegli alberi, al chiaro di luna, nel silenzio della campagna, solo con una damina al braccio, la sua damina, una contessa per lo meno, la regina dei suoi pensieri di collegiale, col lungo strascico di seta, con le mani bianche e le maniere aristocratiche, e di sedere su di uno di quei sedili: e la mattina svegliandosi avrebbe volentieri ceduto tutti i poderi della sua famiglia a chi gli avesse potuto far vero quel sogno.
Sogni di adolescente, da un pezzo svaniti! — Proprio svaniti del tutto?
Alla finestra del primo piano, proprio in faccia a lui, vi è lume; sui vetri si disegnano di quando in quando delle ombre e dei profili che passano e ripassano e spariscono e ritornano. Cosa succede in quella stanza? Anche in certi momenti gli par di udir delle voci confuse.
Poi sente a correre dalla parte opposta sul sentiero che sale dal villaggio; egli allora ritorna indietro qualche passo, entra in mezzo alla vigna, fa il giro del castello e viene dietro un filare donde si scorge la porticina.
In quel mentre arriva un ragazzo di corsa e dalla porticina del castello esce un uomo. Giulio riconosce Pasquale.
Il ragazzo trafelato dice:
— Il medico è fuori del paese.
Pasquale fa un’interiezione di dolore e soggiunge:
— Entra dentro, io vo’ dallo speziale.
E s’allontana con furia.
A Giulio il cuore batte in modo singolare.
Egli prende una risoluzione: esce dal suo nascondiglio, viene alla porticina e la spinge; entra in casa.
Il ragazzo che stava nel corridoio si spaurisce.
Giulio gli dice:
— Conducimi nella stanza della malata.
Il ragazzo lo riconosce ed obbedisce...
Trovano la contessina svenuta sopra un canapè e presso a lei la moglie di Pasquale che le stropiccia le mani, la chiama, singhiozza e non sa cosa farle.
Giulio s’accosta e chiede:
— Cos’è stato?
— Sarà mezz’ora che m’è svenuta e non c’è verso di riaverla... l’ho spruzzata d’acqua, le ho fregato i polsi, bagnate le tempie, tutt’inutile... Sor medichino ha fatto bene a venire, ha fatto proprio una carità.
— Avete fuoco acceso in cucina?
— Sì.
— Datemi un panno qualunque... sì, questo va bene, voi spogliatela in fretta e mettetela in letto.
Poi corre in cucina e fa scaldare il panno: in quella giunge Pasquale con un ampollino in mano, e, vedendolo, sbarra gli occhi in atto di meraviglia.
Ma Giulio non s’accorge; egli è in quell’istante medico, null’altro che medico: porge la pezzuola all’altro:
— Andate, gli dice, e fatela porre sul petto alla malata.
Gli strappa di mano l’ampollino, lo guarda, fa un gesto di disapprovazione, e dice:
— Questo non serve, — ed esce.
Tutto questo in un baleno.
Dopo alcuni minuti ritorna con un cordiale e con un cucchiaio, ne versa qualche goccia fra i denti della contessina. Poi dà parecchi ordini, ai quali Pasquale e la moglie obbediscono con premura.
Finalmente la contessina dà segno di riaversi, mette un sospiro che termina in un penoso sbadiglio.
Poi apre gli occhi e guarda intorno a sè.
Giulio si è ritirato in fondo alla camera, nell’ombra, e contempla pietosamente quel visino smorto e patito.
La fanciulla chiede con un filo di voce alla donna:
— Cos’è accaduto?
— Nulla, — risponde la donna. — Come si sente?
— Sono stanca, — e chiude gli occhi ancora.
Giulio esce fuori nel corridoio e con lui Pasquale e poi la donna.
La donna domanda:
— Cosa ne dice lei?
— Questo è passato e speriamo non sarà nulla, — risponde Giulio.
— Non sarebbe meglio darle qualche nutrimento, un po’ di brodo?
— Sciocca! — esclama Pasquale.
— Sciocca niente affatto, — dice il dottore; — il male della signorina è sfinimento. Datele pure il brodo; ma badiamo, poco e leggiero. Buonanotte; se accade qualche novità venitemi ad avvertire. Tornerò domani a vederla.
Uscito il dottore, Pasquale chiede col suo tono burbero:
— Chi l’ha chiamato?
La donna intimidita risponde:
— Nessuno, è venuto da sè.
Pasquale fa un moto di sorpresa, poi borbotta fra i denti:
— Diavolo; che il pruno voglia fare ciliege?
VIII.
L’indomani il dottor Giulio deve fare la visita promessa.
È quasi mezzogiorno e al castello non c’è stato ancora. Però sono due ore che egli ha preso il sentiero della collina. Maurizio, credendo che volesse visitare i piantamenti di viti, ch’egli ha fatto sulla spianata, gli è venuto dietro e, raggiuntolo, senza cerimonia gli si è posto ai fianchi. Poi ha cominciato a dipanare la filatessa delle sue spiegazioni.
Ma, arrivato in cima, il dottore s’è seduto su un rialzo di terreno, ha levato un libro dalla tasca del soprabito l’ha aperto e v’ha cacciati gli occhi dentro così bene, che Maurizio non ha potuto più farglieli alzare: perciò, stanco di parlare al vento, ha preso partito di andarsene, cercando fra sè d’indovinare il motivo del mal’estro che da due giorni osserva sul viso del suo medichino.
Giulio, rimasto solo, ha chiuso il libro, l’ha riposto in tasca; ha acceso un sigaro, l’ha lasciato spegnere, è restato lunga pezza immobile colle mani incrocicchiate attorno ad un ginocchio; poi s’è alzato e s’è posto a passeggiare; poi è tornato ancora a sedere.
La giornata è splendida, il sole caldo, l’aria tepida e queta; proprio l’estate di S. Martino. Ma il viso del dottore s’oscura sempre più.
La moglie di Pasquale gli passa accanto e lo saluta.
Giulio si scuote, e le chiede:
— Come sta?
— Meglio; non viene a vederla?
— Ah! sì...
S’alza e con la donna viene al castello, all’uscio della camera dove sta la malata. La donna entra: egli rimane sulla soglia; egli che allo stabilimento ha un passo così sicuro, che non aspetta mai nell’anticamera dei suoi clienti, perchè è avvezzo invece ad essere atteso.
La donna annunzia il dottore alla contessina e questa risponde:
— Venga, venga.
Giulio allora entra. La contessina si tira in fretta le coperte fino al mento e lo saluta con un cenno di capo.
Gli occhi di lei mostrano i segni del pianto di molti giorni, e sono pieni di lagrime.
Giulio s’inchina profondamente, s’avvicina in silenzio: le chiede del suo stato, l’esamina in fretta e poi ad un invito si siede al capezzale.
Tacciono tutti e due qualche minuto, poi la contessina dice:
— Dottore, so che lei è stato qui iersera, la ringrazio.
Giulio fa un’esclamazione sommessa e non risponde.
La contessina si volge a guardarlo e soggiunge:
— Sa che da me non l’avrei riconosciuto? l’ultima volta che l’ho visto era tanto giovane ancora, non aveva barba affatto: e sono quasi otto anni; era ad una festa al castello di Cortanze.
— Lei si ricorda di quel giorno?
— Altro che, e lei?
— Anch’io... lei portava un abito violetto a balze bianche.
— È vero.
— Io me ne stavo vergognoso in un canto ed in silenzio, intimidito da tutta quella compagnia di signori: e lei nel cotillon venne a prendermi per danzare.
— Poi quando uscii io l’ho salutato e lei non mi ha risposto...
— Io non me ne sono accorto; non osavo guardarla...
— Aveva paura di mia nonna? — domanda con un leggiero sorriso la contessina; poi subito si abbuia e sclama sottovoce singhiozzando:
— Povera nonna!
Essa piange qualche minuto in silenzio, volgendosi dalla parte del muro; le sue treccie bionde si sciolgono e s’attortigliano sul guanciale.
Infine riesce a calmarsi e soggiunge:
— Lei sta a Torino?
— Sì.
— Tutto l’anno, anche la state?
— La state vo ad Acquasana.
— Torino! com’è bello Torino! come ci andrei volontieri!
— Ma non ci va ella adesso?
La contessina crolla malinconicamente la sua testina.
— Ma non ha i parenti colà?
— Ma... non so...
— Oh!
— Sì, forse qualcuno che non conosco, che non ho mai visto, che non sa neppure ch’io viva.
Poi aggiunse amaramente:
— Meglio così...
— Perchè?
— Perchè l’entrare in casa di gente che vi prende per farvi una grazia è cosa che mi spaventa; io...
— Dunque!
— Dunque ci penserà Pasquale a collocarmi; io sono stanca, non sono buona di pensare alle cose mie; me lo diceva sempre la povera nonna. Pasquale è la mia grossa provvidenza; io mi sono rimessa in lui.
— Pasquale, il suo servo?
— Pasquale non è servo; è nostro grande amico, egli vien qui per affezione... ha la disgrazia di volerci bene...
— Perchè dice disgrazia?
— Creda, è proprio così: ho notato che tutti i nostri amici sono stati sventurati, mentre quelli che ci hanno fatto del male, oh quelli hanno prosperato...
Queste parole dette così innocentemente, senza intenzione, feriscono il dottore; la contessina se ne accorge, se ne adonta, e tutti e due restano impacciati.
Giulio s’alza poco dopo, raccomanda le sue prescrizioni e prende congedo.
La contessina Maria, tratto fuori in fretta un braccio di sotto la coltre, gli porge con gentile franchezza la mano.
Il dottore la prende con la sua e gliela stringe con premura, quasi con riconoscenza; ed osserva involontariamente che quel candido e morbido braccio è coperto da una manica di tela grossa e bigia.
— Tornerò stasera, — egli dice.
— Grazie.
La sera ci ritorna difatti, e trova che la contessina è stata colta da una febbre ardente; egli le raccomanda il silenzio, la calma, fa un’ordinazione ed esce. Nello stesso modo succedono le due visite del domani e quelle del posdomani. La malata lo accoglie con un sorriso, con un altro sorriso lo congeda; egli non fa che le interrogazioni strettamente necessarie. La febbre scema al mattino e ripiglia forza alla sera. Ma nel pomeriggio del terzo giorno continua a sminuire e nella mattina del quarto è scomparsa del tutto.
La contessina Maria accoglie il dottor Giulio con un sorriso più bello del solito, lo saluta con voce quasi gaia, e porgendogli il polso gli dice:
— Dottore, mi dica subito che sto meglio, se no glielo dico io.
Giulio osserva che stavolta il braccio della contessina è chiuso in una manica di battista fina, benchè un po’ logora.
IX.
Egli si siede e conversa una mezz’ora con lei. Nei discorsi della contessina le nubi della malinconia si squarciano qua e là e compare qualche fugace lembo di azzurro. — La convalescenza è sempre una primavera, e, — quando si hanno vent’anni, — una festa, un ineffabile tripudio della vitalità entro le fibre, che invade a poco a poco lo spirito e lo riempie di gioia.
La contessina è sinceramente mortificata di non sentirsi afflitta come le pare di dover essere, e fa di tutto per spegnere le liete vibrazioni che il suo cuore manda al suo cervello: ma non sempre ci riesce: i moti del cuore si ribellano di quando in quando e la vittoria rimane a loro; — però è una vittoria fugace che il dolore sincero arriva ad imbrigliare in tempo.
Prima che il dottore sorta, vedendo che egli la saluta con gravità maggiore dell’altre volte, gli domanda con sollecitudine:
— Tornerà a vedermi?
— Stassera sì.
— E domani?
— Domani spero che lei non avrà più bisogno dell’opera mia.
La sera la contessina Maria è divenuta pensierosa; nel congedare il dottor Giulio, gli dice in un certo modo inesprimibile:
— Vedrà, domani sarò ancora malata.
E quando il giorno dopo Giulio entra nella camera e la trova bene oltre ogni desiderio, essa si abbuia in viso ed esclama:
— Vuol credere che sono stata malata fino adesso? almeno ero di cattivo umore; l’una cosa è segno dell’altra.
Infatti essa ha gli occhi rossi: ha pianto.
La contessina aggiunge ingenuamente:
— È curioso che quando ella è qui io mi sento benissimo, appena esce m’accorgo che avevo mille cosucce, una quantità di mali da confidarle.
Giulio, che per solito è sempre molto serio, sorride a queste parole, e con piglio che vuol parere scherzoso, ma non è troppo calmo:
— Ebbene, facciamo così: io tornerò finchè essa se ne ricordi, — oppure se ne dimentichi affatto... dei suoi mali.
Il tempo è freddo, invernale; perciò il dottore va a rilento nel permettere alla convalescente d’alzarsi, ed essa osserva scrupolosamente il suo divieto.
Poi le concede di lasciare il letto con precauzione, poco alla volta, solo per qualche ora nel mezzogiorno, e intanto continua le sue visite, nè più nè meno come prima, perchè la contessina è afflitta e piange sempre quand’egli non c’è.
Egli viene al mattino un po’ più tardi quando ella è alzata: — essa si siede in una poltrona accanto al camino, ed egli le tiene un po’ di compagnia.
I suoi consigli le fanno bene; ella si rasserena leggermente, — promette di non pensare a «cose brutte».
E ciò è tanto più singolare, che anche questi consigli egli li dà con viso scuro e malinconico.
Quando sono insieme, quello che ha più bisogno di conforto, di svago sembra lui, il dottore. Una volta essa, scherzando, glielo fa notare; e questo scherzo, invece di farlo ridere, lo turba.
Egli si mostra ogni giorno più triste: una sera la contessina gli domanda:
— Si ricorda quel che le dissi alla sua prima visita? La mia amicizia porta disgrazia. Si guardi dalla iettatura!...
Il dottore scuote il capo, e poi:
— Crede lei ch’io sia suo amico?
— Certo.
— E perchè lo crede?
— Ma... per il bene che mi ha fatto, per le sue premure...
— Tutto questo non è che dovere; sa lei che chi di noi due è creditore è ancora lei?
— Come! — sclama con stupore la contessina.
Il dottore non risponde; egli è inquieto, pare volerle dire qualcosa, ma si vede che non sa decidersi a cominciare.
La contessina Maria lo guarda fiso stupita, e ripete:
— Si guardi dalla iettatura, dottore.
Giulio risponde vivamente con gesto di dolore:
— Oh il iettatore credo d’esser io! e mi pare che tutto qui intorno, questi muri, questa casa mi insinuino il malefizio.
Maria è oltremodo sorpresa e chiede nuovamente:
— Come?
Ma anche questa volta il dottore non risponde.
Poco alla volta il malumore di Giulio si fa contagioso, e s’apprende anche all’animo di lei. I loro colloqui riescono scuciti, qualche volta penosi. Tutti e due fanno spesso strane imprudenze; toccano inavvertitamente dei tasti scabrosi, stridenti, e allora, — è finita, — una sgraziata, irreparabile atonia insorge tra loro; — la conversazione langue, gli sforzi per rianimarla staccano altre note discordi: non si capiscono più, dicono l’opposto di quel che vogliono dire, e poi non sanno più dir nulla e succedono lunghi quarti d’ora di uggioso silenzio. Dopo una lunga e inutile scherma si separano molto malcontenti di sè stessi.
Una sera Giulio arriva mentre Maria sta scrivendo: egli è spiacente di essere venuto a frastornarla e vuole andarsene. Maria lo prega di rimanere; egli insiste per partire, essa insiste per indurlo a trattenersi e soggiunge che non permetterà mai ch’egli sorta così; poi, approfittando del suo esitare, accosta una poltrona al camino e, tirandolo pel braccio con dolce violenza:
— Si segga, suvvia, un pochino soltanto. Vuol far cerimonie qui — in casa sua?
Giulio, a queste parole, corruga involontariamente la fronte; essa se ne accorge, s’accorge di avere incespicato in un ginepraio e rimangono tutti e due confusi e senza parola.
Finalmente Maria si fa coraggio e dice:
— Se lei mi promette di restare, io finisco la mia lettera.
Giulio siede. Maria torna allo scrittoio; in due minuti ha finito, piega la lettera e comincia la soprascritta; ma si ferma a mezzo e si volta a Giulio.
— Sa lei l’indirizzo del marchese di Pamparato? in via Borgonuovo, numero nove o numero diciannove?
— Mi pare diciannove, — risponde Giulio. Il marchese è suo parente?
— No, egli dirige il ritiro delle Vedove e nubili a Torino, e siccome un dì o l’altro io dovrò uscire di qui...
— Perchè?
— La sua famiglia...
— Oh!
— Volevo dire che la sua famiglia ha premura — insomma bisogno dell’appartamento.
Nuova confusione e nuovo silenzio più lungo e più fastidioso del primo.
Stavolta è Giulio che domanda a Maria:
— Che pensa lei di... della mia famiglia?
— Io... nulla...
— Non sa delle animosità che esistevano tra la sua casa e... la Cascina? Non gliene hanno mai parlato?
— Sì, la nonna... So ch’essa e Giacomo... il signor... suo nonno, non andavano intesi...
— Da che parte crede stesse il torto?
— Io non sono buona di pensare alle cose serie, gliel’ho detto; è una storia lunga che non ho mai potuto capire, un vero garbuglio di liti, di vendite, di sentenze, di ipoteche... Lei saprà cosa sono...
— Sì, pur troppo, signorina, sono strumenti d’odio e di rancore, di un’avidità maligna, astiosa...
E Giulio s’interrompe, si morde le labbra. Poi:
— Che opinione ha lei di me?
— Chi?
— Lei...
— Io... certe cose, dottore, non si dicono in faccia.
Ma, parendole leggere un dubbio sul volto di Giulio, soggiunge con una dolce serietà:
— Come potrei pensar male di lei?
— Oh dei motivi ne avrebbe d’avanzo.
Maria non comprende. Giulio non sa o non vuole spiegarsi: egli si trova impacciato.
Cosa strana! finiscono così tutti i loro colloqui, nei quali essi, con gentile intenzione, per delicato riguardo l’un per l’altro, si sforzano di parere più sereni e più tranquilli; — lo scherzo, la celia più innocente lascia sempre nei loro discorsi una traccia sinistra, come quei razzi falliti che esalano uno sgradevole puzzo di nitro e di zolfo.
È molto meglio quando lasciano che l’anime loro si aprano liberamente nella conversazione; s’intendono allora, passano insieme delle lunghe ore senza sforzo, senza pena, di una malinconia soave che fa bene, che pare uno sfogo a tuttedue. La contessina Maria richiama i ricordi dolorosi, gli stenti, le umiliazioni, i trambusti della vita girovaga che ha menato col padre, e conchiude sospirando:
— Povero papà, era pur buono!
Poi anche gli confida la triste monotonia degli ultimi anni, quando, morto il padre, fu raccolta dalla nonna fra nuovi dolori e nuovi stenti assai più penosi... Talvolta, senza volerlo, lascia capire le durezze patite dalla vecchia contessa, animo altero, carattere forte, inasprito dalle sciagure. Essa tuttavia la rimpiange sinceramente: non pronuncia mai il suo nome senza piangere, e, quando s’accorge che le proprie parole possono lievemente offenderne la memoria, si diffonde in lunghe giustificazioni, che non sempre ottengono l’effetto desiderato, ma sono sempre prova incontestabile dell’amore di lei. Il dottore ascolta con attenzione, fa qualche osservazione, e poi il discorso si avvia tranquillamente; e, alla fine, si separano riconoscenti l’uno all’altro, lei d’aver potuto ricordare, egli d’esser riuscito a dimenticare.
X.
Così sono trascorse quasi quattro settimane, nelle quali Pasquale non è rimasto colle mani in mano: subito nei primi giorni inquietato dalle intimazioni di Maurizio, s’è recato dal giudice del mandamento, il quale gli ha detto che avuto riguardo all’infermità della contessina, questa poteva rimanere al castello fino a guarigione finita ed occuparvi due stanze; ma l’ha consigliato a rimettere tutto il resto senz’indugio, perchè il contegno della contessina non avesse l’aria di una detenzione abusiva.
Veduto poi che il male si dileguava, si diè attorno per trovar di allogare la contessina; non sapendo s’ella avesse parenti ne ha scritto ad un vecchio cavaliere, amico della contessa, che molto tempo prima veniva tutti gli anni ad Ormeto a farle una visita. L’amico ha risposto così evasivamente che de’ parenti, che potessero alla contessina venire direttamente in aiuto, non ne conosceva; che unico partito conveniente per lei sarebbe quello di entrare nel Ritiro delle vedove e nubili, sulla collina di Torino, luogo decente e arioso; che se la contessina voleva, ne avrebbe parlato al marchese Pamparato per farvela ricevere, che anzi la consigliava di scriverne ella stessa al marchese.
Intanto Maurizio ha installati al castello nelle stanze del piano terreno due famiglie d’inquillini, quattro creature sue; e da parecchi giorni quattro paia d’occhi e altrettanti d’orecchi si danno la muta nel vegliare sugli interessi del proprietario. Pasquale è fuori dei gangheri, egli brontola tutto il giorno e lancia moccoli contro tutti quei della cascina, non escluso il dottor Giulio di cui, a dir il vero, egli comincia ad aver piene le tasche.
Un bel giorno entra nelle stanze della contessina dopo una visita piuttosto lunghetta di Giulio, e, sempre coll’usato rispetto, ma con piglio di visibil malumore, domanda:
— Cosa dice di bello il medichino?
Maria risponde sorridendo:
— Curioso! mi dice tante belle cose.
Pasquale si lascia sfuggire un gesto dispettoso, ma subito si pente e rimane afflitto, mortificato.
Maria gli viene accanto, e postagli una mano sulla spalla, gli dice carezzevole:
— Suvvia, hai da dirmi qualche cosa: dilla; tu sai che qualunque cosa sia detta da te non può spiacermi.
Pasquale la guarda intenerito e con rispetto.
— Cos’hai da dirmi?
— Io sono uomo grossolano, ma comunque sia ho le mie opinioni; e non so capire cosa voglia il medichino. Io dico che il meglio di tutto sarebbe ch’egli s’intromettesse per liberarla da questi cani, per farla rispettare, egli che lo può, e poi le dicesse:
— «Stia qui finchè non ha trovato un posto dove andare...»
Maria gli pone la mano sulla bocca e dice in fretta:
— Zitto, zitto, se lo potesse l’avrebbe fatto.
E soggiunge:
— Egli non sa nulla.
— Come? viene due volte al giorno e non vede cosa si fa lì abbasso? Coloro là non sono forse suoi dipendenti? non li conosce? Dica piuttosto...
— Cosa?
— Che... anche lui è della famiglia.
— Oh! Egli è stato così buono con me...
— Anche gli altri sono buoni; buoni a tutto... fuorchè a far del bene...
La contessina non è persuasa, ma le parole di quell’uomo affezionato la scuotono dolorosamente.
Pasquale continua:
— Se sapesse come la conosco io quella razza lì; quando fanno bella ciera è quando ne studiano qualcuna delle più triste; essi non sono come noi, non parlano per farsi capire ma per non lasciarsi capire.
Maria dice con qualche amarezza:
— Insomma, di’ subito che non sei contento che il dottore venga a vedermi...
— Oh, lei è padrona di fare quel che vuole.
— Ma tu non sei contento... io lo vedo; e, senti, io voglio fare tutto quello che mi dici... sai bene che voglio ascoltarti in tutto... Perchè non mi consigli... non mi dici schietto il tuo parere?... Guarda; per farti piacere, il dottore non voglio più vederlo.
Così dicendo si volta dall’altra parte, s’allontana e va a sedersi nella poltrona accanto al camino.
Dopo qualche minuto ripiglia:
— Ma di’, come si fa, quando viene, a mandarlo via?
Pasquale non sa cosa rispondere.
— Finchè sono qui in casa sua, per questi pochi dì che ci devo rimanere, non posso chiudergli l’uscio in faccia, non è vero? non posso.
— No... — mastica Pasquale fra i denti.
La contessina s’alza vivamente, s’avvicina di nuovo a lui.
— Bisogna ch’io continui a riceverlo; ma, senti: tutte le volte che viene tu starai qui a farmi compagnia; sì, sì, lo voglio.
Pasquale fa qualche ritrosia e poi si lascia persuadere; non avrebbe mai osato proporre una cosa simile; l’avrebbe creduta un’irriverenza bella e buona verso la contessina; ma, poichè lei lo vuole, questo fa piacere anche a lui. Egli accetta di buon grado questa nuova funzione e comincia subito nella sera stessa. Quando viene il dottore dopo cena, egli rimane là in un canto, silenzioso, riverente, ma immobile, duro come una pietra.
La contessina Maria accoglie il dottore con un fare contegnoso che non è tutto volontario; i discorsi cadono più presto del solito, e il dottore se ne va di buon’ora.
Lo stesso avviene all’indomani mattina; Giulio s’inquieta, pare accorgersi di qualche cosa, e la sera non si fa vedere.
Pasquale fa di tutto per intrattenere la contessina, che è molto distratta e di malumore.
Il giorno dopo uno degl’inquilini del pian terreno, con pretesto di venir a cercar Pasquale, penetra fin nella camera della contessina; uscito di là, egli se ne va difilato da Maurizio a dirgli che la signorina è alzata, sta benissimo e che la storia della malattia è una famosa carota tallita.
Maurizio fa in conformità a questa cognizione i suoi passi per costringere la signorina a sloggiare.
Nello stesso tempo arriva una lettera del vecchio cavaliere, colla data di due giorni prima; egli scrive «che ha parlato al marchese di P***, il quale si mostrò favorevolissimo alla sua preghiera, e gli ha detto che la contessina può considerarsi come accettata nel ritiro; che però non si tratta più che di sapere il giorno in cui potrà essere presentata e che a questo effetto egli ha per l’indomani un appuntamento col marchese. La contessina si tenesse dunque pronta a partire quando che sia.»
Questa buona notizia non fu accolta da Maria con troppa gioia, e anche Pasquale, che l’aspettava con tanta ansietà, pensando alla partenza della contessina, finisce per non provarne tutta la soddisfazione che credeva.
— Però è una cosa questa, — dice all’ultimo, ed è un comando ch’egli dà alla sua ragione di persuadere il suo cuore.
Il dottore non venne neppure quel giorno.
La mattina di poi egli manda alla contessina un bel canestro di moscatella sana e ghiotta quanto mai.
Maria ne va in solluchero e ne fa una gran festa, tanto che non s’accorge di Pasquale che è entrato in quel punto e che colla sua ciera stravolta fa un singolare contrasto con lei.
Il poveretto ha ricevuto anche lui allora allora un regalo, anzi due.
Il primo da parte di Maurizio, e glie l’ha portato l’usciere della giudicatura; è un regolare diffidamento in forma per la contessina di sgombrare, evacuare, dismettere i locali da lei occupati direttamente o per mediata persona, e ciò subito o almeno entro il termine di due giorni dall’intimazione, sotto le comminatorie legali per la forzata dismessione e pene conseguenti.
L’altro regalo è una lettera da Torino, che porge alla contessina dicendo:
— Vediamo questa.
È ancora del cavaliere; due sole righe:
«Mi recai oggi dall’Ill. marchese di Pamparato; trovai che era partito improvvisamente da ieri per Parigi, dove rimane per qualche tempo. Perciò non c’è altro da fare per ora che aspettare il suo ritorno.
Con dispiacere
Vostro umiliss., ecc., ecc.»
Pasquale resta fulminato; si butta sopra una sedia, si pone una mano sulla fronte, sugli occhi, si soffia il naso e riflette lungamente in silenzio:
— Signorina, — dice poi, — bisogna cercare per adesso un altro luogo per lei.
— Perchè?
— Perchè lei deve uscire di qui fra tre giorni; e l’ordine è venuto insieme coll’uva del medichino. Glie l’ho detto io che gente sono quelli là!
La contessina resta senza fiato.
— Bisogna cercare un qualche posto provvisorio; le toccherà contentarsi di quel che si può avere.
— Ma, povero Pasquale, dove vuoi ch’io mi trovi il posto provvisorio, — esclama piangendo la contessina, — dove vuoi che vada a cercarlo? perchè lo dici a me questo?...
— Egli è che... se lo vuole, il posto, così com’è, io l’avrei trovato... un buco, un letto.
— Dove?
— In casa mia.
— Oh Pasquale, mio buon Pasqualone!
— Vuole? — domanda trepidante il contadino.
— Ma sì, ma sì; io starò meglio di qui con voi altri due: qui mi annoio.
E la contessina, tutta rasserenata, scuote a Pasquale le due mani, e Pasquale ride anche lui tutto contento. Maria però si rannuvola tutto ad un tratto.
— Ma, povero Pasquale, io vi darò fastidio a voi altri.
— Oh giusto! lei mi farà un grande onore.
XI.
Quella mattina la moglie di Pasquale, incontrato il dottore, l’ha informato dell’imminente partenza della contessina; ella ignorava il contrordine venuto da Torino, perchè non aveva visto ancora la signorina; il marito, come dice lei, è un rusticone che non le dice mai nulla.
Giulio càpita al castello nel pomeriggio, in ora insolita, e trova Maria sola, intenta a raunar le sue robe per farle recar a casa di Pasquale.
La saluta, si siede e pare aspetti ch’ella cominci.
Ma la contessina lascia da parte le sue faccende, come volesse fargliene un mistero; siede e tace anche lei; il dottore, stupito, ha un’interrogazione sulle labbra, ma non osa farla.
Finalmente le dice:
— Contessina Maria, son venuto a salutarla prima di partire.
— Lei parte?
— Sì, domani mattina: torno a Torino.
— Ah! — esclama seria seria Maria.
Giulio aspetta certo qualche altra parola; è preso d’una curiosità invincibile che gli si pinge sul volto.
— Anche lei... se ne va? — soggiunge poi dando un’occhiata espressiva agl’involti che sono sulla tavola e sulle sedie.
— Oh sì, me ne vado, — risponde arrossendo la contessina.
— E... va anche lei a Torino...
— No... resto...
— Come?
— Qui ero così sola, questa casa è tanto triste e a quella buona gente riesce incomodo il venire fin quassù tutti i momenti per servirmi; io vado da loro... da Pasquale.
Ella parla in fretta, colla faccia in fuori, come se dicesse una bugia.
Giulio la guarda con attenzione e un sospetto gli attraversa la mente.
— Mi spiace... mi spiace che lei esca dalla sua casa in questi ultimi giorni.
— Perchè?
— Si possono pensare e dire tante brutte cose...
Dicendo queste parole tien gli occhi fissi su lei.
— Può sembrare... che... qualcuno le abbia... fatta... scortesia... e ciò mi rincrescerebbe molto.
La contessina pare molto confusa: non risponde.
— Spero che nessuno le avrà mancato... non è vero? Può lagnarsi di qualcuno?... Non mi dice nulla? è successo qualche cosa di spiacevole... qui in casa sua?
— Questa non è casa mia... io non ho casa...
— E per questo... via, mi dica francamente: le hanno fatta premura... Sì? sì dunque! Oh fino a questo punto!... mi dica cos’hanno fatto... no, non mi dica nulla... E pensare ch’io poteva, ch’io doveva prevederlo questo; che pure potevo impedire quest’ultima bricconata! ma dove avevo la testa io?... Adesso lei non crederà ch’io ignoravo tutto... che tutto s’è fatto a mia insaputa!...
— N’ero certa... interrompe commossa Maria.
— Sì... davvero? Ella crede alle mie parole?
Maria fa cenni affermativi colla testa.
— Ebbene, mi faccia un grande favore. Rimanga qui ancora... un sol giorno... almeno fino a domani a sera...
— Ma lei... non parte, lei, domani?
— No, non partirò: ci rivedremo... rimanga, abbia fiducia in me, rimanga; io ho bisogno di dimostrarle, se non altro, che tutta la mia colpa non fu che leggerezza in tutto questo... che se qualcuno... dei miei le ha fatto oltraggio, io la rispetto come si merita.
— Lo so, lo so.
— Ma un giorno può dubitare della mia lealtà, ed io non voglio che lei ne dubiti mai.
Maria si alza, e avvicinandosi gli stende la mano e gli dice colle lagrime agli occhi:
— Non ne dubiterò mai.
Giulio prende quella mano con tutte e due le sue, la stringe forte, la reca vivamente alle labbra, la bacia... Poi leva gli occhi; i loro sguardi s’incontrano, poi si sfuggono, poi si cercano ancora e s’abbassano...
— Non voglio prove... le ho...
— Grazie.
— Lei ha avuto compassione delle mie sventure.
— Non dica così!
— Non è vero forse? Lei è stato in questi giorni gentile, delicato, buono, e io... me ne ricorderò sempre... questa è la mia sola riconoscenza... la riconoscenza dei poveri come me... se vorrà ricordarsi di me...
— Se mi ricorderò? si figuri...
— Forse non ci rivedremo più... ma saremo amici.
Queste parole, che Maria pronunzia quasi sottovoce, a pause, con una intonazione calma, malinconica, mettono sossopra l’animo di Giulio che balza in piedi repentinamente:
— Ma io non posso lasciarla partire così da questa casa.
— Oggi o domani, non è lo stesso per me?
— Ma non per me...
— Che vuol fare?
— Non so, mi dia tempo a riflettere... ho bisogno di far qualcosa e farò qualcosa. La scongiuro, rimanga fino a domani.
E le prende nuovamente la mano e ripete:
— Rimanga! altrimenti non potrò credere alle generose parole che lei mi ha detto, e crederò invece che lei sia meco corrucciata...
— Ma no! no!
— Che non mi stimi più... che mi detesti...
Maria prorompe:
— Zitto, zitto; io detestarla! oh!... io che invece...
Ma s’interrompe tutto ad un tratto e s’allontana da Giulio rapidamente. Un passo d’uomo si fa sentire sulle scale.
Giulio rimane incantato; egli vorrebbe farle finir la frase che gli pare della massima importanza; — ma quel subito silenzio non è eloquente lo stesso e forse più?
Pasquale entra col suo fare grave e pesante, va dritto dalla contessina e le domanda:
— Vuol venire adesso?
La contessina, facendo uno sforzo per render calma la sua voce, risponde esitando:
— Non ho ancora potuto mettere insieme le mie robe...
— Non son quelle lì le robe?
— Non ci son tutte.
— Vuol che le dia una mano io?
— No... stassera non mi sento... sono stanca...
Pasquale china il capo in atto di rassegnazione e coll’usata discrezione va a sedersi in un angolo senza fiatare e senza rivolgere uno sguardo al dottore.
Maria soggiunge carezzevole:
— Povero Pasquale, t’ho fatto affaticare per me.
— Ah! — mormora Pasquale alzando le spalle.
— Verrò domani...
— La stanza è pronta, venga quando vuole.
Il dottore si alza a questo punto per uscire, e nel salutare la contessina la ringrazia tacitamente con una calorosa stretta di mano, che, se non fossero state le ombre della sera, avrebbe trovato il compenso in uno sguardo singolare di lei.
Anche Pasquale si muove augurando la buona notte a Maria, che gli corre dietro, lo trattiene sulla soglia e gli dice ancora:
— Pasquale, non sei mica offeso?
— Ah! Non è lei la padrona?
— Non posso proprio, adesso... ma domani verrò...
— Le manderò la mia donna anche stassera.
— Se non ti rincresce...
Pasquale esce. Maria ritorna a sedere nel vano della finestra: è notte chiusa, la campagna è scura, avvolta in una fitta caligine; il castello pare siasi sollevato fra le nubi, nello spazio.
Maria sta per lasciarlo il castello, e con esso staccarsi dalle ultime reliquie della sua famiglia; e poi? che sarà di lei... in quel nero orizzonte, in quell’avvenire più nero ancora?...
Un fioco lumicino brilla sotto la nebbia giù giù nella scesa: è alla Cascina della Trena...
— Cosa farà domani il dottor Giulio?
XII.
Pasquale e il dottore scendono insieme la collina, vengono insieme al villaggio; camminano silenziosi, impensieriti; Pasquale ha l’aria di non accorgersi affatto del compagno. Quando son giunti innanzi alla sua casa, il dottore gli dice:
— Avrei qualcosa da dirvi.
Egli, senza parlare, apre l’uscio e gli fa segno di entrare.
Attraversano una specie di bottega ingombra di assi e di arnesi da lavoro. Pasquale fa un po’ il legnaiuolo e alterna le occupazioni del mestiere con la coltura di alcuni piccoli fondi ch’egli possiede.
Riescono nella cucina, dove la moglie ha scodellata la minestra, e così per ingannare il tempo e l’appetito fa ripetere le orazioni a due ragazzi, che divorano cogli occhi il pane quotidiano.
La donna saluta sommessamente il dottore, gli pone una sedia accanto al fuoco. Pasquale si mette a desco. Cenano in fretta: poi i ragazzi vanno a letto e la donna ritorna al castello, dove, dopo la morte della contessa, suole passar la notte.
Quando sono rimasti in due, il dottore dice al legnaiuolo che gli volta le spalle:
— Pasquale, voi non mi volete bene.
Ma l’altro è tutto intento a sorbire la sua monferrina, cioè l’ultimo piatto di minestra condita col vino.
— Mi sono accorto che... non siete contento che io... parli con la contessina... Non siete contento?
— No.
— E... perchè?
— Perchè tutto il paese ci trova a ridire.
— E cosa dice il paese?
— Ci vuol poco talento ad immaginarlo. Che la signorina è sola, è giovane, e che lei, signor medichino, non può avere delle buone intenzioni...
— Ah!... e voi, Pasquale, cosa ne pensate voi?
— Cos’ho da pensar io?
— Non credete ch’io sia amico sincero della contessina?
— No.
— Anche voi credete ch’io abbia delle cattive intenzioni?
— Sì.
— Ebbene, voi non mi conoscete.
— Ah!... ho lì nell’orto un pero cotogno. Questa primavera ne levai un messiticcio e l’ho piantato; fra due anni porterà frutto: io giurerei che anch’esso farà pere cotogne... e lei?
Il dottore rimane dolorosamente colpito da questo sillogismo metaforico e non sa cosa rispondere. Dopo un breve quarto d’ora Pasquale gli domanda brusco brusco:
— Cos’ha da dirmi?
— Oh... volevo... persuadervi che mi giudicate male.
— Che cosa glien’importa a lei dei miei giudizi?
— Me n’importa assai.
— Uh!
— Sì, me n’importa assai; perchè voi siete un brav’uomo, il migliore ch’io conosca; poi perchè voi siete il confidente, l’aiuto, il sostegno di una persona per cui io ho moltissima stima...